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Nuove norme UE: la digitalizzazione aiuterà l’accesso alla giustizia

Il Parlamento europeo ha adottato due proposte, che hanno lo scopo di rimodernare il sistema giudiziario nell’UE. Queste aiuteranno a ridurre i ritardi e ad avere maggiore certezza giuridica e un accesso alla giustizia più economico e più semplice per gli utenti.

Le nuove norme svilupperanno diverse soluzioni digitali sull’assunzione delle prove e per la comunicazione degli atti oltreconfine, grazie a una cooperazione più efficiente tra i tribunali nazionali dei diversi stati membri dell’UE.

Il sostegno alle tecnologie di comunicazione a distanza agevolerà infatti un’assunzione più veloce delle prove con un costo minore. In caso di un processo oltreconfine, per esempio, non sarà più necessaria la presenza fisica dei testimoni, che potranno essere ascoltati in videoconferenza.

Verrà creato un sistema informatico decentralizzato per riunire i diversi sistemi nazionali: i documenti e gli atti potranno quindi essere scambiati elettronicamente in modo immediato e più sicuro. Le nuove norme includono anche delle disposizioni supplementari per proteggere i dati personali e la privacy degli utenti durante la trasmissione della documentazione richiesta e durante l’assunzione delle prove.

Semplificando le procedure e offrendo maggiore certezza giuridica a cittadini e imprese, le nuove norme stimoleranno i singoli e le aziende a impegnarsi in transazioni oltreconfine e di conseguenza contribuiranno a rafforzare non solo la democrazia ma anche il mercato unico.

Povertà educativa: 15 milioni di euro con l’avviso “Educare in comune”

ll Dipartimento per le Politiche della Famiglia ha pubblicato oggi l’Avviso “EDUCARE IN COMUNE”. Quindici milioni di euro per promuovere l’attuazione di interventi progettuali, anche sperimentali, per il contrasto della povertà educativa e il sostegno delle opportunità culturali, formative ed educative dei minori.

“L’Avviso – spiega la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti – nasce con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e l’esclusione sociale dei bambini e dei ragazzi del nostro Paese, in un momento in cui l’emergenza sanitaria da COVID-19 ha acuito le disuguaglianze e messo a nudo le fragilità e i divari socioeconomici preesistenti. Sostenere e accompagnare la crescita delle nuove generazioni, ancor di più in questo tempo inedito, è e deve essere obiettivo condiviso: si tratta di promuovere modelli e servizi di welfare di comunità, consolidando le esperienze già presenti nei nostri territori e sostenendo il lavoro dei comuni italiani. Lavorare in sinergia e in rete è l’arma che abbiamo per contrastare un fenomeno di isolamento e di esclusione sociale che la pandemia rischia di aggravare”.

I comuni, in qualità di unici beneficiari del finanziamento, potranno partecipare singolarmente o in forma associata, nelle modalità individuate dal D.lgs. n. 267/2000 “TUEL – Testo unico degli enti locali”, anche in collaborazione con enti pubblici e privati.

Le proposte progettuali, promosse dai Comuni, dovranno valorizzare lo sviluppo delle potenzialità fisiche, cognitive, emotive e sociali dei bambini e degli adolescenti, e prevedere interventi e azioni in linea con gli obiettivi della Child Guarantee.

Tre le aree tematiche oggetto di finanziamento:

  1. Famiglia come risorsa;
  2. Relazione e inclusione;
  3. Cultura, arte e ambiente.

La scadenza dei termini di presentazione delle proposte progettuali è fissata al 1 marzo 2021. Ciascuna proposta progettuale potrà beneficiare di un finanziamento minimo di euro 50.000 o massimo di euro 350.000. I progetti ammessi a finanziamento dovranno avere una durata di 12 mesi.

Il vaccino biotech Moderna efficace per oltre 1 anno

Andrea Carfì, il chimico italiano a capo del team di ricercatori dell’azienda biotech Moderna, sul prodotto-scudo anti Covid-19 sviluppato dalla società americanaha dichiarato: “Non abbiamo ancora tutti i dati sulla durata della copertura, ma gli anticorpi presenti nei volontari lasciano pensare che la copertura del vaccino durerà per più di un anno”.

“A metà dicembre arriverà l’autorizzazione per l’uso del vaccino negli Usa, in Europa a gennaio”

Intanto dieci milioni di dosi sono già state prodotte.

Quanto all’approvazione Gb per il vaccino anti-Covid di Pfizer/Biontech, “la Gran Bretagna ha un’Agenzia regolatoria diversa e autonoma rispetto all’Ema” europea, quindi “quello che è accaduto è normale. E comunque ha anticipato di poco i tempi: negli Stati Uniti l’approvazione” del vaccino “Pfizer ci sarà tra una settimana”.

Valéry Giscard d’Estaing: “Dobbiamo conoscere il parere e ascoltare i suggerimenti dei protagonisti dell’Europa del 2020”.

In ricordo della figura di  V. Giscard D’Estaing presidente della convenzione europea, pubblichiamo un estratto del discorso tenuto alla sessione inaugurale della convenzione dei giovani (Bruxelles, 10 luglio 2002)

Perché questa Convenzione dei giovani?

Siamo stati incaricati di proporre la struttura dell’Europa del futuro. Siamo consapevoli del fatto che la costruiamo principalmente  per voi.

 Voi siete il futuro dell’Europa !

Pertanto, riteniamo fondamentale conoscere il parere e ascoltare i suggerimenti dei protagonisti dell’Europa del 2020.

Essa vi apparterrà. Sarete voi ad abitarla, a lavorarvi, a farla vivere e sicuramente farla evolvere ancora di più.

Sarà un’Europa diversa da quella che noi abbiamo conosciuto e immaginato inizialmente.

Essa si inserirà nella continuità del progetto iniziale, audace e coraggioso se si pensa alle circostanze in cui è stato lanciato, ma dovrà adattarsi a nuovi elementi.

Il progetto degli anni Cinquanta era quello di offrire la pace e la riconciliazione al nostro continente. Era anche quello di creare un mercato comune, abbattendo le barriere commerciali che esistevano ovunque, mercato che avrebbe costituito una tappa verso una progressiva unione dell’Europa.

Sono tempi ormai lontani. Eppure, potete ancora scorgere a breve distanza da voi – una o due generazioni – stupefatti di vedervi riuniti qui, i membri della vostra famiglia che hanno conosciuto i momenti critici della vecchia Europa. Ne sono stati i testimoni e, spesso, le vittime. 

Il cammino percorso in cinquant’anni è straordinario!

L’idea di una guerra tra paesi europei, che riempisse i libri di storia e i cimiteri, è stata scacciata dagli animi, eliminata, sradicata.

In Europa regnano la pace e la riconciliazione. Ne siete i testimoni, meritano il vostro applauso !

L’Europa si è dotata di un Parlamento eletto a suffragio universale, che oggi vi accoglie; di una Commissione il cui ruolo è quello di esprimere il bene comune dell’Europa, di un Consiglio che riunisce, a scadenze fisse, i Capi di Stato e di governo per definire i grandi orientamenti politici.

 Infine,  la  maggioranza   dei   cittadini   europei   dispone,   dal 1º gennaio, di una moneta unica, che avete in tasca, in quantità troppo modica, mi direte forse!

Tutto bene, a quanto pare. Allora, perché spingersi oltre? Perché l’Europa è cambiata.

E perché anche il mondo è cambiato.

L’Europa si è allargata.

Siamo partiti da un piccolo gruppo di Stati fondatori, situati nell’Europa occidentale, rappresentati da membri della Convenzione dei giovani in questo emiciclo.

Questo nucleo si è ampliato per tappe, passando da sei a quindici Stati.

Successivamente, dal 1990 il crollo dell’impero sovietico ci ha fatti entrare in una nuova epoca: quella dell’unificazione, divenuta infine possibile, del continente europeo!

La nostra Convenzione riunisce i rappresentanti di tutti gli Stati membri e di tutti i paesi candidati.

È la sola istituzione dell’Unione europea dove essi lavorano fianco a fianco. 

Noi li accogliamo a braccia aperte: vi chiedo di applaudirli!

Quest’Unione europea allargata, di circa 500 milioni di abitanti, costituirà il terzo agglomerato umano del pianeta, dopo la Cina e l’India.

Sarà anche un agglomerato molto diversificato, con i suoi numerosi idiomi, le sue culture, i suoi stili di vita, le sue legislazioni e, perlomeno nella fase iniziale, i suoi differenti livelli di sviluppo economico.

Nessuno deve sottovalutare le difficoltà della sfida posta dall’organizzazione, sostenibile e democratica – e senza precedenti nella storia! – di un’Unione di più di 25 Stati, ciascuno caratterizzato da una propria identità storica.

Le istituzioni e gli strumenti d’azione di questo grande agglomerato, che subiscono in pieno “l’effetto numero”, hanno bisogno di essere adattati per divenire più comprensibili, più efficaci e  più democratici. 

È il primo compito della nostra Convenzione.

Ma il mondo è anch’esso cambiato!

La globalizzazione, prodotta dall’istantaneità delle comunicazioni, dalla rapidità degli spostamenti e dall’intensificazione degli scambi, esercita una forte pressione sul nostro stile di vita, sulla localizzazione delle nostre attività, sulla nostra cultura e sui nostri sistemi sociali. Essa ci impone un regime gravoso di pensiero unico. Facendo crollare le frontiere, ci fa visualizzare al tempo stesso opportunità e rischi.

Citerò due esempi:

Un esempio di opportunità: nel marzo scorso mi sono recato a Shanghai con un volo regolare senza scalo su un aeromobile di fabbricazione europea – il risultato sarebbe stato impensabile trenta anni fa, visto che nessun paese europeo, neanche il più grande, avrebbe potuto realizzarlo da solo.

Un esempio di rischio: assistiamo quotidianamente  alla criminalità transnazionale e alla tratta mafiosa di donne, bambini e immigrati clandestini, ai quali si propone di comprare il proprio paradiso. La lotta a questi traffici è impossibile se le azioni giudiziarie si bloccano alle frontiere.

In questo mondo in cui l’organizzazione diviene continentale, come può l’Europa far sentire la sua voce, esprimere il suo messaggio e difendere i suoi interessi?

Sicuramente non agendo in ordine sparso.

Se l’Europa ha un messaggio da comunicare, un’esperienza di libertà e di tolleranza da diffondere e una solidarietà da condividere, non può farlo che esprimendosi all’unisono sulla scena internazionale.

Pertanto, come organizzare la presenza dell’Europa nel mondo?

È il secondo compito della nostra Convenzione.

Ecco qual è la posta in gioco della Convenzione europea ed ecco perché abbiamo bisogno di voi. 

Siete qui per illuminarci.

Ci serve la vostra fantasia e la vostra libertà di pensiero.

“Il vero tesoro dell’uomo è la verde gioventù”, ha scritto il poeta Ronsard.

Potrete condurre i vostri lavori come meglio credete.

Le uniche regole sono la tolleranza e la libertà d’espressione.

I membri della Convenzione che vi hanno designati vi  hanno voluti diversi: per origine nazionale, per lingua e anche per esperienza professionale.

Molti di voi sono studenti, ma altri sono impegnati nella vita attiva come artigiani, impiegati o educatori.

Perché il vostro messaggio sia autentico, siamo venuti a cercarvi nel tessuto vivo della società. Abbiamo fissato un limite di età, dai 18 ai 25 anni, per porre ciascuno di voi su un piano di parità.

Fra i giovani, le donne sono un po’ più numerose degli uomini, e questo mi sembra ottimo.

 Quel che ci aspettiamo da voi è che esprimiate con forza la vostra convinzione personale, quella che avete in testa o che nutrite nel cuore, e non la ripetizione di vuoti slogan.

 Che cosa vi aspettate dall’Europa?

Come immaginate che sia organizzata? Che ruolo deve avere l’Unione? E gli Stati membri? E le collettività locali?

Quali sono i difetti che l’Europa deve correggere e quelli che deve evitare?

Quale deve essere il suo posto nel mondo?

Deve darsi gli strumenti per assicurare la propria difesa?

Diteci quel che vi aspettate dai nostri lavori e consigliateci su come far progredire la nostra Convenzione.

Quando aprii i lavori di questa Convenzione, invitai i suoi membri a sognare e a far sognare l’Europa.

L’espressione può far sorridere, ma il messaggio è stato compreso. È quel che chiedo anche a voi oggi!

Il dono del sogno, questa forza meravigliosa che trasforma in un istante il mondo, è un privilegio della gioventù. 

Se sessant’anni fa si fossero riuniti giovani britannici, tedeschi, francesi o olandesi, il loro sogno sarebbe stato la pace. Oggi questo sogno è una realtà.

Se vent’anni fa si fosse chiesto ai giovani cechi, ungheresi, lettoni o polacchi che cosa sognavano, avrebbero risposto la libertà,

l’indipendenza dei loro paesi e la fine della divisione dell’Europa. Anche tutto questo oggi è diventato una realtà.

Diteci qual è il vostro sogno per i prossimi vent’anni !

Sapete che dobbiamo preparare un documento per il futuro, una Costituzione o, se si preferisce, un Trattato Costituzionale per l’Europa.

Aiutateci a trovare lo slancio necessario per scriverlo! Diventate al  nostro fianco costruttori del sogno!

Siete voi i cittadini dell’Europa del futuro.

E  allora  cominciate  adesso,  qui,  a  esercitare  i  vostri  diritti  e doveri.

È con gioia che vi cedo la parola.

 

Diamo contenuto e respiro alla suggestione del centro extraparlamentare

Ho trovato molto lucido l’articolo di Lucio D’Ubaldo sul “centro extra parlamentare” e stimolanti gli interventi che lo hanno ripreso sul Domani d’Italia.

Del resto, sono tanti i “valori della politica” che oggi vivono – o cercano di vivere – in una dimensione “altra” rispetto al Parlamento ed alla sfera ufficiale della rappresentanza politico-istituzionale.

La crisi della rappresentanza (e della democrazia) sta in gran parte proprio qui.

Personalmente ritengo che ciò abbia avuto inizio nella drammatica interruzione del tentativo di riforma della politica e delle istituzioni a cavallo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso.

Aldo Moro e Roberto Ruffilli ne sono i principali martiri. Ciriaco De Mita e Bettino Craxi (con visioni assai diverse e contrastanti: purtroppo, oso affermare) hanno cercato invano di trovare poi un pertugio difronte alla galoppante crisi di sistema.
È in quel tragico periodo che nasce il crescente scarto tra sistema politico e società italiana.
Da lì in poi si è cercato certo di trovare sbocchi innovativi.
Ma gli sforzi, anche nobili, sono stati tutti pensati più sul piano delle regole elettorali ed istituzionali che non su quello decisivo della riforma della politica e della sua intrinseca capacità di rappresentanza.

Gli effetti della globalizzazione, la crisi finanziaria del 2008/2010, le innovazioni della tecnologia digitale con il loro effetto demolitorio delle antiche categorie di spazio e di tempo; la crescita delle disuguaglianze dovuta alla crisi del compromesso europeo tra mercato e democrazia e, da ultimo, la Pandemia (che non sarà l’ultima) hanno solo accelerato e fatto esplodere una fragilità strutturale che, appunto, viene da un tempo remoto. Non è frutto della sola desolante inconsistenza della politica attuale.
Ha ragione Lucio: non è lontano il tempo del “rimescolamento delle carte”. Così il sistema non può reggere a lungo.

Ma tale rimescolamento delle carte non necessariamente sarà all’insegna di una svolta positiva.

Tra le molte cose che stanno oggi in una dimensione “extra parlamentare” vi è anche un carico sempre più consistente di rabbia, delusione, sfiducia, spaesamento, egoismo, voglia di tutto e subito, rifiuto dei vincoli della solidarietà e delle regole.

Così come “il sonno della ragione genera mostri”, il sonno della “Politica” genera alla lunga inimicizia sociale, pregiudizio, sclerosi dello spirito di comunità.

Non è detto che questo rimescolamento delle carte non travolga i nanetti di oggi in favore di “uomini forti”, ai quali affidare una insana speranza: quella di chi è disposto a barattare libertà con presunta sicurezza.

Ricostruire un “baricentro” democratico nella politica italiana è l’unico antidoto contro questo rischio mortale e al tempo stesso contro il declino economico e finanziario del Paese.
Ma, appunto, ciò deve avvenire con un percorso di “Base”. (Non cito questo termine a caso: il movimento messo in atto da Marco Bentivogli mi pare un contributo di grande interesse.)
Ma penso anche alle tante realtà spesso poco conosciute e valorizzate che nelle diverse comunità (civili, sociali ed anche economiche) e nei territori reagiscono al vento che tira e coltivano spazi di condivisione, di impegno, di formazione e di vera “politica”.
Lo stesso invito, con Andrea Olivero, l’abbiamo più volte espresso agli amici di Insieme.
I territori sono “produttori”, non solo “consumatori” di politica. Non più.
Lasciamo che i morti seppelliscano i morti. E pensiamo invece ai vivi.

I popolari di ispirazione cristiana devono sentire l’imperativo morale e politico di dare il proprio irripetibile contributo a questa ricostruzione del “centro/bari-centro”.

Sapendo che non sono più proponibili bandierine auto referenziali; servono linguaggi e strumenti nuovi; la nostalgia è fuori dal tempo presente; si impone un coraggioso investimento su classi dirigenti giovani e su nuovi paradigmi, tanto “rivoluzionari” nei contenuti e nei metodi, quanto “moderati” nella compostezza del rispetto istituzionale e ispirati a “mitezza” intesa come senso del limite della politica.

E sapendo che, da soli, non possono essere all’altezza dei propri doveri: il loro seme deve essere piantato in un campo plurale capace di far germogliare assieme i semi di altre culture vicine alla loro e anche quelli di sensibilità inedite, come la tensione al vero “umanesimo” ecologista al quale esorta Francesco.

Partiamo dalla felice espressione di Lucio sul “centro extra parlamentare”. Assumiamolo non come notizia di marginalità, ma come cifra di potenziale vitalità.

La politica nasce e si rigenera nella società, non nelle Istituzioni: in esse, porta il frutto di una “simbiosi col popolo” che nessuna congettura di Palazzo e nessuna alchimia tattica possono sostituire. O c’è o non c’è.

Per questa ragione torno sul punto. Serve un “soggetto politico-comunitario” che dia forza e visibilità ai “popolari di ispirazione cristiana” e serve un “soggetto politico-elettorale” plurale e condiviso con chi ha la nostra stessa lettura delle cose, che dia forza e novità ad un “baricentro” capace di smascherare il devastante nulla dei populismi; di disinnescare la spinta alla “post democrazia” che la destra sta coltivando da tempo; di costruire una vera “nuova coalizione” per trasformare il Paese senza rinunciare ai valori della condivisione, dell’Europa e della democrazia comunitaria.

Il procuratore generale William Barr affonda la campagna denigratoria di Trump

Il procuratore generale William Barr ha inferto il colpo più temibile alla campagna di disinformazione orchestrata da Trump dopo le elezioni.

Parlando non più come avvocato personale del presidente, ma come arbitro neutrale della giustizia, ha dichiarato che il suo Dipartimento ha cercato frodi elettorali significative, ma non ne ha trovate.

Trump ha subito ripetute e imbarazzanti sconfitte in tribunale . E i governatori repubblicani e i segretari di stato hanno certificato risultati che dimostrano la chiara sconfitta.

L’esposizione in prima persona di Barr rappresenta, così, il fallimento finale del tentativo spesso riuscito di Trump di armare il Dipartimento di Giustizia come un’arma politica personale e potente.
Brutta notizia che arriva in un momento chiave per l’ex presidenza.

Infatti ormai è  diventato chiaro che l’uscita del presidente dalla Casa Bianca sarà accompagnata dalle stesse nuvole di scandali, imbrogli costituzionali e mosse legali politicizzate che hanno plasmato la presidenza più dirompente dei tempi moderni.

Un effetto a catena immediato dopo le osservazioni del procuratore generale sarà quello di far sembrare ancora più falsi i senatori repubblicani, incluso il leader della maggioranza Mitch McConnell, che si rifiuta di riferirsi a Joe Biden come presidente eletto.

Cisl Medici Lazio: vicini allo Spallanzani e al prof. Giuseppe Ippolito

La Cisl Medici Lazio e il suo segretario generale Luciano Cifald hanno espresso  il proprio apprezzamento al  direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito, che ha chiesto ai media “di far parlare meno di Covid-19, perché continuano a parlare persone che lo fanno senza avere cervello sufficiente o perché sono prezzolati. C’è gente infatti che si fa pagare per andare in televisione così come c’è chi si raccomanda ai giornalisti pur di andarci”. Ed ha aggiunto che  “continuiamo a dare tanto spazio a notizie non sempre univoche. La gente non sa cosa deve fare. Ci vuole rispetto e responsabilità”.

L’autorevolezza di Ippolito è ben nota. Rarissime le sue esternazioni, e completamente assente l’autoreferenzialità nei suoi interventi pubblici.

La Cisl, inoltre, spera che il porf. Ippolito dia una mano ai cittadini a capire ciò che si muove sul pianeta “vaccino anti covid” perché è forte la confusione nei cittadini dopo averne sentite di tutto e di più sugli enormi interessi economici in ballo.

Il Covid spinge le imprese giovani in agricoltura (+14%)

In controtendenza rispetto all’andamento generale nel 2020, con la crisi provocata dall’emergenza Covid si registra uno storico balzo del 14% del numero di giovani imprenditori in agricoltura, rispetto a cinque anni fa. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle iscrizioni al registro delle Imprese di Unioncamere relative al settembre 2020 che evidenziano una vera corsa alla terra degli under 35 che abbandonano invece le altre attività produttive, dall’industria al commercio, come sottolineato da Confcommercio.

Con oltre 55mila under 35 alla guida di imprese agricole e allevamenti, l’Italia – spiega la Coldiretti –  è leader europeo nel numero di imprese condotto da giovani. E’ in atto un cambiamento epocale che non accadeva dalla rivoluzione industriale con il mestiere della terra che non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è invece – precisa la Coldiretti – la nuova strada del futuro per le giovani generazioni istruite.

Il risultato è che oggi in Italia 1 impresa su 10 condotta da giovani – continua la Coldiretti – svolge una attività rivolta all’agricoltura e allevamento per garantire la disponibilità di alimenti sani e di qualità alle famiglie italiane in un momento drammatico per l’economia e l’occupazione.

La presenza dei giovani – riferisce la Coldiretti – ha di fatto rivoluzionato il lavoro della terra dove sette imprese under 35 su dieci operano in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili.

La rinnovata attrattività della campagna per i giovani – continua Coldiretti – si riflette nella convinzione comune che l’agricoltura sia diventata un settore capace di offrire e creare opportunità occupazionali e di crescita professionale, peraltro destinate ad aumentare nel tempo. Non è dunque un caso che oltre otto italiani su dieci (82%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura secondo l’indagine Coldiretti/Ixè.

La capacità di innovazione e di crescita multifunzionale – continua la Coldiretti – porta le aziende agricole dei giovani ad avere una superficie superiore di oltre il 54 per cento alla media, un fatturato più elevato del 75 per cento della media e il 50 per cento di occupati per azienda in più. E se tra i giovani imprenditori agricoli c’è chi ha scelto di raccogliere il testimone dai genitori, la vera novità rispetto al passato – continua la Coldiretti – sono gli under 35 arrivati da altri settori o da diverse esperienze familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione.

“E’ necessario investire sull’agricoltura che è un settore strategico per far ripartire l’Italia grazie anche a un esercito di giovani attenti all’innovazione e alla sostenibilità” conclude la leader dei giovani della Coldiretti Veronica Barbati nel sottolineare che “occorre sostenere il sogno imprenditoriale di una parte importante della nostra generazione che mai come adesso vuole investire il proprio futuro nelle campagne e per questo va liberata dal peso della burocrazia che impedisce anche il pieno utilizzo delle risorse comunitarie”.

Nasce ‘Firenze Digitale’ e la culla del Rinascimento diventa smart

Formazione di base e qualificata, tutorial, divulgazione e promozione dell’uso degli strumenti digitali e di una matura cultura digitale con un palinsesto web e social dedicato. È l’obiettivo della nuova piattaforma ‘Firenze Digitale’, primo portale in Italia dedicato alle competenze digitali promosso da un comune: Firenze, con capofila l’Amministrazione comunale, diventa così la prima città italiana a organizzare e mettere in campo un programma di attività per imparare, informarsi, accedere ai servizi, promuovere cultura e competenze, mai come oggi fondamentali per cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni.

Sul portale www.firenzedigitale.it è possibile trovare video, tutorial, notizie, appuntamenti di formazione e scambio, oltre a un quiz per scoprire il proprio livello di conoscenza digitale ed essere indirizzato ai contenuti più idonei.

Il portale nasce dallo sviluppo del piano Firenze Digitale partito nel 2016 con promotore il Comune di Firenze e portato avanti grazie al lavoro congiunto di Regione Toscana, Camera di Commercio di Firenze, Confservizi Cispel Toscana e delle aziende partecipate Alia, Publiacqua, Firenze Parcheggi, Sas, Toscana Energia, Ataf, Silfi, Casa spa, Farmacie Fiorentine: le attività portate avanti fino ad oggi in forma di governance collaborativa hanno contribuito all’integrazione delle banche dati cittadine e alla creazione di servizi più efficienti.

Oggi, grazie a un incremento dei finanziamenti promosso nel 2020 dal Comune di Firenze e coadiuvato dai partner, Firenze digitale si rilancia e punta sulle competenze digitali con formazione di base e qualificata, tutorial per i cittadini, le scuole, gli anziani, le categorie e le associazioni, presentazioni e seminari, notizie su innovazione digitale e Smart city, attività di engagement con associazioni di cittadini e di divulgazione e promozione dell’uso degli strumenti digitali e di una matura cultura digitale.

Una programmazione web e social per far conoscere opportunità e nuove professioni del digitale, mettere al centro i servizi per i cittadini e le imprese, le nuove possibilità per il settore pubblico, tematiche innovative come la comunicazione e informazione pubblica digitale, i linguaggi corretti, le opportunità a disposizione della comunità. E’ solo l’inizio di un’attività che mira a essere un punto di riferimento per il territorio fiorentino e non solo e sarà aggiornata costantemente nei prossimi mesi per permettere a tutti di testare e migliorare il proprio livello di competenze digitali.

All’interno del portale è disponibile anche il quiz “Quanto sei digitale?” per misurarsi ed essere indirizzati ai contenuti più utili per l’aggiornamento. Un test provato anche dal Maestro Giorgio Vasari, protagonista del video di lancio dell’iniziativa. Firenze Digitale è stato inserito anche su Repubblica Digitale, l’iniziativa strategica nazionale promossa dal dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Alle attività e ai contenuti del portale hanno collaborato, oltre agli enti promotori: Cisco Italia; master in “Digital Transformation. Progettare e gestire l’innovazione: analisi, linguaggio e strumenti della rivoluzione digitale” dell’Università degli Studi di Firenze; Unione italiana ciechi.

Covid: La Gran Bretagna approva l’uso del vaccino Pfizer/BioNTech

La Gran Bretagna ha approvato, come primo Paese al mondo, l’uso del vaccino contro il coronavirus messo a punto da Pfizer/BioNTech. Lo rende noto la Bbc, spiegando che l’ok è arrivato dall’agenzia britannica Mhra, secondo il quale il vaccino, efficace al 95 per cento, sarà distribuito dalla prossima settimana. Entro pochi giorni, quindi, saranno vaccinate le persone considerate maggiormente a rischio e che quindi hanno la priorità.

La Gran Bretagna ha già ordinato 40 milioni di dosi, sufficienti per vaccinare 20 milioni di persone, dato che sono necessarie due iniezioni ciascuna. ”L’aiuto sta arrivando. Il sistema sanitario nazionale è pronto per iniziare le vaccinazioni all’inizio della prossima settimana”, ha scritto su Twitter il ministro alla Salute britannico Matt Hancock.

Il 2 dicembre 1970 passa la legge sul divorzio: Giulio Andreotti, argomentando le ragioni del no, rivendica alla Dc il pieno rispetto per la democrazia parlamentare.

Sono passati cinquant’anni da quel primo dicembre 1970 quando il Parlamento diede il via libera alla disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (legge 898). Per la ricorrenza riportiamo la parte conclusiva dell’intervento di Giulio Andreotti, all’epoca capogruppo della DC alla Camera. Stralcio dal quale si evince la posizione ferma e compatta della Democrazia Cristiana, che pur avendo combattuto per il no al divorzio, si schiera a difesa di uno dei pilastri della nostra convivenza civile: il Parlamento con tutte le sue prerogative e responsabilità..

Noi non facciamo il conto dei voti. Non prenderemo come nostra una frase che disse un deputato caro a tutti noi, l’onorevole Targetti quando nel 1950 si discuteva la legge che il guardasigilli, il liberale onorevole Grassi, aveva presentato alle Camere per porre fine a quella che veniva chiamata «la mecca dei divorzisti», cioè la delibazione facile presso la corte d’appello di Torino.

L’onorevole Targetti, commentando un voto del Senato, con il quale il non passaggio agli articoli era stato bocciato con 145 voti contro 121, disse: «Colleghi, ben 121 voti hanno espresso questo atteggiamento, pensateci!». Lo scarto che si è avuto al Senato ed anche qui alla Camera comparativamente non è certo maggiore.

Dovremmo dire: pensateci! Modificare leggi cosi fondamentali per il nostro paese con un colpo di maggioranza è giuridicamente lecito, e noi lo rispettiamo; noi difenderemo le decisioni del Parlamento come nostro obbligo. Guai se fosse diversamente. E abbiamo sempre protestato quando abbiamo sentito parlare da qualcuno dell’opposizione — rivolto a noi — di «vostro Governo» o di «vostre leggi».

Le leggi che escono da quest’aula sono le leggi del Parlamento italiano e noi le difenderemo, salvo a far ricorso a ciò che, nelle vie che il nostro ordinamento giuridico e la nostra Costituzione prevedono, può essere fatto per rivederle, o salvo le istanze costituzionali cui mi sono prima riferito.

Noi le difenderemo perché difendendo il meccanismo parlamentare difendiamo uno dei fondamenti della nostra convivenza civile. Non potrei però chiudere questo mio discorso, in parte frammentario e non molto ordinato, data anche l’ora, senza dire, onorevole Ballardin, che noi già ieri l’altro eravamo rimasti alquanto amareggiati per la enunciazione, contenuta nella dichiarazione di voto dell’onorevole Bertoldi, di un tipo di valorizzazione dell’autonomia del Parlamento che non può essere paradigmatamente preso come ideale.

No! Il Governo, legittimamente, per far approvare non un qualcosa che interessasse la Democrazia Cristiana, ma per far sì che fosse approvato il decreto-legge economico-finanziario ritenuto necessario per la nostra economia e per l’avvio delle nostre riforme, è dovuto venire qui, al momento giusto, quando questo era pacificamente sentito non come alterazione dei nostri equilibri ma come una necessità, oserei dire, tecnica (qui dentro quasi mai si tratta di problemi soltanto tecnici) con le sue artiglierie del voto di fiducia.

Oggi noi vediamo la <<pattuglietta>> temporanea di un Governo che si deve rimettere all’Assemblea; <<ma questa deve essere una eccezione>>. Quello che noi vogliamo come vitalità del Parlamento, come dialogo, come partecipazione di tutti noi alla formazione delle leggi e delle decisioni non esclude il Governo: noi vogliamo che possa essere arricchita, da questo lavoro dell’Assemblea, l’esperienza e la posizione del Governo.

Siamo stati anche spiacevolmente colpiti da alcune altre frasi che sono state dette, ma — me lo consenta, onorevole Ballardin (non voglio assolutamente più polemizzare con l’onorevole Bertoldi) — ella ha detto cose che a me sembrano molto gravi e che noi non accettiamo. Ella ci ha detto che la Democrazia Cristiana è capace solo di guidare, di seguire — lo ha detto anche come un augurio — la crescita del popolo italiano.

Ebbene, noi non accettiamo questa valutazione che è stata data del ruolo della nostra parte politica. Voi oggi legittimamente, dal vostro punto dl vista, innalzate la bandiera di una vittoria cui date il nome di «riforma», una vittoria che porta Il vostro sigillo.

Ma lasciate che vi diciamo che siamo stati più orgogliosi di fare senza di voi nel 1950 — In attesa di poter fare con voi e con gli altri partiti governativi altre serie riforme — quella riforma agraria che non otteneva, come ottiene questa vostra riforma di oggi, gli applausi  di un certo tipo di alta borghesia che sta aspettando, forse senza molta preoccupazione dell’ora, perché non deve andare a lavorare questa mattina, l’epilogo di questa nostra discussione.

La mia conclusione è questa. Vi è stata una alterazione di posizioni. Se è vero, come è vero, che un anno fa l’onorevole Fortuna, commentando (ovviamente, lieto) l’approvazione data dalla Camera al suo progetto di legge, diceva: «Non si tratta di un progetto di legge sul divorzio, è solo un modo di regolare alcuni casi», è vero anche che nella discussione successiva non soltanto non si è più parlato di «regolare alcuni casi», ma si è esaltata l’introduzione del divorzio nel nostro ordinamento, come una conquista che porrebbe il nostro paese sullo stesso piano delle altre nazioni civili; si è parlato — con una retorica che veramente credevamo superata — addirittura dl una seconda breccia di Porta Pia. Tutto questo durerà (possiamo ben dirlo) lo spazio di un mattino.

Quello che conta è che i dati positivi che sono emersi da questa discussione, ed in parte anche da quella che l’ha preceduta, non vengano dispersi, onorevoli colleghi, perché il nostro compito non è quello di ricercare ciò che ci divide, ma è quello di ricercare ciò che, su linee chiare di una politica democratica, ci possa unire.

Noi sentiamo che questo è il nostro dovere. Potremo essere criticati per non aver saputo far meglio in questa vicenda, ma nessuno ci potrà mal criticare per non aver difeso o per avere attentato alla limpida funzionalità delle istituzioni parlamentari.

Una Camaldoli per tutti i cattolici popolari? Ottima proposta.

Ettore Bonalberti, un sincero e caro amico dai tempi della sinistra sociale Dc di Donat-Cattin, ha  fatto di recente una proposta semplice ma al tempo stesso impegnativa e concreta. E cioè,  perchè non organizziamo una “Camaldoli 2021” per ritessere le fila del cattolicesimo politico  italiano e tentare di superare quella frantumazione particolaristica e molecolare che, detto fra di  noi, resta la vera ragione della crisi e della impotenza di questo mondo nella società  contemporanea? Una proposta feconda che certamente va discussa, affinata e approfondita ma  che può dare un contributo significativo per un’area che si riconosce in un preciso patrimonio  culturale, politico, valoriale e forse anche spirituale. E questo perchè la” coriandolizzazione” della  presenza politica dei cattolici, per dirla con il sociologo De Rita, è diventata francamente  imbarazzante.

Come è possibile che, di fronte alle difficoltà che oggettivamente segnano questo  mondo culturale, continuare ad assistere alla nascita di molteplici partiti di riferimento? Che  oltretutto, come quasi tutti sanno, sono perlopiù virtuali e di pura testimonianza. Come se piantare  bandierine a ripetizione sia la miglior risposta per dare una voce autorevole e qualificata a questa  articolata, complessa e variegata area cattolica democratica, popolare e sociale. Nessuno, come  ovvio, mette in discussione – o giudica la buona fede e la grande passionalità – la sincerità e il  disinteresse di moltissimi amici che vogliono riproporre nella concreta situazione politica le  esperienze del passato. In modo più o meno aggiornato e rivisto. Esperienze che, puntualmente,  naufragano contro gli scogli della competizione politica e che, di conseguenza, condannano una  moltitudine di amici, e di rispettivi mondi ed associazioni di riferimento, a ritirarsi mestamente per  poi riproporre nuovamente una ennesima avventura e via discorrendo. Forse è arrivato il momento  per una riflessione sì culturale, politica e programmatica ma anche organizzativa. Con tutti, però.  Senza distinzioni pregiudiziali e, soprattutto, senza il retro pensiero di arrivare immediatamente  alla formazione del partito. Che resta, come ovvio e scontato, il vero nodo da sciogliere ma senza  riproporre le solite liturgie della parcellizzazione cronica e strutturale.  

Ecco perchè la proposta dell’amico Ettore può e deve avere un grande significato in questa fase  storica della vita politica italiana. Anche alla luce delle recenti encicliche di Francesco, in  particolare di “Fratelli tutti” quando ridisegna, nel V capitolo, una nuova funzione e un nuovo ruolo  della politica. Ma anche per riprendere le riflessioni che si stanno moltiplicando a livello territoriale  attorno alla rilettura del magistero di uomini e donne che hanno segnato e accompagnato il  cammino del cattolicesimo politico e sociale nel nostro paese: da Carlo Donat-Cattin a Mino  Martinazzoli, da Tina Anselmi ad Aldo Moro, da Pietro Scoppola a Don Dossetti. Segnali di diversa  natura che però confermano una domanda, consapevole e moderna, sulla necessità di rilanciare  una presenza politicamente e culturalmente motivata e rinnovata dei cattolici italiani. E progettare  una “nuova Camaldoli”, appunto, può rappresentare un contributo di rara qualità e di grande  importanza. 

Ocse: “In Italia la ripresa sarà lenta e disuguale”

Nel rapporto sulle “Prospettive economiche”, l’Ocse ha avvertito l’Italia che “la ripresa sarà lenta e disuguale”. L’organismo internazionale ha sottolineato che le restrizioni legate al Covid-19 e l’incertezza peseranno su attività economica, investimenti e occupazione “fino al raggiungimento dell’immunità generale che stimolerà il consumo e faciliterà il risparmio”.

La crescita dei consumi dovrebbe ripartire, ma la propensione delle famiglie al risparmio “resterà elevato”. Gli investimenti dovrebbero trovare nuova linfa nel 2022, “poiché gli investimenti pubblici aumenteranno e le imprese in settori più resilienti” inizieranno a intraprendere “investimenti sostitutivi”.

Al contrario, avverte l’Ocse, il settore dei servizi “si riprenderà più lentamente poiché la domanda interna e il turismo rimarranno deboli fino a quando un vaccino efficace non sarà ampiamente diffuso. Questo – sottolinea l’organismo – aggraverà il mercato del lavoro e le disuguaglianze regionali”.

Il Panettone sospeso di AISM e Sant’Egidio

Quest’anno il Natale sarà diverso, meno gridato ed essenziale per tutti, ma per qualcuno potrebbe essere ancora più difficile a causa della pandemia che gli ha portato via tutto. AISM e Sant’Egidio, hanno creato un sodalizio per offrire il calore e la gioia di una festa condivisa in famiglia anche a chi consanguineo non è e per essere più forti, insieme, contro la pandemia da coronavirus. Due grandi realtà storiche del terzo settore italiano, unite per moltiplicare il valore del proprio operato a favore dei più deboli ed essere più forti, insieme, contro la crisi.

Nasce, così, tra queste due importanti e storiche realtà non profit, in occasione del Natale, l’iniziativa del Panettone Sospeso. L’idea riprende la storica tradizione napoletana del caffè sospeso. In questo modo sarà possibile fare bene due volte: alla ricerca e alle famiglie fragili sostenute dalla Comunità di Sant’Egidio.

Con un gesto semplice e concreto chiunque può moltiplicare la propria bontà e donare due volte, mantenendo intatto, per quel che è possibile, lo spirito del Natale.

Ma come funziona l’iniziativa?

Fino al 6 dicembre sul sito www.aism.it/panettonesospeso con una semplice donazione di 10 euro ciascuno di noi potrà fare una doppia azione: sostenere la ricerca scientifica sulla sclerosi multipla e donare il panettone a Sant’Egidio per il Natale che la Comunità organizza per famiglie povere, anziani e persone senza dimora sul territorio nazionale.

 

 

 

L’Italia si apre alla sperimentazione

L’Italia compie un passo in avanti nel rendere possibile sperimentare novità tecnologiche frutto di inventiva e scoperte. A rimuovere freni esistenti in precedenza è l’articolo 36 del Decreto-legge 16 luglio 2020 n. 76 che contiene “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale”. Il provvedimento è stato convertito in legge, con modificazioni, dall’articolo 1 della Legge 11 settembre 2020, numero 120. La novità può essere rappresentata con le parole “Sperimentazione Italia”.

Il nostro Paese investe nell’innovazione meno di altri Stati dell’Unione Europea (European Commission – Country Report Italy 2020). Esistono tuttavia in Italia e all’estero potenzialità di sviluppo della creatività e dell’innovazione che devono essere messe a frutto più di quanto si sia fatto finora. L’Italia può avere un ruolo di laboratorio d’innovazione di livello internazionale per permettere la nascita e lo sviluppo di tecnologie in grado di determinare benefici economici per il Paese e miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini.

“Sperimentazione Italia” rientra tra le azioni di Italia 2025, la strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese. La sperimentazione d’iniziative innovative è spesso impedita o ritardata da norme desuete, regolamentazioni particolarmente complesse, divieti e processi burocratici non sempre adeguati al nostro tempo. “Sperimentazione Italia” ha l’obiettivo di favorire l’apertura di un percorso più semplice e rapido per sottoporre a verifiche e ad esami progetti che hanno pochi o nessun precedente. La misura riconosce a imprese, università, enti di ricerca, start up e spin off universitari, di qualunque settore, la possibilità di testare progetti pilota in ambito di digitalizzazione e innovazione tecnologica, in deroga a vincoli normativi.

Informazioni per la partecipazione

In presenza dei necessari requisiti di sicurezza e della dovuta documentazione, i soggetti che chiedono di essere autorizzati a sperimentare strumenti, prodotti e servizi innovativi hanno la possibilità di accedere ad un iter semplificato al fine di ottenere il via libera. Per dare avvio a questa procedura sarà sufficiente presentare domanda al Dipartimento per la Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico che, a seguito di un’analisi approfondita sulla richiesta, possono autorizzare la sperimentazione definendone le caratteristiche e le modalità nelle quali andrebbe eseguita. Qui di seguito un riassunto dei passi necessari per partecipare all’iniziativa e i successivi passaggi procedurali e autorizzativi:

  1. Richiesta sperimentazione in deroga
    La domanda di temporanea derogaalle norme dello Stato bloccanti la sperimentazione deve:

    • essere inviata a mezzo posta elettronica certificata (Pec) al Dipartimento per la Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico (maggiori informazioni a fondo pagina);
    • precisare quali siano le norme vigenti che bloccherebbero la sperimentazione;
    • indicare le caratteristiche della sperimentazione in esame (per esempio durata, finalità, benefici attesi, misure di mitigazione di eventuali rischi, eccetera) allegando alla richiesta tramite posta elettronica certificata (Pec) l’allegato tecnicocompilato in tutti i suoi campi (maggiori informazioni a fondo pagina).
  2. Valutazione della domanda
    Il Ministero dello Sviluppo economico, sentito il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti per gli eventuali aspetti relativi alla sicurezza della circolazione, esamina la domanda e redige entro 30 giorni una relazione istruttoria. Questa contiene la proposta di autorizzazione con il via libera oppure il preavviso di diniego da indirizzare al Dipartimento per la Trasformazione digitale. Il Ministero dello Sviluppo economico può domandare al richiedente chiarimenti o integrazioni alla domanda e, in questo caso, la richiesta interrompe il termine dei 30 giorni, che inizia a decorrere nuovamente dalla ricezione degli elementi richiesti o dalla scadenza del termine assegnato per la risposta. Se le integrazioni richieste non vengono trasmesse entro il termine previsto, la domanda si intende respinta.
  3. Autorizzazione della sperimentazione
    Per tutti i progetti che presentano concreti ed effettivi profili di innovazione tecnologica, i cui risultati comportano effetti positivi sulla qualità dell’ambiente o della vita, e concrete probabilità di successo, il Dipartimento per la Trasformazione digitale, in accordo con il Ministero dello Sviluppo economico, autorizza la sperimentazione per la durata non superiore a un anno e prorogabile una sola volta. L’autorizzazione definisce anche le modalità di svolgimento e le prescrizioni ritenute necessarie per limitare i rischi ad essa connessi. L’autorizzazione sostituisce ad ogni effetto tutti gli atti di assenso, i permessi, le autorizzazioni, i nulla osta di competenza di altre amministrazioni statali.
  4. Vigilanza sulla sperimentazione e relazione finale
    Il Dipartimento per la Trasformazione digitale, in accordo con il Ministero dello Sviluppo economico, monitora e verifica la sperimentazione, analizza l’avanzamento delle iniziative, i risultati conseguiti e gli impatti sulla qualità dell’ambiente e della vita. Al termine della sperimentazione, il soggetto richiedente trasmette al Dipartimento per la Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico una relazione con la quale illustra i risultati del monitoraggio e della sperimentazione, nonché i benefici economici e sociali conseguiti.
    Il Dipartimento per la Trasformazione digitale attesta se l’iniziativa promossa dall’impresa richiedente si è conclusa positivamente ed esprime al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro competente per materia un parere sulla eventuale opportunità di modifica delle disposizioni di legge o di regolamento in vigore che disciplinano l’attività oggetto di sperimentazione.
  5. Iniziative normative e regolamentari
    Entro 90 giorni dalla data dell’attestazione positiva della relazione sulla sperimentazione, il Presidente del Consiglio dei ministri, o il Ministro delegato, di concerto con il Ministro competente per materia, promuove le iniziative normative e regolamentari necessarie per consentire lo svolgimento a regime dell’attività oggetto di sperimentazione.

Ambiti non ammessi

La norma esclude possibilità di deroga per una serie di fattispecie. Non può essere disposta in alcun caso la deroga a disposizioni a tutela della salute, dell’ambiente, dei beni culturali e paesaggistici. Lo stesso vale per disposizioni penali o del codice delle leggi antimafia, come indicato nel Decreto legislativo 6 settembre 2011, numero 159, né possono essere violati o elusi vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea o da obblighi internazionali. Inoltre, non è possibile sperimentare nelle attività in materia di:

  • tecno-finanza (FinTech) ex articolo 36 del decreto-legge 30 aprile 2019, numero 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 giugno 2019, numero 58;
  • raccolta del risparmio, credito, finanza, moneta, moneta elettronica, sistema dei pagamenti, assicurazioni e di ogni altro servizio finanziario oggetto di autorizzazione;
  • sicurezza nazionale;
  • anagrafica, di stato civile, di carta d’identità elettronica;
  • elettorale e referendaria;
  • procedimenti di competenza delle autorità provinciali di pubblica sicurezza relativi a pubbliche manifestazioni, misure di prevenzione personali e patrimoniali, autorizzazioni e altri provvedimenti a contenuto abilitativo, soggiorno, espulsione e allontanamento dal territorio nazionale degli stranieri e dei cittadini dell’Unione Europea, o comunque di ogni altro procedimento a carattere preventivo in materia di pubblica sicurezza.

Presentazione domanda

Le domande possono essere inviate a mezzo posta elettronica certificata (Pec) rispettivamente al Dipartimento della Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico ai seguenti indirizzi di posta elettronica certificata (Pec):

dtd.sperimentazioneitalia@pec.governo.itdgpiipmi.

Covid: quali sono le cure che si possono fare a domicilio.

Assorted pills

Covid e cure a domicilio, arrivano le indicazioni del ministero della Salute sui farmaci da usare (o meno) i casa.

Il documento ricorda in una tabella le “raccomandazioni e decisioni Aifa sui farmaci Covid-19”. In base alle disposizioni dell’Agenzia italiana del farmaco, dunque, possono essere utilizzati antinfiammatori come paracetamolo o Fans in terapia sintomatica, nonché costicosteroidi ed eparine che vanno impiegati “solo in specifiche condizioni di malattia”.

Invece antibiotici, clorochina o idrossiclorochina, e combinazioni antivirali lopinavir/ritonavir, darunavir/ritonavir o cobicistat sono tra i “farmaci non raccomandati per il trattamento di Covid-19”

La riforma del Mes è un grande passo in avanti

Articolo già pubblicato dall’Agenzia Ansa.

Dopo un anno di attesa dovuto allo scoppio della crisi Covid, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) diventa realtà.

I ministri dell’economia della zona euro hanno dato l’ok definitivo alla modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del Mes (non la linea dedicata alla pandemia nata a marzo), con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che curarle, una volta scoppiate, con i dolorosi programmi di aggiustamento che sono costati al Mes la sua fama.

L’intento della riforma, avviata oltre due anni fa, è rafforzare e semplificare l’uso degli strumenti a disposizione del Mes prima del salvataggio di un Paese, ovvero le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati.

La riforma elimina il contestatissimo Memorandum – quello passato alla storia per aver imposto condizioni rigidissime alla Grecia – sostituendolo con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. La riforma affida al Mes anche un altro compito, a tutela dei contribuenti: fornirà un paracadute finanziario (backstop) al fondo salva-banche Srf (il fondo unico di risoluzione europeo alimentato dalle banche stesse), qualora, in casi estremi, dovesse finire le risorse a disposizione per completare i ‘fallimenti ordinati’ delle banche in difficoltà.

È uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria che l’Italia aveva fortemente voluto. Grazie alla decisione di oggi entrerà in vigore prima del previsto, cioè nel 2022 invece del 2024. Per il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz si tratta di una riforma che “rafforza l’euro e tutto il settore bancario europeo, perché lo rendiamo più robusto contro gli attacchi degli speculatori, e rendiamo il settore bancario più resistente alle crisi e quindi in grado di sostenere l’economia reale”.

Scholz sottolinea anche che si continuerà a “ridurre i rischi sui bilanci delle banche”. Ma l’ok all’anticipo del backstop dimostra che per i ministri c’è stata già una significativa riduzione dei rischi bancari, un buon punto di partenza anche per la discussione sull’ultimo pilastro dell’Unione bancaria, cioè lo schema di assicurazione comune sui depositi (Edis). La riforma del Mes dovrà ora essere firmata formalmente da tutti gli Stati aderenti al trattato, cioè quelli della zona euro, e potranno poi partire i procedimenti nazionali di ratifica.

Il dibattito sul centro deve essere coraggioso: ora i diversi spunti vanno raccolti e sviluppati con intelligenza.

Caro D’Ubaldo, su “Il Domani d’Italia” di ieri, Festa di Sant’Andrea di quest’annus horribilis 2020, c’è un Suo redazionale secondo me più esplosivo di quel che penso ai più – dormienti – non appaia, ovvero “Centro e sua natura extraparlamentare”.

Nella memoria collettiva quest’ultima parola era iper utilizzata negli Anni ’70, e si riferiva al movimentismo e ad ogni cosa che nasceva o si sviluppava non solo fuori dalla rappresentanza istituzionale canonica, ma che anche si poneva in alternativa al parlamentarismo o comunque ad una politica che avesse solo le vie dei Partiti per essere legittima. (E io vengo da “Dio è morto” di Guccini, quindi lo so.)

Poiché i Suoi scritti, oltre al rigore documentale (cosa a cui personalmente tengo molto perché oggi si va avanti a prese di posizione personali ad oltranza), sono sempre denotati da un ‘creativo’ anticonformismo senza timori reverenziali, penso che lo ‘spazio extraparlamentare’ per ri-discutere di ‘centro’ rispetto non alla destra o alla sinistra bensì rispetto alla COMPLESSITÀ del nostro tempo possa essere davvero una novità.

Secondo me (ne parlavo tempo fa con Mons. Simoni) la concezione da ‘laboratorio avanzato a cielo aperto’ con cui Lei tratteggia questo lavoro ‘extraparlamentare’ costituisce una vera novità e una concreta possibilità di scavare con molta libertà, e senza brónci da ‘c’eravamo tanto amati’,  PER qualcosa di Nuovo. Per ‘Nuovo’ intendo che si distacca e diversifica, pur traendone origini, dai genitori di un tempo.

Trovo qualche altro coraggio nell’articolo di Provinciali quando non ha paura a ritirare fuori e riconoscere un lignaggio valoriale alle ideologie (usa proprio questa parola; parola che è stata ridotta in trent’anni a sole accezioni negative [e così il mercato ha potuto imperversare come l’antidoto che ce ne avrebbe liberati]).

Trovo inoltre corrispondenza in questo suo scritto/proposta con un bell’articolo – anche questo non ripreso da nessuno (tutto tace!…) – del 23 Ottobre u.s. di Lorenzo Dellai, “Non parliamo di partito dei cattolici: a noi interessa la scelta del nuovo popolarismo”. Lì c’è una sorta di diagramma di flusso del processo da apparecchiare prima di andare a rompersi la testa, ed a prenderci per i capelli tra di noi, su ‘partito sì-partito no” per quel soggetto fantascientifico che sono ‘i-cattolici-con-l’articolo’ (come li chiamo io), e che sono come l’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, cosa sia nessun lo sa.

Se ci fosse a giro meno appestamento di pomposa retorica, moralismo saccente, vanagloria e mentalità da combattenti e reduci, forse potremmo meglio apprezzare la Sua notevole dritta di ieri con lo spazio ‘extraparlamentare’ per un ampio e non coartato brain storrming, in vista di una rifondazione comunitaria dell’istituzionalità condivisa, e il laboratorio prepolitico di Dellai. Che serve anche ad ingaggiare tanta volontà di impegno di molti giovani, che in un partito non entrerebbero, ma in un pre-politico di centro sì.

Fuori da questo coraggio sperimentale – ci si illude – le truppe non ci sono (Zamagni o non Zamagni).

 

La Fondazione Giovanni Goria e la Fondazione Carlo Donat-Cattin promuovono l’incontro: “La politica, la competenza e la classe dirigente”.

La Fondazione Giovanni Goria e la Fondazione Carlo Donat-Cattin promuovono l’incontro:  “La politica, la competenza e la classe dirigente”. Un confronto sull’ultimo saggio di Giorgio Merlo edito da Marcianum che reca proprio questo titolo e che muove una severa critica alla politica del presente. Le tre parole presenti nel titolo sono strettamente intrecciate tra di loro e sono, di fatto, indissolubili.

Se la politica e i politici, e quindi anche i partiti, oggi vogliono recuperare credibilità tra i cittadini e autorevolezza nella pubblica opinione, non possono non porsi il tema della qualità della classe dirigente e, nello specifico, anche della sua competenza. Una richiesta che è divampata dopo l’emergenza sanitaria che ci ha colpiti ma che richiede, al contempo, risposte chiare e non più evasive, e cioè la capacità di saper indicare una prospettiva e perseguire un progetto politico senza appaltare il tutto all’improvvisazione, alla casualità e all’inesperienza indicati come elementi di netta discontinuità e di rottura rispetto al passato.

All’evento che si terrà Mercoledì 2 dicembre 2020 alle ore 17  in diretta sulla piattaforma Fb della Fondazione Giovanni Goria

Intervengono:

David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo

Sergio Chiamparino, Consigliere Reg. Pd già sindaco di Torino e presidente della Regione Piemonte

Riccardo Molinari, Presidente del gruppo parlamentare della Lega alla Camera

Gianna Martinengo, Imprenditrice e docente – Panel Stoa Parlamento Europeo

Padre Francesco Occhetta, gesuita e politologo

Modera: 

Giuseppe Novero, giornalista

Saluti:

Marco Goria, Presidente della Fondazione Giovanni Goria

Carlo Cerrato, Segretario generale della Fondazione Giovanni Goria
Gianfranco Morgando, direttore della Fondazione Carlo Donat-Cattin 

Artemisia Gentileschi: la forza della vita.

Per la prima volta nel Regno Unito è reso omaggio ad Artemisia Gentileschi, pittrice italiana nata a Roma nel 1593 e morta a Napoli nel 1656 c.

“Questa mostra –  ha affermato il direttore della National Gallery, Gabriele Finaldi – sarà una rivelazione per molti visitatori, che potranno scoprire i potenti dipinti di Artemisia e conoscere la sua arte e anche la sua storia, grazie a documenti biografici che sono esposti per la prima volta. Artemisia è stata un personaggio eccezionale e la prima donna accolta come membro dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze”. 

L’esposizione, allestita (già da ottobre) alla National Gallery fino al 24 gennaio di anno prossimo (riapre al pubblico domani), è parte di un progetto espositivo – condiviso tra Intesa Sanpaolo ed il prestigioso museo londinese – che prevede nel 2022 una rassegna dedicata alla celebre artista anche alle Gallerie d’Italia di Napoli. L’antologica londinese, curata da Letizia Treves, riunisce trentacinque opere provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, tra cui: “Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria” (recentemente acquisita all’asta dalla National Gallery per 3,6 milioni di sterline), “Giuditta e la sua serva”, “Cleopatra”“Danae”, “Autoritratto come suonatrice di liuto”.

Logico e doveroso è ricordare che pochi giorni fa si è celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Statistiche e studi dimostrano che durante il primo “lockdown” gli abusi sono aumentati, con situazioni “casalinghe” sempre più a rischio.  Anche ora la situazione non è migliorata: ad esempio, 25% di violenza in più in Argentina, il 30% in Francia e a Cipro, il 33% a Singapore. In Italia le chiamate di aiuto al numero verde 1522 sono raddoppiate tra marzo e giugno. In Brasile 648 donne sono state uccise nei primi sei mesi dell’anno, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2019. 

Come noto, nel Seicento vari “ruoli” tradizionali erano riservati a gran parte delle donne, come accudire la casa (mogli e madri), entrare in convento, coltivare i campi o servire. Alcune, eccezionalmente, nell’ambito delle classi più elevate, si dedicarono anche a studi scientifici… ma artiste proprio no. Non era visto di buon occhio. È in questo clima che vive Artemisia Gentileschi, da sempre un “riferimento artistico” di reazione alla violenza, simbolo di lotta femminile per la propria integrità fisica e libertà intellettuale. Infatti, la pittrice aveva subito uno stupro (nel 1611) da parte dell’artista Agostino Tassi. Certo è che ella affrontò un processo, voluto in particolar modo dal padre, quel famoso Orazio che accompagnò l’apprendistato della figlia e poi, anni dopo a seguito di varie vicende che li allontanarono, si riunì con lei per lavorare nel 1639 proprio a Londra, alla corte di Carlo I d’Inghilterra, diventando artista di corte. Ed è sempre il padre che, dopo la conclusione del processo, combinò per Artemisia un matrimonio che servì a restituirle uno status di onorabilità. Orazio, causa indiretta dell’accaduto (aveva chiesto al Tassi di insegnare alla giovane talentuosa), amava ed apprezzava moltissimo la figlia e non si diede mai pace. La considerazione di Artemisia come pittrice la si può riscontrare in alcune lettere ritrovate, come quella (una delle prime) scritta alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena il 6 luglio 1612: “… Questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere”

Sulla vicenda della violenza subita, in mostra si può leggere la trascrizione originale del processo (famose le parole pronunciate dalla Gentileschi durante l’arringa: “È vero, è vero, è vero”) del 1612, proveniente dall’Archivio di Stato di Roma. Inoltre, da essere consultate anche interessanti lettere personali recentemente scoperte nell’archivio Frescobaldi a Firenze.

Artemisia, simbolo del femminismo internazionale “ante litteram”, sa che “il nome di donna fa stare in dubbio finché non si è vista l’opera” e lavora, senza sosta e con passione, guardando alla luce caravaggesca. Si narra che conobbe personalmente Caravaggio, il quale era solito prendere in prestito strumenti dalla bottega del padre Orazio. In quel primo periodo romano l’autrice “respira” l’aria creativa del momento. Sono anni in cui Caravaggio lavora nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. Guido Reni e Domenichino gestiscono il cantiere a San Gregorio Magno. I Carracci terminano gli affreschi della Galleria Farnese.

La Gentileschi sperimenta, prova a “riprender dal vero” il paesaggio, studia con passione la prospettiva, inserisce nei suoi lavori l’anima dell’impulso emotivo, gestito con maestria ed elaborato dalla visione del particolare e dell’insieme. Organizza sempre con molta cura lo studio e promuove le Arti, costituendo anche, soprattutto nel periodo fiorentino, un salotto culturale, a dispetto di tutte le difficoltà e pregiudizi incontrati nella vita.

La fragilità emotiva, col tempo trasformata in autentica forza espressiva, si riscontra in moltissimi suoi lavori. L’energia dei colori intensi, le pennellate quasi “gettate” con rabbia, i molteplici autoritratti “non dichiarati”, in cui si immedesima nella protagonista ritratta. Si veda, tra tutti, “Giuditta che decapita Oloferne” (1614-1620). Un soggetto trattato anche precedentemente da diversi artisti. Come non ricordare, tra tutti, quello dipinto da Caravaggio tra il 1598 ed il 1599. In Artemisia troviamo maggiore realismo, in particolar modo in quel sangue realistico, più vissuto e meno narrato di quello dipinto da Caravaggio, quasi inverosimile. Ed anche il nero dello sfondo nell’artista romana diviene più inglobante. La luce coinvolge la scena, quasi rapita con lo sguardo di nascosto, nella penombra, senza fiatare perché è in atto un omicidio. Nel grande autore barocco il nero (pieno di tutta l’angoscia e la tematica della morte caravaggesca) condivide lo spazio con un tendaggio rosso cupo, che crea un movimento visivo, con effetto teatrale. La luce è fotografica, filmica, mentre l’azione in atto viene bloccata da una zoomata di scena.

Si può ammirare anche “Maria Maddalena in estasi” (1620-25). La figura della santa era oggetto di studio da parte di diversi autori. Guido Reni, ad esempio, la dipinse più volte arrivando, sulla tela del 1640, ad una profonda inclinazione spirituale ed interiore. Artemisia sceglie il momento dell’estasi, e relaziona sacralità e carnalità con rispetto dell’iconografia religiosa mantenendo, comunque, una osservazione terrena e una interazione psicologica. Non ci sono rossi o luci dirette, ma un gioco di tonalità e cromatismi netti mai eccesivi. Stessa modularità del colore, seppur con variazioni di tinte, in “Cleopatra” del 1633-35 circa. Anche in quest’opera si evidenzia la sapiente conoscenza del corpo femminile. Del resto, fin da ragazza aveva studiato il disegno e l’anatomia per rappresentare il corpo umano, iniziando dal proprio, con un’attenta e delicata analisi delle sue forme. La figura femminile, seppur di una regina, è naturale e dolce, dal vago sapore di una rappresentazione tipica del barocco, che, ma senza indulgere in eccessi, mantiene una propria costante: la forza della vita.

 

Territori civili, il report di Caritas e Legambiente per un ‘ecologia integrale’

Per leggere il mondo e la pandemia, la chiave è l’ecologia integrale. Ne sono convinte Caritas Italiana e Legambiente, che hanno presentato oggi online Territori CiviliIndicatori, mappe e buone pratiche verso l’ecologia integrale, un rapporto nato per contribuire alla definizione di una visione del futuro da costruire insieme, alla luce delle forti connessioni tra dimensione ambientale, economica e sociale. Vengono utilizzati 70 indicatori, basati non solo sui principali dati statistici disponibili ma anche sulle attività di ricerca svolte da Caritas italiana grazie ai suoi centri di ascolto e da Legambiente, con i suoi rapporti, da quello sull’ecomafia ai comuni ricicloni; mentre dall’analisi condotta in 12 Comuni emergono 36 nuove progettualità in cui i valori sociali e ambientali s’intrecciano, generando nuova economia, circolare e civile.

Alla presentazione, introdotta da don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana e Stefano Ciafani, presidente di Legambiente e curata da Federica De Lauso e Walter Nanni di Caritas Italiana ed Enrico Fontana di Legambiente, sono intervenuti anche il ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare Sergio Costa e Stanislao Di Piazza, sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali.

Il rapporto Territori Civili intende cogliere e raccontare la dimensione sociale e quella ambientale in modo integrato, mettendo in luce, al contempo, anche le esperienze innovative nate sul territorio in grado di rispondere e coniugare i due ambiti. Un tema, quello dell’interconnessione tra degrado dell’ecosistema e degrado sociale, già nitidamente sottolineato da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Si’, pubblicata cinque anni fa. “Non esistono due crisi separate, sociale e ambientale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale, per rispondere alla quale serve un approccio integrale, al fine di combattere la povertà e al tempo stesso prendersi cura della natura” (n.139) scriveva Papa Francesco. Parole che fecero indubbiamente da spartiacque nella consapevolezza delle forti relazioni che esistono tra povertà e questioni ambientali. Secondo l’approccio dell’ecologia integrale, che percepisce come fortemente interconnessi società, economia e ambiente (condividendo in tal senso molti punti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite) “l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente” (n.141).

Proprio a partire da questi assunti teorici, prende forma lo studio realizzato dalla sinergia tra Caritas Italiana e Legambiente, l’approccio culturale e metodologico della loro ricerca comune. Le situazioni di rischio ambientale, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico e l’attuale pandemia ci mostrano che siamo tutti nella stessa barca, ma anche che nessuno può salvarsi da solo.

Il volume Territori Civili si divide in due parti. La prima, di taglio quantitativo, approfondisce connessioni e sovrapposizioni tra la dimensione sociale e quella ambientale, analizzando per ciascuna, fragilità e risorse presenti in ogni regione italiana, grazie a 40 indicatori sociali e 30 parametri ambientali. La seconda presenta un’indagine qualitativa realizzata su 12 comuni d’Italia e racconta 36 esperienze, che combinano l’ambito ambientale e quello sociale, valutate in base a 22 parametri. Un patrimonio importante, che racconta, in maniera significativa, la spinta culturale e la visione strategica che attraversa l’Italia da Nord a Sud.

«Un elemento comune delle esperienze contenute nella ricerca – osserva don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana – è certamente l’attenzione alle problematiche in una visuale unica. C’è infatti bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché- come sottolinea papa Francesco nella Laudato si’ – “ la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”. Dal racconto di tali esperienze emerge forte proprio la necessità di far convivere negli stessi tavoli di lavoro e di coordinamento attori e idee un tempo lontani, coinvolgendo in modo sempre più massiccio la comunità locale, a diversi livelli: associazioni, comitati di quartiere, chiese locali, singoli cittadini, uniti nello sforzo di rendere la nostra casa comune più accogliente e abitabile per tutti».

«Il titolo di questo lavoro, Territori Civili – ha dichiarato il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – evoca già una direzione possibile verso cui orientare il cambiamento che molti auspicano: un nuovo modello di società e di economia, finalmente civile perché capace di generare benefici ambientali e sociali, invece di distruggere risorse naturali, moltiplicando povertà e disuguaglianze. Come dimostrano i risultati del lavoro di ricerca svolto nei 12 territori in cui è stata approfondita l’analisi, da Torino a Palermo, di questi ‘territori civili’ esistono già esempi concreti, frutto di progetti, attività, iniziative in cui la separatezza tra le risposte ai bisogni sociali e alle criticità ambientali viene superata».

La prima parte del volume vuole fornire tracce utili per contribuire alla costruzione di possibili risposte nel solco dell’ecologia integrale, con la messa a fuoco delle risorse e del potenziale di ciascun territorio, nella consapevolezza di alcune evidenti vulnerabilità. In quali regioni si intrecciano maggiormente condizioni di fragilità ambientale, di degrado e povertà? E quali sono quelle in cui emerge in modo più chiaro questa correlazione anche sul fronte delle risorse? La lettura integrata delle fragilità sociali e ambientali delle regioni italiane da un lato conferma alcune note criticità, che vedono il Mezzogiorno fortemente penalizzato nella misurazione di fenomeni di degrado e delle fragilità da superare. Non mancano tuttavia delle sorprese; tre regioni del Nord compaiono infatti nelle prime dieci posizioni della classifica relativa alle criticità, sommando quelle sociali e ambientali: Emilia Romagna, Liguria e Lombardia, rispettivamente all’ottavo, nono e decimo posto. Meno sorprese riserva invece l’analisi della lettura incrociata delle risorse sociali e ambientali che vede alle prime posizioni le regioni che costituiscono il “motore” economico del nostro Paese: Lombardia, Emilia Romagna, Trentino, Veneto e Piemonte. La lettura combinata delle fragilità e delle risorse ambientali e sociali restituisce, in sintesi, una fotografia di un’Italia spaccata in due con quasi tutte le regioni del Nord collocate nel saldo positivo, con le sole eccezioni di Liguria e Valle d’Aosta. Tutte le regioni del Mezzogiorno, invece, pur potendo contare su significative risorse, in particolare di carattere ambientale (da sostenere e valorizzare maggiormente), presentano un grave deficit complessivo, soprattutto a causa delle rilevanti fragilità sociali che incidono enormemente sulla qualità della vita della popolazione residente.

Nella seconda parte del volume, Cagliari, Campi Bisenzio (Firenze), Lecco, Lucca, Marcianise (Caserta), Padova, Palermo, Pontecagnano (Salerno), Reggio Calabria, Taranto, Terni sono i 12 comuni di cui viene presentata l’indagine qualitativa. Grandi metropoli, città capoluogo di provincia e Comuni di medio-piccole dimensioni, individuati congiuntamente da Caritas Italiana e Legambiente, tra le tante opzioni possibili, partendo da esperienze maturate o in corso, grazie all’impegno delle stesse Caritas diocesane e dei circoli di Legambiente, ma anche tenendo conto di loro alcune peculiari fragilità sociali e ambientali. L’indagine è stata condotta sul campo, attraverso interviste grazie alle quali sono stati messi a fuoco punti di forza e di debolezza socio-ambientali delle dodici città casi-studio e, al tempo stesso, messi in risalto i percorsi progettuali attivi o in via di definizione con cui raccontare il percorso di innovazione sociale e ambientale del territorio osservato.

Sono 36 le esperienze raccontate, che rappresentano solo alcune delle tante progettualità intercettate nei dodici casi-studio. Tra queste, ad esempio: “WOWNature” di Padova, i-Rexfo di Terni, “DACCAPO centro del riuso” di Lucca, “Impresa sociale Lavoro insieme s.r.l.” di Cagliari, “CRAMS” e l’Ostello “Parco Monte Barro” a Lecco, i progetti di reinserimento socio-lavorativo di Taranto, la “Green station” di Pontecagnano, i “Cantieri Culturali della Zisa” e il progetto “ECCO” – Economie Circolari di comunità a Palermo, il progetto “Con-tatto” della Caritas Diocesana di Caserta, le numerose iniziative nate nell’ambito del Distretto dell’Economia civile di Campi Bisenzio.

I migranti in Italia. I dati del Viminale.

Sono finora 32.542 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Nello stesso periodo, lo scorso anno furono 10.867 mentre nel 2018 furono 23.011.

Negli ultimi cinque giorni non sono state registrate persone sbarcate per cui è fermo a 5.339 il totale delle persone arrivate via mare nel nostro Paese da inizio mese. L’anno scorso, in tutto novembre, furono 1.232, mentre nel 2018 furono 980.

Degli oltre 32.500 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 12.490 sono di nazionalità tunisina (38%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (4.132, 13%), Costa d’Avorio (1.737, 5%), Algeria (1.379, 4%), Pakistan (1.358, 4%), Egitto (1.155, 4%), Sudan (1.043, 3%), Marocco (995, 3%), Afghanistan (949, 3%), Somalia (809, 3%) a cui si aggiungono 6.495 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 80.906 persone su tutto il territorio nazionale di cui 899 negli hot spot di Sicilia e Puglia, 54.956 nei centri di accoglienza e 25.051 nei centri Siproimi. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (13%, in totale 10.498 persone), seguita da Emilia Romagna (11%), Lazio e Piemonte (9%), Sicilia (8%), Campania (7%), Toscana e Veneto (6%).

Bari: Apre l’Emporio della salute

Assorted pills

Nasce a Bari l’Emporio della salute per la raccolta e la distribuzione dei farmaci ancora validi non più utilizzati, da destinare a fini sociali. L’iniziativa è frutto di un accordo tra Comune di Bari, Caritas diocesana, Ordine dei Farmacisti, Federfarma, Banco farmaceutico e associazione di solidarietà “Rogazionisti – Cristo Re onlus”.

Il progetto in fase sperimentale, della durata di un anno, ha come obiettivo il recupero dei farmaci non più usati e correttamente conservati nelle farmacie cittadine o donati da privati. Il loro riutilizzo ha finalità umanitarie e di assistenza sanitaria in favore degli utenti dei servizi sociali e degli enti caritativi che vivono in una grave situazione di disagio economico-sociale.

Il ritiro dei medicinali presso le farmacie sarà organizzato dall’associazione “Ideando” individuata dalla Caritas diocesana in collaborazione con l’Ordine dei Farmacisti, la Federfarma e la Fondazione Banco farmaceutico Onlus.

Centro e sua natura extraparlamentare

Oggi s’involve nella metafora del vuoto. Appare come un movimento o meglio un sommovimento di natura extraparlamentare. Pertanto, sforzarsi d’inserire il centro nell’attuale intelaiatura della rappresentanza è un’impresa vana. Non esiste sul piano politico. Si estende e si contrae sulla scia di un moto elettorale che gli s’impone inesorabilmente. Truppe di occupazione provenienti da opposte schiere se ne contendono lo spazio con messaggi interessati, dando ai buoni propositi un mantello di camaleontismo e saltimbancheria. Si vince al centro, come si dice, ma non si concede autonomia, né si attribuisce effettiva dignità, alla posizione politica di centro. Dunque, nel linguaggio comune prevale il retropensiero di una censura che dai cieli della semantica plana velocemente sulle piste della prassi quotidiana. 

In effetti, la seconda repubblica muoveva dal presupposto che la polarizzazione della democrazia avrebbe innescato un guadagno di efficienza e mobilità grazie all’avvento dell’alternanza nei ruoli di potere. Dunque, nessuna rendita di posizione e più competizione virtuosa. Non è andata esattamente così, stando ai risutati: le coalizioni si sono fronteggiate senza più il vincolo della “conventio ad excludendum”, ma senza neppure riuscire, una volta conquistata la vittoria, a superare i limiti della loro originaria composizione. Quel che è transitato nella mentalità comune e nel modus operandi dei partiti andrebbe riletto come adeguamento post-moderno all’atavica e ricorrente opposizione tra guelfi e ghibellini. Da ciò non poteva che derivare un’altra “conventio ad excludendum”, quella che appunto ha riguardato il centro come vettore dell’ingegno ricompositivo della politica, nonché scenario di sempre nuovi equilibri democratici. 

La sensibilità cattolica ne ha risentito fortemente. Alle prese con lo spirito del maggioritario, non ha dato il meglio di sé nel vivere una sfida senza precedenti. La Dc è parsa un ingombro, la sua storia un fardello o semmai un catalogo di controstorie liberamente selezionate, a seconda delle convenienze, per aggettivare e modellare un dispositivo di pratica subalternità. Ci sono stati alcuni tentativi di muoversi in controtendenza, resistendo in via di principio a questa omologazione verso il basso – l’intramontabile basso della politica. La più nitida resistenza, messa in atto dai Popolari reinventati da Martinazzoli, andò incontro a un destino di lacerazioni e impoverimento, fino alla discussa abdicazione. Bisognava avere coraggio e tenere duro, anche in contrasto evidentemente con le parole d’ordine imposte dal pensiero comune.

Adesso urge una riflessione nuova. Nella società viene avanti questo bisogno di ricomposizione attorno a un’idea di politica ragionata, giustamente flessibile, in sintonia con le aspettative popolari, al netto però di cedimenti all’oltraggio del vaniloquio e dell’incompetenza. Curiosamente, la discussione attorno alla esistenza del centro rimanda al paradosso del gatto di Schrödinger, vivo e morto nel medesimo tempo. Il centro è vivo perché Biden, ad esempio, dimostra che si vince soltanto se la proposta politica rientra nel perimetro delle attese di un elettorato intermedio, popolato di soggetti non inclini alla radicalizzazione della politica; ma è morto, viceversa, perché il centro non assume nei fatti una propria concretezza, specifica e distinta, essendo piuttosto un’astrazione logica – ecco il punto – a sigillo di spostamenti e oscillazioni nella rigida cornice dell’alternativa tra destra e sinistra. 

L’astrazione tuttavia rimbalza e si trasforma nel diniego degli elettori che tendono a respingere, anzitutto con l’arma dell’astensionismo, la configurazione della lotta democratica secondo parametri di ostracismo, atti a nascondere limiti e incongruenze delle parti. Per questo diniego, ora più diffuso nella società, è lecito parlare dell’esistenza di un “centro extraparlamentare”. Ciò che opera nella società, latita nella sfera politica. Ecco allora la domanda: fino a quando il centro potrà rimanere tale, in questo stato cioè di alienazione e impotenza? È difficile stabilirlo. Tuttavia, non è lontano il tempo di un decisivo rimescolamento delle carte, visto che l’attuale crisi, in primis sanitaria e poi finanziaria, determina la consapevolezza di un travaglio che già ora appare foriero di grandi novità.

 

Il rimpasto e il trasformismo.

Il capo virtuale del Pd, Goffredo Bettini, l’ha giurata di fronte a tutti, cioè su alcuni organi di  informazione: il rimpasto s’ha da fare. E quindi, com’è noto, si farà. E questo per un semplice e  persin banale motivo. Tutto ciò che è successo sino ad ora durante la segreteria Zingaretti è stato  preceduto/annunciato da Bettini. E quindi anche questa volta, accompagnata dalla solita smentita  che conferma l’assunto, il rimpasto di governo ci sarà. Come sempre capita da svariati lustri nella  politica italiana, il tutto viene riassunto e affrontato nel cosiddetto “totonomine” che ormai  campeggia su quasi tutti gli organi di informazione. Conosciamo già le ambizioni sfrenate dei vari  pretendenti che si faranno sempre più stringenti di settimana in settimana e i potenziali, e  conseguenti, “trombati” a cui verrà dato un momentaneo benservito. Insomma, tutto secondo  copione.  

Ma, al di là delle ambizioni sfrenate e della voglia di potere di tanti, quello che mi preme  sottolineare è che il tutto avviene in una cornice trasformistica degna di nota. Quello che sta  avvenendo attorno a Berlusconi, per fare un solo esempio, in questi ultimi giorni è francamente  singolare se non addirittura comico. E cioè, le tonnellate di insulti, di attacchi personali, di  diffamazioni e di contumelie rovesciati per almeno 25 anni addosso al leader di Forza Italia non  solo sono stati sospesi in questi ultimi tempi ma, addirittura, si sono trasformati rapidissimamente  in elogi sperticati se non quasi in una sorta di pre “santificazione” politica e pubblica. Per il  momento non ancora privata, ma arriverà pure quella… Ora, come possa essere possibile, e  credibile, un rimpasto di governo in un contesto del genere lo lascio ai lettori del Domani d’Italia.  Perchè, per citare il mio “maestro” politico Carlo Donat-Cattin, francamente questi “sono capaci,  capacissimi, capaci di tutto”. E se fosse proprio il simpatico Di Maio a proporre un esecutivo  allargato all’apporto responsabile e decisivo – i due termini li invento io – di personaggi  riconducibili o indicati dal capo di Forza Italia? Il Pd il nodo lo ha già sciolto. La beatificazione  politica è già stata sdoganata da Bettini. Per la sinistra di Bersani l’unica cosa che conta è restare  al potere, e quindi il problema non viene neanche discusso. Restano, appunto, i 5 stelle. Ma se  questo tema viene affrontato, e risolto, come altri argomenti il dado è tratto. Ne ricordiamo solo  alcuni, i più simpatici. “Mai alleanze con i partiti”, “mai l’abolizione del secondo mandato”, “mai  trasformarsi in partito”, “mai l’alleanza con il Pd”, “mai con quelli della casta” e via discorrendo. Ci  fermiamo qui perchè per completare l’elenco ci vorrebbe un pamphlet.  

Ecco perchè, senza farla tanto lunga, il prossimo sarà un rimpasto di governo non solo divertente  per i nomi – su questo versante è sempre tutto uguale perchè viene riproposto sempre lo stesso  copione – ma per le piroette e per le capriole politiche che ci saranno. Con una unica conclusione  certa e granitica: la coerenza politica e i comportamenti politici trasparenti saranno un semplice  optional. Appunto, “capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

I confini della politica

Non posso dimenticare queste parole pronunciate da Sandro Pertini: “più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza”. Ascoltando certi siparietti televisivi, le invettive che i politici 4.0 e i commentatori tuttologi si scambiano usando perentorie affermazioni infarcite di luoghi comuni e la generica, ripetitiva e riduttiva banalità di taluni peones istruiti dai rispettivi capi, mi rendo conto che da quando idee e ideali sono stati sostituiti dalle opinioni è come se vivessimo in una nebulosa imperscrutabile, senza radici, senza orizzonti e senza meta, una sorta di limbo dell’indeterminato in cui  si affievoliscono le identità sociali, si radicalizzano le individualità e si frammentano l’autorità, il merito certificato e i livelli decisionali.

Sono confetti avvelenati di superficialità, incompetenza ed arroganza che intossicano la vita sociale ed educano al tutti contro tutti, cioè al peggio. Non so se ciò sia complementare a quella “liquidità” che Zygmunt Bauman aveva magistralmente letto nel corpo sociale della post-modernità e che ritroviamo ancor più rarefatta dentro ciascuno di noi. Il relativismo etico ha preso il sopravvento, come i diritti sui doveri.

L’abbandono all’oblio, assecondando la teoria del cominciamento e dell’anno zero, ha cancellato persino la memoria dei fatti della Storia: ma la ruota gira impietosa e corsi e ricorsi bussano alla porta della vita senza annunciarsi, come direbbe Dostoevskij, “all’improvviso”. O presentano il conto di scelte sbagliate e dell’indifferenza perché siamo orfani di una visione diacronica delle cose e della loro evoluzione. L’assenza del principio di motivazione e di un sentimento di senso civico condiviso, di cui ci riferiscono De Rita e il Censis, ci rendono monadi isolate che si riaggregano in una sorta di poltiglia sociale: privacy e trasparenza idolatrate come i paradigmi della correttezza del nostro agire, finiscono con il mettere le manette ai polsi delle relazioni interpersonali, supportate da una burocrazia paralizzante che oggi può ben essere definita come la forma di violenza simbolica più pervasiva, rarefatta e paralizzante. 

A cosa serve, a chi, la politica, se essa è diventata il luogo della retorica autoreferenziale?

Potremmo meglio dire: quale politica, quali partiti? Quelli diventati comitati d’affari? Senza andare troppo lontano nel tempo, il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una penetrazione palpitante delle ideologie: si celebravano i congressi e anche nel conflitto ideologico veniva legittimata una partecipazione fatta di convincimenti e di immedesimazione, la crescita del Paese era legata a proposte di modelli di società, a scelte da fare, a progetti per il futuro.

L’idea di “Europa” come patria comune, coagulo di nazioni oltre i nazionalismi era nata da menti che vedevano oltre: De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schumann, Spinelli. Anche la politica vuole i suoi “genii”.

Era una visione prospettica lungimirante, l’economia le era ancillare. Oggi la geoeconomia anche a livello planetario sta lentamente schiodando le pareti delle case costruite con le alleanze della geopolitica e riaffiorano progetti espansivi che mirano all’egemonia e ai rapporti di primazia mercantile mentre l’ONU e la NATO perdono capacità di catalizzare consensi e di esercitare azioni negoziali e di controllo.

Ripensando poi alla Storia più remota viene da pensare al fervore di Mazzini, di Gioberti,  e Cattaneo: dopo secoli di sottomissioni e di frazionamenti la ricomposizione dell’unità nazionale sotto una sola bandiera fu un fatto storico e politico, ma anche culturale, ideologico e istituzionale di enorme portata. Ci si chiede oggi che cosa resti di quella identità faticosamente assemblata. Esemplare la vicenda lunga quanto la pandemia del conflitto Stato-Regioni in materia di provvedimenti e restrizioni via via assunte. 

I Governatori non esistono nella Costituzione, si sono autopromossi tali sul campo.

La personalizzazione della politica ha pervaso le istituzioni, la frammentazione inibisce lo spirito unitario.

Dopo le guerre mondiali, il ventennio fascista e la lotta di liberazione nazionale, la Costituzione Repubblicana rappresentò la legittimazione formale della tutela delle libertà individuali e sociali, dei principi di uguaglianza,  democrazia, della primazia del lavoro, della sovranità popolare, nel convincimento che il decentramento autarchico costituisse uno strumento di partecipazione allargata ed estesa alle periferie, senza che fosse mai messo in discussione il principio di quella unità nazionale faticosamente raggiunta. Se chiudiamo gli occhi e pensiamo agli avvenimenti della Storia accaduti sotto lo stesso cielo negli ultimi due secoli viene spontaneo pensare agli aspetti irrazionali della politica incapace di darsi limiti e confini. La globalizzazione ha illuso chi la pensava come agente di compensazione delle ricchezze nell’ottica di un equilibrio mondiale riscritto secondo i paradigmi dei consumi per tutti e delle uguaglianze distributive.

Il suo panta rei ha generato polarizzazioni e miraggi, producendo enormi sacche sociali di nuove povertà, il declassamento della borghesia, il default delle imprese e dei posti di lavoro e il risiko bancario. 

Per questo è arduo oggi condividere progetti a livello di alleanze strategiche, lo vediamo in Europa quanto sia difficile negoziare accordi stabili (la storia del Recovery Fund ha palesato la consapevolezza che occorreva decidere qualcosa per non soccombere ma tutto è per ora solo sulla carta: la nostra legge di Bilancio non tiene ancora conto di queste provvidenze finanziarie), figuriamoci a livello mondiale: mi viene in mente il profetico aforisma di Henry Kissinger,  riferito da Sergio Romano sul Corriere della Sera: “Gli Stati non hanno ne’ amici permanenti ne’ nemici permanenti: hanno solo interessi”. Questo è il nuovo paradigma nell’era orfana delle ideologie: dovremmo capirlo anche dalle nostre parti, quando, unici o quasi in Europa, sottoscriviamo Memorandum e intese che ci sovraespongono a livello di equilibri politici ed economici internazionali alle mire espansionistiche di chi è più forte di noi. Sul fronte della politica estera e di quella interna si appalesa una involuzione che trasuda incertezze, ritardi, contraddizioni, dietrologie non solo percepibili da palati fini.

Troppi errori, troppi dietro-front, troppe incertezze, troppi ‘gerundi composti’ nel linguaggio corrente: stiamo lavorando, stiamo progettando, stiamo rivedendo, stiamo decidendo.

La vicenda della chiusura e riapertura delle scuole è emblematica, le tribolazioni del sistema sanitario, dei suoi operatori e delle sue strutture fa ripensare in continuazione alle divisioni sul MES, il ricorso sistematico e incalzante ai DPCM (estremamente farraginosi e complicati) rispetto ai compiti della funzione  legislativa del Parlamento (in Germania è bastata una seduta del Bundestag per legiferare in un’unica soluzione le misure della fase-2 del lockdown), i bisticci politici e scientifici sulle misure da intraprendere e poi correggere e infine magari emendare ricordano i dubbi del manzoniano Don Ferrante sulla peste: se si trattasse di ‘accidente’ o di ‘sostanza’ salvo poi morirne comunque.

Le misure frammentarie a scadenza dei bonus no limit, le incerte politiche fiscali, le agevolazioni compensative assoggettate ad una burocrazia bizantina e omicidiaria: sono segni di debolezza sistemica e di incertezze procedurali. Brilla – come detto – il dissidio Stato-Regioni su ogni aspetto della gestione delle misure, con contrasti violenti ove non tristemente folcloristici e mediatici al punto da far dire a Gustavo Zagrebelsky e a Marco Bentivogli (ex segretario della FLM- CISL) se non sia il caso di pensare di abolire le Regioni, gli enti pubblici più costosi di tutta la P.A., senza contare la lenta espunzione dei corpi di intermediazione sociale necessari per stemperare i conflitti e consentire ai cittadini di contare su riferimenti raggiungibili, in un contesto di policentrismo decisionale e gestionale. 

Una politica che confonde il livello esecutivo con quello legislativo e deborda nelle prerogative della magistratura contando su ‘assist’ da restituire, che si avvale degli scienziati salvo disattenderli, che è incapace di assumere decisioni di medio-lungo periodo fa torto a Montesquieu.

Ma una politica che procede a spanne, senza un progetto condiviso, con una classe dirigente spesso incompetente e lontana dai bisogni della gente, legittima il gap tra paese legale e paese reale, lasciandoci tristemente soli, preda di ansie e timori, privi di certezze e assunzioni di responsabilità emotivamente rassicuranti. La politica per sua natura non crea valori: ha senso se è capace di garantire l’esistenza e il rispetto dei valori che crea l’uomo. Se il prossimo step è il pranzo di Natale e poi il Veglione di Capodanno e già si mette in moto tutto il caravanserraglio dei favorevoli, dei contrari, dei dogmatici e dei negazionisti vuol dire che le lezioni dell’anno in corso non sono servite. Il confine più difficile da superare, oltre le difficoltà oggettive, è la metabolizzazione di un senso civico condiviso, di una coscienza soggettivamente avvertita. Ma se la proiezione del pensiero si ferma qui e non va oltre, salvo la concessione di qualche altro bonus di circostanza, vuol dire che siamo fuori da ogni riferimento culturale del concetto di politica dove responsabilità e competenza sono ininfluenti convitati di pietra.

Attendiamo con ansia i vaccini: dobbiamo affidarci alla scienza, lasciando alla politica il compito di applicarla alle evidenze. Per illuminare il futuro non possiamo affidarci ad una torcia dalla luce fioca che non va oltre le poche spanne che ci separano dal bollettino serale delle statistiche sanitarie.

Enit promuove il turismo 4.0

Enit promuove il programma EU Eco-Tandem cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il programma COSME a sostegno delle PMI, per promuovere lo sviluppo del turismo sostenibile attraverso la cooperazione transnazionale e il networking del know how degli imprenditori che operano nel comparto viaggi. Si incoraggiano le Pmi (piccole e media imprese) del turismo tradizionale ad entrare in contatto con le startup e gli innovatori del settore con i pionieri di altri comparti, per una società di “mutuo beneficio” da cui deriva il nome “Tandem”. L’obiettivo è trovare soluzioni innovative per aiutare le PMI tradizionali ad adottare un approccio più eco-sostenibile nel settore del turismo.

Se si è titolari o si lavora in una PMI turistica tradizionale o se si è un imprenditore del settore turistico è possibile partecipare al progetto EU Eco-Tandem. La partecipazione al progetto consente di: potenziare le proprie competenze e il know-how sulla gestione del turismo sostenibile e sull’economia circolare; imparare come avviare la transizione ecologica della tua azienda; collabora e impara da start-up deep-tech; aumenta la tua competitività nel mercato del turismo; accedere al finanziamento del progetto pilota eco-innovativo; entrare a far parte di una rete europea di PMI e organizzazioni attive nel settore del turismo sostenibile: ottenere visibilità attraverso i canali di diffusione del progetto.

Le contingenze spingono ad un restyling dell’offerta turistica stravolta a partire dal 18 maggio 2020 e a stabilire nuovi equilibri. Gli ultimi dati dell’Unwto (Organizzazione mondiale del turismo) hanno un saldo mondiale ad agosto 2020 del -70% degli arrivi internazionali nel mondo (si prevede -75% settembre), cioè da 850 milioni a 1,1 miliardi di turisti internazionali. Una perdita da 910 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari in entrate da esportazioni dal turismo e 100-120 milioni di posti di lavoro a rischio. In questo scenario l’Europa segna il passo con il -69% degli arrivi stranieri.  I trend di crescita registrati fino al 2019 in tutto il mondo, ed in particolare nelle principali destinazioni europee, grazie all’incidenza con crescita a doppia cifra dei mercati asiatico e statunitense, sono stati sovvertiti.

Grazie al progetto EU Eco-Tandem si punta a nuovi approcci e metodologie più sostenibili e responsabili per dare ancora più valore alla filiera del turismo: più viaggiatori attenti alla sostenibilità, che desiderano vacanze esclusive e che cercano di essere immersi nel territorio e nelle loro culture, nl loro modo di vivere e esplorare ambienti incontaminati. Ciò pone la sfida di come i professionisti del turismo siano in grado di far fronte a competenze, abilità e innovazione tecnologica e a processi virtuosi. La sfida, tuttavia, è che persone e aziende di discipline diverse non iniziano naturalmente a collaborare tra loro: sebbene le aziende turistiche siano spesso molto aperte alla collaborazione, mancano delle risorse e delle competenze interdisciplinari necessarie per organizzare tali collaborazioni. Con il programma l’industria del turismo cambia volto. Ecco i link del progetto

Cashback: come ottenere i rimborsi

Pubblicato in GU del 28.11.2020 n. 296 il Decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 28.11.2020 n.156 che disciplina le condizioni, i casi, i criteri e le modalità attuative per l’attribuzione del rimborso in denaro c.d. Cashback, a favore dei soggetti che, fuori dall’esercizio di attività d’impresa, arte o professione, effettuano acquisti da esercenti, con strumenti di pagamento elettronici (carta di credito o il bancomat).

Rimborso cashback nel periodo sperimentale

Ricordiamo che nel periodo sperimentale, il cui avvio sarà l’8 dicembre :

  • potranno accedere al rimborso esclusivamente gli aderenti consumatori che abbiano effettuato un numero minimo di 10 transazioni regolate con strumenti di pagamento elettronici.
  • Il rimborso sarà pari al 10% dell’importo di ogni transazione, tenendo conto delle transazioni fino ad un valore massimo di 150,00 euro per singola transazione, quelle di importo superiore a 150,00 euro concorreranno fino all’importo di 150,00 euro.
  • La quantificazione del rimborso è determinata su un valore complessivo delle transazioni effettuate in ogni caso non superiore a 1.500,00 euro.
  • Il rimborso sarà erogato nel mese di febbraio 2021.

Rimborso cashback a regime

Ai soggetti aderenti che effettueranno pagamenti con la carta di credito o bancomat verrà attribuito un rimborso in misura percentuale per ogni transazione regolata con i suddetti strumenti di pagamento elettronici.

La misura del rimborso è determinata con riferimento ai seguenti periodi:

  • 1° gennaio 2021 – 30 giugno 2021;
  • 1° luglio 2021 – 31 dicembre 2021;
  • 1° gennaio 2022 – 30 giugno 2022.

Per ciascuno dei periodi, accedono al rimborso esclusivamente gli aderenti che abbiano effettuato un numero minimo di 50 transazioni regolate con strumenti di pagamento elettronici, l’importo del rimborso sarà pari:

  • al 10 per cento dell’importo di ogni transazione tenendo conto delle transazioni fino ad un valore massimo di 150,00 euro per singola transazione. Le transazioni di importo superiore a 150 euro concorrono fino all’importo di 150 euro.

Anche qui la quantificazione del rimborso viene determinata su un valore complessivo delle transazioni effettuate in ogni caso non superiore a 1.500,00 euro in ciascun periodo.

I rimborsi saranno erogati entro 60 giorni dal termine di ciascun periodo di riferimento.

Fondamentale per accedere ai rimborsi è la registrazione sull’app Io e aver associato uno più strumenti di pagamento, anche virtuali, alternativi al contante.

 

Il Natale senza spostamenti costa 4,1 mld

Il Natale senza spostamenti tra regioni costa 4,1 miliardi solo per le mancate spese degli oltre 10 milioni di italiani che lo scorso anno sono andati in viaggio nel periodo delle feste di fine anno per raggiungere parenti, amici o fare vacanze. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè in riferimento alle possibili misure previste a fine anno per la necessità di contenere il contagio Covid.

A pagare il prezzo più salato – sottolinea la Coldiretti – sono le strutture impegnate nell’ alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti con 1/3 della spesa destinata alla tavola. A preoccupare sono pero’ anche i vincoli a cenoni e pranzi in casa e fuori. La riduzione dei commensabili è infatti destinata a provocare un taglio – sottolinea la Coldiretti – nei consumi di 70 milioni di chili tra pandori e panettoni, 74 milioni di bottiglie di spumante, tonnellate di pasta, 6 milioni di chili tra cotechini e zamponi e frutta secca, pane, carne, salumi, formaggi e dolci spariti dalle tavole lo scorso anno solamente tra il pranzo di Natale e i cenoni della Vigilia e di Capodanno.

Un Natale in famiglia per pochi significa infatti anche – continua la Coldiretti – maggiore sobrietà con meno brindisi ed una netta riduzione delle portate senza contare i tanti italiani, spesso anziani, che saranno costretti a trascorrerlo da soli. Il crollo delle spese di fine anno a tavola e sotto l’albero rischiano di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani che nell’intero 2020 – conclude Coldiretti – fanno segnare un crollo storico del 12% con una perdita secca di 30 miliardi di euro, raggiungendo il valore minimo degli ultimi 10 anni.

Sars-Cov-2: Sono 149 i bambini italiani colpiti da Kawasaki

Sono i 53 i bambini, in Italia, colpiti da sindrome multi-infiammatoria sistemica, ‘simil-Kawasaki’, e 96 con malattia di Kawasaki classica, per un totale di 149. Non si sono registrati decessi. I dati emergono da una ricerca multicentrica promossa dal Gruppo di studio di reumatologia della Società italiana di pediatria (Sip), presentata oggi al Congresso straordinario digitale della Sip.

Lo studio, che sarà pubblicato su una rivista internazionale di reumatologia, ha coinvolto circa 200 pediatri in tutta Italia con l’obiettivo di raccogliere tutti i casi di malattia di Kawasaki classica e quelli di malattia multi-infiammatoria sistemica registrati nei bambini sul territorio nazionale durante la prima ondata epidemica di Covid-19, dal 1 febbraio al 31 maggio.

Lo studio confermata la correlazione tra Sars-Cov-2 e sindrome multi-infiammatoria sistemica, la cosiddetta Misc che presenta appunto alcune caratteristiche simili alla malattia di Kawasaki. A provare questo legame sono “tre elementi emersi dalle nostre elaborazioni – spiega Andrea Taddio, consigliere del Gds di Reumatologia della Sip e professore associato di Pediatria all’Università di Trieste – Innanzitutto, la percentuale di pazienti positiva al virus era nettamente più alta nella popolazione con sindrome multi-infiammatoria (75%) rispetto alla popolazione con Kawasaki classica (20%)”.

 

Chi era Dorothy Day?

Dorothy Day (New York, 8 novembre 1897 – New York, 29 novembre 1980) è stata una giornalista e attivista sociale (membro dell’Industrial Workers of the World) statunitense. Famosa per le sue campagne di giustizia sociale in difesa dei poveri, dei senzatetto e dei lavoratori

“Laudato si” e “Fratelli tutti” al centro di rinascita del piano mondiale

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Viviamo tempi molto duri. Mai, in tempi recenti, il pianeta era stato colpito da una crisi sanitaria ed economica di proporzioni così gravi.
Impressiona, soprattutto, la condizione di incertezza presente e futura.
Ma nonostante tutto, a fianco di questa condizione di forzato isolamento, attività sociali ridotte, economia in crisi e strutture sanitarie al collasso, è nato e sta crescendo un mondo nuovo, le cui prospettive fanno sperare in una nuova fase di sviluppo dell’umanità.
Siamo in presenza di una combinazione di leader politici sensibili ai richiami di Papa Francesco e orientati alle encicliche sociali Laudato si’ Fratelli tutti che, solo pochi anni, fa sarebbe stata impensabile.
Joe Biden, presidente USA; Moon Jae-in, presidente della Corea del Sud; Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea; Giuseppe Conte e Sergio Mattarella, rispettivamente presidente del Consiglio e presidente della Repubblica italiana, sono tutti di fede cattolica.
Insieme a loro, numerosi altri capi di Stato si sono dichiarati totalmente d’accordo con quanto indicato da Papa Francesco nelle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti.
Per trovare una simile combinazione di vertici politici uniti da una visione condivisa bisogna tornare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi.
Il progetto – allora – era l’Europa unita. E il programma di sviluppo era il “Piano Marshall”, che prevedeva la ricostruzione del continente europeo devastato dalla guerra.
Il progetto – oggi –, a 75 anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, prevede un piano di investimenti per la rinascita dell’Europa e del mondo di dimensioni mai viste nella storia.
Il Piano Marshall ammontava a circa 13 miliardi di dollari.
Il 27 maggio la Commissione europea ha approvato un programma di investimenti di 750 miliardi di Euro in aggiunta al quadro finanziario pluriennale. Il totale degli investimenti che tale pacchetto di misure potrebbe generare ammonta a 3.100 miliardi di Euro.
Negli Stati Uniti la nuova amministrazione guidata da Joe Biden prevede un piano di investimenti di 2 trilioni di dollari (vale a dire 2 miliardi di miliardi) per decarbonizzare l’intero Paese.
In questo contesto, per la prima volta nella storia, entra da protagonista la Cina, che sta investendo circa 1.000 miliardi di dollari nella “Nuova via della seta”, un progetto che prevede lo sviluppo infrastrutturale delle rotte commerciali che collegano l’Asia con l’Europa e con l’Africa.
In termini economici, le encicliche Laudato si’ Fratelli tutti propongono un modello che rigetta le peggiori espressioni del neocapitalismo utilitarista e speculativo.
Secondo Papa Francesco, «il denaro deve servire e non governare» e il compito degli imprenditori dev’essere quello di generare opportunità di lavoro. Bisogna inoltre favorire e proteggere l’economia reale, limitare al massimo le attività finanziarie speculative, far prevalere la cultura del dono e cancellare la cultura dello scarto.
Il Pontefice propone una nuova prospettiva di sviluppo dove la giustizia sociale e la crescita economica vanno di pari passo con la difesa dell’ambiente.
Papa Francesco non si accontenta di sconfiggere le vecchie e nuove schiavitù; non ritiene sufficiente garantire i diritti umani contenuti nella Dichiarazione Universale del 1948. Bergoglio va oltre i “Dieci Comandamenti” e propone le “Beatitudini”, testimonia il Vangelo, sogna la realizzazione di una civiltà dell’amore fondata sulla fratellanza.
E chissà che una volta superata l’emergenza sanitaria causata dal coronavirus, il mondo non possa incamminarsi lungo la strada indicata dal Papa…
Noi ci speriamo!

Dorothy Day: le scelte dell’amore

Dorothy Day è piombata nella mia vita con la velocità di un fulmine a ciel sereno e l’ha sconvolta. Me ne sono innamorata. E subito ho compreso che ella era diventata lo strumento di Dio per la mia conversione, per la mia crescita spirituale. Tante volte durante l’elaborazione di questo libro, ho portato i suoi scritti in preghiera e la sua vita è diventata per me una strada luminosa da percorrere e mi sono convinta ancora di più che noi consacrati abbiamo tanto da imparare dagli  altri, dai laici in particolare, in fede, speranza e carità.

E prima di addentrarmi nella lezione voglio condividere con voi questa bella notizia, se qualcuno, possibilmente americano, non la sa già: si ha notizia di un miracolo della Serva di Dio Dorothy Day! La notizia è riportata dal Catholic Worker  di Huston, Casa san Diego. A Sarah Maple nel 2009 è stato diagnosticato un tumore al cervello che gli dava quasi due anni di vita…Con radiazioni o no sarebbe cresciuto. Immediatamente ha iniziato a pregare Dorothy Day. Il tumore è scomparso.

Con questo link potete scaricare il file pdf completo di Caterina Ciriello, autrice del saggio “Dorothy Day. Dorothy Day

Una nuova politica di cambiamento per lo sviluppo del paese

La situazione politica, è critica, preoccupante e dovrebbe avere una maggiore attenzione da parte delle forze politiche, con un serio ed efficace programma per creare le condizioni di risoluzione delle vicende che interessano il nostro Paese; però si constata, nostro malgrado, che non si pensa in modo costruttivo e qualificato ad una proposta concreta per la ripresa economica del paese.

Tutti i soggetti sono interessati solo alla propria collocazione personale per avere assicurato la continuità in parlamento, senza che ci sia un serio dibattito di come intervenire in modo concreto sulle questioni italiane. Ciò avviene per la mancanza di partiti storici nel nostro paese, oltre alla responsabilità di ciò che è da attribuire all’insufficienza, intellettuale e politica, dei gruppi dirigenti, dei partiti attuali presenti in parlamento.

La disoccupazione, la mancata crescita, la crisi del lavoro ha prodotto in questo paese solo un profondo scoramento nelle giovani generazioni, dunque, molti di essi emigrano per potere trovare un lavoro che li soddisfi.

Nel paese siamo di fronte a forze politiche costruite al solo fine di portare il paese in una profonda destrutturazione dello Stato liberale. Esse non hanno alcuna cultura pregressa, portano come soluzione l’assistenzialismo, generalizzato con bonus e benefici, ma che limitano di fatto gli investimenti che alla fine sono quelli che producono lavoro e sviluppo. Tutto questo non può certo essere disconosciuto, siamo di fronte alla decadenza della politica. Ci chiediamo come si può uscire da questa impasse in cui è caduto il paese.

Nella piena consapevolezza siamo più che convinti che oggi si debba portate avanti un’azione politica, senza avere alcun rimpianto per il passato, né tantomeno avere nostalgia di quello che fu e che non può più essere, per vari motivi, che sono di ordine sociale, politico, economico, culturale, dunque, è fortemente necessario agire in piena sintonia con le innovazioni socio-politiche per potere proiettarsi su un’azione politica che possa farsi carico di questa novità.

La prima cosa è quella di pensare ad un nuovo soggetto politico, dove non emerga il passato né in modo diretto, né con l’applicazione del nepotismo. La monarchia è stata sconfitta dalla Repubblica e siamo in democrazia. Essa deve essere sempre vigilata e attenzionata per assicurarne la continuazione come sistema politico. La democrazia non è un sistema politico ereditario.

E’ evidente che oggi la posizione dei cattolici democratici, risulta molto indebolita, per una serie di fattori, come ad esempio la perdita del referendum sul divorzio, la presa di distanza di tutte le associazioni cattoliche, Acli, Coldiretti,Cisl, l’Azione Cattolica hanno determinato il mancato appoggio elettorale delle associazioni cattoliche collaterali al mondo politico, i cui risultati sono ben noti.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quali sono le prospettive politiche dei cattolici democratici? La risposta è piuttosto semplice non guardare al futuro con lo sguardo al passato, ma essere innovativi sui metodi e sulle argomentazioni delle proposte politiche.

Il passato ormai è storia, dunque, il futuro verrà dal futuro, non dal passato, perché porterebbe nel presente tutti gli effetti negativi che era nella cause, dunque, è necessario avere delle idee innovative, che sono la conditio sine qua non , per potere riprendere una nuova iniziativa del cattolicesimo politico.

Certamente non è possibile più come è avvenuto in passato un partito che sia espressione del potere, ma concepisca il metodo democratico come spirito di servizio, senza il quale non è possibile avere un nuovo soggetto che sia espressione del cattolicesimo politico.

In democrazia la restaurazione è impossibile, specie quando ci sono grandi mutamenti nella società a livello mondiale, sia sui rapporti economici, che politici. Ciò deve farci capire che è cambiato tutto, che è finita la grande stagione della ricostruzione post-bellica, dunque, in conseguenza è anche cambiato il modo di concepire la politica. Insistere su questioni ormai superate dalla storia è fortemente deprimente e porta di sicuro al totale fallimento.

La storia segna un passaggio conclamato su questo argomento che vale la pena ricordare.

La rivoluzione francese porta sul panorama politico europeo, tre filoni di pensiero, che hanno un riflesso sul cattolicesimo politico italiano. Uno riguarda la restaurazione, perché difensori della monarchia assoluta, e quindi rinnegano il liberalismo e il socialismo. Uno è riferito alla concezione cattolica conforme alla fraternità e all’uguaglianza, ma ritiene la libertà come carattere rivoluzionario. La terza posizione considera la modernità che la rivoluzione francese inaugura come nuova stagione politica.

La concezione del cattolicesimo democratico, scaturisce da questa particolare posizione, la terza, che fu sostenuta, in Italia da padre Gioacchino Ventura, Romolo Murri, Ernesto Buonaiuti Luigi Sturzo.

Oggi, dunque, abbiamo superato la fase della modernità e nasce una nuova stagione storica che deve guardare al post-moderno e trovare le soluzioni a questa nuova visione .

Le prime cose da fare sono quelle che nella nuova concezione storica e sociale, che ha come sfondo il mondo poiché siamo nell’era della globalizzazione, è necessario difendere i diritti dei cittadini, è una cosa fondamentale della democrazia, siamo obbligati alla tutela dei diritti. Su questo principio è necessario nel nostro paese rigenerare le autonomie costituzionali, Comuni, Province, Regioni, che costituiscono la base democratica e territoriale di servizio ai cittadini. Le riforme che sono necessarie per lo sviluppo del paese, vanno condotte per migliorare le istituzioni non per renderle inefficaci e svilite del loro principio costituzionale. Operare al fine di rendere maggiore giustizia sociale è un dovere di ogni cattolico democratico impegnato in politica.

Queste condizioni sono fondamentali per lo sviluppo di questo paese, ormai allo sbando e certamente con un futuro incerto, è necessario un intervento qualificato e qualificante al fine di evitare il peggio. Tutto questo è possibile attuarlo con un nuovo soggetto politico, che affondi le sua radici nel cattolicesimo democratico, che ne sia espressione.

Siamo consapevoli che per fare questo è necessario impegnare molte risorse umane che siano di sicura estrazione democratica, senza che si crei un nepotismo che porterebbe sicuramente a vivere una stagione politica all’insegna di un neofeudalismo, che porterebbe ancora sciagure su questo paese.

Un sistema politico così basato, avrebbe come fine quello di sostituire la classe dirigente con i discendenti degli ex e tagliare fuori una nuova classe dirigente capace e non collusa. Significherebbe solo creare una società tribale e succube di questa forma neofeudalistica. La libertà così verrebbe assoggettata a queste dinastie che vogliono solo occupare posti di potere. Questa prospettiva non è auspicabile, anzi, va evitata e combattuta per il bene del popolo, per evitare il “beneficium” di pochi a discapito di molti.

I principati sono stati superati con l’avvento risorgimentale e la costituzione dello stato moderno, per cui oggi non sono più di moda, perché superati dalla storia.

E’ fortemente necessario un cambiamento con una forte caratterizzazione democratica, all’insegna del rigore morale, dell’onestà, che dia una nuova linfa alle istituzioni repubblicane, ma che sia soprattutto imperniato sulla legalità che è un principio inalienabile e indissolubile.

Noi ci adopereremo su questa via per portare un beneficio a tutte le classi sociali, in particolare a quelle che sono ai margini e dimenticati per dare loro una possibilità di riscatto.

Saremo con gli agricoltori, con i professionisti, con tutta la classe media, e saremo anche con gli imprenditori che vorranno contribuire alla soluzione delle problematiche del nostro paese.

Saremo attenti e vigili per sviluppare un serio progetto politico  di cambiamento, facendo appello “a tutti gli uomini disponibili”.

Partite aperte

Come sempre, lo si mette fuori porta, credendolo ormai finito e, miracolosamente, si riaffaccia vincitore. Berlusconi ha dimostrato ancora una volta di sapersela cavare come nessun altro mai. Ha fatto votare il provvedimento governativo anche a Lega e Fratelli d’Italia. Perché, non c’è alcun dubbio, che il merito di tutto ciò va riconosciuto al vecchio marpione di Arcore.

Lo scostamento di bilancio è passato. Da questo punto di vista il Governo ha superato lo scoglio più complicato e adesso, non resta che affrontare al meglio le difficili condizioni del corona virus.
Ci saranno ancora parecchi problemi, ma quello ad urto maggiore è stato liquidato.

Il Governo vive comunque sempre momenti di tensione. Non può non essere diversamente. Le difficoltà mettono sempre a nudo le carenze che i tempi vantaggiosi, per solito nascondono.

Resta in primo piano il problema del cosiddetto Mes. 36 miliardi offerti dalla comunità europea, da impiegare nel comparto sanitario. Come più volte ho scritto, cifra ragguardevole e fonte di possibilità altrimenti negata. Ho preso subito partito a vantaggio dell’acquisizione.

La nostra sanità ha mostrato il fianco, con fragilità anche nelle regioni che pensavamo essere ben equipaggiate. Quindi, l’impiego di quel denaro potrebbe essere un’ottima soluzione a questi problemi.

Nel Governo a mettersi di traverso, come si sa, sono i 5Stelle. Questi, infatti, hanno dalla loro un considerevole vantaggio: nessuno degli Stati europei, ad oggi, ha impiegato quella opportunità. Non è un aspetto secondario. Se solo uno, prima di noi, ne facesse uso, i 5Stelle sarebbero costretti a cedere. Stando invece, così le cose, i grillini potrebbero sempre indicare in quelle mancanze, il sintomo di qualcosa che non torna.

Sotto questo profilo, pertanto, la partita è ancora aperta, ma particolarmente incerta. Ci saranno ancora schermaglie, ma non si sa che destino avrà.
L’importante è che si utilizzi quanto meno al meglio l’altro capitolo del finanziamento europeo. Quello consistente. Quello di 209 miliardi. Gran parte del nostro futuro economico dipenderà dalla bravura con la quale si utilizzeranno quella massa ingente di capitali. Da qui ai prossimi 5/6 anni.

Temo sempre, come il tempo ha più volte dimostrato, che il nostro Paese non utilizzi per intero quella benedetta fonte. Spero di essere smentito.

Migranti: un calendario e un percorso per imparare a essere “sfollati come Gesù”

Un calendario, da utilizzare a casa, in parrocchia, in oratorio, in comunità o altrove, che permetterà di vivere l’Avvento con un pensiero particolare per gli sfollati interni attraverso un pensiero di Papa Francesco, una riflessione, un’intenzione di preghiera e molto altro. E’ una delle iniziative in preparazione al Natale predisposta dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, per continuare a riflettere e meditare sul Messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.

L’altra iniziativa si chiama “Sfollati come Gesù”, un’attività creativa e arricchente “per mettersi alla prima e imparare qualcosa di nuovo sulla realtà degli sfollati”, spiegano i promotori in una nota: “Un percorso che ci porta all’incontro con gli ultimi, ci permette una maggior conoscenza della loro vita e propone buone pratiche”. Il materiale è disponibile su Internet, insieme all’invito di postare ogni giorno sui social le immagini per il calendario dell’Avvento virtuale, già pronte.

Ursula von der Leyen: “Milan l’è un gran Milan”

“Milano, così bella e così ferita, è una capitale europea. Dove solo un anno fa fervevano la vita e un’economia sana, musica e artisti, il virus ha portato silenzio e dolore nelle strade di Milano. Ma è anche una città della resilienza, dove vivono molti eroi del quotidiano. Milano, città di arte e moda, è oggi una città di solidarietà, dove migliaia di persone si sono mobilitate per aiutare i propri vicini.

E stanno dimostrando la verità di quella vecchia canzone, ‘Milan l’è un gran Milan’”. Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento alla cerimonia per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi.

Sport Bonus, seconda finestra 2020.

E’ stato pubblicato l’elenco dei soggetti, identificati con il numero seriale, che possono effettuare, ai sensi di quanto previsto dalla normativa, erogazioni liberali in denaro per interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici o per la realizzazione di nuove strutture sportive pubbliche.

Le imprese, gli enti non commerciali e le persone fisiche devono effettuare le erogazioni liberali entro il 3 dicembre 2020 tramite bonifico bancario, bollettino postale, carte di debito, carte di credito e prepagate, assegni bancari e circolari.

Entro il 10 dicembre 2020 gli enti beneficiari delle erogazioni liberali, devono dare comunicazione al Dipartimento per lo sport dell’avvenuto versamento in denaro, compilando l’apposito modulo ed inviandolo per PEC a: ufficiosport@pec.governo.it.

Per saperne di più

Tumori. Screening domiciliari nel futuro della prevenzione

Un gruppo di ricercatori americani – guidati da Cherri Sheinfeld Gorin, dell’Università del Michigan di Ann Arbor – ha analizzato le cartelle cliniche elettroniche di quasi 43mila pazienti che si sono sottoposti a screening per il tumore del seno, della cervice e del colon-retto a maggio e giugno 2017 – 2019, per capire come le restrizioni avessero influenzato gli screening da marzo a maggio 2020.

Prima della pandemia, i tassi di screening per i tre tumori erano in media in aumento in tutti gli Stati Uniti. Durante il lockdown i tassi di screening sono diminuiti drasticamente. Inoltre, nonostante i test a casa per il cancro del colon-retto non fossero diffusi prima della pandemia, questa metodologia è diminuita solo di circa il 65% durante la pandemia.

E con la ripresa delle attività ambulatoriali durante i mesi estivi, i medici di famiglia hanno segnalato una diminuzione dell’88% per le visite di persona rispetto al 2019. Di contro, le visite via video o telefono sono aumentate enormemente.

Negli USA sono attualmente disponibili test di screening sulle feci per rilevare il tumore del colon-retto. Dopo un risultato positivo, i medici possono seguire il paziente e programmare altri esami come colonscopia o colonografia per confermare la diagnosi. E la FDA sta valutando anche test di screening domiciliare per la cervice uterina, mentre potrebbe essere presto disponibile anche un esame da fare a casa basato su biomarcatori per il cancro del seno.

Una nuova economia

“Restituire un’anima all’economia”. Un monito che Papa Francesco ha lanciato ultimamente da Assisi e che ha delle peculiarità fondamentali sul piano dell’impegno politico attivo.

Il mondo oggi vive la grave crisi della pandemia, con una classe dirigente nazionale e locale spesso impreparata a fronteggiare l’emergenza. Basti guardare il giudizio che la maggior parte dei cittadini esprime quotidianamente sui social, sulle varie realtà regionali (soprattutto meridionali) che stentano per strutture e per personale ad arginare questa emergenza che ha fatto già vittime in molte famiglie italiane.

Eppure, le parole di Papa Francesco andrebbero meditate seriamente. Da esse discende una nuova concezione della vita e della struttura economico-sociale che non può più rispondere ai criteri (o ai doveri) del profitto economico, dei calcoli ragionieristici, dello sfruttamento della manodopera, dei salari legati al profitto dell’imprenditore.

Al di là di ogni deleterio integralismo, i cattolici democratici dovrebbero riflettere su queste parole; uscire da un letargo che li ha avvinghiati dopo la fine del Partito Popolare e la confluenza in altri partiti; ri-cominciare (come amava dire Mino Martinazzoli) rispetto ad un quadro politico e partitico degradante e non consono alla migliore tradizione democratica e repubblicana.

Non è più possibile rinviare! Occorre un’assunzione di responsabilità che qualifichi un personale ed un costume di fare politica diverso ed alternativo rispetto a quello attuale, non solo nei comportamenti, ma soprattutto rispetto alle idee e ai programmi di un nuovo ordine mondiale giusto e solidale.

Le riflessioni di Papa Francesco rappresentano uno stimolo ulteriore a riprendere con coraggio una iniziativa politica interrotta a cavallo tra la fine del Novecento e gli inizi del nuovo Millennio.

I cattolici democratici, ormai orfani di un proprio partito politico, non possono più stare alla finestra: oggi il compito che hanno davanti è ancora più grande di quello svolto in passato nel primo dopoguerra e nel secondo dopoguerra. Si tratta cioè di rifondare su basi nuove (fedeli ai principi della Costituzione) uno Stato nuovo, una politica nuova, una economia diversa e non più padrona della politica e della vita privata dei cittadini.

Un nuovo ordine mondiale basato sui principi della giustizia e dell’uguaglianza oggi non è solo auspicabile, ma è possibile. Il liberismo economico sfrenato, la mercificazione dell’uomo hanno raggiunto livelli insopportabili, ma al contempo rappresentano la chiara manifestazione di una crisi irreversibile che se non attentamente guidata verso altre mete rischia di mettere in pericolo la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Giovanni Galloni (una delle menti più limpide della sinistra democratico-cristiana) negli ultimi anni di vita aveva riscoperto il pensiero politico di Giuseppe Dossetti proprio in ordine a questi moniti continui che lancia Papa Francesco: una nuova economia solidale, sganciata dal puro e semplice profitto oggi si impone in maniera vitale.

Tutto questo implica necessariamente l’assunzione di una nuova responsabilità politica dei cattolici democratici. La politica intesa come servizio alla persona e alla comunità deve ricominciare ad essere il principio cardine di un nuovo impegno sociale e popolare, nel solco di una ispirazione religiosa che Zaccagnini ci ha insegnato essere una missione “non in nome ma a causa della fede”.

Con il centro si vince, ma non in Italia.

Dunque, dopo il voto americano – ma ormai è un elemento sempre più gettonato e diffuso – è un  classico sostenere che le “le elezioni si vincono al centro”. Una riflessione, in effetti, abbastanza  calzante in molti sistemi politici. Ovviamente in quelli retti e disciplinati da una cultura democratica  e costituzionale. Del resto, nel momento in cui il populismo antipolitico, antiparlamentare,  demagogico e qualunquista comincia a mostrare le prime crepe e le prime difficoltà strutturali –  dopo l’ubriacatura di questi ultimi anni – è persin scontato che larghi settori della pubblica  opinione italiana, ed europea, iniziano lentamente a riscoprire e a valorizzare gli elementi  costitutivi del centro. O meglio, “della politica di centro”. Sono noti questi elementi: cultura della  mediazione, cultura di governo, cultura riformista, ancoraggio alla democrazia rappresentativa e  parlamentare, riconoscimento del pluralismo, importanza dei corpi intermedi, rifiuto pregiudiziale  di ogni sorta di radicalizzazione del conflitto politico e, infine, elogio della mitezza e della  concezione “temperata”della politica, per dirla con un grande leader della sinistra Dc, Mino  Martinazzoli. Ecco, si può tranquillamente sostenere che tutto ciò è l’esatto opposto della  esperienza concreta e della prassi politica del movimento/partito dei 5 stelle.  

Ma, al di là delle modalità e delle identità dei singoli partiti, è indubbio che il tanto detestato e  criminalizzato “centro” comincia a farsi largo, almeno come elemento decisivo per vincere le  elezioni e contrastare chi privilegia ancora la radicalizzazione del conflitto politico attraverso la  scorciatoia populista e demagogica.  

Ora, quello che sconcerta di fronte a questo riconoscimento sempre più marcato e trasversale, è  la quasi unanime considerazione che nessun partito di centro, in particolare nel nostro paese,  potrà mai più decollare. Se qualcuno si differenzia dai partiti populisti o di destra o di sinistra,  l’unico elemento che respinge seccamente e senza appello è quello di essere definito e  riconosciuto come un “partito di centro”. Quasi fosse un insulto o una infamia. È difficile  comprendere le ragioni politiche e culturali di questo respingimento, persin violento. Forse  l’atavico pregiudizio che persiste nei confronti della nobile e straordinaria esperienza della  Democrazia Cristiana. O forse, più semplicemente, l’avversione cronica ed ancestrale nei  confronti della definizione di centro. Inteso come espressione di antico, di vecchio, di datato e  quindi inesorabilmente da archiviare. Ma quello che stupisce, e che resta un fatto perlopiù  misterioso, è che molti invocano la necessità di riavere una “politica di centro” alla sola  condizione di non ridar mai più vita ad un “partito di centro”.

Certo, nel nostro paese replicare la  Democrazia Cristiana è pressochè impossibile per ragioni storiche, politiche, culturali e sociali. Ma  è indubbio che, allora, le strade sono solo due : o i vari partiti – nè populisti e nè sovranisti –  cercano, nella concreta azione politica, di recuperare quel patrimonio di metodo e di merito  oppure, inesorabilmente, ci si deve rassegnare ad una permanente e strutturale radicalizzazione  del conflitto politico con tanti saluti alla stabilità dei governi e delle coalizioni. Perchè se si  continua a vincere al centro e se l’elettorato conferma di tornare a privilegiare chi interpreta le  caratteristiche che storicamente nel nostro paese si sono riconosciute in un centro politico,  culturale e di governo, è indubbio che tutti i partiti di governo – di qualsiasi schieramento siano,  soprattutto in un contesto politico sempre più post ideologico – tenderanno a convergere proprio  al “centro”. Semmai, si tratta di capire come si declinano oggi, nell’attuale contesto politico e  sociale, quegli elementi costitutivi di una “politica di centro” che richiede anche una classe  dirigente adeguata accompagnata da una solida cultura politica.

Perchè, ed è bene non  dimenticarlo mai, i partiti di centro del passato, in primis la Democrazia Cristiana, non solo  evocavano astrattamente il richiamo ad un centro politico, ma lo praticavano concretamente  attraverso un percorso e una solida e specifica cultura politica. Il tutto non può avvenire  casualmente o solo come frutto di un tweet o di un post su FB. Se così fosse la “politica di  centro” non potrebbe che ridursi ad una evocazione giornalistica o, al limite, ad un ricordo di una  stagione lontana dalla miserie della contemporaneità.

La Grande muraglia verde africana baluardo contro la povertà

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Il deserto del Sahara sta avanzando inesorabilmente e non da oggi. Lo sapeva bene già negli anni ‘50 il botanico e biologo britannico Richard St. Barbe Baker a seguito di una spedizione esplorativa nel grande deserto africano. Lo studioso allora propose di realizzare un «fronte verde» che fungesse da sbarramento, con un’ampiezza di 50 chilometri (30 miglia) per contenere l’avanzata della superficie arida in espansione. Un recente studio dell’università del Maryland negli Stati Uniti ha confermato la gravità della situazione, dimostrando che a partire dal 1920 la superficie del deserto si è estesa del 10 per cento, fino ad arrivare agli odierni 8,6 milioni di chilometri quadrati.

Tra le zone in cui gli effetti del cosiddetto Global Warming sono più evidenti c’è proprio il Sahel, territorio semi-arido che attraversa orizzontalmente il continente africano, delimitato a settentrione dal deserto del Sahara e a meridione dalla savana tropicale. Questo fenomeno, che solo in parte può essere considerato come manifestazione di un ciclo naturale, è in gran parte legato al forte calo delle precipitazioni, a cui si associa l’aumento delle temperature. Una larga quota di responsabilità va certamente attribuita agli effetti della cosiddetta «antropizzazione» sul clima. Emblematica è la situazione del lago Ciad, che negli ultimi anni ha subito una diminuzione considerevole della sua estensione, dovuta alle scarse precipitazioni e all’utilizzo sempre più frequente dell’acqua prelevata dal bacino stesso o dai suoi affluenti per l’irrigazione dei terreni. Il lago è molto importante a livello ecologico, sociale ed economico: esso assicura infatti, il fabbisogno d’acqua a più di 20 milioni di persone che vivono nei Paesi attorno al bacino. Purtroppo la crisi climatica in corso sta sortendo effetti collaterali molto negativi sulle comunità autoctone che vivono sulle sue sponde. Non è un caso se i famigerati islamisti nigeriani Boko Haram hanno scelto proprio questi insediamenti per le loro attività di proselitismo, facendo leva su popolazioni affamate e impoverite dalla siccità. Ecco che allora la crisi ambientale sta diventando sempre più una crisi umanitaria di ampia scala che non può lasciare indifferenti.

Nella vasta regione saheliana le temperature medie stanno aumentando a un ritmo ben più rapido rispetto alla media globale. Tutto questo mentre si prevede un raddoppio demografico entro il 2050. Per far fronte ad uno scenario a dir poco allarmante, l’idea di erigere uno sbarramento verde è stata accolta per la prima volta, a livello politico, dalla Conferenza dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri della Comunità degli Stati Sahel-Sahariani (Cen-Sad) durante la loro settima sessione ordinaria tenutasi a Ouagadougou, in Burkina Faso, dal 1 al 2 giugno 2005. L’Unione africana (Ua) ha poi ufficialmente approvato questo indirizzo nel corso del suo ottavo vertice svoltosi ad Addis Abeba, in Etiopia, dal 22 al 30 gennaio 2007, attribuendo all’iniziativa la denominazione «The Great Green Wall for the Sahara and the Sahel Initiative» (Ggwssi). Sebbene la proposta sia stata inizialmente accolta con scetticismo, subendo peraltro diverse battute d’arresto, si sta rivelando sempre di più un programma integrato e complesso, ma al contempo estremamente urgente, che non consiste semplicemente nel piantare alberi ma anche nel promuovere una corretta gestione dell’agricoltura locale nelle comunità insediate nelle zone semi-aride.

«Il Grande muro verde è un tentativo stimolante e ambizioso di trovare una soluzione urgente a due delle principali sfide del 21° secolo, vale a dire la desertificazione e la perdita di suolo fertile», ha commentato Janani Vivekananda, consulente climatico presso Adelphi, un think tank su clima, ambiente e sviluppo. La Grande muraglia verde è dunque più di un semplice progetto ambientale che ha lo scopo di ripristinare 100 milioni di ettari di terre fertili nella fascia saheliana, riducendo nell’atmosfera le emissioni di anidride carbonica di 250 milioni di tonnellate. A detta degli esperti vi sarebbero, infatti, tutte le condizioni per creare almeno 10 milioni di posti di lavoro «verdi». Una prospettiva questa che non solo risponderebbe alle istanze dello sviluppo sostenibile, ma rappresenterebbe un fattore di contenimento rispetto al tema della mobilità umana intra ed extra africana. La Grande muraglia verde una volta che verrà realizzata interesserà un territorio lungo circa 7.800 chilometri e largo 15, che dal Senegal arriva a Gibuti. Una lunga direttrice, dunque, abitata complessivamente da oltre 230 milioni di persone. Attualmente, vi sono 20 Paesi che, con modalità diverse, si sono impegnati a sostenere quelli della fascia saheliana direttamente interessati per la realizzazione del gigantesco progetto. La Commissione europea ha già investito più di 7 milioni di euro (7,5 milioni di dollari). Sfortunatamente, secondo le Nazioni Unite, l’iniziativa finora ha raggiunto solo il 15 per cento dei suoi obiettivi sebbene alcuni progressi siano stati registrati. In Nigeria, ad esempio, sono stati recuperati 5 milioni di ettari di terra degradata e creati ventimila posti di lavoro, mentre in Etiopia l’impegno delle autorità locali ha consento di rigenerare 15 milioni di ettari di terra degradata, e duemila in Sudan. Per non parlare del Senegal dove negli ultimi dieci anni sono stati piantati 12 milioni di alberi resistenti alla siccità. Tra Burkina Faso, Mali e Niger, invece, è stato creato un corridoio verde lungo oltre 2.500 chilometri, coinvolgendo gli abitanti di 120 villaggi nella piantumazione di una cinquantina di specie native. Purtroppo la messa a dimora delle piante non sempre ottiene buoni risultati in quanto vi sono delle zone dove la nuova vegetazione nell’arco di breve tempo risulta essere già brulla e rada.

Da rilevare che la Grande muraglia verde africana è considerata il progetto di punta del decennio delle Nazioni Unite, che si aprirà nel 2021, per il ripristino degli ecosistemi degradati o distrutti e come misura per combattere la crisi climatica, tutelando la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico e la biodiversità. E proprio la Ggwssi è stata fonte d’ispirazione per il progetto «Grande muraglia verde per le città» annunciato lo scorso anno dal direttore generale della Fao, Qu Dongyu. Si tratta di un’iniziativa che punta, entro il 2030, a convertire circa 500mila ettari di terra in nuove foreste urbane e a ripristinare o gestire correttamente circa 300.000 ettari di foreste naturali esistenti nella regione del Sahel e in Asia Centrale. Se infatti proprio sugli insediamenti urbani ricadono molte delle responsabilità legate ai cambiamenti climatici, è anche vero che proprio le città sono anche le prime vittime dei loro effetti. Rimane il fatto che mai come oggi è necessario che gli Stati africani si assumano le loro responsabilità. Come ha avvertito Papa Francesco in più circostanze «il tempo sta scadendo» per trovare soluzioni al cambiamento climatico. Motivo per cui è urgente mettere da parte gli interessi faziosi, le pressioni politiche ed economiche, al fine di salvaguardare la Casa comune.

Milano: Trenord lancia i treni a idrogeno

In Valcamonica ci sarà la prima “Hydrogen Valley” italiana. I punti principali del progetto, denominato H2iseO, sono: l’acquisto di nuovi treni alimentati a idrogeno, che serviranno dal 2023 la linea non elettrificata – gestita da Ferrovienord (società al 100% di FNM) – Brescia-Iseo-Edolo, in sostituzione degli attuali a motore diesel; la realizzazione di centrali per la produzione di idrogeno, destinato inizialmente ai nuovi convogli ad energia pulita.

Il produttore sarà la società Alstom che in Europa ha già dato prova dell’affidabilità dei suoi sistemi di trazione a emissioni 0.

In Germania il treno iLint, il primo treno a idrogeno al mondo, da settembre 2018 ha percorso 250.000 km in servizio passeggeri su una tratta in Bassa Sassonia.

Per questo i nuovi treni alimentati ad idrogeno che FNM ha deciso di acquistare sono sviluppati sulla base della piattaforma Alstom Coradia Stream e sono in larga misura identici ai treni Donizetti già in uso a Trenord. Ciò consente di ridurre i tempi di consegna e conseguire possibili sinergie in ambito manutentivo.

Complessivamente sono previsti quasi 300 milioni di euro, destinati all’acquisto dei nuovi convogli prodotti da Alstom per Trenord, all’adeguamento della linea non elettrificata gestita da Ferrovienord, alla realizzazione di impianti per la produzione di idrogeno.

 

Istat: a novembre cala la fiducia di consumatori e imprese

A novembre 2020 si stima una diminuzione sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 101,7 a 98,1) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese che cade da 92,2 a 82,8 per effetto soprattutto del forte peggioramento dei servizi di mercato.

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in calo anche se con intensità differenziate. Il clima economico e il clima futuro registrano le flessioni maggiori, passando, rispettivamente, da 87,2 a 79,3 e da 104,0 a 98,8. Il clima personale scende da 106,4 a 104,7 e quello corrente diminuisce da 99,9 a 97,4.

Guardando alle imprese, il peggioramento della fiducia è diffuso a tutti i settori: l’industria e il commercio al dettaglio registrano cali più contenuti mentre si evidenzia un crollo dell’indice relativo ai servizi di mercato. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice scende da 94,7 a 90,2 e nelle costruzioni cala da 142,5 a 136,8. Nel commercio al dettaglio l’indice diminuisce da 98,9 a 95,2 mentre nei servizi di mercato cade da 87,5 a 74,7.

Con riferimento alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera e nelle costruzioni tutte le componenti sono in peggioramento.

Nei servizi di mercato si registra un diffuso e marcato peggioramento dei giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini subiscono un forte ridimensionamento contribuendo in modo considerevole alla caduta dell’indice di fiducia. Nel commercio al dettaglio, la diminuzione dell’indice è dovuta al forte calo delle aspettative sulle vendite future; invece, i giudizi sulle vendite recuperano e il saldo delle scorte di magazzino è in diminuzione. A livello di circuito distributivo, la fiducia aumenta nella grande distribuzione mentre è in marcata flessione nella distribuzione tradizionale.

Rifiuti, Utilitalia: per rispettare gli obiettivi Ue servono oltre 30 impianti

Per conseguire gli obiettivi fissati dal pacchetto Ue sull’economia circolare al 2035, servono nel nostro Paese oltre 30 impianti per il trattamento dei rifiuti organici e per il recupero energetico delle frazioni non riciclabili. È quanto emerge dallo studio “Rifiuti urbani, fabbisogni impiantistici attuali e al 2035”, realizzato da Utilitalia (la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche) e presentato oggi nel corso di un convegno on line. Gli attuali impianti di trattamento dei rifiuti urbani sono numericamente insufficienti e mal dislocati sul territorio, costringendo il nostro Paese a continui viaggi dei rifiuti tra le regioni e a ricorrere in maniera ancora eccessiva allo smaltimento in discarica.  Senza una decisa inversione di tendenza sarà impossibile raggiungere i target UE che prevedono sul totale dei rifiuti raccolti, entro 15 anni, il raggiungimento del 65% di riciclaggio effettivo e un utilizzo della discarica per una quota inferiore al 10%.

IL FABBISOGNO IMPIANTISTICO AL 2035 È DI 5,7 MILIONI DI TONNELLATE

Considerando la capacità attualmente installata, se si vogliono centrare gli obiettivi europei e annullare l’export di rifiuti tra le aree del Paese, il fabbisogno impiantistico ammonta a 5,7 milioni di tonnellate. Su base annua e nello specifico, il Nord risulterà autosufficiente per l’organico e in debito di 150mila tonnellate per la termovalorizzazione; il Centro avrà bisogno di termovalorizzare ulteriori 1,2 milioni di tonnellate e di trattarne altrettante di organico; al Sud avrà un fabbisogno di recupero energetico di 600mila tonnellate e di 1,4 milioni di tonnellate per l’organico; per la Sicilia il deficit sarebbe di 500mila tonnellate per l’incenerimento e 600mila tonnellate per l’organico; la Sardegna sarebbe invece autosufficiente per l’organico ma presenterebbe un deficit di 80mila tonnellate per la termovalorizzazione. “Senza impianti di digestione anaerobica e termovalorizzatori – spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia – non è possibile chiudere il ciclo dei rifiuti in un’ottica di economia circolare. Mentre l’industria del riciclo denuncia la carenza di sbocchi per gli scarti, si continuano a ipotizzare scenari con future tecnologie che al momento non sono disponibili o immediatamente applicabili su scala estesa e si rimanda un problema oggettivamente non più procrastinabile”.

IL RICORSO ALLE DISCARICHE È ANCORA ECCESSIVO

Le discariche sono il sistema di trattamento dei rifiuti con il maggiore impatto ambientale, soprattutto per le emissioni di gas serra. Tuttavia gli ultimi dati mostrano che sono state ancora smaltite in discarica 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 310mila di questi sono stati trattati in Regioni diverse da quelle di produzione. La vita residua delle discariche attive è in esaurimento: per il Nord si prospettano ancora 7-8 anni; per il Centro 6-7 anni; per il Sud 2-3 anni. Al momento l’Italia avvia a discarica una media del 20,2% dei rifiuti urbani trattati, mentre l’Unione Europea ci impone di scendere al di sotto del 10% nei prossimi 15 anni: a questo ritmo di conferimento, saremo obbligati a scegliere se costruire nuovi impianti o continuare a portare la spazzatura in discarica, sottoponendo il nostro Paese a nuove procedure di infrazione. Entro pochi anni in mancanza di interventi, la chiusura delle discariche soprattutto al Sud farà ulteriormente aumentare il numero dei viaggi dei rifiuti verso gli impianti del Nord.

LA FOTOGRAFIA DELLA SITUAZIONE: VIAGGIANO 2,7 MILIONI DI TONNELLATE

Nel 2018 in Italia sono state prodotte 30,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (600mila in più rispetto al 2017). Circa 2,7 milioni di tonnellate sono state trattate in regioni diverse da quelle di produzione; il flusso viaggia principalmente dal Centro-Sud verso il Nord. Il Nord ha importato circa 1,8 milioni di tonnellate dalle aree del Centro-Sud, che rappresenta il 13% della produzione dei rifiuti di tutto il Settentrione, il quale già oggi, grazie ai propri impianti, riesce ad essere molto vicino (15%) ai target di conferimento in discarica previsti dall’UE per il 2035. Il Centro è costretto a esportare il 17% (1,1 milione di tonnellate) della propria produzione di rifiuti, nonostante avvii già in discarica una percentuale di rifiuti estremamente elevata, pari al 35% ma non in grado di garantire tutta la richiesta. Il Sud ha invece esportato il 10% della propria produzione di rifiuti (soprattutto organico) ma solo per la disponibilità elevata di discarica, ora utilizzata per un’alta percentuale, pari al 41%. “Gli sforzi degli italiani nella raccolta differenziata – continua Brandolini – devono essere premiati da un sistema che sia in grado di valorizzare al meglio i rifiuti. In quest’ottica, i dati dimostrano che anche la raccolta differenziata e gli impianti non sono due elementi contrapposti, anzi: i territori che registrano le percentuali più alte di raccolta differenziata, non a caso, sono proprio quelli in cui è presente il maggior numero di impianti”.

I VIAGGI DEI RIFIUTI: UN COSTO ECONOMICO E AMBIENTALE

La carenza e la cattiva dislocazione degli impianti è la prima causa dei viaggi dei rifiuti lungo la Penisola, con importanti costi in termini economici e ambientali. Per trasportare le 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti trattati in regioni diverse da quelle di produzione, nel 2018 sono stati necessari 107 mila viaggi di camion, pari a 49 milioni di chilometri percorsi: ciò ha comportato l’emissione aggiuntiva di 31.000 tonnellate di CO2 e 75 milioni di euro in più sulla Tari (il 90% dei quali a carico delle regioni del Centro-Sud). Solo nel 2018, oltretutto, l’Italia ha pagato ben 70 milioni di euro per multe dalla UE per le inadempienze che sono state contestate sulla gestione dei rifiuti. La realizzazione di nuovi impianti, oltretutto, comporterebbe ulteriori vantaggi in termini ambientali. Con il biometano prodotto attraverso il trattamento della frazione organica e l’energia elettrica rinnovabile degli inceneritori, si potrebbero soddisfare rispettivamente le necessità energetiche di circa 230.000 e 460.000 fa¬miglie, pari a circa, rispettivamente, 700.000 e 1,4 milioni di abitanti ogni anno.

Parte il progetto di telemedicina reumatologica iARPlus

Parte il progetto di telemedicina reumatologica iARPlus. Non si tratta di una semplice cartella clinica elettronica ma di una nuova piattaforma informatizzata, interoperabile e in grado di facilitare i contatti tra malato, il medico di medicina generale e lo specialista reumatologo. Già in 40 centri della Penisola sono operativi degli “Ambulatori Virtuali Reumatologici” che presentano modelli e percorsi comuni e condivisi per evitare disparità nei servizi erogati. L’obiettivo è implementarli nel più breve tempo possibile e l’iniziativa nasce dall’esigenza di far fronte alle emergenze sanitarie imposte dalla pandemia.

iARPlus è usufruibile per i pazienti colpiti dalle patologie più gravi come artrite reumatoide, artrite psoriasica o spondilite anchilosante. On line sono presenti schede per la raccolta dei dati anagrafici, esami di laboratorio, esiti diagnostici, tipologia di trattamento in atto, aderenza e comorbidità.

Il paziente potrà compilare, sempre on line, delle schede di autovalutazione sull’attività della malattia, integrate in un sistema di allarme che avvisa in tempo reale il reumatologo. Nel caso in cui lo ritenga opportuno, lo specialista potrà valutare se sia necessario convocare l’assistito in ospedale per controlli più approfonditi in presenza.

Un nuovo paradigma culturale e politico

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Buffon

Ai giovani imprenditori dell’incontro internazionale, «The Economy of Francesco», già programmato per maggio scorso ad Assisi, il Papa non parla che raramente di economia. Si dilunga, invece, sulla politica, “la migliore politica”, nel solco della nuova enciclica Fratelli tutti. Non bastano più, infatti, nuove economie, una semplice innovazione delle strategie economiche, occorre un nuovo paradigma culturale e politico, una nuova società: «Siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza e impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi». L’economia deve fare i conti non solo con la politica, con la società, ma anche con la storia; deve occuparsi della casa comune e non più soltanto del miglioramento del mercato per accrescere la ricchezza.

Non basta più ragionare sulle risorse materiali, onde procurare il cibo a una popolazione in aumento, come a postulare un conflitto tra essere umano e ambiente, ma è necessario occuparsi di risorse umane, sociali, e anche istituzionali. Occorre superare la logica della frantumazione, del conflitto e del dominio, per giungere a favorire una cultura dell’incontro a pro del bene comune.

Echeggiano qui le affermazioni della Fratelli tutti sulla carità politica, sulla società aperta e il cuore aperto, che si guarda dallo screditare, o peggio, dal calunniare l’interlocutore. Torna forte il monito a non accontentarsi di una politica assistenziale e filantropica che umilia il povero, ma osare una governance, capace di offrire agli scartati un posto al tavolo dei decisori: per una politica non solo con i poveri ma dei poveri. «È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti di azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra)… diventino i protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro… e da loro impariamo a fare avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti…». La sostenibilità autentica, senza ipocrisie, cioè la ricerca del bene comune coincide allora con “l’opzione per i poveri”, senza la quale non si costruisce una società fraterna. Come nella Fratelli tutti, anche ai giovani imprenditori di Assisi, il Papa pone la questione centrale dell’appartenenza alla società, un’appartenenza che deve sottostare al criterio della dignità umana, del rispetto dei diritti umani fondamentali, cioè deve assoggettarsi al principio della inclusività.

Lo stesso invito rivolto a Francesco dal crocifisso di San Damiano diventa allora “perché no!” un programma politico a tutto tondo. Riparare la casa, che va in rovina, non è solo una chiamata a una missione religiosa, rivolta all’intimo della coscienza; è un programma di riforma globale. Francesco, che incontra il lebbroso e lo bacia, si sente mutato nel corpo, tanto che l’amaro si cambia in dolce e viceversa. Egli, però, non si ferma al semplice servizio ai lebbrosi. Torna, sì, di tanto in tanto, presso di loro, ma il suo sguardo corre altrove. La sua scelta dei lebbrosi non intende assecondare il sistema bipolare della dicotomia tra maiores minores. Se la sua vocazione si fosse limitata a un puro assistenzialismo, egli sarebbe caduto vittima del sistema: assistere i lebbrosi per calmierare il disagio sociale sarebbe equivalso a permettere alla città dei mercanti di continuare a svolgere i propri affari. La sua proposta, invece, è la fraternità con tutti, incluse le creature e il sultano d’Egitto, cioè la via di una appartenenza inclusiva, la via di un cambio di paradigma, quello della centralità del fratello, a cominciare dal lebbroso. Egli mette così al centro il grido del sofferente, quale questione sociale e politica per eccellenza. Lo dice anche Papa Francesco agli imprenditori di Assisi, proponendo loro un patto: la cultura, l’accademia, la scienza, le aristocrazie culturali non possono appartarsi dalla vita e dalla «sofferenza concreta della gente». Anche per imprenditori e manager vale allora il modello del samaritano della Fratelli tutti, lo stile della cura: «Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù».

L’opzione per la povertà, operata da Francesco d’Assisi, a differenza di quella di altri ordini mendicanti, non era una strategia per sostenere l’autenticità della predicazione, ma una scelta politica e quasi antropologica, a sostegno di un modello di nuova umanità.

La povertà di Francesco d’Assisi è scelta politica essendo scelta non solo ascetica, ma economica. Essa postula, infatti, il passaggio dal diritto di proprietà al semplice uso delle cose. E uso sobrio, cioè limitato alle necessità dell’oggi, rispettoso dei limiti delle risorse, che madre terra ci offre per il nostro sostentamento. Proprio questo nuovo rapporto con i beni, l’uso sobrio, è ciò che esige la fraternità che non vuole escludere nessuno, che mette al centro la dignità di ciascuno, il valore intrinseco di ogni essere vivente. Anche la fraternità di Francesco opera successivamente secondo queste indicazioni. La predicazione francescana del Quattrocento, ad esempio, non tollera l’avarizia, di chi accumulando beni per sé li sottrae alla fraternità, e rallentandone la circolarità, ne esclude l’accesso ai più fragili. Il criterio di appartenenza, cioè il diritto di cittadinanza, per questi francescani, non è basato sul sangue, o sulla residenza, ma sulla effettiva disponibilità a promuovere il bene di tutti, a promuovere cioè il bene comune, a prendere parte alla costruzione della fraternità. L’imprenditore non può essere perciò solamente un’economista, ma un economo: amministratore della casa comune; a lui appartiene cioè non tanto la vocazione del contabile, bensì quella del politico, che prende parte attiva alla vita della città, anzi che si impegna in prima persona nella cura della fraternità. Come università Antonianum, lo abbiamo appreso concretamente proprio toccando l’anima della città di Taranto, dove al centro sta il problema della vita, e della vita lacerata dalla malattia, già molto prima dell’arrivo del covid-19: vita che non tollera dicotomie tra salute e lavoro, tra economia e società, tra scienza e utopia politica. A Taranto abbiamo capito che oggi più che mai l’imprenditore, o il manager pubblico e privato, deve essere esperto di umanità, cioè uditore tanto del grido della terra e del grido dei poveri.

Il viaggio dell’Italia verso il futuro

Il primo punto, valore fondamentale per sconfiggere il virus e costruire una ripresa economica e sociale, è capire quanto importante sia il valore della collaborazione. Sia essa tra le forze politiche, tra le istituzioni, tra i cittadini. Durante un’emergenza così dura, la politica fa bene al Paese solo se usa il dialogo e non lo scontro, la condivisione di idee e non gli antagonismi, la chiarezza di un progetto e non inutili veti.

Ogni giorno, ci pone davanti uno scenario che muta, quindi non possiamo più parlare di “progetti”, ma di un “progetto” comune, una direzione verso la quale andare insieme. Il primo obiettivo deve essere quello che già il nome dei Fondi messi a disposizione dall’Europa indica: lavorare per la prossima generazione, che non va intesa solo in senso demografico, ma come epoca. Un’epoca che oggi si sta formando e della quale tutti facciamo e faremo parte. Nessuno escluso. Non abbiamo più la possibilità, né il tempo, per dimenticarci del futuro. Quello che accade oggi è già il futuro e ciò che sarà domani dipende dalle risposte che sapremo dare.

Infrastrutture, cultura e innovazione sono investimenti essenziali ma devono essere chiare le nuove opportunità che vogliamo creare. Per fare questo dobbiamo dimenticarci prima di tutto dei contrasti che abbiamo visto tra lo Stato e le autonomie locali, -questo è un punto su cui dobbiamo riflettere- la crisi che abbiamo davanti non aspetta nessuno. Tantomeno i tempi dello scontro istituzionale e quello che il Paese non può permettersi è l’incertezza nelle decisioni. La scelta di andare avanti e ripensare il modello di industria, commercio e turismo che vogliamo avere nel futuro è necessaria. 

Per prima cosa va capito che il modello di sviluppo, in particolare per settori come il commercio  l’artigianato ed il turismo, passa per il modo di intendere la crescita dell’immagine, della credibilità e del decoro di tutte le nostre città e dei nostri borghi. Poi dobbiamo ricordare che le varie zone del Paese devono essere tra loro collegate, con infrastrutture sicure e garantite. Non possiamo più permetterci di avere territori scollegati dal resto del Paese, soggetti al rischio idrogeologico, minacciati da problemi stagionali noti, oppure poco sicuri anche per chi li visita. Tutto questo però non si costruisce in poco tempo ed ha bisogno di politiche di ampio respiro, che sappiano accompagnare il processo di conversione a cui sono chiamati i vari settori della nostra economia.  Un esempio di questo è il Turismo, che da servizio dovrà trasformarsi in vera e propria industria nel Paese che vanta il numero più alto al mondo di siti tutelati dall’Unesco. Per fare questo, servono strategie e incentivi ed una vera e propria “cultura della promozione” del Turismo Interno e di Prossimità regionale, che ha bisogno di un giusto sostegno e di una visione chiara.

Le istituzioni hanno mutato il loro compito negli ultimi mesi, dovendosi occupare principalmente dell’emergenza sanitaria e dell’erogazione dei necessari sussidi per fare in modo che la vita prosegua. Tra breve entreremo nella fase più dura, in cui le conseguenze economiche del Covid-19 si scaricheranno sui cittadini con violenza. Uno dei temi fondamentali è decidere, in maniera condivisa e strategica, come allocare le risorse del Recovery Fund. Tante cose sono cambiate nella mobilità delle persone, delle merci, dei servizi, dei capitali e delle idee. Va attuata una strategia di interventi che vada a stabilire le priorità che portino lavoro, sviluppo e benessere per tutto il Paese. La crisi è certamente fonte di difficoltà, ma non deve trovarci impreparati e senza un’idea su cosa fare. Dobbiamo guardare alla qualità delle scelte per far tornare a crescere ogni singolo Comune, provincia o regione.

Tutto riparte dagli investimenti sui nostri tanti e diversi territori, ciascuno con le sue unicità, con panorami e opere invidiate dal mondo intero. Mettere in rete imprese e territori, con la creazione di infrastrutture moderne e funzionanti, ridurre il gap che colpevolmente si è lasciato crescere tra le strutture pubbliche presenti al sud e quelle del nord. Far crescere il Paese, collegandolo grazie alla creazione della sempre più necessaria banda larga, richiesta ormai in un mondo che cambia giorno dopo giorno ed affronta le sfide di una realtà lavorativa che si sta modificando nelle forme e nei contenuti. Senza dimenticare poi l’urgenza di ripensare tutto il sistema dell’istruzione, che deve essere modernizzato e ripensato. Il lavoro di oggi va avanti e le competenze dei nostri ragazzi non possono restare indietro.  

Abbiamo l’opportunità di creare qualcosa di duraturo con i Fondi in arrivo dall’Europa, creando un sistema di investimenti pubblici che sappia far ripartire l’offerta, senza fare interventi che abbiano il corto respiro della vita di un governo. Dopo aver visto un progressivo e costante deperimento dell’immagine dell’Unione europea, che da baluardo dei diritti e della pace è diventata per qualcuno la ragione di tutti i mali e facile schermo dietro il quale le politiche nazionali spesso si riparano, vediamo oggi nell’Europa un importante presidio per i diritti di ciascuno di noi e un riferimento per superare questo drammatico momento. Oggi riscopriamo che la cultura comune che oltre 60 anni fa ha messo insieme vari Paesi è fatta di condivisione delle responsabilità e anche aiuto reciproco. Tra le cause che hanno portato l’Europa alla situazione di crisi attuale c’è la poca conoscenza che i suoi 500 milioni di cittadini hanno di ciò che per loro l’Unione fa o, ancora meglio, potrebbe fare se gli Stati membri tornassero a credere fermamente nelle idee di integrazione e solidarietà.

Come in ogni convivenza, anche l’Unione europea è composta da interessi diversi, ma che in fondo portano tutti al comune obiettivo che per l’Europa è un vanto, ossia avere il migliore sistema di welfare del pianeta. È proprio da questa esigenza condivisa di garantire il maggiore benessere ai cittadini europei che parte il piano d’aiuti senza precedenti che oggi conosciamo come Next Generation EU. Su questo le tante diverse culture e sensibilità democratiche degli Stati europei devono trovare un punto di necessaria convergenza e farsi motore di quel cambio di paradigma a lungo discusso nelle economie e nelle società nazionali, per non fare di questa crisi un elemento che entra dirompente nella vita delle persone distruggendola e facendo nascere solo disgregazione e frammentazione, ancora una volta, anche dell’Unione europea. La creazione di valore in questo nuovo mondo, di cui intravediamo ancora solo i contorni, passa soprattutto dalla vittoria di una sfida che vede l’Europa  come protagonista. Le imprese sono legate indissolubilmente ai loro territori e l’Europa deve essere un unico grande territorio delle opportunità e di uno sviluppo che finalmente diventa sostenibile e va a scongiurare i pericoli che in modo terribile si sono resi concreti in questa nostra epoca.

Un’Europa a misura di persona, che sappia affrontare in modo unito e davvero condiviso le sfide ancora poco chiare che questa crisi ci pone di fronte. Questo si può fare con un welfare unico, grazie a risorse comuni e scelte strategiche. Il Covid-19 non è stato solo un problema: ha portato alla luce alcuni dei nodi politici irrisolti di questa Unione di Governi più che di Stati, di diplomazie più che di persone. Abbiamo bisogno, ora, di un cambio di paradigma di una visione che guardi da qui ai prossimi 20 anni, per creare una nuova realtà che deve partire da una visione del mondo rinnovata, per filosofia di attività politica e per capacità strategica di gestione dei territori. In una fase di incertezza deve esserci un forte legame di fiducia fra Stato e cittadini e fra lo Stato e le autonomie locali. Dunque la politica deve ripartire dai territori, punto di snodo delle esigenze dei cittadini e delle imprese, che vivono il quotidiano e meritano amministrazioni locali che siano all’altezza del loro compito. 

Il tempo che viviamo, nella sua gravissima drammaticità, ci dà l’occasione di riflettere sugli errori fatti fino a questo momento e sulle tante occasioni mancate. Penso a Roma, a quanto la Capitale d’Italia può in questo momento dare e rappresentare per tutto il Paese e quanto in questi anni invece è stata tenuta ai margini. Deve essere chiaro a tutti che un corpo riparte se la sua testa funziona bene. Roma tra meno di un anno ha l’occasione di tornare a ragionare e ad essere perno propulsore per un Paese che ha da sempre tutte le risorse umane, morali e culturali per tornare a correre. È necessario per il Paese intero, progettare un rilancio della capitale che miri a farla tornare ad essere il punto di riferimento come lo è sempre stato.

Serve un progetto che guardi al futuro della città, che sappia immaginarla e realizzarla a partire dalle necessità e dalle volontà dei cittadini, del mondo associativo e delle imprese. Chi amministra non dovrebbe solo chiedersi come si risolve un problema specifico ma intervenire sulla sua origine, per far sì che non si ripresenti. Per farlo, c’è bisogno di progettualità competenza che purtroppo da anni mancano a questa città.  L’emergenza Covid-19 ci ha spinto a sentirci più uniti come Paese perché abbiamo avuto la prova di quello che noi diciamo da tempo: nessuno si salva da solo. È questa cultura democratica e riformista che può guidare la rinascita del nostro Paese, partendo da Roma. Occorre una visione strategica per il futuro, un futuro che oggi appare incerto ma che non è mai stato così ricco di promesse di opportunità, di innovazione di possibilità e di rinnovamento. Il viaggio più difficile è quello che inizia ora e ci porta nel domani. De Gasperi diceva che Politica vuol dire realizzare,  È il momento di scegliere se restare nell’eterna ripetizione di oggi o capire cosa fare del domani, iniziando a dare una nuova forma al presente per scrivere il futuro.

 

La federazione di centro, un passo avanti nella ricomposizione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La pregevole, articolata relazione del Presidente della Federazione di Centro, Giuseppe Gargani, messa in rete anticipatamente  ha permesso di determinare un confronto più compiuto tra i partecipanti alla video discussione.

Sono stati affrontati i temi centrali e le relative criticità che colpiscono il Parlamento, la Magistratura e il pericoloso conflitto istituzionale tra Stato e Regioni conseguenza della avventata riforma del Titolo V della Costituzione.

V’è stato un generale apprezzamento per una riflessione profonda, ad ampio spettro, che ha posto nel preambolo una strategia culturale prima che politica.

Personalismo ed individualismo come cause della crisi con perdita di identità e di moralità.

Oggi, Gargani, proprio nel suo articolo sul Dubbio pone l’accento sul metodo democratico dei Congressi DC, sulla partecipazione viva. Un partito che fa Congressi con il metodo democratico, non con il sorteggio degli oratori che si confrontano con la videocamera piuttosto che con le persone.

Dunque non possiamo essere alleati neppure con quanti si alleano con chi rifiuta lo Stato di diritto.

Perché qui è in gioco il Parlamento e la sua funzione, che é stato progressivamente demolito attraverso i suoi istituti vivi, poi delegittimato con la campagna mediatica anti casta, fino alla riduzione della rappresentanza.

Dunque l’esigenza è ripartire da quel trenta per cento che ha rifiutato slogan propagandistici e vuole affrontare i reali problemi del Paese con serietà e rigore. È da lì che si deve ricomporre e riaggregare.

Gargani faceva riferimento a Montesquieu che non è una firma fantasiosa, ma un civil servant che difende i principi della divisione dei poteri in contrapposizione a Rousseau che non è solo una piattaforma, ma un pensiero populista e giacobino.

Gargani ha affrontato anche il deterioramento della funzione giudiziaria, ma aggiungo anche quello degli organi di garanzia come la Corte Costituzionale con sentenze opache e contraddittorie che alimentano dubbi e incertezze senza dire quelle parole chiare che sarebbero necessarie.

È stato molto significativamente fatto riferimento alla questione morale posta da Enrico Berlinguer negli anni settanta e alla deriva giustizialista degli anni novanta con Tangentopoli che portò  alla delegittimazione del Parlamento di partiti storici e di una intera classe dirigente.

Siamo in una fase storica in cui i desideri sono diventati realtà; la uguaglianza é diventata una pretesa. Si utilizza il Covid  per realizzare uno Stato dove  prevalgono protezioni, garanzie e  politiche di sussidi senza anticorpi. Ciò produrrà cicatrici profonde nel tessuto economico e sociale se contestualmente non si fa una operazione di verità sui conti pubblici e non si affronta il problema del debito pubblico generato da uno  Stato  mamma, uno Stato Protettore.

Il siamo tutti uguali porta all’appiattimento, alla mediocritá, alla assenza di competizione, a scelte di basso profilo.

È stato approvato un documento per verificare entro il 15 dicembre i risultati delle riflessioni interni dei singoli partiti e delle associazioni. La piattaforma programmatica è quella formulata dalla Fondazione delle idee elaborate dal Prof. Giannone.

La spinta è quella – pur avendo la storia e gli ideali nel cuore – verso un soggetto nuovo, con un simbolo nuovo, per porsi come novità nella credibilità per dialogare con quanti si riconoscano in questi ideali senza pregiudiziali.

Nessuno pensi di fare una M&A con prelievo di sangue fresco di Associazioni e corpi vitali.

È stato compiuto un deciso passo in avanti nella ricomposizione, nella riaggregazione di forze che si ispirano alla dottrina sociale, al personalismo mounieriano e mariteniano, ai valori costituzionali, all’europeismo e alle scelte di progresso green.

Siamo allo snodo di un percorso difficile. Forse ci è di aiuto rileggere le parole scritte da Aldo Moro su Vita e Pensiero proprio 76 anni fa, il 25 novembre del 1944 sul “dinamismo del centro” tra Camaldoli e le idee ricostruttive di De Gasperi.

Il centro non è una posizione per nulla comoda e facile, non è di riposo… il vecchio si adatta e si rinnova ed il nuovo si svolge in collegamento continuo e fecondo con il passato…. Il centro non è un punto immobile, ma un processo, faticoso, impegnativo e ricco di incognite…

…Si tratta di assicurare la continuità del processo e perciò accelerare il nuovo, potenziarlo nel suo vigore, ma controllarlo al tempo stesso. .. Si tratta di educare generazioni nuove e classi che accendono in modo confuso verso il potere.

Economia: Istat, a ottobre 2020 stop a ripresa dell’export verso i Paesi extra Ue

A ottobre 2020 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 una diminuzione congiunturale per le esportazioni (-2,6%) e un incremento per le importazioni (+1,7%).

La flessione su base mensile dell’export interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie ed è dovuta in particolare al calo delle vendite di beni intermedi (-6,1%) e beni di consumo non durevoli (-1,9%). Dal lato dell’import, aumentano gli acquisti di beni di consumo durevoli (+7,7%), beni strumentali (+5,2%) e beni intermedi (+2,5%), mentre diminuiscono quelli di energia (-2,7%) e beni di consumo non durevoli (-0,5%).

Nel trimestre agosto-ottobre2020, rispetto al precedente, l’export cresce del 16,1%; la crescita, diffusa a tutti i raggruppamenti, è più sostenuta per beni di consumo durevoli (+31,0%), beni strumentali (+21,4%) ed energia (+19,6%). Nello stesso periodo, l’import aumenta su base congiunturale del 10,9%, con gli incrementi maggiori per beni di consumo durevoli (+37,0%) e beni intermedi (+23,3%). In calo soltanto gli acquisti di beni di consumo non durevoli (-6,9%).

A ottobre 2020, l’export torna a registrare una flessione su base annua ampia (-10,0%, da +2,8% di settembre), cui contribuisce il forte calo delle vendite di energia (-47,6%), beni strumentali (-12,3%) e beni di consumo non durevoli (-10,0%). L’import segna una contrazione ancora marcata ma sostanzialmente stabile (-12.4%; era -12,3% a settembre), spiegata soprattutto dal forte calo degli acquisti di energia (-43,3%). Aumentano su base annua gli acquisti di beni intermedi (+11,4%).

La stima del saldo commerciale a ottobre 2020 è pari a +7.085 milioni (era +7.450 milioni a ottobre 2019). Diminuisce l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +10.317 milioni per ottobre 2019 a +8.740 milioni per ottobre 2020).

A ottobre 2020 l’export verso paesi ASEAN (-25,5%), Stati Uniti (-20,1%), Russia (-18,4%), Giappone (-15,5%) e Regno Unito (-14,6%) è in forte calo su base annua. Aumentano le vendite verso paesi MERCOSUR (+16,6%), Svizzera (+6,0%) e Cina (+2,0%).

Gli acquisti da Russia (-49,6%), Regno unito (-19,6%) e Stati Uniti (-17,9%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. In forte aumento gli acquisti dai paesi OPEC (+27,5%).

A ottobre 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che l’export diminuisca del 3,1% su base mensile e del 9,4% su base annua. L’import registra un lieve incremento sul mese (+1,7%) e un’ampia flessione sull’anno (-11,9%). Il saldo commerciale è pari a +5.764 milioni (era +5.962 milioni a ottobre 2019).