Mentana, un nuovo fustigatore
In una recente intervista Mentana ha scatenato un pandemonio. Dalle parti del campo largo, non del baseball, ha fatto un “fuori campo” che i gonzi che tifano per quel versante lo hanno inteso come un tradimento. Non lo hanno applaudito ma inveito contro. C’è chi gli dà del venduto alla Meloni e chi lo accusa di prepararsi già una rampa di lancio per un altro futuro.
È il solito fariseismo di chi tifa in quell’area politica e che non ammette critiche di sorta neanche davanti alla evidenza dei fatti. Mentana certamente in questa circostanza non ha mentito, piuttosto si è fatto mentore di un pensiero che dovrebbe riguardare tutti i Partiti di quella sponda e che ancora con grave ritardo fanno finta di niente.
Un prima, un dopo ed un tormentato durante
Il Direttore de La7 si è permesso di dire una banalità, ma denunciarla è diventata materia di scandalo. C’è un prima è un dopo in tutte le cose, una consecutio temporum che non può essere ribaltata. Chiunque decida di fare un percorso insieme ad un altro lo fa in vista di un obiettivo che nel nostro caso non può essere primariamente quello di mandare la Meloni a casa e poi si vedrà. Il traguardo vero da tagliare è un programma in cui tutti i partecipi di una cordata si riconoscono.
Sarà la definizione di punti in materia di politica estera, fiscale, di welfare, immigrazione, sanitaria etc a dire chi ci sta e chi non ci sta. Nel campo largo l’attenzione appare invece tutta spostata sul an e il quomodo delle primarie e chi debba fare il leader e chi dovrà servire da gregario.
Un programma vo cercando…
Se ben si comprende, Mentana ha spudoratamente sottolineato che non c’è ancora adesso uno straccio di intesa in comune, a Sinistra, tra quelli che ambiscono a vincere le elezioni e che il programma non è la facoltativa pochette che arricchisce il vestito ma è il vestito stesso senza il quale si è nudi. Forse reclama almeno un minimo di specchietto per le allodole in mancanza d’altro.
La maldestra calamita del populismo
In un interessante libro a titolo “Silvio ci manchi?” Patrick Fasciolo, esperto di comunicazione, ci dice un paio di cose che potrebbero servire. La legge di Barnum, spesso richiamata in commercio, è quella per cui se, affacciandosi ad una finestra, si vedono 100 persone e di queste solo meno di una decina sono intelligenti, allora si dovrà lavorare e sarà più agevole convincere solo quelli più malleabili ad essere dalla propria parte.
È a queste persone che Pd ed altri della brigata vogliono rivolgersi loro senza un minimo di impegno per sollecitarne una capacità critica e di crescita di pensiero? Voglio dunque a monte rinunciare a conquistare il consenso di un cittadino più avveduto e di maggiore qualità?
Il successo in mano ad una cabala fonetica grammaticale
Fra le tante riflessioni Fasciolo osserva poi come nel successo possa singolarmente contare anche l’ampiezza del proprio cognome per far presa sull’elettorato. Faciliterebbe, insomma, un cognome che abbia sillabe di un certo numero sufficienti ad occupare uno “spazio” nell’immaginario della società civile.
Se questo fosse, Moro e Craxi sono delle eccezioni illustri. Nella Prima Repubblica Martinazzoli e Zaccagnini sono andati forte e poi dopo Berlusconi è andato alla grande. Oggi si assegna appena la sufficienza, su un fronte, per la Meloni, Salvini e Taiani. Sul versante opposto pagano tutti dazio agli avversari politici e dovrebbero assai preoccuparsi la Schlein, Conte e Renzi mentre Fratoianni potrebbe frusciarsi di cavarsela alla grande. Mattarella non teme rivali.
Mentana ha tirato responsabilmente un sasso nello stagno in attesa che, come Venere dal mare, emerga un programma che non sia solo l’ossessione del campo largo a voler cantar vittoria, nutrendo la speranza che il patto da proporre agli italiani non prenderà, dopo un faticoso parto, troppa acqua e non verrà fuori, anche per necessità, allora tragicamente troppo striminzito.
