Due frasi ci hanno colpito nella risposta che ieri Aldo Cazzullo ha fornito a un lettore che lamentava l’oblio dell’opera svolta da liberali e moderati addossandone la responsabilità alla Dc, vista l’incapacità della sua classe dirigente a conservare la memoria di un passato democratico importante. “Della memoria storica – egli scrive – la Dc non sapeva molto che farsene”. E poi aggiunge: “La Dc è finita quando è finito il comunismo”. Nel mezzo, pur nello stile di un giornalista di grande finezza, si staglia una fredda sequela di rimproveri e censure rispetto alla vicenda di un partito che ha concluso il suo ciclo politico andando a sbattere – ecco la maxima culpa – sugli scogli di Mani Pulite. Per questa manifestazione di insufficienza, sostiene Cazzullo, il Paese non si ricorda più della Dc.
Si potrebbe subito obiettare che proprio negli ultimi tempi, man mano che si è assottigliato il credito della Seconda Repubblica, i meriti del personale politico democristiano sono tornati alla luce con qualche non lieve favore negli ambienti più disparati. Non è vero che sia calata per ragioni intrinseche la damnatio memoriae su quello che è stato il partito cardine del primo cinquantennio di vita repubblicana; piuttosto si è tentato maldestramente, specie da parte degli avversari, di annebbiare una grande prova di fedeltà democratica e lucida visione degli interessi generali del Paese. Anche la più recente storiografia, quando non è dominata dal pregiudizio, è sicuramente più attenta al contributo del cattolicesimo politico che trovò, appunto, nello Scudo crociato la sua più organica rappresentazione.
In ogni caso, la critica di Cazzullo mette a segno un punto decisivo laddove rileva l’interruzione di un percorso, intellettuale prima che politico, che spetterebbe a un certo mondo rivendicare, se non fosse scivolato nella palude del conformismo. Capitò anche a De Gasperi di dover constatare un fenomeno simile, anzi di proporzioni ancora più ampie e con riflessi ancor più gravi. In una lettera del 1944 a Stefano Jacini spiegò che era meglio stendere un velo pietoso sul comportamento di tanta parte del cattolicesimo organizzato di fronte al regime fascista.
Una volta, da noi invitato all’Istituto Sturzo per la presentazione di un libro su Luigi Sturzo, lo stesso Cazzullo formulò un giudizio – forse se ne ricorderà – davanti a una platea che non poté nascondere la sorpresa e il compiacimento: “Il popolarismo – disse all’incirca nell’occasione – è l’unica dottrina politica sopravvissuta alla fine del Novecento”. E allora, come si concilia un apprezzamento così coraggioso con quanto pubblicato sul Corriere della Sera? Sarebbe interessante capirlo, magari in un altro confronto pubblico, per non chiudere gli occhi di fronte alla storia, cominciando ad interrogarsi con più libertà se un filo rosso, ad esempio, non abbia legato la “strategia della tensione”, con le stragi più infami, al terrorismo rosso e nero, culminante nell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
In verità, l’attacco alla Dc è cominciato ben prima che finisse il comunismo a guida sovietica e ben prima che si addensassero le nubi di Tangentopoli, sicché ignorarne le radici come si tende a fare ai giorni nostri, con il coro addestrato a ripetere che il passato non torna e nessuno può rinverdire o riproporre una vicenda complessa e comunque straordinaria, è davvero la forma più antipatica di oblio.
