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Reinventare il giornalismo d’inchiesta

Il caso Ranucci/Lavitola riapre una questione più ampia: quale giornalismo d’inchiesta serve alla democrazia? Tra rigore sui fatti e uso politico dell’informazione, la scelta non è neutrale.

Il vero nodo oltre il caso giudiziario

L’oscura, inquietante e grottesca vicenda giudiziaria/penale del duo Ranucci/Lavitola ha fatto passare in second’ordine il vero nocciolo della intera questione. E questo ancora al di là del comprensibile, nonchè gravissimo, silenzio della sinistra politica, culturale, giornalistica, televisiva e giudiziaria del nostro paese di fronte allo squallore che sta quotidianamente emergendo da questa incredibile e misteriosa vicenda. Un silenzio che spiega, più di cento convegni e migliaia di dichiarazioni, l’etica e il profilo morale dell’attuale sinistra italiana.

Ma, ripeto, al di là di questo aspetto che, comunque sia, non potrà più essere trascurato nel futuro, l’elemento su cui vale la pena riflettere a fondo è che cos’è oggi nel nostro paese il cosiddetto “giornalismo di inchiesta” televisivo. Anche perchè proprio questo tassello, almeno formalmente, è la linea rossa della sinistra politica, culturale, giornalistica, televisiva e giudiziaria che porta sempre e comunque ad assolvere il compagno Ranucci da qualunque accusa e da qualsiasi comportamento. Appunto, cos’è oggi il giornalismo di inchiesta, soprattutto televisivo, nel nostro paese? Dalla risposta a questa domanda – che non può scadere nella sola propaganda o nella faziosità più estremistica – noi riusciamo anche a comprendere il profilo e la bontà del giornalismo contemporaneo. E, senza farla troppo lunga, ci sono sostanzialmente due modelli di fondo che si confrontano.

 

Il “modello Gabanelli”: partire dai fatti

Il primo, per semplificare e avendo come riferimento di fondo proprio il “metodo Report”, potremmo definirlo il “modello Gabanelli”. Ovvero, un giornalismo che parte dai fatti, che approfondisce meticolosamente i problemi, che non ha l’obiettivo di distruggere o di annientare il nemico politico, che non costruisce teoremi e che, soprattutto, non coltiva finalità squisitamente e platealmente politiche e di schieramento. Insomma, un modello che esalta le virtù, le capacità e le potenzialità di quel giornalismo che arricchisce l’ascoltatore perchè ti permette di conoscere i problemi che vengono affrontati senza filtri politici e senza misteri incorporati.

 

Quando l’inchiesta diventa un’arma politica

E poi c’è un altro modello. Che è il metodo che ben conosciamo dell’attuale conduttore di Report. Un metodo che fa del giornalismo di inchiesta un’arma squisitamente e radicalmente politica, che punta a distruggere singoli esponenti dell’area politica avversaria e nemica, che costruisce teoremi di attacco personale e che, in ultimo ma non per ordine di importanza, trasforma la trasmissione televisiva in un tassello di un progetto politico e di schieramento. Che non a caso, e per fermarsi a questo modello di giornalismo, viene elevato come totem dogmatico quasi religioso ed intoccabile dallo schieramento politico amico. E questo ancora al di là di ciò che ormai leggiamo quotidianamente sui vari organi di informazione riconducibili alla vicenda giudiziaria e penale di Ranucci/Lavitola.

 

Una scelta che riguarda la qualità della democrazia

Ecco perchè, e al di là di come finirà questa indagine, un fatto è certo perchè è persin oggettivo. Adesso va riscritto, reinventato e ricostruito il giornalismo di inchiesta televisivo nel nostro paese. Abbiamo di fronte due modelli precisi. Alternativi l’uno rispetto all’altro. Bisogna scegliere. E dalla scelta che si farà capiremo anche, e soprattutto, il tasso della qualità della nostra democrazia.