Home GiornaleTorre Pellice, il Sinodo valdese e metodista

Torre Pellice, il Sinodo valdese e metodista

Torna la tensione essenziale della democrazia: il peso dei numeri e il rispetto del particolare. Una riflessione che conduce al dialogo ecumenico e alla «diversità riconciliata» evocata da Paolo Ricca.

Forse nessuno è riuscito a cogliere l’intima tensione della democrazia, la sua essenza tragica come l’impolitico Jacques Derrida: da un lato il calcolo della maggioranza (o della minoranza più numerosa), dall’altro il rispetto per il particolare.

Dove “il particolare”, nel ragionamento che propongo, sono le chiese metodiste e valdesi, riunite fino a mercoledì prossimo nel loro Sinodo, a Torre Pellice (Torino). Anche lì, ovviamente, vi sono sia la logica dei numeri sia l’eguale rispetto per ciascuna/o. Si tratta infatti, come è noto, di una sorta di parlamentino, con i deputati e le deputate che rappresentano quel piccolo mondo di fede, di pratiche e di cultura. E quest’anno, ad esempio, dalla nuova “Tavola” emergerà colui o colei che succederà alla diacona Alessandra Trotta come Moderatore/a.

E, per dirne un’altra, a proposito degli equilibri e delle dinamiche interne, vi sono sia i valdesi delle storiche Valli del Piemonte, sia quelli della diaspora e dell’evangelizzazione del resto d’Italia. Oltre, naturalmente, alle comunità metodiste, delle quali proprio Trotta è espressione.

Lo scambio con Paolo Ricca

Proprio con l’occasione mi sento, da persona vicina alla sensibilità protestante e valdo-metodista, di pubblicare parte di uno scambio epistolare con il compianto teologo, storico e pastore valdese Paolo Ricca.

Gli scrivevo (era il maggio 2021): «quasi casualmente mi sono trovato a leggere su internet un riferimento alla Sua proposta di un Concilio davvero ecumenico, di un Concilio di tutta la cristianità. Spero che ciò susciti e alimenti idee e discussioni.

Intanto, fra me e me, rifletto spesso su un fatto. Io stesso, che pure ho una consuetudine pluridecennale con il mondo evangelico, ho appreso dell’espressione diversità riconciliata dalla risonanza mediatica delle parole di papa Bergoglio. Però, ad esempio, nella sezione da Lei curata di Storia del cristianesimo. L’età contemporanea, a pagina 119, è scritto: “I tre accordi menzionati (Leuenberg, Meissen, Porvoo) configurano tre forme diverse di comunione ecclesiale che non si contraddicono, al contrario si completano e, insieme, compongono quella unità nella diversità (unità del corpo, diversità delle membra, secondo il paradigma biblico di 1 Cor. 12, 12-31) o diversità riconciliata, che è il modello protestante dell’unità cristiana”».

La «diversità riconciliata»

Ed egli: «La “diversità riconciliata” è la proposta luterana avanzata dall’Assemblea Mondiale della Federazione Luterana a Curitiba (se ben ricordo), in Brasile nel 1990. Non è dunque una invenzione mia né, tanto meno, del Papa, né dei vescovi cattolici del Congo ai quali il Papa l’attribuisce nella sua “Lettera Apostolica” Evangelii gaudium. Mi sembra che rispecchi perfettamente l’unità cristiana non solo prefigurata, ma concretamente vissuta e praticata dalle chiese cristiane del 1° secolo. Quindi è  una formula, diciamo così, canonica e, attualmente, mi sembra l’unica in grado di consentire, se accolta, l’attuazione del sospirato, ma difficilmente realizzabile, almeno per ora, Concilio di tutte le Chiese cristiane del mondo.

Sarebbe anche un ritorno all’unità vissuta e praticata dalla Chiesa cristiana dei primi secoli che manifestava la sua unità proprio nei concili – anche se convocati dall’imperatore.  Oggi dovrebbe essere convocato dal Consiglio Ecumenico di cui faccia parte anche la Chiesa di Roma, oppure dalle due istituzioni in base ad un accordo ad hoc. Ma, al momento attuale, sono più che altro sogni».

Non lasciarsi sopraffare dai numeri

Ecco, proviamo da subito a non farci sopraffare dalla logica dei numeri, neppure nella nostra quotidianità.