Home GiornaleLa scuola-fortezza e il rifiuto della complessità: un grido dal disagio giovanile

La scuola-fortezza e il rifiuto della complessità: un grido dal disagio giovanile

Tra meritocrazia escludente, identità blindate e la retorica dei “primi della classe”: perché il modello Valditara è un vicolo cieco umanistico. Serve un “capovolgimento” alla

Quando mi trovo davanti a un adolescente in difficoltà, nel mio studio o nei corridoi delle scuole, non vedo un caso clinico né un alunno svogliato. Vedo un universo in tempesta. Il disagio giovanile di oggi ha poco a che fare con gli ormoni o con la classica ribellione adolescenziale: è il sintomo di uno smarrimento più profondo, quasi esistenziale. Questi ragazzi galleggiano in una complessità liquida, iper-connessa e spesso spaventosa. E la risposta che arriva dal Ministero dell’Istruzione, con l’impostazione voluta dal Ministro Valditara, sembra scritta per un altro pianeta.

Una scuola che si chiude a riccio, che pretende di imporre dall’alto un’identità granitica invece di lasciarla crescere, che trasforma la meritocrazia in una ghigliottina, mi sembra scivolare pericolosamente verso un anti-umanesimo di ritorno. È una scuola che non regge lo sguardo della complessità: la complessità fa paura, e la paura genera muri. Noi sociologi lo sappiamo bene, lo vediamo ogni giorno sul campo: i sistemi sono interconnessi. Intervenire sulla scuola ignorando il tessuto sociale, familiare e culturale in cui i ragazzi sono immersi è un errore pedagogico, ma è anche un paradosso: si finisce per alimentare proprio il disagio che si vorrebbe curare.

 

Il modello Valditara”: una radiografia critica

Proviamo a mettere a fuoco, con lo sguardo del sociologo, cosa c’è davvero dietro le parole d’ordine di questi anni. Dietro lo slogan del “merito” si nasconde spesso una visione darwiniana dell’educazione: la scuola come arena dove i più forti vincono e i più deboli escono di scena. Il ritorno del voto in condotta come criterio di ammissione, la stretta sulle assenze, l’ossessione per le “eccellenze” da premiare con medaglie e targhe: tutto questo disegna una scuola che seleziona invece di accompagnare, che usa le ferite dei ragazzi per stilare classifiche invece di curarle.

E poi c’è la retorica dell’identità. La spinta su un’educazione civica declinata in senso nazional-patriottico, la nostalgia per una “tradizione” monolitica che non è mai esistita davvero. Tutto questo non rafforza i ragazzi: li chiude in una cornice identitaria rigida, che li soffoca proprio nel momento in cui avrebbero bisogno di aprirsi al mondo.

Il divieto dei cellulari, poi, riassume bene questa visione: invece di educare a un uso consapevole degli strumenti digitali, che sono ormai il mondo in cui i ragazzi vivono, si sceglie la strada del proibizionismo. Si vieta invece di spiegare, si isola invece di connettere. È una pedagogia della paura, non della libertà.

 

Il meticciato italiano e l’illusione dei sistemi chiusi

L’idea di una scuola chiamata a “proteggere” un’identità nazionale monolitica si scontra con la realtà storica e sociologica del nostro Paese. Noi italiani, storicamente, siamo un popolo meticcio. La nostra penisola è stata per millenni il crocevia del Mediterraneo: greci, arabi, normanni, spagnoli, longobardi sono passati di qui e hanno lasciato il segno. La nostra cultura è un intreccio continuo, non un blocco compatto.

Oggi le nostre classi sono la fotografia fedele di questa natura: sono già, naturalmente, multiculturali. Negare questa evidenza per rifugiarsi in un’identità difensiva ed escludente crea un cortocircuito. Il ragazzo che non si riconosce in quella cornice, o che ne viene escluso per origine o per pensiero, diventa un emarginato. Gli insegnanti, spesso lasciati soli davanti a queste dinamiche, non hanno bisogno di direttive che li trasformino in sceriffi dell’identità: hanno bisogno di strumenti per leggere quello che già accade nelle loro aule. Il multiculturalismo non è un’importazione straniera: è la gestione naturale di una scuola che, storicamente, non avrebbe mai potuto essere diversa da così.

 

La catastrofe” come capovolgimento: l’eredità dei Greci

Di fronte a un modello che mostra ormai tutte le sue crepe, serve un cambio di paradigma. E qui mi viene in soccorso la saggezza antica. I Greci, quando coniarono la parola katastrophé (καταστροφή), non la intendevano semplicemente come “disastro” o “fine del mondo”. Il termine significa letteralmente “capovolgimento”, “rivolgimento”: viene dal verbo katastrépho (καταστρέφω), composto da katà (“giù”, “sotto”) e strépho (“volgere”, “girare”).

Nel teatro greco la catastrofe era il momento del ribaltamento della trama, il cambio improvviso di prospettiva che permetteva agli spettatori di vedere la realtà in modo nuovo, di accedere a una consapevolezza superiore. La scuola di oggi, con i suoi tassi di abbandono, il bullismo, la depressione adolescenziale, l’ansia da prestazione, sta vivendo la sua catastrofe. Ma dobbiamo avere il coraggio di viverla non come una fine, bensì come il capovolgimento necessario. Dobbiamo ribaltare il paradigma: smettere di selezionare per scartare e iniziare a connettere per includere. Serve uno sguardo nuovo, che passi dalla logica della classifica a quella della rete.

 

Morin, Ceruti e l’ecologia delle azioni

Chi può illuminare questo passaggio? I grandi maestri del pensiero complesso, a partire da Edgar Morin e dal suo allievo e continuatore Mauro Ceruti. Sono loro ad averci spiegato che il mondo non è fatto di compartimenti stagni. Ceruti, in particolare, ricorda che l’epistemologia della complessità impone di insegnare ai ragazzi la connessione tra i saperi, non la loro separazione in materie a compartimenti stagni.

Morin parlava di “ecologia delle azioni”: ogni azione, anche la più piccola, ha ripercussioni sull’intero sistema. Una scuola umanistica e complessa non insegna nozioni slegate in vista di un test INVALSI o di un concorso: insegna a navigare l’incertezza, insegna che l’identità non è una statua di marmo ma un processo in continua evoluzione. Morin e Ceruti direbbero che serve formare una “testa ben fatta” e non “ben piena”: capace di affrontare il problema generale, perché anche i problemi parziali, come il disagio di un singolo studente, vanno pensati dentro il loro contesto e non isolati da esso.

 

Una stoccata al generale: le aule per disabili e la scuola-caserma

E a proposito di scuola-caserma, non posso non spendere una parola sul generale Vannacci e sulle sue uscite in tema di inclusione scolastica. Lui, che ha teorizzato le “aule speciali” per i ragazzi con disabilità, separandoli dal resto della classe come se la diversità fosse una malattia contagiosa da tenere in quarantena. Una visione che farebbe rabbrividire don Milani, che dell’inclusione e del riscatto degli ultimi ha fatto la ragione della sua vita.

Mi si permetta una battuta, da sociologo ma anche da uomo che ha visto troppi ragazzi esclusi: se il generale vuole davvero tornare alla scuola di una volta, perché non propone pure il ritorno delle aule separate per i figli dei contadini, come ai tempi dello Statuto Albertino? Tanto per essere coerenti fino in fondo con la sua idea di “ordine naturale” delle cose.

La verità è che l’inclusione non è un favore che si fa ai più deboli: è la condizione stessa della democrazia. Una scuola che separa i ragazzi disabili in “aule speciali” non tutela nessuno: dice a quei ragazzi, e a tutti i loro compagni, che la diversità è un problema da nascondere invece che una ricchezza da vivere insieme. E dice ai docenti di sostegno che il loro lavoro è contenimento, non relazione. È la pedagogia del recinto, l’esatto opposto della pedagogia dell’incontro.

 

Umanizzare la scuola: oltre la retorica del merito

Mettere in discussione il modello Valditara non significa essere contro l’impegno o contro l’eccellenza. Significa rifiutare un’idea di scuola che usa il merito come una clava per dividere chi è “adatto” da chi è “di scarto”, opporsi a una visione che, nel tentativo di riportare ordine, finisce per dimenticare l’umanità.

I nostri docenti sono esausti. Non reggono più la retorica della colpa, né la nostalgia per un passato che non c’è mai davvero stato. Hanno bisogno di formazione sul pensiero complesso, di strumenti per leggere il meticciato delle loro classi, di sentirsi parte di un sistema che li sostiene, non ingranaggi di una macchina che si limita a giudicarli.

Umanizzare la scuola significa accettare che i ragazzi sono già in mare aperto, che galleggiano tra le onde di un mondo che ha perso le vecchie certezze. Il compito della scuola non è costruire una fortezza identitaria sulla terraferma per difendersi da loro, ma insegnare loro a costruire barche solide per navigare la complessità. Solo così il disagio smetterà di essere un urlo nel vuoto e diventerà la spinta verso una nuova, necessaria catastrofe: il capovolgimento di un mondo che ha finalmente imparato ad abbracciare la propria, meravigliosa complessità.