I cavalli imbizzarriti che nei giorni scorsi sono fuggiti al galoppo lungo le vie della capitale sono sembrati a molti la metafora della nostra vita repubblicana. Che da un lato vorrebbe essere consuetudinaria e quasi ripetitiva, e dall’altro invece non sembra più sapere, letteralmente, dove andare a parare.
Le illusioni perdute della Repubblica
Archiviate le fedi di un tempo, quelle legate a ideologie e partiti che non ci sono più; declinate le illusioni della “Seconda” Repubblica, quella che avrebbe dovuto regalarci il rinnovamento; a questo punto ci accorgiamo che perfino le grandi dispute e avversioni che ci hanno tenuto sulla corda negli ultimi anni sono svanite. Come a dire che non abbiamo più un orizzonte.
Lo spettro del “pareggio”
L’unica cosa che in questi giorni accomuna un po’ tutti – o quasi – è lo spettro del “pareggio”. E cioè l’idea che nessuna delle due metà possa vincere le prossime elezioni e che dunque l’indomani occorra far ricorso a geometrie e fantasie politiche di cui nessuno sembra aver né la voglia né la capacità.
Nobile intento, sulla carta. Che, però, svela più la pochezza degli argomenti che la generosità dei propositi.
La misura e la solitudine di Mattarella
In questo contesto l’unico punto fermo resta la figura del capo dello Stato. È solo Sergio Mattarella che riesce a dare un senso comune alle nostre inquietudini e a quel che resta dei nostri buoni propositi. S’è visto anche in questi giorni di “festa”.
Ma egli non può e non vuole essere il demiurgo. Il suo regno è la misura, il suo rischio è la solitudine. Dunque, ci sarebbe bisogno di costruire un contesto più largo, in cui si potesse rispecchiare un sentire più vasto e diffuso. Senza il quale finiamo per somigliare tutti a quei cavalli imbizzarriti.
Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 4 giugno 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
