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50 anni dell’Istituto Maritain: un viaggio tra filosofia, fede e bene comune.

Il 50° anniversario dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain segna un momento di riflessione per un’istituzione che, dal 1974, si impegna a diffondere il pensiero del filosofo dell’«umanesimo integrale». Nella cornice del convegno che si terrà a Roma il prossimo 29 novembre, si ripercorrono cinque decenni di lavoro a favore del dialogo interculturale e interreligioso, dei diritti umani e del bene comune. 

Grazie al sostegno del Pio Sodalizio dei Piceni, l’Istituto iniziò il suo cammino nella sede di Via dei Coronari 181, a Roma, alle spalle di Piazza Navona. Da allora, è diventato un punto di riferimento nel dibattito su Maritain, una figura centrale nel panorama del cattolicesimo del XX secolo, che ha saputo coniugare filosofia, fede e azione politica. Tra i suoi contributi più rilevanti si ricordano il ruolo nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il suo impegno teso a promuovere i principi di una “politica umana”, ordinata sulla centralità della persona.

L’Istituto, attraverso convegni, ricerche e pubblicazioni, ha coltivato un’eredità che guarda alla pluralità culturale come una ricchezza e alla cooperazione internazionale come un dovere. Il convegno celebrativo rappresenta l’occasione per ribadire la necessità di riscoprire questa visione in un mondo frammentato ma interconnesso. Come spesso sottolinea il presidente Francesco Miano, l’insegnamento di Maritain invita a cercare punti essenziali per un’azione condivisa, superando le differenze culturali e religiose a favore del bene comune.

In un contesto globale segnato da conflitti e incertezze, l’eredità di Jacques Maritain continua a offrire strumenti preziosi per costruire ponti di dialogo e riflettere sul senso della comunità e della fraternità universale.

Il Convegno internazionale si terrà a Roma 29 novembre 2024 – ore 15.00-19.00
alll’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede (via Piave, 23)
Per informazioni e iscrizioni: segreteria@maritain.net

 

Tregua tra Israele e Libano, Biden traccia la strada per il futuro del Medio Oriente.

Il popolo di Gaza “merita la fine dei combattimenti e degli sfollamenti”. Così si è espresso ieri il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in un discorso dalla Casa Bianca, dopo aver annunciato la tregua tra Israele e Libano.

“Proprio come il popolo libanese merita un futuro di sicurezza e prosperità, anche il popolo di Gaza ha diritto a questo. Anche loro meritano la fine dei combattimenti e degli sfollamenti”, ha dichiarato Biden, aggiungendo: “Il popolo di Gaza ha vissuto un inferno. Il loro mondo è completamente distrutto. Troppi civili hanno sofferto e, per mesi, Hamas ha rifiutato di negoziare un cessate il fuoco in buona fede e un accordo per gli ostaggi. Ora, Hamas deve fare una scelta. L’unica via d’uscita”, ha sottolineato il presidente, “è rilasciare gli ostaggi, compresi i cittadini americani, e, in questo processo, porre fine ai combattimenti, consentendo l’incremento degli aiuti umanitari”.

Biden ha inoltre spiegato che gli Stati Uniti lavoreranno con Turchia, Egitto, Qatar, Israele e altri Paesi “per raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, garantendo il rilascio degli ostaggi e la fine della guerra, senza Hamas al potere, un passo necessario per rendere questo obiettivo possibile”.

Allargando la visione all’intera regione, il presidente ha affermato che l’annuncio di oggi “ci avvicina alla realizzazione dell’agenda positiva che ho promosso durante tutta la mia presidenza: una visione per il futuro del Medio Oriente che sia pacifica, prospera e integrata oltre i confini”.

Un futuro, ha aggiunto, “in cui i palestinesi abbiano uno Stato proprio, che soddisfi le legittime aspirazioni del suo popolo, non rappresenti una minaccia per Israele e non ospiti gruppi terroristici sostenuti dall’Iran”. Ha poi immaginato un futuro “in cui israeliani e palestinesi godano di sicurezza, prosperità e, sì, dignità in ugual misura”.

Per raggiungere questa visione, gli Stati Uniti si sono detti “pronti a concludere una serie di accordi storici con l’Arabia Saudita, includendo un patto di sicurezza e garanzie economiche, oltre a un percorso credibile per la creazione di uno Stato palestinese e la piena normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele, un obiettivo comune”.

Guardando al tempo rimanente del suo mandato, Biden ha promesso di lavorare “instancabilmente per promuovere questa visione di una regione integrata, sicura e prospera, che rafforzi anche la sicurezza nazionale americana”.

Tuttavia, ha concluso, per realizzare tutto questo “sarà necessario fare scelte difficili”. Israele, ha osservato, “ha dimostrato coraggio sul campo di battaglia, e l’Iran e i suoi alleati hanno pagato un prezzo molto alto. Ora Israele deve essere audace nel trasformare i successi tattici contro l’Iran e i suoi proxy in una strategia coerente, che garantisca la sicurezza a lungo termine di Israele e promuova una pace e una prosperità più ampie nella regione”.

Villa Pamphilj si rifà il look: 1,5 milioni per il Giardino del Teatro.

La Giunta Capitolina ha approvato ieri la delibera presentata dall’assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, Sabrina Alfonsi, relativa al progetto di fattibilità tecnico-economica per la riqualificazione del Giardino del Teatro di Villa Pamphilj, nel Municipio XII. L’intervento, finanziato con 1,5 milioni di euro provenienti dai fondi del Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale, si inserisce in un più ampio programma di valorizzazione del parco storico, curato dall’Ufficio Ville Storiche del Comune di Roma.

“Con questo progetto,” ha spiegato Sabrina Alfonsi, “vogliamo restituire al Giardino del Teatro la ricchezza e la varietà della sua vegetazione, con particolare attenzione alla scelta di piante resistenti e alla cura del patrimonio arboreo. Saranno valorizzate collezioni di piante in grado di offrire fioriture e profumi, migliorando allo stesso tempo la sicurezza per i visitatori grazie alla rimozione di alberi morti o pericolanti. Questo intervento fa parte del lavoro complessivo che stiamo portando avanti a Villa Pamphilj, dove abbiamo previsto 11 interventi per un totale di 12 milioni di euro.”

 

Il contesto
Villa Pamphilj è il secondo parco urbano più esteso di Roma, con una superficie di 184 ettari. Il Giardino del Teatro, situato nella parte est del parco, ospita un’importante collezione botanica e ampie aree a prato, che durante la bella stagione rappresentano un luogo di sosta e relax per i cittadini.

 

Gli interventi principali
Il progetto si concentrerà su vari ambiti di riqualificazione:

    • Percorsi e decoro: saranno restaurate opere in ferro come recinzioni, cancellate, sedute e pergolati, e sarà ripristinata una rampa di scale presso l’esedra del teatro.
    • Elementi architettonici: le fontane di Cupido e Venere, l’esedra e il ninfeo dei Tritoni saranno oggetto di successivi interventi nell’ambito del Progetto Giubilare Caput Mundi.
  • Riqualificazione vegetale: la componente arbustiva sarà ricostruita secondo una struttura a più livelli. “Gli alberi esistenti,” ha spiegato Alfonsi, “domineranno il primo piano, mentre il secondo livello sarà formato da piccoli alberi, lasciando spazio tra loro e le piante a livello del suolo.”

Le vasche, un tempo dedicate a fioriture stagionali, ospiteranno piante xerofile, capaci di resistere alla siccità. Siepi e tassi vicino all’esedra saranno integrate con nuove essenze sempreverdi, mentre il pergolato del roseto sarà ripristinato con diverse varietà di rose rampicanti. Verranno inoltre create nuove aiuole e rigenerati i prati, arricchendoli con piante bulbose e prati fioriti per favorire la biodiversità.

“Continua il nostro impegno,” ha concluso Alfonsi, “per fare di Roma una città più vivibile, in cui bellezza e diritto al verde siano garantiti a tutti i cittadini, promuovendo uguaglianza, benessere e salute.”

M5S, l’esito comico di un partito inventato da un comico.

Dunque, per anni abbiamo avuto un partito populista guidato da un comico che, piaccia o non piaccia, ha registrato un successo politico ed elettorale di straordinaria importanza. Dopodichè, e per tornare all’oggi, adesso abbiamo semplicemente un partito populista ma comico. Un partito, cioè, guidato da un personaggio che può coprire qualsiasi ruolo e farsi carico di qualsiasi esigenza politica, culturale e programmatica. Mai battuta più azzeccata, parlando di ciò che resta dei 5 stelle e del suo attuale condottiero indiscusso ed indiscutibile, è quella pronunciata molti anni fa da Sandro Fontana, raffinato intellettuale e politico, quando disse commentando il comportamento di qualche democristiano che non gli stava particolarmente simpatico: “Questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. E questo, appunto, sono oggi i grillini dei 5 stelle.

Possono, cioè, essere tutto e il contrario di tutto. Di destra, di sinistra, centristi, progressisti, liberali e liberisti, soprattutto populisti, conservatori, cattolici, laici, manettari, giustizialisti, anti casta ed espressione della casta in quanto incalliti poltronari, pacifisti ed internazionalisti, anti sistema e di governo, centralisti e federatisti. Esattamente come diceva Sandro Fontana e come recita il vecchio adagio popolare, “tutto e il contrario di tutto”.

Ora, e senza infierire ulteriormente contro un partito che nessuno sa, ad oggi, quale progetto politico metta in campo se non quello di continuare ad occupare poltrone e spazi di potere, l’unico elemento su cui vale la pensa soffermarsi parlando degli eredi legittimi del “vaffa day”, è che si tratta di una scheggia impazzita che può realmente fare di tutto. E questo per una ragione persino troppo semplice da spiegare: non avendo una cultura politica alle spalle e non avendo elaborato alcun progetto politico definito e specifico, il partito populista attuale dei 5 stelle ha una radicale libertà di movimento. Detto con termini più espliciti, te lo puoi trovare da qualsiasi parte e in qualsiasi alchimia politica. Il vuoto pneumatico della due giorni romana, se non per avere emarginato il cosiddetto ‘Elevato’ per ragioni di puro potere, ci consegna un solo risultato. 

D’ora in poi, ma già sino ad ora era sostanzialmente così, avremo un elemento in più che sancisce la crisi del nostro sistema poltico. Perché quando si innesta in un sistema politico già malato un carico di trasformismo, di opportunismo e di radicale vuoto progettuale la politica non può che subirne pesantemente le conseguenze. Una cosa sola sappiamo. E cioè, il partito di Conte resta un partito populista, manettaro, giustizialista, fintamente e virtualmente anti casta. Ragioni che ci portano a dire che con partiti del genere è sempre consigliabile ‘stare alla larga’, come si diceva un tempo. Il resto è solo propaganda ed ipocrisia.

La sfida bipolare di Elly Schlein sotterra ogni prospettiva di proporzionale

Che i risultati delle recenti elezioni regionali in Emilia Romagna e in Umbria, con la chiara vittoria delle liste dell’inedito “campo largo” progressista, dopo aver superato nettamente i pentastellati di Conte, non sarebbero stati solo un dato numerico ma avrebbero influito sulla linea strategica del PD di Elly Schlein, era immaginabile.
Da tempo, infatti, l’obiettivo prioritario era uscire vincitori nella competizione interna alla coalizione di sinistra contro Giuseppe Conte e il suo movimento, uscito con le ossa rotte per via di un risultato che ha certificato il suo inarrestabile declino.

Nella nuova fase che si intravede, si nota un qualche punto di contatto con la vecchia idea veltroniana. Allora, si trattava di contrastare la crescente egemonia berlusconiana, puntando, sulla scia di una promettente crescita, a una sorta di bipartitismo anglosassone, con tanti cespugli attorno a un partito guida per affrontare e contrapporsi direttamente alla forza egemone del campo avverso. Una scelta che sembra inserirsi nell’ormai permanente orizzonte bipolare, che fa diventare metodo la tendenza a desertificare l’area di centro, favorendo accorpamenti o intese con forze identitarie che non hanno ancora trovato una giusta visibilità nazionale.

Questa dinamica rivela, però, tutta la strumentalità di un preciso disegno verticistico finalizzato a captare, soprattutto, quella parte di elettorato cattolico che, dalla “diaspora democristiana”, ha perso ogni punto di riferimento identitario.

Ci sono, però, nel nuovo corso di Elly Schlein, differenze significative.
Se da una parte la tecnica attrattiva di Giorgia Meloni tende a privilegiare, come marketing elettorale, le forze di centro – principalmente l’area cattolica – in cerca di visibilità o di accreditamento, tanto locale quanto nazionale, Schlein sembra invece orientata a privilegiare il partito come una summa identitaria.

L’obiettivo, nella prospettiva della prossima legislatura, appare quello di evitare alleanze sia con le forze di centro sia con quelle più a sinistra, così da scongiurare ricatti e disimpegni che, in passato, hanno spesso impedito al PD di portare a termine le proprie investiture governative.

Questa percezione trova conferma nell’acquisita tendenza di Renzi e Calenda, i quali – traendo lezione dalle deludenti performance del Terzo Polo – sembrano orientarsi a confluire, al momento fluidamente, all’interno del PD.

Quel che non convince, tuttavia, è che difficilmente una tale convivenza di culture può durare a lungo. La prevalente radicalizzazione libertaria su diritti civili, fine vita e l’approccio bellicista al conflitto russo-ucraino, unita a una buona dose di giustizialismo e antipolitica mutuati dai 5 Stelle, rischiano infatti di rendere difficile ogni compatibilità valoriale con l’area centrista e cattolica.

Francamente, da chi afferma di avere a cuore l’integrità della Costituzione, lo Stato di diritto e le sorti del Paese, non ci saremmo aspettati questa netta conversione al bipolarismo. Si fatica, infatti, a comprendere questa sorta di cecità politica che sembra affliggere l’attuale PD.

Non appare di buon auspicio, inoltre, l’assuefazione a considerare cosa ordinaria l’essere governati da minoranze che, pur vincitrici nei responsi elettorali, non risultano rappresentative dell’intera realtà del Paese, considerato che ormai più della metà degli elettori non vota.

Ci si chiede, dunque, se questo forte affievolimento della partecipazione, cardine fondamentale del principio di sovranità democratica, debba essere ritenuto un fisiologico esercizio dei diritti politici o, piuttosto, l’effetto della mancanza, ormai cronica, nel sistema, di una cultura della mediazione e della lungimiranza.

A ciò si aggiunge l’assenza di modelli di partito e metodiche simili a quelli espressi da una classe politica di alto livello, che seppe garantire sviluppo e prospettive al Paese negli anni difficili del secondo dopoguerra.

Stupisce, infine, il tempismo con cui ci si affretta a cogliere questo mutamento di umori, con il recente progetto governativo di premierato, ora in discussione in Parlamento.

A questo punto, sarebbe auspicabile che l’area cattolico-democratica e riformista si affranchi dalle suggestioni strumentali, tanto di destra quanto di sinistra, per cominciare, invece, a promuovere un progetto credibile per il terzo millennio, in linea con le sfide epocali e considerando la geografia delle nuove potenze emergenti.

Diventa necessario, inoltre, rimettere al centro il problema della riforma elettorale, puntando su un ritorno al proporzionale secondo il modello tedesco del cancellierato con sfiducia costruttiva.

Un ritorno a livelli fisiologici di partecipazione al voto sarebbe essenziale per garantire un giusto coinvolgimento. In un contesto di grandi cambiamenti – segnato dall’isolazionismo degli Stati Uniti, interpretato oggi da Trump, e dalla necessità per l’Europa di ridefinirsi su difesa, immigrazione, lavoro, fisco e accordi vitali su energia e commercio – scelte più rappresentative del Paese e dell’Unione Europea diventano un imperativo per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.

Usa, governo snello: i piani di Trump e i dubbi degli esperti.

Insieme a Vivek Ramaswamy, nominato dal presidente eletto Donald Trump alla guida del nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa, Musk ha condiviso le sue opinioni in un editoriale pubblicato mercoledì sul Wall Street Journal. Secondo loro, il ritorno obbligatorio in ufficio potrebbe generare risparmi significativi per il governo degli Stati Uniti, una delle principali missioni dell’ente non governativo. “Obbligare i dipendenti federali a tornare in ufficio cinque giorni alla settimana porterà a un’ondata di dimissioni volontarie, un risultato che consideriamo positivo”, hanno affermato. Trump ha aggiunto che la riforma dovrà produrre risultati concreti entro il 4 luglio 2026, sottolineando che un governo più snello ed efficiente sarebbe il regalo ideale per il Paese in occasione del 250° anniversario della firma della Dichiarazione di Indipendenza. 

Tuttavia, un rapporto dell’Ufficio di gestione e bilancio (OMB) ha rivelato che solo 228.000 dipendenti federali, pari al 10% del totale, lavorano interamente da remoto e non sono obbligati a recarsi in ufficio. In generale, l’OMB ha osservato che circa l’80% delle ore lavorate dai dipendenti federali avviene in presenza. Inoltre, stime del Congressional Budget Office indicano che, nel 2022, la percentuale di dipendenti federali che lavoravano da remoto (circa il 22%) fosse simile a quella del settore privato (25%). L’American Federation of Government Employees, il principale sindacato dei dipendenti federali con oltre 800.000 iscritti in quasi tutte le agenzie federali e nel Distretto di Columbia, ha affermato che eventuali modifiche alle condizioni di lavoro riguardanti i contratti devono essere negoziate attraverso il normale processo di contrattazione collettiva, e non tramite dichiarazioni pubbliche. 

Poi secondo Brian Riedl, ricercatore senior al Manhattan Institute, costringere tutti i dipendenti federali a tornare in ufficio potrebbe non portare a risparmi significativi. La retribuzione complessiva dei dipendenti civili federali è di circa 305 miliardi di dollari all’anno, poco più del 4% del bilancio federale. Pertanto, anche se si riducesse in modo significativo la forza lavoro, l’impatto sui costi sarebbe marginale. Riedl sottolinea inoltre che il numero di dipendenti federali è invariato rispetto a cinquant’anni fa, quando il governo aveva molti meno programmi e compiti. “Non credo che si possa ridurre drasticamente la forza lavoro federale senza paralizzare il governo”, ha affermato.

In definitiva, la proposta di Elon Musk e Vivek Ramaswamy solleva interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine di una politica che punta a ridurre la forza lavoro federale senza considerare le peculiarità delle singole agenzie. Mentre il ritorno in ufficio potrebbe sembrare una soluzione rapida per ridurre i costi, gli esperti avvertono che senza un approccio più mirato e flessibile, si rischia di compromettere l’efficienza e l’attrattività del settore pubblico. Il dibattito su come ottimizzare la burocrazia federale continua, ma una cosa è certa: trovare un equilibrio tra l’efficienza operativa e le necessità dei dipendenti sarà fondamentale per il futuro del governo degli Stati Uniti.

Europa o Russia? Moldova e Georgia dopo le urne.

Le mire espansionistiche della Russia di Putin potrebbero non limitarsi all’Ucraina. È il timore di molti. I primi paesi indiziati in tal senso sono la Moldova e la Georgia. Dove si è votato da poche settimane. È molto interessante analizzarne i risultati, cosa che naturalmente non hanno trascurato di fare gli analisti più attenti. Inclusi coloro che operano in questo campo per conto dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE.

Nella piccola Moldova (2,5 milioni di abitanti che occupano una striscia di terra fra Romania e Ucraina) si è votato un referendum sull’inserimento in Costituzione dell’ingresso nell’Unione Europea (è paese candidato dal giugno 2022). Il sì ha vinto, ma con un margine esiguo (50,39% dei voti), assai inferiore a quanto previsto (o auspicato, forse). Le pressioni di Mosca e le interferenze via social hanno senz’altro inciso non poco su parte della popolazione, che non raggiunge certo gli standard di vita europei. Nelle condizioni date, per gli europeisti moldavi il risultato è comunque molto positivo e la ristrettezza del margine di vittoria non inficerà le dinamiche tecniche con le quali Chisinau affronterà gli step necessari per allineare la propria legislazione a quella europea.

Ma quella referendaria non era l’unica votazione. C’era anche quella per la Presidenza della Repubblica, in due turni. Purequi la vittoria degli europeisti non è stata travolgente, anche se più larga. Al ballottaggio la Presidente in carica, Maria Sandu, ha sconfitto col 55% dei voti lo sfidante filo-russo Alexandr Stoianoglo e potrà così proseguire con ancor maggior intensità il percorso di avvicinamento a Bruxelles. Ma è paradossalmente proprio questo che inquieta, ricordando come la vicenda ucraina sia nata in seguito alla spinta filo-europeista che era sorta nel paese. E la Transnistria, quella minuscola lingua di terra moldava confinante con l’Ucraina che si è data un autogoverno sostenuto dalla Russia e non riconosciuto dalla comunità internazionale, vive una condizione che ha molte similitudini con quella ante guerra del Donbass ucraino reclamato con la forza da Mosca.

In Georgia invece hanno vinto i filo-russi di Sogno georgiano, col 54% dei consensi. Accuse di brogli e di pesanti minacce subìte dalla popolazione sono state mosse dai partiti dell’opposizione (sono quattro e insieme hanno ottenuto il 35% dei voti), che hanno promosso nelle settimane seguenti al voto del 26 ottobre numerose manifestazioni di piazza. 

Sogno georgiano formalmente sostiene il processo di adesione all’Unione Europea ma in realtà al suo interno sono sempre più forti le spinte all’interruzione del percorso e per contro l’attrazione esercitata dalla Russia. Il governo sta pertanto usando il pugno di ferro contro gli oppositori che scendono nelle strade di Tblisi, la capitale, contestando – come detto – l’esito elettorale, che però è stato confermato dalla commissione elettorale centrale.

Giova ricordare che nel 2008 la Russia invase e conquistò le province georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, anche per frenare bruscamente l’eccessiva spinta occidentalista ed europeista dell’allora Presidente Mikhail Saakashvili (che qualche anno prima aveva abbattuto, con la cosiddetta “rivoluzione delle rose”, il prudente e saggio primo Presidente del paese divenuto indipendente, il famoso ultimo ministro degli esteri dell’URSS, Eduard Shevardnadze). Dopo pochi anni Saakashvili venne inesorabilmente battuto da un nuovo partito, appunto Sogno georgiano, fondato dal miliardario Bidzina Ivanishvili, e costretto all’esilio con una condanna per abuso di potere.

La società georgiana è decisamente filo-occidentale e filo-europea, e così pareva esserlo anche il partito al potere. Ma quando, nel 2021, Saakashvili è rientrato nel paese convinto di poter riprendere un ruolo politico attivo, sbagliando i calcoli, è finito in galera (ove si trova tuttora). Ivanishvili ha però pensato che la mossa del suo predecessore fosse stata concordata con qualche emissario occidentale e da allora ha cominciato a dubitare di Bruxelles e a guardare verso Mosca, pur se non con atti ufficiali. E quando Putin ha attaccato l’Ucraina la Georgia non ha aderito alle sanzioni decise contro Mosca. Preoccupando così, e non poco, i suoi oppositori. Che restano minoranza, forse anche nella società ma di sicuro nel Parlamento.

Romolo Murri, il profeta di una nuova virtù civile.

Il 12 marzo 1944, nel clima tragico dell’occupazione nazista di Roma, moriva Romolo Murri. lI 9 marzo, gravemente malato di enfisema polmonare, vergava ancora a matita, con mano incerta, alcune riflessioni sula storia d’Italia: «Il medioevo epoca di una grande fede religiosa? Per noi, epoca di una possente unità spirituale. Il rinascimento promessa riconquista di interiorità? Mirabile appello all’unità. Poi si sbarra la vita alla riforma interna; menzogna: servitù religiosa e civile. lI risorgimento voleva essere e non riuscì da essere rinascimento religioso: e intristì fatalmente. lI problema religioso-politico in Italia nell’ultimo cinquantennio: miseria, miseria. Oggi al cristiano bisogna chiedere una nuova virtù civile e alla vita civile una nuova serietà di cristianesimo vissuto». L’inedito foglietto, insieme ad alcuni altri scritti in quei giorni, è conservato nell’Archivio di Gualdo di Macerata, rifugio di Murri nei momenti più difficili della sua esistenza, luogo in cui trascorreva ogni anno nella propria casa mesi estivi di laborioso riposo, e in cui volle essere sepolto.

Murri era nato il 27 agosto 1870 a Monte San Pietrangeli. Dopo aver studiato nei seminari di Recanati e Fermo, venne inviato al Collegio Capranica di Roma per frequentare teologia presso l’Università Gregoriana, dove incontrò li primo dei due maestri da lui riconosciuti, il card. Billot. L’altro maestro, di cui sarà più tardi alievo nell’Università di Roma, era li marxista filosofo della storia Antonio Labriola. Condiscepolo al Colegio Capranica aveva Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, al cui “giudizio decisivo” sulla propria condotta e azione Murri si rimetterà negli ultimi mesi dela sua vita. Il Papa gli farà sapere, in quei giorni di fine 1943, «di aver ancora viva l’impressione avuta allora per l’intelligenza acutissima, l’impegno nello studio, i successi in teologia e la distinta pietà di don Murri»».

Il cinquantennio di storia italiana che Murri giudica sul letto di morte con parole desolate si era aperto per lui nella speranza di un rinnovamento della vita civile e religiosa italiana. Esattamente cinquant’anni prima, nel 1894, iniziando a tradurre in azione le direttive dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, il giovane sacerdote marchigiano fondava nella propria abitazione romana il primo circolo universitario cattolico, che, poco dopo (1895), diventava la FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani). Seguono anni di vorticoso lavoro culturale, civile e politico: Murri fonda riviste e pubblica libri; anima in tutta Italia, straordinario oratore, un movimento di giovani, specie universitari, che nel 1901 diviene il primo partito dei cattolici: la Democrazia cristiana italiana, dotata di un organo settimanale, Il domani d’Italia, stampato in oltre diecimila copie. Il carattere peculiare impresso da Murri al partito, l’autonomia dalla Chiesa nella sfera politica, non è approvata dal nuovo papa Pio X, che nel 1904 chiude d’autorità il partito dei cattolici. Seguono anni difficili, di crescente contrasto con la gerarchia, non riuscendo Murri, determinato a seguire il dettato della propria coscienza, ad obbedire al divieto di occuparsi di questioni civili e politiche. Nel 1907 viene sospeso a divinis, nel 1909 è colpito da scomunica.

Per quattro anni (1909-1913) sarà parlamentare italiano nelle fila del partito radicale. Quindi vivrà per tutta la vita del lavoro di giornalista e pubblicista, acuto osservatore e interprete della coeva storia italiana ed europea, animato da una profonda e costante persuasione: non potrà esservi rinnovamento della vita civile italiana senza costruzione di una democrazia della quale i cattolici sentano piena responsabilità; ma non potrà esservi autentica democrazia senza un interiore rinnovamento del cattolicesimo e del cristianesimo storici, attraverso una nuova filosofia e la prioritaria osservanza della legge suprema dell’amore. lI rinnovamento civile e politico non potrà aver luogo senza interiore e profonda riforma religiosa: questa è la tesi che Murri sostiene caparbiamente per tutta al vita, come dichiara anche nell’ultima delle diciotto lettere a Giovanni Gentile: «Alle esigenze di una religione libera e personale io rendo omaggio da molti anni, pagando di persona. Penso che voi abbiate, nell’intimo, un poco di simpatia per questa mia testimonianza ed esperienza. E più non chiedo».

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La piaga sociale della violenza di genere

Nella sua presentazione alla Camera dei Deputati della Fondazione intitolata alla figlia Giulia, Gino Cecchettin ha definito la violenza di genere “il frutto di un fallimento collettivo e non solo una questione privata”, ponendo così l’accento sulla necessità di educare le nuove generazioni. Trovo che siano parole appropriate, nate dal cuore di chi ha vissuto un dolore indicibile, che non ha eguali: l’onda lunga della violenza che sta attraversando il nostro tempo ha molte facce e quella contro le donne ne è parte significativa perché riassume in sé retaggi storicamente radicati e si esprime in modo sempre più intenso e cruento, in forme nuove e tragicamente sorprendenti.

In un mondo interconnesso e globalizzato i comportamenti umani sono il risultato di un riverbero che si ripercuote nell’intera società e coinvolge tutti. Chi nega che questa epoca sia caratterizzata da una crescita esponenziale e tristemente sofisticata delle forme di violenza, da quella fisica a quella simbolica, nasconde il vero a se stesso, le evidenze sono sotto gli occhi di tutti e ne abbiamo quotidiana notizia in ogni angolo del pianeta. Direi che ogni sua manifestazione ha una propria connotazione e specificità: generalizzare sarebbe un errore ma i sentimenti di odio, rancore, egoismo, vendetta, bramosia di possesso, sopraffazione li ritroviamo nelle guerre che stanno distruggendo il pianeta, ma anche nella quotidianità a noi più vicina.

Ho sempre sostenuto che basta aprire o chiudere una porta di casa per scoprire quanto le relazioni umane siano deteriorate nei sentimenti anche più quotidiani: non è così ovunque, ma il bene è nascosto e facciamo fatica a scoprirlo e a valorizzarlo. Sarebbe puerile e retorico affermare che il male e la violenza ci sono sempre stati ed oggi se ne parla perché i mezzi di comunicazione ci fanno conoscere realtà, fatti e misfatti che altrimenti resterebbero nascosti: ciò è vero, basta ripassare la storia e le vicende anche lontane nel passato, ma il progresso raggiunto, un benessere più condiviso e diffuso – senza per questo dimenticare le sacche di emarginazione, povertà, sottomissione – avrebbero dovuto maturare maggiori consapevolezze circa il rispetto della dignità umana e il perseguimento del bene comune.

Ma di quale progresso andiamo parlando se i principi più elementari di civiltà sono calpestati? La contraddizione più tangibile di questo tempo contrastato e difficile consiste semmai proprio nel gap che separa la teoria dalla prassi: siamo soverchiati da proclami, affermazioni di principio, enunciazione di ideali ma verifichiamo ogni giorno quanto i comportamenti umani eludano – fino a renderle retoriche – le parole con cui ammantiamo di perbenismo e ortodossia il ‘dover essere’, mentre di converso rubrichiamo un elenco sconfinato di azioni delittuose che si superano in efferatezza. Abbiamo da pochi giorni archiviato nella retorica delle celebrazioni inutili la giornata mondiale dedicata ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ed ecco che ci ritroviamo a riassumere – in una ricorrenza altrettanto dedicata – quanto sarebbe semplicemente doveroso e normale riservare alle donne ciò che ogni essere umano merita in quanto persona.

Non passa invece giorno senza che la cronaca ci informi di azioni criminali, uccisioni, delitti ascrivibili ai reati di genere: ci troviamo di fronte ad un imbarbarimento collettivo a cui siamo irresponsabilmente rassegnati e che non ci sorprende più, ogni fatto supera in efferatezza quello di cui leggevamo ieri, il senso di impunità diffuso è una delle cause di questa incessante reiterazione del male. Ci si chiede come neppure la paura di essere scoperti fermi la mano degli assassini: non esiste giustificazione alcuna per comprendere i femminicidi dilaganti la cui imprevedibilità è persino disarmante, una vera sconfitta per la giustizia che giunge sempre postuma e spesso non altrettanto commisurata all’entità del reato, nel suo essere punitiva e riparativa.

Viviamo nella società delle attenuanti generiche. Leggendo alcuni commenti postati a margine delle parole del padre di Giulia Cecchettin viene da rabbrividire, nemmeno una tragedia umana di questo genere redime i cuori verso l’umana condivisione, anche nel dolore più profondo in questo mondo di apparenze e di confusione e ribaltamento di valori non trova spazio la pietas, la compassione. Siamo in presenza di solitudini siderali che ci allontanano dalla comprensione degli altri, ciascuno si radica in spiegazioni che fanno della dietrologia il nascondimento della realtà. Trovo che circoli molta ipocrisia e altrettanto affettato giustizialismo, ci si divide tra l’inspiegabile (“era un bravo ragazzo”) e il bieco giustizialismo forcaiolo. Ha invece ragione il padre di Giulia: solo l’educazione al bene può migliorarci – impresa titanica, certamente, e di lunga deriva. Che non riguarda solo i giovani perché chi ha fallito davvero è la generazione dei padri, concessiva e indulgente nel proteggere i propri figli, a cominciare dalle spedizioni punitive contro la scuola e i suoi insegnanti fino agli omicidi di coetanei o agli stupri di gruppo, cercando magari la sponda di qualche avvocato che faccia appello all’offuscamento della mente, ai “non ricordo” e all’incapacità di intendere e di volere.

È la premeditazione che spiega nove casi su dieci il movente, troppa gente gira armata di pistole e coltelli, in tanti covano vendetta e punizione esemplare verso donne colpevoli solo di volersi sottrarre ad una soccombente sottomissione. La lunga serie di delitti evidenzia rituali studiati nella maggior parte dei casi: si prepara minuziosamente la cassetta degli attrezzi per uccidere e il kit del perfetto omicida, mentre a posteriori l’abilità nel mentire è sorprendente, come l’invenzione di alibi o la ricerca di giustificazioni inaccettabili.  Come ben spiega il Prof. Andreoli non ci si può nascondere dietro un’immaginifica follia del momento, poiché assai più radicate e consapevoli – miseramente consapevoli, direi – sono le cause che spingono a fare del male. Se il ‘fallimento è collettivo’ bisogna interrogarsi a fondo su questo declino: sul banco degli imputati siedono i social, troppo spesso veri megafoni del male e protagonisti consapevoli della confusione tra reale e virtuale: da quando hanno preso il sopravvento seminano in prevalenza odio e rancore, sono loro i veri antagonisti della famiglia e della scuola, impugnando lo scettro di una pessima educazione che spinge verso cattivi esempi. Anche l’enfatizzazione dei ravvedimenti postumi o il rituale delle commozioni condivise, la coreografia delle fiaccolate e i palloncini liberati al cielo tra gli applausi a un funerale fanno parte di una retorica di dubbio profilo etico e simbolico: il pentitismo non paga e tra candele e dediche, lacrime e abbracci potrebbe nascondersi il prossimo malintenzionato, tanto è diffusa a livello sociale la mistificazione tra il dire e il fare.

Solo l’intimo ravvedimento, la mitezza dell’animo e dei sentimenti, la sincera ricerca del bene, il rispetto degli altri possono salvarci da questa ecatombe che miete vittime con disarmante facilità. Ma tutto questo passa attraverso la coscienza morale di cui ogni essere umano è dotato – fosse anche un lumicino da riaccendere –  salvo eluderla a priori, lasciata inerte e spenta nella mente e nel cuore.

Cattolici di serie A e cattolici di serie B? Semplicemente assurdo.

Nell’area cattolica italiana, seppur composita e variegata, è sempre esistita la vulgata di chi è più cattolico e più coerente rispetto ad altri cattolici. Gli esempi sono innumerevoli e molteplici e li troviamo addirittura già nella lunga e feconda esperienza della Democrazia cristiana. Era abbastanza naturale, in quei tempi, che alcuni leader e statisti come, ad esempio, Oscar Luigi Scalfaro, si sentissero più cattolici e più coerenti – su questo versante – rispetto ad altri leader e statisti dello stesso partito. Ma questa singolare classifica si è manifestata con maggior forza e determinazione dopo la fine della prima repubblica e, quindi della Dc, e l’avvento di una stagione dove i cattolici hanno praticato e declinato in modo quasi istituzionale il pluralismo politico ed elettorale.

Era quasi diventata una prassi normale e fisiologica registrare che la maggioranza dei cattolici praticanti e non votavano i partiti del centro destra mentre, al contempo, si pensava che i cattolici “doc” militavano solo nei partiti del centro sinistra. Una prassi che, col tempo, si è un po’ attenuata ma che sostanzialmente ha continuato a caratterizzare il giudizio e il commento dei vari opinionisti. Dopodiché il voto cattolico, come ci dicono anche tutti gli analisti del settore, si è spalmato in modo omogeneo e lineare in tutti i partiti (come votano, del resto, tutti gli altri cittadini/elettori italiani). Ma, per restare all’oggi, quella strana e singolare lettura di chi è più titolato a rappresentare ciò che resta del voto cattolico organizzato continua a circolare sotto traccia. Certo, la cultura storica del cattolicesimo politico italiano, sia nella versione democratica che popolare o sociale, difficilmente può avere cittadinanza nei partiti sovranisti, populisti o radical/massimalisti/estremisti. Questi sono e restano partiti e movimenti antropologicamente alternativi rispetto alla cultura, al pensiero, alla tradizione e alla stessa prassi del cattolicesimo democratico, popolare e sociale.

Ora, però, preso atto che nessuno, ma proprio nessuno, può intestarsi una rappresentanza esclusiva del voto cattolico – organizzato o meno che sia non fa alcuna differenza – forse è anche giunto il momento per gettare alle ortiche quella simpatica e goliardica vulgata secondo la quale esistono ancora i cattolici di serie A e quelli di serie B. Cioè si è più credibili, e quindi più cattolici e più coerenti con la propria cultura, solo se si milita in certi partiti rispetto ad altri. Nello specifico, i partiti della sinistra sarebbero più credibili per ospitare la cultura storica dei cattolici e, di conseguenza, i cattolici in quei partiti sarebbero più coerenti e più lungimiranti rispetto a quelli che si riconoscono in altri partiti. Appunto, e di nuovo, i cattolici di sere A e i cattolici di serie B.

Ecco perché, al di là questa ridicola e grottesca carnevalata che, comunque sia, continua ad essere gettonata nel circuito giornalistico, intellettuale, culturale e televisivo della sinistra italiana – che, come tutti sappiamo, continua ad essere sostanzialmente egemone nel circuito mediatico del nostro paese – forse tocca anche a chi proviene dal quel mondo culturale e politico dimostrare concretamente che questa caricatura non è solo del tutto priva di fondamento ma è, appunto, ridicola e persino comica. Perché i cattolici di serie A e di serie B non esistevano ieri nella Democrazia cristiana e, tantomeno, esistono oggi in uno scenario politico dove ci sono partiti che con il tradizionale patrimonio del cattolicesimo democratico, popolare e sociale c’entrano come i cavoli a merenda, per dirla con un vecchio adagio popolare. Quello che oggi conta, ed esclusivamente, è la coerenza con i valori di riferimento che storicamente hanno caratterizzato la cultura politica dei cattolici italiani. Altroché i giudizi e le pagelle che vengono sfornati a getto continuo dai soliti e noti “progressisti”.

Il peso dell’Italia nell’Europa che deve cambiare

L’elezione di Raffaele Fitto rappresenta per l’Italia un punto fermo nella vicenda europea. Oltre a confermare il ruolo del nostro Paese, è un risultato che evidenzia il valore di una preziosa convergenza tra i principali attori della politica nazionale, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un aspetto altrettanto sorprendente è l’inedita sinergia tra due ex premier, Mario Monti e Romano Prodi, che ha contribuito a rafforzare il peso politico italiano in una fase cruciale per il futuro dell’Unione Europea.

Il comune indirizzo espresso da queste personalità, che pure appartengono a tradizioni ed esperienze diverse, dimostra come il superiore interesse dell’Italia possa prevalere sulle divisioni politiche. L’obiettivo comune? Garantire al nostro Paese un ruolo da protagonista nel processo di rifondazione europea, spingendo verso una visione federalista e contrastando l’avanzata dei sovranismi. In questa dinamica, l’Italia si schiera contro modelli di leadership europei più conservatori e nazionalisti, incarnati da figure come Viktor Orbán e, in parte, Matteo Salvini.

C’è da dire che l’accordo tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni è sopravvissuto a numerosi scossoni, confermando l’abilità  della premier italiana a muoversi con pragmatismo nei Palazzi di Bruxelles. Anche il voto contrario sulla Presidenza della Commissione può essere letto a posteriori con altre lenti. Non è escluso che sia stato concordato con la stessa von der Leyen per non mettere a rischio l’equilibrio politico della sua fragile maggioranza di centro-sinistra.

In questa circostanza, il Presidente Mattarella ha sottolineato la necessità di riaffermare la funzione essenziale dell’Italia in un’Europa sempre più frammentata. Ciò richiama le radici storiche della nostra partecipazione al progetto europeo, inserendosi in un quadro in cui i partiti democristiani, per altro, continuano a rappresentare un argine efficace contro i movimenti di matrice sovranista.

L’esempio più lampante di questa tendenza arriva dalla Germania, dove la CDU (Unione Cristiano Democratica) sta recuperando consensi, accingendosi perciò a ridiventare il perno della politica nazionale. E in Europa? È plausibile immaginare un ritorno in grande stile all’asse strategico tra democristiani e socialisti, a patto che questi ultimi riescano a contenere il loro declino elettorale.

La capacità di rilancio di questo equilibrio politico dipenderà dall’impegno dei diversi protagonisti a cogestire le scelte di un’agenda condivisa. Allo stesso tempo, sarà fondamentale tradurre il senso di una comune visione in politiche concrete per affrontare i grandi nodi europei: dalla transizione ecologica al controllo del fenomeno migratorio, fino alla battaglia per una rinnovata competitività economica.

Se l’Italia riuscirà a proporsi come un ponte tra le diverse anime dell’Europa, potrà davvero aspirare a guidare il continente verso una nuova fase del processo di integrazion. L’elezione di Fitto, in questo senso, non è tanto un traguardo, ma un punto di partenza per riaffermare l’apporto decisivo del nostro Paese al futuro dell’Unione Europea.

Il caso Ruffini

La notizia ha subito mosso le acque suscitando reazioni di  vario genere. In realtà, un certo brusio di fondo  accompagnava da tempo la voce riportata mercoledì  scorso da Mario Ajello, un giornalista di lungo corso e  sempre ben informato, sulle pagine de “Il Messaggero”.  Nero su bianco, il direttore dell’Agenzia delle Entrate,  Ernesto Maria Ruffini, era catapultato sulla scena politica  come possibile homo novus del centro-sinistra. Ebbene,  tirato per la giacchetta, l’interessato non poteva che  dissipare con parole inequivoche il sospetto di una trama  politica all’ombra del suo delicato incarico pubblico. 

“Sono un servitore leale dello Stato – ha riferito nel giro di  poche ore all’Ansa – totalmente impegnato nell’attività  dell’Agenzia delle Entrate e qualcuno ha tratto letture  improprie dai miei interessi culturali, civili e storici”. E poi ha  voluto aggiungere: “Anch’io, come tanti, ho letto i giornali  stamattina mentre mi trovavo a Milano a fare, come ogni  giorno, il mio lavoro di Direttore dell’Agenzia delle entrate.  Non so l’origine di questi articoli. Quel che so è che sono  solo un servitore dello Stato totalmente impegnato con  lealtà e dedizione nel servizio che sto svolgendo. I miei  interessi culturali, civili e storici non sono mai stati un  segreto per nessuno. Da essi, mi sembra di capire che  qualcuno abbia tratto letture improprie”.

Effettivamente, in questa vicenda ancora aperta pesa  soprattutto un certo carico di “letture improprie”, e cioè  l’attribuzione, fuor di metafora, di un disegno politico che a  rigore non vive e cresce fuori da una limpida assunzione di  responsabilità, con tutte le debite conseguenze. Ruffini è  una persona che gode di stima e rispetto, qualora gli fosse  chiesto di gettarsi nella mischia sarebbe il primo a tirare le  somme, per non lasciare spazio agli equivoci.  

In ogni caso, bisogna pur notare che una congettura fatta  notizia, senza poi riscontro effettivo, ha suscitato  un’attenzione ben superiore a qualsiasi pronostico, anche il  più generoso. Allora, che dire? Forse c’è vita su Marte. Un  lampo di curiosità ha infatti illuminato il pianeta chiamato  “mondo cattolico”, rivelando l’esistenza di una domanda  propriamente politica. Non è un fatto da poco. Per questo,  al di là di ciò che attiene alla coscienza dell’interessato, il  “caso Ruffini” rimane aperto.

Sudafrica 2025: una presidenza G20 per unire il Nord e il Sud del mondo.

Questo 2024, anno elettorale in gran parte del mondo, si  sta chiudendo in modo contraddittorio. Il grado di  interconnessione fra i popoli e le economie, e le tante sfide 

globali che nessun Paese da solo può affrontare,  consiglierebbero, come ha osservato il presidente  Mattarella nel suo recente viaggio in Cina, “una concordia  mondiale”, basata sulla conoscenza di popoli, culture e  sistemi diversi. Ed invece sembra stia avvenendo il  contrario in questo periodo in cui i conflitti in corso  rischiano di andare verso una escalation. Tuttavia durante  l’anno che va verso il termine, si è registrato anche un  intenso lavoro della politica e della diplomazia per cercare e  fare prevalere soluzioni ragionevoli. Mentre volge al termine  il G7 a guida italiana e dopo i recenti vertici Brics di Kazan e  G20 di Rio de Janeiro, ieri, 22 novembre, alla Sioi (Società  Italiana per l’Organizzazione Internazionale) si è svolta una  interessante conferenza in collaborazione con l’Ambasciata  s u d a f r i c a n a d i R o m a , c o n l a p a r t e c i p a z i o n e  dell’ambasciatrice in Italia, Nosipho Jezile, sulle prospettive  di rafforzamento del multilateralismo in vista della prossima  presidenza di turno del G20 per il 2025, assegnata al  Sudafrica. 

Alvin Botes, Vice Ministro delle Relazioni Internazionali e  della Cooperazione del Sudafrica, ha affrontato subito la  questione di scottante attualità della decisione della Corte  penale internazionale di emettere un mandato di arresto  contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il  Sudafrica era stato uno dei Paesi che avevano richiesto  tale provvedimento. E lo ha fatto rivendicando un punto che  sta molto a cuore ai Paesi del Sud del mondo: non vi  devono essere doppi standard nel valutare i fatti,  rivendicando che il suo governo aveva tenuto lo stesso  atteggiamento, pur creando molto imbarazzo, con un  alleato nei Brics, la Russia, in occasione del vertice dello  scorso anno a Johannesburg per il quale, se avesse  partecipato il presidente russo Vladimir Putin, sarebbe 

scattato l’arresto obbligatorio da parte delle autorità  sudafricane. 

Il vice ministro degli esteri sudafricano ha avuto parole di  apprezzamento del G7 a guida italiana, condotto nella  consapevolezza che di fronte alle sfide globali nessuno può  pensare fare da solo, né il G7 né i Brics, ma si devono  trovare punti di incontro su temi come la lotta alla fame e  alla povertà, il clima, lo sviluppo, sui quali dal G20 di Rio ha  rilanciato l’impegno dei Paesi membri. L’ultimo G20 ha  anche sancito l’entrata a pieno titolo dell’Unione Africana,  fatto che la prossima presidenza di turno sudafricana del  G20, la prima di un Paese africano, intende valorizzare  anche in funzione dell’agenda Africa 2063, per il  rinascimento africano. In questa prospettiva il Sudafrica  mostra di apprezzare il metodo e gli obiettivi del piano  italiano per l’Africa, il Piano Mattei, e Alvin Botes ha citato il  Mozambico come esempio concreto di una strategia che  non si limita al piano economico o all’approvvigionamento  energetico ma che implica, pace, sicurezza, sviluppo  sociale, reciprocità. 

Il viceministro sudafricano ha colto l’occasione anche per  ribadire che la linea dei Brics non è contro qualcosa, che  sia l’Occidente piuttosto che il ruolo del dollaro e la de dollarizzazione, ma si tratta di un approccio cooperativo  che si esprime in tre direzioni principali: la cooperazione  politica e di sicurezza, cooperazione economica e  finanziaria, la cooperazione fra popoli, includendo anche la  richiesta di riforma degli organismi politici ed economici  internazionali. 

In questa prospettiva la presidenza sudafricana per l’anno  prossimo del G20, l’unico organismo che dopo l’Onu,  riunisce e fa dialogare le principali aree del mondo, può  dare impulso alle istanze di riforma delle istituzioni globali, 

non solo venendo incontro alle sollecitazioni del Paesi  Brics, ma nel comune interesse di tutti gli stati, compresi  quelli occidentali, a beneficiare di un modello di governance  globale più adeguato a gestire le sfide del mondo attuale.

La crisi dei corpi intermedi: quale futuro per i sindacati?

Dunque, un recente sondaggio pubblicato nella  trasmissione ‘Piazza Pulita’ – e quindi già in un talk  televisivo noto per la sua faziosità politica – i sindacati  rappresenterebbero appena il 28,5% dei lavoratori, contro  un 55,5% che dice che non li rappresenta più e un 16%  che non si esprime. Un dato, questo, che liquida da solo  tutta la narrazione di Landini che sentenzia,  goliardicamente, che la sua sigla sindacale, la Cgil,  rappresenterebbe quasi per intero i lavoratori del nostro  paese. Ora, al di là di Landini che confonde la virtualità con  la realtà oltre ad essere oggettivamente pericoloso per il  suo continuo ed insistente invito ed incitamento alla “rivolta  sociale” contro l’attuale Governo che ormai – secondo la  sua versione – lo considera un vulnus per la conservazione  della democrazia italiana, c’è da essere seriamente  preoccupati se anche a ‘Piazza Pulita’ emerge che il  sindacato è ormai un soggetto del tutto marginale e 

periferico nello scacchiere sociale e politico del nostro  paese.  

Quando la percezione popolare è che il sindacato, storico  pilastro e presidio dell’assetto democratico e costituzionale  del nostro paese, non rappresenta più i lavoratori significa  che la qualità della nostra democrazia si sta impoverendo  progressivamente. Ed è proprio di fronte a questo scenario  che ci dobbiamo porre semplicemente perché tutto ciò  capita concretamente. Non c’è, come ovvio, una risposta  immediata e nè, tantomeno, esiste una ricetta per sciogliere  positivamente questi nodi. Ma, almeno su un aspetto, non  possiamo non essere chiari seppur consapevoli delle  enormi difficoltà riconducibili alla crisi cronica degli  strumenti di mediazione di rappresentanza democratica.  Oltre ai partiti, e più dei partiti, appunto i sindacati. La  cosiddetta “disintermediazione dei corpi intermedi”. 

Ora, la risposta a questa pesante crisi di fiducia non può  certamente essere la ricetta della Cgil attuale, cioè di un  sindacato che da un lato si è ormai trasformato in un partito  a tutti gli effetti – che punta, quasi plasticamente, a  diventare il partito leader dell’alternativa politica al centro  destra – e, dall’altro, solletica gli istinti più triviali, e forse  anche più violenti, della società per perseguire un disegno  squisitamente ed autenticamente politico. La ricetta,  checchè se ne dica, continua a risiedere nella storica  cultura della Cisl. E cioè in un sindacato che antepone il  merito delle questioni alle pregiudiziali ideologiche; in un  sindacato che privilegia la contrattazione e quindi il dialogo  e il confronto rispetto al mero scontro politico ed  ideologico; in un sindacato, infine, che non fa dello scontro  frontale e della divisione cronica la sua ragion d’essere ma  indica la sua priorità nel difendere concretamente gli  interessi, le istanze e le domande concrete dei lavoratori e 

dei ceti popolari. Una concezione, questa, che è  sicuramente più moderna e più contemporanea perchè la  stella polare resta sempre quella di porre gli interessi del  s i n g o l o l a v o r a t o r e a l c e n t r o d e l l ’ a g e n d a d i  un’organizzazione sindacale. 

Dopodiché, e come ovvio, se non ritorna la fiducia negli  strumenti democratici previsti dalla nostra Costituzione  difficilmente si potrà invertire la rotta. Una rotta che rischia,  purtroppo, di essere esplosiva sotto il profilo democratico  se lega la crescente personalizzazione della politica e dei  partiti con un sindacato in preda ad una deriva  massimalista ed estremista che rischia di sconfinare anche  nella violenza. Per il momento, e per fortuna, solo verbale.  Ma, comunque sia, adesso il nodo non può non essere  affrontato e sciolto. E, purtroppo, già sappiamo quale  sarebbe l’alternativa.

Fra’ John Dunlap (SMOM): “Il nostro carisma al servizio dei pellegrini per il Giubileo”.

L’acquisto di un’ambulanza completamente attrezzata,  fortemente sostenuto dal Gran Maestro Fra’ John Dunlap,  segna l’inizio ufficiale delle attività dell’Ordine di Malta per il  Giubileo. Questo nuovo mezzo sarà messo al servizio della 

Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato per  supportare le iniziative giubilari, che si prevede attireranno  oltre 30 milioni di pellegrini. 

La cerimonia di donazione si è svolta presso il Palazzo del  Governatorato, alla presenza del Gran Maestro Fra’ John  Dunlap, accompagnato dal Grande Ospedaliere Fra’  Alessandro De Franciscis e dal Ricevitore del Comun  Tesoro Fabrizio Colonna. Nel corso dell’evento, Fra’ John  Dunlap ha dichiarato: “Queste iniziative non fanno che 

sottolineare ancora di più la grande sinergia con la Santa Sede e Papa Francesco e soprattutto rafforzano il nostro carisma e la nostra missione che sarà sempre al servizio dei poveri, dei bisognosi e della fede”. 

Ad accogliere la delegazione dell’Ordine di Malta sono stati  il cardinale Presidente del Governatorato, Fernando Vérgez  Alzaga LC, il segretario generale suor Raffaella Petrini FSE,  il Vice Segretario Generale Giuseppe Puglisi Alibrandi,  insieme ai rappresentanti della Direzione di Sanità ed  Igiene, il Direttore Andrea Arcangeli e il Vice Direttore Luigi  Carbone. 

L’iniziativa si inserisce in un piano più ampio predisposto  dal Sovrano Ordine di Malta per l’Anno Giubilare. Più di  2000 volontari provenienti da oltre 20 Paesi del mondo  garantiranno il servizio nei posti di Primo Soccorso gestiti  dall’Ordine di Malta nelle quattro basiliche papali: San  Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e  San Paolo fuori le Mura. 

In ciascuna basilica saranno assicurati due turni giornalieri,  con la presenza di un medico, un infermiere e due  soccorritori per turno. Questo impegno coinvolgerà  complessivamente 32 volontari a settimana per 55  settimane, in base alle date di apertura e chiusura delle  Porte Sante nelle quattro basiliche.

Il centro operativo di tutto il servizio sarà il Posto di Primo  Soccorso situato in piazza San Pietro, una struttura medica  gestita dall’Ordine di Malta che, da 45 anni, offre assistenza  ai pellegrini 365 giorni all’anno. In particolare, questo  presidio garantisce supporto durante le udienze papali del  mercoledì e le cerimonie religiose, rappresentando un punto  di riferimento essenziale per i pellegrini.

La Voce del Popolo | Buoni amministratori di condominio sugli scudi.

È quasi fatale che il centrosinistra si esalti per le vittorie in Umbria e in Emilia. Tanto quanto era fatale che il centrodestra facesse altrettanto, qualche giorno fa, per la sua affermazione in Liguria. C’è sempre un’attitudine all’esagerazione che fa da colonna sonora ai commenti del day after. Ma è più l’insicurezza da esorcizzare che il trionfalismo da celebrare. 

Semmai credo che l’opposizione dovrebbe cogliere il significato non troppo nascosto della sua affermazione. E cioè il successo di un certo “civismo”. Sono i sindaci a trainare il Pd. Quegli amministratori attenti e circospetti, capaci di tenere, come si dice, l’orecchio a terra e cogliere così quei segnali quasi impercettibili che racchiudono gli umori profondi dell’elettorato.

È pressoché inevitabile che all’indomani di questo voto si riapra la disputa infinita sul “campo largo” e sul “che fare” di Conte e di Renzi. Tanto più che il M5S si troverà a contabilizzare i suoi numeri non proprio esaltanti di questi giorni mescolandoli con quei dilemmi strategici che i garbugli dell’avvocato del popolo hanno troppo a lungo avviluppato. Ma si tratta pur sempre di questioni sovrastrutturali, come si sarebbe detto un tempo. 

In realtà la migliore carta offerta a tutta la politica, ma soprattutto all’opposizione, sta nel saper valorizzare quei casi di buona amministrazione capaci di riempire il vuoto delle ideologie e degli indirizzi strategici che un tempo muovevano milioni di elettori e ora non più. Insomma, è il momento dei buoni amministratori di condominio. In attesa che torni il tempo delle archistar capaci di disegnare immaginifiche metropoli.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dopo JFK un altro Kennedy entra nel governo Trump

Sono stati scritti innumerevoli memoriali ufficiali e libri divulgativi sul terribile evento dell’assassinio di JFK avvenuto il 22 novembre 1963, ma non tutte le zone d’ombra, ancora oggi, sono state illuminate dalla verità.
Tuttavia, ciò che John Fitzgerald rappresentava per gli USA e per il mondo intero, il suo carisma, il fascino del “grande sogno americano” (la fine della guerra fredda, l’apertura all’Unione Sovietica che passava attraverso gli incontri e gli scambi epistolari con Nikita Kruscev, l’inizio di un’era di pace duratura, l’attenzione alle minoranze etniche, la sintonia ideale con Martin Luther King, la fine della crisi dopo i missili di Cuba, l’idea di una democrazia partecipata ed estesa a tutte le fasce di popolazione), di fatto rappresentano ancora oggi un concetto di democrazia insuperato in ogni parte del mondo, al quale si è ispirato, ad esempio, Tony Blair.

Questa visione, poi ereditata dal fratello Robert, anch’egli tragicamente scomparso in un attentato nel 1968 per mano dell’immigrato giordano-palestinese Shiran Shiran, è transitata nella memoria collettiva di chi visse quegli anni e presso gli storici e cultori postumi come una stagione irripetibile che riguardava l’America certamente, ma anche il mondo intero.

Perché – come diceva JFK – “parlare di pace deve essere l’unico scopo razionale di ogni uomo razionale”: osservando oggi il nuovo ordine (o dis-ordine?) mondiale che va configurandosi – la devastante guerra in Ucraina, l’aggressione di Hamas a Israele e il terribile conflitto che ne è scaturito, la pendente minaccia su Taiwan, l’emergenza di nuove potenze economiche e nucleari come Cina e India, il fondamentalismo islamico, la bomba latente di un’Africa pronta ad esplodere – oggi, come e più di allora, il tema della concordia e della convivenza pacifica dei popoli e delle Nazioni si impone ancora una volta come cruciale.

Correvano i primi anni ’60: chi li ha vissuti ricorda le speranze legate ai grandi temi dei diritti civili e sociali, all’apertura della Chiesa cattolica alla scienza e al dialogo tra le diverse fedi, alla crescita economica, all’uguaglianza tra i popoli, alla messa in archivio dei residui ideologici post-bellici; ricorda Martin Luther King, John Kennedy, Nikita Kruscev, Papa Giovanni XXIII.
John Fitzgerald Kennedy fu l’uomo delle grandi speranze collettive e segnò una presenza indelebile nella cornice di quel tempo, artefice di una “Nuova Frontiera” che aprì ma non riuscì a realizzare.

Già nel suo discorso d’insediamento del 20 gennaio 1961 a Washington come 35° Presidente degli USA, rivolgendosi ai cittadini, ebbe a dire: «Non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese. Miei concittadini del mondo, non chiedete che cosa l’America vuole fare per voi, ma che cosa insieme possiamo fare per la libertà dell’uomo».
Un invito al senso del dovere che la lunga stagione della tumultuosa cavalcata dei soli diritti pare abbia davvero dimenticato.

Oggi si ascoltano e si leggono altre parole, altri propositi, diverse rappresentazioni dell’America ideale. In nome del pragmatismo e dell’hic et nunc, la storia rimuove il passato e lo riscrive: la vittoria di Trump segna una netta inversione di tendenza, destinata a durare e a cambiare il ruolo della più grande democrazia occidentale nella cornice di un nuovo ordine mondiale. Fatte le debite proporzioni sui tempi diversi e contestualizzando le visioni di JFK e Trump – diametralmente opposte – si tratta di una svolta epocale.

A sessantuno anni di distanza dall’uccisione di JFK, oggi un nuovo Kennedy, Robert F. Jr., negazionista e anti-vax, paladino della disinformazione antiscientifica al punto di considerare l’autismo una conseguenza dei vaccini, viene designato da Trump al Dipartimento della Sanità del futuro governo – Health and Human Services – che gestirà l’amministrazione dei servizi di assistenza, tutela della salute, controllo e supervisione dei farmaci per 330 milioni di americani.
Robert Kennedy jr, inizialmente candidato come indipendente per la corsa alla Casa Bianca, aveva successivamente abbandonato il Partito Democratico per sostenere apertamente Donald Trump.

Il futuro Segretario del Dipartimento per la Salute degli USA evidenzia sia la netta linea di demarcazione che lo separa dalla sua famiglia d’origine, essendo suo padre il procuratore generale Robert F. Kennedy, fratello del presidente John F. Kennedy, sia – mutatis mutandis – una rottura dell’appartenenza politica che costituisce un cambiamento rilevante e significativo, pur tenendo conto delle epoche diverse e della statura ideale indiscutibilmente superiore dei suoi illustri antenati.

Sembra che proprio tutto ciò che riguarda l’esito di queste elezioni presidenziali sia riconducibile al tema del pragmatismo, come evidenziato da tutti gli osservatori politici. Credo, perciò, che – in tempi di relativismo etico e culturale, di instabilità politica e di conflitti tra gli Stati, di guerre cruente – il pragmatismo non sia una prerogativa che appartiene solo agli attori del cambiamento, ma diventi quasi inevitabile per chi assiste agli scenari nuovi che si vanno configurando – fatti salvi gli ideali e le appartenenze radicati in ciascuno – una sorta di adaequatio rei et intellectus, per usare le parole tramandate da San Tommaso.

“Sarà l’età dell’oro, faremo grande l’America”: queste parole di Trump sono un programma e anche la declinazione pragmatica del grande sogno americano che aveva caratterizzato il dopoguerra, la crescita in democrazia e benessere, anche per i molti immigrati che negli Stati Uniti avevano trovato futuro e fortuna. Oggi quel sogno assume sembianze e prospettive diverse: “c’era una volta in America” e adesso non c’è più.

Cleopatra-Meloni e il cattivo presagio dei due luogotenenti

Cesare lo avevamo già visto, torvo e silenzioso, passeggiare su e giù per il Senato, meditando sulle sorti della nave ammiraglia affidata alla regina Cleopatra/Meloni. Questa volta, nascosto dietro una colonna dell’ampio portico, la nostra vedetta scorge una figura avvolta in un regale mantello.

Chi passeggia è Cleopatra/Meloni, preda di torvi pensieri e paure: sa che Cesare, presto o tardi, la convocherà, e non sarà per congratularsi.

La regina Cleopatra (l’amata Cleo di Cesare) ripete da mesi che rimarrà salda sulla tolda per altri tre anni. Questo è il patto stretto con Cesare, questo è il suo impegno. Nessuno, dice, potrà smuoverla dalla sedia di comando. Rassicura tutti che la rotta è quella stabilita e che, se qualche deviazione (virata a destra) c’è stata, è per il bene dell’Impero. Il popolo, sostiene, è sempre dalla sua parte.

Ma in realtà, tutti—e Cesare per primo—si sono accorti che quelle rassicurazioni sono rivolte più a sé stessa che agli altri. Un’iniezione di fiducia per convincersi che può farcela: “Sì, io posso farcela, e io sola posso!”

Sola. Ecco la parola che più le rimbomba nella mente. Sola e soltanto. È sola davvero: la masnada di truppa egizia che si è portata dietro continua a combinare guai, uno dopo l’altro. Neppure il suo occhio feroce riesce a contenerli o farli tacere. E Cesare l’aveva avvertita: le truppe abituate al mare di sabbia avrebbero faticato nei mari tempestosi dell’Impero, infestati di briganti e commercianti senza scrupoli. Per governare questa ciurma male assortita, la regina aveva affidato i comandi a due scudieri fidati. Ma col tempo, questi si sono rivelati sempre meno affidabili.

Il problema è che, adesso, hanno perso anche il consenso in patria. Erano stati accolti con acclamazioni dai loro compatrioti, forti di un ampio plauso che li aveva fatti salire a bordo della nave regale, tronfi e spavaldi. Ma dopo due anni di navigazione tra i mari dell’Impero, si sono dimenticati della loro terra d’origine. E lì, ormai, nessuno li acclama più. Le voci che arrivano alla regina non lasciano spazio a dubbi: non piacciono più. Il loro consenso si è ridotto di oltre la metà, un cattivo presagio. All’orizzonte, intanto, si delineano meglio le truppe della svizzera Scheil dei Celti e degli amici-nemici di Cesare, pronti a fare fronte comune.

E i due scudieri sono ancora sulla barca della regina: la loro cattiva sorte rischia di trascinarla verso un approdo infelice, o peggio ancora, verso il naufragio. Gli Egiziani, per ogni evento che accade nella vita, hanno una divinità che ne conosce le ragioni. Sembra che i luogotenenti di Cleo siano sotto il tiro del dio Bes, portatore di cattiva sorte. Forse è il caso di affidarsi al grande dio coccodrillo Sobek, creatore del mondo, affinché torni la buona sorte per la regina e i suoi.

Perché, agli occhi della ciurma, soltanto lei può condurli per mare. E i marinai, nel profondo del loro animo, percepiscono già ciò che la regina deciderà: se ordinare di dare con forza i remi in acqua per affrontare il mare aperto, o continuare a costeggiare la riva al ritmo attuale. Lei lo sa, ma tace. Ogni tanto, scende nei porti amici del vasto Impero. E ogni volta che risale in tolda, una nuova ruga compare sul suo volto candido.

Identità di genere: sfide e prospettive per gli educatori.

Un tema complesso, attuale e al centro del dibattito sociale, che la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” ha scelto di affrontare attraverso un Corso interdisciplinare. L’iniziativa, articolata in due incontri che si terranno il 23 e il 30 novembre, si propone di esplorare le molteplici sfaccettature del concetto di identità di genere, offrendo agli educatori strumenti utili per affrontare le sfide del presente.

Il percorso, supportato da esperti di diversi ambiti del sapere – dall’antropologia al diritto, dalla pedagogia alla psicologia – punta a individuare strategie educative che promuovano, in particolare tra le nuove generazioni, una crescita autentica nell’identità personale, accompagnata da atteggiamenti di accoglienza e inclusione. La riflessione è ancora più rilevante in un contesto mediatico sempre più pervasivo, spesso caratterizzato da messaggi ambigui e contraddittori sull’identità di genere e le relazioni interpersonali. Il Corso rappresenta dunque un’occasione preziosa per fare il punto sugli sviluppi della ricerca scientifica in materia e sugli orientamenti sociali che stanno influenzando le giovani generazioni.

La prima giornata, sabato 23 novembre, sarà dedicata all’esplorazione delle prospettive antropologiche e giuridiche. Nel corso di una Tavola rotonda, interverranno:

  • Susy Zanardo, docente presso l’Università Europea di Roma;
  • Sergio Cicatelli, scrittore e docente;
  • Assunta Morresi, docente presso l’Università degli Studi di Perugia.

La seconda giornata, in programma sabato 30 novembre, approfondirà le dinamiche psicologiche e pedagogiche, grazie agli interventi di:

  • Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta;
  • Emanuele Fusi, pedagogo e formatore.

Gli incontri si svolgeranno presso la sede della Pontificia Facoltà “Auxilium” a Roma, in via Cremolino 141, con la possibilità di partecipare anche in diretta streaming sul canale YouTube ufficiale della Facoltà.

Un’occasione di confronto e crescita per educatori e professionisti, chiamati a orientarsi in un panorama sempre più complesso, ma al contempo ricco di opportunità per promuovere un’educazione ispirata ai valori dell’autenticità, del rispetto e dell’inclusione.

Il risveglio di Bruxelles: verso una politica europea di larghe intese.

Dopo una settimana di faticose riunioni, si è sbloccato il nodo politico tutto interno ai palazzi di Bruxelles per dare il via libera alla Commissione von der Leyen bis.

Lo stallo dei giorni scorsi ha messo in luce per l’ennesima volta le tante difficoltà del processo decisionale a livello europeo e non basta indicarne la causa nei bizantinismi della politica. Il discorso è più complesso, passa dalla ormai non più rinviabile riforma dei Trattati, peraltro pensati in un mondo completamente diverso, alla necessità di creare una vera classe politica europea. 

Negli ultimi 5 anni, l’Unione europea ha dimostrato ottime capacità di reazione quando ha dovuto rispondere a shock esterni, come la pandemia di Covid e l’invasione russa dell’Ucraina. L’acquisto congiunto di vaccini e la successiva campagna vaccinale sono stati un grosso passo in avanti rispetto alla incapacità di dare una risposta collettiva alla crisi scatenata nel 2011 dai mutui sub prime e a quella dei migranti nel 2014. La decisione di emettere per la prima volta titoli di debito comune, convincendo anche i cosiddetti Paesi frugali, è stato uno strumento innovativo il cui successo si misurerà sul successo dei PNRR nazionali, con i fucili spianati di chi ha mal digerito la soluzione a suo tempo.

Sulla guerra, il pacchetto di assistenza finanziaria all’Ucraina di 35 miliardi stanziato il 23 ottobre scorso dal Consiglio è l’apice di una lunga serie di iniziative: non solo sanzioni, ma anche accoglienza dei rifugiati, sostegno militare, aiuti umanitari, protezione civile, indagini e perseguimento di crimini di guerra. Senza dimenticare le iniziative intraprese per garantire l’approvvigionamento energetico a cittadini e imprese europee e i “corridoi di solidarietà;” che hanno portato milioni di tonnellate di cereali dall’Ucraina ad Africa, Medio Oriente ed Asia per evitare una crisi alimentare mondiale e ulteriori flussi migratori.

Ora serve però un’Europa che sappia cambiare approccio. L’auspicio, nei prossimi 5 anni, senza voli pindarici, è che si trovi una formula che consenta all’Ue di essere protagonista sempre, non solo in questioni di emergenza. 

Pena un definitivo distacco dalla realtà quotidiana che vivono famiglie ed imprese. In fondo, in questi anni, i cittadini hanno guardando all’Ue come i genitori guardano un bambino imparare ad andare in bicicletta. Dispiace vederlo cadere, ma è normale che accada. Altrimenti non impara mai. Ora però il numero di cadute ha superato il limite di guardia. 

In questo senso, la riunione dei Ministri degli esteri di Polonia, Francia, Germania, Regno Unito Spagna, Italia e con l’Alto Rappresentante Ue Borrell, tenutasi nei giorni scorsi, non a caso a Varsavia, può essere un primo passo.  Ma solo se la strategia globale unitaria annunciata in quella sede saprà prendere il via in breve tempo e senza passare da una preliminare approvazione di Washington. Anche la richiesta di andare oltre il 2% del Pil per investimenti in difesa dovrà necessariamente passare per un percorso di consenso tra i governi nazionali e nelle pubbliche opinioni.

La guerra, il conflitto in Terra Santa, le tensioni commerciali con la Cina, le future probabili tensioni con gli Stati Uniti, non lasciano al Vecchio Continente tanto tempo. La ricreazione è finita e sta all’Ue dimostrare se ha imparato o no ad andare in bicicletta, se non vuole condannarsi da sola ad essere il vaso di coccio in un mondo di superpotenze più moderne, rapide, efficienti.

Israele, cosa si muove al suo interno?

Dal 7 ottobre 2023 l’immagine che Israele ha offerto di sé è sostanzialmente questa: il consenso nei confronti del governo Netanyahu, fino a quel momento sottoposto a critiche e contestazioni di piazza crescenti, è aumentato progressivamente a mano a mano che la distruzione di Gaza proseguiva e soprattutto che i vari capi dei movimenti terroristici ostili venivano eliminati con azioni più o meno spettacolari ma comunque sempre efficaci. L’opposizione politica si è nettamente indebolita e i sondaggi elettorali lo certificano con assoluta certezza. Quella di piazza è invece ancora numerosa e attiva, ma concentrata sulla questione degli ostaggi e solo lateralmente su un effettivo scontro con l’Esecutivo. La comunità nazionale, insomma, è abbastanza unita intorno alla bandiera, ovvero alla propria esistenza in quanto Stato e gli episodi, gravi, di antisemitismo che si registrano qua e là in Europa e pure negli Stati Uniti non fanno che rafforzarne il sentimento di solidarietà e fratellanza. Così è in apparenza ma così è pure nella realtà.

Dietro questa immagine, però, c’è dell’altro. E lo si scopre scavando un po’ in profondità nella composizione della società israeliana. Sulla base di una domanda: ma gli ebrei si rendono conto dell’odio nei loro confronti che stanno generando presso tutti i palestinesi, bambini inclusi, e presso larghe masse di musulmani nel mondo? E anche presso la popolazione araba? Un capitale di ostilità totale che costringerà lo Stato della Stella di David a vivere in perenne assetto di guerra. La risposta non è scontata, né immediata. E certo non la si può dare da lontano, senza vivere ogni giorno dal di dentro la realtà sociale del Paese. Alcune indicazioni, però, vengono dalla sua composizione. Assai diversa da quella delle origini, quando lo Stato di Israele venne costituito. 

Il 14 maggio 1948 nasceva uno Stato laico impostato sui tradizionali cardini liberal-democratici di marca occidentale, in particolare europei, con tratti ispirati al socialismo (si pensi all’esperienza dei kibbutz) e sostanzialmente governato dalla maggioranza ebraica askenazita proveniente dal Vecchio Continente (tutti i primi ministri, Netanyahu incluso, hanno avuto questo imprinting culturale). 

L’evoluzione sociale della nazione ne ha però modificato in parte – e quella demografica la sta cambiando sensibilmente in questi anni – la composizione originaria poiché sono cresciute numericamente le altre due “famiglie” del Paese: quella più orientale, i mizhraim (sefarditi tradizionalisti e accesi nazionalisti) e quella più teocratica, gli haredin, i “timorati di Dio” ultraortodossi. Alle quali vanno aggiunti i cittadini “arabo-israeliani”, eredi di quegli arabi che dopo la guerra del 1947/48 rimasero entro i confini del nuovo Stato non abbandonando le proprie abitazioni come fecero invece molti di loro. Su una popolazione complessiva che non raggiunge i dieci milioni di individui questi ultimi in virtù di un indice riproduttivo vivace ne rappresentano ormai poco più di un quinto. Ma pur essendo a tutti gli effetti “cittadini israeliani” sono nei fatti tenuti ai margini un po’ da tutto e nel 2018 questa loro condizione di estraneità è stata sanzionata con la modifica della Legge Fondamentale (approvata a stretta maggioranza dal Parlamento di allora) indicante esplicitamente lo Stato di Israele come la “casa nazionale del popolo ebraico”, la cui lingua è quella ufficiale della nazione (relegando l’arabo ad uno status speciale, non dunque lingua ufficiale).

Un’accentuazione di uno status minoritario che non viene certo vissuta bene da una popolazione giovane, tesa ad acquisire un ruolo economico e sociale, e pure politico, che le viene negato nei fatti ma non disposta più ad accontentarsi – come fecero i loro genitori – dello status di cittadini. E che quindi è sempre più in contrasto con la nuova maggioranza della popolazione, non più quella askenazita degli inizi, oggi inferiore a un terzo del totale, composta da ortodossi mizhrain (quasi il 40%) e ultra-ortodossi haredim (circa il 12% ma in crescita esponenziale, ad una media di sei figli per donna!).

È questa nuova maggioranza radicale (seppure per il momento ancora differenziata: meno integralisti i primi e ultraintegralisti i secondi) che ormai detta le condizioni e guida la politica del premier, di fatto – anche a causa dei suoi problemi giudiziari – ostaggio della loro visione radicale del conflitto con i palestinesi e su scala più larga con gli iraniani.

Oggi, a guerra in corso, il paese è relativamente unito intorno alle scelte del governo: solo i parenti degli ostaggi e la sinistra manifestano una netta opposizione a Netanyahu, mentre il 40% ritiene addirittura necessario spingere ancora di più l’acceleratore del conflitto. Ma le divisioni che al momento covano sotto la cenere sono destinate a rimanere tutte, e non è affatto detto che lo faranno in modo pacifico: dopo il 7 ottobre la vendita di armi a semplici cittadini è aumentata notevolmente, così come è cresciuto il consumo di droghe e l’abuso di bevande alcoliche. Una miscela che non promette nulla di buono.

Dibattito | Pd, ritorna la vocazione maggioritaria.

Nel 2007 Valter Veltroni, e con lui la segreteria nazionale del partito, teorizzò un “Pd a vocazione maggioritaria”. Ovvero, in una cornice bipolare e tendenzialmente bipartitica, il Pd si candidava a diventare l’asse pigliatutto dello schieramento di centro sinistra alternativo al centro destra. E, dopo il fallimento, peraltro annunciato, dell’Unione di prodiana memoria, si teorizzò che un partito, appunto il Pd, dovesse diventare il perno fondamentale dello schieramento progressista. Politicamente ed elettoralmente autosufficiente. Al punto che per mesi sia sostenne apertamente la tesi di non fare alleanze con altri partiti o cespugli o gruppi ai fini del potenziale governo del paese. Una tesi, questa, che poi fu misteriosamente messa in discussione perchè si siglò un’alleanza con il partito personale di Antonio Di Pietro, Italia dei valori.

Ma, per tornare all’oggi, è di tutta evidenza che, mutatis mutandis, la tesi della vocazione maggioritaria del Pd è uscita dalla porta ma rientra dalla finestra. E il recente voto in Umbria e in Emilia Romagna, ma anche già in Liguria, dimostrano in modo persino plateale – e senza scomodare politologi e sondaggisti – che attorno al Pd inizia a crescere il deserto. Sotto il profilo eletturale, come ovvio. Detto con altre parole, alla progressiva ed esponenziale crescita di consensi del Pd si ridimensiona l’apporto, e il peso, degli altri partiti. Al netto della sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni e Bonelli, che comunque ha già ottenuto il picco dei consensi con la vicenda Salis alle europee, è altrettanto chiaro che il Pd è destinato a prosciugare elettoralmente il campo progressista con la sua robusta e massiccia presenza. Non sapendo, ad oggi, quale sarà l’epilogo finale dei 5 stelle alle prese con una violenta disputa interna, il cosiddetto Centro da quelle parti semplicemente non esiste più. Dando per scontato che il futuro dei due partiti personali di Renzi e di Calenda – anche alla luce dei risultati concreti nelle ultime tre consultazioni regionali, per non parlare del voto europeo – è quello di confluire all’interno del Pd, chi si riconosce nel Centro nello schieramento progressista sarà semplicemente inglobato dal Pd. Tesi, questa, non virtuale ma che emerge in modo plastico dagli elettori. 

Un Pd, però, guidato dalla Schlein, cioè da una leadership che ha un chiaro, netto e del tutto legittimo profilo di una sinistra radicale e massimalista e, sul versante culturale, di impronta libertaria. E non è un caso, del resto, che la proposta di avere un Centro nella coalizione progressista sia guidato, pianificato e gestito proprio dai vertici del Pd. Una concezione cara alla tradizione comunista che prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” che vengono “inventati” dall’azionista di maggioranza a garanzia e a conferma della natura plurale della coalizione.

Ma, al di là di questa oggettiva considerazione, quello che non si può non cogliere è che la tradizionale “vocazione maggioritaria” del Pd, anche se non viene più caldeggiata e sbandierata platealmente, nei fatti è  riemersa. E, forse, questo è anche un elemento che contribuisce a fare chiarezza nella geografia politica italiana. E questo, sia chiaro, grazie al progetto e al profilo politico, culturale e programmatico del Pd a guida Elly Schlein.

Il Papa per le cliniche mobili “Salus” destinate ai bambini ammalati egiziani

Papa Francesco ieri mattina ha ricevuto una delegazione dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” costituita dal Presidente Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già suo Segretario personale, dal Presidente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Daniele Franco, dal Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Papa Francesco ha benedetto le due Cliniche Mobili, posizionate in Piazza dei Protomartiri romani, che verranno inviate e messe a disposizione per le cure dei bambini ammalati e vittime della guerra e dei loro familiari, nei posti dove mancano strutture sanitarie.

Le due Cliniche Mobili rientrano nell’iniziativa denominata “Salus”, promossa dall’Associazione “Bambino Gesù del Cairo”, dalla Fondazione della Fratellanza Umana in Egitto e dalla Fondazione Hospitals Without Borders. 

Sua Santità Papa Francesco ha espresso la sua gioia e benedizione verso questa iniziativa: “Ringrazio tutte le persone e gli enti che hanno lavorato e contribuito alla realizzazione di queste due Cliniche Mobili che daranno assistenza e cure a numerosi bambini e ammalati e rispecchiano lo spirito del Documento sulla Fratellanza Umana. Mi fa piacere vedere insieme l’Ospedale Bambino Gesù, il Gemelli, le autorità italiane e altre associazioni e fondazioni a cooperare insieme in questo bel progetto Salus. Vi incoraggio di continuare a sostenere queste concrete iniziative caritatevoli che Don Gaid, con voi, riesce a portare avanti. Con affetto saluti tutti voi presenti e le delegazioni dagli USA, dal Regno Unito, dall’Egitto, dall’Argentina e dall’Italia. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca sotto il Suo manto materno e per favore pregate per me!”.Mons. Gaid ha espresso la sua gratitudine al Santo Padre e a tutti i benefattori che hanno reso possibile questo progetto che rappresenta una piccola luce in un mondo sconvolto da troppi dolori e sofferenza e sostiene il motto dell’Associazione: “Tutto l’oscurità del Mondo non può spegnere la luce di una piccola candela”.

Gli altri progetti dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” sono l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città del Cairo; la “Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana”, denominata ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti per le famiglie bisognose egiziane, inaugurata il 9 gennaio 2024. Il prossimo anno saranno avviati i lavori per la costruzione dell’Ospedale “Bambino Gesù del Cairo”, il primo “Ospedale del Papa” fuori dall’Italia.

La luna di miele si fa amara per la Meloni

Non sono solo le due sconfitte elettorali, in Emilia Romagna e soprattutto in Umbria, a preoccupare la Presidente, ma anche la crescente astensione che si rivela nettamente a suo svantaggio. A due anni dalla nascita del governo, il consenso inizia a calare, come accaduto ai suoi predecessori. Si avverte una certa stanchezza, specialmente nei confronti della squadra di governo, mentre emergono con evidenza scelte sbagliate o imposte dagli alleati.

Uno dei maggiori elementi di tensione con l’opposizione si collega al “ricatto” di Salvini sulla legge per l’autonomia differenziata. Questa riforma ha spaccato il Paese non solo tra nord e sud, ma ha generato dissensi anche all’interno di ampie fasce delle stesse regioni settentrionali. Una battaglia antistorica, che sembra riesumare lo spirito secessionista del primo Bossi, proprio mentre appare evidente a tutti la necessità di salvaguardare l’Unione Europea, da oggi potenzialmente sotto l’attacco del “trumpismo”.

Ma non è solo questa la ferita aperta: la Meloni deve affrontare un certo logoramento legato all’inadeguatezza della sua classe dirigente, un problema che cerca di tamponare come può, spesso ricorrendo a un vittimismo sempre meno credibile. La verità è che molte delle sue scelte strategiche risultano forzate e rivelano il fallimento del suo progetto istituzionale, incentrato come è noto sul premierato, e dunque sulla concentrazione del potere in una persona sola al comando. Questo disegno desta grande preoccupazione, anche a livello europeo.

Lo scontro con gli altri poteri dello Stato, inoltre, lascia intravedere una tendenza che mette in allarme tutti gli organi di garanzia democratica. In alcuni passaggi, anche il Presidente della Repubblica ha ritenuto necessario far sentire la sua voce, senza con ciò abbandonare il ruolo super partes che la Costituzione gli attribuisce. È immaginabile un Paese che – astrattamente parlando – resti inerte di fronte a un Mattarella costretto a rifiutarsi di firmare una legge, ricorrendo alla Corte Costituzionale?

Un dato certo emerge da questa situazione: la Meloni, in condizioni così critiche, potrebbe decidere di ricorrere ad elezioni anticipate pur di evitare il referendum sulla tanto declamata “madre di tutte le riforme”, ovvero sul premierato.

I 50 anni dell’Istituto Maritain: un convegno per fare il punto.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain è stato fondato a Gallarate nell’aprile del 1974 per volontà di alcuni intellettuali, amici e discepoli del filosofo scomparso da appena un anno, riuniti per intuizione di Roberto Papini, desiderosi di conservare la sua opera emi suoi insegnamenti. L’Istituto è ora costituito da numerosi esponenti del mondo culturale, accademico, scientifico e della società civile che condividono una comune ispirazione personalista e maritainiana e da allora promuove e diffonde il pensiero di Maritain nelle società dei paesi europei e americani in cui è presente con associazioni a carattere nazionale. Il riferimento a Maritain è stato, fin dalle origini, quello di una fedeltà coniugata con la libertà. L’Istituto è rimasto sempre fedele all’invito, rivolto dallo stesso Maritain ai suoi amici e discepoli: “allez de l’avant”.

Questo “andare avanti” ha significato anche l’apertura dell’Istituto verso orizzonti più vasti, con un’attenzione critica e propositiva verso i grandi problemi e i grandi mutamenti globali, spesso anticipando i tempi nelle sue proposte tematiche: si pensi alla governabilità della democrazia, alla globalizzazione ed ai suoi effetti, al rapporto tra etica ed economia, al riferimento alla pace.

L’impegno dell’Istituto è stato comunque sempre quello di rendere fecondo il pensiero di Maritain attraverso l’elaborazione, la promozione e la diffusione di una cultura centrata sulla persona e sul perseguimento del bene comune, recuperando il senso profondo dell’Umanesimo integrale. In particolare, questo tema della tutela della persona e del bene comune continua ad essere il fil rouge che fa da sfondo alle sue iniziative che ruotano attorno alle due Cattedre: la Cattedra Maritain “Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo” e la Cattedra UNESCO “Pace, sviluppo culturale e politiche culturali”, non dimenticando che è stata creata ed è attiva

anche una “Biblioteca della Persona”.

L’Istituto nei 50 anni trascorsi ha operato attraverso la realizzazione di numerosi progetti di ricerca, di formazione, di promozione e divulgazione culturale in svariati ambiti disciplinari e per lo più a carattere internazionale. Ricordiamo l’organizzazione di oltre 600 eventi quali convegni, conferenze, corsi e master senza dimenticare la presenza nel settore editoriale con la pubblicazione di oltre 300 volumi ed una rivista internazionale “Notes et documents”.

Oggi i temi prioritari attorno ai quali si sviluppa l’azione dell’Istituto sono la promozione dei diritti umani e il dialogo tra le culture, il dialogo interreligioso, la giustizia e l’educazione alla pace come pure il riferimento alla ricerca di una economia più umana.

Per non dimenticare i risultati raggiunti, per valorizzare il pa-

trimonio di conoscenze, di esperienze e competenze acquisito, per riflettere sugli obiettivi da rilanciare, l’Istituto celebra questo speciale cinquantesimo anniversario della sua fondazione promuovendo a Roma un Convegno internazionale che partendo dall’analisi dell’influsso della sua azione, possa approfondire le ragioni del suo essere e

indicare piste di riflessione anche per il futuro.

 

Il link per accedere alla brochure

La sicurezza e la difesa comuni Ue non possono più attendere. Parola di Borrell.

Quello dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune europea “non è un ruolo impossibile, ma non è miracoloso, e se l’Unione europea vuole davvero avere una politica di sicurezza e difesa comune, ha bisogno di qualcuno che la organizzi”. Tuttavia, il diritto di veto di cui dispongono gli Stati membri in quest’area può “uccidere” la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue. Lo ha affermato l’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell, nella conferenza stampa del Consiglio Difesa oggi a Bruxelles.

Un giornalista gli ha chiesto a cosa serva in realtà la posizione dell’Alto Rappresentante, che fa delle proposte che ritiene giuste ma che non vengono seguite, che non piace né alla Commissione europea, né agli Stati membri, e si trova in situazione “umiliante, “a litigare come Don Chisciotte tra i mulini a vento”.

Borrell, che a fine mese termina il suo mandato, ha risposto: “Il Trattato Ue dice che l’Unione europea vuole costruire una Politica di sicurezza e di difesa comune, e nomina per questo qualcuno chiamato Alto Rappresentante, con la capacità di fare proposte. Le proposte possono essere accettate o meno.

Normalmente lo sono, a volte no. Penso – ha sottolineato – che il compito di costruire una Politica di sicurezza e di difesa sia oggi più urgente e necessario che mai. Spero quindi che in futuro venga messa in risalto la dimensione di sicurezza e di difesa di questa posizione. In questi cinque anni abbiamo fatto tantissime cose, e niente di tutto questo sarebbe successo se non avessimo avuto qualcuno al posto di comando”.

“Per quanto riguarda la dimensione diplomatica – ha continuato l’Alto rappresentante – è ovvio che tutti gli Stati membri restano padroni della propria Politica estera, questo è previsto anche dai Trattati Ue. La Politica estera è ancora di competenza nazionale e nei Trattati si afferma chiaramente che la Commissione non rappresenta l’Unione nella Politica di sicurezza e di difesa e nella politica estera. Il Trattato – ha rilevato – lo dice chiaramente: la Commissione non rappresenta l’Unione in questi settori. Chi rappresenta allora l’Unione in questo ambito, che non è trascurabile? Il presidente del Consiglio europeo in primis e poi, a livello ministeriale, l’Alto rappresentante”.

Insomma, “il ruolo è chiaramente definito. Forse non sono riuscito a realizzarlo in modo soddisfacente, ma il ruolo dell’Alto Rappresentante è chiaro, nei Trattati”, ed è quello di rappresentare, a livello ministeriale, l’Unione europea nel settore della politica estera, di sicurezza e di difesa. “E posso assicurarvi che prende richiede molto tempo”, ha detto Borrell.

Fuori microfono, dopo la fine della conferenza stampa, gli è stato chiesto ancora se non sia piuttosto il diritto di veto degli Stati membri a rendere inefficace il ruolo dell’Alto Rappresentante e della Politica estera e di sicurezza comune.

“La regola dell’unanimità – ha riposto Borrell – uccide la Politica estera e di sicurezza comune, uccide qualsiasi politica. L’ho sempre detto. Se so di avere un diritto di veto, resto nel mio angolo e aspetto che vengano a prendermi, per provare a comprarmi”, ha concluso.

Il paradosso energetico del Vietnam: carbone al massimo, ma il futuro è elettrico.

Il governo vietnamita ha annunciato l’intenzione di potenziare al massimo l’attività delle centrali elettriche a carbone nel 2025, con l’obiettivo di soddisfare una domanda energetica in continua crescita. Secondo le fonti governative, la maggior parte delle centrali a carbone opererà tra le 6.400 e le 6.500 ore nel corso dell’anno, mentre si prevede un aumento del consumo elettrico compreso tra l’11% e il 14%. Nonostante gli sforzi per promuovere le energie rinnovabili, il carbone continua a rappresentare una quota significativa del mix energetico vietnamita. Ad esempio, nei primi dieci mesi del 2024, il carbone ha fornito il 48,7% dell’energia elettrica complessiva, pari a 256,7 miliardi di chilowattora, come riportato dalla società statale Vietnam Electricity Group (EVN).

I tentativi di Hanoi di favorire l’adozione di fonti rinnovabili, come l’eolico offshore e il gas naturale liquefatto (GNL), incontrano ostacoli di natura normativa, rallentando i progressi verso una transizione energetica completa. Il Vietnam, hub manifatturiero strategico dell’Asia-Pacifico, si trova quindi a bilanciare la crescente domanda energetica con i limiti della rete infrastrutturale. Il governo ha dichiarato che l’operatività delle centrali a carbone resterà elevata, in particolare nel nord del Paese, richiedendo piani di approvvigionamento tempestivi per garantire il funzionamento degli impianti.

Questa dipendenza dal carbone riflette una dinamica simile a quella cinese, dove lo sviluppo sostenibile e l’espansione industriale faticano a trovare un equilibrio. Nel nord del Vietnam, inoltre, l’aumento delle temperature e il cambiamento climatico hanno accentuato le difficoltà, con blackout frequenti che dal maggio 2023 colpiscono le zone industriali.

In parallelo, il Paese sta puntando sul mercato in espansione dei veicoli elettrici (EV), una strategia che potrebbe contribuire a diversificare l’economia. Il boom globale degli EV (Veicoli Elettrici) ha visto un incremento delle vendite del 35% nel 2023 rispetto all’anno precedente, con quasi 14 milioni di unità vendute. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), si stima che entro il 2035 i veicoli elettrici rappresenteranno la metà delle vendite automobilistiche globali. Questa prospettiva offre opportunità significative per produttori come VinFast, il primo brand vietnamita di auto elettriche, che sta guadagnando sempre più terreno nel panorama internazionale accanto a leader del settore come Tesla e la cinese BYD.

VinFast, recentemente, ha siglato importanti accordi di finanziamento, tra cui uno da un miliardo di dollari proveniente da investitori esteri, inclusa la Emirates Driving Company di Abu Dhabi. Tali intese, firmate durante la visita ufficiale del primo ministro vietnamita negli Emirati Arabi Uniti, coprono settori strategici come i veicoli elettrici, i trasporti ecologici, la digitalizzazione e lo sviluppo marittimo. Secondo l’agenzia Asia News (dei missionari del Pime), questa combinazione di sfide e opportunità riflette un Vietnam in trasformazione, stretto tra le pressioni del presente e le ambizioni di un futuro più sostenibile.

Fonte: Agenzia Asia News

Non banalizziamo la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza

Ricorre la giornata mondiale dedicata all’infanzia e all’adolescenza ma, ascoltando certe notizie che riguardano bambini e ragazzi, ogni ‘celebrazione’ potrebbe assumere le sembianze di un finto e inutile rituale.

Oggi potrebbe essere un’occasione di riflessione e di sussulto per favorire una presa di coscienza collettiva sulla condizione minorile nella nostra epoca: in ogni contesto del pianeta essa suggerisce interrogativi ed inquietudini. Si può partire dagli echi di una cronaca locale che – specie negli ambienti urbani e metropolitani – descrive situazioni di abbandono, di miseria materiale e spirituale, di fame, di contesti degradati e anaffettivi, di violenze dentro e fuori la famiglia, di pedofilia, sfruttamento, prostituzione minorile, dipendenze precoci da alcol, gioco d’azzardo e droghe, dei pericoli di quella rete virtuale che facilita incontri fuori controllo e viaggi senza ritorno.

Tutto questo in una cornice esistenziale che non è certo fatta a misura di minori: dalla carenza degli spazi attrezzati, all’utilizzo inappropriato del tempo libero, da programmi televisivi e tecnologie che propongono modelli eticamente inaccettabili e un’idea di vita “senza frontiere”: tutto sembra essere pensato e costruito per ostacolare e rendere ardua e faticosa l’opera educativa della famiglia e della scuola. 

Essere bambini e adolescenti oggi significa incontrare difficoltà e tranelli in contesti di vita spesso imprevedibili e inesplorati, a volte concertati e programmati in modo conforme alle sole esigenze degli adulti: ci sono – è vero – nuove tutele e una maggiore attenzione nel sociale, non sono più i tempi di Oliver Twist e di Cosette dei Miserabili ma la cattiveria degli adulti si esprime – se mai – con modalità ancora più orribilmente sofisticate. 

E se volgiamo lo sguardo altrove troviamo condizioni di vita sovraesposte ad ogni tipo di violenza ed efferatezza: pensiamo ai minori che vivono in mezzo agli orrori della guerra, alle migrazioni di massa, agli eccidi, agli stermini etnici e familiari, ai bambini-soldati, al turismo sessuale in danno di bambini e bambine in età scandalosamente precoce, agli orfani vittime del terrorismo. Da un recente rapporto di Save the Children Italia risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione vivono nei Paesi colpiti dalle guerre e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi. Pensiamo alle condizioni di vita dei minori nei Paesi attraversati dai fondamentalismi religiosi, dove si ammazza per motivi di appartenenza etnica, senza riguardo all’età, senza pietà, pensiamo alle mutilazioni genitali: anche i piccoli innocenti sono giudicati “infedeli”. È storia di questi tempi: un orrore disumano e senza fine che dovrebbe scuotere le coscienze e suscitare emozioni e iniziative. Per onorare oggi il senso di questa ricorrenza – nelle famiglie, nelle scuole, nelle Chiese, sui posti di lavoro, nelle istituzioni – si dovrebbe osservare una pausa di riflessione a questo continuo, interminabile eccidio di bambini: è un olocausto che non può esserci estraneo. 

Perché anche questa è una parte non trascurabile di quella “globalizzazione dell’indifferenza”, acutamente e a più riprese evocata da Papa Francesco.

30 anni della Fondazione Donat-Cattin: uno sguardo al futuro.

Anche a Roma, dopo le iniziative torinesi, si è ripercorsa la storia della Fondazione Carlo Donat- Cattin, nata l’anno dopo la scomparsa dello statista piemontese. Una iniziativa che si è svolta in Senato e che ha visto alcuni interventi importanti tra cui quello di Pier Ferdinando Casini, Guido Crosetto e Bruno Vespa. 

Una Fondazione che è nata non solo per ricordare il magistero e l’azione politica, culturale e sociale dello statista Dc e del leader indiscusso della sinistra di ispirazione cristiana. Ma, soprattutto, è una Fondazione che ha il merito, e l’obiettivo, di rilanciare e riattualizzare il pensiero, la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Una tradizione e una cultura che conservano una straordinaria attualità e modernità nella società contemporanea. Perché la Fondazione, nel corso di questi anni, ha affrontato anche – e continua ad approfondire – tematiche strettamente legate alla società, con particolare riferimento alle istanze, alle esigenze e alle domande che provengono dalle giovane generazioni.

Ma, per fermarsi al dato politico, è indubbio che il lavoro della Fondazione Donat-Cattin è particolarmente utile e prezioso per richiamare un pensiero politico che ha segnato in profondità la stessa storia democratica del nostro paese. E questo, pur senza riproporre moduli ed esperienze politiche del passato, perché è abbastanza evidente che la democrazia nel nostro paese non può fare a meno di una cultura politica e di un pensiero che hanno qualificato ed arricchito la storia e la stessa esperienza del cattolicesimo politico nel nostro paese. E la rilettura dell’azione politica, legislativa, culturale e soprattutto sociale di Donat-Cattin e della sua storica corrente, Forze Nuove, significa anche rileggere i punti cardinali di un pensiero che non può essere banalmente e qualunquisticamente archiviato.

E l’iniziativa che si è tenuta al Senato ha confermato la bontà e l’efficacia di questa azione culturale e, soprattutto, le ricadute concrete che una presenza del genere può avere. E non solo nell’area di riferimento – cioè quella del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese – ma nell’intera società. E questo perché i valori, i principi e gli asset culturali della cultura del cattolicesimo sociale rappresentano tuttora un giacimento ideale, etico e politico che non può essere sacrificato sull’altare di nessun maldestro nuovismo. E la Fondazione Carlo Donat-Cattin – guidata per oltre vent’anni dal figlio Claudio scomparso nel 2022 dopo aver dato un impulso straordinario alla stessa Fondazione fortemente voluta dalla famiglia dello statista piemontese – come hanno giustamente evidenziato e ricordato Pier Ferdinando Casini e Bruno Vespa in Senato, può diventare, senza supponenza e senza arroganza, un autorevole punto di riferimento della tradizione e del pensiero del cattolicesimo politico italiano.

Sturzo, il bene comune e le insidie autoritarie delle attuali democrazie.

La grande attualità del pensiero di don Luigi Sturzo

C’è ancora una grande attualità nel pensiero di Sturzo. Quel grande patrimonio di insegnamenti resta una riconosciuta pietra miliare per chi si avventura nell’agone politico.

Mentre è diffusa l’idea che quelle analisi sociologiche che circostanziano i suoi giudizi su bene comune e dialettica democratica sono ancora dense di sviluppi non del tutto esplorati.

Ed è un dato di fatto che ogni riflessione sul pensiero del fondatore del popolarismo diviene ulteriore occasione di arricchimento e rafforza il sentimento democratico.

Tra postulati della buona politica e violenze di piazza

La premessa mi consente di cogliere lo spunto che offrono gli episodi ripetuti di violenza di piazza registratisi nel corso di manifestazioni di studenti, e non solo, a Torino e in qualche altra città del paese, mentre poca eco hanno il richiamo a politiche di maggiore equità sociale ed economica e ad una legge elettorale che renda effettivamente protagonista l’elettore e non i capi partito, con le liste bloccate, e riporti equilibrata rappresentatività di tutti i territori del paese.

Violenze, manganelli, politiche sociali e sfondi da anni ‘70

Quello che più ha inquietato sono gli accenni a condotte e simbologie che sembrano anticipare talune dinamiche degli sciagurati anni ‘70. Certamente il contrasto alle iniquità sociali non si fa con le violenze di piazza ma con le azioni politiche (che devono trovare un giusto coinvolgimento dialettico delle forze di opposizioni, stante la centralità del parlamento) e il corretto esercizio dei poteri, nelle forme previste dalla Carta Costituzionale.

Memorabile il messaggio di qualche mese fa del Presidente Mattarella: “L’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.

Non manca però chi riconduce il fenomeno all’effetto di certa compiacenza di “cattivi maestri”. Nel suo editoriale dell’altro ieri su Il Domani d’Italia Giorgio Merlo così scrive: “…Ora, e di fronte ad una cornice che ricorda, con gli inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, quel triste passato, si tratta di capire come le forze politiche che hanno maggiori frequentazioni e simpatie con quei “mondi” intendono reagire dopo queste manifestazioni cosiddette pacifiche e democratiche. L’epilogo finale, purtroppo, già lo conosciamo..”. E poi aggiunge: “…Ecco perché, e su questo versante sarebbe importante, nonché indispensabile e necessario, una comune consapevolezza della sinistra e della destra che la permanente criminalizzazione politica, culturale, sociale e morale dell’avversario/nemico si deve arrestare prima che la violenza di piazza diventi un normale codice di comportamento per movimenti, gruppi e organizzazioni varie. Ieri c’erano gli ormai noti “compagni che sbagliano”. Oggi non vorremo che ci fossero i giovani, i quali chiedono ad alta voce un cambiamento radicale della nostra società che contempla anche l’abbattimento di un “regime”, peraltro inesistente e del tutto virtuale, a farsi interpreti di una nuova ed inedita violenza di piazza. Ma quando questo “regime” viene insistentemente e quotidianamente richiamato dai sempre verdi “cattivi maestri”, la violenza è sempre dietro l’angolo. Perché questa, purtroppo, non si aggiorna ma si fa semplicemente prassi ed azione. E questo, veramente, ieri come oggi non cambia”.

Un giusto monito che si nutre opportunamente dell’indefettibile presupposto che ogni ricorso alla violenza è sempre una sconfitta per chi propugna idee di miglioramento o ancor più di cambiamento.

 

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Senza confronto non c’è salvezza: il limite delle idee di Del Noce.

[…] Insomma a me pare che Del Noce, volendo combattere il laicismo azionista, “protestante” e radicale (e più in là l’empirismo che a suo dire antepone gli interessi ai valori) si crei spesso un avversario di comodo. Solo un esempio: avrebbe potuto confrontarsi utilmente con Nicola Chiaromonte, uno dei maggiori intellettuali della seconda metà del *900 (proviene in parte anche lui da Tilgher), fondatore di “Tempo presente” , con Silone negli anni ’50, eretico e libertario, formatosi su Platone, screditato dalle due “chiese simmetriche”, comunista e cattolica. Un intellettuale che non coincide affatto con il paradigma delnociano dell’intellettuale laico e libertino, fanatico della scienza e della tecnica, devoto unicamente ai piaceri individuali (ma potremmo fare molti altri nomi, nel ‘900, da Camus ad Orwell).

Del Noce insiste sulla identificazione di modernità e gnosi, ovvero la pretesa di autoredenzione dell’uomo con le sue uniche forze, senza bisogno di Dio (l’antica eresia di Pelagio). Ma se l’uomo non tenta di “liberarsi” da solo – attraverso la ragione, la conoscenza, la cooperazione – chi potrà farlo al suo posto? E poi non è detto che la gnosi porti al superomismo, all’immagine luciferina dell’umanità che manipola le cose e intende rigenerarsi, all’hybris di dominio che sta devastando il pianeta.

Proprio Chiaromonte era rigorosamente laico e azionista (per Del Noce quasi il male assoluto, culturalmente), e non credeva nel “soprasensibile” o nel “sopraumano”, ma aveva il senso del sacro e una cognizione del limite che gli veniva dalla antica Grecia. Considerava la realtà mutevole e non modificabile, e la stessa Storia umana espressione di qualcosa di imperscrutabile, affermava il primato dell’etica sulla politica e della coscienza individuale sui doveri sociali, era devoto alla verità (contro ogni calcolo), criticava le utopie politiche (inclini al totalitarismo), ma coltivava l’unica utopia (impolitica) di tutto ciò che è gratuito e non funzionale, riteneva che occorre riconoscere “le cose come sono”(che si mostrano alla pura intuizione intellettuale) e infine era convinto che l’accadere storico fosse casuale e che ciò che non è accaduto ma sarebbe potuto accadere ha lo stesso valore del fatto compiuto (il concetto di ucronia, che Del Noce trae da Renouvier).

Ecco, un dialogo tra Del Noce e Chiaromonte – due outsider inclassificabili, “disorganici” a tutto – avrebbe certamente immesso nella nostra cultura bigotta e conformista, avvelenata dalla Guerra Fredda, una linfa vitale, arricchendo

quella battaglia delle idee cui accennavo all’inizio e che costituisce il cuore della modernità.

 

Titolo originale: Nessuna salvezza senza cattolicesimo. Il grande limite delle idee di Del Noce.

Il libro – Luciano Lanni, Attraversare la modernità. Il pensiero inattuale di Augusto Del Noce (Cantagalli, prefazione di G. Marramao, 2025).

Tutto da costruire il centro che cammina verso sinistra

Si cerca in tutti i modi di dematerializzare l’eredità della politica degasperiana, sminuendone il significato ideale e le implicazioni pratiche. Alle volte lo si fa per semplice inavvertenza. È stato Agostino Giovagnoli, ad esempio, a riproporre l’esegesi minimalista della celebre frase, quella dell’intervista di De Gasperi a “Il Messaggero” del 17 aprile 1948, alla vigilia cioè delle elezioni più importanti della storia repubblicana, per la quale la Dc era definita “partito di centro che cammina [non guarda, ndr] verso sinistra”. Secondo l’autorevole storico, tra i relatori al Teatro Quirino (il 20 giugno scorso) per le celebrazioni degli 80 anni dalla nascita della Dc, De Gasperi voleva indicare, con quel suo riferimento alla sinistra, una generica tensione alla giustizia e all’equità sociale, non un preciso ed organico orientamento politico. 

La tesi non regge alla luce della concreta esperienza politica degasperiana. Infatti, cosa fu il centrismo? Un’opzione strategica, con precisa discriminante democratica. Dopo il 18 aprile la Dc poteva farsi perno di un blocco conservatore, senza distinzioni a destra. Invece, poiché “camminare verso sinistra” aveva un significato eminentemente politico, non solo sociale, la scelta di De Gasperi fu quella di stabilizzare l’alleanza riformatrice, coinvolgendo appieno socialdemocratici e repubblicani, ovvero i partiti di sinistra democratica collocati saldamente nel campo occidentale. Insomma, De Gasperi scelse l’alleanza più avanzata possibile sul piano delle riforme – perché le riforme De Gasperi le fece sul serio – come espressione dinamica ed avanzata del cosiddetto “anticomunismo democratico”. A riprova di ciò, si tenga in considerazione che nel periodo del centrismo non mancarono dissensi e momenti di crisi con i liberali, a dir poco prudenti proprio sulle riforme (in specie sulla riforma agraria).

Malgrado questo, Aldo Cazzullo ha scritto che De Gasperi era un “uomo di centro-destra” (“Corriere della Sera”, 3 agosto). E subito dopo anche Ortensio Zecchino (“Il Foglio”, 10 agosto), promotore dell’incontro del Quirino, ha dato a vedere di muoversi lungo questa stessa lunghezza d’onda (con qualche malcerta citazione). Che dire? È un De Gasperi irreale, forzatamente consacrato come principe del moderatismo, anche a dispetto della rivendicazione del carattere “innovatore e riformatore” che proprio lo statista trentino volle attribuire, nel discorso del 28 giugno 1953, al ciclo di governo da lui diretto.

Certo, De Gasperi non è l’icona a disposizione di chi immagina un “centro mucillagine”, funzionale alla conquista di quel minimo che serve per vincere le elezioni. Una miseria, questa, lo dobbiamo ammettere! Pensare a una sorta di protesi della sinistra, quasi un’escrescenza funzionale al posizionamento in campagna elettorale, è la negazione di un vero progetto politico. L’orizzonte è un altro, deve essere un altro. Serve infatti un “centro innovatore”, così come lo concepì De Gasperi, ovvero un’aggregazione capace di fare la differenza, unendo tutti i democratici – riformisti ed europeisti, nondimeno laici ma rispettosi delle fedi – e fissando un chiaro confine anche a sinistra, per arginare il populismo in tutte le sue varianti e diramazioni. Un centro tutto da costruire e per adesso introvabile.

Ma i cattivi maestri non tramontano mai?

Quando parliamo di ‘cattivi maestri’ non si vuole solo ripercorrere una pagina del passato o di pura rievocazione nostalgica. E questo perché i cosiddetti ‘cattivi maestri’ – termine che nel nostro paese è coinciso con l’irruzione della triste e drammatica stagione terroristica – hanno sempre accompagnato il cammino dal democrazia italiana. Uomini e donne che, in virtù di una rivendicazione – del tutto presunta nonché opinabile – di superiorità intellettuale, e a volte anche morale, hanno contribuito a formare pezzi di generazioni plasmati sulla loro concezione della vita e della politica. Una categoria, comunque, pericolosa ed inquietante perché, di norma, non partecipa direttamente agli avvenimenti politici o pubblici ma si limita a dare consigli, a suggerire soluzioni e a convincere altri a scendere in campo. Che, ovviamente, si rifanno ai loro insegnamenti, suggerimenti, congetture e consigli.

Ora, è tremendamente difficile individuarli e classificarli perché, puntualmente, si nascondono dietro alle loro riflessioni e ai loro contorcimenti intellettuali ma che poi hanno delle precise e puntuali ricadute sui comportamenti concreti di chi affronta la questione di petto e senza filtri. Facciamo un esempio concreto, a proposito della difficile e drammatica questione israelo/palestinese. Di fronte alla violenza conclamata e manifesta dei vari cortei organizzati in tutta Italia in questi ultimi mesi, i ‘cattivi maestri’ non condannano mai la violenza direttamente, ma si limitano a sostenere che quella violenza è anche e soprattutto il frutto del comportamento delle forze dell’ordine o del Governo di turno. Nello specifico dello Stato repressore. Inoltre i ‘cattivi maestri’ spostano sempre l’obiettivo più avanti. La questione del Medio Oriente, ad esempio, diventa lo strumento per mettere in discussone la stessa politica estera delle nostro paese e quindi lo stesso modello di democrazia che si è determinata in Italia. 

In ultima analisi, ma non per ordine di importanza, i ‘cattivi maestri’ di norma attaccano frontalmente le persone. Individuano cioè l’obiettivo da colpire – sotto il profilo politico, come ovvio – spiegandone le cosiddette ragioni. Sempre stando attenti a non scadere nella diffamazione o nella calunnia che sono, seppur ormai debolmente, penalmente perseguibili. Creando, però, di fatto, il terreno affinché qualcun altro esegua concretamente il gentile invito partito dalle loro cattedre politiche, culturali, sociologiche e giornalistiche. E, se vogliamo ancora aggiungere una postilla, i ‘cattivi maestri’ si ritengono moralmente e strutturalmente superiori rispetto al resto dell’umanità. Da qui arriva la ragione per cui le loro riflessioni sono quasi sentenze inappellabili ed indiscutibili. E, ancor più, che superano la stessa dialettica politica quotidiana ritenuta, di norma, insufficiente e scadente.

Ecco perché, ieri come oggi, i ‘cattivi maestri’ rappresentano un pericolo per la qualità della nostra democrazia e per la solidità delle nostre istruzioni democratiche. E il compito della politica e dei partiti – o ciò che resta dei partiti -, se ne hanno ancora il coraggio, non è altro che saper dimostrare concretamente che i ‘cattivi maestri’ rappresentano un elemento strutturalmente diseducativo ed inquietante per la costruzione di quello che un tempo si chiamava “bene comune”. Se non si ha il coraggio di farlo si corre il serio rischio che vincano proprio i ‘cattivi maestri’ e, con i ‘cattivi maestri’, tutto ciò che ha contribuito negli anni a sfaldare e a inquinare il nostro assetto democratico e costituzionale.

Italia, da nord a sud uno stesso male affligge lo stivale.

Ci risiamo. A Grado, un lavoratore egiziano cade da una impalcatura e viene abbandonato ad una stazione di rifornimento di benzina. Lì, un buon samaritano, richiamato dalla sua attenzione, ha provveduto a chiamare aiuto e adesso speriamo se la cavi. È un’altra pagina nera di umanità come in nero è probabilmente l’ingaggio che lo aveva assoldato.

Sembra che benzina venga in origine da una bevanda vegetale chiamata romanticamente “incenso di Giava” che portò poi, evolvendo, al benzene e così via fino ai giorni nostri. È già tanto che al pover’uomo non gli abbiano dato fuoco per far scomparire la sua presenza.

C’è anche qualcosa di demenziale in ciò che si è fatto. Non saranno infiniti i cantieri in quel paese e non sarà impossibile per le forze dell’ordine risalire ai responsabili della faccenda. 

Grado non arriva a 10.000 abitanti ed è anche chiamata l’isola del Sole, che questa volta ha offuscato la coscienza di qualcuno. Si chiama così perché in passato era uno scalo mercantile con tanto di gradoni romani che consentivano lo sbarco di uomini e merci. 

Pare che Grado sia stata anche il primo centro di sabbiature europea. La cosa evidentemente ha condizionato qualche suo abitante che ha ritenuto di poter tutto insabbiare senza assumersi le responsabilità del caso, a tutto dispetto delle parole del Nievo a riguardo dei suoi turisti che torneranno a casa “edificati della piacevolezza del soggiorno, della commodità dei bagni, e della cortesia degli abitatori”.

Da quelle parti sono stati purtroppo in grado di rappresentare il male, ma di buon grado c’è anche chi si impegnerà per accertare le responsabilità degli autori che meriterebbero un terzo grado con i fiocchi perché confessino il malfatto.

Un po’ più giù, a Bari, dove c’è chi bara, confondendo la vita con la morte, un senzatetto indiano è stato ucciso per capriccio. Tre giovani balordi volevano sperimentare su un bersaglio umano il funzionamento di una pistola a salve poi modificata in modo che sparasse davvero. 

“Salve” è il saluto che non gli è bastato e l’hanno tradotto in una lingua di fuoco che lascia segni indelebili di presentazione nel prossimo. A questi delinquenti manca evidentemente il baricentro dell’esistenza, la nozione stessa di vita. 

Sguazzano nella palude di giorni consumati tra violenza e ignoranza. Si tratta di vite sprecate, prive di ogni consapevolezza, ignare dell’occasione che la vita offrirebbe anche a loro per riempirla, magari fosse, pur di minimi contenuti. Alle loro spalle, nessuno che per amore abbia mai indicato come approfittare di un dono che non può essere ripetuto.

Il Natale è alle porte. Speriamo che a Grado siano in grado di riscattarsi sostenendo materialmente come comunità chi ora lotta per la guarigione. Può darsi che anche a Bari accada un miracolo e ci si converta in futuro a miglior vita e si smetta di fare tragicamente i gradassi. Il bel paese per adesso è sfigurato, sarà dura mandar via le cicatrici.

Gotor guarda alla Roma del Giubileo e auspica un nuovo umanesimo.

A sorpresa, dopo aver lasciato appena un mese fa l’incarico di assessore capitolino alla cultura, Miguel Gotor torna a far sentire la sua voce sui problemi di governo della città. Lo fa sulle pagine di ‘Repubblica’ (“Il Giubileo e la mia Roma”, 15 novembre), di cui è stato collaboratore prima dell’ingresso nella politica attiva, andando a toccare con una nota ricca di stimoli le corde di una distratta sensibilità collettiva. Neppure ci rendiamo conto, infatti, che dietro gli eventi si stagliano o spesso si nascondono le persone: toccante, a riguardo, il richiamo all’eroismo dei tre operatori della Protezione civile e di un vigile del fuoco travolti nell’incendio scoppiato il 24 agosto a Torre Spaccata.

Andiamo per ordine. Perché Gotor ha preso carta e penna? Lo spunto gli è arrivato dal discorso che il sindaco Gualtieri ha tenuto giovedì scorso, in occasione del “Terzo Rapporto alla Città”, all’Auditorium della Musica. Sullo sfondo del lavoro svolto finora dalla Giunta e soprattutto degli impegni che essa deve ancora portare avanti, la riflessione dell’ex assessore gira rapidamente sulla diretta esperienza personale nel palcoscenico della vita pubblica romana. Gotor si riconosce in un percorso inverso a quello degli attori pirandelliani: da protagonista in politica a semplice osservatore in platea, sebbene ancora interessato e in qualche modo partecipe. 

E qui subentra l’apprezzamento per la visione del sindaco, il quale, giunto ormai a metà mandato, è di fronte alla sfida che riguarda la possibilità di irrobustire e qualificare la relazione tra cittadini e comunità, tenendo conto dell’avviato processo di trasformazione urbanistica, sociale e culturale. È stato aperto un imponente cantiere urbano, magari frammentario e poco leggibile, certamente gravido d’immancabili contraccolpi negativi sulla vita quotidiana. Tuttavia, ogni trasformazione richiede qualche sacrificio. Su questo insiste Gotor: pur riconoscendo i disagi attuali, egli ammira lo sforzo che tende a restituire ai romani una città più inclusiva e aperta, capace di generare “benessere” e un nuovo spirito di comunità, specialmente in connessione con il Giubileo della speranza. È perciò centrale il richiamo a un “nuovo umanesimo”, senza il quale ogni aspirazione al cambiamento rischia d’incrociare la pena della frustrazione, come l’apertura auspicata e ancora disattesa del Teatro Valle.

Un nuovo umanesimo, dunque; ma come si promuove la spinta giusta in questa direzione? Ecco, potremmo commentare in breve che serve un “ambiente”, anche fonte di dialettica tra culture diverse, destinato a far da incubatore alla crescita di un disegno tanto ambizioso. Gotor, evidentemente, ha voluto lanciare un sasso nello stagno. Si tratta di capire se questo può dar luogo a una riflessione più articolata, con soggetti responsabili e visibili, senza l’evanescenza di una retorica a rapido consumo. È una sfida da non trascurare e la Roma del Giubileo, prossima a dispiegarsi in vario modo, ne può accogliere le ragioni più immediate e suggestive. 

Sturzo e i problemi del suo tempo: la crisi è sempre spirituale.

[…] Sturzo, per parte sua, ricavava dall’intreccio fra natura e soprannaturale la reciproca influenza tra vissuto spirituale, opzioni etiche, strategie politiche e vita sociale. L’approdo di questa riflessione era che la secolarizzazione è, anche, una questione politica. Ed era questa constatazione che ispirava, di converso, l’apparentemente troppo devota conclusione secondo cui, quando si lascia orientare dall’umanesimo evangelico e si traduce in «servizio» alla comunità, in «cooperazione al bene», in «atto di giustizia», in «dovere di solidarietà» e quindi in «amore del prossimo», «la politica è un atto di carità», definizione quest’ultima che Sturzo mutuava da Pio XI.

In questa prospettiva molti potrebbero essere i «problemi spirituali» segnalati da Sturzo. Qui mi limito a ricordarne tre. Il primo è la necessità di (ri) educare il popolo alla democrazia. Soprattutto a disincantarsi dalla menzogna orpellata di verità, artificio demagogico tramite cui si dà «alla menzogna e all’inganno il lasciapassare dell’opinione pubblica»: «l’uso delle mezze verità, l’alterazione dei fatti, la confusione dei dati, l’abuso delle statistiche, la ripetizione artificiosa per far credere un fatto nuovo, mentre è lo stesso ripetuto sotto diversi aspetti; la propaganda amplificatrice, la denigrazione dell’avversario, tutti mezzi deplorevoli e usati comunemente senza alcuna attenuazione e differenza di gruppi e partiti». Per educare efficacemente occorre,  pertanto, recuperare l’autorevolezza di chi dice e fa la verita. Autorialità, potremmo anche dire: cioè capacità di vivere personalmente ciò che si sta esigendo dagli altri, per rintuzzare a giusto titolo la contestazione dell’autorità senza ricorrere all’autoritarismo.

Dalla secolarizzazione consegue pure lo statalismo: per Sturzo è il peggiore dei mali del secondo dopoguerra ita-liano, dato che prolunga e persino incancrenisce i risvolti liberticidi dei totalitarismi primo-novecenteschi. Anch’esso è lesivo della sfera spirituale e personale, non solo collettiva e politica. Lo statalismo, difatti, deflagra allorché lo Stato si costituisce come «un fuori di noi», perciò – giocoforza – come «diverso da noi, o altro da noi», usurpando il ruolo di Dio e prevaricando la libertà degli esseri umani, nella cui «personalità spirituale» non è più ravvisato «il segno divino». Così lo Stato, con la sua pretesa etica e normativa, si erge a «unica fonte di diritto» e non riconosce alcun «diritto naturale» che gli sia «precedente e superiore», presunzione «panteistica» che «lo assimila a quel Dio che lo Stato moderno non sa riconoscere come fuori di sé e sopra di sé».

Il terzo «problema spirituale» da rievocare infine – per la sua permanente attualità — è quello della pace. Sturzo, ne aveva tante volte discusso: il bombardamento di Guernica, nell’aprile 1937, gli aveva fatto presagire un nuovo conflitto in Europa, ma già nel 1928 – riflettendo sui disastri causati dalla Grande Guerra – aveva pubblicato il saggio La comunità internazionale e il diritto di guerra sull’abolizione delle guerre. Una generosa speranza, destinata a risultare utopica per via della minaccia atomica, cui ho già accennato.

Mi limito pertanto – per concludere – a citare quel che Sturzo scrisse nel 1943, usando parole ancora urgenti non solo negli anni immediatamente successivi a Hiroshima e Nagasaki, ma anche ai nostri giorni: «Alcuni immaginano che la pace futura possa essere, come la passata, imposta dal vincitore, senza preoccuparsi se sia o no accettata dal vinto. Errore colossale, che è stato alla radice di questa guerra e che, se si ripete, potrà essere alla radice di una terza guerra mondiale. La pace è essenzialmente fatto morale e solo subordinatamente fatto politico; la pace è anzitutto un atto di riconciliazione».

 

[Il testo integrale è stato pubblicato dall’Osservatore Romano nell’edizione del 23 ottobre 2024]

 

Il video dell’intervento di don Massimo Naro

https://youtu.be/H2DqOc1jE_c?si=s9R75tUNNZDHSOaU

X, Musk e il fascino della fuga digitale: è possibile rinunciare al web?

L’inventore Nikola Tesla non avrebbe mai immaginato che avrebbe, di riflesso, partorito il genio di Elon Musk con tutte le conseguenze del caso. Par che nella sua vita depositò 280 brevetti ma si è imprevedibilmente superato, eccitando la fantasia e le azioni dell’uomo oggi più ricco del mondo.

Eppure c’è chi non apprezza tutto questo e non vuole avere niente a che fare con il personaggio. Cominciano le pubbliche dichiarazioni di abbandono dal social network “X”: una volta si chiamava più innocentemente, un inoffensivo cinguettio che si è trasformato in una incognita, in una lettera che apre ad una cosa ignota con il fascino misterioso che ne consegue.

La X è anche una croce, una dannazione o un crocevia di strade che si intersecano portando all’uno notizie dell’altro e viceversa. “Ed io non ci sto più” cantava anni fa De Gregori. 

Gente di minor o maggior fama annuncia di abbandonare la X come fosse un fatto eroico da far sapere per non essere accusati di complicità con il suo padrone. Forse non tutti sanno che web sta per ragnatela estesa in tutto il mondo, qualcosa che ti avviluppa e dalla quale è difficile venir fuori.

Giorni fa una ragazza è morta a seguito di un intervento di rinoplastica. La magistratura sta indagando per eventuali responsabilità del chirurgo. Ciò che sembra emergere è la scelta del medico attraverso internet con annessi e connessi. Sembra che una Direttiva europea riconduca la professione di Ippocrate a quella di impresa, per cui sarebbe legittimo promuovere la propria attività nelle forme che si ritengono più convenienti. 

Flaiano diceva come “leggere è niente, difficile dimenticare cosa si è letto”; la promozione del web per quanto scadente non manca di attecchire da qualche parte.

Negli studi di Diritto ci sono casi in cui una fattispecie si può definire solo in termini residuali negativi. È insomma ciò che non è l’altro. 

Ci si potrebbe armare di coraggio e chiamarsi tutti fuori dal web. Si ha valore se non si è da quelle parti. “Via dalla pazza folla” diventerebbe così un elemento distintivo di qualità mentre stare nella rete dell’insetto dequalificherebbe chi invece vi ci dondola.

Ci vorrebbe un genio come Musk per lanciare una crociata del genere, l’unico in grado di andare contro se stesso. In via derivata, potrebbe impedire ogni forma di pubblicità. Sarebbe un gran bel segnale. Par che adesso lo abbiano ribattezzato “D.O.G.E”, imminente la sua nomina a Capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa dell’Amministrazione Trump.

Il Doge è uno che comanda. Forse ricalcherà le orme di Paoluccio Anafesto, il primo glorioso doge del Ducato di Venezia. Che Musk sarà nefasto o meno lo diranno solo i fatti.

In attesa che Musk dia un impossibile segnale in tal senso, ciò che intanto si potrebbe fare e abbandonare il campo perché a volte il gioco non vale la candela o perché chiamarsi fuori dal gioco può darti una patina di maggiore rispettabilità. “Non digito, ergo sum” potrebbe essere lo stile distintivo a cui ispirarsi.

Si resta in attesa di capitani coraggiosi.

La P38 e i nuovi cattivi maestri: un passato che ritorna?

Verrebbe quasi da dire, tutto secondo copione. Eppure sono trascorsi quasi 50 anni. Ma il copione, purtroppo, resta sempre lo stesso. Certo, cambiano leggermente i nemici da abbattere ma non di molto. Perché anche su questo versante i nemici sono sempre facilmente individuabili. E il ferimento di quasi 20 poliziotti a Torino ad una manifestazione, ovviamente violenta, contro Israele, contro il Governo, contro la Meloni e che ha coinvolto anche altri esponenti politici dell’attuale opposizione, e contro la presunta repressione che esisterebbe in Italia non fa altro che ricordarci il passato. Un triste ed indimenticabile passato. E, stando alle precise e dettagliate ricostruzioni giornalistiche della manifestazione di Torino, come di altre manifestazioni disseminate in tutto il paese, è comparso anche un richiamo alla ormai celebre e famosa P38. 

Fa comunque un certo effetto rivedere quel gesto, che era e resta uno dei simboli storici ed emblematici del ‘77 e, purtroppo, degli anni di piombo ad un corteo del 2024. E proprio tra i fumogeni e lo sventolio delle bandiere palestinesi, alcuni manifestanti a Torino hanno alzato le tre dita in cielo a simboleggiare, appunto, la P38. E, per chi conosce anche solo distrattamente la storia democratica del nostro paese, non riesce a non pensare proprio al capoluogo piemontese di quegli anni e al fatto che era il “saluto” per eccellenza dei militanti dell’Autonomia operaia prima che partissero alla carica. E la ventina di agenti che hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso investiti dopo lo scoppio di un ordigno rudimentale da una nube di gas urticante non è che la conferma di un clima che sta progressivamente degenerando.

Ed è proprio su questo versante che iniziano le consuete e plateali contraddizioni politiche. Ieri come oggi lo stesso copione e lo stesso film. Perchè anche nella stagione pre terroristica le iniziative indirizzate contro il partito di governo dell’epoca, nello specifico la Dc, contro le solite forze dell’ordine e contro tutto ciò che richiamasse il “sistema” – termine quantomai vago, generico e difficilmente individuabile – c’erano reazioni sempre molto articolate e da interpretare. 

Ma, per tornare all’oggi, non possiamo non richiamare l’attenzione sul fatto che dal campo variegato e composito della sinistra italiana è subito emersa la condanna della violenza ma sempre con molti distinguo. Ovvero, detta con parole più semplici e comprensibili, c’è il no alla violenza ma accompagnato dal fatto che non si devono criminalizzare e né, tantomeno, criticare questi ragazzi che comunque manifestano per una causa giusta ed indiscutibile. E, ieri come oggi quindi, comprensione per le ragioni della protesta che non possono essere represse. E, a questo punto, si fa strada la convinzione che c’è anche da parte delle forze dell’ordine una precisa responsabilità politica nella concreta gestione dell’ordine pubblico. E, di conseguenza, esisterebbe – secondo questa strana e singolare vulgata di ieri come oggi – una responsabilità politica del Governo, di chi lo presiede e, nello specifico, del Ministro dell’Interno.

Ora, e di fronte ad una cornice che ricorda, con gli inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, quel triste passato, si tratta di capire come le forze politiche che hanno maggiori frequentazioni e simpatie con quei “mondi” intendono reagire dopo queste manifestazioni cosiddette pacifiche e democratiche. L’epilogo finale, purtroppo, già lo conosciamo.

Ecco perché, e su questo versante sarebbe importante, nonchè indispensabile e necessario, una comune consapevolezza della sinistra e della destra che la permanente criminalizzazione politica, culturale, sociale e morale dell’avversario/nemico si deve arrestare prima che la violenza di piazza diventi un normale codice di comportamento per movimenti, gruppi e organizzazioni varie. Ieri c’erano gli ormai noti “compagni che sbagliano”. Oggi non vorremo che ci fossero i giovani che chiedono ad alta voce un cambiamento radicale della nostra società che contempla anche l’abbattimento di un “regime”, peraltro inesistente e del tutto virtuale, a farsi interpreti di una nuova ed inedita violenza di piazza. Ma quando questo “regime” viene insistentemente e quotidianamente richiamato dai sempre verdi “cattivi maestri”, la violenza è sempre dietro l’angolo. Perché questa, purtroppo, non si aggiorna ma si fa semplicemente prassi ed azione. E questo, veramente, ieri come oggi non cambia.

Un raggio di speranza nella lotta all’Alzheimer: approvata una nuova terapia rivoluzionaria.

Una notizia che porta con sé una ventata di speranza per milioni di famiglie: l’Intergruppo parlamentare Alzheimer e Neuroscienze saluta con entusiasmo l’approvazione di una nuova terapia innovativa da parte del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA). Questa decisione rappresenta una svolta epocale nella battaglia contro la malattia di Alzheimer, aprendo la strada a un futuro più promettente per i pazienti e i loro cari.

“La decisione del CHMP rappresenta una luce in fondo al tunnel per oltre 600.000 persone affette da Alzheimer in Italia”, dichiara l’onorevole Annarita Patriarca, presidente dell’Intergruppo. “Per la prima volta, una terapia che rallenta il declino cognitivo diventa una realtà accessibile in Europa. Adesso è cruciale che il nostro Paese si muova con rapidità per recepire queste innovazioni e garantirle ai pazienti. In questa direzione, ho presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della salute per sapere se e quali iniziative intenda intraprendere per assicurare l’accesso tempestivo a queste terapie, riducendo il divario con altri Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, dove il farmaco è già disponibile”.

L’interrogazione, depositata recentemente, chiede un impegno chiaro e deciso da parte del Governo, affinché anche i pazienti italiani possano beneficiare delle cure più avanzate. “Ho chiesto esplicitamente al Ministro della Salute se e quali iniziative di competenza intenda intraprendere per garantire ai pazienti italiani affetti da Alzheimer le cure e le terapie più avanzate e innovative,” aggiunge la presidente Patriarca.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono circa 1.200.000 le persone colpite da demenza, di cui il 50-60% da Alzheimer. La terapia approvata dall’EMA, già disponibile in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Israele ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta un’innovazione straordinaria: è in grado di rallentare il decorso della malattia, offrendo una qualità di vita migliore ai pazienti nelle fasi iniziali.

Questa notizia non è solo una conquista scientifica, ma un messaggio di speranza per tutte le famiglie che convivono quotidianamente con le sfide dell’Alzheimer, un passo concreto verso un futuro più rassicurante.

La Voce del Popolo | Se i partiti diventano sette radicali.

Negli Usa, ci avverte Lucio Caracciolo, il 94 per cento dei matrimoni avviene tra persone dello stesso credo politico. Mariti repubblicani con mogli repubblicane, mogli democratiche con mariti democratici. Solo nel 6 per cento dei casi avviene che l’amore sbocci tra uomini e donne di opposte fedi politiche ed elettorali. Montecchi e Capuleti senza nessuno Shakespeare a raccontarli. 

È un dato politico, non di costume. Ci avvisa di dove ci sta portando la radicalizzazione in corso. È evidente che intorno a Trump e ai democratici sono andate prendendo forma due comunità chiuse, serrate, sottratte ormai a ogni intesa con l’altra metà del mondo. Due sette, viene quasi da dire. Non più due partiti dentro una stessa comunità. La politica di casa nostra non è (ancora ?) arrivata fin lì. Ma vi si sta avvicinando a passo di carica. 

La polemica di questi giorni sulle “zecche” e sulle “camicie nere” a proposito delle opposte manifestazioni in quel di Bologna dice molto al riguardo. Tanto più quando l’argomento più estremo viene fatto proprio dai leader politici più alti in carica. Si comincia così, per l’appunto. Con parole in libertà da cui discendono comportamenti sempre più incendiari. 

Viene alle mente il vecchio ministro Taviani, che ai suoi tempi scrutava pensieroso la frontiera tra Russia e Cina lungo il fiume Ussuri e decretava che, da quelle parti, si stesse rischiando la guerra appunto perché le due popolazioni non mettevano mai al mondo figli insieme. Sarebbe ora che se ne preoccupassero anche Meloni e Schlein. Che almeno usano parole meno incendiarie di quelle che si ascoltano anche dalle loro parti.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Con Trump al fianco, Israele che farà?

L’impressione diffusa è che il ritorno al potere di Donald Trump favorirà i piani di Benjamin Netanyahu di liquidazione definitiva della questione palestinese. Ovvero la fine della narrazione, ormai retorica e priva di qualsiasi realistica possibilità di avverarsi (quantomeno nel futuro prossimo), improntata allo schema “2 popoli, 2 stati” da ottenersi anche attraverso la decapitazione della guida politico-militare di Hamas e dei suoi alleati esterni (a cominciare da Hezbollah), la distruzione quasi radicale di Gaza e la sua parziale occupazione militare, il rafforzamento anche numerico degli insediamenti colonici in Cisgiordania.

Un’azione da intensificare nelle prossime settimane, prima del periodo natalizio e senz’altro prima dell’insediamento alla Casa Bianca del vecchio-nuovo Presidente, che si dichiara “pacifista” e dunque richiederà all’alleato israeliano di concludere le operazioni più eclatanti, per poter così affermare di aver fatto immediatamente finire la guerra a Gaza. Per poi sostenere Gerusalemme nella sua politica, ormai esplicita, finalizzata a liquidare, come detto, la “questione palestinese”. Anche mediante l’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita, un risultato cui è prevedibile l’amministrazione americana si dedicherà con massimo impegno fin dalle prime settimane del proprio mandato.

La designazione alla Segreteria di Stato di Marco Rubio va in questa direzione.  Premesso che nel Trump 2 non ci sarà spazio per opinioni diverse dalle sue (Elon Musk è un caso a parte, tutto da scoprire), il noto politico della Florida è un acceso sostenitore di Israele e ritiene Hamas responsabile al “cento per cento” di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dunque otterrà dal governo Netanyahu quella interlocuzione attenta e positiva che Anthony Blinken non ha mai ricevuto nelle sue numerose missioni effettuate nel corso dell’ultimo anno.

Anche il nuovo ambasciatore a Gerusalemme è sulla medesima linea. Mike Huckabee, già governatore repubblicano dell’Arkansas, cristiano evangelico, è un convinto assertore della giustezza degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dagli insediamenti all’annessione il passo è breve. Ed infatti i radicali che stanno dettando l’agenda governativa, Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno già dichiarato che il 2025 sarà l’anno della “sovranità in Giudea e Samaria”, chiamando provocatoriamente la Cisgiordania col nome biblico utilizzato dagli ebrei.

Ma se questo accadesse Israele perderebbe la possibilità di trovare un’intesa con l’Autorità Nazionale Palestinese, che potrebbe sostituire Hamas e Gaza. Un’ulteriore conferma della volontà dell’attuale governo di chiudere la partita palestinese una volta per tutte. Convinto che, al fondo, il futuro di quel popolo non interessi ad alcuno dei paesi arabi vicini e meno vicini.

Europa senza un eureka: riscatto e visione cercansi disperatamente.

La nomina di Raffaele Fitto ad una poltrona di prestigio in Europa non è più un mistero fitto per la qual ragione non se ne viene a capo. I fatti sono evidenti, sempre li stessi, tipici delle dinamiche di certe vicende. Ci si divide in patria e si va in ordine sparso fuori dai confini nazionali per piccole convenienze di parte. 

Ora si usa dire che alla politica del nostro paese manca una “visione”, meglio sarebbe dire che manca tragicamente un canale sui cui sintonizzare l’interesse nazionale. Al meglio, come nei cinema di una volta con le sedie di legno, siamo in presenza di una terza visione, quella delle pellicole ormai vecchie d’uscita. 

I politici non si parlano fitto fitto per trovare una intesa ma si mandano messaggi di guerra da lontano. Sono fissamente ostinati sulle loro posizioni. La comodità e la povertà di futuro la fanno da padrone. Per loro sarà la fine già anticipata da Sommo Poeta per gli iracondi, quelli che schiumano rabbia per mestiere, che sono sempre pronti a mordere per metodo a capofitto il prossimo “Fitti nel limo, tristi fummo…”.

C’è una fitta nebbia sulla faccenda che non lascia intravedere per adesso nulla di buono, tutti conficcati a terra nelle loro piccole convinzioni. Sembra di essere all’epoca delle palafitte. “Politica fittansi”, potrebbe essere il cartello giusto per questa occasione.

Per non farsi mancare nulla, ci si è scontrati anche sul regolamento della deforestazione. Un motivo in più per restare impantanati nei meandri della boscaglia politica o diserbare quel poco di buono che semmai è rimasto.

La maggioranza Ursula par che stia andando rapidamente in frantumi. “acciò che ciascun pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della maggioranza” direbbe Boccaccio. Ursula è la femmina dell’orso, un’ orsacchiotta che corre il rischio di estinguersi per quelli che ne temono il contatto ravvicinato o forse perché è una madre con troppi figli al seguito da sfamare e da mettere d’accordo.

Forse Ursula corre il rischio di fare la stessa fine di Uzala, l’innocente cacciatore del film di Kurosawa che tornato nella sua foresta viene fatto fuori in un agguato per mano ignota.

All’Europa occorrerebbe un’idea di riscatto, un’eureka che ne risparmi l’ennesima figuraccia. Siamo nel campo sorprendente dove battesimo e resurrezione si accavallano, vanno sotto braccio camminando con le stesse scarpe nello stesso tempo.

Si resta tutti in attesa di una scossa, di un’improvvisata che sovverta in pianto di vita un rantolo di morte. Siamo tutti in attesa di una fitta al cuore.

Il pasticcio albanese

Quello che sta accadendo tra le coste italiane e le coste albanesi è una vicenda su cui si potrebbe anche ridere o fare della facile e scontata ironia, se non si trattasse di qualcosa che coinvolge delle persone in carne ed ossa, ognuno con la propria vita e la propria storia di dolore e di sofferenza alle spalle.

Sostanzialmente si stanno traghettando da una costa all’altra delle persone (più o meno una decina alla volta) con dei costosi viaggi (circa 280.000 euro a viaggio) solo per giustificare una scelta propagandistica, sbagliata fin dal primo momento e che ha un costo totale che si aggira intorno al miliardo di euro. Ad oggi quegli assurdi viaggi con i quali si trasferiscono in Albania delle persone (ben sapendo che dovranno tornare in Italia dopo pochissimi giorni) servono quasi esclusivamente a creare un alibi a chi sarà chiamato a giustificare un tale sperpero di denaro pubblico; uno sperpero che grida vendetta, pensando ai tagli di spesa già previsti dalla prossima legge di bilancio per tutti i servizi pubblici essenziali. 

Il pasticcio combinato in Albania è ulteriormente aggravato dallo scontro tra la magistratura che applica la normativa italiana ed europea ed un governo che non sa leggere (o non vuole leggere!) quella stessa normativa e la relativa giurisprudenza. Come pure è un’aggravante l’incomprensibile interferenza di Elon Musk che, dall’alto del suo strapotere economico e galvanizzato dalla vittoria di Trump, fa delle “esternazioni” irricevibili sulle istituzioni italiane.

Spira sempre più forte un vento che sta disumanizzando la società, generando una preoccupante insensibilità rispetto al trattamento che viene riservato alle persone, ivi compresi minori e donne. Se su quelle navi dirette in Albania – anziché persone – fossero stati imbarcati dei cani, molto probabilmente avremmo assistito a scene di protesta e indignazione sulle banchine del porto (animalisti, ambientalisti, ecc.). E invece niente, perché – ahimè – sono solo persone!

Alberto Monaci, uomo di fede e di autentica passione politica.

La scomparsa di Alberto Monaci – un amico carissimo – segna una grave perdita per il cattolicesimo democratico. In particolare è motivo di cordoglio, giustamente, per la comunità senese e toscana. Alberto è stato un valido dirigente di partito e un vero servitore delle istituzioni, sempre devoto ai suoi principi e ai suoi ideali. Alla luce dei fatti, rifulge davanti a noi la fede che lo ha guidato nella sapiente apertura al bene della collettività.

Ha esercitato ruoli di assoluto rilievo, fino ad essere eletto alla Camera dei Deputati, anzitutto conservando nella specifica proiezione pubblica le stigmate della sua formazione di militante dc. Giova infatti chiarire bene che nella diaspora post-democristiana – dal Ppi alla Margherita, e poi al Pd – egli certamente ha brillato per fedeltà a un sentimento politico coltivato fin dalla giovanile età.

Profondamente legato alle sue radici senesi, incarnava la figura del “cristiano nel mondo” per il quale politica e fede si intrecciano come missione e mai come interesse personale. Per lui, la politica era ascolto e servizio: preferiva fare più che apparire, e mai si è piegato a compromessi per calcolo o peggio per opportunismo.

Per la sua coerenza ha pagato un prezzo salato, specie negli ultimi tempi quando gli è stata negata la possibilità di svolgere criticamente una funzione vivificatrice all’interno del Pd. D’altro canto, geloso della propria autonomia di pensiero, non poteva venire meno alle responsabilità di direzione, nel quadro di un impegno collegiale, rispetto al variegato mondo dei cattolici popolari e democratici della sua Toscana.

La politica perde con lui una figura che ha lasciato un segno, con discrezione e fermezza, e soprattutto con generosità. Ecco dunque che a nome di quanti gli hanno voluto bene, molti trovando in lui un fulgido punto di riferimento, vorrei rivolgergli un saluto con queste semplici parole, e non senza commozione: “Grazie, Alberto!”.

Il declino della democrazia: dall’era dei partiti all’era dei magnati.

Se ne è parlato a lungo, sotto ogni aspetto. Forse era il caso di soprassedere, dato che studiosi, editorialisti e politici di ogni schieramento hanno riflettuto seriamente sul tema, affrontando questioni di politica internazionale che, con le tragiche guerre in corso, risultano difficili da interpretare e commentare.

Mi riferisco alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, sulle quali Walter Veltroni ha offerto un assist significativo con il suo interessante e, al tempo stesso, preoccupato articolo pubblicato sul Corriere della Sera di mercoledì 13 novembre. Veltroni ha accostato due potenti magnati americani ultraricchi, consegnando nelle loro mani il destino geopolitico del mondo intero: il nuovo presidente Trump, noto per i trascorsi come attore e proprietario della multinazionale miliardaria “Trump Organization”, e il suo fidato amico, l’uomo più ricco del mondo, Musk, nominato capo del “Dipartimento per l’Efficienza Governativa”. Un Musk 53enne, con tre matrimoni e undici figli alle spalle, apparso di recente in Italia accanto alla Meloni come influencer e consigliato vivamente dal presidente Mattarella di “farsi i fatti suoi” in questioni che riguardano altri stati, che non conosce.

Questa coppia, aggregata al governo, segnerà la storia dei prossimi anni, in un’epoca che Veltroni ha definito “epoca Trusk”. Un binomio che rappresenta la nuova doppia presidenza americana, unita sotto il segno di un capitalismo iperliberista e calvinista, non solo digitale, e che si avvale abbondantemente della politica-spettacolo.

Una sorta di governo bi-presidenziale, guidato da leader “forti” solo per via della loro ricchezza, che cela più teatro di quanto si possa immaginare e davanti al quale l’era berlusconiana impallidisce. Conosciamo bene le sceneggiate di Trump con celebrità e star al seguito: il pugno chiuso, il cappello rosso, la visita al McDonald’s vestito da cuoco mentre frigge patatine, i comizi trasformati in spettacoli, con cantanti e attori invitati sul palco. E, dimenticando il Capitol Hill, migliaia di fan con t-shirt e cartelloni, il suo nome, cappelli rossi e la bandiera americana in bella vista. E infine, come gag comica conclusiva, il discorso finale di Trump sul palco, con Musk che balla alle sue spalle.

Sin dagli esordi della campagna elettorale, questi “due futuri presidenti” hanno sfruttato a pieno la politica-spettacolo per cercare il consenso, trasformando i palchi dei comizi in scenari di comicità. Il teatro, sin dall’Atene di Pericle, è sempre stato amico del populismo e, talvolta, anche della democrazia rappresentativa. È vero! Ma la recente campagna elettorale di “entrambi i presidenti” resterà impressa come uno spettacolo teatrale continuo, senza interruzioni, culminato con il discorso finale di Trump e la danza di Musk sullo sfondo.

La letteratura su questi temi è vastissima, ma in Italia non abbiamo dato sufficiente attenzione al rapporto tra politica-spettacolo ed elezioni, tra politica sceneggiata e spettacolo. Già nel lontano 1986, Gianni Statera pubblicava “La politica spettacolo. Politici e mass media nell’era dell’immagine”. Circa sei anni dopo, uno dei più seri e preparati sociologi italiani, Franco Ferrarotti — scomparso di recente — pubblicava “Mass media e società di massa”, dove, ispirandosi alla Scuola critica di Francoforte, ci metteva in guardia non solo sulla trasformazione consumistica della cultura in merce, ma anche sui rischi di una democrazia politica veicolata dalla comunicazione. Altri quattro anni dopo, con l’avvento dei social, il sociologo francese Bernard Manin pubblicava “Principes du gouvernement représentatif”, tradotto in Italia dal Mulino. Manin chiariva come, nell’era mediatica, la democrazia portata avanti dai media decreti la fine del partito politico e lasci spazio al solo leader, in relazione diretta col pubblico grazie ai mezzi della comunicazione sociale. Manin ci avvertiva che la “democrazia dei partiti” è ormai sostituita dalla “democrazia del pubblico”…a distanza.

Le elezioni presidenziali americane, inaugurando l’“epoca Trusk” come la chiama Veltroni, hanno dimostrato tutto ciò con evidenza. Il declino della democrazia sostanziale è iniziato da tempo, facendo sparire il Noi e sostituendolo con l’Io, rimpiazzando la persona in relazione con l’individuo isolato. Essere consapevoli di questo cambiamento è il primo passo.

Sogno americano o incubo autoritario? Trump, Musk e il declino dell’Occidente.

La rivoluzione è cominciata: l’inattesa alleanza tra Trump e Musk promette di smantellare tutto ciò che è stato costruito dal New Deal (anni ‘30) in poi. L’obiettivo di questo cambiamento radicale coinvolge profondamente la struttura interna dello Stato federale americano e i suoi riflessi internazionali, a partire dall’Europa. La visione proposta, quasi messianica, è che, eliminando le funzioni regolative dello Stato, il capitalismo possa promuovere l’innovazione e inaugurare una nuova età dell’oro per l’America e per il mondo. Tuttavia, il prezzo da pagare è alto perché  consiste nel liberarsi in qualche modo dai vincoli della democrazia, vista come il vero ostacolo alla rivoluzione planetaria che porterà i più ricchi sulla Luna e su Marte, mentre il resto dell’umanità osserverà, applaudendo da lontano.

Ma tutto questo ignora un aspetto fondamentale dell’evoluzione umana: la libertà dei singoli e dei popoli di autogovernarsi. Comunque gli “innovatori” alla Tramp e Musk rischiano – per fortuna – di andare incontro a un fallimento, ma con quale costi? In Europa, e noi italiani lo sappiamo bene, la storia insegna che quando un uomo solo detiene il potere assoluto, le conseguenze sono disastrose. E per il mondo intero, non cambierebbe molto con due uomini soli al comando e la loro corte.

Lo smantellamento del New Deal, simbolo dello Stato federale, sarebbe un colpo ben più grave dell’assalto a Capitol Hill promosso da Trump nel 2020 a urne appena chiuse: si tratterebbe di un attacco diretto al cuore stesso dello Stato federale, con il rischio di innescare una rivolta, partendo dai governatori democratici, contro la coppia “vincente”. Il tandem Trump-Musk si muove dunque su un terreno estremamente scivoloso.

Per quanto riguarda l’Europa, è evidente che la “coppia vincente” tenderà ad enfatizzare il disimpegno militare degli Usa e a innescare una possibile guerra commerciale, anche instaurando accordi bilaterali privilegiati, pur di ostacolare il sogno di un’Europa federale. In questo contesto, l’apertura di Ursula von der Leyen alla destra, contro la sua stessa maggioranza, potrebbe sfociare in una crisi istituzionale. Non è un caso che, proprio in questi giorni, un incontro pubblico tra Macron e Draghi, con espliciti apprezzamenti per le politiche dell’ex premier italiano, suggerisca che l’asse franco-tedesco, anche se ammaccato, ritenga auspicabile l’ingresso in campo di un leader del calibro di Draghi per affrontare la sfida posta dall’aggressiva ideologia trumpiiana.

Con queste premesse, l’Occidente rischia di rimanere spettatore nel nuovo ordine mondiale, lasciando spazio alle potenze autoritarie, vecchie e nuove.

Dibattito | Patriottismo coerente o sovranismo di convenienza?

Il capitolo della sovranità nazionale, e non del sovranismo, è un tema delicato della e nella politica italiana. Delicato perchè non solo, adesso, rientra anche nel burrascoso rapporto tra l’attuale maggioranza di governo di centro destra e la magistratura – che da molto tempo ormai è, forse inconsapevolmente, in perfetta sintonia con la sinistra politica, culturale, accademica, giornalistica ed editoriale del nostro paese – ma perchè si tratta di un tema, quello della difesa della sovranità nazionale, che si ripropone puntualmente e nelle più svariate occasioni. Gli esempi sono talmente tanti in questi ultimi due anni che per ricordarli tutti dovremmo scrivere un libello.

L’ultima occasione ce l’ha fornita il miliardario americano Elon Musk a cui ha risposto magistralmente il nostro Presidente della Repubblica. Ma gli esempi sono talmente tanti e diversificati – da parte di moltissimi esponenti politici ed istituzionali di altri paesi europei e non solo europei, soprattutto e quasi esclusivamente nei confronti della coalizione di centro destra – che non vale neanche la pena di ricordarli o citarli.

Ora, il nodo da sciogliere è molto semplice e tempo stesso complesso. Ovvero, come si difende la sovranità nazionale di un paese, nel caso specifico del nostro paese? Si deve sempre intervenire ogniqualvolta qualche Istituzione – nazionale o sovranazionale – bacchetta solennemente il nostro paese in tema di affidabilità democratica del suo Governo e, di conseguenza, delle sue istituzioni democratiche? Se sì, come io personalmente credo, ci deve essere una coerenza di fondo da parte delle forze politiche, di tutte le forze politiche, che debbono respingere al mittente qualsiasi “incursione” nelle vicende politiche nostrane. Da parte dei partiti, di qualsiasi istituzione e, soprattutto, di esponenti istituzionali e di governo di altri paesi.

Certo, non potrà sempre essere il Presidente della Repubblica, praticamente ogni settimana, a dover rispondere a questi miserabili attacchi o a queste singolari ed anacronistiche incursioni.

Ma se si segue una regola, quella cioè di far valere giustamente e in modo sacrosanto la difesa della nostra sovranità nazionale e non il nostro sovranismo, non si può procedere ad intermittenza. E cioè si deve rispondere solo a qualcuno e non a qualcun altro. Adesso ci ha pensato Mattarella. D’ora in poi ci devono pensare, però, tutti. Altrimenti dovremo prendere amaramente atto che la difesa della nostra sovranità nazionale viaggia a giorni alterni. E questa è l’unica strada che non sarebbe nè comprensibile e nè, tantomeno, tollerabile.

Al bivio della solidarietà, l’Europa nella policy del candidato Fitto.

Przemyśl, 60mila abitanti, voivodato della Precarpazia, Polonia: il primo luogo raggiunto dagli ucraini in fuga dai bombardamenti, dalle truppe e dai carri armati russi all’alba del 24 febbraio 2022. Przemyśl, Precarpazia: incastonata fra colline, Carpazi, Slovacchia e Ucraina, ancora oggi una delle regioni più povere dell’Unione europea.

Ed è proprio allo sviluppo delle regioni periferiche e rurali sono destinati i fondi Ue per la Coesione, circa 400 miliardi. Ed è nelle regioni più indietro che l’Unione europea mette in gioco la sua credibilità, si concretizzano i principi di sussidiarietà e solidarietà che sono le basi del processo di integrazione. Come quella regione è stata in prima linea nell’accogliere i profughi dalla vicina Ucraina fin dalle prime ore del conflitto, compito dell’Ue è investire e creare ricchezza, specialmente nelle regioni rimaste indietro.

Ed è questo il compito assegnato a Raffaele Fitto, indicato dal governo italiano al ruolo di Commissario europeo e che Ursula von der Leyen ha designato come Vicepresidente con delega a Coesione e riforme. Durante la sua audizione di fronte alla Commissione Affari regionali del Parlamento europeo, nell’aula De Gasperi di Bruxelles, ha dimostrato perché poter contare su di lui: profilo moderato, affidabile, pronto al dialogo, europeista. Non a caso, ha iniziato dicendo “Non sono qui per rappresentare un partito politico, non sono qui per rappresentare uno Stato membro. Sono qui oggi per affermare il mio impegno per l’Europa”.

Le dinamiche politiche e i veti incrociati hanno messo in stallo, a data da destinarsi, le conferme di tutti e 6 i vicepresidenti designati (oltre a Fitto, la spagnola Teresa Ribera, la finlandese Henna Virkkunen, il francese Stéphane Séjourné, l’estone Kaja Kallas – che però è stata designata dal Consiglio europeo di luglio-, la rumena Roxana Mînzatu). Si susseguono vertici e incontri riservati per uscire dall’impasse e mettere l’esecutivo europeo in condizioni di lavorare.

Nel frattempo, Trump ha nominato il suo futuro governo a una settimana dalla sua rielezione e il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha convocato le elezioni per il 23 gennaio prossimo, con la Germania che vede una crisi politica sommarsi a quella economica che mostra crepe profonde nella società tedesca. Nei giorni scorsi, dopo le elezioni Usa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha invitato le Istituzioni europee ad “aspettarsi una proposta per un potenziale cessate il fuoco” a cui arrivare pronti. Il Presidente finlandese Stubb ha parlato di “finestra aperta per negoziati di pace”.

Insomma, sia detto con tutto il massimo rispetto per tutte le famiglie politiche europee e per le legittime battaglie politiche, si ha l’impressione che mentre il mondo corre, l’Europa vada a rilento, immobilizzata da procedure bizantine e alambicchi politici in una fase in cui servirebbero, invece, buon senso e rapidità di reazione.

Servirebbe, invece, la concretezza dei cittadini di Przemyśl e della Precarpazia che hanno accolto i profughi ucraini senza esitazioni. Mancano la saggezza e la lungimiranza dei democristiani padri fondatori dell’Unione europea. E se l’eredità di quest’ultimi, come dimostra anche l’audizione di Fitto, è sempre viva, forse l’esempio dei primi, pur cronologicamente più vicino, sembra distante. Bisogna invertire la rotta quanto prima, altrimenti, parafrasando i Romani, “Dum Bruxellae consulitur, Europa expugnatur”.

Mar-a-Lago: la nuova Casa Bianca di Trump.

Non si può dire che stia perdendo tempo, Donald Trump. Anche l’incontro con Biden, segnato da inaspettato fair play, scivola via come atto formale. Dal suo resort di Mar-a lago, nuova residenza alternativa alla Casa Bianca come già fu durante il primo mandato, ha avviato contatti informali con decine di capi di stato, di fatto esautorando il Presidente in carica. E ha già messo al lavoro la sua futura squadra di governo, man mano che indica il titolare dei singoli dicasteri.

Le nomine sinora rese pubbliche confermano le previsioni: la vittoria, per di più così netta, e l’esperienza acquisita (nonché, è probabile, un carattere iroso e vendicativo) spingono il Presidente eletto a circondarsi di figure che prima di ogni altra qualità e competenza ne devono avere una: la fedeltà assoluta al capo. E con questa, ai dettami del suo movimento MAGA.

Un movimento estremista che naturalmente cela dentro di sé estremisti radicali che potrebbero creare problemi allo stesso apprendista-stregone: ad esempio quando è uscita la notizia del probabile incarico a Marco Rubio alla Segreteria di Stato subito sui social molti MAGA-fan hanno sarcasticamente twittato (pardon, xato): “Rubio perché non era disponibile Hillary Clinton?”. Rubio è un repubblicano di destra, non certo un moderato tradizionale. È però un politico professionale esperto, consapevole che qualche mediazione ogni tanto è necessaria, che il confronto talvolta è utile. Per alcuni, evidentemente, è già troppo. Al momento, questa è l’unica nomina – per fortuna in un ruolo fondamentale – che non ha i tratti fondamentalisti di tutte le altre.

Basti citarne alcune. Tom Homan, ideologo della separazione delle famiglie di migranti irregolari alla frontiera, ha simpaticamente detto in una intervista che i governatori democratici devono “togliersi di mezzo” e che l’espressione “deportazione di massa” non è simbolica, ma concreta. Verrà supportato, nel ruolo di vice capo dello staff della Casa Bianca (il capo di gabinetto sarà la tostissima “lady di ferro” Susie Wiles) da Stephen Miller il cui slogan, autodescrittivo, è “l’America agli americani e solo agli americani”. Sul fronte della lotta al cambiamento climatico, oltre all’annunciato ritiro dagli Accordi di Parigi, Trump colloca all’Agenzia per la Protezione Ambientale un negazionista (del resto lo è anche lui) totale, Lee Zeldin.

Ambasciatrice al Palazzo di Vetro sarà Elise Stefanik, una deputata di New York che aveva contestato l’elezione di Biden e che apertamente ritiene indispensabile una “completa rivalutazione” dei finanziamenti USA all’ONU, ritenuto “antisemita e moralmente depravato”. La nomina alla Difesa di Pete Hegseth, un giornalista della amica Fox News privo di alcuna esperienza di governo, ha invece suscitato la motivata preoccupazione dei Democratici ma anche una qual certa indignazione nelle Forze Armate. A conferma che Trump ha proprio l’obiettivo di smantellare tutto quanto sa di establishment washingtoniano.

Ha promesso fuochi d’artificio. Speriamo non facciano divampare un incendio.

Cisl, dov’è finito il sindacato di lotta e di proposta?

Militante e dirigente delle ACLI durante la presidenza di Livio Labor, ho avuto la fortuna di conoscere tutti i segretari della CISL: da Giulio Pastore a Raffaele Bonanni. Inoltre, militando nella DC all’interno della corrente Forze Nuove sin dalla sua nascita (Congresso nazionale della DC del 1964), ho seguito, insieme a Carlo Donat Cattin e Franco Marini, le alterne vicende del sindacato di ispirazione cristiana, attraversando le segreterie di Bruno Storti, Luigi Macario, Pierre Carniti, Sergio D’Antoni e Savino Pezzotta.

La CISL si è sempre distinta per la difesa della propria autonomia e per una netta separazione tra attività sindacale e impegno partitico, pur restando fedele ai principi ispiratori della dottrina sociale cristiana, basata su solidarietà e sussidiarietà.

Da questa lunga e feconda tradizione sembra allontanarsi significativamente l’attuale segretario nazionale Luigi Sbarra, che appare quasi nel ruolo di “poliziotto-sindacalista buono” rispetto a quello dei “cattivi”, ricoperto dal leader della CGIL, Maurizio Landini, e da quello dell’UIL, Pierpaolo Bombardieri.

Se, da un lato, Landini ricorre spesso allo sciopero come ultima istanza sindacale, proseguendo la tradizione del sindacato di ispirazione comunista – storicamente legato all’opposizione della DC guidata dal PCI – da parte di Sbarra è raro persino sentire un commento critico sull’operato del governo.

La posizione di Sbarra è ben lontana anche da quella degli industriali, che sulla politica economica e sulla manovra di bilancio del governo non hanno mancato di esprimere rilievi critici. Al contrario, dalla CISL proviene solo un assordante silenzio o dichiarazioni imbarazzanti che appaiono proni ai dettami governativi.

La questione è emersa con forza nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra governo e sindacati, soprattutto a fronte della dichiarazione di Sbarra riguardo allo sciopero generale indetto dalle altre due sigle sindacali. Sbarra ha sostenuto che gli scioperi a ripetizione proclamati da CGIL e UIL allontanerebbero i lavoratori dai sindacati. Tuttavia, a mio parere, il segretario CISL dovrebbe piuttosto interrogarsi se non sia proprio il suo atteggiamento passivo e la sua subordinazione al governo a rendere incomprensibile l’azione del suo sindacato.

In un editoriale di luglio scorso su Alefpopolaritaliani.it abbiamo osservato come “tiri una brutta aria” nel nostro Paese, e il giudizio appare oggi ancora più valido se consideriamo i recenti dati ISTAT sulla povertà assoluta in Italia, che interessa quasi sei milioni di persone, di cui 1,3 milioni sono giovani. “Record anche per i nuclei in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente – l’incidenza ha toccato il 9%, in forte salita dall’8,3% del 2022 – e per il sottoinsieme che vede come “capofamiglia” un operaio: in quella platea l’indigenza raggiunge il 16,5% del totale, contro il 14,7% del 2022.” Oggi si può essere in povertà assoluta anche lavorando, non solo da disoccupati.

A ciò si aggiunge la grave disparità fiscale, con l’IRPEF che grava in larga parte sui lavoratori dipendenti e sui pensionati attraverso il sistema di trattenuta alla fonte, mentre il governo di destra concede continui condoni ad altre categorie, mantenendo una situazione in contrasto con quanto prescritto dall’articolo 53 della Costituzione.

Su questo tema, che è stato centrale nell’impegno sociale e politico dei cattolici durante la lunga stagione di responsabilità alla guida del Paese, e in particolare per le componenti di ispirazione cristiano-sociale (di cui la CISL con le ACLI era uno dei cardini essenziali), il silenzio di Sbarra – erede di quei padri fondatori – non rende onore alla storia di un sindacato che resta essenziale per la nostra repubblica.

È tempo che Sbarra e i dirigenti della CISL ripensino la loro strategia, consapevoli che ci troviamo di fronte a gravi ingiustizie sociali, che richiedono l’intervento di un sindacato di ispirazione cristiana, come quello che la CISL ha rappresentato nella sua lunga e gloriosa storia. Dopo i segnali positivi giunti in questi giorni dalle ACLI nazionali, attendiamo fiduciosi anche dalla CISL proposte coraggiose e significative.