Home Blog Pagina 516

Agata, Ginevra, Violante, e Flavio i primi nati del 2025

Roma, 2 gen. – Grande festa in Casa di Cura Santa Famiglia di Roma, Centro nascite di eccellenza a livello nazionale, dove nascono con parto spontaneo le piccole Agata, Ginevra, Violante e, con parto cesareo, Flavio, i primi nati del nuovo anno. Questo gioioso evento, che ha ormai assunto una dimensione simbolica, soprattutto nell’anno del Giubileo, attrae l’attenzione di coppie da tutta Italia con gravidanze a termine, mediatica e sociale, mescolando aspettative familiari, desiderio di visibilit e simbolismo legato all’inizio di un nuovo ciclo: un messaggio potente di speranza e di continuit della vita nell’anno del Giubileo, in pieno “inverno demografico” per il nostro Paese.

A cinque minuti dalla mezzanotte nasce con parto spontaneo la piccola Ginevra, peso 2,7kg, da mamma Daniela e pap Morris. A mezzanotte in punto 00:00:00 nasce Agata 3,5kg di peso, secondo genita della coppia Giorgia Cannone e Massimiliano Magnetta, di Grottaferrata. Un’altra nascita record per questa coppia che gi nel maggio 2022 aveva visto la nascita in Santa Famiglia di Olivia, prima bimba ad essere registrata con il doppio cognome Magnetta Cannone, per dare futuro al cognome della mamma che altrimenti non avrebbe avuto discendenza.

A mezzanotte e un secondo 00:00:01, in un’altra sala parto, irrompe il vagito del piccolo Flavio, 2,3kg, nato con parto cesareo, della coppia Manuela Gasparetto e Gianluca Giulivo che vivono a Latina, ed hanno scelto la Santa Famiglia per la nascita del loro primogenito.

Una nascita tanto desiderata da mamma e pap, i quali, dopo un percorso di accompagnamento con i ginecologi della Struttura Santa Famiglia capitanati dal Dott. Luca Cipriano, hanno ricevuto la lieta notizia nello stesso mese in cui Manuela ha perso suo padre. ” stato un percorso ad ostacoli, e nel quale abbiamo creduto molto, ci siamo fidati e affidati ai medici da subito. Poi, nello stesso mese in cui ho perso mio padre, ho scoperto di essere rimasta in cinta. La vita regala questa straordinariet” – commenta mamma Manuela.

Nello stesso istante nasce la piccola violante 3,3kg da mamma Ramona e pap Alessandro, che vengono da Poggio Moiano (RI).

I piccoli e le loro mamme stanno bene, e con i pap, festeggiano l’inizio del 2025 insieme all’equipe medica coordinata dal ginecologo Dott. Paolo Franceschini, insieme ai colleghi Dott.ssa Laura Maggiosavasta e Dott. Lorenzo Spiniello, al Dott. Silvano La Croce (anestesista), alla Responsabile ostetrica Dott.ssa Manuela De Fabiis e alle ostetriche Veronica Moreno, Alessia Ponsel e Yvonne Soddu, ed alla neonatologa Dott.ssa Boeris Francesca, l’inizio di un nuovo anno che ci auguriamo sia migliore sul fronte della natalit nel nostro Paese.

“Ogni anno registriamo il decremento delle nascite nel nostro Paese. Questa notte carica di promesse e di energia che scaturisce dalla magia di una nuova vita che nasce, rappresenta il Giubileo delle nascite nella speranza di un’inversione di tendenza dei nuovi nati nel nuovo anno, trasformando un momento intimo familiare in un’occasione collettiva di celebrazione e di augurio per il futuro, con l’auspicio che si torni alla centralit della famiglia. Ringrazio l’equipe medica ed i miei auguri ai piccoli Agata, Ginevra, Violante e Flavio, ed alle loro famiglie”, dichiara Donatella Possemato, titolare di Casa di Cura Santa Famiglia.

Cecilia Sala, Farnesina ne ha chiesto all’ambasciatore dell’Iran la liberazione immediata

Damasco, 2 gen. (askanews) – Su indicazione del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, il Segretario Generale Amb. Riccardo Guariglia ha convocato oggi alla Farnesina l’Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, MohammadReza Sabouri, in merito al caso della connazionale Cecilia Sala, detenuta nel carcere di Evin dal 19 dicembre scorso.

Da parte italiana è stata innanzitutto chiesta la liberazione immediata della connazionale, giunta in Iran con regolare visto giornalistico.

L’Amb. Guariglia ha altresì ribadito la richiesta di assicurare condizioni di detenzione dignitose, nel rispetto dei diritti umani, di garantire piena assistenza consolare alla connazionale, permettendo all’Ambasciata d’Italia a Teheran di visitarla, e di fornirle i generi di conforto che finora le sono stati negati.

Cecilia Sala, Meloni convoca vertice a Palazzo Chigi

Roma, 2 gen. (askanews) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato a Palazzo Chigi nel pomeriggio, secondo quanto si apprende da fonti qualificate, un vertice di governo sul caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata e detenuta in Iran.

Al vertice parteciperanno, di persona o in videocollegamento, la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e, sempre secondo quanto si apprende, i servizi di intelligence.

Usa, Mattarella: sgomento per il vile attentato a New Orleans

Roma, 2 gen. (askanews) – “Ho appreso con sgomento del vile attentato che ha provocato molte vittime e feriti nella città di New Orleans. Il popolo italiano partecipa al lutto di quanti hanno perso i loro cari e auspica il pronto ristabilimento per i feriti”. Lo scrive il capo dello Stato Sergio Mattarella in un messaggio al presidente Usa Joe Biden.

“In questo momento di dolore per il popolo americano – aggiunge Mattarella – tengo a riaffermare il deciso proposito della Repubblica italiana di contrastare nel modo più fermo ogni forma di terrorismo, sulla base di quei valori di civiltà, democrazia e rispetto della vita umana, da sempre condivisi con gli Stati Uniti”.

Conclude il presidente: “In spirito di vicinanza e in attesa di accoglierla a Roma, le rinnovo, signor presidente, le espressioni del più profondo cordoglio delle Repubblica italiana e mio personale”.

Usa, Mattarella: sgomento per vile attentato a New Orleans

Roma, 2 gen. (askanews) – “Ho appreso con sgomento del vile attentato che ha provocato molte vittime e feriti nella città di New Orleans. Il popolo italiano partecipa al lutto di quanti hanno perso i loro cari e auspica il pronto ristabilimento per i feriti”. Lo scrive il capo dello Stato Sergio Mattarella in un messaggio al presidente Usa Joe Biden.

“In questo momento di dolore per il popolo americano – aggiunge Mattarella – tengo a riaffermare il deciso proposito della Repubblica italiana di contrastare nel modo più fermo ogni forma di terrorismo, sulla base di quei valori di civiltà, democrazia e rispetto della vita umana, da sempre condivisi con gli Stati Uniti”.

Conclude il presidente: “In spirito di vicinanza e in attesa di accoglierla a Roma, le rinnovo, signor presidente, le espressioni del più profondo cordoglio delle Repubblica italiana e mio personale”.

Cecilia Sala, Meloni ha convocto un vertice a Palazzo Chigi

Roma, 2 gen. (askanews) – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato a Palazzo Chigi nel pomeriggio, secondo quanto si apprende da fonti qualificate, un vertice di governo sul caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata e detenuta in Iran.

Al vertice parteciperanno, di persona o in videocollegamento, la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e, sempre secondo quanto si apprende, i servizi di intelligence.

L’Autorità palestinese ha sospeso le trasmissioni di Al Jazeera in Cisgiordania

Roma, 2 gen. (askanews) – L’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha annunciato la sospensione delle trasmissioni dell’emittente del Qatar, Al Jazeera, in Cisgiordania. Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, la decisione del Comitato ministeriale palestinese, composto da rappresentanti dei ministeri della Cultura, degli Interni e delle Telecomunicazioni, è stata adottata “a causa delle ripetute violazioni delle leggi e dei regolamenti palestinesi da parte di Al Jazeera”.

“Le autorità hanno accusato la rete di trasmettere contenuti di incitamento, di diffondere disinformazione e di interferire negli affari interni palestinesi, alimentando divisione e instabilità”, ha spiegato Wafa.

L’emittente del Qatar ricorda che nei mesi scorsi erano stati l’esercito e il governo israeliani a sospendere le sue trasmissioni sia in Israele che nella Cisgiordania occupata. “Il divieto militare israeliano in Cisgiordania non è stato rinnovato, ma l’Anp ha deciso di prendere in mano la situazione e di bandire la rete”, ha scritto Al Jazeera.

Secondo l’analista politico dell’emittente, Marwan Bishara, la decisione dell’Anp “non sorprende, data la copertura critica di Al Jazeera degli scontri in corso tra le forze dell’Anp e i gruppi armati palestinesi nel campo profughi di Jenin”. Al Jazeera ha denunciato oggi la decisione dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) di sospendere le sue trasmissioni in Cisgiordania, affermando in una nota che “considera questa decisione nient’altro che un tentativo di dissuadere il canale dal coprire gli eventi in rapida escalation che si stanno verificando nei territori occupati”.

“La decisione di congelare il lavoro di Al Jazeera e di impedire ai suoi giornalisti di svolgere i loro compiti è un tentativo di nascondere la verità sugli eventi nei territori occupati, in particolare su ciò che sta accadendo a Jenin e nei suoi campi. E – sfortunatamente – tale decisione è in linea con la precedente azione avviata dal governo israeliano, che ha chiuso l’ufficio di Al Jazeera a Ramallah”, si legge nella nota diffusa dall’emittente del Qatar.

Al Jazeera ha quindi invitato l’Anp a “ritirare e annullare immediatamente la decisione” e a consentire alle proprie squadre di lavorare liberamente dalla Cisgiordania “senza minacce o intimidazioni”.

“Al Jazeera sottolinea che questa decisione non la distoglierà dal proprio impegno a fornire una copertura professionale di eventi e sviluppi in Cisgiordania”, ha aggiunto. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, l’Anp ha sospeso l’emittente accusandola di “trasmettere contenuti di incitamento, di diffondere disinformazione e di interferire negli affari interni palestinesi, alimentando divisione e instabilità”.

Iran, Tajani convoca l’ambasciatore: pretendiamo il rispetto dei diritti di Sala

Roma, 2 gen. (askanews) – “Ho dato mandato al Segretario generale della Farnesina di convocare l’Ambasciatore iraniano a Roma. L’incontro avverrà alle ore 12”: lo ha scritto su X il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

“Il Governo, come dal primo giorno dell’arresto di Cecilia Sala, lavora incessantemente per riportarla a casa e pretendiamo che vengano rispettati tutti i suoi diritti. Fino alla sua liberazione, Cecilia e i suoi genitori non saranno mai lasciati soli”, ha aggiunto.

Fi critica modifiche a Codice appalti:Salvini torni sui suoi passi

Roma, 2 gen. (askanews) – Forza Italia chiede al ministro per le Infrastrutture e i Trasporti, Matteo Salvini, leader della Lega, di rivedere il maxitesto con le modifiche al Codice appalti approvato a Natale e entrato in vigore con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre 2024. A parlare in una intervista al Sole 24 ore è Erica Mazzetti, deputata e responsabile del dipartimento Lavori Pubblici di Forza Italia, relatrice alla Camera del parere sul correttivo al Codice che era stato approvato soltanto nel 2023. “Da parte di Forza Italia la volontà di salvaguardare la maggioranza è una priorità, il ministro Salvini ha avuto un mese particolare con il suo processo il cui esito peraltro ci fa davvero piacere. Ma adesso mettiamo un po’ la testa su questo tema e rivediamo alcune norme, uno spazio c’è subito nel decreto milleproroghe”, osserva.

“La procedura della delega – osserva Mazzetti – non è stata completata e alcune regole rischiano di penalizzare fortemente il mondo delle piccole e medie imprese. Il correttivo andava fatto assolutamente, io stessa ho presentato una risoluzione già lo scorso aprile che andava verso una correzione puntuale di alcune parti della norma. Andavano ascoltate le richieste degli operatori del settore, tant’è che in commissione abbiamo svolto ben 100 audizioni. Ma il ministro ha deciso di portare questo testo in Consiglio dei Ministri all’insaputa di tutti, 500 pagine che più che correggere stravolgono il codice anche sui principi dello stesso. E peraltro con un iter non propriamente lineare”.

“La legge delega – ricorda Mazzetti – stabiliva che il consiglio dei ministri, valutati i pareri della commissione parlamentare competente, deve motivare le ragioni per cui non accoglie i pareri parlamentari, soprattutto nelle condizioni che se non accolte hanno 10 giorni per motivare il rigetto. Dopodiché si deve fare un altro passaggio nelle commissioni parlamentari per la stesura definitiva, cosa che non è avvenuta”.

Cosa succede adesso, osserva, “non spetta a me dirlo, ci sono gli organi di controllo che possono fare tutte le verifiche del caso sulle procedure”. Secondo Mazzetti potrebbero esserci dei ricorsi: “Organi terzi, come la Corte Costituzionale e ANAC, sono preposti al controllo delle procedure e potrebbero sollevare obiezioni”.

“Io – racconta – sono da anni in continuo contatto con il settore delle costruzioni e i punti critici sollevati sono molti, sono certa che alcune questioni avrebbero creato meno problemi se la legge 36/2023 non fosse stata toccata. Quello era un codice fatto con buon senso, realismo e il lungimiranza, liberale e garantista che metteva al centro le piccole medie imprese, professionisti, stazioni appaltanti, Rup e che dava uno slancio diverso al nostro paese, basato su principi politici condivisi e univoci illuminanti”. Secondo Mazzetti “il correttivo danneggia questo mondo: non si fa un idoneo adeguamento dei prezzi, le imprese più piccole sono le prime che non ce la fanno a recuperare i soldi e non è giusto accollare tutti gli aumenti sulle spalle degli imprenditori anziché sulla pubblica amministrazione”.

Usa, Cnn: l’attentatore di New Orleans voleva uccidere la sua famiglia

Roma, 2 gen. (askanews) – Il responsabile dell’attacco a New Orleans, Shamsud-Din Jabbar, aveva registrato alcuni video in cui affermava di voler uccidere la propria famiglia e di aver aderito allo Stato islamico (Isis). Lo hanno riferito alla Cnn diverse fonti al corrente delle indagini in corso sull’attacco costato la vita ad almeno 15 persone, secondo cui Jabbar avrebbe realizzato le registrazioni mentre dalla sua casa in Texas era alla guida alla volta della Louisiana.

Cittadino statunitense e veterano dell’esercito, nei video Jabbar parla del suo divorzio e di come inizialmente avesse pianificato di riunire la sua famiglia per una “festa” con l’intenzione di ucciderla. Stando al resoconto fatto da due funzionari, nei filmati l’uomo aggiunge quindi di aver cambiato i suoi piani e di essersi unito all’Isis, facendo riferimento ad alcuni sogni per spiegare i motivi della sua adesione al gruppo terroristico.

Le autorità americane hanno rinvenuto una bandiera del gruppo islamista nel retro del pickup che ha usato per lanciarsi contro la folla in festa a New Orleans la notte di Capodanno. Un portavoce dell’esercito Usa ha precisato alla Cnn che Jabbar ha prestato servizio come specialista delle risorse umane e delle tecnologie dell’informazione in servizio attivo tra marzo 2007 e gennaio 2015 ed è stato inviato in Afghanistan una volta, da febbraio 2009 a gennaio 2010. Dopo aver lasciato il servizio attivo nel gennaio 2015, Jabbar ha prestato servizio nella riserva dell’esercito fino a luglio 2020, quando ha lasciato con il grado di sergente maggiore.

In un video del 2020 postato su YouTube, intitolato “Presentazione personale”, l’uomo nato a Beaumont, in Texas, si presentava come agente immobiliare con ufficio a Houston.

Jabbar aveva divorziato dalle due mogli: nel 2012 la prima moglie lo aveva citato in giudizio per il mantenimento dei figli subito dopo aver presentato domanda di divorzio. Nel 2020 un giudice del Texas aveva emesso un ordine restrittivo temporaneo contro di lui, accogliendo la richiesta presentata dalla seconda moglie durante la causa di divorzio. L’ordine imponeva a Jabbar di astenersi da minacce, danni fisici o altri comportamenti simili nei confronti della sua ex moglie e dei loro figli. Negli ultimi anni avrebbe avuto problemi finanziari.

Cecilia Sala, Renzi: notizie gravi,Meloni riunisca tutti i partiti

Roma, 2 gen. (askanews) – “Le ultime notizie sulla detenzione di Cecilia Sala sono molto gravi e preoccupanti. Le condizioni della vita di Cecilia nel carcere di Evin appaiono lontanissime da quelle descritte dal nostro ministero degli Esteri nei giorni scorsi. Nessuno di noi vuole far mancare il proprio sostegno al Governo perché davanti all’arresto illegittimo di una cittadina italiana, a maggior ragione se giornalista, non c’è maggioranza e non c’è opposizione. C’è solo l’Italia. Ma la situazione è molto seria”. Lo scrive il leader di Iv, Matteo Renzi, su X.

“In casi come questo – prosegue – è giusto che la Premier riunisca subito i leader di tutti i partiti o i capigruppo. Chiedo alla Presidente Meloni di riunire in sua presenza i leader di maggioranza e opposizione o semplicemente i capigruppo già oggi. O al più tardi domani. Siamo pronti a raggiungerla a Palazzo Chigi oggi o domani, interrompendo tutti le vacanze, perché la situazione è molto più seria e più grave di come è stata descritta ai giornali. Diamo la massima disponibilità e il massimo sostegno al Governo, ma il Governo faccia ciò che altri premier hanno fatto in situazioni analoghe in passato coinvolgendo da subito tutte le opposizioni. Cecilia deve essere liberata subito e tutti insieme dobbiamo fare la nostra parte. Non c’è un minuto da perdere”.

Archivio | Università, rinnovato impegno dei giovani dc.

Archivio | Università, rinnovato impegno dei giovani dc.

 

Quale responsabile nazionale dell’Ufficio scuola del Movimento giovanile dc, Sassoli commentava il voto universitario, segnalando in particolare il fallimento del «correntone» di sinistra. Il testo compariva su Il Popolo” del 14 febbraio 1981.

 

David Maria Sassoli

 

Il dato che emerge dai primi risultati delle elezioni universitarie è l’aumentato consenso alle liste presentate dai giovani democratico-cristiani insieme con alcuni gruppi dell’area cattolica.

Nel calo generale dei votanti, che certamente non può passare inosservato e deve costituire la premessa per un cambiamento e un superamento degli attuali organi di gestione, l’assenteismo militante si è trovato isolato e lontano dalla maggioranza degli studenti che non ha votato perché non si sente coinvolta a sufficienza nei vari Consigli. La responsabilità delle forze politiche giovanili dopo le elezioni dev’essere (oltre a permettere il coinvolgimento del maggior numero di studenti nelle scelte e nelle decisioni) quello di vedere i tempi e i modi per superare, in alcuni casi, l’attuale sistema di delega.

I risultati, inoltre, dimostrano il fallimento del «correntone» di sinistra, che ha ricercato nei voti e non nella chiarezza la propria affermazione. I dati delle università di Modena e di Genova sono, a questo proposito, espliciti e significativi.

Per il Movimento giovanile della Democrazia Cristiana queste elezioni non sono altro che una parentesi dell’attività nell’università e nell’iniziativa politica tra le giovani generazioni. Se saremo in grado di andare avanti nella qualità della proposta politica e nei contenuti non potremo non vedere realizzati, com’è stato in questa tornata elettorale, i risultati di presenza e di militanza attorno alle nostre liste.

Come ufficio nazionale giovanile Università ci sentiamo obbligati a fare un appello a quanti eletti e non eletti nei vari organismi sappiano portare avanti da oggi con responsabilità e «stile di vita» rinnovato il loro impegno per qualificare la nostra presenza tra i giovani.

È anche con queste valutazioni che ci apprestiamo ad affrontare nelle rimanenti università le prossime elezioni.

 

N.B. Il prossimo 11 gennaio cadrà il terzo anniversario della scomparsa del rimpianto Presidente del Parlamento Europeo.

2025: politiche e leadership al femminile.

Con l’inizio del 2025, l’Italia si trova davanti a nuove sfide ed opportunità e al centro del dibattito emerge una tematica fondamentale: il ruolo delle donne nella società e nelle istituzioni. Non si tratta solo di una questione di rappresentanza, ma di un cambio di paradigma, che in Italia registra una traduzione concreta dopo l’arrivo a Palazzo Chigi nel 2022 di Giorgia Meloni, la prima donna che ricopre la carica di Presidente del Consiglio dal secondo dopoguerra.

Comunque sia, e al di là delle concrete scelte politiche e legislative, parliamo di un modello di leadership che ha saputo coniugare determinazione, resilienza e una discreta conoscenza del tessuto vivo della società italiana.

Nonostante le continue sfide politiche e personali, la sua esperienza dimostra come le donne possano essere protagoniste in ogni ambito della vita pubblica, senza dover rinunciare alla loro identità o alle loro responsabilità familiari.

Nel suo mandato, Meloni ha sottolineato l’importanza delle politiche che mettano al centro le donne e il loro benessere. Tra le iniziative principali spiccano:

  • Sostegno alla maternità e alla famiglia: incentivi economici per le famiglie, maggiore flessibilità lavorativa per le madri e agevolazioni per chi desidera conciliare carriera e vita privata.
  • Parità salariale: l’impegno per ridurre il divario retributivo di genere, attraverso norme più stringenti e incentivi per le aziende che adottano politiche inclusive.
  • Contrasto alla violenza di genere: potenziamento dei centri antiviolenza, pene più severe per i reati di genere e una maggiore sensibilizzazione nelle scuole.
  • Supporto all’imprenditoria femminile: fondi dedicati e semplificazioni per le donne che scelgono di avviare un’attività.

Si tratta di scelte politiche che dovrebbero registrare – anche se la violenta competizione politica non contempla costruttive collaborazioni – una forte e convinta convergenza programmatica delle varie forze politiche in campo.

A mio avviso, con l’arrivo del nuovo anno, l’auspicio è che l’Italia continui a valorizzare il talento e le concrete potenzialità delle donne in ogni settore. Se le donne sono la colonna portante delle famiglie, possono esserlo anche della società e delle istituzioni.

L’anno nuovo può essere un’occasione per consolidare i progressi fatti e guardare a un futuro in cui ogni donna possa sentirsi rappresentata, sostenuta e libera di realizzare i propri sogni.

Neruda: “…un giorno scosso da campane, fiorito con piume e garofani”.

Lo distinguiamo dagli altri come se fosse un cavallino diverso da tutti i cavalli.

Gli adorniamo la fronte con un nastro, gli posiamo sul collo sonagli colorati, e a mezzanotte

lo andiamo a ricevere come se fosse un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia al pane di ieri, come un anello a tutti gli anelli: i giorni

sbattono le palpebre chiari, tintinnanti, fuggiaschi, e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo giorno di questo anno in una ferrovia, verso le piogge del distante arcipelago

violetto, e l’uomo della macchina, complicata come un orologio del cielo, che china gli occhi

all’infinito modello delle rotaie, alle brillanti manovelle, ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni sboccati verso stazioni nere della notte.

Questa fine dell’anno senza donna e senza figli, non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

 

Dalle vie e dai sentieri il primo giorno, la prima aurora di un anno che comincia, ha lo

stesso ossidato colore di treno di ferro: e salutano gli esseri della strada, le vacche, i

villaggi, nel vapore dell’alba, senza sapere che si tratta della porta dell’anno,

di un giorno scosso da campane, fiorito con piume e garofani.

 

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno dorato, grigio, celeste, lo dispiegherà in colline

lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia e poi lo avvolgerà nell’ombra.

 

Eppure piccola porta della speranza, nuovo giorno dell’anno, sebbene tu sia uguale agli altri

come i pani a ogni altro pane, ci prepariamo a viverti in altro modo, ci prepariamo a

mangiare, a fiorire, a sperare.

 

Ti metteremo come una torta nella nostra vita, ti infiammeremo come un candelabro, ti

berremo come un liquido topazio.

 

Giorno dell’anno nuovo, giorno elettrico, fresco, tutte le foglie escono verdi

dal tronco del tuo tempo.

 

Incoronaci con acqua, con gelsomini aperti, con tutti gli aromi spiegati, sì,

benché tu sia solo un giorno, un povero giorno umano, la tua aureola palpita

su tanti cuori stanchi e sei, oh giorno nuovo, oh nuvola da venire, pane mai visto,

torre permanente

Aprire vie nuove: la democrazia dell’interazione.

…Ciò richiede di aprire vie nuove al sempre fragile radicamento della democrazia, moltiplicando i modi di espressione, le procedure e le istituzioni della democrazia stessa.

La crisi della democrazia rappresentativa impone di andare al di là dell’esercizio elettorale-rappresentativo, pure indispensabile, e della democrazia dell’autorizzazione, in cui l’elezione è un permesso a decidere e a governare.

Una democrazia dell’interazione può mettere in opera dispositivi permanenti di consultazione, di informazione, di comunicazione di resoconti tra rappresentanti e rappresentati.

Una democrazia di esercizio può consentire di ristabilire un rapporto di fiducia tra governanti e governati, attraverso regole di trasparenza, di responsabilità, e attraverso la determinazione di qualità personali richieste al «buon governante» come l’integrità e il parlar franco (la parresia di cui Michel Foucault ha ricordato l’importanza nella Grecia antica).

Questi principi di buon governo non si applicano solamente al potere esecutivo nelle sue diverse istanze. Riguardano anche l’insieme delle istituzioni non elette che hanno una funzione di regolazione (le autorità indipendenti, le magistrature e tutto il mondo della funzione pubblica).

Una democrazia della prossimità valorizza le esperienze di autogoverno dei cittadini, mediante la partecipazione diretta, che rimane la forma principale di paidèia democratica. La ridislocazione delle istituzioni politiche e amministrative in uno spazio più vicino ai cittadini (in modo da far riguadagnare senso e rilevanza alla politica e alle istituzioni rispetto alla vita quotidiana dei cittadini stessi) e il potenziamento della democrazia partecipativa e locale (anche mediante dibattiti pubblici su scala locale o regionale, per sottoporre ai cittadini progetti controversi) possono incentivare la discussione, a livello locale, di problemi di interesse nazionale e persino globale.

Certo, la via della complessificazione della politica è di primo acchito più scoraggiante di quella della semplificazione.

Ma, se è vero che i problemi fondamentali delle nostre società, della nostra storia e della nuova condizione umana sono irriducibilmente complessi, e per l’umanità sono problemi di vita e di morte, allora è inevitabile raccogliere la sfida di un pensiero complesso, che nel futuro dovrà legare riforma della politica, riforma della democrazia, riforma dell’educazione e riforma del pensiero.

Il decennio che ha cambiato l’Italia: Deaglio sui Favolosi Anni Sessanta.

La seconda di copertina del libro di Enrico Deaglio, “C’era una volta in Italia. Gli Anni Sessanta” riporta questa frase che, al di là degli accenti di parte propri della formazione politica dell’autore, è una vera e propria promessa di un’esperienza coinvolgente.

È un’opera che raccoglie un decennio di trasformazioni radicali, sia in Italia che nel mondo. Attraverso uno stile narrativo scorrevole, anche se dai contenuti spesso caratterizzati ideologicamente, Deaglio percorre i cambiamenti sociali, culturali e politici che caratterizzarono quel decennio: i personaggi della politica e dell’economia nazionale ed internazionale, l’ascesa dei movimenti di protesta, la rivoluzione sessuale, il boom economico italiano, le contraddizioni di una società in rapida evoluzione, la Chiesa del Concilio, ma anche la musica, la cinematografia, il costume, la cronaca nera, lo sport. Un concentrato di novità, di discontinuità con la società del dopoguerra, di tentativi di uscire dai due “blocchi contrapposti” di Yalta e una generazione che immaginò un cambiamento contraddistinto eccessivamente dall’utopia. Un diario di episodi e personaggi noti, ma anche di quotidianità e di storie di gente comune all’interno di una società in trasformazione, dei contrasti tra nord e sud del nostro Paese e delle inquietudini che scossero trasversalmente la comunità internazionale.  Inoltre, l’autore si dimostra attento nel contestualizzare il ruolo dell’Italia all’interno di uno scenario più ampio, sottolineando l’influenza del panorama internazionale – dalla Guerra Fredda ai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti – sulla nostra comunità nazionale. Il suo approccio critico permette anche di riflettere sulle contraddizioni di quel periodo: il contrasto tra modernità e tradizione, l’emancipazione e le resistenze culturali.

Nel descrivere sul piano politico gli scenari tumultuosi di quegli anni, si riscontrano però dei limiti oggettivi di analisi da parte dell’autore, troppo condizionati dalla provenienza dai movimenti di estrema sinistra e spesso orientati al pregiudizio nei confronti dei governi democristiani e centristi, rendendo merito soltanto parzialmente ad alcune figure del cattolicesimo politico (Aldo Moro, Enrico Mattei, La Pira, Fiorentino Sullo, l’allora Sindaco di Napoli Vincenzo Palmieri). La stabilità assicurata alle Istituzioni e al funzionamento democratico dello Stato in quegli anni di grandi sommovimenti e di reazioni eversive, dalla saggezza e dalla determinazione del gruppo dirigente democristiano e degli altri partiti di governo del centrosinistra (PSI, PRI, PSDI e PLI), esperienza nata proprio nei primi anni Sessanta, non ha riscontro nella descrizione di un decennio affascinante e nello stesso tempo critico sul piano della vita democratica. Gruppi dirigenti, comunque, con un forte senso delle Istituzioni, garanti delle libertà fondamentali e in grado di mantenere equilibri fondamentali per le società democratiche e la necessaria autonomia in politica estera, pur nella lealtà alle alleanze internazionali.

Anche il commento sulla Chiesa cattolica risulta subordinato alle “appartenenze” o alle “categorie ecclesiali”: dal sottolineare l’indubbio merito di alcune figure uniche e carismatiche della Chiesa italiana (Don Milani, Don Albanesi, Padre Turoldo, etc…) o dall’esaltare alcune esperienze estreme come quelle di Don Mazzi, Dom Franzoni o Don Gallo, si tende poi ad un commento molto parziale sul pontificato di Paolo VI, che invece ebbe la capacità di assicurare il progressivo affermarsi del rinnovamento liturgico e dottrinale, evitando eccessi e dolorose spaccature nella comunità ecclesiale.

Se il fattore politico è il “fil rouge” del libro, l’episodio che lo apre risale al 2 gennaio 1960, la morte di Fausto Coppi, indimenticabile e indimenticato protagonista del ciclismo italiano, personaggio che riuscì, anche nel suo duello sportivo con Gino Bartali, ad inviare uno dei segnali positivi di orgoglio nazionale (non nazionalista) di un Paese in uscita dall’isolamento postbellico.

Da quel tragico evento, il testo poi ripercorre i fatti salienti del decennio sia in Italia che nel contesto internazionale: Adriano Olivetti e un diverso modo di concepire il capitalismo, la sfida per la conquista dello spazio, l’ “italiana” molecola della plastica, la crisi cubana e il rischio di una nuova guerra mondiale, il Concilio Vaticano Secondo e Papa Giovanni XXIII, Enrico Mattei e la sua misteriosa scomparsa, la visita di John Kennedy in Europa e il suo assassinio, i Beatles, la sconfitta dell’Italia ai mondiali di calcio con la Corea del Nord, l’alluvione di Firenze e gli “angeli del fango”, il mito di Che Guevara, la Popolorum Progressio e l’Humanae Vitae di Paolo VI, la guerra in Vietnam, il movimento studentesco internazionale e il ’68 nel mondo, l’invasione della Cecoslovacchia, l’autunno caldo e l’unità sindacale, la bomba di Piazza Fontana.  Da condividere infine il ruolo attribuito dall’autore a quest’ultimo episodio nella caratterizzazione degli accadimenti nei venti anni successivi, sino alla caduta del Muro di Berlino del 1989; fu effettivamente un messaggio drammaticamente introduttivo di una strategia pericolosa, che tentò di cambiare le sorti del Paese, ma la democrazia seppe opporsi senza mai restringere le libertà costituzionali.

Insomma, un lungo viaggio descrittivo di un periodo forse irripetibile, che conserva un fascino ancora molto significativo e che offre spunti di dibattito anche alle nuove generazioni per l’analisi della storia contemporanea.

Dibattito | La Margherita e i cattolici del Pd: nasce Comunità Democratica.

Quando tornano i cosiddetti ‘cattolici adulti’ di prodiana memoria c’è sempre all’orizzonte un chiaro disegno politico e, soprattutto, di potere. È nel dna dei ‘cattolici adulti’ far coincidere ogni iniziativa politica con un disegno di potere. Raffinato ma spietato, com’è nella tradizione di questa corrente culturale e politica che esiste dai tempi della Dc e che via via non ha disperso i suoi tratti essenziali della sua esperienza concreta nella cittadella politica italiana. E cioè, sentirsi i depositari esclusivi e più titolati della presenza dei cattolici in politica, dispiegare con forza e metodo la sua cristallina cultura di potere e, in ultimo, con un comportamento che fa del settarismo e della faziosità la sua cifra decisiva.

Ora, al di là di questa tradizione e di questa cultura che esistevano già nella Dc, seppur anche con altri protagonisti, periodicamente riemerge come un fiume carsico. E nel tempo presente, sempre e rigorosamente nel campo della sinistra, questo filone culturale si riaffaccia con prepotenza

all’attenzione degli osservatori e degli opinionisti. Ufficialmente, e come da copione, per difendere valori, idee, progetti e principi. Ufficiosamente, e come sempre, per salvaguardare e recuperare un potere che in questi ultimi anni si è andato progressivamente smarrendo e disperso. Questa volta, però, ci sono due elementi che sono alquanto confusi e che prima o poi vanno chiariti.

La prima considerazione parte dalla volontà di rilanciare, del tutto legittimamente, una corrente all’interno del Pd minacciando velatamente che se ciò non avviene si può anche rafforzarla all’esterno del Pd. Ora, però, che il potere sia la stella polare che caratterizza da sempre questa componente è un dato di fatto e a tutti noto. Ma a questi amici sfugge un particolare che non è di secondaria importanza. E cioè, il Centro in Italia non si identifica solo con Prodi, con i ‘cattolici adulti’ e con questa corrente che storicamente, comunque sia, ha sempre giocato un ruolo decisivo ed essenziale nei gangli del potere politico, economico e, soprattutto, di sottogoverno nel nostro paese. Il Centro, come tutti sanno, è anche molto altro. Come dimostrano anche, e soprattutto, i consensi elettorali. E quindi, e di conseguenza, i ‘cattolici adulti’ di Prodi dovranno sciogliere un nodo. E cioè, se rafforzare il Pd – come, ovviamente, capiterà – o se, al contrario, far saltare il progetto del Pd e ritornare ad una stagione precedente. Scenario che, come ovvio, è del tutto virtuale ed astratto. Vedremo.

In secondo luogo, e al di là di continuare a blaterare di Margherita e di Ppi – che, come tutti sanno, sono archiviati e consegnati alla storia – persiste un dato curioso e singolare. E cioè, ma Delrio e Prodi sarebbero i soggetti più titolati e più rappresentativi a farsi carico della storia lunga, tormentata ma avvincente dei Popolari? È appena sufficiente rileggere la storia concreta di quella esperienza politica ed organizzativa per arrivare alla conclusione che il tentativo di impadronirsi di una storia secolare rischia sempre di lasciare per strada molte macerie.

Ecco perchè, anche le migliori operazioni di potere devono sempre coincidere con il rispetto rigoroso dell’onestà intellettuale e, soprattutto e nel caso specifico, del pluralismo che caratterizza un’area culturale e politica come quella del popolarismo di ispirazione cristiana.

Non esistono, cioè, ‘cattolici di serie A’ o ‘cattolici doc’ che hanno più titoli di altri per rappresentare un filone di pensiero. Esistono, al contrario, cattolici che, del tutto legittimamente, perseguono un disegno di potere attraverso la momentanea riscoperta di una cultura politica. Ma il tutto deve avvenire senza arroganza, senza esclusivismi e, soprattutto, senza alcuna spocchia intellettuale nei confronti di altri cattolici che declinano altri progetti politici e pur sempre cristianamente ispirati.

La nostalgia del Te Deum e la realtà di un mondo che cambia

Ci sono tradizioni destinate ad essere scalzate, fatalmente soppiantate da novità che a loro volta tentano nel tempo di accreditarsi come tradizioni. Ci sono riti che sembrano non perdere ancora la battuta, forti di una delega che però la maggioranza demanda ormai a uomini sparuti, incalliti di grigiore, che assumono orgogliosamente la responsabilità di celebrarli. 

Tradizioni e riti hanno il fiato corto; per sopravvivere hanno indossato il vestito di abitudini, con meno forza dei vizi, e dureranno finché la moda non cambierà per altre forme. 

La fine dell’anno è un’occasione di rendiconto, un confronto tra voci attive e passive dove si è più inclini a mettere a fuoco ciò che si è incassato rispetto a quanto si deve invece restituire. Ci sono anni in cui l’operazione viene facile e non comporta una particolare attenzione. E’ sufficiente ricalcare quanto fatto durante il calendario precedente, non ci sarà nessun maestro che ti rimprovererà per aver copiato. 

Se gli accadimenti sono sempre gli stessi non sarà possibile, pur volendo, inventarsi particolari variazioni sul tema. Guerra, violenza e morte sono per adesso nobilitate a rango di tradizioni, ferme, almeno loro, a non degradarsi ad abitudini passeggere.

Non sono più sul banco delle notizie che vanno e che vengono, si sono radicate nei giorni, prendendo linfa dalla contemporaneità, sposandone i geni. Sono state capaci di un miracolo arduo persino per il Padreterno, inventando per loro un tempo fermo o che scorre privo di effetti.

L’epidemia è diventato un ricordo lontano che è sceso ormai dal treno della storia. Sembrava avesse indelebilmente marchiato la memoria degli uomini tenendoli in perenne allarme per un suo ritorno alla ribalta. Invece, se ne sono perse le tracce. 

Quanto ad altro, alla povertà del mondo si dà quel tanto di attenzione che serve alla coscienza di quelli che se la passano meglio, confermando che loro sono invece sulla strada giusta. Insomma nulla di nuovo sotto al sole. 

La vita continua. A fine anno, i pochi, che hanno per il sentimento della nostalgia ancora un po’ di suggestione, riparano nelle chiese per intonare il Te Deum. 

Pregano anche per quelli che, fuori di lì, se ne fregano, perché sono stati abili a prendere le misure alla realtà così come è nuovamente. Se non puoi cambiare le cose devi essere rapido ad adattarti. 

In quella gente rapida al cambiamento, l’istinto porta a chiamarsi fuori da una assemblea che recita parole difficili da caricarsi addosso. Il Te Deum è una preghiera con meandri paludosi che pungono la lingua appena si prova a pronunciarne parole.  

“Accoglici Signore nella tua gloria nell’assemblea dei Santi” suona di una trepidante attesa al trapasso, per andare nella patria di quegli eroi di virtù di cui si invoca la compagnia. Essere Santi in vita è una ipotesi del resto da scartare.  Troppo duro da masticare l’auspicio, quasi l’urgenza, di un Aldilà che fa fatica al respiro degli uomini del presente. 

“ Ogni giorno ti benediciamo, lodiamo il tuo nome per sempre” è l’invocazione che ti mette in crisi, costringendoti alla menzogna. Segna una costanza che oggi può rivendicare solo il male. Qualche volta un affidamento a Dio può anche scappare, ma quella cadenza quotidiana è un impegno insostenibile anche per chi armato delle migliori intenzioni.

Infine, la strofa più scabrosa: “Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato”. Sarebbe a dire di chiedere al Creatore il miracolo di un amore per una vita organizzata osservando una perenne dieta, mai un pizzico di sale a dar gusto alle cose. Si fosse onesti e senza ipocrisie, si potrebbe al massimo domandare di essere nelle grazie del Paradiso malgrado i peccati commessi ed a cui non si è fatta davvero rinuncia.

Il Te Deum ti porta necessariamente a steccare, nel mentre lo intoni il pensiero ti corre all’inverso. 

C’è poi chi pensa che dovrebbe essere Dio a felicitarsi con gli uomini per ricordarsi ancora di Lui, sebbene di allegria sulla terra se ne scorge talvolta soltanto un’ombra. 

Altri, invece, lo ringraziano perché il mondo così come, se non perfetto, è comunque sopportabile e non manca in ogni caso di regalare momenti di gusto. Nessun cambiamento sarebbe gradito. Va bene così. Inutile immaginare salti in avanti.

Si prega in un modo forse sperando talvolta di essere esauditi per l’opposto. “Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”.  Restare nel disordine è una prospettiva che ha una sua appetibilità, difficile ripudiare un caos con cui si è ormai fatta confidenza. In agguato c’è sempre una dimensione piatta da cui guardarsi, priva di gustose impennate e di piccanti contraddizioni. 

“Ogni anno punto è a capo” è una commedia di Eduardo dove un avventore va dal barbiere che è però momentaneamente assente. Nel negozio incontra la sorella del titolare che racconta la versatilità del fratello come compositore di canzoni, particolarmente ispirato dalla festa di Piedigrotta. 

A seguire, anche il garzone, la manicure e un poeta, oltre allo stesso barbiere si distraggono dal cliente, tutti invece concentrati a parlare delle proprie passioni. Alla fine, il cliente, curiosamente trascurato, va su tutte le furie, venendo però subito tacitato dai personaggi in scena.

Almeno una volta, il Padreterno desidera sperimentare se sia oggetto di una qualche attenzione, se il mondo è ogni tanto disposto, pur remunerato, a prestare una qualche cura al prossimo. Lui, Dio, in prima fila, fa solo da esca, da specchietto per allodole con ali scheggiate e balbuzienti. 

Secondo tradizione, nell’ultimo atto, riceve solo il richiamo a tacitarsi, rimproverato a causa del  torto di non essere in sintonia con le passioni vere degli uomini. Urlerà, stonando e non verrà compreso da nessuno. Non c’è bisogno di prepararsi per il tempo che verrà. Ogni anno punto e a capo e tutto come sempre.

Contro i consigli della Ditta Bettini-Bersani

Gentile Direttore,

ormai noi elettori centristi ci siamo quasi abituati, ai membri della Ditta piace decidere cosa dovremmo votare e come ci dovremmo organizzare. 

Il primo a compiere per noi questa scelta fu Goffredo Bettini. Intervistato su vari giornali decise che nel futuro centro sinistra c’era spazio solo per una forza centrista di liberaldemocratici ma non di cattolici. Il secondo a confermare la svolta bettiniana è stato invece Pierluigi Bersani.  

È abbastanza spiacevole quando personalità esterne ad aree politiche si mettono a dire come queste si dovrebbero organizzare. Va anche riconosciuto che finora Elly Schlein, saggiamente, non ha intrapreso questa strada. Per evitare allora che le imposizioni della Ditta diventino realtà, vale la pena spendere alcune parole per criticarle. 

Bettini non è nuovo a proposte politiche molto discutibili per noi centristi. Fu lui a tirare fuori dal cappello la candidatura a sindaco di Ignazio Marino. Sempre lui, contribuì a consacrare come fortissimo punto di riferimento dei progressisti Giuseppe Conte, che fino a pochi secondi prima camminava a braccetto con Salvini. 

All’ex segretario del Pd invece bisogna riconoscere il coraggio politico e la bontà delle scelte compiute da ministro nei vari esecutivi, in primis le famose lenzuolate di liberalizzazioni che rimangono un esempio di riformismo, tra i pochi in Italia.

Tuttavia, Bersani non esitò a lasciare i democratici, quando si sentì a disagio durante gli anni renziani. Ora, mi chiedo, se gli ex comunisti erano legittimati ad uscire dal partito quando non erano rappresentate le loro idee, perché oggi gli elettori cattolici delusi dai democratici non potrebbero voler guardare e cercare una casa fuori dal Pd?

Inoltre, vorrei ricordare ai membri della Ditta che, sin dalle scorse elezioni, il Pd era già alleato con un partito che rappresenta a pieno titolo gli elettori liberaldemocratici laici e non provenienti dall’area cattolica: ci riferiamo ovviamente a +Europa. 

Nonostante questa presenza di incredibile spessore e di valore (dovuta in primis alla bravura e alla tempra di Emma Bonino), non tutti gli elettori centristi si riconoscono nell’attuale offerta politica del centro sinistra, anche se si oppongono alle politiche meloniane. Se, per essere competitivo contro il centro destra, il centro sinistra vuole allargare veramente la sua base elettorale, i consigli che provengono dalla Ditta è meglio che non vengano ascoltati.  Altrimenti, il vero rischio è che gli elettori centristi, non riconoscendosi negli attuali partiti del campo largo, o non andranno a votare o voteranno per il centro destra, dove tra Forza Italia e Noi moderati l’offerta non scarseggia.

Affinché il centro sinistra possa essere attrattivo per questi elettori serve agire sull’offerta sia partitica sia programmatica. Sull’offerta partitica, perché serve un nuovo contenitore capace di attrarre gli elettori che si riconoscono in un centrismo riformista di governo. 

Un contenitore ispirato agli esecutivi degasperiani del dopoguerra, con personalità di differenti estrazioni: democristiana, liberaldemocratica, repubblicana e socialdemocratica.

Ma ciò non basta, il programma elettorale della futura coalizione dovrebbe accogliere anche le nostre istanze e le nostre idee, altrimenti l’operazione solamente partitica sarebbe un mero specchietto per le allodole. Allora, piuttosto che non veder riconosciute le proprie idee, sarebbe meglio correre in autonomia.

Jimmy Carter, il presidente buono e sfortunato.

Jimmy Carter, 39º presidente degli Stati Uniti, è ricordato come un leader morale, un uomo animato da una visione idealista del ruolo dell’America nel mondo. Nato nel 1924 a Plains, in Georgia, Carter crebbe in una famiglia di agricoltori e, dopo una carriera nella Marina, tornò alle sue radici per dedicarsi alla politica. Governatore progressista della Georgia, divenne presidente nel 1977, portando alla Casa Bianca una promessa di rinnovamento morale dopo gli scandali dell’era Nixon.

Carter incarnava una visione wilsoniana della missione americana, fondata sulla promozione dei diritti umani e della democrazia nel mondo. Questo approccio segnò la sua politica estera, ma gli attirò anche critiche per eccessivo idealismo. I suoi successi, come gli Accordi di Camp David tra Egitto e Israele, dimostrarono la sua abilità come mediatore. Tuttavia, il suo mandato fu segnato da eventi che ne oscurarono l’eredità politica.

Il caso dell’Iran, con la rivoluzione khomeinista e la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, fu il colpo più duro. Carter si trovò intrappolato tra una posizione di fermezza e la necessità di negoziare, ma ogni mossa sembrava destinata al fallimento. La rottura con il suo segretario di Stato, Cyrus Vance, simbolo del pragmatismo diplomatico, evidenziò le tensioni interne alla sua amministrazione.

A livello domestico, Carter fu penalizzato dall’economia stagnante e dall’inflazione crescente. La sua onestà e la sua integrità personale non bastarono a contrastare l’immagine di un presidente indeciso, lontano dalla realtà quotidiana degli americani. Nel 1980, fu travolto dalla carismatica candidatura di Ronald Reagan, che rappresentava una visione opposta: pragmatismo e ottimismo senza compromessi.

Dopo la presidenza, Carter risorse come un esempio di dedizione al bene comune. Con il Carter Center, si dedicò alla mediazione internazionale, alla lotta alle malattie e alla promozione delle elezioni libere, guadagnandosi il Premio Nobel per la Pace nel 2002.

Ferragni e il caso pandoro: un assegno da 200.000 euro per la pace.

Alla fine della fiera, per come si comprende, Chiara Ferragni si è accordata con i Codacons e con l’Associazione Utenti Servizi Televisivi che ritireranno la querela per truffa per la nota vicenda legata al pandoro Balocco. In cambio l’influencer, oltre a risarcire i consumatori che avrebbero mosso azione legale, farà una donazione di 200.000 euro destinati d iniziative a tutela a tutela delle donne vittime di violenza. 

Oltre al gesto munifico verso il sesso debole, 300 consumatori verranno quindi risarciti con 150 euro a testa, il costo di una lauta cena consumata ad un ristorante di livello. L’intesa raggiunta potrebbe commuovere il cuore della Procura di Milano che potrebbe ora rivedere con luce diversa i fatti che sono stati al tempo contestati. 

La faccenda puzza di operazione di comunicazione per rilanciare un marchio che ha perso colpi. Non si saprà mai se poi ci sarà un ravvedimento sincero ed un autentico desiderio di riabilitarsi a se stessi. La Ferragni fa il suo mestiere e non può pretendersi diversamente.

Meno comprensibile un accordo che per una manciata di euro soddisfa Consumatori di poche pretese e di scarsissimi appetiti. Almeno per buona immagine, meglio sarebbe stato non rivendicare nulla, se non il sostegno sostanzioso alla lotta contro la violenza alle donne.

I Consumatori, per qualche verso, danno idea di essersi mossi troppo modestamente “non per soldi ma per denaro”, troppo poco per speculatori di mestiere. 

Eppure, ci sono vicende che per principio dovrebbero essere comunque impermeabili al profumo dei soldi che non dovrebbero mai avere il potere di consolare l’irritazione per l’accaduto.  

Forse si sono consumati dal dolore per la truffa contestata. Stremati, hanno ceduto all’intesa o meglio sarebbe dire hanno preso tutto il possibile dalla situazione data e si sono consunti il cervello per la migliore strategia da seguire.

Secondo il vocabolario la querela indica un lamento. “A te che i preghi ascolti e le querele Non come suole il mondo” scriveva Manzoni in un verso a Maria Santissima. 

La stessa invocazione è corsa, sulla terra e non al piano celeste, nella mente e nel cuore dei protagonisti della vicenda. Ciascuno si sente ferito ed ha ferito il prossimo, confondendosi in un miscuglio che non piace di azioni e reazioni che non rende distinguibili le une dalle altre. C’è nell’aria un alone di ipocrisia che rende le acque senza un chiaro senso di marcia. C’è una morale che si aggiusta secondo convenienza. 

È un po’ come in passato. Nel “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli furono girate scene di nudo con minorenni a cui fu proibita, in ragione dell’età, la visione del film che avevano interpretato.

Ora che la pace è fatta, è tempo di festeggiare e di prendersi una vacanza, magari tutti insieme, vincitori e vinti, lì dove la neve abbonda in quantità. È ora saggiamente di abbandonare l’insidioso Pandoro per una sciata a Plan de Corones, la montagna a forma di Panettone nella zona del Sud Tirolo.

È solo questione di dolci.

Cecilia Sala, una battaglia per la libertà e la democrazia.

La giornalista Cecilia Sala, è stata arrestata a Teheran il 19 dicembre mentre si trovava in Iran per realizzare servizi giornalistici. Attualmente è detenuta in isolamento nel carcere di Evin, tristemente noto per ospitare prigionieri e dissidenti politici. L’Italia guidata da Giorgia Meloni, anche  come prima donna a capo del governo, ha nuovamente l’opportunità di confermare una leadership forte e autorevole su scala internazionale. Il ministero degli Affari Esteri italiano sotto la guida di Antonio Tajani, sta monitorando la vicenda che, purtroppo, sta diventando progressivamente, e sempre di più, un caso internazionale. L’ambasciata e il Consolato italiano a Teheran sono in contatto con le autorità iraniane per chiarire la situazione legale della giornalista e verificare le condizioni della sua detenzione. Il 27 dicembre l’ambasciatrice d’Italia, Paola Amadei, ha effettuato una visita consolare per accertarsi delle condizioni di salute della Sala. 

In Italia l’arresto di Cecilia ha suscitato una reazione unanime da parte di tutti i gruppi parlamentari. Questa immotivata detenzione rappresenta una grave violazione della libertà di stampa e dei diritti umani. Il suo lavoro, improntato a coraggio e dedizione, è il simbolo di un giornalismo che cerca la verità anche nelle situazioni più compromesse e pericolose. Questo caso ci ricorda quanto sia importante continuare a difendere il diritto all’informazione e tutelare chi, come Cecilia, rischia la propria vita per raccontare le vicende più drammatiche e sconvolgenti che caratterizzano il mondo contemporaneo. Questa storia non riguarda una singola persona, bensì la lotta per la difesa di principi universali, come il diritto di raccontare la realtà senza paura accompagnato da un raro coraggio. La comunità internazionale deve far sentire una voce unitaria per denunciare non solo la detenzione di Cecilia, ma anche la sistematica violazione dei diritti umani in Iran e in tutte le dittature teocratiche, per altro sempre più intolleranti e disumane. Non possiamo accettare che il silenzio diventi complicità. In un mondo in cui le libertà fondamentali sono sotto attacco, la risposta dell’Italia può e deve essere esemplare. È una sfida che ci ricorda l’importanza di difendere, sempre e comunque, i valori che ci definiscono come società libera e democratica.

Per Bersani il Centro non esiste: i cattolici stanno bene nel Pd.

Tutto si può dire di quel simpaticone di Bersani – ormai le sue numerosissime gag sono diventate patrimonio comune del costume civile e politico italiano – ma non gli manca certamente la chiarezza sulla prospettiva politica della sinistra e del cartello progressista. E lo ha ribadito con rara chiarezza su uno dei quotidiani che si riconosce nell’attuale opposizione di sinistra, cioè il giornale torinese La Stampa. Una intervista chiara, netta e precisa. Ovviamente dalla sua visuale di gioco.

Innanzitutto, dice il Nostro, il “centro in politica” semplicemente “non esiste”. E quello che esiste, sempre secondo la sua versione, è già presente nel Pd. Ovviamente si riferisce a quei cattolici che hanno scelto la sinistra e che votano a sinistra. E, aggiunge sempre l’ex segretario del Pd, quello che oggi manca alla coalizione progressista e di sinistra è una componente liberal/democratica – tradotto per i non addetti ai lavori, una presenza politica che nella prima repubblica si riconosceva nel PLI o nel PRI – che si aggiunga al pallottoliere progressista, contro e in alternativa all’attuale maggioranza di governo.

Ora, senza farla troppo lunga, i punti chiari ed inequivocabili che emergono dalla riflessione di Bersani sono molti semplici e anche precisi, nonchè coerenti.

In ordine, il Pd è il partito – ed ha ragione – che è nato dalla convergenza dei centristi cattolici e riformisti della Margherita con la sinistra post ed ex comunista dei Ds. Quello è il partito di centrosinistra, senza il trattino per dirla in gergo. Anche quando la guida politica è accompagnata, come quella di oggi con la Schlein, da una chiara cifra radicale, massimalista e libertaria.

A seguire, non c’è “alcuno spazio per un centro di matrice cattolica”. E come dargli torto? I cattolici che votano a sinistra sono nel Pd. Anche se, com’è evidente a quasi tutti, il loro ruolo è sempre più simile a quello che esercitavano, con intelligenza e capacità, i “cattolici indipendenti di sinistra” nel vecchio Pci.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, c’è solo da ricoprire – sempre secondo Bersani – una piccola area, quella liberal/democratica appunto, che nell’attuale coalizione progressista e di sinistra non si è ancora riusciti ad intercettare. E questo al di là e al di fuori delle gloriose 13 sigle centriste che affollano l’ex campo largo. Sigle che, come dicono quasi tutti i sondaggisti, se vengono sommate producono un consenso che va dal 5 al 7% dei consensi.

Insomma, la tesi di Bersani, come quella della quasi totalità della sinistra che si riconosce nel Pd, è sempre la stessa. C’è un partito, ieri il Pci poi il PDS e i Ds e oggi, e a maggior ragione, il Pd, che rappresenta il perno centrale e quasi esclusivo della coalizione progressista. A cui vanno aggiunti una serie di sigle – ieri si definivano cespugli e nel lontano passato “partiti contadini” – utili ed indispensabili per battere il nemico giurato. Tutto il resto è puro esercizio politologico, astrattismo e virtualità.

Ecco perché chi cerca, seppur faticosamente e con molte difficoltà, di riscoprire e rilanciare un progetto centrista e una vera e propria ‘politica di centro’ oggi non può che guardare altrove. Perché le riflessioni di Bersani, al riguardo, non sono soltanto le solite e simpatiche gag che distribuisce ormai quotidianamente nei talk televisivi guidati dai soliti amici, ma evidenziano in modo chiaro, e anche coerente, qual è la vera concezione politica e culturale che circola a sinistra sul ruolo, la funzione e la ‘mission’ del Centro riformista, democratico e di governo.

È sempre possibile una rivolta dei buoni, cristiani e non.

[…] A sua volta, Elon Musk ha rilanciato affermando che solo il partito neonazista può salvare la Germania, postando su X fake news in tema.

Naturalmente, né Afd né Musk hanno giustificato la strage. Ma la fretta della politica produce effetti pericolosi. In mezzo a tante con-traddizioni, infatti, una cosa è certa: la mano di Al Abdulmohsen è stata armata proprio dall’odio. Per lo stragista saudita si parla di personalità disturbata e instabile, ma la sua violenza è anche il segno di una società malata. Ci sono patologie che non colpiscono solo gli individui, ma anche le collettività.

L’odio è la più grave del nostro tempo. Genera posizioni contraddittorie e irrazionali che non restano nella sfera privata ma invadono quella pubblica. Se la politica se ne lascia contagiare, ne diventa un tramite che lo diffonde sempre di più. Elon Musk e Afd non sono casi isolati. Anche colpire pesantemente civili ucraini proprio il giorno di Natale conferma che oggi prevale una politica tanto priva di empatia da compiere con naturalezza molte atrocità. Avviene anche in Medio Oriente, in Sudan, in Sud Sudan e altrove.

Una politica che insegue l’odio ne assorbe la carica distruttiva e ne mutua l’irrazionalità.

Solo apparentemente offre soluzioni, in realtà moltiplica i problemi, con inevitabili effetti boomerang. Non accade solo in modo eclatante quando la politica conduce al terrorismo o alla guerra. È possibile inseguire l’odio anche in forme meno vistose e più sofistica-te, come fanno molti protagonisti apparentemente contrapposti ma uniti dalla stessa logica. Assumendo pure i panni della legalità e nascondendosi dietro procedure demo-cratiche: “È il popolo che lo vuole”. 

Si va dall’intolleranza per il diverso al “cattivismo verbale” (disconoscimento della comune dignità umana), dalle urla della piazza (per spaventare o allontanare gli indesiderati) alla crudeltà legislativa (norme discriminatorie) o amministrativa (trattamenti disumani), dalla violenza poliziesca (immotivata e sui più deboli) a misure contro la solidarietà (come quelle che ostacolano il soccorso in mare).

«La menzogna è più veloce della verità – ha ammonito il vicecancelliere tedesco Habeck, alludendo anche al ruolo dei social -. Prendetevi il tempo per la verità. Prendetevi il tempo per il dubbio, per la riflessione e per fare domande. Non lasciatevi contagiare dall’odio». C’è chi non lo ha fatto. Contemporaneamente alle manifestazioni di Afd, nel mercatino di Natale luogo della strage, in tanti hanno formato una catena umana per lanciare il messaggio: “Non diamo una possibilità all’odio”. Ma chi vorrebbe fermare l’odio appare spesso sulla difensiva. Opporsi apertamente a idee, slogan, azioni correnti – che non vuol dire condivise da tutti e neanche dalla maggioranza – fa sentire a disagio. Condannare l’odio suona anacronistico, un po’ ridicolo e forse inutile. È possibile invertire la rotta? La speranza che non delude è quella che non accetta la realtà ma la cambia, ha spiegato Papa Francesco. Il quale, dopo aver aperto la porta Santa in San Pietro, l’ha aperta a Rebibbia, un gesto che parla da solo. Nel secolo scorso si è parlato molto di rivoluzione cristiana, oggi il termine non va più di moda ma è sempre possibile una rivolta dei buoni, cristiani e non.

La centralità dello stile, anche in politica.

C’è un aspetto, forse di natura pre politica ma non solo, che continua ad essere fortemente e spiccatamente evocato ed invocato. Si tratta dello “stile” della classe dirigente politica. O, come direbbe qualcuno con un pizzico di moralismo, del “comportamento”. Ormai non c’è riflessione da parte dei soliti e collaudati opinionisti della carta stampata e dei talk televisivi – che poi le due categorie coincidono quasi sempre – che non sottolineino la necessità di recuperare uno stile adeguato, corretto e serio da parte della classe dirigente del nostro paese. E qui emerge la curiosità e la singolarità del richiamo. E cioè, gli storici ed implacabili detrattori della storia, dell’esperienza e della presenza della Democrazia Cristiana e dei suoi principali leader e statisti, adesso paradossalmente ne rimpiangono le gesta. E soprattutto lo “stile” e lo stesso comportamento politico ed istituzionale. 

Da Mieli a Giannini, da Cazzullo alla Gruber, da Formigli a Floris – cioè gli avversari storici della Dc – è quasi un peana per il ritorno dello stile di un tempo. Certo, il tutto viene teorizzato e sostenuto solo in virtù dell’odio altrettanto implacabile e pregiudiziale nei confronti dell’attuale maggioranza di governo. Ma, al di là di questo elemento che non è, comunque sia, un dettaglio, è indubbio che anche di fronte a palesi comportamenti inadeguati di parte dell’attuale classe dirigente, cresce il rimpianto dell’antica ma mai del tutto archiviata classe dirigente democratico cristiana. Un ceto che, al di là delle capacità e della stessa cultura di governo, ha sempre conservato anche, e soprattutto, una dignità nel declinare concretamente l’attività politica e pubblica. E questo è, oggi, uno degli elementi più gettonati e più richiesti per rinnovare la politica e ridare prestigio ed autorevolezza alla stessa classe dirigente.

Ora, però, per non ridurre il tutto ad un fatto puramente estetico e di ‘bon ton’, non possiamo non rilevare che la dignità, l’autorevolezza e il prestigio di una classe dirigente è anche il prodotto concreto di una politica, di una visione, di un progetto e della credibilità di una cultura di governo. Perché se è solo questione di stile anche i populisti o gli estremisti o i massimalisti o i sovranisti – cosa difficile ma non impossibile – possono avere un soprassalto di orgoglio e darsi “un tono”. 

Ma questo, appunto, è un fatto quasi impossibile da verificarsi. Perché una classe dirigente è autorevole se è politicamente autorevole e di qualità. E, al di là del giudizio postumo dei detrattori storici della Dc, delle sue politiche e della sua classe dirigente, non si può ritagliare e circoscrivere il tutto allo ‘stile’ che prescinde radicalmente dalla politica e dal suo progetto. Sarebbe una operazione che conferma solo l’ostilità atavica e dogmatica della cosiddetta intelligenthia di sinistra nei confronti della Dc e del ruolo che ha avuto nella società italiana per svariati decenni. Insomma, “cultura del comportamento e cultura del progetto” procedono sempre di pari passo come ci ricordava sempre Pietro Scoppola. Perché lo stile non è solo metodo e regola ma è, soprattutto, merito politico.

La polarizzazione minaccia la democrazia: Serve un cambio di rotta.

Gentile Direttore,

sembra che anche il Natale sia stato corrotto dalla conflittualità politica. Ho trovato surreale come differenti movimenti politici, di maggioranza e di opposizione, abbiano fornito delle linee guida ai propri simpatizzanti su come comportarsi in caso di discussioni politiche durante i pranzi e le cene natalizie.

Sembra ormai che l’individuo non sia più in grado di parlare con parenti e amici di politica in maniera autonoma, seguendo il proprio libero arbitrio e il proprio intelletto, senza che dal comitato centrale non gli arrivi una strategia precisa.

Sembra che la discussione politica sia talmente polarizzata ed estremizzata che forse si ha paura di incidenti domestici, se non viene seguito un preciso ordine di scuderia nell’affrontare le differenti idee di un parente o di un amico. È possibile che non si riesca a costruire un clima di dialogo e confronto, rispettoso delle idee altrui nemmeno in famiglia? Possibile che nemmeno tra amici si possano individuare soluzioni condivise o almeno un sentire comune? Questo sfilacciamento della società civile è preoccupante perché comporta una maggior fragilità della democrazia. 

Se chi ha opinioni diverse dalle mie è semplicemente un mio nemico e non può presentare utili spunti di riflessione, se l’altro non merita rispetto, se non è consentito di coltivare il dubbio di fronte ai quesiti della civiltà, se la violenza diventa un cappio che strozza la ragione nel dibattito pubblico, ci perdiamo tutti, a prescindere dal ruolo che ricopriamo, perché ci perde il nostro Paese, la nostra Comunità, la nostra Patria.

Lo scorso 8 Dicembre, sul Corriere della Sera, un editoriale ricordava come la propaganda putiniana non favorisse solo i post dei suoi sostenitori nei paesi Occidentali, ma anche di coloro i quali si posizionavano all’estremo opposto dello scacchiere politico. Lo scopo era quello di favorire una polarizzazione della politica e la distruzione del sistema democratico che si basa sul sacrosanto principio del rispetto reciproco.

Le immagini di questi mesi, con fotografie di leader politici bruciate, siano essi di destra o di sinistra, o i continui insulti che si lanciano da una parte all’altra, sembrano evidenziare come questa polarizzazione sia talmente critica da esser vicina al punto di non ritorno.

Forse è arrivato il momento di abbassare i toni, di assumersi la responsabilità che all’altro sia garantito sempre il diritto di opinione e di parola, senza che ci sia un insulto dietro l’angolo. 

Capita ormai troppo spesso che anche di fronte ai propri errori invece di chiedere scusa, si dica: chiedo scusa, ho/hanno sbagliato, ma cosa vogliamo dire di quegli altri che hanno fatto questo e quello?

Una pratica del genere, invece di distendere i toni come dovrebbe fare una qualunque attestazione di questo tipo, favorisce la polarizzazione e fomenta la violenza politica. Bisognerebbe smetterla di aggiungere sempre un ma alla fine delle prese di distanza da certi comportamenti.

La violenza politica va rinnegata sempre, senza se e senza ma. Così come la polarizzazione andrebbe frenata quando, oltre a favorire un accrescimento di taluni consensi, porta alla perdita del rispetto reciproco tra avversari. 

P.S. In questo senso, il sistema elettorale proporzionale da sempre è il modello che consente una polarizzazione limitata e favorisce il dialogo tra differenti forze politiche, senza l’edificazione di muri tra due blocchi. Forse di fronte alle ingerenze straniere che vogliono fomentare la violenza e le divisioni, adottare un sistema come il proporzionale potrebbe rappresentare una prima difesa della Democrazia e della Libertà nella nostra Italia.

Medio Oriente, cosa faranno gli alleati regionali di Israele?

L’oggettivo indebolimento dell’Iran, la cui famosa “mezzaluna sciita” (che pareva sino a prima del 7 ottobre sul punto di concretizzarsi effettivamente controllando così un largo corridoio che dall’oriente iracheno raggiungeva le sponde libanesi e siriane del Mar Mediterraneo) è ora tramontata in seguito alla caduta di Assad e ai duri colpi patiti da Hezbollah ad opera di Israele, consente all’Arabia di rioccupare il centro della scena mediorientale con la ragionevole certezza di non doverlo condividere con gli ayatollah, avversari politici e nemici nella fede.

Il problema di Mohammad bin Salman, detto MBS, ancora in attesa di divenire sovrano ma ormai da anni vero dominus del regno saudita, è ora quello di trovare il modo (nei tempi giusti, che non possono essere immediati ma neppure troppo dilatati) per aderire agli Accordi di Abramo e dunque alla pacificazione definitiva con Israele senza al contempo subire una sorda contestazione interna, che il regime dovrebbe tacitare con la forza per poi dover affrontare le inevitabili ripercussioni negative con gli alleati e con i clienti occidentali e americani in particolare.

Dunque da un lato MBS avrà Trump che degli Accordi è stato il garante e che promette di continuare ad essere un solido alleato ma non più ricattabile sul fronte dell’approvvigionamento energetico, posta l’acquisita autosufficienza petrolifera americana; dall’altro ha una popolazione ostile a Israele, coltivata nel tradizionalismo wahabita ma proprio per questo ancor più legata alla causa palestinese. Conciliare tutte le esigenze non sarà facile, ma diverrà imperativo.

Un altro attore regionale, per quanto di importanza minore, è il Regno di Giordania, riuscito a rimanere ai margini dei sommovimenti avviati dalle Primavere arabe di oltre un decennio fa e anche alle possibili contestazioni popolari interne che pur esistono ma non sono esplose in vera rivolta a fronte della politica di sostanziale alleanza con Israele. 

Davanti alla distruzione perpetrata a Gaza dall’esercito israeliano il sentimento d’odio verso gli ebrei si è rinvigorito e il governo reale deve gestirlo con prudenza, senza eccedere nella repressione del dissenso, anche in considerazione del fatto che fra i suoi 12 milioni di cittadini è assai elevata la quota di quelli con origini palestinesi.

Infine, gli Emirati, ovvero i promotori degli Accordi di Abramo. Terreno d’elezione per multimilionari planetari e affaristi di varia natura, i loro regnanti non hanno, di fatto, una vera e propria opinione pubblica da gestire, una popolazione cui dover in qualche modo rispondere. Per essi la linea è tracciata, ed il ritorno di Trump è un ulteriore ragione per non modificarla. 

Ma anche lì qualche derivata della situazione di estrema tensione nella quale vive la regione si avverte: ad esempio, lo scorso novembre un importante rabbino è stato assassinato. L’omicidio probabilmente è stato eseguito da un gruppo uzbeko collegato con l’Iran, e ciò significa che i legami spesso sotterranei fra i vari movimenti territoriali dell’islamismo radicale travalicano il Levante e all’occorrenza possono colpire, inaspettatamente, anche in luoghi considerati “sicuri” dagli occidentali e dallo stesso stato israeliano. Ma niente è più sicuro, in quella martoriata area del globo.

La preghiera di Sila: un Natale senza risposte nella striscia di Gaza.

Sembra che il numero 3 abbia portato fortuna solo una volta. “…il terzo giorno risuscitò da morte” recita l’orazione del Symbolum. Per il resto, ha testimoniato tradimenti o morte in compagnia di altri. Per non smentirsi ci ha detto qualcosa anche in questi giorni, richiamando la nostra attenzione piuttosto impegnata in libagioni e festeggiamenti.

E’ accaduto che nel campo profughi di Muwasi, nei pressi di Kahn Younis, una neonata sia morte di freddo. Non poteva che accadere da quelle parti, un luogo con una certa predestinazione. 

Secoli addietro un emiro turco che portava appunto quel nome, vi costruì un centro di accoglienza per pellegrini e viaggiatori, un luogo di protezione e di inevitabile confusione. Fece una brutta fine morendo ammazzato in battaglia. La guerra è da sempre in agguato in certe aree del mondo.

Qua la damnatio memoriae non funziona, il tempo non cancella i segni del passato, del sangue sparso del bravo fondatore di quella città e del disordine proprio di quando si dà ingresso e ospitalità a viandanti di ogni tipo alla ricerca di ristoro e di un riparo.

Sila è il nome della bimba che è andata a fare compagnia agli angeli. Aveva soltanto 3 settimane e chiude il cerchio con altre due creature che giorni prima hanno fatto la stessa fine sempre per mano del gelo che in totale conta 3 sue vittime mettendo in campo una temperatura di 9 gradi, di nuovo un multiplo di 3.

“SIla” par che voglia dire “di ferro”, quindi una creatura temprata alle avversità e pertanto forte da resistervi. Ciò malgrado la sua pelle si è dimostrata del tutto fragile, incapace di far scudo ad una guerra che non ammette rifornimenti adeguati a chi è costretto in quella terra. Un’aria di ghiaccio non l’ha presa di striscio, anzi avvolgendola per l’intero, cristallizzandone il respiro.

Non ci sono abbastanza coperte per riscaldare i corpi dei piccoli o legna per stemperare il freddo pungente del giorno e della notte, non c’è verso di mettere sotto coperta la morte di un innocente o di bloccare il tremore per un destino tremendo che sta compiendo la sua impassibile missione.

In quelle zone c’è la miglior sala di ingresso per la morte che può scapricciarsi senza darsi troppi pensieri, libera di agire con successo anche senza proiettili e sparatorie.  

Ora se ne parla, la notizia ha fatto un certo clamore. Per stare sulla cronaca si richiede un fatto tragico ed anche inconsueto. Gli altri bimbi finiti in tombe di fortuna a causa di fame, malattie o di bombe sono da mettere invece nel normale conto di una guerra che porta in dote la sua merce di un dolore che non deve dare scandalo.

Il solo modo di darsi pace, avrà avvedutamente pensato di chi ha causato stenti a quel campo di derelitti, è quello di far gelare il cuore dei bimbi in modo che possano scongelarsi quando i tempi saranno migliori, quando insomma il sale della terra tornerà ad avere un senso positivo, quando Sala e i suoi amici avranno un luogo per sorridere senza strapparsi di conseguenza la faccia per una fiducia mal riposta per la vita.

Intanto, in Paradiso c’è un traffico da caravanserraglio che non si ricorda dai tempi di Hitler e compagni. Ingressi a più non posso: c’è persino chi è contento di essere morto, felice della pace finalmente conquistata.

San Pietro non fa domande di amissione a chi ha appena imparato a respirare, apre le porte di ingresso della casa tentando di ricordare le ninna nanna di quando era piccolo.

Non può dire al Sole di essere più generoso perché resterebbero comunque gli uomini con i loro strumenti a percussione a rovinare la festa.

Ripete più volte una nenia per fanciulli così che gli angeli la imparino a memoria e si diano da fare.

Questo è un Natale eccezionale, diverso dagli altri. Corre voce che sia morto di freddo Gesù Bambino. Per l’anno prossimo poi si vedrà.

Democrazia e partecipazione: i partiti esistono ancora?

La domanda, a volte, è quasi d’obbligo. E cioè, ma i partiti esistono ancora? A livello formale la risposta è persino scontata: certo che esistono. Ma è sul terreno sostanziale che si registrano risposte molto diverse. E ciò per almeno tre ragioni di fondo.

Innanzitutto i cosiddetti ‘partiti personali’ sono semplicemente la negazione di ciò che dovrebbero essere i partiti politici costituzionalmente previsti e garantiti. E questo per la semplice ragione che i partiti dovrebbero rappresentare un modello democratico per eccellenza e non, al contrario, essere dei docili strumenti nelle mani dei rispettivi capi di cui ne possono disporre a piacimento.

Come capita, puntualmente, in tutti i partiti personali presenti in modo trasversale nella politica italiana. E gli esempi sono talmente evidenti che non vale neanche la pena di essere citati.

In secondo luogo, e storicamente, nel nostro paese i partiti erano noti e conosciuti perché rappresentavano concretamente pezzi di società. Definiti e precisi. Certo, tutto ciò, era reso possibile anche perché esisteva una spiccata contrapposizione ideologica nella società che ricadeva, di conseguenza, anche nella vita politica e quindi tra i vari partiti. Ma, al riguardo, persiste una domanda insidiosa e quantomai attuale. Ovvero, ma i partiti di oggi quale pezzo di società rappresentano e, soprattutto, di quali interessi sociali si fanno carico nella società contemporanea? Lo sottolineo e lo evidenzio perché quando un partito non sa bene a chi si rivolge difficilmente può elaborare un progetto politico e una visione della società – termine ormai scomparso nel dibattito politico e culturale contemporaneo – che siano in grado di qualificare e nobilitare la stessa dialettica politica.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, e secondo la miglior tradizione del cattolicesimo popolare e sociale, “il partito è lo strumento democratico per eccellenza capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese”. Un concetto ripetuto quasi ossessivamente non solo dai leader della sinistra Dc e dai cattolici democratici ma da quasi tutti i partiti popolari. Ed è proprio su questo versante che il ruolo dei partiti nel nostro paese è cambiato radicalmente. Non più strumento democratico per far crescere e promuovere nuova classe dirigente ma, semmai, un escamotage politico per premiare la fedeltà al capo, la mediocrità di chi viene selezionato e, soprattutto, un luogo che brilla per l’assenza di qualsiasi elaborazione politico e culturale che possa mettere in discussione il cosiddetto “verbo” del capo o del guru.

Ecco perché è sufficiente citare questi tre elementi per arrivare ad una banale conclusione.

Ovvero, se si vuole riavvicinare i cittadini alla politica, se si vuole contribuire a battere il crescente astensionismo elettorale e se, soprattutto, si vuole ridare freschezza e credibilità allo stesso impegno politico, non si può non partire dalla riscoperta e dalla valorizzazione del ruolo e della ‘mission’ dei partiti. Che non è quella di occupare il potere e il sottogoverno alle strette dipendenze di una manciata di capi ma, al contrario, di saper rendere nobile e significativo il ruolo della politica nella società. E questo passa ancora e prevalentemente attraverso il ruolo concreto dei partiti. Democratici, collegiali, partecipativi e con una cultura politica che sia in grado di costruire un progetto politico e di governo. Perché senza una “democrazia dei partiti e nei partiti” semplicemente non c’è una politica democratica e costituzionale.

Il Primo Vagito dell’Infinito

Quella sera tirava un’aria fresca che sembrava trattenersi a fatica dalla sua smania di spiegare l’intera sua forza per mutarsi in freddo pungente. Era a chiedersi cosa fosse meglio perché la scena fosse perfetta per poi essere tramandata nei millenni a venire. 

Aleggiava poi la trepidazione tipica di quando un pargolo sta per venire al mondo ed i genitori sono lì a sostenersi, conferendosi reciprocamente una capacità che ancora non sanno di avere, un inedito che sorprenderà l’altro per confermare l’amore che già sopprime ogni resto.

Maria era colma di una bellezza che può avere solo una madre. Per mesi ha cresciuto nella sua carne il suo gioiello ed è forse combattuta se trattenerlo ancora per qualche minuto, come un segreto gelosamente da custodire, o se renderlo finalmente al mondo, mostrandone il volto. 

Il timore è quello che possa scalfirsi una complicità allattata intensamente, senza interruzioni, durante i giorni in cui solo loro potevano regalarsi l’intimità di una mamma con un figlio in grembo. La gioia sarà di svelare un tesoro che tra un po’ brillerà in piena luce. 

Non sarà lei a rallentare il corso dei fatti; li fece scorrere, malgrado una predizione che ha cacciato nell’angolo più buio e confuso del proprio cuore. Avvertirà forse l’errore di un sì detto all’angelo e di cui sentirà la colpa quando sarà sotto la croce, il sospetto di un rimprovero che il Figlio non gli muoverà mai per non ferirla e che tanto meno Lui avvertirà nel cuore. 

Per lei sopporterà il supplizio lamentandosi il meno possibile, per lei ha parlato prima della morte per dirle che nulla poteva spezzare la loro intesa, dando disposizioni come se il dolore non lo riguardasse, camuffandone gli affondi. 

Adesso è il tempo della felicità. Le doglie avvertono che si deve girare pagina e ci si deve predisporre alla novità della storia. Il primo vagito sgombra il campo da ogni timore passato e futuro. 

Giuseppe è lì a vegliare per dire a Maria che è pronto per ogni evenienza non solo quel giorno ma finché lui avrà respiro. La guarda fissa negli occhi prima di mettersi da parte e lasciar fare a chi sa di nascite e parti, in tempo però per dirle che ogni goccia di sangue della sua sposa porta ormai il suo marchio e che non le darà tregua fino alla fine dei giorni umani e nel dopo divino. Dio ha imparato da Giuseppe cosa sia l’inestinguibilità dell’amore e l’ha assunta come modello.

È nato! Di una bellezza che sconvolge la previsione dei due sposi! È sempre così per ogni genitore. Maria e Giuseppe non trovano parole per esprimersi, forse perché non ce ne sono di adatte o perché già devono dedicarsi a Gesù che gli sottrae da subito il fiato per dirsi dell’emozione che provano e che contengono per come possibile.

Continua a leggere

Racconto di Benino, pastore in preghiera nel presepe napoletano.

Ormai che mi avete fatto aprire gli occhi, con il chiasso dei vostri commenti, vi dirò finalmente come stanno le cose e come la penso. Come dite? Mi chiedete se ce l’ho con voi? Certamente! Mai che si possa dormire in pace per il tempo che si vuole. Ogni anno a Natale è sempre la stessa storia, vi ricordate del sottoscritto, il pastore Benino e ci ricamate sopra storie di fantasia non sapendo cosa altro inventarvi. 

Mi rispolverate dalle vostre scatole riposte con cura nello sgabuzzino di casa, quelle dove si conservano i personaggi del presepe, mettendomi in mostra senza chiedermi alcun permesso, soprattutto ridendo di me e del mio sonno. Non vi curate del fatto che io possa svegliarmi od essere contrariato di essere messo nuovamente in ridicola esposizione. 

Vi affannate ad indagare sulla mia storia; così vi fa fatica pensare che io sia stato presente alla nascita di Gesù in mezzo ad una confusione di vita tra lavandaie, zingare, donne in cinta, oltre la Madonna, ed una umanità che continua nei suoi affari mentre viene al mondo il Figlio di Dio.

Sono gli stessi uomini e donne che per i vicoli di Gerusalemme continuavano a provvedere al quotidiano mentre il figlio di Dio in una strada appena in salita, adiacente ad altre intrise di traffici e di incombenze quotidiane, provvedeva a raggiungere il Calvario sotto il peso della croce.

Il mondo non si ferma in nessun modo e che sia naturale o di scandalo, di bene o di male, è così che stanno le cose. Quanto a me ed al mio amico Cicci Bacco, oste e compagno di bevute, siamo tra i protagonisti del presepe napoletano, assai più vivace delle belle statuine degli altri presepi. Da noi anche gli angeli diventano di carne e sangue e contribuiscono ad una animazione che rende vera la natività che cambia la sorte di tutto il creato.

Ogni anno rischiate di svegliarmi dal mio sonno ben riuscito, a causa della mia pancia piena di cibarie e di vino in abbondanza, perché siete invidiosi del mio abbandono. O forse il vostro è un atto di pietà, il desiderio che anche io possa mancare alla festa e non perdermi nulla della scena divina. Pensate con preoccupazione che il mio russamento possa svegliare Gesù o forse che invece sia stato utile al suo addormentamento, come fosse una ninna nanna a cu affidarsi per il riposo.

Alcuni di voi credono che il presepe sia semplicemente un mio sogno e che se mi destassi tutto scomparirebbe, in tutte le case non ci sarebbe d’un tratto più ombra della rappresentazione di Giuseppe, Maria e dl loro pargoletto con contorno di Re Magi ed altro ancora. Quindi mi ingozzate di vino in eterno perché nulla possa spezzare l’incantesimo costituito.

Sono talmente zuppo di vino e di cibo che anche Morfeo si è ubriacato ed ha dimenticato di darsi un tempo per finire il suo lavoro. Ho scoperto che mi invidia per quanto io stia bene e mi ha preso a modello, con il pericolo che il mondo non abbia più ore di sveglia e di sonno.

Altri pensano che io sia stato presente proprio al momento in cui Gesù è venuto al mondo. Problemi vostri e non miei. Avete l’ansia di collocarmi e di darmi a tutti i costi un’epoca. Vorrei soltanto che non mi destaste, che mi lasciaste in pace. 

Non mi piace la vostra agitazione e tanto meno i vostri mercanteggiamenti per ogni cosa che fate. Tenetevela pure la vostra vita a cui non voglio partecipare. 

Io non mi ubriaco per tristezza, per dolori che mi affliggono o per fallimenti di denaro o d’amore. Io bevo per non vedervi, per non puzzare dell’aroma del vostro modo che non voglio mi appartenga.

Il mio non è il sonno di Gasperino, l’ubriaco del Marchese del Grillo e neppure quello insistito, cocciuto, di Lucarié, il giovane protagonista di Natale in casa Cupiello.

Io, Benino, pastore di prima fila, voglio essere lasciato in preghiera. Nel mio eterno torpore riesco a distrarmi da voi che schiamazzate in continuazione per fare onore alle vostre vite. Dal miglior vitigno trovo la forza del mio sonno e solo così mi raccolgo in adorazione davanti a Gesù, finalmente il silenzio nel cuore, ed a lui parlo e racconto favole per bimbi e da lui ascolto il vagito per cui ogni volta rinasco.

La scommessa di Bayrou: una nuova via per la democrazia francese.

La principale novità del nuovo governo francese, il quarto nel 2024, presieduto da François Bayrou, sembra consistere proprio nel profilo politico del nuovo primo ministro. Il settantatreenne Bayrou, un grande sostenitore di Macron, ma con una propria specifica  fisionomia centrista e democristiana, forgiata da una lunga esperienza politica, ministeriale e amministrativa (è sindaco di Pau una cittadina nei pressi di Bordeaux) si è  ritagliato, sin dalla sua nomina a sorpresa, margini di autonomia prima impensabili per un premier dello stesso colore politico del presidente della repubblica.  

Macron si avvia a chiudere  il suo secondo mandato nel 2027 in forte calo di consenso e con un Paese in profonda crisi sociale, economica e politica. Un governo guidato da una personalità autonoma come Bayrou potrebbe trarne vantaggio sia dal punto di vista del sostegno parlamentare, in quanto governo di minoranza, che da quello dell’efficacia e della durata dell’esecutivo, non potendo in ogni caso il capo dello stato Macron sciogliere nuovamente l’Assemblea Nazionale prima che sia trascorso un anno dall’ultimo voto anticipato, svoltosi in due turni il 30 giugno e il 7 luglio scorsi, e deciso dal presidente Macron la sera stessa delle elezioni europee che sancirono una débâcle delle forze di governo e una forte avanzata dell’estrema destra del  Rassemblement National (RN) di Jordan Bardella e Marine Le Pen, che ottenne il 31%.

Con Bayrou, in una situazione assai singolare per una democrazia, dove governa la minoranza e le forze che dispongono della maggioranza dei voti e dei seggi, ma che sono incompatibili politicamente, stanno all’opposizione, la Francia riscopre una essenziale virtù politica, quella della mediazione, in una nazione che invece di carattere è portata allo scontro frontale e che nella quinta repubblica pare aver istituzionalizzato la semplificazione politica e soffocato la rappresentanza sull’altare di una governabilità solo teorica, visto che nell’anno che si sta per concludere si sono susseguiti ben quattro governi (quello di Elisabeth Borne, dimessasi a gennaio 2024, sostituita da Gabriel Attal, a cui il 5 settembre 2024 è succeduto Michel Barnier, predecessore di Bayrou). In Francia si torna a parlare di legge elettorale proporzionale e addirittura di sesta repubblica. 

Molto dipenderà da cosa riuscirà a fare questo nuovo governo che, in caso di riuscita nel ricomporre i troppi conflitti che agitano la società francese potrebbe avere proprio nel nuovo primo ministro Bayrou un naturale candidato alla presidenza dell’area di centro in una corsa ormai tripolare, caratterizzata dalla competizione di tre blocchi, l’estrema destra del RN, il centro post-macroniano e Nuovo Fronte Popolare (il cui nome fa riferimento al Fronte Popolare, l’alleanza fra socialisti, comunisti e radicali che vinse le elezioni politiche del 1936, un altro tempo, come il nostro, in cui si addensavano nubi minacciose di grandi guerre), composta da Partito Socialista, La France Insoumise, Europa Ecologia i Verdi, Partito Comunista Francese, che alle legislative dell’estate scorsa ha ottenuto oltre un terzo, 188  su 577, dei seggi di cui è composta l’Assemblea Nazionale.

Più in generale la crisi politica del sistema francese ripropone, vista l’importanza che riveste la Francia in Europa e nel mondo, la necessità di andare oltre una concezione della democrazia solo formale, ma di fatto basata inizialmente sul censo e gradualmente divenuta di fatto dominata dalle oligarchie, per rilanciare, anche attraverso lo strumento dei partiti a composizione popolare pur diversi da quelli di massa novecenteschi, una democrazia popolare, capace anche di formare politicamente e coinvolgere la classe media nelle decisioni che contano nella vita di una nazione. Chissà che, anche con il contributo del nuovo premier democristiano Bayrou, questa rinascita della democrazia possa iniziare proprio dalla Francia.

Guerra, parola dell’anno 2024.

Guerra. È questa la parola che meglio di tutte fotografa l’anno che si chiude. Guerra. Con tutto il corollario di vocaboli associati, esiti inevitabili di quella terribile parola. Orrore, tragedia, disperazione…

Il tempo trascorre inesorabile e sempre troppo veloce; se possibile ora, nell’epoca della tecnologia digitale che tende a trasformare ogni cosa in un continuo presente senza passato e senza futuro, ancor più rapido e tumultuoso. Ragion per cui i classici esercizi di scrittura intorno ai quali si esercitano giornalisti e politologi tesi a commentare gli avvenimenti trascorsi nell’anno che va a finire e poi a illustrare lo scenario nel quale si apre quelloche va a incominciare appaiono sempre più inutili, travolti appunto dallo scorrere frenetico del tempo. “E’ già Natale. Mi sembra sia appena trascorso quello di un anno fa”, quante volte ci siamo trovati di fronte a questa espressione! E allora forse può tornare più utile ridurre il commento a una sola parola, che tutte le possa racchiudere. Come la rivista americana Time celebra nella sua copertina prenatalizia l’uomo o la donna dell’anno, qualche altra testata può indicare – magari meno pomposamente – la parola dell’anno. Che, per quanto mi riguarda, è proprio la peggiore di tutte: guerra.

Guerra dimenticata, nel Sudan devastato dallo scontro che oppone il Sudan Armed Forces, ovvero l’esercito nazionale, al gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces. Un conflitto cheha già causato una orrenda carneficina (vengono stimate fra le 100 e le 150.000 vittime) nonché una tragedia quotidiana che affligge i circa 45 milioni di sudanesi, metà dei quali patisce la fame, generando, inevitabilmente, immensi spostamenti di esseri umani disperati: sono oltre 10 milioni gli sfollati, e oltre 2 milioni i profughi.

Guerra crudele, a Gaza, come con indignazione espressa e non celata Papa Francesco ha voluto definire la distruzione quasi totale delle infrastrutture e delle abitazioni e degli ospedali della Striscia e ancor più l’uccisione senza pietà di tanti bimbi: crudeltà, ancor peggio di guerra. 

Un’azione militare che Israele ha condotto con ferocia e con piena consapevolezza di cosa essa avrebbe prodotto, di quante sofferenze avrebbe causato alla popolazione palestinese di quella disgraziata terra. Una vendetta per lo stupro subìto il 7 ottobre da parte di una organizzazione criminale che odia lo stato ebraico e che ha imprigionata un’intera cittadinanza, appunto quella di Gaza, entro la propria efferata ideologia, condannandola alla distruzione. 

Un’azione militare che, però, ha isolato Israele nel mondo, alienandole la simpatia e la solidarietà di molti popoli e di molti governi, perché l’entità della devastazione è stata tale da non poter far finta di non averla percepita.

Guerra senza soluzione, in Ucraina, dove la popolazione è ormai stremata psicologicamente e l’esercito composto per lo più da cittadini non militari professionisti è ormai oltre il limite dell’usura fisica e mentale dopo quasi tre anni di combattimenti. Il presidente Zelenskij sa che non potrà riconquistare il Donbass perduto e tanto meno la Crimea ma sa pure che il congelamento della situazione oggi presente sul territorio potrebbe anticipare unulteriore sviluppo negativo se alla Russia non si anteporrà un fronte difensivo davvero deterrente per Mosca. E questo si chiama NATO. Che però nessuno è oggi in grado di sapere se essa sarà ancora quella che è stata sino ad ora, posto che il ritorno di Trump a Washington reca con sé una serie di interrogativi inquietanti sul futuro dell’Alleanza. Putin, sornione, attende di vedere cosa accadrà e nel frattempo irride Zelenskij dicendosi disposto ad incontrarlo solo se indirà le elezioni e le vincerà. Atteggiandosi a controllore dell’Ucraina senza ancora averla conquistata.

Guerra finita, forse, in Siria. Ma il “forse” è da scrivere in caratteri cubitali. Tante sono le insidie che si nascondono dietro la facciata del nuovo assetto determinatosi a Damasco. La fine del regime dittatoriale di Assad, macchiatosi dei crimini più efferati contro il suo stesso popolo, è stato senz’altro un evento positivo. Per il resto, tutto è incerto. Sospeso tra speranza e timore. 

Non si può, al momento, dimenticare la provenienza materiale e ideologica di Havat Tahr al-Sham, il movimento di matrice islamica ultraradicale che si sarebbe convertito ad un islamismo moderato e tranquillizzante per i siriani non musulmani, oltre che per la comunità internazionale. Non si può, ancora, dimenticare che la Siria nord orientale è in mano ai curdi-siriani, che detengono nelle loro prigioni oltre 40.000 militanti dell’ISIS dopo essere stati protagonisti decisivi della lotta a Daesh a fianco degli americani ma ora minacciati dalla Turchia, grande regista dell’operazione che ha eliminato Assad, e dal rischio che Trump li abbandoni a sé stessi in nome del disimpegno USA dalla regione e della necessaria alleanza con Ankara, capitale sempre più ambigua ma pur sempre  geopoliticamente allocata in un quadrante confinante con le mire espansioniste russe, per quanto ora incrinate dall’esito degli eventi siriani.

Guerra diffusa: nel mondo ci sono attualmente 56 conflitti secondo i dati del Global Peace Index, della maggioranza dei quali pochi sanno e meno ancora parlano e scrivono. Ma esistono, e provocano morti, distruzioni, sofferenze, migrazioni. Perché questo sono, le guerre.

Come salvare la democrazia? Servono culture politiche per governare.

La politica è autorevole, credibile e nobile quando esistono almeno, e soprattutto, tre condizioni che erano e restano decisive ed essenziali. E cioè, culture politiche di riferimento, classi dirigenti di qualità e partiti democratici, rappresentativi ed espressione di pezzi di società. Ma, senza la presenza delle culture politiche, non può esserci nè buona politica e nè programmi credibili e di governo. Non a caso, la crisi peggiore della politica coincide sempre con la presenza dei partiti populisti, cioè con soggetti politici che sono del tutto privi di qualsiasi riferimento culturale, ideale e programmatico specifici se non quello di aizzare la pubblica opinione all’insegna dell’anti politica, della demagogia e di programmi che prescindono radicalmente da qualsiasi cultura di governo. Come è puntualmente avvenuto anche nel nostro paese con l’avvento al potere dei partiti populisti. 

Ora, al di là delle vicende contingenti della politica contemporanea e pur senza coltivare alcuna tentazione nostalgica, è di tutta evidenza che le culture politiche certificano la solidità e la credibilità dei rispettivi progetti politici. Oltre, come ovvio, alla personalità dei partiti stessi. Del resto, cosa ci si può attendere dai partiti personali o dai cartelli elettorali se non una mera ed esclusiva logica di potere oltretutto legata esclusivamente alle fortune del capo partito? È noto a tutti, del resto, che i partiti personali – oggi presenti tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra – non sono caratterizzati da dibattiti e confronti politici interni se non come esercizio concreto per declinare quella “democrazia dell’applauso” che Norberto Bobbio già denunciava verso la fine degli anni ‘80 quando parlava del rischio del “progressivo inaridimento culturale ed ideale dei partiti politici italiani”. 

Ed è per questi motivi, semplici ma essenziali, che se si vuole far ridecollare la politica si deve ripartire dalla riscoperta delle culture politiche, che vanno certamente aggiornate e riviste ma che non possono e non debbono essere qualunquisticamente archiviate. Pena, appunto, la caduta verticale della credibilità dei partiti e la loro trasformazione in banali ed aridi contenitori elettorali. E questo anche perchè quando le culture politiche cedono il passo alla sola esaltazione del capo, si corre il serio rischio di fare trionfare il trasformismo e l’opportunismo che restano le più concrete degenerazioni dopo la cancellazione delle culture politiche di riferimento. Ma c’è un’altra, ed ultima ragione, che spinge verso il ritorno delle tradizionali correnti di pensiero. E cioè, se è vero – com’è vero – che deve essere salutato positivamente il ritorno delle antiche categorie della destra, della sinistra e del centro, è altrettanto evidente che queste categorie hanno un senso e un ruolo solo se sono accompagnate e supportate dalle rispettive culture politiche di riferimento. 

Del resto, per fare un solo esempio concreto, che senso avrebbe continuare a parlare della necessità di rilanciare un Centro politico e, soprattutto, una “politica di centro” nel nostro paese senza riscoprire la storia, la tradizione, il pensiero e la stessa prassi del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese?. E così vale per la destra e la sinistra. Ecco perchè è arrivato il momento, dopo il voto del 2022 e il ritorno della politica, di farla accompagnare anche dalla riscoperta delle tradizionali culture politiche. Solo così sarà possibile sostenere che la stagione del populismo demagogico e anti politico è ormai alle nostre spalle.

MetAIpunk: umanesimo e tecnologia nel metaverso.

L’utilizzo di strumenti tecnologici come gli AI Music Generator e l’approfondimento degli “attraversamenti algoritmici” nella società del metaverso – attraverso realtà come Horizon Central, CitAdel o Decentraland – pone le basi per un movimento che potrebbe essere definito “neo-cyberpunk” o, in modo più specifico, “metAIpunk”. Al centro di questa visione c’è lo “sviluppo umano integrale della persona”: un’ecologia integrale che si avventura nei mondi paralleli, promuovendo un umanesimo sociale digitale.

Il neo-cyberpunk, o metAIpunk, si caratterizza per una visione evocativa, in linea con le tematiche tipiche del conflitto tra umano e tecnologico, la perdita di identità in un mondo digitale e la riflessione sulla società futura. Questo movimento simbolizza l’attrazione magnetica della tecnologia, che brilla come un faro nel buio dell’esistenza, ma che, al contempo, sembra generare un vuoto esistenziale. Il progresso tecnologico, pur affascinante, rischia di allontanarci dalla realtà fisica e dalla nostra vera essenza.

Gli AI Music Generators, ad esempio, immaginano “persone digitali” o identità virtuali che abitano il metaverso senza una vera “casa”. Questo tema ricorrente, caratteristico del neocyberpunk, riflette la frammentazione dell’individuo, diviso tra il mondo fisico e quello virtuale, fino a perdere il senso di appartenenza e ad entrare in una dimensione di “dividualità”.

Nel metAIpunk emergono immagini potenti, come le città futuristiche: spazi caotici, aumentati, veri e propri “labirinti di segnali” immersi in un flusso incessante di informazioni. Questi mondi interconnessi sono comprensibili, ma spesso privi di direzione chiara o di uno scopo significativo. Ogni strada che conduce alle “backrooms” può essere interpretata come una metafora della disillusione, caratteristica della società cyberpunk, dove i cittadini virtuali restano intrappolati in reti neurali artificiali.

Un altro tema centrale è la “disconnessione emotiva” che deriva dall’interazione predominante con la tecnologia. L’intelligenza artificiale e il machine learning, pur programmati per “parlare”, diventano nuove fonti di speranza, ma trasmettono sogni “artificiali”, privi di autenticità umana. Le connessioni virtuali, sebbene più numerose e accessibili che mai, non riescono a colmare il vuoto umano e, anzi, sembrano spezzare ulteriormente il rapporto tra il virtuale e l’umano.

Questo modello sociale introduce la dimensione “agetech”, una multigenerazionalità senza tempo, età o confini, dove tutte le generazioni sono connesse e unite. L’utopia diventa il superamento delle disuguaglianze sociali e culturali. Tuttavia, il metAIpunk esprime anche il conflitto tra tecnologia e umano, la disconnessione che provoca e la ricerca di verità in un mondo digitale sempre più distante dalla realtà.

Se il metAIpunk rappresenta solo l’inizio, potrebbe davvero delineare una nuova corrente di pensiero, capace di esplorare la relazione tra persona, intelligenza artificiale e metaverso, così come il cyberpunk aveva esplorato il rapporto tra umanità e tecnologia negli anni ’80 e ’90, declinando queste riflessioni nella musica e nelle arti.

Declino Cisl: quando il sindacato diventa una questione di famiglia.

La politica è criticata per nomine spesso influenzate non dalla qualità dei candidati, ma da rapporti di amicizia o  parentela. Diversi sono stati e sono i casi che hanno suscitato scandalo per effetto di queste pratiche deplorevoli. Le polemiche conseguenti sono state poi all’ordine del giorno della recente agenda politica: cognati, sorelle, cugini, amici d’infanzia sono state le nuove “categorie privilegiate” rispetto ai curriculum e all’esperienza maturata in incarichi professionali. Un metodo sbagliato che ha generato e genera giuste rimostranze da parte della pubblica opinione; insomma, uno dei vizi capitali riscontrabili nell’attuale stagione politica.

Da qualche tempo però questo approccio discutibile è stato anche esportato nel sindacato, anzi per l’esattezza nella Cisl.

Ebbene, sì. Gli “eredi” della grande tradizione sindacale  che fu di Pastore, Storti, Macario, Carniti, Marini, D’Antoni, Pezzotta, Bonanni…sono stati investititi da questo vento di “familiarità”. 

Ma cosa sarebbe accaduto? Due i fatti recenti e tutt’e due nella regione Calabria: in pochi giorni una sorella e un nipote sono andati a ricoprire cariche di responsabilità apicale (confederali e di categoria). Sono critiche precostituite? No, basta andare a verificare le esperienze sindacali e di contrattazione maturate (o forse sarebbe meglio dire…non maturate) dai due protagonisti e quanto accaduto sul piano politico (se così lo vogliamo chiamare….) a coloro che nel recente passato ricoprirono lo stesso incarico – oggi nelle competenze…..dei parenti.

Ci limitiamo ad osservare queste degenerazioni e soprattutto prendiamo atto come tali nomine avvengano per volontà di organismi non in grado, apparentemente, di fare e di porsi domande…nonostante la libertà di espressione sia ancora tutelata dalla nostra Costituzione e, se non andiamo errati, anche dallo Statuto della Cisl.

In conclusione, ci piacerebbe sapere cosa avrebbero pensato di questi fenomeni, e quindi dell’appannamento del “codice morale” interno all’organizzazione, alcune delle figure storiche che con il loro impegno generoso e il loro prestigio hanno reso grande la Cisl.

Tony Effe e le crepe nella Giunta Gualtieri. Onorato non dovrebbe dimettersi?

La vicenda legata all’invito di Tony Effe al concerto di Capodanno al Circo Massimo ha scatenato polemiche che dietro le quinte non accennano a spegnersi. Tra chi ha saputo cogliere tempestivamente i motivi di inopportunità nella scelta del rapper, merita un posto d’onore Silvia Costa. L’ex europarlamentare si è distinta per lucidità e senso istituzionale, dando voce alle perplessità, anche interne al Pd, per lo spazio offerto ad un artista “irregolare”, noto per i suoi testi duri e scabrosi.

Roberto Gualtieri conosce e apprezza Silvia Costa, tanto che in campagna elettorale era ben disposto a designarla come sua vice sindaca. La proposta fu avanzata con discrezione dell’allora presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Tuttavia, non ci fu verso di convincere l’interessata, per la quale giocava, all’epoca, il desiderio di proseguire nel suo impegno di commissario governativo per il rilancio dell’ex carcere di Ventotene.

Fatta questa premessa, lo scivolone della Giunta Gualtieri resta evidente: non era possibile valutare con più cura la scelta di Tony Effe? Una domanda che in molti continuano a porsi, anche a dispetto dei silenzi distribuiti a piene mani dai vertici capitolini .

Intervistato ieri dal Domani, l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio ha risposto diplomaticamente alla domanda di Daniela Preziosi sulle possibili crepe nella Giunta, con possibili dimissioni: “Su un tema così –  precisa Smeriglio – non sono verosimili crepe politiche. È una situazione di difficoltà che affrontiamo tutti insieme. Il sindaco in prima persona, io con Onorato, che ha lavorato bene sui grandi eventi”.

Ma è proprio Alessandro Onorato, assessore al Turismo e ai Grandi Eventi, a trovarsi sotto attacco. Non gli è sufficiente la stima di Bettini e Caltagirone. Da tempo il suo operato è oggetto di attenzioni non sempre benevole, ad esempio per il crescente ruolo di società milanesi nell’organizzazione e promozione degli eventi della Capitale. Una dinamica che, per ragioni facilmente intuibili, desta malumori tra gli operatori romani. 

Comunque, l’errore sul concerto di Capodanno non è cosa da poco, visto il danno d’immagine procurato alla Città a pochi giorni ormai dall’apertura dell’Anno Giubilare. Buon senso vorrebbe che Onorato rimettesse il suo mandato nelle mani del sindaco, consentendo alla Giunta di ripartire con slancio e maggiore serenità. O forse è preferibile l’onda lunga del mugugno?

Mutui e credito al consumo: i segnali di ripresa del mercato

Nei primi nove mesi del 2024, le erogazioni di credito alle famiglie hanno registrato una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, trainate dalla ripresa del potere d’acquisto, da una politica monetaria più favorevole e da un mercato del lavoro in complessivo miglioramento. Questo è quanto emerge dall’ultima edizione dell’Osservatorio sul credito al dettaglio, curato da Assofin, Crif e Prometeia.

Il credito al consumo complessivo è cresciuto del 7,2% rispetto ai primi nove mesi del 2023, evidenziando un’accelerazione progressiva nel corso dell’anno. A guidare questa dinamica, sia in Italia sia in Europa, sono stati i prestiti personali (+11,2%), che proseguono il recupero avviato a fine 2023. Un contributo significativo è arrivato anche dai finanziamenti destinati all’acquisto di autoveicoli e motocicli (+7,8%), erogati presso concessionari da operatori specializzati, in linea con la ripresa del mercato delle auto usate e delle immatricolazioni di auto e moto nuove.

I finanziamenti finalizzati all’acquisto di altri beni e servizi (arredamento, elettronica, elettrodomestici, beni per l’efficientamento energetico, ciclomotori e altri beni) hanno mantenuto i volumi dello scorso anno. Questo risultato è stato possibile nonostante le difficoltà nel settore dell’elettronica e degli elettrodomestici, grazie anche al supporto dei finanziamenti “small ticket” destinati al commercio online. Nel contesto di crescente integrazione tra credito al consumo e settore dei pagamenti, le operazioni “instalment” – che consentono di rateizzare spese tramite piani predefiniti – hanno favorito un lieve aumento delle rateizzazioni via carte di credito (+2,2%). Inoltre, il miglioramento nei prestiti ai pensionati e ai dipendenti privati ha stabilizzato le erogazioni della cessione del quinto dello stipendio o della pensione, portandole vicino alla parità (-0,2%).

Nel comparto dei mutui immobiliari, i primi nove mesi del 2024 hanno segnato un ritorno alla crescita (+4,1%), sostenuto dalla ripresa dei mutui per acquisto di abitazioni e dalla continua espansione delle operazioni di surroga.

I mutui per l’acquisto di abitazioni, in particolare, hanno registrato un incremento del 14,2% nel terzo trimestre, portando la crescita complessiva dei primi nove mesi al +1,2%. Un ruolo importante è stato svolto dall’offerta di mutui green, che ha contribuito anche al miglioramento delle compravendite residenziali, in crescita a partire dal secondo trimestre 2024.

Parallelamente, le famiglie hanno continuato a orientarsi verso le operazioni di surroga, volte a ridurre il peso delle rate sui mutui stipulati a tasso variabile durante i periodi di rialzo dei tassi. Nei primi nove mesi del 2024, il valore dei mutui surrogati ha segnato un incremento significativo (+59,1%), consolidando un trend positivo.

Pregiudizi d’autore: la Chiesa cattolica nel mirino di “Conclave”.

Un famoso aneddoto, ricordato anche da Papa Francesco qualche anno fa, racconta che quando un interlocutore (forse un giornalista) chiese a Papa Giovanni XXIII “Santità, quante persone lavorano in Vaticano?” egli rispose con aria argutamente riflessiva: “…Direi circa la metà”.

Ricordiamo questa ironia del “Papa buono” per dire che nessuno si illudeva allora o si illude oggi che il Vaticano o la curia romana sia fatta tutta da santi canonizzabili, ma il ritratto del corpo cardinalizio che ne fa la scrittura di Peter Straughan (sceneggiatore anche di La talpa, da Le Carré) e la regia di Edward Berger (Niente di nuovo sul fronte occidentale) nel film Conclave, in uscita sugli schermi italiani il 19 dicembre, sembra uscito da uno di quei pamphlet anticlericali di fine Ottocento… Certo, c’è alla base un romanzo dell’inglese Robert Harris, abituato a fare i conti con i what if della storia e della politica (Fatherland, Pompei, Il Ghostwriter), ma sembra proprio che chi ha scritto e chi ha diretto il film abbiano voluto raccontare una Chiesa cattolica seguendo i loro pregiudizi e cancellando un elemento con il quale o senza il quale cambia tutto: la presenza della Grazia, e almeno un minimo di carità (frutto anche della fede) da parte dei cardinali. Se si vuole raccontare l’elezione di un Papa solo come un thriller politico, e il Papato solo come una posizione di potere da conquistare, questa è sicuramente una chiave possibile.

Intendiamoci, il film ha una certa intelligenza e ha stile, soprattutto nella recitazione e nella regia, e sta cominciando a raccogliere premi… Il protagonista è il cardinale Thomas Lawrence (non a caso inglese, interpretato da un intenso Ralph Fiennes, che qualcuno dichiara in odore di Oscar), il cardinale decano che deve condurre il conclave dopo la morte del Papa regnante. È un uomo serio, ma iper-razionale e affetto da seri dubbi di fede, che vede come candidato ideale il “progressista” card. Bellini, interpretato da Stanley Tucci, che però è un debole che non ha voglia di esporsi, e che scopriremo essere non così integro come Lawrence pensava. Ma questa candidatura è ostacolata da quella di un cardinale conservatore moderato, il canadese Tremblay, che si rivelerà non solo carrierista e doppio, ma anche corruttore di membri del collegio cardinalizio, che Tremblay pagherà per ottenere il loro voto. 

C’è poi l’ala “iper-conservatrice” guidata dall’italiano cardinal Tedesco (il nome suggerisce qualcosa?), interpretato da un efficace e gigionesco Sergio Castellitto. Ma anche la componente femminile avrà un suo ruolo: non a caso Isabella Rossellini interpreta suor Agnes, che è a capo delle suore che si occupano dei servizi di vitto e alloggio dei cardinali. Fra menzogne, viltà, tangenti, un cardinale che non rispetta il segreto della confessione, un altro che si scopre aver avuto un figlio con una suora, e altre sorprese che via via fanno progredire la storia, si arriverà ad eleggere un Papa buono e umile che però il nostro Lawrence scoprirà essere un “intersessuale”, cioè una persona nata con caratteristiche femminili (utero e ovaie), oltre a più evidenti caratteristiche maschili…

 

(Armando Fumagalli)  

 

Continua a leggere

La pace non coincide con l’ideologia del banale pacifismo

La guerra, dal punto di vista antropologico, può essere considerata un’infezione. Infetta tutto ciò che tocca, compresi i sostenitori della pace. Sì, anche loro possono trasformarsi in bellicosi pacifisti, figure paradossali che, pur proclamando la pace, si scontrano ferocemente tra loro su come raggiungerla.

Basta osservare il linguaggio usato in certi contesti per notare come la parola “pace” venga talvolta espressa in modo così conflittuale da degenerare in un ossimoro. Questa “militarizzazione” dei pacifisti nasce da un problema di fondo: l’assolutizzazione del valore. Ogni volta che un valore viene posto su un piedistallo, isolato dagli altri e reso assoluto, si creano divisioni e conflitti. Questo è accaduto con la libertà, l’uguaglianza, e ora accade con la pace, dimenticando che essa non può esistere senza essere integrata con giustizia, sicurezza, dignità, libertà e autodeterminazione.

 

La contraddizione del valore assoluto della pace

Spesso si sente dire che un vero cattolico dovrebbe rifiutare l’uso delle armi. Ma allora figure come Sant’Agostino, San Tommaso, Giovanna d’Arco o San Giovanni Paolo II sarebbero principianti nella fede? La tradizione cattolica, nella sua complessità, ha sempre riconosciuto che la pace non è un concetto astratto, ma un problema politico e storico, determinato dalle circostanze. Se la pace è storicamente determinata, non può essere assoluta.

Da qui emerge l’esigenza di individuare le determinanti politiche della pace. Queste non possono ridursi al fatalismo di certe scuole geopolitiche, come quella dei realisti (Kenneth Waltz, John Mearsheimer), che vedono i conflitti come inevitabili. Non è la geografia a dettare legge, ma la politica, che ha il compito di progettare una convivenza tra i diversi valori, cercando di integrarli: pace, giustizia, sicurezza, ordine.

 

Problemi globali e politiche multilaterali

Oggi, questioni globali come migrazioni, terrorismo, ambiente e conflitti richiedono risposte politiche capaci di superare i limiti del determinismo. La soluzione non può essere affidata né a un mercato guidato da individui come Musk, né a un sistema unicamente multipolare, ma a un approccio multilaterale e inclusivo, capace di tenere insieme interessi e valori comuni.

Eppure, nella nostra stessa Europa, i diritti dei popoli sono stati spesso sacrificati in nome di politiche di sopraffazione. L’esempio della Russia di Putin lo dimostra chiaramente: l’operazione contro l’Ucraina è stata giustificata con la pretesa che il popolo ucraino non avesse diritto di esistere come entità autonoma, ma solo come manifestazione secondaria di quello russo. Putin, paradossalmente, ha ribadito la centralità del concetto di “popolo” sancito nel 1917 da Wilson e Lenin e poi dalle Nazioni Unite, per poi svuotarlo dall’interno. Ha mostrato che i popoli, lungi dall’essere entità naturali, esistono solo in relazione alla forza che riescono a esprimere, e che anche i diritti, senza forza a sostenerli, restano fragili.

 

I diritti e la forza: una relazione conflittuale

Le azioni di Putin ci ricordano che i diritti, compresi quelli individuali, non sono garantiti per natura, ma dipendono dalle condizioni politiche e dalla forza. La Modernità, fondata sui diritti, si rivela così vulnerabile: ciò che è moralmente giusto può esistere solo in modo conflittuale e provvisorio, perché è sempre legato alla capacità di difenderlo.

In questo scenario, il compito della politica non è inseguire ideali assoluti, ma costruire un equilibrio dinamico tra i valori, evitando che la pace, o qualsiasi altro principio, si trasformi in un’arma per nuove divisioni e conflitti. La vera sfida non è rendere la pace un valore isolato, ma integrarla in una visione che tenga insieme giustizia, sicurezza e dignità per tutti.

La sentenza di Palermo non equivale a una vittoria politica del salvinismo

L’assoluzione di Matteo Salvini nel processo di primo grado è stata accolta da molti come una vittoria, ma a mio avviso si tratta di una sentenza che non è esente da considerazioni politiche più generali. L’ex ministro dell’Interno ha spesso adottato atteggiamenti che possono essere letti come una sfida verso i giudici, sostenendo posizioni che sembrano aderire all’idea che il potere esecutivo debba essere svincolato dai controlli e dai bilanciamenti propri delle istituzioni democratiche. Questo approccio, alla lunga, rappresenta una messa in discussione degli equilibri costituzionali.

Non si tratta di un atteggiamento isolato, ma di un contesto politico più ampio in cui si discute di riforme come il premierato forte, che mira a concentrare il potere decisionale in una sola figura, sotto lo slogan “Non disturbare il guidatore”. È lecito allira interrogarsi se la sentenza sia stata dettata anche da ragioni di opportunità politica: destabilizzare un partito – la Lega –  che sostiene l’attuale governo, senza tuttavia conoscere quali possano essere le alternative praticabili, avrebbe potuto generare conseguenze difficili da gestire.

È comunque importante ricordare i punti centrali delle accuse mosse a Salvini: decisioni prese unilateralmente e non in collegialità con il governo, sequestro di persone, trattamento disumano riservato a migranti già in condizioni critiche. Era ed è, a tutti gli effetti, un quadro di “allarme civile” destinato a rimanere inciso nella memoria collettiva.  Da tutto questo il salvinismo ne esce comunque indebolito perché l’ideologia di supporto, sbandierata con grande enfasi, rammenta i pericoli ad essa soggiacenti.

Anche se l’assoluzione – “perché il fatto non sussiste”- consente a Salvini di gridare vittoria, rimane cruciale la necessaria riflessione, al di là della sentenza, sull’importanza del rispetto per i più deboli. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 ci ricorda l’obbligo di agire nel rispetto della dignità e dell’uguaglianza della “famiglia umana”. Più che dividerci sul giudizio di un tribunale, avremmo necessità di attenerci alla lezione che promana dalla vicenda nel suo complesso, per riuscire a preservare non solo la fiducia nel nostro ordinamento giuridico, ma anche i valori fondamentali della nostra società.

Cleopatra/Meloni e Cesare: i dilemmi dell’impero.

Dall’aula magna della Curia Iulia giungono le urla della regina d’Egitto, che non la manda a dire. È scomposta nella voce e nei modi; l’eloquio vira decisamente verso il popolar-nazional-plebeo. I senatori storcono il naso, abituati all’oratoria di Cicerone.

Nella piccola stanza attigua si trovano Cesare e pochi senatori di lungo corso, intenti a intrattenere l’imperatore sul possibile discorso al popolo romano che la regina egiziana Cleopatra/Meloni intende pronunciare per la festa del solis invictus (Natale per i non romani).

È tradizione che chi governa l’impero, per dote propria o per incarico dell’imperatore, offra ogni anno un po’ di beneficenza al popolo e un breve discorso di auguri per un anno prospero e felice.

Quest’anno, però, i senatori presentano a Cesare una lista di ciò che il popolo non gradirebbe sentire.

Il senatore librarius, incaricato di leggere la lista, inizia.

Punto uno: Cleopatra salirà sul carro – o forse no, su una familiare da casa sua – e, bella per l’occasione, dirà che ha lavorato sodo, ha dato il sangue e versato sudore come pochi. Tuttavia, dopo due anni di navigazione, la situazione è ancora un disastro, e ha bisogno di tempo – almeno un annetto – per completare il mandato di Cesare. Chiederà una proroga… e sesterzi.

A sentire ciò, Cesare alza gli occhi al cielo, allarga le braccia ed esplode in un “Quirine!”. Poi lascia cadere rumorosamente le braccia sulle gambe e si adagia sul trono.

Il librarius continua.

Punto due: Il funzionario dell’erario si è dimesso come un novello Cincinnato, lasciando l’incarico. Bisogna trovarne un altro. “Quirine!”, esclama Cesare, ma questa volta non basta. Invoca tutto il pantheon degli dèi.

La cassa dell’impero non è colma, ma per fortuna il fondo non si vede ancora. Tuttavia, sull’erario Cleopatra cosa dirà? I romani, da sempre, pagano le tasse controvoglia, ma le pagano; e l’impero si regge anche sui loro sesterzi, non solo sui bottini di guerra.

Se il capo dell’erario se ne va senza portarsi via nemmeno un sesterzo, i romani, sospettosi per natura, mormorano che forse gli egiziani vogliono portarsi la cassa dell’impero a casa loro, in Egitto!

Cesare si incupisce, accartocciandosi nella sua toga bianca. La regina porta guai, altro che festa per il solis invictus e rinascita dell’impero.

Punto tre: L’assetto dell’impero. Cleopatra/Meloni lo vuole federato, con tante province e un capo solo. Cesare, invece, lo vuole come lo ha trovato e lasciato: una Repubblica. Di federati vede solo gli alleati.

I iudices maximi hanno detto che sentire il popolo si può fare, e forse si deve. Cesare, però, sa come andrà a finire: il popolo romano, se lo fai parlare, o ti accarezza o ti dà un ceffone. Non conosce mezze misure.

Il librarius prosegue.

Punto quattro: gli stranieri. Punto cinque: il lavoro e le pensioni. Punto sei: la salute. Punto sette: la scuola. Punto otto: i trasporti. Punto nove:

La voce del librarius si perde nella stanza. Cesare si alza al punto quattro, con la bile in circolo. Stringe la toga, esce senza un cenno o una parola.

Il librarius tace. In lontananza si sentono i passi di Cesare. Quest’anno niente discorso di festa per il solis invictus. Sarà bene chiarire con la regina Cleopatra che anche l’amore per un vecchio dux ha il suo termine.

N.B. “Quirine” è un vocativo in latino che si riferisce a Quirino, un epiteto del dio Romolo, il leggendario fondatore di Roma. Quirino è una divinità associata alla protezione della città e spesso invocata nei contesti religiosi o solenni. Nel testo, l’esclamazione “Quirine!” è usata in modo enfatico e ironico per esprimere il senso di esasperazione o invocare un aiuto divino davanti a situazioni difficili o paradossali. [Ndr]

Russia come “Terza Roma”: ambizioni imperiali tra passato e presente.

Stefano Caprio

[…] A questo proposito riflettono anche gli storici Jaroslav Šimov e Nikita Sokolov, nel programma di Radio Svoboda su “Vita e morte dei grandi imperi”, chiedendosi se l’impero russo sia definitivamente scomparso o stia piuttosto risorgendo. Si ricordano le parole del ministro per l’economia degli ultimi zar, Sergej Witte, forse il miglior amministratore che la Russia abbia mai avuto, che affermava: “Io non conosco la parola Russia, per me esiste soltanto l’Impero Russo”. Per secoli l’impero è stato il senso e la forma prevalente dell’esistenza della Russia, a cui si destinavano i sacrifici delle persone, l’intero sistema economico, il benessere dei cittadini.

L’impero russo si è disgregato almeno tre volte, nella Smuta seicentesca e più di recente con la rivoluzione del 1917 e la fine dell’Urss nel 1991, e ogni volta si è riformato sotto nuove vesti. La “sovranità” putiniana è il tentativo attuale di ripristinare la struttura e soprattutto la mentalità imperiale, come afferma anche lo storico scozzese Geoffrey Alan Hosking, uno dei patriarchi della russistica britannica, che paragona l’impero britannico all’impero russo, affermando che “da Mosca a Washington, siamo ancora in queste dimensioni”, risalendo al primo zar Ivan IV il Terribile e a Elisabetta I d’Inghilterra, la “regina vergine” alla metà del Cinquecento, fino ai giorni nostri.

Šimov ricorda peraltro la differenza tra gli imperi marittimi, come quello britannico che ha sempre avuto possedimenti lontani dalla patria, e quelli come la Russia, o anche la Cina, gli Asburgo e l’impero Ottomano, che si allargano “a morsi” sullo spazio terrestre. Questi imperi “continentali” si basano sullo stretto legame con la metropoli capitale, il nucleo da cui parte l’espansione, e a cui si riferiscono tutte le provincie; questo tipo di impero è rivolto sempre verso sé stesso, non si integra con altri popoli e altri culture, ma li sottomette e li adegua alla propria stessa identità, ed è proprio questo il senso del “sovranismo” che impone una gerarchia verticale di valori e di espressioni, altrimenti rischia di perdere sé stesso.

La culla di tutti gli imperi, la Roma antica, riassumeva entrambe le dimensioni, quella verticale e quella orizzontale, abbracciando l’intero mare Mediterraneo ed estendendosi nei diversi continenti, concedendo la cittadinanza anche a chi non aveva mai visto né la capitale, né il territorio originario dell’Italia, come accadde anche all’apostolo Paolo, fornendogli la giustificazione giuridica per evangelizzare la Roma pagana. La Russia ambisce a rinascere sempre come “Terza Roma”, russificando popoli e culture via terra e via mare, e nel mondo contemporaneo anche attraverso gli spazi virtuali dell’informazione e dell’attrazione artificiale.

Nella struttura attuale della Federazione Russa ci sono molti “relitti imperiali”, come afferma Sokolov, con incertezze nella definizione delle unità “sovranazionali” che s’intrecciano nelle oltre cento regioni russe, che si riferiscono spesso ai principi dinastici delle famiglie dei potenti, come in Siberia e in Asia centrale, o ai principi religiosi dell’Ortodossia e dell’Islam, con il retrogusto dell’ideologia sovietica “inversamente religiosa”, di cui rimangono tracce evidenti nei vertici dello Stato e nell’anima dei cittadini. In questo senso il principio imperiale è l’opposto di quello nazionale, e nella Russia di oggi questo appare evidente: Putin parla di “sovranismo” in senso imperiale, quando il “nazionalismo” si riferisce principalmente alle spinte separatiste dei popoli minori, o alla xenofobia dei movimenti russi della destra radicale.

La guerra per l’Ucraina è la guerra per l’impero, per quello che ne costituisce il “morso originario”, e Mosca non può staccare i suoi denti da Kiev, a prescindere dalle possibili trattative di pace che probabilmente cominceranno a svilupparsi nell’anno nuovo. La sovranità dell’Ucraina è la fine dell’impero russo, e l’identità ucraina sarà la vera scommessa per il futuro, non essendosi mai veramente definita nelle lotte passate tra gli imperi europei e la guerra fredda sovietica. I grandi imperi europei sono tutti scomparsi nel XX secolo, e con l’attuale svolta antiglobalista dell’America si ritira anche quello statunitense, che simbolicamente aveva messo fine alle sue pretese mondiali fin dall’abbandono dell’Afghanistan nel 2021. Rimane solo l’impero anacronistico della Russia, il sovranismo degli zombie che si aggirano per il pianeta, in cerca di qualche Paese da conquistare per poter trovare sé stessi.

 

Per leggere il testo integrale

 

Il giustizialismo mediatico e politico mette a dura prova la democrazia

Autorevolezza della politica e confronto nel merito delle questioni centrali della società, dovrebbero essere considerazioni ordinarienelle modalità di ingaggio proprie di una democrazia liberale. 

Da anni però nel nostro Paese questa evidenza è purtroppo venuta meno; il contrasto politico si è sempre più spostato dai contenuti programmatici al costante ricorso alla demonizzazione dell’avversario. Un metodo dirompente e spesso prevaricante degli equilibri propri dei poteri dello Stato determinati dalla nostra Costituzione.

Il clamore mediatico sull’inchiesta giudiziaria conclusasi con il proscioglimento di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e altri loro collaboratori, è l’ultimo episodio dell’alterazione di questi equilibri. Anche le modalità utilizzate nelle determinazioni dell’inchiesta Open non possono non alimentare dubbi su un utilizzo distorto di questa come di altre inchieste giudiziarie. Troppo forte è il legame tra i tempi di alcune indagini e gli scenari politici in corso. Limitandoci alle ultime sentenze, possiamo esportare questa conclusione oltre che all’inchiesta Open anche ai casi riferiti all’ex Sen. Stefano Esposito e all’ex Sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti.

Teoremi con conseguenze dirette nella competizione politica e con strumentalizzazioni fatte proprie da diverse aree della sinistra, dal Movimento 5 Stelle e dall’attuale destra di governo, che hanno oggettivamente lucrato sulle gogne mediatiche a cui sono stati sottoposti gli accusati.

La stagione riformista aperta nel centrosinistra da Matteo Renzi, anche con alcuni limiti oggettivi, ha comunque introdotto novità significative sul piano dell’innovazione tecnologica (industria4.0), della solidarietà sociale (erogazione degli 80€, legge sul “dopo di noi”, Riforma del Terzo Settore, norme di contrasto al caporalato) e dei diritti (unioni civili); il pur discusso “jobs act”, se da una parte ha compiuto l’ultimo atto di superamento dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, nel contempo eliminava le “dimissioni in bianco”. Una serie di provvedimenti, al di là delle nostre convinzioni personali, che hanno comunque creato discontinuità con le tradizioni di potere della sinistra storica, che si è sentita depauperata di un ruolo guida della coalizione di centrosinistra, e che ha messo in difficoltà il centrodestra sul piano della visibilità e della popolarità.

La risposta a tutto ciò è stata quella di superare i contenuti del confronto su questi temi, concentrando invece sulle inchieste giudiziarie, rivelatesi poi penalmente inconsistenti, la “battaglia” politica. Un limite clamoroso per la qualità della propostaculturale e della stessa autonomia delle forze politiche, che si sono affidate a queste conclusioni.

C’è pertanto la necessità di recuperare l’autorevolezza della politica e l’equilibrio del confronto democratico per superare queste contraddizioni e queste distorsioni.

Un compito delicato che potrà e dovrà essere preso in carico da una rinnovata iniziativa del riformismo ispirato al cattolicesimo democratico. Si stanno creando le condizioni storiche per ripartire verso una formazione che valorizzi il bene comune e la politica come servizio e baricentro delle previsioni della nostra Costituzione.

Siamo pronti per questa sfida entusiasmante.

Dibattito | Ai progressisti manca un Centro liberale: parola di Bettini.

Goffredo Bettini è una personalità politica che, di norma, non dice mai cose banali o scontate. Detto con altre parole, è un vero interlocutore politico. Certo, e come ovvio, Bettini continua ad essere un perfetto distillato del comunismo nella sua versione italiana. In lui si rintracciano e si rivedono tutti i paradigmi essenziali del Pci, nessuno escluso. Perché anche se la ‘casa madre’ si è esaurita per conclamato e manifesto fallimento politico ed ideologico, è del tutto naturale che restano intatte la cultura, la prassi e la concezione politica che deriva da quei postulati. E la sua lettura della politica contemporanea conferma entrambi gli elementi: e cioè, la sua intelligenza politica da un lato e la sua fedeltà all’antico impianto comunista dall’altro. E, per fermarsi alla riflessione su come ricostruire un Centro nella coalizione di sinistra e progressista, le tesi di Bettini non solo sono interessanti ma sono anche azzeccate perché quasi oggettive. 

Per farla breve, Bettini sostiene che nella coalizione di sinistra e progressista è necessaria una presenza centrista. Ed ha perfettamente ragione. Ma non un vago ed indistinto centro cattolico e riformista. Quello già esiste ed è presente nel Pd che era, e resta, un partito di centrosinistra. Senza trattino. Perché il Pd è nato, appunto, come un partito di centrosinistra per la fattiva e costruttiva collaborazione tra gli ex comunisti e la sinistra democristiana. Con altri approcci culturali, politici, sociali e programmatici come ovvio e quasi scontato. 

Dopodiché è di tutta evidenza che il Pd di Marini, Veltroni, Rutelli e D’Alema non è più quello della Schlein. L’attuale guida politica del Pd, espressione di una sinistra radicale, massimalista e libertaria è lontana anni luce da quel partito. Ma questo è anche, e soprattutto, il frutto della evoluzione dei tempi e del cambiamento repentino delle classi dirigenti. Il dato di fondo, però, e per tornare a Bettini, è che la presenza centrista che oggi serve – ed è quantomai necessaria – alla coalizione progressista è quella di avere un polo liberale, repubblicano, liberista, libertario e modernizzante che abbia la forza d’incidere in una alleanza fortemente sbilanciata a sinistra. 

Nulla a che vedere, quindi, con un centro cattolico. Anche perché, ed è una riflessione nota anche ai sassi, il Ppi prima e poi la Margherita sono confluiti quasi per intero nel Partito democratico. Quasi 20 anni fa, tra l’altro. Ed è del tutto naturale che il Pd non imploda al suo interno per dar vita ad un altro polo centrista. Nè è prevista, almeno ad oggi, una fuga di massa dal Pd dei cattolici e dei centristi presenti in quel partito – che, tra l’altro, è anche in crescita elettorale – per approdare in un indistinto raggruppamento centrista. Per questi motivi, semplici ma chiari ed essenziali, la riflessione di Bettini coglie nel segno. Insomma, per dirla con altre parole, alla coalizione progressista serve una presenza simile a quella che nella prima repubblica ricoprivano partiti come il PLI e il PRI. Cioè partiti con una forte connotazione laicista, moderata e liberal/liberista che l’attuale Pd non riesce ad intercettare. 

Per non parlare, come ovvio e persin naturale, della sinistra fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis o dei populisti dei 5 Stelle. Questa è, oggi, la vera priorità e la vera emergenza per la coalizione che la segretaria del Pd sta lentamente e “testardamente” costruendo e consolidando in alternativa al centrodestra dove, com’è altrettanto ovvio, per quanto riguarda il Centro la situazione è molto più semplice perché esiste un solo partito centrista che è Forza Italia. Oltretutto, come ci dicono quasi tutti i sondaggisti, lo spazio elettorale del Centro non è affatto illimitato. Il 7,6% ottenuto alle elezioni del 2022 con l’ormai famoso ‘Terzo polo’ poi miseramente fallito, fu possibile perché, come ripete sempre la Ghisleri, si trattava di un Centro che si è presentato in autonomia rispetto ai due schieramenti maggioritari.

Un’eventuale alleanza, nel caso specifico con la coalizione di sinistra, avrebbe un risultato molto diverso proprio perché non si tratterebbe più di un progetto politico autonomo ma semplicemente parte di una coalizione. Comunque sia, e come sempre, la riflessione di Bettini è del tutto calzante e pertinente. E fa discutere.

L’eredità invisibile: ciò che impariamo dai nostri genitori

Ho un lontano ricordo di quando – in una pausa lavorativa (il mio ufficio era a due passi dal Duomo di Milano) – aggirandomi tra tavoli e scaffali al primo piano della libreria Rizzoli in Galleria, ebbi la fortuna di incrociare Enzo Biagi, che, a pochi metri da quella esposizione, aveva un suo ufficio (che chiamava “la bottega”). Grazie all’intercessione della sua segretaria, la signora Pierangela, riuscii a farmi ricevere e a intrattenermi con lui per una mezz’ora, conversando sui temi dei suoi articoli e dei suoi libri. Ero sorpreso io stesso dalla sua ospitalità e, “molti anni dopo” (come scriverebbe García Márquez), ricordando quel primo incontro con il famoso giornalista e intervistando poi Rita Levi Montalcini, Ettore Scola, Pupi Avati, Giulio Andreotti, Milva Biolcati, Alda Merini, il card. Carlo M. Martini, il suo “amico speciale” card. Ersilio Tonini e altri testimoni del nostro tempo, mi radicai in un convincimento che non ho più abbandonato: i veri “grandi” sono persone semplici, perché ti mettono a tuo agio e si fanno capire, fino a scambiarsi le reciproche inadeguatezze, come mi ha insegnato Pupi.

 

Durante quella piacevole conversazione, chiedendo a Biagi che cosa aveva conservato tra i suoi ricordi degli incontri con i potenti della Terra, ricevetti una risposta disarmante (che avrei letto poi, un giorno, più articolata nella prefazione del libro di Susanna Tamaro Va’ dove ti porta il cuore):
“Di tutto ciò che ho conosciuto e imparato nella mia vita, ciò che considero veramente importante sono quei tre o quattro insegnamenti ricevuti dai miei genitori”.

Tante cose sono accadute intorno a me da allora. Alcune mi hanno forgiato, altre solo illuso. Ho conosciuto molte persone e ho sempre cercato le spiegazioni della vita negli altri e nelle relazioni umane. Se uno riannoda il gomitolo della propria esistenza, ci sono impressioni, suggestioni, emozioni, insegnamenti, esperienze che restano impresse, anche se lontane e a volte casuali. Episodi che si appalesano come presenti, mettono a fuoco dettagli che fanno parte della nostra riservata intimità, perché è sempre utile rivisitare il passato.

Tutto concorre a formare convincimenti: l’esperienza è fatta di corse, di soste, di bivi di fronte ai quali si deve scegliere. Ed è proprio vero, verissimo, che, anche se fisicamente non si torna indietro, il ricordo e la memoria sono gli scrigni preziosi a cui, consapevolmente o meno, attingiamo. Sono la sedimentazione del passato che si materializza come in un flash e ci fa capire che la vita è breve e imponderabile, e che aveva ragione Biagi a ricordare gli insegnamenti appresi in famiglia come fonte di verità per la vita.

Viene da chiedersi, guardandosi attorno, come il mondo cambi in fretta, troppo velocemente, e come, in famiglia, a scuola, nella vita sociale, i sentimenti prevalenti non siano più quelle pallide rappresentazioni che riaffiorano dalla nostra infanzia e adolescenza. Quando la cronaca si supera in efferatezza e ci sorprende con fatti nuovi che occultano il bene, la solidarietà, la buona educazione ricevuta, il rispetto, vuol dire che si materializzano mutamenti oggettivi che suscitano e radicano convinzioni ed emozioni personali e soggettive che non sempre riusciamo a realizzare.

Eppure hanno ragione Andreoli, Crepet, Morelli quando, con lungimirante insistenza, ci spiegano che le emozioni e i sentimenti sono il sale della vita, l’ancora a cui ci aggrappiamo per consolidare in noi stessi la consapevolezza della nostra identità. Sono le “farfalle dell’anima”, come le chiama Giulio Maira, ricordi che si trasformano in sogni e speranze o semplicemente in nostalgie che spesso ci consolano e ci danno la forza di vivere.

È fortunato chi ha avuto un’infanzia felice: questo devono impararlo le famiglie e la scuola di oggi, per immedesimarsi nel realizzare una buona educazione, con coscienza e motivazione. Serbando gratitudine e riconoscenza per gli insegnamenti ricevuti da chi ci ha preceduti. I miei genitori sono stati certamente migliori di me, e anche io – come mi disse Biagi – sono convinto di aver appreso da loro ciò che conta davvero nella vita, quelli che un tempo venivano chiamati valori.

Ciò che oggi mi sorprende è che vengano rimossi, cancellati, messi in discussione per far posto all’effimero e al breve. La “casa” era il posto in cui ci si ritrovava, “tornando la sera delusi piano piano”, come aveva scritto Luigi Tenco nel testo della canzone Un giorno dopo l’altro. Solo molto tempo dopo ci si rende conto – assaliti dagli inganni e dalle sorprese della vita – che davvero gli insegnamenti più veri e gratuiti, affettuosi e disinteressati, erano le parole, i consigli, le raccomandazioni, i segreti, perfino i “sì” e i “no” che ascoltavamo in famiglia.

De Gasperi, la sconfitta del 1953 e il risveglio delle nuove generazioni.

Giovanni Tassani

Il risultato sfavorevole del 7 giugno è sentito come una sconfitta generazionale dai giovani Dc. Ed il clima che prevale dopo quella data approfondisce in loro l’incertezza. I partiti laici minori, da sempre oggetto delle migliori attenzioni di De Gasperi, a causa diciò più volte oggetto degli strali dossettiani, gli volgono ora le spalle. In primis Saragat, che avrebbe voluto stabilire in legge un premio di maggioranza anche più alto per contrattare poi da posizioni più forti con i socialisti nenniani una futura riunificazione. Lo spirito democratico e liberale di De Gasperi vorrà cancellare la legge maggioritaria, pur non passata per un pugno di voti, e su cui neppure chiederà una verifica. Restano gli echi delle propagande, a sinistra, a destra e tra i dissidenti di centro, circa una “legge truffa” con cui la Dc avrebbe voluto ridurre gli spazi di democrazia nel Paese: l’esatto contrario di quanto sostenuto da De Gasperi e dai gruppi giovanili del suo partito. De Gasperi non otterrà la fiducia, il 28 luglio, su un suo VIII governo, monocolore, grazie proprio all’astensione dei partiti centristi minori, suoi ex alleati. Piccioni, incaricato da Einaudi, rinuncerà per contrasti sui dicasteri con gli stessi minori. Passerà infine, quasi a fine agosto, un monocolore Pella, votato anche dai monarchici e con astensione del Msi e del Psdi. Fanfani sostituisce Scelba agli Interni, deludendo molti, anche tra quelli che avevano compreso il suo precedente ingresso all’Agricoltura, motivato come sostegno alla riforma agraria iniziata da Segni. Un quadro dunque molto diverso da quello auspicato da De Gasperi e dai gruppi giovanili.

 

Il primo sintomo di crisi tra i giovani è l’incerto procedere di “Per l’Azione”, che nel corso dell’anno si arenerà. Nonostante l’acquisizione di molti nuovi elementi nel quadro nazionale, comincerà a porsi il problema dell’inserimento nel partito adultodei cosiddetti “senatori”: l’inserimento come – davvero – “terza generazione” della Dc, che non poteva non presupporre un’integrazione positiva con la seconda generazione, ormai destinata a subentrare alla prima nella conduzione del partito e della politica italiana. Ma che non avverrà senza resistenze della seconda generazione.

Dal punto di vista culturale le acquisizioni della cultura giovanile: un’attenzione non ideologica alla storia nazionale, la curiosità sociologica per le specificità regionali e di periferia, le riflessioni sulle “strutture” politiche, economiche e giuridiche necessarie a una rivoluzione democratica, nel nuovo incerto contesto non verranno abbandonate, ma la prospettiva sarà necessariamente estesa oltre il limitato perimetro di un centro democratico che non ha dimostrato consistenza. 

Maggior attenzione verrà dedicata dalla nuova leva giovanile, ai temi che compaiono su “Lo Spettatore italiano” che dal 1951 mirava a un confronto tra eredità liberale e opposizione anche comunista e interpretava le insufficienze e le crisi del “partito cattolico”.  Lo stesso Malfatti, e Baget Bozzo, sono dapprima influenzati da quello che, con stile crociano, scrive, non firmandosi, su quella rivista, diretta da Elena Croce e Raimondo Craveri, Franco Rodano con alcuni suoi sodali restati nel Pci, ma con originalità e molta indipendenza intellettuale.

Felice Balbo ed il suo gruppo continueranno a influenzare invece, alcuni altri giovani, in primis lo stesso Baget Bozzo e Bartolo Ciccardini, ma anche di formazione Fuci, come Claudio Leonardi e Paolo Trionfi, o non Dc come Gino Giugni, con la nuova rivista “Terza generazione”, che intende riferirsi ora ad una nuova generazione italiana, oltre o accanto ai partiti, ma in un senso più ampio, quasi meta-politica e nazionale. 

Una terza esperienza, interna al partito Dc, sarà invece la fondazione articolata nel paese, ma a spinta inizialmente lombardaed emiliana, di una corrente che, staccandosi dagli adulti di Iniziativa democratica, giudicati come esperti di operazioni “di vertice”, vorrà chiamarsi “La Base”.

Tra estate e autunno 1953, dopo il colpo subito il 7 giugno, partiranno dunque nuove esperienze di giovani che conservano tutte una prossimità con l’esperienza degasperiana, che ha consentito loro un approccio alto, ispirato e in definitiva laico – nel senso di una autonomia di giudizio rispetto a Chiesa e Azione cattolica – ai problemi italiani e internazionali.

Del resto De Gasperi non appartiene al passato, è vivo e deciso a giocare un nuovo ruolo nella politica italiana: il giorno prima della fondazione a Belgirate, 28 settembre, della corrente di Base, a Roma De Gasperi è eletto segretario politico della Dc. Ottiene in CN 49 voti a favore, ma anche lo smacco di 25 schede bianche, di scontenti della sua ex maggioranza che ora gli imputanotacitamente di essersi consegnato a Iniziativa democratica.

Un De Gasperi preoccupato per il difficile cammino europeo in tema di difesa comune, e di salute indebolita, condurrà la Dc al suo V Congresso, Napoli, 26-29 giugno 1954, ove la corrente di Iniziativa democratica, con Amintore Fanfani, ormai da mesi suo leader incontrastato, e prossimo segretario politico, cambierà per molti aspetti volto e funzione alla Dc. 

De Gasperi, che aveva previsto alla ripresa di settembre incontri con i più giovani consiglieri nazionali eletti al Congresso di Napoli, muore a Sella il 19 agosto.

È già iniziata un’altra storia, ben diversa dalla precedente, anche per i giovani Dc .

 

[Si ringrazia l’autore per aver dato il consenso alla riproduzione del testo].

La Voce del Popolo | Attenersi alla sobrietà e alla misura dei padri.

L’eclissi del centro è stata un dramma per i suoi adepti e una liberazione per i suoi avversari. Sarebbe il caso dunque di rimanere per quanto possibile allineati a questo doppio registro, a seconda che si faccia il tifo per il ritorno o per la scomparsa. 

Quello che suona ingiusto, piuttosto, è quella sorta di chiacchiericcio caricaturale che accompagna puntualmente ogni dibattito su queste vicissitudini. Il centro è stata una storia, ma non una moda. Come storia conserva una sua paradossale attualità, e chiunque ne abbia fatto parte sa che alcuni di quegli argomenti e di quei costumi prima o poi ritorneranno come sempre è accaduto nelle vicissitudini del nostro paese. 

Ma appunto per questo occorre sempre mantenersi a prudente distanza dal culto dell’attualità. Che è il terreno più insidioso per quanti si sforzano di ragionare per quanto possibile sulla lunghezza d’onda della storia. Anche per questo si vorrebbe suggerire ai protagonisti futuri di questa vicenda di attenersi alla sobrietà e alla misura che è stata propria dei loro (e nostri) padri. 

Un registro che non sembra aver appassionato più di tanto gli eroi eponimi del terzo polo appena dismesso. Ma che fatica a suggestionare anche gli ipotetici successori di cui si parla in questi giorni. 

A tutti loro viene spontaneo rivolgere un augurio di buon lavoro. E insieme l’affettuoso consiglio di non farsi troppo abbagliare dalle luci della ribalta. Quelle luci che ora brillano sul capo dei protagonisti dedicati alla reciproca radicalizzazione. E che diventeranno più soffuse non appena cambierà l’ordine del giorno della nostra contesa politica.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 19 dicembre 2024.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

A destra preoccupa la formazione di una nuova Margherita

Quanto potrebbe essere decisiva la nascita di un partito capace di riconquistare lo spazio politico che fu occupato, prima della costituzione del PD, dalla Margherita, il partito guidato da Francesco Rutelli una ventina d’anni fa, lo testimonia il duro attacco mosso a Romano Prodi dalla Presidente del Consiglio nel corso del suo sguaiato comizio a chiusura della festa di Atreju.

Lo ha riconosciuto su il Giornale Augusto Minzolini, osservatore di lungo corso della politica nazionale, non certo imputabile d’essere un amico del centrosinistra. “L’obiettivo della Meloni – ha scritto – è semplice: evitare che il campo largo si doti di un’area moderata, di un centro alla destra del PD”. Prodi infatti da qualche tempo si è reso conto, e ha con onestà intellettuale cominciato a dirlo in chiaro, che il PD nella versione Schlein se da un lato ha riconquistato uno spazio elettorale a sinistra frenando l’emorragia di voti verso i 5 Stelle, dall’altro ha lasciato completamente scoperto lo spazio del centro, posta l’oggettiva emarginazione nel partito della sua componente riformista e in particolare di quella di provenienza popolare. E dunque quello spazio deve essere riempito.

La Premier è un politico a tutto tondo e ha colto subito la pericolosità dell’idea, decidendo così immediatamente di picconarla. Molto meglio per lei uno scontro diretto con Schlein impostato sull’identitarismo che un rischioso confronto con qualcuno in grado di parlare anche ad un elettorato non ideologico, non radicale, avulso dagli eccessi verbali e dalle troppo esibite manifestazioni di parte. Un elettorato che in una qualche misura (non ancora facilmente quantificabile, ma certamente non irrisoria) si è rifugiato nell’astensionismo e che in altra misura, pure essa da definire meglio ma non minuscola, sta guardando a Forza Italia e quindi a destra e non a sinistra.

Secondo il suo stile prudente e nei suoi modi felpati anche Paolo Gentiloni, in una lunga intervista concessa al direttore de il Foglio, ha proposto il tema, valutando “fondamentale” il contributo che potrebbe apportare l’area politica associabile a quell’esperienza “che per alcuni anni facemmo e che si chiamava Margherita”.

Una qualche soddisfazione per chi, come lo scrivente, ritiene ormai da tempo una necessità inderogabile la ricostruzione di un nuovo centro-sinistra dopo la vittoria del destra-centro alle politiche del 2022 e dopo il cambiamento strutturale intervenuto nel PD a partire dalle primarie del febbraio 2023. “Al centrosinistra manca il centro. Uno spazio da occupare”, scrivevo qui lo scorso giugno. Ma, al di là della soddisfazione, che a ben poco serve, la questione è reale e fa piacere che inizi ad essere considerata con attenzione.

Ma non è di facile soluzione. Occorre esserne consapevoli. Soprattutto se prima ancora di cominciare il lavoro ci si divide sui nomi, come se la disastrosa e negativa esperienza del duo Calenda-Renzi non avesse insegnato alcunché. Ho trovato da questo punto di vista, ad esempio, assai sgradevoli le affermazioni del sindaco di Milano circa la presunta scarsa popolarità di Ernesto Maria Ruffini: a fronte di un progetto politico serio e di enorme importanza, e proprio per questo di assai complicata attuazione, deve prevalere la solidarietà fra le persone che si propongono di interpretarlo. Di più: che dovrebbero costruire le condizioni per la sua realizzazione concreta sul territorio e fra la gente comune, impegnandosi dunque – piuttosto che in sterili diatribe sul possibile leader – nella definizione del progetto, delle sue derivazioni programmatiche e, soprattutto e prima di tutto, del suo perché. Un perché ambizioso nei suoi termini ideali, in quanto motivato da un impegno solidale per il bene collettivo; e pure nei suoi termini politici, in quanto determinato a divenire decisivo, con un dato quantitativo importante e non certo da “cespuglio” (altrimenti a ben poco servirebbe) per far tornare il centro-sinistra alla guida del Paese. Come lo fu con Prodi. Meloni lo ha capito bene, avendo fiuto politico. Chissà che, finalmente, lo comprendano anche quelli che dovrebbero esserne gli attori protagonisti.

Da Atreju al Parlamento: nervosismo e alterigia della Premier.

L’appuntamento di Atreju poteva anche essere un’occasione di incontro e di dibattito politico, se solo qualcuno avesse avvisato l’on. Meloni che da oltre due anni non è più all’opposizione. Ma evidentemente, presi da altri problemi, gli organizzatori hanno dimenticato di avvisarla. Peccato, perché le scene di isterismo allequali abbiamo assistito sono state davvero squallide; uno spettacolo messo in scena per giustificare le sue piroette politiche evitando accuratamente di parlare delle questioni che stanno mettendo in difficoltà tanti cittadini ed il sistema produttivo italiano.

Da due anni la produzione industriale è in continua diminuzione e diversi gruppi industriali stanno scappando dall’Italia a causa del progressivo deterioramento delle condizioni economiche e di mercato del nostro Paese.

Bisogna aver chiaro che se oggi l’Italia non è ancora ufficialmente in recessione con un PIL che si mantiene di poco sopra lo zero (tra lo 0,4 e lo 0,5) è solo grazie al trascinamento degli investimenti generati dal fondo Next Generation UE (PNRR) messo in campo dall’Unione Europea all’indomani della pandemia; grazie quindi a quel fondo di sostegno contro il quale – irresponsabilmente – votarono gli esponenti di Fratelli d’Italia nel Parlamento europeo.Senza gli investimenti generati dal PNRR oggi il nostro PIL sarebbe sicuramente inferiore allo zero, con un numero preceduto dal segno negativo.

Ma quel fondo non è eterno, deve comunque essere utilizzato in modo efficiente e soprattutto non può risolvere tutti i problemi che derivano da scelte sbagliate di politica economica e industriale.

La Legge di bilancio che sta per essere varata dal governo è un palese atto di iniquità sociale e politica, soprattutto perché viene calata nella cornice di un paese che si sta di fatto avviando verso una fase di recessione economica dagli esiti imprevedibili.Bisogna svegliare “Giorgia” dal sogno nel quale vede un’Italia senza problemi. Qualcuno gli dovrebbe spiegare che se governi è assolutamente inutile (oltre che di pessimo gusto e di scarsaeducazione) attaccare e urlare contro avversari politici, giornalisti e uomini di cultura; perché se le cose vanno male l’onore e l’onere di intervenire è in capo a chi governa. Gettare continuamente del fumo negli occhi degli italiani non è un modo per rispettarne la loro intelligenza. Ma di fronte ai fallimenti dell’azione di governo (pasticcio dell’Albania con sperpero di risorse pubbliche, assenza di politiche culturali, aumento della povertà, perdita di potere d’acquisto, tagli alla sanità pubblica, aumento degli stipendi ai ministri camuffato da rimborsi-spese) la Presidente del Consiglio sceglie la strada dell’arroganza e delle manganellate virtuali (almeno speriamo!) e con gli occhi fuori dalle orbite accusa di isterismo persone miti e riflessive come Romano Prodi e Mario Monti (colpevoli per aver osato criticarla), che a tutto lasciano pensare fuorché ad isterismi. La situazione del Paese sta diventando sempre più critica e il crescente nervosismo della Meloni segnala il fatto che questa condizione sia ormai abbastanza chiara anche a lei stessa.