Le nomine nel Parlamento di transizione
Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha compiuto un passo che il Paese non vedeva da tempo: nominare 15 donne all’interno della quota di un terzo dei membri del Consiglio del Popolo, il Parlamento di transizione che resterà in carica due anni e mezzo, prorogabili. Con queste nomine — parte dei 70 seggi che spettano direttamente al capo dello Stato — la rappresentanza femminile complessiva sale al 21,4%.
Tra i nomi più noti spicca l’attrice Rosinah al-Ladkani, originaria di Hama e volto familiare della fiction siriana, insieme ad Aisha al-Dibs, che già guidava l’Ufficio per gli Affari della Donna nell’amministrazione post-Assad ed è stata la prima donna a ricoprire un incarico ufficiale dopo la caduta del regime. Figura anche Huda al-Atassi, ingegnere architetto impegnata sui diritti di donne e bambini, insieme a personalità della società civile come Najwa Qassas, attiva nell’empowerment economico femminile, e Asma Farhan al-Sabai, che ha alle spalle anni di detenzione insieme alla madre e oggi si dedica all’attivismo sociale. Completa la lista Dawa Abdel Hamid al-Ahdab, figlia di un religioso di Hama molto conosciuto nella comunità.
Un movimento che cresce dal basso
Ma queste nomine dall’alto raccontano solo una parte della storia. Nel Paese, lontano dai riflettori istituzionali, sta crescendo un movimento che nasce dal basso e che punta molto più in alto. Ovvero, alla costruzione di un partito politico interamente femminile, il primo nel suo genere nel mondo arabo. Non ci sono manifesti né conferenze stampa. In diverse città le donne si riuniscono in incontri informali, spesso mascherati da attività dai temi generici, mentre in realtà si sta tessendo una rete organizzata per difendere i diritti già conquistati e ottenerne di nuovi.
Nel quartiere armeno di Aleppo, città storicamente abituata al pluralismo, si ritrovano regolarmente donne musulmane e cristiane, giovani e anziane, aleppine e sfollate da altre regioni: un’immagine che riporta alla memoria l’antica vocazione multiculturale della città sulla via della Seta, oggi provata da quindici anni di guerra. Nessuna nostalgia per Assad, ma anche pochissima fiducia nella nuova leadership di al-Sharaa, ex esponente di al-Nusra: la storia recente ha insegnato alle siriane che ogni cambio al vertice si è tradotto finora in nuove restrizioni, non in nuove libertà.
La rete delle attiviste e la sfida dei diritti
Tra le voci più attive del movimento c’è Khawla Dunia, convinta che solo un fronte compatto possa evitare il rischio di un ritorno tra le mura domestiche. Per motivare le altre, richiama le regine e le imperatrici della Siria antica, epoca romana, come prova storica che le donne del Paese sanno già guidare. Con lei, anche Joumana Seif: entrambe hanno vissuto anni all’estero e sono rientrate dopo la caduta del regime, scoprendo che seguire la causa a distanza — con telefonate e messaggi — non restituiva lo stesso senso di incidere davvero. Solo l’incontro diretto sembra dare peso reale alla battaglia.
Gli incontri mescolano educazione legale e ascolto reciproco, perché le esigenze cambiano da regione a regione: e cioè, chi vive a Tartus affronta problemi diversi da chi vive ad Aleppo o a Masyaf, e la vita di campagna pone sfide lontane da quelle urbane. Tra le richieste più urgenti c’è la riforma della legge sulla cittadinanza. Oggi una madre siriana sposata con uno straniero non può trasmettere la propria nazionalità ai figli, lasciando molti bambini senza documenti riconosciuti. Per Dunia il progetto di un partito tutto al femminile non è un’utopia. Le donne già coinvolte nella rete si contano, secondo le sue stime, a migliaia. Un numero che rende l’obiettivo concretamente alla portata.
Il richiamo di Papa Leone XIV
Su questo terreno, che riguarda il ruolo delle donne nella società e nelle istituzioni, si è espresso di recente anche Papa Leone XIV incontrando la Commissione Teologica Internazionale. Il Pontefice ha indicato come la sfida per la Chiesa, e per tutti, sia trovare il modo di promuovere insieme il rispetto per i diritti di ognuno, riconoscendo che in molte culture le donne non godono ancora della stessa condizione riconosciuta altrove, e invitando tutti a farsi forza e ispirazione per le proprie nazioni, affinché riflettano sulle differenze che ancora dividono uomini e donne.
