«No so… no me ricordo…»
«No so… no me ricordo… iera bruti tempi.» In Istria, ottant’anni dopo, chi ancora sa qualcosa risponde così. Quella non è memoria consumata dal tempo, è paura.
Oggi, 11 settembre, sono esattamente ottant’anni da quando don Francesco Bonifacio è stato fatto sparire.
Era nato a Pirano nel 1912, secondo di sette figli. Il padre Giovanni faceva il fuochista sui vaporetti della linea Istria-Trieste e morì a quarantotto anni per la malattia ai polmoni presa sul lavoro. La madre Luigia portava l’acqua alle famiglie benestanti: riempiva la mastella alla fontana di piazza Tartini e se la caricava sulla testa. Quando sulla tavola non c’era abbastanza per tutti quei figli, mandava Francesco con il fratellino Nino dai frati francescani a chiedere quello che allora si chiamava il pane dei poveri. Povertà dignitosa, e una fede semplice tenuta in piedi da lei. Alla mamma che si preoccupava dei soldi per gli studi il figlio scriveva quasi rimproverandola: «Voi non dovete mai dubitare della Provvidenza». Le sorelle, ancora ragazzine, andarono a servizio nelle case, perché, diceva la madre, «Checco deve diventare prete».
A dodici anni entrò nel piccolo seminario di Capodistria, dove stavano insieme ragazzi italiani, croati e sloveni. Lo chiamavano «el santin», e a chiamarlo così erano perfino i professori. Da seminarista fece la professione nel Terz’Ordine francescano. Ordinato prete a San Giusto il 27 dicembre 1936, mandato a Cittanova, dove il suo confessionale cominciò a riempirsi al punto da dare fastidio, dopo due anni lo spedirono a Villa Gardossi, oggi Crassiza: due case, la chiesa, il campanile, il cimitero e una canonica senz’acqua e senza luce. Aveva ventisette anni.
Un prete in mezzo alla sua gente
Andava a piedi o in bicicletta per le borgate sparse, con qualsiasi tempo, a fare catechismo nelle frazioni lontane, a trovare i malati e le persone sole. Mise su un coro, i chierichetti, una piccola biblioteca circolante per ragazzi contadini più abituati alla zappa che ai libri. Introdusse l’adorazione quotidiana, con un quaderno in fondo alla chiesa dove ciascuno segnava il proprio turno. Quello che riceveva dalle famiglie più agiate lo passava ai più poveri, e spesso restava lui con poco da mettere in tavola. In sette anni fece di una dozzina di villaggi distanti una comunità vera. Quando lo trasferirono da Cittanova, i suoi ragazzi dissero di lui una cosa sola: «Parlava con il Vangelo nel cuore e sulle labbra».
I suoi quaderni li scriveva in italiano ma con l’alfabeto greco, perché nessuno leggesse. «Advena ego sum», sono un forestiero su questa terra. Si esaminava con domande che fanno male: ho provato dispiacere nel fare l’elemosina? Ho mangiato e bevuto fuori del bisogno? Portava il cilicio alle caviglie. Il suo confessore, il parroco di Verteneglio dal quale andava ogni settimana in bicicletta, di lui diceva: «Quello sì che è un santo».
L’11 settembre 1946
L’11 settembre 1946 si inginocchiò in chiesa davanti al Santissimo. Il suo nome è l’ultimo scritto su quel quaderno dell’adorazione. Alle quattro del pomeriggio uscì di casa, salutò due ragazze che rammendavano i paramenti con il suo «sia lodato Gesù Cristo», poi si voltò a guardarle e disse: «Voglio proprio vedere cosa mi faranno i drusi». Sapeva. Un ragazzo di sedici anni, Andreino, aveva già pedalato di notte per avvisare i preti della zona che era stata presa la decisione di toglierli di mezzo.
Andò lo stesso a Grisignana, da un confratello di dieci anni più giovane, appena arrivato, spaventato. Ci andò per consolare lui. Pregarono insieme davanti al Santissimo e volle confessarsi. Gli disse che voleva restare con la sua gente qualunque cosa gli fosse successa, perché non aveva mai fatto del male a nessuno. Prima di uscire si tolse il cilicio dalle caviglie e lo lasciò in quella stanza. Lo ritrovarono decenni dopo, alla morte di quel prete, in una busta con scritto sopra «Reliquia».
Poi il ritorno a casa, al tramonto, un quarto d’ora di sentiero. Dal cimitero di San Vito escono due uomini e lo seguono a distanza. Al bivio tra Danielisi e Radanici lo trascinano nella vigna e poi nel bosco. Una donna e la figlia sedicenne, che rientravano con gli animali dal pascolo, vengono cacciate via a male parole. Un bambino guarda dalla finestra e la madre lo strappa via perché non veda il resto.
Poco prima, mentre mangiava un boccone in una casa che credeva amica, qualcuno gli aveva detto a mezza voce, in dialetto: «Magna, magna, Checo, per l’ultima volta».
«Ecco la mia fronte»
In macchina don Francesco prega sottovoce con il breviario in mano. L’ufficiale gli ordina di piantarla con quelle scemenze e lui risponde: «Che Dio ti perdoni». Arrivano gli schiaffi, gli rinfacciano il male fatto, e chiede perdono a Dio. Quelli ridono di un perdono chiesto a un Dio che non esiste invece che a loro. Per la terza volta chiede perdono a Dio per tutti. Lo buttano giù dall’auto, in ginocchio sulla terra, e continua a pregare.
«Se non smetti di dire stupidaggini, ti do questa pietra sulla fronte.»
Don Francesco si toglie le mani dal viso: «Ecco la mia fronte».
Uno degli assassini, per tutto il resto della sua vita, non riuscì a scrollarsi di dosso quella scena: «Questo prete non ha mai smesso di essere prete sino alla morte».
La sua colpa? Radunava i ragazzi attorno alla chiesa. I bambini servivano all’altare invece di iscriversi ai pionieri, le ragazze seguivano lui e non il partito. In una riunione di partito lo decisero citando la Scrittura mentre preparavano un omicidio: percutiam pastorem, et dispergentur oves, colpisci il pastore e le pecore si disperderanno. Don Rocco, l’ultimo che lo vide vivo, se l’è chiesto per tutta la vita e la risposta gli tornava sempre uguale: un prete seguito più del capo partigiano era intollerabile.
«Rimanga a difendere le sue pecorelle»
A fine luglio era andato a Trieste dal vescovo Santin a raccontargli le minacce, le corde delle campane tagliate, gli uomini del Comitato seduti in chiesa a prendere nota delle prediche. Chiedeva che cosa doveva fare. Santin gli rispose che al suo posto sarebbe rimasto a difendere le sue pecorelle: continuasse il ministero, tenesse catechismo e riunioni in chiesa, a porte aperte, sotto gli occhi di tutti, senza lasciarsi intimidire da nessuno. Se ne andò sereno, disse, perché ora era sostenuto dall’obbedienza.
Sette anni prima, arrivando in quella canonica, sua madre si era lasciata scappare: «Ma dove ti hanno mandato?». Lui le aveva risposto che obbedire al vescovo è il primo atto di fede verso Dio.
Dieci giorni prima del bosco, domenica 1° settembre, aveva predicato per l’ultima volta. Vale la pena rileggere oggi quell’omelia: «Oggi ci siamo fabbricati un Cristianesimo come ci si fa fare un vestito, ossia su misura: e la misura sono i nostri comodi e i nostri interessi». Un battesimo, una prima comunione, un funerale: fin lì passi. Ma amare Dio sopra ogni interesse e il prossimo come te stesso, ah, quella è un’altra questione, e comincia il distinguo, fin che mi torna conto.
Quel vestito su misura ce l’hai anche tu nell’armadio. Io per primo. Lo tiriamo fuori le domeniche buone e lo rimettiamo via appena la fede ci chiede qualcosa che costa davvero.
«Di cuore perdono a tutti»
Nella stessa omelia diceva che Gesù ama persino i propri crocifissori e per loro domanda perdono al Padre. Dieci giorni dopo lo ha fatto anche lui, con la faccia rotta. Nel testamento spirituale, scritto due anni prima, aveva già messo per iscritto la stessa cosa: «Di cuore perdono a tutti». E una richiesta sola, quasi una supplica: pregate Dio che faccia sentire la sua voce a qualche ragazzo, perché venga a coprire il posto lasciato da me.
Il corpo non è mai stato ritrovato. Al vescovo che cercava notizie risposero che era meglio seppellire ogni cosa nel segreto. Si cerca ancora, tra archivi e cimiteri, e si deve cercare, perché a un martire si deve una tomba. Ma il posto lasciato da lui non è un buco nella terra istriana: è il posto della fedeltà di ogni giorno, e tocca a noi.
Beatificato a San Giusto il 4 ottobre 2008, nella stessa cattedrale dove era stato ordinato prete. Suo fratello Giovanni salì all’altare e gli parlò come si parla a uno di casa, ricordandogli il pane dei poveri che da bambini andavano a chiedere ai frati di Pirano. Accanto al suo nome si mette sempre quello di don Miroslav Bulešić, prete croato, ucciso pochi mesi dopo dalla stessa furia. Il sangue dei martiri tiene unite le Chiese che i confini avevano separato.
C’è ancora chi, in quei paesi, e non solo, dice di non ricordare. Noi ricordiamo, per continuare a vivere la memoria dell’amore e del perdono, gli unici capaci di demolire l’odio ideologico che genera mostruosità.

