Jūrgen Habermas, pochi mesi prima di morire, disse che altri, non lui, avrebbero visto gli sviluppi degli eventi del XXI secolo. Ecco, l’accordo ormai raggiunto tra gli Usa di Donald Trump e l’Iran teocratico e militarizzato rappresenta forse il primo atto di rilievo di quella che potremmo definire, proprio in chiave habermasiana, la costellazione post-nazionale, post-secolare e post-globale.
Per noi europei, ad esempio, Occidente e secolarizzazione restano concetti pressoché sovrapponibili. Eppure abbiamo sotto gli occhi il peso della “destra religiosa” nell’orientare le scelte della Casa Bianca, fino al limite della caricatura e oltre.
La centralità geopolitica dello stretto di Hormuz, poi, relativizza molto le “narrazioni” di un’epoca nella quale i combustibili fossili non sarebbero più decisivi.
Inoltre: il ponte naturale tra Nord-America e Vecchio continente resta il Regno Unito, a dispetto delle velleità del governo Meloni al riguardo. E ciò ripropone con forza l’istanza ineludibile di un’intesa e di una vicinanza sempre più strette tra Unione europea e Londra, fino a una rinnovata e piena integrazione.
Infine, ma non per importanza, resta aperta la questione della democrazia globale. Ormai sappiamo che non è perseguibile la via militare alla democratizzazione del mondo e che, anzi, è controproduttiva; un boomerang. Del resto, il “deficit democratico” coinvolge pesantemente la democrazia per antonomasia, quella a stelle e strisce, e il cuore stesso dell’Occidente europeo.
