C’è un numero, dentro il report Istat “Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta” (16 settembre 2026, frutto della terza Indagine sulla Sicurezza delle donne condotta tra marzo 2025 e gennaio 2026), che da solo dovrebbe bastare a spostare il modo in cui parliamo di violenza di genere: l’8,2% delle vittime italiane di violenza sessuale colloca il primo episodio prima dei 6 anni di età.
Non prima dei 18. Non alla prima relazione. Prima dei 6 anni — quando una bambina non ha ancora imparato a leggere, ma ha già imparato, nel corpo, cosa significa non essere al sicuro.
È un dato che disturba, ed è giusto che disturbi. Ma soprattutto è un dato che smonta un’idea molto radicata nel discorso pubblico sulla violenza contro le donne: quella secondo cui la violenza sia essenzialmente un fatto che riguarda le adulte, le coppie, le relazioni sentimentali — qualcosa che accade “dopo”, quando una donna incontra l’uomo sbagliato. I dati Istat raccontano un’altra storia, più scomoda: il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni — pari a circa 3 milioni di persone — e l’11,4% delle straniere residenti dichiarano di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni. Per la violenza sessuale, si tratta dell’8,2% delle italiane (quasi 1 milione e 650mila donne) e del 3,4% delle straniere. Sono numeri che parlano di infanzia, non di età adulta. E per capirli davvero, serve uno sguardo che vada oltre la statistica: serve leggerli come sociologia della famiglia, non solo come cronaca.
Il copione che si eredita
La sociologia ha da tempo un nome per questo fenomeno: trasmissione intergenerazionale della violenza. L’idea, che risale agli studi pionieristici sul “ciclo della violenza” e alla teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura, è semplice quanto inquietante: i modelli di relazione — compresi quelli fondati sulla forza e sulla sopraffazione — si apprendono per imitazione, dentro l’ambiente in cui si cresce, prima ancora di poterli giudicare. Non è un destino scritto nel sangue, ma un copione trasmesso nei gesti quotidiani di chi ci alleva.
I dati Istat confermano questa ipotesi con una nettezza che raramente si trova fuori dai laboratori di ricerca. Tra le donne italiane che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 57,2% ha sperimentato violenza fisica o sessuale anche da adulta — contro il 31,9% rilevato sull’insieme delle intervistate. La quota sale al 68,2% tra chi ha subito violenza fisica dal padre da bambina, e al 64,4% tra chi l’ha subita dalla madre. Per le donne straniere la situazione è sovrapponibile: il 56,8% di chi ha subito violenza sessuale nell’infanzia ne subisce anche da adulta, contro il 27,4% del dato complessivo.
Ma il dato più difficile da liquidare come coincidenza riguarda i partner. Le donne intervistate raccontano che, quando il proprio partner ha assistito da bambino alla violenza del padre sulla madre, la probabilità che lui stesso usi violenza fisica sulla compagna attuale sale dal 2,8% (valore medio) al 14,8%. La quota sale ulteriormente al 16% se il partner, oltre ad aver assistito, ha anche subito lui stesso violenza fisica dal padre, e arriva al 18,6% se è stato colpito sistematicamente, da bambino, dalla propria madre. In altre parole: la violenza non si tramanda solo lungo la linea delle vittime. Si tramanda anche lungo la linea di chi, da bambino, ha imparato — guardando, o subendo — che quello era un modo accettabile di stare in una relazione.
È qui che il termine “trasmissione” smette di essere una metafora e diventa un dato misurabile.
Non serve essere colpite per essere formate
Uno degli aspetti più originali di questa edizione dell’Indagine è l’attenzione dedicata alla cosiddetta “violenza assistita”: non subire direttamente un abuso, ma crescere vedendo, sentendo, respirando la violenza tra i propri genitori o verso i fratelli. Il 10,3% delle donne italiane e l’11,6% delle straniere ha assistito, durante l’infanzia, a violenze verbali o fisiche tra i genitori, oppure a umiliazioni e denigrazioni rivolte ai fratelli.
Anche qui la letteratura psicologica e sociologica offre una chiave di lettura: il cosiddetto trauma vicario. Non serve essere il bersaglio diretto di un gesto violento per esserne segnate. Assistere è già una forma di esposizione — un apprendimento implicito di ruoli, gerarchie, potere. Ed è un apprendimento che lascia tracce misurabili: tra le italiane che da piccole hanno assistito alla violenza fisica tra i genitori, il 34,8% dichiara di aver subito, a propria volta, violenza fisica o sessuale da parte dei genitori — contro appena l’1,1% di chi non vi ha assistito. Un salto di più di trenta punti percentuali, prodotto semplicemente dall’essere cresciute in una casa dove la violenza era un rumore di fondo.
Questo significa che la famiglia funziona, in questi casi, come quella che i sociologi chiamano la prima agenzia di socializzazione: il luogo dove si formano — prima ancora della scuola, prima ancora degli amici — le mappe mentali di ciò che è normale, di ciò che è amore, di ciò che è potere. E quando quella mappa include la violenza come componente ordinaria della vita familiare, il rischio non riguarda solo chi la subisce direttamente, ma chiunque cresca respirandola.
Il padre, la madre, la porta di casa
C’è un secondo stereotipo che questi dati smontano, ed è forse quello più radicato nell’immaginario collettivo: l’idea della violenza come opera di uno sconosciuto, di un estraneo che si annida fuori casa. I dati Istat raccontano l’esatto contrario. Tra le forme più gravi di violenza fisica subita prima dei 16 anni — essere colpite violentemente, prese a calci, percosse con oggetti, bruciate o ferite con un’arma — il principale responsabile indicato dalle vittime italiane è il padre o il patrigno (39,8% dei casi), seguito dalla madre (28,0%). Tra le vittime straniere il fenomeno è ancora più marcato: 47,5% il padre, 43,5% la madre.
Anche per la violenza sessuale più grave — essere costrette a un rapporto — gli autori più citati dalle italiane sono un conoscente di vista (29,1%), un amico o un amico di famiglia (24,9%), un altro parente (18,4%): figure che gravitano dentro la rete relazionale e familiare della vittima. Uno sconosciuto compare solo nel 9,0% dei casi.
Questo dato ha una ricaduta culturale enorme, e vale la pena dirla con chiarezza: se la violenza nasce prevalentemente in casa, allora le strategie di “sicurezza” pensate per lo spazio pubblico — l’illuminazione delle strade, l’app antipanico, il consiglio di “non tornare sole di notte” — intercettano una parte reale ma minoritaria del fenomeno. Il luogo più pericoloso, per una bambina, resta troppo spesso quello che dovrebbe essere il più sicuro: la propria casa.
Il silenzio come istituzione
Se c’è un dato che, letto sociologicamente, pesa quanto quello sulla violenza in sé, è questo: il 58,4% delle donne italiane e il 58,3% delle straniere che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni non ne hanno mai parlato con nessuno. Non con un’amica, non con un’insegnante, tantomeno con un’istituzione. Il ricorso alla polizia si ferma allo 0,2% tra le italiane e allo 0,0% tra le straniere; ai servizi sanitari o sociali lo 0,1% e lo 0,0%. Sono percentuali che, più che descrivere un vuoto, descrivono una costruzione sociale precisa.
Il silenzio, in altre parole, non va letto solo come reticenza individuale — la vergogna di una singola persona — ma come un fenomeno prodotto e riprodotto dallo stesso sistema di relazioni che genera la violenza. Chi subisce violenza da un genitore la racconta, quando la racconta, soprattutto a un familiare o un parente (29,9% delle italiane): resta cioè dentro lo stesso perimetro, la stessa rete, spesso le stesse persone che quella violenza l’hanno resa possibile o l’hanno taciuta a loro volta. È un cortocircuito che si autoalimenta: la famiglia che produce la violenza è, quasi sempre, anche la famiglia a cui — se proprio se ne parla — se ne parla. E le istituzioni restano, semplicemente, fuori dalla porta.
Questo è probabilmente il motivo per cui l’Istat, in altri suoi report, parla di “sommerso”: non un errore di rilevazione, ma una caratteristica strutturale del fenomeno. Un fenomeno che si nasconde perché il luogo dove nasce è anche il luogo che ha tutto l’interesse — implicito, spesso inconsapevole — a custodirlo.
L’eco sui figli
Il cerchio si chiude, tristemente, su una nuova generazione. Tra le donne italiane che hanno subito violenza da parte del proprio partner, il 62,1% dichiara che i figli vi hanno assistito — il 18,1% spesso. Tra le straniere la quota è del 57,3%. E gli effetti, quando le madri li osservano, disegnano un quadro riconoscibile: ansia e paure eccessive nel 40,8% dei casi (italiane), maggiore irrequietezza nel 29,6%, difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni nel 18,6%, comportamenti aggressivi nel 12,7%, fino a disturbi dell’alimentazione ed enuresi notturna.
Sono gli stessi bambini che, se diventeranno figlie, rischiano — lo abbiamo visto — di entrare in quel 57% di donne esposte due volte alla violenza. E se diventeranno figli, rischiano di portare con sé, nella relazione che costruiranno da adulti, lo stesso copione osservato in casa. Il cerchio, appunto: non si chiude da solo, e i dati Istat lo dimostrano con una chiarezza che raramente la statistica riesce a restituire su temi così delicati.
Guardare nel posto giusto
Se c’è una lezione politica e culturale da trarre da questo report, è che il discorso pubblico sulla violenza contro le donne continua, in gran parte, a guardare nel posto sbagliato. Si concentra sull’evento — l’aggressione, il femminicidio, il caso di cronaca — e sulla relazione adulta, quella tra partner. Ma i dati dicono che il copione si scrive molto prima: dentro la famiglia, nei primi anni di vita, spesso prima ancora che una bambina abbia gli strumenti per riconoscere ciò che le sta accadendo come violenza.
Questo non significa spostare l’attenzione dalla violenza tra adulti — sarebbe un errore altrettanto grave. Significa aggiungere un livello di lettura che oggi manca quasi del tutto al dibattito pubblico: la prevenzione non può limitarsi a insegnare alle donne adulte a riconoscere un partner pericoloso, se non si interviene anche su ciò che accade, molto prima, nelle case dove si cresce. Vuol dire investire su chi incontra i bambini prima di chiunque altro — pediatri, insegnanti della scuola dell’infanzia, servizi sociali — dando loro strumenti reali per intercettare i segnali di un clima familiare violento, anche quando la violenza non lascia segni visibili. Vuol dire, soprattutto, prendere sul serio la violenza assistita come una forma di violenza a pieno titolo, e non come un danno collaterale.
Il report Istat non offre soluzioni: offre, con il rigore che gli è proprio, la fotografia di un fenomeno che l’Italia — come il resto d’Europa, secondo i dati comparativi Eurostat citati nel documento — fatica ancora a nominare per intero. Ma una fotografia così nitida è già, di per sé, un punto di partenza. Perché per rompere un copione, bisogna prima riconoscere che è stato scritto — e capire dove, esattamente, qualcuno ha cominciato a scriverlo.
Fonte: Istat – Dipartimento per le Pari Opportunità, “Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta. Anno 2025”, pubblicato il 16 settembre 2026, basato sulla terza Indagine sulla Sicurezza delle donne (marzo 2025 – gennaio 2026).

