La seconda presidenza Von der Leyen della Commissione UE è nata debole, senza respiro strategico e stravolgendo nei fatti molti degli impegni che aveva assunto nel quinquennio precedente, a cominciare dalla transizione energetica e dall’approccio “green” al grande tema del cambiamento climatico.
Eccessivo desiderio di protagonismo e di potere della Presidente ed eccessivo tatticismo delle forze politiche (europee a Strasburgo ma rigorosamente nazionali nei singoli paesi dell’Unione, ove peraltro esse devono prendere i voti) hanno condotto a un risultato che si è compreso fin da subito non avrebbe potuto raggiungere alcun traguardo significativo.
Ed infatti – se si eccettua il sostegno all’Ucraina, garantito finanziariamente e politicamente anche dopo il ritorno alla Casa Bianca di un antipatizzante dell’Unione e della stessa nazione aggredita dai russi come Donald Trump – il percorso della Commissione in questi quasi due anni è stato incerto, debole, incline al compromesso ribassista, insomma tutt’altro che entusiasmante e motivante un’Europa “sempre più coesa”.
L’avanzata del fronte neo-conservatore
A questa timidezza o meglio dire a questa regressione si è associato un rinnovato impulso collettivo neo-conservatore nell’intero continente che ha portato al governo o in testa ai sondaggi formazioni politiche dichiaratamente nazionaliste quando non addirittura decisamente anti-europeiste. E gli esiti positivi di alcune elezioni (in Polonia prima, in Ungheria poi) non hanno mutato il clima generale ma semplicemente ne hanno attenuato la misura, la temperatura se vogliamo dire così.
Il tema che dopo la crisi di un decennio fa era rimasto sottotraccia, ma tutt’altro che scomparso, ovvero le migrazioni, è ora prepotentemente riemerso con la vicenda di Ceuta attivando così le frange più estreme della Destra xenofoba presenti in ogni paese e spingendo per reazione difensiva le forze conservatrici moderate raccolte nel PPE (ma anche alcuni partiti socialisti) a irrigidire le proprie posizioni in argomento al fine di contrastare la concorrenza della Destra più estrema. Tutto ciò anche con il sostegno attivo degli USA trumpiani, esplicitamente favorevoli all’avvento al potere di quest’ultima nelle diverse capitali degli stati europei.
Si può proprio affermare che i tempi del merkelliano “ce la faremo” siano finiti.
Il rischio della «marea nera»
La situazione potrebbe sensibilmente peggiorare il prossimo anno. E non è facile comprendere quanta consapevolezza vi sia di questo rischio presso le forze politiche progressiste e pure presso le componenti moderate dei partiti democratico cristiani / popolari nonché presso le terze forze centriste presenti a macchia di leopardo nello scenario parlamentare continentale.
Se la consapevolezza fosse piena e acquisita molte fumisterie parolaie, molti individualismi inconcepibili in tempi tanto gravi, molti distinguo politici buoni per altre stagioni ma non per questa non sarebbero neppure stati immaginati. In favore di una sana concentrazione degli sforzi per sconfiggere la possibile marea nera che oggi i sondaggi lasciano intravedere. Una marea, è bene qui dirlo in chiaro, che travolgerebbe le stesse istituzioni comunitarie, mirando a svuotarle dall’interno. Di fatto, il piano auspicato da Trump, Vance, Musk e compagnia.
Il 2027, anno elettorale decisivo
Il prossimo anno, infatti, andranno al voto Italia, Francia, Spagna, Polonia: i paesi principali per dimensioni, popolazione, economia. E inoltre si terranno elezioni in Estonia, Grecia, Finlandia. Al momento, e con un trend costante da moti mesi in qua, la Destra radicale è favorita a Parigi, stra-favorita a Madrid (ove il Partito Popolare, di suo già più conservatore di molti fra i suoi omologhi europei rischia di dover allearsi con gli estremisti reazionari di Vox), sostanzialmente favorita a Roma (se l’opposizione, di sinistra e di centro, proseguirà con il passo attuale). Come se tutto ciò non bastasse, il prossimo mese vi saranno elezioni nei Lander orientali tedeschi ove è favorita la compagine di estrema destra Alternative fur Deutschland.
Non occorre essere politologi per comprendere che se i sondaggi dovessero confermarsi in voti reali un risultato tanto clamoroso segnerebbe l’avvio di una regressione europeista devastante cui darebbe il colpo finale un’eventuale successiva vittoria di AfD in Germania nel 2029.
Un incubo che dovrebbe indurre sinistre e centristi di vario conio a ragionare e riflettere onde adottare un piano d’azione teso a sventare la minaccia.
Non è molto, certo; ma – nella situazione data – è tutto.
