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Proporzionale? Non è nostalgia ma futuro

Insieme alle preferenze può restituire agli elettori rappresentanza e partecipazione, sottraendo alle segreterie il monopolio delle candidature. Una battaglia decisiva per le forze di centro.

C’è un gesto che ci è stato tolto senza che quasi ce ne accorgessimo. Il gesto di guardare in faccia il proprio candidato, stringergli la mano in un giovedì sera di provincia, dirgli: «Senti, io ti voto, ma tu rispondi a me, non a chi ti ha messo in lista». Quel gesto oggi non esiste più. Non perché la democrazia sia morta con un colpo secco. È stata svuotata dall’interno, un poco alla volta, come si svuota una stanza quando nessuno ci abita più.

Il dibattito sulla legge elettorale – che ciclicamente si riaccende per spegnersi in qualche commissione parlamentare – deve ripartire da qui. Da quella stanza vuota. E dalla domanda più semplice e più radicale che si possa porre: chi decide chi ci rappresenta?

 

Il nodo irrisolto: la delega confiscata

Non voglio fare il nostalgico della Prima Repubblica, e chi mi conosce lo sa. Però una verità va detta con chiarezza: con i sistemi maggioritari che si sono succeduti – dal Mattarellum al Rosatellum – il cittadino è diventato un figurante. Vota una lista, spesso bloccata, e il nome che troverà in Parlamento lo ha deciso, in una stanza chiusa, un segretario di partito o un ristrettissimo cerchio di fedelissimi.

Zygmunt Bauman, in Dentro la globalizzazione (1998), parlava di una democrazia «spettatoriale», in cui il cittadino assiste a decisioni già prese, ridotto a consumatore di offerte politiche preconfezionate. Mi torna in mente ogni volta che apro una scheda elettorale e non posso scrivere un nome. Non un nome. Un nome proprio, di una persona in carne e ossa.

Non è una questione tecnica da costituzionalisti. È una ferita nella democrazia sostanziale, quella che – come ricordava Norberto Bobbio ne Il futuro della democrazia (1984) – non si accontenta delle procedure, ma esige che il potere risalga davvero dal basso.

 

Rompere la logica delle segreterie

Lo dico con rispetto, ma con fermezza: finché la selezione della classe politica resterà appannaggio esclusivo delle segreterie, avremo un Parlamento di nominati, non di eletti. E un nominato risponde a chi lo ha nominato. È aritmetica, non ideologia.

Il proporzionale con voto di preferenza – o, meglio, un sistema misto alla tedesca, con collegi e recupero proporzionale – spezza questa catena. Restituisce al cittadino il potere di individuare, premiare, punire. Robert Putnam, in Bowling Alone (2000), dimostrava come la partecipazione civica crolli quando le persone percepiscono le istituzioni come impermeabili al loro contributo. Non è un caso che l’astensionismo italiano abbia superato il 40%. La gente non va a votare non perché sia apatica. Non va perché non sceglie. E chi non sceglie, alla lunga, si disabitua persino a desiderare.

 

Una chiamata alle forze di centro

Qui parlo direttamente a quell’area – ampia, trasversale, spesso afona – che si riconosce nei valori del popolarismo europeo, del riformismo moderato, del cattolicesimo democratico, del liberalismo sociale. A quei partiti, movimenti, associazioni che si dicono «di centro» ma troppo spesso si accodano alle logiche bipolari senza incidere.

Il proporzionale non è una bandierina da campagna elettorale. È una battaglia di civiltà. È dire: la democrazia non è un sistema a due blocchi in cui devi turarti il naso e scegliere il «meno peggio». È pluralismo reale, rappresentanza delle minoranze, possibilità per una voce piccola di arrivare in Parlamento senza essere fagocitata da un cartello.

Chiedo con l’insistenza di chi ci crede: apriamo un tavolo. Un confronto serio, pubblico, anche scomodo. Tra forze centriste, società civile, costituzionalisti, cittadini. Non per tornare indietro. Per andare oltre un sistema che ha prodotto vent’anni di governi fragili, campagne urlate, personalismi tossici.

Tocqueville, nella Democrazia in America (1835), ammoniva che il rischio maggiore per una democrazia non è la tirannia di un despota, ma la «tirannia della maggioranza» che riduce ogni dissenso a rumore di fondo. Il proporzionale è l’antidoto istituzionale a quella tirannia. È il modo per dire: anche il 5% ha diritto di parola. Anche chi non urla.

 

L’elemento che nessuno dice: tornare ad abitare le piazze

C’è un aspetto che raramente entra nei dibattiti tecnici. Un aspetto sociologico, umano, quasi fisico.

Con il proporzionale e le preferenze, il candidato deve tornare a camminare. A stare sotto un palco improvvisato in una piazza di paese, con il microfono che fischia e le sedie di plastica. Deve ascoltare, non solo parlare. Rispondere alla signora che chiede dell’ambulatorio chiuso, al ragazzo che vuole sapere dei trasporti, all’anziano che ricorda quando «una volta il deputato lo conoscevi per nome».

Habermas, nella Teoria dell’agire comunicativo (1981), insisteva sulla necessità di uno spazio pubblico in cui il discorso politico torni a essere dialogo, confronto faccia a faccia, e non monologo mediatico calato dall’alto. Le piazze, i comizi, le assemblee di quartiere non sono folklore. Sono l’infrastruttura emotiva della democrazia. Il luogo in cui una comunità si riconosce mentre discute di sé.

Ho un ricordo da bambino: mio padre che mi portava a sentire un comizio in piazza, d’estate. Odore di anguria, sedie occupate dagli anziani, il candidato che sudava sotto i riflettori e qualcuno dal fondo che gridava: «E le strade? Chi le aggiusta?». Quel teatro povero, imperfetto, umano, era democrazia viva. Non uno spot di trenta secondi. Non un post.

Restituire il proporzionale significa anche questo: rimettere i corpi nello spazio pubblico. Far tornare le parole pesanti, perché pronunciate davanti a persone vere che ti guardano, ti giudicano, ti ricordano le promesse il giorno dopo.

 

Una conclusione che è un invito

Non scrivo per nostalgia. Scrivo perché il futuro della nostra democrazia passa da una scelta tanto semplice quanto rivoluzionaria: restituire la matita al cittadino. Non la croce su un simbolo deciso altrove. La matita per scrivere un nome. Il proprio, accanto a quello di chi vuoi che ti rappresenti.

È una riforma che non costa nulla in risorse e restituisce tutto in fiducia, partecipazione, legittimità. Le forze moderate, centriste, riformiste di questo Paese hanno il dovere – non l’opzione, il dovere – di farsene carico.

Perché una democrazia in cui nessuno sceglie nessuno non è una democrazia. È un teatro in cui il pubblico è stato mandato via e gli attori recitano per sé stessi.

E noi meritiamo di tornare in platea. Anzi, sul palco.