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Estate, una breve girandola di illusioni, abitudini ed emozioni.

Archiviamo un’estate densa e breve, infuocata e alluvionata, lungamente attesa e salutata senza postume nostalgie. Non una pausa dalle fatiche ma faticosa essa stessa, tra code e lavori in corso, sold out del turismo di massa, miscuglio etnico, chiassose kermesse musicali, solitudini siderali, abbandoni, rituali ripetitivi e stanchi e consumo di tutto: del suolo, dell’aria, dei risparmi, del tempo inutile, delle vacanze brevi per vivere e sopravvivere al resto dell’anno. Abbiamo avuto la stagione più calda di sempre, la settimana più rovente, il giorno (pare il 21 luglio) più bollente.

Di tutto e di più: i piromani e gli incendi devastanti (questa gente meriterebbe l’ergastolo perché chi uccide la natura uccide l’umanità), i crolli degli edifici, l’esondazione dei fiumi, i tornadi e le trombe d’aria, le contese balneari, il ritorno del Covid accompagnato dal vaiolo delle scimmie, il bostrico che divora gli alberi in montagna e il granchio blu con il vermocane che impestano i mari. La Foresta Amazzonica, polmone del pianeta, che fornisce il 20% dell’ossigeno che ci è necessario per respirare, quest’anno ha subìto un’impennata del 98% di incendi rispetto all’estate del 2023: una cifra da capogiro. Il cambiamento climatico l’ha fatta da padrone, dallo scioglimento dei ghiacciai alle tempeste d’acqua, alla siccità, all’afa insopportabile, all’erosione delle coste.

Non vorrei dimenticare qualche fenomeno atmosferico ma i segnali di una svolta repentina nell’ecosistema ci sono tutti: di questo dobbiamo capacitarci se vogliamo por mano a quel che resta del nostro futuro. È evidente a tutti che l’estate del 2025 e poi quelle degli anni che verranno saranno sempre più calde, asfissianti, appiccicose, insopportabili. Il rialzo termico è una costante irreversibile. Di questo dovremmo essere tutti consapevoli e fare qualcosa, a cominciare dal resto dell’anno. Ci sono contesti ambientali dove l’acqua – il bene più prezioso e indispensabile per la sopravvivenza di tutte le specie animali e vegetali, viene sperperata da anni senza che nessuno ponga rimedio a questa colpevole negligenza.  Il fenomeno è planetario, comincia al Polo Nord e finisce al Polo Sud ma in Italia la disinvoltura con cui – in modo trasandato, indifferente e pressapochista – non si affrontano certi problemi chiama in causa molte responsabilità.

Dovremmo essere un Paese civile ma gli stili di vita sono ispirati al qualunquismo e all’attesa fideistica che qualcun altro provveda. Non sappiamo tutelare il nostro patrimonio naturale e artistico eppure deteniamo il record delle presenze straniere. Ho letto un articolo di Giuliano Zulin – esperto sul tema – il quale ha calcolato che con un miliardo di euro si potrebbero creare 20 centri di desalinizzazione dell’acqua marina ma mi pare che la politica non si occupi del problema. Non trovo nel PNRR un programma di tutela ambientale adeguato, di prevenzione dei dissesti idrogeologici, di messa in sicurezza degli edifici: si avverte un senso di usura del mondo e delle cose che fa pensare ad un tracollo imminente, a cominciare dalle stesse condizioni di sopravvivenza.

Tutto si sta consumando, esaurendo, scomparendo in modo repentino. Nel resto dell’anno non ce ne occupiamo abbastanza e i problemi estivi ricorrenti esplodono sempre acuiti ed aggravati. C’è una sorta di narcolessia di massa rispetto alle evidenze che incombono: qualche scienziato comincia a chiedersi se sarà l’I.A. a salvarci con una accorta programmazione di risorse ed energie o se arriverà presto il tempo in cui qualcuno comincerà ad indossare le maschere di ossigeno per sopravvivere alle temperature torride, all’aria incandescente e all’assenza dell’acqua. Anche nei luoghi di villeggiatura cominciano ad emergere criticità: il traffico, lo smog, l’inquinamento, si trasferiscono anche nei contesti che dovrebbero essere i più protetti.

L’umanità si muove ora petulante e invadente ora mossa da necessità vitali: non dimentichiamo che le immagini ricorrenti delle guerre non sono coreografie sullo sfondo di conflitti inevitabili: sono piuttosto l’icona di una totale assenza di coscienza morale. I bambini e gli anziani sono le prime vittime di certe politiche dissennate e incoscienti. L’uomo non sa stare in pace con sé stesso, figuriamoci con i nemici. Eppure avvertiamo tutti di camminare sull’orlo di un baratro: anche se il mondo fosse disarmato secondo l’ONU siamo quasi giunti alla vigilia della sesta estinzione della vita sul pianeta, questa volta per mano dell’uomo. Ogni anno celebriamo il rituale delle previsioni catastrofiche in sede di incontri ‘COP’ (è l’acronimo di Conference of Parties) la riunione annuale dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC).

Se pensiamo che la Convenzione è un trattato ambientale internazionale che fu firmato durante la Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite, informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, facciamo rapidamente il conto di quanto tempo si è perduto. Il trattato puntava alla riduzione delle emissioni dei gas serra, alla base dell’ipotesi di riscaldamento globale, prevedendo la stipula di protocolli che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni: il principale di questi è il protocollo di Kyōto. Dovrebbero essere i giovani i più preoccupati al futuro che ci attende vista l’inerzia degli Stati membri dell’ONU e le resistenze di Paesi come la Cina e l’India sull’uso del carbone inquinante. Ma sono i genitori, la scuola, la politica i veri responsabili di una negligente pedagogia sociale: accettare il peggio come fenomeno irreversibile e tirare a campare sopravvivendo al presente.

I titoli di coda dei telegiornali sono sempre ispirati ad una visione edulcorata e gaudente della vita, forse per riconciliare con le brutte notizie date in apertura, una sorta di oppio dei popoli che ci parla di musica, moda, loisir, culto dell’estetica e del lusso. Ma non saranno certo le baggianate che circolano sui social a cui si dà eco, le più recenti prodezze degli influencer, gli abiti stravaganti esibiti sui red carpet, le adunate oceaniche alle esibizioni di certe star internazionali a rendere consapevoli le persone sul valore della vita e sul rispetto della natura.  Prevale- come mi disse il grande psicanalista Luigi Zoja – l’allegoria di Lucignolo e del paese dei balocchi. Fumo negli occhi per non vedere la realtà e illusioni. Senza renderci conto che tutto ciò alimenta il senso dell’effimero.

Oltre gli stereotipi: la complessità del divario Nord-Sud.

La storia del divario tra Nord e Sud è un’eredità del passato che continua a condizionare il presente. Sin dalla nascita dell’Italia unita, la “questione” è rimasta irrisolta, seppur affrontata con maggiore impegno nel secondo dopoguerra, dai nuovi partiti alla guida della Repubblica tra gli anni ’50 e ’60, capaci di promuovere politiche di sviluppo come la Cassa per il Mezzogiorno, in una fase politica in cui prese forma quella che si può definire la democrazia sociale (concetto espresso da Paolo Pombeni, Il valore sociale della manovra, “Il Messaggero”, 29 agosto 2024)

Oggi, il tema è tornato al centro del dibattito politico, alimentato da una narrazione spesso semplificata e stereotipata. L’immagine del Mezzogiorno come una “palla al piede” per lo sviluppo del paese è un cliché persistente, utilizzato strumentalmente per giustificare diseguaglianze, mancati investimenti e, troppo spesso, per catturare facili consensi.

La rappresentazione dei territori meridionali come una sorta di blocco indistinto incapace di cogliere e seguire la via della modernità è una semplificazione che distorce la realtà e alimenta divisioni inutili.

In questa prospettiva, si può recuperare una lettura sulla storia dei pregiudizi antimeridionali e, soprattutto, sull’uso (populista) che dei medesimi si è fatto e si continua a fare, per cercare di superare questa visione distorta (A. De Francesco, La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale, Feltrinelli 2012).

Solo riconoscendo la complessità delle cause del divario, si possono affrontare, insieme, le possibili soluzioni in grado di produrre politiche efficaci e uno sviluppo equilibrato del paese.

Il tema è serio e merita riflessioni altrettanto argomentate, come quelle recentemente espresse da Mons. Francesco Savino (“la Repubblica”, 28 agosto 2024), dove, intorno al dibattito sull’autonomia differenziata, fa emergere le preoccupazioni sul rischio della creazione di “due Italie: una prospera, l’altra abbandonata a se stessa”, che riflettono un timore diffuso sulla riforma e, di conseguenza, sulla coesione nazionale.

In questo scenario, l’invocazione, singolare, di un “nuovo Risorgimento”, a distanza di oltre un secolo e mezzo, suggerisce l’urgenza di un rinnovato impegno collettivo per promuovere valori quali la giustizia sociale, la sussidiarietà, la cittadinanza.

L’appello ai giovani a studiare del vice presidente della CEI, va proprio in questa direzione, vale a dire quella di contribuire a costruire un paese più giusto in un futuro comune.

Cattolici e destra, non mettere argini è negare la storia dc.

C’è da un po’ di tempo un pensiero fisso nei commenti dell’esimio opinionista Giorgio Merlo che non lascia dubbi sulla torsione di strategia circa l’auspicato nuovo soggetto politico di area cattolica, a meno di non volerlo ritenere il frutto di una robusta dose di velleitarismo che in questi ultimi mesi sembra orientare i suoi sofismi dialettici.

Lo spunto, ancora una volta ce lo dà un recente articolo del 26 scorso, “Le novità del centro” su questo giornale. Inoltre ci offre l’opportunità di tarare quanto il velleitarismo riesca a incunearsi non solo nelle strategie di questi novelli leader politici.

Nella breve analisi, mi pare di vedere trascurati due fondamentali aspetti. Il primo: l’autore, in questo suo pseudo panegirico, sembra del tutto ignorare che FI, al di là delle apparenze di una sua artificiosa facciata democratica, resta pur sempre un partito padronale, sostenuto finanziariamente, nella gran parte del suo bilancio, dalla famiglia Berlusconi e quindi con interessi che talvolta non sono sovrapponibili alle aspettative di buona parte dei ceti meno fortunati.

L’altro aspetto, non dissimile, il calibrare le sue osservazioni (con un refrain che non invita di certo il lettore ad approfondire, tanto sembrano ripetersi i nuovi fondamenti delle sue tesi che facilmente offre il fianco alla facile critica) secondo una visione politica imbalsamata in una staticità degli assetti, rebus sic stantibus, oggi invece sempre più imprevedibili, già nel volgere di pochi anni.

Non si intravede invece una sia pur breve analisi delle evoluzioni, di cui un esponente politico che mira all’area cattolica deve essere protagonista sulla scorta di progetti politici che oggi le nuove sfide interne ed internazionali ci impongono fuori dalla dicotomia, destra-sinistra, ma che guardino e si pongano, pur non perdendo l’ancoraggio ai propri valori di riferimento, come promotori di nuove frontiere.

Insomma non andrebbe trascurato il rapido divenire del sistema politico oggi non in grado di catturare non più di metà di elettorato che va a votare e che passa da destra a sinistra con nonchalance.

In questo quadro non sembra avere, nei ripetuti commenti, tutto il focus critico che merita questo singolare disegno, che tenta di portare avanti FI (Tajani appare più esecutore di altri) nel chiaro obiettivo (essebdo comunque condivisibile l’intento di rendere giustizia a migliaia di immigrati di seconda generazione e riportare il rapporto Stato-Regione secondo Costituzione, in una visione di certo più moderata) di volersi porre come leader di un centro capace di ripristinare valori cattolici di cui Tajani non sembra essere coerente rappresentante, impegnato come è nel quotidiano ruolo di perfetto gregario di politiche oscurantiste, reazionarie e discriminatorie verso taluni ceti sociali.

Insomma non si può essere teneri verso tattiche che sotto il manto di prospettive poco praticabili e poco credibili servono solo a ingrossare elettoralmente le fila della maggioranza. E che sia un espediente di facciata, lo si coglie agevolmente ponendo mente alla netta ostilità degli altri partner di maggioranza.

Insomma da una parte una mossa piuttosto grossolana ma finalizzata ad accreditare una vocazione liberale, tesa a far breccia su un’area più ampia. Anche se l’elettorato per quanto liquido non è sicuramente disattento. E poi l’azione politica quotidiana che porta avanti Tajani non appare per nulla disallineata dai chiari propositi  di destrutturare gli equilibri più delicati del nostro sistema istituzionale per sostituirli con un forte accentramento di poteri.

Ancor più singolare appare il commento che viene reiterato in data 28 agosto, laddove non si adombra nessuna prospettiva di intese con la parte riformista, cattolica e moderata delle forze progressiste, mentre non si delineano neanche marginalmente i tratti di una coalizione di governo che assedia ogni giorno diritti e principi costituzionali consolidati.

Così, se da una parte sembra insormontabile il ragionamento di netta chiusura verso l’area politica che impropriamente si etichetta di sinistra,  come fosse un caleidoscopio di estremismi, ove campeggiano velleitarismo, massimalismo, radicalismo, fondamentalismo e populismo, senza lasciare alcuna chance a tutte quelle radici sottostanti che rappresentano nel partito della Schlein e non solo, culture, cattoliche, moderate e riformiste, come si riuscì nel passato, pur in coalizioni assai rischiose; altrettanto rigore argomentativo non si scorge nel categorizzare, nella breve disamina che ne fa l’autore, anche se allo stato delle cose ci sono solo dichiarazioni di Tajani e non intese formalizzate con esponenti del mondo cattolico.

Ecco quanto incredibilmente si legge nell’articolo citato (“Centro sinistra? Ormai è solo sinistra”): “…le forze, i movimenti e le culture centriste, riformiste, moderate e democratiche non possono che guardare altrove. Semmai, e questa rappresenta la vera sfida e scommessa politica dei prossimi mesi, si tratta di rafforzare un luogo politico che rappresenti autenticamente il Centro politico che poi, altrettanto naturalmente, si allei con altri partiti e altre culture politiche in grado di dare un governo stabile e coerente al nostro Paese. E questo è, oggi, il compito prioritario dei cattolici popolari e dei cattolici sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo puramente ornamentale e del tutto periferico nella politica”.

Con tali prospettive sembra congiungersi la recente dichiarazione di Cuffaro (Nuova Dc), che per non lasciare equivoci e fraintendimenti ci delinea come debba intendersi oggi una connotazione centrista, ove sembra appunto rivendicare una collocazione stabile e strutturale nell’area di destra-centro. Non a caso si è di recente varato un cartello elettorale di nuovo conio tra la nuova Dc e Noi moderati di Lupi.

Dobbiamo concludere che in questo quadro bipolare non c’è più spazio per alleanza di altra natura? Di certo, tra le righe di questi commenti, non sembra emergere alcuna tessitura critica, pur apparendo assai velleitaria l’idea di FI di riportare il baricentro politico nell’area centrista se si pensa a quante distorsioni nella cura dei comuni interessi si sono innestate, nell’idea guida di un liberismo sfrenato, leggi ad personam( per difendersi dalle miriadi di processi) e promesse disattese, fino a portarci alla reprimenda di una commissione europea che ci ha dettato l’agenda con lacrime e sangue( governo Monti-Napolitano)

Vien da chiedersi se Merlo pensi davvero, in presenza di un elettorato liquido ed umorale, e nell’obiettivo come egli dice “…di dare al paese un governo stabile”, che si possa mettere in piedi un soggetto politico, di area cattolica in direzione di una coalizione dove, tra le altre cose c’è un tentativo di affermare culture non proprio in linea con la nostra Costituzione.

Considerazioni che, incredibilmente, ci fanno cogliere tra le righe di questi pregiati commenti un pessimismo e un consegnarsi, disarmati, allo spadroneggiare delle forze di destra (e con Tajani ed il suo singolare Ppe, dove sembra ignorare che un Europa dei moderati non può prescindere dai partiti riformisti).

Sembra quasi affermarsi la tentazione, con il pretesto di “avere governi stabili”, di abdicare alla funzione primaria della politica, ossia sondare e promuovere nuove prospettive, soprattutto se non si è di fronte a culture autoritarie (dove invece l’opposizione deve essere netta) finendo per consolidare una cultura di governo che ha come primo obiettivo la destrutturazione e la riscrittura della nostra Carta Costituzionale nata all’insegna dell’antifascismo.

E pensare che fu una regola aurea che consentì alla Dc di sperimentare nuove alleanze al suo fianco sinistro, ma ben consapevole di alcuni paletti non travalicabili, anche per sottrarre le forze repubblicane e riformiste all’egemonia del Pci.

Dibattito | Iniziativa Popolare getta un sasso nel mare del cattolicesimo politico.

Iniziativa Popolare è un movimento avviato da alcuni esponenti dc e popolari (Tassone, Gemelli, Scilipoti, Bonalberti, Tucciariello e il compianto Publio Fiori) che ha affidato a due giovani: Mattia Orioli, marchigiano e Roberta Ruga, veneziana, il coordinamento di questa nuova realtà che si propone di favorire la ricomposizione politica dell’area dei dc e popolari italiani. Movimento allo “statu nascenti”, Iniziativa Popolare ha attivato un Comitato di coordinamento con altre realtà partitiche e associative (DC di Cuffaro, Unione Cristiana, Nuovo Cdu, Rinascita Popolare, Piattaforma 2024, Tempi Nuovi e altri) avente proprio l’obiettivo della ricomposizione politica dei dc e popolari.

I principi fondanti del comitato si saldano nell’identità e secondo la storia, la tradizione, e l’esperienza del PPI (Partito Popolare Italiano) e della DC (Democrazia Cristiana), quali formazioni laiche di ispirazione cristiana e di mattice democratico popolare ben radicate nella storia italiana.

Questo progetto si pone anche come un momento di propulsione, affinché il primato della politica possa essere recuperato, favorendo ed aprendosi al confronto e al dialogo con tutti.

Esso intende salvaguardare la propria identità valoriale e politica, considerata non negoziabile, alla quale non si intende rinunciare per dissolverla in altre storie politiche, ma, al contempo, si vuole aprire un dialogo fattivo e costruttivo, affinché si possano ricreare e ricostruire quelle condizioni politiche che hanno fatto risorgere l’Italia e l’Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Il centro della politica, cui fa riferimento Iniziativa Popolare, non è inteso come un mero spazio geometrico, vuoto, perimetro di opportunità egoistiche, personalistiche o elettorali, né tantomeno uno spazio confuso o indefinito di mescolanze politiche indefinite, ma è considerato, invece, come punto d’incontro di culture di storie politiche anche diverse, ma contraddistinte da valori, progetti comuni in grado di ridare al paese una speranza. È tempo, scrive infatti Iniziativa Popolare, di uscire dalla radicalizzazione destra-sinistra, che tanti danni ha portato al Paese, per ritrovare la dimensione e il metodo interclassista, che ha saputo interpretare nel passato la volontà popolare, garantendo la stabilità dei programmi di governo e la costruzione del Paese moderno. Questo centro, oggi, nell’attuale configurazione della politica italiana, è orfano di una delle se colonne portanti, quella dei popolari e democratici cristiani per via della diaspora suicida e delle conseguenti divisioni.

Nei giorni scorsi si è riunito il gruppo dirigente di Iniziativa Popolare, con lo strumento consolidato degli incontri online, e alla fine della riunione, come sempre molto partecipata, si sono decise alcune azioni così riassumibili:

 

  • adesione alla raccolta di firme per l’indizione dei referendum contro l’autonomia differenziata e il presidenzialismo indicato dal governo;
  • costituzione con atto notarile del comitato nazionale per il cancellierato sul modello tedesco, con elezione del parlamento con legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze e introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Un modello che garantisce, con la centralità del parlamento, la governabilità. Trattasi di un comitato aperto all’adesione di quanti vorranno condividere il progetto;
  • concorrere alla costruzione della sezione unitaria italiana del Partito Popolare Europeo, in adesione al programma del PPE e a sostegno della maggioranza che ha eletto Ursula von der Leyen alla guida dell’esecutivo europeo;
  • attivare nelle realtà locali, i comitati per la partecipazione democratica di tutte le componenti di area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale per rilanciare dalla base i principi del popolarismo sturziano e degasperiano;
  • partecipazione alle prossime elezioni comunali e regionali con liste di area centrale di ispirazione democratico cristiana, popolare, liberale e riformista.

Siamo allo “statu nascenti”, ma fortemente impegnati a favorire il progetto di ricomposizione politica di un’area culturale, sociale e politica, ispirata dai principi della dottrina sociale cristiana e del popolarismo sturziano e degasperiano, declinati nella nuova realtà caratterizzata dai paradigmi epocali: Ambiente, Lavoro, Economia, Salute, Giustizia, Formazione con le Tecnologie, sui quali non mancano le parole delle encicliche sociali degli ultimi pontefici, da Papa San Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI sino a Papa Francesco. Siamo un piccolo sasso gettato nell’ampio mare del cattolicesimo italiano che, dopo la 50ª settimana sociale di Trieste e il meeting di Cl a Rimini, è alla ricerca di una risposta politico organizzativa all’altezza dei bisogni della nostra società, con particolare riferimento agli interessi e ai valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Speriamo che il cerchio si allarghi coinvolgendo i Liberi e Forti ancora presenti nel nostro Paese.

Guerra o guerre In Medio Oriente? Non tutto è come appare.

La tensione fra Israele e i suoi peggiori nemici (l’Iran e i suoi proxy, le tre H – Hamas, Hezbollah, Houthy) è, come tutti vediamo ogni giorno dallo scorso 7 ottobre, altissima. Il rischio della deflagrazione del conflitto anche in Libano è assai concreto e infatti l’altro giorno ci si è andati molto vicino, con l’attacco preventivo dell’IDF israeliano per eliminare droni, missili, piattaforme di lancio di Hezbollah e la seguente risposta con il lancio di oltre 300 razzi e droni verso il nord di Israele.

Non solo. La risposta iraniana all’omicidio a Teheran, qualche settimana fa, del capo politico di Hamas è sospesa, non annullata. L’estenuante trattativa in corso al Cairo per il cessate-il-fuoco o anche per qualcosa di più non giunge ad una conclusione, e così si continua a combattere e ormai quasi non si contano più le vittime, oltre le 40.000. E ancora: adesso Israele pare voler accentuare la propria pressione militare in Cisgiordania, accentuando così il pericolo di un’estensione del conflitto con Hamas che, infatti, ha minacciato il ritorno dei suoi “martiri suicidi” disposti a farsi saltare in aria in mezzo alla folla.

Situazione molto complicata. Eppure, eppure se tutto non è ancora esploso una ragione c’è, e non la prudenza con la quale gli Stati Uniti sostengono l’alleato israeliano. La ragione è che l’intera regione a prevalenza sunnita guarda con terrore ad una possibile espansione in essa dell’influenza (e qualcosa di più) degli ayatollah sciiti. L’Iran all’Arabia e alle altre monarchie del Golfo, così come all’Egitto e alla Giordania, fa molto più paura di Israele con cui, peraltro, i rapporti diplomatici sono stati da tempo riallacciati (con l’eccezione, per ora, di Riad e di Muscat) e non sono stati interrotti neppure in questi mesi nonostante la mattanza a Gaza (ovviamente condannata con toni forti ma non fino al punto di troncare i rapporti con Gerusalemme).

Nel mondo sunnita solo la Turchia di Erdogan, che chiaramente ambisce a giocare un ruolo da protagonista regionale in ossequio ad un passato nel quale fu grande potenza mediterranea e mediorientale, ha attaccato duramente Israele e il suo governo, quasi a voler costituire un’alternativa sunnita al radicalismo antisionista iraniano. Per assumere un ruolo guida fino ad oggi esercitato dall’Arabia. Obiettivo tanto ambizioso quanto difficile, che genera ulteriori dubbi a Washington su quale sia alla fine il vero gioco di Erdogan, alleato poco disciplinato nella NATO attento a giocare una partita geopolitica tutta sua ad alto grado di ambiguità.

Tutto ciò significa che una guerra strisciante è in corso, ma essa non coinvolge solo Israele e i suoi nemici. C’è una guerra sotterranea fra Arabia – e il suo mondo di riferimento – e Iran, nonostante la ripresa recente di relazioni diplomatiche favorite dalla Cina. Ed è di natura globale, perché attiene non solo al potere terreno ma anche a quello spirituale e quindi molto più devastante, potenzialmente. E però c’è anche una guerra, non dichiarata o, meglio, dichiarata attraverso l’opposizione a un terzo (Israele, appunto), interna al mondo sunnita, non più rappresentato in toto dall’Arabia ospite dei luoghi sacri della religione musulmana.

Non è prevedibile dunque, purtroppo, un consistente e rapido calo della tensione nell’intera regione. Neppure se e quando a Gaza cessassero i bombardamenti, unica buona notizia casomai al Cairo questo nuovo round negoziale individuasse un pertugio per abbozzare una fragile tregua. Fragile, ma pur sempre tregua.

Il compito dei Popolari è recuperare anzitutto la loro identità

In questa pausa agostana abbiamo assistito ad un dibattito sul centro innescato da l’on. Rotondi, che onestamente ha assunto contorni discutibili. Dopo anni di bipolarismo, che hanno condotto per mano il Paese a populismo, crisi della rappresentanza e delle Istituzioni democratiche, sarebbe il caso di meditare con più attenzione su determinati passaggi storici dei popolari (o ex Dc) e sul futuro di questa cultura politica.

Anzitutto nessuno ne esce vincitore. Questo perché né chi milita nel Pd, né chi si trova, come Rotondi, Parlamentare di FdI, può affermare di riuscire a dare vero spazio politico alle tesi del mondo Popolare. La distruzione del centro, ha portato ad un annacquamento delle sue posizioni, altro che sale negli schieramenti di Ruiniana memoria. E, soprattutto, altro che solo problema di geometria delle posizioni, come lo derubrica Rotondi a proposito dell’esperienza del Terzo Polo.

È una questione squisitamente di cultura politica, e di capacità d’incidere nella storia (che è l’essenza della politica). A proposito dell’esperienza del Terzo Polo, tra l’altro, l’8% alle Politiche per un progetto abbozzato in pochi mesi, dimosta il contrario di quel che dice Rotondi, e cioè che esiste uno spazio politico per il centro in Italia.

Anche le suggestive riflessioni sulla similitudine di contrarietà alla sinistra, intesa come contrapposizione tra mondo statlista (delle sinistre) e mondo non statalista non regge in Italia. Non abbiamo i liberal conservatori inglesi  (Tories) nel nostro Paese, ma i post missini. E l’essere alternativi al mondo delle sinistre non può appiattire la cultura Popolare su quella, appunto, post missina.

Vogliamo commentare le recenti uscite giustizialiste del sottosegretario Delmastro a proposito di carceri (mentre Forza Italia fa una campagna con tutt’altra impostazione)? O le ambiguita della Meloni nelle relazioni europee? O, magari, entrare nel dibattito sullo Ius Scholae? O, ancora, dei rischi di un Premierato senza bilanciamento, quando servirebbe la restituzione di un ruolo vero per il Parlamento e per i Parlamentari? E lo spacchettamento del Paese con l’autonomia differenziata?

Premesso che Berlusconi, un pò come fece Moro con il Pci (ma senza voler azzardare paragoni tra le due personalita, profondamente distanti e diverse) ha fatto bene a far entrare nell’agone democratico, e nelle Istiuzioni, la destra. È stato un elemento di normalizzazione democratica, di stabilizzazione sociale e di ampliamento dell’offerta politica per il Paese.

Ma resta che, e questo lo affermo anche da persona che aveva creduto in questa possibilità, la destra Italiana non ha compiuto una  transizione vera e propria verso una destra liberale e conservatrice, ma ha confermato, ad oggi, i suoi tratti post missini.

La conclusione di questo ragionamento è che, l’unica possibilità per il centro è un’alleanza con la sinistra, per giunta questa sinistra? No. Anche perché conosciamo i tratti culturali che ci distinguono da quel mondo: radicalismo sui diritti civili e sociali (pensiamo alle recenti, inaccettabili, esternazioni di Ilaria Salis sul tema del diritto alla casa), sfiducia nel principio di sussidiarietà e, quindi, di tanto in tanto statalismo di ritorno.

Ovviamente non dimentichiamo che destra e sinistra, negli ultimi trent’anni, hanno spesso ceduto non tanto ad un sano liberismo e ad atteggiamenti (e politiche) amichevoli nei confronti del mercato, cosa auspicabile, ma a forme di anarco-liberismo (pensiamo alla discutibile gestione delle privatizzazioni).

Per quanto detto, trent’anni di bipolarismo forzoso in Italia sono li a dimostrare che la strada maestra per i Popolari (o centro) resta quella dell’unità, per affermare la propria identità e promuoverne le politiche conseguenti. Le alleanze si decidono volta per volta sulla base delle politiche e delle strategie da portare avanti nell’interesse dell’Italia e degli Italiani.

Per il resto, si ha sempre l’impressione che le riflessioni strategiche agostane siano schiacciate su di una prospettiva di breve periodo. Ma il centro e le forze centriste hanno bisogno di qualcosa che vada oltre un pensiero corto. Hanno bisogno di recuperare slancio e generosità, luoghi di aggregazione, pensieri lunghi, persone e leader (vecchi e nuovi). Per una stagione dove la Politica ritorni ad essere protagonista e con essa una politica di centro.

 

Giuseppe Vecchione

Coordinatore Provinciale (Avellino) di “Tempi Nuovi – Popolari Uniti”

Sorrida Stenterello per la Rider di Firenze sanzionata da Just Eat

Foto di wal_172619 da Pixabay

Non siamo alle solite ma quasi. Questa volta la differenza è nel fatto che la protagonista della vicenda ama il suo lavoro perché ciò che desidera è stare all’aria aperta e non essere rinchiusa tra le pareti di un ufficio. Fa la rider e non se ne lamenta e non sembra pensare a questo come un impiego passeggero. È la sua professione, punto e basta.

Tutte le storie, anche belle, corrono il rischio di restare impigliate durante la lettura a qualche imprevedibile uncino. Un algoritmo ha contestato a Bruna, che da 8 anni pedala per la Just Eat, di non mantenere una velocità media adeguata in ordine alle consegne da fare.

L’algoritmo è, secondo una definizione, una sequenza finita di operazioni da svolgere per risolvere un dato problema; in questo caso si è limitato a registrare una velocità senza dire come ovviare. A dire il vero, la risposta è nel pedalare più forte per centrare la media dei 21 Km/h contro i 15 Km/h invece registrati alla rider durante la sua prestazione di lavoro.

Just eat…e pedal faster, pensa solo a portare da mangiare e pedala più veloce, questo potrebbe essere il nuovo motto a cui Bruna e i suoi colleghi dovrebbe ispirarsi. Il loro cuore deve essere tutto nelle gambe e non viceversa.

Non conta se, eventualmente, saranno gentili con il cliente, se scambieranno velocemente una chiacchiera, se quella consegna sarà una occasione di umanità e di relazioni, se ci sarà uno scambio, anche fugace, di altro oltre al cibo. Conta solo far andare la bicicletta più velocemente è possibile.

Ora la questione è in mano ai sindacati ma non è questo il punto di interesse. Resta il fatto che sui sanpietrini di Firenze non è facile mantenere andature a certe velocità. Quella città pare che abbia preso nome da un soldato, Florio, ucciso sulla sua terra o invece si traduce in un più semplice auspicio di un luogo di floridezza che non abbia cadute ma mantenga un decoro medio.

A Bruna l’algoritmo non chiede di vincere il Giro d’Italia, di avere particolari acumi di chiacchiera o di essere capace, se occorresse, impennarsi sulla sua bicicletta. Vuole solo che si mantenga nel mezzo, che non eccella e che non cada, che sappia mantenersi con l’equilibrio di chi è anonimo e indistinto, che non sfori e che non fori.

Avrebbe chiesto probabilmente che la notizia non andasse sui “media” e si augura che nessun medium rubi in anticipo il pensiero della società che si appronta a fronteggiare la difesa dalla sua dipendente, assunta peraltro con regolare contratto.

“Che bruna è sì, ma il bruno il bel non toglie” si legge nella Gerusalemme liberata. Sarebbe ora che nel mondo della produzione non si guardasse solo a certi algoritmi, così restituendo al lavoro ritmi che non si accompagnino anche al blues, all’avere etimologicamente i “diavoli blu” in corpo con la tristezza e l’agitazione a corredo.

A Bruna hanno contestato di essere sotto lo standard richiesto, quindi non è stata in grado di portare in alto lo stendardo di un servizio rapido e soddisfacente e con lettera prestampata con provvedimento disciplinare scalandole dallo stipendio tre ore di lavoro. Bruna non ha alzato orgogliosa gli stendardi della Società ma avrebbe stentato in impegno a sudore.

Stenterello è la maschera tipica di Firenze. È gracile d’aspetto e “cresciuto a istento”. Puntualmente dalla parte dei deboli, trova però sempre il modo di trovare il sorriso malgrado le ingiustizie di cui è vittima. “Si rammenti i miei tormenti non mai spenti anzi più spanti” declama Stenterello. Chissà che queste parole non servano d’avviso anche a Just Eat a cui va detto che oltre alla pancia c’è di più.

L’Arabia Saudita sempre più centrale nello scenario del Medio Oriente

Se c’è un Paese che ha saputo collocarsi tra l’Est e l’Ovest, rafforzando la sua autonomia, e senza esser travolto dallo scontro fra interessi di potenze esterne, questo è il Regno dell’Arabia Saudita. Soprattutto dopo che il giovane attuale primo ministro Moḥammad bin Salman sembra aver avuto la meglio nella lotta per la successione al trono e da qualche anno è riuscito a imporre al Regno Saudita profondi cambiamenti interni e nella politica estera.

In particolare nelle relazioni internazionali Riyad ha saputo svolgere un ruolo di primo piano sia nei confronti delle prospettive aperte dai negoziati sugli Accordi di Abramo, promossi dagli Stati Uniti, che il feroce attacco terroristico del 7 ottobre dello scorso anno contro Israele, ha interrotto, sia nel contempo con i principali interlocutori dell’Est e del.Sud del mondo, con particolare riguardo al Coordinamento dei Brics. In tale ambito si sono create le condizioni per il disgelo e la riappacificazione con lo storico rivale costituito dalla Repubblica Islamica dell’Iran sciita attraverso la mediazione cinese. L’Arabia Saudita ha portato i suoi rapporti con i Brics a un punto tale da ricevere l’invito ad aderire a pieno titolo, durante il vertice Brics di Johannesburg, giusto un anno fa. Però pur avendo formalmente accettato l’invito ad aderirvi nel gennaio scorso, a differenza dell’Argentina che in seguito al cambio del presidente, nel dicembre dello scorso anno aveva declinato l’invito, l’Arabia Saudita non avrebbe ancora confermato in via definitiva la sua adesione ai Brics. Intatti il Regno Saudita continua a partecipare a tutte le attività del Coordinamento Brics ma in veste di Paese invitato all’adesione e non in veste di Paese membro a pieno titolo, full fledged, come i nuovi arrivati Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Quindi, si può dire che ad oggi l’Arabia Saudita non abbia ancora né respinto né accolto l’invito ad aderire ai Brics.

Risulta assai interessante interrogarsi sulle motivazioni di un tale cambiamento.  Forse una chiave di lettura su quale sia l’effettiva strategia seguita dall’Arabia Saudita, si può ricavare dall’intervista che l’ambasciatore americano a Riyadh, Michael Ratney, ha concesso lo scorso 26 agosto, a uno fra i maggiori giornali internazionali in lingua araba, il quotidiano Asharq al-Awsat (Il Medio Oriente). In questo colloquio il diplomatico americano ha annunciato che Washington e Riyad sono in procinto di stipulare un pacchetto molto ampio di accordi, “storico” lo ha definito  l’ambasciatore Usa, che spaziano dall’economia, alle nuove tecnologie all’ambito militare, che richiamano nella sostanza quel percorso di pace che era stato prospettato dagli Accordi di Abramo quattro anni fa, e che si stava allargando anche all’Arabia Saudita prima della strage del 7 ottobre. Adesso il governo di Riyad potrebbe aver fiutato l’occasione di giocare un ruolo di primaria importanza nel tentativo di superare il conflitto in corso ed anche in funzione di un rafforzamento della propria strategia di diminuire gli investimenti in progetti a’estero per concentrarsi sullo sviluppo interno del Paese, puntando sulla sostenibilità, sulla riduzione delle aree desertiche introducendo nuove coltivazioni e sulle nuove tecnologie.

Ciò spiegherebbe anche il formale allentamento dei legami dell’Arabia Saudita con i Brics in funzione del rafforzamento del suo ruolo di mediazione. Il rilancio della collaborazione saudita con gli Stati Uniti costituisce una formidabile forma di pressione su Israele nella direzione di una ripresa dei colloqui per una normalizzazione delle relazioni bilaterali in cambio di un impegno dello Stato Ebraico a riconoscere un percorso verso la costituzione dello Stato di Palestina.

Da qualunque punto di vista la si osservi, la politica estera dell’Arabia Saudita sembra aver qualcosa di interessante da dirci su come ormai i protagonisti del nuovo mondo multilaterale interpretano il loro partecipare ad alleanze internazionali, manifestando una forte coscienza dell’interconnessione fra le varie regioni del mondo, che rende anacronistico qualsiasi tentativo di sistematica separazione.

Piersanti Mattarella, il Moro della Sicilia.

Piersanti Mattarella nacque a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935. Secondogenito di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana e fratello di Sergio, 12° Presidente della Repubblica Italiana. Si trasferì a Roma con la famiglia nel 1948. Studiò al San Leone Magno, retto dai Fratelli maristi, e militò nell’Azione cattolica mostrandosi attento conoscitore della dottrina sociale della Chiesa. Si laureò a pieni voti in Giurisprudenza alla Sapienza con una tesi sui problemi dell’integrazione economica europea. Tornò in Sicilia nel 1958 per sposarsi. Divenne assistente ordinario di diritto privato all’Università di Palermo. Ebbe due figli: Bernardo e Maria.

Entrò nella Dc nel 1963 e nel novembre del 1964 si candidò alle elezioni comunali di Palermo per lo scudo crociato, ottenendo un grande successo personale. La sua consiliatura coincise con l’apogeo del “Sacco di Palermo”. Furono anni di grande tormento e crisi per Dc in Sicilia, con durissime spaccature correntizie e la presenza a dir poco ingombrante di figure come Lima e Cianacimino.

Nel 1967 Piersanti entrò nell’Assemblea Regionale e fu rieletto parlamentare regionale per altre due legislature. Fu anche assessore regionale alla Presidenza con delega al Bilancio nelle diverse giunte ( 1971- 76 ). Il 9 febbraio 1978 fu eletto dall’Assemblea presidente della Regione Siciliana, alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano.

Era il giorno dell’Epifania del 1980 quando, in via della Libertà a Palermo, una grandine di pallottole lo sorprese, mentre si stava recando a messa con moglie e figli. Di quel giorno, quando un killer si è avvicinato all’automobile su cui c’era Piersanti con la moglie e con la figlia, rimane la fotografia di Sergio che estrae dall’auto il corpo del fratello, in un abbraccioche è passato alla storia.

Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995 n. 9/95, che ha giudicato gli imputati per il suo assassinio, si legge che «l’istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola».

Nel 1995, vennero condannati all’ergastolo quali mandanti dell’omicidio Mattarella i boss della “cupola” mafiosa. Le condanne vennero confermate in Cassazione. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza.

 

Profondo rinnovamento, non superamento della DC

La passione politica di Piersanti Mattarella non nasce dunque da una conversione fulminea, ma è il frutto di una lunga gestazione tra più componenti, che si distendono nel tempo: l’esempio paterno, gli ideali di rinnovamento respirati negli ambienti cattolici, la frequentazione di grandi uomini politici e – non ultimo – la rivolta morale contro la condizione della politica siciliana, contrassegnata da pratiche arcaiche, lotte di potere e interessi poco trasparenti…

Il Card. Pappalardo, nel corso dell’omelia funebre, così descrisse in modo mirabilmente riassuntivo l’azione politica di Piersanti: “Egli poteva ben attribuirsi, senza dover arrossire, la duplice qualifica di democratico, nel senso vero ed ampio della parola, e di cristiano”.

Questa ispirazione viene da lontano, tanto che in appunti personali giovanili conservati dal figlio, Piersanti parlava di un’azione politica e di governo “troppo lunga e impacciata nell’elaborazione di riforme sociali” . Già un appello non per la distruzione o il superamento della Dc, ma per il suo rinnovamento. Il partito d’ispirazione cattolica doveva ripartire dal recupero delle radici religiose e morali e spingersi sul terreno di più decise riforme sociali.

 

Responsabilità, trasparenza e concretezza

Ma la sua ispirazione si incarna in precisi e inequivocabili gesti di concretezza politica, soprattutto quando eserciterà ruoli fondamentali e delicati nell’ ARS. Come assessore al bilancio, per esempio, ha finalmente l’occasione per sperimentare programmazione e lo sviluppo. Le sue parole d’ordine, di fatto sconosciute prima nel parlamento regionale, diventano: coordinamento, collegialità, responsabilità e trasparenza.

I risultati sono sorprendenti. Negli anni successivi, infatti, presenta e fa votare entro i termini di legge i bilanci di previsione, evitando l’annoso e umiliante ricorso all’esercizio provvisorio.

Nel Novembre 1975, poi, la novità assoluta del patto programmatico di fine legislatura regionale, con l’inedita sponda anche del PCI. E non può sfuggire il fatto di come la Sicilia si candidi ad essere il laboratorio della politica italiana. Sono gli anni, infatti, in cui si discute della questione comunista, dopo la strategia del compromesso storico, lanciata da Enrico Berlinguer nel 1973. E tutto questo mentre Aldo Moro sta portando a compimento la sua riflessione sulla terza fase. Non a caso alcuni giornalistici lo definiscono “il Moro siciliano”.

E tutto questo percorso di novità non può in nessun caso prescindere da una radicale rigenerazione della vita del partito, cominciando a ristabilire la legalità del tesseramento.

Aldo Moro, amico e maestro, diventa in questi anni per Piersanti Mattarella qualcosa di più di un riferimento politico nazionale. È l’erede e il continuatore della linea storica e politica del cattolicesimo democratico che passa per Sturzo e per De Gasperi.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1549-piersanti-mattarella-da-solo-contro-la-mafia.html

Grazie, vecchio Joe. Il ritiro ha restituito l’onore a Biden.

Ora che il rito della Convention si è adeguatamente celebrato i Democratici USA avviano lo sprint che nelle loro speranze li condurrà a mantenere la Casa Bianca. Poco più di due mesi per consolidare il vantaggio acquisito nel corso delle ultime settimane partendo da una situazione notevolmente compromessa.

È impressionante come le cose siano cambiate in così poco tempo. A conferma che nell’epoca della comunicazione immediata c’è spazio quasi solo per l’immagine, per le sensazioni del momento, sostanzialmente per la superficialità.

Donald Trump nel giro di una giornata è diventato improvvisamente vecchio: non perché non lo fosse prima, ma perché la sua competitor è cambiata. Non più un anziano e con preoccupanti segnali di invecchiamento neuronale; ma una donna assai più giovane e nel pieno della maturità. Efficace e determinata. Molto difficile, per l’ex presidente, sconfiggerla sul piano mediatico. Ecco perché il campo democratico è adesso ottimisticamente impegnato col pieno di energie per vincere la partita, mentre quello repubblicano ha accusato il colpo.

Tutto ciò non significa che le questioni di merito, sia quelle maneggiate con un surplus di propaganda (come le migrazioni) sia quelle più inerenti la vita quotidiana degli americani (come l’inflazione o l’occupazione lavorativa), non avranno importanza nella ormai breve campagna elettorale. Né che la verticale frattura del Paese-guida dell’Occidente fra un campo ormai più reazionario che conservatore e un campo progressista a sua volta diviso fra tendenze più radicali e al contrario più conservatrici non sia e non rimanga la cifra principale degli odierni problemi americani.

Ma certamente le riflessioni su questi temi verranno influenzate nella testa dei molti elettori non ideologicamente o programmaticamente schierati con uno o l’altro dei due partiti dalla efficacia dell’immagine dei due candidati.

La rinnovata vitalità della contesa è anche merito del presidente in carica, Joe Biden. Bisogna dirlo, senza timore. Stava sbagliando, ha avuto la forza di riconoscerlo. Non con un discorso, con una decisione. Si è ritirato dalla corsa. Certo, sono state le pressioni – anche energiche, come pare siano state quelle di Barack Obama e Nancy Pelosi – a convincerlo. Forse anche a costringerlo. Probabilmente alla fine sarà stata la moglie Jill, che lo ha sempre sostenuto, a consigliarlo per il meglio. Resta però il fatto che, pur ferito nell’orgoglio, il vecchio Joe si è con umiltà messo da parte.

È doveroso ricordarlo. È giusto. Perché l’urgenza della nuova battaglia lo ha sacrificato anche nella Convention del suo partito. Relegato in apertura, in orario tardo per i residenti della costa est (da dove lui proviene), applaudito e ringraziato da un’organizzazione studiata nei dettagli ma di fatto già accantonato, quasi che non fosse ancora il Presidente, per ancora cinque mesi.

La vita a volte è crudele, la politica lo è quasi sempre. Anche nei confronti di chi, come Joe Biden, nella politica ha vissuto l’intera esistenza, cogliendo soddisfazioni e successi che sono concessi a pochi. E dunque le lacrime di commozione sono state l’epitaffio di una vita, prima che di una carriera. Una vita straordinaria, per di più contrappuntata da molti drammi familiari.

In futuro probabilmente questo Presidente di transizione verrà largamente rivalutato dal lavoro degli storici e degli analisti non legati alla stretta attualità. Ma oggi – accantonato così bruscamente nei fatti anche se non nelle maniere, che comunque avrebbero dovuto essere un poco più empatiche e meno spicce – è importante riconoscergli di aver saputo anteporre l’interesse generale a quello percepito come personale. Indicando la sua vice ha avviato il rinnovamento generazionale del suo partito, ha posto gli Stati Uniti di fronte alla possibilità di eleggere alla presidenza per la prima volta una donna, di colore e di seconda generazione. Non è poco. Non è davvero poco.

Centro sinistra? Ormai è solo sinistra. S’impone l’autonomia del Centro.

Il sistema bipolare è il frutto concreto della democrazia dell’alternanza. Un modello che esiste sia con il sistema elettorale proporzionale e sia con quello maggioritario. Del resto, come amava dire Guido Bodrato, anche nella prima repubblica c’era la democrazia dell’alternanza e il bipolarismo.

Eccome se esisteva. C’era un sistema di alleanze imperniato sul ruolo guida della Democrazia Cristiana a cui si contrapponeva il pianeta delle sinistre egemonizzato dal Partito comunista italiano. E gli elettori, liberamente e al di là di qualsiasi ‘conventio ad excludendum’, decidevano liberamente da chi farsi governare. Dopodiché, con l’avvento del sistema maggioritario coinciso con l’esperienza della seconda repubblica, anche il modello elettorale spingeva in modo più secco ed inequivocabile verso il bipolarismo politico.

Detto questo, si tratta adesso di capire come sono cambiate nel tempo le coalizioni e, di conseguenza, il profilo politico, culturale e programmatico delle alleanze. Sotto questo versante, e per fermarsi al tradizionale centro sinistra, non possiamo non avanzare alcune riflessioni. Anche perchè, storicamente, il centro sinistra è sempre stato un’alleanza politica e programmatica tra il Centro e la Sinistra. Così è stato dal 1996 in poi. Si trattava, cioè, di una coalizione che univa le forze politiche e le culture centriste, riformiste e moderate con i partiti e i movimenti riconducibili alla sinistra politica e culturale del nostro Paese, di provenienza in particolare ex e post comunista.

Ora, è indubbio che il profilo politico di questa coalizione è profondamente cambiato. E del tutto legittimamente, come ovvio. E il nodo di fondo, molto semplicemente, è che si è passati da una coalizione di centro sinistra ad una coalizione di sinistra. Nulla di più e nulla di meno. E, non a caso, l’unità tra la sinistra radicale, massimalista e libertaria della Schlein, la sinistra fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle di Conte, non contempla affatto la presenza di altri settori politici. Fuorché qualcuno pensi, simpaticamente e goliardicamente, che il piccolo partito personale di Renzi, dopo l’ultima piroetta politica del suo capo, rappresenti il Centro di quella coalizione. Anche perchè, com’è altrettanto evidente, l’azionista di maggioranza – se non addirittura esclusivo – di quest’alleanza è la sinistra in tutte le sue multiformi espressioni. E qualsiasi altro apporto non può che essere paragonato al contributo che i tradizionali “partiti contadini” davano alla coalizione a conferma della sua natura plurale. Un semplice orpello del tutto ininfluente e politicamente insignificante.

Anche perché, è inutile ribadirlo, l’unità politica delle tre sinistre segna e suggella anche una forte e profonda convergenza di natura culturale ed ideale. Lo potremmo definire un blocco sociale, politico e soprattutto culturale che spiega e giustifica un perfetto bipolarismo funzionale ad una vera e propria democrazia dell’alternanza.

Ed è per queste ragioni, persino troppo semplici da spiegare, che le forze, i movimenti e le culture centriste, riformiste, moderate e democratiche non possono che guardare altrove. Semmai, e questa rappresenta la vera sfida e scommessa politica dei prossimi mesi, si tratta di rafforzare un luogo politico che rappresenti autenticamente il Centro politico che poi, altrettanto naturalmente, si allei con altri partiti e altre culture politiche in grado di dare un governo stabile e coerente al nostro Paese. E questo è, oggi, il compito prioritario dei cattolici popolari e dei cattolici sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo puramente ornamentale e del tutto periferico nella politica

Le sorelle d’Italia con le mani avanti per non cadere indietro

Il vittimismo – non da oggi – è la cifra che maggiormente caratterizza l’attuale governo e chi lo guida. In due casi le vicende personali dei politici possono diventare di rilevanza pubblica; quando i giornali mettono il naso tra le mura domestiche (in modo del tutto inopportuno e non condivisibile) o quando sono gli stessi personaggi politici a rendere pubbliche le loro vicende personali e familiari. In questo secondo caso siamo in presenza di una precisa scelta che tende inevitabilmente a stimolare i sentimenti più diversi che vanno dalla banale ed inutile curiosità finoall’atteggiamento compassionevole nei confronti delle persone coinvolte. Proprio per questo motivo chi a vario titolo segue queste vicende non deve perdere mai di vista il cosiddetto “punto politico” della situazione.

Questa volta la scena è stata presa dall’altra Meloni, Arianna. Ma la sorella della Premier era già balzata all’attenzione delle cronache ben prima che decidesse (sua sponte) di pubblicizzare la separazione da Francesco Lollobrigida. Quello che può interessare al Paese non è certo la telenovela delle sorelle Meloni, ma piuttosto chiarire il ruolo di una persona che prenderebbe parte alle decisioni di governo senza averne titolo, ma solo in quanto sorella della Presidente del Consiglio; oppure fare chiarezza sui rapporti – politici ed economici – con frange della destra estremistica e neofascista, come è emerso dall’inchiesta che sta disvelando l’intervento economico della Fondazione Alleanza Nazionale per l’acquisto della sede di Acca Larentia. Va rispettata la privacy personale e familiare di tutti, non distogliendo l’attenzione dai veri problemi del Paese. Ci interessa sapere come verrà costruita la prossima Legge di bilancio, se continuerà la progressiva privatizzazione della sanità, come cambierà il sistema previdenziale e pensionistico, come potremo recuperare il potere d’acquisto che abbiamo perso da due anni a questa parte; ci interessa capire quale sarà il ruolo dell’Italia in Europa dopo le maldestre mosse della “nostra” Premier.

La fuga in avanti della stampa vicina al governo (vedi “Il Giornale”, “Libero”, ecc.), che parla genericamente di aggressioni giudiziarie, rappresenta un nuovo tentativo di annacquare il dibattito politico per spostarlo dai problemi reali delle persone, delle famiglie e delle imprese, al mondo dei fantasmi. Di solito sono modalità che si utilizzano per mettere le mani avanti rispetto a possibili e rovinosi scivoloni.

Medio Oriente e Brics, tre sono le notizie importanti.

L’Autorità Nazionale Palestinese presenterà domanda di adesione ai Brics dopo il vertice di Kazan (22-24 ottobre prossimi). Lo ha annunciato l’altro ieri a Mosca in una conferenza stampa l’ambasciatore palestinese in Russia Abdel Hafiz Nofal. Tutti gli attuali nove membri del Coordinamento Brics riconoscono lo stato di Palestina.

La presidenza di turno dei Brics, detenuta quest’anno dalla Federazione Russa, ha reso noto che una intera sessione dei lavori del summit sarà dedicata alla Palestina, e che a questo vertice è stato invitato anche Mahmoud Abbas, presidente dell’Anp. Non è detto che si tratti di una buona notizia. Dipende anche da cosa farà nel frattempo l’Occidente. Probabilmente accelerare i tempi del nostro riconoscimento della Palestina come stato, con le indispensabili garanzie per Israele, potrebbe evitare che l’avvicinamento della Palestina ai Brics si traduca in una spinta verso una ulteriore polarizzazione, anziché in un passo verso la pace.

 

***

 

L’Arabia Saudita, stato chiave del Medio Oriente, pare non aver ancora confermato in via definitiva la sua adesione ai Brics, pur avendo formalmente accettato l’invito ad aderirvi nel gennaio scorso, a differenza dell’Argentina che in seguito al cambio del presidente, nel dicembre dello scorso anno aveva declinato l’invito. Non è chiaro se si tratti di una decisione tattica, per aumentare i margini della sua mediazione, vista la piega che hanno preso gli eventi in quell’area, oppure se di una decisione strategica. Sta di fatto che, ad ora, il Regno Saudita continua a partecipare a tutte le attività del Coordinamento Brics ma in veste di Paese invitato all’adesione e non in veste di Paese membro full fledged come i nuovi arrivati Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia.

 

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L’Iran, membro Brics, ha varato un massiccio piano di aiuti per la ricostruzione della Siria. La Repubblica Islamica sta ricostruendo scuole, ospedali e altre infrastrutture civili in Siria, a partire dalla martoriata Aleppo. Dal nostro punto di vista occidentale si può  osservare che è più insidioso questo, perché genera consenso, che il supporto militare, come Teheran fa in Libano con Hezbollah.

Per questo urge una iniziativa non solo umanitaria ma strategica verso la Siria, Paese fondamentale sia per la soluzione ai conflitti armati dell’area, sia per le rotte commerciali e energetiche, sia per la gestione del fenomeno migratorio. Bisogna dire che l’Italia è lo stato più avanti in questo senso. Il nostro Paese, unico fra quelli G7,  infatti, ha normalizzato le relazioni  diplomatiche con la recente nomina dell’ambasciatore italiano a Damasco nella persona di Stefano Ravagnan, già inviato speciale del Ministero degli Esteri per la Siria.  L’Italia, inoltre, insieme alla Santa Sede, fu l’unico Paese europeo a rompere il tentennamento di fronte al devastante terremoto in Siria dello scorso anno, pronunciandosi subito per l’invio degli aiuti umanitari urgenti nonostante i rischi di strumentalizzazione propagandistica del regime di Assad. Non siamo soli però, in quanto un altro grande Paese della Nato, la Turchia, ha svoltato ormai in direzione della stabilizzazione della martoriatissima Siria e per il rientro dei milioni di profughi siriani dal suo territorio.

Il presidente turco Erdogan in una lunga intervista al magazine americano Newsweek per il Vertice Nato lo scorso 10 luglio ha illustrato la sua visione sul futuro della Siria, anche per non consegnarla ancora di più all’influenza della Russia e dei Brics:

“Siamo noi che combattiamo veramente Daesh.  Siamo l’unico alleato della NATO ad impegnarsi in un combattimento ravvicinato con Daesh.  Ci battiamo per un clima di pace in Siria.  La soluzione a tutti questi conflitti è una nuova unione sociale in Siria sulla base dell’integrità territoriale.  Il nostro desiderio fondamentale è che la Siria non sia una terra in cui le potenze regionali e globali si scontrano con il braccio di ferro, ma uno stato prospero, completamente libero dal terrorismo e governato dai siriani”.

Una presa di posizione di particolare rilievo, perché implica di seguire lo stesso criterio, la fine delle opposte interferenze straniere in cambio della ristabilita integrità territoriale, anche per l’Ucraina.

Purtroppo, occorre constatare con amarezza che in questi processi l’Ue è oggettivamente ostacolata a esprimere una posizione unitaria, soprattutto per ciò che un Paese come la Francia (senza contare il Regno Unito che non è più nell’Ue) ha fatto con disinvoltura sul campo tra Libano e Siria in questo secolo. Ciononostante va esplorato ogni spazio per la diplomazia e il dialogo perché l’Unione Europea, accanto ad altri, possa esercitare un ruolo reciprocamente vantaggioso con i Paesi del quadrante medio-orientale.

L’Arabia Saudita sempre più centrale nello scenario del Medio Oriente

29Se c’è un Paese che ha saputo collocarsi tra l’Est e l’Ovest, rafforzando la sua autonomia, e senza esser travolto dallo scontro fra interessi di potenze esterne, questo è il Regno dell’Arabia Saudita. Soprattutto dopo che il giovane attuale primo ministro Moḥammad bin Salman sembra aver avuto la meglio nella lotta per la successione al trono e da qualche anno è riuscito a imporre al Regno Saudita profondi cambiamenti interni e nella politica estera.

In particolare nelle relazioni internazionali Riyad ha saputo svolgere un ruolo di primo piano sia nei confronti delle prospettive aperte dai negoziati sugli Accordi di Abramo, promossi dagli Stati Uniti, che il feroce attacco terroristico del 7 ottobre dello scorso anno contro Israele, ha interrotto, sia nel contempo con i principali interlocutori dell’Est e del.Sud del mondo, con particolare riguardo al Coordinamento dei Brics. In tale ambito si sono create le condizioni per il disgelo e la riappacificazione con lo storico rivale costituito dalla Repubblica Islamica dell’Iran sciita attraverso la mediazione cinese. L’Arabia Saudita ha portato i suoi rapporti con i Brics a un punto tale da ricevere l’invito ad aderire a pieno titolo, durante il vertice Brics di Johannesburg, giusto un anno fa. Però pur avendo formalmente accettato l’invito ad aderirvi nel gennaio scorso, a differenza dell’Argentina che in seguito al cambio del presidente, nel dicembre dello scorso anno aveva declinato l’invito, l’Arabia Saudita non avrebbe ancora confermato in via definitiva la sua adesione ai Brics. Intatti il Regno Saudita continua a partecipare a tutte le attività del Coordinamento Brics ma in veste di Paese invitato all’adesione e non in veste di Paese membro a pieno titolo, full fledged, come i nuovi arrivati Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia. Quindi, si può dire che ad oggi l’Arabia Saudita non abbia ancora né respinto né accolto l’invito ad aderire ai Brics.

Risulta assai interessante interrogarsi sulle motivazioni di un tale cambiamento.  Forse una chiave di lettura su quale sia l’effettiva strategia seguita dall’Arabia Saudita, si può ricavare dall’intervista che l’ambasciatore americano a Riyadh, Michael Ratney, ha concesso lo scorso 26 agosto, a uno fra i maggiori giornali internazionali in lingua araba, il quotidiano Asharq al-Awsat (Il Medio Oriente). In questo colloquio il diplomatico americano ha annunciato che Washington e Riyad sono in procinto di stipulare un pacchetto molto ampio di accordi, “storico” lo ha definito  l’ambasciatore Usa, che spaziano dall’economia, alle nuove tecnologie all’ambito militare, che richiamano nella sostanza quel percorso di pace che era stato prospettato dagli Accordi di Abramo quattro anni fa, e che si stava allargando anche all’Arabia Saudita prima della strage del 7 ottobre. Adesso il governo di Riyad potrebbe aver fiutato l’occasione di giocare un ruolo di primaria importanza nel tentativo di superare il conflitto in corso ed anche in funzione di un rafforzamento della propria strategia di diminuire gli investimenti in progetti a’estero per concentrarsi sullo sviluppo interno del Paese, puntando sulla sostenibilità, sulla riduzione delle aree desertiche introducendo nuove coltivazioni e sulle nuove tecnologie.

Ciò spiegherebbe anche il formale allentamento dei legami dell’Arabia Saudita con i Brics in funzione del rafforzamento del suo ruolo di mediazione. Il rilancio della collaborazione saudita con gli Stati Uniti costituisce una formidabile forma di pressione su Israele nella direzione di una ripresa dei colloqui per una normalizzazione delle relazioni bilaterali in cambio di un impegno dello Stato Ebraico a riconoscere un percorso verso la costituzione dello Stato di Palestina.

Da qualunque punto di vista la si osservi, la politica estera dell’Arabia Saudita sembra aver qualcosa di interessante da dirci su come ormai i protagonisti del nuovo mondo multilaterale interpretano il loro partecipare ad alleanze internazionali, manifestando una forte coscienza dell’interconnessione fra le varie regioni del mondo, che rende anacronistico qualsiasi tentativo di sistematica separazione.

Molinari, il centro e l’Italia: nell’aria volteggia una nuova semplificazione politica.  

Molinari, il centro e l’Italia: nell’aria volteggia una nuov semplificazione politica.

 

Perché non convince il sistema di “campi larghi transatlantici” contro i populisti proposto dal direttore di Repubblica. La missione del centro è ritrovare il consenso della classe media, non rattoppare progetti ormai anacronistici.

 

Giuseppe Davicino

 

Anche il direttore di Repubblica Maurizio Molinari domenica scorsa si è aggiunto alla scia degli autorevoli commentatori da sempre indifferenti, quando non ostili, alle forze politiche di centro ma che in questa complicata fase di cambio d’epoca si ricordano all’improvviso dell’importanza delle culture politiche che compongono il centro, e dell’importanza di dare risposta alle istanze delle fasce sociali intermedie per superare la crisi della democrazia.

A tal fine si cerca di arruolare anche settori del mondo cattolico moderato in un progetto internazionale, quello delineato nell’editoriale di Molinari su Repubblica, all’apparenza attraente e in vari punti formalmente condivisibile, ma che ad una attenta analisi risulta fondarsi su una piattaforma radical-chic declinata in una dimensione sovranazionale e unipolare, nella quale la netta apertura al centro assume il sapore di un disperato appello quasi a togliere le proverbiali castagne dal fuoco a dei gruppi dirigenti nazionali e inter-occidentali assuefatti ad operare come se lo status quo interno e internazionale post 1989 fosse immutabile, indiscutibile e senza fine.

Adesso che la maggioranza degli elettori, a causa del declino della classe media occidentale, volta loro le spalle, o decidendo di non partecipare alle urne, oppure compiendo scelte, criticabili quanti si vuole, verso populisti e sovranisti, ecco scattare in maniera concertata la repentina, e perciò  sospetta, riscoperta delle virtù politiche del centro.

Il sistema di coalizioni, di campi larghi transatlantici, contro i populisti, caldeggiato da Molinari non fa innanzitutto un buon servizio a Kamala Harris la quale nell’auspicabile caso di sua vittoria avrà di fronte a sé la scelta di traghettare l’America nel nuovo multilateralismo per garantire quelle riforme sociali interne da lei annunciate per riconciliare il Partito Democratico con la classe media. Per realizzare tali riforme la Harris dovrà chiudere la porta, nella sua futura Amministrazione al “partito della guerra” – al quale il direttore del quotidiano italiano è ideologicamente affine – e dovrà ringraziare, per intenderci, gente come Jake Sullivan o Victoria Nuland, del lavoro svolto così bene al punto che gli Stati Uniti ne potranno ragionevolmente fare a meno per il futuro.

Perseguire invece una perpetuazione dell’unilateralismo americano che, passando dai numeri risicati della Francia di Macron, si irradia a centri concentrici all’intera Ue, privata delle sue legittime ambizioni  di superpotenza globale, e in un ruolo del tutto subalterno, all’Italia, appare una operazione allo stesso tempo nostalgica, anacronistica e velleitaria, stante il fatto che il mondo è divenuto molto diverso da come se lo immagina Molinari.

Ecco perché quei cattolici che si collocano al centro – a prescindere da quelle che siano le loro concrete e pluralistiche opzioni politiche contingenti – a mio parere, non possono ridursi a utili portatori d’acqua al mulino di un mondo che qualcuno, seppur potentissimo, vorrebbe riesumare.

E visto che l’attenzione di vari editorialisti di Repubbica sembra rivolgersi soprattutto al soggetto in questo momento oggettivamente più consistente del centro, Forza Italia, non si può fare a meno di rilevare che anche la dirigenza di Forza Italia deve stare ben attenta a non cascare nella trappola tesa al centro dal giornale fondato da Eugenio Scalfari. Da questo punto di vista almeno la fiera appartenenza al Ppe di Forza Italia, la sua crescente distinzione dalle componenti di destra del governo Meloni, sembrerebbero deporre a favore di una strategia, ripetutamente annunciata dal segretario Tajani, volta a portare il centro, un centro plurale e aperto, necessariamente capace, aggiungo, di andare oltre i confini di Forza Italia, ad essere la prima forza politica del Paese,  anziché ridursi ad essere lo zerbino di quelle forze internazionali rappresentate in Italia dalla Schlein, delle quali Repubblica è da sempre l’house organ.

Dibattito | Centro politico: un fantasma o una necessità?

Ci risiamo! E questa volta non tanto per bocca di qualche  tenace cattolico vedovo inconsolabile del Centro politico. O per certi interessati proprietari di qualche partitino personale che in qualche caso tengono il simbolo dello “Scudo Crociato” sotto chiave. Ma per la penna di uno stimato giornalista laico, spesso sostenitore del bipolarismo se non del bipartitismo. Ezio Mauro.

Ho atteso alcuni giorni per vedere se il suo articolo pubblicato su ‘la Repubblica’ il 18 agosto scorso: “La metamorfosi di Forza Italia”, stimolava dibattito e discussione. Ma tranne i buoni chiarimenti di Giuseppe Fioroni e Giorgio Merlo su questo blog, non ho avuto la possibilità di leggere qualcosa.

La ricerca di un nuovo centro politico, oggi solo…geometrico mi viene da aggiungere o solo alternativo alle posture e alle frasi della Meloni e della Schlein, è dunque ritornata autorevolmente nel dibattito pubblico. Ma questa volta, come si diceva, non ha riguardato i tanti diversi e solitari cattolici, rispettabili nostalgici di una Dc consegnata definitivamente ai libri di storia. Una nostalgia centrista sempre rimasta però silenziosa sul (dato di) fatto che, da sempre, il cattolicesimo politico ha avuto da fare con i cattolici democratici di sinistra, e con i cattolici conservatori di destra: come li ha scrutati Sturzo sin dagli inizi del Novecento. E se ancora vogliamo rivolgerci alla diade settecentesca francese, ci sono sempre stati oltre a una sinistra dc ed a una destra dc anche cattolici centristi, cattolici bipolaristi e cattolici pluralisti; cattolici sociali e cattolici ultraliberali;  cattolici individualisti e chiusi, e “cattolici del noi” aperti; cattolici della nazione e cattolici del mondo; e via discorrendo. E non per ultimo cattolici clericali e cattolici autenticamente laici: tra questi ultimi, un “cattolico a modo suo“, studioso e intellettuale serio della coscienza religiosa e di fede autentica, come veniva definito l’indimenticabile  Pietro Scoppola.

Questo benedetto Centro politico, individuato come unico e solo salvatore della democrazia moderna, era dunque da molti anni in  agenda. Specie da parte, ripeto, di tante frange del cattolicesimo politico. Anche con convegni, interessanti manifesti e incontri, buoni giornali cartacei e on line. C’era di fronte il pericolo di un tragico ritorno del fascismo storico e del comunismo storico. O, se vogliamo, c’era da una parte la totale libertà del mercato, e dall’altra un mercato completamente nelle mani dello Stato con una sua pianificazione centralizzata.

In questa recente e ultima occasione, la novità e la sorpresa spuntano da una riflessione sul centro di un noto giornalista controcorrente di sinistra, “…storico detrattore…della Dc“, come puntualizza Giorgio Merlo. Ezio Mauro è  uno stimato commentatore con cui bisogna sempre misurarsi. A  leggere con attenzione il suo articolo non si può tuttavia evitare di intravvedere tra le  righe un velato sarcasmo e una sottile ironia, che in questo appunto non si prendono in considerazione.

Forza Italia si vuole trasformare in una nuova Dc ? Tajani in un  De Gasperi degli anni 2000? E i precedenti di Berlusconi aiutano? Comunque stiano le cose, e al di là dello scherno, Ezio Mauro, per mettere in apprensione Giorgia Meloni e Elly Schlein, fa nascere questa nuova Dc di centro dalla “mutazione” di Forza Italia. Trasformata “d’emblée“ in un partito che può ereditare il lascito culturale, politico e i valori, della Dc storica. E che oggi può riunire i “moderati” italiani al momento dispersi. Se non addirittura assenti dal seggio elettorale per mancanza di un sistema elettorale proporzionale, e per l’assenza di una offerta specificamente indirizzata a coloro che sono – appunto –  parchi e calmi, sereni ed equilibrati anche nei programmi politici. Insomma quei moderati giacenti in silenzio in attesa di sapere cosa passa il convento di destra e quello di sinistra. Protesi perennemente alla mediazione degli altri e senza idee proprie. Evitando dunque quegli elettori non moderati, perché sfrenati, incontrollati e costantamente inappagati e rivoluzionari.

Si tratta, chiarisce però Ezio Mauro –  e meno male –   di recuperare un centro politico e sociale “…mitologico“. Un centro cioè – viene da pensare – irreale ed astratto, esistente solo nella fantasia? Oppure un centro formato da quella  borghesia scomparsa tuttavia da tempo – come moltissimi anni fa ha sostenuto Giuseppe De Rita – sommata ad un antico ceto medio salito sul discensore e oggi scomposto in diversi ceti?

Si tratta di tenere anche  conto che i frequentatori della messa domenicale sono calati dal 37% circa del 1993, al 24% circa di cinque anni fa – dice Diotallevi – e al 18 % circa dei nostri giorni: tutti ultra sessantenni che votano in buona parte per FdI, M5s e Lega?

Un fatto è però certo. Perché alla fine si tratta di depositare a sinistra un “mitologico” – anche in questo caso – proletariato otto-novecentesco. Assieme a una  “mitologica” classe operaia già da un po’ di tempo sostituita dai robot e dall’IA e che in parte  oggi vota per Fratelli d’Italia. Avendo a destra un “mitologico” fascismo dispotico, autoritario e senza Parlamento, antieuropeista, antiatlantico e filorusso, e a sinistra un marxismo leninista ? Ezio Mauro tutti questi interrogativi li evita. Si limita, al di là della forzatura ironica, ad evocare alla fine la Dc. Ma ad ammettere nello stesso tempo che Forza Italia non potrà mai occupare quello spazio. E, mi viene da aggiungere che non lo potrà mai  occupare anche se si metterà in testa di “…camminare verso sinistra”.

Dalla globalizzazione selvaggia alla bioeconomia: un nuovo patto per l’umanità.

 

Vitaliano Gemelli

 

Prima di esaminare gli aspetti filosofici etici e morali della realtà economica attuale, sarebbe importante esaminare lo stato effettuale di trenta anni di globalizzazione senza regole, che ha caratterizzato tale periodo.

Negli USA il BMI tendenziale prevede che il 50 % degli Statunitensi entro il 2030 sarà obeso; tale situazione determinerà un incremento degli interventi di chirurgia bariatrica, un incremento delle patologia legate all’obesità, quali diabete, patologie cardiovascolari, morte prematura, rischi metabolici e malattia coronarica,  cancro, disturbi muscoloscheletrici , disturbi gastrointestinali , problemi riproduttivi, conseguenze genito-urinarie, conseguenze respiratorie,  Infezioni,  conseguenze dermatologiche, comorbidità con disturbi psichiatrici.

Oltre all’incremento delle spese sanitarie legate al fenomeno dell’obesità, si verifica l’incremento dei prodotti dietetici, che l’industria offre come antidoto; pertanto, il processo mentale che si proietta al cittadino si condensa nella formula di mangiare quello che vuole tanto vi è il rimedio che risolve il problema.

Infatti, i messaggi pubblicitari relativi ai cibi, decantano la prelibatezza e la golosità degli stessi a prescindere dalla loro salubrità; è la soddisfazione del desiderio, quale esso sia, che si persegue e mai – o quasi – l’effettivo bisogno equilibrato di alimenti finalizzati al benessere fisico.

Inoltre, da molto tempo si pratica la induzione al nuovo bisogno per poter vendere qualsiasi cosa ad iniziare dai prodotti alimentari, producendo dipendenza più o meno accentuata, tanto da diventare abitudine consolidata.

L’individuo, che prima era “persona”, attualmente è solo “consumatore”, dipendente da tutte le produzioni esistenti e il “desiderio”, come si è puntualizzato prima, è indotto con sofisticati sistemi espliciti e subliminali per ogni cosa, senza che il cittadino, che di fatto ha perduto il suo diritto di scelta, possa difendersi.

In molti Paesi si verifica che le legislazioni siano funzionali al sistema produttivo, piuttosto che alla tutela del cittadino; attualmente il problema della produzione di energia tende a convertire tutto verso il sistema elettrico per ridurre le fonti fossili e privilegiare le fonti rinnovabili.

Lodevole lo scopo, ma attualmente le fonti rinovabili producono il 13,47 % di energia nel mondo e il 18,36 % in Italia (indagine del 2021 della British Petroleum); del 13,47 % di energia da fonti rinnovabili, misurata in 7.931 TWh, 4274 TWh (54 %) sono prodotti dall’idroelettrico, 1.862 TWh (23 %) dall’eolico, 1.033 TWh (13 %) dal solare.

Con tali valori mondiali, che possono essere rapportati proporzionalmente in UE, è verosimile che entro il 2035 tutto il parco macchine europeo possa essere alimentato da energia prodotta da fonti alternative?

Come si potrà risolvere il problema della produzione delle batterie e quello del loro smaltimento, considerato che hanno componenti altamente inquinanti?

Come sarà affrontato il rapporto con la Cina, che attualmente detiene il primato della produzione?

Attualmente non ci sono risposte e in mancanza tutto il sistema produttivo entra in fibrillazione, perché non vi sono le condizioni per fare una programmazione che sia affidabile come per il passato.

La Germania e l’Italia, che sono le prime manifatture europee, hanno i sistemi industriali bloccati dall’incertezza del futuro e da provvedimenti legislativi ideologici più che programmatori, per soddisfare correnti di pensiero, che non fondano la propria sussistenza sulle analisi e sui bisogni dei cittadini, ma sulle indicazioni di un presunto “nuovo ordine mondiale”, di cui non si conoscono le coordinate, ma solo gli effetti nefasti.

In particolare, vi sono tre grandi problematiche che hanno la necessità di essere affrontate con tempi congrui, che vengono negati dalle circostanze dei mercati mondiali.

La prima è l’innovazione tecnologica dei processi produttivi, che necessita di capitali e formazione del personale, che attualmente non sono disponibili in sufficienza per effetto del ciclo negativo che sta vivendo l’industria europea e tedesca e italiana in particolare; una situazione analoga si sta vivendo negli USA nel settore metallurgico e automobilistico.

 

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Achille Ardigò, l’eredità intellettuale e politica di un cattolico di frontiera.

Come definire questo importante personaggio “eclettico”?

 

La cifra eclettica

Un laico cattolico che ha testimoniato e vissuto come indivisibile il proprio impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana attraverso livelli  creativi, successivi e diffusivi: ispirazione religiosa, interesse culturale (curvato sulla sociologia ) ed impegno civile (con forti incursioni politich).

L’obiettivo del nostro articolo è quello di incrociare e tentare di unificare le varie dimensioni del suo ricco pensiero e della sua vita operosa: giornalista, accademico, soggetto istituzionale, politico, sempre in costante dialogo con la società civile del nostro Paese.

Infatti, la sua “cifra” emerge fino dall’età giovanile. In lui l’impegno civile divenne subito culturale e presto politico, intersecandosi inestricabilmente  con la storia democratica e repubblicana.

 

Fede, cultura, politica

Nato in Friuli nel 1921, da una famiglia che, per la precoce morte del padre, era stata portata avanti dalla mamma, che riuscì a far laureare tutti i cinque figli, trascorse tutta la sua vita in Emilia-Romagna, particolarmente a Bologna. Qui Ardigò negli anni ’30 prese parte all’attività dell’Azione cattolica bolognese e dal 1938 specialmente alla vita della FUCI.

Dopo l’armistizio, infatti, già laureato in lettere e filosofia a Bologna, militò, dal 1° settembre 1944, nella VI Brigata “Matteotti” col compito di staffetta. Nello stesso periodo  iniziò anche la sua attività giornalistica, curando la pubblicazione del quindicinale clandestino La Punta, organo dei giovani democristiani. Nel dopoguerra fu redattore del quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia e della rivista Cronache sociali.

Partecipò da protagonista, ancorché non nella prima fila del potere di governo, a quelli che sono stati i momenti più importanti e più alti della oggi cosiddetta “prima” Repubblica, quella che potremmo, da storici, chiamare la Repubblica democristiana, capace, come dirà più tardi il professore, di creare una “nuova sintesi politica “.

Ardigò visse così l’età degasperiana della Ricostruzione, nel doppio ruolo di studioso ed attore, a fianco di Giuseppe Dossetti. Partecipò alla stagione del centro-sinistra, come pensatore di punta accanto ad Aldo Moro. E, a partire dagli anni ’70,  fu ancora supporto culturale della leadership di Benigno Zaccagnini e di Aldo Moro, durante la drammatica stagione della «solidarietà nazionale».

A partire da questo decennio, che lo vedrà sempre più protagonista del mondo accademico bolognese e nazionale fino a fondare l’ Istituto Nazionale di Sociologia, rallenta la sua presenza diretta nella DC, per poi lasciare il Consiglio nazionale del partito nel 1973. Scelta che comunque non lo farà allontanare dalla politica. Nel 1975, dopo la sua dichiarazione per il NO nel referendum del 1974 per l’abrogazione della legge sul divorzio, fonda la Lega Democratica con Gorrieri e Scoppola.

Collaborò con Tina Anselmi e Rosy Bindi nel settore sanitario. Fu vicino ai giovani cattolici democratici della Rosa bianca, partecipando alla scuola di politica di Brentonico e agli incontri della sinistra democristiana a Lavarone. Contribuì, insieme con Lazzati, Clemente Riva, Giuseppe De Rita, padre Bartolomeo Sorge, Domenico Rosati, Vittorio Bachelet e Giovanni Nervo, a preparare il primo convegno ecclesiale nazionale, indetto dalla Conferenza episcopale italiana (CEI), sul tema Evangelizzazione e promozione umana (1976).

Dal 1995 in poi, come intellettuale cattolico militante, sostenne dapprima l’esperienza politica di centro-sinistra de L’Ulivo (sfociata nel 2007 nel Partito democratico) e successivamente de I Democratici di Romano Prodi e del sociologo politico Arturo Parisi.

Gli anni ‘90 e l’inizio del nuovo secolo per Ardigò costituiscono un’ulteriore fase di studio e ricerca, focalizzati, in particolare, sulle nuove tecnologie e sulla loro applicazione in ambito sanitario, coerentemente con i ruoli ricoperti a CUP 2000 S.p.A. e all’Istituto Ortopedico Rizzoli.

 

La sua bussola per un intero secolo

In un suo articolo in Nuova Democrazia ( primi del 1945 ), riprendendo l’allocuzione natalizia del 1944 di Pio XII, Ardigò scrive: “Per un vero cristiano oggi non è più lecito credere alle possibilità della rinuncia alla vita sociale. La tranquillità e l’ordine saranno il frutto solo della nostra forte azione politica, severa verso gli opportunismi e la disonestà d’ogni condizione e gravezza”. E’ questo il suo sguardo lungo che accompagnerà il suo pensiero e l’azione sociale e politica per tutto il secolo.

E ci piace fare un volo cronologico fino ad un’altra sua intervista, contenuta nel libro Professare la sociologia (pubblicata nel 2022 a cura di E. Minardi). In essa il professore offre un affresco ricco e di vasto respiro sul senso del mestiere di sociologo, dove spiega come la sua visione ponga sempre al centro la categoria di “persona”, rifiutandosi di abbracciare le derive normative e ideologiche oppure individualistiche, tipiche di alcune importanti tradizioni del pensiero sociologico.

Questa visione influenzerà sempre la sua produzione editoriale, ma costituirà anche la filigrana delle sue innumerevoli conferenze e corsi di formazione. Nell’intervento che terrà a S. Pellegrino nel 1961 emerge una simmetrica filosofia applicabile allo Stato: ”Ma quale tipo di Stato? Ecco il problema. […] Lo Stato moderno, che, sul modello inglese assume la libertà come proprio fine è uno Stato in crisi perché il vero fine dello Stato deve essere la felicità umana, il bonum humanum simpliciter e tale finalismo deve essere deliberato e programmatico; non astratto ed episodico».

 

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Robert Kennedy Jr ripudia la storia della sua famiglia

Foto di WikiImages da Pixabay
Foto di WikiImages da Pixabay

La tragedia dei Kennedy è mal tradotta in italiano con maledizione, così perdendo il connotato di un fatto e un dolore intimo estraneo ad eventuali volontà altrui.

È una famiglia che ha conosciuto successi e poteri, pagando con lutti e disgrazie che avrebbero piegato qualsiasi clan. Non hanno piegato i Kennedy che hanno comunque sempre trovato la forza di rialzarsi e di risollevarsi anche dalle contraddizioni che hanno macchiato una dinastia vocata ad essere guardata ad esempio per il mondo.

Dei Kennedy ci si innamora per la loro caratura e ci si rattrista quando conoscono la polvere: difficile restarne indifferenti. Per alcuni esperti in materia quel nome potrebbe risalire al significato di testa brutta, per altri invece a testa elmata.

In entrambi i casi c’è traccia dei Kennedy che abbiamo imparato a conoscere per gli errori commessi e per la loro capacità di essere, piaccia o no, una leadership mondiale, condottieri pronti alla battaglia per migliore il bene del pianeta.

Per far questo non si sono risparmiati in figliolanza. Partendo dalle generazioni più vicine ai nostri tempi, Rose e Joseph, i genitori di John, Bob e Ted, ebbero, oltre a loro, altri 6 figli.

A sua volta John ebbe quattro figli, due dei quali morti alla nascita. Di questi il più noto John-John morì a 39 anni in un incidente aereo mentre andava al matrimonio della cugina.

«…Speravamo che questo John Kennedy si sarebbe pettinato i capelli quando sarebbero diventati grigi, con la sua adorata Carolyn al suo fianco. Ma, come suo padre, gli si è dato tutto tranne una lunga vita». Queste le parole dello zio Ted al suo funerale.

Ted, per parte sua 3 figli, fu coinvolto in un incidente d’auto nel quale ci rimise la vita una donna a bordo della sua auto e lui venne accusato di omissione di soccorso con le conseguenze riportate dalle cronache del tempo.

Bob Kennedy ha avuto una prole numerosa, 11 nascite a segnare la sua discendenza, tra cui David morto di cocaina e Karry arrestata per droga.

Per il resto divorzi, problemi con la giustizia e incarichi politici di prestigio internazionale hanno sempre caratterizzato la stirpe kennedyana, ma questa volta il clamore è suscitato proprio dal figlio di Bob, Robert Francis Kennedy Jr, l’uomo che ha abbandonato il partito democratico per passare nelle file repubblicane a sostegno di Trump.

È un esempio di vita e sentimenti inquieti vantando 3 matrimoni, una delle mogli è morta impiccandosi, e 6 figli.  Robert si è soprattutto distinto per essere un teorico del complottismo, dando l’allarme in merito ad una mano nera che muove le sorti di una ignara umanità. Ha contrattato con Trump un posto nella sua prossima Amministrazione a fronte del sostegno profuso per la sua eventuale elezione a Presidente degli USA.

Qualcuno lo chiamerebbe un campione di “salta cavallo” ma sarebbe un errore ed anche per qualche verso una assoluzione. Gli altri Kennedy hanno subito stigmatizzato il passaggio nelle schiere nemiche.

Confusa è la etimologia dei Kennedy e incerta è quella del complotto.  Forse è rapportabile ad un cumulo di persone o va privilegiato il riferirsi ad un complice o al complicare, avvolgere insieme, o ad un cumulo di persone. Altri ne segnalano l’origine nella radice “pelot” dove una palla composta di corde ben arrotolate richiamano l’assemblaggio e la copertura di una realtà dalla trama nascosta al suo interno. Per i Democratici ora rotola la palla del complottismo, al pari delle teste della ragionevolezza e della coerenza.

Comunque sia, Robert è affetto da quel complottismo che consente sempre di avere una soluzione appropriata che, senza di essa, rischierebbe di restare nel mistero e che è difficile da decifrare con le comuni categorie della conoscenza.

Gli Obama hanno lanciato la candidatura di Kamala Harris al grido di “Yes, she can”. Un Kennedy invece non ci sta.  Ken è il famoso bambolotto della Mattel, da non confondersi con Big Jim. Come i Kennedy, ama le donne con cui ha relazioni tumultuose. Ha una veste ufficiale di fidanzato della bionda Barbie dalla quale per anni si è separato per poi tornare ufficialmente a far coppia.

È passato con disinvoltura dai capelli neri a quelli biondi adattandosi ai nuovi stili suggeriti dai tempi correnti e si è presentato in pubblico in 40 differenti versioni, un campione di flessibilità e adattamento.

Il nostro Kennedy non ha nulla da invidiargli. Ha un nome e cognome per patrimonio e idee dalle quali, a torto o a ragione, non deflette. I suoi detrattori dicono che sia solo abile a montare a cavallo delle tendenze correnti, secondo le inclinazioni suggerite del mercato. I suoi sostenitori gli attribuiscono, al contrario, il genio di saper leggere più nitidamente la realtà che solo in pochi riescono lucidamente ad intravedere, sempre coerente con il suo credo.

Ha scelto di appoggiare Trump il cui cognome origina dall’italiano “trionfo”, e designa anche una carta di briscola vincente, comunque uno che surclassa gli avversari. Biden lo ha beffeggiato ribattezzandolo “dump”, spazzatura. In politica questo è ormai il lessico d’uso.

Quanto al nostro Robert  Kennedy, maybe, he can, maybe, he can’t.

Conte vs Grillo, la lotta per chi guida i 5 Stelle.   

Che Conte a Grillo non piacesse affatto lo si era capito da subito. E lo scontro in atto, che nelle prossime settimane potrebbe farsi molto duro, era non solo prevedibile ma addirittura inevitabile.

L’istrionico fondatore del Movimento 5 Stelle, colui senza il quale mai le idee e le futuribili suggestioni di Gianroberto Casaleggio avrebbero potuto concretarsi in un movimento politico dal vasto consenso popolare, non poteva accettare oltre la trasformazione della sua creatura in partito, per di più nel partito leaderistico dell’avvocato Conte.

C’è un conflitto di personalità ma c’è anche una visione diversa, molto diversa, della filosofia e della missione del movimento. Che era sorto su base nazionale per contestare alla radice, con argomentazioni per lo più populistiche e anti-politiche, favorite peraltro dalla decadenza culturale e politica dei partiti tradizionali, l’intero sistema istituzionale: un movimento d’opinione veicolato dalla rete che aveva un solo obiettivo, ovvero cacciare tutti gli altri, corrotti per antonomasia, e avviare una immaginata democrazia digitale (senza spiegare peraltro cosa essa significasse nel concreto) essenzialmente giustizialista, ambientalista, pacifista.

Meno interessato, invece, ad altre tematiche pure importanti e contemporanee, quali ad esempio le migrazioni o l’unità europea. E per nulla disponibile a farsi coinvolgere nella politica-politicante del sistema partitico (“apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno”). Il vincolo dei due mandati dimostra(va) la coerenza con questo intendimento.

Il M5S di Conte è tutt’altra cosa. E fa specie ascoltare i suoi colonnelli dichiarare, in perfetto politichese, che le “esperienze” maturate possono essere utili (ovvero: si abolisca il vincolo),

Dopo averne cambiato lo statuto ora Conte mira dunque a prendersi per intero il partito emarginando Grillo (dopo aver fatto fuori i suoi uomini, quelli della prima ondata) attraverso un’assemblea di base organizzata puntualmente alla bisogna. Un golpe che Grillo, ancorché invecchiato e non più pungente come nei suoi tempi migliori, non può consentire.

Non può consentire al proprio ego che il vanitoso e ambizioso avvocato pugliese stravolga la sua creatura sfidandolo apertamente. Cosa che – nella sorpresa dei tanti che ne avevano apprezzato il fare presidenziale ai tempi dei suoi due governi – di fatto fece quando davanti al portone di Palazzo Chigi, dal quale era stato costretto ad andarsene, si tolse la cravatta, si sfilò la mitica pochette, e si dichiarò disponibile ad aiutare il Movimento.

Ma chi – Grillo fra questi – ne aveva osservato con una qualche perplessità il camaleontismo nel passaggio dal governo con Salvini a quello col Pd ne aveva colto la brama di potere, finanche la ferocia con la quale lo perseguiva e lo avrebbe perseguito. Dietro alla valanga di parole, a pensieri spesso poco intelligibili, all’oscurità del linguaggio e alla vaghezza dei contenuti si cela infatti un personaggio che coltiva una sola, pervicace ossessione: tornare a Chigi.

Ora, però, dopo il magro risultato elettorale europeo Conte necessita di uno scatto, per essere libero di guidare il M5S (ma cambierà anche la denominazione, questo è certo) verso lidi nuovi o pure vecchi, inesplorati o anche già percorsi, chissà. Coltivando un populismo diverso, disponibile al compromesso quando serve, al trasformismo quando utile, al radicalismo quando necessario.

Un alleato infido per Elly Schlein. Un avversario da stroncare, per Beppe Grillo.

La novità del Centro nella evoluzione del sistema politico italiano

Stanno emergendo in modo sempre più chiaro ed evidente alcuni tasselli politici. Chiari ed inequivocabili. Elementi che, al di là delle legittime e diverse opinioni, quasi si impongono per la loro oggettività nella geografia politica del nostro paese.

E, andando con ordine, si possono riassumere con alcuni punti essenziali. Innanzitutto è fallito definitivamente ed irreversibilmente il tentativo del cosiddetto ‘terzo polo’ centrista. Con esso è tramontata anche la credibilità politica dei rispettivi capi dei due piccoli partiti personali che lo avevano cavalcato, gestito e governato, cioè Renzi e Calenda. E sorvoliamo sulle ragioni che hanno portato a questo fallimento politico ed elettorale perchè è persin troppo noto per essere ancora ulteriormente descritto ed approfondito.

In secondo luogo il futuro “Fronte popolare” della Schlein, di Conte e del trio Fratoianni/Bonelli/Salis è politicamente, culturalmente e programmaticamente alternativo rispetto a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile al Centro e alla ‘politica di centro”. Si tratta, molto più semplicemente, di una riedizione – con una versione aggiornata e rivista – della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria che è di totale appannaggio della sinistra post ed ex comunista. I ‘partiti contadini’ che saranno ammessi nella coalizione frontista – tipo quello di Renzi semprechè non confluiscano già nel Pd nei prossimi mesi per ragioni oggettive – sono solo comparse e sigle meramente aggiuntive e politicamente del tutto ininfluenti.

In terzo luogo è possibile ricostruire, oggi, uno spazio di centro, seppur nell’ambito di una democrazia bipolare e dell’alternanza, se si consolida un soggetto/luogo/partito politico che sia in grado di declinare sino in fondo un Centro riformista, democratico, plurale, socialmente avanzato e con una schietta e definita cultura di governo. Un luogo, cioè, che non può ridursi a mera comparsa per pietire qualche seggio parlamentare all’azionista di maggioranza della coalizione per sè e i “propri cari”, per citare una celebre espressione di Giulio Andreotti.

E, in ultimo, questo luogo politico – da affinare, ricostruire e rilanciare – non può che partire da Forza Italia e da ciò che concretamente può rappresentare nella cittadella politica italiana contemporanea. E quindi, e di conseguenza, un partito autenticamente democratico al suo interno; un partito che declina sino in fondo una cultura politica centrista, riformista e di governo e, in ultimo, un partito plurale che esalta tutti gli apporti culturali e politici riconducibili all’universo centrista del nostro paese.

Insomma, un luogo politico che in questi ultimi anni si è politicamente, e misteriosamente, inabissato e che adesso invece deve essere riscoperto e rilanciato. E questo non per il bene di un partito o di uno schieramento ma, semmai, per rafforzare la stessa qualità della democrazia italiana, nonchè dell’efficacia dell’azione di governo.

Rai 5 svela l’anima di Silone: viaggio nel cuore della Marsica.

Un viaggio tra le pagine e i luoghi del giornalista, scrittore e politico Ignazio Silone: lo propone “Sciarada, il circolo delle parole” con “Ignazio Silone. La voce del cafone”, in onda domani [oggi per chi legge, ndr] alle 23 su Rai 5.

Clarissa Montilla, Alessio Guerrini, Dario Marani, autori dello Speciale, raccontano la vita e la scrittura di Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli, che nasce a Pescina, in Abruzzo, il primo maggio del 1900, una data involontariamente significativa per un autore che tutta la vita si è occupato dei lavoratori più umili. Tra le testimonianze, quelle del pronipote Romolo Tranquilli, di Andrea Sangiovanni dell’università di Teramo, del sociologo Benedetto Di Pietro, di Manlio Cimini dell’università di Chieti-Pescara, dello scrittore Renzo Paris, di Liliana Biondi dell’università dell’Aquila e di Sebastiana Ferrari, curatrice dell’Archivio Silone.

La terra d’origine di Silone è la zona del Fucino, dove a metà Ottocento la famiglia Torlonia provvede al prosciugamento appropriandosi di questo latifondo di quattordicimila ettari e ricostruendo un sistema piramidale di vassallaggio. Il 13 gennaio 1915 un terribile terremoto rade al suolo molti paesi tra cui Pescina. Moltissimi i morti tra cui la madre: è il trauma che segna la sua vita. Dopo il terremoto Silone è sempre più attento alle condizioni di povertà dei contadini della Marsica. Inizia a occuparsi di politica e nel 1921 è tra i fondatori del Partito Comunista Italiano da cui viene espulso, dopo anni di impegno attivo, nel 1931. Diventerà, parole sue, “un socialista senza partito, un cristiano senza chiesa” “Fontamara”, il suo capolavoro esce in lingua tedesca, a Zurigo, nel 1933, novant’anni fa. In Italia viene pubblicato soltanto nel 1947. L’universo contadino della Marsica, simbolo di ogni povertà, è nel romanzo il luogo nel quale lo scrittore ritaglia la sua “poetica del cafone”, una vera e propria elegia degli ultimi.

Lo Speciale si chiude a Pescina dove lo scrittore riposa, secondo le sue volontà, sotto il campanile di San Berardo, con la vista del Fucino in lontananza e ad Aielli dove l’artista Alleg ha trascritto “Fontamara” in un murale di 80 metri.

Il confronto sullo Ius Scholae apre nuovi scenari politici

A un passo dalla ripresa in piena regola, con il governo chiamato subito ad affrontare i nodi di una difficile legge di bilancio, la scena politica appare più mossa del previsto. Le elezioni europee non sono state quel fastoso coronamento delle ambizioni della premier, di cui alla vigilia del voto si favoleggiava nei salotti della politica romana. C’è stata indubbiamente la crescita di Fratelli d’Italia, ma non l’impennata oltre la soglia del 30 per cento come nelle aspettative più ambiziose; una crescita valida per i calcoli in percentuale, causa il forte astensionismo, essendo diminuito invece il peso dei voti in assoluto; e senza l’impennata, dunque, ha fatto capolino la difficoltà della destra di radice almirantiana a farsi riconoscere, tanto a Roma quanto a Bruxelles, come elemento di stabilità e piena affidabilità democratica.

La premier ha poi commesso il grave errore di isolarsi rispetto alla concertazione del tradizionale asse franco-tedesco che ha portato alla riconferma di Ursula von der Leyen al vertice della Commissione. Da ciò deriva il disagio di Forza Italia, stretta nel mezzo della doppia solidarietà al quadro di governo nazionale e al rinnovato patto tra popolari, socialisti e liberal-democratici in Europa. Non è stato un passaggio qualunque dal momento che i tedeschi della Cdu, asse portante del Ppe, hanno chiaramente avallato e sostenuto la scelta di netta chiusura alla destra sovranista. Dopodiché la posizione di Tajani come leader di Forza Italia e vice presidente del Ppe s’è fatta molto più scivolosa e complicata.

La disputa sullo ius scholae è un segno evidente di questa imprevista torsione, a fronte dell’Europa, che investe i rapporti tra alleati di governo. I retroscena attorno ai propositi dichiarati o nascosti di Marina e Pier Silvio Berlusconi non offrono elementi di maggiore consistenza politica. Quel che conta è l’insostenibilità del balletto tra Meloni e Salvini su chi occupa lo spazio della destra nazional-popolare, con la conseguente mortificazione della linea europeistica di Forza Italia.

Per questo nell’intervista concessa ad “Avvenire”, l’altro ieri, Letizia Moratti ha scandito a chiare lettere che la questione dello ius scholae non s’inquadra nella classica disputa estiva, complice il solleone, ma s’intreccia con una riflessione politica concernente l’indirizzo dei Popolari in Europa. Con queste parole si blinda – qualcuno dice si vincola – la posizione di Tajani. In effetti, l’uscita della neo-eurodeputata azzurra ha il significato di una “bollinatura” che fa dei diritti dei nuovi italiani il terreno di conflitto con l’ostilità e le ambiguità di Lega e Fratelli d’Italia. Si sposta l’asse verso il centro e forse si gettano le basi – almeno così sembra – di un programma più conforme alle aspettative dell’elettorato intermedio, del resto sempre più infastidito da logiche di tipo radicale.

Bisogna capire, in conclusione, fino a che punto si voglia procedere in questa nuova direzione, possibilmente coinvolgendo in modo rispettoso e credibile tutte le forze autenticamente riformiste.

Prove generali di rivalutazione della Dc

Niente da fare. Non c’è un solo giorno che sui grandi organi di informazione manchi un riferimento concreto alla Dc e al rimpianto di quella storica esperienza politica. Mi spiego meglio. Dalla politica estera ai diritti, dalla ricetta economica e sociale alle riforme istituzionali e alla cultura di

governo; e cioè, ogni tema che si affronta e che è in cima all’agenda politica contemporanea, emerge in modo concreto e neanche tanto nascosta la “voglia della Dc”. Nessuno, come ovvio, ne sottolinea e ne auspica il ritorno. Ma quasi tutti ne evidenziano un sostanziale rimpianto. E il dato curioso è che questa richiesta o rimpianto o auspicio arriva nientepopodimeno che dagli storici detrattori e contestatori di quella concreta esperienza politica e della sua classe dirigente, leader e statisti compresi. È una reazione francamente singolare ed anacronistica perchè si tratta di osservatori e commentatori che hanno sempre considerato la Dc una sorta di “inciampo della storia” nella migliore delle ipotesi se non addirittura, e il più delle volte, di una vera e proprio “associazione a delinquere”. Questo era il giudizio, abbastanza unanime, di quasi tutti gli opinion leader libereral/progressisti del nostro paese dopo l’irruzione di tangentopoli e la sostanziale criminalizzazione politica dell’intera vicenda democristiana. Basti pensare ancora alla recente lettura del Direttore dell’Unità Sansonetti che ha paragonato la Dc ad una sorta di “terrorismo armato centrista”. Cioè il vero mandante politico “dello stragismo di Stato” nel nostro Paese.

Ora, se è indubbio che si tratta di un partito consegnato alla storia, è altrettanto vero che la sua lezione politica continua ad essere di straordinaria attualità e modernità. Ma non soltanto per il progetto politico che ha dispiegato nel corso dei decenni e che, come ovvio, è frutto di quella stagione storica, quanto per il ‘metodo’ e lo ‘stile’ che ha saputo trasmettere nel sistema politico italiano. Un metodo, frutto anch’esso di una precisa e determinata cultura politica che, piaccia o non piaccia, rappresenta tutt’oggi l’unica modalità capace di saper coniugare la “cultura del comportamento con la cultura del progetto”, per dirla con Pietro Scoppola. E cioè, il profondo rispetto delle norme, dei principi e dei valori costituzionali e quindi della qualità della nostra democrazia con la bontà del progetto politico e di governo.

Certo, quando gli storici detrattori e contestatori della Dc e della sua classe dirigente nazionale e locale confrontano quella esperienza con i populisti, gli improvvisatori e i parvenu della politica contemporanea c’è semplicemente da rabbrividire. E quindi anche i vari Sorgi, Cacciari, Mauro,

Molinari, Giannini, Galli Della Loggia e compagnia cantante, devono prendere atto – seppur amaramente – che purtroppo non è ancora nata una classe dirigente e, soprattutto, una esperienza politica in grado di potere essere paragonata anche solo minimamente con quella lunga e anche travagliata pagina storica. E allora, e di conseguenza, non resta che il rimpianto e il buon ricordo. Ma, al contempo – e qui risiede la profonda contraddizione politica e anche morale della lunghissima lista di questi presunti maìtre à penser – si continua a non dare dignità politica, culturale ed etica al partito della Democrazia Cristiana.

Ecco perchè, ogniqualvolta assistiamo ad una dubbia ed equivoca riabilitazione della Dc da parte dei suoi detrattori o ad un maldestro rimpianto, non possiamo non esercitare la categoria del dubbio e del sospetto. Perché, alla fine, sempre di implacabili detrattori della Dc si tratta. Che siano antichi, attuali o postumi giudizi la diffidenza è sempre la miglior arma da sfoderare. Per il rispetto della storia, innanzitutto, e non solo della Dc.

Meeting di Rimini: tra fede e politica, un’Italia da riscrivere.

In questa fase di fine estate puntuale a Rimini si svolge il Meeting di Comunione e Liberazione, che polarizza l’attenzione del variegato mondo di quello che rimane della politica e dell’ economia e del sociale.

L’Assise di Rimini è un momento di analisi, di progetti, di possibili soluzioni dei problemi del Paese. È un accorrere di personaggi di prima grandezza veri e una moltitudine di aspiranti ad esserlo.  La partecipazione al Meeting, dunque, è per i più un attestato.  I temi affrontati…non hanno avuto, per storia, apprezzabili riscontri.

L’evento di Rimini si segnala per la grande mobilitazione in un slancio dove spiritualità e religiosità, giustizia e diritti sono sempre meno centrali.  C’è una maggioranza di governo che con le riforme costituzionali mina le fondamenta della nostra convivenza nella libertà e nella democrazia, la centralità dell’Uomo, viene messa in discussione e non si fa nessuna azione seria di contrasto a una deriva eversiva.

Gli spazi dell’ agibilità democratica  si restringono e l’ economia è condizionata da forze egemoni che agiscono senza regole e controlli.  Gli squilibri sociali aumentano, e gli obiettivi di sviluppo sempre più lontani. Rimangono gli extra profitti in tanti campi,  soprattutto in quelli energetici e del credito.

L’evasione fiscale non si vuole risolvere: tanti sono gli incroci di interessi e molti i pusillanimi che solo nelle dichiarazioni appaiono  statisti coraggiosi dai pensieri forti. Gli applausi nelle giornate riminesi di tanti giovani generosi ,che credono e hanno fede,coprono vuoti e inerzie.

Il governatore della Banca d’Italia,Panetta, ha fatto una relazione seria. Ha parlato di debito pubblico,di Pnrr,di Immigrazione da regolare,delle difficoltà europee. Temi non nuovi ma riproposti con un piglio diverso.

Se il Pnrr scade nel 1926 e siamo in una fase di decelerazione nell’attuazione, se le riforme strutturali sono solo annunciate,se la lotta all’evasione solo reiteratamente declamata, se continuano scelte errate, se la “cassa piange”…cosa si fa?

Se a Rimini si vivesse l’attualità della lezione di don Giussani, l’Assise dovrebbe concludersi con la proposta  di intraprendere un percorso di giustizia con una riforma per colpire l’evasione e fare luce sui tanti nascondimenti degli extra profitti lucrati a discapito di una umanità non tutelata e senza speranza. Al ministro dell’economia sarebbe giusto fare l’invito a declinare un proprio pensiero compiuto senza farfugliare. E questo sarebbe un miracolo…e un bel risultato del Meeting.

 

[Il testo compare sulla pagina Fb dell’autore]

Santuario mariano di Chandavila: riconosciuta l’azione dello Spirito Santo.

Foto di Miguel Rivas
Foto di Miguel Rivas

Il Dicastero per la Dottrina della Fede “dà volentieri il suo consenso” affinché l’arcivescovo di Mérida-Badajoz, monsignor José Rodríguez Carballo, proceda con la dichiarazione del proposto “nihil obstat”, in modo che “il santuario di Chandavila, erede di una ricca storia di semplicità, di poche parole e molta devozione, possa continuare ad offrire ai fedeli che desiderano avvicinarsi ad esso, un luogo di pace interiore, consolazione e conversione”.

È quanto scrive il cardinale prefetto Victor Manuel Fernández in una lettera, approvata da Papa Francesco ieri 22 agosto, in risposta ad una missiva del presule spagnolo del 28 luglio scorso in merito alle vicende, risalenti al 1945, di due giovani alle quali sarebbe apparsa la Madonna, come Vergine Addolorata, nella località spagnola di Chandavila, in Estremadura, vicino al confine con il Portogallo.

Secondo le Norme pubblicate il 17 maggio scorso dal Dicastero per la Dottrina della Fede, con il nulla osta, “anche se non si esprime alcuna certezza sull’autenticità soprannaturale del fenomeno, si riconoscono molti segni di un’azione dello Spirito Santo” per cui “si incoraggia il vescovo diocesano ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale, anche mediante eventuali pellegrinaggi a un luogo sacro”, mentre i fedeli sono autorizzati a dare “in forma prudente la loro adesione”.

 

La vicenda di Marcelina e Afra

La devozione alla Vergine Addolorata a Chandavila è nata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale con le esperienze spirituali che due ragazze, Marcelina Barroso Expósito di dieci anni e la diciassettenne Afra Brígido Blanco, hanno avuto separatamente in questa stessa località a partire dal maggio 1945.

“Marcelina – scrive il cardinale Fernández – racconta che, all’inizio, vide una forma scura nel cielo, che in altri momenti diventava sempre più chiara, come fosse la Vergine Addolorata, con un manto nero pieno di stelle, su un castagno. Ma l’esperienza profonda di questa ragazza, più che la visione, fu quella di aver sentito l’abbraccio e il bacio che la Vergine le diede sulla fronte. Questa assicurazione della vicinanza affettuosa della Madonna è forse – nota il porporato – il messaggio più bello. Anche se, con il passare dei giorni, sia lei che Afra hanno identificato la figura come la Vergine Addolorata, ciò che risalta maggiormente è una presenza della Vergine che infonde consolazione, incoraggiamento e fiducia. Quando la Vergine chiede a Marcelina di camminare in ginocchio attraverso un tratto di ricci secchi di castagno, spine e pietre taglienti, non lo fa per provocarle sofferenza. Al contrario, le chiede fiducia di fronte a questa sfida: «Non temere, non ti accadrà nulla»”.

 

La tenerezza di Maria

“Questo invito della Madonna a confidare nel suo amore – prosegue il cardinale prefetto – ha dato a questa bambina povera e sofferente la speranza e l’esperienza di sentirsi promossa nella sua dignità. Quel semplice mantello fatto di canne ed erba con cui la Madonna ha protetto le ginocchia della bambina, non è forse una bella espressione della tenerezza di Maria? Allo stesso tempo fu un’esperienza di bellezza, perché la Vergine apparve circondata da costellazioni luminose, come quelle che si potevano ammirare di notte nei cieli limpidi dei piccoli villaggi dell’Estremadura”.

Una vita discreta al servizio di malati, anziani e orfani

Dopo le presunte visioni, le due ragazze hanno condotto “una vita discreta e per nulla appariscente” dedicandosi “a opere di carità, occupandosi soprattutto di malati, anziani e orfani, trasmettendo così a chi soffriva la dolce consolazione dell’amore della Vergine che avevano sperimentato”.

 

Continua a leggere

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-08/dottirna-fede-nulla-osta-vergine-addolorata-chandavila.html

Per i Gesuiti la formazione è un nuovo metodo per curare la comunità

Comunità di connessioni – Roma

Comunità di connessioni nasce nel 2009 a Roma come associazione impegnata ad approfondire i temi della vita sociale e politica alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e dei princìpi della Costituzione, che fondano e promuovono la dignità della persona.

Apartitica, plurale, fa del dialogo e del confronto gli strumenti di lavoro. Propone percorsi di formazione politica, dialoghi spirituali tra professionisti, cura un magazine online e collabora con diverse testate, lavora per commissioni connettendo esperienze tra amministratori a livello locale, propone ritiri spirituali annuali e offre formazione ad imprese e amministrazioni, collabora con la Fondazione vaticana Fratelli Tutti. A coordinare la proposta è p. Francesco Occhetta.

Il percorso formativo “formpol” offre ogni anno cinque incontri con ministri, docenti ed esponenti dell’associazionismo e un evento istituzionale. Volti e metodo ne hanno fatto una comunità, ricca di connessioni per collegare i punti virtuosi di esperienze. Oltre mille le persone coinvolte in questi anni.

 

GenerAzioni – Palermo

Si chiama “GenerAzioni” il cammino proposto a Palermo dall’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”, nel solco della scuola ideata da p. Bartolomeo Sorge nel 1986. Un cantiere intergenerazionale per leader di comunità, impegnati nella rigenerazione dei territori, in grado di individuare problematiche ed opportunità. Circa 40 le persone coinvolte nel 2023. Hanno dai 18 ai 55 anni, tutte con esperienze di impegno civile. Innovazione sociale, terzo settore, cittadinanza attiva, impegno diretto in politica sono alcuni dei risvolti concreti emersi. “É una casa in cui abitano coloro che intendono operare nel sociale e impegnasi nella polis per dare nuova vita” spiega p. Gianni Notari. “Dinanzi alla crisi della politica riteniamo che occorra invertire la rotta. Siamo convinti che sia necessario uscire dalla dimensione privata e dalle personali autoreferenzialità per volgerci alla costruzione delle comunità”.

 

I Care Lab – Milano

Promosso da Aggiornamenti Sociali, rivista e think tank dei gesuiti italiani, nasce a Milano “I Care Lab”, Sei gli incontri proposti a cadenza mensile: dalle motivazioni personali alle difficoltà in campo, alle comunità generative, con testimoni, giochi, simulazioni, momenti di condivisione e scambio. Trenta i giovani dai 21 ai 35 anni che vi hanno preso parte provenienti da Lombaria, Liguria e Toscana. “Una risposta positiva che ci ha incoraggiato ad andare avanti” spiega p. Giuseppe Riggio, responsabile della proposta. “Coltiviamo un sogno: far crescere nei partecipanti la capacità di confrontarsi con la complessità della realtà in cui vivono e operano, di essere attenti ai singoli episodi senza perdere di vista il quadro sociopolitico più ampio in cui si inseriscono, di assumere lo sguardo di realtà anche le più lontane da noi, di riconoscere quelli che sono le forze positive e generative all’interno di un territorio e di una comunità, per poter collaborare con esse nello svolgimento del proprio servizio”.

In “filigrana”, in tutte e tre le esperienze, è riconoscibile il paradigma pedagogico ignaziano: partire dall’ esperienza – personale o di testimoni – riletta e rielaborata per arrivare a forme di azione e intervento nei diversi contesti, attraverso il discernimento personale e del bene comune.

 

Fonte: https://gesuiti.it/scuole-formazione-politica/

 

 

 

 

 

 

Grillo o Conte? Cantava Madama Butterfly: “Un bel dì vedremo”.

Siamo ormai alla “Grilliade”, la storia della lunga contrapposizione tra Grillo e Conte.

Il genio di Flaiano osservava come “in due si tace meglio”. È quanto non sta accadendo tra i due protagonisti alla guida del M5S che se le stanno mandando a dire senza risparmiarsi su come rilanciare una sfiatata esperienza politica. 

Il Beppe nazionale, affabulatore di mestiere, propone un ritorno alla origini senza derogare a principi identitari come quello del divieto di superare i due mandati elettorali dei loro rappresentanti nelle istituzioni.

L’altro, Giuseppi, “afflitto dal complesso di parità non si sentiva inferiore a nessuno”, immagina invece un processo costituente, una radicale rifondazione del movimento, che a parlar chiaro suona come sua liquidazione, per dar nascita, in ipotesi, ad un nuovo soggetto politico con nome, simbolo, statuto e regole diverse.

Tutto dovrebbe avvenire accogliendo in piena trasparenza le istanze che provengono da una non ben definita base di simpatizzanti o aderenti, tutti evidentemente periti di norme e regolamenti. Qualcuno, pensando con diffidenza, potrebbe avere in mente il perpetuarsi di una ipocrita finzione dove “uno vale uno” fino a quando poi non si devono prendere effettive decisioni. 

Specchietto per le allodole a parte, non sembra che Conte sia stato scelto dal popolo dei 5 Stelle, inizialmente non sapendo neanche chi fosse; stesso discorso per altre nomine nell’allora Governo guidato dal professor Giuseppi e per le altre cariche politiche negli altri gangli del potere.

Ciò che emerge, alla stregua di nuovi salvatori della patria, è che i 5 Stelle ambivano a cambiare in meglio il nostro paese. Dopo pochi anni le loro ambizioni si sono sbriciolate alla prova dei fatti. 

L’elenco sarebbe lungo, ciascuno sia pure con carature diverse: Di Pietro, Dini, Ingroia insieme ai mille altri creatori di un esercito di partiti personali  durati dal giorno alla notte o poco più e che per sopravvivere si rifondano ossessivamente.

Da ricostituirsi a fondere il passo è breve; siamo forse allo squaglio, alla liquefazione di una invenzione che, come concepita, non può reggere la pratica politica. Se l’è squagliata per tempo Gigino Di Maio che fiutata l’aria, ha cambiato campo mettendosi in proprio.

I 5 Stelle più che rifondare sono ora alla fronda, lontano dalla riva di un futuro in cui imbarcarsi, ancorati poco saldamente alla sopravvivenza, intimoriti che ormai la politica li abbia per sempre sfrondati dai suoi privilegi.

Sempre i critici di turno potrebbero chiedere chi rifonderà gli italiani per i danni di un populismo scellerato.

Conte, per giustificare l’iniziativa, ha detto che 300 persone, non si sa come sorteggiate, si occuperanno dunque di stilare un documento in vista di una assemblea vera e propria. La politica affidata, insomma, ad un tirare a dadi su chi possa imbroccare la soluzione migliore per una allarmante cura ricostituente. Il rimedio sembra peggiore del male.

Nella stesura dello scritto, speriamo che venga fuori qualcosa di meglio di quel patto prematrimoniale in cui Jennifer Lopez ed il marito attore si impegnavano a fare l’amore quattro volte alla settimana con le conseguenze che sappiamo.

Ancor più, Conte ha ammesso che in passato, a dispetto dei mille proclami sbandierati per dire della loro parodia di democrazia, le cose non sono andate affatto così perché a decidere è stato soltanto una ristrettissima élite di persone. 

Vi abbiamo fin oggi preso in giro, compresa la mia scelta a Capo di un passato Governo della Repubblica, dettagli insignificanti. Comunque sia, fate finta di nulla perché da oggi cambiamo pagina. Il rischio è che anche questa volta ci faranno veder le stelle.

Possibile che questa volta lo scenario non sia l’hotel Forum, che stavolta sa di bucatura, con un panorama che affaccia su vetusti reperti archeologici di un fasto passato e mai più tornato. 

Forse i due Giuseppi andranno in televisione a Forum per dirimere le loro controversie. Arriveranno tristemente alle carte bollate, proprio loro che spacciavano al mondo un Movimento leggero. 

Conte e la sua contesa vedremo che fine farà. Chissà se sopravviverà alle contestazioni del gruppo storico grillino che, più che frinire con il “cri cri” di allarme, prenderà simbolicamente un crick per minacciare l’avversario a causa di tradimento o per risollevare il Movimento dalla polvere in cui è caduto. 

Grillo resta il “proprietario” del Movimento. Già questo titolo, stando alla materia politica, dovrebbe di per sé suscitare allarme ma il popolo a queste inezie non presta attenzione. Per lo smanioso Conte si potrebbe invece richiamare un passaggio de Il Gattopardo: “Quanto a illusioni non credo ne abbia più di me ma se occorre è abbastanza furbo per crearsele”.

Si è costruito ormai un suo seguito. Forse, fregandosene, legge il pensiero che insolentemente gli appunterebbe Grillo a cui non è sfuggita la lezione della grande Hedy Lamarr, secondo cui non è difficile diventare una grande ammaliatrice. Basta restare immobili e sembrare stupidi.

L’ambizione lo ha portato ad emanciparsi dal suo talent scout che fin ora si è trattenuto per come il carattere gli ha reso possibile, ispirandosi alla regola di San Bernardo di Chiaravalle: vedere tutto, passare sopra a molte cose, alcune poche correggerle. Adesso sembra proprio non farcela più a trattenersi e si andrà probabilmente allo scontro definitivo.

All’Italia non resta che sperare nel motto per cui a quelli di cui Dio vuole sbarazzarsi, toglie per prima la ragione. Così sembra stia accadendo. “Un bel dì vedremo”, cantava Madama Butterfly. 

I limiti del Fronte popolare, oggi come ieri.

Anche il “Fronte popolare” può essere, anzi lo è, un progetto politico. Certo, si tratta di un progetto alquanto singolare ed anacronistico perchè non nasce quasi mai attorno ad un progetto politico di governo ma sempre e solo “contro” qualcuno o qualcosa. Ovvero, si individua un nemico giurato ed implacabile, lo si carica di ogni nefandezza e ci si scaglia contro con una violenza inaudita perchè, appunto, rappresenta un pericolo mortale per la democrazia, le istituzioni e il futuro e la prospettiva di un paese.

Ora, per non scomodare altre esperienze europee – mi riferisco, nello specifico, a ciò che è capitato di recente nella vicina Francia – fermiamoci alla storia del nostro paese. In sintesi, siamo alla vigilia del decollo del terzo “Fronte popolare”. Il primo, il più importante e anche il più significativo, è stato quello gestito e pianificato da Palmiro Togliatti, “il migliore” e dal Pci dell’epoca. Cioè le elezioni politiche del 18 aprile 1948. Obiettivo unico e dichiarato era la battaglia dura contro la Dc, contro il principale statista e leader politico del momento, Alcide De Gasperi, contro l’Occidente e il “potere” delle Chiesa cattolica. Sappiamo tutti com’è andata a finire e l’instaurazione di un regime comunista nel nostro paese svanì.

Il secondo “Fronte popolare” – anche se il termine usato fu “la gioiosa macchina da guerra – fu quello allestito dal PDS, cioè gli ex e i post comunisti, per le elezioni del 1994. Cambia fisicamente il nemico ma non cambia affatto la pericolo mortale del nemico. E nel 1948 come nel 1994 il rischio mortale è sempre lo stesso: e cioè, battere la potenziale “minaccia fascista” e tutto quello che ne consegue.

Passano altri 30 anni e siamo di nuovo lì. Altro “Fronte popolare”, altro nemico giurato da annientare e altra “minaccia fascista” e tutto quello che ne consegue all’orizzonte. Dunque, cambiano – come ovvio e scontato – i personaggi, i partiti, i contesti, le formule politiche – ma non

muta affatto il nemico. Ieri come oggi è sempre quello. Sempre lo stesso. È appena sufficiente, al riguardo, ascoltare gli interventi quotidiani dei leader delle tre sinistre contemporanee – quella radicale e massimalista della Schlein, quella fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista e demagogica dei 5 Stelle – per arrivare alla semplice conclusione che siamo sempre di fronte al solito rischio mortale per la conservazione della nostra democrazia.

E quindi, riprendendo il solito ritornello, parliamo sempre di “torsione autoritaria”, “deriva illiberale”, “negazione delle libertà democratiche”, “violazione dei valori e dei principi costituzionali”, “libertà di espressione a rischio” e, dulcis in fundo, “minaccia fascista”. Insomma, ieri come oggi, sempre lo stesso film, sempre la stessa minaccia e, soprattutto, sempre lo stesso cupo orizzonte.

Ecco perchè la deriva o il progetto del cosiddetto “Fronte popolare” non sono mai destinati a declinare una vera e propria cultura di governo. Perchè, di norma, si tratta di un banale pallottoliere elettorale, o di un cartello elettorale che mette insieme tutto e il contrario di tutto pur di liquidare un nemico che, puntualmente, si rivela inesistente. Certo, se avesse vinto il “Fronte popolare” di Togliatti e compagni nel 1948 il destino dell’Italia democratica sarebbe stato diverso.

Profondamente diverso. Ma questa è un’altra storia.

Morale della favola. È di tutta evidenza che chi vuole costruire una cultura di governo, chi vuole perseguire concretamente una cultura e una politica centrista e riformista e chi, in ultimo, lavora per un vero cambiamento e rinnovamento della politica non può sposare la logica, o la deriva, del “Fronte popolare” che era, e resta, un approccio funzionale alla sola radicalizzazione della lotta politica da un lato e alla sub cultura degli “opposti estremismi” dall’altro. Entrambi incompatibili con la cultura e la prassi democratica e costituzionale.

Ius soli o ius scholae? L’apertura di Forza Italia merita attenzione.

C’è un modo freddo e cinico di guardare le cose e un’altro, sentimentale e poetico. Le osservazioni fatte ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] al Meeting di Rimini, da autorevoli rappresentanti delle istituzioni economiche e sociali, sono incontrovertibili. 

Il nostro Paese ha bisogno di un tasso di crescita che ad oggi la popolazione non garantisce. Mi riferisco alla crescita demografica. I dati sono impietosi. Di questo passo, tra venti anni, ci sarà una netta carenza nel mondo del lavoro e della produzione. 

Cosa suggeriscono dal Meeting? Senza giri di parole, tanto l’espressione di chi governa la banca, quanto di chi gestisce i fondi delle pensioni, a chiare lettere dicono: “è indispensabile un incremento della immigrazione”.

Tutto questo incrocia con il tema dello ius soli o dello ius scholae. Questione che sta agitando le acque in entrambi i campi politici. Tajani ha lanciato l’idea, proposta subito bloccata da Salvini e dalla Meloni. Nel centro sinistra, ci sono quelli che intendono arroccarsi nell’idea dello ius soli e altri che aprono alla proposta di Forza Italia.

Certo è che non si può più eludere il problema. Non lo si può per ragioni di carattere squisitamente intrinseco: sono decenni che la cosa si trascina, senza trovare un giusto equilibrio; sia per le ragioni emerse nel convegno di Rimini. 

La mia personale posizione è che non si rimanga nel guado. Che qualcosa si faccia. Che si abbia uno sguardo più profondo. Sarei per registrare le convergenze sulla proposta del segretario del partito di Berlusconi. Credo ci sia sufficiente maturità per non eludere più la situazione. 

Aggiungo solo che è necessario aumentare il tasso demografico.

[Il testo è tratto dal blog dell’autore]

Recensione | 23 agosto 1923: don Minzoni assassinato da un manipolo di fascisti.

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L’assassinio per mano squadrista di don Giovanni Minzoni nell’agosto del 1923 è da ricomprendere nella cornice della repressione dell’opposizione cattolica al fascismo, ormai da quasi un anno al potere. Come è noto don Sturzo fu costretto alle dimissioni da Pio XI nel luglio dello stesso anno, dimissioni necessarie «in considerazione degli interessi superiori della Chiesa in Italia». Naturalmente l’allontanamento coatto del fondatore del Partito Popolare non bastava, tanto che, per esempio, il prefetto di Como poteva telegrafa a Mussolini che stava operando per reprimere e vigilare «sui molti preti che lavorano sotto acqua contro fascismo». Dopo le sinistre (socialisti e comunisti), il duce incominciava a regolare i conti contro il cosiddetto «popolarismo donsturziano», che denunciava la natura anticattolica del regime e, in fondo, la sua antropologia pagana e bellica (prendiamo queste citazioni dalla Storia del Fascismo di Emilio Gentile, Laterza 2022).

Don Minzoni, iscritto al Partito Popolare dall’aprile del 1923, era considerato uno ‘contro’ e il suo assassinio rientra quindi in questa generale ondata di spegnimento dell’antifascismo cattolico e non solo, secondo Girolamo De Michele, nella dinamica di  consolidamento del fascismo ferrarese. Non solo, dunque, un fatto locale. Da questa prospettiva l’arciprete di Argenta (Ferrara) è quel clerico che lotta contro lo strapotere degli agrari della Pianura Padana fondando un paio di cooperative bracciantili e organizzando l’educazione dei figli degli stessi braccianti, una educazione di sicuro non fascista. 

De Michele data la manifestazione dell’antifascismo di don Minzoni alla sua omelia per commemorare il sindacalista socialista Natale Gaiba, ucciso il 7 maggio del 1921 dai fascisti. Don Minzoni si scaglia contro gli assassini e si occuperà anche del mantenimento della vedova e dei figli. Scrive l’autore che proprio i figli di Gaiba «figurano con i nomi di battaglia Alfredo e Tina, fra i militanti della 35° brigata partigiana M. Babini comandata da Antonio Melluschi ‘Dottore’, compagno di Renata Viganò, che operò nell’Argentano».

La selvaggia e mortale bastonatura da parte di due fascisti provenienti da Casumaro, una frazione di Cento, all’uscita di un cinema era dunque dovuta a tacitare un attivissimo e scomodo prete, organizzatore dello scoutismo locale e ostacolo alla fascistizzazione dell’Emilia-Romagna in mano a Italo Balbo, Roberto Farinacci e Dino Grandi. Come scriverà all’amico don Getulio Senzalacqua: «Quando un partito [fascista], quando un Governo, quando uomini di grande o in piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano una idea, un programma, un’istituzione quella quella del Partito popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre».

De Michele ricostruisce la situazione ferrarese avendo come base le ricerche storiche di Paul Corner: la povertà bracciantile, le leghe rosse e bianche e le loro lotte (anche violente ma sempre dirette verso cose e non persone), la brutalità squadrista e l’appoggio della borghesia agraria e non. Esemplare a questo proposito la figura del conte Grosoli, cattolico, azionista del Banco di Roma, che il governo fascista salvò dal fallimento, antisocialista e antisturziano, insomma una figura che poteva stare benissimo nel Novecento di Bertolucci. Altrettanto interessante anche la ricostruzione del ruolo di Augusto Maran, ras locale di Argenta e mandante dell’uccisione di don Minzoni, che non poteva tollerare nella sua cittadina un prete apertamente schierato contro il Fascismo. In un testo di Maran riportato dall’autore leggiamo: «i giovani esploratori cattolici [organizzati da Minzoni n.d.r.] tornati da una gita di istruzione hanno agito sfacciatamente in odio ai fascisti gridando, inquadrati nella piazza di Argenta. A chi l’Italia? A noi… Avverto che i fascisti locali non potranno più tollerare una simile propaganda…».

 

Continua a leggere

https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/don-minzoni-martire-antifascista/

 

Per vedere su YouTube il film “Delitto di regime: il caso don Minzoni” (regia di Leandro Castellani) clicca qui

https://youtu.be/c3MHooR5SLY?si=QVK5MxtR7LV2OBUj

Panetta al Meeting: “Costruire uno sviluppo sostenuto, duraturo e inclusivo”.

[…]

Guardando avanti

Per superare le sue debolezze e tenere il passo con il progresso a livello mondiale, l’Unione europea dovrà avviare riforme profonde ed effettuare investimenti ingenti nei prossimi anni. 

Tra le riforme, ho già sottolineato l’importanza di creare una capacità fiscale comune, senza la quale l’attuale governance europea – caratterizzata da una politica monetaria unica e da politiche di bilancio frammentate a livello nazionale – rimane squilibrata. 

L’idea che la UEM [Unione Economica e Monetaria] possa funzionare efficacemente senza una capacità fiscale centralizzata è semplicemente un’illusione, e va superata. Una politica fiscale comune correggerebbe questo squilibrio e rafforzerebbe la coesione tra paesi membri, facilitando la realizzazione di investimenti strategici su larga scala.

Tra le altre riforme necessarie per la competitività dell’economia europea mi limito a ricordare l’allargamento del mercato unico ai settori oggi esclusi, come le telecomunicazioni e l’energia, al fine di stimolare concorrenza ed efficienza; la realizzazione di un ambiente normativo favorevole all’attività imprenditoriale, che possa attrarre investimenti privati e incentivare l’innovazione; il potenziamento dei legami tra il mondo accademico e il sistema produttivo, al fine di trasformare i risultati della ricerca in prodotti e servizi competitivi sul mercato globale. Anche sul fronte dei mercati finanziari, nel quale l’integrazione è molto avanzata, da anni mancano progressi significativi verso il completamento dell’Unione bancaria e la realizzazione di un mercato unico dei capitali. 

Quanto agli investimenti, i leader europei hanno già individuato i settori chiave su cui concentrare l’impegno: la doppia transizione – ambientale e digitale – e comparti strategici come l’alimentare, l’energia, la sanità e la difesa, nei quali è necessario ridurre la dipendenza dall’estero. 

Investimenti in questi settori saranno efficaci se realizzati a livello europeo, con fondi sia pubblici sia privati. La spesa richiesta è talmente ingente – dell’ordine di centinaia di miliardi all’anno per molti anni – che è irrealistico pensare che le sole finanze pubbliche o i singoli paesi possano sostenerla da soli. 

Molte delle attività menzionate hanno la natura di beni pubblici sovranazionali e richiedono pertanto un approccio coordinato a livello europeo. Ciò consentirebbe inoltre di beneficiare di economie di scala e di aumentare l’efficacia degli interventi. 

 

L’essenziale per l’Europa e per l’Italia

Molte delle debolezze strutturali dell’economia europea si ritrovano nell’economia italiana. 

Nelle Considerazioni finali dello scorso maggio mi sono soffermato sui problemi strutturali che da un quarto di secolo frenano il nostro sviluppo: dalla bassa crescita all’insoddisfacente andamento degli investimenti, dalla stagnazione della produttività fino alla preoccupante prospettiva demografica. 

In quell’occasione non ho mancato di sottolineare i segnali di vitalità emersi negli anni successivi alla pandemia. Investimenti, occupazione e crescita hanno mostrato una ripresa, e le imprese italiane hanno dimostrato una capacità competitiva sui mercati internazionali che non va sottovalutata.

Questi progressi ci consentono di guardare al futuro con fiducia. Senza indulgere in eccessi di ottimismo, dobbiamo partire da essi per costruire uno sviluppo sostenuto, duraturo e inclusivo. 

La crescita resta l’obiettivo fondamentale per l’Italia, ma per ottenerla dobbiamo affrontare con decisione i problemi strutturali irrisolti. Dobbiamo concentrarci sulle finalità essenziali: rafforzare la concorrenza, potenziare il capitale umano, accrescere la produttività del lavoro, aumentare l’occupazione di giovani e donne, definire politiche migratorie adeguate.

Il problema cruciale rimane la riduzione del debito pubblico in rapporto al prodotto. 

Un debito elevato rende più onerosi i finanziamenti alle imprese, frenandone la competitività e l’incentivo a investire; espone l’economia italiana ai movimenti erratici dei mercati finanziari. Sottrae risorse alle politiche anticicliche, agli interventi sociali e alle misure in favore dello sviluppo. L’Italia è l’unico paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni, limitando le loro opportunità. 

Affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico.

La strada maestra passa per una gestione prudente dei conti pubblici, affiancata da un deciso incremento della produttività e della crescita. Questo circolo virtuoso aumenterebbe significativamente le probabilità di successo e rafforzerebbe la credibilità delle nostre politiche, alleggerendo il peso della spesa per interessi.

In conclusione, quali scelte ci consegneranno un domani migliore?

La risposta possiamo trovarla nei valori che hanno ispirato la nascita e l’evoluzione dell’Unione europea. 

Dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale, l’essenziale per l’Europa è divenuto finalmente chiaro: costruire una società prospera e soprattutto pacifica. 

Questo valore fondante deve continuare a orientare le nostre scelte, soprattutto in tempi in cui sono riemersi conflitti e tensioni. 

Le ricette sono quelle che ci hanno guidato sin qui, basate sul principio della cooperazione e sull’obiettivo di costruire un’economia moderna, capace di affrontare le sfide globali. Con il fine di conseguire una crescita sostenuta e inclusiva come condizione per il bene comune e la concordia.

Il contributo dell’Italia sarà decisivo in questo percorso: affrontare le debolezze strutturali, ridurre il debito pubblico e promuovere una crescita elevata non solo rafforzerà la nostra economia, ma contribuirà anche alla solidità dell’intera Unione europea. 

Solo così potremo lasciare alle generazioni future un’Italia e un’Europa che abbiano saputo distinguere.

 

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Sbarra (Cisl): “L’inverno demografico è una drammatica emergenza carsica”.

“Rispondere all’ inverno demografico è una priorità morale e sociale, poiché riguarda il diritto dei giovani ad avere una famiglia e il dovere di un Paese ad avere un futuro”. Lo ha detto il leader della Cisl, Luigi Sbarra, al meeting di Rimini.

“Invertire questo arretramento è anche un’esigenza economica urgente perché senza persone che lavorano, che producono, che esercitano protagonismo e creano ricchezza con la propria occupazione, la rete di welfare e di servizi su cui si regge lo stato sociale, il sistema produttivo, lo stesso Patto che lega lo Stato ai cittadini, alla lunga non può reggere – ha affermato. Per questo “maggioranza e opposizioni, sindacati e imprese dovrebbero operare in maniera sinergica e affrontare con consapevolezza ed estrema decisione questa drammatica emergenza carsica. Come ha osservato Papa Francesco il numero delle nascite è il primo indicatore della speranza di un popolo”.

Secondo Sbarra “se vogliamo davvero supportare una giovane coppia serve un approccio concertato che investa la responsabilità della politica e delle parti sociali. Nessuno ormai progetta di avere figli senza avere un lavoro stabile e dignitoso. E sono in tanti che rinunciano ad averne perché manca intorno a loro un network di servizi istituzionali o sussidiari rivolti all’infanzia. Bisogna creare un ambiente lavorativo inclusivo che promuova la genitorialità e l’equa ripartizione dei carichi familiari tra uomo e donna”. 

“Servono politiche – ha concluso il segretario generale della Cisl – che promuovano il lavoro delle donne. Il tasso di occupazione femminile è al 52%, ultimo in Europa. Bisogna favorire l’ingresso e la permanenza delle lavoratrici nel mercato del lavoro, rimuovere le zavorre che in tantissime le costringono a part-time involontari e a lavori scarsamente retribuiti. È cruciale migliorare ed estendere i congedi parentali, rafforzare l’assegno unico e universale, rendere più flessibile e partecipata l’organizzazione del lavoro, diffondendo lo smart working di natura negoziale”.

Clelio Darida, dal Campidoglio al governo: una storia da scrivere.

La vicenda umana e politica di Clelio Darida, personalità di spicco nella vita politica ed amministrativa dell’Italia della seconda metà del ‘900, appare come esemplare di ciò che è stata la Democrazia Cristiana. Nell’impegno politico e amministrativo, la sua coerenza con i grandi temi dei democratici cattolici, fu innervata dal suo carattere e dalla sua equazione personale, quelle, come ha scritto Lucio d’Ubaldo, di “un uomo colto, dotato di grande intuito, deciso nelle battaglie politiche, solerte e concreto nell’impegno amministrativo”.

Sin dagli inizi – nasce a Roma nel 1927 – cioè negli anni ’40 e ’50, la sua militanza politica si intreccia con i fermenti del cattolicesimo sociale che, a Roma, ha avuto iniziative e figure di grande qualità. Frequenta la scuola di don Tullio Piacentini la cui congregazione della Madonna della Fiducia ha lasciato opere sociali ancora presenti nel quartiere Appio di Roma. Nel contempo, a vent’anni, è vice dirigente romano degli Uffici della S.P.E.S. (Studi, Propaganda e Stampa). Mantiene un consolidato rapporto con le strutture cattoliche quale responsabile del Centro Oratori, sempre accompagnandolo all’impegno nel movimento giovanile romano del Partito.

 

Lo ricorderanno e lo rappresenteranno sempre due suoi amici e collaboratori di grande spessore umano e culturale, Francesco Cannucciari e Franco Splendori, che ebbero grande vicinanza a don Luigi Di Liegro, indimenticabile fondatore della Caritas diocesana di Roma.

Sempre negli anni ’50, mentre si insedia la segreteria di Fanfani (1954-1959), Darida, nell’ambito della sinistra del Partito, organizza la pubblicazione di un periodico, “Città del Lazio”, la cui redazione è nella sua abitazione, in Via Voghera 7, sigla che rimarrà a denominare la compagine che si presenterà agli appuntamenti congressuali, nella corrente di Nuove Cronache.

Tale appartenenza lo colloca, si può dire naturaliter, nel campo riformatore della proposta politica del partito cristiano. Un ambito di elaborazione programmatica e di creazione di condizioni sociali volte al temperamento del “rischio” liberista che connotarono, sin dall’inizio, i programmi della Dc. Ed è, infatti, questa attenzione alla condizione dell’uomo, della comunità in cui vive e delle opportunità che possono essere offerte per la crescita, che costituiranno il terreno sul quale Clelio Darida si misurerà durante tutta la sua esperienza politica, di amministratore nei diversi livelli in cui operò e di uomo di partito, costruttore di confronti e di tesi politiche.

Prima di approdare all’impegno in Campidoglio, avrà una breve esperienza come membro della commissione amministrativa dell’ACEA, l’azienda municipale, oggi spa, che rappresenta il cuore erogatore dei servizi essenziali della Città, passaggio obbligato per tanta parte dei quadri politici della Capitale.

Entrato in Consiglio Comunale nel 1960, dopo tre anni è assessore alla Sanità, dove si dimostra capace di realizzare nuovi spazi operativi per le istituzioni comunali, mentre il suo impegno politico nel Partito è quello di membro del Consiglio nazionale e vice segretario del Comitato romano. Poco più che trentenne, unisce alla partecipazione ai confronti e dibattiti generali – era il tempo della prospettiva politica di centrosinistra – l’impegno negli enti locali, un passaggio obbligato per i giovani dc che militavano in una forza politica che aveva una delle sue ragion d’essere come “scuola di rappresentanza”. Arriverà fino alla presidenza dell’ANCI, la prestigiosa organizzazione rappresentativa degli enti locali comunali.

Nel 1963 è eletto alla Camera con un alto numero di preferenze, incarico che lascerà nel 1969 per diventare Sindaco di Roma. Una scelta significativa, preferendo l’esperienza nell’aula di Giulio Cesare, cui restò più nostalgicamente affezionato, come disse a chi scrive.

Il suo impegno al vertice amministrativo della Capitale, è ricoperto per un lungo e travagliato periodo, dal 1969 al 1976. Nel 1969 quando viene eletto Sindaco, l’Italia vive gli anni della crisi del centrosinistra e a Roma affiora l’instabilità nei rapporti con il Partito Socialista – dopo soli cento giorni dal suo insediamento il PSI chiede una verifica – ma che Darida riesce, comunque, a fronteggiare, con decisa assunzione di responsabilità, in qualche caso, con giunte monocolori, appoggiate dall’esterno dai partiti di centro e sinistra. 

Queste continue difficoltà – insieme ad una non sufficiente attenzione e disponibilità del governo centrale – purtroppo, ebbero il costo di non poter avviare l’obbiettivo strategico del Nuovo Piano Regolatore Generale del 1965, cioè il grande progetto dell’Asse Attrezzato, poi denominato Sdo (Sistema Direzionale Orientale), da sempre avversato dalla sinistra, anche se, comunque, la giunta Darida, apprestò il “Piano Margherita” redatto da Piero Samperi, insigne urbanista e dirigente del Comune, che lanciò l’idea di riorganizzare la periferia intorno a dei poli che, se realizzati, avrebbero riordinato i grandi agglomerati senza volto della città periferica.

Sono anche anni difficili per la Città che aveva in atto una immigrazione dal Sud e dalle zone interne, a fronte delle quali le scarse risorse che lo Stato centrale concede non consentono di offrire servizi sufficienti. Lo sviluppo della città “spontanea” e le difficoltà derivanti dalla mancata attuazione delle importanti previsioni circa la modernizzazione della direzionalità pubblica e privata del Piano Regolatore Generale che Amerigo Petrucci aveva condotto porto, debbono, comunque, essere affrontate.

E questa sfida viene colta, nonostante le insufficienti risorse. Tale questione che rallentava e, a volte, impediva di realizzare progetti e interventi decisivi per la Città, il sindaco Darida non mancò di denunciare sin dagli inizi, come a settembre del 1969, in sede nazionale, in un importante articolo su La Stampa dal titolo significativo “La Capitale dei debiti”, ripetuto su Il Giorno il mese successivo nel quale scrisse esplicitamente: ”possiamo tirare avanti solo facendo debiti su debiti”. Ricorse, sulla base della credibilità della sua giunta, agli interventi provvidenziali della Cassa Depositi e Prestiti, anche per risolvere esigenze di spese correnti.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1486-clelio-darida-uomo-colto-di-grande-intuito-deciso-nelle-battaglie-politiche.html

Dibattito | È tempo di ragionare sulla ricomposizione attorno al Ppe.

Abbiamo assistito alle celebrazioni plurime di De Gasperi a 70 anni dalla sua morte. Ci hanno favorevolmente colpito i diversi articoli pubblicati su “Il Popolo” e su “Il Domani d’Italia”, scritti da persone della nostra area culturale, sociale e politica, con dovizia di riferimenti etico politici, così come abbiamo condiviso quanto ha scritto ieri su “l’Identità” l’On. Carlo Giovanardi a proposito di “tutti degasperiani con omissione di ricordo”.

Difficile comprendere, infatti, i peana degasperiani di amici da tempo in pianta organica nel Pd o di coloro che sono pronti a far entrare nel partito di Fratelli d’Italia, per non parlare di quelli aderenti al partito del sindaco di Terni, quel “simpaticone” di Stefano Bandecchi, che, onestamente, con la storia democristiana e degasperiana non ha nulla a che spartire.

Resta il fatto che, pur apprezzando il riconoscimento unanime per quanto il nostro padre politico ha saputo garantire per la nascita, difesa e sviluppo della democrazia italiana, è tempo di riportare nella giusta prospettiva il pensiero e l’esperienza politico istituzionale da lui rappresentata. Essa, al di là di ogni deformazione caricaturale, resta quella di un democratico cristiano espressione del centro politico alternativo alla destra e alla sinistra; il centro democratico, popolare e antifascista, così come abbiamo sempre connotato la Dc dal tempo di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, Forlani, sino a De Mita e Martinazzoli. Vittime della lunga diaspora Dc, apertasi con la fine politica del partito (1993), siamo ancora in presenza di una dispersione di forze che non facilitano l’avvio di un centro politico nuovo in grado di garantire, come fece la Dc per oltre quarant’anni, il punto di equilibro e di rappresentanza tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari italiane. 

È proprio la mancanza di questo partito che induce più della metà degli elettori ed elettrici a disertare le urne, anche in virtù di una legge elettorale che, dal porcellum al rosatellum, favorisce il permanere di un bipartitismo forzato tra forze politiche che, nella maggior parte dei casi, sono ben lontane da quelle condizioni di vita interne conformi ai dettami dell’art. 54 della Costituzione. Il tentativo che anch’io personalmente ho contribuito ad attivare nel 2011-2012, ossia di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 (“la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), ossia di ricostruire politicamente la Dc, non ha dato gli esiti che con Silvio Lega, Clelio Darida, Luciano Faraguti e Ugo Grippo, avevamo sperato. Alla fine, insieme alla Dc oggi guidata da Cuffaro, assistiamo ancora alla presenza di altre sedicenti Democrazie Cristiane con scarse adesioni di iscritti e totalmente disattese dalle attenzioni degli elettori. 

Qualche novità positiva è emersa dalla recente settimana sociale dei cattolici svoltasi a Trieste, mentre dal meeting di Rimini in corso di svolgimento si ripropone il tradizionale posizionamento di quell’importante esperienza religiosa e etico politica nell’area privilegiata dei detentori del potere, oggi gestito dalla destra a guida Fratelli d’Italia. Un altro segnale delle difficoltà tuttora presenti nella vasta e articolata realtà del cattolicesimo sociale e politico italiano. 

Io credo che sia giunto il momento di superare le divisioni espressione della lunga e dolorosa stagione della diaspora e di fare appello all’unità di quanti si riconoscono nei valori del Partito Popolare Europeo, quelli dei padri fondatori dell’Ue: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. In concreto dovremmo favorire la nascita della sezione unitaria italiana del Ppe, con quanti condividono il programma di questo partito e sono disponibili a favorire alleanze omogenee a quelle che hanno permesso la rielezione della leader proveniente dalla Cdu tedesca, Ursula von der Leyen. Chi ha deciso di stare a destra si accomodi, senza trovare forzate assurde interpretazioni di riferimenti alla Dc del partito della presidente Meloni, così come chi continua a preferire il Pd scelga di restare nel campo del Pse che, onestamente, non è la collocazione coerente con la nostra storia e cultura politica. 

La scelta del Ppe a me sembra la più logica e coerente con la migliore tradizione popolare e democratico cristiana, l’unica capace di saldare le politiche nazionali che intendiamo sviluppare, ispirate dai principi della dottrina sociale cristiana e in grado di collegarsi con le politiche sempre più decisive e determinanti a livello dell’Unione europea.

Naufragio Porticello, superare il doppio standard intorno alle disgrazie dei “potenti”.

Il doppio standard di giudizio è forse ineliminabile dalla politica come dalle relazioni umane interpersonali. Riflette la “storicità” e dunque l’imperfezione dell’una e delle altre. Tuttavia, lo sforzo di ridurre il ricorso al criterio dei due pesi e due misure, sta alla base della democrazia, che riconosce l’uguaglianza formale dei cittadini e delle classi sociali. Tale tentativo è richiesto anche nelle relazioni internazionali, oggi più che mai, se l’Occidente intende instaurare un rapporto fondato sulla pari dignità con gli altri partners del multilateralismo e perseguire, come ha indicato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Settimana  Sociale di Trieste, una “cooperazione fra eguali”. Sapendo che la cosa che la “Maggioranza mondiale”, ovvero il numero di stati non occidentali, rappresentati all’Onu, più rimprovera all’Occidente è esattamente la tendenza a applicare il doppio standard di giudizio.

L’occasione per compiere un passo verso un tale necessario cambio di mentalità ci è offerta anche dalla cronaca.

Mentre la stampa occidentale dà sempre grande evidenza alle morti strane e premature di personaggi di primo piano del sistema di potere russo, o alle cicliche purghe in seno alla nomenklatura cinese, non altrettanto avviene quando il redde rationem sembra scatenarsi all’interno di quella che si potrebbe definire quasi l’oligarchia occidentale, tra i detentori del potere vero, effettivo, che travalica, e purtroppo spesso giunge addirittura  a dirigere, quello formale, istituzionale e democratico.

Ne è una riprova la recente tragedia di Porticello, in provincia di Palermo, dove il maestoso veliero Bayesian, marchio Perini, il numero uno al mondo degli yacht a vela di lusso, è affondato in pochi secondi nel porto in tempesta, pur essendo un’imbarcazione concepita per affrontare le più avverse condizioni climatiche in ogni tipo di mare e di oceano.

L’incidente, com’è noto, è costato verosimilmente la vita (anche se al momento risultano ancora “dispersi”) al tycoon britannico Mike Lynch, al presidente di Morgan Stanley International Jonathan Bloomer, al legale di Lynch, Chris Morvillo, con cui il miliardario britannico aveva vinto la causa intentata da Hewlett-Packard per frode nella acquisizione dell’azienda fondata dallo stesso Lynch, la Autonomy, società strategica per l’intelligenza artificiale, i big data, il monitoraggio delle preferenze degli utenti della rete. Quindi, di interesse strategico e di sicurezza quantomeno per Gran Bretagna e Stati Uniti. Per una singolare coincidenza anche l’altro coimputato eccellente con Lynch nella medesima causa, Stephen Chamberlain, è morto per una disgrazia sabato scorso, investito da un’auto pirata mentre faceva jogging nei pressi della celebre città universitaria di Cambridge.

Cosa può  dirci questa vicenda? Senza indulgere al complottismo, e aspettando l’esito delle indagini, una cosa credo si possa affermare. Le sfortunate coincidenze che a volte mietono vittime tra le figure chiave del potere, sembrano accanirsi in egual misura a Est come a Ovest, pur in presenza di sistemi politici molto diversi e per molti aspetti non comparabili. La consapevolezza di ciò può aiutare a conciliarci con il cambiamento  d’epoca in corso, attraverso cui il mondo evolve inesorabilmente verso un ordine globale multilaterale.

E può anche aiutarci a mettere a tema, con equilibrio e prudenza, un aspetto che sembra incidere in misura rilevante sulla attuale crisi della democrazia. Ovvero, quello dei cosiddetti “poteri forti” i quali quando oltrepassano il loro legittimo ruolo di componente essenziale allo sviluppo armonico di una comunità nazionale o internazionale, e tentano di porsi al di sopra dei meccanismi democratici di legittimazione del potere, finiscono per rischiare di svuotarli della credibilità necessaria nei confronti del corpo elettorale.

Il Centro, Repubblica e la nuova Forza Italia.

La recente riflessione di Ezio Mauro su Repubblica in merito alla presenza del Centro nel nostro paese non può passare, come ovvio, sotto silenzio. Ieri, su queste colonne, Beppe Fioroni ha già fornito qualche utile approfondimento. Ma quella di Mauro è una osservazione suggestiva, nonchè originale, perchè arriva da un osservatore politico che, storicamente, è stato un feroce detrattore non solo di Forza Italia e del suo leader e fondatore – e sin qui è come scoprire l’acqua calda – ma, semmai, di tutto ciò che è seppur vagamente riconducibile al Centro, alla politica di centro e che ricorda anche solo lontanamente l’esperienza concreta della Democrazia Cristiana.

Ora, che proprio su quella testata e su quel tema specifico l’ex Direttore di Repubblica sottolinei l’importanza del Centro, del nuovo ruolo di Forza Italia e della necessità di ristrutturare il sistema politico italiano senza più trascurare quei due aspetti è certamente un dato che non può essere

banalmente sottovalutato. E questo al di là di tutti i retroscena, facilmente decifrabili, che si nascondono dietro a queste inedite ma pur sempre avvincenti riflessioni.

Ecco perchè, forse, è anche necessario mettere in fila alcuni tasselli che seguono “l’articolessa” di Mauro.

Innanzitutto il Centro, e la politica di centro, sono nuovamente importanti e decisivi nel nostro paese a fronte di un bipolarismo selvaggio che non può rappresentare, almeno se vogliamo garantire il buon funzionamento del nostro sistema politico, la soluzione più congeniale. E questo perchè la contrapposizione frontale tra una destra sovranista e una sinistra sempre più massimalista, radicale ed estremista non è la miglior cornice per far decollare una sana e credibile democrazia dell’alternanza.

In secondo luogo il sostanziale ed oggettivo fallimento delle ricette centriste dei due storici litiganti, cioè Renzi e Calenda. Com’è evidente a tutti, non passa più da quelle parti la ricostruzione di un luogo politico centrista, moderato e riformista. Ma questo non solo per i ripetuti fallimenti politici ed elettorali di quei due piccoli partiti personali ma per la semplice ragione che quando manca un organico e credibile progetto politico se non la sistemazione dei “propri cari” in Parlamento, è di tutta evidenza che si tratta di un continuo e strutturale bluff.

L’ultimo esempio concreto? Eccolo. Renzi deve diventare addirittura un severo giustizialista per accreditarsi nel circo mediatico e giudiziario di questa sinistra radicale e fondamentalista. Altrochè ricostruire il Centro moderato e riformista… Ma, almeno sino ad oggi, dalle parti di Repubblica questa considerazione non era così scontata.

In terzo luogo il ruolo futuro di Forza Italia. Anche su questo versante è persin ovvio sottolineare che il profilo e la natura politica di quel partito sono destinati a cambiare, e profondamente, rispetto alla lunga stagione in cui spadroneggiava il suo leader e fondatore. E anche qui svetta una ragione semplice e al tempo stesso oggettiva. E cioè, Forza Italia è, oggi, l’unico potenziale presidio centrista nel panorama politico del nostro paese. Certo, è un partito che si deve aprire ad altre forze e culture politiche centriste; è un partito che dovrà praticare sino in fondo una gestione politica democratica e partecipativa al suo interno; è un partito, infine, che dovrà declinare una ricetta politica democratica, riformista e di governo. Ma è indubbio che non è lontanamente paragonabile a chi, maldestramente e senza alcun senso del pudore, pensa di ricostruire il Centro

attraverso continue e ripetute piroette.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è altrettanto evidente che una seria e credibile ricostruzione di un luogo politico centrista, e squisitamente riformista e di governo, non può che rafforzare la qualità della nostra democrazia, la solidità del nostro sistema politico e, forse, anche la credibilità delle nostre istituzioni democratiche. E lo spazio del pensiero, della tradizione, della cultura e anche del metodo del cattolicesimo popolare e sociale non può che innervarsi e rinnovarsi lungo quella direzione. Semprechè non si privilegino l’avventurismo, l’opportunismo, il trasformismo e il tatticismo. Ma queste sono categorie, o derive, dove la politica può anche essere sospesa.

Le storie vanno rispettate per il loro contributo allo sviluppo del Paese

Nel ricordo di De Gasperi a 70 anni dalla morte, ho colto una attenzione maggiore rispetto agli scorsi anni da parte degli organi d’informazione e dei commentatori – i soliti – e di qualche altro sfuggito “provvidenzialmente” agli schemi ripetitivi senza calore.

Una celebrazione diversa, a mio avviso, un fascio di luce su un passato spesso volutamente tenuto in penombra, perché non varcasse i confini delle commemorazioni senza presente. In molti hanno ricordato la stagione eroica dello nostra storia auspicando che inerzie del pensiero e colpevoli rese alla non politica vengano rimosse. 

Intorno a De Gasperi e al movimento dei cattolici democratici è calato l’oblio e solo nelle ricorrenze ci sono state parole di circostanza. Il “nuovo”, introdotto con il sovvertimento delle fondamenta della nostra Costituzione repubblicana parlamentare della metà degli anni ‘90, nasceva sopra le macerie della Democrazia Cristiana e delle altre formazioni laiche, democratiche, liberali e riformiste.

De Gasperi è stato in questi anni una figura da commemorare, non un testimone da seguire.  Oggi qualche segnale si avverte nella coscienza del popolo, ridotto a volgo, a cui sono stati sottratti gli strumenti della rappresentanza, della partecipazione e quindi della sovranità.

L’Uomo De Gasperi,  icona delle libertà democratica, fedele alla dottrina sociale cristiana, difensore della centralità dell’Uomo stride con un presente in cui al centro c’è una turbe vociante di uomini e di donne con il mito della forza, che viene da una cultura di un passato da dimenticare e che non ci appartiene.

De Gasperi, Sturzo, Moro sono giganti disarcionati. Non valgono le belle parole di oggi se nei democratici cristiani veri e non con la vocazione di essere novelli capi di ventura, non nasca il desiderio di frenare la deriva pericolosa di oggi per ritrovare il senso della nostra storia e le ragioni della nostra cultura umanistica.

Interroghiamoci cosa avrebbe detto De Gasperi difronte il disegno eversivo del premierato, di un Parlamento esangue e una scomposta nazione con l’Autonomia differenziata, con centri decisionali di poteri forti che impongono, ricattano e decidono, con le Associazioni di categoria e sindacati fagocitati da un sistema che “tutela” e…snatura. 

Ma cosa avrebbero detto De Gasperi e tantissimi uomini che si sono sacrificati difronte al servilismo sfrenato di chi pretende di consegnare la storia di milioni di persone per farla confluire in altre formazioni antitetiche, per cultura e visione: un passato risuona con le note di una vecchia canzone, degli anni ‘30 “…noi ti darem un altro Duce e un altro Re…”

Le storie vanno rispettate per poter costruire. Per alcuni tutto è possibile.  Non è vero.  C’è un limite alla goliardia che è la trasfigurazione dell’assenza di fede.  Maldestramente in questo scenario ci si interroga se De Gasperi guardasse a  sinistra o a destra,  dimenticando che si parla di un grande Statista che si è fatto carico dei bisogni di una umanità dolente alla quale ha restituito dignità, speranza e futuro.

Gui, dalla Resistenza alla scuola media unica. Sempre al servizio dello Stato.

Luigi Gui ha fatto parte di quella generazione di giovani cattolici che assunsero l’impegno della ricostruzione dell’Italia dopo la tragedia del fascismo e della guerra perduta.

Veniva da una famiglia modesta, con una borsa di studio poté studiare alla Università Cattolica, dove ebbe incontri decisivi per la sua futura vita politica, lì conobbe i “professorini” Fanfani, Dossetti, Lazzati, La Pira che rincontrò in Assemblea Costituente e tramite l’esperienza nella Fuci entrò in contatto con Aldo Moro che ne era diventato il presidente nazionale nel 1939.

Tenente degli Alpini in Russia al rientro in Italia prese i primi contatti con il mondo partigiano, scrisse nel 1944 un opuscolo intitolato “Uno qualunque, la politica del buon senso”. L’opuscolo di una ventina di pagine fu ciclostilato presso il collegio cattolico padovano Barbarigo, dove operavano due sacerdoti fortemente impegnati nella lotta antifascista, don Mario Apolloni e don Giovanni Nervo, e diffuso clandestinamente ebbe una notevole fortuna, come primo orientamento per la ricostruzione democratica del paese. 

Come il coetaneo Mariano Rumor entrò in politica avendo già alle spalle una esperienza dirigenziale nel mondo associativo: Rumor Presidente provinciale delle Acli vicentine, Gui presidente provinciale della Coldiretti padovana. Nel 1946 viene eletto consigliere comunale a Padova e diventa capogruppo della Dc, guidando la formazione della nuova giunta post Cln con l’estromissione dei comunisti dal governo cittadino, poi l’elezione alla Assemblea Costituente e alla Camera nel 1948. 

A Roma è tra i deputati dossettiani, Gui diviene segretario di Civitas Humana, che era il gruppo culturale fondato da Giuseppe Dossetti e poi redattore di Cronache sociali, la rivista del gruppo che tra il 1947 e il 1951 rappresentò le idee più avanzate nell’esperienza politica della Dc, con l’ambizione di costruire un progetto culturale per la società italiana, dotandosi di strumenti scientifici e culturali adeguati all’impresa.

Iniziano presto le responsabilità di governo, a partire da quello di sottosegretario all’Agricoltura nel 1951 (Ministro era Amintore Fanfani) con la delega di dare attuazione alla legge sulla riforma agraria, di cui era stato relatore alla Camera dei deputati. Aveva scelto del resto in quella prima legislatura di essere assegnato alla Commissione Agricoltura ed Alimentazione, di cui era stato eletto segretario, contando evidentemente sulla conoscenza del mondo agricolo che aveva acquisito con il lavoro svolto per la nascita della Coldiretti padovana. 

Un primo impegno governativo di forte impatto sociale con l’esproprio di oltre 700.000 ettari di grandi proprietà terriere a favore di coltivatori diretti. A questo primo impegno sarebbero succeduti incarichi ministeriali di primo livello: Ministro del Lavoro (1957), Ministro della Pubblica istruzione (1962 – 1968), Ministro della Difesa (1968 – 1970), Ministro della Sanità (1973 – 1974), Ministro dell’Interno (1974 -1976), Ministro della Pubblica Amministrazione e delle Regioni (1974).

Un ruolo governativo sostenuto da una lunga una esperienza parlamentare, che si sarebbe succeduta per sette legislature alla Camera e per una ulteriore al Senato. E incarichi tutti conquistati con un rapporto costante con il collegio di elezione, come dimostra il consenso espresso con il voto di preferenza, con il picco di oltre 63.000 voti raggiunti nel 1963, secondo degli eletti democristiani nella circoscrizione Verona, Padova, Vicenza, Rovigo, dietro il capolista Mariano Rumor.

Della lunga esperienza governativa di Luigi Gui va ricordato soprattutto (così voleva lui) l’approvazione la legge per la scuola media unica nel 1962. Rimuovendo un inaccettabile strumento di diseguaglianza che discriminava i bambini fin dalle elementari, tra chi poteva accedere a livelli di studio superiori e chi doveva prendere la strada dell’avviamento professionale. Le statistiche di allora ci dicono che oltre l’80% dei ragazzi dopo i 10 anni abbandonava gli studi, avviandosi precocemente al lavoro o all’istruzione professionale di base: un grande progetto di alfabetizzazione del paese, senza preclusioni di classe.

 

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Il cambio di passo che suggerisce Ezio Mauro: rifare un centro serio.

Con l’editoriale di ieri su Repubblica firmato Ezio Mauro, si rompe a sinistra uno schema di pensiero, prima ancora che di condotta politica. L’oggetto è Forza Italia o meglio l’esistenza del centro. Dopo aver celebrato per anni, a partire dal biennio cruciale ‘92-‘94, la necessità di un bipolarismo attrattivo di un’area senza consistenza autonoma, si riconosce l’emersione di un nuovo centrismo che apre una faglia nella maggioranza guidata da Giorgia Meloni. 

L’analisi di Mauro è stringente. Inizia con la constatazione della tenuta elettorale ad opera di Tajani e finisce con l’illustrazione delle spinte che agitano il partito inventato da Berlusconi. Sembra che i figli, Marina e Pier Silvio, avvertano l’urgenza di una rigenerazione del progetto originario nella misura in cui la leadership della coalizione è in mano a Fratelli d’Italia, espressione di una destra che non riesce a fare i conti con l’Europa. Ma può l’azienda entrare in collisione con i poteri forti di Bruxelles? Da qui, lascia intendere Mauro, le tensioni sempre più marcate con la Premier. 

Ora, non è immaginabile che dalla sera al mattino cambi la strategia di lungo termine e forse anche la natura di un partito inscindibile dalla storia del berlusconismo. Già si notano, infatti, alcuni segnali di incertezza nel dare il giusto valore a un rinnovamento bisognoso di ideali e contenuti appropriati. Il problema degli azionisti di Forza Italia, come spiega sempre Mauro, sta nel “capire se il piano di riconquista dei moderati è credibile, perché non si diventa liberali d’incanto per decreto aziendale, e i decenni di cultura, prudenza e pratica del potere democristiano non si introiettano guardando uno sceneggiato su De Gasperi in tivù”.

Si potrebbe aggiungere che il miracolo compiuto da De Gasperi è stato quello di unire, nel pieno rispetto delle diversità ideologiche e politiche, tutte le forze del riformismo democratico. Se ieri il pericolo era il comunismo, oggi non può che essere una certa ideologia nichilista – distruttiva malgrado l’ottimismo di facciata – che rende le nostre società sempre più chiuse in se stesse. La  politica di centro ha senso pertanto se recupera lo spirito che guidò la Ricostruzione del Paese dopo la devastazione della dittatura e della guerra. È una sfida sicuramente decisiva, non un esercizio di mera scomposizione e ricomposizione dell’attuale quadro di riferimento. Bisogna avere il coraggio e la lungimiranza che dimostrò De Gasperi, il grande statista del nostro secondo Novecento.

Le divergenze parallele di Togliatti e De Gasperi

De Gasperi è il politico che più di ogni altro ha contribuito alla dimensione internazionale del nostro Paese, incardinando l’Italia nel Patto Atlantico, aderendo alla Nato nel 1949, e costruendo nel secondo Dopoguerra le relazioni che avrebbero portato all’Europa unita. Fu lui a tenere il timone della ricostruzione post-bellica, favorendo l’accesso e la spesa degli aiuti del Piano Marshall e ponendo così le basi del miracolo economico italiano, in cui si formarono le premesse e i primi passi del radicale rinnovamento dell’economia italiana e la costruzione di una prosperità fino ad allora mai conosciuta. La sua intuizione, mutuata dalle radici antiche della dottrina sociale della Chiesa, di coniugare politiche economiche e sociali, efficienza produttiva e misure di welfare (attraverso, ad esempio, l’espansione della previdenza sociale). 

Era un cattolico, un credente. Ma anche un laico, nel senso di uomo di libero pensiero, capace di visione politica e autonomia d’azione. A distanza di due giorni, il 21 agosto, ricorre il 60esimo anniversario dalla scomparsa di Palmiro Togliatti, comunista, leader dell’opposizione perpetua della prima repubblica e portatore di un’idea del mondo irriducibilmente avversa a quella di De Gasperi e dei democristiani, a partire dai legami con Mosca e con il Patto di Varsavia. 

Credo dovremmo riflettere su queste due figure perché, se intuitivamente ne cogliamo subito la distanza – la parola “opposizione” allora aveva significati ben più netti di oggi –, superando la prima impressione si possono individuare punti che li avvicinano e che possono essere di lezione oggi. Innanzitutto, il fatto di essere entrambi portatori di un’idea ben precisa del Paese: cosa è oggi, cosa può e dev’essere domani. Non un’idea astratta, ma calata concretamente nella realtà delle relazioni internazionali, dei rapporti economici tra quelle che un tempo si chiamavano “classi sociali” (interclassista De Gasperi, per la lotta di classe Togliatti) e del ruolo dello Stato e dei poteri pubblici nell’economia contemporanea. 

Oggi questa chiarezza la cogliamo raramente, sia a livello delle istituzioni nazionali, sia man mano che scendiamo verso Regioni e istituzioni territoriali. E non si tratta della prevalenza del pragmatismo sul piano ideale: idee confuse o contraddittorie sul piano della teoria raramente si traducono in iniziative di valore pratico. L’idea (opportunista) della corsa al centro porta inevitabilmente chi si candida a smussare le posizioni, a togliere gli angoli, a privare di direzione la proposta. Non di rado, si finisce per scadere nell’ambiguità o per nascondersi nel tecnicismo. 

Il centro promosso da De Gasperi era quello dell’equilibrio e brillava per chiarezza di intenzioni, messaggi ben definiti, comunicati agli elettori senza equivoci, direzioni confermate nel tempo, progetti politici capaci di superare l’orizzonte della legislatura. A conferma che “centro” non significa per forza confusione delle intenzioni o, peggio, opportunismo politico. Va detto poi che sia De Gasperi, sia Togliatti hanno promosso un’unità di fondo della Repubblica. Portatori di idee e programmi opposti, hanno contribuito da fronti differenti alla resistenza al regime (la svolta di Salerno segnò il momento cruciale della collaborazione tra tutti i partiti avversi al regime), al processo costituente e alla redazione della legge fondamentale del Paese, che è l’accordo, il compromesso possibile, tra le visioni politiche delle forze politiche in gioco. 

Fu chiaro a entrambi che per dare stabilità all’ordinamento repubblicano nascente sarebbe stato indispensabile cercare il compromesso e non lo scontro, abbassare le tensioni per evitare il rischio di guerra civile. La molto discussa “amnistia Togliatti”, con la quale nel 1946 il leader comunista, nel ruolo di guardasigilli, decise l’estinzione delle pene per i crimini commessi durante il regime, fu espressione di questa linea di riconciliazione nazionale. La stessa scelta di pacificazione venne fatta da Togliatti quando due anni dopo, a soli tre mesi dalle prime libere elezioni in Italia, a Togliatti furono sparati tre colpi di pistola, e sembrò che l’Italia ripiombasse in una stagione di scontri, nel tempo delle piazze armate. 

Fu il leader comunista a chiedere l’interruzione delle manifestazioni e il ritiro della richiesta di dimissioni del Governo. A dimostrazione che, a Repubblica fondata, De Gasperi e Togliatti, continuarono a collaborare, pur in modo implicito, per mantenere il Paese dentro l’orizzonte democratico e nel quadro costituzionale, malgrado le tensioni internazionali, fortissime, di un’epoca che metteva l’Italia al centro dello scontro tra i due blocchi, non fecero mancare il fair play istituzionale e il senso dei valori fondamentali da preservare. Nel pieno della Guerra Fredda, con in casa il partito comunista più grande d’Europa non era scontato che accadesse. 

Questa opposizione senza sconti e questa chiarezza politica senza equivoci, è quello che credo dovremo augurarci come italiani. Soprattutto occorre che mai venga meno il mutuo riconoscimento all’interno del quadro istituzionale che unisce maggioranza e opposizione, perché ciò significa riconoscimento di valori che stanno sopra alla dinamica delle parti, degli schieramenti, del gioco politico. E solo tali valori sono in grado di nobilitare la politica, di renderla altro dalla mera lotta per la prevalenza, per il potere. Da questo dipende il senso profondo delle istituzioni, minacciato ai tempi di De Gasperi e Togliatti da rischi insurrezionali e da tensioni violente, proprio come oggi lo è dall’indifferenza e dal non voto. 60-70 anni sono troppo pochi per dimenticarsi queste lezioni.

San Francisco, California. Il possibile problema di Kamala.

Se Joe Biden avesse deciso già lo scorso anno di non ripresentare la propria candidatura non è affatto detto che la vicepresidente Kamala Harris avrebbe vinto le Primarie del Partito Democratico. Un partito al suo interno profondamente diviso. Sicuramente non sarebbe stata una passeggiata, appesantita da sondaggi poco lusinghieri sulla sua performance washingtoniana e facilmente aggredibile dalla sinistra del partito sulla sua non soddisfacente conduzione del dossier migratorio, uno dei pochi che Biden le ha affidato nel triennio alle nostre spalle.

E invece Harris si trova oggi con un consenso plebiscitario interno sancito dalla Convention di Chicago frutto della disperazione dem dopo il crollo di Biden palesato clamorosamente nel fallimentare confronto televisivo con Trump. Troppo grande il rischio di uno scontro nel partito così a ridosso del martedì elettorale del prossimo novembre.

La vicepresidente ha saputo cogliere al volo l’occasione e sin dal primo giorno, ricevuto l’endorsement da Biden, è entrata nella parte con grinta, capacità e determinazione. Ha subito evidenziato il divario fra lei, procuratrice generale di uno Stato e quindi dalla parte della legge, e il suo sfidante, sotto processo per diversificate accuse e con un passato imprenditoriale non sempre nitido. Per proseguire con il corteggiamento dell’elettorato femminile, sia su un tema drammatico come quello dell’aborto sia sulla comune appartenenza di genere, alla ricerca di un primato che otto anni fa proprio Trump impedì a Hillary Rodham Clinton ma che questa volta potrebbe essere raggiunto.

Con il ritiro di Biden e l’entrata in campo di Harris la partita presidenziale si è dunque riaperta, come tutti i sondaggi hanno registrato in queste settimane, e il profluvio di insulti indirizzati dal candidato repubblicano nei confronti della vicepresidente testimonia il nervosismo crescente di chi pensava di aver già vinto il match e invece ora si rende conto che al contrario esso è ancora tutto da disputare, e senza alcuna certezza di vittoria.

Accanto ai punti di forza (e bisognerà vedere se nel campo dell’economia prevarrà l’aspetto legato all’occupazione cresciuta insieme ai salari o invece quello legato all’inflazione pure essa aumentata, guastando così molti risultati conseguiti dalla bidenomics) ve ne è uno che al contrario potrebbe rivelarsi di forte debolezza. Si chiama San Francisco, California. E’ da lì che proviene Harris. E’ lì che ha fatto la procuratrice distrettuale ed è proprio a Frisco che la situazione della sicurezza pubblica è divenuta negli ultimi anni assai grave, tanto da spaventare anche i tanti turisti stranieri che ancora vogliono, giustamente, visitarla e conoscerla.

Oltre ottomila homeless, per lo più tossicodipendenti afflitti da malattie mentali, invadono le strade e creano problemi a cittadini e turisti. Sono centinaia ogni anno i decessi per overdose. La chiamano “la strage del Fentanyl”, il terribile oppiaceo sintetico prodotto in laboratori messicani sulla base di principi chimici sviluppati in Cina. Un fallimento che i repubblicani imputano con facilità alla gestione democratica della città e dello stato californiano, portatori – a loro giudizio – di una cultura lassista che motiva una legislazione che punta sulla depenalizzazione, richiamando così in città tossici da ogni dove, e al declassamento di reati minori come i furti e lo stesso possesso di droga. 

Una città e uno stato liberal per definizione e per effettiva gestione che molti americani medi che non vivono sulla costa ovest semplicemente detestano. Così come detestano quell’insopportabile “politicamente corretto” che nel tempo si è allargato dall’utilizzo di termini meno espliciti per definire occupazioni lavorative alla c.d. “cancel culture” che spesso trasforma la realtà storica imponendo addirittura a docenti universitari di adattarsi ad essa, sino più in generale a quel movimento “woke” che in nome della tutela delle minoranze tende a deridere quanti hanno opinioni diverse, creando così una nuova forma di emarginazione: quella nei confronti di chi è fuori dal giro che conta dei circuiti intellettuali, dello show business, dello star system. Un ceto popolare spesso con livelli bassi di istruzione e con difficili e concreti problemi da risolvere per tirare avanti che non sopporta più quell’arrogante superiorità esibita con alterigia (o comunque percepita come tale).

Ecco il rischio per Kamala: essere associata a quel mondo, del quale in effetti è un po’ parte, senza riuscire a dimostrare quello spirito popolare che è però indispensabile per recuperare un più largo consenso e sconfiggere Trump. Ciò che riuscì a Joe Biden, anziano professionista della politica e potente esponente del Partito Democratico ma non certo membro dell’establishment liberal, lui cattolico, e non a Hillary Clinton, troppo superiore, troppo intelligente, troppo lontana. Troppo tutto. Vinse Trump, il palazzinaro miliardario. Se lo ricordi, Kamala.

Quattro stelle illuminano Naxos. Un connubio perfetto tra archeologia e musica.

Rita Marcotulli, Elisa Nocita, Francesca Tandoi e Maria Pia De Vito. Sono le quattro stelle del jazz italiano e internazionale che, dal 28 al 31 agosto, al Teatro della Nike del Parco di Naxos, terranno a battesimo “Donne in jazz”, prima rassegna tematica organizzata dal Parco Archeologico Naxos Taormina in collaborazione con il Comune di Giardini Naxos e l’associazione culturale Taormina Jazz che ne cura la direzione artistica con Nino Scandurra. Da soliste o insieme alla propria band, saranno protagonista nelle quattro sere in cui si dipana la rassegna.

“Un progetto – ha sottolineato Gabriella Tigano, direttrice del Parco archeologico Naxos Taormina – che completa la ricca offerta di questa estate 2024 al Parco di Naxos e che, dal cinema alla letteratura, dalla scultura al teatro, dalla musica classica al jazz e alla poesia, darà spazio fino alla fine di settembre a tutti i linguaggi dell`arte perché il Parco sia percepito da residenti e turisti come spazio di aggregazione nel nome della cultura”.

La manifestazione è stata pensata e costruita insieme con il Comune di Giardini Naxos, lavorando a quattro mani con Fulvia Toscano, assessore comunale alla Cultura, che commenta: “La città di Giardini Naxos è lieta di patrocinare un evento che offre al nostro territorio la possibilità di godere del grande jazz.

Lieta, in particolare, che la rassegna proponga quattro appuntamenti al femminile, ospitando quattro “signore” del jazz italiano. Un grazie speciale a Nino Scandurra, organizzatore e coordinatore del progetto, e a Gabriella Tigano, direttrice del Parco Archeologico di Naxos che, come sempre, con generosità e lungimiranza, supporta e rende possibili manifestazioni di grande valenza artistica e culturale”.

Per l’associazione Taormina Jazz si tratta di un “debutto” a Giardini Naxos e nell`area archeologica del Parco. Un’opportunità straordinaria per la musica live di qualità, sottolineata con gratitudine da Nino Scandurra: “Grazie al Parco Archeologico Naxos-Taormina ed al Comune di Giardini Naxos, finalmente l’associazione Taormina Jazz aps ha la possibilità di presentare a Giardini Naxos “Donne in Jazz”, una rassegna di grande spessore: quattro concerti con artisti di livello internazionale che spaziano tra stili e sonorità diverse”.

Tutti gli spettacoli iniziano alle 21.30 e i biglietti si acquistano online (circuito BoxOffice Sicilia) e al botteghino del Teatro della Nike.

Anniversario | Rileggiamo le “27 libertà” di Guido Gonella

Guido Gonella, su mandato di Alcide De Gasperi svolge al I° Congresso nazionale della Democrazia Cristiana una relazione sulle libertà come fondamento della nuova Costituzione italiana che l’Assemblea Costituente di imminente elezioni avrebbe redatto. Il discorso di Gonella rimane una alta testimonianza della fede nella libertà che i democratici cristiani avrebbero mantenuto viva nel corso della loro lunga azione politica nel Paese. E’ passato come il “discorso delle 27 libertà!

La riforma dello Stato nello spirito della libertà

  1. — Funzione storica della Democrazia Cristiana

In un’ora decisiva per il rinnovamento costituzionale dello Stato italiano, la Democrazia Cristiana è alla testa dei movimenti politici nella lotta per la libertà. Il suo Scudo Crociato è il simbolo del suo programma: «Dio e Libertà».

  1. — Una Costituzione a presidio delle libertà

La Democrazia Cristiana vuole una Costituzione che sia il presidio delle libertà religiose, morali, politiche ed economiche, che — dopo la delusione del passato — devono trovare nel nuovo ordinamento costituzionale garanzie concrete e stabili.

  1. B) Dichiarazione delle libertà

1) Non intendiamo fare un’astratta ed inoperosa «Dichiarazione delle Libertà», bensì rivendicare le positive libertà in una nuova Costituzione, nello spirito della concezione cristiana del diritto e dello Stato.
2) Dobbiamo quindi distinguere le illusorie libertà di altri sistemi che respingiamo dalle libertà reali del nostro sistema che rivendichiamo.

  1. — Le libertà illusorie o parziali

1) La libertà del comunismo è un mezzo per progredire (“democrazia progressiva”) verso il fine dell’instaurazione della dittatura del proletariato.
2) La libertà del liberalismo è una libertà individualistica e negativa, che parte dalle premesse dell’agnosticismo e dell’indifferentismo per affermare quel “lasciar fare” che favorisce il privilegio, di fronte al quale l’individuo non trova un’adeguata protezione dello Stato.

  1. — Le libertà reali o integrali
  2. a) Libertà democratica

1) Intendiamo la libertà come capacità di obbedire alla ragione e di praticare la virtù.
2) La libertà, nella vita sociale, è autodeterminazione della persona garantita dalla tutela dello Stato.
3) Non vi è una semplice libertà negativa (possibilità di isolamento, di eliminazione di un vincolo, possibilità di esigere dallo Stato una omissione), ma vi è anche una libertà positiva (possibilità di una determinazione della persona, possibilità di espansione e di responsabilità sociale dell’uomo, possibilità di esigere un aiuto dallo Stato).
4) La democrazia mira ad instaurare la libertà negativa e positiva, mira a una sintesi di libertà individuali e di doveri sociali nello spirito della solidarietà delle classi.

  1. b) Libertà cristiana

1) Le libertà costituzionali saranno efficienti se avranno una ispirazione cristiana, poiché il Cristianesimo è il lievito di tutte le libertà, è la promessa e la garanzia di una nuova e costruttiva esperienza dopo il fallimento degli altri sistemi che rivendicano la libertà.
2) La Costituzione non deve essere una Costituzione di Partito o di confessione religiosa, ma la Costituzione del popolo italiano che è un popolo cristiano e che perciò non può volere uno Stato laico o agnostico. D’altra parte, lo Stato conforme all’etica cristiana non è uno Stato confessionale.

  1. c) Libertà istituzionale
  1. La libertà deve essere non nominale, ma incorporata in concrete istituzioni politiche e sociali che ne permettano l’articolazione e ne garantiscano il permanente esercizio.
    2) La libertà istituzionale sarà non solo libertà di fatto (cioè esistenza di una sfera estranea ai fini dello Stato che è libera perché di essa lo Stato non si occupa imponendo obblighi o divieti), ma anche libertà di diritto, cioè libertà giuridicamente garantita, in quanto lo Stato impone un limite a sé o ad altri soggetti con norme positive, che obbligano di fare. L’ordinamento dello Stato risulta quindi limitato dai diritti naturali della persona.
    3) Solo la libertà concreta nelle istituzioni ci permetterà di eliminare il divorzio fra l’inoperoso formalismo giuridico ed il caotico sviluppo della realtà sociale.

 

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https://www.democraziacristiana.cloud/documentazione/documenti/279-relazione-di-guido-gonella.html

De Gasperi, un esempio di laicità e di fedeltà alla Chiesa.

Tra le figure bibliche che attraversano il tempo senza perdere il loro smalto, c’è senz’altro quella del profeta. Il profeta affascina per la sua libertà da ogni forma di potere. Per il suo essere uomo ancorato al presente. Per la sua capacità, la sua intuizione, nel leggere e nell’interpretare le vicende sociali, politiche, economiche e religiose in cui è coinvolto. Per la forza del suo esempio e della sua azione, che gli deriva dalla fedeltà alla parola e all’azione di Dio, vivente nella storia. 

 

La polis, terra del profeta 

Alcide De Gasperi (1881-1954) è stato un uomo politico dotato di capacità profetiche. Nessun altro leader del suo tempo ha avuto una vita così intensa e imprevedibile.  La sua grandezza non si misura solo con quello che ha fatto come statista, ma soprattutto per la testimonianza che ci ha offerto. Come gli antichi profeti, ha indicato una strada e un metodo politico che vanno oltre la sua stessa esistenza. Ha accettato di mettersi alla guida del suo popolo, senza garanzie e senza esitazioni. Prima è stata la volta del popolo trentino, orfano e disperso durante la Prima guerra mondiale, poi quella del popolo italiano che imparò a conoscere. Quando nel 1945 assunse il compito di guidare l’Italia fuori dal deserto in cui la democrazia si era smarrita, De Gasperi aveva 64 anni. Dalle ceneri del Partito popolare ha creato un grande partito politico di ispirazione cristiana, muovendo quasi dal nulla, al punto che nel 1944 a Stefano Jacini scrive che, purtroppo, non era vero che «il seme della rinascita del partito era stato custodito dalla Azione cattolica» (1).  

Ha condiviso i valori di fondo della Resistenza e ha partecipato con convinzione alla transizione democratica dal Regno alla Repubblica; ha salvato la continuità dello Stato; ha contribuito a dare al Paese una Costituzione tra le più solide; ha ricostruito le basi della collocazione dell’Italia nella comunità dei Paesi occidentali; ha allargato l’orizzonte politico europeo. Con la sobrietà del suo modo di praticare la fede, ha anticipato gli insegnamenti del Concilio Vaticano II; ha offerto un esempio di laicità e insieme di fedeltà alla Chiesa; ha impegnato i credenti per la democrazia rappresentativa, così da dare contenuto politico alla tradizione riformatrice del cattolicesimo sociale.  

Soprattutto, con la sua azione tenace ha rimesso al centro la politica, mostrando che spettava proprio ad essa rimediare alla terribile crisi in cui aveva gettato l’umanità. Per De Gasperi la politica è l’unica dimensione dove la verità e le possibilità umane si confrontano alla pari. Sa che la vera politica è un sistema complesso che non tollera a lungo semplificazioni brutali. In questa luce, non esita a riconoscere lo slancio che la politica aveva saputo assicurare all’impresa economica, all’istruzione, alla cultura, anche con ottimi risultati. Con altrettanta chiarezza ne denunzia però i limiti e, più ancora, l’arroganza: quando la politica ha creduto di poter fare da sola, o di realizzare l’impossibile, di raddrizzare «il legno storto dell’umanità», di generare l’«Uomo nuovo», di sognare società perfette, ha finito per rimanere prigioniera di miti e ideologie.  Non a caso, lo storico Paolo Prodi ha spiegato che l’ideologia è un derivato secolarizzato della profezia2. A partire dal Cinquecento, la profezia è stata rimpiazzata da progetti utopistici o da regimi assolutisti. In ambito ecclesiale l’attesa per il ritorno del Signore aveva lasciato il posto anche a visioni mistiche fuori dalla storia o, dopo la rottura dell’unità dei cristiani, all’azione di chi tentava di restaurare l’antico potere della Chiesa. 

 

1 – Da Alcide De Gasperi a Stefano Jacini, luglio 1944, in Edizione Nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi, https://epistolariodegasperi.it/#/archivio_digitale/lettera?id=854f654d-1487-4a9d-8ae9-1b0f1546ebe1. 

 

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De Gasperi: un’eredità negata dalla sinistra, strumentalizzata dalla destra.

È curioso, per non dire patetico, lo sforzo di vari esponenti politici di destra e, soprattutto, di sinistra, di “accaparrarsi” il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale di Alcide De Gasperi scomparso 70 anni fa. Probabilmente la riflessione più calzante è quella espressa recentemente da Pier Ferdinando Casini quando ha ricordato che De Gasperi appartiene alla miglior storia democratica del nostro paese perché, infatti, parliamo di uno statista che ha contribuito con la sua azione politica e di governo a ricostruire l’Italia con un progetto e un metodo che non possono non essere apprezzati da tutti i sinceri democratici ed europeisti.

Ora, come ricordavo poc’anzi, è curioso che a destra ma, soprattutto, a sinistra rivendichino l’eredità politica di uno statista che certamente non è classificabile con gli attuali paradigmi politici e culturali. Del resto, come sia possibile per gli eredi della cultura comunista, gramsciana, togliattiana e berlingueriana individuare degli elementi di seria convergenza politica e culturale con il progetto degasperiano resta sostanzialmente un mistero. Una mistero politico innanzitutto.

Stupisce, al riguardo, che i vari commentatori della sinistra sui quotidiani “amici” e nei vari talk televisivi non lo ricordino con onestà intellettuale. Anche perché si tratta di rispettare la semplice verità storica. Senza alcuna presunzione politica ed arroganza intellettuale. Cosa centri, quindi, la sinistra italiana, nelle due diverse e multiformi espressioni, con il magistero degasperiano resta un enigma. Dalla politica estera al ruolo dell’Europa, dal sistema istituzionale alla cultura delle alleanze, dal progetto politico centrista al modello economico e sociale ai riferimenti culturali ed ideali nulla accomuna questo progetto alla sinistra italiana. Non c’è un solo elemento strutturale attorno al quale la sinistra italiana possa rintracciare un filo di collegamento con la lezione politica ed istituzionale di Alcide De Gasperi. Forse è arrivato il momento di ricordarlo con chiarezza e senza ipocrisia. E cioè, l’esperienza storica e politica di Alcide Gasperi è alternativa alla sinistra ex e post comunista. Con buona pace di tutti i sepolcri imbiancati adusi a riscrivere la storia a piacimento. Ovvero, a seconda delle convenienze del momento. Una regola che vale per tutti i commentatori e gli opinionisti della sinistra italiana che dopo aver criminalizzato per anni la Dc e la sua classe dirigente adesso la rimpiangono o ne cantano le lodi. Una volta accertato che entrambi appartengono definitivamente ed irreversibilmente agli archivi storici.

E lo stesso giudizio vale per la destra italiana. Anche se, su questo versante, c’è minor ipocrisia e falsità per la semplice ragione che nel nostro paese storicamente l’informazione, la cultura e tutto ciò che è riconducibile alla propaganda attraverso i media – di qualsiasi genere siano – appartengono in modo strutturale al pianeta della sinistra. Una sistema, però, riconducibile alla sinistra ex e post comunista. L’unico elemento che si può e si deve sottolineare e che lo differenzia profondamente dalla destra italiana, è che lo storico e strutturale anticomunismo di De Gasperi fu sempre e solo “un anticomunismo democratico”. E quindi squisitamente politico e mai ideologico come, del resto, lo ha sempre concepito la miglior tradizione democratico cristiana e cattolico popolare. Basti ricordare, per fare un solo esempio, al “preambolo” ideato e scritto da

Carlo Donat-Cattin al congresso Dc del 1980 quando disse, a proposito del rapporto con i comunisti del tempo, “che non esistevano, allo stato dei fatti, le condizioni politiche per un’alleanza con il Pci”.

Ecco perché, quando ricordiamo De Gasperi e il suo magistero politico ed istituzionale, non possiamo non dire che si tratta del miglior progetto espresso dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura e dal pensiero del cattolicesimo politico italiano. Nulla a che vedere, quindi e di conseguenza, con la cultura, il pensiero, la tradizione e la storia della sinistra italiana. E distinto e distante dalla storia della destra. Perché Alcide De Gasperi, molto più semplicemente, appartiene a quel “centrismo” dinamico, innovativo, riformista e di governo che ha caratterizzato storicamente la presenza dei cattolici impegnati in politica.

AsiaNews | Kursk, il cuore pulsante della lotta tra Russia e Ucraina.

Come è noto, il termine “ucraina” significa “confine”, e la sorprendente avanzata delle truppe di Kiev nella regione di Kursk sposta questo limite verso Oriente, ridefinendo ancora una volta i rapporti tra le due anime dell’antica Rus’, la Russia e l’Ucraina contemporanea. Non esiste infatti un vero confine geografico tra queste due parti del mondo russo, se non il fiume Dnepr che da Kiev a Kherson esprime quel passaggio che ha generato la stessa natura storica dei russi, che attraverso i fiumi cercavano di connettersi con i regni europei e staccarsi dalle radici asiatiche, rimbalzando storicamente da entrambe le sponde dell’Eurasia.

Kursk era un principato più antico di Mosca, risalente alla fine dell’XI secolo, quando nel 1095 fu concesso a Izjaslav, il figlio del granduca di Kiev Vladimir “il Monomaco”, che si riteneva erede degli imperatori bizantini avendo sposato una delle loro figlie, e fu l’ultimo monarca della Rus’ di Kiev a tenere in qualche modo uniti tutti i territori contesi da figli e nipoti. Del “secondo Vladimir”, a cui fu dedicata la città che divenne capitale per qualche decennio, usurpando il potere della stessa Kiev, si ricorda un testo chiamato Poučenie, “Ammonizione”, che all’inizio del XII secolo supplicava, con dovizia di citazioni bibliche, tutti gli altri principi di far cessare le lotte intestine, in russo antico i meždousobnja brani, che caratterizzavano la vita dell’antico Stato russo e che ancora oggi si ricordano nelle invocazioni della liturgia slava-ecclesiastica, come uno dei mali principali per cui chiedere a Dio la misericordia e il perdono.

La lotta per Kursk è ricordata nell’antica Cronaca di Nestor come la guerra tra i Monomakhovy e i Mstislavoviči, gli eredi di due rami della famiglia antica dei sovrani kieviani, e si trasformò tra il 1183 e il 1185 nella campagna contro i nemici provenienti da oltre il fiume Volga, i polovtsy poi riassorbiti dai tataro-mongoli. Il principe Vsevolod di Kursk si unì a quello di Novgorod, Igor Svjatoslavič, in una battaglia che avrebbe potuto riunire tutte le famiglie in lotta contro il nemico esterno, ma che si concluse con una tragica sconfitta. Questo evento fu esaltato dal poema del Canto della schiera di Igor, il più grande capolavoro della letteratura della Rus’ di Kiev, in cui la sconfitta si trasforma in promessa di rinascita, chiamando la natura, gli antichi dèi pagani e l’intero popolo russo a unirsi per riscoprire la propria anima, chiudendo infine con la consacrazione della Rus’ alla Madre di Dio, nella “doppia fede” pagana e cristiana che caratterizzava questi secoli leggendari a cui oggi la Russia cerca di rifarsi per ritrovare sé stessa, finendo per scontrarsi di nuovo con le proprie divisioni e contraddizioni.

Kursk fu uno degli ultimi baluardi di fronte all’avanzata dei tartari, ottenendo una parziale vittoria nella battaglia di Kalka del 1223, per poi essere travolta dalle armate del khan Batyj nel 1239, subito prima della distruzione della stessa Kiev. Il suo territorio continuò a essere chiamato “principato di Kursk”, anche se non c’era più alcun principe, rimanendo a disposizione di tutti gli avventurieri dell’occidente polacco-lituano e dell’oriente della nuova capitale che si stava formando in quei frangenti sfruttando l’amicizia con i tartari, quella Mosca fondata nel 1147 e distante 500 chilometri da Kursk, che fino al 1300 era rimasta una semplice stazione di posta dei commerci più settentrionali, sul fiume Moskva. La riscossa avvenne agli inizi del XIV secolo, con singolare analogia storica grazie alla dinastia detta di Putivl, il titolo di una roccaforte simile al nome dell’attuale presidente della Russia, per cui Putin significa “Colui che è sulla strada”. Per tre secoli il principato di Kursk rimase parte del regno di Lituania, per essere poi riassorbito nella Russia seicentesca degli zar insieme a Kiev.

 

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Avanza nel Pacifico la cooperazione tra Usa Giappone e Corea del Sud

I leader di Stati uniti, Corea del Sud e Giappone hanno posto l’enfasi, in una dichiarazione congiunta emessa oggi, sui risultati della loro cooperazione trilaterale in materia di sicurezza, raggiunti dopo il loro storico vertice a Camp David di un anno fa, e hanno promesso di rafforzare i loro legami.

Il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol, il presidente degli Stati uniti Joe Biden e il primo ministro giapponese Fumio Kishida – questi ultimi due entrambi a fine mandato e senza prospettive di rielezione – hanno celebrato i progressi nella cooperazione trilaterale: “Lavoriamo insieme per raggiungere i nostri obiettivi comuni di promuovere la sicurezza e la prosperità per la regione e per il mondo”, si legge nella dichiarazione. “Ribadiamo – hanno continuato – il nostro impegno a consultare le sfide regionali, le provocazioni e le minacce che riguardano i nostri interessi e la nostra sicurezza collettiva”.

I tre leader hanno evidenziato importanti successi nel campo della sicurezza, tra cui il lancio dell’esercitazione multidominio trilaterale “Freedom Edge” a giugno e la firma di un nuovo “Quadro di Cooperazione per la sicurezza trilaterale” il mese scorso. Hanno inoltre riconosciuto gli sforzi di un gruppo di lavoro trilaterale nel contrastare il finanziamento dei programmi di armi di distruzione di massa della Corea del Nord attraverso il cybercrimine e altri mezzi illeciti.

“Siamo determinati a mantenere la pace e la stabilità nell’Indo-Pacifico, rimaniamo allineati nella nostra visione condivisa e siamo pronti ad affrontare le sfide più grandi del mondo”, si legge nella dichiarazione. “Abbiamo una convinzione incrollabile che la cooperazione tra Giappone, Repubblica di Corea e Stati Uniti sia indispensabile per affrontare le sfide di oggi e gettare le basi per un futuro prospero”.

I tre partner, anche superando una serie di contrasti in particolare tra Seoul e Tokyo, hanno intensificato la loro cooperazione di sicurezza a fronte dell’accresciuta assertività della Cina nello scacchiere pacifico, della minaccia nucleare nordcoreana e del rafforzarsi dei legami tra Mosca e Pechino, anche con il contributo di Pyongyang. Tra l’altro, Corea del Nord e Russia hanno firmato a giugno un patto di mutua difesa e i paesi occidentali accusato il regime di Kim Jong Un di fornire armi a Mosca per la guerra in Ucraina.

Martedì scorso i media statali di Pyongyang hanno avvertito che il rafforzamento dei legami tra Corea del Sud, Giappone e Stati uniti rischia di trasformare i loro popoli in “carne da cannone” in caso di attacco nucleare.

La dichiarazione congiunta trilaterale è stata rilasciata in vista dell’esercitazione annuale “Ulchi Freedom Shield” tra Corea del Sud e Stati Uniti, che inizierà domani e proseguirà fino al 29 agosto, comprendendo un’esercitazione principale basata su simulazioni al computer, addestramenti sul campo e prove di difesa civile.

L’esercitazione arriva in un contesto di crescenti preoccupazioni per il continuo sviluppo di armi da parte di Pyongyang, evidenziato dai suoi 37 lanci di missili balistici solo quest’anno, e dalle crescenti tensioni transfrontaliere a seguito della recente campagna di palloni di propaganda del Nord.

Gli alleati hanno dichiarato che l’esercitazione di quest’anno rifletterà le minacce provenienti da tutti i domini, inclusi i missili nordcoreani, le interferenze GPS e gli attacchi informatici, nonché le lezioni apprese dai recenti conflitti armati.

L’esercitazione sarà simile per dimensioni a quella dell’anno scorso, coinvolgendo circa 19.000 soldati sudcoreani. Includerà 48 eventi di addestramento sul campo, come sbarchi anfibi e esercitazioni a fuoco vivo, rispetto ai 38 eventi sul campo dell’anno scorso. Il numero di esercitazioni a livello di brigata aumenterà inoltre a 17 quest’anno, rispetto ai quattro dell’anno precedente.

Discorso di De Gasperi: il movimento operaio e l’Europa

Discorso all’inaugurazione dell’anno accademico 1953-1954 dell’Università Internazionale di Studi Sociali, il Pontificio Ateneo «Angelicum». Prima di De Gasperi, presentato dal rettore padre Felix A. Morlion o.p., avevano preso la parola Henry Luce, editore di «Time», e l’ambasciatore colombiano presso la Santa Sede Antonio Montalvo, oltre a Robert Rochefort, dirigente del Comité Intergouvernamental pour les migrations européennes di Ginevra. De Gasperi critica l’internazionalismo del movimento operaio perché incapace di contribuire alla ricostruzione e alla pace attraverso l’unificazione europea; paragona la classe operaia negli Stati Uniti con quella in Russia; sottolinea che la centralità dell’uomo come persona è una caratteristica della civiltà europea; identifica nell’Europa unita una possibile mediazione fra capitalismo privato e capitalismo di Stato.

 

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La caratteristica più suggestiva del movimento operaio del secolo XIX fu forse il suo internazionalismo. L’appello del «Manifesto Comunista» agli operai di tutto il mondo perché si unissero, si fuse in un primo tempo coll’umanitarismo internazionale di Giuseppe Mazzini, il quale insegnava che «nella cooperazione e divisione del lavoro, la vita nazionale è lo strumento, la vita internazionale è il fine». Ma questo pensiero del genovese, che la vita internazionale risulti dal coordinamento delle attività nazionali, viene ben presto superato dal socialismo il quale tende a rompere il cerchio delle frontiere nazionali, in nome della lotta di classe del movimento mondiale operaio. Benché l’«Internazionale» non abbia saputo impedire né ritardare la guerra ’70, né il crollo della Comune e si sia ben presto spaccata in due per la scissione dei bakuniniani, a quei tempi già faceva paura, tanto che il cardinale Mermillod nelle sue celebri prediche in Santa Clotilde a Parigi, la definiva «une doctrine qui s’affirme, une armée qui s’avance et une église qui s’organise». In verità nella prima forma, essa finì di esistere nel 1889, si ricostruì come organizzazione mondiale dei partiti politici che si erano andati creando sul tipo della socialdemocrazia germanica, e prevalse, finché venne la rivoluzione russa a creare la «Terza Internazionale». 

Altre organizzazioni parallele sorsero fino ai nostri giorni nel campo sindacale. Ora è vero che l’efficacia dell’internazionalismo è venuta a mancare proprio nei momenti in cui avrebbe dovuto operare, cioè alla vigilia dello scoppio delle guerre e durante l’elaborazione dei trattati di pace; ma le ragioni di tale impotenza sono così evidenti, che il fatto non sorprende. Sorprende invece che tale inefficienza si dimostri anche sul territorio propriamente internazionale, quale è quello della unificazione europea. L’incapacità di operare per evitare l’urto fra le nazioni o di contribuire a comporre i contrasti nati dalle guerre è comune a tutti i movimenti internazionali. Anche i sindacati cristiani, entrati più tardi nell’arena, vennero sommersi dalla marea nazionalista, né i partiti ad ispirazione cristiana, rappresentati nei vari Parlamenti, trovarono modo di corrispondere agli appelli per la pace del Pontefice romano. Ma quando viene il periodo della ricostruzione, sono proprio i cristiani che si trovano in prima fila, quasi senza darsi previo appuntamento, nello schieramento europeista. Non vi mancano certo anche i rappresentanti del socialismo democratico; ma come mai trattandosi del primo esperimento concreto ed organico di permanente cooperazione internazionale, il movimento operaio tutto intero non ha risposto all’appello? Non era scoccata la sua storica ora?

Alcune cause sono di carattere contingente e facilmente localizzabili. Quando il Movimento Europeo si impose, i laburisti, partito di governo, si dissero preoccupati dei loro rapporti col Commonwealth, ma in realtà si mostrarono più preoccupati ancora delle loro conquiste sociali che in una Europa unita avrebbero potuto risultare diminuite; dei socialisti francesi invece, una parte notevole reagì negativamente per timore della rinascita germanica. Ma ben più incisivamente influì l’Internazionale comunista che, nell’interesse dello Stato-guida moscovita, deviò il movimento operaio dalla marcia verso l’unione europea, che pur sarebbe stata una sua stazione naturale e storicamente logica, corrispondente alle sue origini, al suo carattere, alle necessità del suo sviluppo. La classe operaia in Europa ha infatti una sua propria configurazione, che risulta evidente, se si statuisce un confronto fra l’operaio europeo e l’operaio americano e il lavoratore russo. In America l’operaio si è sviluppato in uno spazio quasi illimitato e con risorse sempre nuove. 

Negli Stati Uniti l’uguaglianza dei diritti, base della democrazia politica, si appoggia anche sulla uguaglianza dei punti di partenza. L’americano si sente al di là dei gruppi sociali, poiché può sempre sperare di trasferirsi dall’uno all’altro. L’unità della società americana sta nella speranza, che ciascuno può fondatamente nutrire, di partecipare, in una fase o nell’altra della sua vita, ai benefici della classe capitalista. L’individualismo americano risale alle qualità specifiche e intraprendenti dei colonizzatori e trova sempre ancora soddisfacimento e possibilità di operare nella dinamica di un vasto mercato, di un crescente consumo e di un potenziale produttivo sempre in aumento. In una società così fatta, anche il movimento sindacale operaio si esaurisce in agitazioni salariali, senza creare una dinamica politica, tanto che il sindacato americano ci appare come un organismo neutrale che, in forma della teoria sulla capacità di acquisto, ha scoperto ed accettato la solidarietà dei consumatori coi produttori. Radicalmente all’opposto sta il tipo sociale del lavoratore russo. Come tutte le classi della storia russa, anche la sua classe lavoratrice moderna è un prodotto del potere politico. Nobiltà e borghesia imprenditrice vennero create dallo zarismo, e «l’intelighentia» fu merce d’importazione. Germinata spontaneamente sul suolo russo è soltanto la plebe contadina, una classe però che in conseguenza della vastità dello spazio su cui si estende, manca di impulsi collettivi e di consapevolezza. 

Le industrie e gli operai dell’industria devono invece la loro origine ed il loro sviluppo ad una minoranza ardita, che impadronitasi del potere politico in seguito alla disfatta, ha imposto un’economia pianificatrice e ridotto le organizzazioni cooperative e i sindacati ad organi esecutivi del piano, secondo gli ordini dello Stato. Sotto questo rullo pianificatore, l’individuo scompare, e gli stessi sindacati russi operano con la stessa mentalità di chi considera l’uomo non come un fine, ma come uno strumento della collettività. Non si può tuttavia negare che il collettivismo russo è anche un riflesso di condizioni ambientali e storiche, che rivelano una continuità di rapporti fra Stato e uomo, cosicché si potrebbe concludere che il comunismo odierno russo riproduce sul piano del secolo XX situazioni analoghe dei secoli passati. Fra queste condizioni storiche, bisogna dar rilievo anche al rapporto fra Stato e Chiesa. 

In Russia, sia sotto il Rurik che durante il dominio tartarico, sia sotto il gran principato di Mosca o sotto il potere assoluto degli zar, che cominciava con Ivan III , domina sempre quello che si chiama il sistema cesaro-papista, la fusione cioè dell’impero con il sacerdozio. E la fatale eredità di Bisanzio per cui il potere statale si impadronisce dell’uomo intero, signoreggia corpo ed anima. In tutta la storia moscovita si cerca invano un contrasto fra Stato e Chiesa, che offra all’individuo l’alternativa di un appoggio materiale o morale. Egli rimane solo davanti a un potere chiuso e monolitico. Anche la rivoluzione, non deriva da una dialettica interna, ma da influssi esterni. Così nel totalitarismo del potere politico è la veste che muta, non la sostanza: l’individuo rimane assorbito, annullato, il tipo del lavoratore russo nei suoi rapporti con la collettività non si modifica, né parlando in generale si può dire che egli acquisti una nuova coscienza della sua personalità. Ora se raffronteremo il divenire del lavoratore europeo con la formazione del tipo americano e con la produzione del tipo bolscevico, si riveleranno subito alcune sostanziali caratteristiche della classe lavoratrice europea. 

Uno scrittore viennese, Ludwig Reinhold, in un volume recentissimo ha condotto fino in fondo questo raffronto analitico e benché le sue premesse e le sue deduzioni non appaiano tutte persuasive, alcune conclusioni sono senz’altro accettabili. L’operaio salariato europeo ha dovuto cercare e difendere il suo collocamento entro uno spazio limitato ed insufficiente, in mezzo ad uno sviluppo industriale, ora forzato, ora asfittico, di fronte ad una borghesia ora egoista, ora allarmata, raramente illuminata, essa stessa uscita di recente da lotte che l’hanno portata alla conquista del potere politico, nello stesso tempo che al predominio economico. Perciò, anche l’operaio europeo è cresciuto in uno spirito di battaglia ed è stato facilmente attratto dalla pratica e dalla dottrina della lotta di classe. Poiché le dimensioni dello spazio economico si dimostrano troppo anguste e le risorse insufficienti, in ciascuna nazione la lotta si acuisce per la conquista del potere politico, poiché si attende dallo Stato che supplisca alle deficienze naturali dell’economia. Di qui il carattere prevalentemente politico del sindacato europeo, e la politique d’abord del movimento socialista. E questa è già una caratteristica notevole, per quanto riflessa, che differenzia l’operaio europeo da quello americano. 

Ma un elemento storico più profondo si impone alla nostra considerazione. La società europea, nonostante molte deviazioni e frequenti contrasti, riconosce che le sue origini, il suo corso, le sue evoluzioni, la portarono a collocare al suo centro, non lo Stato, non la collettività ma l’uomo, la persona umana. Qui la concezione cristiana e quella umanitaria si fondono e sono confortate dalla storia. Quando Toynbee, che pur giudica al di fuori del cattolicismo, dichiara alla Tavola Rotonda di Roma di essere andato in pellegrinaggio al Sacro Speco, per venerare il luogo d’onde partì l’impulso alla nostra civiltà, afferma una verità, di cui i moderni raramente hanno consapevolezza. Ma rimane vero che l’Europa della moderna civiltà si inizia nel momento in cui si diffonde e prevale il principio che l’uomo è persona, che egli diventa persona a mezzo del lavoro, ma soprattutto in quanto il suo fine sovrasta quello dello Stato. È così che l’Europa diventa e si sente una comunità degli spiriti che oltrepassa le frontiere politiche e quelle del sangue. 

Tale sfondo metafisico costituisce anche la caratteristica differenziale del movimento operaio. È l’impronta di nobiltà impressavi dalle sue origini, lo spirito che muove più o meno consapevolmente il suo umanitarismo, la luce che nei momenti più tranquilli lampeggia e tenta di farsi largo per diradare le tenebre del materialismo, dottrina di derivazione esotica che porta all’annullamento della sua persona e della sua libertà. Come liberare questo Laocoonte sociale dalle spire di un materialismo che minaccia di soffocarlo? Bisogna anzitutto proporsi di allargare lo spazio della sua attività e dare un più vasto respiro al suo sviluppo. Economicamente parlando, le frontiere nazionali agiscono come spire di costrizione sulla circolare del lavoro, del capitale e delle merci; qui terre incolte ed abbandonate per mancanza di braccia, là formicai umani su spazi troppo angusti; qui esubero di materie prime, là forzata produzione di manufatti che non trovano mercato, e di qua e di là uno sperpero di forze per duplicazione di prodotti e mercati troppo piccoli per consentire una necessaria riduzione di costi e la produzione di massa in serie. Divieto, protezioni, contingenti, inconvertibilità della moneta inasprirono ancora una situazione già caotica, né accenniamo all’irrazionale sfruttamento delle forze energetiche difficoltato dalle barriere di tante nazioni. 

Si è calcolato che nei paesi dell’Europa occidentale la capacità di acquisto è tra 1/3 e 1/4 di quella dei consumatori americani, e nelle riunioni di Strasburgo circolavano queste cifre circa la produzione del 1950: Stati Uniti con 140 milioni di abitanti, produzione 260 miliardi di dollari; paesi europei aderenti all’OECE con 240 milioni di abitanti, produzione 160 miliardi di dollari, mentre lavorando nelle stesse condizioni degli americani, gli europei avrebbero guadagnato 400 miliardi di dollari. Senza dubbio vi sono altre differenze ambientali; ma elemento prevalentemente determinante è lo spazio, cioè la dimensione del mercato. Risulta chiara anche la sequenza economica: per elevare il tenore di vita, bisogna aumentare la produzione, per aumentare questa, bisogna migliorare le attrezzature, razionalizzare la fabbricazione e soprattutto sono necessari investimenti enormi di capitale; tutto ciò è realizzabile solo se si dispone di un vasto mercato di materie, e di beni di consumo. Ecco che l’Europa diventa per l’operaio una vitale necessità di sviluppo. Non è possibile attuare la cosiddetta giustizia sociale; cioè una più equa distribuzione dei beni, in ciascuno degli spazi vitali segnati dalle presenti frontiere. Certamente nemmeno l’Europa basterà a se stessa con l’andare degli anni, ma per un prossimo periodo l’Europa unificata costituirà una potenza di lavoro e di produzione che potrà entrare in gara col continente più progredito. Così l’operaio europeo potrà acquistare qualche caratteristica positiva del sindacalista e del consumatore americano, senza perdere i connotati propri, configurati dalla sua propria storia. Tra questi connotati uno è il modo speciale di sentire la dignità della persona umana, sentimento sviluppatosi nella storia della cristianità europea, un altro è il modo particolare di valutare la libertà come legge indispensabile di tolleranza, dopo così aspre esperienze di lotte civili, infine l’attaccamento al regime democratico come quello nel quale l’operaio ha potuto dare e condurre la battaglia per la sua elevazione. 

Queste concezioni spirituali e conclusioni politiche, svincolate dalla polemica regionale e nazionale, proiettate in un ambiente più vasto, illuminate da un senso storico comune, non potrebbero essere ragioni sufficienti per reclamare il pieno concorso delle forze operaie alla costruzione dell’Europa? So bene che vi sono delle opposizioni ideologiche che sembrano insuperabili, fino a che appaiono incarnate nella politica espansionistica del bolscevismo. Ma non bisogna perdere la speranza che l’Europa unitaria diventi centro di mediazione fra il capitalismo privato e il capitalismo di Stato, campo di esperimenti di cooperazione fra capitale e lavoro. Qui si superano le nazioni, senza assorbirle, ma anzi utilizzandone le forze vitali; perché non confidare che vi si superino le classi senza sopprimerle, ma coordinandole al bene comune? Perché questo spazio centrale non potrà operare fra i due blocchi, per la loro pacifica convivenza? 

Vi sono poi inoltre delle diffidenze e dei sospetti che ci riguardano come cattolici. Ma già anche da settori avversi giunge il riconoscimento del disinteresse e della larghezza di idee che ispira la nostra azione. Non medioevalismo ammodernato né angustia di parte ci muove. Non chiediamo a nessuno di piegar la bandiera o di accettare pregiudiziali. Chiediamo si creda all’avvenire dell’Europa come crediamo nel destino dell’uomo di far progredire ovunque la civiltà. A noi uomini di questo continente tocca questo compito e siamo grati agli statisti di altre regioni della terra che ci comprendono e ci aiutano, nella speranza che l’unità dell’Europa diverrà un fattore essenziale della pace e del progresso del mondo. Di tale unità è elemento importante la classe lavoratrice. Senza dubbio la nazione in ogni stadio di sviluppo rimarrà la prima base di convivenza, e dentro di essa opereranno utilmente tutti i ceti, ma la classe lavoratrice in particolar modo non può trovare la sua efficace inserzione nel tessuto sociale, se esso non ha una trama più larga. Lavoriamo a questo tessuto con pazienza e costanza, anche se talvolta sembra la tela di Penelope. La nostra fatica è solo una piccola parte della immensa e diurna fatica che il mondo del lavoro sopporta nello sforzo secolare della sua elevazione.

 

[AADG, Esteri, III, 11 (da «Eurafrica», novembre-dicembre 1953); anche in AADG, Affari Esteri, X, a, 8 (testo dattiloscritto con correzioni autografe); pubblicato con questo titolo in De Gasperi 1979, pp. 189-198; in De Gasperi 1990b, pp. 431-436, e in De Gasperi 1999, pp. 117-125].

Valdobbiadene, politica e prosecco: un binomio di gioia.

Se davvero Vico avesse ragione, insegnando che la storia tende fatalmente a ripetersi, per una volta ce ne sarebbe di esserne contenti. C’è una località che ha tutto da insegnare a questa Italia dove nei tg nazionali, e non solo, i politici addetti ai media hanno sempre un insopportabile lessico da campagna elettorale. 

Sfruttano con ampio squallore i pochi secondi a disposizione davanti ad una telecamera, per ripetere, ossessivamente. messaggi, mandati a memoria, di plauso al proprio partito. 

“Senza spregio del ridicolo” sono patetici scolaretti pronti per la recita, con il tono ostentato di chi è convinto di prendere, come minimo, oltre la sufficienza.

Vale la pena ripetere, ai loro maestri di comunicazione, il suggerimento di cambiare ogni tanto registro prima che il popolo rassegnato li anticipi ogni volta declamando il loro triste ritornello.

A Valdobbiadene è nato Venanzio Fortunato, un santo errabondo e pregiato poeta che aveva tra i carismi quello di curare soprattutto la guida spirituale dei fedeli.

Se fosse giusto ciò che si è letto, nell’antichità il nome del centro era Duplavilis, una biforcazione del Piave, appunto Plavis. Quindi un posto dove occorre saper scegliere che strada imboccare e poi procedere decisi verso la strada intrapresa. Lì si sa bene come fare per affrontare le situazioni senza starci a girare troppo attorno. 

Si tratta di un Comune che evidentemente può vantare geneticamente anche una capacità e una cultura di assorbimento. Lo dice l’aver inglobato senza traumi, un secolo addietro, il Comune di San Pietro di Barbozza, in barba a quelli che non erano d’accordo.

 A Valdobbiadene, che è anche la patria del Prosecco, è accaduto qualcosa di singolare e di esemplare, che andrebbe portato a conoscenza dei troppi che non sanno. Il Sindaco, tal Luciano Fregonese, dopo anni di mandato politico, ha preso atto di essere ingrassato e che è giunto il tempo di perdere la carne di troppo. 

Stare seduto tante ore su una sedia a curare gli affari del suo paese lo ha appesantito e quindi, a difesa della sua salute, si è convinto ad invertire la rotta. Fin qui nulla da portare all’onore delle cronache.  Qualcuno maliziosamente penserà che nella patria del prosecco non si può eccedere in adipe, sarebbe una contraddizione in termini ed una caduta di immagine, ma le cose non stanno così.

Quindi, il Sindaco, una volta alla settimana, oltre alla dieta, si è determinato a dimagrire le forme camminando per un po’ di chilometri lungo le strade e, nel contempo, dare udienza alla sua gente, così continuando il suo mestiere di capo. 

Dall’ufficio alla strada il passo è stato breve e i cittadini non solo hanno accettato di buon grado la proposta del Sindaco ma hanno deciso di sostenere l’iniziativa. 

Sono ora decine di cittadini a scortarlo lungo il percorso, accompagnandolo nel cimento per smaltire centimetri in esubero. Nel mentre, gli si parla e ci si parla. C’è una comunità che si riconosce nella sua istituzione e viceversa. Sparsa la voce, sembra che ora vengano anche da altri territori d’Italia, felicemente compartecipi del cammino settimanale. 

La strada è come un bar all’interno di ogni posto di lavoro. Tra un caffè ed una barzelletta, liberi dal formalismo, si risolvono pratiche e problemi che per solo forma scritta si incaglierebbero all’infinito. “Chi se ne frega” della burocrazia”, si potrebbe mettere in bocca come commento a Fregonese, che è amato dal suo popolo che lo incoraggia appunto alla dieta.

Il Sindaco, del resto, non fa altro che richiamarsi alla esperienza di San Venanzio che patì una grave infermità alla vista. Facendo preghiera di intercessione al suo amato San Martino di Tours, trovò poi la via della guarigione. Pertanto, Venanzio, recuperata la salute degli occhi e volendo rendere grazie, andò fino in Gallia a pregare sulla tomba del suo prodigo Santo di riferimento.

Anche quella del nostro bravo Sindaco è una storia di movimenti, di cammini, di responsabilità di conduzione del suo popolo e di recupero di una sana forma fisica. 

Non a caso i suoi sostenitori avevano preventivamente stretto con lui un singolare patto che consisteva, ad elezione avvenuta, nel suo alleggerimento dei chili in esubero. Una sorta di affettuoso tacito contratto che lo obbligasse a curare il suo sovrappeso. Ti votiamo solo se tu, dopo la tornata elettorale, ci garantisci di bruciare le troppe calorie accumulate.

Si tratta di un gesto che fa, di un luogo, una società di uomini e donne che marciano tutti insieme in bellezza, ciascuno mantenendo il suo ruolo ma senza ostacoli a vivere come una vera comunità. E’ la dimostrazione che sanno brindare con gioia al bene di tutti, mettendo in prima fila quella del loro primo cittadino.

Quella di Valdobbiane è una strada dove non c’è, secondo Fellini, il cattivo Zampanò a farla da padrone ed una Gelsomina a prestarsi come vittima, c’è solo il buon Matto a dare lezioni di un tutti insieme appassionatamente.

Da Valdobbiane nascono in continuazione spumeggianti bollicine per dire, a chi oggi non sa invece drammaticamente mettere in fila un passo, che c’è sempre una strada su cui sperimentare la resurrezione della politica.