La civiltà dell’Amore e i rimedi all’umana debolezza
Consentitemi di contestualizzare il contributo che, come Centro Studi Tocqueville-Acton, abbiamo cercato di dare al libro che oggi presentiamo: “Corpi intermedi, società civile e mercato sociale” (il Mulino, 2026).
La contestualizzazione ha a che fare con il titolo stesso del meeting, un titolo di una bellezza folgorante: “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”. Quando il prof. Brunetta mi ha coinvolto in questo progetto editoriale, ho pensato a quale potesse essere, sotto il profilo teorico, lo specifico contributo che noi del Tocqueville-Acton avremmo potuto dare alla redazione finale del libro. Nel nostro gruppo di lavoro ci sono teorici della politica, storici del pensiero politico, giuristi ed economisti; ciascuno di noi, benché pratichi differenti discipline scientifiche e lavori su autori diversi, converge con gli altri su problemi che riguardano i processi democratici, i processi del mercato e, più in generale, la possibilità di coniugare alcuni aspetti concreti della vita civile con l’orizzonte ideale della Dottrina sociale della Chiesa.
In tal senso, sarà pure un caso, ma ragionando su cosa avremmo potuto offrire di specifico e di originale al lavoro comune al quale ci aveva invitato il presidente Brunetta, mi è tornato alla mente un saggio di tanti anni fa, scritto da uno dei miei maestri, scomparso nel 2017, il teologo e politologo statunitense Michael Novak. Si tratta di un saggio del 1995, pubblicato su “Crisis”, intitolato: “The Love that Moves the Sun”. Il saggio in questione si chiude con queste bellissime parole: “Una civiltà dell’Amore (Caritas) non si basa sul sentimentalismo, ma su pesi e contrappesi (checks and balances) e su altri rimedi all’umana debolezza. È uno dei compiti più urgenti dei nostri tempi che le persone di buona volontà continuino a esplorare i modi in cui i sistemi economici basati sul mercato possano svolgere questa funzione all’interno di democrazie efficienti”.
La libertà nasce dal limite e dalla fallibilità
In breve, siamo partiti dall’idea che la migliore organizzazione possibile, dal punto di vista politico ed economico, avente come riferimento l’esperienza cristiana, non possa non tenere conto di un dato di contingenza: la creaturalità, la finitudine, la limitatezza, la fallibilità della persona umana, dalle quali discendono l’atteggiamento antiperfettista in termini antropologici e una postura fallibilista in termini epistemologici; in altre parole, significa fare l’esperienza del nulla.
Fare l’esperienza del nulla significa abitare il limite umano, nutrirsi della nostalgia dell’incompiuto e riconoscere nella contingenza la condizione comune a tutti gli esseri umani. Siamo liberi proprio perché fallibili; ed è la nostra fallibilità, insieme alla nostra contingenza, a costituire il fondamento della libertà. Lungi dall’essere un difetto da eliminare, come leggiamo in Magnifica humanitas di Leone XIV, il limite diventa così la ragione stessa della libertà umana, in quanto rende possibile e necessaria la scelta: siamo liberi perché fallibili, come recita il titolo di un libro di un altro grande amico e maestro, scomparso di recente: Dario Antiseri.
La nostalgia dell’incompiuto e la tensione verso l’oltre
Questa libertà, che nasce dall’esperienza del nulla, è l’energia che anima la vita: la tensione verso il “già e non ancora”, la nostalgia di un compimento che non possediamo ma che continuiamo a cercare. È quell’”Amore” che, nella prospettiva della vita eterna, coincide con il Tempo finalmente compiuto; per usare appunto le parole del Sommo Poeta, “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”.
Ma è anche il nucleo più profondo della religione della libertà intesa in termini laici, crociani: una fede interamente immanente, che rinuncia alla trascendenza religiosa ma conserva la tensione verso un oltre, verso una liberazione dall’incompiutezza del tempo storico.
La felicità non può essere imposta dalla politica
Ebbene, cosa c’entra tutto questo con i corpi intermedi, con l’organizzazione della società civile e con i sistemi economici? Potrei rispondere nulla e tutto. Nulla, se partiamo dal presupposto che il soggetto e l’oggetto dell’agire civile siano un fantoccio che chiamiamo homo oeconomicus o in altro modo, comunque riducibile a una funzione risolvibile ricorrendo alla cassetta degli attrezzi fornita dalla matematica, dalla fisica, dalla chimica e data in prestito alle scienze sociali. In tal caso, il problema non è se la scienza economica e la scienza politica si prefiggano o meno l’obiettivo della felicità, poiché comunque essa diventerebbe “anagramma perfetto di facilità / barando sull’ultima lettera” – come cantava Francesco Guccini in Ballando con una sconosciuta (una canzone del 1990). Ciò che rende felice me potrebbe rendere tristi voi tutti, e viceversa; quindi eviterei di affidare ai sistemi economici e politici la ricerca della felicità, a meno che non si voglia cedere all’idea totalitaria – persino nella sua versione democratica – secondo la quale esisterebbe una sola idea di felicità – quella del capo o della maggioranza – e che spetti alla politica e all’economia la sua implementazione.
Al centro dei sistemi c’è la persona concreta
Tuttavia, alla domanda su cosa c’entri l’esperienza del nulla con i sistemi politici ed economici, potrei rispondere anche tutto, almeno nella misura in cui si parta dal presupposto che soggetto e oggetto dei sistemi politici ed economici sia la persona umana, la cui umanità si manifesta soprattutto nella sua fragilità, finitudine, ignoranza e fallibilità. In questo caso, il soggetto e l’oggetto dei processi politici ed economici è una persona concreta, una persona che lotta, soffre, spera, desidera, odia e ama, e nessuna funzione matematica potrà mai risolvere il dramma dell’umano. E allora tornano le parole con le quali ho iniziato questo mio intervento: “Una civiltà dell’Amore (Caritas) non si basa sul sentimentalismo, ma su pesi e contrappesi (checks and balances) e su altri rimedi all’umana debolezza”.
Economia sociale di mercato ed economia civile
In tal senso, l’Economia Sociale di Mercato e l’Economia Civile, pur essendo asimmetriche – la prima è un paradigma che ha conosciuto, nel bene e nel male, varie forme di implementazione ed è da lungo tempo studiato, mentre la seconda è una prospettiva teorica che, a mio avviso, può diventare un paradigma, e questo dipende soprattutto da noi che la studiamo e che cerchiamo di insegnarla ai nostri studenti –, presentano un nucleo teorico fondamentale comune: l’idea che la politica o l’economia non esauriscono l’ambito del civile.
In entrambe le scuole, che personalmente tendo a far convergere, vedendo nell’Economia Sociale di Mercato una possibile prospettiva teorica dell’Economia Civile, o quanto meno di una delle possibili economie civili, la qualità civile dei processi politici ed economici è data dal fatto che siano irriducibili all’autorità politica e che entrambe ricorrano al paradigma della sussidiarietà, in quanto soluzione esistenzialmente coerente con il primato e con la centralità della persona umana: un primato ontologico, epistemologico e morale.
Sussidiarietà e società aperta: quale ordine per la civitas
Se così stanno le cose, interrogarsi sul principio di sussidiarietà significa innanzitutto porsi il problema di quale ordine per la civitas, quali relazioni favoriscano la società aperta e quali invece potrebbero metterla in pericolo. Significa, dunque, andare al cuore delle scienze sociali, porsi la domanda delle domande: il come e il perché del darsi di un fenomeno o di un’istituzione, e interrogarsi ancora sul come e sul perché sia opportuno che una data istituzione funzioni, affinché la matrice liberale della società aperta – gli ideali di libertà, di uguaglianza e di fraternità – possa emergere in maniera spontanea e non come mera proiezione estrattiva degli interessi e degli ideali di una determinata élite momentaneamente al potere.
Su questo sfondo, come Centro Studi Tocqueville-Acton, abbiamo collocato la proposta originale di Sturzo, che concepisce il “civile” come l’insieme delle forme sociali primarie e secondarie in reciproca interazione: una realtà plurale (“plurarchica”) irriducibile a qualsiasi entità diversa dalla persona. In questa prospettiva, tanto nell’Economia Sociale di Mercato quanto nella tradizione dell’Economia Civile, Stato e mercato non si contrappongono, ma sono entrambi componenti della società civile, ordinati secondo il principio di sussidiarietà – il prof. Zamagni usa l’espressione “sussidiarietà circolare” – e fondati su ciò che potremmo chiamare “personalismo metodologico”, per cui la persona costituisce il fondamento di ogni forma sociale.
Da questa impostazione derivano tre principi che collegano il pensiero sturziano tanto all’Economia Sociale di Mercato quanto all’Economia Civile: la concezione poliarchica del bene comune, che richiede una costituzione economica orientata alla tutela della concorrenza; il principio di sussidiarietà, secondo cui l’ordine economico emerge dall’azione delle persone e delle istituzioni intermedie, intese come “enti concorrenti” – piuttosto che come cinghia di trasmissione del potere; il rifiuto della discrezionalità politica nell’organizzazione del mercato, in linea con la tradizione ordoliberale. Ne consegue una distinzione tra economia di Stato, economia privata non regolata ed economia di mercato disciplinata da regole di concorrenza, identificata con l’Economia Sociale, ossia Civile, di Mercato.
Partecipare alla vita
Concludo ricordando quanto accennato all’inizio. «Perché ogni giorno ci si piega volentieri a tirare la carretta?», si domanda il personaggio Giovanni Sermonti (alias Benedetto Croce) nel romanzo di Gennaro Manna La casa di Napoli. Perché, kierkegaardianamente, continuiamo ad andare avanti anche quando tutti gli indicatori sembrano suggerire il contrario? Perché perseveriamo quando la paura, la viltà o il risentimento ci invitano alla resa? Perché ci rifiutiamo di credere che la storia obbedisca a una necessità inesorabile o a un destino già scritto?
In queste domande si possono incontrare la religione laica della libertà e la fede cristiana, si pensi ad esempio all’impietosa analisi di Benedetto Croce ne L’Anticristo che è in noi e alla lettura che ne ha faffo Augusto Del Noce ne L’epoca della secolarizzazione. Entrambe suggeriscono che andare avanti, nonostante tutto, significhi rispondere alla chiamata di quell’”Amor che move il sole e l’altre stelle”. Significa partecipare alla vita stessa, poiché vivere, in ultima analisi, vuol dire dare la vita, partecipare alla vita, anche alla vita civile, per edificare insieme la Caritapolis possibile.
Flavio Felice, Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, Università del Molise e Presidente del Tocqueville-Acton Centro Studi e Ricerche
[Intervento tenuto al Meeting di Rimini, il 23 agosto, in occasione della presentazione del volume promosso dal CNEL e curato da Renato Brunetta: “Corpi intermedi, società civile e mercato sociale”. Tra gli altri relatori: Renato Brunetta, Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti, Enrico Giovannini, Giorgio Vittadini]
