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Se l’immigrazione diventa la frontiera del voto

L’immigrazione è sempre più il fattore discriminante nelle scelte di voto. Il successo dell’AfD segnala il ritardo della politica nel governare un fenomeno irreversibile, lasciando spazio a paure, semplificazioni e slogan.

Quando la politica arriva troppo tardi

Un proverbio invita a non commettere l’errore di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, ovvero quando è ormai troppo tardi. In Sassonia, con il successo dell’AfD, i buoi sono evidentemente scappati. Bisogna tuttavia evitare che il fenomeno si estenda oltre quel perimetro regionale e assuma altrove le stesse dimensioni.

La netta vittoria dell’estrema destra nel Land tedesco ci indica con chiarezza che le istituzioni politiche europee e occidentali hanno accumulato un grande ritardo nella comprensione dei problemi crescenti dei cittadini che, in assenza di una seria azione politica, si trasformano ben

presto in vere e proprie angosce.

 

Immigrazione e sicurezza, il corto circuito

Ai primissimi posti tra gli argomenti che determinano oggi le scelte di voto c’è senza dubbio il tema dell’immigrazione: un paradosso in larga parte irrazionale con il quale – proprio perché irrazionale – è molto difficile fare i conti.

Parliamo di un argomento che viene troppo spesso e strumentalmente abbinato alla questione della sicurezza, determinando un corto circuito che sposta il consenso sempre più a destra, anche se la destra non ha idee per gestire il problema ma propone soltanto slogan sgangherati e inattuabili.

L’immigrazione diventa così un pretesto per non parlare di altri problemi, una falsa spiegazione per molte questioni che non ne sono diretta conseguenza o che, invece, traggono addirittura un vantaggio dalla presenza di persone straniere nel nostro Paese e nel nostro continente.

 

Uneconomia che ha bisogno dei lavoratori stranieri

È in questo quadro che l’irrazionalità prende il sopravvento e porta anche persone che, direttamente o indirettamente, utilizzano il lavoro e le prestazioni di cittadini stranieri a negarne l’evidente e innegabile necessità.

Ma la situazione è questa, ed è grave. È grave perché, continuando a negare la necessità di lavoratori stranieri, non si riuscirà mai ad avviare un ragionamento serio e costruttivo finalizzato alla corretta gestione dei flussi migratori. Continuando a negare questa necessità, si perpetuerà un sistema basato sull’irregolarità e sulla clandestinità; un sistema che mette in seria difficoltà tante aziende, costrette al bivio tra la chiusura e il rischio derivante dall’utilizzo di persone non in regola con il permesso di soggiorno.

È impossibile immaginare oggi un’economia con soli lavoratori italiani. È bene sapere che già da molto tempo interi settori produttivi funzionano grazie alla presenza di stranieri: è il caso dell’agricoltura, della pesca, della zootecnia, dell’industria della trasformazione alimentare, dei mercati rionali, dell’edilizia, della logistica, di tante fabbriche presenti nel Nord del Paese e dei servizi alla persona, come colf e badanti.

 

Senza immigrazione il sistema non regge

Oggi nessuna persona raziocinante può immaginare di espungere i lavoratori stranieri dall’economia nazionale ed europea, a meno che non si vogliano far precipitare il Paese e l’Europa in una recessione economica senza precedenti.

In altre parole, avremmo grandi difficoltà già a partire dal reperimento dei prodotti alimentari che consumiamo quotidianamente e i problemi ai quali andremmo incontro sarebbero ben più gravi di quelli che può creare qualunque fenomeno migratorio non adeguatamente governato.

 

Il decreto flussi e le contraddizioni del governo

L’attuale governo ha approvato un decreto flussi (DPCM del 2 ottobre 2025) per l’ingresso in Italia di 500.000 lavoratori stranieri tra il 2026 e il 2028, ma poi si mostra incapace di amministrarlo correttamente, lasciando che si continui a confondere il tema dell’immigrazione con quello della sicurezza e affidandone di fatto la gestione alle forze dell’ordine, a loro volta sempre più sguarnite e prive di risorse.

 

Governare un processo irreversibile

Ancora una volta manca il coraggio politico di dire apertamente che limmigrazione è un processo irreversibile e che è quindi necessario prevedere flussi regolamentati e ben gestiti, anche sotto il profilo dell’integrazione.

Ma il populismo imperante in questa epoca non chiede soluzioni basate sui dati e su ragionamenti razionali. Si alimenta di proclami, nega la complessità e si accontenta di promesse, soprattutto quando sono promesse irrealizzabili.