Una legge buona, un compito politico aperto
La legge delega sulla non autosufficienza, voluta con tenacia da monsignor Vincenzo Paglia, ha introdotto nel linguaggio pubblico una parola nuova: domiciliarità. Il decreto attuativo del 2024 e la prestazione universale per gli ultraottantenni, partita nel 2025, sono passi concreti, ma restano una cornice: la sostanza va scritta ora, nei territori, dove un centro cattolico-democratico deve dire la sua parola, senza limitarsi a certificare un merito altrui.
No al marginalismo sulla vecchiaia
Il primo no riguarda il marginalismo applicato alla fragilità: trattare l’anziano come costo o come mercato sono due facce della stessa disumanizzazione. Le rette delle residenze, spesso insostenibili per un reddito medio, spingono le famiglie verso un’istituzionalizzazione scelta per necessità economica più che per reale bisogno di cura. Una comunità solidale non può accettare che vivere gli ultimi anni dipenda dal patrimonio di ciascuno.
Morire a casa, vivere a casa
Quanto conta continuare ad abitare i luoghi della memoria fino alla fine? Gli studi sull’invecchiamento nel proprio ambiente mostrano che la domiciliarità non è nostalgia ma benessere misurabile: riduce ricoveri impropri e solitudine. Serve un’infrastruttura leggera e diffusa: infermieri di comunità, adattamento degli alloggi, telemedicina, sostegno ai caregiver familiari, spesso donne sole di fronte a un welfare invisibile.
Il patrimonio che invecchia
Va rovesciata una narrazione: l’anziano non è un problema da gestire ma un patrimonio da trasmettere. La funzione educativa dei nonni e le competenze artigianali sono capitale sociale che nessuna prestazione monetaria sostituisce. Un centro attento alla persona dovrebbe investire qui: spazi intergenerazionali dove l’esperienza degli anziani torni risorsa pubblica.
Case che si aprono: sperimentazioni da copiare
A Deventer, in Olanda, una residenza ospita gratuitamente gli universitari in cambio di ore mensili di compagnia: un modello che ribalta l’idea di casa di riposo come luogo chiuso, utile anche nelle grandi città dove gli affitti scacciano gli studenti e la solitudine isola gli anziani. In Italia iniziative come “Prendi in casa uno studente” vanno nella stessa direzione, ma restano marginali. Si potrebbe osare di più: corsi di infermieristica e servizio sociale che riconoscano la convivenza intergenerazionale come credito formativo, alloggi pubblici per coppie anziano-studente seguite da operatori.
Un vuoto che non ha colore politico
Colpisce il silenzio di una sinistra instancabile sui diritti individuali e muta su un tema che riguarda milioni di case; e non convince una destra che scarica tutto sul mercato e sulla famiglia, come se la cura fosse un fatto privato. È lo spazio che un centro popolare e cattolico-democratico può occupare, con proposte prima che con etichette.
