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La sentenza di Palermo non equivale a una vittoria politica del salvinismo

L’assoluzione di Matteo Salvini nel processo di primo grado è stata accolta da molti come una vittoria, ma a mio avviso si tratta di una sentenza che non è esente da considerazioni politiche più generali. L’ex ministro dell’Interno ha spesso adottato atteggiamenti che possono essere letti come una sfida verso i giudici, sostenendo posizioni che sembrano aderire all’idea che il potere esecutivo debba essere svincolato dai controlli e dai bilanciamenti propri delle istituzioni democratiche. Questo approccio, alla lunga, rappresenta una messa in discussione degli equilibri costituzionali.

Non si tratta di un atteggiamento isolato, ma di un contesto politico più ampio in cui si discute di riforme come il premierato forte, che mira a concentrare il potere decisionale in una sola figura, sotto lo slogan “Non disturbare il guidatore”. È lecito allira interrogarsi se la sentenza sia stata dettata anche da ragioni di opportunità politica: destabilizzare un partito – la Lega –  che sostiene l’attuale governo, senza tuttavia conoscere quali possano essere le alternative praticabili, avrebbe potuto generare conseguenze difficili da gestire.

È comunque importante ricordare i punti centrali delle accuse mosse a Salvini: decisioni prese unilateralmente e non in collegialità con il governo, sequestro di persone, trattamento disumano riservato a migranti già in condizioni critiche. Era ed è, a tutti gli effetti, un quadro di “allarme civile” destinato a rimanere inciso nella memoria collettiva.  Da tutto questo il salvinismo ne esce comunque indebolito perché l’ideologia di supporto, sbandierata con grande enfasi, rammenta i pericoli ad essa soggiacenti.

Anche se l’assoluzione – “perché il fatto non sussiste”- consente a Salvini di gridare vittoria, rimane cruciale la necessaria riflessione, al di là della sentenza, sull’importanza del rispetto per i più deboli. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 ci ricorda l’obbligo di agire nel rispetto della dignità e dell’uguaglianza della “famiglia umana”. Più che dividerci sul giudizio di un tribunale, avremmo necessità di attenerci alla lezione che promana dalla vicenda nel suo complesso, per riuscire a preservare non solo la fiducia nel nostro ordinamento giuridico, ma anche i valori fondamentali della nostra società.

Cleopatra/Meloni e Cesare: i dilemmi dell’impero.

Dall’aula magna della Curia Iulia giungono le urla della regina d’Egitto, che non la manda a dire. È scomposta nella voce e nei modi; l’eloquio vira decisamente verso il popolar-nazional-plebeo. I senatori storcono il naso, abituati all’oratoria di Cicerone.

Nella piccola stanza attigua si trovano Cesare e pochi senatori di lungo corso, intenti a intrattenere l’imperatore sul possibile discorso al popolo romano che la regina egiziana Cleopatra/Meloni intende pronunciare per la festa del solis invictus (Natale per i non romani).

È tradizione che chi governa l’impero, per dote propria o per incarico dell’imperatore, offra ogni anno un po’ di beneficenza al popolo e un breve discorso di auguri per un anno prospero e felice.

Quest’anno, però, i senatori presentano a Cesare una lista di ciò che il popolo non gradirebbe sentire.

Il senatore librarius, incaricato di leggere la lista, inizia.

Punto uno: Cleopatra salirà sul carro – o forse no, su una familiare da casa sua – e, bella per l’occasione, dirà che ha lavorato sodo, ha dato il sangue e versato sudore come pochi. Tuttavia, dopo due anni di navigazione, la situazione è ancora un disastro, e ha bisogno di tempo – almeno un annetto – per completare il mandato di Cesare. Chiederà una proroga… e sesterzi.

A sentire ciò, Cesare alza gli occhi al cielo, allarga le braccia ed esplode in un “Quirine!”. Poi lascia cadere rumorosamente le braccia sulle gambe e si adagia sul trono.

Il librarius continua.

Punto due: Il funzionario dell’erario si è dimesso come un novello Cincinnato, lasciando l’incarico. Bisogna trovarne un altro. “Quirine!”, esclama Cesare, ma questa volta non basta. Invoca tutto il pantheon degli dèi.

La cassa dell’impero non è colma, ma per fortuna il fondo non si vede ancora. Tuttavia, sull’erario Cleopatra cosa dirà? I romani, da sempre, pagano le tasse controvoglia, ma le pagano; e l’impero si regge anche sui loro sesterzi, non solo sui bottini di guerra.

Se il capo dell’erario se ne va senza portarsi via nemmeno un sesterzo, i romani, sospettosi per natura, mormorano che forse gli egiziani vogliono portarsi la cassa dell’impero a casa loro, in Egitto!

Cesare si incupisce, accartocciandosi nella sua toga bianca. La regina porta guai, altro che festa per il solis invictus e rinascita dell’impero.

Punto tre: L’assetto dell’impero. Cleopatra/Meloni lo vuole federato, con tante province e un capo solo. Cesare, invece, lo vuole come lo ha trovato e lasciato: una Repubblica. Di federati vede solo gli alleati.

I iudices maximi hanno detto che sentire il popolo si può fare, e forse si deve. Cesare, però, sa come andrà a finire: il popolo romano, se lo fai parlare, o ti accarezza o ti dà un ceffone. Non conosce mezze misure.

Il librarius prosegue.

Punto quattro: gli stranieri. Punto cinque: il lavoro e le pensioni. Punto sei: la salute. Punto sette: la scuola. Punto otto: i trasporti. Punto nove:

La voce del librarius si perde nella stanza. Cesare si alza al punto quattro, con la bile in circolo. Stringe la toga, esce senza un cenno o una parola.

Il librarius tace. In lontananza si sentono i passi di Cesare. Quest’anno niente discorso di festa per il solis invictus. Sarà bene chiarire con la regina Cleopatra che anche l’amore per un vecchio dux ha il suo termine.

N.B. “Quirine” è un vocativo in latino che si riferisce a Quirino, un epiteto del dio Romolo, il leggendario fondatore di Roma. Quirino è una divinità associata alla protezione della città e spesso invocata nei contesti religiosi o solenni. Nel testo, l’esclamazione “Quirine!” è usata in modo enfatico e ironico per esprimere il senso di esasperazione o invocare un aiuto divino davanti a situazioni difficili o paradossali. [Ndr]

Russia come “Terza Roma”: ambizioni imperiali tra passato e presente.

Stefano Caprio

[…] A questo proposito riflettono anche gli storici Jaroslav Šimov e Nikita Sokolov, nel programma di Radio Svoboda su “Vita e morte dei grandi imperi”, chiedendosi se l’impero russo sia definitivamente scomparso o stia piuttosto risorgendo. Si ricordano le parole del ministro per l’economia degli ultimi zar, Sergej Witte, forse il miglior amministratore che la Russia abbia mai avuto, che affermava: “Io non conosco la parola Russia, per me esiste soltanto l’Impero Russo”. Per secoli l’impero è stato il senso e la forma prevalente dell’esistenza della Russia, a cui si destinavano i sacrifici delle persone, l’intero sistema economico, il benessere dei cittadini.

L’impero russo si è disgregato almeno tre volte, nella Smuta seicentesca e più di recente con la rivoluzione del 1917 e la fine dell’Urss nel 1991, e ogni volta si è riformato sotto nuove vesti. La “sovranità” putiniana è il tentativo attuale di ripristinare la struttura e soprattutto la mentalità imperiale, come afferma anche lo storico scozzese Geoffrey Alan Hosking, uno dei patriarchi della russistica britannica, che paragona l’impero britannico all’impero russo, affermando che “da Mosca a Washington, siamo ancora in queste dimensioni”, risalendo al primo zar Ivan IV il Terribile e a Elisabetta I d’Inghilterra, la “regina vergine” alla metà del Cinquecento, fino ai giorni nostri.

Šimov ricorda peraltro la differenza tra gli imperi marittimi, come quello britannico che ha sempre avuto possedimenti lontani dalla patria, e quelli come la Russia, o anche la Cina, gli Asburgo e l’impero Ottomano, che si allargano “a morsi” sullo spazio terrestre. Questi imperi “continentali” si basano sullo stretto legame con la metropoli capitale, il nucleo da cui parte l’espansione, e a cui si riferiscono tutte le provincie; questo tipo di impero è rivolto sempre verso sé stesso, non si integra con altri popoli e altri culture, ma li sottomette e li adegua alla propria stessa identità, ed è proprio questo il senso del “sovranismo” che impone una gerarchia verticale di valori e di espressioni, altrimenti rischia di perdere sé stesso.

La culla di tutti gli imperi, la Roma antica, riassumeva entrambe le dimensioni, quella verticale e quella orizzontale, abbracciando l’intero mare Mediterraneo ed estendendosi nei diversi continenti, concedendo la cittadinanza anche a chi non aveva mai visto né la capitale, né il territorio originario dell’Italia, come accadde anche all’apostolo Paolo, fornendogli la giustificazione giuridica per evangelizzare la Roma pagana. La Russia ambisce a rinascere sempre come “Terza Roma”, russificando popoli e culture via terra e via mare, e nel mondo contemporaneo anche attraverso gli spazi virtuali dell’informazione e dell’attrazione artificiale.

Nella struttura attuale della Federazione Russa ci sono molti “relitti imperiali”, come afferma Sokolov, con incertezze nella definizione delle unità “sovranazionali” che s’intrecciano nelle oltre cento regioni russe, che si riferiscono spesso ai principi dinastici delle famiglie dei potenti, come in Siberia e in Asia centrale, o ai principi religiosi dell’Ortodossia e dell’Islam, con il retrogusto dell’ideologia sovietica “inversamente religiosa”, di cui rimangono tracce evidenti nei vertici dello Stato e nell’anima dei cittadini. In questo senso il principio imperiale è l’opposto di quello nazionale, e nella Russia di oggi questo appare evidente: Putin parla di “sovranismo” in senso imperiale, quando il “nazionalismo” si riferisce principalmente alle spinte separatiste dei popoli minori, o alla xenofobia dei movimenti russi della destra radicale.

La guerra per l’Ucraina è la guerra per l’impero, per quello che ne costituisce il “morso originario”, e Mosca non può staccare i suoi denti da Kiev, a prescindere dalle possibili trattative di pace che probabilmente cominceranno a svilupparsi nell’anno nuovo. La sovranità dell’Ucraina è la fine dell’impero russo, e l’identità ucraina sarà la vera scommessa per il futuro, non essendosi mai veramente definita nelle lotte passate tra gli imperi europei e la guerra fredda sovietica. I grandi imperi europei sono tutti scomparsi nel XX secolo, e con l’attuale svolta antiglobalista dell’America si ritira anche quello statunitense, che simbolicamente aveva messo fine alle sue pretese mondiali fin dall’abbandono dell’Afghanistan nel 2021. Rimane solo l’impero anacronistico della Russia, il sovranismo degli zombie che si aggirano per il pianeta, in cerca di qualche Paese da conquistare per poter trovare sé stessi.

 

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Il giustizialismo mediatico e politico mette a dura prova la democrazia

Autorevolezza della politica e confronto nel merito delle questioni centrali della società, dovrebbero essere considerazioni ordinarienelle modalità di ingaggio proprie di una democrazia liberale. 

Da anni però nel nostro Paese questa evidenza è purtroppo venuta meno; il contrasto politico si è sempre più spostato dai contenuti programmatici al costante ricorso alla demonizzazione dell’avversario. Un metodo dirompente e spesso prevaricante degli equilibri propri dei poteri dello Stato determinati dalla nostra Costituzione.

Il clamore mediatico sull’inchiesta giudiziaria conclusasi con il proscioglimento di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e altri loro collaboratori, è l’ultimo episodio dell’alterazione di questi equilibri. Anche le modalità utilizzate nelle determinazioni dell’inchiesta Open non possono non alimentare dubbi su un utilizzo distorto di questa come di altre inchieste giudiziarie. Troppo forte è il legame tra i tempi di alcune indagini e gli scenari politici in corso. Limitandoci alle ultime sentenze, possiamo esportare questa conclusione oltre che all’inchiesta Open anche ai casi riferiti all’ex Sen. Stefano Esposito e all’ex Sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti.

Teoremi con conseguenze dirette nella competizione politica e con strumentalizzazioni fatte proprie da diverse aree della sinistra, dal Movimento 5 Stelle e dall’attuale destra di governo, che hanno oggettivamente lucrato sulle gogne mediatiche a cui sono stati sottoposti gli accusati.

La stagione riformista aperta nel centrosinistra da Matteo Renzi, anche con alcuni limiti oggettivi, ha comunque introdotto novità significative sul piano dell’innovazione tecnologica (industria4.0), della solidarietà sociale (erogazione degli 80€, legge sul “dopo di noi”, Riforma del Terzo Settore, norme di contrasto al caporalato) e dei diritti (unioni civili); il pur discusso “jobs act”, se da una parte ha compiuto l’ultimo atto di superamento dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, nel contempo eliminava le “dimissioni in bianco”. Una serie di provvedimenti, al di là delle nostre convinzioni personali, che hanno comunque creato discontinuità con le tradizioni di potere della sinistra storica, che si è sentita depauperata di un ruolo guida della coalizione di centrosinistra, e che ha messo in difficoltà il centrodestra sul piano della visibilità e della popolarità.

La risposta a tutto ciò è stata quella di superare i contenuti del confronto su questi temi, concentrando invece sulle inchieste giudiziarie, rivelatesi poi penalmente inconsistenti, la “battaglia” politica. Un limite clamoroso per la qualità della propostaculturale e della stessa autonomia delle forze politiche, che si sono affidate a queste conclusioni.

C’è pertanto la necessità di recuperare l’autorevolezza della politica e l’equilibrio del confronto democratico per superare queste contraddizioni e queste distorsioni.

Un compito delicato che potrà e dovrà essere preso in carico da una rinnovata iniziativa del riformismo ispirato al cattolicesimo democratico. Si stanno creando le condizioni storiche per ripartire verso una formazione che valorizzi il bene comune e la politica come servizio e baricentro delle previsioni della nostra Costituzione.

Siamo pronti per questa sfida entusiasmante.

Dibattito | Ai progressisti manca un Centro liberale: parola di Bettini.

Goffredo Bettini è una personalità politica che, di norma, non dice mai cose banali o scontate. Detto con altre parole, è un vero interlocutore politico. Certo, e come ovvio, Bettini continua ad essere un perfetto distillato del comunismo nella sua versione italiana. In lui si rintracciano e si rivedono tutti i paradigmi essenziali del Pci, nessuno escluso. Perché anche se la ‘casa madre’ si è esaurita per conclamato e manifesto fallimento politico ed ideologico, è del tutto naturale che restano intatte la cultura, la prassi e la concezione politica che deriva da quei postulati. E la sua lettura della politica contemporanea conferma entrambi gli elementi: e cioè, la sua intelligenza politica da un lato e la sua fedeltà all’antico impianto comunista dall’altro. E, per fermarsi alla riflessione su come ricostruire un Centro nella coalizione di sinistra e progressista, le tesi di Bettini non solo sono interessanti ma sono anche azzeccate perché quasi oggettive. 

Per farla breve, Bettini sostiene che nella coalizione di sinistra e progressista è necessaria una presenza centrista. Ed ha perfettamente ragione. Ma non un vago ed indistinto centro cattolico e riformista. Quello già esiste ed è presente nel Pd che era, e resta, un partito di centrosinistra. Senza trattino. Perché il Pd è nato, appunto, come un partito di centrosinistra per la fattiva e costruttiva collaborazione tra gli ex comunisti e la sinistra democristiana. Con altri approcci culturali, politici, sociali e programmatici come ovvio e quasi scontato. 

Dopodiché è di tutta evidenza che il Pd di Marini, Veltroni, Rutelli e D’Alema non è più quello della Schlein. L’attuale guida politica del Pd, espressione di una sinistra radicale, massimalista e libertaria è lontana anni luce da quel partito. Ma questo è anche, e soprattutto, il frutto della evoluzione dei tempi e del cambiamento repentino delle classi dirigenti. Il dato di fondo, però, e per tornare a Bettini, è che la presenza centrista che oggi serve – ed è quantomai necessaria – alla coalizione progressista è quella di avere un polo liberale, repubblicano, liberista, libertario e modernizzante che abbia la forza d’incidere in una alleanza fortemente sbilanciata a sinistra. 

Nulla a che vedere, quindi, con un centro cattolico. Anche perché, ed è una riflessione nota anche ai sassi, il Ppi prima e poi la Margherita sono confluiti quasi per intero nel Partito democratico. Quasi 20 anni fa, tra l’altro. Ed è del tutto naturale che il Pd non imploda al suo interno per dar vita ad un altro polo centrista. Nè è prevista, almeno ad oggi, una fuga di massa dal Pd dei cattolici e dei centristi presenti in quel partito – che, tra l’altro, è anche in crescita elettorale – per approdare in un indistinto raggruppamento centrista. Per questi motivi, semplici ma chiari ed essenziali, la riflessione di Bettini coglie nel segno. Insomma, per dirla con altre parole, alla coalizione progressista serve una presenza simile a quella che nella prima repubblica ricoprivano partiti come il PLI e il PRI. Cioè partiti con una forte connotazione laicista, moderata e liberal/liberista che l’attuale Pd non riesce ad intercettare. 

Per non parlare, come ovvio e persin naturale, della sinistra fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis o dei populisti dei 5 Stelle. Questa è, oggi, la vera priorità e la vera emergenza per la coalizione che la segretaria del Pd sta lentamente e “testardamente” costruendo e consolidando in alternativa al centrodestra dove, com’è altrettanto ovvio, per quanto riguarda il Centro la situazione è molto più semplice perché esiste un solo partito centrista che è Forza Italia. Oltretutto, come ci dicono quasi tutti i sondaggisti, lo spazio elettorale del Centro non è affatto illimitato. Il 7,6% ottenuto alle elezioni del 2022 con l’ormai famoso ‘Terzo polo’ poi miseramente fallito, fu possibile perché, come ripete sempre la Ghisleri, si trattava di un Centro che si è presentato in autonomia rispetto ai due schieramenti maggioritari.

Un’eventuale alleanza, nel caso specifico con la coalizione di sinistra, avrebbe un risultato molto diverso proprio perché non si tratterebbe più di un progetto politico autonomo ma semplicemente parte di una coalizione. Comunque sia, e come sempre, la riflessione di Bettini è del tutto calzante e pertinente. E fa discutere.

L’eredità invisibile: ciò che impariamo dai nostri genitori

Ho un lontano ricordo di quando – in una pausa lavorativa (il mio ufficio era a due passi dal Duomo di Milano) – aggirandomi tra tavoli e scaffali al primo piano della libreria Rizzoli in Galleria, ebbi la fortuna di incrociare Enzo Biagi, che, a pochi metri da quella esposizione, aveva un suo ufficio (che chiamava “la bottega”). Grazie all’intercessione della sua segretaria, la signora Pierangela, riuscii a farmi ricevere e a intrattenermi con lui per una mezz’ora, conversando sui temi dei suoi articoli e dei suoi libri. Ero sorpreso io stesso dalla sua ospitalità e, “molti anni dopo” (come scriverebbe García Márquez), ricordando quel primo incontro con il famoso giornalista e intervistando poi Rita Levi Montalcini, Ettore Scola, Pupi Avati, Giulio Andreotti, Milva Biolcati, Alda Merini, il card. Carlo M. Martini, il suo “amico speciale” card. Ersilio Tonini e altri testimoni del nostro tempo, mi radicai in un convincimento che non ho più abbandonato: i veri “grandi” sono persone semplici, perché ti mettono a tuo agio e si fanno capire, fino a scambiarsi le reciproche inadeguatezze, come mi ha insegnato Pupi.

 

Durante quella piacevole conversazione, chiedendo a Biagi che cosa aveva conservato tra i suoi ricordi degli incontri con i potenti della Terra, ricevetti una risposta disarmante (che avrei letto poi, un giorno, più articolata nella prefazione del libro di Susanna Tamaro Va’ dove ti porta il cuore):
“Di tutto ciò che ho conosciuto e imparato nella mia vita, ciò che considero veramente importante sono quei tre o quattro insegnamenti ricevuti dai miei genitori”.

Tante cose sono accadute intorno a me da allora. Alcune mi hanno forgiato, altre solo illuso. Ho conosciuto molte persone e ho sempre cercato le spiegazioni della vita negli altri e nelle relazioni umane. Se uno riannoda il gomitolo della propria esistenza, ci sono impressioni, suggestioni, emozioni, insegnamenti, esperienze che restano impresse, anche se lontane e a volte casuali. Episodi che si appalesano come presenti, mettono a fuoco dettagli che fanno parte della nostra riservata intimità, perché è sempre utile rivisitare il passato.

Tutto concorre a formare convincimenti: l’esperienza è fatta di corse, di soste, di bivi di fronte ai quali si deve scegliere. Ed è proprio vero, verissimo, che, anche se fisicamente non si torna indietro, il ricordo e la memoria sono gli scrigni preziosi a cui, consapevolmente o meno, attingiamo. Sono la sedimentazione del passato che si materializza come in un flash e ci fa capire che la vita è breve e imponderabile, e che aveva ragione Biagi a ricordare gli insegnamenti appresi in famiglia come fonte di verità per la vita.

Viene da chiedersi, guardandosi attorno, come il mondo cambi in fretta, troppo velocemente, e come, in famiglia, a scuola, nella vita sociale, i sentimenti prevalenti non siano più quelle pallide rappresentazioni che riaffiorano dalla nostra infanzia e adolescenza. Quando la cronaca si supera in efferatezza e ci sorprende con fatti nuovi che occultano il bene, la solidarietà, la buona educazione ricevuta, il rispetto, vuol dire che si materializzano mutamenti oggettivi che suscitano e radicano convinzioni ed emozioni personali e soggettive che non sempre riusciamo a realizzare.

Eppure hanno ragione Andreoli, Crepet, Morelli quando, con lungimirante insistenza, ci spiegano che le emozioni e i sentimenti sono il sale della vita, l’ancora a cui ci aggrappiamo per consolidare in noi stessi la consapevolezza della nostra identità. Sono le “farfalle dell’anima”, come le chiama Giulio Maira, ricordi che si trasformano in sogni e speranze o semplicemente in nostalgie che spesso ci consolano e ci danno la forza di vivere.

È fortunato chi ha avuto un’infanzia felice: questo devono impararlo le famiglie e la scuola di oggi, per immedesimarsi nel realizzare una buona educazione, con coscienza e motivazione. Serbando gratitudine e riconoscenza per gli insegnamenti ricevuti da chi ci ha preceduti. I miei genitori sono stati certamente migliori di me, e anche io – come mi disse Biagi – sono convinto di aver appreso da loro ciò che conta davvero nella vita, quelli che un tempo venivano chiamati valori.

Ciò che oggi mi sorprende è che vengano rimossi, cancellati, messi in discussione per far posto all’effimero e al breve. La “casa” era il posto in cui ci si ritrovava, “tornando la sera delusi piano piano”, come aveva scritto Luigi Tenco nel testo della canzone Un giorno dopo l’altro. Solo molto tempo dopo ci si rende conto – assaliti dagli inganni e dalle sorprese della vita – che davvero gli insegnamenti più veri e gratuiti, affettuosi e disinteressati, erano le parole, i consigli, le raccomandazioni, i segreti, perfino i “sì” e i “no” che ascoltavamo in famiglia.

De Gasperi, la sconfitta del 1953 e il risveglio delle nuove generazioni.

Giovanni Tassani

Il risultato sfavorevole del 7 giugno è sentito come una sconfitta generazionale dai giovani Dc. Ed il clima che prevale dopo quella data approfondisce in loro l’incertezza. I partiti laici minori, da sempre oggetto delle migliori attenzioni di De Gasperi, a causa diciò più volte oggetto degli strali dossettiani, gli volgono ora le spalle. In primis Saragat, che avrebbe voluto stabilire in legge un premio di maggioranza anche più alto per contrattare poi da posizioni più forti con i socialisti nenniani una futura riunificazione. Lo spirito democratico e liberale di De Gasperi vorrà cancellare la legge maggioritaria, pur non passata per un pugno di voti, e su cui neppure chiederà una verifica. Restano gli echi delle propagande, a sinistra, a destra e tra i dissidenti di centro, circa una “legge truffa” con cui la Dc avrebbe voluto ridurre gli spazi di democrazia nel Paese: l’esatto contrario di quanto sostenuto da De Gasperi e dai gruppi giovanili del suo partito. De Gasperi non otterrà la fiducia, il 28 luglio, su un suo VIII governo, monocolore, grazie proprio all’astensione dei partiti centristi minori, suoi ex alleati. Piccioni, incaricato da Einaudi, rinuncerà per contrasti sui dicasteri con gli stessi minori. Passerà infine, quasi a fine agosto, un monocolore Pella, votato anche dai monarchici e con astensione del Msi e del Psdi. Fanfani sostituisce Scelba agli Interni, deludendo molti, anche tra quelli che avevano compreso il suo precedente ingresso all’Agricoltura, motivato come sostegno alla riforma agraria iniziata da Segni. Un quadro dunque molto diverso da quello auspicato da De Gasperi e dai gruppi giovanili.

 

Il primo sintomo di crisi tra i giovani è l’incerto procedere di “Per l’Azione”, che nel corso dell’anno si arenerà. Nonostante l’acquisizione di molti nuovi elementi nel quadro nazionale, comincerà a porsi il problema dell’inserimento nel partito adultodei cosiddetti “senatori”: l’inserimento come – davvero – “terza generazione” della Dc, che non poteva non presupporre un’integrazione positiva con la seconda generazione, ormai destinata a subentrare alla prima nella conduzione del partito e della politica italiana. Ma che non avverrà senza resistenze della seconda generazione.

Dal punto di vista culturale le acquisizioni della cultura giovanile: un’attenzione non ideologica alla storia nazionale, la curiosità sociologica per le specificità regionali e di periferia, le riflessioni sulle “strutture” politiche, economiche e giuridiche necessarie a una rivoluzione democratica, nel nuovo incerto contesto non verranno abbandonate, ma la prospettiva sarà necessariamente estesa oltre il limitato perimetro di un centro democratico che non ha dimostrato consistenza. 

Maggior attenzione verrà dedicata dalla nuova leva giovanile, ai temi che compaiono su “Lo Spettatore italiano” che dal 1951 mirava a un confronto tra eredità liberale e opposizione anche comunista e interpretava le insufficienze e le crisi del “partito cattolico”.  Lo stesso Malfatti, e Baget Bozzo, sono dapprima influenzati da quello che, con stile crociano, scrive, non firmandosi, su quella rivista, diretta da Elena Croce e Raimondo Craveri, Franco Rodano con alcuni suoi sodali restati nel Pci, ma con originalità e molta indipendenza intellettuale.

Felice Balbo ed il suo gruppo continueranno a influenzare invece, alcuni altri giovani, in primis lo stesso Baget Bozzo e Bartolo Ciccardini, ma anche di formazione Fuci, come Claudio Leonardi e Paolo Trionfi, o non Dc come Gino Giugni, con la nuova rivista “Terza generazione”, che intende riferirsi ora ad una nuova generazione italiana, oltre o accanto ai partiti, ma in un senso più ampio, quasi meta-politica e nazionale. 

Una terza esperienza, interna al partito Dc, sarà invece la fondazione articolata nel paese, ma a spinta inizialmente lombardaed emiliana, di una corrente che, staccandosi dagli adulti di Iniziativa democratica, giudicati come esperti di operazioni “di vertice”, vorrà chiamarsi “La Base”.

Tra estate e autunno 1953, dopo il colpo subito il 7 giugno, partiranno dunque nuove esperienze di giovani che conservano tutte una prossimità con l’esperienza degasperiana, che ha consentito loro un approccio alto, ispirato e in definitiva laico – nel senso di una autonomia di giudizio rispetto a Chiesa e Azione cattolica – ai problemi italiani e internazionali.

Del resto De Gasperi non appartiene al passato, è vivo e deciso a giocare un nuovo ruolo nella politica italiana: il giorno prima della fondazione a Belgirate, 28 settembre, della corrente di Base, a Roma De Gasperi è eletto segretario politico della Dc. Ottiene in CN 49 voti a favore, ma anche lo smacco di 25 schede bianche, di scontenti della sua ex maggioranza che ora gli imputanotacitamente di essersi consegnato a Iniziativa democratica.

Un De Gasperi preoccupato per il difficile cammino europeo in tema di difesa comune, e di salute indebolita, condurrà la Dc al suo V Congresso, Napoli, 26-29 giugno 1954, ove la corrente di Iniziativa democratica, con Amintore Fanfani, ormai da mesi suo leader incontrastato, e prossimo segretario politico, cambierà per molti aspetti volto e funzione alla Dc. 

De Gasperi, che aveva previsto alla ripresa di settembre incontri con i più giovani consiglieri nazionali eletti al Congresso di Napoli, muore a Sella il 19 agosto.

È già iniziata un’altra storia, ben diversa dalla precedente, anche per i giovani Dc .

 

[Si ringrazia l’autore per aver dato il consenso alla riproduzione del testo].

La Voce del Popolo | Attenersi alla sobrietà e alla misura dei padri.

L’eclissi del centro è stata un dramma per i suoi adepti e una liberazione per i suoi avversari. Sarebbe il caso dunque di rimanere per quanto possibile allineati a questo doppio registro, a seconda che si faccia il tifo per il ritorno o per la scomparsa. 

Quello che suona ingiusto, piuttosto, è quella sorta di chiacchiericcio caricaturale che accompagna puntualmente ogni dibattito su queste vicissitudini. Il centro è stata una storia, ma non una moda. Come storia conserva una sua paradossale attualità, e chiunque ne abbia fatto parte sa che alcuni di quegli argomenti e di quei costumi prima o poi ritorneranno come sempre è accaduto nelle vicissitudini del nostro paese. 

Ma appunto per questo occorre sempre mantenersi a prudente distanza dal culto dell’attualità. Che è il terreno più insidioso per quanti si sforzano di ragionare per quanto possibile sulla lunghezza d’onda della storia. Anche per questo si vorrebbe suggerire ai protagonisti futuri di questa vicenda di attenersi alla sobrietà e alla misura che è stata propria dei loro (e nostri) padri. 

Un registro che non sembra aver appassionato più di tanto gli eroi eponimi del terzo polo appena dismesso. Ma che fatica a suggestionare anche gli ipotetici successori di cui si parla in questi giorni. 

A tutti loro viene spontaneo rivolgere un augurio di buon lavoro. E insieme l’affettuoso consiglio di non farsi troppo abbagliare dalle luci della ribalta. Quelle luci che ora brillano sul capo dei protagonisti dedicati alla reciproca radicalizzazione. E che diventeranno più soffuse non appena cambierà l’ordine del giorno della nostra contesa politica.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 19 dicembre 2024.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

A destra preoccupa la formazione di una nuova Margherita

Quanto potrebbe essere decisiva la nascita di un partito capace di riconquistare lo spazio politico che fu occupato, prima della costituzione del PD, dalla Margherita, il partito guidato da Francesco Rutelli una ventina d’anni fa, lo testimonia il duro attacco mosso a Romano Prodi dalla Presidente del Consiglio nel corso del suo sguaiato comizio a chiusura della festa di Atreju.

Lo ha riconosciuto su il Giornale Augusto Minzolini, osservatore di lungo corso della politica nazionale, non certo imputabile d’essere un amico del centrosinistra. “L’obiettivo della Meloni – ha scritto – è semplice: evitare che il campo largo si doti di un’area moderata, di un centro alla destra del PD”. Prodi infatti da qualche tempo si è reso conto, e ha con onestà intellettuale cominciato a dirlo in chiaro, che il PD nella versione Schlein se da un lato ha riconquistato uno spazio elettorale a sinistra frenando l’emorragia di voti verso i 5 Stelle, dall’altro ha lasciato completamente scoperto lo spazio del centro, posta l’oggettiva emarginazione nel partito della sua componente riformista e in particolare di quella di provenienza popolare. E dunque quello spazio deve essere riempito.

La Premier è un politico a tutto tondo e ha colto subito la pericolosità dell’idea, decidendo così immediatamente di picconarla. Molto meglio per lei uno scontro diretto con Schlein impostato sull’identitarismo che un rischioso confronto con qualcuno in grado di parlare anche ad un elettorato non ideologico, non radicale, avulso dagli eccessi verbali e dalle troppo esibite manifestazioni di parte. Un elettorato che in una qualche misura (non ancora facilmente quantificabile, ma certamente non irrisoria) si è rifugiato nell’astensionismo e che in altra misura, pure essa da definire meglio ma non minuscola, sta guardando a Forza Italia e quindi a destra e non a sinistra.

Secondo il suo stile prudente e nei suoi modi felpati anche Paolo Gentiloni, in una lunga intervista concessa al direttore de il Foglio, ha proposto il tema, valutando “fondamentale” il contributo che potrebbe apportare l’area politica associabile a quell’esperienza “che per alcuni anni facemmo e che si chiamava Margherita”.

Una qualche soddisfazione per chi, come lo scrivente, ritiene ormai da tempo una necessità inderogabile la ricostruzione di un nuovo centro-sinistra dopo la vittoria del destra-centro alle politiche del 2022 e dopo il cambiamento strutturale intervenuto nel PD a partire dalle primarie del febbraio 2023. “Al centrosinistra manca il centro. Uno spazio da occupare”, scrivevo qui lo scorso giugno. Ma, al di là della soddisfazione, che a ben poco serve, la questione è reale e fa piacere che inizi ad essere considerata con attenzione.

Ma non è di facile soluzione. Occorre esserne consapevoli. Soprattutto se prima ancora di cominciare il lavoro ci si divide sui nomi, come se la disastrosa e negativa esperienza del duo Calenda-Renzi non avesse insegnato alcunché. Ho trovato da questo punto di vista, ad esempio, assai sgradevoli le affermazioni del sindaco di Milano circa la presunta scarsa popolarità di Ernesto Maria Ruffini: a fronte di un progetto politico serio e di enorme importanza, e proprio per questo di assai complicata attuazione, deve prevalere la solidarietà fra le persone che si propongono di interpretarlo. Di più: che dovrebbero costruire le condizioni per la sua realizzazione concreta sul territorio e fra la gente comune, impegnandosi dunque – piuttosto che in sterili diatribe sul possibile leader – nella definizione del progetto, delle sue derivazioni programmatiche e, soprattutto e prima di tutto, del suo perché. Un perché ambizioso nei suoi termini ideali, in quanto motivato da un impegno solidale per il bene collettivo; e pure nei suoi termini politici, in quanto determinato a divenire decisivo, con un dato quantitativo importante e non certo da “cespuglio” (altrimenti a ben poco servirebbe) per far tornare il centro-sinistra alla guida del Paese. Come lo fu con Prodi. Meloni lo ha capito bene, avendo fiuto politico. Chissà che, finalmente, lo comprendano anche quelli che dovrebbero esserne gli attori protagonisti.

Da Atreju al Parlamento: nervosismo e alterigia della Premier.

L’appuntamento di Atreju poteva anche essere un’occasione di incontro e di dibattito politico, se solo qualcuno avesse avvisato l’on. Meloni che da oltre due anni non è più all’opposizione. Ma evidentemente, presi da altri problemi, gli organizzatori hanno dimenticato di avvisarla. Peccato, perché le scene di isterismo allequali abbiamo assistito sono state davvero squallide; uno spettacolo messo in scena per giustificare le sue piroette politiche evitando accuratamente di parlare delle questioni che stanno mettendo in difficoltà tanti cittadini ed il sistema produttivo italiano.

Da due anni la produzione industriale è in continua diminuzione e diversi gruppi industriali stanno scappando dall’Italia a causa del progressivo deterioramento delle condizioni economiche e di mercato del nostro Paese.

Bisogna aver chiaro che se oggi l’Italia non è ancora ufficialmente in recessione con un PIL che si mantiene di poco sopra lo zero (tra lo 0,4 e lo 0,5) è solo grazie al trascinamento degli investimenti generati dal fondo Next Generation UE (PNRR) messo in campo dall’Unione Europea all’indomani della pandemia; grazie quindi a quel fondo di sostegno contro il quale – irresponsabilmente – votarono gli esponenti di Fratelli d’Italia nel Parlamento europeo.Senza gli investimenti generati dal PNRR oggi il nostro PIL sarebbe sicuramente inferiore allo zero, con un numero preceduto dal segno negativo.

Ma quel fondo non è eterno, deve comunque essere utilizzato in modo efficiente e soprattutto non può risolvere tutti i problemi che derivano da scelte sbagliate di politica economica e industriale.

La Legge di bilancio che sta per essere varata dal governo è un palese atto di iniquità sociale e politica, soprattutto perché viene calata nella cornice di un paese che si sta di fatto avviando verso una fase di recessione economica dagli esiti imprevedibili.Bisogna svegliare “Giorgia” dal sogno nel quale vede un’Italia senza problemi. Qualcuno gli dovrebbe spiegare che se governi è assolutamente inutile (oltre che di pessimo gusto e di scarsaeducazione) attaccare e urlare contro avversari politici, giornalisti e uomini di cultura; perché se le cose vanno male l’onore e l’onere di intervenire è in capo a chi governa. Gettare continuamente del fumo negli occhi degli italiani non è un modo per rispettarne la loro intelligenza. Ma di fronte ai fallimenti dell’azione di governo (pasticcio dell’Albania con sperpero di risorse pubbliche, assenza di politiche culturali, aumento della povertà, perdita di potere d’acquisto, tagli alla sanità pubblica, aumento degli stipendi ai ministri camuffato da rimborsi-spese) la Presidente del Consiglio sceglie la strada dell’arroganza e delle manganellate virtuali (almeno speriamo!) e con gli occhi fuori dalle orbite accusa di isterismo persone miti e riflessive come Romano Prodi e Mario Monti (colpevoli per aver osato criticarla), che a tutto lasciano pensare fuorché ad isterismi. La situazione del Paese sta diventando sempre più critica e il crescente nervosismo della Meloni segnala il fatto che questa condizione sia ormai abbastanza chiara anche a lei stessa.

Lavoro: 890 vite spezzate nel 2024, un’emergenza che grida giustizia.

In tema di sicurezza non va trascurato quanto essa sia importante – oltre che nella vita sociale in generale – anche sui posti di lavoro: è un aspetto del più ampio contenitore della sicurezza individuale e collettiva, come principio di civiltà giuridica per il quale esistono previsioni normative di tutela ma del quale ci si ricorda in occasione di fatti di cronaca purtroppo ricorrenti e in crescita. Nei primi dieci mesi del 2024 sono stati ben 890 i morti sul lavoro, 22 persone in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con un aumento del 2,5 %.

La recentissima tragedia di Calenzano e altri episodi successivi a questa rilevazione dell’INAIL ci mettono di fronte ad una evidenza che non è più possibile ignorare: è lo stesso Presidente della Repubblica a ricordarlo con autorevolezza e intensità, usando toni che richiamano una sorta di piaga sociale a cui occorre porre rimedio.

Il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell‘articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” definisce e regolamenta in Italia tutta la normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Questo decreto è comunemente conosciuto come Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro” e – oltre a statuire una regolamentazione nazionale in materia – recepisce altresì le direttive della Comunità Europea. Il testo normativo, in particolare, prevede un modello partecipativo della valutazione dei rischi finalizzato a programmare la prevenzione contro gli infortuni e altri danni alla salute del lavoratore. Successivamente il decreto è stato oggetto di integrazioni e modifiche legislative: a questo testo si fa costante riferimento perché contiene la disciplina vigente in materia di salute e sicurezza, da intendersi come quell’insieme di interventi che devono essere adottati per tutelare l’incolumità e la salute dei lavoratori durante lo svolgimento della loro attività. Il decreto legislativo n. 81 del 2008 si rivolge ad imprese, enti e pubbliche amministrazioni. Il suo campo di applicazione investe tutti quei settori –  pubblici o privati, non esiste differenza – in cui sono impiegati lavoratori dipendenti e subordinati.

Si può dire – sulla base dei dati statistici – che ogni giorno si verificano incidenti gravi o mortali: questi fatti accadono in tutto il mondo nonostante le previsioni normative di tutela generalmente estese ma sono tuttavia decisamente rilevanti e frequenti in Italia, vuoi per circostanze dovute a disattenzione o incuria, negligenza o mancata attuazione di misure preventive, raramente anche per fatalità: è significativo però che le Procure aprano ogni volta un fascicolo per accertare eventuali responsabilità dolose o colpose. 

Non esiste luogo di lavoro che sia immune da questa amara constatazione anche se vi sono contesti a più alto tasso di sovraesposizione al rischio: in genere si riferiscono ad attività manuali o all’uso di macchinari o alla manipolazione di prodotti di potenziale tossicità: leggendo i dati pubblicati sul portale dell’INAIL risulta che il settore più colpito sia quello delle costruzioni (141 vittime nel periodo di rilevazione) seguito dall’industria manifatturiera con 122 morti e i trasporti e la logistica con 103 decessi. Inoltre per 216 degli 890 lavoratori morti da inizio anno non è reso noto il settore in cui operavano mentre la fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 51 ed i 60 anni (sono 294 le persone di questo target sociale morte sul lavoro da gennaio a ottobre 2024), in genere si tratta dunque di soggetti alla soglia della pensione. Va inoltre evidenziato come buona parte di queste vittime sia riconducibile al lavoro nero come pure a cittadini extracomunitari non regolarizzati o sottopagati: la natura ‘occultata’ di questa tipologia di lavoratori non consente stime accertabili.

Emblematico il caso di quel bracciante di origini indiane operante in un’azienda agricola della provincia di Latina che era stato abbandonato morente davanti a casa nel giugno u.s. e il cui braccio amputato era stato messo in una cassetta di verdure: una vicenda che aveva scosso e commosso l’opinione pubblica.

Ma anche il dato delle denunce di infortuni nel periodo considerato dall’INAIL è rilevante: se ne sono contate 491.439 (+0,4% rispetto allo stesso periodo del 2023), con un aumento degli incidenti in itinere, nel tragitto casa- posto di lavoro (da 196 a 233). Quanto alle patologie professionali rilevate il loro numero è considerevole, pari a 73.922 con un aumento del 22,3% rispetto all’anno precedente.

Viviamo in un’epoca in cui si fa largo uso di dati e statistiche, anche per accertare le condizioni esistenziali ricorrenti, siano esse riferite a situazioni di marginalità, povertà, deprivazione di tutele sanitarie, sulle quali si elaborano rapporti ed indagini sociali: quanto rilevato dall’INAIL ha una sua specificità sulla base delle evidenze accertate, basti riflettere sull’incipit Costituzionale per cui la Repubblica italiana è fondata sul lavoro.

Esso dovrebbe essere un motivo di realizzazione personale concorrendo al perseguimento di un bene collettivo, inoltre – sul piano generazionale e sociale – un’occasione di riscatto, il volano della crescita economica del Paese, l’ascensore che permette di elevare le condizioni di vita. Molto spesso si rivela purtroppo una trappola micidiale: uno esce al mattino di casa per recarsi al lavoro senza più farvi ritorno, lasciando nel dolore famiglia e affetti. E’ una spirale perversa e atroce che occorrerebbe spezzare perché la tutela del lavoro come fondamento dell’interesse individuale e sociale è un principio giuridico di civiltà a cui non si può derogare.

Pagellone di fine anno: i voti ai protagonisti del 2024 in Europa.

Ursula 10

Ha demandato a Draghi, Letta e Niinistö la stesura di tre pilastri programmatici su competitività, mercato unico e difesa. Entrata Papessa nel conclave di luglio ne è uscita straconfermata, grazie al successo elettorale dei Popolari. Ha ampliato la maggioranza politica che la sostiene in Parlamento: ora va da Fratelli d’Italia ai Verdi. Come questa maggioranza lavorerà nei prossimi anni è tutto da dimostrare, ma serviva vincere. Ha piazzato tedeschi di sua fiducia in ruoli chiave nei Gabinetti dei commissari strategici. Insomma, dopo aver toccato il punto più critico prima sui vaccini poi quando schierò, dopo il 7 ottobre, l’Ue a fianco di Israele, senza sentire i Governi nazionali, ha ribaltato le aspettative di chi la vedeva ai giardinetti magari immaginando una soluzione alla Draghi. Concreta.

Rutte 9

Vox clamantis in deserto. Da quando si è insediato al vertice della Nato, non ha fatto passare un giorno senza fare appelli per un più forte sostegno all’Ucraina. Biden sta inviando agli ucraini tante più armi e munizioni possibili, ma, a poche settimane dall’insediamento di Trump, l’Europa deve fare la propria parte, specie dopo che Trump ha confermato il No all’ingresso di Kyiv nella Nato. Non più tardi di ieri sera, Rutte ha promosso presso la sua residenza a Bruxelles un incontro ristretto con Zelensky e vari leader europei. Ma Macron non ci sarà, saltando anche il Consiglio, per andare a Mayotte, l’arcipelago in Oceano Indiano devastato da un ciclone. Anche il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dato forfait. In ballo, non ci sono solo i 6,6 miliardi del Fondo europeo di pace bloccati da Orban (l’unanimità…) ma soprattutto le prospettive per il futuro. Rutte (ex frugale) è stato chiaro: è tempo di finanziare una vera difesa europea, allargando i cordoni della borsa. Essenziale.

Metsola e Tusk 8

Lei, a 46 anni, è la presidente del Parlamento europeo più giovane della storia -e terza donna- riconfermata a luglio, era l’unica casella certa nel risiko delle nomine. Il secondo, più esperto, 67 anni, guida il Paese che più di ogni altro ha una chiara bussola geopolitica per i prossimi anni. La prima ha davanti a sé grandi prospettive: circola l’ipotesi di una candidatura a Presidente del PPE in primavera. Da lì potrebbe poi candidarsi alla guida della Commissione, o decidere di tornare come premier a Malta. Il secondo ha la presidenza di turno dell’Unione mentre la nuova legislatura inizia a carburare. Lei di un piccolo Paese del Sud, lui leader dell’Europa centrorientale. Credibili e stimati, sono la vecchia e nuova generazione dei Popolari alla guida dell’Europa. Vincenti.

 

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Mattarella come garante attivo della Costituzione

Nel suo discorso rivolto alle alte cariche dello Stato, il Presidente Sergio Mattarella ha lanciato un messaggio chiaro e inequivocabile, sintetizzando ciò che per lui rappresenta non solo un auspicio, ma una necessità: “Armonia e massima convergenza!” Questa esortazione non è casuale, ma nasce dall’analisi di una realtà politica in cui l’armonia appare sempre più compromessa. Le tensioni tra maggioranza e opposizione, infatti, si manifestano con un’evidenza crescente, non soltanto per l’esasperata contrapposizione dialettica, ma anche per l’indirizzo di alcune riforme promosse dall’attuale governo.

Un esempio emblematico è rappresentato dalla riforma del premierato, definita dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni “la madre di tutte le riforme”. Si tratta di un progetto che mira a concentrare il potere decisionale nelle mani di una sola persona, senza adeguati contrappesi istituzionali, sollevando così legittime preoccupazioni sulla tenuta del sistema democratico delineato dalla nostra Costituzione.

Questa tensione non si limita al confronto tra schieramenti politici, ma investe anche la figura della stessa Meloni, che sembra divisa tra il ruolo di partito, dove rivendica ed esercita un’indiscussa leadership derivante dal successo elettorale, e quello di capo di governo, che cerca di accreditare come figura istituzionale rispettabile tanto in Italia quanto in Europa. Tuttavia, questa doppia veste non è priva di contraddizioni. Basti osservare che all’interno del suo partito, la spinta a realizzare un radicale spoil system sembra premiare più la fedeltà personale che il merito, in netto contrasto con i principi fondanti della nostra Carta costituzionale.

Mattarella, consapevole di queste dinamiche, ha assunto un ruolo attivo e determinato per riaffermare il valore della Costituzione come “casa comune” di tutti i cittadini. Non si tratta di un Presidente della Repubblica “super partes” in senso puramente formale, né di una figura pilatesca limitata alla moral suasion. Al contrario, Mattarella ha dimostrato di voler mettere in campo tutti i poteri a sua disposizione per garantire il rispetto della Carta costituzionale, dal rinvio motivato delle leggi alle Camere fino al ricorso alla Corte Costituzionale.

L’invito del Presidente alla “massima convergenza” non implica un’utopica omologazione tra maggioranza e opposizione, ma piuttosto la necessità di un dialogo costruttivo su temi fondamentali, come la salvaguardia dei principi costituzionali. Solo attraverso un impegno condiviso sarà possibile superare le attuali disarmonie e preservare l’equilibrio democratico del nostro sistema istituzionale.

In un momento storico in cui il rischio di derive autoritarie non può essere sottovalutato, il ruolo di Mattarella emerge con forza come quello di un garante autorevole, capace di ridisegnare il significato stesso della Presidenza della Repubblica: non più un osservatore distante, ma un custode vigile e attivo della democrazia italiana.

Veneto 2025: costruire l’alternativa oltre il modello Zaia.

Nel 2025 si dovrebbe votare per il rinnovo della Regione in Veneto. Si dovrebbe, perché scartata l’idea di rendere possibile un quarto mandato a Zaia si parla comunque di una proroga per consentirgli di inaugurare le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Così è il senso delle istituzioni.

Diventa il Veneto una Regione contendibile per l’opposizione? Certo i litigi per la successione sono molto accesi nella destra. Tanto per una rinfrescata sul quadro politico possiamo ricordare che nel 2020 Zaia fu eletto con il 76,8%, la sua lista prese il 44,6, la Lega si fermò al 16,9% e Fratelli d’Italia il 9,5%. Tuttavia alle ultime europee i rapporti di forza si sono rivoluzionati: Fratelli d’Italia al 37,6%, Lega al 13,1, Forza Italia all’8,2. Si comprende la discussione per la successione.

Può approfittarne il campo largo o come si chiamerà lo schieramento progressista? Si parte da un dato molto debole, il candidato alla presidenza Arturo Lorenzoni prese nel 2020 solo il 15,7%; però era un candidato improvvisato, scelto qualche settimana prima del voto, nell’illusione che un civico potesse allargare il consenso.

Questa volta occorre dire che il campo progressista si sta muovendo per tempo, cercando di costruire una piattaforma programmatica ed un processo che porti alla scelta del candidato in tempo utile per consentirgli di condurre una vigorosa campagna elettorale. Il segretario del Pd Andrea Martella è uomo di esperienza e capacità.

Si tratta tuttavia di una scalata (siamo in terra dolomitica) assai impegnativa. Prima della politica c’è una debolezza che riguarda il radicamento sociale e questo è un fattore che non si improvvisa. Pur tenendo conto della crisi generale della rappresentanza che riguarda non solo i partiti, ma anche il mondo dell’associazionismo economico e sociale resta il fatto che il radicamento sociale è molto debole: le associazioni produttive guardano comunque a destra, non è che siano contro il Pd e alleati, li considerano sostanzialmente ininfluenti se non inutili. Per il sindacato ci si limita ad un rapporto con la Cgil come ai tempi del fu Pci, mentre superficiale è il rapporto con la Cisl, che pure nel Veneto ha una fortissima capacità rappresentativa. Il mondo del terzo settore per sensibilità è certamente vicino al centrosinistra, e tuttavia dipende molto dalle scelte della Regione per i finanziamenti ed è naturale che si siano consolidati rapporti di reciproca vicinanza. Il mondo cattolico appare molto silente e del resto alcune posizioni del Pd nazionale in materia di diritti civili hanno alienato la simpatia di parroci e laici fin qui vicini al mondo progressista: non che contestino il senso di alcune battaglie, accusano il Pd di un eccesso ideologico e di essere molto distratto su altri diritti sociali.

Queste sono le difficoltà e tuttavia in regime di elettorato mobile le battaglie politiche vanno fatte fino in fondo, con argomenti convincenti però, con credibilità dei candidati che ad esempio al momento delle elezioni comunali hanno consentito la vittoria di candidati sindaci progressisti pur in un contesto elettorale ostile.

C’è un elemento su cui lavorare: il motore economico del Veneto sta rallentando in modo sensibile. I fattori sono naturalmente molteplici e per una regione fortemente esportatrice conta il quadro internazionale. Il problema è che si allarga la forbice con l’Emilia Romagna, che ha costruito un sistema territoriale più efficiente, alleanze più forti con il mondo dell’impresa e del lavoro, strumenti innovativi per il sostegno dell’economia. I più sensibili interlocutori ne sono coscienti, e questa è la sostanziale debolezza della lunga stagione di Zaia: grande comunicatore, ma realizzatore più che modesto dal punto di vista della creazione di un sistema territoriale competitivo per i tempi nuovi. 

L’alternativa deve lavorare su questo, sulla presentazione convincente di un possibile modello per il nuovo Veneto. Naturalmente richiede studio, arruolamento di intelligenze, e soprattutto la capacità di andare oltre i più facili luoghi comuni. Perché il comunismo è stato sconfitto dalla storia ma il luogocomunismo è sempre vivo e lotta insieme a noi… Ma sui luoghi comuni la destra è molto più attrezzata o comunque usa luoghi comuni con un maggior appeal per l’elettorato veneto…

Dibattito | Il ritorno al proporzionale per un centro nuovo nella politica italiana.

È lapalissiano constatare che, permanendo l’attuale legge elettorale del Rosatellum, il bipolarismo imperfetto continuerà a imperversare, rendendo assai ardua la possibilità di costruire il nuovo centro della politica italiana. Un progetto che per potersi realizzare necessiterebbe, alla luce della migliore storia della Repubblica, il ritorno alla legge proporzionale; quella voluta dai padri costituenti nel loro disegno ordinato di Repubblica parlamentare.

Ecco perché, se si intende perseguire il progetto di un nuovo centro della politica italiana, ampio e plurale, espressione della confluenza delle culture democratiche, popolari, liberali e riformiste, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto dalla sinistra, ancora all’affannosa ricerca della propria identità, il primo impegno dovrebbe essere quello di battersi per il ritorno della legge elettorale proporzionale.

È ciò che da tempo si propone di fare il movimento Iniziativa Popolare, sostenendo il progetto di legge del comitato referendario per la rappresentanza, che mira alla raccolta di 50.000 firme online, necessarie per la presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare.

Falliti i tentativi al centro del duo Renzi-Calenda, per l’inconciliabilità personale prima ancora che politica tra i “due galletti del pollaio” – con Calenda vittima della sua idiosincrasia democristiana da “azionista de noantri” – qualcosa si sta muovendo nel mondo cattolico. Dopo Trieste, il movimento degli amministratori cattolici sta dando segnali positivi di impegno, anche con il sostegno di alcune importanti personalità del mondo ecclesiale.

Sul piano politico emergono due significative esperienze: quella degli amici che intendono costruire attorno a un nuovo federatore il progetto di ricomposizione, indicando per tale ruolo Ernesto Maria Ruffini, e quella di coloro che hanno attivato una sorta di patto federativo con Forza Italia, con l’obiettivo di concorrere alla costruzione della sezione italiana del Partito Popolare Europeo, seguendo la migliore tradizione democratico-cristiana.

Credo si debba prestare attenzione a tutto ciò che si sta muovendo, anche se, come scrivo da tempo, sarebbe meglio favorire un processo che, partendo dal basso aiutasse a ricomporre vari soggetti – partiti, associazioni, movimenti, gruppi e persone – interessati a rivitalizzare il centro, ovvero un’area culturale, sociale e politica di ispirazione democratica, liberale e cristiano-sociale. 

Un ottimo terreno di verifica saranno le prossime elezioni comunali, provinciali e regionali dove poter sperimentare questo processo di aggregazione. Si potrebbe così non solo consentire l’elezione di candidati nei consigli comunali, provinciali e regionali, ma anche avviare una selezione democratica di una nuova classe dirigente.

Bene, dunque, che a livello romano qualcosa si muova, ma resta essenziale che il progetto venisse favorito dalla base, nei diversi territori locali, sedi naturali dell’impegno sociale e politico dei cattolici.

Reti, forum e partecipazione: una risposta culturale alla crisi democratica.

Gli incontri ripetuti sul “Dopo Trieste” ci sono, ma per ora non rappresentano un segnale concreto e solido. Questi appuntamenti sono ancora frammentati, liquidi, dispersi. Servono a decentrare le idee a livello locale e a creare reti, ma è importante ricordare che anche le reti hanno bisogno di emergere periodicamente e di un punto di confluenza nazionale.

Questo attivismo è però una chiara avvisaglia di qualcosa che, pur nei suoi inizi, sta manifestando una voglia di risveglio. L’obiettivo è valorizzare e promuovere un patrimonio di valori utili all’intera società. L’augurio è quello di mantenere il più possibile i piedi per terra ed essere “concreti”, soprattutto nelle analisi della società in cui viviamo, non di quella che pensiamo o desideriamo, come ammoniva don Luigi Sturzo.

Un fatto è certo: tutto ciò che si è ereditato dall’impegno sociale e politico dei cristiani, tutto quanto proviene dal cattolicesimo politico e, soprattutto, da quello cattolico-democratico, fondato sui valori della Costituzione e sull’Insegnamento Sociale della Chiesa, oggi è avvolto da un inspiegabile silenzio.

Se questo è lo scenario, Trieste è stata la prima tappa di un risveglio che non deve essere abbandonato. È quindi incoraggiante che, in molte città italiane, studiosi, associazioni, gruppi, movimenti, fondazioni e persino parroci stiano promuovendo incontri di approfondimento. Anche Roma si è mossa: giorni fa, alla Lumsa, si è svolto un primo appuntamento sul “Dopo Trieste”, promosso da Lucio D’Ubaldo e Giuseppe Fioroni. Il titolo dell’incontro mi è parso straordinariamente realistico e provocatorio: “Dopo Trieste. In cammino per andare dove”. Ecco, per andare dove? Aggiungo un punto interrogativo, che sottintende una ricerca prepolitica e formativa sulle grandi novità del terzo millennio.

Un secondo incontro si è svolto all’Istituto Sturzo, che ha ripreso i temi di Trieste: “Chiesa e democrazia a ottant’anni dal radiomessaggio di Pio XII per il Natale 1944”. Alcuni giorni fa, a Milano, padre Giuseppe Riggio, direttore di Aggiornamenti Sociali, ha organizzato un terzo convegno con la rete degli amministratori locali del “Dopo Trieste”. A metà febbraio, sempre a Milano, questi amministratori, già connessi tra loro, si riuniranno per un primo incontro nazionale coordinato, che suggerisce un metodo efficace di sintesi per tutti gli incontri sparsi. Molti altri appuntamenti si sono già svolti e molti sono in programma.

Alla Lumsa, la scena è stata occupata da Ernesto Maria Ruffini, un manager di spessore, dimissionario dall’Agenzia delle Entrate per incomprensibili e ingiustificabili accuse da parte della destra al governo, individuato da molti come un possibile federatore di un neo-ulivismo. Era presente anche padre Valerio Occhetta, da sempre interessato all’impegno politico dei cristiani, mentre l’incontro è stato introdotto dal professor Francesco Bonini, direttore della Lumsa.

Va ricordato che, a Trieste, si è volutamente dichiarato che non si doveva parlare di un nuovo partito politico cattolic – di centro, sinistra o destra – anche se queste categorie storiche, ormai superate, sono in via di ridefinizione. Lo stesso è avvenuto alla Lumsa.

Dunque, niente partito politico. Tanto a Trieste quanto a Roma, è stato messo a fuoco il tema fondamentalmente culturale, prepolitico e prepartitico della “partecipazione”, parente stretta della ricerca del bene comune. Un tema che si collega all’urgenza di trovare gli strumenti più adatti per promuoverla, in un momento segnato da una disaffezione al voto senza precedenti. Si tratta di fare rete, certo, ma anche di avviare un Forum nazionale annuale che faccia sintesi di tutte queste esperienze, partendo dalla dimensione civica e comunitaria locale—da non dimenticare mai—fino a quella europea, per la quale rimane ancora aperta la proposta del cardinale Zuppi su una nuova Camaldoli.

Concludo.

  • Un “prepolitico” di incontri formativi ancora sparsi, che diffonde conoscenze e promuove ricerche, in attesa di un incontro annuale riassuntivo sulla direzione di marcia comune.
  • Un “prepolitico” fatto di analisi e approfondimenti culturali, convegni e dibattiti locali, incontri e scambi di idee, giornali online.
  • Un “prepolitico” indispensabile alla nostra classe politica attuale, soprattutto considerando lo spessore culturale ed etico necessario, la carenza di competenze e la totale assenza di esperienze amministrative locali. Competenze e conoscenze che non sarebbero secondarie per combattere l’assenteismo e contrastare quella che definisco una “emidemocrazia” del 50%, sotto i nostri occhi.

Un “prepolitico”, insomma, che formi e prepari prima di far accomodare in Parlamento. Un tema, quello della partecipazione e della democrazia partecipata, che non è affatto concluso. Anzi, provoco: deve ancora iniziare. Lo dimostrano i terremoti che scuotono i vecchi equilibri geopolitici internazionali e le tragedie delle guerre in corso.

Una storia che riparte, segnata dalle trasformazioni radicali imposte da un capitalismo finanziario ristretto, orientato ad affossare libertà e uguaglianza nelle democrazie e a promuovere disuguaglianze. Una questione che dovrebbe riguardare tutti i partiti italiani, non solo un ipotetico nuovo partito di centro cattolico, soprattutto alla luce delle rivoluzioni epocali già in corso: quella climatica, quella del futuro del lavoro in mano all’IA, e quella – tragica – dei 200 milioni di poveri subsahariani pronti a migrare.

Dibattito | Che fare per unire le forze cattoliche e liberali?

Si torna a parlare nuovamente di centro. Continua il dibattito su come dare una rappresentanza ai milioni di elettori che si riconoscono nelle idee cattoliche e/o liberaldemocratiche e che non condividono le proposte dell’attuale maggioranza di governo. 

Parto proprio da questo punto, spesso si definisce Forza Italia come l’unico partito centrista esistente. Credo che sia un errore, sia perché, seppur con piccole percentuali, esistono altri partiti che rappresentano questa galassia, sia perché non tutti gli elettori centristi appoggiano le proposte di questo governo come, per esempio, l’autonomia differenziata e il premierato.

Occorre dunque costruire un ambiente adatto ad accogliere questi numerosi elettori. A giudicare dalle recenti interviste, sembra che ci vogliano provare il direttore dell’Agenzie delle Entrate uscente, Ernesto Maria Ruffini, e il sindaco di Milano, Beppe Sala. Ben venga l’impegno di tutti, a maggior ragione se si sta parlando di personalità che hanno già dimostrato le competenze per guidare attività legate alla cosa pubblica. 

Il sindaco di Milano Beppe Sala, in una recente intervista a Repubblica ha chiarito che nella sua mente il centro sinistra non dovrebbe elemosinare all’infinito l’alleanza con i 5 Stelle e dovrebbe aprirsi alle forze liberaldemocratiche. Queste ultime inoltre dovrebbero abbandonare logiche da partiti personali e costruire una forza plurale come era la DC.

Sono sicuramente tutti spunti di riflessione condivisibili, tuttavia mi ha colpito un fatto. Il sindaco Sala parla sempre di forze liberaldemocratiche, come se al centro non ci fossero anche gli elettori cattolico riformisti? A loro non si vuole parlare? Perché?

L’avvocato Ernesto Ruffini, invece, seppure senza alcuna discesa in campo, vorrebbe parlare a questo tipo di elettorato. Lo ha fatto sottolineando l’importanza del bene comune per un politico. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate ha anche sottolineato, giustamente, l’importanza della lotta all’evasione fiscale e i risultati sin qui raggiunti. 

Tuttavia, sarebbe interessante sentire da lui se pensa di spendere i soldi ottenuti dalla lotta all’evasione fiscale per abbassare le tasse sui ceti che le hanno sempre pagate: pensionati e dipendenti. Un messaggio di questo tipo rafforzerebbe la sua immagine di possibile federatore di centristi, non solo tra gli elettori cattolici ma anche tra quelli liberali.

Per ora sembra che i due si siano divisi equamente i campi, Sala parla ai liberali, Ruffini ai cattolici. Facendo così però si rischia di disperdere le energie in due filoni, rischiando poi, come è avvenuto nelle recenti elezioni regionali in Umbria e Emilia, di portare la coalizione di centro sinistra alla vittoria, senza però eleggere un rappresentante né tra i centristi più laici, né tra quelli cattolici.

Una scelta del genere non sarebbe poi molto diversa dallo scenario attuale, dove abbiamo due partiti intorno al 3%, Azione e Italia viva, che preferiscono fare delle piccole e misere battaglie uno contro l’altro e non ne vogliono sapere di riunire le forze e lottare insieme per le giuste battaglie.

Al contrario, sarebbe opportuno che Sala, Ruffini, Renzi, Calenda e chiunque altro voglia, si confrontassero in primarie aperte a tutti gli elettori che si riconoscono in un centro di cattolici, repubblicani, socialdemocratici e liberali. Un primo passo per riunire insieme la diaspora del centrismo che nel lontano dopo guerra ricostruì l’Italia e per evitare di divenire un piccolo cespuglio di una nuova quercia.

Dibattito | Le leadership nascono sempre dal basso, mai dalla sola cooptazione.

In una recente intervista Luigi Zanda ha fatto una riflessione di una straordinaria banalità che, purtroppo o per fortuna, è apparsa quasi rivoluzionaria. Cosa ha detto Zanda di così tanto travolgente? Semplicemente che la leadership in politica nasce dal basso. Pur senza aggiungere che la medesima leadership è doppiamente credibile se viene anche democraticamente legittimata dal basso.

Ora, si tratta di un tema che molti partiti e leader, o presunti tali, evidenziano e sottolineano con forza ma che poi viene puntualmente e quasi scientificamente archiviato e non praticato. A vantaggio, come ovvio e persin scontato, di altri criteri e disvalori. Dalla fedeltà al capo di turno al sistematico ricorso alla cooptazione dall’alto. Questa prassi è coincisa con la scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e collegiali da un lato e con l’irruzione dei cosiddetti partiti personali o cartelli elettorali dall’altro. Anche se si tratta di un vizio, o di una scorciatoia, presenti nella stessa prima repubblica, seppur in minor misura. 

Certo, quella era una stagione dove la classe dirigente veniva selezionata con criteri autenticamente democratici e popolari. Cioè attraverso il voto e, soprattutto, con la scelta da parte dei vari leader che avveniva quasi sempre con il riconoscimento del merito, della capacità o del talento di chi veniva individuato come potenziale e futura classe dirigente. Qualunque fosse il livello istituzionale o impegno diretto nel partito. Ma anche in quella stagione, dove prevaleva la politica e con la politica anche e soprattutto gli strumenti democratici come i partiti, non mancavano certamente le eccezioni.

Eccezioni che hanno poi trovato una puntuale e quasi scientifica conferma nella cosiddetta seconda repubblica, causa sistemi elettorali sempre più centralistici e sempre meno disponibili a delegare al cittadino/elettore la scelta dei propri rappresentanti.

Ma, al di là dei sistemi elettorali, è indubbio che anche il dibattito che caratterizza l’attuale fase politica italiana non è affatto esente da questa concreta degenerazione. Perchè non soltanto vengono creati leader dal nulla e solo e soltanto attraverso le benedizioni dall’alto. Ma, ancora di più, vengono addirittura pensati e pianificati partiti dall’alto attraverso metodi e pratiche che confliggono radicalmente con le procedure che caratterizzano una sana e robusta democrazia. E cioè, partiti che rispondono a progetti politici definiti che affondano le loro radici nella società perché, appunto, espressione di pezzi di società e classi dirigenti, di conseguenza, che si affermano in virtù della loro autorevolezza, del loro prestigio e del loro carisma. 

Ebbene, sono molto lontani i tempi in cui Carlo Donat-Cattin diceva, in un Consiglio Nazionale della Dc negli anni ‘80, che “in politica il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Dopodiché, però, non lamentiamoci se ci troviamo di fronte a partiti che nascono e muoiono nell’arco di pochissimi anni e a classi dirigenti, o presunte tali, che hanno picchi di popolarità improvvisi destinati poi ad eclissarsi altrettanto rapidamente. E, purtroppo, spiace constatare che anche nella cosiddetta area cattolica italiana, seppur molto variegata e frastagliata, queste derive e queste degenerazioni hanno attecchito in modo alquanto veloce e rapido.

Parastoo Ahmadi e il suo canto libero

Le notizie di guerra in Palestina e della caduta di Assad in Siria devono aver suscitato invidia ai padroni dell’Iran che non disdegnano invece di stare loro in prima pagina. Sono i dispensatori di comandamenti che impongono ferma disciplina e così hanno pensato bene di arrestare la cantante Parastoo Ahmadi. 

La ragazza è decisamente una temeraria. Non è andata per strada a urlare parole di libertà insieme ad altri oppositori del regime, non è stata protagonista di schiamazzi o di resistenze ai guardiani della rivoluzione. 

Su un palco, senza pubblico, il vuoto a riempire la scena, insieme a musicisti di sesso maschile, ha dato una vita ad una performance, lei vestita di nero con braccia, spalle e volto scoperto. 

Le braccia, così proposte, possono muoversi a capriccio ovunque mirino, difficile imbrigliarle. Le spalle sono segno di bellezza e di forza. Richiamano curiosamente, quanto a radice etimologica, ad una spatola che può mischiare gli elementi e creare disordine e confusione nell’ordine costituito, che teme forse anche l’agire improvviso di una spada.

Il volto in piena evidenza fa volteggiare nei controllori del sistema il sospetto che tiri aria spavalda di contestazione e sovversione. 

Qualcosa di inaudito per i pasdaran che vigilano sul rispetto delle regole che impongono il velo ed altre restrizioni alle donne di quel paese.

Parastoo nel look, nel carattere e nei tratti ha forti similitudini con Silvia Perez Cruz, la singer spagnola che si presenta spesso con un abito che concede spazio ad accenni di scollature ed a spicchi di spalle e porta similmente capelli lunghi e mossi ad ornarle. 

Insieme, le due artiste hanno nel timbro della voce il carattere pieno della loro cultura e della loro terra, un reclamo permanente di libertà per la Cruz di origine catalana e per Parastoo a cui è tutto concesso dentro a precetti che nulla ammettono.

Strano nome quello della cantante persiana. Significa “rondine” ed il fatto porta evidente inquietudine nelle autorità costituite. 

Rondine fa rima con disordine e questo non è ammissibile. La rondine richiama il respiro della primavera, una parola ed una stagione pericolosa che odora di rivoluzione, di cambiamenti e di aria nuova. 

Che sia maschio o femmina, la rondine porta sempre lo stesso nome e questa promiscuità genera inaccettabili apprensioni, che mettono in allarme il potere in allerta permanente per possibili sommosse del popolo. 

La rondine è poi un animale migratorio, abituato a muoversi negli spazi come suggerisce la natura e non comprende ostacoli e confini che possano frapporvisi. Segue una sua rotta di salvezza, che prescinde da trattative con chi volesse arginarla. 

Infine la rondine ha una coda con due punte, una sorta di lingua biforcuta che, alla sola vista, allarma non poco gli uomini del potere al governo di quel paese.

Cantare può anche richiamare un grido, un lamento, un pericoloso accenno di protesta che deve essere immediatamente arginato. Le note devo stare tutte nel pentagramma del regime e non sono ammesse improvvisazioni fuori dai canoni stabiliti. 

A Parastoo metteranno il suo canto in un cantuccio, in un angolo dove sarà impossibile propagarsi l’eco delle sue ugole. Portata in carcere, con maniere spicce la faranno cantare perché ammetta i suoi propositi di insurrezione. 

Possibile che la torturino per farla sgolare nel ribrezzo che avvertirà e farle passare la voglia di melodie e quant’altro ancora. Le sarà tolto, il suo vestito nero da esibizione che non consente di scrutarne le vere intenzioni. Sarà messa a nudo e la sua voce per gli aguzzini non avrà più segreti.

CI sono note che nessuno può intercettare e rondini che scappano comunque dalle maglie dei loro predatori. C’è un conto alla rovescia che inizia per tutti, la primavera prima o poi verrà. 

Parastoo par che significhi anche angelo. Uno spirito celeste aleggia anche dalle parti dell’Iran e prima o poi lascerà il suo segno d’amore. Al mondo non ci sono creature più libere che gli uccelli e, tra questi, la grazia è delle rondini.

L’allarme di Romano Prodi ed Elena Bonetti: l’Italia perde pezzi.

La fragilità della maggioranza sulla politica economica e finanziaria emerge con chiarezza da due voci critiche, che pur partendo da prospettive diverse, dipingono un quadro di incertezza e inefficacia: da un lato, Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, dall’altro Elena Bonetti, vicepresidente di Azione e capogruppo in commissione Bilancio alla Camera. Entrambi mettono in luce limiti strutturali e gestionali che compromettono la capacità del governo di affrontare le sfide economiche del Paese.

Prodi, intervenendo alla trasmissione “La Torre di Babele” su La7, descrive un esecutivo che “galleggia ma non naviga”, prigioniero di compromessi interni che ne impediscono l’azione risolutiva. “Il governo è tenuto insieme dall’autorità del presidente del Consiglio, ma la soluzione dei problemi è impossibile”, sottolinea l’ex premier, che richiama l’attenzione su una questione di fondo: “La caduta del sistema industriale”. Da 21 mesi, infatti, la produzione industriale italiana è in calo, un fenomeno che Prodi definisce “strutturale, non congiunturale”, e che richiederebbe interventi profondi sulla politica industriale e sulle riforme del sistema produttivo. Tuttavia, il dibattito interno alla maggioranza sembra più focalizzato su conflitti di corto respiro che non sulle strategie necessarie a invertire questa rotta.

Dall’altro lato, Bonetti denuncia una gestione caotica della legge di bilancio, sintomo di una mancanza di visione complessiva. Intervenendo a SkyTg24 Economia, la deputata mette in evidenza come la manovra presentata dal governo fosse carente di misure essenziali per rilanciare la produttività e gli investimenti industriali. “Noi lo avevamo detto fin da subito”, afferma Bonetti, portando ad esempio l’Ires premiale, inserita solo in un secondo momento grazie a un emendamento di Azione. Ma le criticità non si fermano qui: la deputata segnala tagli significativi al fondo automotive e alle politiche industriali, evidenziando una strategia che non sembra in grado di rispondere alle esigenze del sistema produttivo italiano.

Le parole di Prodi e Bonetti convergono, dunque, nel descrivere un governo incapace di fornire risposte concrete ai problemi strutturali del Paese. Se per l’ex premier la radice della fragilità risiede nelle divisioni interne e nella mancanza di visione strategica, Bonetti denuncia un approccio disorganizzato e privo di coraggio riformista. In entrambi i casi, l’economia italiana appare bloccata tra inerzia politica e assenza di investimenti mirati, lasciando intravedere una navigazione incerta verso il futuro.

Ruffini e dintorni: riflessioni disorganiche sui cattolici in politica

Diciamoci la verità: lo schema che ha accompagnato la “discesa” in campo (o la “salita” a seconda della prospettiva) del civil servant Ernesto Maria Ruffini risponde, come sappiamo, a dinamiche consuete e ormai consolidate.

Anzitutto, un profilo nobile: il padre, Attilio Ruffini,partigiano cattolico, più volte Ministro in dicasteri strategici (Esteri, Difesa, Marina mercantile, Trasporti) deputato Dc (dal 1963 al 1987) e – a sua volta – nipote del cardinale Ernesto Ruffini. Un background familiare serio e di prim’ordine.

Il desiderio dell’impegno civico: prospettiva non pienamente attuabile ricoprendo un incarico pubblico, per di più in un esecutivo nel quale la riflessione “orizzontale” (come direbbe De Rita) sembra nonappartenere al programma di Governo.

A domanda precisa il diretto interessato ha risposto di non voler “scendere in campo”, ma le modalità con cui ha comunicato il suo addio da direttore dell’Agenzia delle Entrate (e le parole con cui lo ha motivato) trasudano di passione politica. 

Se dunque non ci sono prove di un’entrata imminente nell’agone politico – in qualità di “federatore” di una parte non trascurabile del mondo cattolico – tuttavia abbondano gli indizi. Anzitutto, le interviste (piene di senso ma ancora prive della coda pregiata del consenso) che da giorni si susseguivano su questa eventualità, tanto da avviare un dibattito sulla figura più adatta a riempire il vuoto politico, additato da molti analisti come il vero tallone d’Achille di un’opposizione incapace di costruire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza. Poi l’endorsement preventivo di alcuni “padri nobili” del mondo cattolico (da Romano Prodi a Bruno Tabacci) ma soprattutto le dichiarazioni – non proprio amichevoli – da parte di chi cerca da tempo di presidiare il Centro, o vorrebbe provare a farlo.

Il diretto interessato ha rilasciato una lunga intervista al “Corriere della Sera”, a metà tra la rivendicazione del lavoro svolto e il cahier de doleance. “E stata fatta – ha spiegato Ruffini – una descrizione caricaturale del ruolo di direttore dell’Agenzia delle Entrate, come se combattere l’evasione fiscale fosse una scelta di parte o addirittura qualcosa di cui vergognarsi”. E sul possibile impegno pubblico ha chiarito: “Scendo, ma non in campo. Scendo e basta. Rimango con le mie idee e i miei ideali e difendo il diritto e la libertà di parlare di bene comune e senso civico. Per me oltre che un diritto è un dovere di tutti”. 

Si può dire, a questo punto, che sull’autostrada del Centro vi sia un ingorgo politico, con una pletora di automobilisti in coda al casello elettorale. Pletora che comprende, oltre al citato Ruffini (e ai leader del cosiddetto “Terzo Polo”), anche il sindaco di Milano, Beppe Sala e l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli. 

In attesa di futuri sviluppi, ci auguriamo che il nuovo anno possa portare consiglio all’ultimo arrivato. Per la serie: più convegni, meno interviste. Ricerca del dialogo con tutte le forze politiche (a cominciare dal Pd). I complimenti e gli elogi di questi ultimi giorni – invero esagerati – vorrebbero spianargli la strada ma rischiano seriamente di produrre l’effetto contrario.

Sulla scia di Trieste: riformismo cattolico e speranze per l’Italia.

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Il recente seminario sul “dopo Trieste”, nel quale si è cominciato a dare un seguito agli spunti di riflessione intorno al tema, oggi, più che mai avvertito, di un fattivo impegno dei Cristiani, in politica, ha scatenato tutta una miriade di reazioni e commenti di diverso segno.

Fino agli attacchi diretti ad uno dei relatori del Seminario, Ernesto Maria Ruffini, dimessosi da direttore dell’Agenzia delle Entrate, per “incompatibilità” con la sequela di affermazioni, che si sono succedute, in questi due anni: dal pizzo di stato, a proposito della tassazione su autonomi e professionisti, ad altre espressioni da parte di esponenti di questa maggioranza, inammissibili in un paese civile e democratico.

C’era di certo da aspettarselo che il fronte dei detrattori sarebbe ricorso agli argomenti più felini per attaccare quello che comincia a sembrare un credibile processo di aggregazione dell’area cattolica e riformista nel tentativo di cominciare a dare al paese una prospettiva di speranza e di promozione politica nell’ottica di un diverso e proficuo rapporto tra Stato e cittadini.

In quel seminario non sono mai stati marginali termini come, libertà, uguaglianza, solidarietà, bene comune, Costituzione. Già don Luigi Sturzo nel 1919 faceva di queste categorie il nucleo fondante di uno Stato al servizio dei suoi cittadini ed attento al benessere di ciascuna persona. Ma c’era già il cono d’ombra di un fascismo alle porte.

Chiusa la parentesi del ventennio con tutto lo strascico devastante e brutale di una guerra, divenuta poi, in ampie parti del nostro territorio, fratricida, quei valori e quei principi furono la linfa vitale della nostra Carta costituzionale.

Oggi però non basta più limitarsi ad elencare queste categorie concettuali, per rendere chiaro un messaggio alle tante coscienze di questo paese che, disgustati da questo sistema politico, si tengono alla larga dalle urne.

Sa va bene esigere che un tale nuovo progetto politico si fondi su valori chiari: il rispetto della persona, la responsabilità individuale, la solidarietà sociale, nonché una visione del futuro che punti soprattutto al bene comune, si rischia però di non cogliere il segno, se non si cominci, anche attraverso una sorta di immedesimazione, ad entrare nella realtà concreta del cittadino.

Non può infatti ignorarsi quanto sia oggi sempre più difficile cogliere le differenze di un linguaggio e di una propaganda politica fondata su valori e categorie identitarie, spesso ambivalenti, non facilmente comprensibili nella concreta accezione e soprattutto nella pregnanze delle concrete sfumature che assumono nella prassi politica.

Intanto questi concetti non sono, da ora, la bussola di nuove forze: già i cosiddetti “centristi” che gravitano nello schieramento della maggioranza, ne fanno naturale riferimento nei loro manifesti politici.

Ma c’è di più. Non mancano infatti abili sconfinamenti da parte delle forze populiste che manipolano e si intestano artificiose difese d’ufficio sostenendo di perseguire meglio questi valori nell’interesse del “popolo”.

Ora pensiamo ad un cittadino medio, frastornato da una realtà socio economica e alle prese, magari, con una diffusa precarizzazione del lavoro, e sempre più sospinto da una demagogia populista, che con le ciniche politiche migratorie e sovraniste, ha messo l’uno contro l’altro, così da diffidare di tutto ciò che sta attorno a lui.

Davvero riteniamo che egli, nei meandri di un lessico dove tutti ci mettono le mani, possa facilmente cogliere i tratti di una politica che può per lui rappresentare una credibile svolta rispetto al proprio progetto di vita e al futuro della propria famiglia e, se guarda con una certa dose di lungimiranza, del proprio paese 

È talmente sotto gli occhi di tutti che non mi pare sia necessario ricorrere a tanti argomenti per rimarcare quanto oggi sia fortemente indebolito il senso civico e soprattutto il sentimento di partecipazione.

Di certo una qualche ragione non è difficile scorgerla nella ripulsa verso una classe politica che ha agito in questi trent’anni per espropriare la sovranità dalle mani di un elettorato ridotto a ratificare, se va a votare, scelte già fatte anticipatamente dai capi partito o, quando c’è all’interno un qualche clima più democratico, dalle segreterie dei partiti.

Forse, non sarebbe ultroneo cominciare ad entrare nei dettagli di un diverso rapporto Stato-Società, conforme a Costituzione, con politiche che valorizzano nel modo migliore possibile le diverse articolazioni tra Stato e Istituzioni locali, nel segno di una più armoniosa e bilanciata applicazione del principio di sussidiarietà, in un quadro di cooperazione solidale e di coesione istituzionale, capaci di assicurare un diverso ruolo dell’Italia e un futuro di benessere per ciascuna persona.

Il problema è che ci vuole la volontà per fare questo: ovviamente alludo alle diverse articolazioni cattoliche e a tutte quelle forze riformiste che perseguono lo stesso obiettivo. Ci sarà?

Redditi insufficienti e welfare fai-da-te: un quadro di fragilità.

“La congiuntura economica è favorevole, ma questo non sembra più sufficiente per garantire il benessere di tutti”. È la sintesi, dati alla mano, di Marco Marcatili, direttore sviluppo di Nomisma e responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari, che si aggiorna con le nuove rilevazioni 2024. Malgrado qualche contenuta oscillazione al rialzo, l’inflazione sembra essersi assestata al di sotto del 2%. Al contempo, l’occupazione, compresa quella femminile, è cresciuta fino ad attestarsi al 62,5%, ampliando la platea di lavoratrici e lavoratori stabili e contribuendo a ridurre quella dei disoccupati. Eppure, ben oltre la metà delle famiglie italiane (59%) considera inadeguato il proprio reddito di fronte alle necessità primarie della vita. Ad un 15% di famiglie che giudicano il proprio reddito insufficiente, si somma un ampio 44% di famiglie che valuta le proprie entrate appena sufficienti per arrivare a fine mese. Tra queste, a denunciare la sproporzione tra redditi e costo della vita è il 62%, a cui si aggiungono le famiglie (1 su 5) che accusano spese per la casa particolarmente elevate. Nel complesso, tale quota copre oltre l’80% delle famiglie in difficoltà (percentuale in crescita di 3 punti rispetto alla scorsa rilevazione). Mentre diminuiscono dal 10 all’8% le famiglie che denunciano difficoltà lavorative come elemento determinante della condizione di insufficienza del reddito. 

“Abbiamo recuperato 10 punti percentuali rispetto al momento delpicco dell’inflazione, a cavallo tra 2022 e 2023, quando oltre due famiglie su tre (69%) ritenevano il proprio reddito inadeguato. Ancora oggi però ad apparire decisamente squilibrato è il rapporto tra costo della vita e redditi da lavoro. L’Italia paga il blocco pluridecennale della produttività e la mancata crescita delle retribuzioni. Tra 2013 e 2023 le retribuzioni lorde sono cresciute la metà (16%) rispetto alla media europea (30,8%) e il potere d’acquisto risulta addirittura calato (-4,5%) con la recente ondata inflattiva. Il rinnovo dei contratti collettivi e gli adeguamenti Ipca non colmano se non parzialmente la misura di quanto perso in termini di potere d’acquisto con l’inflazione, nel quale si è verificata una vera e propria erosione dei risparmi, a danno di molte famiglie. L’aumento del ricorso alla cassa integrazione(+23% nei primi nove mesi 2024) sulla carta lascia invariata l’occupazione, ma incide negativamente sui redditi e sulle aspettative verso il futuro” spiega Marcatili. Non a caso, malgrado gli indicatori positivi del mercato del lavoro, ben il 42% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi (nettamente peggiorata per l’11%), mentre solo l’8% ritiene sia migliorata.

La perdita di potere d’acquisto sta determinando rinunce rilevanti da parte delle famiglie: l’85% ha tagliato le spese per il tempo libero, il 72% ha ridotto i consumi culturali, il 67% le attività sportive e ben una famiglia su due ha dovuto ridurre le spese sanitarie, il 28% ha tagliato sulle spese per l’istruzione e una famiglia su 10 dichiara che non potrebbe far fronte economicamente alla nascita di un figlio e una famiglia su 6 non riuscirebbe ad affrontare la perdita di autonomia di un proprio componente, tanto che il 60% degli intervistati ritiene che alla base del calo nelle nascite ci siano questioni di natura economica.“Quanto emerge, dimostra come non siano solo i consumi considerati voluttuari a venire tagliati, quando si arriva a comprimere le spese per la propria salute o per l’istruzione dei figli, quando la sostenibilità finanziaria della quotidiana è così fragile che verrebbe compromessa da una nascita risulta evidente la situazione di vulnerabilità, denunciata soprattutto da alcune categorie familiari” sottolinea Marcatili. Particolarmente rappresentate per le rinunce più gravose risultano infatti le cosiddette famiglie sandwich, strette tra la cura dei figli piccoli e dei genitori anziani. Ben il 70% delle famiglie che tagliano sulle spese sanitarie sono famiglie sandwich, seguite poi, con ampie sovrapposizioni, dai genitori soli con figli (60%) e dalle famiglie meridionali (60%), ad indicare ambiti sociali caratterizzati daelevata fragilità. Le prospettive non migliorano guardando ai prossimi 12 mesi, se poco più di 1 famiglia su 10 confida in un miglioramento della propria situazione economica, una 1 famiglia su 3 teme invece un deterioramento rispetto alle condizioni attuali.

In un Paese in cui per ragioni demografiche l’indice di dipendenza strutturale cresce di anno in anno, il 22% delle famiglie hanno responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti (il 6% ha anziani non autosufficienti nel nucleo familiare) e oltre il 15% assolve direttamente a tali compiti. “La questione è sistemica, perché i bisogni delle famiglie, tradizionalmente legati al welfare pubblico, non trovano risposta adeguata se non dentro la famiglia stessa. Assistiamo ad un welfare sempre più fai da te” chiarisce Marcatili. Il 58% dichiara di trovare il principale supporto nella rete familiare, mentre solo la metà (29%) dichiara di ricevere supporto dai servizi sociali pubblici messi a disposizione dal territorio. “A stupire è il ruolo margine delle imprese: complessivamente solo il 12% dichiara di trovare un supportosostanziale in azienda. È riconosciuto dalla stessa quota di intervistati il ruolo dalla Caritas, che da sola fornisce lo stesso supporto dell’intero mondo dell’impresa. Il che mette in discussione la capacità dei piani di welfare aziendale di rispondere davvero ai bisogni emergenti e spiega la carenza di attrattività e di affezione al lavoro. Quanto a categorie specifiche, le famiglie numerose dichiarano particolari difficoltà di conciliazione vita-lavoro. Si riscontra invece una maggiore capacità di supporto da parte delle banche (26%)”. Si evidenzia poi una questione relativa alle nuove solitudini: “le tipologie di nuclei familiari più esposti a debolezza e bisogni sono quelli composti da una sola persona. In ogni fascia di età, riscontriamo l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole. I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale e vulnerabili quando non possono ricorrere alla protezione della rete familiare(oltre il 31% degli intervistati non riuscirebbe a sopportare l’impatto economico della perdita del lavoro di un componente della propria famiglia, contro una media del 14%). Gli adulti soli(45-69 anni) hanno meno supporto familiare, aumentano i casi di vissuti difficoltosi (divorzi, separazioni) che spesso si traducono in forme di fragilità, anche economica (quasi doppia la quota di adulti soli che percepiscono come insufficiente il proprio reddito rispetto alla media). Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente (la quota di chi dichiara insufficiente il proprio reddito è inferiore del 50% alla media), ma pesa l’esposizione al cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare (66%). In particolare, soffrono i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati” sottolinea Marcatili. In un quadro complessivo di aumento del disagio psicologico giovanile, la quota di genitori soli con figli che manifestano forme di disagio si attesta al 19%, contro una media del 7%, ad indicare una condizione particolare di fragilità. “Occorre poi guardare con attenzione – continua – anche alla condizione di difficoltà percepita dalle famiglie sottoposta alla somma tra compiti di cura degli anziani e dei minori e all’aumento, registrato nell’ultimo anno, delle famiglie che assistono persone disabili. Situazioni ad altissimo impatto sulla vita familiare”. 

Il venir meno del Reddito di Cittadinanza, sostituito dall’Assegno di inclusione e dalle politiche attive previste con il Supporto formazione-lavoro incontra lo scetticismo della maggioranza (solo il 28% del campione esprime fiducia in tali misure). Basso il consenso (14%) espresso verso la Direttiva Case Green, ad oggi circa la metà delle famiglie dovrebbe effettuare interventi di efficientamento energetico, ma ben due terzi di esse dichiarano di non disporre delle risorse economiche necessarie.

Un nuovo progetto politico per salvare la democrazia

La democrazia italiana attraversa una fase di pericolosa fragilità. Indicatori chiari, come la disaffezione al voto (astensionismo, schede bianche e nulle) testimoniano un progressivo distacco dei cittadini. Sono segnali che non possono essere sottovalutati, pena l’assuefazione collettiva all’impoverimento della politica.

In questo contesto, il fiume carsico dell’azione civica fatica a trovare uno sbocco soddisfacente. La democrazia rappresentativa sembra vivere una contraddizione profonda: da un lato, chiede ai cittadini di essere protagonisti; dall’altro, non offre loro strumenti adeguati per indirizzare e controllare le decisioni.

Grave è l’involuzione dei partiti, sempre più organizzati intorno a un leader solitario. È una logica che non prevede la trasformazione delle regole del gioco, bensì lo sfruttamento di ciò che queste regole producono, senza preoccuparsi del degrado. Non importa, allora, se avanza una sorta di “inverno democratico”, l’interesse è tutto concentrato sulla capacità di guadagnare consenso all’interno del sistema, con buona pace per l’allarme a riguardo della crescente defezione degli elettori. 

Questa dinamica ha portato molti a ritenere insostenibile qualsiasi progetto di ricomposizione dell’area cattolico democratica. Si è diffusa l’idea che non abbia spazio, data la sua vocazione alla ricerca dell’equilibrio necessario a favorire lo sviluppo. Non lo ha in un panorama dominato da un bipolarismo sempre più radicalizzato, in cui le scelte si riducono a una forzata alternativa tra destra e sinistra. Tuttavia, questa lettura è miope e non tiene conto di una realtà più complessa.

Molti cittadini avvertono un senso di estraneità tanto nei confronti della destra, spesso percepita come troppo aggressiva e radicale, quanto della sinistra, ritenuta incapace di proporre soluzioni concrete ai problemi della vita. Ed ecco che il vuoto genera disillusione e con essa, appunto, astensionismo.

Non è quindi né infecondo né sbagliato immaginare un progetto politico che si fondi su valori chiari: il rispetto della persona, la responsabilità individuale, la solidarietà sociale, nonché una visione del futuro che punti soprattutto al bene comune, oltre le formule cristallizzate degli schieramenti. Oltre, cioè, il tifo delle curve. Un progetto che muova dal “centro” della società e spinga, nell’orizzonte del bene comune, verso una coerente “politica di centro”; che sappia unire competenza, pragmatismo e apertura al dialogo, qualificando il quadro delle alleanze; e che offra, insomma, un’alternativa credibile a chi oggi si sente orfano di rappresentanza.

Dunque, il centro non è uno spazio da occupare ma una politica da promuovere. È un bisogno, una risposta alla frammentazione e al disorientamento che minano le fondamenta della struttura democratica della società. Ed è su questo bisogno che dobbiamo lavorare, con coraggio e lungimiranza.

Il tentativo di Ruffini apre nuove prospettive

Vogliamo esimerci dal ripetere i luoghi comuni riportati dalla stampa negli ultimi due giorni. Un dato è certo: Ruffini rappresenta una variante che, in un centro ormai frammentato dai suoi principali interpreti – Calenda e Renzi su tutti – viene percepito come un astro che sconvolge gli equilibri esistenti. Egli sembra prospettare l’ennesimo tentativo, a partire da Veltroni, di configurare un centrosinistra che prescinda dal vincolo ossessivo dell’identitarismo.

Non sorprende, quindi, la reazione (ispida) di Calenda e (problematica) di Renzi. I due si trovano a brindare con calici già scheggiati da un dualismo tanto perdente quanto paralizzante. Ma chi impediva, al di là della loro presunta superiorità, di dimostrare fedeltà all’idea di centro attraverso un documento comune, pur frutto di un compromesso, e di ritagliarsi due ruoli primari da “consoli romani”, uno per l’Italia e uno per l’Europa? Non aver colto questa opportunità è, politicamente parlando, un autentico peccato mortale.

Anche nel Pd, pur considerando l’interesse dichiarato della segretaria verso il mondo cattolico, emergono timori circa l’ipotesi che Ruffini possa diventare un federatore “alla Prodi”. Non si capisce la logica di tanta apprensione. Forse sarebbe opportuno che la Schlein desse un altro tono al discorso sulla coalizione, dichiarandosi pronta a un confronto dignitoso. E ciò per difendere non tanto la sua immagine, quanto la vocazione “plurale” del partito che rappresenta. Ecco, nessun veto inaccettabile da parte di nessuno, se esiste un comune sentire. E a tempo debito si decida democraticamente con l’auspicabile ricorso alle primarie di coalizione.

Quanto ai potenziali nuovi protagonisti, vale segnalare  la (poco) velata disponibilità di Sala. Per adesso, tuttavia, resta concentrato sulla sua città: non intende venire meno – dice – ai doveri di sindaco di Milano. C’è comunque molto movimento nell’aria. Resta da vedere se anche il M5S e il suo leader Conte marcino in direzione del centro. Ma come? Non dimentichiamo che in origine Grillo proclamava “né di destra né di sinistra” la sua creatura politica. Magari fra non molto, con qualche piroetta, potrebbe emergere un nuovo centro multiforme. Già sembra di sentirlo, Conte, affermare che per lui dovrebbe essere un centro “dinamico, non pregiudizialmente schierato né con l’uno né con l’altro polo”. Insomma, le sorprese non mancano e non mancheranno.

Comprendere il progresso: linguaggio, istruzione e responsabilità.

Tutto ciò che sta cambiando nei nostri stilemi comunicativi non è dovuto, come in passato, solo a un avvicendamento generazionale. L’irrompere della tecnologia e ciò che inizia ad emergere con le applicazioni dell’intelligenza artificiale recano il senso di una sorta di rivoluzione sintattica, semantica e simbolica nell’uso delle parole, fino alla loro sostituzione con nuove espressioni lessicali.

Mettiamoci un attimo nei panni di quel docente che, ritirando i temi assegnati ai suoi alunni, si è accorto che la quasi totalità degli svolgimenti era stata fatta utilizzando ChatGPT: un’applicazione basata su intelligenza artificiale e apprendimento automatico, sviluppata da OpenAI e specializzata nella conversazione con un utente umano, che ha dimostrato notevoli capacità nel generare un testo simile a quello prodotto dalle persone. Credo che avremmo conferma della pervasività dei sistemi informatici e del fatto che, gradualmente, hardware e software si avvieranno a sostituire la logica del ragionamento pensato, come scrive il Prof. Andreoli, usando il cervello che teniamo in tasca piuttosto che quello che abbiamo in testa.

Un recente Rapporto OCSE sulle competenze cognitive degli adulti ha evidenziato una carenza in tre ambiti: comprensione del testo (literacy), logica matematica semplice (numeracy) e problem solving. Questa situazione colloca l’Italia al quartultimo posto tra i Paesi industrializzati.

Per comprendere il portato di questa carenza, non è necessario considerare le più sofisticate applicazioni tecnologiche o immaginare scenari distopici, dove l’uomo sarà lentamente prima affiancato e poi superato dai prodotti delle applicazioni che lui stesso sta generando. Basta osservare i comportamenti degli adulti, ma anche degli adolescenti e persino dei bambini, per comprendere quanto pervasiva e, per certi aspetti, rivoluzionaria sia l’irruzione degli strumenti dell’innovazione scientifica nella quotidianità, ma anche il loro uso smodato.

Maneggiando uno smartphone o un tablet si accede a un universo sconosciuto. Le applicazioni, sempre più avanzate, permettono di navigare in un mondo simbolico sconfinato. È certamente arduo il compito delle famiglie e della scuola nell’educare bambini e ragazzi a un uso contenuto di questi strumenti avanzatissimi e nell’insegnare loro a distinguere il divertimento o l’uso a fini didattici dai pericoli di una navigazione senza controllo nel web. Possiamo persino dire che, al momento, sarebbe una battaglia persa in partenza.

Quanto influiscano sugli stili di vita, gli interessi, le curiosità e la frequenza d’uso i canali social è evidente. Tuttavia, ciò non rappresenta un criterio etico in grado di indirizzare e orientare queste frequentazioni. Con uno smartphone si possono scaricare informazioni utili, comunicare facilmente e rapidamente, studiare, lavorare in videoconferenza o acquisire materiali per l’apprendimento. Tuttavia, in un caravanserraglio di canali di accesso e fruizione, accade anche che si incrocino immagini e video di ogni tipo o che si usino i cellulari per diffondere materiale illecito.

Anche l’uso più corretto e ortodosso delle tecnologie cambia – e non poco – le regole di comprensione e comunicazione. Ne deriva che il linguaggio ricorrente diventa specifico, svincolato dall’ortodossia semantica e persino grammaticale. Subentrano modalità cognitive e codici comunicativi che creano una terminologia diversa dal parlare corrente. Si sviluppano nuove forme di interlocuzione, e ciò condiziona negativamente le stesse relazioni interpersonali.

La scuola, in particolare, dovrebbe accogliere ciò che l’innovazione offre in termini di mezzi e dotazioni, ma contemperando il nuovo con le radici della tradizione culturale e mantenendo salde e direzionate le finalità educative. La digitalizzazione pervasiva sta cambiando – non certo in meglio – i metodi di insegnamento-apprendimento, dove l’uso dello strumento informatico finisce col prevalere sui contenuti didattici e sul senso pedagogico dell’educare e della formazione, che nascono dalla considerazione prevalente del fattore umano.

Famiglia e scuola devono restare saldamente ancorate a una prospettiva relazionale e colloquiale, rispettando ciascuno il proprio ruolo, ad esempio di genitore e figlio, di insegnante e studente. Fermare le derive del progresso tecnologico e dell’innovazione sarebbe come tentare di respingere con le mani la forza di uno tsunami. Tuttavia, immaginare che scuola e famiglia diventino contenitori formali di presenze separate tra loro, fino all’isolamento solipsistico, significherebbe accettare una sorta di drammatico abbandono anaffettivo nelle relazioni personali.

La lingua si evolve. La stessa Accademia della Crusca e i dizionari, cartacei o digitali che siano, inglobano e legittimano i neologismi, prendendo atto dell’evoluzione delle parole. Per evitare di salutarci in futuro con un “bit”, in modo arido e privo di empatia, dobbiamo però tenere la persona saldamente al centro delle relazioni umane. È necessario usare codici cognitivi e comunicativi che siano comprensibili e condivisi.

Trump contro la commissione sul 6 gennaio. Sanders: “Autoritarismo e dittatura”.

Il senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders, ha lanciato dure critiche contro il presidente eletto Donald Trump, definendo “scandalose” le sue dichiarazioni sulle possibili azioni contro i membri della commissione della Camera che ha indagato sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. In un’intervista rilasciata domenica al programma Meet the Press della NBC News, Sanders ha messo in guardia contro le implicazioni autoritarie delle parole di Trump, suggerendo che il presidente Joe Biden potrebbe considerare l’idea di una grazia preventiva per i componenti della commissione.

Trump, durante la campagna elettorale, ha minacciato di perseguire legalmente e incarcerare i membri della commissione, composta da sette democratici e due repubblicani, Liz Cheney e Adam Kinzinger, per il loro ruolo nelle indagini sull’assalto del 6 gennaio. Queste dichiarazioni hanno suscitato reazioni di forte preoccupazione in diversi ambienti politici e istituzionali, con Sanders tra i più critici.

“Questa è una dichiarazione scandalosa”, ha detto il senatore. “Ecco di cosa si tratta quando parliamo di autoritarismo. Ecco di cosa si tratta quando parliamo di dittatura”. Con queste parole, Sanders ha voluto sottolineare la gravità delle intenzioni espresse da Trump, mettendo in luce i rischi che un approccio simile rappresenterebbe per lo stato di diritto e per le istituzioni democratiche degli Stati Uniti.

Alla domanda del conduttore sul fatto che il presidente Biden debba considerare la possibilità di una grazia preventiva per i membri della commissione, Sanders ha risposto con prudenza, pur riconoscendo la delicatezza della questione: “Penso che potrebbe voler considerare questa possibilità molto seriamente”.

La grazia preventiva, una mossa senza precedenti nella storia americana, rappresenterebbe una protezione legale preventiva per i componenti della commissione contro eventuali procedimenti penali. Tuttavia, un’azione di questo tipo solleverebbe inevitabilmente dibattiti sul bilanciamento tra l’autonomia del potere giudiziario e la necessità di preservare il funzionamento delle istituzioni democratiche di fronte a possibili derive autoritarie.

La commissione della Camera sul 6 gennaio è stata istituita per fare luce sulle responsabilità e le dinamiche dell’assalto al Congresso, culminato nel tentativo di bloccare la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden nel 2020. Il lavoro del comitato, conclusosi alla fine del 2022, ha portato alla raccomandazione di incriminare Trump per quattro reati federali, tra cui istigazione all’insurrezione.

Le tensioni legate a queste vicende riflettono le profonde divisioni politiche e istituzionali che continuano a caratterizzare il panorama americano, con Sanders che emerge come una delle voci più ferme nel denunciare i rischi per la democrazia. “Dobbiamo essere chiari: questa non è una questione di destra o sinistra, ma di difesa dei principi fondamentali del nostro sistema democratico”, ha concluso il senatore.

Con le prossime elezioni presidenziali all’orizzonte, il dibattito sulle parole e le intenzioni di Trump si intensifica, lasciando trasparire la posta in gioco: non solo la leadership del paese, ma il futuro delle sue istituzioni democratiche.

Contro il populismo, Bayrou auspica il ritorno al sistema proporzionale.

L’insistenza di François Bayrou per cambiare il sistema elettorale, introducendo un ritorno al proporzionale, scuote da tempo il dibattito politico francese. La riforma, secondo il sen. Enrico Borghi (IV), potrebbe costituire una delle prime iniziative del nuovo governo. Ma cosa significa realmente questa proposta e quali reazioni incontra?

Bayrou, leader del partito centrista MoDem e figura di lungo corso della politica francese, ancora questa estate motivava la scelta come una risposta alla crescente polarizzazione della vita democratica. Negli ultimi anni, la Francia si è trovata intrappolata in una dinamica che oppone il populismo di destra, incarnato dal Rassemblement National di Marine Le Pen, e quello di sinistra, rappresentato dalla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Secondo Bayrou, il sistema maggioritario amplifica queste divisioni, premiando le forze politiche estreme e penalizzando le voci moderate e riformiste.

I critici non mancano. Da un lato, i partiti di centro e centro-sinistra, come il Partito Socialista e gli stessi alleati di Bayrou, vedono con favore l’iniziativa, considerandola un’opportunità per rispettare maggiormente il pluralismo e garantire una rappresentanza parlamentare più fedele alle volontà degli elettori. Dall’altro, le forze radicali di destra e di sinistra l’avversano apertamente perché, a loro giudizio, potrebbe rendere più difficile la formazione di governi stabili. Anche il partito di Macron, Renaissance, appare cauto: il proporzionale potrebbe erodere la sua attuale consistenza parlamentare.

La reazione dell’opinione pubblica è altrettanto variegata. Un sondaggio recente mostra come i francesi siano divisi sulla questione: mentre una parte significativa appoggia l’idea di una corretta rappresentanza delle minoranze, altri temono che il proporzionale possa portare a una politica frammentata e inefficiente..

In ogni caso, la sfida di Bayrou non resta circoscritta al sistema elettorale. In realtà mira a ripensare la democrazia in un momento storico in cui le istituzioni tradizionali francesi sono messe alla prova dalla sfiducia crescente dei cittadini. Ora, guardare agli sviluppi di questo percorso riformatore non potrebbe essere utile anche dall’altra parte delle Alpi, in Italia, dove il dibattito sul sistema elettorale resta ancora un tabù?

Se la Francia riuscirà a compiere questo passo, la riforma di Bayrou potrebbe rappresentare un modello per altre democrazie europee, offrendo una via d’uscita alla morsa del populismo e aprendo le porte a una politica più  inclusiva.

Oggetto di attenzione e critiche, il centro ora fa notizia.

C’è un fatto politico di straordinaria importanza che caratterizza la politica italiana in questa fase convulsa e singolare: si riparla, cioè, del Centro e della necessità di declinare una altrettanto necessaria ed indispensabile “politica di centro”. E questo è un dato importante perché evidenzia, forse, che si può battere o almeno ridimensionare quella radicalizzazione del conflitto politico che ormai da troppo tempo domina in modo persin incontrastato l’intera politica italiana. Tanto sul versante del centro destra quanto e, soprattutto, su quello del centro sinistra. Della necessità, cioè, di riavere come protagonista una ‘politica di centro’ nel nostro paese.

Certo, nei due campi politici la situazione è profondamente diversa. Nel campo della attuale maggioranza di governo c’è un partito – Forza Italia – che è dichiaratamente ed esplicitamente centrista e che cerca di declinare, di conseguenza, quella che comunemente viene definita come

‘politica di centro’. E, accanto a Forza Italia, c’è la piccola ‘zattera’ di Lupi che cerca di riproporre una cultura politica di centro.

Più complessa e articolata la situazione nel campo della coalizione progressista. Più complessa perché ci sono più soggetti politici – partiti, movimenti, leader e potenziali ‘federatori’ – che contribuiscono a declinare un progetto e una cultura centrista. Di vario genere. Dai partiti personali di Matteo Renzi e Carlo Calenda al neo partito di Marattin, Marcucci, Giannino e Cottarelli; dai radicali di +Europa ai cattolici centristi e moderati del Pd; dal potenziale federatore di centro nonchè sindaco di Milano Sala all’ex Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini. E questo, per dirla con Donat-Cattin, “allo stato dei fatti”.

Ora, però, al di là della geografia che attualmente caratterizza l’area centrista nel nostro paese, è indubbio che c’è un dato politico e culturale che non si può non evidenziare e che va salutato positivamente e con incoraggiamento. E cioè, la crescita esponenziale e un rinnovato protagonismo politico, culturale, valoriale delle forze centriste può segnare una progressiva ed irreversibile inversione di tendenza. E cioè, contribuire a battere quella radicalizzazione della lotta politica che era e resta il vero nemico per la stessa conservazione della qualità della democrazia italiana. Una cultura, questa, che potrebbe anche cambiare gli stessi equilibri politici e nei relativi schieramenti. Perché un fatto è abbastanza oggettivo. Se sono le forze di centro ad imporsi nelle rispettive coalizioni o, perlomeno, a condizionarne pesantemente il progetto politico, è altrettanto evidente che l’attuale radicalizzazione è destinata ad entrare progressivamente in crisi. E, sotto questo aspetto, c’è una cultura che può giocare sino in fondo questa scommessa. E la cultura è quella riconducibile alla tradizione, alla storia, al pensiero e alla stessa prassi del cattolicesimo democratico, popolare e sociale.

Ecco perché, forse, siamo alla vigilia di un nuovo e profondo cambiamento della politica italiana contemporanea. Dipende prevalentemente, se non esclusivamente, anche da noi, seppur con

accenti, approcci e modalità diversi.

Nirvana se ne è andata senza disturbare la felicità del Natale

A 57 anni Nirvana se n’è andata all’altro mondo senza colpo ferire. Non ha atteso il giorno esatto della nascita del Figlio di Dio per fare notizia, come sempre si legge di qualche barbone morto di freddo e di stenti per strada mentre il mondo è impegnato a fare regali.

È inutile dire il suo cognome, resterebbe comunque anonima così come ha vissuto. Come in altre occasioni, si sono accorti di lei dal puzzo del suo cadavere dopo mesi dalla sua morte.

Non si è messa in mostra facendosi trovare congelata su una panchina o in un sottopassaggio per un riparo di fortuna. Non ha dato schiaffi in faccia ad un mondo che le passava accanto scartandone l’incontro per evitare un’’elemosina. È bene essere avveduti: gli scarti dell’umanità corrono il rischio di farti inciampare.

Sembra che vivesse in un palazzo del centro di Como ma non era evidentemente al centro dell’interesse di nessuno. Ci sarà qualche polemica su chi dovesse fare che cosa nel tempo, assistenti sociali, religiosi o chi altro potesse avere cura di una donna dimenticata. Eppure mai nome fu più indovinato per la povera persona su cui non ci si è soffermati in vita e meno ancora si perderà tempo in morte.

Nirvana designa una condizione di felicità che si ottiene con la estinzione dei desideri ed è appunto quello che è accaduto a lei, distaccata da tutto, a cui bastava solo aggrapparsi al crocefisso che portava al collo e pregare incessantemente. Era quello il suo tesoro che nessuno, peraltro, era interessato a sottrarle.

Da mesi era morosa di un affitto che non poteva pagare. Ciò malgrado non c’è chi si sia preoccupato di riscuotere la pigione e nel contempo che abbia avuto modo di incontrare l’inquilina inadempiente così scoprendone le precarie condizioni di salute.

A dispetto della riservatezza della donna, solo il tanfo del suo cadavere si è imposto ad un mondo che non voleva accorgersi di lei. I funerali sono stati celebrati in un’altra zona della città, nel quartiere di Rebbio. Con rebbi acuminati hanno infilzato quella vita destinandola ad un anonimato che non merita menzione, una pietanza banale che una forchetta ha trattato con disprezzo, lasciandola come un avanzo nel piatto del giorno che scorre.

Hanno celebrato il suo funerale facendolo coincidere con la Messa del mattino per garantire un minimo di partecipazione alle esequie. Erano presenti 33 persone, in singolare coincidenza con gli anni di Cristo. Quello è un numero che non porta fortuna, di chi è predestinato alla tragedia.

Del resto, anche sotto la croce si era in assai pochi e Nirvana alla solitudine era più che abituata. Resterà al Comune il conto da pagare per il funerale, una spesa che andrà a finire sulle voci in passivo del bilancio. Quella di Nirvana, anche in morte, è un report in negativo.

Don Giusto, il sacerdote, ha rimbrottato contro il menefreghismo della società, rimarcando ciò che è sbagliato nel cuore degli uomini che batte tranquillo in un ventre di vacca, come fosse nell’antro di una grotta in cui si svolge una storia diversa da quella di Betlemme.

Si tratta della stessa indifferenza che si è avuta a Castiglion del Lago dove alla festa di compleanno di una bambina non si è presentato nessuno dei suoi 35 compagni, i loro genitori evidentemente tutti troppo impegnati a non fare comunità. C’è ben altro da fare in quel paese di 15.000 anime per poter pensare a festeggiare una bimbetta di 5 anni. Sarà l’imprinting del posto, ma hanno eretto un muraglione tra loro e il cuore in attesa di un giovanissimo prossimo.

Siamo a Natale ma più che al tempo di Avvento si continua imperterriti a procedere contro vento. Troppi uomini danno scandalo. Lo fanno naturalmente, senza sforzo, non c’è bisogno di sudare e di impegnarsi per riuscire nell’impresa.

La loro nullità gli suggerisce che solo così potranno lasciare segno del loro passaggio sulla terra. Per un recupero di dignità occorrerebbe passare subito ad altri mesi del calendario, dalle parti della Pasqua, verso una ipotesi di resurrezione che al piano di sopra si spera vada finalmente a vuoto.

Il Levante tra guerra e realpolitik

Il 7 ottobre 2023 è una data spartiacque nella ultradecennale vicenda mediorientale. L’eccidio perpetrato da Hamas e in un qualche modo (anche se non sappiamo esattamente come) condiviso con l’Iran degli ayatollah ha determinato nello stato aggredito, Israele, una ferrea volontà distruttiva dei propri nemici. Che era già insita in esso, e che quindi va oltre il desiderio di vendetta, ma che in buona parte era tenuta compressa.

Israele non accetta la solita affermazione “due popoli, due stati” declamata in occidente con riferimento al territorio palestinese. Perché non vuole uno stato palestinese ai propri confini. Al tempo stesso non può dimenticare – e quindi si attrezza di conseguenza, in una logica solo guerresca – che i suoi nemici dichiarati (l’Iran, appunto, e i suoi cosiddetti proxy, movimenti terroristici islamici di varia dislocazione) ne auspicano attivamente niente meno che l’estinzione.

È accaduto così che il dipanarsi degli avvenimenti seguiti a quella nera mattinata di morte avvenisse nella progressività degli stessi e con un obiettivo finale, ben chiaro ai governanti di Tel Aviv, ma in una certa misura a tutti gli israeliani, inclusi quanti al governo di Benjamin Netanyahu sono ostili: la rottura permanente del “Fronte della Resistenza” costruito negli anni da Teheran con la conseguente ipotesi di una successiva caduta del regime sciita. In questo disegno, naturalmente, non è previsto in alcun modo che il nemico iraniano possa dotarsi dell’arma nucleare. A costo di trasformare l’attuale guerra a intermittenza in guerra totale.

Quindi Israele ha certo immediatamente invaso Gaza, con le orripilanti conseguenze che il popolo di quella disgraziata terra ha dovuto subire e sta tuttora subendo. Ha certo, in una fase ulteriore, attaccato le postazioni di Hezbollah in Libano e ha pure, con indubbio successo, intrapreso una campagna mirata di eliminazione individuale dei capi di Hamas e Hezbollah. Ma non ha per nulla intaccato il rapporto costruito negli anni con i paesi arabi sunniti, per parte loro alle prese con le proteste rabbiose dei propri cittadini a fronte delle sconvolgenti immagini provenienti – con fatica – da Gaza e però attenti alle ragioni della realpolitik.

E pertanto, mentre Gaza veniva distrutta nessuno in Egitto e Giordania ha posto in discussione l’ormai consolidato accordo con lo stato ebraico, né gli Emirati o il Marocco hanno rigettato gli “Accordi di Abramo” ai quali L’Arabia Saudita non si è ancora associata senza però rinunciare all’idea di farlo, nel primo momento favorevole per condurre in porto la cosa. Insomma, Israele non è stato isolato diplomaticamente. Anche se l’empatia nei suoi confronti, che avrebbe potuto aumentare dopo il 7 ottobre se la sua reazione fosse stata diversa, è pressoché scomparsa ovunque, anche presso paesi tradizionalmente amici.

Il 13 aprile, però, si è registrato un nuovo passo nella direzione poco fa accennata: per la prima volta l’Iran ha attaccato direttamente Israele. Certo, con una azione blanda e preavvertita, ma comunque simbolicamente importante. A cui la Stella di David ha risposto in maniera conforme. Al di là della misura quantitativa, il segno inequivocabile dell’apertura di una fase nuova, ancor più pericolosa. Lo scambio diretto di droni armati e di missili si è ripetuto una seconda volta, qualche mese più tardi e con qualche potenza maggiore. Ulteriore passaggio verso un rischioso momento di non ritorno. Che però, ecco il punto, è realmente immaginato da Israele, con tutto quello che ne consegue in termini di preparazione.

In attesa fra l’altro del cambio di amministrazione a Washington, auspicato e puntualmente avvenuto: dal 20 gennaio alla Casa Bianca torna un signore che valuta possibile un’operazione di “regime change” a Teheran. Dove invece gli ayatollah e i politici da loro dipendenti sono – al di là dei proclami buoni per le masse – molto preoccupati e molto indecisi sul da farsi. Consapevoli dei propri punti deboli. Crisi economica, latente protesta sociale pronta a esplodere se non controllata con ferrea applicazione costrittiva, oggettiva inferiorità militare rispetto all’IDF, consapevolezza di avere puntati contro i missili statunitensi presenti sulle portaerei e sui sommergibili dislocati nel Mediterraneo.

Questa incertezza ha determinato il precipitare degli eventi in senso negativo per Teheran. In natura e anche in politica non esistono spazi vuoti, e così qualcuno ha approfittato di questa incertezza. Nella fattispecie, oltre a Israele, il sultano turco. Recep Tayyip Erdogan ha colto l’attimo incoraggiando e aiutando i jihadisti siriani ad affondare Assad, il cui regime ormai si teneva in piedi solo se e in quanto sostenuto da russi e iraniani, che però improvvisamente avevano realizzato di non poterlo più garantire come fatto sin lì. E così ora potrà far rimpatriare buona parte dei 4 milioni di rifugiati siriani oggi ammassati nei campi profughi, e allargare oltre Idlib la zona-cuscinetto che lo separa dai curdi siriani, in attesa magari di poterli colpire duramente.

Il Levante è ora in una fase di trasformazione. Una transizione verso un futuro ancora indefinito che potrebbe anche essere assai lunga. Ma anche più breve del previsto, se il potere di ayatollah e pasdaran dovesse subire un tracollo a fronte della cruda volontà israeliana di liberarsi una volta per tutte di un nemico che ne contesta l’esistenza. Tutto è possibile, il domino regionale è in piena evoluzione.

Fuori dal talent show: Ruffini sceglie la via più difficile.

Qualcosa, anzi più di qualcosa, era emerso già lunedì scorso alla Lumsa al convegno sui cattolici dopo la Settimana Sociale di Trieste. Secondo Stefano Cappellini di Repubblica, Ruffini non avrebbe dovuto parteciparvi perché organizzato “dall’ex ministro Beppe Fioroni”. Ohibò! Come che sia, adesso si entra nel vivo. Ernesto Ruffini compie un passo significativo, ufficializzando in un’intervista, pubblicata ieri sul Corriere della Sera, le sue dimissioni da direttore dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia non si tratta di un preludio a un ingresso in politica. “Non scendo in campo, ma rivendico il diritto di parlare” ha affermato, spiegando altresì che le dimissioni rappresentano “l’unico modo per rimanere me stesso” dopo gli attacchi subiti.

 

Un messaggio forte al governo
Ruffini non le manda a dire: respinge con fermezza le accuse rivolte all’Agenzia delle Entrate, tacciata di essere una sorta di “estorsore di un pizzo di Stato” o di tenere “in ostaggio” le famiglie. Parole pesanti, che secondo lui hanno contribuito a creare un clima di delegittimazione del lavoro svolto dall’amministrazione fiscale. Una posizione che, per molti, suona inevitabilmente come politica, spingendo a interrogarsi sul suo futuro.

 

Un profilo rispettato, ma…
Cattolico, stimato trasversalmente per integrità e competenza, Ruffini è stato subito evocato come possibile federatore di una coalizione neo ulivista o come leader di una nuova forza democratica e popolare. Romano Prodi, considerato uno dei suoi grandi sostenitori, ha commentato con una punta di apprensione: “Ruffini è retto, capace, conosce il Paese. Ma bisogna vedere se infiamma la gente. Il problema è questo”. Un nodo cruciale, in astratto, per chiunque ambisca a guidare una nuova stagione politica.

Occorre notare che nel Pd le reazioni sono state tiepide, se non decisamente fredde. Anzi ostili, in taluni casi, visto il rilancio su Sala del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. E Graziano Delrio, preoccupato per la piega assunta dagli eventi, si è limitato a ribadire che “è meglio partire dal progetto che dai nomi”. Insomma, si cerca di non perdere la comunicazione.

Il fatto è che lo schema di Elly Schlein è saltato: la sua pretesa di rappresentare, già ora e senza contendenti, l’alternativa alla Meloni, cede alla novità di un quadro in rapida evoluzione, con un convitato di pietra – per un attimo non tiriamo Ruffini per la giacchetta – che può puntare alla guida di un nuovo centro-snistra.

 

Uomo di dialogo e sfide
Indubbiamente, il percorso si presenta in salita. Ciò nondimeno la reputazione di cui gode Ruffini potrebbe rappresentare un punto di ripartenza per un mondo che cerca una guida lontano dalle polarizzazioni artificiali.  Ed è proprio questo il momento di incoraggiarne se non l’azione immediata, quanto meno la testimonianza attiva e di lunga durata. Certo, non per rimaneggiare una stemperata politica senz’anima e passione, all’ombra del moderatismo. Il cattolicesimo democratico può dare molto di più, con generosità. E l’Italia, mai come oggi, sembra avere bisogno di voci nuove, capaci di conciliare competenza, integrità e capacità di dialogo.

Putin nella rete di guerre concatenate

La Storia non finisce e non si ferma. Mai. Le due decadi del nuovo secolo e addirittura del nuovo millennio lo hanno ampiamente dimostrato, dall’11 settembre in avanti. Ma nella terza decade, quella che stiamo vivendo, stiamo assistendo ad un’accelerazione impressionante, e purtroppo segnata dalla cifra della guerra. Due nuove date hanno segnato indelebilmente il nuovo passaggio di fase e gli sviluppi che esse hanno determinato intersecano Europa e Oriente Medio in misura assai maggiore di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. 24 febbraio e 7 ottobre hanno provocato uno tsunami i cui effetti si stanno avvertendo in tutta la loro potenza solo ora, a molti mesi da quelle due date che entreranno nei libri di storia.

Prendiamo la Russia. La Russia neo imperiale di Vladimir Putin. Quando impegnò la propria aviazione per bombardare, era il settembre 2015, i ribelli antigovernativi siriani, imprimendo così una svolta decisiva alla guerra civile a tutto favore di Bashar al-Assad, aveva ben chiaro il proprio obiettivo primario, oltre al consolidamento di una sostanziale alleanza che datava sin dai tempi dell’Unione Sovietica: rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo, trasformando in attrezzate basi militari gli insediamenti portuali e aeroportuali di Tartus e Hmeimim nei pressi di Latakia.

Una presenza che sarebbe stata ampliata poco dopo con il sostegno al maresciallo Khalifa Haftar, dominus della Cirenaica, l’oriente libico, e il conseguente irrobustimento della propria diretta presenza militare: innanzitutto il porto di Tobruk (altra strategica presenza mediterranea) e la base interna ma non troppo distante da Bengasi di al-Khadim, e successivamente anche due altre postazioni nella Libia centrale, utili a veicolare armi e militari/mercenari verso il Sahel, area pure essa di massimo investimento geopolitico da parte di Mosca. Prima attraverso la compagnia Wagner di Evgenij Prigozhin e dopo la morte di quest’ultimo in controllo diretto sotto la sigla Africa Corps, la Russia ha così ampliato la propria penetrazione logistica nel Fezzan libico, ovvero nel Sahara confinante col Sahel, e quindi agevolando i collegamenti logistici verso il Sudan, il Ciad e il Niger. Allargando pertanto la propria influenza nell’area, che non per caso è stata immediatamente dopo interessata da una serie di colpi di stato militari (appunto Ciad e Niger e poi anche Mali, Burkina Faso, Guinea, Gabon) che hanno assunto caratteri anti-occidentali e orientato questi paesi in direzione di Mosca (ancorché senza tratti di definitività).

Un investimento nel continente volto non solo a conquistare spazio geopolitico ma anche, e forse soprattutto, a reperire nuove fonti di entrata economica dopo le sanzioni occidentali subìte in seguito all’annessione della Crimea nel 2014. Ricche miniere d’oro e d’altri minerali da sfruttare pagandole mediante accordi di sicurezza militare, propaganda e disinformazione locale a vantaggio dei generali golpisti, transazioni finanziarie opache e quant’altro. Una forma aggiornata di colonialismo da utilizzare anche in chiave ONU, posto il rilievo numerico che, insieme, questi stati africani hanno in quella sede. Come si è visto in occasione delle votazioni sulle risoluzioni di condanna dell’invasione dell’Ucraina.

Ma proprio l’impegno contro Kijv, prolungatosi nel tempo e aggravatosi nei costi oltre ogni più pessimistica previsione, ha progressivamente distolto energie, risorse e da ultimo anche uomini dal quadrante africano sino alla resa siriana: quando avrebbe dovuto, di nuovo, proteggere il governo di al-Assad Mosca si è resa conto di non essere più in grado di farlo e così Putin ha dovuto limitare il proprio sostegno alla salvezza della vita del deposto dittatore e della sua famiglia nonché di un numero ristretto di dignitari del regime. Non solo. Ha dovuto acconciarsi ad una umiliante trattativa per salvaguardare l’integrità dei suoi tanto agognati e importanti sbocchi infrastrutturali sul Mar Mediterraneo, con esiti tuttora non definitivi peraltro.

Ecco così che dal punto di vista russo le scelte operate il 24 febbraio 2022 hanno inciso direttamente sugli avvenimenti successivi al 7 ottobre 2023 in un modo affatto prevedibile al tempo nel quale vennero definite. È un mondo sempre più integrato. Anche nello sviluppo delle guerre. Anzi, soprattutto nello sviluppo delle guerre.

I gesuiti indonesiani e il cammino verso una democrazia…più democratica.

Hanno scelto la Giornata mondiale dei diritti umani, il 10 dicembre, per lanciare PRAKSIS (Pusat Riset dan Advokasi Serikat Jesus o “Centro gesuita di ricerca e advocacy”). L’obiettivo della Compagnia di Gesù è chiaro e ambizioso: studiare e promuovere una democrazia capace di rispondere alle esigenze del bene comune.

Lo slogan del centro, Cercare la democrazia per promuovere il bene comune”, evidenzia la visione di un percorso ancora aperto. L’Indonesia, come nazione giovane e dinamica, sta cercando il proprio modello democratico, un processo che non è privo di ostacoli. A ispirare l’iniziativa è stata una riflessione condivisa durante i dialoghi preparatori al lancio di PRAKSIS: la democrazia indonesiana appare ancora lontana dal suo pieno compimento, minacciata da problemi strutturali come la limitazione delle libertà civili, le disuguaglianze socioeconomiche e la fragilità dei diritti politici.

Secondo p. Maswan Susinto, direttore del centro, PRAKSIS si propone di offrire una lettura critica dell’attuale panorama politico ed economico del paese, con un focus sul periodo 2014-2024. L’approccio sarà interdisciplinare, coniugando analisi scientifiche con una riflessione etico-teologica radicata nella dottrina sociale della Chiesa.

La sfida è duplice: da un lato, documentare il regresso democratico del decennio in esame – caratterizzato da un restringimento della classe media e da una crescente polarizzazione populista – e dall’altro, proporre nuovi modelli di governance capaci di restituire centralità al bene comune. I gesuiti, storicamente impegnati nell’educazione, nella giustizia sociale e nella promozione dei diritti umani, vedono nella democrazia un mezzo fondamentale per garantire dignità e uguaglianza a tutti i cittadini.

Questo impegno riflette il più ampio carisma della Compagnia di Gesù, che da sempre coniuga fede e giustizia, mirando non solo a denunciare le ingiustizie, ma anche a proporre soluzioni concrete per il progresso delle società in cui opera. Con PRAKSIS, i gesuiti indonesiani non solo documentano il presente, ma tracciano un percorso di speranza per un futuro democratico più equo e inclusivo.

 

[Fonte: Asianews]

Sequeri e la forma ecclesiale: la parrocchia come archetipo della comunità cristiana.

Questo volume raccoglie e collega due momenti fondamentali nella riflessione teologica sulla forma ecclesiale: un saggio del 1974 e uno del 2024, separati da cinquant’anni esatti di studi, ma uniti da un unico filo conduttore. Al centro di entrambi vi è la volontà di esplorare come la Chiesa debba adattarsi alle sfide della contemporaneità per rimanere fedele alla sua missione evangelizzatrice. L’elemento centrale di questa riflessione è la parrocchia, intesa non semplicemente come struttura organizzativa, ma come archetipo della comunità cristiana, il contesto privilegiato in cui si manifesta il regno di Dio.

L’autore, attraverso una ricerca che abbraccia decenni, scopre nella parrocchia un elemento teologico di grande forza e rilevanza, capace di definire non solo l’immaginazione ecclesiale, ma anche la prassi comunitaria. Sorprendentemente, è proprio in un’epoca caratterizzata da cambiamenti sociali e culturali profondi che la parrocchia emerge come una “categoria istituente”, un elemento fondativo della Chiesa, in grado di rispondere alla complessità del presente. Tuttavia, l’attuale situazione presenta una parrocchia spesso inadeguata – sia come passione che come istituzione – a incarnare la forma necessaria per abitare la “città secolare” del XXI secolo.

In questo contesto, l’autore si interroga su come riformare la parrocchia affinché possa rispondere al suo ruolo di prossimità, tanto concettuale quanto pratica, all’essenza stessa della Chiesa. La sfida non è solo teologica, ma anche pastorale: come costruire una comunità che, seguendo l’esempio di Gesù, sia capace di abbattere pacificamente e con ironia i muri delle differenze religiose e delle diffidenze irreligiose?

Questa riflessione si rivela di estrema attualità, poiché in un mondo sempre più secolarizzato, le comunità cristiane devono trovare nuove modalità per testimoniare la fede e per attrarre persone alla vita della Chiesa. L’autore ci invita a guardare con fiducia al futuro, certi che il rinnovamento della parrocchia – nella sua dimensione istituzionale e spirituale – sia una via imprescindibile per riscoprire la forza generativa della missione cristiana.

 

Per leggere la scheda del libro

https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/pierangelo-sequeri/missione-e-comunita-9788834354858-399419.html

La Voce del Popolo | Tempi difficili per le volpi democratiche.

Il premier turco Erdogan, vincitore della rivolta siriana, ci ha tenuto a far sapere che lui e Putin sono ormai i due uomini di Stato più longevi al mondo: 22 anni di potere l’uno, quasi

altrettanti l’altro. Come a voler rivendicare il primato di quelle modalità estreme di governo che al momento si rivelano più capaci di conciliare la stabilità dei regimi e la loro apparente (molto apparente) legittimità elettorale.

Gli si potrebbe obiettare che anche Assad, rintanato ora in una dacia nei pressi di Mosca, fino a qualche giorno fa godeva della stessa longevità di governo. E che nel nostro passato recente abbondano una gran quantità di dittatori che hanno governato con la forza per molti, troppi anni. Lasciando dietro di sé le macerie dei loro stessi Paesi. I governi autoritari infatti appaiono più solidi e duraturi, ma solo perché barano al gioco della democrazia. E non è un caso che la loro caduta avvenga infine il più delle volte nei modi tumultuosi che abbiamo appena visto a Damasco.

È la metafora del riccio e della volpe evocata da Isaiah Berlin. La volpe è versatile, sa fare molte cose, ha imparato ad adattarsi. Il riccio ne sa fare una sola, riesce a farla molto bene, ma fa sempre e solo quella. È il conflitto tra la duttilità e la specializzazione.

Laddove la democrazia è volpe, e l’autoritarismo è riccio. Negli ultimi tempi, a quanto pare, noi volpi democratiche occidentali non ce la stiamo passando troppo bene. Ma la flessibilità tipica dei regimi liberal-democratici resta sempre un valore. E non sarebbe saggio barattarla per diventare ricci anche noi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 12 dicembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Oltre i confini: costruire una politica migratoria sostenibile.

Il tema della gestione delle migrazioni, una sfida per le élite intese come governance, rappresenta uno dei grandi test che l’Europa deve affrontare, ma di cui sembra non aver ancora preso piena consapevolezza.

Infatti, a ogni rotta migratoria chiusa se ne apre un’altra, e contrastare da soli l’immigrazione irregolare non è un’impresa possibile. Serve una politica multilaterale che preveda l’apertura di vie legali di accesso e corridoi umanitari, insieme a misure integrate con le necessità dei paesi di origine.

Questo approccio rappresenta anche l’unico modo efficace per contrastare gli affari dei trafficanti e garantire i diritti dei migranti, le cui condizioni, dopo la pandemia, sono peggiorate, con un aumento generalizzato dell’incidenza della povertà.

Una direzione è stata indicata dal Parlamento Europeo: l’emissione di visti umanitari direttamente nelle ambasciate e nei consolati dei paesi europei localizzati nei paesi d’origine dei migranti.

Anche il nostro Paese, negli ultimi due anni, ha adottato numerosi provvedimenti normativi su questo tema. Sono molti, infatti, gli interventi emanati dall’autunno del 2022 a oggi. In questo panorama si inserisce anche il capitolo relativo all’Albania, un esempio di narrazione fantasiosa e bizzarra di una possibile soluzione del problema, senza gloria.

Tra le novità normative, ricordiamo alcune delle principali, per comprendere in che direzione sono andati i cambiamenti apportati, spesso non in linea con i principi indicati dalla Costituzione.
Abbiamo assistito, infatti, all’introduzione di nuove procedure e regole per l’esame delle domande di protezione internazionale, alle nuove norme sul trattenimento, anche per i richiedenti asilo, all’inserimento di una cauzione, all’abrogazione della protezione speciale al di fuori della protezione internazionale, al divieto di conversione in permessi di lavoro per protezione speciale, cure mediche o calamità naturali. Inoltre, si è registrata una riduzione delle garanzie per i minori non accompagnati, così come una diminuzione delle cure per le persone straniere, con un conseguente restringimento del diritto di difesa, prevalentemente per i richiedenti asilo, ma non solo. Queste misure hanno ridotto la possibilità di far valere i diritti sostanziali di cui queste persone sono portatrici.

Nella corsa verso il nostro esclusivo benessere, abbiamo perso il senso dell’altro e del valore intrinseco di ogni essere umano, che rappresenta un bene primario in una democrazia che voglia definirsi ed essere realmente tale. Viviamo un’epoca in cui la dignità della persona umana viene ridotta a mero prodotto finale di un processo economico irrazionale.

In questo contesto, l’essere umano è diventato un mezzo per il consumo. Lo spazio per l’affermazione dei suoi diritti si è ridotto, e la dignità della persona non è più considerata un valore supremo dell’ordinamento europeo, fonte di tutti i diritti.

La politica ha perso umanità, e l’immigrazione è diventata uno dei principali terreni di scontro culturale e politico. Non riusciamo a coglierne le potenzialità né ad avviare una politica seria che affronti il problema trasformandolo in opportunità.

Siamo immersi in un grande vuoto che non riconosciamo: quello delle vaste terre abbandonate, sempre più fragili; delle corsie degli ospedali, con sempre meno personale; dei nostri anziani, bisognosi di cure e assistenza, spesso soli nelle loro esistenze fragili. Le aule scolastiche delle periferie del nostro Paese, e ora anche delle metropoli, vivono grazie alla presenza dei ragazzi immigrati.

Siamo alla vigilia del Giubileo, e la grande richiesta di partecipazione metterà ancora più in crisi il settore dei servizi.

Ma questa potrebbe essere anche l’occasione per tutti di riflettere sul patrimonio umano che abbiamo già qui, composto da persone che, inserite da tempo nell’economia del nostro Paese, rappresentano ormai una risorsa produttiva riconosciuta in intere filiere.

Lavoro, la Cisl chiede attenzione a giovani e donne.

I dati pubblicati da Inps e Istat continuano a fotografare un mercato del lavoro in evoluzione positiva. Rispetto a un anno fa, si registrano 517mila occupati in più, con un incremento del 2,2%. La crescita riguarda soprattutto i lavoratori stabili e gli indipendenti, che riescono a compensare la forte contrazione degli occupati a termine. A fare da cornice a questi numeri incoraggianti, il tasso di disoccupazione, sceso di ulteriori 2 punti percentuali in un anno, ha raggiunto il livello più basso mai registrato. Una situazione così favorevole non è sfuggita neanche all’Ocse, che ieri ha definito l’Italia un caso da segnalare.

Ad evidenziare questi dati è Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl, che commenta: “Sono senza dubbio segnali positivi che testimoniano un dinamismo crescente del nostro mercato del lavoro”. Tuttavia, Pirulli mette in guardia sulle criticità che persistono: “Resta ancora molto da fare per ridurre i tassi di inattività, soprattutto tra i giovani e le donne, in un contesto in cui permane una forte domanda di competenze inevasa”.

Secondo Pirulli, per affrontare queste sfide, è necessario agire su due fronti complementari: “Da un lato, bisogna rendere più attrattivi i posti di lavoro per le persone, migliorandone qualità e condizioni; dall’altro, è indispensabile rendere i lavoratori più attrattivi per le imprese, puntando su formazione e sviluppo delle competenze”.

Per raggiungere questi obiettivi, il segretario della Cisl propone interventi mirati: “Servono investimenti consistenti nelle politiche attive del lavoro, programmi di formazione professionale e una maggiore integrazione tra i servizi pubblici per l’impiego, le agenzie di lavoro private e gli enti bilaterali”.

Un mercato del lavoro realmente inclusivo e dinamico, sottolinea Pirulli, non può prescindere da queste misure strutturali, necessarie non solo per rispondere alle esigenze attuali ma anche per preparare il Paese alle sfide future.

Il monito di De Pascale: “L’unità d’Italia è una conquista, fermiamoci”.

La pronuncia della Corte di Cassazione, che ha giudicato legittimo il referendum proposto dal Comitato per l’Unità Repubblicana sul disegno di legge Calderoli relativo all’autonomia differenziata, segna un punto di svolta nel dibattito politico su uno dei temi più divisivi dell’agenda del governo Meloni. Sebbene la decisione definitiva spetti alla Corte Costituzionale, l’apertura al referendum rappresenta un nuovo capitolo che potrebbe incidere profondamente sulle scelte future riguardo alla riforma.

In questo contesto, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, intervenendo ad Atreju, ha lanciato un appello a rivedere l’intero progetto dell’autonomia differenziata. “Tutti i governi degli ultimi anni hanno lavorato sull’autonomia, diverse regioni del centrosinistra l’hanno richiesta. Ora però c’è la sentenza della Consulta, c’è una serie di criticità: ha senso andare avanti e sbattere la testa contro il muro o ha senso fermarsi tutti? Non deve essere un fallimento di Meloni, ma una presa d’atto di tutti che questa è una strada sbagliata e tutti insieme se ne percorre un’altra”.

De Pascale ha riconosciuto che anche la sua regione, sotto la guida del precedente presidente Stefano Bonaccini, aveva richiesto competenze aggiuntive, ma ha dichiarato di aver cambiato idea: “Nessuno chiede a Meloni di fare un mea culpa o di prendersi la colpa della strada che ha percorso però la mia regione, ad esempio, ha cambiato idea. Secondo me può farlo anche lei”.

Ribadendo la necessità di preservare l’unità nazionale, De Pascale ha avvertito: “Se questo paese diventa un paese Arlecchino con venti regioni-stato dove ognuna si fa le sue regole, è un paese che perde di senso. L’unità d’Italia è stata una conquista”. Ha poi sottolineato che nemmeno in Fratelli d’Italia c’è unanimità sul tema: “Pensano non serva devolvere ulteriori competenze alle regioni, ne hanno già fin troppe. Il progetto dell’autonomia andrebbe completamente abbandonato. Si dovrebbe riprendere il Titolo V e in maniera condivisa cambiare ciò che di quella riforma non ha funzionato”.

Il futuro dell’Europa: numeri che contano, riforme che mancano.

Come nelle migliori famiglie, a fine anno è tempo di bilanci anche per l’Unione europea. Ma questa volta, nessun’analisi politica. Andiamo alla realtà nuda e cruda rappresentata dai numeri, che poi alla fine “contano”, appunto, molto più delle parole.

Detto che l’Unione europea ha una programmazione settennale di bilancio, una roba che avrebbe invidiato anche Lenin, che si era modestamente fermato a 5 anni per la sua Nuova politica economica nel 1921. Per 7 anni e 27 Stati membri, il bilancio in corso (fino al 2027) prevede 1,27 miliardi di euro. A questi si sono sommati interventi straordinari come il Next Generation EU, che valeva 723, 8 miliardi di euro. E il sostegno all’Ucraina, in gran parte finanziato non dall’Ue ma dai singoli Stati membri, per cui è difficile avere un quadro preciso ad oggi.

Più nel dettaglio, quest’anno, sono previsti 189,4 miliardi di euro per impegni di spesa e 142,7 miliardi di euro per stanziamenti di pagamento. Gli impegni di spesa sono giuridicamente vincolanti a destinare denaro ad attività realizzate nel corso di diversi anni e i pagamenti sono spese derivanti da impegni assunti nel corso degli anni correnti o precedenti, immaginiamo per progetti pluriennali. Si tratta di 332,1 miliardi di euro.

Ora, per avere dei termini di paragone: Google nel primo trimestre ha registrato un fatturato di 88,3 miliardi di euro. In pratica, quest’anno la sola Google fattura quanto l’Unione europea spende. Il Pil italiano vale 2.218 miliardi di euro. Quello europeo 17mila miliardi.

Basti questo a capire quanto i 332 miliardi di euro di bilancio europeo per il 2024 siano una goccia nell’Oceano. Come lo è l’1,27 miliardi di euro nei sette anni.

Per questo, la prima e più urgente riforma che servirebbe sarebbe proprio quella di avere un bilancio più corposo, più politico che sappia mettere l’Ue in condizioni di agire con la forza adeguata. Da anni, si dice che è necessario. Ma non è più rinviabile. Lo stesso rapporto steso da Mario Draghi si basa su 800 miliardi di investimenti all’anno da aggiungere a quelli attuali. Una cifra che, in realtà, sarebbe il minimo indispensabile per raggiungere le priorità fissate. Tuttavia, i primi negoziati per il prossimo bilancio pluriennale 2028-2034 non promettono nulla di bene. Gli Stati membri, come da tradizione, tengono il freno tirato e i cordoni della borsa chiusi. La Commissione neo insediata sarà in grado di stendere una proposta subito dopo l’estate 2025.

Ma continuano a mancare visione globale, coraggio e senso della realtà. Il processo di adesione sta accelerando, sulla scia della guerra russa in Ucraina, con un numero crescente e cresciuto di candidati. Andrebbe ripensata la Politica agricola comune, aperta una riflessione sulla prossima politica di coesione. È sempre più evidente la necessità di una nuova politica industriale che dia sostegno alle imprese e crei ricchezza e posti di lavoro.

Ma, di nuovo, Bruxelles non riesce a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Sembra paradossale ma ancora non sembra esserci la piena consapevolezza della serietà della situazione.

Nel mondo di oggi, le aziende del settore tecnologico, informatico e di servizi connessi sono le vere padrone del mercato globale. Si è fatto l’esempio di Google, e tutti conosciamo il potere economico di Apple, Amazon, Microsoft. Tra le prime 10 aziende di successo, c’è una sola europea, la svedese Spotify. Ma il clima per aziende e imprenditori in Europa è tale che anche Spotify ha traslocato andando a spostare la base operativa a New York. Ingegneri, medici, architetti, startup di vari settori trovano sempre più spesso migliori opportunità e condizioni di vita fuori Europa. Per frenare questo fenomeno che drena i talenti europei l’unica soluzione è investire di più e meglio.

Il rischio, se l’Ue non inverte la rotta è che l’esodo di talenti continui, lasciando un continente stanco e vecchio che non è in grado di garantire un futuro neanche ai propri cervelli migliori. Siamo già in ritardo.

La Margherita e il mito del suo ritorno: una riflessione critica.

È bastato un convegno pubblico organizzato a Roma alla Lumsa con il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini per ritornare a parlare della Margherita. O meglio, di un partito simil Margherita.

Ora, per non continuare a suscitare illusioni o ripetere gli errori di tutti coloro che pensano che il futuro non è nient’altro che la ripetizione meccanica del passato, parlando proprio della esperienza concreta della Margherita è necessario fare almeno tre considerazioni. Tra le molte che si potrebbero fare. E questo al di là e al di fuori delle ambizioni personali di Ruffini e del suo futuro politico ed istituzionale.

Innanzitutto la Margherita è stata la prima esperienza di “partito plurale” nel nostro paese. Dove, cioè, più culture politiche convergevano nello stesso partito accomunate da un progetto politico preciso, condiviso e ben definito. Ovvero, e principalmente, la tradizione e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale che si riconosceva prevalentemente nella leadership di Franco Marini e quella liberal -democratica, ambientalista e riformista che aveva in Francesco Rutelli un riferimento indiscusso. Oltre ad altri apporti, altrettanto importanti, come quello di Clemente Mastella, Lamberto Dini e del sempreverde Romano Prodi. Un esperimento, riuscito e vincente, che oggi, per ragioni oggettive e quasi indiscutibili, è semplicemente impraticabile perché, appunto, storicizzato.

In secondo luogo il tema della presenza politica e pubblica dei cattolici. Argomento complesso e di straordinaria importanza nella vita politica italiana. Ma anche su questo versante serve un minimo di chiarezza quando, su alcuni organi di informazione, si parla qualunquisticamente di “ritorno della Margherita”. E cioè, pure senza soffermarsi eccessivamente, anche i più lontani e distratti dalle vicende della politica italiana, sanno che i cattolici democratici, popolari e sociali che avevano scommesso sul progetto della Margherita sono approdati tutti nel Partito democratico. Certo, il Pd della Schlein non è più il partito di Veltroni. Ma, al di là delle singole leadership, frutto del tempo che scorre, è di tutta evidenza che all’orizzonte è difficile intravedere una fuga di massa dei cattolici dal Pd per approdare in un altro partito o soggetto politico. E questo perché ciò significherebbe la sconfitta plateale del progetto originario del Pd da un lato ed innescherebbe, dall’altro, una conflittualità permanente e strutturale all’interno della coalizione progressista e di sinistra.

Infine, e non per ordine di importanza, il pianeta centrista italiano nel campo progressista – nella coalizione di governo un partito di centro c’è già e si chiama Forza Italia – è molto variegato e non è più riconducibile agli schemi del passato. Per intenderci, con i tempi che hanno registrato la presenza di un partito come la Margherita. E cioè, oltre ai partiti personali di Renzi e Calenda si deve aggiungere il neo partito liberal di Marattin nonchè il ruolo del ‘federatore’ centrista in pectore, il sindaco di Milano Sala. Partiti e capi partito che sono, come è stato detto recentemente, tendenzialmente “infederabili”.

Ecco perché è, appena sufficiente ricordare questi tre piccoli dettagli – peraltro decisivi – per portare ad una altrettanto banale conclusione. Ovvero, l’esperienza di quella Margherita è definitivamente ed irreversibilmente archiviata. Dopodiché, e come ovvio e persino auspicabile, è decisamente positivo, nonchè incoraggiante, che nascano altri partiti o soggetti politici con una chiara impronta centrista, riformista e moderatau nel campo progressista e di sinistra. Anche perché, come ci dice la concreta vicenda politica italiana seppur in un tempo caratterizzato da un profondo e quasi strutturale bipolarismo, si continua “a vincere al centro” e, soprattutto, si  continua a “governare dal centro”.

Documento per la pace della segreteria nazionale di Insieme

Le distruzioni della guerra si fanno sempre più devastanti in Ucraina e nel Medio Oriente e in molte altre parti del mondo.
INSIEME, che nel suo simbolo fa direttamente riferimento alla pace, pone a base della sua riflessione:
1) le parole della Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro il totalitarismo nazifascista (art.11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle contese internazionali”);

2) l’ininterrotto insegnamento della Chiesa Cattolica, dal “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra” di Pio XII nel 1939 fino ai pressanti richiami di papa Francesco;

3) la tradizione politica di ispirazione cristiana da don Sturzo a Mattarella.

 

AFFERMA il proprio impegno morale e politico a difendere ovunque la pace e a lavorare per ricostruirla dove è stata distrutta dalla guerra.

 

Nella convinzione che non basti invocare la pace ma occorra creare le condizioni che la rendono possibile:

 

CHIEDE che siano rafforzate le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU, per ristabilire i principi del diritto internazionale che, violati, aprono le porte a ulteriori conflitti, per generare efficaci processi di mediazione, iniziare percorsi di pace e giungere ad accordi in grado di interrompere le guerre in corso e garantirne l’attuazione.

 

CHIEDE che nel quadro della riforma dell’ONU l’Unione Europea abbia un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e che sia abolito il diritto di veto.

 

RITIENE che l’Unione Europea, esempio importante di integrazione sovranazionale in grado di garantire la stabilità della pace tra Stati, debba impegnarsi concretamente per favorire e consolidare i processi di uscita della guerra e di ricostruzione della pace.

 

SOTTOLINEA l’urgenza che nell’odierno contesto internazionale l’Unione Europea si assuma pienamente le sue responsabilità di costruttrice di pace a cominciare da un ruolo attivo nella prevenzione dei conflitti imparando anche dagli errori compiuti e dalle omissioni del passato. Affinchè la sua azione per promuovere e difendere la pace sia efficace l’Unione Europea deve compiere seri passi avanti nella costruzione di una vera politica estera comune, ma anche di una capacità militare unitaria in funzione difensiva e di sostegno ad azioni di pace della comunità internazionale.

 

AUSPICA che, di fronte alla invasione dell’Ucraina, l’UE continui ad impegnarsi a difendere i diritti del Paese aggredito, lo sostenga nel respingere l’aggressione e collabori all’avvio di un equo processo di pace, impegnandosi anche a dare garanzie solide atte ad impedire, una volta raggiunta un’intesa, una ripresa dell’aggressione.

 

RIBADISCE, in riferimento al complesso e drammatico quadrante del Medio Oriente, la condanna della efferata azione terroristica di Hamas, il pieno sostegno al diritto di Israele di esistere in pace, ma anche quello del popolo palestinese ad avere un ambito territoriale stabile e sicuro.

 

CONDANNA fermamente le azioni di guerra “senza limiti” e le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele che hanno portato all’uccisione di decine di migliaia di civili, così come il mancato rispetto della sovranità degli Stati limitrofi.

 

CHIEDE che l’UE contribuisca fortemente a garantire (sotto l’egida dell’ONU) la separazione tra i contendenti e accresca (anche sostenendo l’azione coraggiosa delle ONG) l’aiuto umanitario per le popolazioni duramente provate da anni di guerra.

 

CHIEDE infine, mentre condanna ogni forma di antisemitismo, che l’Italia si faccia promotrice di una più esplicita e vigorosa difesa da parte della UE della libertà religiosa in tutti i Paesi del mondo e dei cristiani troppo spesso oggetto di violenze.

 

Fonte: https://a5i6d2.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fhk=utqw/e&x=pv&gf=n/fi0=owu40a29a=ek60.5e0ge9d&x=pp&y/a6/7hc_04h=v/tNCLM

De Gasperi e Paronetto: come Baietti ricostruisce il loro connubio intellettuale.

Stefano Baietti ci conduce con occhi nuovi a riconsiderare il contributo dei grandi ricostruttori, a cominciare da De Gasperi e Paronetto, alla rinascita dell’Italia. Secondo Baietti è a Paronetto – con La Pira e Vanoni – che si deve il riconoscimento del primato del ‘sociale’ (rapporti sociali, rapporti economici, rapporti politici, secondo l’ordine costituzionale); e sempre a lui  – con Montini e Pacelli – è da ricondurre l’allargamento della Dottrina sociale della Chiesa a una dimensione propriamente universale, fraternamente rivolta a tutti.

 

Premessa: la democrazia economica, ieri e oggi.

Rileggendo questo contributo chi scrive si è reso conto dell’assenza di una fondamentale premessa. Eccola: per tutti i pensatori prepolitici – il cui pensiero getta i presupposti della democrazia (Croce, De Gasperi, Einaudi, La Malfa, La Pira, Nitti, Paronetto etc.) – l’ottenimento di un certo grado di “democrazia economica” è decisivo per la tenuta e lo sviluppo della democrazia politica. Si vadano a rileggere I principi di economia politica (1848) di J.S. Mill, Libro quarto (Influenza del progresso della società sulla produzione e sulla distribuzione), capitolo VI (Dello stato stazionario) e lì si leggerà, a proposito di una società libera, economicamente ben ordinata: “la società mostrerebbe queste caratteristiche principali: una classe di lavoratori ben pagata e abbondante; non fortune enormi, salvo quelle guadagnate e accumulate nel corso di una sola vita; e una categoria di persone molto più numerose che attualmente, non soltanto esente dalle fatiche più pesanti, ma con un tempo libero sufficiente per potersi dedicare alle cose belle della vita”.

 

Che cos’è questo libro? Chi ne è l’Autore? Questo libro è il concentrato (pare un paradosso vista la dimensione, ma è così), il frutto, di circa 15 anni di ricerca e di circa 10 anni di scrittura da parte di Stefano Baietti, ingegnere, manager e cultore di lungo corso della storia economica e sociale del Paese: 2141 pagine, 40 pagine di indice dei nomi, oltre un migliaio di personalità citate. Nitidamente chi scrive ricorda che il 26 dicembre del 2009, l’Autore annunciò – nel giorno del suo onomastico (S. Stefano protomartire) – di aver messo la testa su un personaggio straordinario: Sergio Paronetto. Ne nacque, nel 2011, un convegno alla LUISS, che organizzammo insieme e, nel 2012 un libro, che curammo insieme, che ne raccoglieva gli Atti. Fu in certo senso la riscoperta di Paronetto. Da allora numerose iniziative e libri ne hanno approfondito e ripreso l’insegnamento.

 

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Patriottismo comunale, la destra meloniana gioca con l’ossimoro.

La destra di derivazione missina, giunta con la Meloni al vertice del potere, escogita un formulario di buone intenzioni per mascherare lo statalismo che ne connota la storia. È un tentativo di revisione, in nome dell’autonomismo territoriale, che si nutre di molta enfasi e poca linearità di pensiero. Basta misurare con attenzione l’approccio di Andrea Volpi, deputato e vice coordinatore del dipartimento enti locali di Fratelli d`Italia, così come risulta dal suo intervento di ieri alla festa di partito al Circo Massimo (Atreju 2024).

“Gran parte della bellezza e della particolarità dell`Italia – ha spiegato nel dibattito su Unità e coesione, il partito che rafforza campanili, borghi e identità – si deve ai suoi 7901 comuni, ognuno con le proprie peculiarità, il proprio paesaggio, la propria storia e i propri genius loci. Grazie ai fondi Pnrr abbiamo avuto la possibilità di sviluppare un vero e proprio progetto di rilancio dei borghi d`Italia partendo dalla valorizzazione del patrimonio culturale sparso per tutta la penisola ma anche da un processo di transizione informatica che renda i comuni sempre più competitivi e connessi tra di loro e con i cittadini”.

Da questa premessa Volpi ricava lo spunto per mettere insieme una rivendicazione (per la sua parte) e un’accusa (alla sinistra): “Fratelli d`Italia si sta dimostrando sempre di più il partito degli amministratori locali. Non accettiamo lezioni da chi negli ultimi 15 anni ha tagliato miliardi agli enti locali e bombardato l`architettura dello Stato con una finta abolizione delle province. Ora è compito di noi eletti impegnarci nel coltivare un nostro modello di città del dopodomani per avversare i modelli effimeri e senza anima, come la città dei 15minuti, la città generica, la città dei 30kmh, le città della paura, che la sinistra vorrebbe imporre”.

Ed ecco la sua conclusione: “Per farlo è necessario rimettere al centro la pianificazione urbanistica, coniugare l`identità territoriale con quella nazionale, rafforzare le autonomie locali diminuendo il centralismo ma aumentando la sussidiarietà dando così vita ad un nuovo municipalismo che potremmo definire “patriottismo comunale”.

Ora, sarebbe interessante capire in che senso Fratelli d’Italia possa rivendicare un merito speciale per una politica di spesa garantita dai fondi del Pnrr. Non può essere l’eccezionale contributo europeo, utilizzato per sostenere anche gli investimenti locali, un motivo di vanto. Lo sarebbe invece se il piano degli interventi comunali fosse stato ordinato e promosso secondo una direttiva strategica. La destra, invece, ha solo accompagnato un processo che trova largamente origine nelle scelte del governo Draghi.

Quel che più stona, tuttavia, è la retorica del “patriottismo comunale”, come se l’autonomia differenziata delle Regioni non si configurasse come una intelaiatura istituzionale in tendenziale contrasto con la valorizzazione dell’Italia dei Municipi. Non si ha il coraggio di esplicitare il dissenso dal disegno leghista e si ricorre alla gonfiezza di formule astratte, senza effettive ricadute sul piano poltico e amministrativo. In questo modo si alimenta la confusione perché invece di frenare Salvini, dando un profilo corretto alla politica autonomistica, si preferisce giocare con un ossimoro bell’e buono, immaginando di collegare – ma come? – nazionalismo e municipalismo. Forse non è una novità. Qualcosa di analogo provò a farlo il marchese Di Rudinì a fine ‘800 e non andò per niente bene: il “decentramento conservatore”, come fu prospettato in corrispondenza di un disegno restauratore di “stato forte”, cadde sotto i colpi di una grave crisi del regime liberale. La storia insegna che la politica esige sempre un quid di chiarezza e rigore: non si riforma lo stato a colpi di ossimori. Bisogna tenerne conto nel dibattito politico attuale. In sostanza, anche per quanto riguarda le autonomie locali, la destra deve trovare la forza di rigenerarsi nella necessaria coerenza di un “pensiero lungo”, specialmente a motivo della funzione centrale che oggi esercita nel governo del Paese.

L’attualità della Nato nella nuova dimensione della sicurezza globale

Questo 2024 in cui si è celebrato il 75° della Nato, si sta chiudendo nell’incertezza riguardo alla pace. Proprio per questo risulta ancora più importante riflettere sul ruolo dell’Alleanza atlantica alla luce dell’urgenza di un impegno per invertire la piega che rischiano di prendere gli eventi, per gettare invece le basi per la ridefinizione di una architettura di sicurezza e di cooperazione globale, adeguata al multilateralismo che si sta affermando.

Uno strumento assai utile a questo tipo di riflessione è costituito dal libro “Nato, ieri, oggi e domani” a cura di Riccardo Sessa per la collana Sioi di Armando editore.

Il volume, suddiviso in tre parti, riunisce interventi e documenti sul tema. Nella prima parte sono presentati i lavori della Conferenza internazionale organizzata dalla S.I.O.I. (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) ad aprile del 2024, in collaborazione con la Divisione di Diplomazia Pubblica del Segretariato della Nato, diretta da Nicola de Santis, per celebrare il 75° anniversario della costituzione della Nato. La seconda parte fornisce contributi di esperti, con esperienze personali nella vita dell’Alleanza. Infine, nella terza parte si trovano alcuni fra i principali documenti dell’Organizzazione.

Anche alla luce del repentino cambio di regime appena avvenuto in un paese-chiave del Mediterraneo, la Siria, risulta quanto mai opportuno l’invito formulato alla suddetta conferenza dal capo dello stato a rivolgere maggiore attenzione all’area mediterranea e medio-orientale, perché, ha affermato Sergio Mattarella, “Non ci può essere separazione tra sicurezza del fianco nord e sicurezza del fianco sud dell’Alleanza”.

Per la Nato significa continuare il dialogo già intrapreso con i Paesi delle suddette aree. Quest’anno, infatti, ricorrono anche gli anniversari di due partenariati della Nato con Paesi dell’area MENA (Middle East and  North Africa). Il Dialogo Mediterraneo, creato nel 1994, con sette Paesi della regione del Mediterraneo meridionale (Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Mauritania, Tunisia e Algeria). E l’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul avviata nel 2004, rivolta a quattro Paesi della regione del Golfo Persico (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar).

Uno fra gli aspetti che rendono la Nato di attualità in un mondo molto diverso da quello in cui è stata costituita, consiste nel fatto che il Patto atlantico è un’alleanza politica, dotata di un’organizzazione militare per scopi difensivi, nella quale il ruolo centrale è svolto dal Consiglio Atlantico, composto dai governi dei Paesi membri, con pari dignità e con il metodo del consenso per decisioni sempre all’unanimità. Un meccanismo di governance che non potrebbe che venire rafforzato dalla costituzione di una autentica difesa europea.

Per l’Italia, come ricorda nell’introduzione l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, l’adesione alla Nato da Paese fondatore nel 1949 «fornì anche l’occasione a De Gasperi e a Sforza di adoperarsi, come rileva Giulio Andreotti nel suo “De Gasperi visto da vicino”, “per entrare nel grande giuoco internazionale”».

Nel nostro tempo la dimensione della sicurezza è diventata globale, e questo ha indotto la Nato ad allargare la sua area di interesse sempre con l’obiettivo di costituire un ombrello protettivo per la democrazia, la libertà e la pace.

Fondazione De Gasperi, un suo cortometraggio celebra lo statista trentino.

Il 10 dicembre 1945 segnava una data fondamentale nella storia italiana: Alcide De Gasperi assumeva per la prima volta la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Da quel momento e fino all’agosto 1953, avrebbe guidato ben otto governi, affrontando le sfide immense della ricostruzione di un Paese devastato dalle macerie morali e materiali lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale. La sua opera non si limitò a risollevare l’Italia sul piano economico e sociale, ma si concentrò soprattutto nel porre le basi per una nazione rinnovata, fondata sui principi di libertà, democrazia e giustizia sociale.

Oggi, a 79 anni da quel giorno e nel pieno dell’Anno Degasperiano, celebriamo questa ricorrenza attraverso il cortometraggio “Alcide De Gasperi, Visionario & Costruttore”. Presentato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 25 ottobre nell’Aula della Camera dei Deputati, il filmato ripercorre i momenti salienti della vita di De Gasperi, offrendo un ritratto vivido dello statista e degli ideali che ne hanno guidato l’azione politica.

Realizzato da WIP Italia e curato da Emmanuel Exitu in occasione del 70° anniversario della sua scomparsa, il documentario rappresenta una sintesi poetica e potente della straordinaria eredità lasciata da De Gasperi. In pochi minuti, il racconto riesce a evidenziare il suo ruolo chiave nel traghettare l’Italia fuori dalle difficoltà del dopoguerra, dalla scrittura della Costituzione repubblicana al consolidamento della posizione del Paese nel contesto internazionale, anche attraverso l’adesione al progetto europeo.

Questo lavoro non è solo un omaggio alla figura di De Gasperi, ma anche un invito a riflettere sulla necessità di una politica ispirata a visioni lungimiranti e al bene comune. La figura dello statista trentino emerge come un simbolo di integrità e dedizione, capace di unire visione e pragmatismo, qualità oggi più che mai attuali per affrontare le sfide del nostro tempo.

Il cortometraggio accompagna una serie di eventi ufficiali organizzati nell’ambito dell’Anno Degasperiano, sottolineando ancora una volta l’importanza di ricordare e celebrare personalità che, come De Gasperi, hanno saputo interpretare i valori fondanti della Repubblica e trasformarli in azioni concrete per il bene dell’Italia.

 

Il video

https://youtu.be/fAkFt_4kqWM?si=P8LkHOilOhwkWdAy

VaticanNews | 80 anni dopo: l’attualità del messaggio natalizio di Pio XII.

Ottant’anni fa, il 24 dicembre 1944, Pio xii pronunciava un radiomessaggio natalizio «ai popoli del mondo intero» riflettendo sul tema della democrazia, che è stato oggetto di un convegno organizzato dal Comitato Papa Pacelli e presieduto dal cardinale Dominique Mamberti. Tra i relatori, anche Luca Carboni, dell’Archivio Apostolico Vaticano. Quel radiomessaggio, diffuso in un mondo ancora squassato dalla tragedia della guerra, rappresenta la prima ufficializzazione del personalismo cristiano di Jacques Maritain applicato alla politica, postulando la centralità della responsabilità e della partecipazione di ogni cittadino alla conduzione della cosa pubblica.

Tanti gli spunti di attualità di quel testo magisteriale considerato una forma di “battesimo” della democrazia: dal principio fondante della dignità dell’uomo all’unità di tutto il genere umano; dal fermo e deciso “no” alla guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali (Papa Pacelli gridò in quella occasione: “Guerra alla guerra!”), all’auspicio che si formi “un organo per il mantenimento della pace”, investito “per comune consenso di suprema autorità” (le Nazioni Unite).

Tra i passaggi profetici del testo di Pio XII, che aveva ben presenti gli esiti nefasti del totalitarismo, c’è sicuramente la distinzione tra popolo e “massa”: “Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. La massa… aspetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera”. Il Papa osservava che della massa “abilmente maneggiata ed usata” può servirsi pure lo Stato. La massa manipolata diventa “nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza”.

Il rischio della manipolazione del consenso è in effetti quantomai attuale. Oggi, più che in passato, sembra talvolta che a prevalere nelle decisioni politiche non sia la forza degli argomenti migliori e dei programmi, ma siano piuttosto i rancori, i risentimenti, l’istinto. L’obiettivo principale non è più quello di migliorare le condizioni sociali di tutti ma piuttosto quello di rendere le società competitive, presentando le riforme come necessarie per non «rimanere indietro».

Le applicazioni dell’ingegneria genetica, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la corsa al riarmo – per fare soltanto alcuni esempi – incombono come una necessità strutturale per rimanere competitivi. Eppure, come notava Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus, «una democrazia senza valori si converte facilmente al totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

Come non pensare, guardando alla situazione odierna, ai rischi legati alla manipolazione delle informazioni in rete, alle fake news, alla profilazione per fini commerciali degli “individui consumatori”? Come non pensare al venir meno nel loro radicamento popolare di quelli che la Dottrina sociale della Chiesa definisce “corpi intermedi”, cioè alle associazioni, ai partiti, a tutto ciò che nasce dal basso perché le persone si organizzano per rispondere ai bisogni della società? Perché la democrazia si realizzi, oltre alla promozione dei singoli, è fondamentale il ruolo della società e dunque sono indispensabili luoghi e strutture di partecipazione e corresponsabilità. È necessario ascoltare, dialogare, confrontarsi. È necessario aprire gli occhi per evitare che le democrazie si trasformino in oligarchie, con il potere esercitato a chi detiene immensi capitali.

 

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Il Paese appartiene a tutti e tutti siamo chiamati a occuparcene

Per prima cosa voglio ringraziare per l’invito a questa occasione di dialogo e di confronto. Allo stesso tempo lasciatemi sgombrare da subito il campo da un equivoco di fondo.

 

Non è la prima volta che partecipo a occasioni di questo genere. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo, senza togliere nulla al lavoro che sto svolgendo in Agenzia.

 

 

 

Nel leggere i giornali mi accorgo che siamo ormai troppo abituati ai talent show e alle nomination. Quasi ormai rassegnati all’idea di un Paese o di una democrazia che possa essere salvata da una persona o da un nome. Senza neanche aver chiara quale sia l’idea di Paese che abbiamo in mente.

Ecco, questo modo di vedere e affrontare la realtà non appartiene alla mia cultura e nemmeno direi alla cultura e all’esperienza cattolica di cui oggi parliamo.

In realtà, il Paese appartiene a tutti e tutti siamo chiamati a occuparcene. Ognuno nel tempo e nel luogo in cui si trova.

In questi anni – in cui ho avuto l’onore di servire il Paese in un luogo particolare –, sono due le parole che mi hanno sempre interessato. Due parole fin troppo utilizzate, eppure non conosciute davvero. Due parole che ci restituiscono l’idea che la politica riguarda tutti. Queste due parole sono “Bene”: che parla del bene come qualcosa di possibile, e bello oltre che giusto.  E “Comune”, che ci parla di più di ciò che ci unisce, di ciò che abbiamo in comune invece che di ciò che ci divide.

La politica non è un gioco di potere e nemmeno un gioco di società.  Il bene comune è troppo importante per ridurlo a una sfida tra persone per trovare chi meglio incarna (magari per lo spazio di un mattino) il ruolo di salvatore della Patria o di uno schieramento.

Perché non c’è salvezza senza corresponsabilità. Sono anni che mi ostino a parlarne, ricordando le splendide parole della nostra Costituzione. Prima tra tutte la parola che riguarda tutti. Uguaglianza.

Possibile che nemmeno questo si possa più dire? Detto questo, parliamone invece a partire da quel che è successo a Trieste… È il migliore servizio che possiamo fare gli uni agli altri. Parliamone provando a dare il giusto significato alle parole.

La questione sociale e le risposte della politica.

È indubbio che esiste nel nostro paese, purtroppo, una nuova ed inedita ‘questione sociale’. I numeri ce lo dicono apertamente, e anche senza fare inutili e demagogici allarmismi. La crescita della povertà, l’aumento delle disuguaglianze sociali, la difficoltà del cosiddetto ascensore sociale e il consolidarsi del disagio e dell’esclusione in molte aree metropolitane sono la conferma della irruzione, appunto, di una moderna ed inaspettata ‘questione sociale’. A fronte, e non si può affatto dimenticare o sottovalutare, di una crescita esponenziale dell’occupazione, dell’aumento significativo del Pil, di un incremento dell’export e di uno scenario economico a breve/medio termine che non va nella direzione della recessione e della decrescita. E questo, va pur detto, è anche e soprattutto merito delle scelte politiche concrete del Governo Meloni.

Detto questo, per essere onesti intellettualmente, ci sono però due strade concrete per cercare di affrontare una ‘questione sociale’ che presenta, come sempre capita, aspetti preoccupanti se non addirittura inquietanti anche sotto il versante politico, culturale e, a volte, della stessa tenuta dell’ordine pubblico.

La prima strada è quella di trarre da una risorgente ‘questione sociale’ l’occasione per innescare una sorta di guerra totale contro il Governo in carica, contro gli avversari/nemici politici e, in ultima  analisi, contro tutto ciò che contrasta contro la propria visione e il conseguente progetto politico. È la strada, del tutto legittima, che sta perseguendo concretamente lo storico sindacato rosso, la Cgil, e in particolare il suo segretario generale Landini. Una strategia che non può che radicalizzare le posizioni, che trasforma la stessa ‘questione sociale’ in uno strumento attorno a cui costruire un progetto politico. Al di là del giudizio di merito su questa strategia, è indubbio che la ‘questione sociale’ diventa solo un aspetto, peraltro importante, finalizzato a delineare una prospettiva tutta ed esclusivamente politica con il rischio di non affrontare concretamente le singole questioni sul tappeto. Posizione, questa, a cui si accodano tutti coloro che concepiscono la politica all’insegna di una permanente e strutturale radicalizzazione.

La seconda strada, seppur altrettanto opinabile, è quella di privilegiare la via della concertazione, della condivisione e della contrattazione. È la via praticata dalla Cisl nel mondo sindacale e da quei soggetti politici che privilegiano la cultura della mediazione, dell’approccio riformista, della ricerca della sintesi e delle soluzioni condivise. Cioè di trovare soluzioni concrete, al di là della sola polemica politica frontale con la controparte. Sia essa politica, sindacale o governativa.

Comunque sia, la ‘questione sociale’ non è una variabile indipendente ai fini della stessa politica di sviluppo e di crescita nel nostro paese. E sullo stesso piano, non si può non affrontare e perseguire, con la dovuta attenzione e sensibilità, anche quella giustizia sociale che era, è e resta la vera priorità per le forze politiche che fanno del riformismo e di una seria e credibile cultura di governo la loro cifra essenziale di comportamento. Perché proprio attorno alla ‘questione sociale’ si misura la credibilità e la stessa maturità dei partiti che si definiscono democratici, riformisti e di governo.

Il De Gasperi di Antonio Polito è un libro prezioso

I nostri anni sono quelli in cui siamo giunti alla fine di qualsiasi efficacia delle vecchie eredità politiche di destra e sinistra, di Democrazia Cristiana e Partito Comunista, delle varie classifiche dei gruppi tradizionalmente contrapposti, di una contrapposizione che sempre meno interessa l’elettorato. Trascorsi ottanta anni dall’inizio del dopoguerra e della nuova vita democratica e pluralista della comunità nazionale, oggi si fa la storia finalmente non guardando più alle appartenenze cui ascrivere l’apporto di questo o quel personaggio, ma descrivendo la fattualità dell’apporto specifico di questo o quel personaggio, senza sottolinearne il particolare segno vuoi ideologico vuoi politico vuoi filosofico vuoi in generale di appartenenza: quello che oggi preme è soprattutto cogliere le responsabilità personali, quelle assunte e onorate e quelle rifiutate o declinate con maggiore o minore abilità.

 

Nessuno scrivendo un libro su Cavour si preoccupa di esaltare i meriti del partito di appartenenza – i liberali – del primo capo del governo italiano; piuttosto l’osservatore entra nel merito delle innovazioni apportate e casomai di quelle che non fece in tempo per la morte precoce a tradurre in realtà. La storia è fatta dalle responsabilità dell’uomo singolo in sé. Ora, ed era tempo che ciò avvenisse, scrivendo un libro sull’altro grande capo di governo italiano, De Gasperi, si usa lo stesso metro: si potrebbe al limite tralasciare di ricordare il fatto che è il fondatore della Democrazia Cristiana; e anche trascurare il fatto che ha portato al potere tanti personaggi attraverso il partito, chi più meritevole, chi meno; il fatto è che l’assunzione del peso delle responsabilità ‘a tutti azimut’ per le sorti d’Italia è una caratteristica di molto pochi rispetto al gran numero di personaggi che assumono il potere come ministri, presidenti di ramo parlamentare, presidenti di istituzioni dello Stato, capi di aziende pubbliche, responsabili di rappresentanze imprenditoriali e sindacali e così via; tutta gente che assume i poteri chiarendo di essere membri di una parte precisa in senso politico.

L’operazione di trarre delle lezioni per il presente e per il futuro dall’approfondimento della biografia di ciascuno di questi pochi personaggi – in particolare dal leader trentino, il principale e più meritevole di essi – è resa possibile proprio dal fatto che come primo e più pertinente ingrediente non entrano più nel discorso appartenenze, identità, idiosincrasie. Il mondo delle preferenze (presunte) dell’oggetto di studio e quello delle preferenze dell’osservatore non hanno più rilevanza di fronte al riscontro dei fatti condotto dall’osservatore medesimo. La storia dialoga con noi costruttivamente e ci regala, a una attenta osservazione, lezioni utilizzabili. Tutto sta nel coglierle. Antonio Polito con il suo libro “Il costruttore” (Mondadori) lo ha fatto. È proprio con il proposito di contenere le cinque lezioni che Alcide De Gasperi con la sua biografia, con i suoi fatti, con le sue responsabilità offre – gratuitamente – agli italiani (e agli europei) a settant’anni dalla sua scomparsa che nasce questo libro. I nostri giorni sembrano caratterizzati proprio dal filone di risposte e di spunti che ci offre la biografia di De Gasperi.

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