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Censis: 460.000 piccole imprese a rischio chiusura

Piccole imprese a rischio decimazione. Sono 460.000 le piccole imprese italiane (con meno di 10 addetti e sotto i 500.000 euro di fatturato) a rischio chiusura a causa dell’epidemia: sono l’11,5% del totale e nel 2021 potrebbero non esserci più. È in gioco un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e quasi un milione di posti di lavoro. Con il lockdown e il gorgo di restrizioni rischia di sparire un popolo di piccoli imprenditori e insieme di prosciugarsi un serbatoio occupazionale. Il Covid-19 potrebbe spazzare via il doppio delle microimprese che sono morte tra il 2008 e il 2019, come conseguenza della grande crisi. Sarebbe un doloroso addio ai nostri piccoli imprenditori vittime di una strage annunciata, con gravi ricadute sulla crescita: è in pericolo il meglio del motore antico del modello di sviluppo italiano. È quanto emerge dal «2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana», realizzato in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili attraverso la ricognizione delle valutazioni di un ampio campione di 4.600 commercialisti italiani, sensori diffusi sul territorio, affidabili e autorevoli dello stato dell’economia reale.

Crollo dei fatturati e crisi di liquidità. Il 29% dei commercialisti rileva che più della metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato (il dato scende al 21,2% nel caso dei commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi). Sono quindi 370.000 le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi. Inoltre, il 32,5% dei commercialisti registra in più della metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni). Sono cioè 415.000 le piccole imprese che oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa.

Interventi pubblici tra luci e ombre. Le misure pubbliche adottate durante l’emergenza ottengono una valutazione tra luci e ombre da parte dei commercialisti. Il sostegno alle imprese (moratoria sui mutui, garanzie statali sui prestiti) viene giudicato positivamente dal 45,2%, in modo negativo dal 34%. Gli aiuti al lavoro (divieto di licenziamento, ricorso alla Cassa integrazione in deroga) sono promossi dal 43,4%, bocciati dal 34,9%. Il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, Reddito di emergenza) è visto con favore dal 36,6%, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo. La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate è valutato bene dal 33,3%, male dal 46,9%. Per i commercialisti lo sforzo statuale nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta.

Ora è urgente un’accelerazione delle misure. Per evitare la moria di piccole imprese, secondo i commercialisti bisogna intervenire qui e ora agendo su quello che non ha funzionato. Il 79,9% dei commercialisti auspica più chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici, il 49,9% ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti. Se gli strumenti di sussidio per i diversi beneficiari vengono promossi, viene però bocciata l’effettiva applicazione delle misure a causa dei detriti burocratici che rallentano tutto. Occorre snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali per rendere gli interventi più efficaci: questo chiedono i commercialisti, convinti che le imprese vadano aiutate a resistere oggi, per non morire e per ripartire domani.

Tagliare le unghie alla cattiva burocrazia. Per i commercialisti è in corso uno smottamento continuato dell’economia. Per il 41% bisogna essere pronti a tutto perché tutto può succedere. Il 27,6% sottolinea l’ansia pervasiva provocata dalla nuova ondata di contagi. Come in un videogioco con tante scelte possibili e altrettanti finali: appare così il destino delle imprese italiane, tra virus, restrizioni e burocrazia che non funziona. Per il 40,7% dei commercialisti ci vorrà molto tempo per uscire dalla crisi, il 26,9% ritiene che occorre adattarsi subito alle nuove condizioni o non ci sarà crescita, il 24,2% pensa che molti settori vitali siano ancora in difficoltà.

Questi sono i principali risultati del «2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana» realizzato dal Censis per il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, che è stato presentato oggi a Roma da Francesco Maietta, Responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, e discusso da Massimo Miani, Presidente del Cndcec, Aldo Bonomi, Direttore dell’AAster, e Roberto Weber, Presidente dell’Istituto Ixè.

Gli alberi sono il futuro: 30 mln per la riforestazione urbana

“Nella Legge clima abbiamo previsto 30 milioni di euro per la riforestazione urbana. Ho firmato il decreto, e oggi i Comuni possono partecipare a questi bandi, i soldi ci sono”. Lo ha affermato il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, partecipando in diretta facebook all’iniziativa del M5s ‘Alberi per il futuro 2020, in casa e in città ambiente e salute mettono radici’; una iniziativa che negli ultimi 5 anni ha interessato 250 Comuni per 57 mila alberi piantati.

La Festa dell’albero, prevista il 21 novembre di ogni anno con iniziative fino al 21 marzo, “ha un senso che non è solo la celebrazione dell’albero in sé, ma l’impegno di ciascuno di noi a poter fare qualcosa”, afferma Costa.
E proprio a proposito della riforestazione urbana, Costa ha aggiunto: “Se andiamo a vedere l’evoluzione statistica dei prossimi anni, sappiamo che attualmente metà della popolazione italiana vive nelle grandi città, e che nel prossimo decennio questa percentuale arriverà al 70%. Deve dunque cambiare la visione ambientale delle grandi città; gli alberi, insieme alla mobilità sostenibile, all’efficienza energetica hanno un ruolo importante. Basti pensare che un albero medio assorbe 15kg di anidride carbonica e produce ossigeno per 2,5 cittadini, oltre ad abbellire le nostre città e rasserenare gli animi ed essere fono assorbente. Questi 30 milioni destinati alla forestazione hanno dunque un senso concreto”.

“Nel Recovery plan – ha continuato il Ministro – è mia ferma intenzione andare oltre, e piantumare nei tempi previsti, vale a dire 3 anni di impegno di spesa e 6 anni complessivi, fino a 50 milioni di alberi che si sommano ai fondi che già abbiamo messo. Stiamo facendo un piano di riforestazione urbana ed extraurbana mai fatto prima per avere un inventario forestale che riguardi anche le zone interne della città, e trasformare il concetto di superficie forestale”.
Una iniziativa, spiega Costa, che “fa il palio con il Cam verde pubblico: una norma che ci consente di dire a tutti gli enti pubblici che ogni volta che si vuole fare un intervento che riguarda il green, questo va fatto secondo indicazioni precise stabilite dal Ministro dell’ambiente. Abbiamo un Comitato per il verde pubblico e questo Cam che oggi è obbligatorio pone alcuni elementi: diminuiamo fino ad azzerare pesticidi e fitofarmaci, facciamo fertirrigazione, scegliamo essenze floricole autoctone. Altra cosa – aggiunge Costa –spingiamo la lotta biologica integrata, utilizzando gli insetti che possono favorirci in questa direzione e favorendo la biodiversità”.

Sul molto contestato taglio degli alberi in città il Ministro spiega: “Nei Cam abbiamo previsto la gestione pluriennale da parte degli enti, Comuni Province Regioni e lo Stato stesso delle stesse, delle alberature verdi, che si possono tagliare solo in caso di patologie e prevedendo l’impegno a sostituirle- Siamo uno dei Paesi al mondo che più stimola l’aiuto ai territori più affaticati dal Climate change, come l’Africa sub sahariana – aggiunge poi Costa – Stiamo partecipando alla costruzione del Green wall, 8 mila chilometri di deserto che vedranno 2 miliardi di alberi piantumati con un forte intervento dell’Italia. Crediamo che un continente così affaticato non vada abbandonato, per motivi umanitari, climatici e perché siamo convinti che ci si salva solo tutti insieme”. La prossima Cop 15, che si terrà in Cina nel 2021, vogliamo che sia la Conferenza delle parti sulla tutela della biodiversità importante quanto lo è stata la Cop di Parigi sul clima nel 2015 – continua il Ministro -. Una conferenza nella quale porteremo anche il tema della salvaguardia dell’Amazzonia”.

Infine, sulla condanna della Corte Ue all’Italia sulla qualità dell’aria Costa ha spiegato: “Riguarda tutto ciò che non è stato fatto fino al 2017. L’Unione europea dice però che finalmente l’Italia dal 2018 ha cambiato regime, e sta mostrando segni incoraggianti di voler realmente migliorare la qualità dell’aria. Questa per noi è una grande soddisfazione – conclude – il Clean air dialogue è stato l’inizio di un percorso attraverso il quale, sempre in accordo con le Regioni e a  catena con i Comuni, abbiamo stanziato una media di 90 milioni di euro su base annua per un totale di 1 miliardo e 400 milioni. Risorse mai viste prima e che testimoniano quanto questo Governo ci creda”.

Roma: sono partiti i rimborsi Atac per i titolari degli abbonamenti elettronici annuali

Sono partiti i primi rimborsi Covid agli aventi diritto titolari di abbonamento annuale elettronico, mediante prolungamento della validità del titolo per i mesi accordati a seguito delle verifiche da parte dell’azienda.

L’attivazione del prolungamento del titolo in corso di validità potrà essere effettuata solo utilizzando i parcometri e non presso le Biglietterie Atac. Sul sito rimborsimetrebuscovid.atac.roma.it è presente il videotutorial con la procedura da seguire, o su questo link https://m.youtube.com/watch?v=I0aPKRbt9Xw.

Questa scelta è stata fatta per evitare code e problemi agli sportelli e rendere più semplice e veloce l’attivazione del prolungamento attraverso i 2.100 dispositivi presenti e distribuiti sul territorio di Roma Capitale. Entro il 26 novembre verrà anche attivata la funzionalità di estensione automatica del titolo contestuale al suo rinnovo effettuato presso le Biglietterie Atac e gli esercizi commerciali (tabaccai, edicole, bar, ecc…) ampiamente diffusi sul territorio Capitolino.

Tutti i titolari di abbonamento che hanno ottenuto il riconoscimento del diritto, riceveranno via e-mail la comunicazione di accettazione della loro istanza di rimborso entro la fine di novembre.

Natale in lockdown, le regole per il cenone

Sarà un Natale di estrema prudenza, in cui purtroppo la circolazione del virus sarà ancora intensa per cui non saranno possibili  cenoni aperti, assembramenti, persone che non si conoscono e che stanno una vicina all’altra. Sarà un Natale con i propri cari.

Questo pensa Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute per l’emergenza coronavirus.

A parlare di un “Natale diverso” era stata anche la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, ospite ieri di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7: “Non credo che ci possano essere allenamenti delle misure per Natale: dovremo anzi prevedere molto probabilmente una limitazione delle persone riunite a non oltre il primo grado di parentela. Credo che sarà un Natale ben diverso da quello che abbiamo conosciuto”.

E ancora l’infettivologo Massimo Galli, intervistato ieri dal Tg4: “Non voglio dire che gli italiani a Natale dovranno digiunare, si potranno raccogliere in piccoli gruppi, ma i grandi cenoni familiari e grandi veglioni quest’anno ce li dobbiamo dimenticare fin d’ora”. “Anche se chiudessimo tutto oggi, e riaprissimo per Natale o prima di Natale, è abbastanza evidente che se non manteniamo le precauzioni, anche dopo la riapertura cadremmo esattamente nell’errore di ferragosto, quando un’interpretazione disinvolta del ‘dobbiamo convivere col virus’ ha portato al risultato che il virus ha fatto festa insieme a gli italiani”.

5 stelle, cosa ci diranno gli Stati Generali?

Accanto alle notizie drammatiche che, purtroppo, ogni giorno ascoltiamo dalla Tv e leggiamo su  giornali e social, il dibattito politico langue ma tuttavia esiste. Dove può, come ovvio. Compresi i  partiti. O meglio, in quel che resta nei partiti. Anche se l’attenzione dei media è comprensibilmente  molto minore rispetto ai periodi di normalità. 

Tra gli avvenimenti più significativi in questo momento ci sono indubbiamente i cosiddetti “Stati  Generali” del partito di Grillo, i 5 stelle. Certo, non è semplice nè facile capire qual’è il dibattito  all’interno di quel movimento/partito. Anche perchè, alla luce del comportamento politico  concreto assunto in questi ultimi due anni, lì dentro può davvero capitare di tutto. Per citare una  sferzante e celebre battuta di Carlo Donat-Cattin lanciata contro i suoi amici/avversari all’interno  della Dc e usata ai tempi degli epici scontri con i “dorotei”, “questi sono capaci, capacissimi,  capaci di tutto”. E in effetti dai 5 stelle ci si può veramente aspettare di tutto. Perchè, almeno  stando ai fatti – almeno quelli importanti e più vistosi – ci troviamo di fronte ad un “non partito”  che è diventato partito; ad un movimento che per anni ha rinnegato qualsiasi forma di alleanza  con i partiti tradizionali e organizzati e lanciando strali contro tutto e contro tutti e poi abbiamo  visto com’è finita; abbiamo assistito ad una lotta furente e chiassosa contro la “casta” e poi,  capitolo vitalizi per gli altri escluso, tutti i benefit e i privilegi dei parlamentari, stipendi compresi,  non sono stati affatto scalfiti; e in ultimo, ma non per ordine di importanza, il capitolo delicato dei  “mandati” e della selezione della classe dirigente. Anche qui, dopo aver attaccato tutto e tutti per  l’attaccamento al potere e agli incarichi, adesso il dibattito è tuttora aperto attorno al fatidico  “secondo mandato”. Ovvero una pratica che vale per tutti coloro che, dopo aver fatto due  mandati parlamentari, dovrebbero adesso cercarsi un lavoro una volta usciti dal Parlamento.  

Ora, al di là delle decisioni che democraticamente verranno assunte da quel partito in questi “Stati  generali”, un fatto è chiaro. E cioè, dopo una serie di capriole politiche e di giravolte  impressionanti, adesso forse è arrivato il momento per pronunciare una parola chiara sulla  prospettiva politica di questo partito. Almeno per il breve/medio termine. E anche e soprattutto  per capire come ci si deve rapportare nel futuro con questo partito. Dal capitolo delle alleanze alla  natura politica di questo partito; da come seleziona e promuove la classe dirigente al come resta  legato al suo profilo politico originario. Che era chiaro e netto, nonchè sbandierato. E cioè, il  profilo antipolitico per eccellenza, anti sistema, anti casta, antiparlamentare. E soprattutto la sua  natura populista e demagogica. Ecco, dagli “Stati generali” si spera che arrivi un progetto politico  chiaro e definito. Non solo per i stelle – quello è un fatto loro, come ovvio – ma anche e soprattutto  per la politica italiana e per coloro che con i 5 stelle pensano di fare un tratto di strada comune. 

Esaurito il suo ruolo storico, la Democrazia Cristiana non è più proponibile

La storia della Democrazia Cristiana, un grande partito retto da tanti uomini illustri e preparati, ha fatto grande l’Italia nel mondo ma oggi non è ripetibile. Dunque, facciamo alcune premesse per ricordare le tappe più salienti della sua storia e nel contempo cerchiamo di esprimere un giudizio su questo argomento. 

 

Tutto ebbe inizio con la pubblicazione dell’enciclica di Papa Leone XIII, “Rerum Novarum” del 1891, che segna l’avvio dell’ingresso dei cattolici in politica. Com’è noto, per via del “Non expedit”, ai cattolici era vietato impegnarsi in politica. La prima versione della Democrazia Cristiana fu proposta da Romolo Murri, ma ebbe vita breve per la deriva a sinistra  e Murri dovette subire anche la scomunica. I cattolici impegnati in politica continuarono a svolgere il loro ruolo negli anni successivi, tanto è vero che nacque il PPI, nel 1919, con l’appello ai “liberi e forti” di Don Luigi Sturzo. Anche il PPI durò poco per l’avvento del fascismo, per cui lo stesso Sturzo dovette andare in esilio, prima a Londra e dopo a New York, esilio che durò circa ventisei anni.

 

Dopo la disfatta fascista, si formò la seconda versione della Democrazia Cristiana, con Alcide  De Gasperi, alla quale Sturzo, nel frattempo ritornato dall’esilio, partecipò attivamente dando il suo contributo con suggerimenti ed idee. Con il Referendum Costituzionale la Monarchia esce di scena. Nel partito furono attivi giovani di valore come Fanfani, Andreotti, Dossetti, Moro, La Pira, oltre lo stesso Sturzo. Con la Democrazia Cristiana, il Paese riconquista la libertà perduta, avviene la ricostruzione e il Paese si sviluppa tanto da diventare il sesto paese industriale, assumendo un prestigio in tutto il mondo.

 

Baget Bozzo individuava tre schemi di organizzazione della presenza pubblica dei cristiani. Il primo schema era detto eusubiano, delineato da Eusebio di Cesarea nella Vita e nella Laudes di Costantino, secondo cui la Chiesa interviene nella società per l’attuazione dei suoi principi attraverso un’istituzione politica autonoma. Il secondo schema detto gelasiano – da Papa Gelasio I –  stabiliva che il potere temporale fosse soggetto alla gerarchia ecclesiastica in forza di motivi spirituali. Il terzo schema, affermando la netta distinzione tra le due comunità, l’ecclesiale e la civile, riporta al discorso agostiniano, contenuto nel De civitate Dei di Aurelio Agostino. In questo caso, la Chiesa rinuncia a intervenire nella gestione del potere perché ritiene impossibile orientare, attraverso di esso, la società e i suoi principi.

 

Con le elezioni del 18 aprile 1948, vinte clamorosamente dalla DC, prende il volo la ricostruzione postbellica, anche grazie all’aiuto economico che De Gasperi ottiene dagli Stati Uniti d’America. Il Paese acquista fiducia, si rilanciano gli investimenti, cresce la produzione e con essa l’occupazione. La DC assume stabilmente la compartecipazione primaria nei governi che vanno dal 1948 sino al 1992, anno in cui gli scandali di Mani pulite la travolgono.

 

Subentrarono allora le divisioni dei democristiani, alcuni dei quali scelsero di confluire nello schieramento di centro sinistra, altri nello schieramento di centro destra. Nacquero alcuni piccoli partiti, condotti maggiormente a titolo personale, che poi non hanno espresso in tutti questi anni nessuna proposta politica capace di ricreare lo spirito del vecchio partito. È qui che s’impone lo schema di teologia politica che Baget Bozzo definiva “eusebiano”, talché la Chiesa prende le distanze dal mondo politico in virtù della separazione tra sfera spirituale e sfera mondana.

 

Oggi assistiamo non solo all’indecenza di svariate versioni della Democrazia Cristiana, tutte immancabilmente risibili, ma addirittura alla faziosità di chi pretende d’imporre la “sua” nuova Democrazia Cristiana. In realtà, la funzione storica della Democrazia Cristiana è finita, ed è finita con la morte di Aldo Moro, sicché i tentativi di riesumare un partito glorioso del passato è destinato a naufragare.

La storia, come sappiamo, non è ripetibile. Di essa il bravo politico deve fare tesoro per non incorrere gli errori del passato, sempre però con l’impegno di guardare avanti, con una visione innovativa, lontano cioè da modelli ripetitivo. Di per sé la riproposizione della Democrazia Cristiana appare fuori luogo, sembrando all’atto pratico un modo piuttosto becero di maneggiare una questione di potere. Quanti pretendono di ricreare la Democrazia Cristiana fanno finta di ignorare che questo partito appartiene ormai alla storia del Paese.

La prima versione della Democrazia cristiana, nasce e si sviluppa e muore in un periodo caratterizzato da profonde modificazioni della società italiana, da sostanziali mutamenti della gestione del potere pubblico e dell’economia. Dai moti popolari del 1893-94 e del 1898, in larga parte spintaneisti, si passa agli scioperi della classe operaia organizzata in leghe e sindacati. A cavallo del secolo la borghesia abbandona i metodi cari a Crispi e a Pelloux per assumere con Giolitti una linea di gestione del potere in grado di trasformare le tensioni sociali in spinte dirette a favorire lo sviluppo del capitale e dell’impresa.

L’organizzazione delle masse operaie attorno al Partito socialista poneva al movimento cattolico il problema di una strategia politica autonoma volta al recupero del proletariato, vieppiù estraneo all’influenza della Chiesa. Nel contempo i governi liberali offrivano al Papato inedite forme di collaborazione, culminanti nel Patto Gentiloni, per arginare l’iniziativa del Partito socialista.

Il PPI di Sturzo muove da una critica radicale al centralismo dello Stato, all’affarismo parlamentare e alla corruzione. Erano aspetti connessi e dipendenti, nell’insieme, da un modello elitario di potere. Sturzo criticava tutto questo perché vedeva il lato oscuro di uno Stato che faceva proprie le attribuzioni dei comuni e violava la libertà d’insegnamento, i diritti personali e familiari, riducendo la scienza e le lettere a un bagaglio di mestieranti. Questa critica non intendeva colpire lo Stato liberale in quanto tale, ma la tendenza accentratrice che in esso si manifestava ai danni della vita amministrativa locale. Tutto ciò era anche alimentato dalla visione meridionalistica, fortemente anti protezionista, che ebbe in De Viti De Marco il suo maggiore esponente.

In origine il prete calatino si prodigò a far sì che nella sua Scalia sorgesse e si manifestasse appieno l’impegno municipale dei cattolici. Nasce così l’idea del partito nel quadro stesso delle sue stesse attività sociali, organizzative e amministrative, intese come mezzo di elevazione sociale e morale delle masse contadine, come presupposto per il riscatto del Mezzogiorno e come base per lo sviluppo di una coscienza civile, politica e democratica dei cattolici organizzati. 

In definitiva Sturzo, nell’ambito di una prospettiva politica vasta, fa rientrare tanto le lotte contadine quanto l’impegno amministrativo. Nel discorso di Caltagirone evidenziò i tratti costitutivi dell’avanzata dei cattolici nelle istituzioni, dando spessore a quelle linee politiche e ideologiche che avrebbero dovuto qualificare questa impresa. Si staccò pertanto dalle vecchie posizioni intransigenti, considerandole del tutto superate. Da qui germoglia quel movimento che anni dopo, con il famoso appello  a  “liberi e forti”, si traduce nella formazione del Partito popolare.  

Nel Ventennio il piccolo nucleo dei popolari mantiene accesa la fiaccola della libertà. L’antifascismo di De Gasperi era tutto imperniato sulla sua formazione religiosa e culturale, come rifiuto dell’autoritarismo e della violenza del regime. Gli articoli sull’Illustrazione Vaticana dimostrano come De Gasperi avesse tenuto in vita istanze e valori largamente funzionali all’organizzazione politica dei cattolici democratici dopo la caduta di Mussolini. Del resto, negli anni della dittatura, l’Azione cattolica rappresentò l’unico spazio di libertà nell’azione di inquadramento formativo di giovani, donne e uomini, rimanendo questo organismo al di fuori della stretta morsa del regime. 

Le prospettive culturali che uomini come Montini e Righetti offrirono ai giovani della FUCI e dei Laureati cattolici stavano fuori da qualsiasi schema o suggestione autoritaria e dall’influenza dell’idealismo gentiliano. Si afferma in quel tempo la lezione di Jacques Maritain, quindi l’idea della democrazia come “sistema di vita, nel quale l’opera di ciascuno confluisce con l’opera di tutti e la libertà del dono reciproco si traduce in effettiva fraternità”. 

De Gasperi sfiora, senza adeguarvisi ingenuamente, queste peculiari suggestioni. Egli non scarta del tutto il pensiero di Maritain, ma conserva l’ancoraggio culturale alla tradizionale sociologica cristiana ottocentesca. Dopo vari incontri con i giovani della FUCI e dell’Azione cattolica, con l’opuscolo sulle Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana,  butta le basi per il nuovo programma politico. In effetti Le Idee ricostruttive rappresentano una specie di carta costitutiva della Democrazia cristiana. La tesi fondamentale si ritrova nel seguente passaggio: “Una democrazia rappresentativa espressa dal suffragio universale, fondata sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri e animata dallo spirito di fraternità, che è fermento vitale della civiltà cristiana, questo deve essere il regime di domani”. 

In una corrispondenza con Sturzo, De Gasperi scriveva di avere dato al partito l’epiteto DC e si congratulava con Sturzo per la sua approvazione. La DC idealmente era legata al popolarismo sturziano, ma fu una cosa del tutto diversa, per le diverse condizioni storiche, ambientali e politiche nelle quali il partito deveva operare. Infatti il PPI, dopo la prima guerra mondiale, si era presentato nella come portavoce e sostenitore di certe istanze del mondo rurale e di quei ceti che più degli altri avevano subito i danni della politica economica e dello sviluppo industriale del paese dall’unità in poi. La DC è diversa poiché nacque sotto il clima dell’antifascismo e della Resistenza. Dunque, la fascia di consenso della DC si dimostrò molto più ampia rispetto a quella del PPI.

Orbene, dopo questo approfondimento oggi rileviamo che vi sono numerose versioni della DC, ma nessuna si è cimentata seriamente con i problemi del tempo presenti. Tutti parlano di ricostruire la DC, ma senza alcun riferimento alle condizioni attuali di un Paese che sta vivendo una crisi economica e politica molto profonda. La Chiesa, d’altronde, non ha alcun interesse a “benedire” nuovamente la DC – ma quale sarebbe, poi, questa DC – perché la società è cambiata e per i motivi esposti prima non ci sono più le condizioni per una nuova DC.

Si ritiene, pertanto, che è sempre necessario un impegno dei cattolici in politica, ma serve un cambiamento profondo per riuscire ad aggredire con intelligenza e passione i mali che affliggono i nostri tempi: la corruzione, la criminalità, il populismo, il sovranismo, e dunque la destrutturazione, infine, dello stato liberale.

Una cosa in questo periodo è emersa in modo evidente. Ci sono state riforme, anche di ordine costituzionale, che hanno modificato l’assetto dello Stato, con l’accentramento di alcuni Enti, l’eliminazione delle Province, lo svuotamento della funzione del Parlamento. Ebbene, il nuovo corso dei cattolici democratici deve essere tutto proteso a riprendere le condizioni originarie della autonomie, per garantire la democrazia, la libertà e la tutela della dignità della persone. Urge un programma che ridia dignità alla rappresentanza politica mediante la scelta consapevole degli elettori, con i partiti incaricati di dare sicurezza alla democrazia.  Non ci possono essere deroghe a questi valori e principi. Dunque, ci batteremo per la difesa dello Stato di diritto e per i principi fondamentali della Costituzione repubblicana, ma lo faremo con un nuovo soggetto politico, diverso e distinto dalla DC. Un partito capace di stare al passo dei tempi, pronto a farsi carico delle trasformazioni della società e a interpretare le novità dell’attuale momento storico. 

Che Dio salvi l’Italia.

 

*Domenico Cutrona, Segretario Politico M.P.F.E. (Movimento Politico Federalista Europeo)

 

Per una critica dell’economia turistica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Giancarlo Ghigi

Un invito alla lettura di “Per una critica dell’economia turistica” di Giacomo-Maria Salerno. Leggere l’imponente ricerca di Giacomo-Maria Salerno sulla turistificazione, e farlo proprio nel pieno dell’attuale e profonda crisi del settore, quando le strade delle nostre città d’arte sono completamente prive di turisti e anzi sono scosse da sommosse – e talune jacquerie – che partono proprio dal segmento del leisure così gravemente colpito, può apparire un controsenso. Oggi quel turismo di ieri, quel mitologico “oro nero del paese, pare un miraggio ormai lontano. Ma la storia economica (al pari di quella epidemiologica) ci insegna che le seconde ondate di fenomeni così dinamici sono incredibilmente più vivaci delle precedenti, e così già domani un’ondata di ritorno dell’economia turistica è facilmente prevedibile se non proprio nei tempi almeno nell’intensità. Appare in fondo la risposta più probabile al bisogno di evasione che la stessa contenzione da lockdown sta accumulando.

Giacomo Salerno indaga l’origine e i costrutti dell’economia turistica – settore che oggi pesa il 10% del prodotto interno lordo mondiale  con una ricerca che partendo da solide radici filosofiche giunge attraverso una storiografia critica ad una lettura economica del fenomeno. Negli ultimi capitoli dell’opera l’autore si focalizza sulla genesi e l’impatto sociale dell’economia turistica sulla “città più turistificata del mondo, la sua città natale, Venezia.

Si percepisce tra le righe del suo lavoro, specie in quest’ultima sezione, quello che Donna Haraway definisce un distacco appassionato, quell’atteggiamento dello studioso che senza mai trascurare l’accuratezza del metodo non fa segreto dell’impegno civile che ne è il movente profondo, come giustamente osserva anche Giovanni Attili nella bella introduzione a questo volume edito da Quodlibet.

“Da dove nasce il nostro desiderio di viaggiare? E in quale misura il viaggio è oggi inesorabilmente confinato nella sua cornice turistica, come già ci raccontava Marco d’Eramo? Ed infine quanto questa specializzazione turistica del paese (che assume oggi forme di concentrazione dei capitali che ricordano quelle dell’industria pesante nel secolo scorso) muta l’oggetto stesso del consumo turistico, ovvero la città?”

Salerno ci spiega che sebbene nulla sembri mutare in una città storica divenuta essa stessa oggetto di consumo, perché non vi spuntano nuove torri di fabbrica ottocentesche tra i palazzi del centro, né quegli enormi uffici novecenteschi che sorgevano come funghi brutalisti nelle sue tangenziali durante l’avvento della “città dei servizi” raccontata da Lefebvre, qualcosa di impercettibile e profondo oggi ne sta rimodellando il tessuto urbano, omologando nei dettagli ciò che per sua natura e tipicità sfuggiva ancora fino a pochi decenni fa all’omologazione. E questo qualcosa accade ovunque, perché la città turistica è una fabbrica diffusa e senza zoning.

Gli addentellati di una ricerca così ampia spaziano evidentemente su terreni e discipline diversissime. Visti isolatamente sia la natura economica del fenomeno sia i numeri del suo affermarsi sul prodotto interno lordo non raccontano infatti granchè. È giusto in un quadro interdisciplinare come quello messo in campo da Salerno che ne possiamo cogliere le sfumature, spiegare le ricadute, preconizzare forse alcuni sviluppi. Analizzare il turismo escludendo l’urbanistica o la psicologia di massa, la storia economica o le premesse culturali, si ridurrebbe oggi a registrarne sterilmente gli indici di crescitaPer una critica dell’economia turistica osa invece affrontare il terreno impervio di un’analisi dal carattere tentacolare e a tratti sfuggente, e riesce in questo egregiamente, mantenendo una struttura unitaria anche e soprattutto grazie ad una corposa bibliografia che riempie le 22 pagine finali del suo volume e restituisce il peso di un lavoro sul terreno dei Tourism Studies durato certamente alcuni anni.

Salerno ci dimostra anche quanto sia incrostata e sterile la semplice “critica al turismo di massa”, che nei suoi anatemi appare da tempo esaurita e classista, una doléance ormai plurisecolare, raccontandoci ad esempio di quando Charles Lever scrisse nel 1865 per il Blackwood’s Magazine che «Le città d’Italia sono sommerse da mandrie di queste creature che non si separano mai [e che si riversano in giro] con la loro guida» o di Alexander Shand che nel 1903 affermava con nostalgia che «[un tempo] i turisti erano una rarità e non c’era la plebe viaggiante di oggigiorno».

Qui l’articolo completo

Ecosistema urbano 2020, i due volti della Penisola

Un’Italia a due velocità: la prima più dinamica e attenta alle nuove scelte urbanistiche, ai servizi di mobilità, alle fonti rinnovabili, alla progressiva restituzione di vie e piazze ai cittadini, alla crescita degli spazi naturali. La seconda, più statica con un andamento troppo “lento” nelle performance ambientali delle metropoli soprattutto sul fronte smog, trasporti, raccolta differenziata e gestione idrica.

È la fotografia scattata da Ecosistema Urbano 2020, il report annuale sulle performance ambientali dei capoluoghi italiani stilato da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 ore, che racconta quel lento cambiamento green in atto nella Penisola. A testimoniarlo in primis le città di Trento, Mantova, Pordenone, Bolzano e Reggio Emilia in vetta alla classifica generale di Ecosistema Urbano 2020 che si basa sui dati comunali relativi al 2019, quindi su un contesto pre-pandemia. Trento e Mantova mantengono come lo scorso anno il primo e il secondo posto in graduatoria con buone performance complessive, seguite da Pordenone che, dopo una lenta scalata, conquista il terzo posto superando così Bolzano che scende al quarto posto. Quinta la città di Reggio Emilia protagonista di una rincorsa alla top ten costante negli ultimi anni. In fondo alla graduatoria troviamo invece: Pescara (102esima), Palermo (103esima) e Vibo Valentia (104esima).

Tra le grandi città, dove nel complesso si registra un andamento lento nelle performance ambientali legate soprattutto a smog, trasporti e gestione idrica, si conferma la crescita di Milano (29esima) sempre più attenta alla vivibilità urbana. A completare il quadro di Ecosistema Urbano, le 17 Best Practices premiate oggi per raccontare anche quelle esperienze virtuose in campo e che meritano di essere replicate sul territorio nazionale. Tra queste c’è Cosenza che, sull’esempio di Pesaro, ha realizzato la Ciclopolitana, una rete ciclabile lunga più di 30 Km che sarà ultimata entro fine 2020. Prato che vanta un complesso residenziale (il NzeB di San Giusto), un mix di alta efficienza energetica con bassi costi di costruzione, pensato per il fabbisogno di famiglie in difficoltà economiche. Benevento che punta a realizzare una rete di quasi 25 chilometri di piste ciclabili integrate con i mezzi del trasporto pubblico e ferroviario per migliorare la mobilità urbana e sviluppare il turismo.

Il Marocco sperimenta il vaccino cinese sui sui cittadini

Il Marocco inizierà, nelle prossime settimane, inizierà un processo di vaccinazione su larga scala contro il “Covid 19” che dovrebbe coprire i cittadini di età superiore ai 18 anni, secondo un programma di vaccinazione in due iniezioni.

In particolare, sarà data priorità ai lavoratori in prima linea, in particolare operatori sanitari, autorità pubbliche, forze di sicurezza e operatori del settore dell’istruzione, nonché anziani e gruppi vulnerabili al virus, prima di estenderne il raggio d’azione al resto della popolazione.

Tutto ciò è stato reso possibile grazie al coinvolgimento nella sperimentazione clinica del Marocco come apripista per  garantire la corretta preparazione dell’operazione vaccinale su larga scala, sia a livello sanitario, logistico o tecnico.

In particolare, l’attenzione si concentrerà sull’accessibilità del vaccino, in un quadro sociale e solidale, e sulla sua fornitura in quantità sufficienti, nonché sulla logistica medica del trasporto, stoccaggio e gestione del vaccino.

Il vaccino iniettato alla popolazione sarà il cinese “Sinopharma” che al momento coprirà solo 5 milioni di marocchini.

Inoltre, secondo fonti ben informate, il Marocco, dando il via libera a questa mega sperimentazione, ha ottenuto dalla Repubblica popolare cinese una licenza ufficiale che gli consente di produrre il vaccino contro il Coronavirus, inventato dalla società “Sinopharma”, per poi distribuirlo ai paesi africani.

L’intera opposizione pro-democrazia eletta ad Hong Kong ha annunciato le proprie dimissioni.

L’intera opposizione pro-democrazia eletta ad Hong Kong ha annunciato mercoledì le proprie dimissioni per protestare contro l’espulsione di quattro parlamentari . La mossa drammatica arriva dopo che Pechino ha approvato una risoluzione che conferisce alle autorità locali nuovi ampi poteri per reprimere il dissenso, probabilmente segnalando la fine dell’opposizione politica nella città.

La risoluzione, approvata dal più alto organo legislativo cinese, consente all’esecutivo di Hong Kong di espellere direttamente i parlamentari eletti senza dover passare attraverso i tribunali, cementando il controllo di Pechino sul territorio semi-autonomo.
Secondo la nuova sentenza, i parlamentari che si ritiene promuovano o sostengano l’indipendenza di Hong Kong o che rifiutano di riconoscere la sovranità di Pechino “perderanno immediatamente le loro qualifiche”.

Si applica anche ai parlamentari eletti che “cercano forze straniere per intervenire negli affari di Hong Kong, o che hanno messo in pericolo la sicurezza nazionale” e che “non rispettano la Legge fondamentale” – la mini costituzione della città – così come quelli che sono considerati “non fedeli ai requisiti e alle condizioni legali” del territorio.

Su questa base finto legale il governo di Hong Kong ha potuto immediatamente espulso i quattro parlamentari, Alvin Yeung, Dennis Kwok, Kwok Ka-ki e Kenneth Leung.

Inoltre, a tutti e quattro i parlamentari, e ad altri 8 membri dell’opposizioni tra cui l’attivista Joshua Wong, era già stato impedito di candidarsi alle elezioni legislative originariamente previste per il 6 settembre, ma rinviate in seguito al peggioramento della situazione dell’epidemia da coronavirus.

Ora sarà sempre più dura poter per l’opposizione far sentire la sua voce.

 

Consumare cibi antinfiammatori fa bene al cuore

Le persone che consumano una grande quantità di alimenti che promuovono l’infiammazione sono a maggior rischio di malattie cardiovascolari. È la conclusione cui è arrivato uno studio pubblicato dal Journal of the American College of Cardiology (JACC) da un gruppo di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston (USA), guidato da Frank Hu.

Il team ha sviluppato e convalidato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sull’assunzione di 18 gruppi di alimenti associati a diversi livelli di marcatori infiammatori, con i cibi pro-infiammatori che includono carne rossa, carne lavorata, carne di organi, carboidrati raffinati e bevande zuccherate, e i cibi antinfiammatori che comprendono verdure a foglie verdi, verdure giallo scuro, cereali integrali, frutta, tè, caffè e vino.

Nello studio, Hu e colleghi hanno confrontato il punteggio EDIP con il rischio cardiovascolare in 74.578 donne dello studio Nurses’ Health Study (NHS), 91.656 donne dello studio NHS II e 43.911 uomini dello studio Health Professionals Follow-up Study. In totale, sono stati registrati 15.837 nuovi casi di malattia cardiovascolare, inclusi 9.794 casi di malattia coronarica e 6.174 casi di ictus.

Dopo aver preso in considerazione l’uso di farmaci antinfiammatori e fattori di rischio cardiovascolare, gli autori hanno scoperto che i partecipanti nel quintile più alto al punteggio EDIP, rispetto a quelli nel quintile più basso, avevano un rischio maggiore del 38% di soffrire di malattia cardiovascolare, un rischio maggiore del 46% di soffrire di malattia coronarica e un 28% di rischio più elevato di andare incontro a ictus. Infine, l’analisi di un sottogruppo di partecipanti allo studio ha mostrato un’associazione tra EDIP più alto e trigliceridi nel sangue più elevati, colesterolo ad alta densità (HDL) più basso e una piccola riduzione del colesterolo totale.

Meister Eckhart. Spirito e intelletto

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Celada Ballanti

La figura e l’opera di quello che i contemporanei sentirono come magister, tanto che questa sua qualifica di meister diventò una sorta di nome proprio, è emersa ormai in tutta la sua grandezza filosofica e religiosa anche in Italia. Si deve in particolare al lavoro compiuto in quasi cinquant’anni da Marco Vannini se oggi possediamo, sola nazione al mondo, tutte le opere eckhartiane, sia tedesche, sia latine, tradotte in una lingua moderna. Al medesimo studioso fiorentino si devono però anche una serie di studi che inquadrano la figura di Eckhart (1260-1328 circa) nel suo tempo e, più in generale, nella storia del pensiero e della mistica, ma soprattutto sottolineano il valore spirituale del suo magistero, più che mai attuale.

A questo duplice fine, tanto storico quanto spirituale, obbedisce anche il recentissimo Meister Eckhart, L’anima e Dio sono una cosa sola, a cura di Marco Vannini (Firenze, Le Lettere, 2020, pagine 208, euro 16), che raccoglie i principali testi del maestro medievale sul tema cruciale del rapporto tra Dio e l’anima. Il titolo, che suona certo strano, incomprensibile, finanche assurdo per l’opinione comune, per la quale una cosa è l’anima, o come oggi si preferisce dire la psiche, e un’altra, ben distinta, Dio, non è altro che un’affermazione, molte volte ripetuta da Eckhart stesso.

Per comprenderla nel suo vero senso, che non confonde affatto uomo e Dio, è fondamentale innanzitutto ricordare che l’antropologia cristiana medievale, entro cui si muove anche il maestro domenicano, è l’antropologia tripartita corpo-anima-spirito, di cui occorre tener ben presente la contrapposizione rigorosa, drammatica, tra anima e spirito, espressa nel secondo capitolo della prima lettera ai Corinzi, come pure quanto scrive l’apostolo, successivamente nello stesso testo «Chi si unisce al Signore, è con lui un solo spirito» (1 Corinzi 6, 17).

Meister Eckhart sta infatti in una ben precisa tradizione, classica e cristiana insieme, di cui il documento più importante, e comunque il più vicino a lui, è il Liber de spiritu et anima, un testo del xii secolo, attribuito ad Agostino, di cui i più avveduti, come Tommaso d’Aquino, sanno ormai che non è del vescovo di Tagaste, ma che in ogni caso riscuoteva grande autorità, anche per la quantità di informazioni che forniva sulla questione, appunto, dell’anima e dello spirito.

Seguendo, dunque, un’antica tradizione, il domenicano tedesco ripete che l’anima ha due aspetti, due occhi, o due volti: si chiama anima in quanto dà vita al corpo (anima quia animat), ed è rivolta al molteplice, nello spazio e nel tempo, ma si chiama spirito in quanto sta nell’Uno, nell’eterno. Eckhart respinge peraltro l’idea, antichissima, ma presente anche al suo tempo (ad esempio presso i catari), della presenza nell’uomo di due anime. No, l’anima è una sola, però ha qualcosa che non dipende dal qui e dall’ora, qualcosa che è separato dal molteplice e dal tempo, e perciò libero. Questo qualcosa è l’intelletto attivo, che nel libro Sull’anima è chiamato da Aristotele «separato, senza niente in comune con alcunché, esso solo ciò che realmente è, e questo solo è immortale ed eterno». Nella tarda grecità, con lo stoicismo, e poi con Filone Alessandrino fino al mondo cristiano, l’intelletto attivo prese prevalentemente il nome di pneuma, spirito e, come l’intelletto aristotelico rimanda a Dio, che è «pensiero di pensiero», così spirito rimanda a Dio, che è spirito, secondo le parole rivolte da Gesù alla samaritana al pozzo di Giacobbe, in Giovanni 4, 24.

Abbiamo detto che per Eckhart l’anima ha qualcosa che non dipende dal qui e dall’ora, ma dobbiamo precisare che l’anima è per eccellenza questo qualcosa. Viene chiamato in più modi, metaforici o tecnici — scintilla, castello, sinderesi, ecc. — ma quello preferito è grund, “fondo” dell’anima, ovvero sostanza dell’anima, che, come insegna anche san Giovanni della Croce, è Dio stesso. «Per chi ha gettato anche un solo istante lo sguardo nel fondo dell’anima, per lui mille marchi d’oro sono come un soldo falso», scrive il maestro domenicano, ovvero chi ha sperimentato la beatitudine della conoscenza di se stesso guarda con distacco a tutte le cose e vicende che possono comunque toccarlo.

Eckhart, dunque, da un lato recepisce in pieno la lezione della filosofia classica: conosci te stesso e così conoscerai anche Dio, perché uno solo è il Logos, umano e divino; dall’altro rivendica per ogni cristiano quel che Gesù afferma di se stesso: essere una sola cosa col Padre. Ribaltando così completamente il dualismo biblico, per cui c’è un Dio lassù nei cieli e un uomo quaggiù in terra, il maestro domenicano punta risolutamente sull’unità spirituale tra Dio e uomo insegnata da Giovanni e da Paolo e afferma perciò che anima e Dio sono una cosa sola. Questa paradossale verità la comprende però soltanto l’uomo interiore, ovvero l’uomo completamente distaccato, che ha seguito l’insegnamento del Cristo, evangelicamente rinunciando a se stesso (cfr. Luca 9, 23), «odiando» l’anima sua (cfr. Giovanni 12, 25), che diviene così spirito, come Dio è spirito. Si apre allora per lui, «uomo nobile», già qui nel tempo la luce abbagliante dell’eternità e già qui nel molteplice la dimensione beatificante dell’Uno.

Nella sua ampia introduzione, e poi anche nella breve conclusione, significativamente intitolata Un maestro lontano, a noi vicino, il curatore indica l’importanza non solo filosofico-teologica della lezione eckhartiana, ma anche, e innanzitutto, quella che potremmo definire psicologica, esistenziale, in un tempo di grande smarrimento come è il presente, un tempo che già Hölderlin definì «tempo di povertà», nel quale la nozione stessa di spirito è scomparsa dall’orizzonte della cultura.

Puntiamo sulla scuola

Di tutte le preoccupazioni che hanno accompagnano la diffusione pandemica una della più avvertite, oltre il dato strettamente legato alla salute e ai contagi, è stata quella legata al funzionamento delle scuole: spazi, arredi, banchi, profilassi, sanificazione delle aule, organici dei docenti, orari di apertura, contenuti didattici, anche attraverso un ‘patto di solidarietà’ con le famiglie come auspicato dal Ministero.

Dopo la riapertura di settembre, preceduta da un periodo di incertezze e di ritardi, in via sperimentale è stata avviata la didattica a distanza, che tuttavia – nonostante la buona volontà di dirigenti scolastici e docenti- ha palesato difficoltà procedurali, basti pensare che il 30% delle famiglie del Sud Italia non possiede un pc o un tablet. Proprio in questi giorni il Governo ha deliberato la concessione di un bonus ad hoc. La ripresa virulenta della pandemia e il lockdown a zone sta condizionando l’incerta aspirazione di normalità e necessità di dotarsi di una specie di paracadute per un atterraggio morbido, sul piano organizzativo e funzionale e su quello psicologico e relazionale, a scuola e a casa.

Gli istituti scolastici hanno superato l’impatto della riapertura ma la fase quasi drammatica attuale rende complicata sia la gestione della didattica in presenza che la DAD, ogni fase di funzionamento è peraltro condizionata da una iperproduzione normativa della burocrazia centrale e di quella dell’autonomia scolastica. Non si riesce a comprendere che una programmazione didattica produttiva ed efficace coincide con uno sforzo di semplificazione che accompagni i processi organizzativi.

Questi primi mesi di scuola hanno dimostrato quanto sia importante prestare attenzione anche ai fattori soggettivi, che riguardano la rassicurazione emotiva, il sentirsi parte di una comunità che ha le sue regole ma che non può trasformare un ambiente educativo ad alto tasso di socializzazione in  un luogo di costrizione: le aule, le palestre, gli angoli attrezzati, i laboratori, gli spazi interni/esterni non devono essere vissuti come letti di Procuste inospitali. Il timore che tutto funzioni davvero non deve trasformare l’aula didattica in una sorta di ambulatorio medico ma, tenendo conto delle incognite legate alle schizofrenie della pandemia, neppure correre il rischio di generare o far circolare nuovi improvvisi focolai.

Non possiamo certo permetterci che questo accada nelle nostre scuole, dobbiamo capire che il concetto di responsabilità riguarda tutti e non ammette deroghe, per dirla con Bernanos … “che non siamo noi a custodire le regole ma sono le regole a custodire noi”.

Tuttavia non siamo autorizzati a dimenticare che la dizione “sistema scolastico” implica il concetto di gestione del capitale umano. Questo vale sotto il profilo delle tutele sanitarie ma anche nel perseguimento del fine precipuo per cui esiste la scuola e istruzione e formazione avvengono in contesti  istituzionalizzati: il diritto allo studio ha il suo correlato speculare nel dovere sociale di perseguirlo come obiettivo di civiltà sul piano etico e come investimento primario che ogni Stato dovrebbe finanziare, avendone poi un ritorno in termini di elevazione culturale e di crescita e progresso economico, di sommo bene comune. E’ di questi giorni una stima della Banca Mondiale che ha previsto che i cinque mesi di chiusura forzata delle scuole costeranno agli alunni di oggi che li hanno subìti minori entrate economiche nella vita adulta per una cifra complessiva pari al 7% del PIL planetario. Ma anche guardando oltre il dato meramente economico ci sono altre conseguenze che dovrebbero preoccupare: la qualità delle relazioni interpersonali, l’aderenza o il discostamento rispetto agli obiettivi formativi, la loro programmazione, le occasioni di verifica, il tener desta la motivazione (ad insegnare e ad imparare) che poi è il gusto di andare a scuola o di imparare da casa volentieri, senza essere sopraffatti dai condizionamenti ambientali. Ma non si può trascurare l’incidenza che il riassestamento del sistema scolastico sta determinando nel rapporto insegnamento-apprendimento, a partire dalla rimodulazione oraria delle lezioni, all’avvicendamento dei docenti su gruppi classe prevedibilmente ridotti, all’uso dei libri di testo.

E’ necessario pensare agli spazi, alle aule e ai banchi ma senza dimenticare i contenuti didattici.

La scuola non è luogo di mera assistenza custodiale.

L’equivalenza della didattica a distanza con quella tradizionale per le scuole superiori risolve il dimenticato problema del sovraffollamento nei trasporti da e per la scuola.  Paolo Crepet mi ha espresso la sua preoccupazione verso il rischio di un rapporto educativo anaffettivo nella scelta della DAD. 

Le nuove tecnologie hanno una valenza sussidiaria rispetto alla didattica in presenza, la cultura è interiorizzazione di saperi e competenze: occorrerà prestare molta attenzione affinchè le chiavi di funzionamento della scuola siano presto restituite a chi ci lavora.

Esistono meccanismi di verifica e controllo sull’ordinato svolgersi della vita scolastica, facciamoli funzionare rispettando la sintesi necessaria tra la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio.

Una vita scolastica regolamentata e ricca di motivazioni restituisce la necessaria rassicurazione emotiva.

Un recente Rapporto ONU paventa il pericolo della sesta estinzione della vita sulla Terra, la prima per mano dell’uomo e pone il problema della sostenibilità ambientale uomo-natura. Siamo 7.7 miliardi e a fine secolo diventeremo 11 miliardi: c’è posto per tutti? Il biologo Edward Wilson ha affermato che al raggiungimento dei 6 miliardi di esseri umani sul pianeta è scattato un semaforo rosso: la pandemia in corso è anche causata da questo sforamento demografico che provoca una ribellione della natura.

Si prevede che in futuro potranno esserci nuove, più complesse pandemie che attaccheranno il genoma umano. Che fare? La soluzione è sui banchi della scuola di oggi: le generazioni future hanno il diritto ad una formazione aggiornata agli sviluppi della scienza e a tale sviluppo potranno concorrere, con l’istruzione, la cultura, la ricerca. I vaccini del futuro saranno prodotti dagli studenti di oggi.

Dobbiamo investire sulla scuola perché contiene “in nuce” il nostro futuro: il fiume della vita passa da qui.

L’abbraccio degli amici a Sandro Cavola

Sarebbe ingiusto mascherare di silenzio questo ricordo. L’ultimo saluto a Sandro Cavola ha visto riuniti giovedì scorso, 5 novembre, nella Chiesa di S. Crisogono a Trastevere, vari amici che assieme a lui hanno condiviso un lungo tratto di strada nel territorio della politica democristiana romana. Ultimamente, la sua adesione era andata alla giovane compagine di Demos, guidata da Mario Giro e Paolo Ciani, grazie soprattutto al sodalizio antico con il padre di quest’ultimo, l’ex deputato Fabio Ciani. A Demos aveva portato la sua instancabile vocazione a fare squadra, senza voler essere, per così dire, colui che si atteggia a caposquadra. Manifestava, cioè, la naturale propensione al riserbo, dando prova di quella sapiente combinazione di umiltà e consapevolezza, che spesso manca alle persone coinvolte nel gioco stretto della politica. 

Come tutti i romani non romani, essendo lui originario della provincia, aveva contratto un debito morale con la città. Si sentiva, probabilmente, un detentore di quella cittadinanza che faceva di Roma l’antica forma di Stato-Città che anteponeva l’acquisizione di uno status giuridico a vocazione universale all’angusta appartenenza municipale, in fondo sconosciuta alla discendenza di Romolo. Il debito morale consisteva nel dare a Roma quel che era di Roma, tanto da convincersi che l’impegno politico sul territorio esauriva da un lato e anticipava dall’altro l’impegno politico a tutto campo. La Dc per Cavola è stata la Dc romana, riconoscendo in essa, parodia di una sintesi a priori, il connotato generale della politica democristiana. Il Comitato romano, da questo punto di vista, era lo Studio Ovale di una Casa Bianca a dimensione umana. Lo era nel vissuto dell’incontro quotidiano, stante l’orgoglio di un apporto scanzonato posto pure a presidio della distinzione da Piazza del Gesù, avendo a riguardo l’istintiva convinzione di poter sussumere il valore e la sostanza politica di essa (non già, ovviamente, la sua funzione di rappresentanza nazionale).

Come pochi era capace di dialogo. Uomo di corrente, ovvero dell’egemone correntone petruccian-andreottiano, si profilava amante di amicizie larghe, senza barriere di appartenenze, con la ruminazione lenta di quel foraggio di intrighi, pettegolezzi e strafottenze, che nutriva nel quotidiano l’antropologia del quadro intermedio del partito. Non se ne lasciava tuttavia travolgere, poiché sapeva distinguere da cristiano trasteverino – e i trasteverini, da sempre, sono poco attenti ai freddi obblighi di chiesa e molto inclini al calore delle devozioni – il grano dal loglio, vale a dire l’essenziale dal superfluo. In premio ricevette, per questa sua fedeltà al servizio di partito, il via libera all’elezione in Consiglio provinciale a cavallo degli anni ‘80-‘90. Ci arrivò quando il tracollo della Dc, impensabile fino a Mani Pulite, iniziava a produrre labili e tuttavia concreti segnali di pericolo. Poi non ebbe esitazioni a schierarsi con i Popolari, quindi ad entrare nella Margherita e infine nel Pd. Il suo percorso dimostra, allora, come sia fallace l’identificazione della linea del “centro che muove verso sinistra” (De Gasperi) con l’atteggiamento peculiare ed esclusivo della sinistra dc: invece tale opzione a sinistra, fatta propria da Cavola, è valsa anche per cospicua parte dei gruppi moderati del partito.

Questa è la storia pubblica in cui lumeggia un desiderio di coerenza personale. Ciò non toglie che nel sentimento più profondo di Cavola ci fosse comunque la premura di un retaggio identitario che l’adesione al Pd – soggetto politico eterogeneo e incomposto – ha finito per corrompere nel tempo. Qui sta il cuore dell’altra storia, quella più intima e personale, di cui intuiamo la valenza. In Demos, al di là dei rapporti amicali, egli doveva evidentemente ritrovare l’humus di una politica confacente a un pensiero e a una tradizione, di per sé amica più degli amici stessi. Sandro credeva che ci fosse verità solo nel fattore umano. “Non mi vuoi più bene”: così amava esordire, infatti, quando una telefonata sopraggiungeva dopo troppo ritardo, perlopiù casuale e incolpevole. Era il suo modo di masticare la vita e di essere compartecipe degli altri. Quanti hanno avuto perciò l’onore di salutarlo, a San Crisogono, in un modo o nell’altro possono aver testimoniato la cristiana commozione di un abbraccio che per ognuno – ognuno di noi lì presente anche a nome di tanti altri – sapeva di risposta ultima ma non definitiva. A Sandro, insomma, gli abbiamo voluto bene e ancora gliene vorremo.

11 novembre: San Martino e “la festa dei cornuti”. In questo 2020 con il Covid-19 sarà un giorno diverso!

La tradizione orale, che ormai va scomparendo, richiama spesso “ proverbi e detti romaneschi,”( e hanno una consuetudine quasi universale ) ricorda fatti, personaggi e leggende, che sono l’espressione di una cultura popolare, che si tramanda con difficoltà ma senza essere cancellata o rimossa dalla memoria.  

In questo giorno di novembre, che si festeggia San Martino, è rimasta e non solo nei Castelli romani, “ l’usanza di assaggiare per la prima volta il vino novello, che può ubriacare, fare cioè scherzi del diavolo, perché fresco, frizzante e quindi ingannatore.”

Il mosto, già fermentato, ha perso ormai il fondo dolciastro dell’uva, assumendo sentore di vino, ma perché lo diventi veramente, anche nella sostanza, bisogna attendere i mesi di marzo o di aprile.

Il proverbio si rifà direttamente al costume del popolino romano, che festeggiava l’11 novembre con pranzi e libagioni, come accadeva per il martedì grasso, in quanto successivamente cominciava il periodo liturgico dell’Avvento che prevedeva penitenze, cioè stili di vita contenuti e morigerati.

A San Martino ci si faceva anche alle beffe dei cornuti. Questa tradizione deriva dalla leggenda, presente nella mitologia latino – romana più arcaica, degli adulteri amori di Marte ( di cui Martino è il diminutivo) Dio della guerra, e Venere, Dea dell’amore, che sorpresi da Vulcano, Dio del fuoco e marito della Dea della bellezza, furono da lui stesso rinchiusi in una rete di ferro per mostrarli agli Dei e averli quindi testimoni del torto subito. 

Ma gli Dei dell’Olimpo lo beffeggiarono e lo derisero, così la delusione di Vulcano fu atroce; forse in quel momento venne seminata l’origine di “ un detto” che dura da secoli: “ cornuto e mazziato”. 

Chi era San Martino di Tours? Nasce da genitori pagani in Pannonia, l’odierna Ungheria nel 316, figlio di un ufficiale, a 15 anni viene chiamato al servizio militare in Francia, durante la vita militare ebbe una visione, che diverrà l’episodio più conosciuto della sua vita.

Si trovava alle porte della città di Amiens, con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo. D’impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il povero svestito.

Quella stessa notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà del mantello che aveva condiviso con il mendicante. Udì Gesù dire ai suoi angeli: “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito.”

La leggenda racconta che quando Martino si  risvegliò il suo mantello era integro. Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che si fece battezzare il giorno seguente e divenne cristiano, all’età di 22 anni, decise di lasciare le armi e condusse una vita monastica.

Ordinato sacerdote e successivamente eletto a vescovo di Tours, manifestò in sé il modello del buon pastore, fondando monasteri e parrocchie nei villaggi, istruendo e riconciliando il clero ed evangelizzando i contadini, morì nel 397, all’età di 81 anni.

 E’ venerato come santo dalla Chiesa Cattolica, è il primo santo non martire ricordato dalla liturgia.

Per la sua opera di evangelizzazione, fu popolarissimo in tutta Europa, e poi nelle Americhe, dove migliaia di villaggi e paesi portano il suo nome.

 Non è chiaro quando sia nata la leggenda del mantello, è probabile che risalga a tempi antichissimi, di poco seguente la morte del Santo, e che si sia diffusa poi rapidamente in tutta Europa, tanto che “l’Estate di San Martino,” il periodo di bel tempo della seconda decade di novembre è stata associata dalla memoria popolare e contadina alla leggenda del mantello, è conosciuta praticamente ovunque, e persino negli Stati Uniti, dove questa periodo di intervallo di bel tempo viene definita “Estate Indiana.”

In Italia, San Martino è il Patrono dell’Arma della Fanteria dell’Esercito Italiano, e di tante categorie come albergatori, sarti, osti, viticoltori, fabbricanti di maioliche, ecc. inoltre, oltre a 100 comuni, dal Nord al Sud del paese, l’11 novembre ricordano il loro Santo Patrono con devozione, e con un proverbio: “Chi non gioca a Natale / chi non balla a Carnevale / chi non beve a San Martino / è un amico malandrino.”

A Roma, la Basilica di San Martino ai Monti, è una antichissima chiesa a tre navate e 24 colonne antiche, fu dedicata a San Martino di Tours nel 500, da parte di papa Simmaco, subì restauri e trasformazioni che non ne hanno alterato la struttura originale, nella sagrestia è conservata la preziosa lampada votiva in lamina d’argento del V secolo, un tempo ritenuta la tiara di San Silvestro I Papa.

Nella festa di san Martino in moltissime località, è diventata “ la festa dei mariti traditi,”  forse perché nel giorno dedicato al Santo si svolgevano fiere di bestiame, per lo più “ munito di corna” e le fiere e i mercati duravano qualche giorno, e le mogli che rimanevano a casa – si trattava prevalentemente di donne che lavoravano nell’agricoltura, nei campi e badavano al bestiame – avevano la libertà di poter tradire i propri mariti anche con i mezzadri del loro fondo.

Questa ipotesi è la più accreditata, conseguentemente “ la festa dei cornuti” è entrata nel costume e delle tradizioni, rifacendosi anche alle leggende della mitologia.

I mariti traditi venivano fatti oggetto di scherno e di una vera caccia, sia pur simulata, nella quale essi dovevano interpretare il ruolo del cervo, animale dalle ricche e ramificate corna.

Oggi, in molte località del nostro Paese, in modo particolare in comuni medi e piccoli, come Ruviano (Caserta), Roccagorga (Latina), Grottammare (Ascoli Piceno), Santarcangelo (Rimini) si svolgono feste, sfilate, manifestazioni, attività di intrattenimento, in chiave umoristica e godereccia rinnovano la tradizione della “festa dei cornuti.”

In questo 2020,  l’11 novembre, sarà comunque un giorno diverso, rispetto alle tradizioni ludiche, consolidate e popolari, a causa dei divieti previsti dai provvedimenti  emanati dai pubblici poteri contro la pandemia del Covid – 19.    

Ecco perché, in maniera impropria, la ricorrenza di San Martino viene anche definita la festa del patrono dei cornuti, le tradizioni e le usanze ci stupiscono sempre, anche dopo secoli!

Economia: Istat, a settembre 2020 produzione industriale in calo rispetto ad agosto

A settembre 2020 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca del 5,6% rispetto ad agosto. Nella media del terzo trimestre il livello della produzione cresce del 28,6% rispetto al trimestre precedente.

L’indice destagionalizzato mostra diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative caratterizzano, infatti, i beni di consumo (-4,8%), i beni strumentali (-3,9%), i beni intermedi (-1,6%) e, in misura meno rilevante, l’energia (-0,3%).

Corretto per gli effetti di calendario, a settembre 2020 l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali del 5,1% (i giorni lavorativi di calendario sono stati 22 contro i 21 di settembre 2019). Le flessioni sono più ampie per i beni strumentali (-7,1%), i beni di consumo (-5,7%) e i beni intermedi (-4,2%), mentre resta sostanzialmente stazionaria l’energia (-0,1%).

Gli unici settori di attività economica che registrano incrementi tendenziali sono l’attività estrattiva (+2,7%), la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+2,0%) e le altre industrie (+0,2%). Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-20,8%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-20,4%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-11,9%).

Il Natale senza cenoni costa 5 mld

Il Natale senza pranzi e cenoni costa 5 miliardi che sono stati spesi lo scorso anno dagli italiani, in casa e fuori, solo per imbandire le tradizionali maxitavolate delle feste di fine anno che rischiano di sparire per l’emergenza Covid. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè in riferimento al Natale senza cenoni e tombolate preannunciato dal Premier Giuseppe Conte, in occasione della Giornata nazionale del Ringraziamento che segna tradizionalmente il momento dei bilanci di un anno di lavoro nelle campagne e viene ricordata con feste in tutto il Paese, limitate quest’anno dalle misure di contenimento entrate in vigore con il Dpcm.

A pesare sul Natale oltre al rischio di lockdown per ristoranti e locali pubblici sono – sottolinea la Coldiretti – soprattutto il divieto alle feste private e ai tradizionali veglioni ma anche i limiti posti agli spostamenti, dal coprifuoco e l’invito a non ricevere nelle case persone non conviventi, in una situazione in cui lo scorso anno la tavolata media per gli appuntamenti di fine anno degli italiani era composta di ben 9 persone.

Le previsioni sull’andamento del contagio – precisa la Coldiretti – preoccupano anche per i divieti posti alla gran parte degli eventi tradizionali che segnano la fine dell’anno a partire da sagre, feste paesane e mercatini natalizi che sono momenti importanti per l’acquisto di regali enogastronomici, i più apprezzati dagli italiani. Senza dimenticare l’impatto negativo della mancanza di turisti italiani e stranieri con molti Paesi, a partire dalla Germania, che – continua la Coldiretti – hanno già messo l’Italia nella black list dei paesi più pericolosi. Si stima infatti che – sostiene la Coldiretti – quasi 1/3 della spesa turistica nel Belpaese sia destinata proprio all’alimentazione.

Il crollo delle spese di fine anno a tavola e sotto l’albero rischiano di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani che nell’intero 2020 secondo fanno segnare un crollo storico del 12% con una perdita secca di 30 miliardi di euro, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Ismea. Si tratta del peggior risultato del decennio per effetto – spiega la Coldiretti – della paralisi del canale della ristorazione che non viene compensato dal leggero aumento della spesa nel carrello delle famiglie. A pesare – continua la Coldiretti – sono i limiti e le chiusure ma anche lo smart working con il taglio delle pause pranzo, il crollo del turismo, soprattutto straniero.

Una situazione che – continua la Coldiretti – sta rivoluzionando anche gli equilibri all’interno delle filiere produttive che pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che – sottolinea la Coldiretti – trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

Da quando è iniziata la pandemia in Italia il 57% delle 740mila aziende agricole nazionali ha registrato una diminuzione dell’attività ma l’allarme globale provocato dal Coronavirus – evidenzia la Coldiretti – ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico della filiera del cibo con la necessità di interventi di sostegno per non dipendere dall’estero per l’approvvigionamento in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali.

Occorre quindi salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui, con l’emergenza Covid 19 – conclude la Coldiretti – il cibo ha dimostrato tutta la sua strategicità per difendere l’Italia e l’Europa dalle turbolenze provocate dalla pandemia che ha scatenato corse agli accaparramenti e guerre commerciali con tensioni e nuove povertà.

Il Documento Programmatico di Bilancio per il 2021

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge relativo al bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e al bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023. Il Documento Programmatico di Bilancio per il 2021 (Draft Budgetary Plan) è stato trasmesso alla Commissione Ue. Il documento riporta le valutazioni macroeconomiche e le azioni prioritarie del Governo, l’aggiornamento sullo stato di avanzamento del Programma nazionale di riforma – con particolare riferimento al livello di risposta alle raccomandazioni specifiche della Commissione europea – e la manovra di finanza pubblica per il 2021 articolata per tipologia di intervento con relativo impatto finanziario (in percentuale del PIL).

Il disegno di legge prevede una significativa espansione fiscale e contiene importanti provvedimenti che rappresentano la prosecuzione delle misure intraprese sinora per proteggere la salute dei cittadini e garantire la sicurezza e la stabilità economica del Paese. Allo stesso tempo, vengono messe in campo le risorse necessarie per garantire il rilancio del sistema economico, attraverso interventi su fisco, investimenti, occupazione, scuola, università e cultura. Di seguito, i punti principali del provvedimento:

1. SANITÀ: vengono stanziati circa 4 miliardi di euro. Le diverse misure riguardano in particolare il sostegno del personale medico e infermieristico, fra queste la conferma anche per l’anno 2021 di 30.000 fra medici e infermieri assunti a tempo determinato per il periodo emergenziale e il sostegno delle indennità contrattuali per queste categorie, e l’introduzione di un fondo per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza COVID-19. Viene inoltre aumentata di un miliardo di euro la dotazione del Fondo Sanitario Nazionale.

2. FAMIGLIE: viene finanziata a partire da luglio 2021 una grande riforma per le famiglie, con l’introduzione dell’assegno unico che viene esteso anche agli autonomi e agli incapienti. Viene inoltre prolungata la durata del congedo di paternità.

3. MEZZOGIORNO: viene portata a regime la fiscalità di vantaggio per il Sud con uno stanziamento di 13,4 miliardi nel triennio 2021-2023 e prorogato per il 2021 il credito di imposta per gli investimenti nelle Regioni del Meridione.

4. CUNEO FISCALE: con circa 1,8 miliardi di euro aggiuntivi, per uno stanziamento annuale complessivo di 7 miliardi, viene portato a regime il taglio del cuneo per i redditi sopra i 28.000 euro.

5. RIFORMA FISCALE: vengono stanziati 8 miliardi di euro annui a regime per la riforma fiscale, che comprende l’assegno unico, ai quali si aggiungeranno le risorse derivanti dalle maggiori entrate fiscali che confluiranno nell’apposito fondo “per la fedeltà fiscale”.

6. GIOVANI: vengono azzerati per tre anni i contributi per le assunzioni degli under-35 a carico delle imprese operanti su tutto il territorio nazionale.

7. MISURE DI SOSTEGNO ALL’ECONOMIA: viene istituito un fondo da 4 miliardi di euro a sostegno dei settori maggiormente colpiti durante l’emergenza COVID. Viene prorogata la moratoria sui mutui e la possibilità di accedere alle garanzie pubbliche fornite dal Fondo Garanzia PMI e da SACE. Viene fornito un sostegno aggiuntivo alle attività di internazionalizzazione delle imprese, con uno stanziamento di 1,5 miliardi di euro. Vengono prorogate le misure a sostegno della ripatrimonializzazione delle piccole e medie imprese.

8. LAVORO E PREVIDENZA: vengono finanziate ulteriori settimane di Cig COVID, con lo stesso meccanismo che prevede la gratuità della Cassa per chi ha registrato perdite oltre una certa soglia. Vengono prorogate le misure Ape Social e Opzione Donna.

9. TRASPORTI PUBBLICI: con fondi aggiuntivi da utilizzare nei primi mesi del 2021, vengono incrementate le risorse per il trasporto pubblico locale, in particolare modo quello scolastico.

10.SCUOLA, UNIVERSITÀ E CULTURA: viene finanziata con 1,2 miliardi di euro a regime l’assunzione di 25.000 insegnanti di sostegno e vengono stanziati 1,5 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. È previsto un contributo di 500 milioni di euro l’anno per il diritto allo studio e sono stanziati 500 milioni di euro l’anno per il settore universitario. Sono destinati 2,4 miliardi all’edilizia universitaria e ai progetti di ricerca. Vengono inoltre destinati 600 milioni di euro all’anno per sostenere l’occupazione nei settori del cinema e della cultura.

Giorgio Palu: “La mascherina chirurgica ha un livello di protezione del 90-92% se la indossano tutti”.

“Il virus ha subito molte mutazioni ed è diventato più contagioso”. Sono le parole del professor Giorgio Palù su La7. “Una mutazione in particolare è stata studiata in vitro e in vivo. Non abbiamo prove che sia più virulento, né che sia meno virulento. Questi virus tendono ad adattarsi, è molto probabile che dovremo conviverci. Ce lo dice la storia di altri virus”.

“La mascherina chirurgica ha un livello di protezione del 90-92% se la indossano tutti. Se la indossa una sola persona, è efficace al 40%. Va portata correttamente, la superficie esterna si può contaminare. Può diventare un mezzo di diffusione. Nei mezzi pubblici, dove si è contatto gomito a gomito, il potere della mascherina viene meno”,

Nella contesa Trump-Biden hanno prevalso i princìpi…

L’Ambasciatore Giorgio Radicati, diplomatico e scrittore, ha prestato servizio in diversi Paesi tra cui gli Stati Uniti d’America, dove ha trascorso dodici anni come Ministro Consigliere presso l’Ambasciata a Washington e poi Console Generale a New York. Per “Il Domani d’Italia” ha rilasciato il seguente commento circa i risultati della recente elezione americana.

Oggi, per le strade di Washington la gente dà l’impressione di gioire più per la sconfitta di Trump che per la vittoria di Biden. Del resto, quattro anni orsono quella stessa gente aveva già violentemente protestato per la vittoria di “the Donald”.

Soprattutto sull’onda della terribile pandemia, la sua era una sconfitta attesa, invocata da più parti con ostinata ostentazione e, per certi aspetti, prevista. Eppure, a conti fatti, si è consumata sul filo di lana. Dei centocinquanta milioni di voti espressi, poco più della metà sono andati a Biden, la cui vittoria si è materializzata lentamente, spoglio dopo spoglio, facendo, a un certo punto, temere che, malgrado la sua abituale ed indisponente sicumera, Trump fosse in grado per la seconda volta di sovvertire i pronostici. Di fatto, il Paese si è politicamente spaccato in due, come già successo in occasione della contestata vittoria di Bush jr nel 2000.

Alla resa dei conti, a Trump non è stato sufficiente sostenere, nel corso della sua campagna elettorale, di avere negoziato quattro accordi di pace “storici” in Medio Oriente; avere spinto (prima della pandemia) l’economia nazionale verso l’alto, dando euforia a Wall Street, creando posti di lavoro e riducendo, di converso, la disoccupazione; avere dissuaso uno spregiudicato dittatore nord-coreano dal perseguire pericolosi (per tutti) obiettivi nucleari; avere preso le misure ad una Cina espansionista, riportando il centro degli affari in America; avere, infine, ricostruito l’esercito smantellato da Obama, senza coinvolgere il Paese in avventure militari oltre oceano.

La forzatura istituzionale contro regole e tradizioni (con grave rischio per la democrazia), la carenza di un vero confronto politico civile con l’opposizione ed il mancato pieno rispetto per la Costituzione sono stati indubbiamente fattori che lo hanno penalizzato. Una dialettica aspra e contundente nei confronti di portatori di idee e orientamenti politici diversi dai suoi ha fatto il resto come pure una visione che porta a considerare ogni avversario politico un nemico da abbattere ed umiliare.

In tal senso, può dirsi che Trump è stato sconfitto dal suo comportamento troppo imprenditoriale e da un conseguente bieco pragmatismo irresponsabile, che gli hanno fatto, ad esempio, (pesantemente e colpevolmente) sottovalutare gli effetti perversi che la pandemia ha avuto e continua ad avere sulle fasce più deboli della popolazione (ad oggi, circa dieci milioni di contagi e 250.000 decessi). Del resto, milioni di americani non possono permettersi di essere (come lui) ricoverati all’Ospedale Militare di Washington e sconfiggere il virus in meno di una settimana…

Ciò detto, il seppur opaco Biden ha avuto buon gioco nell’inserire tra le priorità del suo programma elettorale: il contrasto a tutto campo del coronavirus, il rilancio dell’economia, la ripresa della collaborazione sul clima (nel quadro degli accordi di Parigi), un maggiore internazionalismo e, “last but not least”, il superamento delle divisioni contro il risorgente razzismo.

Stretto fra i maggiorenti del Partito Democratico (più vicini ai repubblicani) e gli attivisti progressisti (portatori dei voti decisivi), Biden, con un Senato a maggioranza repubblicana, dovrà sudare le proverbiali sette camice per onorare le sue promesse.

Comunque, per il momento, nel paese del “business” la bandiera dei princìpi ha prevalso…Seppure per un soffio!

 

Biden, il centro e l’Italia.

Dunque, Joe Biden ha vinto. L’America, si fa per dire, torna alla normalità democratica e i  commentatori – peraltro molti presunti conoscitori delle vicende statunitensi – già si sbizzarriscono  sulla vittoria del “centro”. O meglio sul “ritorno del centro”. 

Ora, nessuno sa con esattezza se questa rapida e quasi meccanica deduzione risponde alla  realtà. Tutti sappiamo però che le vicende americane hanno, da sempre, una discreta ricaduta  politica nell’Occidente democratico. Ricadute che possono indicare una tendenza, una direzione  di marcia anche se non è una operazione replicabile con altrettanta puntualità.  

Ma, per restare alla recente e travagliata vicenda americana, è indubbio che la personalità, il  profilo, la statura e lo stesso progetto politico già tratteggiato dal capo americano all’indomani  della sua vittoria, sintetizzano che ha vinto la battaglia contro il tycoon statunitense con una  “posizione di centro”. Ovvero, attraverso un progetto che, rifuggendo da una radicalizzazione  dello scontro politico, punta a “ricucire” il contesto americano con una politica che “unisce” e che  “non divide”. E quindi che non aizza gli uni contro gli altri, che supera l’isolamento americano che  si è consolidato in questi ultimi anni e che, soprattutto, mira a ricostruire un rapporto fecondo e  politico con il vecchio continente, l’Europa democratica, economica e produttiva. Insomma,  almeno stando alle prime avvisaglie anche se il nuovo leader americano dovrà mettere in campo  tutta la “sapienza” largamente acquisita in ormai decenni di presenza ai massimi livelli  dell’amministrazione americana, sarà comunque necessario declinare un’azione di grande  convergenza e di raro equilibrismo per evitare che si riproponga all’orizzonte quella  radicalizzazione sociale e politica che è stata la ragione del successo e dell’affermazione di Trump  e dell’ideologia nazionalista e sovranista in questi anni. 

Ma il “nuovo corso” della politica americana può innescare, almeno nel sistema politico italiano,  nuove dinamiche e nuovi protagonismi politici? Indubbiamente viene meno un grande, poderoso  e qualificato ombrello politico per tutti coloro che, sul fronte sovranista, avevano nella guida di  Trump un punto di riferimento internazionale di indubbia importanza. Ma sul fronte riformista e  democratico quali possono essere le novità dirompenti e più significative, almeno sul versante  italiano? Al di là delle più svariate interpretazioni e letture che nei prossimi mesi decolleranno.  Almeno su un punto, credo, dopo il risultato americano ci può essere una discreta convergenza. E  cioè, dopo questo voto non nasce, come ovvio, un “partito di centro”. Al netto degli innumerevoli  esperimenti virtuali che, come noto, non sono un fatto politico.

Semmai, e qui anche e soprattutto  il Pd di Zingaretti è chiamato ad una profonda riflessione politica, culturale, programmatica e forse  anche valoriale come del resto altre forze politiche, la vera sfida non è quella di ricreare un partito  di centro ma, semmai, saper declinare una “politica di centro” nella concreta dinamica politica  italiana. Se anche nella dialettica politica americana che proprio nell’ultima campagna elettorale  ha vissuto una pesante e micidiale radicalizzazione del confronto, si è vinto anche con una  “politica di centro” espressa dal candidato democratico Biden, è giocoforza che anche nel nostro  paese questo approccio sarà sempre più gettonato e pertanto vincente. La vera sfida politica nel  nostro sistema, quindi, si giocherà sempre di più su questo versante. Ovvero, vincerà quel partito  – o meglio quello schieramento – che saprà declinare, nel metodo e nel merito, una “politica di  centro”. Nel confronto con gli altri – il metodo -, e nel progetto – il merito – da sottoporre agli  elettori. Solo su questo versante sarà possibile verificare concretamente cosa abbiamo imparato  dalla “lezione” americana. 

Il Barometro della Fondazione Tarantelli (Cisl): serve una manovra coraggiosa per rilanciare l’economia nel 2021

Il numero del Barometro [la Fondazione ha diffuso alcuni documenti, ndr] aggiorna il nostro modello di analisi, i suoi indici di dominio, il suo indice sintetico di benessere-disagio delle famiglie italiane, sulla base dei recentissimi dati Istat definitivi per il secondo trimestre 2020.

Il quadro che ne risulta è, com’è noto, di drammatica dirompenza sanitaria, economica e sociale.

Fatto 100 l’indice sintetico ponderato di benessere-disagio sociale delle famiglie italiane nel primo trimestre 2007, il secondo trimestre 2020 crolla a 83,2 perdendo, altresì 6,5 punti percentuali sul primo trimestre 2020 e 10,6 punti percentuali sul secondo trimestre 2019. L’indice è tornato, quasi completamente, ai valori minimi del 2012 cancellando, in due trimestri, tutto il faticoso recupero che in dodici anni lo aveva riportato in prossimità del 2007.

Il pregio del Barometro risiede nell’offrire, a pochi mesi di distanza, un’analisi meditata ed approfondita delle variabili in gioco (attività economica, reddito, lavoro, coesione sociale, istruzione) secondo i principi del Benessere Equo e Sostenibile (BES), al di là delle percezioni del momento e della necessità di scelte e di decisioni brucianti, contribuendo a far emergere le relazioni strutturali decisive, trarre lezioni feconde, metterle a frutto per contrastare l’evoluzione della crisi pandemica, impostare strategie capaci di generare effetti strutturali e sistemici durevoli nel lungo termine.

Riflessione quanto mai necessaria di fronte alla nuova espansione esponenziale dell’epidemia dalla seconda metà di settembre ed alle nuove restrizioni differenziate per regioni di inizio novembre.

Non disponiamo, ancora, dei dati Istat aggiornati per elaborare il Barometro del terzo trimestre ma, il PIL italiano in seguito alla piena riapertura nel terzo trimestre 2020, secondo l’Istat ha registrato una ripresa congiunturale, fra le più brillanti dell’Eurozona, del 16,1%, tornando ai volumi della prima metà del 2015 contro il ritorno al 1993 del secondo trimestre.

L’industria ha offerto un contributo determinante, ristabilendo ad Agosto i livelli pre crisi Covid 19. La ripresa è diffusa nei diversi comparti industriali, trainata sia dalla componente nazionale che estera della domanda.

Su base tendenziale (terzo trimestre 2020 su terzo trimestre 2019) la variazione è negativa (- 4,7 punti percentuali), poiché nel primo semestre il crollo cumulato è stato superiore al 18% (secondo trimestre 12,4%).

L’andamento negativo previsto nel quarto trimestre avrebbe effetti negativi minori sul 2020, sostenuto dalla ripresa potente del terzo trimestre, ma pesanti sul 2021 che, secondo le stime dei maggiori Centri di ricerca e di previsione, potrebbero rallentare la crescita dal + 6% della Nadef sino alla metà o ad un terzo.

I tempi del recupero, conseguentemente, si allungherebbero ed il ritorno ai livelli pre-crisi non si raggiungerebbe, certamente, nel 2021, ma, verosimilmente, nel 2022.

Anche l’Eurozona (+ 12,7%) e l’UE (+ 12,1%) nel terzo trimestre hanno realizzato una clamorosa ripresa a “V” sotto la spinta cumula6va di poderosi interventi fiscali nazionali, della poli6ca monetaria ultra espansiva della BCE e delle risorse europee, dopo il crollo del secondo trimestre. Il rimbalzo di Germania, Francia e Spagna è stato non minore di quello italiano.

Il PIL della Germania nel terzo trimestre è cresciuto dell’8,2% (atteso + 6,8%), contro la caduta del 9,8% nel secondo trimestre. Il PIL della Francia è cresciuto del 18,2% (atteso 15%) e quello della Spagna del 16,7% (atteso 13,5). Per l’Eurozona, su base annua (terzo trimestre 2020 su terzo trimestre 2019) il differenziale (- 4%) è ancora alto.

Sul quarto trimestre pesano gravi incognite: tempi del vaccino; caduta della fiducia di imprese e famiglie, con effetti sui risparmi (in aumento) ed investimenti (in diminuzione); timori di insolvenze su larga scala con gravi ricadute sulla crescita della disoccupazione.

La BCE stima il PIL dell’Eurozona in caduta nel 2020 del 7,8%, nel 2021 in crescita del 5,3% e nel 2022 del 2,6%.

Il PIL della Germania è previsto in caduta del 5,5% nel 2020; in crescita del 4,4% nel 2021 e del 2,5% nel 2022.

La BCE è pronta non solo a prolungare nel 2021 la politica monetaria di sostegno alla ripresa, ma a potenziare il Q.E. e a migliorare le condizioni del TLTRO (finanziamento alle banche europee, sottoposte alla sua vigilanza, a tassi negativi purché li finalizzino all’aumento dei crediti ad imprese e famiglie).

Nel 2021 avremo due asimmetrie fra i tempi di uscita dalla crisi epidemica ed i tempi di permanenza dei fattori ostativi. Premessa di Giuseppe Gallo Presidente Fondazione Ezio Tarantelli Centro Studi Ricerca e Formazione Pag. 2

La prima è di natura sanitaria. I recenti interventi di Guido Rasi, direttore esecutivo dell’EMA (Agenzia per il farmaco europea), sostengono che il vaccino anti Covid 19 potrebbe essere pronto per fine gennaio o inizio febbraio 2021, se le case farmaceutiche presenteranno all’EMA, che deve autorizzarlo, i risultati clinici sulle sperimentazioni entro novembre.

I primi effetti sulla pandemia dovrebbero manifestarsi nell’estate 2021; l’immunità di massa non sarà raggiunta per fine 2021 (per vaccinare 400 milioni di persone sono necessari tra 500 e 600 milioni di flaconi che per dicembre 2021 non saranno disponibili) ma, verosimilmente, per il primo semestre 2022. Fatte salve le incognite che solo l’esperienza di massa scioglierà (durata dell’effetto immunitario, periodicità dei richiami, immunizzazione della trasmissione o degli effetti patologici). Dovremo, pertanto, convivere ancora per oltre un anno col virus, ancorché (si spera) declinante, mantenendo tutte le regole prudenziali e le eventuali restrizioni, ormai familiari.

Si noti che la previsione sanitaria sulla quale si reggono le proiezioni tendenziali e programmatiche della NADEF sono molto diverse.

Si assume, infatti, il postulato secondo il quale “la distribuzione di uno o più vaccini cominci entro il primo trimestre del 2021 e che a metà anno la disponibilità di nuove terapie e di vaccini sia tale da consentire al Governo di allentare la gran parte, se non tutte, le misure restrittive. Di conseguenza, il recupero dell’economia dovrebbe riprendere slancio nel corso del 2021, dando anche luogo ad un significativo effetto di trascinamento sul 2022”.

Non manca la previsione avversa:

“Nello scenario di rischio, a differenza di quanto ipotizzato nello scenario tendenziale, la ripresa dei contagi osservata a partire da agosto si aggraverebbe sensibilmente nei mesi finali del 2020, portando anche ad un sensibile aumento dei ricoveri ospedalieri. Ciò indurrebbe il Governo a reintrodurre misure precauzionali, peraltro meno drastiche che nella scorsa primavera. Dopo il rimbalzo del periodo estivo, il PIL subirebbe una nuova caduta nel quarto trimestre”.

Il PIL 2020 peggiorerebbe, in questa ipotesi, dal – 9% al – 10,5%; la ripresa nel 2021 cadrebbe al + 1,8% e solo nel 2022 rimbalzerebbe al + 6,5%.

Il Governo continua a sostenere che il quadro analitico e previsionale della NADEF tiene e che si tratta soltanto di slittamenti temporali della ripresa, ma, proprio per questo, a parer mio, pur non conoscendo ancora la dimensione delle ricadute economiche delle restrizioni differenziate per regioni, il quadro tendenziale dev’essere aggiornato (una NADEF della NADEF) e la strategia di politica economica per il 2021, che da anno di rimbalzo al +6% potrebbe diventare un anno di modesta ripresa o di stagnazione, deve decisamente cambiare.

La seconda asimmetria temporale è di natura finanziaria.

Le risorse europee del Next Generation (delle quali il Fondo di Ripartenza e di Resilienza è la componente più rilevante) inizieranno a concretizzarsi nel secondo semestre 2021 o nel primo semestre 2022 se i contenziosi europei, fra Commissione e Consiglio e fra Parlamento e Consiglio, già in atto, produrranno ritardi procedurali. Il flusso di risorse europee sarà, inoltre, relativamente minore nel 2021 e crescerà progressivamente negli anni successivi.

Il 2021 sarà, pertanto, un anno debole anche in riferimento ai flussi finanziari europei.

La concomitanza delle asimmetrie sanitaria e finanziaria nel 2021 richiede, pertanto, una manovra di bilancio di gran lunga più potente, sotto il profilo finanziario, e più innovativa, sotto il profilo qualitativo, di quella abbozzata dal Governo nel recente Documento Programmatico di Bilancio, nell’interesse del lavoro e del Paese.

Il Sistema dei Trasporti durante e dopo il Covid 19

E’ uscito in libreria ed in edicola, per le Edizioni Laterza, l’ultimo libro della economista Marianna Mazzuccato, opportunamente distribuito  da “la Repubblica” che lo ha inserito nella collana delle opere da “spingere”  e diffondere, così, al grande pubblico dei lettori di quotidiani.

Il titolo della ultima fatica della nota economista,”Non sprechiamo questa crisi”, decisamente attuale ed interessante, coglie già solo nel titolo il punto centrale di uno dei grandi argomenti di riflessione e dibattito che sono stati suscitati dalla drammatica crisi che il nostro Paese,nel suo complesso e nelle sue diverse articolazioni, sta vivendo nella attualità, e che si presenta altrettanto preoccupante nelle prospettive di breve e medio periodo: 

la capacità, e la volontà, di vivere le presenti circostanze con uno spirito rivolto al futuro, sfruttando le opportunità che ci verranno offerte dalle mutate condizioni dei rapporti con l’Europa in termini sociali economici e finanziari.

Tra i diversi settori primari del sistema organizzativo del Paese investiti dalla crisi sociale da Covid 19,Sanità, Scuola, Lavoro, Assistenza, il comparto dei Trasporti ha assunto e svolto  una funzione essenziale che ne ha fatto uno dei principali e più osservati elementi di causa-effetto delle dinamiche pandemiche in conseguenza della natura stessa del comparto in tutte le sue diverse caratteristiche e componenti operative:Trasporto Pubblico Locale, Trasporto Ferroviario di lunga e media percorrenza, Trasporto Aereo di breve, lungo e medio raggio,Trasporto Marittimo turistico e commerciale.

Le difficoltà incontrate dalle Aziende e dagli Operatori del Trasporto,nelle loro diverse strutture operative e nelle loro varie missioni istituzionali,oltre alla fatica di individuare le possibili soluzioni di primo momento ai problemi immediati di comune percezione, hanno evidenziato la necessità di una attività speculativa e progettuale mirata alla costruzione di un nuovo Sistema di Trasporto  nazionale ed internazionale e di un diverso approccio alle questioni formali e sostanziali di questo servizio essenziale per la collettività,irrinunciabile per la mobilità di passeggeri e merci  sul territorio nazionale e da e per il nostro Paese e per le importantissime ricadute sociali,economiche e finanziarie. 

Ed è per questi motivi ,nei quali troviamo anche le ragioni dell’impegno politico per le prossime scadenze elettorali,segnatamente le prossime elezioni comunali per alcune grandi città italiane,e in particolare Roma,gli elettori delle quali in Primavera saranno chiamati ad individuare il nuovo Sindaco,che proponiamo ed auspichiamo che si avvii quanto prima un dibattito sufficientemente ampio  e partecipato su  argomenti di settore a carattere generale ma di particolare interesse per le grandi città che andranno al voto in Primavera ed ancora più nello specifico per la Capitale ed i suoi cittadini.

Un confronto a largo spettro ,che registri la partecipazione fattiva di tutte le realtà coinvolte ,dalla politica alla utenza, dalla gestione operativa alla rappresentanza sindacale, dalla amministrazione locale alla industria di settore e che coinvolga larghi strati della cittadinanza e delle sue associazioni civiche e di territorio.

Il comparto dei Trasporti nel suo complesso rappresenta per la Capitale un asset di fondamentale importanza  per quanto attiene l’occupazione,per il sistema di relazioni soiciali e per l’economia della città e  non solo.

A Roma fanno capo le strutture di governo di aziende di servizio di primo livello quali le società operative del Gruppo FS, RFI e Trenitalia, l’Atac, il Cotral, Nuovo Trasporti Viaggiatori e,infine Alitalia,senza considerare le numerose piccole e grandi aziende che operano a servizio del turismo e del trasporto merci. 

Un insieme di lavoro,capitale,competenza,intelligenza e professionalità che non può non essere tutelato per il suo stesso significato e valore intrinseco e per  il benessere,se non per la sopravvivenza,delle migliaia di addetti e delle loro famiglie.

Roma  e la sua struttura sociale,economica e finanziaria non possono permettersi di veder ridurre ulteriormente la presenza sul  territorio e nel suo hinterland dei centri di governo di aziende di tale spessore,con conseguenti tagli non irrilevanti ai livelli occupazionali, anche nel comparto dei Trasporti,così come è stato negli anni passati per Alitalia,che non sembra ancora fuori dal guado, e come,in questi giorni, si minaccia per Nuovo Trasporto Passeggeri,azienda ferroviaria privata che è il secondo stakeholder nel  trasporto di Alta Velocità italiana. 

Da queste ed altre considerazioni,che costituiscono anche  le basi della posizione assunta dalla Fit-CISL,partono le nostre riflessioni in ordine alla indilazionabile intervento programmatico e progettuale che non potrà non avere riflessi sulla condizione del Trasporto Pubblico Locale a Roma e quindi anche sulla proposta politico-elettorale che dovrà essere presentata ai cittadini romani.

Il Trasporto Pubblico Locale che già da oltre un decennio viveva a Roma in una condizioni di  difficoltà,incertezza  ed insufficiente organizzazione del servizio, in questi ultimi anni è decaduto a disservizio cronico,ha accusato clamorosamente  il colpo causato dalla dissennata gestione politica ed aziendale di settore e ha fallito miseramente nello svolgimento della sua funzione pubblica  nel momento più difficile per il Paese e per la Città.

Il Covid 19,paradossalmente,può costituire l’opportunità per cercare di mettere riparo a queste situazioni fornendoci,in misura mai prevista e prevedibile,le risorse finanziarie necessarie .

Le idee le abbiamo,i progetti anche,cosa dobbiamo e possiamo fare lo sappiamo.

Qualche decennio fa,nella seconda metà degli anni’70,l’allora Ministero dei Trasporti e delle Comunicazioni,elaborò il Piano Nazionale dei Trasporti e d il Relativo Conto Nazionale,

due documenti che sono stati fondamentali per la organizzazione e programmazione di una seria politica di settore e delle sue ricadute sulla  vita economica e sociale dell’Italia.

Non chiediamo di ripetere ora quella esperienza,non se ha il tempo, forse nemmeno le risorse culturali e professionali,e soprattutto non se ne è avuta la volontà politica al momento giusto,ma raccogliamo il suggerimento della Fit-CISL e degli altri sindacati e sosteniamo con forza la richiesta  della definizione di un Piano Nazionale per il Trasporto Locale delle cui indicazioni il primo contesto sociale a servirsi sarà Roma Capitale.

Pasti caldi preparati e distribuiti in strada ai senza dimora: è la nuova Cucina Mobile di Progetto Arca

Arca_@DanieleLazzaretto

E’ nato il nuovo servizio di Cucina Mobile di Fondazione Progetto Arca a Milano e che accompagnerà le sue Unità di strada, che da anni lavorano in rete con il Centro Aiuto Stazione Centrale del Comune di Milano nell’assistenza alle persone senza dimora che vivono in strada.

“Un’attività di cui la città ha bisogno” dice l’assessore alle Politiche sociali e abitative Gabriele Rabaiotti “ora più che mai. Ci siamo già misurati con le difficoltà dell’emergenza, amplificate nel momento in cui le persone si trovano per strada, impossibilitate a proteggere se stesse e gli altri. Questa iniziativa migliora la qualità di un servizio che in città ha già raggiunto un buon livello di risposta, riuscendo a fornire un piatto caldo e una dieta più equilibrata ai senza dimora. Quel piatto rappresenta anche un’occasione per poter scambiare due parole, informare dei servizi offerti e cercare di convincere queste persone ad utilizzare le strutture che, come ogni anno, a breve verranno attivate per il Piano freddo”.

L’idea della Cucina Mobile nasce dall’esperienza maturata sul campo, da operatori e volontari di Progetto Arca, durante questo anno di emergenza sanitaria, sociale e alimentare che ha imposto una chiusura forzata di numerosi servizi a sostegno delle persone fragili senza dimora. A questo si aggiunge la necessità di fornire un apporto nutrizionale sano ed equilibrato a coloro che non hanno i mezzi e la possibilità per accedere o prepararsi un pasto caldo e completo.

“Un piatto caldo donato come gesto di cura e attenzione è il modo più diretto, sincero e accogliente per entrare in contatto con una persona, per dirle che si può fidare di te e per cominciare a instaurare un dialogo” racconta Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca“La base di tutte le nostre attività e servizi dedicati alle persone senza dimora è la vicinanza e il sostegno concreto in risposta a un bisogno primario, proprio come è il cibo: un diritto fondamentale di ogni essere umano, con un importante valore di relazione. Un pasto caldo, sano e buono è il primo passo verso una presa in carico più strutturata della persona fragile, avviandola poi a un recupero della sua vita”. 

La Cucina Mobile consiste in un foodtruck dotato di fornelli, forno e bollitori, che seguirà le Unità di strada di Progetto Arca in particolare durante i mesi più freddi, consegnando per ora 120 pasti caldi cucinati al momento, ogni sera per 5 giorni a settimana, con proposte diversificate per un apporto nutrizionale adeguato in termini di quantità e qualità. Insieme al pasto caldo, i volontari consegneranno a chi incontreranno in strada anche un sacchetto contenente cibi confezionati per gli altri due pasti (colazione e pranzo) della giornata successiva.

Il servizio garantisce, insieme alla consegna dei pasti, anche dei momenti di dialogo con operatori qualificati, necessari a orientare le persone in difficoltà e senza riparo ai servizi assistenziali e sanitari sul territorio. La relazione di fiducia che ne deriva sarà la base per un auspicato percorso di accoglienza e reinserimento sociale.

“Questo progetto si inserisce all’interno di una partnership solida e ben strutturata con Fondazione Progetto Arca” afferma Marco Magnelli, Direttore di Banco Alimentare della Lombardia“È da anni che collaboriamo per dare una risposta concreta ed univoca al bisogno e oggi, a fronte dell’emergenza legata alla pandemia, siamo ancora più uniti per dare aiuto alle persone in difficoltà”.

“La Cucina Mobile concretizza la nostra volontà di operare in rete con chi è impegnato in prima fila ogni giorno là dove l’emergenza e la sofferenza richiedono un aiuto non derogabile” dichiara Stefano Bettera dell’Unione Buddhista Italiana. “Il nostro supporto a questa iniziativa è anche un modo di portare testimonianza, di riconoscere un bisogno di dignità troppo spesso dimenticata e rispondere con un’azione capillare, concreta e davvero efficace”.

“Grazie di cuore al Banco Alimentare della Lombardia, con cui collaboriamo da anni, e a Fondazione Banca del Monte di Lombardia e Unione Buddhista Italiana, tre indispensabili partner che, con il loro contributo, ci permettono di mettere in campo questo nuovo servizio dedicato alle persone più fragili”, conclude Sinigallia.

Pa, nasce l’Osservatorio nazionale del lavoro agile

“La rivoluzione dello smart working nelle Pa non può essere calata dall’alto, va invece accompagnata, sostenuta e monitorata con attenzione. Il cambiamento ha bisogno di essere governato”. Così ha commentato il Ministro Fabiana Dadone, annunciando di aver firmato il decreto che istituisce l’Osservatorio nazionale del lavoro agile nelle amministrazioni pubbliche, come previsto dal decreto Rilancio.

L’Osservatorio sarà composto da 27 rappresentanti di Governo, Regioni, enti locali, Inps, Istat e altre istituzioni, tra cui un membro per conto dell’Enea, in modo da poter approfondire con attenzione anche gli aspetti connessi alle tecnologie, all’energia e allo sviluppo sostenibile. Ad essi si aggiungeranno 14 esperti del settore pubblico e privato o provenienti dal mondo universitario, che andranno a costituire una Commissione tecnica di supporto.

L’Organismo nasce per fornire spunti e proposte di carattere normativo, organizzativo o tecnologico per migliorare sempre più lo smart working nelle Pa, anche interagendo con i principali stakeholder, per sviluppare le competenze del personale pubblico, le capacità manageriali dei dirigenti, la misurazione e valutazione delle performance organizzative e individuali. Verificherà, inoltre, che i POLA (Piani Organizzativi del Lavoro Agile) messi a punto dagli enti raggiungano gli obiettivi quantitativi e qualitativi fissati, monitorerà gli effetti dello smart working sull’organizzazione e i benefici per i servizi ai cittadini, ma ne promuoverà anche la diffusione sul piano comunicativo e culturale.

L’impegno è di cambiare il volto del lavoro pubblico per avvicinarlo sempre più alle esigenze concrete della collettività.

Il Comune di Roma dimentica Colle Parnaso

Il quartiere Colle Parnaso di Roma sorge sulla Riserva Naturale Laurentino-Acqua Acetosa Ostiense nei pressi di un sito archeologico che presenta reperti di epoca romana, ville patrizie e, poco distante, l’ex sorgente San Paolo.

Sembrerà strano ma anche il più famoso Monte Parnaso consacrato al Dio Apollo e alle nove Muse possedeva una fonte sacra, la fonte Castalia.

Ora, però, questo scorcio di Roma incantevole è percorso da varie turbolenze nella gestione del patrimonio storico.

E anche se molti condomini si sono organizzati in modo proprio per provvedere al decoro delle aree verdi adiacenti alle case, nulla possono per la salvaguardia delle strutture situate sui terreni prospicienti il comprensorio.

Non sono bastate le numerose richieste inviate alla proprietà ex Parnasi e al Comune di Roma per ristabilire il decoro delle strutture. E a nulla sono valsi i molti appelli inviati al municipio in questi anni.

Le villette situate sui terreni vicini alla via Cristoforo Colombo sono ormai arrivate ad un grado di abbandono inammissibile per un Comune come Roma, come inammissibile è l’impossibilità da parte dell’Amministrazione capitolina a far rispettare agli attuali proprietari un minimo di decoro.

Se non si riesce a stabilire una adeguata ristrutturazione e salvaguardia da parte della proprietà non sarebbe ora, per il Comune, di acquisire questi stabili e destinarli ad attività utili per il quartiere?

Non sarebbe arrivato il momento di mettere in sicurezza anche questa parte della città? Non sempre il destino è favorevole. Uno sfortunato crollo delle strutture potrebbe comportare danni gravi su l’unica strada di passaggio pedonale del quartiere.

Ecco perché, ora più che mai, gli abitanti del quartiere chiedono che il Comune di Roma si faccia sentire e possa risolvere un’annosa questione che da troppo tempo va avanti.

 

 

Covid: ormai abbiamo raggiunto livelli abbastanza critici

“Se dovessimo avviare oggi un’iniziativa più drastica, cioè un lockdown del Paese, io credo che potremmo arrivare al Natale con una fase discendete del picco che probabilmente si stabilizzerà all’Immacolata”. Lo ha sottolineato il presidente della Fnomceo (Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri), Filippo Anelli, ospite di ‘RaiNews24′, parlando dell’emergenza coronavirus in Italia.

“Se invece i numeri dovessero crescere come viene previsto ora, senza quindi ulteriori azioni, penso che all’Immacolata avremo altri 10mila decessi e avremo quei 5mila posti occupati in terapia intensiva che ci spaventano”.

“Ormai abbiamo raggiunto livelli abbastanza critici, ci sono file di ambulanze fuori dai pronto soccorso un po’ dappertutto nelle varie Regioni, nelle terapie intensive si cominciano ad avere numeri importanti e se si continua così avremmo a fine mese raggiunto i 5mila posti occupati”.

Marino de Medici spiega le elezioni USA 2020: vince la democrazia rappresentativa.

Romano, giornalista professionista da moltissimi anni, De Medici è stato Corrispondente da Washington dell’Agenzia ANSA e corrispondente dagli Stati Uniti per il quotidiano Il Tempo. Ha intervistato Presidenti, Segretari di Stato e della Difesa americani, Presidenti di vari Paesi in America Latina e Asia. Ha coperto la guerra nel Vietnam, colpi di stato nel Cile e in Argentina, e quaranta anni di avvenimenti negli Stati Uniti e nel mondo. Ha anche insegnato giornalismo e comunicazioni in Italia e negli Stati Uniti. Non ha ancora finito di viaggiare e di scrivere dei luoghi che visita. Finora è stato in 121 Paesi e conta di vederne altri.

Di seguito le sue opinioni sulle elezioni americane 2020, che ritengo di estremo interesse poiché effettuate da un attento osservatore e conoscitore della politica statunitense di lungo corso.

Il grande ritorno della democrazia rappresentativa

Marino De Medici

Alla fine, ha prevalso la democrazia rappresentativa. Joseph Biden è stato dichiarato presidente eletto degli Stati Uniti al termine di un interminabile stressante conteggio svoltosi tra contestazioni, ricorsi legali ed ignobili proclami di vittoria emessi dal perdente, il presidente Donald Trump, che passerà alla storia per la sua politica velleitaria ma soprattutto come “one term president” sfuggito per poco allo ”impeachment”. Di fatto, Trump è il primo presidente non rieletto dopo la sconfitta di George W.H. Bush nel 1992. La vittoria di Joe Biden rappresenta una svolta epocale in America anche per l’elezione alla vice presidenza della prima donna, Kamala Harris, che impersona la diversità dell’America che cambia. Il 77enne Joe Biden era al suo terzo tentativo per la Casa Bianca. Il suo successo ha dello straordinario perché nella battaglia delle elezioni primarie aveva rischiato l’eliminazione. Se è lecito fare dell’ironia, l’America ha detto a Trump “you are fired” (sei licenziato) sulla falsariga del verdetto che Trump emetteva ai concorrenti nel suo programma televisivo “The apprentice” (l’apprendista). Ora tocca a Donald Trump apprendere come comportarsi all’indomani della sua sconfitta, dapprima nei 75 giorni di governo che gli rimangono e poi negli anni susseguenti. Sarà un periodo di fuoco perché il presidente uscente continuerà ad inveire contro il “complotto” che ha consegnato la presidenza a Biden. Mentre è possibile che Trump venga accompagnato alla porta, non scompare un macigno che condiziona il progresso della democrazia rappresentativa, una base trumpista di notevole pervicace consistenza che intralcerà l’opera della nuova amministrazione.

Un’altra riflessione ironica si impone all’immediato indomani della vittoria di Biden. “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Nel 2016, Trump aveva strappato la presidenza alla modesta Hillary Clinton raccogliendo 107.000 voti in più in tre stati del Nord (Pennsylvania, Michigan e Wisconsin), un’inezia rispetto ai 120 milioni di voti espressi in quella tornata elettorale. Questa volta Biden ha prevalso su Trump per 34.000 voti in Pennsylvania, lo stato che lo ha proiettato oltre la soglia dei 270 voti del Collegio Elettorale necessari per l’elezione. Gli scarti nel Michigan e nel Wisconsin sono risultati analogamente minimi, ma sufficienti all’affermazione di Biden nel cosiddetto “Blue wall” (il Muro blu), che aveva determinato l’elezione a sorpresa di Trump quattro anni fa. In questo raffronto emerge un dato decisivo: gli elettori democratici che nel 2016 avevano subito l’attrazione della campagna di Trump contro lo “swamp”, ossia la palude di Washigton, quest’anno sono tornati nella loro casa democratica.

La vittoria di Joe Biden ha altre rilevanti matrici. Innanzi tutto, segna un record nel numero di votanti a suo favore, 75 milioni, uno scarto di 4.200.000 sul presidente repubblicano. Ed ancora, Biden ha conquistato la Georgia che non aveva votato a favore di un candidato democratico dal lontano 1992.

In aggiunta, l’Arizona aveva votato per il candidato repubblicano dal 1952, con una sola eccezione. Il fatto centrale comunque è questo: Biden è prevalso su una formidabile cultura politica trumpista che poggiava su fatti alternativi, su una virulenta propaganda conservativa ed estremista dei social media e sul penoso servilismo degli organi del partito repubblicano. L’imperiosa politica di Donald Trump aveva stravolto i principi fondamentali della democrazia rappresentativa, a cominciare dal rispetto della costituzione e del dialogo politico improntato ad un confronto civile di idee ed ove

possibile al compromesso. I padri fondatori volevano rompere con l’autoritarismo della monarchia inglese e intendevano promuovere una dialettica, anche intensa fino ad essere conflittuale, ma ispirata ai dettami della democrazia rappresentativa. Donald Trump aveva dichiarato guerra a tutti coloro che sostenevano idee e tendenze politiche contrastanti, con un linguaggio politico portato all’offesa e spesso all’insulto gratuito. L’ostilità dichiarata agli elementi critici, visti come nemici anziché come avversari, resterà purtroppo l’asse portante del trumpismo che continuerà ad imperare su una vasto settore della popolazione americana, in particolare quello sudista e rurale. Se e come la democrazia rappresentativa potrà far breccia sull’intransigente blocco trumpista non è dato prevedere, ma il successo di Biden in stati del Sud come la Georgia e l’Arizona alimenta una qualche speranza.

La vittoria di Biden autorizza quanto meno la prosecuzione di un processo politico che assimila i portatori di diversità e li responsabilizza come partecipanti all’evoluzione della giustizia sociale. Biden ha additato il dovere degli americani con una frase illuminata: “L’unità sopra le divisioni. La Speranza sui timori. La Scienza sulla finzione”. Joe Biden eredita il potere in una nazione prostrata dall’epidemia del covid-19 e dal regresso economico. Ma i suoi istinti, soprattutto quelli attinenti alla creazione di unità, appaiono fondati e tali da incoraggiare fiducia in una grave congiuntura politica e morale. In questo quadro si collocano gli impulsi della parte sana della popolazione americana volti a superare le divisioni razziali, classiste e quelle insite nella diseguaglianza dei redditi. Joe Biden è tutt’altro che un apprendista promosso alla guida della nazione. Ha una lunga esperienza di moderato, portato al dialogo e al compromesso. Ora dovrà vedersela con un senato che molto probabilmente resterà nelle mani dei repubblicani (anche se restano da attribuire due seggi nella Georgia).  Cercherà di venire a patti con il cerbero repubblicano del senato, il leader McConnell, un tecnico dell’ostruzionismo. Contrariamente a quanto molti avvertono, Biden e McConnell si conoscono bene e si stimano reciprocamente. Particolare interessante, McConnell fu l’unico senatore repubblicano presente alle esequie del figlio di Biden, Beau. L’opposizione di McConnell potrebbe essere ben diversa e certamente non implacabile come lo era quella di Trump. Un primo elemento di giudizio verrà con l’approvazione di un legge di soccorso finanziario agli americani in generale ed alla struttura economica colpita dalla pandemia.

La volontà di Biden di promuovere unità nella nazione ha un altro destinatario, la sinistra americana. Le divergenze di indirizzi sociali ed economici non mancheranno di farsi sentire e potranno complicare la ricerca di compromessi legislativi. Anche su questo versante, dunque, il compito del presidente eletto è quanto mai impegnativo. Il fatto stesso che Biden finirà probabilmente con l’accumulare 306 voti elettorali, quanti ne riportò Trump nel 2106, testimonia la spaccatura che continua a tormentare la nazione americana. Tra le tante analisi del voto e dell’elettorato, una dovrebbe sovrastare: Biden ha vinto non solo perché questa volta si è riprodotta la coalizione democratica che elesse Obama – che abbracciò afro-americani, squadernò l’arma della superbia e attrasse, infine, un numero sufficiente di lavoratori “blue-collar” – ma perché una maggioranza di americani lo ha percepito come un uomo dotato di equilibrio, moralmente e politicamente qualificato a fare fronte alla doppia sconvolgente crisi della pandemia e dell’economia. In fondo, questa resta la maggiore differenza con Trump, artefice di un caos morale e politico. Coerenza alla ricerca di unità e fiducia nel futuro sono il viatico alla presidenza Biden.

 

 

Clausula di supremazia o nuova idea di Repubblica delle Autonomie?

Povera Costituzione Italiana!
Fino a qualche anno fa si aveva almeno il coraggioso pudore di modificarla con progetti di riforma dotati (al di là della condivisione o meno nel merito) di un capo e di una coda.
Oggi la si considera alla stregua di un Regolamento di condominio e la si modifica “à la carte”.
Un partito ha bisogno di rifarsi il look? Ecco che cerca di intercettare l’umore anti parlamentare e ottiene di ridurre di un terzo deputati e senatori. Così, punto e basta. Il Governo non riesce a far rigare dritto alcune Regioni nella gestione di una pandemia? Ecco la soluzione: mettere in Costituzione una “clausula di supremazia dello Stato “.

Il primo esempio citato, ormai, è purtroppo acqua passata e non resta che attenderne le conseguenze negative sul funzionamento delle Istituzioni parlamentari.
Il secondo, invece, è oggetto di discussione in questi giorni e merita di essere approfondito. Magari con un minimo di memoria storica.

Succede che nel 2001 il Parlamento vara una Riforma del Titolo V della Costituzione, nella quale si ridisegna il rapporto tra Stato e Autonomie Territoriali.
Una Riforma significativa e organica (salvo la colpevole mancata previsione del Senato delle Regioni).
Da un lato, lo Stato è chiamato a trasformarsi e a ripensare le sue funzioni in una chiave non più centralista: cioè a fare ancora meglio e con rinnovata autorevolezza ciò che gli compete (soprattutto nel contesto dell’Unione Europea ed in un mondo sempre più globalizzato), in maniera che il sistema delle Autonomie possa crescere dentro un quadro nazionale credibile e robusto.
Dall’altro, le Regioni sono chiamate a prepararsi per gestire il loro ruolo nuovo nel governo dei rispettivi territori.

La regola generale è quella della responsabilità e della leale collaborazione tra diversi livelli istituzionali (Stato, Regioni, Comuni).
Insomma, una vera scommessa, per tutti, sulla modernizzazione delle Istituzioni. Non la si è voluta o saputa giocare. Certo, si dirà, le Regioni non sono state all’altezza del loro nuovo ruolo. Vero, anche se questo giudizio non può essere ingenerosamente rivolto a tutte. Sopratutto al Nord. Tuttavia, che dire di come lo Stato ha esercitato le sue responsabilità?

Lo Stato ha continuato nella vecchia logica (e nella vecchia pratica) centralista, continuando a legiferare su tutto e tutti.
Non ha riorganizzato i propri apparati alla luce del nuovo assetto. Non ha ammodernato i suoi meccanismi di governance (più autonomia significa più capacità di sistema) e non si è dotato di strumenti di monitoraggio adeguati, preferendo ignorare i problemi gestionali in molti ambiti regionali ordinari o procedere con commissariamenti di facciata.
Non ha costruito assetti finanziari capaci di responsabilizzare le Regioni sul fronte delle entrate, preferendo di fatto continuare a gestire centralmente la gran parte dei rapporti con i contribuenti.
Non ha concentrato le sue azioni sulle cose veramente essenziali per un sistema Paese: le grandi infrastrutture della conoscenza; le politiche strutturali di sviluppo; la modernizzazione tecnologica (anche della rete Inter-istituzionale); il buon funzionamento della giustizia e della sicurezza, tanto per citarne alcune.

Ora, la Pandemia Covid disvela queste oggettive difficoltà.
E lo Stato – che non aveva nessun piano per una emergenza sanitaria di livello globale, così come non ce l’ha per tutti gli altri ambiti di Protezione Civile – vorrebbe scaricare le proprie responsabilità sulle Regioni.
Le quali non ovunque, appunto, sono state all’altezza.
Mi viene alla memoria l’immagine di un padre di famiglia, che – siccome non è riuscito ad essere autorevole nella costruzione di regole e pratiche condivise ed ha la coda di paglia per quanto riguarda le sue responsabilità – si appella al “comando di autorità” e sfodera il randello. Ma di quale “supremazia dello Stato” stiamo parlando, in un mondo che vede proprio nella figura degli Stati Nazionali l’anello più debole del sistema?

Mi auguro che questo insano proposito, che pare vedere concorde la maggioranza di Governo nazionale, venga messo da parte. E che, piuttosto, si riprenda – anche con le precisazioni dovute, ivi compresa quella del Senato delle Regioni – il coraggioso progetto del 2001. Le difficoltà vanno risolte guardando avanti, non indietro.
In questo contesto di improvvisazione costituzionale e di cedimento alle istanze di semplificazione populista della vita istituzionale, cerchiamo almeno di difendere un piccolo fuoco che evochi l’idea di una “Repubblica delle Autonomie”.
Le ricette che sembrano prevalere (supremazia dello Stato; svuotamento delle Regioni; accorpamento forzoso dei piccoli e medi Comuni, dopo l’abolizione delle Province) appartiengono al ciclo culturale ormai passato; sono parte e non soluzione dei problemi che la crisi evidenzia.
Non c’è nulla in queste ricette che faccia pensare ad una capacità di “resilienza”.

Nulla sul piano della “cifra comunitaria” che le istituzioni devono recuperare, per controbattere la deriva delle solitudini delle persone e dei territori. Nulla neppure su quello dell’efficenza: in una società sempre più complessa, non si ha efficenza se non attraverso la cultura diffusa della responsabilità e non dell’asservimento verso l’alto. E non illudiamoci. Se nuova supremazia dello Stato sarà, non si tratterà solo di gestione di emergenze pandemiche (per le quali peraltro già oggi lo Stato ha tutti i poteri, se li vuole esercitare).
Sarà un ritorno al passato, mentre il mondo va avanti.

Chi ha l’ardire di richiamarsi a Sturzo – ma anche chi cerca di essere consapevole dei meccanismi di governance delle società complesse – non si può rassegnare a questa deriva neo statalista. Il rischio è quello di comunità territoriali desertificate nei propri presìdi democratici; sempre più prive di “personalità istituzionale”; ridotte a puro ambito di manovra dei mercati e di poteri pubblici sempre più disintermediati; suddite di uno Stato che, per parte sua, si illude di colmare un deficit di ruolo e di autorevolezza con l’icona consumata di un “comando” simile a quella degli imperi in decadenza. Uno Stato che rifiuta di “trasformarsi” e perciò perderà ancora di più il proprio carisma.
Scriveva Italo Calvino nelle “Città invisibili” che Marco Polo – di fronte a Kublai Kan e al suo impero divenuto “uno sfacelo senza fine né forma” – evocava “attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”. Ci servirebbero tanti Marco Polo, oggi. Capaci non di vagheggiare la sovranità improbabile di rinnovati imperi, ma di valorizzare, in una logica solidale, collaborativa e costruttiva, la nuova filigrana sociale, comunitaria, istituzionale che pure esiste.

Una nuova idea di “Stato”, che deve essere però sostenuta, indirizzata, alimentata anche da una nuova idea di “politica”, meno giocata nelle stanze romane e più temprata nel confronto diretto e quotidiano con la realtà delle comunità che compongono questo nostro straordinario e plurale Paese.

Federazione Islamica del Piemonte: “Noi siamo con le vittime di Nizza e Vienna”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato stampa della Federazione Islamica del Piemonte

Noi siamo con le vittime di Nizza e Vienna.

Se ci si fosse illusi che nel clima di emergenza per la pandemia non ci fosse, almeno sul suolo europeo, più posto per gli attentati, ci si è dovuti ricredere. È invece realistico pensare che i nuovi fronti geopolitici nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo siano all’origine di un nuovo ciclo della strategia del terrore.

Non stupisce che si sia iniziato con la Francia, con una politica sua propria che l’ha condotta a un duro contrasto con la Turchia.  Ma dopo Vienna è ora chiaro che l’Europa intera è di nuovo sotto tiro. Un’Europa sulle cui divisioni si può puntare per condizionarla. Un’Europa che deve dunque trovare un’unità sui principi suoi fondamentali, che sono ben al di là della libertà di satira. Principi di accoglienza ma anche di rigorosa tutela dalla sopraffazione.

Le religioni, anche quelle altre dalla tradizione occidentale, sono linfa vitale per una nuova storia comune.  Ma ciò su cui non si può transigere è che la fede religiosa sia un fatto di assoluta libertà e non debba in alcun modo venire imposta, che nessuna violenza sia giustificabile col nome di Dio, che a essere care a Dio siano semmai le vittime innocenti.

È un sollievo pensare come tali principi siano già vividamente incarnati nel seno delle nostre società. Lo testimoniano le parole del Gran Mufti di Bosnia, il quale, dopo l’attentato di Vienna, ha dichiarato: “Vienna dev’essere la linea del fronte comune, che difenderemo senza paura e ad ogni costo, poiché non si tratta di Vienna soltanto, ma di tutte le persone libere e dell’Europa intera”. 

Con questo spirito, proponiamo perciò un’iniziativa pubblica, nei tempi e nei luoghi permessi dalle disposizioni sanitarie diramate in queste ore, che non consentono di manifestare in piazza. Chiamando tutte le comunità religiose e le forze politiche e sociali ad esprimersi. Non contro qualcuno, se non contro chi aderisce a un principio di morte che sarebbe blasfemo considerare religioso; ma per un valore di fraternità davvero universale, che tanto più in questo momento è importante riaffermare.

Giampiero Leo, Bhante Dharmapala (C. Torrero), Idris Abd al- Razzaq Bergia, Rav Ariel Di Porto, 

Bruno Geraci, Ibrahim Gabriele Iungo, Walter Nuzzo, Don Ermis Segatti, Younis Tawfik, a nome del Movimento Interconfessionale Noi siamo con voi.

Scatta il bonus da 500 euro per pc, tablet e internet

Da oggi arriverà il Bonus per pc, tablet e internet veloce. Si tratta di un voucher fino a 500 euro che le famiglie a basso reddito possono sfruttare per avere la connessione veloce a internet e per dotarsi di un dispositivo per la navigazione come personal computer o tablet.

Ai servizi di connettività può essere destinata una somma compresa tra i 200 e i 400 euro, mentre per tablet e pc una cifra tra i 100 e i 300 euro. Il decreto ha previsto l’assegnazione di un solo vocuher per famiglia. C’è poi un altro requisito necessario per poter usufruire del vocuher. Il contributo per acquistare un tablet o pc, infatti, viene erogato solo nel caso in cui sia contestuale all’attivazione di un servizio di connettività.

Per ottenere il voucher, è necessario contattare direttamente il proprio operatore internet utilizzando i normali canali di vendita. Sarà cura del beneficiario del voucher produrre un’autocertificazione del reddito Isee inferiore a 20 mila euro. Infine, è necessario sottoscrivere un contratto, della durata minima di un anno, con un operatore accreditato presso Infratel Italia, dato che l’acquisto di tablet o pc deve essere contestuale all’attivazione di un servizio di connettività.

Non è, infatti, possibile acquistare un computer o un tablet e, successivamente, richiedere il rimborso tramite voucher.

Elezioni Usa, ora stop a 1/2 mld di dazi sul Made in Italy

“Ci sono le condizioni per superare i dazi aggiuntivi Usa che colpiscono le esportazioni agroalimentari Made in Italy per un valore di circa mezzo miliardo di euro su prodotti come Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello”. E’ quanto afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

L’ elezione del nuovo presidente Usa – sottolinea la Coldiretti – arriva a poco più di un anno dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 in Usa di una tariffa aggiuntiva del 25% su una lunga lista di prodotti importati dall’Italia e dall’unione Europea, per iniziativa di Donald Trump nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus sulla quale è intervenuto anche in Wto autorizzando prima gli usa e poi l’Ue ad applicare dazi.

“Occorre ora avviare un dialogo costruttivo ed evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati in un momento drammatico per gli effetti della pandemia” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari tricolori per un valore che nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi, con un ulteriore aumento del 3,8% nei primi otto mesi del 2020”.

Cliclavoro: i servizi digitali passano a SPID

Non è più possibile effettuare nuove registrazioni al portale Cliclavoro. Inoltre, potrà accedere all’Area Riservata del Portale Cliclavoro solo chi sia già in possesso delle credenziali che, a tal fine, resteranno utilizzabili fino all’11 novembre 2020.

Lo comunica il Ministero del lavoro e delle politiche sociali informando che, per consentire le attività tecniche necessarie ad attivare le nuove modalità di accesso, SPID, CIE ed eIDAS, dal 12 al 14 novembre il portale Servizi Lavoro non sarà accessibile per la navigazione e, conseguentemente, anche tutti servizi digitali accessibili al suo interno non saranno disponibili. Di conseguenza, i lavoratori potranno inviare le proprie Dimissioni Telematiche utilizzando l’app Mobile, mentre i Soggetti Abilitati dovranno seguire la seguente procedura:

-compilare il modulo cartaceo disponibile al seguente link
-inviare il modulo via PEC al datore di lavoro e, per conoscenza, all’indirizzo infosdv@lavoro.gov.it

Si ricorda che il mancato invio al datore di lavoro comporterà la mancata accettazione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali delle dimissioni volontarie/risoluzione consensuale/revoca espresse dal lavoratore.​

 

Resta alta l’età dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2

Resta alta l’età dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2: l’età mediana è di 82 anni, secondo l’ultimo report sui decessi diffuso dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e realizzato su un campione di 39.052 pazienti deceduti e positivi al coronavirus in Italia. Le donne sono 16.628 (42,6%). Ebbene, secondo il report l’età mediana dei pazienti deceduti positivi a Sars-CoV-2 è più alta di oltre 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione (82 anni contro 49 anni).

E le donne morte dopo l’infezione hanno un’età più alta rispetto agli uomini (donne 85 – uomini 79).

Al 4 novembre le morti di pazienti positivi a Sars-Cov-2 in Italia sotto i 50 anni sono state 434 su 39.052 (1,1%), cioè l’1,1% come calcola l’Istituto superiore di sanità. In particolare, 95 pazienti avevano meno di 40 anni (65 uomini e 30 donne tra 0 e 39 anni). Di 17 pazienti sotto i 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 64 presentavano gravi patologie preesistenti (malattie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) mentre 14 non avevano diagnosi di rilievo.

In media, inoltre, i pazienti deceduti per Covid-19 hanno 3,5 patologie preesistenti. Nelle donne 3,7, negli uomini 3,4. Questo dato è stato ottenuto da 5.047 deceduti per i quali è stato possibile analizzare le cartelle cliniche. Complessivamente 173 pazienti (3,4% del campione) presentavano zero patologie, 662 (13,1%) una patologia, 962 (19,1%) due patologie e 3250 (64.4%) tre o più patologie. Prima del ricovero in ospedale, il 21% dei pazienti morti positivi al virus seguiva una terapia con Ace inibitori e il 14% assumeva sartani (bloccanti del recettore per l’angiotensina). L’ipertensione è la patologia preesistente più frequente (nel 65,7% dei casi).

La terapia antibiotica è stata comunemente utilizzata nel corso del ricovero (86,2% dei casi), meno usata quella antivirale (54,9%), più raramente la terapia steroidea (46,0%). Il comune utilizzo di terapia antibiotica può essere spiegato, si legge nel report, dalla presenza di sovrainfezioni o è compatibile con inizio terapia empirica in pazienti con polmonite, in attesa di conferma da esami di laboratorio di Covid-19. In 1296 casi (26,1%) sono state utilizzate tutte e tre le terapie. Al 4,5% dei pazienti deceduti positivi all’infezione da Sars-CoV-2 è stato somministrato Tocilizumab.

Infine il report fornisce i dati sui tempi mediani (in giorni) che trascorrono dall’insorgenza dei sintomi al decesso (12 giorni), dall’insorgenza dei sintomi al ricovero in ospedale (5 giorni) e dal ricovero in ospedale al decesso (7 giorni). Il tempo intercorso dal ricovero in ospedale al decesso è di 6 giorni più lungo in coloro che sono stati trasferiti in rianimazione rispetto agli altri.

Il primo discorso da presidente di Joe Biden.

“Miei cari americani, il popolo di questa nazione ha parlato. Ci ha consegnato una chiara vittoria. Una vittoria convincente. Una vittoria per “Noi, il popolo”. Abbiamo vinto con il maggior numero di voti mai espressi per un ticket presidenziale nella storia di questa nazione: 74 milioni. Sono impressionato dalla fiducia che avete riposto in me.

Mi impegno a essere un presidente che non cerca di dividere, ma di unire. Che non vede gli stati rossi e blu, ma gli Stati Uniti. E che lavorerà con tutto il cuore per conquistare la fiducia di tutto il popolo.

Perché questo è ciò che è l’America: le persone.

Ed è di questo che si occuperà la nostra amministrazione.

Ho cercato di vincere per ripristinare l’anima dell’America. Per ricostruire la spina dorsale della nazione: la classe media. Per rendere di nuovo l’America rispettata nel mondo e per unirci qui a casa.

È l’onore della mia vita che così tanti milioni di americani abbiano votato a favore di questa visione.

E ora il compito di rendere reale questa visione è il compito del nostro tempo.

Come ho già detto molte volte, sono il marito di Jill. Non sarei qui senza l’amore e il sostegno instancabile di Jill, Hunter, Ashley, tutti i nostri nipoti, i loro coniugi e tutta la nostra famiglia. Sono il mio cuore.

Jill è una mamma – una mamma militare – e un’insegnante. Ha dedicato la sua vita all’istruzione, ma insegnare non è solo quello che fa, è quello che è. Per gli insegnanti americani, questo è un grande giorno: ne avrai uno alla Casa Bianca e Jill diventerà una grande First Lady.

E sarò onorato di servire con una incredibile vicepresidente – Kamala Harris – che entrerà nella storia come la prima donna, la prima donna nera, la prima donna di discendenza asiatica e la prima figlia di immigrati mai eletta in questo paese.

È atteso da tempo e stasera viene in mente tutti coloro che hanno lottato così duramente per così tanti anni per far sì che ciò accadesse. Ma ancora una volta, l’America ha piegato l’arco dell’universo morale verso la giustizia.

Kamala, Doug, che vi piaccia o no, siete una famiglia. Siete diventati dei Biden onorari e non c’è via d’uscita.

A tutti coloro che si sono offerti volontari, hanno lavorato alle urne nel mezzo di questa pandemia, funzionari elettorali locali meritate un ringraziamento speciale da questa nazione.

Alla mia squadra della campagna, e a tutti i volontari, a tutti coloro che hanno dato così tanto di se stessi per rendere possibile questo momento, vi devo tutto.

E a tutti coloro che ci hanno sostenuto: sono orgoglioso della campagna che abbiamo costruito e condotto. Sono orgoglioso della coalizione che abbiamo messo insieme, la più ampia e diversa nella storia.

Democratici, repubblicani e indipendenti. Progressisti, moderati e conservatori. Giovani e meno giovani. Urbano, suburbano e rurale. Gay, etero, transgender. Bianca. Latino. Asiatico. Nativo americano.

E soprattutto per quei momenti in cui questa campagna andava male, la comunità afroamericana si è alzata di nuovo per me. Mi coprono sempre le spalle e io farò per te.

Ho detto fin dall’inizio che volevo una campagna che rappresentasse l’America, e penso che l’abbiamo fatto. Questo è quello che voglio che sia l’amministrazione.

E a coloro che hanno votato per il presidente Trump, capisco la vostra delusione stasera.

Anch’io ho perso un paio di elezioni. Ma ora, diamoci una possibilità a vicenda. È ora di mettere da parte la dura retorica. Per calmare gli animi. Per rivederci. Per ascoltarci di nuovo. Per fare progressi, dobbiamo smetterla di trattare i nostri avversari come nostri nemici. Non siamo nemici. Siamo americani.

La Bibbia ci dice che per ogni cosa c’è una stagione: un tempo per costruire, un tempo per raccogliere, un tempo per seminare. E un tempo per guarire.

Questo è il momento di guarire in America.

Ora che la campagna è finita, qual è la volontà del popolo? Qual è il nostro mandato?

Credo che sia questo: gli americani ci hanno chiesto di schierare le forze della decenza e le forze della giustizia. Per schierare le forze della scienza e le forze della speranza nelle grandi battaglie del nostro tempo.

La battaglia per controllare il virus.

La battaglia per costruire la prosperità.

La battaglia per garantire l’assistenza sanitaria della tua famiglia.

La battaglia per ottenere la giustizia razziale e sradicare il razzismo sistemico in questo paese.

La battaglia per salvare il clima.

La battaglia per ripristinare la decenza, difendere la democrazia e dare a tutti una giusta possibilità.

Il nostro lavoro inizia con il controllo della COVID.

Non possiamo aggiustare l’economia, ripristinare la nostra vitalità o assaporare i momenti più preziosi della vita – abbracciare un nipote, compleanni, matrimoni, lauree, tutti i momenti che ci interessano di più – finché non avremo sotto controllo questo virus.

Lunedì nominerò un gruppo di importanti scienziati ed esperti come consulenti per la transizione per prendere il piano Biden-Harris sulla COVID e convertirlo in un progetto d’azione che inizierà il 20 gennaio 2021. Quel piano sarà costruito su un fondamento scientifico. Sarà costruito con compassione, empatia e preoccupazione.

Non risparmierò alcuno sforzo – o impegno – per ribaltare questa pandemia.

Ho corso come un orgoglioso Democratico. Adesso sarò un presidente americano. Lavorerò tanto per quelli che non hanno votato per me, quanto per quelli che lo hanno fatto.

Lascia che questa cupa era di demonizzazione in America inizi a finire – qui e ora.

Il rifiuto di Democratici e Repubblicani di cooperare tra loro non è dovuto a una forza misteriosa al di fuori del nostro controllo.

È una decisione. È una scelta che facciamo.

E se possiamo decidere di non cooperare, allora possiamo decidere di cooperare. E credo che questo faccia parte del mandato del popolo americano. Vogliono che collaboriamo.

Questa è la scelta che farò. E invito il Congresso, Democratici e Repubblicani allo stesso modo a fare questa scelta con me.

La storia americana parla del lento, ma costante ampliamento delle opportunità.

Non commettere errori: troppi sogni sono stati rimandati per troppo tempo.

Dobbiamo rendere la promessa del paese reale per tutti, indipendentemente dalla razza, dall’etnia, dalla fede, dall’identità o dalla disabilità.

L’America è sempre stata plasmata da punti di svolta, da momenti in cui abbiamo preso decisioni difficili su chi siamo e cosa vogliamo essere.

Lincoln nel 1860 – venuto per salvare l’Unione.

FDR nel 1932 – promette un New Deal a un paese assediato.

JFK nel 1960 – la promessa di una nuova frontiera.

E dodici anni fa – quando Barack Obama ha fatto la storia – e ci ha detto: “Yes, we can”.

Ci troviamo di nuovo a un punto di svolta. Abbiamo l’opportunità di sconfiggere la disperazione e di costruire una nazione prospera e con uno scopo. Possiamo farlo. So che possiamo. Ho parlato a lungo della battaglia per l’anima dell’America. Dobbiamo ripristinare l’anima dell’America.

La nostra nazione è plasmata dalla costante battaglia tra i nostri angeli migliori e i nostri impulsi più oscuri. È tempo che prevalgano i nostri angeli custodi.

Stasera, il mondo intero sta guardando l’America. Credo che nel migliore dei casi l’America sia un faro per il globo. E non guidiamo con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio.

Ho sempre creduto che si possa definire l’America in una parola: possibilità.

Che in America dovrebbe essere data a tutti l’opportunità di andare oltre i propri sogni grazie all’abilità che gli ha dato Dio.

Vedi, io credo nella possibilità di questo paese.

Guardiamo sempre avanti.

Verso un’America più libera e più giusta.

Verso un’America che crea posti di lavoro.

Verso un’America che cura malattie come il cancro e l’Alzheimer.

Verso un’America che non lascia mai indietro nessuno.

Verso un’America che non si arrende mai, non si arrende mai.

Questa è una grande nazione.

E siamo una brava gente.

Questi sono gli Stati Uniti d’America.

E non c’è mai stato niente che non siamo stati in grado di fare quando l’abbiamo fatto insieme.

Negli ultimi giorni della campagna, ho pensato a un inno che significa molto per me e per la mia famiglia, in particolare per il mio defunto figlio Beau. Rappresenta la fede che mi sostiene e che credo sostenga l’America.

E spero che possa fornire conforto e conforto alle oltre 230.000 famiglie che hanno perso una persona cara a causa di questo terribile virus quest’anno. Il mio cuore va a ciascuno di voi. Spero che questo inno ti dia anche conforto.

‘And He will raise you up on eagle’s wings,

Bear you on the breath of dawn,

Make you to shine like the sun,

And hold you in the palm of His Hand’.

E ora, insieme – sulle ali dell’aquila – ci imbarchiamo nell’opera che Dio e la storia ci hanno chiamato a compiere.

Con il cuore pieno e le mani ferme, con la fede nell’America e negli altri, con l’amore per la patria e la sete di giustizia, cerchiamo di essere la nazione che sappiamo di poter essere.

Una nazione unita.

Una nazione rafforzata.

Una nazione guarita.

Gli Stati Uniti d’America.

Dio ti benedica.

E possa Dio proteggere le nostre truppe”.

Avevano perso l’America, oggi la ritroviamo nel sorriso di Biden.

Ci ricordiamo la prima volta di Trump ad un G7? Era a Taormina nel Maggio 2017. Per come si comportò il ‘fratello maggiore’ (USA), la Germania, che era rinata con gli aiuti americani e nelle corde ha sempre fresco il mitico discorso di John Kennedy a Berlino del Giugno 1963 (“Ich bin ein Berliner”), ne uscì sconvolta. 

Per alcuni Paesi europei, in primis la Germania e l’Italia, l’America è davvero un mito, sempre. La Merkel appena tornò in Germania dopo il G7 italiano disse: “Signori, purtroppo l’America non c’è più. Dobbiamo fare da soli”. Non siamo più amici, disse. Fu davvero come un lutto.

Ecco cosa ha voluto dire Trump.

A Biden si può attribuire la frase di Tortora quando riapparì in TV: “Dunque, dove eravamo rimasti?”.

Poi non sottovaluterei un’altra cosa. Nell’immaginario degli europei gli americani sono ragazzoni semplici e schietti – oggi forse non proprio così ma comunque sempre sorridenti. Tutti i Presidenti hanno trovato il modo di sorridere, persino Nixon. Il mondo è stato alle prese per  quattro lunghissimi anni con un bambino accigliato e bizzoso. La prima cosa che ci è apparsa in Biden? (Fosse stato Giulio Cesare sarebbe stato uguale). Che sorrideva fiducioso. 

Come pensiamo l’America.

Sinistra Dc, estimatori ieri ma anche fedeli oggi.

Periodicamente, e puntualmente, ricordiamo e raggiorniamo il magistero politico, culturale, civile  ed intellettuale di alcuni grandi statisti e leader politici: da Tina Anselmi a Mino Martinazzoli, da  Carlo Donat-Cattin a Benigno Zaccagnini, da Giovanni Galloni a Luigi Granelli, cioè a quelle  personalità che hanno caratterizzato e costellato la storia e l’esperienza della sinistra della  Democrazia Cristiana. Solo per citarne alcuni.  

Ora, in discussione non c’è solo la memoria storica, un pizzico di nostalgia e di rimpianto per chi li  ha conosciuti ed ha potuto sperimentare concretamente le straordinarie capacità politiche,  culturali e di governo che li ha accompagnati nella loro militanza pubblica. Uomini e donne che  hanno maturato una vocazione alla politica perchè animati da una solida cultura politica e,  soprattutto, con una forte attitudine alla leadership senza mai scivolare in atteggiamenti dispotici  e autoritari. Atteggiamenti dispotici e autoritari che, detto fra di noi, è il comportamento concreto  dei cosiddetti “capi” politici di oggi, funzionali ai partiti personali e ai cartelli elettorali. Ovvero,  l’esatto contrario della esperienza dei partiti popolari, con un saldo radicamento sociale e  popolare e con una spiccata elaborazione culturale e programmatica.  

Ma, per tornare al tema principale, il solo fatto che il magistero politico e civico di questi statisti  della sinistra Dc viene continuamente rievocato, ricordato, riletto e riaggiornato e non solo nella  cinta daziaria del cattolicesimo democratico e sociale conferma, ancora una volta, che proprio  quella esperienza e quel vissuto concreto e tangibile non può e non deve essere archiviato o  banalmente storicizzato. Certo, le fasi storiche e politiche cambiano e mutano. E anche in  profondità. Ma non c’è alcun cambiamento storico e politico che possa permettere di giustificare  un atteggiamento di estraneità e di indifferenza. Il fatto che non esista più un partito come la Dc e  che, all’orizzonte, non ci sia – ad oggi – alcuna possibilità di dar vita a movimenti/partiti che  possano riflettere quella esperienza, salvo esperimenti virtuali e del tutto astratti, non ci esime  dalla necessità, quasi vincolante, di recuperare quel testamento politico senza pensare tuttavia di  replicarlo acriticamente. Anche nelle dinamiche della politica contemporanea il magistero di quegli  statisti e leader pollici continua ad essere un faro che illumina il cammino di ognuno di noi. A  cominciare da un fatto, su tutti. Che la politica prima di essere gestita e governata va pensata,  elaborata e studiata. Che una classe dirigente è tale se rappresentativa a livello sociale e  territoriale. Che l’autorevolezza in politica non è frutto di un comando o di un dispotismo, tipico  dei partiti personali fortemente gettonati nella stagione contemporanea, ma di una riconosciuta  leadership politica e autorità “morale” e non moralistica. Che, infine, la politica si pratica e si  declina nelle organizzazioni democratiche e popolari e la selezione è affidata ai processi  democratici dal basso e non alla cooptazione burocratica e alla fedeltà al capo dall’altro. 

Insomma, il magistero politico e civile di quelle persone va continuamente inverato. E tocca  principalmente a chi si riconosce ancora in quel patrimonio culturale, ideale, politico e forse anche  etico e spirituale declinarlo nella società contemporanea. Non per nostalgia ma per coerenza ai  nostri principi, ai nostri valori e alle nostre radici.

Niente “ristoro” per i lavoratori fragili: una dimenticanza che li punisce

“Non lasceremo indietro nessuno”: le ultime parole famose del Presidente del Consiglio , Avvocato difensore di tutti gli italiani .

Ma dopo l’ultimo DPCM e il successivo decreto “Ristori”, che vuole compensare le perdite economiche dei lavoratori che hanno chiuso le attività a motivo dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti di lockdown colorati e a zone del Paese, la questione dei cd. lavoratori fragili resta irrisolta.

Perché nessuno ci ha pensato? Se ne è parlato in Consiglio dei Ministri? E – domanda impertinente ma estremamente pertinente… “dove sono finiti i Sindacati?

Qualche flebile vagito si era levato a difesa di questa categoria di lavoratori del settore pubblico e privato che – dopo l’espunzione dal Decreto Agosto (o Decreto Cura Italia) dell’art. 26 – comma 2 – si trovano in questa singolarissima situazione: non possono lavorare in quanto certificati dall’autorità sanitaria come inidonei alla funzione “fino al termine dello stato di emergenza decretato”  e non sempre possono riciclarsi nello smart working: quale lavoro potrebbe fare a domicilio una operatrice scolastica (leggasi bidella)? Le pulizie di casa? E un postino? Scrivere le lettere a Babbo Natale? Un operaio metalmeccanico?  Fare cavatappi al tornio?

Parliamo di lavoratori chemioterapici, immunodepressi, affetti da patologie croniche che li sovraespongono al rischio di contrarre il Covid-19, anche perchè quasi sempre portatori di invalidità importanti e fruitori della legge 104/92 sulle disabilità per i quali fino al 15 ottobre u.s era possibile beneficiare della tutela sanitaria di collocamento in esonero d’ufficio, essendo la loro patologia equiparata  al ricovero ospedaliero.

Dopo l’annullamento di questa protezione giuridica i lavoratori possono chiedere di essere utilizzati in compiti diversi ma sempre in ambienti lavorativi esposti al rischio del contagio e per lo svolgimento di mansioni estranee al proprio profilo professionale, (a volte non accessibili ai portatori di disabilità, – ad es. uso del PC o di macchinari, sollevamento di pesi, la stessa tolleranza ai presidi tipo mascherine che rendono difficoltoso il respiro se indossate continuativamente in ambiente chiuso ecc..)  spesso con orario di lavoro superiore a quello contrattuale.

Oppure – in alternativa – “di mettersi in congedo per malattia”, nell’ambito del periodo di comporto, il che significa di subire decurtazioni dallo stipendio fino ad azzerarlo, in concomitanza con il protrarsi dello stato di emergenza che impedisce loro di svolgere il proprio abituale lavoro.

Molti medici si domandano perché dovrebbero certificare una malattia che non esiste: nel senso che quella per la quale i lavoratori sono definiti a rischio e “fragili” è già nota e consentiva finora di svolgere la propria ordinaria attività senza ricorrere necessariamente al congedo per salute, fatti salvi i gg di assenza per cure specifiche (chemioterapie, somministrazione di specifici farmaci per l’immunodepressione, a volte salva-vita ecc).

Costringerli o invitarli a “mettersi in malattia” crea una difficoltà oggettiva al medico curante che deve certificare una patologia diversa, di fatto non esistente.

Non è infatti la loro immunodepressione che li rende ammalati al punto da chiedere congedo per salute, quanto il fatto di essere sovresposti al rischio contagio a motivo della loro certificata fragilità.

Si pensava che il tam tam di lettere, esposti, segnalazioni, perorazioni ecc. facesse breccia nel provvedimento che adotta misure compensative al disagio di chi è impedito al lavoro dal Covid19.

I lavoratori fragili dovrebbero rientrare ope legis nella pletora dei beneficiari poiché è l’ente, l’azienda o l’amministrazione stessa di appartenenza che attraverso il SSN li definisce “inidonei a svolgere la propria funzione fino al termine dello stato di emergenza”.

Ci sono situazioni assai gravi che dovrebbero indulgere il Governo ad un ripensamento, reintroducendo l’art. 26 comma 2 in vigore fino al 15 ottobre e poi cancellato (ci si chiede perchè?). Speriamo che qualcuno provveda.

Antonio Ligabue: genio e follia.

L’attore Elio Germano ha vinto l’Orso d’argento per il miglior attore al Festival di Berlino 2020 interpretando il ruolo dell’artista Antonio Ligabue (1899-1965) nel film, diretto da Giorgio Diritti, “Volevo nascondermi”. Già Flavio Bucci nel 1977 aveva indossato i panni di quel pittore e scultore in un memorabile sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita e scritto da Cesare Zavattini.  

Per fortunata coincidenza, l’anno seguente veniva approvata in Italia la legge Basaglia che disponeva la chiusura dei manicomi. Da quel momento – come afferma Vittorio Sgarbi – “Ligabue diventava, è diventato, l’emblema del riscatto dalla malattia mentale proprio nel momento in cui Franco Basaglia, padre dell’anti-psichiatria italiana, dopo l’esperienza all’ospedale di Trieste, innestava un meccanismo a catena che di lì a poco avrebbe conseguito anche l’avallo della legge”. Non a caso è proprio il critico ferrarese che cura, assieme a Marzio Dall’Acqua, la retrospettiva antologica “Antonio Ligabue. Una vita d’artista”, allestita negli spazi di Palazzo dei Diamanti a Ferrara fino al 5 aprile 2021. La mostra è dedicata a Franco Maria Ricci, recentemente scomparso, che ha contribuito a promuovere e far conoscere l’arte di Ligabue.

Sgarbi elenca con orgoglio i lavori esposti: “Parliamo di ben 107 opere e sono 77 pitture, 10 disegni e 20 sculture che vengono da collezioni private, quindi si tratta di opere mai viste prima dal grande pubblico. E per sculture intendo le terre non cotte. Noi le abbiamo tutte in mostra”. Ed ancora “Finalmente daremo a Ligabue la dignità che merita”.

Ligabue, nato a Zurigo, dopo un’infanzia difficile – tra l’altro la perdita della madre e di due fratellini – viene affidato a genitori adottivi ed inizia subito ad avere disturbi psicofisici, oltre ad essere ammalato di rachitismo. Viene espulso dalla scuola, aggredisce la madre ed è ricoverato più volte in manicomio. Giunge in Italia per il servizio militare e viene riformato. Si stabilisce nel 1919 a Gualtieri (il cui campanile viene spesso inserito nei suoi quadri), in provincia di Reggio Emilia, patria del padre adottivo.  Nella cittadina della Bassa padana, dove gli viene dato l’appellativo “El Tudesc”, inizialmente vive in un capanno e si guadagna da vivere facendo il manovale sul Po e, qualche volta, eseguendo disegni su cartelloni per comitive circensi, che arrivavano in paese. Un’esistenza, quella di Ligabue, difficile, colma di ostilità ed incomprensioni. Lui trova conforto nella pittura e nella scultura, raffigurando spesso animali esotici (leoni, cavalli, gorilla, tigri) che inserisce nel paesaggio emiliano. Nel 1928 egli incontra l’artista Renato Marino Mazzacurati, che, riconoscendo il suo naturale talento, lo aiuta materialmente e lo incoraggia. Diversi sono i ricoveri in manicomio, tra tutti particolarmente significativo quello dal ’45 al ’48, causato da una lite con un soldato tedesco. In quel caso gli viene riconosciuta una psicosi maniaco depressiva, caratterizzata da una aggressività sia verso gli altri che su se stesso.

Lui, così scontroso, dal carattere difficile, enigmatico ed orgoglioso, con l’arte racconta la sua vita, un dramma che cerca di alleggerire mentre impasta i colori, e con essi si sporca mani e viso, quando tratta l’argilla del Po, che plasma con impulsi prepotenti. Talvolta arriva a masticarla per renderla più malleabile. Così, da confusioni materiali, autonome ed incolte ispirazioni, memorie ed ossessioni, l’artista fa scaturire slanci creativi dai segni decisi. La sua indole “animalesca” spesso crea sinergia con i soggetti raffigurati come, ad esempio, leopardi ed aquile con cui dialoga perché si sente uno di loro e con i loro occhi vuole vedere il mondo.

Non è un caso che era affascinato dai rapaci ed in essi si identificava a tal punto da procurarsi una scorticatura al naso (visibile nei suoi autoritratti) simile al rostro dei cupi volatili. In molti si nota la presenza della motocicletta, una sua passione. L’intensità del suo sguardo s’insinua tra il ricordo di occhi di conigli (animaletti a lui cari) impauriti e fissità di felini pronti alla zuffa o di uccelli attenti alla preda. Dipingeva così, analizzando se stesso e giudicandosi.

L’artista per anni non è stato valorizzato come merita. L’istinto e l’amore per la natura hanno avuto il sopravvento nella sua mente irrequieta, folle, accarezzata da genialità artistica. Ligabue, che veniva chiamato il matto (Toni al mat), ha espresso visioni del suo pensiero, pulsioni di quella “quasi serenità” che solo la pittura poteva concedergli a dispetto di una vita difficile, in un mondo in cui il diverso veniva (forse ancor oggi è così..) considerato pazzo, malato e, spesso, da tenere a distanza. La sua esistenza è stata costellata da povertà e solitudine. Si narra che ad ogni donna che incontrava chiedeva un bacio. Un aneddoto interessante perché ci fa capire il bisogno di affetto che l’artista aveva, una necessità tipica di coloro che hanno scompensi emotivi, vite complicate, rassegnazioni e “urla interiori”, tutte manifestazioni che neanche loro comprendono fino in fondo. La figura di una donna vicina gli mancava, a tal punto di vestirsi talvolta a casa da donna per immaginare una compagnia femminile, forse per colmare il vuoto di una madre distante, assente.

Follia e genio. Ed ecco che le memorie dipinte, le nature morte, le scene con animali, le tormente di neve ed i paesaggi appaiono scenografie delle sue intime narrazioni. Nelle fantasie esprime la psicologia della sua personalità, vibrante come le sue pennellate, e conduce per mano l’osservatore verso mondi immaginari frammisti con la realtà che lo circonda, affollata da animali visti da fanciullo allo zoo: rapaci, leoni, serpenti, ecc. Sono animali che lottano, alla ricerca della libertà (l’animale cerca di uscire dalla gabbia come lui stesso cerca di fare dalle sue psicosi) oppure per difendersi da nemici. 

Riuscendo ad entrare in empatia con alcuni lavori possiamo quasi sentire i rumori di una foresta, in cui tigri dalle fauci spalancate ci riportano alla mente le urla interiori di dolore, una angosciante stretta al cuore simile a quella che si prova di fronte all’urlo di Munch. Seppur distanti nel tempo e nell’estetica, in entrambi ritroviamo la solitudine, la malattia sociale, la mancanza di amore, l’isolamento, la tensione. Sono tutti ingredienti dell’infelicità.

Questo grande artista contemporaneo mi ricorda tanto il pittore brasiliano Chico da Silva (1910-1985), nato nella selva amazzonica. Anche lui, eterno bambino con un ramo di “sana follia”, dipingeva animali costruiti dalla propria fantasia ingenua e tormentata. Molti dei suoi quadri raccontano di battaglie tra animali aggressivi dai colori forti, una vivacità cromatica ci fa dimenticare la crudezza della lotta. 

Dalla foresta amazzonica torniamo alla bassa padana del Nostro….

L’arte si deve capire, si deve amare, si deve saper leggere oltre alla pura visione ed oltre all’analisi estetica è doveroso far emergere concetti e messaggi velati, soprattutto nel caso di Ligabue, genio popolare, in cui, come sottolinea Sgarbi “… l’istinto gioca certamente un ruolo di notevole rilievo, ma che non è certo privo di quella che viene chiamata la ‘ragione dell’arte’, cosciente di avere una base di formazione, per quanto empirica e non colta”. Una nevrosi lucida, una sorta di forza contro la timidezza, a volte manifesta in alcuni fiori, evasioni visive serene subito bloccate da negatività, simboleggiate da scorpioni.

Il successo internazionale arrivò nel 1961 con una personale alla Galleria La Barcaccia di Roma. Ormai critica e pubblico lo conoscevano e lo apprezzavano. Ma lui non era cambiato. Seppur ben vestito e con una situazione economica diversa, egli era sempre alla ricerca di affetto, disperato nella sua profonda solitudine. La sua arte era voluta ma lui come individuo no. Forse per la vergogna o paura che poteva incutere. A lui bastava un bacio, con il quale diceva che “…  il giorno diventa splendido”.

Ha dipinto fino alla fine, nonostante colpito per anni da parziale paresi. In realtà, allineando con un insano discernimento il suo pensiero ed il suo rapporto con il tempo, egli è ancora vivo perchè le sue opere sono l’essenza stessa di Antonio Costa (Ligabue).

A causa del Covid, quest’anno ogni italiano perderà  mediamente quasi 2.500 euro

A causa del Covid, quest’anno ogni italiano perderà  mediamente quasi 2.500 euro (precisamente 2.484), con punte di 3.456 euro a Firenze, di 3.603 a Bologna,  di 3.645 a Modena, di 4.058 a Bolzano e addirittura di 5.575 euro a Milano.

A stimare la contrazione del valore aggiunto per abitante a livello provinciale ci ha pensato l’Ufficio studi della CGIA che, inoltre, ha denunciato un altro dato particolarmente allarmante: anche se subirà una riduzione del Pil più contenuta rispetto a tutte le altre macro aree del Paese (- 9 per cento), il Sud vedrà  scivolare  il Pil allo stesso livello del 1989.

In termini di ricchezza, pertanto,  “retrocederà” di ben 31 anni. Su base regionale Molise, Campania e Calabria torneranno  allo stesso livello  di Pil reale conseguito nel 1988 (32 anni fa) e la Sicilia nientemeno che a quello del 1986 (34 anni orsono).

Qui lo studio completo

Mare Magnum Nostrum: Una ‘call to action’ per realizzare un archivio fotografico del mare

Mare Magnum Nostrum è un progetto dell’artista Gea Casolaro, a cura di Leonardo Regano, promosso dalla Direzione Regionale Musei dell’Emilia-Romagna in collaborazione con Hulu – Split e qwatz-contemporary art platform e realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (VIII edizione, 2020), programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Mare Magnum Nostrum si propone di realizzare una grande opera a partecipazione collettiva sul tema del Mediterraneo, mare che rappresenta il cuore della nostra civiltà e oggi sempre più paradigma di concetti “chiave” del nostro presente.

L’opera, partecipativa e in progress, si svilupperà in un arco temporale di circa un anno costruendosi per tappe. La prima si svolgerà dal 12 al 26 novembre 2020, nella Torre Sud-Est del Palazzo di Diocleziano a Spalato (Croazia), sede di esposizioni temporanee, dove verrà presentata un’installazione ambientale che riproduce il Mediterraneo, disegnato e “reinterpretato” dalle fotografie di persone che hanno scelto di aderire al progetto. L’artista ha chiesto al pubblico di partecipare inviando immagini del presente e del passato che raffigurano il Mar Mediterraneo e le sue coste, scattate in circostanze diverse e in ogni tempo.

L’installazione, realizzata in collaborazione con Hulu – Split e Tihana Felić, Sandra Kapitanović, Kristina Tokić, Nora Gabrić, studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Spalato e Fotoklub Split è composta da due elementi principali: il disegno del Mediterraneo e l’archivio fotografico, cartaceo e digitale. L’opera è caratterizzata da un ambiente immersivo, dove il pubblico si troverà idealmente al “centro del mare” e potrà osservare il mosaico di immagini che punteggia le sue coste.
La collaborazione delle persone è uno degli aspetti più importanti dell’intero progetto. Attraverso una call to action, Gea Casolaro avvia la creazione di un archivio fotografico del Mediterraneo che verrà pubblicato a breve e costantemente aggiornato sul sito www.maremagnumnostrum.art (il lancio della piattaforma sarà annunciato sulle pagine Facebook e Instagram del progetto).

Chiunque voglia partecipare alla costruzione dell’opera è invitato caricare le proprie fotografie raffiguranti il Mediterraneo e le sue coste (foto di vacanze, paesaggi, cronaca, rituali, arrivi e partenze) nella sezione apposita del sito internet, indicando il luogo e l’anno in cui è stata scattata la foto (anche orientativamente), aggiungendo un’emozione o un pensiero ad essa collegata. Le fotografie saranno raccolte, archiviate e stampate per poi essere di volta in volta utilizzate all’interno dell’installazione per caratterizzare i tratti di costa raffigurati. L’archivio in formato digitale consisterà in un database accessibile al pubblico e il progressivo aumento di materiale fotografico permetterà, nel tempo, di osservare le trasformazioni di una stessa area e le sue diverse identità, a seconda del punto di vista soggettivo dell’autore, nonché la trasformazione continua del profilo delle coste, sia per aggiunta sia per sostituzione, che si configurerà come uno straordinario mosaico di sguardi e visioni.

Il progetto nasce non solo per creare il primo nucleo dell’archivio fotografico sul mare, che è alla base dell’opera, ma anche per coinvolgere nella sua genesi paesi e genti molto diverse tra loro in una grande azione corale. La necessità di coinvolgere persone che provengano da realtà sociali e culturali differenti, ha portato allo sviluppo di un progetto volutamente itinerante.

Durante il progetto e nel corso dei prossimi mesi l’artista incontrerà nuovi interlocutori attivi in altri luoghi del Mediterraneo al fine di coinvolgere realtà e identità internazionali nel processo di costruzione dell’archivio. A conclusione dell’iter, l’opera, arricchita di immagini provenienti da ogni tempo e luogo, rientrerà definitivamente in Italia.
La tappa conclusiva del progetto sarà il Museo Nazionale di Ravenna, sede definitiva dell’opera che, dopo la mostra finale (prevista nella primavera 2021) e quando l’installazione raggiungerà la sua forma compiuta, verrà acquisita nelle sue collezioni.

Il Museo Nazionale di Ravenna è stato scelto per la storia, altamente simbolica, che contraddistingue la città: nata sulle acque e in antichità accessibile solo dal mare, grande porto militare e due volte capitale dell’Impero Romano d’Occidente, Ravenna è stata una sorta di “cerniera” tra due versanti del Mediterraneo, quello occidentale e orientale: vero e proprio anello di congiunzione tra due mondi, due visioni, due sistemi di pensiero. La sua storia e le testimonianze artistiche arrivate fino a noi raccontano il Mediterraneo come specchio di civiltà e differenze che da sempre, e tanto più oggi, si scontrano e si incontrano attraversando le sue acque.

Gea Casolaro è un’artista visiva, vive e lavora tra Roma e Parigi.
Da sempre attenta al rapporto tra storia e contemporaneità, utilizza spesso la fotografia come strumento di analisi e di racconto.
Il suo lavoro indaga, attraverso la fotografia, il video, l’istallazione e la scrittura, il nostro rapporto con le immagini, l’attualità, la società, la storia.

La Germania dichiara tutta l’Italia zona a rischio

Il governo tedesco ha dichiarato tutta Italia zona ad alto rischio a causa del forte aumento dei casi di coronavirus nel nostro Paese, dopo che nei giorni scorsi aveva escluso la Calabria. Le regioni classificate come aree a rischio dal Robert Koch Institute (Rki) includono: Danimarca – con l’eccezione della Groenlandia e delle Isole Faroe; la Grecia settentrionale e la provincia che circonda Atene; tutto il Portogallo continentale; la maggior parte della Svezia. Inoltre, sono state aggiunte regioni in Estonia, Lettonia, Lituania e Norvegia.

Le nuove valutazioni avranno effetto a partire da oggi. La Germania richiede test obbligatori per i viaggiatori che tornano da regioni classificate come aree a rischio. A seconda delle regole emanate dai singoli stati federali, potrebbe essere richiesta anche la quarantena. Un Paese o una regione è classificato come area a rischio se supera la soglia di 50 nuovi contagi ogni 100.000 abitanti nell’arco di sette giorni. Gran parte della Germania rientra in questa categoria.

La XV° Edizione di AGROGEPACIOK in versione digitale

La più grande fiera del Sud Italia con cadenza annuale dedicata al food & beverage di qualità, fino all’11 novembre si svolgerà in versione digitale.

Si tratta di un Salone nazionale della gelateria, pasticceria, cioccolateria e dell’artigianato agroalimentare organizzato dall’agenzia Eventi Marketing & Communication. 

Anche nella sua versione digitale, Agrogepaciok si conferma come una prestigiosa vetrina di materie prime ed ingredienti composti, macchinari, impianti, attrezzature, arredamento, accessori, decorazioni, servizi, editoria e comunicazione per la gelateria, pasticceria, ristorazione, pizzeria e panificazione artigianali.

In attesa di poter tornare negli spazi di Lecce Fiere, chef e professionisti del settore saranno online per cinque giorni, sui canali social dell’evento e sulla nuova piattaforma www.agrogepaciok.it appositamente studiata per affiancare aziende e operatori.

Quindi, tutti i video e le ricette saranno pubblicati ogni giorno sul sito www.agrogepaciok.it e sui canali social (Facebook, Instagram) collegati all’evento.

In questo periodo di difficile ripresa, si continuerà così a promuovere prodotti e servizi di qualità assieme alla maestria di cuochi, pasticceri, maestri pizzaioli e panificatori salentini. 

“Avremmo voluto festeggiare diversamente il traguardo dei quindici anni di Agrogepaciok – ha dichiarato l’organizzatore Carmine Notaro – e ci auguriamo di poterlo fare più avanti, nel 2021, con un’edizione in presenza che vedrà ospiti due eccellenze del nostro territorio, Floriano Pellegrino e Isabella Potì, giovane coppia di chef alla guida di Bros’, primo ristorante stellato del Salento. Nel frattempo, anche con questa edizione digitale, continuiamo a puntare sulla formazione dei nostri giovani professionisti e sulla valorizzazione di prodotti e servizi di qualità grazie alle tante aziende che hanno scelto di essere al fianco di Agrogepaciok, anche in un momento così difficile per tutto il Paese”.

Basterà collegarsi al sito per fare un tour virtuale del Salone, accedere al catalogo espositori e scoprire, ogni giorno, le originali ricette e dimostrazioni proposte dai “Maestri all’opera” – per citare il tema della XV edizione – nei Forum di Cucina, Pasticceria, Panificazione e Pizzeria. 

Sono ben 28 le “demo” che si potranno seguire nel corso delle cinque giornate: dall’antipasto al dolce a tema autunnale, passando per le creazioni dolciarie come praline, bignè e il classico panettone, preparazione di impasti speciali e pizza gourmet senza glutine, poi pucce con olive, pane pugliese con la biga e molto altro. 

Tutte le ricette proposte si potranno scaricare gratuitamente una volta effettuata la registrazione (i possessori di Partita Iva avranno diritto anche a un ingresso omaggio valido per l’edizione 2021 del Salone).

Ricca la programmazione dei quattro Forum dedicati a Cucina, Pasticceria, Panificazione e Pizzeria, con demo e relative ricette da scoprire ogni giorno nel corso del Salone. 

Il Forum di Cucina a cura dell’Associazione Cuochi Salentini (presidente Gigi Perrone) di Confcommercio Lecce, proporrà sei video-ricette per un pasto completo a tema autunnale: demo antipasto “Il mare e il bosco d’autunno” a cura di Simone Cappilli; demo primo piatto “Gnocchi di zucca, caldarroste, cardoncelli, portulaca e acqua di burrata affumicata” a cura di Marco Silvestro e Franco Tornese; demo secondo piatto di pesce “Filetto di branzino d’amo, panzerotto di patate e insalatina alla pizzaiola” a cura di Donato Episcopo; demo secondo piatto di carne “Galletto farcito con i suoi fegatini e olive nere, infornato con patate arrostite, chiodini, pinoli, asparagi e salsa al San Marzano Borsci” a cura di Simone De Siato; demo pre-dessert “Pampanella come una cheese cake e ‘colluttorio’ al melograno” a cura di Gabriele Proietti; demo dessert “Autumn Rhapsody” a cura di Davide Rollo e Ivan Bruno.

Specialisti del cioccolato, amanti dei bignè e intenditori del classico panettone non potranno resistere alle proposte del Forum di Pasticceria a cura dell’Associazione Pasticceri Salentini (presidente Giuseppe Zippo) di Confartigianato Imprese Lecce. Queste le ricette da scoprire online: demo “Torta meringata al cioccolato” a cura di Antonio Campeggio; demo “Monoporzioni moderne” a cura di Enrico Casarano; demo “Pralin” e demo “Crema spalmabile nocciola e fondente” a cura di Salvatore Toma; demo “Torta Creativa” a cura di Marco Andronico; demo “Il Panettone e i suoi segreti” a cura di Federico Perrone; demo “Il Bignè e le sue varianti creative” a cura di Serena Cosma.

Luci su farine e impasti speciali nel Forum di Pizzeria, a cura dei Maestri pizzaioli gourmet salentini di Confcommercio Lecce, coordinati da Marco Paladini, che propongono: demo impasto pizza 3.0 con utilizzo farina polselli “contemporanea” a cura di Marco Paladini, Sebastiano Bisconti e Antonio Andrioli; demo pizza fritta impasto contemporaneo a cura di Marco Cacace e Mirko Maglio; demo impasto pizza senza glutine gourmet a cura di Mauro Ripa e Luigi Romano; demo impasto pizza in teglia gourmet a cura di Luigi Romano e Andrea Stefano; demo impasto street food pinsa e pala con farina Polselli “La Romana” a cura di Roberto De Robertis, Davide Potente e Antonio Capone; demo impasto pizza teglia dessert con farina Polselli all’orzo tostato a cura di Tonio Trinchera e Lorenzo Benigno. 

Infine nel Forum di Panificazione sarà Giuseppe De Carlo a svelare i segreti per la preparazione di gustose sfizierie salate con le demo su panini al latte, pucce con olive, girelle di pizza saporite, pan ciabatta e pane pugliese con biga. 

Presentato da Camera di Commercio, Confartigianato Imprese, Confcommercio, Confindustria, Confesercenti, Cna e Coldiretti di Lecce, il Salone è stato organizzato con il patrocinio del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Provincia e Comune di Lecce, con il contributo della Regione Puglia – Dipartimento Sviluppo economico, innovazione, istruzione, formazione e lavoro – e realizzato con l’attiva collaborazione dell’Associazione Pasticceri Salentini di Confartigianato Imprese Lecce, dell’Associazione Cuochi Salentini e del gruppo Maestri pizzaioli gourmet salentini (Mpgs) aderenti a Confcommercio Lecce e del maestro Giuseppe De Carlo per il settore Panificazione. Media partner, anche quest’anno, è la rivista Pasticceria Internazionale, punto d’incontro dei professionisti del settore sin dal 1978.

Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti

È fatta. Joe Biden, 77 anni, è il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Le prime parole sono state: “Il lavoro davanti a noi sarà difficile ma vi prometto questo: sarò il presidente di tutti gli americani”, “Sono onorato che gli americani mi abbiano scelto come loro presidente”.

Intanto da New York a Washington esplode l’entusiasmo in strada per la vittoria di Joe Biden. I clacson festeggiano il 46mo presidente americano. Una folla davanti alla Casa Bianca festeggia l’elezione.

Ed è esplosa la gioia a Wilmington, la città dove vive Joe Biden, dopo la notizia della vittoria del candidato dem.

E con lui per la prima volta viene eletta una donna come vicepresidente degli Stati Uniti.

Joe Biden visto da vicino. Colloquio a tutto campo con Federiga Bindi.

Oggi, nella capitale americana, Federiga può festeggiare il suo compleanno con l’entusiasmo del cuore e della testa per lo scenario di vittoria, ormai più che certa, che premia gli sforzi dei Democratici d’Oltreoceano. Ha seguito passo dopo passo le battute di questa lunga campagna elettorale. Conosce personalmente Joe Biden – “un uomo ben diverso da come lo descrivono i media, specie in Italia” – e gode dell’amicizia particolare di sua sorella Valerie. Chi è Federiga Bindi, giovane donna di non remote passioni politiche, evidentemente ancora molto forti? Professore di Relazioni Internazionali all’Università di Roma Tor Vergata, in questo momento ricopre la carica di Direttore della Foreign Policy Initiative all’Institute of Women’s Policy Research a Washington DC, dove pure ha lavorato presso la Brookings Institution, la SAIS Johns Hopkins, la Carnegie Endowment for International Peace e il Senato americano. Il colloquio offre un quadro interessante della politica statunitense e tratteggia bene il profilo del nuovo Presidente. 

Alla fine, secondo una verità che circola in Italia, l’Onda Blu (il Blu dei Democratici) non ci sarebbe stata. Eppure, a conti fatti, la vittoria di Biden appare più che netta. È poi così vero che la cosiddetta “America profonda” è contro questa svolta politica?

Veramente l’Onda Blu c’è, è più un problema di illusione ottica perché ci stiamo mettendo così tanto a finire di contare i voti. Ma se guardiamo ai fatti, Joe Biden ha ricevuto oltre 74 millioni di voti – il maggior numero mai raggiunto da un Presidente americano – ed è verosimile che finisca con 320 voti elettorali, il primo democratico in 24 anni a vincere l’Arizona e il primo in 28 anni a vincere la Georgia. Inoltre, i Democratici mantengono il controllo della Camera, mentre al Senato siamo a 48 pari. Penso che sia una bella Onda Blu, o Muro Blu come dice Biden.

Trump ha diviso l’America, Biden si propone di riunirla. Avverti la consistenza politica di questo impegno o siamo ancora in campagna elettorale, con la retorica conseguente?

È difficile pensare ad un politico più autentico di Joe Biden, una persona che ha sempre detto quello che pensa – anche a costo di qualche gaffe! – e che quello che dice, fa. A differenza di Trump, Biden ama profondamente l’America e vede che in questo momento è un paese diviso, ferito. Per questo non si stanca di ripetere che è il candidato democratico, ma sarà il presidente di tutti gli americani. E lo sarà per davvero. È l’unica persona che, grazie alla sua grandissima umanità ed empatia, può riunire il paese. 

Sul piano personale, Biden “non appare”. Viene dipinto come un uomo grigio, senza mordente, poco adatto alla funzione di Presidente. So che hai avuto modo di conoscerlo e quindi puoi darci un ritratto più veritiero dell’uomo e della sua famiglia.

Francamente questa descrizione mi sorprende: è questo che si pensa in Italia? Non potrebbe esserci una descrizione più fuorviante di Joe Biden. I Biden sono di origine irlandese. Joe è un uomo affascinante, divertente, sempre pronto alla battuta, affettuosissimo e generoso, tutte qualità del vero leader. Tutta la sua famiglia è davvero speciale, a cominciare dalla sorella e super consigliera Valerie, mia cara amica. I Bidens sono stati per me fonte di ispirazione. Se è possibile per una persona diventare Vice Presidente della maggior potenza del mondo e restare una persona così autentica e speciale, allora gli Stati Uniti sono davvero un paese unico ed hanno un futuro. Quando è morto l’adorato figlio Bo sono andata, come centinaia di persone, a salutare la salma alla loro parrocchia a Wilmington, in Delaware. Mi sono messa in fila, senza dire nulla a Valerie perché non mi sembrava il caso. Ma quando sono arrivata vicina alla bara, Val mi ha visto ed è corsa da me e mi ha portato dal fratello. Joe, quello che più stava soffrendo, ha cominciato a ringraziarmi, mi ha abbracciato e consolato, quasi fossi io quella che affrontava un lutto così terribile. Questo è Joe Biden, una persona dall’umanità e generosità ed empatia – nonché amore verso il prossimo, – davvero unici. Una persona speciale. 

Cosa si aspetta, secondo te, il popolo che ha votato Biden? E cosa può fare lui, anche come segno simbolico, fin da subito?

Gli americani hanno innanzitutto bisogno di pace e riconciliazione. Il paese è esausto, dopo quattro anni di ottovolante, in cui ogni mattina ci si è svegliati pensando: quale altra follia succederà oggi? Sono stati quattro anni davvero terribili: adesso è come uscire da una relazione abusiva. 

All’estero la gente vede i film di Hollywood, magari fa un viaggetto a NYC, Miami e San Francisco e pensa di conoscere il paese. Non c’è niente di più distante dalla realtà dei film di Hollywood: gli Stati Uniti sono un paese profondamente diverso e fratturato: reddito, educazione, etnia, lingua, religione, politica, stile di vita, e via dicendo. Dobbiamo sempre ricordarci che solo 66 anni fa gli Stati Uniti erano un paese segregato, dove in ben 17 stati i neri erano, legalmente, cittadini di serie B. La candidata Vice Presidente Kamala Harris, negli anni 70, era una delle bambine che con lo scuolabus, per forzare l’integrazione,    venivano portate in scuole “bianche”. 

Nell’elezione di Barack Obama molti hanno visto la riparazione di torti ultracentenari e si sono illusi che gli Stati Uniti fossero un paese finalmente diverso e integrato. Certamente, le cose sono migliorate. Ma la realtà è che in molte parti del paese restano cicatrici, differenze profonde e segregazione informale. Mentre Obama faceva fare un salto progressista al paese, la maggioranza silenziosa e povera bianca covava risentimento. Basta uscire delle strade principali per toccare con mano una povertà da terzo mondo. Bianchi senza educazione e senza prospettive hanno dato la colpa della loro miseria al Presidente nero. L’odio per il diverso è tornato a galla assieme a schiere di white supremacists. Donald Trump ha soffiato sul fuoco di questa insofferenza e di queste divisioni, e al posto dei modi civili ed educati di Barack Obama ha proposto violenza verbale e fisica. Queste persone gli credono quando, dalla Casa Bianca, dice che l’elezione è rubata: per questo è così pericoloso. Quattro anni dopo il 2016, avendo cognizione di causa, il numero di persone che ha votato Trump è aumentato, non diminuito. Sperando che il paese non scoppi prima del 20 gennaio, la riconciliazione sarà un processo lungo e difficile. Ci vorranno tutta l’umanità e l’esperienza di Joe Biden per andare incontro a queste persone. 

Da questa parte dell’Atlantico, la nuova presidenza ridà fiato alle buone relazioni tra Europa e Stati Uniti. L’Italia, nel nuovo quadro che si va delineando, è in condizione di giocare un ruolo? Molte cose dovranno cambiare, in particolare per sanare le ferite della politica che corre lungo l’asse Usa-Europa-Russia. E poi c’è sempre il Mediterraneo, con il suo carico di conflitti e contraddizioni…

L’Italia ha un posto speciale nel cuore di Joe Biden. Dopo che è morto Bo, è lì che la famiglia è andata per Thanksgiving. Jill, la moglie, è di lontane origini italiane. Detto questo, ci vuole ben altro perché l’Italia possa davvero contare sullo scacchiere transatlantico. La politica estera dell’Italia è uno degli ambiti della mia attività accademica, ci ho scritto dei libri sopra e mi dispiace dire che più che passa il tempo e meno contiamo. Non abbiamo più il vantaggio di essere un paese cerniera della guerra fredda e la partita del Mediterraneo l’abbiamo giocata malissimo in questi ultimi anni. Ci vuole altro che Joe Biden per rimettere Roma sulla mappa, ci vorrebbe una classe politica più competente e con un gravitas internazionale di ben altro calibro. 

Infine, un cattolico che sale, dopo oltre mezzo secolo, per la seconda volta alla Casa Bianca, è comunque un evento eccezionale. C’è da sperare in un dialogo più sereno tra Washington e Santa Sede dopo le “minacce” di Pompeo, il falco per eccellenza dell’Amministrazione Trump?

La famiglia Biden è profondamente e sinceramente cattolica. Non credo sarebbero potuti sopravvivere a tutto il dolore e le prove a cui la vita li ha sottoposti mantenendo un cuore puro ed una grande umanità senza una fede fortissima. Biden ha incontrato Papa Francesco, entrambi figurano come cattolici progressisti e sono sicura che l’intesa tra loro due sarà evidente e permetterà tutt’altro dialogo rispetto a quello degli ultimi quattro anni. 

 

Cosa c’insegna la “logora” democrazia americana?

Seguiamo tutti con speranza e preoccupazione l’esito delle elezioni americane. Confidiamo che il vecchio Joe ce la faccia e che in questo “disordine mondiale” l’America torni ad essere un punto di riferimento anche per la nostra Europa.

L’elezione di Biden non basterà a fermare l’onda populista, ma sarà un segnale di enorme importanza.

In attesa della conclusione formale della vicenda, un punto di grande speranza tuttavia non ci può sfuggire.

Due grandi emittenti televisive americane hanno interrotto il discorso del Presidente Trump perché – a giudizio dei giornalisti – stava dicendo falsità.

La democrazia americana sarà anche un po’ logorata, per carità, ma ve lo immaginate il TG1 che fa la stessa cosa in Italia? La democrazia non è solo regole elettorali: è anche bilanciamento dei poteri, e non solo dentro il circuito delle Istituzioni.

A me, questo episodio, ha colpito molto.

L’esempio di John McCain nel 2008: come riconoscere la sconfitta e rendere onore al proprio Paese.

Di fronte alla reazione scomposta di Donald Trump per la sconfitta subita, si erge la memoria ancora viva del discorso (qui riprodotto in ampi stralci) tenuto dallo sfidante di Barack Obama nel 2008. Ci riconcilia, in effetti, con un’immagine degli Stati Uniti ben più austera e convincente, e quindi più conforme al ruolo esercitato da essi nel concerto internazionale. 

Amici miei, siamo arrivati alla fine di un lungo viaggio. Il popolo americano ha parlato e ha parlato chiaramente. Poco fa, ho avuto l’onore di chiamare il senatore Barack Obama per congratularmi con lui per essere stato eletto come nuovo presidente del paese che entrambi amiamo.

In una sfida lunga e difficile come è stata questa campagna elettorale, il solo fatto che Obama abbia vinto basta a guadagnargli il mio rispetto, per la sua abilità e la sua perseveranza. Ma il fatto che vi sia riuscito incoraggiando la speranza di tantissimi milioni di americani che un tempo credevano, sbagliando, di avere poco da perdere o guadagnare, o di avere poca influenza nell’elezione di un presidente degli Stati Uniti è qualcosa che ammiro profondamente e che mi spinge a elogiarlo per esservi riuscito.

Questa è un’elezione storica e io riconosco l’importanza speciale che essa possiede per gli afroamericani, e il particolare orgoglio che devono provare stanotte.

Sono sempre stato convinto che l’America offre opportunità a tutti coloro che hanno l’industriosità e la volontà per coglierle. Anche il senatore Obama è convinto di questo. Ma tutti e due siamo consapevoli che, anche se abbiamo fatto molta strada da quelle antiche ingiustizie che un tempo macchiavano la reputazione della nostra nazione e negavano ad alcuni americani i pieni benefici della cittadinanza, la loro memoria ha ancora il potere di fare male.

Un secolo fa, quando il presidente Theodore Roosevelt invitò Booker T. Washington ad andarlo a trovare nella Casa Bianca, a cenare con lui, questo invito fu accolto in molti ambienti come un oltraggio. L’America oggi è lontana mille anni dalla crudele e altezzosa intolleranza di quei tempi. Non c’è prova migliore di questo del fatto che un afroamericano sia stato eletto alla presidenza degli Stati Uniti. Facciamo in modo che ora non vi sia più alcuna ragione per cui un americano possa non tenere in gran conto il fatto di appartenere a questa nazione, la più grande nazione della terra.

(…)

Esorto tutti gli americani che mi hanno sostenuto a unirsi a me non soltanto per fargli le congratulazioni per la sua vittoria, ma per offrire al nostro presidente la nostra disponibilità e i nostri sforzi più convinti per trovare dei modi per marciare uniti, per trovare i necessari compromessi, per superare le nostre divergenze e per contribuire a riportare la prosperità, a difendere la nostra sicurezza in un mondo pericoloso e a lasciare ai nostri figli e nipoti un paese più forte, un paese migliore di quello che noi abbiamo ricevuto.

A prescindere dalle nostre divergenze, siamo tutti americani. E vi prego di credermi quando dico che nessun legame ha mai contato per me più di questo.

(…)

Questa campagna è stata e rimarrà il più grande onore della mia vita. E il mio cuore è colmo soltanto di gratitudine per questa esperienza e di gratitudine verso il popolo americano per avermi dato ascolto prima di decidere che fossero il senatore Obama e il mio vecchio amico, il senatore Joe Biden, ad avere l’onore di guidarci per i prossimi quattro anni.

Non sarei un americano degno di questo nome se dovessi rimpiangere un destino che mi ha offerto lo straordinario privilegio di servire questo paese per cinquant’anni. Oggi ero candidato alla carica più alta di questo paese che tanto amo. E questa notte rimango al suo servizio. È una fortuna sufficiente per chiunque e per questo ringrazio il popolo dell’Arizona.

Questa notte, più di ogni altra notte, provo nel mio cuore soltanto amore per questo paese e per tutti i suoi cittadini, sia che abbiano votato per me sia che abbiano votato per il senatore Obama, e auguro buon viaggio all’uomo che è stato il mio avversario e che sarà il mio presidente.

E faccio appello a tutti gli americani, come spesso ho fatto nel corso di questa campagna elettorale, a non abbattersi per le nostre attuali difficoltà ma a credere sempre nella promessa e nella grandezza dell’America, perché qui non esiste nulla che sia inevitabile.

Gli americani non rinunciano mai. Noi non ci arrendiamo mai. Noi non ci nascondiamo mai dalla storia, noi facciamo la storia.

 

Grazie, che Dio vi benedica, e che Dio benedica l’America. Grazie mille a tutti voi.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il Sole 24 Ore – Speciale Elezioni USA 2008

https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Mondo/2008/elezioni-Usa/cronaca/discorso-mccain_2.shtml

La nostra crisi evidenzia la fuga dalle responsabilità della classe dirigente

Il nostro paese deve ritrovare il senso della propria storia e i punti principali della sua forza morale e spirituale. Negli ultimi anni è sembrato rifugiarsi in sentimenti e risentimenti negativi, tutti sintomi di decadenza e di abbandono, e tuttavia deve saper di nuovo reagire come nei migliori tempi passati. attingendo ad ogni energia presenti nella Nazione.

Le forze più coscienti e consapevoli della partita in atto, devono unirsi per dare origine ad una realtà politica in grado di sconfiggere ogni attuale spinta verso l’auto annientamento, in modo tale da garantirci la salvezza attraverso la conquista necessaria della controtendenza. Da bambino, nella campagna, sono rimasto impressionato dalla capacità dei muli e dei cavalli di rialzarsi dopo essere inciampati e caduti a terra. Assistere a questi eventi accennati, mi hanno insegnato molto presto di come sia decisivo coordinare perfettamente ogni muscolo del proprio corpo per sprigionare la forza necessaria per tornare in piedi.

Si sa, muli e cavalli sono corpulenti, e gli arti inferiori, anche se snelli e muscolosi, fanno fatica a pareggiare la forza necessaria a compensare la sproporzione del peso del corpo, nell’atto di rialzarsi. Infatti, questi quadrupedi, coordinando la spinta nel medesimo istante di ogni muscolo, riescono con eleganza e sicurezza a riassicurarsi la propria posizione naturale in piedi. Anche l’Italia in questa epoca è a terra, ed ha la pressante necessità di rialzarsi per riassicurarsi il suo posto nel novero delle maggiori potenze industriali e per garantire al suo popolo la prosecuzione della propria prosperità e coesione sociale.

Prendiamo ad esempio la produttività del nostro sistema che si è fermata già prima del lockdown. Dal 2014 al 2019, la nostra produttività si è attestata a più 0,2% contro una media dell’1,3% della Unione Europea. Nel periodo 1995-2019 la crescita italiana è stata dell 0,9% rispetto alla media europea che si è attestata al 1,9%. Si potrebbe continuare ancora con la lettura di altri indicatori riguardo la nostra salute economica, ma già questi elementi bastano e avanzano a segnalare che le cose non vanno.

Dietro questi due dati si appalesano i malfunzionamenti dei fattori più importanti dello sviluppo come le tasse eccessive, il costo alto dell’energia, scuola ed Università largamente insufficienti, infrastrutture materiali ed immateriali deboli, pubblica amministrazione disastrosa, sistema istituzionale e politico in grande confusione ed affanno, il Mezzogiorno d’Italia tagliato fuori da ogni processo economico, così anche la disastrosa condizione della demografia. Anche i fatti relativi della crisi sanitaria che stiamo vivendo denunciano gravemente la crisi del nostro sistema politico e amministrativo. Insomma le accentuate difficoltà a governare le vicissitudini economiche e persino quelle relative alla pandemia, hanno origine da tempo da una una unica matrice: la incapacità della società italiana a prendere sul serio ogni sfida, frastornata ed incapsulata com’è nelle certezze passate, incapace di comprendere le sfide che questo tempo ci chiama ad affrontare.

Se non fosse così, non si giustificherebbero molte fughe dalle proprie responsabilità di governanti ed oppositori, di un sistema di informazione in gran parte impegnata a produrre confusione, di una società civile senza profeti. Ecco, chiunque abbia coscienza della situazione in cui degradiamo, dovrà unirsi per far crescere ogni profezia di speranza per non morire.

L’Europa può ancora affidarsi agli Stati Uniti per le politiche di sicurezza?

Very large 3D render of blended US and EU flags.

L’Europa può ancora affidarsi agli Stati Uniti per le politiche di sicurezza? Questa è una domanda che non possiamo come europei trascurare, sopratutto, dopo le elezioni americane.

Infatti anche se Joe Biden promette un approccio molto diverso in politica estera rispetto all’America First, la dottrina di Donald Trump in questi anni ha intaccato i legami con gli alleati storici (come l’Unione europea o il Canada) e favorito un approccio più economicistico alle questioni geopolitiche.

E questo ha comportato una diminuzione della credibilità e dell’influenza degli Stati Uniti nel mondo.

Nel frattempo, le sfide globali che devono affrontare gli Stati, dal cambiamento climatico alla migrazione di massa, alla distruzione tecnologica e alle malattie infettive sono diventate più complesse e più urgenti.

Allora qual è un’alternativa credibile? Dobbiamo, prima di tutto noi europei, essere abbastanza realistici e abbastanza coraggiosi da difendere un’Europa che protegga i suoi valori e agisca come garante di un ordine democratico liberale in un mondo caotico.

Il nostro ministro alla difesa aveva già spiegato che “L’Italia sostiene con convinzione il rafforzamento della politica di sicurezza e Difesa europea, in linea con l’ambizione di un’Europa più marcatamente geopolitica”. Infatti già a giugno, il ministro firmava con le colleghe di Francia, Spagna e Germania una lettera all’Alto rappresentante chiedendo di alzare il livello d’ambizione (e di risorse).

Non possiamo più permetterci un’Europa, sempre più politicamente muta, che non riesce a misurarsi con la dimensione del potere nelle relazioni internazionali. Infatti pur trovandosi al centro di un quadro geopolitico in rapida evoluzione, l’Europa è bloccata nelle possibili iniziative estere a causa di ciniche e opportunistiche divisioni politiche, la cui visione non va oltre egoistici interessi di parte o le prossime elezioni nazionali. Dobbiamo superare gli egoismi statali e schierarci senza se e senza ma a difesa dei nostri valori democratici fondanti.

Ma per fare questo l’Ue deve imparare a pensare come una potenza geopolitica, definire i suoi obiettivi e agire strategicamente in maniera unitaria.

 

La politica come vocazione

Riflettere oggi sull’attuale situazione politica che si è determinata in Italia da più di un decennio, ivi compresa la classe dirigente sia di maggioranza che di opposizione con i rispettivi partiti di riferimento, riporta alla mente figure politiche della cosiddetta Prima Repubblica (tanto osteggiata e vituperata) che hanno fatto la Storia di questo Paese attraverso un pensiero politico limpido, un linguaggio sempre educato e rispettoso delle idee altrui, un comportamento ed uno stile di vita rigorosi sul piano morale.

Un ricordo lo si deve soprattutto a Benigno Zaccagnini (scomparso la sera del 5 novembre 1989 nella sua casa di Ravenna), non solo per averlo conosciuto, frequentato e per essere stato il mio Maestro di politica e di vita, ma anche perché sembra così lontano dalla stragrande maggioranza dell’attuale entoutage politico italiano.

Il suo pensiero politico può essere senz’altro sintetizzato con una frase di quando alla guida della Democrazia Cristiana, negli anni di piombo, ridiede speranza, moralità e rinnovamento ad un partito avvinghiato dalla logica del potere per il potere e di quella realpolitik fedele alla concezione del possibile. Disse allora Zac da verace romagnolo: “Per un vero romagnolo la politica, in perfetta sintonia con il proprio carattere, non sarà mai contenibile nella classica definizione di arte del possibile: essa non è e non può che essere concepita che come tensione all’impossibile”.

Oggi siamo distanti anni luce da queste concezioni, il professionismo politico (senza cultura e senza etica) spadroneggia negli attuali partiti e movimenti politici, la carriera politica personale (intesa come occasione di fortuna per facili guadagni) rappresenta l’obiettivo di questa “nuova” classe dirigente.

Benigno Zaccagnini ci riporta invece a quella che possiamo definire politica come vocazione, ossia tensione ideale che poggia su valori non negoziabili: il riconoscimento della persona umana nella sua individualità e la ricerca del bene comune.

Occorrerebbe una attenta e seria riconsiderazione di queste idee, ma non per semplici commemorazioni, bensì per riprendere con coraggio una iniziativa politica capace di ridare fiato ad una idea di centro nuova e autonoma, in grado di rimettere al centro dell’azione politica l’attuale situazione di crisi economico-sociale, senza integralismi né populismi.

Una nuova stagione politica in Italia è possibile, soprattutto oggi dove la pseudo politica alberga ovunque ed è sempre più incline allo spettacolo e ai talk show.

Ricostruire un nuovo partito di centro è possibile ed auspicabile, ma senza più annunci infiniti che rimandano al domani, né con nuovi integralismi che evocano l’unità politica dei cattolici italiani. Anche su quest’ultimo punto il pensiero di Zac è illuminante quando al XIII Congresso della DC nel 1976 ammoniva: “Io credo che nessuno di noi possa riproporre l’idea di un partito cattolico che già i popolari motivatamente rifiutarono”.

Su questo versante, credo, possa essere costruito un nuovo partito capace di attirare credenti e non credenti per un nuovo programma sociale e per ridare speranza al popolo italiano.