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Per una politica aperta, al servizio della persona

Contro il “politicismo” che riduce la politica a tecnica autoreferenziale, occorre riscoprire la lezione personalista: il primato della persona, l’incontro tra i saperi e la costruzione di una città autenticamente umana.

Dal “politique d’abord” al primato della persona

C’è una concezione della politica che si potrebbe definire “insulare”, per dire che si alimenta di sé stessa: nella pratica si configura come “politicismo”, e nel linguaggio si caratterizza come “politichese”. Questa forma autarchica della politica perpetua paradigmi e approcci che, in nome di un sedicente “realismo”, tende a ripetere schemi asfittici di una politica che sa le risposte prima ancora di conoscere le domande, perché le dure leggi della politica, analogamente alle dure leggi dell’economia — in realtà non ci sono né queste né quelle — imporrebbero tattiche e strategie che sono sempre le stesse, pur nella diversità dei contenuti legati alla contingenza.

In un tale contesto, la logica è dettata dall’imperativo: “politique d’abord” (così Charles Maurras un secolo fa), cioè il politico ha un primato su tutto, per cui l’azione politica trova il suo metro di misura nello Stato.

A questa concezione Jacques Maritain ha contrapposto la Primauté du spirituel (1926) per rivendicare il primato della persona: non dunque “Lo Stato e l’uomo” alla Hegel né “La Società e l’uomo” alla Marx, ma “L’uomo e lo Stato”, e L’homme et l’Etat (1951) s’intitola il capolavoro di filosofia politica di Maritain, preparato da opere come I diritti dell’uomo e la legge naturale (1942), Cristianesimo e democrazia (1945), Per una politica più umana (1944), La persona e il bene comune (1947): le prime due pubblicate in italiano originariamente da Comunità di Adriano Olivetti, successivamente da Vita e Pensiero da Giuseppe Lazzati; le altre due apparse da Morcelliana di Stefano Minelli.

Ma si potrebbe citare anche un altro pensatore non meno noto, Emmanuel Mounier, con i volumi Che cos’è il personalismo? (1946) e Il personalismo (1949), pubblicati rispettivamente da Einaudi nel 1948 (poi nel 1975) e da Garzanti nel 1952, successivamente da Ave nel 1964 (poi nel 2004).

Tutto ciò mostra l’attenzione portata dalla cultura sia cattolica sia laica al pensiero personalista, sul quale sarebbe opportuno tornare a riflettere, soprattutto da parte dei giovani.

 

Una politica che sappia aprirsi agli altri saperi

Non solo: queste concezioni di “umanesimo integrale” e di “personalismo comunitario” hanno influito sulle Carte internazionali e nazionali, tra cui la Costituzione della Repubblica italiana, in particolare nei “principi fondamentali”, che disegnano — ecco il punto che qui interessa evidenziare — una politica aperta, nel senso che non si esaurisce in sé stessa, ma si relaziona all’antropologia, all’etica, alla religione; anzi, si nutre delle indicazioni che da queste provengono, nella convinzione che la politica abbia tutto da guadagnare dalle sollecitazioni e suggestioni che derivano da altri ambiti che non sono politici, ma pure sono significativi anche per la politica.

Certo, la politica deve poi, in questa feconda opera relazionale, mantenere la sua specificità epistemologica, epperò la politica deve avere il coraggio di lasciarsi provocare da impostazioni che provengono da altri ambiti, operando le necessarie mediazioni, in modo da procedere iuxta propria principia: è, questo, il senso di una laicità che non porta al laicismo, e di una epistemologia che non porta al riduzionismo.

Può aiutare a comprendere la necessità della politica aperta la consapevolezza che prima di “fare politica” c’è la condizione naturaliter di “essere politici”: questa politicità della persona richiede di “agire e pensare politicamente” nel rispetto della integralità dell’essere persona.

 

Oltre le sfere separate

Pertanto occorre non continuare con l’impostazione delle sfere separate (politica, religiosa, economica, etica, ecc.), per cui ogni ambito ha la sua logica, che le rende incomunicabili: questa separatezza rischia di compromettere la integralità della persona, la quale di quelle sfere è il soggetto.

Da qui l’istanza di una politica “personocentrica”, cioè basata sul primato della persona colta nella sua interezza nella molteplicità dei mondi vitali.

Si tratta di una politica impegnata nella costruzione di una città umana e umanizzante, che è stata diversamente denominata e concepita: “città armoniosa” (Charles Péguy, 1898); “città futura” (Antonio Gramsci, 1917); “città fraterna” (Jacques Maritain, 1942); “città a misura d’uomo” (Emmanuel Mounier, 1948); “città dell’uomo” (Adriano Olivetti, 1960, e Giuseppe Lazzati, 1985): tutte, però, indirizzate a un rinnovamento forte della società attraverso una politica aperta, che nella diversità degli ambiti esistenziali non frantuma o disperde le persone.

 

La politica non tradisca la persona

Dunque, non “la politica prima di tutto e sopra tutto”, bensì la politica in relazione, anzi, politica in interazione con i molteplici campi del sapere, dell’agire e del fare.

Insomma, una politica aperta alla religione ma senza infeudamenti nel sacro; una politica aperta alla filosofia, finanche alla metafisica, ma senza cadute nelle astrattezze teoreticistiche; una politica aperta all’etica ma senza cedimenti al moralismo; una politica aperta all’assiologia ma senza derive ideologiche.

Insomma, una politica aperta è quella che non tradisce la politica ma nemmeno la persona umana, coniugando insieme epistemologia politica e integralità antropologica.