Una disciplina da riscoprire
In una recente collana pubblicata dal Corriere della Sera e intitolata Lezioni di filosofia, fra i 35 volumetti dedicati ad altrettante discipline filosofiche, ha trovato posto al n. 9 la “filosofia della storia”, che, dopo i fasti hegeliani e marxiani, oggi non gode di buona fama.
E l’autore della monografia, Manuel Disegni dell’Università di Torino, non lo nasconde e tuttavia fa comprendere che, se rinnovata nella sua impostazione e ridimensionata nelle sue pretese, non possiamo farne a meno. Tra le motivazioni addotte segnala quella secondo cui «ha bisogno di un concetto di storia anche chi vuole fare politica o pensare politicamente», se la politica non vuole ridursi a «semplice amministrazione dello stato di cose presente» o al «mero problem solving».
Da qui la necessità – per una politica che voglia invece essere «un progetto coerente di trasformazione complessiva della società» – di «interrogarsi intorno ai fini ultimi della convivenza umana». Ebbene, la filosofia della storia può esserne considerata addirittura come il «modo più radicale» per porre tale questione della finalità.
Una politica culturalmente denutrita
Ho voluto fare riferimento al libro di Disegni, perché mi pare di particolare attualità nella odierna configurazione della politica: sempre più tra pragmatismo e prassismo, tra dittatura elitistica e demagogia populistica.
Insomma, la politica è oggi denutrita, in quanto povera culturalmente, per cui ci sarebbe bisogno che si nutrisse, tra l’altro, di filosofia morale, filosofia del diritto e filosofia della storia. Lo auspicava, a suo tempo, un filosofo come Jacques Maritain, nel tentativo di individuare i Principes d’une politique humaniste (libro del 1944 tradotto in Italia nel 1968: Per una politica più umana; titolo e anno significativi).
Allo stesso Maritain si deve anche l’opera Pour une philosophie de l’histoire del 1944, dove configura la storia non secondo una visione totalitaria né, al contrario, ripetitiva o insensata, ma come campo privilegiato di una visione umanistico-integrale.
Si tratta di una impostazione che, giusto 70 anni dopo, un filosofo come Vittorio Possenti ha rinnovato in un recente volume pubblicato da Armando Editore e intitolato programmaticamente Una nuova ripartenza, dove, dopo aver trattato di “Teologia politica”, si dedica (quasi 200 pagine) alla “Filosofia della storia”, in cui ha voluto «ridare voce nell’epoca presente a un pensiero sulla storia imperniato sulla persona e ispirato alla novitas dell’Incarnazione, modulandolo in contatto alle novità emergenti».
La coscienza critica della società
Qui non interessa entrare nello specifico della filosofia della storia nella prospettiva cristiana delineata da Maritain prima e da Possenti poi; interessa invece la sollecitazione che, in diverso modo, viene dai libri di Disegni e di Possenti.
Il primo non esita ad affermare che la filosofia della storia «è proprio quella branca del sapere filosofico che più di tutte cova e alleva la coscienza critica della società», nel senso che «fonda un modo di pensare contrapposto in linea di principio a ogni acritica accettazione dell’autorità dei fatti».
Il secondo sostiene l’esigenza di «aprire itinerari trascurati e di stimolare la ricerca verso una diversa filosofia della storia: la sua sostanziale assenza, il suo sorprendente silenzio vanno considerati un segnale inquietante di povertà».
Di contro alle tendenze egemoniche del “pensiero unico”, ancora una volta la filosofia può costituirsi come un efficace antidoto, e anche la filosofia della storia può adempiere a questo compito, almeno quando ci ricorda che la storia non è né ciclica né insensata né onniesplicativa: è invece luogo privilegiato di interrogazione critica sul senso del nostro abitarla.
La storia ci interroga e la politica si impoverisce se trascura di misurarsi anche con questi interrogativi.
L’Europa deve tornare a interrogarsi sui fini
Anche la politica europeista non può sottrarsi, e proprio la presente situazione induce a pensarlo.
Viene allora alla mente il pensiero di un filosofo come Denis de Rougemont, secondo il quale «il fine s’identifica con la persona», per cui «sarà la realtà sentita della persona ad ispirarci i mezzi per raggiungerlo».
È un principio che applicava anche all’Europa, per cui affermava con decisione: «prima di ogni cosa considerate il fine. Anche per l’Europa è, questo, il problema che si deve tenere presente: allora seguirà più facilmente l’individuazione e la scelta dei mezzi per realizzarla».
Forse (anzi senza forse) tale indicazione è stata disattesa e ci siamo perduti nei mezzi, se non nei mezzucci.
Una nuova partenza
Occorre “una nuova partenza”, direbbe Possenti.
Da qui l’imperativo: Réveillons-nous! che Edgar Morin ha posto a titolo di un suo aureo libretto del 2022: il filosofo era allora vecchio (101 anni), ma sempre giovane nel suo impegno a trasformare la specie umana in umanità.
E una sobria filosofia della storia può contribuire ad andare in questa direzione, perché diventiamo umani e restiamo umani.

