La giustizia sociale oltre la propaganda
Molti parlano, il più delle volte a sproposito, della necessità di ridare cittadinanza ad un principio che sarebbe stato clamorosamente violato in questi ultimi anni: ovvero, la giustizia sociale. Un principio, cioè un progetto politico, che da ormai molto tempo ogni singola coalizione elettorale accusa l’altra di non prendersi sufficientemente cura della giustizia sociale e quindi, e di conseguenza, di non affrontare tutto ciò che è riconducibile alla cosiddetta “questione sociale” nel nostro paese.
Ora, tutti ormai conosciamo perfettamente come si traduce tutto ciò nelle concrete dinamiche politiche del nostro paese. E cioè, si fa l’elenco dei poveri; di chi non arriva a fine mese; si esalta la retorica e si scaricano le responsabilità sugli stipendi troppo bassi; si denunciano i mali atavici della sanità pubblica e in ultimo, ma non per ordine di importanza, si sostiene – accusandosi vicendevolmente – che l’altra coalizione non è affatto attrezzata a livello politico, culturale e programmatico per affrontare le difficoltà e le conseguenze derivanti da una irrisolta questione sociale.
Una cultura politica per affrontare la questione sociale
Al riguardo, non possiamo non dire una cosa, persino banale nella sua essenza. E cioè, la questione sociale, in qualsiasi fase politica o epoca storica, si può aggredire ad una sola condizione. Ovvero, se esiste una cultura politica in un partito o nella coalizione di riferimento che ha gli strumenti, e gli attrezzi, per sciogliere quei nodi che sono riconducibili alla questione sociale.
Perché tra ricette assistenzialiste e pauperiste come quelle populiste dei 5 Stelle e di altri partiti della sinistra estremista e ricette vagamente liberiste di alcuni settori della destra, non possiamo non ricordare che esiste una specifica cultura, e anche una classe dirigente, che hanno saputo in un passato più o meno recente affrontare e risolvere credibilmente i problemi riconducibili alla “questione sociale”. E questa cultura politica si chiama cattolicesimo sociale. E la classe dirigente di riferimento era la sinistra sociale di ispirazione cristiana. Certamente non l’unica ma indubbiamente la più autorevole e anche la più titolata ad affrontare quei temi.
Donat-Cattin e Marini, la lezione del “dato sociale”
È appena sufficiente citare due nomi, nonché due illustri leader politici e statisti, per rendersene conto: Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Due leader espressione del pensiero, della tradizione e della cultura del cattolicesimo sociale che, però, hanno saputo incidere profondamente sul terreno delle scelte politiche quando si parlava di come difendere i diritti dei lavoratori, le esigenze e le richieste dei ceti popolari, la difesa dello stato sociale, l’incremento dell’occupazione e in ultimo, ma non per ordine di importanza, la costruzione di un progetto politico che facesse del “dato sociale” il perno essenziale di una strategia politica e di governo.
Perché la vera specificità della sinistra sociale di ispirazione cristiana nella Dc prima e nei partiti che hanno visto poi il protagonismo di uomini e donne che provenivano da quella cultura politica, era proprio quella di non limitare la questione sociale alla necessità di escogitare interventi spot o di mero richiamo propagandistico ma, al contrario, di sapere inserire la dimensione sociale – appunto il “dato sociale”, come lo definiva Donat-Cattin durante la Prima Repubblica – all’interno di un progetto politico e di governo.
E questo, del resto, è l’unico modo per evitare che il tutto si riduca a mera propaganda. Come, per fare un solo esempio, continuare a blaterare sulla necessità del “salario minimo” quando tutti sanno che quello è il modo migliore per indebolire il ruolo del sindacato e ingessare lo stesso mercato del lavoro.
Recuperare la tradizione del cattolicesimo sociale
Ecco perché, e soprattutto oggi, è quantomai necessario, nonché indispensabile, recuperare la cultura, la tradizione, la storia e il pensiero del cattolicesimo sociale per poter affrontare seriamente e credibilmente la nuova ed inedita questione sociale.
Ed è, questo, anche l’unico modo per rileggere e riscoprire il magistero pubblico – politico, sociale, sindacale e di governo – di uomini come Donat-Cattin e Marini che proprio su questo versante hanno segnato una delle pagine più belle della cultura riformista e democratica del nostro paese.

