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Internet casa: è la Campania la regione d’Italia in cui si naviga più veloce

Nonostante la penisola non sia coperta per intero dalla tecnologia in fibra ottica, negli ultimi quattro anni le prestazioni delle offerte internet casa sono schizzate alle stelle. Sono sempre più infatti le linee con velocità pari o superiore a 30 mega in download. L’ultimo studio SOStariffe.it ha posto a confronto la velocità media di connessione dell’ultimo anno rispetto al 2019, tracciando la classifica delle regioni italiane in termini di rapidità della rete domestica.

La velocità media in download per la rete internet domestica in Italia nel 2020 è pari a 48 Mbit/s, mentre lo scorso anno si assestava su 38 Mbit/s. Un aumento del 25% che tuttavia non riguarda tutto il territorio. Alcune regioni, infatti, hanno subito maggiori incrementi rispetto a tutte le altre. È il caso, ad esempio, del Lazio (+59%), della Campania (+50%) e del Trentino-Alto Adige (+43%). Stesso discorso vale per la Basilicata (+41%), l’Abruzzo (+39%) e la Liguria (+36%).

Alcune zone non fanno registrare variazioni nel corso del 2020: è il caso, ad esempio, del Piemonte. Qui la velocità della rete, nonostante il boom di accessi dovuto alla didattica a distanza e allo smart working, non ha subito alcuna variazione rispetto allo scorso anno. Purtroppo, le prestazioni hanno fatto un balzo indietro in alcuni territori. La velocità di connessione è peggiorata (lievemente) in Friuli-Venezia Giulia (è calata da 35 a 33 Mbit/s), in Valle d’Aosta (da 23 a 21 Mbit/s) e anche in Sardegna (dove è scesa da 42 a 39 Mbit/s).

La Carta Costituzionale rappresenta ancora la nostra àncora di salvezza

Sono lieto degli interventi di padre Sosa e di Pierluigi Moriconi che esaminano i problemi per quello che essi realmente sono e non seguono gli argomenti polemici e i pregiudizi. Ne traggo conforto per una lettura severa e serena della nostra difficile situazione socio-economica, ma soprattutto per la pericolosa condizione della nostra traballante democrazia.

La Carta Costituzionale rappresenta ancora la nostra àncora di salvezza. Sono 40 anni che traballiamo e non cadiamo solo perché ci appelliamo sempre allo stato di necessità. Questo è una ìmplicita sfiducia nella democrazia.

Coraggio! Le strade ancora sono percorribili. Non confondiamo le scelte tattiche di opportunità con quelle strategiche delle nostre istituzioni costituzionali. Altri Paesi della nostra civiltà euro-atlantica riescono bene a navigare anche nei tempi difficili della pandemia.

Non v’è opposizione tra la democrazia costituzionale italiana e la pandemia attuale. Vi sono difficoltà ma non opposizioni. Rispettiamo la prima senza ricorrere a scorciatoie antidemocratiche e anche la seconda troverà le sue idonee soluzioni

P. Arturo Sosa S.I.: “La democrazia può essere vittima della pandemia”

Pubblichiamo l’intervista, uscita il 15 dicembre sull’agenzia SIR a firma di Riccardo Benotti, al Preposito generale della Compagnia di Gesù.

“La democrazia può essere vittima della pandemia se non siamo capaci di cogliere l’occasione per approfondire la coscienza civica, la ricerca collettiva e effettiva del Bene Comune, uscendo dagli interessi individuali di persone, gruppi, categorie sociali o nazioni per sintonizzarci sul maggior bene possibile per tutta l’umanità, ponendo i più deboli al primo posto nelle decisioni complesse che si devono prendere”. Padre Arturo Sosa Abascal è il 30° successore di sant’Ignazio di Loyola alla guida della Compagnia di Gesù e, dal 2018, il presidente dell’Unione superiori generali (Usg).

Lei ha più volte ripetuto che una delle vittime della pandemia potrebbe essere la democrazia.
La democrazia è stata fortemente minacciata negli ultimi anni dall’indebolimento della coscienza civica nelle società in cui c’era e dai pochi sforzi di promuoverla nelle altre. La proliferazione di populismi di segno diverso e i fondamentalismi rivestiti da ideologie o distorsioni “religiose” sono stati la causa di questo indebolimento.

La pandemia si è convertita in molte nazioni in occasione per accelerare le tendenze autoritarie di governo e sospendere i processi democratici nella presa di decisioni.

Come si pone rispetto all’accesso al vaccino di prossima distribuzione?
La distribuzione del vaccino sarà la cartina di tornasole dei desideri di una giustizia e una responsabilità sociale che si prendono veramente cura dei più deboli della società. Sarà una prova che fa fede dell’autentica volontà democratica degli Stati nazionali e delle strutture internazionali come l’Unione Europea. Le modalità di produzione e distribuzione del vaccino saranno un segno chiaro del mondo post-covid. Dominerà la logica del mercato e i suoi vantaggi oppure si aprirà lo spazio alla logica della giustizia sociale? Servirà per colmare un poco le fratture sociali o per ingrandirle? Sarà sfruttata come occasione per fare la “politica migliore” che propone Papa Francesco in Fratelli tutti, quella che ricerca effettivamente il Bene Comune?

Qui l’intervista completa

Renzi sembra diventato l’ultima spiaggia della politica e dei politicanti

Ecco, ora il quadro è completo. Una ennesima riflessione sul “centro” si trasforma in un attacco a Renzi. Renzi sembra diventato l’ultima spiaggia della politica e dei politicanti, degli “opinionisti” logorroici e della “informazione” che “raccoglie firme perché Conte sfidi Renzi”. Nemmeno, al contrario, c’è l’intenzione di “beatificarlo”. Però, liberi da pregiudizi, va detto, che è un politico con le idee ben chiare su cosa dovrebbe essere questo Paese e cosa dovrebbe fare per essere davvero un grande Paese. L’ultimo intervento in parlamento e la lettera inviata a Conte non possono non lasciare traccia ed infatti, sia il PD (vedi dichiarazioni di Violante), che altre forze politiche hanno applaudito. Di nuovo, tutto deve essere letto senza le lenti del pregiudizio o delle categorie di simpatico/antipatico, ma se vogliamo bene al nostro Paese e alle generazioni che si stanno affacciando alla vita civile e politica, lette con le lenti della politica più alta.

Se questo Paese continuerà a correre dietro ai pregiudizi o a chi vuole tenersi ben stretta la propria “seduta”, brindando alla vittoria di un referendum che poteva disegnare la modernità, non avrà nulla da offrire ai nostri nipoti. E, mentre “attorno al futuro del “centro” si deve continuare a parlare, a discutere e a confrontarsi. Senza interruzioni e senza reticenze.”, il Paese scivola nel baratro dell’incultura, del qualunquismo e della politica che guarda se stessa senza un moto d’orgoglio per riformarsi ma che lotta con tutti i mezzi per liberarsi da chi la sprona verso il meglio.

Viviamo un tempo di confine, da un lato il pericolo di lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese in fallimento che distrugge i sogni e il futuro. Dall’altro la possibilità di porre rimedio a 40 anni della peggiore politica che ha attraversato questo paese.

C’è il coraggio, la responsabilità, il senso dello Stato per salvare questa mal ridotta Italia? C’è la consapevolezza delle grandi decisioni e di una politica da stato di emergenza non per i dpcm ma per la dignità di un governo capace di dare speranza e futuro?

Il virus mutante di Londra che preoccupa il mondo

La mutazione genetica del Covid 19 annunciata dalle autorità sanitarie inglesi e dallo stesso premier Boris Johnson ha le sembianze del mostro di Londra – lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde di R.L. Stevenson – o del perfido Fagin nel romanzo distopico Oliver Twist di Charles Dickens: il male avvolto nel mistero dei suoi volti cangianti.  Non è strano che questo fenomeno scientifico avvenga a margine della campagna di vaccinazione annunciata e iniziata da ‘Bojo’, che ha battuto sul tempo l’Europa ma ha dovuto ammettere che la capitale britannica va dolorosamente ma immediatamente chiusa in lockdown come zona rossa. Non ci sono complotti: la potenza di trasformazione del virus esprime la forza della natura.

La mutazione genetica del virus che di fatto potrebbe dar luogo ad una sorta di pandemia collaterale a quella finora conosciuta è stata presa sul serio dai governi dei Paesi dell’U.E. e del mondo. Il Ministro Speranza ha emesso un’ordinanza di blocco dei voli e degli accessi dalla Gran Bretagna , mentre in Italia sono stati isolati i primi casi del virus 2.0. di provenienza inglese.

Una sorta di legge del contrappasso nei cfr. del Regno Unito che votando la Brexit aveva preso le distanze dall’Europa. Ciò che appare strano in questa vicenda è la questione della “mutazione genetica” del coronavirus: fattispecie nota alla scienza e già rilevata “ad abundantiam” ma della quale finora si è parlato poco. Eppure in occasione di due interviste rilasciate a Il Domani d’Italia,  il Prof. Arnaldo Benini – Emerito di Neurologia e Neurochirurgia all’Università di Zurigo –  rispettivamente in data 30 marzo e 9 dicembre 2020 aveva esplicitamente richiamato l’attenzione sui pericoli della mutazione genetica del virus: ne riportiamo i link affinchè dalla lettura diretta di quanto esposto dal Professore si possa evincere con quale chiarezza e lungimiranza egli aveva anticipato i termini della questione. Nella prima metteva in guardia sull’ipotesi mutazione: https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/.

Riporto testualmente: L’immunologo milanese Albero Mantovani e molti altri specialisti in tutto il mondo ammoniscono che ogni previsione è prematura, cioè impossibile, perché non conosciamo ancora a sufficienza la biologia del nemico, del COVID-19. In gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità avvertì che la pericolosità del COVID-19 era dovuta principalmente alla frequenza delle sue mutazioni, circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze geno-miche, il 9 marzo altre 50. Studi più recenti sembrano dimostrare che le mutazioni non sarebbero marcate, ma resta il fatto che il virus cambia”……”Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso. A Bergamo e Brescia si è verosimilmente selezionato un virus aggressivo, altrove è, fino ad ora, più benigno, ma può cambiare da un momento all’altro. La spiegazione più logica è quella delle casuali mutazioni genomiche del virus, la prima in senso aggressivo e poi benigno.  Le mutazioni rendono la protezione degli anticorpi temporanea. Per lo stesso motivo difficile e delicato è l’allestimento del vaccino: come allestirlo se il nemico cambia così spesso? Si ammonisce ora che un vaccino che agisca su una forma benigna potrebbe avere effetti negativi. Ce la faremo, con tante vittime, contando anche su una mutazione virale benigna”.

Nella seconda intervista  https://ildomaniditalia.eu/intervista-al-prof-arnaldo-benini-vaccino-il-vulnus-potrebbe-essere-la-mutazione-genetica-del-virus/, il Prof. Benini evidenziava la possibile correlazione tra mutazione del virus ed efficacia dei vaccini, esponendo valutazioni inquietanti. Anche qui testualmente: 

“Perché non se ne parli o se ne parli tanto poco, non riesco a capirlo, quando il problema delle mutazioni dell’antigene è fondamentale.  Circa la garanzia dell’efficacia del vaccino,  il giornale Tages Anzeiger di Zurigo il 28 novembre e l’Agenzia Reuters qualche giorno prima hanno dato risalto ad un evento senza precedenti: le società che producono vaccini li vendono esclusivamente agli Stati che s’impegnano ad assumersi la responsabilità di effetti collaterali e complicazioni. Le società non assumono rischi. I rischi sono degli Stati, i guadagni delle società.  La cosa è particolarmente  urtante, ha scritto un esperto di economia sanitaria, per il fatto che le società che producono vaccini ricevono massicci sussidi dagli Stati.  Anche di questo  si tace.  Non si può dire con sufficiente certezza che cosa ci si può aspettare dai vaccini.”

Il mondo della scienza è dunque consapevole della delicatezza della questione ma – salvo rare eccezioni – il dibattito tra virologi e immunologi non sembra aver posto la centralità di questo tema.

Le opinioni esposte dal Prof. Benini non sono quelle di opinionisti generalisti che dibattono il tema virus-vaccini nei talk show televisivi da cui siamo quotidianamente informati.

Ma visto ciò che accade a Londra e potrebbe ripetersi altrove sarebbe utile, anzi necessario che la scienza – che merita piena fiducia – chiarisse i termini della questione, affinchè i cittadini ne siano informati e i politici possano assumere decisioni adeguate.      

L’ignaro e incompetente Trump

Mentre i leader democratici e repubblicani del Congresso la scorsa settimana hanno negoziato un pacchetto di aiuti per il coronavirus da $ 900 miliardi, il presidente Trump è rimasto in disparte.

La mancanza di interesse del presidente per il processo legislativo però, non è una novità, bensì una costante dei suoi quattro anni alla Casa Bianca.

Tranne quando, ovviamente, si doveva prendere il merito dei più grandi successi del Congresso.

Ricordiamo un pacchetto di tagli alle tasse voluto dai repubblicani e una revisione della giustizia penale scritta in gran parte dai democratici. Ha promesso accordi bipartisan su immigrazione, controllo delle armi, progetti infrastrutturali e altro, senza mai portarli a termine.

Il suo ruolo nel processo legislativo è stato il più delle volte disarmante. Le direttive il più delle volte erano trasmesse in tweet, spesso capovolgendo il già complicato processo decisionale a Capitol Hill.

All’inizio della sua presidenza, Trump ha dato il via libera allo sforzo di abrogare l’Obama care e poi ha complicato il processo.

Dopo aver organizzato una celebrazione, quando la Camera ha approvato il disegno di legge di abrogazione e averlo salutato come un “grande piano”, in privato ha suggerito, ad alcuni senatori, che la misura della Camera era “cattiva”. Il disegno di legge alla fine è fallito al Senato.

Questo a dimostrazione del fatto che la classe politica, a qualsiasi latitudine, non si può scegliere al di fuori di un cursus honorum che possa creare una classe dirigente capace.

Elaine Kamarck, senior fellow della Brookings Institution e veterana della Clinton White House, ha affermato che Trump “è stato il più disinteressato nella legislazione di qualsiasi presidente dei tempi moderni”.

Negli ultimi mesi, mentre il coronavirus ha continuato a devastare il paese, Trump ha esercitato poca pressione sul Congresso affinché approvasse una seconda misura di soccorso all’economia. Interessandosi solo di distribuire più pagamenti agli americani con fondi inutilizzati dal primo pacchetto di aiuti, ordinando al Dipartimento del Tesoro di stampare il suo nome sugli assegni da $ 1.200 che l’IRS inviava.

Questa incapacità e scarsa conoscenza dell’iter legislativo, in ultima analisi, sono state la sua rovina nella rielezione ed oggi lo si nota ancor di più nelle strampalate cause e idee, come quella di venerdì scorso nella stanza ovale, di ordinare la legge marziale per rimanere in carica.

 

Il Parlamento sotterraneo di Mario Nanni

Mario Nanni, una vita in Parlamento come cronista parlamentare  della Agenzia Ansa  ci ha deliziato con ricordi che in noi hanno suscitato altri ricordi. Attraverso i personaggi della Prima Repubblica Mario Nanni racconta il Parlamento che era e che non è più, così come i protagonisti coinvolti nella vita parlamentare e il mondo di allora. Lo fa attraverso aneddoti personali che diventano però momenti storici incancellabili. Ne viene fuori un senso di rammarico,  di disagio, di sofferenza  per la situazione attuale che ha finito per ferire, lacerare, indebolire la sede più alta della rappresentanza popolare. 

Cinquanta anni di vita parlamentare sono raccontati con scrittura agile da Mario Nanni che ha riversato  ricordi del suo cassetto della memoria.

C’è un invito, una esortazione ai giovani cronisti che si tuffano in questa professione a darsi un  metodo di lavoro ad un sacrificio ulteriore in difesa della “memoria” per non disperdere la conoscenza dei fatti che nella società liquida e nella velocità del progresso tecnologico rischiano di diventare una perdita irrecuperabile. Il passaggio dalla nota cartacea al post di fb non è senza conseguenze.

Oggi, attraverso le piattaforme tecnologiche di istituti di cultura o di Fondazioni,  noi ritroviamo le note stampa di Giulio Andreotti che aveva il metodo dell’archivio e del diario, consentendo di ricostruire il percorso dalla fase di elaborazione a quella della pubblicazione sui quotidiani del tempo. Oggi tutto  annega in un eccesso di comunicazione di difficile ricostruzione. Le note dei diversi leader politici erano poi più pensate, più accurate nella forma e nel linguaggio perché frutto di maggiore meditazione e di confronto. L’aspetto più preoccupante è il venire meno della figura centrale del cronista che in piena libertà elaborava la notizia dopo averla cercata e trovata dando spazio alle diverse opinioni,  consacrando una piena libertà di stampa che oggi appare compromessa da una verticalità che limita il confronto relegando la figura del cronista impossibilitato agli accertamenti doverosi dalla compressione dei movimenti interni al Palazzo. Nel periodo di Mario Nanni il cronista, con intelligenza e determinazione, poteva trovare la notizia. Oggi gli resta solo la condivisione. !

Mario Nanni affronta i  temi dell’antiparlamentarismo come fenomeno degenerativo più recente partendo dal qualunquismo di Giannini. Vengono ricordati i momenti del decisionismo craxiano che era sottostante alla idea di una grande riforma che portò alla abolizione del voto segreto per le leggi di spesa e a successivi processi di  delegificazione e semplificazione più di facciata che reali; così come la progressiva crisi nella selezione delle classi dirigenti, fino al ventennio del  giustizialismo.  Nanni riconosce la cristallina chiarezza e semplicità lessicale della Costituzione rispetto agli eccessi di tecnicismi, alle citazioni, ai rinvii come “catene di Sant’Antonio” che fanno perdere il filo al cittadino.

Lo fa attraverso episodi che riguardano grandi personaggi Craxi Spadolini Andreotti Berlinguer, De Mita, Cossiga, Violante, Leone, Togliatti, Tatarella, Almirante, Sciascia Pochetti,  Pecchioli,  Pertini,  Prodi,  Martelli,  Berlusconi,  Conte e tanti altri. Lo fa attraverso il Transatlantico il luogo politico per eccellenza, la Commissione di Inchiesta, perché le “vasche” consentono di farsi vedere, di dimostrare la tua amicizia il tuo interlocutore, l’argomento della conversazione che il cronista attento cercherà di sviluppare per trovare la “notizia”. Lo fa attraverso luoghi del potere come lo studio di Andreotti o lo studio di Moro in Via Savoia lontano dai Palazzi del Potere, la residenza di Craxi sia il Raphael che Hammamet. Lo fa attraverso episodi e vicende collegati ai delfini politici di De Martino, di Craxi, di Berlusconi,

Il libro di Nanni è una difesa del Parlamento nel suo decoro, nel suo linguaggio, nell’abbigliamento rispetto a quello d’oggi e dei nuovi  protagonisti. 

Le riflessioni di Nanni affrontano anche le fasi del passaggio dalla velina al retroscenismo e soprattutto un tema spinoso come la commistione tra comunicazione e informazione, due mondi che dovrebbero restante distinti e che invece rischiano di distorcere il sistema informativo, anche per i riflessi delle fonti di finanziamento dirette e indirette come i veicoli pubblicitari. La crisi della informazione è dimostrata dalle conferenze stampa senza domande, che sono la rappresentazione plastica della crisi e della progressiva disintermediazione informativa. 

La risposta di Nanni è di puntare ad una informazione di qualità. 

Il libro di Mario Nanni, sulla scia del precedente come “il curioso giornalista”, è una lezione di giornalismo con una etica del dovere cioè quella di dare notizie vere, verificate.

Dalla strada al cortile, il Presepe di Nuova Gordiani a Roma!

La visione o il semplice pensiero del Presepe, che richiama dopo venti secoli l’evento della nascita di Gesù,  risveglia e suscita sentimenti, negli uomini e nelle donne, che spesso si considerano “assopiti” e dimenticati.  La nostra quotidianità sembra vivere solo al presente per le preoccupazioni, le difficoltà,  le incertezze e la precarietà, che si riscontrano in una fase ove la pandemia condiziona la vita dell’umanità. Quanto è accaduto nel 2020 con il covid-19 non ha risparmiato nessun continente della terra, con conseguenze in molti Paesi come quelli europei e gli Stati Uniti,  che hanno richiamato, anche se con numeri minori, le perdite umane della Seconda Guerra mondiale del secolo scorso (1939 – !945).

Non a caso un forte richiamo, a questa condizione di disagio diffuso, è stata fatta da Papa Francesco nel corso dell’ultima Udienza Generale dei giorni scorsi, e tra l’altro ha sottolineato di: “Esortare tutti ad  affrettare il passo verso il Natale, quello vero, cioè la nascita di Gesù Cristo. Quest’anno ci attendono restrizioni e disagi; ma pensiamo al Natale della Vergine Maria e San Giuseppe: non furono rose e fiori! Quante difficoltà hanno avuto! Quante preoccupazioni! Eppure la fede, la speranza, e l’amore li hanno guidati e sostenuti. Che sia così anche per noi! Ci aiuti anche – questa difficoltà – a purificare un po’ il modo di vivere il Natale, di festeggiare, di uscire dal consumismo: che sia più religioso, più autentico, più vero”. Un messaggio universale, questo del Santo Padre, rivolto a ciascuno di noi, che ci aiuta ad avere coraggio anche nei momenti difficili della nostra vita e della società.

La rappresentazione del Presepe introdotta da San Francesco d’Assisi, al ritorno da una visita a Betlemme nel 1220  è diffuso oggi in tutto il mondo cattolico: nelle chiese, nelle famiglie, in tanti luoghi di lavoro, in strutture sanitarie, nelle scuole e in tante altre realtà collettive, significativo a Roma, il Presepe  in Piazza di Spagna. Anche nella periferia romana vengono realizzati Presepi di strada, un esempio significativo è quello nel V° Municipio di Roma, nel marciapiede centrale di viale Partenope ai Gordiani , nel quartiere Prenestino, che rappresenta  una bella tradizione iniziata da oltre dieci anni. Un Presepe di strada realizzato dal Gruppo Scout di Roma 92, con il coinvolgimento delle famiglie, della Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia, diventato ormai una tradizione per il territorio,  come punto di riferimento non solo religioso ma sociale nel periodo natalizio.

Quest’anno – per i vincoli imposti dalle norme anti covid, tra cui il “distanziamento sociale” per evitare assembramenti, e il previsto lockdown (le misure di confinamento) – il Presepe è stato spostato e realizzato nel cortile della Parrocchia in via dei Gordiani. “E’ un presepe dedicato alla Luce.. e alla Speranza,,, intitolato “..e uscimmo a riveder le stelle” parafrasando le parole di Dante Alighieri (verso 138 del XXXIV Canto), di cui quest’anno ricorre il 750° anniversario dalla nascita, che rivede la luce dopo esser uscito dall’inferno… Dall’inferno del cuore si esce volgendo lo sguardo alle Stelle, che ci indicano la direzione del bene, la strada porta verso Gesù che nasce, che emana quella luce che riaccenda il nostro cuore,  lo faccia ardere di positività nella vita”. 

Il Presepe è costruito come sempre in legno e compensato, con i tradizionali soggetti protagonisti della Natività, accanto a un grande albero di ulivo nel cortile parrocchiale. Quest’ anno c’è un nuovo personaggio, a lato della rappresentazione: un grande Angelo vestito con la divisa di un operatore sanitario, con la mascherina chirurgica che tiene sul  petto un referto sanitario. Si possono dare diversi significati a questa immagine dell’Angelo, ma l’interpretazione ricorrente è quella di ringraziare tutti coloro che si sono spesi, nel settore sanitario e nel volontariato, in questi dieci mesi, spesso con il sacrificio della propria vita,  per curare e salvare tante vite umane.

Infine è giusto ricordare che nella sera della presentazione del Presepe nel cortile, gli Scout hanno “costruito una Stella Cometa con tanti lumicini nella notte, come i Re Magi proveranno a seguire la luce…perchè sono il futuro della Speranza, della voglia di ricostruire un mondo migliore.” Parole e propositi che sono di buon auspicio per il futuro, perché provengono da giovani e giovanissimi impegnati nell’associazionismo, che “hanno augurato un Buon Natale di Speranza a tutti”

I primi passi verso l’Intelligenza artificiale

E’  online la versione in italiano del corso sull’intelligenza artificiale “Elements of AI” del quale si può usufruire gratuitamente. E’ stata la Ministra per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano a volere che anche nel nostro Paese fosse possibile apprendere con queste lezioni come funziona una delle nuove tecnologie più destinate a cambiare nel nostro tempo modi di lavorare, di fornire e ricevere servizi e realizzare prodotti e altro ancora.

Raggiungibile tramite il link www.elementsofai.it, il programma formativo realizzato dall’Università di Helsinki e dalla società finlandese Reaktor si è avvalso della collaborazione della Commissione europea e in Italia del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, della Fondazione Cotec (Fondazione per l’Innovazione Tecnologica) e dell’Università degli Studi Roma Tre.

La Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui) e il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (Cini) partecipano alla diffusione del progetto.

La gratuità del corso è dovuta alla volontà di incoraggiare il maggior numero possibile di cittadini ad acquisire gli elementi di base sull’intelligenza artificiale.

La Ministra Pisano ha affermato: “L’intelligenza artificiale è molto più vicina a noi di quanto si è portati a credere. E’ sotto i polpastrelli delle nostre dita quando battiamo i tasti di un computer e cerchiamo informazioni sui motori di ricerca. E’ nei semafori intelligenti. E’ negli assistenti vocali del nostro cellulare e nei suggerimenti di amicizia sui social network. Ma al di là di questo ci sono regole, dinamiche sui criteri di apprendimento e valutazione che compongono una branca delle nuove tecnologie con sistemi spesso non conosciuti da esperti di altre nuove tecnologie. Le istituzioni, le università e le scuole, i luoghi di apprendimento per la formazione e l’aggiornamento professionale di lavoratori e professionisti devono avere il compito, a mio avviso, di portare cittadini a conoscere che cosa c’è al di là di quelle facciate che in tanti non sanno nemmeno essere la parte visibile di contenitori di intelligenza artificiale. Un sincero ringraziamento all’Ambasciatrice finlandese in Italia Pia Rantala-Engberg, alla Fondazione Cotec, all’Università Roma Tre e al Dipartimento per la Trasformazione Digitale per la sfida che hanno deciso di porsi: portare la conoscenza dell’intelligenza artificiale oltre i confini dei circoli di addetti ai lavori”.

Alla presentazione del corso online sono intervenuti anche il presidente della Fondazione Cotec (Competizione tecnologica) Luigi Nicolais, il Rettore dell’Università degli Studi Roma Tre Luca Pietromarchi e l’Ambasciatrice finlandese in Italia Pia Rantala-Engberg. La successiva tavola rotonda ha invece visto la partecipazione del presidente della Pontificia Accademia per la Vita monsignor Vincenzo Paglia, del presidente della Fondazione Isi (Istituto per l’Interscambio Scientifico) Mario Rasetti, del professore della Pontificia Università Gregoriana Paolo Benanti, della responsabile della Digital Delivery Unit di Eni Alessandra Fidanzi, del professore dell’Università Roma Tre Carlo Colapietro.

Perché è importante l’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è tra le tecnologie digitali che possono trasformare radicalmente il nostro mondo. Una novità che combina e fa interagire dati e algoritmi e che negli ultimi anni ha avuto un progresso significativo.

Una crescente disponibilità di dati, con un forte potenziamento della potenza di calcolo, hanno infatti contribuito alla creazione di un ecosistema dell’intelligenza artificiale che fa ormai parte della nostra vita quotidiana, con un numero crescente di applicazioni pratiche.

Come avviene con le nuove tecnologie però, l’Intelligenza artificiale è poco conosciuta, non se ne comprende il funzionamento. Proprio per questo motivo, per sfruttare al meglio tutte le potenzialità e per garantire che se ne comprendano pienamente i vantaggi, è necessario accompagnare i cittadini al suo utilizzo.

Il Dipartimento per la trasformazione digitale crede fortemente nel bisogno di investire sulla formazione, per creare una base comune su cui fondare un cambiamento culturale che dovrà riguardare la Pubblica amministrazione, le imprese ma soprattutto i cittadini. Ed è per questo motivo che ha deciso di sostenere il progetto.

Come funziona “Elements of AI”

L’obiettivo del corso online è di contribuire a diffondere una cultura dell’informazione che promuova l’utilizzo di tecnologie informative come l’intelligenza artificiale. La piattaforma, creata dalla società finlandese Reaktor e dall’Università di Helsinki, spiega con termini semplici cos’è l’intelligenza artificiale, facendone comprendere le applicazioni.

Il corso combina la teoria con esercizi pratici e ognuno può completarlo seguendo il proprio ritmo. “Elements of AI” è composto da 6 capitoli:

  1. Che cos’è l’intelligenza artificiale;
  2. Risoluzione dei problemi di intelligenza artificiale;
  3. Intelligenza artificiale del mondo reale;
  4. Apprendimento automatico;
  5. Reti neurali;
  6. Implicazioni.

Ad oggi il corso è disponibile in 9 lingue e ha avuto oltre 500.000 utilizzatori da 170 nazioni.

Buona lezione

Dopo una semplice registrazione sulla piattaforma è possibile accedere alle diverse sezioni e partecipare al corso scegliendo la modalità più idonea alle proprie esigenze. Si può infatti decidere di seguire il percorso guidato di 6 settimane (circa 5 ore settimanali) oppure procedere in maniera autonoma.

Clicca qui per iniziare il corso, e buona lezione!

Epatite C. Via liberaallo screening gratuito nazionale

Via libera allo screening nazionale per l’epatite C.
Lo screening riguarderà i nati dal 1969 al 1989 e ha l’intento di rilevare le infezioni da virus dell’epatite C ancora non diagnosticate, migliorare la possibilità di una diagnosi precoce, avviare i pazienti al trattamento onde evitare le complicanze di una malattia epatica avanzata e delle manifestazioni extraepatiche, nonché interrompere la circolazione del virus impendendo nuove infezioni. Il costo è di 71,5 mln e le somme sono state ripartite con un’altra intesa ad hoc.

Lo screening è rivolto a:
– tutta la popolazione iscritta all’anagrafe sanitaria e nata dal 1969 al 1989:

– ai soggetti seguiti dai servizi pubblici per le Dipendenze (SerD), indipendentemente dalla coorte di nascita e dalla nazionalità;  ai soggetti detenuti in carcere, indipendentemente dalla coorte di nascita e dalla nazionalità

Sarà compito di ogni regione sensibilizzare i destinatari con una chiamata attiva da parte dei medici di medicina generale e/o dei servizi di prevenzione del territorio.

L’ultimo piano della torre di babele

Pur sapendo che nel resto d’Europa (per non andar lontano) le cose non vanno meglio, il Decreto Legge illustrato brevemente dal Presidente Conte ha le sembianze dell’ultimo piano della Torre di Babele: nel duplice, possibile significato etimologico: bab-el (porta di Dio) e balal (confusione).

L’iconografia rappresenta l’ambizione del re Nimrod di alzare la costruzione fino al cielo ma anche la punizione che Dio gli inflisse per tanta superbia, quella di far parlare le persone con lingue diverse: di qui la seconda allegoria della ‘Babilonia’, usata nel gergo comune come incomprensione che genera il caos.

Il ritardo con cui è stato presentato in tarda sera alla stampa fa capire che dietro le quinte del consiglio dei Ministri sono volati gli stracci e l’accordo raggiunto ha le sembianze di una sintesi non condivisa.

Senza contare il fatto che se non ricordo male un D.L. sta gerarchicamente sopra un DPCM ma deve prima o poi essere convertito in legge, un passaggio obbligato che potrebbe voler dire pollice verso e crisi di governo. Il provvedimento in questione supera tutti i precedenti per forza normativa e complessità di costrutto: è vera la massima di Plinio attribuita ad Apelle “nullo dies sine linea” (che estensivamente possiamo assumere come “nessun giorno senza una linea, una traccia, un segno”) ma mi pare francamente che la calendarizzazione dei giorni delle festività natalizie, tratteggiata per aree e colori, così minuziosa, dettagliata, parcellizzata nelle azioni di vita quotidiana, sia molto ambiziosa ma difficile da realizzare. 

I nostri politici hanno una visione superficiale ed eterodiretta delle cose: sono stati smentiti da movide, assembramenti e cazzeggi liberi.  Come al solito si ipotizza una casistica cui non corrispondono quasi mai le possibili azioni di controllo, si vuole prevedere tutto sfiorando il paradosso (es. gli spostamenti, il punto forse più controverso) ma si finisce per mandare in tilt appartati e istituzioni che faticano a reggere l’ordinaria amministrazione, figuriamoci lo stato di emergenza (dura sempre fino al 31 gennaio 2021?) oltre a generare confusione e paura nella testa della gente. L’eccesso di zelo, si sa, può essere persino più pernicioso dell’omessa previsione. L’alternanza di colori in un lasso temporale di 15 gg è la solita soluzione all’italiana: accontentare tutti senza scontentare nessuno ma sortisce effetti ansiogeni persino intollerabili.

Un giorno se metti il naso fuori dal portone puoi essere multato, un altro puoi fare sport individuale, un altro ancora puoi uscire dal Comune solo se ha meno di 5000 abitanti e nel raggio di 30 km ma non nei centri urbani,  ritorna l’asporto, i bar e i negozi aprono e chiudono come fisarmoniche, l’autocertificazione 

(il massimo della bufala in fatto di protezione) è soggetta al vaglio discrezionale di chi ti ferma. Ci sono situazioni gravi che non sono tutelate: un parente malato, un anziano solo, magari all’estero e qui si finisce come in tempo di guerra: altro che U.E. , ogni Paese legifera per sé. Si vuole prevedere tutto ma restano “crateri” incolmabili in situazioni oggettivamente singolari, affidate solo al buon senso di cui si è persa ogni traccia. Mai stati abbandonati come oggi: i corpi sociali intermedi si sono totalmente dissolti.

Parte il cash-back ma non puoi uscire a far la spesa se non in giorni prestabiliti: strade vuote e negozi chiusi che si alterneranno ad assembramenti, resse e code per gli approvigionamenti. Coprifuoco dalle 5 alle 22 anche nella notte di Capodanno ma nessun cenno al divieto di sparare petardi. Pranzo di Natale con due invitati, uscire coi figli piccoli al seguito delle prescrizioni che riguardano i genitori (ma se si lasciassero a casa potrebbe scattare il reato di abbandono di minori): mi aspetto le proteste degli animalisti, visto che non si fa cenno a cani e gatti, che la Cassazione ha equiparato ai componenti di una famiglia.

Bisogna imparare a memoria l’organigramma delle uscite, i daltonici avranno qualche difficoltà se il parametro sono i colori dei giorni. Potevamo aspettarci meglio? Non credo, viste le premesse.

Le scuole sono state chiuse per mesi e l’anno scolastico precedente si è concluso con esami burletta, qualche istituto ha attivato la DAD ma al sud una famiglia su tre non dispone di un tablet o di un pc. Il nuovo anno è ripartito senza fare i conti con il problema trasporti: rese asettiche le aule, mascherine dalla primaria in su, metro alla mano per misurare i distanziamenti. Nessuno ha pensato al “fuori”: i capannelli di alunni, le famiglie con i contagiati in casa, gli autobus affollati che vanificano le aule trasformate in ambulatori. A settembre si è ripartiti con l’educazione civica ma senza pulmini ad hoc. Ora il governo ha passato al setaccio 15 gg di vacanze natalizie ma che ne sarà il 7 gennaio degli istituti scolastici? Riapriranno o le lezioni saranno rinviate con DPCM nella calza della Befana? Nella sanità è andata peggio: medici e infermieri stremati nei reparti Covid e migliaia di neo laureati in attesa di assunzione. Partiranno i vaccini ma qualcuno ha ipotizzato un monitoraggio troppo breve e un campione troppo ristretto nella fase sperimentale: chi garantirà i pazienti, le case farmaceutiche o i singoli Stati?  Senza contare che nessuno ha ascoltato chi ha messo in guardia dalle mutazioni genetiche del virus, il vulnus più preoccupante ma taciuto.

A gennaio 2020 era stato dichiarato lo stato di emergenza ma nessuno aveva mai verificato che ci fosse un piano pandemico: tra i silenzi dell’OMS , i focolai dei virus mutanti e  le reticenze della Cina la storia dell’incipit dell’epidemia è tutta da riscrivere. L’ho ripetuto più volte: ad aprile 2019 Cina e Italia avevano siglato un protocollo d’intesa sui controlli delle possibili esportazioni pandemiche: qualcuno l’ha tirato fuori dal cassetto? Non risulta. Nel frattempo siamo andati avanti con la politica dei bonus e del reddito di cittadinanza senza controlli.  Che ne è dei navigator? Monopattini, biciclette, docenti, neo-maggiorenni, vacanze: sempre in modo empirico, senza una programmazione, una visione, una lungimiranza. I rimborsi per le chiusure forzate sono arrivati col contagocce, così con i nuovi “ristori”: il lessico del politichese non ha limiti ma non arriva mai a colmare il gap con il paese reale e i suoi problemi: affitti, bollette, mangiare , lavorare, sopravvivere. L’Istat quantifica 1,8 milioni di famiglie – pari a 5 milioni di persone – in condizioni di povertà assoluta, ma la stima è destinata a subire un effetto moltiplicatore legato ai licenziamenti in vista, alle scadenze della CIG mentre sono in arrivo da gennaio milioni di cartelle esattoriali.

Negli USA, in Germania e nei Paesi civili lo Stato ha bonificato aiuti tangibili direttamente sui conti correnti, noi non riusciamo a scrollarci di dosso la burocrazia asfissiante dei moduli e degli apparati.

Procrastinamento e rinvio sono parametri inaffidabili e inaccettabili: si attende un segnale dal Colle.

Nel frattempo – tagliati i parlamentari- politica e istituzioni hanno deliberato aumenti per l’alta dirigenza.

Sono mesi che si parla di Recovery Fund: lo step compiuto è stato solo lessicale, ora si discetta di Recovery plan.  Ma senza un piano, appunto. Dei 209 miliardi messi a disposizione neanche un euro è entrato in Italia: l’UE vuole garanzie ma mentre ad es. la Francia ha predisposto un progetto particolareggiato di impiego settore per settore, noi vagoliamo ancora nel limbo dell’indeterminato. “Stiamo lavorando”, “stiamo valutando”, “stiamo progettando”: a quando un progetto messo nero su bianco? Il MES è stato osteggiato oltre ogni ragionevole dubbio: eppure ci servono quei 37 miliardi per rimettere in sesto la Sanità.

Il conflitto Stato-Regioni paralizza e rende effimera ogni decisione, nulla è certo, arriva l’ordine e poi il contrordine. I Governatori non sono definiti tali nella Costituzione: sono presidenti di Giunte regionali che con queste ambizioni di comando sono diventate moltiplicatori di conflitti.

Vanno di moda nel frattempo i tecnici e gli esperti: escono dai governi e rientrano nelle task force: ma quanto costano al Paese? Quali risultati producono? Non basta la biblioteca monografica a puntate dei DPCM cangianti? Perché la politica non si assume le proprie responsabilità? Non servirebbero dei Ministri acculturati, informati e competenti per reggere la partita delle decisioni amministrative e di guida del Paese? Perché paghiamo consulenti esterni che non possono costituzionalmente sostituire il potere esecutivo? “Potenza di fuoco”, “disponibilità finanziarie mai viste”: tutte parole dette con enfasi che sono rimaste “flatus vocis”. Non vediamo cambiamenti, non intuiamo strategie: il virus è malefico ma se si somma ai mali endemici del nostro Paese che ISTAT e CENSIS  continuano a rilevare ed evidenziare, non assisteremo mai a quello “scatto”, a quel cambio di rotta che sarebbe indispensabile, come recentemente evidenziato dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi in una intervista concessa a Federico Fubini sul Corriere della Sera. 

Ricordo che quando chiesi al Presidente Andreotti se l’aforisma “il potere logora chi non ce l’ha” l’avesse mutuato da Talleyrand , lui mi rispose che l’aveva imparato dai contadini di Cassino, la zona più disastrata dai bombardamenti. 

Ora quell’aforisma ha ribaltato il suo senso e penso che presto qualcuno – più facilmente qualche politico scaltrito e diretto- faccia capire a Conte che, “mutatis mutandis”, il potere logora anche chi lo detiene.

 

Fondazione Ezio Tarantelli: “Partecipazione non è un concetto unico”

Il tema del rapporto tra proprietà e lavoratori caratterizza da secoli il dibattito globale sul piano etico-filosofico, politico ed economico. Molte sono state le teorie che hanno cercato di proporre una linea di condotta o un modello di riferimento in grado di superare o coniugare la relazione tra capitale e dipendenti subordinati. Con l’avvento della prima rivoluzione industriale e del capitalismo e con il successivo sviluppo delle teorie marxiste, la questione ha assunto una sua connotazione radicale, alzando il livello di caratterizzazione politica e sociale. Il modello partecipativo si inserisce proprio nel contesto di questa radicalizzazione del confronto, prendendo corpo all’interno del pragmatismo delle socialdemocrazie nordeuropee e delle linee guida del cattolicesimo democratico e sociale e delle proposte del riformismo internazionale, consolidandosi soprattutto nella ricostruzione economica postbellica degli anni ‘50.

La partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa sia a capitale pubblico che privato, nelle sue varie accezioni, è quella forma di governo di un’azienda che trova la sintesi tra le leggi dell’economia di mercato con la garanzia per la libertà di intrapresa ed il protagonismo dei lavoratori, superando così la concezione antagonista dei rapporti economico-sociali.  

Partecipazione pertanto non è un concetto unico, ma ne comprende diverse forme: dalla partecipazione organizzativa alla partecipazione strategica; dalla partecipazione finanziaria-azionaria a quella derivante dalla contrattazione. A questo potremmo aggiungere anche le forme di partecipazione indiretta dei lavoratori che da anni sono maturate nel mondo angloamericano e che si sono gradualmente affermate anche nei paesi dell’Europa continentale e mediterranea, attraverso la costituzione dei fondi complementari previdenziali.

Parliamo pertanto di esperienze differenti che partono dal coinvolgimento dei lavoratori nel funzionamento dell’organizzazione del lavoro e che si estendono ai diritti di informazione regolati dai contratti nazionali o aziendali sino all’ingresso dei rappresentanti negli organi di governo o nelle proprietà delle imprese attraverso varie forme (azionariato diffuso, imprese cooperative).

Nei perimetri precedentemente delineati ritroviamo le varie esperienze nazionali: la costituzione dei Consigli di Sorveglianza con la presenza dei rappresentanti dei lavoratori come in Germania (Mitbestimmung); l’elezione di uno o più consiglieri di amministrazione espressione dei lavoratori nelle aziende del mondo scandinavo. Anche in Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi ritroviamo esperienze similari alle precedenti. Molto diffusa nel Regno Unito e negli USA è la presenza nelle proprietà aziendali di quote appartenenti ai fondi previdenziali aziendali o di categoria. Nel nostro Paese, pur presente nell’art. 46 della Costituzione il riferimento preciso al modello di partecipazione, è prevalso il sistema di relazioni industriali contrattuale con all’interno i diritti di informazione o in generale una partecipazione legata al metodo negoziale/contrattuale. Negli anni di centralità del sistema delle Partecipazioni Statali, alcune aziende prevedevano la presenza nel CdA (ENI) espressione dei dipendenti del Gruppo. Oggi l’unica azienda di dimensione nazionale con questo assetto è la RAI, che con la riforma del 2015 vede il rappresentante dei lavoratori eletto nel Consiglio di Amministrazione. 

Questi temi hanno condizionato negli anni anche il dibattito e le posizioni nel movimento sindacale italiano. La CISL in particolare, sin dalla sua fondazione, ha posto l’obiettivo della partecipazione tra le assi portanti della sua proposta politica; da sottolineare il progetto del risparmio contrattuale dello 0.50% finalizzato alla creazione di un fondo che potesse intervenire nel capitale delle imprese, rilanciato negli anni ’80 dalla linea negoziale confederale. Una via originale che non ebbe il necessario sostegno delle altre organizzazioni sindacali, avendo trovato l’opposizione soprattutto della CGIL, in quel periodo ancora fortemente condizionata da un’impostazione conflittuale.  I recenti provvedimenti del Governo di rilancio dell’economia con l’immissione di miliardi di Euro nei capitali delle aziende italiane, ripropongono la questione da noi approfondita in questa pubblicazione.

Il testo completo è pubblicato sul sito della fondazione all’indirizzo  www.fondazionetarantelli.it

ANFOV e UNCEM: 5G tutte le domande e le risposte

Te ne accorgi sui social, al bar, tra amici, anche in Municipio o in piazza. Possediamo smartphone di ultima generazione, vogliamo alta velocità di navigazione internet per vedere un film o giocare on line, vogliamo le foto in cloud su tutti i devices. Vogliamo essere “al passo” con i nostri figli e i nostri nipoti. Vogliamo “capirne”. Ma in realtà sappiamo ben poco di tutto quello che è “innovazione”, “digitale”, “connesso”. Pochissimo.

Gli indici europei relativi alla digitalizzazione ci collocano, Italia, in fondo alla lista. Un problema di Paese e dei paesi, dove il digital divide è una vera emergenza. Che non smettiamo di identificare, segnalare, anche arrabbiandoci e alzando la voce. Ma anche di questo, al netto di qualche eccezione che conferma la regola, sappiamo poco sul piano tecnico e tecnologico. Purtroppo vale anche per Sindaci e Amministratori locali. Vale per tutti i livelli istituzionali. Non è un’accusa, anzi! Dobbiamo esserne pienamente consapevoli.

Abbiamo responsabilità pubbliche e proprio per questo dobbiamo formarci. Da tempo sui territori, Uncem e Anfov lavorano per far crescere nuova consapevolezza. Aumentare la forza e la determinazione del “capitale umano” che agisce sui territori. Ci stiamo lavorando intensamente. Non basta infatti ottenere infrastrutture. Dobbiamo lavorare per migliorare conoscenza e competenza. In tutti i campi. E in particolare in questa sfera complessa e avvincente che riguarda il digitale.  Il Futuro. Che passa – è bene saperlo – anche dal 5G. E cosa sappiamo del 5G? Facciamoci la domanda. Tra Sindaci, tra Consiglieri comunali. E non solo. Facciamola ai concittadini. Prendiamo dunque quello che sappiamo e proviamo ora a scoprirne di più.

Lo facciamo in un itinerario di 14 domande e risposte, in questo dossier da tenere sulla scrivania. Da studiare. Ci guida nel percorso uno dei massimi esperti in Italia e in Europa di reti, di 5G. È il prof. ing. Nicola Pasquino, docente all’Università di Napoli Federico II di misure elettriche ed elettroniche. Risposta dopo risposta, ci formiamo e mettiamo ordine, componiamo un mosaico di consapevolezza e di opportunità che riguardano tutti i territori, tutte le zone montane, le aree rurali, i borghi così come le città. Il 5G è una tecnologia dell’Italia che riparte. E proprio per questo dobbiamo, vogliamo conoscerla.

Le risposte sul 5g

Ambiente: parte in Italia la campagna di promozione di Race to Zero

Parte in Italia la campagna di promozione di Race to Zero, la corsa alle emissioni zero promossa dall’Ambasciata britannica in collaborazione con Italy for Climate, l’iniziativa italiana sul clima della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, sostenuta da un gruppo di imprese virtuose (Chiesi, Conou, Davines, e2i energie speciali, ERG, illy, ING Italia).

Race to Zero è la campagna ombrello delle Nazioni Unite che mobilita tutti gli attori non governativi, cioè le imprese, le città, le regioni e le università, che stanno mettendo in campo impegni mirati alla neutralità carbonica e che vogliono essere leader di una maggiore ambizione climatica in vista della COP26, che si terrà a Glasgow nel 2021.

Quello delle zero emissioni nette entro il 2050 è l’obiettivo climatico di riferimento diventato ormai imprescindibile. Sono sempre più numerosi i Paesi che negli ultimi mesi hanno raccolto questa sfida annunciando impegni di neutralità carbonica, come emerso anche nel corso del Climate Ambition Summit in occasione dell’anniversario dell’Accordo di Parigi, lo scorso12 dicembre. Tra gli altri, l’Unione europea che ha raggiunto l’accordo per l’ambizioso target al 2030 di riduzione del 55% delle emissioni, la Cina, il Giappone e la Corea del Sud, oltre al Regno Unito-(68% delle emissioni entro il 2030) che ospiterà la COP26 in partnership con l’Italia. I riflettori sono puntati anche sugli Stati Uniti che, con la nuova Presidenza Biden, potrebbero tornare protagonisti sul clima.

Race to Zero vuole riunire e promuovere tutti gli attori “non governativi” che, pur non avendo un ruolo diretto negli Accordi globali, hanno preso impegni “Net Zero” per decarbonizzare le loro attività prima del 2050. Oltre all’impegno di neutralità carbonica da raggiungere al più tardi entro il 2050, gli attori della campagna Race to Zero devono anche aver definito un obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030, aver individuato un piano di azione da mettere in campo fin da subito ed essere disponibili a rendere pubblici i loro progressi.

Come richiedere l’esenzione del canone RAI

Entro mercoledì 31 gennaio 2021 è possibile ottenere l’esenzione dal pagamento del canone televisivo (quello che viene comunemente chiamato canone RAI). Possono richiederlo le persone che non possiedono un televisore e quelle che hanno più di 75 anni e percepiscono un reddito inferiore a una certa soglia.

La dichiarazione, fatta all’Agenzia delle Entrate, vale solo per l’anno in cui viene presentata; le richieste fatte tra il 1 luglio 2020 e il 31 gennaio 2021 avranno effetto per tutto il 2021, mentre quelle che verranno fatte tra l’1 febbraio e il 30 giugno 2021 saranno valide per l’esenzione per il secondo semestre.

Può chiedere di essere esentato dal canone chi non possiede un televisore (proprio o di un componente della propria famiglia anagrafica) in nessuna delle abitazioni in cui ha un’utenza elettrica intestata. In questa categoria rientra anche chi possiede solo un computer privo di sintonizzatore TV. Se cioè si ha un computer che consente l’ascolto o la visione dei programmi radiotelevisivi via internet e non attraverso la ricezione del segnale digitale terrestre o satellitare, non si deve pagare il canone. In caso di falsa dichiarazione bisogna rispondere di responsabilità penale.

Il riformismo messianico nella sfida di Calenda

L’assoluzione di Virginia Raggi prosciuga metaforicamente lo stagno delle rane giallo-rosse. Fino all’ultimo il loro sommesso gracidio alludeva alla caduta per via giudiziaria dell’ostacolo residuo, ma nient’affatto trascurabile, che si frapponeva nella capitale al dialogo tra Pd e M5S in vista delle amministrative del 2021. La Corte d’Appello ha messo fine al gioco delle vacue profezie. La ricandidatura dell’attuale inquilina del Campidoglio non è più un’ipotesi pretestuosa ed azzardata, anzi si trasforma nella sfida urbi et orbi che rianima una delle figure più emblematiche e controverse del grillismo. Viene meno la speranza, a questo punto, di un accordo funzionale al radicamento sul territorio dell’alleanza nazionale di governo.

Ora è tutto più chiaro, in generale per la pubblica opinione, in particolare per Calenda. L’ex ministro ha rotto gli indugi e reitera da giorni un messaggio a tinte forti, senza sfumature: non è disponibile a fare passi indietro, nemmeno nel caso di una improbabile discesa in campo del segretario Dem, Nicola Zingaretti. Il filo si è spezzato. Di conseguenza le primarie, evocate a più riprese come ineludibile strumento di selezione del candidato alla massima carica cittadina, appaiono inadatte a ricomporre un quadro d’insieme, del resto immaginando di doverlo ricomporre tutto a sinistra, pur con qualche esangue concessione di cortesia al centro. Dunque un intero puzzle, fatto di equilibrismi e sfrontatezza, è andato in frantumi.  

Se fino a ieri a scandire il tempo era il Partito democratico, interessato a ritardare il chiarimento e di riflesso a logorare il “solitario” Calenda, da oggi si sono invertiti i ruoli e il rischio logoramento pesa più che mai sugli uomini del Nazareno. Non è Calenda a dover accelerare, visto che ormai è in piena campagna elettorale. Il suo problema è solo quello di correggere il profilo di algido modernizzatore, senza pathos sociale, che molti vorrebbero attribuirgli o che la personale indole anticonformista gli addossa fatalmente.

Invece il liberal-socialista, come ama egli stesso definirsi, può essere a Roma il costruttore di una politica al tempo stesso dell’innovazione e della solidarietà, aprendosi al contributo di “mondi vitali” che avvertono in qualche misura, anche sulla scia della parola evangelizzatrice di Papa Francesco, il valore del vivere per gli altri. Il valore, cioè, di una politica che rompa l’assedio degli egoismi e dell’indifferenza, sforzandosi semmai di rendere più umana la città, ovvero più accogliente e stimolante, più adeguata a un progetto democratico che miri a restaurare l’ambizione di una Roma universale.

Si tratta di sperimentare, specie sul terreno amministrativo, una nuova convergenza di tipo liberal-popolare, capace di attrarre consensi in una logica centripeta. Ci sono tutte le condizioni. D’altronde, andando a pescare nella storia del Novecento, non era forse il giovane liberale intransigente, Piero Gobetti, a menzionare con simpatia e ammirazione il popolarismo sturziano quale esempio di originale e interessante “riformismo messianico”? E Gobetti, come è noto, rappresenta per il leader di Azione un preciso riferimento ideale. Questa convergenza, più che auspicabile ai fini della riarticolazione del quadro politico nazionale, costituisce la vera scommessa sul tavolo del cambiamento che qualifica e determina la candidatura di Calenda. La sua forza, a ben vedere, sta proprio nella sua originalità: in sé possiede convenientemente i requisiti di autonomia e indipendenza.

Non è poco.

 

 

Centro, 4 condizioni per ripartire.

Si continua a parlare del “centro”. Politico, culturale, istituzionale, di governo. Persin religioso se  non addirittura etico. Si continua a sostenere la tesi che le elezioni si “vincono solo al centro” e, al  contempo, si nega alla radice qualsiasi possibilità di dar vita ad un “partito di centro”. Una  contraddizione in sè eppure il “centro” resta un elemento costitutivo nella dialettica politica  contemporanea.  

Ora, per uscire da questo strano tormentone, almeno su 4 elementi ci dovrebbe essere un  accordo di massima. O almeno di maggioranza. 

Innanzitutto a nulla servono le molteplici bandierine che periodicamente nascono con l’ambizione  di rappresentare il centro politico. Esperienze elettoralmente fallimentari che si rivelano del tutto  autoreferenziali nonchè politicamente inutili e sterili. Ne abbiamo conosciute in questi ultimi anni a  decine e, purtroppo, ne continuano a nascere a grappoli. Esperienze che sono nate e decollate  tanto sul versante conservatore quanto su quello riformista accomunate però dal filo rosso della  inconsistenza politica. 

In secondo luogo anche – anzi soprattutto – nel campo del “centro” è necessaria una elaborazione  culturale e politica. Ovvero, va ripristinata la categoria del “pensiero”, per dirla con un vocabolo  caro al presidente De Mita. Del resto chi arriva dall’esperienza del cattolicesimo democratico e  popolare sa bene che il “centro” non è mai stato una “posizione geometrica”, inerziale e  riconducibile ad una pura rendita di posizione, ma è sempre stato il frutto e la conseguenza di una  elaborazione politica, culturale e di governo. Dunque, un progetto politico. 

In terzo luogo il capitolo delle alleanze. Noi arriviamo da una tradizione dove la politica è sempre  stata sinonimo di “politica delle alleanze”. Ovvero, si può e si deve declinare una “politica di  centro” solo se se si incardina in una precisa e coerente coalizione. Cioè in una alleanza politica. Il  “centro” non può diventare il luogo del trasformismo politico e parlamentare come accadde oggi.  E quindi dev’essere un luogo che sceglie. Per capirci, l’esatto contrario di ciò che fa, per citare un  solo esempio, il partito personale di Renzi. Cioè un misto di spregiudicatezza, di avventurismo, di  radicale assenza di coerenza e di trasformismo politico e parlamentare. 

In ultimo la “passione”. Ovvero, non un richiamo teorico o retorico ma la “passione” come  precondizione per dispiegare una posizione politica e un progetto di governo che non siano solo  riconducibili a ragioni di convenienza tattica e momentanea. Senza il recupero della “passione”,  cioè della militanza e della profondità intellettuale ed umana, anche un progetto politico rischia di  essere arido e sterile.  

Ecco perchè attorno al futuro del “centro” si deve continuare a parlare, a discutere e a  confrontarsi. Senza interruzioni e senza reticenze. Per il bene della politica italiana, della qualità  della democrazia, della cultura di governo e della stessa credibilità delle istituzioni democratiche. 

Dallo stato liberale allo stato sociale

La crisi sanitaria ed economica in atto ormai a livello mondiale esige un’attenta ed accurata analisi sul destino di questo mondo e sulle sorti dell’umanità.

Una riflessione anche al fine di individuare le cause e, dunque, i possibili rimedi per tradurli in impegno politico.

La questione non può prescindere da considerazioni di ordine politico-economico, ivi compresa l’organizzazione umana più alta della società, ossia lo Stato.

In quest’ottica tornano alla mente alcune intuizioni e tesi sostenute da Giuseppe Dossetti negli anni del suo impegno politico attivo, in quanto di straordinaria attualità.

Se si considera lo svolgimento ed il percorso che man mano hanno assunto la politica e l’economia, non solo nelle democrazie occidentali, ma anche negli ex Stati collettivisti e non democratici, occorre rilevare la rincorsa al modello di organizzazione propria dello Stato liberale.

Ora, non volendo scomodare né Montesquieu né Rousseau, bisogna riconoscere che lo Stato liberale ha sovvertito il concetto finalistico proprio dello Stato medioevale. Quest’ultimo aveva come fine quello della felicità di tutti i cittadini, ossia il bonum humanum simpliciter.

Ma evidentemente se lo Stato aveva come fine la felicità di tutti i suoi componenti, ne derivava automaticamente anche la rimozione di tutti gli ostacoli che si frapponevano al raggiungimento di tale scopo, ivi compresi quelli di ordine economico e sociale (e su questo principio occorre rilevare come l’articolo 3 della nostra Costituzione, voluto da Dossetti e da Fanfani, si ispiri proprio a quest’ultimo concetto).

Tutto questo (non è difficile intuirlo) fungeva da freno nei riguardi di quei settori privati dell’economia che per raggiungere il massimo profitto individuale avevano bisogno di essere liberi e, conseguentemente, non legati a valori etici e sociali.

Lo Stato liberale nacque proprio per dare rilevanza all’aspetto economico attraverso la libertà, il libero arbitrio in economia e, come tale, doveva essere minimo nel senso di non ostacolare il singolo imprenditore e la sua iniziativa economica.

Nella realtà politica ed economica mondiale attuale non è difficile rilevare come il liberismo sia il modello seguito da tutti (quasi non se ne possa fare a meno) e questo fa sì che assistiamo allo sfruttamento in termini economici dell’ambiente, a povertà sociali sempre crescenti, all’uso speculativo del denaro, a stili di vita consumistici che non sono degni di una persona umana.

I cattolici democratici, soprattutto oggi, dovrebbero riflettere su queste storture di ordine etico, politico ed economico per ingaggiare una nuova battaglia ideale contro questo sistema liberale.

Non si tratta di battaglie ideologiche utopistiche e fuori da quella che è la realtà di fatti e situazioni, ma di una nuova cultura politica che sappia contrapporre al privilegio dei pochi la dignità e la felicità di tutti, ossia il bene umanamente pieno di tutti i componenti la comunità statuale.

Dallo Stato liberale allo Stato sociale: è l’imperativo a cui dovrebbero rispondere i cattolici democratici uscendo da un lungo letargo non più giustificabile.

Il gioco delle tre carte

Il più debole ha sempre la necessità di non chiudere la partita. La ragione è del tutto evidente. A fine pagina denuncerebbe la sua minorità. Per questo motivo è costretto a mantenere vivo il romanzo. Come se dovesse fuggire dalla sua manifesta condizione.

È ciò che sta facendo MATTEO RENZI. Sin dall’inizio la sua debolezza era manifesta. Ha iniziato le ultime danze sulla scorta di una fragilità a tutti nota. Da tempo i sondaggi lo relegano a valori oscillanti intorno al 3%: un moscerino politico.

Da una settimana a questa parte va suonando la gran cassa. Il pretesto l’ha trovato, l’ha esposto e lo ha trascinato in ogni luogo pubblico: televisioni, giornali, Parlamento.

Lo scopo non ha inteso di nascondersi. In sostanza Renzi desiderava ardentemente rimettersi sotto i riflettori e interpretare il ruolo di prim’attore. Ritornando sulle immagini del suo intervento al Senato, dalle ampie gestualità, alla frenesia verbale, riconosco una certa qual teatralità.

Spiazzato dalla mossa del premier il quale non ha inteso perder tempo intorno alla commedia, ha convocato, seduta stante, le riunioni di maggioranza. Con ciò, GIUSEPPE CONTE, desiderava metter fine al brano renziano. Insomma scrivere l’ultima pagina.

E qui, non è mancata al baldo toscano, una mossa del suo repertorio: prolungare, a tutti i costi, la sarabanda messa in atto qualche giorno prima. Cos’ha pensato? Tiro la corda, faccio una serie di richieste, intensifico la richiesta di quest’ultime e così, impedisco al timoniere di portare in fretta il vascello in porto, ottenendo in tal modo desta la scrittura del romanzo.

Adesso, dovremmo attendere l’inizio di scenario per vedere quale mossa avrà in serbo il capo di Italia Viva per procrastinare ulteriormente il severo giudizio che impietosamente, i sondaggi gli affidano, vale a dire quel misero consenso che ho ricordato all’inizio.

Nova Gorica-Gorizia Capitale europea cultura 2025

Gorizia e Nova Gorica si sono aggiudicate il titolo di Capitale europea della Cultura 2025. La notizia è stata accolta con un boato in piazza della Transalpina, dove si sono radunati gli abitanti delle due città di confine.

Erano rimaste in lizza anche Lubiana, Pirano e Ptuj. Oltre a Nova Gorica e Gorizia, appena designate dal Comitato sloveno, per il 2025 la scelta è caduta su Chemnitz, città tedesca situata quasi al confine con la Repubblica Ceca che ha subito gravissimi danni durante la Seconda guerra mondiale.

“L’Europa in  questo momento si attende tanto da noi -commenta a caldo il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna -. Oggi inizia un percorso  impegnativo, non solo per noi ma per tutta l’Europa. Non c’è una citta che vive l’Europa come Gorizia. Siamo la dimostrazione dell’Europa che va costruendosi come comunità, altri lo potranno fare dopo di noi”.

Al fianco di Ziberna per tutta la cerimonia il sindaco di Nova Gorica Klemen Miklavic: sono rimasti seduti vicini, davanti al maxi schermo da dove la commissione dell’Unione europea ha pronunciato il verdetto.

Capitale Europea della Cultura è un titolo onorifico conferito ogni anno a due città appartenenti a due diversi Stati membri dell’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è tutelare la ricchezza e la diversità della cultura europea, valorizzare le caratteristiche comuni ai popoli e sviluppare un sistema che possa generare un importante indotto economico.

Italia prima al mondo per morti Covid ogni 100mila abitanti

L’Italia è il Paese al mondo con la più alta mortalità da Coronavirus ogni 100mila abitanti. E’ quanto rilevano i dati della Johns Hopkins University, che monitora costantemente l’andamento della pandemia. Con 111,23 decessi ogni 100mila abitanti, l’Italia nella classifica dei 20 Paesi più colpiti dal Covid-19 precede la Spagna (104,39), il Regno Unito (99,49) e gli Stati Uniti (94,97). Il nostro Paese è invece terzo nella classifica che tiene conto del rapporto tra casi confermati e decessi.

L’Italia ha un rapporto del 3,5%, alle spalle di Messico (9%) e Iran (4,7%) e davanti al Regno Unito (3,4%). In termini assoluti, con 67.894 decessi, secondo i dati della Jhu, l’Italia risulta il quinto Paese più colpito al mondo, alle spalle di Stati Uniti (311.529 decessi), Brasile (184.827), India (144.789) e Messico (116.487) e davanti al Regno Unito (66.639).

Intervista alla Prof.ssa Antonella Canini. La Città della Conoscenza e dell’Innovazione: una eccellenza italiana

Gentile Professoressa Canini, ricordo che il direttore di un noto quotidiano mi disse un giorno che le buone notizie non si trovano neanche al mercatino dell’usato. Se questa è una regola non scritta dei media si può dire che Lei costituisca una brillante eccezione: recentemente infatti Le è stato assegnato il prestigioso Premio nazionale ANGI (associazione italiana giovani innovatori) 2020 per il Progetto “Città della conoscenza e dell’innovazione”.  Vuole illustrare ai lettori il contenuto di tale Progetto e la sua importanza per la riqualificazione del territorio, a partire dalla ex “Città dello sport” a Roma?

Il Premio ANGI mi ha riempito di gioia e lo dedico a tutto il corposo gruppo che ha lavorato al progetto “Città della Conoscenza e dell’Innovazione”. Innanzitutto il progetto intende costituire un modello di integrazione e di sinergia collaborativa tra realtà diverse la cui somma genera un qualcosa di completamente nuovo, diverso, più ricco.  La Città della Conoscenza e dell’Innovazione è un brand in cui ogni termine è l’eco di una realtà complessa, articolata in cui la componente naturalistica/ambientale si intreccia ai concetti di ricerca scientifica ma anche all’entertainment con i temi della realtà virtuale: la tecnologia costituisce il collante il framework di riferimento, la piattaforma su cui le diverse discipline si incontrano e collaborano per realizzare un universo innovativo. E ciò è ancora più significativo se pensiamo al sistema in cui il progetto si inserisce: un quadrante della Città su cui sono presenti numerose realtà eccellenti in ambito scientifico che operano nello stesso territorio su cui insite l’Università di Roma Tor Vergata e nell’ambito del quale si inserirà la Città della Conoscenza e dell’Innovazione con l’obiettivo di esercitare una funzione di aggregazione e collaborazione, ricercando, sollecitando e proponendo iniziative di ricerca che valorizzino i diversi apporti al fine di realizzare innovazione. Ecco allora che la Città della Conoscenza e dell’Innovazione si presenta come un modello, un paradigma il cui valore e la cui importanza è data dalla forza di coesione e integrazione delle diverse componenti, dalla capacità che ciascuno degli elementi costitutivi avrà di interagire con gli altri fornendo stimoli, scambiando esperienze e risultati attraverso la costante interazione tra gli individui che ne costituiscono il capitale umano. Concretamente il progetto prevede il riuso della Vela ex Pallanuoto (Vela 1 – assemblata) in Città della Conoscenza. Qui si realizzerà una nuova Facoltà di scienze, riconvertendo gli spalti in aule didattiche, mentre la grande U che avvolge la Vela sarà sede di studi, stanze e laboratori didattico-scientifici della Facoltà. Inoltre nella Vela sarà realizzata una maestosa serra subtropicale, altamente tecnologica e d’impatto mondiale collegata al Kew Garden (Londra), al Parc de la Villette (Parigi), al Garden by the Bay (Singapore), serra che verrà utilizzata per le attività di ricerca e di didattica in ambito naturalistico/ambientale ma anche come attrazione per il grande pubblico, in termini di entertainment ed education. La proposta di riconversione è stata concordata e ha avuto il placet dell’Ing. Arch. Santiago Calatrava. La Città dell’Innovazione sarà ospitata nella Vela ex Palasport, adiacente alla precedente Vela: qui saranno allocate complesse e importanti attività tecnologiche all’avanguardia correlate al mondo della Realtà Aumentata, della Sicurezza, dell’Intelligenza Artificiale e dei videogiochi intesi come strumenti di ricerca e di didattica oltre che di intrattenimento. Costituirà un vero e proprio palasport polifunzionale con entertainement  e Sport.

Il grande regista Pupi Avati volle sottolineare – spiegando la sua vocazione cinematografica – la differenza che c’è tra passione e talento. Possiamo dire che per realizzare un Progetto qual è quello a cui si è dedicata, occorre possedere entrambe le doti? Il talento è un dono innato, una vocazione mentre la passione implica impegno, dedizione, tempo, studio, sacrificio: vuole dirci come ha pensato a questa idea che l’ha portata alla ribalta come eccellenza italiana della ricerca scientifica, dell’innovazione e dell’ingegno?

L’ex Città dello Sport è da diversi anni il simbolo delle opere incompiute italiane ma allo stesso tempo è un’opera bellissima e imponente, firmata dal prestigioso Architetto Calatrava, che si vede da tutte le parti di Roma ma che insiste sul Campus dell’Ateneo Tor Vergata. Una mattina nel lontano 2014, scendendo da Monte Porzio Catone, dove abito, ho avuto l’intuizione  di vederla come una risorsa per la nostra Università: il simbolo dell’aggregazione e della conoscenza per la ricerca, la didattica e la terza missione. Proposi questa idea all’allora Rettore Novelli che mi stimolò a realizzare una proposta progettuale: da allora è diventata la mia sfida intellettuale e accademica.

Una grande opera come quella da Lei progettata reca con sé oltre un valore intrinseco sul piano dell’immaginazione, di un disegno, di una rappresentazione mentale, di una idea…. anche una valenza sociale che mira al perseguimento di un bene comune. Come possiamo descrivere in termini di avanzamento e qualità un progetto pensato come opera architettonica che costituisce – uso le Sue parole “ una sinergia tra ricerca/rigenerazione urbana, nuove opportunità di collaborazione tra Accademia e Stakeholders”?

Ho sempre creduto che Ricerca e Sviluppo siano un binomio di valenza solo se l’Accademia, attraverso le sue attività di formazione e di ricerca riesce a dare un contributo reale allo sviluppo del Paese e questo può avvenire solo se il sistema produttivo a sua volta usufruisce dei progressi scientifici e culturali. Ecco in questi termini la Città della Conoscenza e dell’Innovazione si prospetta come una piattaforma che favorisce questo ponte tra ricerca e aziende. Inoltre tutti gli interventi, compreso la realizzazione di una ‘metrorail’  leggera, di ultima generazione, metterà in connessione la metro A con la metro C e quindi tutta l’area sud-Est con il cuore della Capitale; questa diventerebbe un’occasione unica per il recupero di una periferia di Roma Capitale degradata e socialmente difficile. 

Quale volano sarà innescato da quest’opera rispetto al futuro degli attuali studenti, laureati e dottorandi, anche in termini di occupazione e impiego? Conferma la previsione di creare circa 14 mila nuovi posti di lavoro? Come saranno diversificati, prevedibilmente?

Il progetto si caratterizza per complessità e ampiezza di impatto. Sebbene incida su un perimetro geograficamente delimitato le sue ricadute si riproducono su una dimensione nazionale e internazionale. Da tutte le attività scientifiche, didattiche, culturali, incubatori di innovazione, sviluppo di tecnologie informatiche, servizi di rete e aggregazione, ristoranti e caffè, commerci e supporti alle visite e alle esigenze dei fruitori: la realizzazione dell’Opera permette di generare a regime 14 mila nuovi posti di lavoro. Di questi almeno 2800 saranno direttamente collegati alle attività di ricerca e didattica e permetteranno di reclutare un’importante fetta del capitale umano che ogni anno le università italiane formano e che molto spesso è costretto a emigrare in altri Paesi dove riescono a mettere a frutto le loro conoscenze.

Un pregio assoluto di questo vero e proprio “premio Oscar dell’innovazione” consiste – per quanto è stato spiegato ed è dato intuire – dal fatto di creare un ambiente dove tecnologia, new green, biodiversità e sinergie con le imprese collocheranno  la  metodologia della ricerca-azione nell’ottica della “rete” di risorse umane e materiali. Può spiegare perché questo può creare un polo sperimentale affinché  “tecnologia 4.0, didattica, ricerca e ripartenza verde” possano generare un circuito sperimentale virtuoso,  fortemente innovativo e replicabile altrove?

Perché la competitività nella ricerca, nel trasferimento tecnologico e nei settori dello sviluppo sostenibile si svolge oggi, e a maggior ragione nel futuro, tra sistemi integrati, multidiscipliari e multipurpose, diffusi e cooperanti che assicurano sviluppo economico e benessere al sistema Paese.

In questo senso il modello da Lei immaginato oltre a costituire un’occasione di riqualificazione e rilancio di un’area territoriale afferente all’Orto botanico, all’Università di Tor Vergata , attraverso la totale riqualificazione della ex Città dello sport progettata da Santiago Calatrava, in quale misura può generare un effetto moltiplicatore per l’intero Paese?

Sono convinta che Roma attualmente non disponga di una struttura moderna e con una ricettività adeguata per accogliere grandi eventi internazionali come accade nella altre grandi capitali europee. La realizzazione di questa Opera permette strutturalmente di riqualificare l’area su cui insiste e, per come è pensata, produce start up innovative dove le migliori menti nazionali e internazionali generano conoscenza amplificando le potenzialità umanistiche, economiche, giuridiche, scientifiche, tecnologiche e mediche. La pluralità di applicazioni consentite, la varietà di funzioni per la fruizione, le modalità con cui i visitatori si rapporteranno e interagiranno con i contenuti e i servizi offerti determinerà il passaggio da un modello “classico” di innovazione a quello competitivo del futuro che avrà ricadute in termini occupazionali.

Quali ispirazioni ha tratto – per far rinascere un manufatto abbandonato al degrado – dal Parc de la Villette di Parigi e dal Gardens by the bay di Singapore, per ideare un’area in cui saranno compresenti musica, concerti, sport, tecnologie digitali e multimedialità? Poiché nulla può essere affidato al caso immagino un Progetto ad alta complessità realizzativa e a massima fruibilità per l’utenza. E’ una intesi che spiega il senso del Suo lavoro?

L’ispirazione è quella di ambienti culturali avanzati in cui la cultura viene fruita dalla società civile soprattutto nel tempo libero. Il nostro Paese ha bisogno di crescita culturale e di ambienti in cui le famiglie possono percepire innovazione in sicurezza e con stimoli in linea con i tempi. La nostra fortuna è di poter abbinare a una indiscussa opera architettonica contenuti moderni che diano opportunità di crescita ai cittadini e quindi al Paese.

I temi della biodiversità, della sua lenta estinzione, della sostenibilità ambientale, del degrado della natura provocato da interventi scelerati dell’uomo sono presenti nei più recenti Rapporti dell’ONU e  dell’OCSE, ma non ancora adeguatamente fatti propri da un politica ambientalista che a livello planetario sappia contemperare l’incremento demografico con i pericoli derivanti dalle alterazioni ecologiche. La pandemia da Covid 19 ha riportato prepotentemente alla ribalta questi temi. Gli scienziati a cui l’ONU ha affidato lo studio della stato di salute del pianeta hanno paventato la sesta estinzione della vita sulla Terra , per la prima volta per mano dell’uomo. Che cosa si può fare partendo induttivamente dall’Orto Botanico che Lei dirige, dal Dipartimento di Biologia, dagli Studi accademici, dalla Ricerca, per fronteggiare questi pericoli incombenti? Come esperta e scienziata sta dimostrando che iniziando “dall’hic et nunc “ le cose si possono migliorare. Ma quanto è determinante un’assunzione di responsabilità dei decisori politici dal livello locale e quello mondiale?

Il ruolo di un Orto Botanico è quello di rappresentare i temi da lei sollevati in particolare l’importanza della biodiversità, la capacità di resilienza che gli ecosistemi hanno in risposta ai cambiamenti nell’evoluzione e l’importanza delle biotecnologie nella ricerca scientifica. Il principale allarme che vedo in atto è il repentino cambiamento della temperatura che produrrà sempre più un disallineamento tra piante e insetti e questo produrrà effetti catastrofici con risvolti anche in ambito alimentare. Abbiamo visto che nella prima fase di lockdown il Pianeta ha mostrato di avere ancora una capacità di resilienza;  certo la pandemia è un fatto che ha costretto a casa miliardi di persone e quindi abbiamo potuto avere un decremento dell’emissione di anidride carbonica e di inquinanti. Per avere dei risultati incoraggianti bisognerebbe agire con coraggio e coordinatamente per consentire al Pianeta di “respirare”. Noi abbiamo la fortuna di avere un Orto Botanico di 82 ha e possiamo rappresentare praticamente le tematiche sia nell’ambito della ricerca sia in un’ottica di didattica rivolta a tutti gli studenti. Abbiamo impiantato un Arboreto con caratteristiche di bosco mesofilo e abbiamo misurato la quantità di anidride carbonica assorbita nel tempo e a regime riusciremo a neutralizzare la CO2 emessa dai veicoli che nell’arco di un anno circolano nel Campus. Uno degli ultimi traguardi è stato l’installazione di una serra acquaponica, completamente sostenuta da energie rinnovabili,  alimentata da un ciclo di acqua chiuso in un vero sistema di economia circolare, dove viene rappresentata l’importanza di coltivazione fuori dal suolo e di mantenimento della qualità dei prodotti cresciuti all’interno. In questi anni anche i decisori politici devono agire nell’ambito dello sviluppo sostenibile ma occorre un maggior coordinamento altrimenti si rischiano interventi a spot con valenza inferiore a quella che potrebbero avere.

Ho sempre pensato che per correggere le storture della globalizzazione e della concezione del mondo come ‘materia’ da consumare e sfruttare, occorra partire del “genius loci”: valorizzare ogni porzione del territorio ottimizzando la compresenza tra uomo e contesto di vita, recuperare le radici della tradizione e inserirle in un progetto innovativo che le conservi, progredendo. Pensa che si tratti di un’utopia o di una scelta perseguibile?

E’ la scelta contemplata nella Città della Conoscenza e dell’Innovazione!

Sei governatori del Sud scrivono a Conte: preoccupazione per l’uso delle risorse del Recovery

Articolo pubblicato sulle pagine del sito dell’Agenzia Italia

“Viva preoccupazione per lo stato del confronto sulla effettiva utilizzazione” delle risorse del Next generation Ue.

La esprimono in una lettere al premier Giuseppe Conte i sei presidenti di Regione del Sud che hanno partecipato alla riunione in teleconferenza voluta dal ‘governatore’ della Campania, Vincenzo De Luca. A firmarla, oltre De Luca, Vito Bardi (Basilicata), Michele Emiliano (Puglia), Marco Marsilio (Abruzzo), Nello Musumeci (Sicilia), e Donato Toma (Molise). Non hanno potuto partecipare al confronto, per concomitanti impegni istituzionali, i presidenti della Sardegna, Christian Solinas, e della Calabria, Nino Spirlì.

La bozza di programma circolata nei giorni scorsi prevedrebbe una ripartizione delle risorse in ambito nazionale sulla base di un mero criterio demografico fra Centro, Nord e Mezzogiorno.

Inoltre, una ripartizione per 6 missioni, in assenza di un preventivo confronto con le Regioni e con evidenti sottostime delle risorse necessarie in settori vitali, in particolare nel Mezzogiorno, quali, ad esempio, la sanità, il turismo, i servizi idrici.

Nella missiva viene espressa contrarietà sui criteri individuati per il riparto delle risorse e preoccupazione per lo stato del confronto sull’effettiva utilizzazione di queste risorse in ambito nazionale; quindi viene richiesto un incontro con il presidente del Consiglio.

“Nel dare atto dell’impegno profuso dal Governo italiano in sede Ue e dei conseguenti risultati ottenuti in favore di un importante programma d’investimenti da attuarsi con le risorse attribuite al nostro Paese – si legge nella lettera, inviata per conoscenza anche al presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini – gli scriventi esprimono viva preoccupazione per lo stato del confronto sull’effettiva utilizzazione di dette risorse in ambito nazionale”.

Qui l’articolo completo

Piano nazionale ripresa e resilienza (PNRR), uno schiaffo alla sanitò pubblica

Pubblichiamo l’appello lanciato da numerose organizzazioni, tra cui Cgil Cisl e Uil, in favore di un Piano nazionale per la riorganizzazione della sanità.

La proposta di PNRR presentata dal Governo riserva agli investimenti per la Salute 9 miliardi: appena il 4,6 % delle enormi risorse messe a disposizione con Next Generation UE (quasi 200 miliardi).

E’ una scelta che ha dell’incredibile. La pandemia ha mostrato quanto fragile, indebolito dai tagli e impreparato fosse il Servizio sanitario italiano e ancor più i servizi sociali. In questi mesi grazie al sacrificio e al senso etico e professionale di chi lavora nel sistema socio sanitario si è potuto rispondere a quello che sta succedendo. Lo abbiamo visto nel corso della prima micidiale ondata e ancor più ora con la marea della seconda fase.

  • Avevano detto che la pandemia sarebbe stata l’occasione per ripensare a fondo, e rinnovare, la struttura e l’organizzazione del nostro SSN e avevano detto: MAI PIU’ TAGLI.
  • Avevano detto che andava rafforzata la prima linea, quella della prevenzione, delle cure primarie, dell’integrazione tra sociale e sanitario: quella linea che si era subito sfaldata nella prima ondata e che non è stata rafforzata in vista della seconda.
  • Avevano detto che era prioritaria la ricerca finalizzata indipendente, e che la priorità era la risorsa umana, la formazione di una nuova generazione di personale infermieristico e di medici specialisti.

Avevano dichiarato che per fare tutto ciò ci sarebbero stati anche i 37 miliardi del MES. Poi hanno detto che i soldi del MES non servivano, perché c’erano quelli del Recovery Fund. E invece ai progetti per la Salute sono state riservate le briciole.

Ci troviamo di fronte a una scelta politica precisa, uno schiaffo alla sanità pubblica nazionale e ai servizi sociali: la rinuncia a rinnovare e potenziare il nostro SSN, per metterlo in grado di tutelare per davvero la salute della popolazione e ridurre le sempre più profonde diseguaglianze sociali. Una scelta destinata a trasformare un invidiato sistema di sanità pubblica in uno che sempre più favorirà la medicina privata.

La cifra non è definitiva, dicono. E allora ci aspettiamo che il Governo ascolti le richieste del Ministro della Salute al quale chiediamo di fare battaglia per un vero rilancio delle politiche e dei servizi socio sanitari.

L’APPELLO lanciato da una vasta coalizione di associazioni e da Cgil, Cisl, Uil rivendica almeno 30 miliardi per finanziare un Piano nazionale dedicato al potenziamento dell’assistenza sociale e sanitaria territoriale, presentando precise proposte.

Per questo ci ribelliamo di fronte a questo schiaffo al welfare pubblico e chiamiamo alla mobilitazione (primo appuntamento il 19 dicembre VEDI INFO A FINE PAGINA) tutti coloro che hanno a cuore il destino, il rilancio e l’innovazione del nostro sistema sociale e sanitario pilastro fondamentale per la tutela della Salute.

Salute Diritto Fondamentale; SOS Sanità; saluteinternazionale.info; CoPerSaMM (Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo F. Basaglia); Lisbon Institute of Global Mental Health con l’adesione (al 16.12.2020) di: CGIL, CISL, UIL, “Salute. Prima la comunità”, Libera, CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), Gruppo Abele, Cittadinanzattiva, Fondazione Franca e Franco Basaglia, Siep Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, Unasam, La Società della Ragione, SPI CGIL, FP CGIL, FP CGIL Medici e Dirigenti Ssn, FP CISL UILP, UIL FPL, Fondazione Zancan, Federconsumatori, Forum Droghe, Fuoriluogo, A Buon Diritto, ass. Antigone, club SPDC No Restraint, Campagna PHC Primary Health Care now or never, Psichiatria Democratica, Grusol Marche, Osservatorio molisano per il diritto alla salute, Casa della Carità Milano, Omceo Torino, Movimento pugliese per la salute mentale Rompiamo il silenzio, Cipes Piemonte, coop. Ortolani Coraggiosi Fucecchio (FI),  Confederazione Associazioni Regionali di Distretto Card Lazio,  ass. Infermieri di famiglia e di Comunita, ass. A porte aperte per la salute mentale Romagna (RA), Conoscere per Migliorare Torino, ass. 180Amici Puglia,  ass. Idea Comune Figline Valdarno (FI), Gruppo AMA Ascolto Venaria Reale TO, ass. Insieme a Noi Modena, Laboratorio salute popolare Bologna, Forum Salute Mentale Lecco, ass. Sostenibilità Equità Solidarietà, Auser La Spezia, Libertà e Giustizia Firenze, ass. “VeRSo” Veneto Ricerca Sociale, ass. Umanitaria “Jimuel internet Medics for Life”,

Hanno aderito tra gli altri: Silvio Garattini, Rosy Bindi, don Luigi Ciotti, Luigi Manconi, Livia Turco, Giovanni Bissoni, Rossana Dettori, Domenico Proietti, Margherita Miotto, Emmanuele Pavolini, don Virginio Colmegna, Franco Rotelli, Benedetto Saraceno, Fabrizio Starace, Gianni Tognoni, Grazia Zuffa, Tiziano Vecchiato, Nerina Dirindin, Stefano Cecconi, Antonio Gaudioso, Francesca Moccia, Riccardo De Facci, Gavino Maciocco, Marco Geddes, Giovanna Del Giudice, Francesco Maisto, Maria Grazia Giannichedda, Franco Corleone, Gisella Trincas, Patrizio Gonnella, Stefano Vecchio, Leonardo Fiorentini, Antonello D’Elia, Tiziano Carradori, Enrico Desideri, Guido Giustetto, Claudio Maffei, Nicoletta Dentico, Francesco Magni, Anna Banchero, Gianni Giorgi, Maura Cossutta, Michele Vannini, Andrea Filippi, Maurizio Petruccioli, Carmelo Barbagallo, Giusy Gabriele, Laura Seidita, Alessandro Beux, Paolo Pagani, Lucia Centillo, Paola Trivella, Barbara Usai, Claudio Lucii, Fabio Ragaini, Carlo Minervini, Emilia De Biasi, Giovanna Vicarelli, Valentina Calderone, Eluisa Lo Presti, Franco Merletti, Fabrizio Faggiano, Paolo Vineis, Paolo Barcucci, Franco Prandi, Bruno Palmas, Antonio Brambilla, Ferdinando Laghi, Giulia Rodano, Giorgio Simon, Ginetto Menarello, Rosario Mete, Giovanni Rossi, Carlo Saitto, Giovanni Capuzzi, Tonino D’Angelo, Mafalda Esposito, Franco Pesaresi, Pietro Pellegrini, Giorgio Cerquetani, Elena RubattoAntonello Murgia, Enzo Morgagni, Giuseppe Notaro, Elena De Rocco, Cosimo Venerito, Palma Sergio, Patrizia Millazzotto, Mariuccia Bordonali, Giorgio Forti, Pier Claudio Brasesco, Giuseppe Pontrelli, Piera Pizzocaro, Francesco Anselmi, Rosa Vitale, Carlo Panzera, Marino Manzi, Giuseppe Gatti, Danila Monteverdi, Giulia Marini, Luisa Castellazzo, Rosaria La Rosa, Bruno Ferrari, Maria Obesalini, Gabriele Milzani, Maurizio Galli, Giuseppe Olivari, Piera Bonetti, Nino Bertelè, Davide Sigurtà, Serenella Papa, Maria Luisa Terzariol, Leonardo Fiorentini, Maurizio Di Cosmo, Luca Finazzi, Francesco Racchetti,  Massimo Cozza, Guglielmo Festa, Vanni Pecchioli, Enrico Gregorini, Ilaria Buontempo, Gaetano Sateriale, Ugo Ascoli,  Donatella La Cava, Laura Caravino, Giovanna Martelli, Umberto Lorini,  Nadia Facchini, Rosalia Saleri, Nicoletta Pizzocaro, Licia Porteri, Luciano Bono, Giancarlo Menegato, Emer Negrini, Patrizia Balottelli, Maripiera Balottelli, Davide Sigurtà, Luisa Castellazzo, Ezio Tecchia, Paolo Pelizzari, Natale Azzini, Pina Fiorentino, Angelo D’Errico, Giuseppe Olivari, Alessandro Ferrari, Santo Mafessoni, Viviana Seccamani, Davide Piantoni, Rosangela Pancheri, Claudio Reboldi, Giuseppe Massarotti, Gianluca Borghi, Ilaria Faino, Clotilde Arcaleni, Paola Agnello Modica, Pino Fiorentino, Roberto Rovertini, Anna Renzetti, Silvana Dameri, Valentina Solfrini, Adriano Sincovich, Roberta Lisi, Giovanni Cabrini, Maria Pia Mazzasette, Ugo Mattei, Ilaria Campione,  Maria Antonietta Binetti, Michele Catiniello, Delia Da Mosto, Guerrino Donegà, Barbara Caccia, Maurizio Franca, Natalina Brussino, Mina Pagani, Patrizia Gaido, Paolo D’Elia, Maria Andreotti, Davide Piapi, Maria Giovanna Nevoli, Rita Fenaroli, Pierluigi Venturelli, Lodovica Salvani, M. Patrizia Favali, Donatella Aralda, Simonetta Ghezzani, Antonella Boni, Giorgio Garofalo, Franco Toniolo, Eva Banchelli, Rosalia Giammetta, Estela Robledo, Marilena Bertini, Isidoro Napoli, Nicoletta Bosco, Monica Toraldo di Francia, Simonetta Danesi, Ester Pace, Antonio Angelo Domenico Capano, Luca Formenton Macola,  Matteo Morandi, Mara Mabilia, Rodolfo Ugolini, Paola Binetti, Lodovica Salvagni, Nicoletta Grieco, Valeria Tranchina,  Mauro Zacco, Antonio Gabbani, Liliana Frascati,

Per aderire scrivi a

info@sossanita.it

salutedirittofondamentale@gmail.com

copersamm@gmail.com

redazione@saluteinternazionale.info,

Da Ispra il Rapporto rifiuti urbani 2020

L’Edizione 2020 del Rapporto Ispra fornisce i dati, aggiornati all’anno 2019, sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale. Riporta, inoltre, le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario. Infine, presenta una ricognizione dello stato di attuazione della pianificazione territoriale aggiornata all’anno 2020.

I rifiuti urbani prodotti in Italia nel 2019 sono circa 30 milioni di tonnellate, dato in lieve calo rispetto al 2018 dello 0,3% (-80 mila tonnellate). Incremento solo nel nord Italia, con quasi 14,4 milioni di tonnellate di rifiuti, dello 0,5% rispetto al 2018, mentre è in calo al Centro (-0,2%) con circa 6,6 milioni di tonnellate evidenzia e al Sud (-1,5%) con 9,1 milioni di tonnellate. Ogni cittadino italiano, in un anno, ha prodotto circa 500 chilogrammi di rifiuti. Aumenta ancora la raccolta differenziata nel 2019: +3,1 punti rispetto al 2018, raggiungendo il  61,3% della produzione nazionale; dal 2008 la percentuale risulta raddoppiata. La raccolta passa da circa 9,9 milioni di tonnellate a 18,5 milioni di tonnellate. Nel 2019, il 50% dei rifiuti prodotti e raccolti in maniera differenziata viene inviato ad impianti di recupero di materia; il riciclaggio totale, comprensivo delle frazioni in uscita dagli impianti di trattamento meccanico e meccanico biologico, si attesta al 53,3% e riguarda le seguenti frazioni: organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno.

Enit: Firmata l’intesa valore paese Italia

Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini insieme al Direttore dell’Agenzia del Demanio, Antonio Agostini, al Presidente di Enit – Agenzia Nazionale del Turismo, Giorgio Palmucci, e all’Amministratore Delegato di Difesa Servizi Spa, Fausto Recchia, hanno sottoscritto l’intesa istituzionale che suggella una forte collaborazione e indica la tabella di marcia per sviluppare, sotto il brand Valore Paese ITALIA, un programma comune di nuove iniziative a rete sugli immobili pubblici, per accrescere l’offerta turistico-culturale del Paese tramite l’ideazione e la realizzazione di circuiti nazionali che possano anche avvalersi di nuovi modelli gestionali e nuove forme di partenariato pubblico-privato, individuando anche strumenti di affidamento e valorizzazione innovativi.

VALORE PAESE ITALIA, l’iniziativa dedicata alla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico coniugando turismo, cultura, arte, ambiente e paesaggio, mobilità dolce e identità territoriale, dopo essere stata presentata lo scorso 7 ottobre, continua il suo percorso di crescita e consolidamento. Il progetto punta infatti alla strutturazione di un network sempre più solido e allargato che possa promuovere e sostenere operazioni di rigenerazione e sviluppo, mettendo a sistema il lavoro congiunto e la sinergia tra partner pubblici e privati. Tra i tanti in collegamento sono intervenuti al workshop sia i partner istituzionali del progetto, come MIT, MATTM, ANAS e Anci, che i rappresentati del mondo finanziario come l’ICS, Istituto per il credito sportivo, Invitalia, Impact Intesa San Paolo, AiCA, Federalberghi, e Ance, e il mondo dell’associazionismo come il Touring Club Italiano, UNPLI e Symbola, e i referenti delle iniziative legate ai pellegrinaggi religiosi e al turismo lento come l’associazione AMODO.

È emersa una condivisione molto sentita e partecipata sull’importanza strategica di un’iniziativa che si configura sempre più come progetto nazionale che, attraverso vari filoni tematici, mette i beni pubblici, quindi i beni comuni, al centro di un nuovo modello economico e di fruizione del territorio.

Il Sars-CoV-2 ha una mortalità quasi 3 volte più alta rispetto all’influenza. Ora vi sono le prove.

Uno studio francese pubblicato su “The Lancet Respiratory Medicine” mette in evidenza come il coronavirus Sars-CoV-2 causa una malattia più grave dell’influenza stagionale e, tra i pazienti che finiscono in ospedale, ha un tasso di mortalità quasi 3 volte più alto.

Gli scienziati autori del lavoro sono arrivati a queste conclusioni confrontando i dati di oltre 130mila pazienti ospedalizzati per entrambe le cause: 89.530 con Covid-19, ricoverati tra l’1 marzo e il 30 aprile 2020, e 45.819 ricoverati con influenza stagionale tra l’1 dicembre 2018 e il 28 febbraio 2019.

Il tasso di mortalità tra i malati Covid esaminati era del 16,9%, contro il 5,8% osservato fra i pazienti colpiti da influenza. Il 16,3% dei casi Covid ha avuto bisogno di cure intensive contro il 10,8% dei casi d’influenza, e la permanenza in terapia intensiva è stata quasi il doppio con Covid (15 giorni contro 8).

Ben diverso il quadro per i più piccoli: meno bambini e ragazzi di età inferiore a 18 anni sono stati ospedalizzati con Covid-19 rispetto all’influenza stagionale (1,4% contro il 19,5%), anche se una percentuale maggiore di quelli di età inferiore a 5 anni ha richiesto cure intensive per Covid-19 (2,3% contro 0,9%). Il tasso di mortalità nei bambini sotto i 5 anni era simile per entrambi i gruppi ed era molto basso (0,5% per Covid e 0,2% per influenza).

In quelli tra 11 e 17 anni, invece, questo dato sembrava essere 10 volte più alto fra i ricoverati Covid (1,1% contro 0,1%), tuttavia al riguardo gli autori avvertono che i numeri sono troppo piccoli per trarre conclusioni significative.

Come il cattolico Biden pensa di ricostruire l’America migliore

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Il 14 dicembre il Collegio elettorale ha confermato ufficialmente la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane che si sono svolte a novembre.

In un incontro con i volontari della campagna elettorale, il Presidente Biden ha ribadito il suo programma finalizzato a riportare l’America ad essere un Paese dove libertà, accoglienza, speranza e prosperità siano garantite a tutti.

Biden ha ringraziato il popolo americano per aver salvato la democrazia, minacciata da politiche divisive e abusi di potere.

Ha sostenuto che le sfide che si dovranno affrontare sono epocali, ma che lui è fiducioso di risolverle grazie al sostegno e all’unità del popolo americano.

Il neo presidente conta di fermare il virus, promuovere la prosperità, garantire la sanità a tutti, superare le discriminazioni razziali, assicurare la giustizia sociale e salvaguardare l’ambiente riducendo l’inquinamento generato dai combustibili fossili. In una parola: curare l’anima dell’America per unire la nazione in un grande progetto comune.

La forza di Biden non sta solo nella sua mitezza, semplicità e chiarezza di intenti, ma poggia anche sulla sua fede semplice.

Nel corso del suo primo discorso subito dopo la conferma del Collegio elettorale, Joe Biden ha richiamato la preghiera per la pace attribuita a San Francesco, citando il passaggio: “Dove è il dubbio, ch’io porti la Fede; dove sono le tenebre, ch’io porti la Luce”.

Nonostante la precedente amministrazione americana abbia diviso i cattolici, al punto che ancora oggi un certo numero di credenti, negli Usa e nel mondo, mostrano un atteggiamento ostile verso Biden (arrivando a chiedere ai Vescovi di negargli la comunione), il neo presidente ha conquistato la maggioranza del voto cattolico.

Nella storia degli Stati Uniti mai tanti cattolici erano andati a votare e mai avevano, in così gran numero, votato il candidato democratico.

Risulta interessante un raffronto storico. L’unico candidato di fede cattolica a vincere le elezioni americane è stato John Kennedy nel 1960. Quell’anno Kennedy vinse con oltre 34 milioni di consensi superando Richard Nixon con uno scarto di 112.847 voti. Mentre, alle elezioni di novembre 2020, Joe Biden ha raccolto il numero record di oltre 81 milioni di elettori, superando lo sfidante di circa 7 milioni di voti.

Un’indagine conoscitiva effettuata sul voto dei credenti ha rivelato che anche molti cattolici repubblicani hanno votato per Biden.

Dalle testimonianze riportate dalla rivista della Compagnia di Gesù “America”, emerge l’auspicio che i cattolici con visioni politiche e ideologiche diverse possano e debbano unirsi in uno sforzo comune per superare l’indigenza che colpisce una larga fascia dei cittadini americani.

Nonostante l’utilizzo ideologico e strumentale della religione cristiana praticato dalla passata amministrazione, molti cattolici hanno deciso di sostenere Biden per l’atteggiamento mite ed empatico, per la sua difesa dei poveri e degli immigrati, per l’opposizione alla pena di morte, per il suo impegno a superare la pandemia e per la realizzazione di un mondo più giusto e pacifico.

Nell’orientamento del voto cattolico ha avuto un ruolo significativo anche la fedeltà di Biden a Papa Francesco e la sua condivisione del programma pastorale e sociale del Pontefice romano.

La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti sembra ancora divisa, anche se da più parti vengono lanciati appelli all’unità per sostenere le politiche e i programmi del Presidente cattolico, cercando una collaborazione con i credenti delle altre religioni al fine di garantire la pace e il bene comune.

In Italia l’eccezionalità di un Presidente americano di fede cattolica sembra non essere stata ancora del tutto percepita. È singolare che i cristiani che si oppongono a Biden siano, in gran parte, gli stessi che si oppongono a Papa Francesco.

Le ideologie politiche rendono miopi e induriscono i cuori al punto da non comprendere la grande opportunità, per l’Italia e per il mondo, di un Presidente americano cattolico, impegnato a realizzare programmi di giustizia sociale, pace e prosperità a partire dai più bisognosi.

Bruxelles lancia un piano per proteggersi dalla minaccia di attacchi informatici

Bruxelles ha lanciato un pacchetto di misure per creare uno scudo contro le incursioni informatiche. La Commissione europea propone di creare una rete di centri di sorveglianza e includere ospedali o centri di ricerca tra i settori chiave che devono essere protetti in modo speciale. “L’Europa è l’obiettivo principale [degli attacchi informatici]”, ha avvertito il vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas .

L’ospedale universitario di Dusseldorf (Germania) è stato attaccato da hacker lo scorso settembre . Durante il blackout, una donna è morta. La procura tedesca non è stata in grado di stabilire se il collasso del sistema informatico fosse una causa determinante di morte, ma l’UE è stata in grado di verificare che anche gli attacchi informatici possono causare decessi. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Josep Borrell , ha ricordato che nel 2019 si sono verificati 450 incidenti contro le principali infrastrutture europee. “La minaccia è reale e in continua evoluzione”, ha detto.

La nuova strategia europea per la sicurezza informatica, arriva solo una settimana dopo l’attacco all’Agenzia europea per i medicinali (EMA) , che è immersa nel processo di valutazione del vaccino per covid- 19. La roadmap ruota attorno alla creazione di una sede generale accompagnata da una sorta di rete di torri di guardia che fungono da scudo.

In particolare, Bruxelles vuole implementare una rete di centri operativi e di sicurezza in tutta l’UE composta da unità di analisi e scambio di informazioni. Questa rete avviserà le autorità nazionali e la sede, la cosiddetta Unità cibernetica congiunta. Questo organismo sarebbe il luogo in cui le agenzie nazionali lavorerebbero insieme e dove lo scambio di informazioni avverrebbe a livello comunitario.

L’UE richiede anche un livello più elevato di protezione per le sue enclave strategiche. Se le precedenti direttive si sono concentrate sull’energia e sulle infrastrutture di trasporto, l’UE propone ora di mettere la lente d’ingrandimento anche sul settore finanziario, gli ospedali, il settore della ricerca e sviluppo e l’intero settore digitale.

Il Natale diventa giorno festivo in tutto l’Iraq

Il Parlamento iracheno ha istituito il Natale (25 dicembre) festa nazionale nel Paese.

Viene così accolta la proposta lanciata dal card. Louis Raphael Sako, patriarca caldeo di Baghdad il 17 ottobre scorso, durante un incontro con il presidente iracheno Barham Salih.

Le autorità politiche irachene avevano già aperto al riconoscimento della festività del Natale nel 2008, ma “una tantum” e non su tutto il territorio nazionale. Nel 2013, ad esempio, il governo di Baghdad aveva stabilito che quel 25 dicembre sarebbe stato festa nazionale.

Due anni fa, poi, il Governo aveva approvato un emendamento alla Legge sulle festività nazionali, elevando il Natale al rango di celebrazione pubblica per tutti i cittadini, cristiani e musulmani.

Ma solo ora diventa festa nazionale nel Paese.

Una decisione che appare ancora più significativa alla luce dell’annunciata visita di Papa Francesco nel Paese dal 5 all’8 marzo 2021.

Durante il viaggio il Papa visiterà Baghdad, la piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, la città di Erbil, così come Mosul e Qaraqosh nella piana di Ninive.

Rocco Gumina: Scrutare la crisi per uscirne migliori. Quindici interviste sulla pandemia

Si svolgerà sabato 19 dicembre – a partire dalle ore 16.30 in diretta dalla pagina Facebook di Open politiche aperte – la presentazione del volume Scrutare la crisi per uscirne migliori. Quindici interviste sulla pandemia (Centro Studi Cammarata – Edizioni Lussografica, 2020). La pubblicazione curata da Rocco Gumina, contiene la prefazione di Giuseppe Savagnone e la postfazione di Giulio Scarantino.

All’evento – organizzato dall’associazione culturale “Alcide De Gasperi” e dal Centro Studi “A. Cammarata” – interverranno: Marta Bannò – psicoterapeuta; Simone Morandini – Fondazione Lanza Padova; Martina Occhipinti – Presidente nazionale FUCI; Adriano Frinchi – Comunicatore pubblico; Emiliano Abramo – Comunità di Sant’Egidio. L’incontro sarà moderato dal coordinatore di Open politiche aperte, Davide Capodici e concluso dal curatore del volume, Rocco Gumina.

Le interviste pubblicate in questo volume – sorte dalle conversazioni svolte da Rocco Gumina con Luigi Alici, Edoardo Barbarossa, Leonardo Becchetti, Piero Cavaleri, Pierluigi Consorti, Pinella Crimì, Marco Impagliazzo, Mauro Magatti, Grammenos Mastrojeni, Cosimo Miosi, Francesco Occhetta, Savino Pezzotta, Andrea Riccardi, Stefano Tassinari, Nicolò Terminio – permettono di pensare la crisi in corso attraverso approfondimenti in successione antropologici, culturali, psicologici, sociali, politici, economici e spirituali.

Il messaggio delle diverse personalità intervistate pare convergere su di un concetto espresso più volte da papa Francesco: «la pandemia è una crisi e da una crisi non si esce uguali: o usciamo migliori o usciamo peggiori. Noi dovremmo uscire migliori».

Allora, per evitare di uscire peggiorati dal periodo che affrontiamo, siamo chiamati a pensare la crisi per uscirne migliori. Il volume si configura come un possibile mezzo per sostenere culturalmente percorsi di rinnovamento sociale, economico e politico.

 

Antibioticoresistenza: da Bologna arriva l’allarme

Assorted pills

Pierluigi Viale, Direttore Unità Operativa IRCCS Policlinico Sant’Orsola, Bologna, punta l’attenzione sull’antibioticoresistenza.
“Durante la pandemia abbiamo notato un aumento di germi multiresistenti soprattutto nei pazienti ricoverati nelle terapie intensive. Questo incremento ci riporta alla tematica più urgente dell’infettivologia prima della pandemia, i batteri multiresistenti”.

Il tema dell’abuso di antibiotici, emerge ogni anno con l’epidemia invernale di influenza e si è proposto anche quest’anno per la Covid-19, che sono infezioni virali e per le quali gli antibiotici non servono in prima battuta, ma solo in pazienti ben selezionati che possono avere una infezione batterica, anche sospetta, concomitante”.

E’ vero che “sono in arrivo nuovi antibiotici e la ricerca scientifica presto garantirà ulteriori progressi”, ma “è anche necessario che gli enti regolatori diano le giuste incentivazioni a chi investe in questa ricerca, che dal punto di vista aziendale può non essere altamente remunerativa”.

Una pedagogia al servizio della democrazia

Mi sembra che la nostra preoccupazione principale debba essere quella di rafforzare la democrazia nel nostro Paese e per ottenere questo obiettivo di carattere politico culturale dobbiamo preoccuparci piuttosto del problema della partecipazione dei cittadini alla vita politica. Problema che in primo luogo è quello della formazione, del dialogo a tutti i livelli.

A principiare dalla formazione-autoformazione delle più giovani generazioni fin dalla più tenera età. I più anziani, quelli in età di poter essere, al di là del dato biologico, nonni/nonne e padri/madri, debbono sentire ed essere verso i più giovani, fin dalla più tenera età, gli educatori alla socialità, alla partecipazione alla vita della comunità, a partire dalla famiglia e via via a tutte le forme di vita di relazione, di “insieme”. Lasciamo perdere ogni programma di impegno politologico.

Questo tipo di impegno, se necessario, sarà sempre successivo. Verrà sempre dall’esperienza, dalla necessità di risolvere i problemi veri, vivi che emergono dalla vita. Non perdiamoci appresso alle progettazioni di riforma delle istituzioni dettate unicamente da nostre riflessioni razionali, prive di ogni riferimento a necessità storiche reali. Troppi errori abbiamo commesso nel recente passato inseguendo disegni di riforma delle istituzioni che si sono rivelatì puramente astratti e che hanno lasciato danni notevoli alla nostra convivenza civile. La nostra Carta Costituzionale, con tutte le sue imperfezioni, si è rivelata più solida di ogni nostro tentativo di miglioramento. Ricordiamoci sempre, come ci insegna papa Francesco, che prima vengono i fatti, gli eventi della vita, cioè la storia, e poi vengono le idee, cioè le nostre riflessioni sui fatti stessi.

A partire dalle idee prescindendo dai fatti, dagli eventi, si rischia sempre di inseguire astrazioni parto della nostra mente. Educare dunque i giovani alla vita di relazione è il nostro impegno primario. A seguire debbono andare i nostri sforzi per rendere vive, robuste le attuali istituzioni della nostra democrazia in attuazione della vigente Carta Costituzionale: in primis i partiti politici, i sindacati e le leggi elettorali.

Leader senza coerenza e affidabilità politica.

Che da qualche tempo nella politica italiana ci sono i “capi” e non più i “leader, per dirla con Mino  Martinazzoli, è cosa sufficientemente nota per essere ulteriormente descritta. Del resto, dopo il  tramonto dei partiti politici organizzati, radicati nel territorio e socialmente rappresentativi, sono  subentrati i partiti personali, del capo o del guru, a seconda dei vari soggetti in campo. Di fatto,  cartelli elettorali alla mercè del proprietario/capo/guru. 

Ora, il tutto si incastra in una cornice trasformistica dove il richiamo alla coerenza politica, alla  lungimiranza programmatica e alla serietà istituzionale suonano quasi blasfemi. Al riguardo, è  appena sufficiente osservare con attenzione e senza spirito polemico o settario il comportamento  concreto di alcuni di questi presunti “capi” politici per rendersi conto che l’inaffidabilità è diventata  la regola per eccellenza dell’azione quotidiana nella dialettica politica. Tutto ciò che aleggia  attorno alla sempre più misteriosa “crisi di governo” ne è un esempio plateale, appunto. Gli  annunci e e le solenni dichiarazioni che vengono sfornate in batteria sono puntualmente smentite  nell’arco di poche ore e altrettanto puntualmente rinnegate e ribaltate nell’arco di pochi giorni. Se  noi dovessimo registrare, pur senza esercitarsi in alcun commento e per fare un solo esempio, su  ciò che dice Renzi da un anno e verificarlo con i comportamenti concreti che vengono tradotti  nelle aule parlamentari dal suo partito personale, avremmo una plastica conferma di questo  assunto. Per non parlare, perchè ci vorrebbe un libello per descriverlo compiutamente, di ciò che  dice e di ciò che fa concretamente il partito dei 5 stelle. L’elenco sarebbe lunghissimo e, del resto,  è abbastanza noto a tutti quelli che seguono e commentano le vicende politiche italiane. 

Gli esempi, come ovvio, si potrebbero moltiplicare ma ci sono delle evidenze talmente plateali che  non possono passare inosservate anche di fronte agli sguardi più disinteressati.  Insisto su questo elemento per un semplice motivo. I sondaggisti più quotati ed accreditati, cioè  quelli che non lavorano alle dipendenze dei partiti di riferimento, ci dicono in modo sempre più  pressante che la caduta di credibilità della politica, dei partiti e delle stesse istituzioni  democratiche è preoccupante. Il tutto avviene in un clima dove le disuguaglianze sociali crescono,  la povertà aumenta e la disoccupazione assume connotati inquietanti. L’assenza di credibilità  della politica e, nello specifico, di chi momentaneamente è alla guida dei vari cartelli elettorali, non  aiuta ma addirittura aggrava il contesto generale.  

Ecco perchè, forse, è arrivato anche il momento per denunciare politicamente la mancanza di  affidabilità e di coerenza di alcuni settori della nostra classe politica. Perchè l’assenza di questi  due elementi costitutivi di una “buona politica” generano, inevitabilmente, la caduta di credibilità  dell’intera sistema democratico. Che è l’unica cosa che non serve e che può essere fatale  nell’attuale momento storico, purtroppo ancora dominato e caratterizzato da una perdurante e  devastante pandemia. 

Si fa presto a dire D.A.D.

Le evidenze più immediate e dolorose della pandemia Covid-19 riguardano ovviamente gli aspetti sanitari, con conseguenze drammatiche, a cominciare dal contagio rapidissimo e diffuso, dal numero altissimo degli infettati da virus, da quello altrettanto devastante dei decessi.

Eppure di messaggi autorevoli ne erano stati lanciati dalla scienza e dalle istituzioni.

Nel suo libro “Spillover” del 2013 David Quammen aveva anticipato fin nei minimi dettagli ciò che sta accadendo ora con il COVID-19: alla pubblicazione del libro gli fu dato del mentecatto. 

Rapidità del contagio, pervasività planetaria, nessuna esclusione di target o contesti sociali, nessun angolo del pianeta immune dalla pandemia: questi sono i macro-fenomeni più dirompenti.

Anche la scuola sta pagando un prezzo altissimo gli alunni per un lungo periodo sono improvvisamente diventati soprattutto bambini, ragazzi, adolescenti che vivono una sorta di sequestro domestico necessario ma frustrante.

In ogni istituzione scolastica è partita la corsa ad attrezzarsi, a rendersi disponibili per non far mancare ai ragazzi un aggancio con i docenti, il programma, le attività.

Con molti se e molti ma: ci sono difficoltà oggettive e modi soggettivi e diversi di organizzare questi contatti.

Ma non si può dire che gli insegnanti se ne siano stati nella maggior parte dei casi, con le mani in mano mentre l’apparato amministrativo-gerarchico organizzativo a livello istituzionale – dal Ministero alle singole dirigenze scolastiche – si è mobilitato per attivare procedure alternative alle classiche lezioni frontali, alla didattica in presenza, ai libri, ai laboratori, a tutto quel fervore che anima il rapporto fantastico insegnamento/apprendimento che si basa sulla oggettività delle materie, delle discipline, delle classi riunite nelle aule ma soprattutto fa leva sui rapporti interpersonali- se è vero come è vero quanto affermava Cesare Scurati della scuola: “l’essere un luogo di lavoro dove si intrecciano relazioni umane”.

Come in tutti gli altri contesti di vita attraversati dal profondo, drammatico disagio dell’epidemia e della sofferenza , anche la scuola ha saputo mantenere vivi in larga e sorprendente misura il pathos del volontariato, il senso del dovere di un compito da portare a termine, il contatto con lo specialissimo mondo dei bambini e dei ragazzi, anche attraverso le loro famiglie.

Su questo c’è tempo per recuperare: ma ciò che andava e va privilegiato è soprattutto l’aspetto relazionale ed empatico del rapporto, il contesto scolastico che si avvicina a quello domestico- possibilmente con discrezione e non in modo invasivo- rispettando le intimità familiari, andando incontro alle preoccupazioni dei genitori, tenendo i bambini e i ragazzi impegnati in attività didattiche ma soprattutto facendo capire loro (nella precipua, commisurata all’età e soggettiva ricettività psicologica ed emotiva del fenomeno pandemico in atto) che non sono stati abbandonati, che i loro insegnanti si fanno vedere in videoconferenza (laddove possibile, con lo smartphone e il tablet , o con una semplice telefonata che con sono stati lasciati soli.

In fondo nell’esperienza storica della didattica a distanza il sistema scolastico italiano poteva contare su un precedente illustre ma isolato, una vera eccellenza poi imitata dal resto dei sistemi scolastici europei: quello dell’istruzione domiciliare a favore di alunni a casa per malattia, convalescenza post-ospedaliera, infortunio ecc. . In quel caso veniva attivata una linea ADSL a domicilio che consentiva agli alunni di rimanere in contatto con la classe, quasi in situazione di presenza differita.

Inoltre c’erano i docenti che si recavano a casa del bambino o del ragazzo assente da scuola per completare l’intervento della didattica individualizzata domiciliare. 

Con la DAD ci si è trovati di fronte ad una fattispecie del tutto nuova e imprevista, un qualcosa “tutto da inventare”.

Gli insegnanti hanno dovuto offrire la propria disponibilità di mezzi e dotazioni da casa propria e gli alunni hanno contato su questa “offerta” e si sono avvalsi, laddove è stato possibile, dell’aiuto casalingo delle famiglie.

Si può affermare che i migliori risultati sono stati realizzati laddove gli insegnanti hanno agito con creatività, spirito di iniziativa, prevalenza dell’approccio relazionale ed umanitario, rispetto ad evidenze di super-controllo da parte di alcuni dirigenti scolastici forse più preoccupati di dare risalto ad un accreditamento e a un riconoscimento sociale delle iniziative esperite o piuttosto ad una certa enfasi degli aspetti documentaristici e burocratici, come se si potesse restituire sul registro di classe o nei verbali di riunioni in realtà virtuali le puntualizzazioni e le precisioni che di solito si riscontrano nella consueta prassi organizzativa in situazione.

L’attesa delle famiglie riguardava e riguarda diversi aspetti che sono venuti improvvisamente a mancare con la chiusura degli edifici scolastici; un dato oggettivo e incontrovertibile ma certamente non imputabile a nessuno. Ma più di tutti sembra abbia prevalso la sensazione avvertita dalle due parti coinvolte – dirigenti/docenti da un lato e famiglie/alunni dall’altro che il contatto umano, anche se mediato dalle tecnologie e  interrotto dalle distanze, riesce a trasmettere sensazioni che precedono qualsivoglia risultato docimologico: il non sentirsi soli, il poter stabilire relazioni empatiche, il cercare motivazioni e profondere impegno per imparare che in ogni contesto esistenziale – In primis quello educativo – ciò che conta è sapere e capire che l’umanità prevale, sempre.

A gennaio si riparte con la novità dei vaccini ma ad oggi non è certo che la virulenza della fase 2 e l’incombenza della fase 3 consentiranno di ricominciare con le scuole aperte dopo la Befana.

Ogni programmazione ha tempi brevi, soprattutto se non si ha il coraggio di assumere decisioni senza deroghe e ripensamenti. Si fa presto a dire riapriamo ma la DAD si sta perfezionando: non è ciò che si vorrebbe in primis ma è pur sempre un’alternativa al nulla.

L’appello del Coordinamento interconfessionale del Piemonte alla politica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo  il documento del Coordinamento interconfessionale del Piemonte che ha raggiunto centinaia di adesioni

Per noi credenti la politica, le passioni e la fiducia nella vita sono gli ingredienti fondamentali con cui si concima il futuro, perchè oggi più che mai non è più il tempo delle teorie ma il il tempo dei testimoni. L’umanità è assediata da parole che ripetono all’infinito: paura, incertezza, precarietà. Parole diventate il nostro cibo quotidiano. Sta alla politica farsi carico di recuperare il centro dell’attività pubblica, di prevedere il bene comune, sapendo che c’è un intreccio profondo fra il bene comune e il bene di ciascuno: organizzare questo ritorno è fisiologico, costituisce il sale della democrazia ed è sano quando un uomo pubblico lo riscopre compiendo il proprio dovere. Il pericolo, sempre in agguato, è nell’abuso della politica e del potere di cui si è investiti, rifuggendo la tentazione della normalità che diventa spettacolo, del carisma che diventa “influenza”, della “narcisata” d’occasione che sposa l’immediatezza di internet e si fa linguaggio. Alla politica chiediamo responsabilità e coerenza, ma anche capacità di leggere la realtà, fare proposte sensate, creare relazioni, fare squadra.

Nell’odierno processo culturale e politico nasce un problema per i credenti. Infatti, mentre non possiamo abdicare all’attività politica, dobbiamo fare i conti con atteggiamenti culturali ambigui e con posizioni ideologiche senza identità e valori. Dobbiamo insistere sulla necessità di dare un’anima etica alla vita democratica con un rapporto forte fra coerenza e rappresentanza politica, partendo dalla parole: il linguaggio è importante, non è un orpello stilistico, è il marchio che certifica l’affidabilità di un progetto. Un linguaggio prigioniero dell’estremismo e della provocazione dissennati è destinato a produrre danni gravi alla comunità. Si deve ricominciare dal rispetto della persona, sempre e comunque, non nella falsità dell’atteggiamento politicamente corretto, ma nella profonda convinzione dell’unicità umana di ciascuno, condividendo tutto ciò che può essere condiviso con le persone di buona volontà.

La pandemia ci ha messo in particolare sotto gli occhi due grandi fatti, l’interdipendenza umana e la morte. La morte, più ricattatrice dei capitali, delle nostre presunzioni, della nostra onnipotenza, è tornata a circolare tra gli uomini in una forma crudele, involontaria e innocente che ha paralizzato la prudenza, la misericordia, la carità, la consolazione.. Forse, per la prima volta nella storia umana recente il “valore” della vita è prepotentemente tornato al centro dell’inconscio collettivo.

Noi siamo con chiunque chieda una coraggiosa testimonianza pubblica, evitando la tentazione di “fare la morale” alla politica. Come credenti – certi che dalla fede non si può dedurre direttamente un modello di società, di governo o di partito – siamo chiamati a partecipare alla elaborazione del progetto globale di società, e a mediare, in termini antropologici i valori etici fondamentali in cui crediamo. Siamo chiamati ad un surplus di relazione, di rispetto, di narrazione, di umiltà nel lasciarsi raccontare dagli altri, di tensione al riconoscimento del reciproco, per trovare quel “compromesso nobile” che è il fondamento dell’azione sociale e politica in una società plurale come la nostra.

In questa nostra proposta, da condividere con tutti coloro che vi si riconoscono, vogliamo cercare insieme ad altri una risposta ai grandi problemi del nostro tempo. Sappiamo bene quali sono le difficoltà che abbiamo di fronte ed è proprio per questo che tacere e non agire sarebbe ancora più colpevole. Crediamo in una politica rispettosa e mansueta che si faccia carico dei grandi smarrimenti del nostro tempo, stando accanto a tutti per non perdere la speranza: comprendendo, tollerando, fidandosi, confidandosi, affidandosi. Se non ora, nel pieno della peggiore crisi della Repubblica, quando mai si potrà costruire una legittimazione reciproca tra le istituzioni, i partiti, tra tutti noi, per approdare ad una democrazia matura, ad una politica al servizio dei cittadini e non delle fazioni?

Il card. Matteo Maria Zuppi: Fratelli tutti? “Chi critica non capisce il testo”

Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, in risposta alla domanda posta dallo psicoanalista Massimo Recalcati, durante un webinair organizzato da Festival Francescano e Romanae Disputationes,  che aveva chiesto se le parole di Francesco fossero condivise dalla Chiesa attuale risponde che: “Chi critica non capisce il testo. Esiste un testo rivolto a tutti che non è interno alla Chiesa cattolica e aiuta la Chiesa cattolica a trovare se stessa. Aiuta a capire perché essere cristiani e ad esserlo nel mondo”.

“L’enciclica è un messaggio rivolto a tutti. Perché gli uomini imparino a vivere il sogno di amicizia”.

“Il discorso di fondo che ci pone il Papa è: ‘Trovo me stesso se trovo l’altro’. In tempo di pandemia – ha ricordato l’arcivescovo – non è affatto scontato”.

“Tutti nella Chiesa vivono con tanta difficoltà quello che sta succedendo ma anche l’identità, gli scandali, le divisioni. Francesco rimette al centro il Vangelo, nel senso che invita a vivere il Vangelo così com’è. Questo crea problemi perché il mondo mette paura”.

Istat, fatturato dell’industria: da agosto ad ottobre una crescita del 14,3%

A ottobre si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti del 2,2% rispetto al mese precedente; nella media del trimestre agosto-ottobre si registra una crescita del 14,3% rispetto al trimestre precedente.

Nello stesso mese, anche gli ordinativi registrano un incremento congiunturale sia nel confronto su base mensile (+3,0% rispetto a settembre), sia nella media di agosto-ottobre rispetto ai tre mesi precedenti (+20,6%).

L’aumento congiunturale del fatturato riflette risultati positivi per entrambi i mercati, con una variazione più ampia per il mercato interno (+2,8%) rispetto a quella del mercato estero (+1,1%). Per gli ordinativi l’incremento deriva da aumenti di ampiezza pressoché analoga sui due mercati (+3,0% quello interno e +2,8% quello estero).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale del 4,8% per i beni strumentali, del 4,3% per l’energia e del 2,3% per i beni intermedi. L’unico risultato negativo si rileva per i beni di consumo, che registrano una flessione dello 0,5%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 23 di ottobre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dell’1,7%, riflettendo una modesta riduzione del mercato interno (-0,4%) e un marcato calo del mercato estero (-4,1%).

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra una crescita tendenziale molto ampia (+22,2%), seguito, a distanza, dal comparto delle apparecchiature elettriche e non (+3,6%); per l’industria tessile e dell’abbigliamento e per le raffinerie di petrolio, invece, si rilevano i cali di maggiore entità (-11,5% e -32,5% rispettivamente).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi segna una crescita dell’1,2%, sintesi di un incremento delle commesse provenienti dal mercato interno (+3,6%) e di un calo di quelle provenienti dal mercato estero (-2,3%). La maggiore crescita si registra per il settore dei mezzi di trasporto (+12,2%) e per l’industria dei macchinari e delle attrezzature (+4,1%), mentre i risultati peggiori si rile

Con il bonus mobilità il settore ha messo le ali

Sono stati 558.725 gli acquisti di biciclette e monopattini sovvenzionati con i 215 milioni di euro previsti dal Programma sperimentale per la mobilità sostenibile, la misura introdotta dal Ministero dell’Ambiente nel Decreto Rilancio, con l’obiettivo di incentivare la mobilità privata a basso impatto ambientale. In totale sono 590.188 gli utenti che si sono registrati sulla piattaforma www.buonomobilita.it nel corso delle giornate del 3 e 4 novembre. Di questi, 257.949 hanno beneficiato del buono mobilità per l’acquisto di un mezzo di trasporto ecosostenibile e 300.776  hanno ottenuto il rimborso di un acquisto già effettuato in precedenza.

Nel dettaglio i buoni mobilità utilizzati entro la scadenza del 3/4 dicembre sono stati 198.557   per un valore pari a circa € 71,13 milioni di euro su di un totale di buoni emessi pari a € 89,12 milioni  per cui sono rientrati nella disponibilità del fondo circa 18 milioni di euro. I buoni annullati sono  invece 1.973 che hanno fatto rientrare nelle disponibilità del fondo ulteriori 882.650 euro. Inoltre 57.098 buoni sono scaduti senza essere utilizzati, restituendo al fondo altri 25.594.600 di euro. A oggi sono 299.697 i rimborsi inviati ai cittadini per un importo di  oltre 99 milioni di euro.

Invece per i 3.363 esercenti, con 5.641 punti vendita tra negozi fisici e on-line, presso i quali è stato possibile spendere i buoni sono stati  effettuati 61.133 rimborsi per un importo di 22,92 milioni di euro.

 

L’Oms per i bambini: “Babbo Natale è immune al coronavirus”

“Babbo Natale è immune al coronavirus. A tranquillizzare i bambini di tutto il mondo ci ha pensato Maria Van Kerkhove, capo epidemiologo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), parlandone nel corso di un consueto briefing sul Covid-19. “Abbiamo avuto una breve chiacchierata con lui, sta molto bene ed è molto indaffarato in questi giorni”.

“I leader di tutto il mondo hanno allentato nei propri Paesi le misure legate alla quarantena affinché Babbo Natale possa entrare nel loro spazio aereo. Così sarà in grado di viaggiare e potrà consegnare i regali a tutti i bambini del pianeta”, ha poi aggiunto l’esperta dell’Oms.

A proposito di Centro e della sua natura extraparlamentare

Mi è sempre stato difficile dissentire da D’Ubaldo. Ma la sua provocazione mi trova  critico su un punto decisamente  importante per il contesto ideale e di area dentro cui lui si muove. Che è poi anche il mio.

Convinto che l’indefinito e oggi flessibile Centro politico non abbia un suo riscontro parlamentare, D’Ubaldo non pensa alla rinascita della DC,  al partito cattolico centrista.  Non pensa a Todi. Non pensa a Zamagni e al suo Manifesto.

Ne sono certo.

Ma forse, quello assente dal Parlamento è per lui un “Centro” pluridentitario che tuttavia nasconde buona parte di elettorato cattolico…moderato. Da cui le sue attenzioni a questa fetta di società non rappresentata, più  che ai  partiti.

Il retropensiero e le proposte 

Dopo aver letto, da prigioniero pandemico in casa,  quasi tutto il dibattito che ne è  scaturito, provo a estrarre qualche  stimolo emerso, dal mio punto di vista interessante.

Non ho dubbi che il retropensiero di D’Ubaldo sia rivolto alla  cultura, ai valori, ai principi, alla prassi di quel cattolicesimo democratico e popolare oggi completamente scomparso dalla scena politica. Lo si capisce leggendo fra le righe il suo paradigmatico e ultimo buon libro su Sturzo: “Elogio dei liberi e forti”. Forse pensa ad una adunata, ad un incontro annuale, ad un “Forum” fra le frammentate e irrilevanti  associazioni personalizzate e di area, come quello che propose  Giorgio Campanini oltre venti anni fa. Inascoltato! Forse ad un “Cantiere Aperto” come suggerì tempo addietro Guido Formigoni: un cantiere teso a ”…formare una cultura politica nuovaAd una  “Nuova Chiamata…per avviare processi mirati al contributo dei cattolici”, come scrive Gian Candido Martin con le parole del buon libro di Ernesto Preziosi: “Cattolici e presenza politicaForse al fatto che “È tempo di un nuovo schema“, come scrive Giorgio Armillei sul Landino.

E forse ad una grande “Assemblea costituente”  di un vasto movimento ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e ad  una “Camaldoli 2021” come propone rispondendo al suo articolo  Ettore Bonalberti, seguito da Giorgio Merlo;  ai  Laboratori prepolitici” di Francesco  Provinciali e Lorenzo Dellai; ai seri stimoli di Antonio Payar,  che “…di fronte alla complessità della società di oggi ” non crede per niente ad un nuovo Centro e si attende “…una rifondazione comunitaria” unita ad un “coraggio sperimentale” .

È già tardi e i buoi sono scappati da anni. Ma questi sono una serie di suggerimenti e di stimoli da prendere una volta per tutte in seria considerazione organizzativa.

Ma cosa può essere lEXTRA?

Ma allora chi sarebbero questi abitanti EXTRA senza voce?

Quel ceto moderato del non voto e che il giorno delle elezioni sta a casa in pantofole; quelli che hanno in odio il Parlamento, i partiti e la casta; quelli che vanno a Messa ogni tanto ma ignorano  Sturzo, De Gasperi, Moro; o quelli che sono stufi dell’urna anche  perché non trovano una offerta politica adeguata, ecc. ?

O ancora quell’(ex) ceto medio, quella (ex) classe media (operai, impiegati, commercianti, ecc), e perfino quella (ex) defunta  borghesia…benestante (professionisti, lavoratori autonomi, piccole e medie imprese, ecc.) in progressiva discesa verso posizioni più basse, vicini all’impoverimento e al malessere, che oggi votano a destra avendo abbandonata la sinistra  ai benestanti?


Sinistra, Centro…extra, e Destra. 

Siamo arrivati al dunque.

Cosa possono allora definire nella “Società liquida” dei nostri giorni – ma soprattutto in quelli che verranno – queste categorie geometriche orizzontali sino all’altro ieri significative di una divaricazione non solo ideologica? Un quesito che tempo fa si è posto anche padre Francesco Occhetta, oggi convintissimo sulla crisi dei ceti medi.

È passato molto tempo da quando Giorgio Gaber si interrogava sulla loro vera natura. Ma, senza nulla concedere ai populismi di né…né, sono categorie già oggi, e ancora di più nel post-Covid e nel futuro iniziato da tempo che ci  trova ”tutti sulla stessa barca”, in profonda crisi identitaria.

Da ridefinire dunque. E  spingendo tutti i passeggeri della “barca” verso un ”cambio di paradigma, come ricorda Lorenzo Dellai. Con la globalizzazione e i suoi processi culturali (ed economico-finanziari) transnazionali, che richiedono, per dirla questa volta proprio con D’Ubaldo, un…”rimescolamento delle carte”. 

In questo urgente lavoro di ri-definizione basta tenere la bussola orientata verso l’eguaglianza, la diseguaglianza e le libertà democratiche di uno stato di diritto, per dirla con Norberto Bobbio.

Le fratture e le divaricazione di ieri, in un tempo postideologico e col clima che ci interroga, saranno ben altre. Destinate tuttavia a ricomporsi nell’ottica della “Fratelli Tutti”. Che indica una strada anche politico-sociale e di avvicinamento fra posizioni diverse, a partire dall’ Europa unita.

In questa ottica ho sempre pensato e creduto che i valori più autentici del Cattolicesimo democratico e Popolare, quando  non sono stati tradotti con l’imbecille vulgata liquidatoria del cattocomunismo, non sono  mai stati moderati. Proposti senza scalpore e sceneggiate,  e con…moderazione: appunto. Senza ricorrere alla politica spettacolo, all’indice  alzato e minaccioso, al rosario in mano e ai pugni sul  banco di Montecitorio.  Ma  mai  nella loro essenza moderati. Men che meno di Centro nella sua definizione di Terza via né di destra, né di sinistra, quando si tiene dell’ispirazione all’Insegnamento Sociale della Chiesa e ai valori della  Costituzione italiana.

Valori rifiutati da quel  capitalismo economico rampante da “Fine della Storia”, che voleva essere lasciato in santa pace, come ora si sta verificando nei riguardi delle uscite di Bergoglio da parte della destra religiosa, non solo statunitense. Senza uno Stato che temperasse le autonome e  piene libertà del suo libero  mercato. Che fosse  d’impaccio al suo ”laissez faire” antikeynesiano. E che mettesse all’ordine del giorno politico l’attenzione per gli ultimi.

La  società  e T. S. Eliot

Uno spazio in politica inesistente dunque. Un’isola…che non c’è. Una terra politica assente. Fuori dai recinti istituzionali, quelli di D’Ubaldo. Uno ”…scarto tra Parlamento e società”. E un elettore senza partito e rappresentanza.

Una terra EXTRA .

Una terra che non appartiene a nessuno perché lontana dal Parlamento, ma che forse attende un richiamo per rientrare. Forse una “Terra Desolata”, insomma. All’interno della quale, il pessimismo geniale, poetico e spirituale di T. S. Eliot, ci invita però ad evitare “chi confonde memoria con desiderio…e con risveglio di radici sopite.”

Al contrario del mio caro amico  D’Ubaldo, che punta le sue carte sulla società e non sulla politica, “Terra desolata” indicava invece per Eliot la totale crisi della società occidentale moderna e materialista. Senza grandi valori condivisi e comunitari. La nostra! Già ai suoi tempi  ripiegata sull’individuo e lontana da una etica comunitaria di  responsabilità.

Una “Terra” che necessitava di rinascere, attraverso un suo avvicinamento alla religione e ai valori del cristianesimo – diceva e pensava Eliot .

Un titolo profetico e un poema ancora attuale.

Una tappa importante: verso un centro moderato in linea con il Partito Popolare Europeo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

C’eravamo lasciati con l’accordo federativo di concorrere tutti insiemi alla nascita del soggetto politico nuovo, col quale porre fine alla lunga e dolorosa diaspora post democristiana e alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Lorenzo Cesa l’altroieri, col presidente del Consiglio nazionale dell’UDC, sen Antonio De Poli, ha riunito in webinar, oltre 130 persone, i consiglieri nazionali del partito e alcuni “osservatori partecipanti”, tra i quali: Giuseppe Gargani, Mario Tassone, Gianfranco Rotondi, Antonino Giannone e il sottoscritto. Ho potuto partecipare così, dopo molti anni di confronto, talora assai critico, con molte persone a me sconosciute, ritrovando intatti interessi e valori come quelli a cui tutti ci sentiamo legati, ossia quelli della migliore tradizione popolare e democratico cristiana.

Ottima la relazione di Cesa che, partendo da un’analisi attenta dei dati economici sociali della grave crisi in cui versa l’Italia, squassata dagli effetti drammatici della pandemia, si trova nella necessità di riconfermare la scelta storica della DC: l’unità dell’Europa senza se e senza ma, distinti e distanti da ogni assurda velleità nazionalista propria dei populismi e sovranismi che agitano fantasmi senza senso. Il segretario dell’UDC ha colto l’importanza della suggestione di Saint Vincent, affermando l’opportunità di concorrere alla costruzione di un soggetto politico nuovo che, accanto alla ricomposizione democratico cristiana e popolare, possa allargarsi a componenti ambientaliste e riformiste nel segno degli orientamenti definiti da Papa Francesco con l’enciclica Laudato SI. Un passaggio sottolineato anche nell’intervento della sen. Paola Binetti, che ha ricordato il fatto nuovo della formazione dell’intergruppo ambientale parlamentare, nucleo originario foriero di ulteriori sviluppi al centro.

Quella della ricostruzione di un centro democratico, popolare, liberale e riformista è stata la cifra emersa in tutti gli oltre trenta interventi dei consiglieri nazionali. Interventi appassionati di vecchi e nuovi esponenti democratici cristiani espressione di diverse realtà territoriali e istituzionali del nostro Paese. Cesa è stato chiarissimo nella scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e nella volontà di superare le ultime difficoltà con quanti sono interessati a compiere un passo insieme per la ricomposizione politica della nostra area sociale e culturale. Obiettivo: riportare al voto quel 30% di renitenti che non si riconoscono più nell’attuale assetto e dare finalmente rappresentanza ai quei ceti medi produttivi, partite IVA e alle classi popolari sin qui prive di una loro espressione sul piano politico e istituzionale.

Forte è stata la consapevolezza di aprire una fase nuova nella quale riportare in campo l’unità di tutti i Liberi e Forti. Impegnativa la parola d’ordine offerta: generosità, ossia la disponibilità da parte di tutti e di ciascuno a fare un passo indietro per farne uno più avanti, col superamento delle vecchie appartenenze sin qui divisive per far nascere il soggetto politico nuovo di centro, collegato alla migliore tradizione democratico cristiana e popolare e a quella del PPE.

Decisivo l’impegno, come ci era già stato assicurato nella Federazione Popolare, di concorrere nell’organizzazione di un congresso di fondazione del soggetto politico nuovo nella prossima primavera, con l’immediata formazione di un comitato di garanzia congressuale rappresentativo di tutte le componenti disponibili per il progetto. Superamento, dunque, delle “bandierine di parte e delle piccole appartenenze”, per concorrere tutti insieme all’avvio del soggetto politico nuovo. Unanime l’approvazione della relazione del segretario e significativi gli interventi degli “osservatori partecipanti”, componenti del direttivo della Federazione Popolare DC. L’On Gianfranco Rotondi, apprezzando i contenuti e le proposte di Cesa, ha confermato il suo impegno per un partito politico nuovo, distinto e distante da una destra italiana che non corrisponde più ai caratteri di un’area politica compatibile con la nostra tradizione democratico cristiana. “ Diciamo si al congresso di fondazione, per mettere al centro la nostra bandiera con l’affermazione dei nostri valori “, ha concluso l’On Rotondi.

Mario Tassone ha evidenziato che, quella avviata dalla Federazione Popolare Dc e confermata dalla relazione di Cesa, sia probabilmente l’ultima occasione per la ricomposizione politica dei democratici cristiani. Netta è stata l’affermazione che si tratta di costruire un soggetto politico nuovo e non di un allargamento di vecchie casematte. In una situazione del Paese caratterizzato da un’afasia culturale e politico istituzionale come quella attuale dell’Italia, serve recuperare una storia antica, ha continuato Tassone, offrendo i nostri principi e valori a una società che vive la forte delusione di una destra sovranista e populista e della stessa incomprensibile mutevolezza di Forza Italia.

Giuseppe Gargani, presidente della Federazione Popolare DC, ha reso omaggio al coraggio di Cesa che con la sua relazione ha segnato, finalmente, il superamento della diaspora. Si è tornati finalmente a discutere, ha continuato Gargani, ed è emersa nettamente la volontà di concorrere alla costruzione del centro, alternativo sia alla destra che alla sinistra, in grado di raccogliere, come si è avviato già con la Federazione Popolare, tutte le diverse frazioni della nostra area politica. Sì, dunque, all’apertura di “ un tempio” nel quale rendere partecipi gli italiani di una nuova speranza. Sì alla formazione del comitato dei garanti con tutti i partiti che condividono i nostri valori. Partiamo sin da domani, ha concluso Gargani, per costruire un partito democratico, collegiale, europeista, inserito e pieno titolo nel PPE, attraverso un congresso che sarà il congresso di tutti i DC e Popolari italiani; un partito in grado di offrire all’Italia un’identità che attualmente non c’è.

Sono intervenuto anch’io, sollecitato da un dibattito intenso e partecipato e con la netta sensazione di sentirmi a casa tra amici. Ho ripresentato il valore del superamento della diaspora suicida, della scelta della legge elettorale proporzionale con preferenze e della riconferma europeista e ho detto anch’io si al comitato di garanzia congressuale indicato da Cesa. Ho anche proposto la necessità di una Camaldoli 2021, che dovrebbe procedere il congresso di fondazione del soggetto politico nuovo, al fine di approfondire il nostro confronto e per offrire all’Italia il programma dei DC e Popolari per il superamento della gravissima situazione post pandemica. Un programma in grado di intercettare i bisogni reali dei ceti medi produttivi e delle classi popolari secondo gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana.

Credo che con il Consiglio nazionale dell’UDC si sia compiuto una tappa importante nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, cui ne seguiranno sicuramente altre. Obiettivo: presentarci uniti nella stessa lista e con lo stesso simbolo alle elezioni amministrative di primavera, quale positiva premessa della nostra unità alle prossime elezioni politiche nazionali.

Magistrati e università, mondo dell’impresa e terzo settore: uniti contro lo sfruttamento del lavoro. Il “caporalato”, oggi

Si è svolto nei giorni scorsi il primo web-seminar dell’Associazione Vittorio Bachelet sul tema del “caporalato”.  L’incontro ha avviato un percorso di studio e di proposta che l’associazione – fondata presso il CSM, quasi  quarant’anni fa, in memoria del giurista assassinato dalle Brigate Rosse – ha promosso in collaborazione con  la Fondazione “Don Tonino Bello” e l’Università del Salento, con l’obiettivo di pervenire all’elaborazione di  proposte capaci di aiutare il contrasto a un fenomeno che registra numeri imponenti e in crescita. 

In realtà – ha precisato il prof. Renato Balduzzi, presidente dell’Associazione Bachelet, in apertura del convegno – dovremmo parlare di ‘caporalati’, al plurale, perché siamo oggi di fronte a tanti tipi di  sfruttamento e di bisogno, alcuni dei quali arrivano fino alla riduzione in schiavitù. Il fenomeno interessa  settori produttivi diversi (dai settori originari della manovalanza edile e agricola fino al mondo degli appalti  di servizi e dell’organizzazione in forma imprenditoriale della c.d. ‘gig economy’), attraversa tristemente il  problema dell’immigrazione e si compone spesso in un intreccio insidioso tra economia legale e mafie. Una  realtà che riguarda ormai il Sud come il Nord del Paese e che nega la dignità del lavoro, rovesciando in modo  intollerabile i principi costituzionali”.  

Dopo i saluti di Giancarlo Piccinni (presidente della Fondazione “Don Tonino Bello”) e Luigi Melica (direttore  del dipartimento di scienze giuridiche dell’Università del Salento) e l’introduzione di Giovanni Mammone (presidente emerito della Corte di Cassazione), a prendere la parola sono state voci provenienti da mondi  diversi, nel comune intento di tracciare le coordinate della riflessione e portare alla luce le priorità di un  contrasto al caporalato efficace non soltanto sul piano della repressione dei reati, ma anche di una  prevenzione diffusa e partecipata. 

La voce della cronaca, anzitutto, con l’intervento di Toni Mira, giornalista d’inchiesta e caporedattore di  Avvenire, che ha ripercorso le storie delle vittime, dei ghetti, delle morti, che hanno scandito anche  l’evoluzione della legislazione contro il caporalato, che ne ha fino agli anni recenti sottovalutato la portata  disumana e criminale. 

La voce degli studiosi del diritto penale (Giulio De Simone, ordinario nell’Università del Salento) e del diritto  del lavoro (Antonella Occhino, preside della Facoltà di Economia nell’Università Cattolica), che hanno  spiegato perché la fattispecie di reato introdotta nel 2016 abbia consentito un formidabile salto di qualità  nella lotta al caporalato, ma anche le ragioni per cui è necessario generare a monte le condizioni che, nella  regolazione delle relazioni industriali così come nella programmazione e attuazione delle politiche del lavoro,  siano in grado di prevenire il fenomeno. 

La voce della magistratura, con l’intervento di tre p.m. in prima linea e titolari di inchieste fondamentali in  materia, come Giuseppe Gatti (direzione nazionale antimafia), Antonio Patrono (procuratore di La Spezia) e  Ludovico Vaccaro (procuratore di Foggia), i quali hanno sottolineato la rilevanza strategica delle misure di  prevenzione patrimoniale e, in particolare, del controllo giudiziario dell’impresa. 

Alle relazioni è seguito il dibattito, al quale hanno preso parte il colonnello della Guardia di Finanza Paolo  Consiglio, Caterina Boca della Caritas italiana, Vito Domenico Sciancalepore di Confcooperative, Gianmarco  Laviola a.d. di Princes Industrie Alimentari e la giuslavorista Madia D’Onghia. Al centro dell’attenzione sia il  ruolo del Terzo Settore nell’emersione del fenomeno e nel reinserimento delle vittime, sia l’azione delle  imprese a favore di un controllo orizzontale tra operatori economici e dell’introduzione di requisiti di ordine 

etico all’interno della catena produttiva e di costruzione del valore del prodotto, sia la necessità di una  maggiore sensibilità e responsabilità del consumatore finale nella scelta tra prodotti certificati e non. 

Un’esigenza di fare rete emersa anche dall’intervento del Rettore dell’Ateneo salentino Fabio Pollice, che ha  sottolineato il ruolo della cosiddetta “terza missione” dell’Università e nelle conclusioni di Giancarlo Caselli, intervenuto anche nella sua qualità di presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio di Coldiretti sulla  criminalità e sul sistema agro-alimentare, il quale ha evidenziato sia la necessità di marginalizzare nei rapporti  produttivi gli operatori e i metodi di organizzazione del lavoro che, direttamente o indirettamente,  alimentano il fenomeno, sia la necessità di introdurre regole speciali che favoriscano l’emersione dei  lavoratori sfruttati che siano anche immigrati irregolari attraverso l’introduzione di un permesso ad hoc per  il lavoro in agricoltura. 

Il percorso proseguirà a inizio marzo.

Il censimento Istat 2019: “175mila persone in meno rispetto al 31 dicembre 2018”.

Con il rilascio dei primi dati relativi alle edizioni del 2018 e del 2019, l’Istat da avvio la diffusione progressiva e continua dei risultati del censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, prevista con cadenza annuale.

Da una prima analisi possiamo stabile che:

La popolazione censita in Italia al 31 dicembre 2019 ammonta a 59.641.488 residenti – circa 175mila persone in meno rispetto al 31 dicembre 2018, pari a -0,3% – ma risulta sostanzialmente stabile nel confronto con il 2011 (anno dell’ultimo censimento di tipo tradizionale), quando si contarono 59.433.744 residenti (+0,3%, per un totale di +207.744 individui).

Rispetto al 2011, i residenti diminuiscono nell’Italia Meridionale e nelle Isole (-1,9% e -2,3%), e aumentano nell’Italia Centrale (+2%) e in entrambe le ripartizioni del Nord (+1,6% nell’Italia Nordorientale e +1,4% nell’Italia Nord-occidentale). Più del 50% dei residenti è concentrato in cinque regioni, una per ogni ripartizione geografica: Lombardia (16,8%), Veneto (8,2%), Lazio (9,7%), Campania (9,6%) e Sicilia (8,2%).

Il lievissimo incremento di popolazione rispetto al 2011 è da attribuire esclusivamente alla componente straniera. Nel periodo 2011-2019 la popolazione di cittadinanza italiana è diminuita di circa 800mila unità (-1,5%) mentre i cittadini stranieri sono aumentati di circa 1 milione (+25,1%), senza considerare che sono più di 1 milione le acquisizioni di cittadinanza nel periodo 2012-2019 e che già al censimento del 2011 i cittadini italiani per acquisizione erano quasi 700mila.

Il comune più grande è Roma con 2,8 milioni di abitanti, mentre quello più piccolo è Morterone, in provincia di Lecco, con 30 abitanti. A tal riguardo è da notare che i Borghi più belli d’Italia anche se spesso distanti geograficamente tra loro rappresentano una realtà
interessante dal punto di vista storico, artistico e naturale e alcuni di essi sono riusciti ad invertire lo spopolamento per aver accolto flussi immigratori dall’estero. A questi contesti dinamici dal punto di vista demografico se si associa la valorizzazione della dotazione naturale, storica, paesaggistica e ambientale si determinano le condizioni favorevoli per lo sviluppo e il benessere e, in quanto tali, possono essere considerate delle best practice di riferimento per l’intero Paese.

La struttura per genere della popolazione residente si caratterizza per una maggiore presenza di donne. Nel 2019 le donne sono 30.591.392 – il 51,3% del totale – e superano gli uomini di 1.541.296 unità. Il nostro però è un Paese sempre più vecchio. Tutte le classi di età sotto i 44 anni vedono diminuire il proprio peso relativo rispetto al 2011 mentre aumentano molto le persone dai 45 anni in su che passano dal 48,2% del 2011 al 53,5% del 2019.

Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana è, poi,  ancora più evidente nel confronto con i censimenti passati. Il numero di anziani per bambino passa da meno di 1 nel 1951 a 5 nel 2019 (era 3,8 nel 2011) e l’indice di vecchiaia (dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato, dal 33,5% del 1951 a quasi il 180% del 2019 (148,7% nel 2001).

 

Regione Lazio, premiati i vincitori delle challenge di GIOMI. L’infermiere robot e il bracciale “salva vita”

L’infermiere robot e il bracciale “salva vita” sono i due progetti vincitori delle Challenge lanciate dGIOMIRegione Lazio e Lazio Innova a startup, team imprenditoriali e spin off con l’obiettivo di selezionare soluzioni innovative, sia in ambito ospedaliero sia a domicilio, per il monitoraggio e l’assistenza dei pazienti. Le sfide hanno riguardato “Soluzioni IoT per la salute dei pazienti anziani e disabili” e “Robotica biomedica per il monitoraggio e l’intrattenimento del paziente”.

All’Innovation Day, che si è svolto in streaming sulla pagina facebook di Lazio Innova, sono intervenuti tra gli altri: Emmanuel Miraglia, Presidente Gruppo GIOMI; Fabio Miraglia, amministratore Innovation and Research GIOMI; Nicola Tasco, presidente di Lazio Innova e Luigi Campitelli, direttore operativo Spazi Attivi di Lazio Innova.

Alla finale hanno partecipato i 10 migliori team che hanno beneficiato di un percorso di mentorship per la definizione delle proposte imprenditoriali insieme ad esperti di Lazio Innova e di GIOMI. Ma a vincere, come primi classificati ottenendo un premio complessivo di 30 mila euro, sono stati:

per le soluzioni IoT il progetto DEED con il prodotto GetMed, bracciale per la rilevazione di parametri biometrici, per il monitoraggio e la previsione medica; mentre per la robotica biomedica ha vinto la challenge Studio 5T con il prodotto TrustTool – robot semovente per il monitoraggio e l’intrattenimento dei degenti.

I Primi classificati di entrambe le sfide saranno inseriti nell’albo fornitori di GIOMI, che si riserva la possibilità di avviare, con uno o più partecipanti, un’attività di collaborazione e di sviluppo congiunto di nuove soluzioni.

I secondi e terzi classificati riceveranno invece una serie di servizi specialistici da parte di Lazio Innova per lo sviluppo del proprio business.

IL BRACCIALE “SALVA VITA”

Si tratta di un nuovo strumento indossabile, Get, per creare la piattaforma intelligente tra l’umano e il digitale. La trasmissione SOUND si ottiene attraverso la tecnologia di conduzione ossea che consente un’esperienza unica nel campo della comunicazione. Lo strumento può effettuare un ECG e attraverso il riconoscimento del segnale elettrocardiogramma il bracciale consente un’autenticazione utente sicura e inequivocabile in modo comodo e continuo senza la necessità di password o interruzioni ripetute. Get potrà essere usato per l’assistenza domiciliare integrata, per l’assistenza individuale preventiva, curativa e riabilitativa. I dati che vengono raccolti con il device sono sfruttati per il monitoraggio dello stato di salute e lo stile di vita del paziente. La soluzione è fortemente indicata nel settore sanitario, medicale e insurance. Il sistema andrà a rivelare dati come battito cardiaco, tachicardia, aritmia, apnee nottune, stress , ossigenazione del sangue e la temperatura. Il tutto verrà condiviso con la piattaforma di controllo. Il device è in grado anche di combattere la battaglia contro il Covid, prima tenendo sotto controllo i sintomi, poi durante il trattamento con le terapie appropriate e seguirà il paziente dopo il ricovero. Il tutto made in Italy.

L’INFERMIERE ROBOT

TrusTool è un robot Line-Follower, che si muoverà su percorsi predefiniti identificati sul pavimento da linee colorate. Avrà contezza della sua posizione assoluta attraverso la triangolazione dei segnali, e riconoscerà la stanza ed il paziente su cui intervenire. TrusTool ha un doppio ruolo: assistente dell’infermiere e amico del degente. Per la modalità di relazione con l’infermiere TrusTool avrà una interfaccia molto tecnica, rapida ed efficiente in cui l’infermiere tramite la sua postazione di controllo potrà tenere sotto controllo la situazione generale ed inviare TrusTool dove serve con pochi click. TrusTool ha particolare efficacia nei casi di malattie infettive, come l’attuale pandemia Covid. Per la modalità di relazione con il degente TrusTool sarà dotato di una interfaccia molto user friendly, chiara, semplice ed intuitiva.

Trustool è dotato di: Sensori d’ingombro per il movimento; Wi-Fi per il controllo da remoto del robot e l’invio dei dati rilevati sul paziente; Tablet per comunicazioni audio-video tra paziente e infermiere; Termocamera IR per la rilevazione della temperatura corporea, sensori indossabili dal paziente (che comunichino via Bluetooth al dispositivo informatico) per la rilevazione della pressione, del battito cardiaco e della saturazione. Trustool invierà i dati del paziente in tempo reale direttamente al sistema informatizzato esistente, attualizzando la cartella clinica digitale del paziente.

Il Gruppo Giomi da anni pone grande attenzione alla ricerca e all’innovazione con una forte apertura nei confronti di start up e soluzioni innovative. Il rapporto consolidato nel tempo tra la Giomi e la Regione Lazio ci permette di avviare insieme notevoli progetti ed iniziative che possano dare nuovo slancio alla ricerca e al lavoro – ha affermato Emmanuel Miraglia, presidente del Gruppo Sanitario Giomi Spa – L’obiettivo di Giomi è quello di promuovere e sostenere la realizzazione e lo sviluppo di innovazione al fine di accrescere la qualità dell’assistenza e il benessere dei pazienti”

La Open Innovation Challenge ha rappresentato una importante opportunità, quella di incontrare giovani team e meritevoli progetti, in grado di comunicare con soluzioni già presenti in Giomi, in virtù di un Gruppo dedito alla ricerca e aperto a nuovi sviluppi. Non a caso abbiamo creato la Giomi Innovation and Research, motore interno di ricerca e sviluppo di tutto il Gruppo, che svolge un’attività quotidiana a servizio dell’innovazione, da cui l’ultimo progetto nato. Si chiama Giomi Home ed è la prima piattaforma integrata di telemedicina a servizio dei pazienti, il punto di partenza da cui iniziare una potenziale sinergia con i vincitori della challenge al fine di potenziare ed implementare quella che abbiamo nominato The Italian Health Platform“ – ha sottolineato Fabio Miraglia, Amministratore della Giomi Innovation and Research.

L’iniziativa rientra nel programma strategico di open innovation della Regione Lazio – ha evidenziato Nicola Tascopresidente di Lazio Innova – Queste che si concludono oggi sono la diciassettesima e diciottesima challenge, che sono state realizzate da Lazio Innova con l’obiettivo di mettere in connessione le grandi imprese già attive sui mercati con la creatività e la competenza di giovani talenti e startup, per complessivi 122 progetti innovativi supportati attraverso un programma di mentorship”.

La Variante del Covid 19 mette paura

l’immunologa dell’Università di Padova Antonella Viola in un post su Facebook, commentando la nuova variante di Sars-CoV-2 scoperta da poco in Inghilterra chiarisce che: “Non sappiamo se la nuova variante” di coronavirus “sia più pericolosa: non si sa ancora se si trasmette più facilmente, se causa una malattia più o meno grave, se si nasconde meglio al sistema immunitario. Quindi niente panico: va tenuta sotto osservazione, ma per il momento potrebbe essere una variante che non cambia lo stato delle cose”.

“La variante che il Public Health England chiama ‘VUI-202012/01’ (sigla complessa che sta a significare che è la prima variante sotto osservazione a dicembre 2020) è stata identificata in più di 1.100 pazienti nelle regioni del sud ed est dell’Inghilterra – ricostruisce Viola – Questa variante avrebbe diverse mutazioni e alcune interesserebbero la proteina ‘spike’, la chiave utilizzata dal virus per entrare nelle nostre cellule e quella contro la quale si generano gli anticorpi neutralizzanti. Sembra che si tratti di una delezione (perdita) di 2 amminoacidi (i mattoncini che formano la proteina). Ma a parte diversi annunci, i dati non sono ancora stati mostrati (pare che stia per arrivare un pre-print da Cambridge)”.

“Non è sorprendente che il virus muti – evidenzia Viola – e che compaiano delle nuove varianti. Spesso queste varianti vengono selezionate proprio a causa della pressione selettiva operata dagli anticorpi prodotti durante l’infezione: il virus muta per caso mentre si replica, ma se gli anticorpi non riescono a bloccare bene una delle varianti, questa prende il sopravvento sulle altre. Questo è uno dei motivi per cui sarebbe bene non far circolare il virus: maggiore possibilità di mutare gli diamo, più rischi corriamo”.

“Per quanto riguarda l’efficacia di anticorpi monoclonali e vaccini nei confronti di questa nuova variante, non possiamo ancora dire nulla e speriamo che i ricercatori rendano subito disponibili i loro dati. In teoria, alterazioni della ‘spike’ potrebbero aver effetto sulla capacità del virus di entrare nelle nostre cellule, così come potrebbero rendere meno efficaci gli anticorpi monoclonali e alcuni dei vaccini in produzione. Ma la possibilità che i vaccini siano inefficaci è davvero bassa”, conclude l’immunologa.

Italia- Egitto- Francia- Europa. L’assassinio di un ragazzo sconvolge i rapporti internazionali

Come preannunciato con una clamorosa dichiarazione al quotidiano “La Repubblica”, lo storico Corrado Augias, giornalista e scrittore, ha restituito le insegne della più alta onorificenza di Francia, la Legion d’onore, all’ambasciatore di Parigi Cristian Masset, appartenente allo stesso Ordine col grado di Cavaliere.  

La dolorosa decisione era dovuta al fatto che che il Gran Maestro dell’Ordine, il Presidente della Repubblica di Francia Emmanuel Macron, aveva conferito la stessa insegna ad “un capo di Stato, complice di efferati criminali. E lo dico- precisa testualmente- per la memoria dello sventurato Giulio Regeni, ma anche per la Francia, per l’importanza che quel riconoscimento ancora rappresenta dopo più di due secoli dalla sua istituzione”.

In pratica, Corrado Augias non si limita ad uscire dall’Ordine, ma mette in discussione la legittimità della appartenenza alla Legion d’onore dello stesso capo dell’Istituzione, il Presidente francese in carica.

E’ noto che neppure la nuova Europa è riuscita a mitigare le rivalità della Francia nei confronti dell’Italia e che, a oltre duemila anni di distanza dalle guerre galliche, è stato inventato perfino un personaggio come Astérix, per cancellare l’onta della sconfitta inflitta da Giulio Cesare.

Andando avanti nei secoli, l’ideatore dell’illustre Legion d’onore, Napoleone Bonaparte, condizionato dal complesso delle sue origini italiane, decise che ogni genio in grado di emergere sui suoi simili, altro non potesse essere che francese.  

In tempi più recenti e sorvolando, per carità di patria, sul mistero ancora ufficialmente irrisolto della tragedia di Ustica, nel 2011, col governo Berlusconi e il placet del presidente della Repubblica Napolitano, venne decisa la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia governata da Gheddafi, peraltro già irrevocabilmente decretata dal presidente americano Obama e dal presidente francese Sarkozy. La guerra fu vinta, Gheddafi venne barbaramente trucidato e, per i meriti acquisiti, l’Italia si guadagnò una invasione di profughi ai quali tutti i governi di Parigi che in seguito si succedettero, impedirono con ogni mezzo l’ingresso nel territorio francese. 

Nel luglio del 2014,  all’epoca della presidenza Hollande, il ministro dell’Ambiente  Ségolène Royal , non solo non mosse un dito per aiutare le difficili e complicatissime operazioni di rigalleggiamento della nave Concordia affondata  due anni prima sulle coste dell’isola del Giglio, ma severamente chiese al governo italiano  precisi chiarimenti sul percorso dei mezzi di bonifica delle acque, esigendo “ una prova scritta e incontestabile del pompaggio completo degli idrocarburi dai serbatoi e di fornire la prova di assenza di rischi legati ad altre sostanze pericolose”. L’Italia se la cavò egregiamente da sola e neppure una goccia di materiali inquinanti deturpò la cristallina purezza delle acque francesi. 

Come di consueto, anche allora l’Unione Europea si astenne da ogni soccorso e si chiuse in un rigoroso silenzio. 

A complicare una situazione già difficile, nel 2017 venne eletto alla presidenza della Repubblica francese il marciatore Emmanuel Macron il quale, mal celando la sua antipatia per il movimento dei “Cinque Stelle”, non resistette alla tentazione di dichiarare che i suoi aderenti stavano crescendo come la lebbra. 

Da quel momento, la politica estera della Francia nei confronti dell’Italia, sempre nell’ovattato silenzio di Bruxelles, si mescola con gli impulsi personali.

 Il Presidente Macron unisce l’utile al dilettevole e nell’ottobre del 2017, riceve con tutti gli onori il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, incurante del lutto che soltanto un anno prima aveva colpito l’Italia con l’assassinio di Giulio Regeni ad opera di emissari governativi del Cairo. Ad un giornalista che gli ricordava quella tragedia, il Presidente Macron non esitava a rispondere: “Come non accetto che altri leader mi impartiscano lezioni sul modo di governare il mio Paese, così  io non impartisco lezioni agli altri leader. Credo nella sovranità degli Stati. Al Sisi ha una sfida, la stabilità del Paese, la lotta ai movimenti terroristici, questo è il contesto in cui è chiamato a governare, non possiamo non tenerne conto”. 

Esaltato dai successi commerciali conseguiti con le sue trattative con l’Egitto, arrivava implicitamente ad accusare il nostro Regeni di terrorismo.

Di Maio, di ripicca e ignorando la sua dignità di vice presidente del Consiglio italiano, non resistette alla tentazione di recarsi in Francia con Di Battista, per incontrare uno dei capi dei Gilet gialli in rivolta contro Macron, il fabbro provenzale Christophe Chalençon.

Da allora e sempre nel silenzio di una Unione Europea che si sta sbriciolando ogni giorno di più, le relazioni tra Francia e Italia sono arrivate sull’orlo del precipizio.

Adesso, in risposta alla decisione del nostro Parlamento che, in seguito alle prove sul coinvolgimento del Cairo ha deciso di interrompere le relazioni con il Parlamento egiziano, Macron ha creduto bene di decorare il generale al -Sisi della più alta onorificenza della Francia, decisione che, nella lettera di rinuncia alla stessa onorificenza, Corrado Augias  definisce “ ingiusta”, accusando al-Sisi di comportamento “delittuoso” e di violazione  dei “canoni della giustizia  “ prima  ancora di quelli dell’umanità”.

In base al regolamento della onorificenza della Legion d’onore,” i membri condannati per gravi crimini, sono dimessi”. Non è contemplato il caso in cui sia il “Gran Maestro” a conferire ad un criminale il grande onore, sia pure in assenza di una esplicita condanna. 

Nella inquietante paralisi di una Unione Europea che ormai esiste soltanto nel sogno dei suoi fondatori, è stato necessario il gesto sdegnato di un giornalista gentiluomo per scuotere, non si sa fino a quando, il generale torpore degli spettatori di Bruxelles.   

Intervista al Prof. Giulio Maira: “Le età della mente”

Prof. Maira, dopo l’intervista sul suo libro “il cervello è più grande del cielo” che è stata molto apprezzata dai lettori, eccoci ad approfondire il contenuto del Suo ultimo lavoro , “Le età della mente”, scritto in collaborazione con la giornalista Vira Carboni. Scorrendo le pagine di questa nuova opera si coglie una continuità tematica, che va letta sotto diversi profili: scientifico, clinico, psicologico, comportamentale, emotivo. Si può affermare dunque che questo argomento che Lei studia e spiega da vari approcci costituisce un ambito di studio e applicazione professionale ma anche un interesse ricco di fascino e di misteri che vuole rendere accessibile al grande pubblico?

Da tanti anni ho il grande privilegio di fare il neurochirurgo, una professione che ritengo tra le più belle che si possano fare, dove ogni intervento è scienza ma anche il fascino di un‘avventura unica che ci porta a contatto con l’organo più straordinario e misterioso che si conosca. Anche se quel che sappiamo sul cervello è ancora una minima parte del tutto, tuttavia è già sufficiente per farci capire che è un capolavoro sconcertante. In questo libro ho voluto raccontare la magia del suo funzionamento e analizzare, per ogni età, le modalità di maturazione e i comportamenti utili perché la crescita avvenga nel modo migliore dandoci, per ogni età della vita, un cervello “allenato” e con buone capacità cognitive.   Ricordiamoci che la qualità della nostra vita dipende dalle capacità mentali che avremo sviluppato nel corso dell’intera esistenza: se il cervello non funziona bene, la vita non sarà meravigliosa.

Già nell’introduzione di questa lunga riflessione si coglie la dimensione cosmologica del Suo studio. Partendo dal ‘Big Bang’, avvenuto 13,8 miliardi fa, alla comparsa dell’homo sapiens 100 mila anni da oggi e il ‘grande balzo in avanti’ che Lei colloca intorno a 70 mila anni fa e attribuisce ai ‘neuroni specchio’, che potrebbero essere considerati la base della rivoluzione cognitiva, prima attraverso l’apprendimento per imitazione, poi mediante il linguaggio e la scrittura, come strumenti di comunicazione e catalogazione delle esperienze apprenditive e poi scientifiche: possiamo dunque cogliere in questa teoria evolutiva mutazioni morfologiche del cervello che hanno accompagnato una trasformazione funzionale? Si può ragionevolmente dedurne una mutazione genetica che ha moltiplicato operazioni mentali sempre più complesse? Come spiega che negli ultimi 50 mila anni non ci sia stato un cambiamento significativo nel nostro genoma (l’insieme dei nostri geni, dal concepimento della vita umana) mentre assistiamo ad una evoluzione straordinaria delle potenzialità cognitive? Possiamo attribuire questo sviluppo al “connettoma”, cioè alle connessioni neuronali del cervello che sono diverse per ciascuno di noi a motivo del continuo plasmarsi delle reti neurali attraverso le esperienze di vita e l’accumulo culturale, che ci rendono unici tra i nostri simili? Mi colpisce la citazione dell’opera di Isaac Newton del 1687, “Principi matematici della filosofia naturale” da Lei definito… ‘ il libro più importante della storia moderna’: ce ne vuole illustrare la ragione scientifica?

Nella lunga e lenta storia dell’evoluzione dell’uomo, fino all’Homo Sapiens, ad un certo punto è successo qualcosa di straordinario e fortemente rivoluzionario che ha svincolato l’uomo dalla lentezza dell’evoluzione basata sulle trasformazioni genetiche. Fu allora che si ebbe, come dice Yuval Noah Harari, un punto di svolta, quello in cui la storia dichiarò la sua indipendenza dalla biologia. Comparvero nuovi modi di pensare e di comunicare, l’uomo realizzò le prime pitture rupestri e da allora, sempre più velocemente, si affermò quella che, con il grande balzo, fu chiamata una rivoluzione cognitiva. A questa fece seguito una rivoluzione culturale e poi una rivoluzione scientifica grazie alle quali l’uomo, pur mantenendo il genoma di 50mila o 100mila anni fa, accelerò decisamente il suo destino e la sua storia, giungendo alle scoperte e alle realizzazioni straordinarie di oggi. Molti si sono chiesti come tutto ciò fu possibile. Certo l’accrescersi delle connessioni cerebrali, il cosiddetto connettoma, fu molto importante. Ma in questo gioco ritengo che le connessioni abbiano un ruolo secondario; sono le aree cerebrali, con i neuroni che le guidano, a stabilire le funzioni. Secondo alcuni scienziati tutto avvenne grazie a una piccola modificazione genetica che portò allo sviluppo dei neuroni specchio, con tutte le ricadute sull’apprendimento che queste cellule portarono. Per rispondere alla parte finale della sua domanda, Isaac Newton, nato il giorno di Natale di quel 1642 che fu anche quello della morte di Galileo, altro gigante della scienza, fu uno degli esponenti più importanti della rivoluzione scientifica di cui si diceva prima. Newton, in un‘equazione, descrisse la forza che tiene i pianeti in orbita nel cielo e che dà forma a tutta la vita sulla Terra, e capì come il codice della natura fosse scritto nel linguaggio della matematica. Ci sono voluti molti secoli e molti progressi tecnologici e nelle conoscenze perché la scienza riuscisse ad usare estesamente la matematica avviando così uno sviluppo scientifico straordinario che oggi ci ha portati all’intelligenza artificiale.

Collocare lo sviluppo cognitivo e la longevità del cervello nell’alveo di una evoluzione temporale che detta le regole della genesi e dell’obsolescenza, come vincolo fondativo della natura stessa (in estrema ratio il nascere e il morire), è certo materia di straordinario fascino scientifico e culturale: ci è stato insegnato che l’ontogenesi (la storia del singolo uomo) tendenzialmente segue e spiega  la filogenesi (l’evoluzione nel tempo dell’umanità, dalle sue origini). Eppure una delle ragioni del suo libro è quella di dimostrare che la sfida al genoma umano (che riassumiamo come DNA) attraverso la via della rivoluzione cognitiva e scientifica può allungare la vita e potenziare le nostre capacità cerebrali. Già nella precedente intervista Lei aveva approfondito la complessità morfologica e la straordinaria potenzialità del cervello, l’organo che sostanzialmente detta le regole al corpo umano e ci consente di vivere esperienze cognitive e relazionali sempre più evolute. Particolarmente interessante sarebbe riprendere in considerazione il passaggio dai meccanismi chimici che avvengono nel cervello al pensiero, che è l’agente capace di trasformare la chimica in azioni e sentimenti. Per quanto possa essere difficile comprenderlo può spiegarci come nasce il pensiero e con esso i sentimenti?

Nel corso della sua lunga evoluzione il cervello ha sviluppato la capacità straordinaria e affascinante di “inglobare la sua storia”, di custodire, quasi fosse un museo, i resti di tutte le fasi di un’evoluzione avvenuta nel corso di milioni di anni e che, come ultimo atto, ha visto lo sviluppo della corteccia cerebrale che, materialmente e simbolicamente, ha avvolto dall’esterno le strutture nervose preesistenti. La cosa affascinante è che nello sviluppo del cervello di ognuno di noi, dall’embrione all’età adulta, grosso modo viene seguito lo stesso percorso: il cervello si sviluppa ripercorrendo, in un brevissimo tempo, gli stadi succedutisi in millenni di lenti e continui cambiamenti. Anche dopo la nascita, il lento completamento del cervello inizia da quello più antico e solo alla fine la corteccia, il cervello più recente, raggiunge la sua maturità.  Ogni operazione del nostro cervello, dal pensiero al sentimento di felicità, avviene attraverso un gioco continuo di propagazione di impulsi elettrici e liberazione di sostanze chimiche, i neurotrasmettitori. I segnali elettrici e chimici costituiscono il linguaggio con cui le cellule si parlano. Come possa succedere questo passaggio dalla materia all’immateriale è ancora sconosciuto alla nostra mente; è ciò che gli scienziati e i filosofi chiamano “the hard problem”. Certamente, sapere che le nostre emozioni più intime siano solamente il risultato di un gioco, apparentemente da noi poco controllato, tra impulsi elettrici che corrono lungo i prolungamenti dei neuroni e sostanze chimiche che attivano le cellule, può togliere la poesia a parole come felicità, amore, nostalgia. Ma io credo che il miracolo, incomprensibile per la nostra mente, stia proprio qui, in questo salto inebriante dagli atomi al pensiero, dai neurotrasmettitori alla coscienza. E’ proprio nell’imperscrutabilità della nostra mente e della via della coscienza verso la felicità che l’uomo riconosce di essere parte di un progetto superiore.

La neuroplasticità del cervello è forse una delle caratteristiche più importanti e significative della mente umana perché consente un continuo adattamento agli stimoli esterni ma anche la possibilità di controllare e gestire i cambiamenti spazio-temporali della nostra vita. Mi ha molto affascinato la descrizione del reset notturno che taglia molti input accumulati durante la giornata, una sorta di assottigliamento di circa il 20 % delle migliaia di miliardi di sinapsi presenti nella nostra corteccia cerebrale e ciò per evitare un ingolfamento informativo che depotenzierebbe ulteriori potenzialità cognitive: dopo aver riposato, il sentirci svegli ci predispone a nuovi apprendimenti, a relazioni, a conoscenze, a sentimenti che rendono sempre viva e predisposta al nuovo la nostra mente. Direi che si tratta di una rimozione automatica che ha dello straordinario: funziona sempre così o si possono verificare patologie che rallentano questa funzione , chiamiamola, rigenerativa della “batteria mentale”? 

La neuroplasticità è una delle caratteristiche più importanti e peculiari del nostro cervello e consiste, come lei ha detto, nella capacità di cambiare struttura e funzione in risposta a stimoli esterni, così da crescere e imparare sempre. Ma, per un meccanismo apparentemente strano, durante la notte avviene un fenomeno straordinario: i ricordi ritenuti significativi vengono consolidati mentre le esperienze ritenute poco interessanti vengono rimosse. A questo punto viene naturale porsi una domanda: perché la natura non ci permette di ricordare tutto?  Perché se non riuscissimo a fermare la mente e tutto si imprimesse nella memoria, ciò richiederebbe un dispendio di energia eccessivo da cui deriverebbe un malessere fisico e psichico. Inoltre, satureremmo così ampiamente le reti neurali e le attività mentali per contenere il ricordo di ogni esperienza che “non saremmo in grado di formulare idee generali, e forse non saremmo proprio in grado di pensare”, come dice Borges del suo personaggio Ireneo Funes, nel racconto  “Funes el memorioso”, dove racconta la storia di un uomo ipermnestico, condannato a ricordare tutto. La mancanza del meccanismo dell’oblio terrebbe sempre vivido il dolore di ogni ricordo triste, che non verrebbe mai cancellato. Inoltre, il carattere non selettivo della memoria, togliendo le emozioni dai ricordi, non ci farebbe più distinguere le cose importanti dalle cose banali, ci precluderebbe le gioie o la malinconia, non ci consentirebbe di avere nostalgia del nostro passato. 

La neuroplasticità cerebrale – come Lei spiega – non è dettata solo dalla formazione di nuove sinapsi e quindi di connessione tra neuroni (ce ne sono circa 150 mila miliardi) ma è anche data dal cd. “giro dentato dell’ippocampo”, correlato a funzioni come la memoria e i  nuovi apprendimenti, peraltro in stretta connessione con gli stimoli  dell’ambiente esterno. Dove si colloca morfologicamente? Possiamo dire che le potenzialità cerebrali sono dettate e condizionate oltre che dal contesto , dall’età della persona? E quanto conta “esercitare” il cervello a nuovi apprendimenti? Certe malattie degenerative della mente possono aver luogo per patologie preeesistenti ma possono essere negativamente condizionate dall’assenza di stimolazioni nell’ambiente di vita? Lei scrive inoltre che – al pari di altri organi del corpo umano- anche il cervello segue una parabola evolutiva che tuttavia – pur essendo legata all’età – può essere conservata più a lungo stimolando l’uso del pensiero, della lettura, della scrittura, gli interessi culturali, potenziando e assecondando attitudini innate, diverse per ciascuno di noi. E’ per questo che l’età della mente può avere uno scarto positivo rispetto all’età anagrafica? La storia dell’arte, quella delle scienze, della musica e della letteratura ci offrono molti esempi…. E’ allora utile “allenare “ il cervello a rimanere desto e produttivo, nella sfera cognitiva e relazionale? In che modo possiamo fare training mentale?

I neuroni cerebrali, dopo l’incredibile crescita numerica che abbiamo quando siamo nella pancia della mamma, in genere tendono a non duplicarsi, a differenza delle altre cellule del nostro organismo. La crescita del cervello legata alla plasticità avviene in gran parte per sviluppo di nuovi connessioni e di nuove sinapsi.  Vi sono tuttavia aree del cervello dove continuano a formarsi nuovi neuroni, dove è attiva la neurogenesi. E’ in particolare nel giro dentato dell’ippocampo, localizzato nella parte più mediale e basale del lobo temporale, bilateralmente, che nel corso dell’intera vita continuano a svilupparsi nuovi neuroni. L’ippocampo è correlato a funzioni fondamentali come quelle dell’apprendimento e della memoria e la crescita di nuovi neuroni riveste un ruolo fondamentale per il mantenimento e lo sviluppo di queste abilità cognitive. La continua aggiunta di neuroni al giro dentato fa sì che, con il passare dell’età, la plasticità strutturale e funzionale dei circuiti nervosi dell’ippocampo, e quindi la sua capacità di aggiungere nuove memorie, si mantenga o venga aumentata. Naturalmente, un corretto utilizzo del cervello lungo tutta la vita, evitando tutti i comportamenti che possono interferire con una sua piena maturazione o possono danneggiarlo, contribuisce, assieme alla neurogenesi, a costituire una riserva cognitiva che permetterà di giungere in età avanzata con un cervello bene efficiente. Fare training mentale significa proprio utilizzare il cervello. Leggere, socializzare, imparare nuove attività, avere un atteggiamento positivo verso la vita, evitare di impigrire la propria mente, sono tutti comportamenti utilissimi per mantenere vivo il cervello.

“Le età della mente”  è un titolo che evoca un percorso fisiologico in larga parte predeterminato ma anche la possibilità di sviluppare una produzione mentale, affettiva, emotiva, comportamentale che rafforza identità, autostima, relazioni interpersonali mantenendo un livello elevato di interessi. Poi ci sono purtroppo le malattie mentali degenerative che spegnendo a poco a poco le potenzialità del pensiero  isolano chi ne è colpito dal mondo affettivo e cognitivo del contesto abituale di vita. In particolare l’Alzheimer costituisce una patologia fortemente penalizzante: più che una malattia potrebbe essere considerata un progressivo depotenziamento,  tanto che si riferisce di “sindrome di Alzheimer”. Esiste una correlazione diretta tra invecchiamento della mente umana e insorgenza di questa patologia oppure prevalgono altri fattori congeniti, accelerati magari da un contesto deprivante e povero di stimoli? Possiamo stabilire una sovrapponibilità o un rapporto di  consequenzialità tra demenza senile e sindrome di Alzheimer?

Quando si parla di demenza ci si riferisce a un disturbo acquisito che, in conseguenza di processi patologici che uccidono le cellule del nostro cervello e alterano i normali funzionamenti mentali, compromette le funzioni più importanti del nostro cervello, cioè le funzioni cognitive, quelle grazie alle quali ricordiamo le cose e le persone, riconosciamo i luoghi, sviluppiamo i pensieri che caratterizzano le nostre giornate e le nostre esperienze. In Italia circa un milione di persone soffre di demenza; la forma più diffusa e conosciuta è la demenza di Alzheimer, seguita dalla demenza vascolare. Molto rara sotto i 65 anni, la sua incidenza aumenta progressivamente con l’aumentare dell’età, per raggiungere una diffusione significativa nella popolazione oltre gli 85 anni. Nei paesi industrializzati, la prevalenza della demenza (cioè la presenza di malattia nella popolazione generale) è di circa l’8% negli ultrasessantacinquenni e sale a oltre il 20% dopo gli ottanta anni.  La demenza è tra le malattie di cui si ha più paura, che può colpire chiunque mortificandone l’identità e la dignità. E’ una patologia che ha due caratteristiche fondamentali. Colpisce il paziente togliendogli la vita ma lasciandolo in vita; in apparenza è normale ma dentro non c’è più, ha bruciato il suo rapporto con il mondo e con le cose. Ma colpisce anche il nucleo familiare, che gli è intorno. E senza le cure di chi gli è intorno il malato non potrebbe sopravvivere.  Purtroppo, fino ad ora, la ricerca non ha dato risposte importanti relativamente a farmaci che la possano curare. La prestigiosa rivista Lancet Neurology, nel 2016 ha definito questo fatto come “il maggior insuccesso della medicina moderna” (The Lancet Neurology 15, 649, 2016). Si è visto, ed è questo un dato positivo, che nei paesi più attenti al welfare, la diffusione di comportamenti preventivi, quali osservare le regole elementari della buona salute e adottare stili di vita corretti, può portare ad una diminuzione significativa dell’incidenza annuale di demenza. Negli USA, ad esempio, dal 1975 l’incidenza annuale è scesa di quasi il 50%, parallelamente a quella dei disturbi cardiocircolatori.

Ripercorrendo le fasi di formazione del cervello nel feto Lei si sofferma sui passaggi che generano lo sviluppo delle fasi sensoriali, evidenziando come tale organo durante la gravidanza sia il più complesso e nello stesso tempo il più grande per dimensioni rispetto al corpicino che si sta formando. Vuole ricordarci alcune peculiarità di questa formazione, dal punto di vista neurologico? Lei evidenzia inoltre l’importanza di una corretta gestazione poiché durante la gravidanza si realizza l’organizzazione delle funzioni cerebrali del nascituro e, quindi, si costituisce il suo iniziale patrimonio cognitivo: quali cautele bisogna unque assumere per evitare complicazioni (es. uso di alcool e droghe da parte della madre)? Dopo la nascita Lei ci ricorda che i primi sei anni di vita sono fondamentali poichè la formazione delle sinapsi ha luogo attraverso fasi di proliferazione neuronale, alternate a reset sinaptici: immagino che ciò spieghi il fatto che la crescita del cervello nella fase infantile non è solo un fenomeno di accumulo quantitativo, bensì di ‘selezione funzionale’. Poi Lei si sofferma a considerare quanto sia importante il contesto di vita, relazionale, cognitivo e affettivo, per uno sviluppo armonico delle facoltà mentali. La fase scolastica è un periodo fortemente ricettivo in quanto a stimoli e apprendimenti che durano tutta la vita, pur se aggiornati da continue selezioni e sostituzioni di dati trattenuti. Quando si parla di ‘lifelong education’ (cioè di educazione permanente) si esprime allora un concetto scientificamente sostenibile?

Nella pancia della mamma a partire da poche cellule avviene un fenomeno quasi miracoloso: tutti gli organi, e con essi il nostro cervello, prendono la loro forma e iniziano la loro funzione. La formazione del cervello che avremo alla nascita avviene per il susseguirsi di fasi di costruzione e di fasi di eliminazione. Fra il terzo e il sesto mese di vita intrauterina la proliferazione neurale prenatale raggiunge l’apice; in una delle aree del cervello vengono prodotte circa mezzo milione di sinapsi al secondo. Eppure, incredibilmente, durante gli ultimi mesi di gestazione, il cervello subisce una netta riduzione cellulare e molti neuroni vengono eliminati. “Il sistema nervoso agisce attraverso drastici processi di eliminazione di popolazioni cellulari eccedenti il fabbisogno”, scriveva molti decenni fa il premio Nobel Rita Levi Montalcini.  Tutto questo ci fa capire come la gravidanza rappresenti un momento molto delicato, e allo stesso tempo di grande responsabilità nei confronti dell’essere che nascerà. Ogni comportamento materno scorretto, come un’alimentazione sbagliata, il fumo, l’esposizione a un ambiente inquinato per la presenza di agenti tossici, di suoni ad alto indice di decibel, di stress cronico e altro, oppure l’assunzione di alcol e droghe, può indurre alterazioni nei geni che controllano il processo di maturazione cerebrale embrionale e fetale e determinare anomalie. Un altro momento cruciale nella formazione del cervello lo si ha nei primi anni di vita. Prendersi cura con amore dei piccoli è importantissimo; anche se appaiono distratti, il loro cervello è come una spugna che assorbe tutto e approfitterà di ogni occasione per imparare e progressivamente svilupparsi. Il meccanismo attraverso cui sviluppano una parte considerevole delle loro abilità intellettive ed emotive passa attraverso l’osservazione e l’imitazione. Per questo, quando parliamo con nostro figlio, quando lo baciamo, o semplicemente quando lui ci osserva, il suo cervello crea connessioni che saranno importanti per la sua vita da adulto.

Considerando l’età adolescenziale la Sua riflessione alterna e mette in correlazione continua i fattori endogeni di crescita e di consolidamento delle funzioni cerebrali con gli influssi esterni, dalla famiglia all’educazione scolastica, all’ambiente accogliente e stimolante, al gruppo dei pari, agli stili di vita, le pratiche sportive, la dimensione affettiva e relazionale, l’utilizzo delle tecnologie in modo sempre più pervasivo, le conseguenze negative di fumo, alcool e droghe: si può dire che l’adolescenza costituisca anche ai fini di un approccio valutativo clinico e auxologico un passaggio cruciale per il resto della vita. Trovo importantissima questa correlazione tra conoscenza di ciò che avviene nella morfologia del cervello e dimensione direi quasi pedagogica di considerazione del soggetto in piena esplosione di crescita e formazione. Ci illustra brevemente ciò che ritiene più importante sapere di questa età della vita, nell’economia della Sua riflessione sulle età della mente?

L’adolescenza è la fase più bella della vita, ma allo stesso tempo è un momento molto critico. In questa momento della vita le regioni limbiche, deputate alle funzioni più istintive, prevalgono sulle regioni frontali del raziocinio. Ciò spiega perché gli adolescenti siano sbilanciati verso il piacere e spiega il prevalere di comportamenti a rischio, dovuto allo scarso controllo delle regioni corticali frontali sugli impulsi primari. Hanno più difficoltà a prendere decisioni mature e a comprendere le conseguenze delle proprie azioni, e questo li porta a essere fragili, vulnerabili alle situazioni pericolose, ad assumere comportamenti trasgressivi come ubriacarsi o consumare sostanze illegali.  Negli ultimi decenni, l’abuso di alcol e droghe, anche in età precoce, è diventata una vera e propria malattia sociale. E purtroppo la scienza ci dice che le droghe possono provocare gravi danni al cervello. La prima battaglia contro la droga deve essere combattuta nelle famiglie e nelle scuole. Lo slogan da seguire deve essere: “Attenzione e informazione”, attenzione ai comportamenti e informazione ai giovani sui danni che le droghe possono provocare. Far sapere quali sono le possibili conseguenze  cerebrali che si rischia di portarsi dietro per tutta la vita perché ci si droga o ci si ubriaca, può servire a far capire che l’alcol e la droga non sono un gioco o un divertimento fine a se stesso ma possono compromettere la vita per sempre. E in questo gioco pericoloso non vi sono droghe pesanti e droghe leggere, tutte fanno male al cervello.

Passando a considerare l’età adulta e da essa il periodo che va verso la senescenza Lei sottolinea come il cervello umano raggiunga in questa fase la piena maturità, che non è solo un fatto biologico, ma grazie ad esso e alla straordinaria possibilità di rimodularsi e alla sua plasticità favorita da stimoli che generano nuove produzioni sinaptiche, diventa l’età della saggezza, dell’esperienza e della conoscenza della vita, aprendosi potenzialmente a nuovi interessi da coltivare. Se ne evince che un ambiente ricco di stimoli favorisce una longevità delle potenzialità e delle facoltà mentali. Con grande vantaggio per i lettori Lei si sofferma ad analizzare l’importanza degli stili di vita (alimentazione, movimento, sport, lettura, loisir, relazioni umane affettive e amicali, contrasto delle situazioni di stress, gestione diretta delle personali incombenze nel contesto della vita sociale…) . Un tempo la maggior parte delle persone invecchiava prima, anche mentalmente. Se si fa debita eccezione per i geni dotati di una capacità produttiva mentale fuori dall’ordinario. Per chi legge, ha qualche valutazione  da evidenziare o qualche consiglio da suggerire?

L’età adulta è ancora un periodo straordinario della età della mente: si consolidano le esperienze di tanti anni e si sviluppa ciò che chiamiamo saggezza, conoscenza della vita. Ci sentiamo nel pieno della capacità fisica e cognitiva, ma la curva discendente è già iniziata e i primi segni di indebolimento della memoria ci mettono in allarme. E’ importante tenere sempre presente che, grazie alla sua straordinaria plasticità, il cervello, anche in età adulta o nella senescenza può modificare la sua struttura, far crescere nuove sinapsi, far germogliare nuove ramificazioni e aumentare la sua connettività neuronica. La ricerca scientifica, inoltre, ha mostrato che sull’osservazione delle regole elementari della buona salute e di stili di vita corretti si può impostare un’importante strategia di prevenzione per vivere più a lungo e con un cervello migliore. Certamente, gli effetti positivi di una vita sana si manifestano maggiormente se si comincia a pensarci da giovani, ma non è mai troppo tardi per cominciare.  Le regole da seguire sono semplici e possono riassumersi in questo modo: “Avere una vita attiva, sia intellettualmente che fisicamente, seguire un’alimentazione leggera, sana e variata, e dormire bene”La hit parade delle cose utili comincia con quello che mangiamo e con l’attività fisica costante, entrambe cose necessarie anche per la buona salute del cervello. Ma sul cervello possiamo agire direttamente. Anche se, a partire da una certa età, e soprattutto con la senescenza, perdiamo neuroni, i nostri collegamenti nervosi sono in costante rinnovamento. A qualunque età possono formarsi nuove fibre e nuove sinapsi, e il modo per farlo è molto semplice: in pratica, basta pensare. La chiave dell’intelligenza sta proprio in questo, nella capacità continua di apprendimento: ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, il nostro cervello, in un certo senso, si ristruttura e costruisce nuove connessioni. Le attività utili possono essere tante, come leggere molto, imparare una lingua nuova o fare musica (ascoltarla, studiarla, eseguirla, imparare a suonare uno strumento musicale), socializzare, avere un atteggiamento positivo e ottimista verso la vita, riposare bene, contrastare lo stress. Anche un buon sonno è molto importante per la salute della nostra mente.

Lo scorrere del tempo, l’incremento demografico, il degrado ambientale, i mutamenti climatici ed ora la crisi pandemica determinano situazioni antropologicamente sempre più complesse e dense di opportunità ma anche di difficoltà e di incognite. La scienza spinge verso l’ottimismo poiché dal progresso possono nascere soluzioni ai problemi nuovi del vivere oggi. Un approccio più umanistico mette in guardia dai pericoli dello scientismo e paventa una mutazione ontologica della natura umana, ipotizzando l’incombenza di una sorta di selezione naturale per deficit di resilienza. Mai come oggi avvertiamo la sensazione di andare incontro ad un ignoto forse ingestibile, certamente foriero di una biosostenibilità sempre più difficile, anche sul piano dell’interscambio e del conflitto generazionale. Mi piacerebbe una Sua valutazione su questi aspetti che si stanno palesando – specie nella cd. terza età – in questa fase di pandemia planetaria. Fino a quanto la scienza potrà far fronte alla ribellione della natura? Come potrà esserci di aiuto l’intelligenza artificiale senza privarci delle redini atte a  guidare i nostri destini? Quanto conta l’uso del pensiero critico nelle scelte da compiere, da quelle affidate ai decisori politici a quelle che riguardano la nostra vita quotidiana? Lei, in esordio del Suo libro, ricorda quanto sia stato storicamente importante il “cinquecento”: oltre la fiducia doverosa nella scienza e nel progresso quanto sarebbe utile un’epoca di rinascimento culturale, un nuovo umanesimo? Lo chiedo appunto allo scienziato e all’uomo ricco di cultura e di lungimiranza.

Certamente, in tutti questi mesi passati con lo spettro del virus, il pensiero della pandemia ha catturato la nostra mente e governato le nostre vite. Ma ci ha anche spinto a riflettere su tante cose. Tra le cose a cui si è pensato c’è la nostra sanità. Ci illudevamo che fosse tra le migliori al mondo: ma come poteva esserlo se avevamo il più basso numero di posti di terapia intensiva in Europa, e se avevamo dedicato agli ospedali e alla ricerca una quota troppo bassa del PIL? Ma poi ho pensato che possiamo dire, con orgoglio, che abbiamo i più bravi medici del mondo, capaci di sacrificare i loro affetti e le loro vite per dedicarsi agli altri, a persone sconosciute ma per le quali, quando ce n’è stato veramente bisogno, sono stati in grado di aprire i loro cuori e dare tutto quello che avevano, anche le loro vite. Ho pensato che per proteggere il cervello, ma anche per sconfiggere il virus, era necessario che nella nostra vita la ragione riprendesse il sopravvento, e che da reazioni e comportamenti puramente emotivi, pur se umanamente comprensibili, si passasse a comportamenti razionali, per non permettere al virus di colonizzare anche la nostra mente. Ho pensato che abbiamo bisogno di darci punti di riferimento lontani dall’oggi, per quando le cose cambieranno, ricominciando a progettare la nostra vita con fiducia nella scienza da cui presto avremo una cura e un vaccino, ma mantenendo alto il senso di responsabilità sociale e di solidarietà umana.  La pandemia, anche se soltanto per un breve periodo, ha permesso alla natura di riappropriarsi della Terra e ci ha ridato immagini oramai dimenticate e questo mi ha fatto pensare che l’uomo ha avuto un dono stupendo in confronto agli altri animali e che dovrebbe sentire ciò come un dovere e una missione e usare la sua intelligenza, la sua creatività, le sue tecnologie, l’intelligenza artificiale, per costruire un mondo migliore, senza malattie, senza povertà, senza discriminazioni, con una più equa distribuzione delle risorse, con rispetto per l’ecosistema in cui viviamo. Altrimenti sarà la natura con i suoi virus e le sue carestie a fare definitivamente a meno di noi. Tra le letture di questi giorni ho trovato molto toccante che il grande neurologo e scrittore Oliver Sacks, negli ultimi giorni della sua vita, abbia espresso il desiderio “di un cielo spolverato di stelle”. Un ultimo desiderio di bellezza, di un luogo, un’immagine, in cui la scienza e l’universo si sposano da sempre con l’arte e la poesia: il cielo stellato. A thing of beauty, una cosa bella, per andare in pace. Questo è l’augurio per il nostro incerto futuro, quello di un mondo in cui scienza e umanesimo si incontrino, perché il mondo sia ancora bello e vivibile. Il domani è di chi continua a crederci e con semplicità torna ad alzare gli occhi al cielo.

Padre Francesco Occhetta: “In politica diventiamo le parole che ascoltiamo e le scelte che facciamo”

Padre Francesco Occhetta, nell’editoriale del giornale online della Comunità di Connessioni, scrive che: “Nel tempo dell’epidemia, la paura e l’incertezza hanno fatto emergere le vulnerabilità strutturali in cui versa il Paese. Il virus ha aggredito i polmoni sociali e politici di una società ripiegata sul proprio individualismo, provata dall’erosione della classe media, dall’aumento dei poveri e dalla crescita di pochi ricchi”.

“La storia ci insegna che, quando la percentuale dei vulnerabili è troppo alta e la ricchezza rimane nelle mani di pochi, le rivolte sociali sono dietro l’angolo”.

Ma avverte: “Non sono (solo) i consumi da rilanciare, noi stessi rischieremmo di finire consumati. La qualità della vita personale e sociale è da ripensare. Il sistema ha bisogno di una deframmentazione, come quella che si fa nei nostri computer. C’è bisogno di scegliere e decidere da quale parte stare”. Secondo p. Occhetta, poi, “il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione in deroga sono solo misure analgesiche che alleviano il dolore senza risolvere il problema. L’alternativa – inclusa anche nella visione sociale della Chiesa – è quella di creare le condizioni per “il lavoro per tutti”. Questo obiettivo diventa raggiungibile grazie alla nuova visione di lavoro che le nuove generazioni stanno, in parte, sperimentando”.

“Dobbiamo renderci conto che un mondo, quello che abbiamo conosciuto, in cui abbiamo creduto e vissuto, è finito – conclude p. Occhetta –. Ricominciare un ciclo nuovo, guidato da comunità culturali preoccupate di ‘coltivare persone’, e non di ‘sedurre clienti’, è ancora possibile. Occorre però ritornare a impegnarsi direttamente”.

La risposta della Cisl all’inchiesta di Report

Poiché riteniamo che la CISL rappresenti nella storia del Paese un vero pilastro del movimento di ascesa ed emancipazione dei lavoratori, riteniamo opportuno pubblicare il comunicato diffuso a caldo dall’organizzazione in risposta all’inchiesta di Report su presunte irregolarità nella gestione interna al sindacato di via Po.

È tuttavia onesto far presente che un rimpallo di accuse non toglie di mezzo la sensazione di un progressivo appannamento della capacità di rappresentanza e mobilitazione del mondo cislino. Ad essere benevoli, vien voglia di osservare che la sfida innescata dalla pandemia mette in risalto la fragilità dell’attuale dirigenza sindacale. Il logoramento della segreteria Furlan è sotto gli occhi di tutti e far finta di nulla non giova alle sorti della CISL.

https://www.cisl.it/in-evidenza/18130-la-nostra-risposta-all-inchiesta-di-report.html