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Moro secondo Follini: una lettura che offre molto più di quanto non si trovi nelle consuete analisi e ricostruzioni storiche.

L’autore compone il romanzo storico di una Repubblica ricca di immaginazioni e povera di immaginario. Molto è cambiato, se non tutto. Si è persa infatti – dopo Moro – l’idea della politica come “intelligenza degli avvenimenti” e capacità di persuasione, la democrazia come tensione e non come conquista. Dopo di lui, la politica è stata sempre più affidata esclusivamente ai rapporti di forza.

C’è una frase di un articolo giovanile di Moro pubblicato su “La Rassegna” di Bari (siamo nel 1944) che vale la pena ricordare: «Il nostro posto è all’opposizione, il nostro compito è al di là della politica. Noi non abbiamo aspirazioni a governare. Non vogliamo il potere, perché esso ci fa paura. Potrebbe rendere anche noi conservatori, conservatori, non fosse altro, di una libertà meschina e personale. Potrebbe abituarci al compromesso, potrebbe insegnarci la finzione. E noi vogliamo essere liberi, liberi di tutta la libertà dello spirito». 

Fedele a questa convinzione, Moro scelse per sé un ufficio periferico e distaccato a via Savoia, nel quartiere Salario. Un tentativo di tenersi a prudente distanza dal Palazzo e di marcare una differenza tra il suo modo di intendere la vita (e la politica) e quello dei suoi colleghi e compagni di partito. Nelle pagine del libro di Marco Follini, Via Savoia: il labirinto di Aldo Moro, La Nave di Teseo Edizioni, c’è molto di quello che non si trova nelle analisi e ricostruzioni storiche. In particolare, lo studio ubicato al civico 88 di via Savoia. Sembra quasi di vederlo: il parquet che scricchiola, i rumori attutiti, le zone d’ombra. Insieme alle abitudini del suo illustre inquilino: il lavaggio frequente delle mani, gli occhiali, le bretelle. La restituzione della sensazione fisica, quasi tattile, di quella politica e del personaggio che più di tutti la incarnava. 

Scrive Follini: Moro “rispondeva minuziosamente a tutte le lettere che riceveva. Lo faceva a modo suo, mettendoci del tempo. Magari quelle carte restavano a prendere polvere sulla sua scrivania per un paio di mesi, o anche più. Ma poi arrivava il momento di gettarvi uno sguardo e non era mai uno sguardo distratto o impersonale. Semmai tardivo. Come se il tempo, intanto, vi avesse conferito un valore maggiore”. 

Nella ricognizione dei tempi e dei luoghi, Follini compone il romanzo storico di una Repubblica ricca di immaginazioni e povera di immaginario. Come sottolinea Marco Damilano nella prefazione, quello dell’autore è “il primo tentativo di indagare, con delicatezza e sensibilità, nella profondità dell’animo di chi ha incarnato il partito-Stato e le istituzioni repubblicane in una stagione in cui le identità collettive prevalevano sulle biografie. Il codice della leadership era impersonale, al contrario di oggi”. 

Si è persa infatti – dopo Moro – l’idea della politica come “intelligenza degli avvenimenti” e capacità di persuasione, la democrazia come tensione e non come conquista. Dopo di lui, la politica è stata sempre più affidata esclusivamente ai rapporti di forza. Moro è stato certamente anche un uomo di potere, lo ha maneggiato in tutti i suoi aspetti. Nessuno come lui conosceva e sapeva decifrare “la passionalità intensa e le strutture fragili” della democrazia italiana. Ma proprio per questo immaginava la costruzione di percorsi complessi, di tempi diversi, di un “pensiero lungo” (come direbbe Ciriaco De Mita), senza esaurire un progetto politico nello spazio di un tweet o di un girotondo. 

Al lettore non può certo sfuggire il rapporto inversamente proporzionale tra il metodo di Moro “a penetrare la sostanza dei problemi, a descriverne gli sviluppi e le implicazioni, a farne materia di ragionamento nell’articolazione di possibili sintesi” e il crescente decisionismo che ha ridotto il ruolo delle assemblee elettive a luoghi di ratifica di decisioni prese altrove. E che ha sminuito, a ben vedere, anche la varietà delle posizioni ammesse nel dibattito pubblico.

Via Savoia è il “romanzo storico-politico” che finora mancava nel panorama editoriale italiano. E il protagonista del romanzo è anzitutto un eroe della ritirata, destinato all’incomprensione, costretto a difendersi più che ad avanzare, a custodire quello che gli è stato affidato dal logoramento. Follini aggiunge dettagli e particolari inediti su una figura complessa e mai abbastanza esplorata, lavora sui chiaroscuri, componendo un “ritratto labirintico” pieno di politica e umanità. Una lezione di conoscenza, di curiosità e condivisione, di complicità con le singole persone e con le loro miserie e cadute, che è il senso della vita e della politica per l’autore e per il suo personaggio che mai potremo dimenticare.

Ucraina: appello dei vescovi europei, “che la storia non si ripeta. Si torni alle trattative per una soluzione pacifica”.

Nell’appello si chiede di riflettere su quanto è scritto nella enciclica Fratelli Tutti: “La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, tocchiamo la carne di chi subisce i danni”.

“Esattamente un secolo fa, quando una pandemia strangolò il mondo, si scatenarono due orribili guerre mondiali. Che la storia non si ripeta! Facendo eco ai continui appelli della Santa Sede – ‘non è mai troppo tardi per negoziare’ – preghiamo e sollecitiamo il ritorno alle trattative per una soluzione pacifica”. È l’appello dei vescovi europei contenuto in una Dichiarazione diffusa questa mattina da Bratislava dove è in corso la terza edizione delle Giornate sociali cattoliche europee. 

A firmare il testo, a nome di tutti i delegati europei presenti, sono il card. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Ccee, e mons. Stanislav Zvolenský, arcivescovo di Bratislava e presidente della Conferenza episcopale slovacca. “Con il cuore spezzato – scrivono i vescovi – ascoltiamo le voci di quanti soffrono per la follia della guerra, le cui tragiche conseguenze sono davanti ai nostri occhi. Allo stesso tempo, siamo toccati dalla solidarietà di un gran numero di famiglie e persone che offrono rifugio e assistenza a chi ha bisogno di protezione. Facciamo appello alle istituzioni nazionali ed europee affinché sostengano adeguatamente questi sforzi”. 

I vescovi europei si uniscono pertanto “a Papa Francesco nel suo appello urgente: fate tacere tutte le armi”, ricordando quanto è scritto nella enciclica Fratelli Tutti: “La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, tocchiamo la carne di chi subisce i danni”. Da Bratislava, anche i vescovi europei accolgono “con gioia” l’invito rivolto da Papa Francesco ai vescovi di tutto il mondo e ai loro presbiteri a unirsi a lui nella preghiera per la pace e nella consacrazione e affidamento della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria. 

“Preghiamo quotidianamente per la pace, in Ucraina e nel mondo intero, e chiediamo a Dio misericordia”, si legge nella dichiarazione. “Preghiamo il Signore che su questa terra ha sopportato la sua passione, ha sofferto la morte ed è risorto, di concedere il riposo eterno a tutti coloro che hanno perso la vita nella guerra. Conforti le loro famiglie, protegga coloro le cui vite sono a rischio e che stanno fuggendo dalla violenza. Colmi di abbondanti benedizioni tutti coloro che hanno mostrato solidarietà alle persone colpite e vulnerabili”. 

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https://www.agensir.it/quotidiano/2022/3/19/ucraina-appello-dei-vescovi-europei-che-la-storia-non-si-ripeta-si-torni-alle-trattative-per-una-soluzione-pacifica/

Camminiamo tutti su strade sbagliate. La preghiera di padre Turoldo per la pace. Un testo riproposto dall’Osservatore Romano.

Nel 1967 padre Turoldo partecipò, insieme a Giuseppe Lazzati, a una tavola rotonda organizzata dall’Ufficio cultura del Comitato provinciale della Democrazia cristiana di Milano. Riproponiamo stralci del suo intervento che venne pubblicato nel libro «David Maria Turoldo. La sfida della pace», a cura di Elena Gandolfi (Bellavite Editore, 2003). Il testo è stato pubblicato dall’Osservatore Romano ieri 18 marzo.

 

David Maria Turoldo

Ho capito, Signore. La pace non me la può dare nessuno. È inutile che speri. I governi, gli stati, i continenti hanno bisogno di pace anche loro e non ne sono capaci. E camminano tutti su strade sbagliate.

Essi pensano che la pace si possa ottenere con le armi, incutendo paura agli altri stati e agli altri continenti. E intanto si armano, e studiano sistemi sempre più potenti e micidiali.

Tutti vogliono essere forti. Dicono: solo un forte può imporre il rispetto e la pace. Come se la pace fosse un fatto di imposizione e non d’amore.

Io non ho mai visto che ci sia pace per queste strade. Questo è uno squilibrio di terrore: un’altra maniera per essere schiavi; una maniera apparentemente civile. Invece è barbarie come tutte le altre barbarie. Infatti il più forte dice al più debole: guai se ti muovi! E non ha importanza che magari la situazione del debole sia insostenibile, ingiusta, umiliante. Non ha importanza che sia, ad esempio, la fame o la mia condizione di uomo di colore a spingermi a gesti assurdi.

Ma verrà, uomini, verrà — e non è lontano: io per questo prego e spero — quel giorno che l’oceano nero di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi! Un oceano misteriosamente ancora calmo. Ma fino a quando? Perché non può durare così.

Ora la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte. Allora chi è nei campi non torni a casa a salutare sua madre; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è per via non avrà neppure il tempo di dire addio a un amico. Allora «due staranno alla stessa macina di mulino…» (cfr Luca 17,35; cfr anche Marco 3,15—16): parola tua, Signore! Impossibile che non si avveri.

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. Va bene: i potenti ci ammazzeranno in molti. Ma pure molti di loro saranno ammazzati.

No, per queste strade della sopraffazione e del terrore non ci può essere pace.

No, nessuno può uccidere un’idea. Nessuno può sradicare la libertà dal cuore dell’uomo: almeno mi resterà sempre la libertà di morire. Perché tante volte è meglio, vale di più morire che vivere.

No, non occorrerà neppure che i poveri facciano la guerra: basterà che si mettano in cammino, che si incolonnino sulle strade.

Tutte le strade sarebbero un unico serpente interminabile: una sola immensa processione. Non ci sarebbe neppure spazio per muovere una sola macchina; e nessun carro armato li potrebbe schiacciare.

Perché sarebbe un serpente di cui nessuno saprebbe dove abbia la testa o il cuore.

Basterebbe che la Cina, ad esempio, la sola Cina si mettesse in cammino: ci sarebbe da uccidere per anni e anni e anni. Che si metta in cammino! Non ha bisogno di armi atomiche la Cina (questa è una sua debolezza).

Cioè, basta che l’oceano esca dai suoi confini; noi abbiamo visto cosa sono le alluvioni: allora non vale nulla la nostra tecnica e la nostra scienza e la nostra capacità organizzativa.

Io potrei pregare anche così: Cina, mettiti in cammino, cammina soltanto; cammina sui deserti dell’Asia; a milioni premete sui confini. Poi vedremo cosa valgono i nostri confini.

Potrei dire: India, Africa, e negri d’America e tutti voi, o criollos dei mille paesi, mettetevi insieme: fate siepe di chilometri sulle strade ferrate, sulle piazze delle capitali potenti, poi vedremo cosa vale la potenza di queste capitali.

Oppure, anche se ciò non dovesse avvenire, questa non è pace. La pace non ha niente a che fare con la forza.

Questo non avviene perché ancora non è l’ora, perché un Altro, qualcuno, tu, Signore, non lo permetti; e attendi (ma fino a quando?) che gli uomini imparino che non è giusto, non è giusto che duri così.

Solo che tu vuoi che l’impariamo da noi stessi: in tempo e per altre vie.

Capisco, questa è una finta pace: anzi, neppure finta pace. Pace: dove? e per chi? È pace forse perché non si muore qui, ma si muore nel Vietnam? È pace perché i negri stanno nelle locations del Sud Africa e noi possiamo scorazzare liberi dalla Città del Capo a Roma? È pace perché qui si suona e si danza e si canta, mentre nel Congo, al Cairo, oppure ad Amman, si piange impotenti e disperati? E nell’Angola e nel Mozambico e nelle Americhe si pensa solo come vendicarsi, come organizzare per ora altre guerriglie.

Questa non è pace. Io voglio essere un cristiano, o Signore. Non posso, non è giusto accettare questa situazione.

Ho capito: la pace non è di questo mondo; può essere nel mondo, ma non è del mondo. Essa è come il tuo regno: è qui, è là, è chissà dove. Ma non è del mondo. E non è neppure di nessuna istituzione.

Nessuno degli uomini può dire dove abiti la pace. Non c’è una casa della pace e una casa della guerra. Oggi ci può essere pace e domani guerra nella stessa casa, nella stessa nazione. Certi paesi non sono paesi di pace, perché non guerreggiano: essi possono essere centrali di guerre lontane; paesi di aureo egoismo e focolai misteriosi di rivolte chissà dove.

La terra è una. L’umanità è una. Perciò uno non può star bene e l’altro male.

La pace non è monopolio di nessuno, né può essere frutto di sistemi umani. Prova ne sia che il mondo non è capace di darsi una pace una volta per sempre.

Neppure l’uomo è un soggetto di pace permanente. Io oggi posso essere in pace, ma domani? Basta una parola, un gesto che io ritengo ingiusto, perché la mia pace vada in frantumi.

Non c’è nulla di più fragile, di più incerto, di più quotidiano della pace. Amicizie offese, interessi che si pensa calpestati, umori oscuri del sangue (chissà cosa nascondiamo noi nel sangue!); e poi soprattutto “la roba”.

Allora ognuno di noi è un soggetto di guerra? Sì, in ognuno di noi vi è il geme della guerra. Anzi, la guerra grande, la guerra guerreggiata, la guerra calda non è che la somma di tutte le guerre individuali, in ogni guerra che cova nel cuore di ogni uomo. Ogni guerra comincia da ciascuno di noi. Mentre da nessuno di noi può cominciare la pace. Perché la pace è più grande dell’uomo. Noi tutti veniamo della foresta, e nella foresta non c’è pace.

Ho capito, Signore, la pace appartiene al tuo regno messianico. Sei tu il principio, la fonte, il paese della pace. Senza di te non può esserci pace né sulla terra né dentro il cuore di qualsiasi uomo. E là dove c’è un uomo di pace, ivi sei tu, Signore, ivi è la tua vera casa, mio Dio. «Io vi do la mia pace, vi lascio la mia pace, non come ve la dà il mondo io la dono a voi (Giovanni 14,27). Il mondo, l’uomo, non sa neppure cosa sia la pace.

La pace sei tu stesso, e tu solo, Signore. Il mondo, l’uomo ha la sua logica e la pace non è frutto di alcuna logica. Ad esempio, finchè non si è poveri, tutti ugualmente poveri, tutti liberamente poveri, poveri per amore, fatti poveri per aiutare i poveri, non ci può essere pace. Ad esempio, finchè non si perdona, non si accetta anche di morire — per amore dei fratelli — finchè non ti lasci anche uccidere, se necessario, invece di vendicarti, non ci può essere pace; è un altro modo di essere poveri: poveri e liberi dal proprio io, o uomo o nazione che tu sia.

Ad esempio, finchè l’uomo non si libera perfino dalla propria cultura, da tutte le ideologie umane, e non pensa che ognuno è un uomo che ha il diritto di credere secondo la sua coscienza, nel rispetto di ogni uomo, non ci può essere pace sulla terra.

Una terza forma di essere poveri e liberi: questo vale perfino per la chiesa, per ogni chiesa, e per ogni confessione religiosa.

Altrimenti anche la chiesa può essere un focolaio di guerra. Le guerre di religione infatti sono state sempre le più feroci. Anzi, la guerra non è che la religione del maligno. Per questo Satana è fin dal principio omicida.

Ad esempio, non ci può essere pace finchè tu cerchi di non fare la guerra solo per paura, per il terrore di morire. Vuol dire che tu non vuoi ancora la pace, ma che semplicemente paventi la guerra.

La pace è un bene assoluto, il solo bene che va desiderato per se stesso. Perché solo allora si è liberi, veramente disposti e disponibili per la pace.

Diversamente, se tu non avessi paura, faresti anche la guerra? Ora, tutti hanno paura: non è che vogliono la pace. Solamente quest’uomo libero da tutte le paure è figlio della tua pace, o Signore.

 

“Tributo naturale: è uno sguardo sull’abisso dell’essere”. Intervista a Barbarah Katia Guglielmana e Ilaria Francesca Martino

È un libro “speciale”, scritto da due dottoresse in medicina, in servizio al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Pavia. Un libro delicato, intimista, che esprime sentimenti e stati d’animo non slegati da questi due anni di tormento pandemico che hanno seminato dolore e morte. Loro hanno toccato con mano molte esperienze di vita, di sofferenza e di morte. E hanno voluto esprimere attraverso pensieri e brevi allegorie il loro stato d’animo “di fronte alla profondità dell’essere”. Dalla sofferenza percepita possono nascere sentimenti di riscoperta della propria identità emotiva e spirituale.

Il vostro libro mi ha stupito positivamente, a cominciare dal titolo. ‘Tributo naturale è uno sguardo sull’abisso dell’essere’. Vogliamo aiutare il lettore a comprenderne il significato più profondo? Quanto conta il dovere del tributo e quanto invece la gratuità dello sguardo? E perché l’abisso che scrutate è l’icona stessa dell’essere?

Risponde Barbarah Guglielmana

‘Tributo naturale’ è un riconoscersi nella matrice del proprio essere, fatto di scarti, magma che scotta, vermi  mostruosi, germogli teneri. Un burrone in cui affogare, e -una volta scandagliato-  in cui imparare a nuotare, riemergendo. A provarci. Questa la grande attraversata del nostro essere. 

Risponde Ilaria Martino

Rendere omaggio è importante. Come quando diciamo “Grazie” a qualcuno, anche solo perchè esiste come semplice presenza. Io credo che La Natura ci venga in soccorso ripetutamente nelle nostre cadute. E’ un dialogo continuo e discreto il suo. Quindi lo sguardo verso la Natura è bene che sia gratuito, per una fruizione vera e libera, ma la riconoscenza è un valore aggiunto, è gentilezza dell’anima! L’abisso che scrutiamo è l’essere stesso, sì ne sono convinta. Possiamo studiare le galassie o l’atomo, ma penso che non ci sia cosa che ci spaventi più dell’ignoto che ci portiamo dentro. Inteso come fatto individuale. La necessità di parlarne è solo un tentativo di comunicare la propria solitudine.

Questo sguardo sull’abisso dell’essere…parte da uno scandaglio interiore: nella sontuosa prefazione il Dott. Moroni chiama in causa Martin Heidegger. Siamo debitori a questo grande filosofo di alcune tematiche da cui scaturisce il pensiero del 900, in tutti i suoi meandri più reconditi. Il senso della vita, l’essere e l’esistere, l’introspezione rivelatrice delle soggettive verità, la messa in mora del pensiero calcolante. Ecco, ho inteso che un libro che incede per aforismi e allegorie, intuizioni e rivelazioni, nascondimenti e desiderio di capire sé e il mondo, può essere sintesi estrema di una narrazione che riguarda voi ma che induce il lettore a cercare le caleidoscopiche forme espressive della nostra poliedrica identità. È un libro vostro che può diventare il libro di ciascuno di noi?

Risponde Barbarah Guglielmana

Sì, me lo auguro. Lavorare alla propria comprensione facendo dialogare il proprio Perturbante con il Fanciullino espone, al miglior obiettivo! la differenza tra l’essere e l’apparire. Capire quello che siamo e non rimanere fermi a quello che volevano che fossimo, o aggrappati a quello che pensavamo di essere! È magari la scoperta della propria ‘America Latina’, citando l’ultimo film dei fratelli D’Innocenzo.  

Risponde Ilaria Martino

Proseguo con quanto appena detto: credo che ogni manifestazione artistica nasca da una inquietudine interiore poco domabile che, in alcuni casi fortunati, viene convertita in immagini e/o parole. Mi piace moltissimo un’espressione che usa Brentano: “la follia è solo la sorella infelice della poesia”. Quando si decide di rendere pubblico un percorso personale, come un dolore, dietro vi dovrebbe essere solo il desiderio di condividere quell’umano sentire. Per me è l’implorazione dell’artista che chiede: “senti anche tu, come sento io? “E’ un tentativo di consolazione, la speranza di inserire la propria individualità in una collettività.

Nella sua sagace postfazione la Prof.ssa Fimiani si sofferma sui rimandi di reciproca riflessione tra voi. In epoca di esplosione della pandemia, in un mondo impreparato e forse colpevole di aver rotto la sostenibilità ambientale, quanto è stato importante ritrovarvi insieme a vivere la vostra professione di medici in un contesto di grande sofferenza collettiva? Come in un gioco di specchi dialogate tra voi, dentro di voi e nel rapporto con la realtà che vi circonda. Quanto è stato utile e importante trovarsi in sintonia per quello che la postfazione chiama un “canto a due”?

Risponde Barbarah Guglielmana

La partecipazione alle paure del ‘mostro Covid’ con la collega e amica Ilaria ha visto l’allestimento improvviso di una pozzanghera alla Pollock in cui contenere, e proteggere, paure per un ignoto, spaventi per rimossi riemersi, coraggi da ridefinire, confidenze al proprio sè rimandate, sostegni alle fatiche. Vedersi nella collega stanca, comprenderne i limiti, rivedere quel senso di onnipotenza salvifica mortificato e poi spaventarsi per la sua -e propria malattia, è stato un accogliere l’umanità di cui siamo tutti fatti, non calcolabile, non programmabile, non inesauribile, non invincibile. Uno specchio e un lago dove rigenerarsi piangendo. 

Risponde Ilaria Martino

Barbara mi ha ospitata nella sua casa quando abbiamo iniziato i turni in Ps Covid. È stata la condivisione di un tempo difficilissimo a livello globale ed individuale. Quando abbiamo contratto il virus in ospedale, abbiamo avuto la fortuna di poterci prendere cura l’una dell’altra. Leggevamo molto e tacevamo. Lei, quando le forze glielo consentivano, disegnava, in silenzio. Io ero ospite in soffitta. Scrivevo e pensavo molto. Un tempo di grande introspezione e di necessaria ricerca interiore. Poi un giorno è uscito il sole, era la Primavera, la Natura sbocciava nel suo giardino e noi non eravamo più le stesse. Barbara mise i suoi bozzetti in giro, sotto le viole, in mezzo al bocciolo di limone, tra i garofani e l’edera rampicante, come una mostra improvvisata all’aperto! Fu allora che io sentii esplodermi dentro quelle parole. Non ci accordammo su nulla. Era una rinascita, certo forse condivisa, come il silenzio e l’oscurità precedenti. Poco dopo io andai via da casa sua e procedemmo, ognuna per la propria strada, ormai diverse, cambiate nel profondo, per sempre.

Questi due anni di attività professionale in un contesto pieno di incognite e di sofferenze quanto vi sono stati utili per capire le solitudini e le soggettività delle persone con cui vi siete rapportate? E quanto è stato importante comprendere il significato esistenziale del dolore? In un libro appena pubblicato lo psichiatra Vittorino Andreoli si sofferma ad analizzare il senso del dolore come occasione di conoscenza profonda degli altri, paradossalmente un abisso da cui si può ripartire e dove si trovano forze e resistenza impensabili per coltivare il desiderio della speranza. Le storie di vita e di morte  che avete conosciuto quale rappresentazione hanno codificato in voi di questa umanità dolente? Sono queste le vostre  “lacrime di sabbia?

Risponde Barbarah Guglielmana

Mi arrabbio sempre quando leggo che le migliori poesie, da qui le più preganti parole nascono dal dolore, ma è così.. Mangiare quelle lacrime ci permette veramente di capirne il sapore. Aver visto da vicino la sofferenza, aver sofferto la propria mi ha aiutata a comprendere qualcosa di più dell’essere malato, qualcosa di più dell’essere il parente di un malato perso in un ospedale, che senza quella carezza che l’amore dà, che vale come una medicina, non può guarire. Sono lacrime di sabbia seccate sul volto che non si staccheranno mai più dal mio curare.

Risponde Ilaria Martino

Io credo che sia un circuito: se io ho conosciuto il dolore fisico o dell’anima, la paura, la sofferenza, la confusione allora posso capire e comprendere il tuo. Se attorno vedo morte, disperazione, incertezza, smarrimento (come quelli che quotidianamente, per due anni di fila, abbiamo incontrato negli occhi della gente), tutto questo non può non entrare in risonanza con le tue paure e la tua vulnerabilità. Sì sono lacrime di sabbia.

In che misura questa lunga esperienza pandemica è stata per voi un’occasione di ripensamento, per collocarvi in una dimensione diversa e nuova di riflessione sui chiaroscuri della vita? Che cosa avete scoperto negli altri e del senso stesso della Vostra esistenza che fino ad allora vi appariva forse sfocato?

Risponde Barbarah Guglielmana

Questo tempo malato è stato lo spazio per fermarsi dalla corsa all’esterno, per iniziarne una interiore, rimandata, congelata, interrotta, dimenticata. 

Risponde Ilaria Martino

Io ho scoperto che la vita è oggi. Che il tempo non va sprecato. Che la poesia e la letteratura sono una grande consolazione, da sempre e per sempre, come lo è la Natura col suo ciclico esistere e il suo continuo e gratuito spettacolo. Ho scoperto che la gratitudine è un gesto di riconoscenza verso il valore che prima di tutto dai a te stessa e che il desiderio che spinge l’essere umano, non dovrebbe mai essere lasciato inesplorato.

Capire se stessi per capire gli altri: sarebbe un fantastico passaggio dal dentro al fuori di sé. Ma, come afferma Luigi Zoja, stiamo perdendo il senso di prossimità, così come secondo Umberto Galimberti…come possiamo applicare “il principio evangelico ama il prossimo tuo come te stesso, se il nostro prossimo non esiste più”? Rispetto a questa visione pessimistica e purtroppo sovente realistica del decadimento delle relazioni umane, dove privacy e trasparenza rivendicate come diritti e conquiste della post-modernità, finiscono per  mettere le manette ai polsi delle relazioni sociali…che cosa vi ha suggerito questo percorso “a due” nella vostra realtà professionale? Quale mondo avete scoperto? Quali bisogni avete colto, quali speranze avete avvertito in voi e intorno a voi?

Risponde Barbarah Guglielmana

Allo scoppio del Covid vi è stata la comunicazione mediatica sul sentirsi tutti vicini nel destino che stavamo sperimentando per la prima volta. Nei mesi successivi l’egoismo è emerso prepotente, dimenticandosi anche l’educazione. Liti condominiali, ad esempio, sono aumentate in numero e gesti violenti, come i femminicidi e le violenze domestiche. Le fragilità adolescenziali stanno preoccupando insegnanti e genitori. Queste sono tutte espressioni di una società che si è basata su effimere quotidianità, non alimentando con concimi le proprie radici, non dedicando tempo reale al dialogo e all’ascolto dell’altro, tralasciandone quindi la costruzione e la manutenzione. Coltivare. Bisogna tornare a coltivare.

Risponde Ilaria Martino 

Io, come penso la maggior parte di noi che abbiamo vissuto l’isolamento, ho scoperto il vero valore dell’intimità che non è solo prossimità. Ho scoperto che il brusio, come le parole vuote mi danno fastidio, mentre ho imparato ad amare il silenzio e a farne dono anche alle persone cui voglio bene. La speranza è che ognuno senta dentro una spinta alla rinascita, dopo un tempo che ci ha tenuti sospesi, come in una bolla di sapone. Abbiamo avuto tutti la possibilità di stare più in compagnia di noi stessi e di capire se quella compagnia ci piace o no. Abbiamo avuto una possibilità. Quella del cambiamento.

“Ci sono notti in cui non c’è la luna ma la sua assenza”….. Sono le notti buie delle inquietudini e poi i giorni senza sole della nostra vita in cui – come scrisse il poeta Attilio Bertolucci- “l’assenza si fa più acuta presenza”? A cominciare dal silenzio, un tema che mi affascina. Da un silenzio che non evoca sentimenti possono nascere solitudini siderali ma anche intuizioni folgoranti. Non è tempo perduto, credo. Io vedo il silenzio come un momento fisiologico e necessario di sospensione per prendere le distanze dalle cose. L’ansia anticipatoria non favorisce la riflessione, infatti. Quanto conta – se conta – il silenzio nella vostra vita?

Risponde Barbarah Guglielmana

Prezioso amico il silenzio. Come sentire il freddo perchè il riscaldamento non funziona, come apprezzare la luce del giorno per ricamare rispetto al led della sera, come aver voglia di mangiare un panino fresco dopo giorni che si rimanda la spesa. Il silenzio mi permette di ascoltarmi, nello spazio svuotato da impegni, da compagnie, da rumori mi permette di ascoltare una voce soffocata dentro me stessa, a tradurne la lingua, a decifrarne i mugugni, a riconoscerla nella sua flebilità perchè trascurata, soffocata, calpestata, camuffata, e rimandata. Il silenzio recupera il rimandato, che non è mai poco.

Risponde Ilaria Martino

Il silenzio è assordante. Credo si debbano distinguere diversi tipi di silenzio, grossolanamente ne esistono almeno due: il silenzio buono, che è la via per la riflessione e la conoscenza, ed è un silenzio amico (benchè si tratti sempre di un amico scomodo, con cui è difficile spezzare il pane, perchè è figlio della solitudine, che, a sua volta può essere fonte di creatività tanto quanto di isolamento e autodistruzione) e il silenzio crudele, quello usato, per esempio, come arma di difesa, il mutismo che teme il confronto. E’ un silenzio fragile, questo, pieno di tristezza, che fa male a chi lo usa e a chi è diretto. Argomento interessante, sicuramente.

“Cerco nel mondo la sua semplicità e ritrovo me stessa”. Semplicità non credo significhi luoghi comuni, banalità, abitudini. Penso alla semplicità come autenticità: difficile affondare nelle radici del nostro essere, ma può avere una valenza liberatoria per sfrondarci dai condizionamenti del “pensiero pensato”. Trovo persino che il contatto materico, la ricerca della natura non deturpata, l’istinto che a volte prevale in noi ci restituiscano autenticità. “Cerco un seno e una identità”. Se mi è consentito trovo che il vostro libro e le vostre metafore richiamino spesso il senso e il bisogno organico della maternità. Come fattore generativo e ri-.generativo: una specie di ritorno agli archetipi della vita, una pausa per rinascere con la vita a cui diamo vita. Mi colloco al di fuori dalle vostre rappresentazioni simboliche? 

Risponde Barbarah Guglielmana

Siamo in un grembo materno sempre, in ogni momento della nostra esistenza, quasi fosse un laboratorio infinito di sviluppo, di sperimentazioni anche.

Risponde Ilaria Martino

Colpita e affondata, nel mio caso. Io ci sono finita appieno in un archetipo, in maniera ovviamente totalmente inconscia, in “Io sono Kore”. La mia risposta a questa bellissima domanda è tutta li’ dentro.

Il vostro “tributo naturale” riassume molte delle spiegazioni con cui la scienza ha motivato l’eziopatogenesi pandemica. Si sta alterando il rapporto con la natura verso una dimensione antropocentrica. Il grande scienziato Edward Osborne Wilson – recentemente scomparso – ha spiegato che c’è una soglia invalicabile alla presenza umana, superata la quale si creano le condizioni per la rottura della sostenibilità ambientale.Possiamo attribuire all’intuizione del tributo naturale anche questo significato? Uso le vostre parole: “È allora che esplodo nella mia pienezza. In questo rendo tributo alla natura che mi abita dentro e fuori. In una espansione continua e salvifica”. Vi chiedo di lasciarci in dono tre parole, tre valori in cui credere, tre chiavi di accesso e comprensione del mondo per una sostenibile armonia in cui “vivere” ed “essere”.

Risponde Barbarah Guglielmana

Comprendersi, dialogare, amare.

Risponde Ilaria Martino

Conoscenza, rispetto, libertà.

Follini racconta Moro. Sceglie di farlo in modo originale, adottando la formula della scrittura che oscilla tra politica e letteratura.

Non ci troviamo di fronte a una biografia o a un saggio storico, ma ad una “invenzione realistica” che spinge il lettore ad avvicinarsi a un Moro inedito. Ha scritto Mario Lavia: “Un po’ come Stendhal, che non cita che una sola volta la Certosa di Parma nel suo capolavoro omonimo, addirittura in “Via Savoia” […] il protagonista non è citato mai. È “lui” la persona importante di cui si narra e non c’è bisogno di nominarlo perché questo libro di Marco Follini non è un né una biografia politica né un saggio storico ma, appunto, un racconto drammatico e, se ben si intende l’espressione, romantico”.

Aldo Moro scelse per sé un ufficio periferico e austero, in via Savoia: un tentativo di tenersi a prudente distanza dagli affanni del Palazzo, e di marcare una netta differenza tra lui, il suo modo di vedere la vita e la politica, e quello dei compagni di partito, degli alleati, degli avversari. 

A partire da questa scelta simbolica, un manifesto delle intenzioni, Marco Follini racconta la parabola umana e politica di Aldo Moro fin dai primi passi a Roma, dov’era arrivato dalla Puglia grazie alla sua delicata intraprendenza. 

Moro è dipinto come un outsider che conquista il suo partito e il paese, eppure in quell’uomo che si muove così abilmente nelle stanze del potere abita un animo tormentato e fragile, che non è stato quasi mai raccontato. Un carattere che lo rende “scomodo” perché mai silenziosamente allineato, e segna una differenza che pagherà con il rapimento e gli ultimi dolorosi 55 giorni di prigionia, in cui Moro si rende conto di non essere solo ostaggio delle Brigate rosse ma anche di uno stato che scoprirà essere troppo diverso da sé. 

Lui che era un uomo del dialogo, convinto che nessuno, mai, dovesse essere abbandonato a se stesso. 

[Il testo è tratto dalla presentazione che appare sulla pagina di Amazon Libri. Prefazione, come si legge in copertina, è dell’ex direttore dell’Espresso, Marco Damilano].

 

Don Alberione, “editore di Dio”. Presentata a Salerno da Fuci, Meic e Azione Cattolica una nuova biografia.

L’iniziativa si è svolta l’11 marzo alle ore 17 presso l’Aula Consiliare della Provincia. Di seguito riportiamo la cronaca dell’evento, così come appare sul sito del Meic. Il libro “Il Padre del futuro. Don Alberione e la sfida del cambiamento”  (Editrice San Paolo) è scritto dal giornalista Rai Rosario Carello.

Stefano Pignataro

50 anni fa, il 26 novembre 1971, moriva a Roma Don Giacomo Alberione, presibitero ed editore, fondatore di numerose congregazioni religiose cattoliche, tra cui le Figlie di San Paolo. Il suo nome resta legato, inoltre, alla fondazione delle Edizioni Paoline, del settimanale “Famiglia Cristiana”, del settimanale per ragazzi “Il Giornalino”, “Jesus”, la casa editrice “San Paolo “ e la “San Paolo Film”. A Salerno la Presidenza diocesana della Fuci “San Gregorio VII” insieme alla Presidenza diocesana del Meic “Don Guido Terranova” ed alla Presidenza diocesana di Azione Cattolica ha reso omaggio alla straordinaria figura dell’”Editore di Dio” beatificato da papa Giovanni Paolo II nell’aprile 2003 con la presentazione del volume appena pubblicato dalla casa Editrice San Paolo “Il Padre del futuro. Don Alberione e la sfida del cambiamento” scritto dal giornalista Rai Rosario Carello.

Alla presentazione, avvenuta l’11 marzo alle ore 17 presso l’Aula Consiliare della Provincia di Salerno, hanno preso parte, tra i Saluti istituzionali, il Consigliere provinciale Pasquale Sorrentino, S.E. R. l’Arcivescovo Metropolita di Salerno-Campagna- Acerno Mons. Andrea Bellandi, il Vice diocesano del Meic Michele Di Filippo, il Presidente diocesano di Azione Cattolica Maria Vittoria Lanzara, il Vicepresidente dell’Assostampa Campania-Valle del Sarno Carmine De Nardo. Con l’autore Rosario Carello, hanno discusso il sacerdote paolino Don Roberto Ponti ed il già giornalista Rai Pino Blasi. Testimonianza di Suor Rita Mignosi, (Figlie di San Paolo) che ebbe modo di conoscere Don Giacomo Alberione.

Un onore omaggiare una straordinaria e fulgida figura dei nostri tempi quale il Beato Giacomo Alberione – uno dei primi ecclesiastici ad occuparsi dei mass media ed il primo rivoluzionario della comunicazione della nostra età contemporanea. “Chi è Don Giacomo Alberione, il Beato che ha attraversato il Novecento inventando nuovi modi per portare a tutti la Parola di Dio?”. 

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https://meic.net/2022/03/16/salerno-ricordando-don-alberione-editore-di-dio/

 

La minaccia nucleare obbliga le parti in causa a riflettere…

Putin non respinge nessuno e, al tempo stesso, può cinicamente sostenere di avere subito avviato conversazioni con il governo ucraino per cercare una soluzione negoziale. In realtà le sue forze armate non hanno mai smesso di intensificare l’aggressione. In questa atmosfera avvelenata, l’opinione pubblica internazionale teme fortemente la deflagrazione di una guerra nucleare.

A tre settimane dall’inizio dell’invasione russa, la situazione militare, politica e diplomatica resta confusa e sembra difficile alimentare la speranza di arrivare ad una rapida soluzione della crisi internazionale in atto.

Il conflitto che si estende, di giorno in giorno, sull’intero territorio ucraino, con attacchi russi di inaudita ferocia sulla popolazione urbana, contagia sempre più le relazioni fra la Russia e l’Occidente (“in primis”, Stati Uniti e  Paesi membri della NATO e dell’Unione Europea). Al riguardo, da una parte si continua ad imporre sempre più gravi sanzioni economiche al Paese e “ad personam”, mentre dall’altra si risponde con la (nemmeno troppo) velata minaccia di estendere il conflitto oltre confine nonché di impiegare, se necessario, armamenti nucleari (sic!). Contemporaneamente, i russi colpiscono, a chiaro scopo intimidatorio, obiettivi militari situati a pochissimi chilometri dal territorio polacco, con conseguente rischio di sconfinamento, dove abitualmente risiede “personale militare straniero” con il compito di addestrare l’esercito ucraino.

Constatata l’imprevista caparbia resistenza dell’esercito e della popolazione, Putin punta decisamente sulla strategia della tensione, aumentando lo sforzo militare sul campo, incurante della strage di civili in atto e delle centinaia di migliaia di profughi allo sbando ai quali, con tanto dosata misura, viene consentita l’uscita dalle città martoriate da bombardamenti quasi ininterrotti e da condizioni di vita al limite della sopravvivenza.  

In tal senso, egli dà l’inquietante impressione di somigliare ad un pilota che, in fase di decollo, abbia raggiunto il “punto di non ritorno”, quando cioè l’unica manovra resta quella di accelerare “a tavoletta” per far alzare in aria il velivolo e non rischiare lo schianto al suolo.

L’Occidente, dichiaratosi ripetutamente contrario all’intervento armato, punta su tempi lunghi, quelli cioè necessari per consentire alle sanzioni di espletare per intero effetti negativi sull’economia russa. Nel frattempo, però, deve non soltanto monitorare la resistenza sul terreno dell’esercito ucraino (fattore fondamentale per valutare la possibilità o meno che Zerensky riesca ad avviare un negoziato in grado di concludersi con un onorevole compromesso), ma anche il comportamento di altri protagonisti interessati (a vario titolo) a ritagliarsi nella vicenda un ruolo, vero o presunto, di mediatore. Primo fra tutti la Cina.

Pechino mostra equidistanza, ma di fatto il suo linguaggio sembra sostenere le ragioni di Mosca, da cui è attratta per chiari motivi di equilibrio geo-politico. Al tempo stesso, però, non può mettere a rischio le relazioni commerciali con Stati Uniti ed Europa, che raggiungono in termini economici globali una cifra quasi dieci volte superiore a quelle con la Russia. Ecco perché Washington, da un lato, ne sollecita un intervento su Mosca “ad adiuvandum”, dall’altro, però, non manca di ricordare ai governanti cinesi che un loro (temuto) doppio gioco li trasformerebbe da possibili mediatori a sicuro bersaglio di ritorsione americana. È il messaggio che, in estrema sintesi, Sullivan ha recapitato a Yang nel recentissimo incontro di Roma.

Anche Erdogan coltiva l’ambizione di paciere, ma i suoi (da tempo) deteriorati rapporti con l’Occidente non appaiono la premessa migliore per svolgere quel compito in maniera neutrale e, quindi, proficua per ambedue le parti. Occorre, comunque, registrare che plenipotenziari turchi sono sempre in contatto con i due belligeranti, non cessando di reiterare la disponibilità a favorire il conseguimento di una intesa attorno, eventualmente, ad un tavolo trilaterale.

Rimane Israele (che non ha aderito alle sanzioni economiche imposte alla Russia), il cui Primo Ministro, Naftali Bennet, ha avviato una linea diretta con Putin, dichiarandosi anch’egli pronto ad interporre i propri buoni uffici per favorire un dialogo ad alto livello tra le due parti in conflitto, da tenersi, ove possibile, su territorio israeliano. Difficile, per il momento, pensare che l’iniziativa, seppur utile sul piano mediatico, possa avere successo per la mancanza di peso specifico politico del proponente, anche se è bene non sottovalutare il rapporto privilegiato che tradizionalmente Tel Aviv mantiene con Washington nonché le origini russe ed ucraine di una grossa fetta della popolazione israeliana. In fondo, le vie della diplomazia sono infinite… 

Ciò detto, Putin non respinge nessuno e, al tempo stesso, può cinicamente sostenere di avere subito avviato conversazioni con il governo ucraino per cercare una soluzione negoziale, mentre in realtà le sue forze armate non hanno mai smesso di intensificare l’aggressione. 

Nelle ultime ore, sono stati registrati messaggi contrastanti sull’andamento della situazione. Infatti, alle previsioni di Lavrov sulla possibilità di giungere ad un accordo con il governo di Kiev fa riscontro la moltiplicazione dei bombardamenti russi indiscriminati sulle aree urbane. La ventilata esistenza della bozza di un piano di pace in quindici punti non arriva a fugare i timori per la perdurante volontà di Putin di sottomettere del tutto l’Ucraina. Infine, le gravi minacce di Biden rivolte pubblicamente a Putin (e da questi prontamente restituite) hanno alzato di molto il livello di guardia della litigiosità fra le due capitali e non sembrano collimare con le voci (anche autorevoli), che si levano un po’ dappertutto per la cessazione delle ostilità, sull’onda probabilmente di una certa flessibilità negoziale apparsa per la prima volta nelle ultime dichiarazioni di Zerensky. 

In questa atmosfera, avvelenata da un conflitto le cui conseguenze nefaste si sono già, in vari modi e misure, abbattute un po’ dappertutto, l’opinione pubblica internazionale teme fortemente la deflagrazione di una guerra nucleare. Ebbene, si ha l’impressione che proprio questo possibile epilogo, devastante per tutti, abbia fino ad oggi impedito al confronto armato di arricchirsi di nuovi protagonisti nonché di espandersi al di là dei confini ucraini.  

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

 

La guerra, i due Sasha e tutti gli altri bambini vittime innocenti.

I bambini, gli adolescenti, persino i neonati sono le vittime innocenti di questa mattanza criminale: non ci sono giustificazioni di fronte al loro sacrificio fatto di morti, di amputazioni, di terrore. Questo è l’aspetto più crudele della guerra. Le conseguenze dureranno per sempre, un eccidio di bambini alle porte della civile Europa e della Russia ricca di storia e di cultura è una cosa inaccettabile al cuore.

La bandiera ucraina che sventola sul pennone accanto alla colonna di Majdan Nezaležnosti (Piazza Indipendenza) e nei palazzi governativi che le stanno attorno al centro di Kiev, sarà l’ultimo presidio della resistenza a capitolare, se le armate russe prenderanno possesso della capitale esautorando il Governo di Zelens’kyi, oppure sarà il simbolo attorno al quale si stringerà idealmente il popolo che è rimasto a difendere ciò che resterà di una mattanza, se l’indipendenza del Paese sarà conservata.

Mentre scrivo ogni esito è incerto: le trattative proseguono a fatica mentre la carneficina dei civili locali e dei militari dei due eserciti segna ogni giorno un nuovo drammatico evento. Mariupol è la città simbolo del massacro, dopo l’ospedale pediatrico, le scuole e le case è stato bombardato il teatro dove avevano trovato rifugio centinaia di civili, al momento sotto le macerie: conta sapere chi è morto e chi sopravvissuto?

La morte è atroce ma restare perdendo tutto, casa, famiglia, lavoro e sopravvivere in un contesto surreale, devastato, spegne le energie residue e le speranze. L’eccidio dei 13 cittadini di Chernihiv, un sobborgo nei pressi di Kiev, che erano in fila in attesa di un pezzo di pane, tutte falciate dal fuoco russo, è un altro episodio di crudeltà criminale: l’uomo diventa bestia sopraffatto dall’odio e dall’ordine di distruggere tutto, i civili che periscono sono uno spettacolo atroce di fronte al quale il mondo resta attonito, anche se non silente. Resta da chiederci se potevamo in qualche modo fare qualcosa per fermare lo scempio: la guerra va evitata con ogni mezzo, ma bisogna mettere in campo alternative che portino ad una soluzione. I bambini, gli adolescenti, persino i neonati sono le vittime innocenti di questa mattanza criminale: non ci sono giustificazioni di fronte al loro sacrificio fatto di morti, di amputazioni, di terrore. Chi rimane porta cicatrici e  cancrene per sempre. 

In ogni evento bellico i minori sono predestinati alla soccombenza: può riguardare loro stessi o la perdita dei genitori, degli affetti, della quotidianità protettiva, delle amicizie, della scuola, lo sconquasso emotivo che resta negli occhi e nel cuore di chi all’improvviso si trova solo, tutto ricomincia da capo ma nulla può sostituire un’infanzia spensierata violata dall’atrocità di una guerra, ci vogliono anni, decenni, non basta forse una vita intera per rimarginare il repentino e improvviso squarcio dell’esistenza. Contano i supporti psicologici per recuperare, ma soprattutto lo slancio d’amore di chi si prende cura.

Secondo un rapporto del 20/11/2020 di Save the Children – “Killed and Maimed: A Generation Of Violations Against Children In Conflict”- si contavano 93.236 minori uccisi o mutilati nelle guerre degli ultimi dieci anni: a conti fatti l’equivalente di una classe di 25 alunni ogni giorno.

La resistenza militare e civile armata degli ucraini, i corridoi umanitari aperti non senza difficoltà dalla Croce Rossa internazionale o dagli allontanamenti volontari dalle case distrutte delle città in fiamme, hanno portato fuori da Paese ad oggi circa 3 milioni di persone (i numeri sono incalcolabili), di cui almeno un terzo sono minori: alcuni accompagnati dalla madre o dai nonni, da amici, altri che si sono incamminati da soli verso l’ignoto. Molti hanno trovato rifugio nei Paesi limitrofi, soprattutto in Polonia, esemplare nell’accoglienza organizzata.

Altri hanno raggiunto località più lontane, con mezzi organizzati o di fortuna, altri prelevati al confine da parenti che già vivono in Europa. Anche questo esodo forzato e spesso senza meta per sottrarsi a morte certa è un crimine contro l’umanità, specialmente se a subirne le conseguenze sono bambini e adolescenti, ma anche anziani che lasciano la loro terra per sempre.

Mentre scrivo ricevo una videochiamata: mio figlio mi fa salutare da Sasha, un bel maschietto di 4 anni che giunge con la mamma da Chernivsti con un pullman organizzato dalla comunità ucraina che vive a Milano, poi proseguiranno per Genova da parenti. Sasha mi fa ‘ciao’ con la manina, mentre mangia un gelato: suo padre è rimasto a combattere al fronte in Ucraina, prego il Signore che un giorno possano ricongiungersi e ricominciare una nuova vita. I suoi occhi brillano di innocenza ma sono allucinati dal terrore visto e vissuto in questi giorni. Di un’altra bambina – anche lei Sasha, 9 anni, il nome non è di genere —  mi arriva invece sul cellulare una foto atroce: seduta in un lettino di ospedale, ha un braccio amputato: è stata bersagliata con i suoi familiari da una raffica di proiettili mentre fuggivano in auto da Irpin, il padre è stato ucciso. 

Lei chiede “Perché mi hanno sparato”? Una domanda che dovremmo porci tutti.  Poi in sequenza circa venti giovani militari di leva russi mandati ad uccidere: anche molti di loro muoiono e non sanno il vero motivo, eseguono ordini e un giorno si chiederanno: “Perché l’ho fatto?”. La risposta che Sasha attende

Poco sotto un’altra istantanea mostra di schiena una bimba di 5 o 6 anni adagiata, uccisa nel bombardamento di un orfanotrofio: sembra che dorma, ha due treccine composte, ma è già volata in cielo. L’Onu ha reso noto che ad oggi si contano ufficialmente 104 minori uccisi dalla guerra, ma dopo il macello al teatro di Mariupol e quello che deve ancora accadere il numero è destinato a crescere.

Viene da chiedersi come la sera possa prender sonno Putin, che certamente vede le immagini di queste vittime innocenti. Questo è l’aspetto più crudele della guerra. Le conseguenze dureranno per sempre, un eccidio di bambini alle soglie della civile Europa e della Russia ricca di storia e di cultura è una cosa inaccettabile al cuore. Le porte dell’Italia si sono spalancate all’accoglienza: siamo pieni di difetti ma il sentimento non ci manca. Le adozioni internazionali sono rallentate e spesso bloccate da veti e burocrazia. Ma la forza del cuore e la consapevolezza di assistere ad una tragedia umanitaria che ha le sembianze degli orrori dell’Olocausto ci spinge irrefrenabilmente ad accogliere: è un dono del Signore anche per noi accettare e integrare nella nostra vita quotidiana queste persone sfortunate che hanno perso tutto, specie i bambini. 

La carità non è pelosa ma gratuita, come diceva San Paolo è la più grande virtù: non consiste nel concedere ma nel condividere. In questa epoca così incerta ed effimera, che ha perso troppi valori in nome dell’egoismo e dell’indifferenza, tendere la mano, aprire le porte ed accogliere ha le sembianze di un riscatto e di una opportunità di redenzione. 

Anche per noi.

 

Moro: l’autentica voce della civiltà europea e la Nato come garanzia di libertà

Esiste  una Europa che va al di là dei confini dell’Europa Occidentale. Con questa Europa vogliamo collaborare in uno spirito sincero di distensione e di intesa

Il quarantaquattresimo anniversario della strage di Via Fani lo abbiamo vissuto in modo diverso dal passato.  Un clima diverso. Molte le corone di fiori “recapitate” in Via Fani; dunque minori presenze “istituzionali” rispetto alla consuetudine. 

Ma Aldo Moro è vivo con il suo testamento politico. Lo è ancora di più oggi che soffiano venti di guerra che martirizzano la Ucraina e la sua capitale Kiev, mentre il suo popolo sta dando prova di coraggio nella sofferenza per la fede nella libertà e nella democrazia. 

Si potrebbero rileggere il discorso di Moro da capogruppo Dc sul fallimento della Ced, del 29 settembre 1954, sul rimpasto di governo dopo le dimissioni di Piccioni, con il suo rammarico per il sacrificio della Ced da parte francese sulla base di una insensata valutazione, ossia per la preoccupazione di non opporre al blocco sovietico una grande unitaria potenza europea, nella quale la Germania avrebbe avuto una posizione di grandissimo prestigio. 

Vedeva la Ced come articolazione della Alleanza Atlantica in un nucleo europeo che significava la voce dell’Europa, la autentica voce di questa civiltà europea occidentale che si esprime e si fa valere nell’ambito della comunità dei popoli liberi. Un’Europa che acquisisce forza economica, sociale, forza politica e anche forza militare che permettano di esprimere una voce più autorevole e di maggiore peso nell’ambito del grande gioco della politica mondiale. 

Si potrebbero rileggere le sue pagine sulla Nato, garanzia di libertà, al Consiglio Atlantico del 1975, riconoscendo come l’Alleanza abbia consentito lo sviluppo pacifico e intenso e che potrà contribuire a un ordine internazionale più giusto – che significa un mondo più sicuro. 

Moro protagonista del Trattato di Osimo che normalizzerà i rapporti con la Jugoslavia di Tito. Mentre suscitavano clamore le manifestazioni in favore degli appelli degli intellettuali Sacharov e Solgenitzin, nel settembre 1973 da Ministro degli Esteri espresse fermezza associata a responsabile prudenza perché privilegiava la prosecuzione del processo di distensione internazionale, evitando ostacoli agli sviluppi della Conferenza per la sicurezza e cooperazione europea. 

Moro fu protagonista nella firma del Trattato di Helsinki come conclusione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea: “Esiste  una Europa – disse – che va al di là dei confini dell’Europa Occidentale. Con questa Europa vogliamo collaborare in uno spirito sincero di distensione e di intesa”. Firma l’Atto finale insieme a 34 paesi, compresa la Santa Sede, quale rappresentante dell’Italia e Presidente in esercizio del Consiglio della Comunità. 

Questa era la sua visione dell’Europa. Sogni infranti dall’invasione dell’Ucraina. Giulio Andreotti nei suoi ricordi (De Prima Re Pubblic) scriverà come avesse fatto impressione la dichiarazione di Aldo Moro: “È vero: può sembrare e forse è contraddittoria la firma del signor Breznev che continua a sostenere la dottrina della sovranità limitata. Ma Breznev passerà ed Helsinki resta”. 

Breznev fu il protagonista della cosiddetta Costituzione del socialismo sviluppato dell’URSS del 1977. All’articolo 71 la repubblica dell’Ucraina era al secondo posto dopo quella russa. All’articolo 72 quella Costituzione prevedeva che ogni repubblica federata conservava il diritto di libera separazione dall’URSS. Oggi la perestrojka di Gorbaviov sembra lontana così come il diritto dei popoli alla autodeterminazione! Eppure il valore del popolo ucraino sta a ricordarci il valore della democrazia e della libertà! 

I problemi della Nato, della Ced, della sicurezza europea, della distensione internazionale sono di tutta evidenza e di grande attualità. Purtroppo non abbiamo né Aldo Moro, né Sacharov, né Solgenitzin e nella Russia d’oggi Putin non è l’erede di Gorbaciov, ma di Breznev! Dunque, scontiamo un ritorno al passato con gravi preoccupazioni per il futuro. 

Lavoratori fragili, una storia infinita. Perché si vuole tornare indietro? 

Ancora una volta, nell’ultima bozza del provvedimento sul Covid che il governo sta per varare, si rinnova solo il comma 2/bis e non anche il comma 2. Con grave nocumento per la realtà dei lavoratori fragili.

Ci risiamo. Il governo sta preparando la “Bozza Covid 2022”. Il testo del provvedimento in preparazione all’art. 10 – comma 2  prevede testualmente: “Per i soggetti affetti dalle patologie e condizioni individuate dal decreto di cui all’articolo 17, comma 2, del decreto-legge 24 dicembre 2021, n. 221, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2022, n. 11, le disposizioni di cui all’articolo 26, comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, in materia di lavoratori fragili, si applicano fino al 30 giugno 2022”.

Era già accaduto che il comma 2 fosse stato espunto dal DL 24/12/2021 n.° 221 e poi recuperato in sede di conversione nella legge 18/02/2022 n.18 – art. 17 , inserendo i commi 3/bis e 3/ter,  Atto Senato 2488 grazie all’emendamento Malan/De Toma  (con la consulenza dell’esperto legislativo  Dott. Francesco Comellini) depositato in Senato, e poi recepito nel testo della legge 11/2022, approvata in via definitiva.

Questa volta ci si è ancora una volta dimenticati di rinnovare il comma 2, inserendo solo il 2/bis. Ciò significa – tradotto in soldoni — solo prosecuzione dello smart working e non l’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero. Invece si tratta di dare continuità alla legge 18/2/2022 n. 11 ripartendo dalla piattaforma acquisita e riproponendo, perciò, i commi 2 e 2/bis del DL 17/3/2020 n.° 18.

Speriamo che il Governo comprenda che occorre dare una continuità all’ultima legge approvata, prevedendo il rinnovo di entrambi i commi del testo originario citato (DL 18/2020): per l’appunto, il comma 2 e il comma 2/bis. Per i Ministri interessati non dovrebbe essere complicato richiamare ai propri organi tecnici questo semplice principio di continuità delle due tutele che hanno sempre marciato affiancate, di pari passo.

Speriamo di farcela per l’ennesima volta.

 

No al populismo e al sovranismo: sono “opposti estremismi” da accantonare. Voltiamo pagina.

Siamo di fronte a nuove sfide e occorre perciò voltare definitivamente pagina. E, soprattutto, vanno abbandonate le alleanze con i partiti populisti e sovranisti. Il corso della storia guarda ormai altrove. Adesso un nuovo progetto va perseguito con razionalità, intelligenza e coraggio.

La politica è cambiata. È profondamente cambiata. Già prima dell’invasione russa nei confronti dell’Ucraina e di una guerra che è destinata a mutare definitivamente gli equilibri geopolitici mondiali. E, di conseguenza, anche il ruolo e la “mission” della stessa Europa. Ci sarà un cambiamento profondo di fronte al quale tutte le forze politiche debbono misurarsi. Di destra, di sinistra e di centro.

Ma sono due gli elementi di fondo che emergono in modo netto dopo questo drammatico evento bellico – che purtroppo non si è ancora concluso – e alla vigilia di elezioni che, piaccia o non piaccia ai 5 stelle, si celebreranno nel nostro paese il prossimo anno a primavera dopo una legislatura caratterizzata dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare.

E le due sub culture che sono destinate a tramontare, seppur lentamente ma irreversibilmente, sono il populismo e il sovranismo.

Il populismo, innanzitutto. Lo abbiamo conosciuto bene in questi anni. Prima del 2018 nelle piazze. Dopo il 2018 nelle aule parlamentari e al governo. Una pagina triste e decadente per la salute della nostra democrazia, una parentesi da dimenticare al più presto e, soprattutto, una stagione devastante per l’azione di governo nel nostro paese. Oltre ad avere praticato in modo disinvolto alcuni disvalori profondi della politica italiana: dal trasformismo politico all’opportunismo parlamentare. Una fase, comunque sia, che ha contribuito in modo decisivo a dequalificare la politica, ad impoverire la democrazia e a ridurre l’efficacia della stessa azione di governo.

In secondo luogo il sovranismo. Lo abbiamo conosciuto in Italia con l’esperienza della Lega di Salvini. Anche su questo versante, e dopo la drammatica vicenda bellica che riporta nuovamente la politica estera al centro della nostra elaborazione politica, culturale, programmatica e di governo, è indubbio che il sovranismo – almeno per come lo abbiamo conosciuto e sperimentato nel nostro paese – è destinato a cambiare profondamente. Se non addirittura ad essere definitivamente azzerato e superato. Il campanilismo nazionalista e il sovranismo del singolo paese, oggettivamente, non reggono più di fronte al riequilibrio della geopolitica europea ed internazionale. Vanno riprese, finalmente e purtroppo tardivamente, le categorie politiche e culturali che hanno reso il nostro paese un interlocutore importante e decisivo nel corso della sua storia democratica. Un ruolo che è stato reso possibile da una classe dirigente all’altezza della situazione, preparata e riconosciuta a livello internazionale. 

Non c’è sovranismo o populismo che tenga di fronte alle nuove sfide. Occorre voltare definitivamente pagina. E, soprattutto, vanno abbandonate le alleanze con i partiti populisti e sovranisti. Il corso della storia guarda ormai altrove. Adesso un nuovo progetto va perseguito con razionalità, intelligenza e coraggio. Si apre, appunto, un’altra fase storica e politica. Tocca, di conseguenza, a chi ha sempre combattuto questi “opposti estremismi”, e cioè il populismo e il sovranismo, guidare la nuova fase politica che si sta aprendo anche nel nostro paese.

 

Speciale Ucraina: terza settimana di guerra. Il Daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Continuano gli attacchi attorno a Kiev e a Kharkiv, mentre peggiora l’assedio di Mariupol. Oggi nuovo round tra Ucraina e Russia. Zelensky “Le richieste di Mosca sono più realistiche”.

 

ISPI

L’Ucraina entra nella terza settimana di guerra e si prepara a un nuovo round di negoziati con la Russia. Dalle dichiarazioni dei rappresentanti dei due schieramenti trapela un cauto ottimismo. “Gli incontri continuano e, sono stato informato, le posizioni durante i negoziati sembrano già più realistiche”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un videomessaggio nella notte. Dall’altro lato, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha detto di “vedere speranze” nel raggiungimento di un compromesso. Le posizioni dei due schieramenti sono cambiate molto in queste tre settimane dall’inizio dell’invasione russa. I negoziatori dicono ci sia lo spazio per un compromesso; mentre Zelensky ha capito che per l’Ucraina l’ingresso nella NATO è irrealistico, dall’altro lato la Russia non sembrerebbe più chiedere la resa dell’Ucraina tra le condizioni per una pace. L’apparente alleggerimento della posizione russa potrebbe essere dovuto ad una situazione sul campo che si mostra sempre più complicata per gli invasori: il ministero dell’Interno ucraino ha dichiarato di aver ucciso un altro Generale Maggiore russo, Oleg Mityaev, il quarto dall’inizio della guerra. Inoltre, la Russia continua a registrare gravi perdite nell’aviazione: secondo il ministero della Difesa ucraino, in tre settimane 81 aerei e 95 elicotteri sarebbero stati abbattuti. I fronti più caldi continuano a essere la capitale Kiev, ormai prossima all’accerchiamento, la seconda città dell’Ucraina Kharkiv e la città portuale sul Mar d’Azov Mariupol, da cui sarebbero riuscite ad evacuare 20mila persone.

 

Speranze diplomatiche?

A sentire le parole di Lavrov, alcune formule di consenso tra le due parti sarebbero vicine al compromesso. Dopo la chiusura de facto alla membership NATO, la cui possibilità è stata esclusa anche dal premier britannico Boris Johnson, il compromesso potrebbe ruotare intorno allo status di neutralità di Kiev. Ma è ancora presto per parlare di progressi nel dialogo tra le due delegazioni. Oggi, nel frattempo, Lavrov ha incontrato a Mosca il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu. Un incontro che si è focalizzato soprattutto sull’informare la controparte turca sulla situazione “dell’operazione militare speciale” in Ucraina, ma anche per parlare di Siria e Caucaso. La Turchia – paese membro della NATO e con buoni rapporti con la Russia – starebbe quindi provando a porsi come mediatore per raggiungere un cessate-il-fuoco in Ucraina. Giovedì 17 marzo Çavuşoğlu andrà invece a Kiev. Il ruolo della Turchia è stato più volte considerato essenziale per una possibile mediazione: Ankara ha ottime relazioni con entrambi i paesi e la settimana scorsa ha ospitato l’incontro tra i ministri degli Esteri russo e ucraino al forum di Antalya, che ad oggi resta il vertice di massimo livello tra le delegazioni dei due stati in guerra.

 

Verso il default?

La giornata di oggi sarà un primo spartiacque per l’economia russa. La Russia deve pagare entro oggi 117 milioni di dollari in interessi su due obbligazioni sovrane. Si tratta di una prima tranche del debito: a fine mese e ad aprile, il paese dovrà pagare 359 milioni e 2 miliardi di dollari. Le sanzioni dell’Occidente hanno congelato metà degli asset della Banca centrale russa facendo perdere al rublo il 35% del suo valore rispetto al dollaro. Il presidente russo Vladimir Putin dice che la Russia pagherà il suo debito, ma in rubli, il che non è previsto dai contratti. Qualora la Russia non riuscisse a pagare, andrebbe molto probabilmente in default, anche se ci sarebbe un iniziale “periodo di grazia” di un mese. Le agenzie di rating decreterebbero quindi il default e i detentori di obbligazioni inizierebbero a negoziare. Ma i negoziati sarebbero molto complicati, considerato l’isolamento economico e la crisi crescenti. Il default del debito – che secondo alcuni esperti ricorda il caso dell’Argentina del 2020 – provocherebbe la fuoriuscita dalla Russia di capitale straniero, isolando ulteriormente il paese.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-terza-settimana-di-guerra-34159

Discutere sulla guerra non è inutile. Ma pensiamo anche a un Corpo Civile di Pace. La proposta su c3dem.it.

Discutere sulla guerra non è inutile, ma va fatto senza giustificazionismi. Ma mentre cerchiamo faticosamente in questa tragedia una via percorribile, il più possibile giusta e responsabile, che ponga fine al più presto alle distruzioni, senza dover arrivare a un conflitto mondiale, quello che questa ennesima guerra dovrebbe insegnarci è la necessità di un grande Corpo civile di Pace, che possa mobilitarsi, scortato ma non armato, quando un conflitto è all’inizio. 

Sandro Campanini

Papa Francesco  – mi scuso per l’interpretazione un po’ imprecisa – ci ha indicato una  via difficile quando si incontrano opinioni discordanti ma dotate, in se stesse, di ragionevolezza e legittimità: quella dell’opposizione polare, cara a Romano Guardini, che non cerca una “sintesi” forzata ma accetta l’esistenza di una  tensione dinamica, riconoscendo la quale si può addivenire a una via ulteriore, superiore. Il fatto che nel cosiddetto “mondo cattolico” (e anche in quello della sinistra) sia in corso un confronto tra chi ricorda che di fronte all’aggressione la difesa armata è legittima e chi mette in guardia dalle sofferenze e dai rischi di escalation che comporta l’incremento di ogni conflitto, è da considerare un elemento di ricchezza.

Tra l’altro, credo che questo “dibattito” non sia solo “esterno”  ma attraversi nel profondo ognuno di noi – almeno è così per me: e anche il modo con cui esso si agita nella coscienza non è identico se si ha o meno un ruolo di responsabilità (di qualsiasi genere): non è una questione di diverso “valore” del singolo ma  di un inevitabile condizionamento – e non potrebbe essere diversamente – rispetto alle proprie percezioni e decisioni.

Ciò che a mio avviso non può essere messo in discussione rispetto alla situazione attuale è il punto di partenza: siamo di fronte a una guerra e a un’invasione agìte da uno Stato, la Russia di Putin,  contro un altro Stato sovrano, l’Ucraina;  seppure sia utile e necessario capire i motivi per cui essa è avvenuta, così come per ogni altro fenomeno storico o di cronaca, essa è e resta totalmente ingiustificabile.

Credo perciò che sia giusto che persone, associazioni, movimenti tengano alta l’attenzione sull’intrinseca problematicità di alcune visioni che hanno governato le relazioni tra i popoli e persino la politica estera fino al ‘900: secondo le quali, alla guerra si risponde solo con la guerra, alle armi solo con le armi, alla violenza con la violenza. E’ giusto che ci venga ricordato che la spesa per armamenti ha raggiunto livelli mai visti nel mondo e che, se ci sono armi, come ci ricorda il Papa, prima o poi verranno usate; che i conflitti “convengono” a chi le fabbrica e dunque la perversa spirale rischia di non aver fine; che la logica della deterrenza non ha senso se pensiamo che le armi attuali bastano e avanzano per molte guerre mondiali. E in effetti, anche in questa situazione drammatica, tutto sommato questa consapevolezza al fondo c’è, tant’è vero che le prime misure dell’occidente sono state di tipo economico e diplomatico, non militare, e che anche nell’aiuto in termini di fornitura di armi all’Ucraina c’è una misura che si cerca di non superare per evitare un’escalation  che ci porterebbe alla terza guerra mondiale.

D’altra parte, chi sostiene che gli Ucraini abbiano diritto di difendere se stessi e il loro Paese e che dunque li si debba aiutare anche in questo tipo di risposta, non può essere banalmente tacciato di bellicismo: per poter condannare senza appello questa posizione (non dico per sottoporla a vaglio critico: dico “per condannarla senza appello”), bisognerebbe avere soluzioni alternative praticabili qui ed ora e non solo nel medio / lungo periodo, perché la guerra, i morti, le distruzioni sono adesso. E qui si sconta, lo dico con grande sofferenza interiore e personale, lo scarto tra quello che dovrebbe e potrebbe essere un modo molto diverso di affrontare i conflitti e la durissima realtà che, se non ci fossero le sanzioni e i tentativi diplomatici che tutti speriamo portino a un cessate il fuoco, sembra non lasciare alternative tra combattere o arrendersi, con tutte le tragiche conseguenze dell’una o dell’altra scelta.

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https://www.c3dem.it/discutere-sulla-guerra-non-e-inutile-ma-pensiamo-anche-a-un-corpo-civile-di-pace/

Addio alla realtà: si afferma il Metaverso. Siamo agli albori di un nuovo mondo Phygital. L’analisi su “Chronopolis”.

Per fortuna il Metaverso non sarà proprietà di Facebook, che lo ha lanciato, ma come Internet, sarà accessibile a tutti gratuitamente (a patto che si possegga la tecnologia necessaria per accedervi) e tutti avranno la possibilità di creare i loro spazi virtuali e il proprio avatar, dando vita a un universo in continua espansione.

Lo ha comunicato con enfasi Mark Zuckerberg, Ceo del colosso tecnologico noto come Facebook, il 28 ottobre 2021:“È arrivato il momento di adottare un nuovo brand aziendale che rappresenti olisticamente tutto quello che facciamo. Per riflettere ciò che siamo e quello che speriamo di costruire, sono fiero di annunciare che da oggi la nostra azienda si chiamerà Meta”. Una scelta singolare basata su forti motivazioni strategiche e comunicative: per i prossimi dieci anni investire sulla creazione e sulla colonizzazione del Metaverso, cioè letteralmente un universo oltre i confini della realtà attualmente conosciuta. A questo punto, una domanda cruciale s’impone: cosa s’intende effettivamente per Metaverso? In prima battuta potrebbe definirsi un mondo online sempre più copresente al mondo offline, un mondo sempre più phygital. Per fare un po’ di storia, c’è da dire anzitutto che si tratta di un termine mutuato dalla fantascienza, coniato nel 1992 da Neal Stephenson, autore del romanzo postcyberpunk “Snow Crash”. 

Nel libro, il Metaverso era una realtà virtuale 3D, sovrapposta e integrata con il mondo fisico, in cui le persone si muovevano attraverso i propri avatar, dei veri e propri digital twin, rappresentazioni digitali e tridimensionali di sé. Sebbene dipinto a tinte fosche, il distopico film di Spielberg Ready Player One, uscito nelle sale nel 2018 e ispirato all’omonimo romanzo di Ernest Cline del 2011, rappresenta piuttosto fedelmente quello che sarà il Metaverso da qui a 15 anni: una rete di mondi virtuali interconnessi di cui gli utenti potranno fare esperienza indossando visori di realtà virtuale e guanti aptici, dove interagire con altri utenti, comprare oggetti digitali e svolgere attività ludiche e d’intrattenimento in contesti immersivi ricostruiti digitalmente.La definizione più esaustiva di Metaverso è stata, tuttavia, fornita da Matthew Ball, autore di un compendio sull’argomento chiamato “The Metaverse Primer”, diviso in nove parti e pubblicato sul suo blog:

“Il Metaverso è una rete perdurante di mondi 3D che si espande in tempo reale, che restituisce un senso d’identità continuo nel tempo, in cui gli oggetti permangono e che tiene memoria delle transazioni effettuate in passato. Un numero di utenti illimitato, ognuno con il proprio senso di presenza fisica”.

Riprendendo gli stessi concetti, Zuckerberg ha posto l’enfasi su come un’inedita sensazione di compresenza fisica e la rappresentazione del sé attraverso avatar 3D e ologrammi, siano i pilastri su cui Meta stia costruendo questo nuovo piano di realtà. In altre parole, si potrebbe dire che il Metaverso non sia una realtà virtuale parallela alla nostra, bensì un’esperienza fluida di un ambiente ibrido in cui i confini tra realtà fisica e virtuale saranno pressoché inesistenti, allineandosi così con la rivoluzione digitale già in atto che vede integrarsi la dimensione online e offline delle nostre esperienza di vita, tra cui quella lavorativa. Di conseguenza, le azioni che le persone compieranno nel Metaverso avranno ripercussioni nella vita reale: il lavoro che si svolgerà per la propria azienda da remoto mentre si è immersi nel Metaverso, così come le relazioni interpersonali che lì si stringeranno, saranno riconducibili alla propria identità e, insieme alle azioni compiute nel mondo reale, contribuiranno a edificare la propria reputazione. 

Per fortuna il Metaverso non sarà proprietà di Facebook, che lo ha lanciato, ma come Internet, sarà accessibile a tutti gratuitamente (a patto che si possegga la tecnologia necessaria per accedervi) e tutti avranno la possibilità di creare i loro spazi virtuali e il proprio avatar, dando vita a un universo in continua espansione. Si creerà, dunque – confermano gli esperti – un’economia del Metaverso che sarà basata su una criptovaluta unificata, come il bitcoin, per esempio, e sulla compravendita di NFT, oggetti digitali, quali creazioni artistiche, video e musiche, unici e insostituibili. Ciò significa che, sebbene sia possibile farne svariate copie, al compratore sarà riconosciuta la proprietà dell’originale, che avrà più valore se si volesse rivenderlo. Inoltre, si prenderà nota di ogni transazione su alcuni registri decentralizzati grazie alla tecnologia blockchain, per limitare il rischio di frodi.

 

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http://www.chronopolis.it/addio-alla-realta-si-afferma-il-metaverso/

 

Dentro l’angoscia presente: un invito a riprendere la strada dei grandi testimoni della politica d’ispirazione cristiana.

 

Due grandi personalità del cattolicesimo politico vengono in mente, due uomini di diversa formazione e concreta responsabilità, ma ambedue di profonda ispirazione cristiana: De Gasperi e La Pira.

Gastone Simoni

 

Mi chiedo se e in che modo l’angosciosa tragedia che stiamo vivendo e che non sappiamo come finirà possa diventare un’occasione che ci viene offerta per testimoniare e indicare oggi un’idea politica davvero espressiva del progetto di autentica e profonda “trasformazione” delle cose di questo mondo alla luce della “vera novità” di ispirazione cristiana, a cominciare dagli assetti internazionali che sempre più si rivelano radicalmente decisivi per la vita politica. Anzitutto dells politica estera che oggi, forse più di sempre, si mostra del tutto fondamentale e decisiva.

 

Entro nel vivo dell’attualità e dico che non ho nessuna simpatia per chi parla – schematizzo – di non stare né con Putin né con la Nato e l’America. Nonostante gli errori e i peccati dell’Occidente, le mire e la condotta dello zar di tutte le Russia sono una barbara e prepotente malvagità da condannare assolutamente. Ma al tempo stesso non è proibito e anzi è doveroso valutare comportamenti e intenzioni delle politiche occidentali ed europee – in atti e in omissioni – nello scenario nato dopo la scomparsa dell’impero sovietico.

 

E questo non per calcoli e pregiudizi vari, ma alla luce della dottrina sulla giustizia e la pace, nonché degli ideali morali che la sostengono; ideali che ispirano, secondo la nostra visone, saggezza e lungimiranza. Insomma, ritengo anch’io che si imponga, tanto più alla luce tragica dei fatti in corso, un riesame critico e propositivo per disegnare linee politiche internazionali ed europee più fedelmente, concretamente e intelligentemente produttive di rispetto, di solidarietà, di giustizia, di pace e di saggezza. La politica, quella internazionale ed europea in particolare, abbia un respiro più intelligente e cristianamente più solidale, rispettoso e preveggente!

 

Due grandi personalità del cattolicesimo politico vengono in mente, due uomini di diversa formazione e concreta responsabilità, ma ambedue di profonda ispirazione cristiana: De Gasperi e La Pira. Essi ci possono aiutare nel presente, se si guarda bene alla loro concretissima azione in quelle concretissime situazioni in cui hanno vissuto. Più facile oggi ricordare la straordinaria testimonianza politica e profetica di La Pira, mentre è più difficile ricordare il contributo – tutto politico ma profeticamente ispirato – di De Gasperi.

 

Attenzione a svalutare la “policità” lapiriana e la “carica profetica” degasperiana. Insomma, abbiamo alle nostre spalle – oltre alla dottrina della Chiesa – concreti esempi ispiratori. Perché non chiedere luce e coraggio per la nostra doverosa testimonianza ed opera politica e profetica in questo momento internazionale, se vogliamo servire la doverosa e possibile trasformazione delle cose d’oggi?

 

  1. E. Gastone Simoni

Vescovo emerito di Prato

 

Aldo Moro nel giorno di Via Fani. Il ricordo dello statista, democratico sincero e uomo di pace, oggi più attuale che mai.

 

Aldo Moro fu un uomo di pace che ha costruito reti e collaborazioni sia all’interno del suo paese, che in politica estera attraverso incontri internazionali pur ancora nella logica dei blocchi e delle divisioni ideologiche. Data questa presentazione, il ricordo dell’autore si sviluppa ampiamente in un testo che riportiamo in allegato (v. link in fondo).

 

Giulio Alfano

 

Di fronte alla situazione attuale nella quale emerge una carenza di proposta tanto in politica interna che estera, riproporre la visione strategica che Aldo Moro aveva, specialmente negli anni in cui restò a lungo ministro degli esteri — gli anni in cui maturarono, bisogna ricordarlo, gli “accordi di Helsinki” — può contribuire ad offrire una speranza in momenti non facili come quelli che viviamo.

 

Con la caduta del muro di Berlino, ormai oltre 30 anni fa, si sono evidenziate tre esigenze fondamentali, che la politica di mediazione morotea aveva anticipato, e cioè: la ricerca di un comune dialogo nel bacino del mediterraneo tra le religioni abramitiche; l’evoluzione da partiti confessionali o ideologici in partiti di programma o di progetto; ma soprattutto il superamento e direi la fine dello Stato nazione, nato dalla pace di Westfalia del 1648, con il conseguente superamento della logica dei confini. Credo particolarmente preziosa questa esigenza di oltrepassare  steccati e divisioni non in vista di un villaggio globale, ma in funzione di una società inclusiva, aperta alle sfide della modernità e tuttavia ancorata a valori etici che la convivenza democratica rende sempre più indispensabili.

 

Aldo Moro fu un uomo di pace che ha costruito reti e collaborazioni sia all’interno del suo paese, vivificando i temi della solidarietà e del primato della persona propri della Costituzione Italiana, che in politica estera attraverso incontri internazionali pur ancora nella logica dei blocchi e delle divisioni ideologiche. Il centro del suo messaggio, oggi attualissimo, ruota intorno al valore della carità nella vita della persona e della comunità sociale; e questo in relazione al fatto che per Moro l’uomo, se come parte della comunità è sottoposto ad essa per il raggiungimento del bene comune, in quanto persona costituisce il fine stesso della società di cui lo Stato è solo espressione apparente e non sostanziale. Tale peculiarità lo apre alla conoscenza e quindi al dialogo con le differenze che arricchiscono il principio di uguaglianza, rendendo l’uomo protagonista di quell’autentica democrazia partecipativa a cui ha sempre legato il suo apostolato politico, così da trasferire nella prassi la cultura della responsabilità e del diritto.

 

Per leggere il testo della riflessione del Prof. Giulio Alfano: 

Moro secondo Alfano

Siamo allo stato d’allerta. La circolare del Capo di Stato Maggiore dell’esercito non deve generare allarmismo, ma consapevolezza.

La pace è un valore supremo e va perseguita innanzitutto sul piano della concertazione politica e diplomatica tra gli Stati. Confidiamo di poter conservare la nostra convivenza civile e la serenità dei cittadini. In ogni caso, dobbiamo essere responsabili e vedere in faccia la realtà.   

Con circolare in data 9 marzo u.s. del Capo di Stato maggiore dell’esercito avente oggetto –  ” Evoluzioni sullo scacchiere internazionale” –  a firma Gen. B.Bruno Pisciotta sono state diramate istruzioni interne in materia di a) personale, b) addestramento c) impiego d) sistemi d’arma. Nella circolare, già diffusa da agenzie di stampa, quotidiani e mass media, si fa espresso riferimento alla priorità dello ‘warfighting’  (letteralmente: “combattimento”) nelle attività di addestramento, al blocco dei congedi anticipati “in quanto, in un momento caratterizzato dall’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, deve essere effettuato ogni possibile sforzo affinché le capacità pregiate possano essere disponibili”.

La circolare – che siamo in grado di riprodurre integralmente – ha lo scopo evidente di ottimizzare sul piano logistico, delle dotazioni di risorse umane e materiali, l’efficienza dell’esercito a presidio e tutela della democrazia e della libertà e indipendenza dello Stato.

Ovviamente l’augurio di tutti è che non sia necessario far ricorso all’uso delle armi. Nessun allarmismo, dunque, poiché le istruzioni sono un dovere istituzionale da predisporre, visto appunto il quadro geopolitico internazionale. Ogni Stato è tenuto a farlo…D’altronde il nostro esercito è sempre stato al servizio della democrazia e della difesa della sicurezza dello Stato e dei cittadini. Speriamo e preghiamo affinchè le istruzioni diramate rimangano un doveroso e necessario indirizzo organizzativo interno.

La pace è un valore supremo e va perseguita innanzitutto sul piano della concertazione politica e diplomatica tra gli Stati. Confidiamo di poter conservare la nostra convivenza civile e la serenità dei cittadini, l’unità della nazione. Dobbiamo valutare positivamente questa iniziativa poichè è rassicurante essere pronti ed organizzati di fronte ad ogni possibile sviluppo. Tenendo bassi i toni emotivi, senza strumentalizzazioni ideologiche o politiche. Questo è un auspicio che tutti dovrebbero condividere.

Per leggere la circolare

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Il mundus furiosus e la politica energetica.

 

Alla fine, dopo anni di relativa bonaccia, è arrivata la tempesta perfetta e ci sono almeno due minacce che ci troviamo ad affrontare, due nemici che marciano divisi ma colpiscono uniti: il problema energetico e quello economico. Servono allora capacità di discernimento, coraggio e tempestività da parte dei policy makers.

 

Gabriele Papini

 

La lunga coda per accaparrarsi l’ultimo hamburger di una nota catena di fast food (in fuga da Mosca come altre multinazionali) dà la misura di un popolo come quello russo che – nonostante restrizioni e censure – stava “votando con i propri piedi”. D’altra parte, giunti ormai al ventesimo

giorno di guerra si capisce come il conflitto in corso (senza voler trascurare le questioni di carattere umanitario) sia diverso da quelli tradizionali e più simile alla battaglia di Pavia del 1525 che, non a caso, viene studiata ancora oggi nelle Accademie militari di tutto il mondo. Quello scontro tra Francia e Spagna segnò il primato delle armi da fuoco su quelle “bianche” e registrò l’affermazione dei popoli sui nobili.

 

Una battaglia che ruppe gli schemi, ponendo ai governanti di allora il dilemma di disporre di una coerente politica di approvvigionamento. Oggi il continente europeo sta vivendo una crisi energetica simile a quella di mezzo millennio fa. Alla fine, dopo anni di relativa bonaccia, è arrivata la tempesta perfetta e ci sono almeno due minacce che ci troviamo ad affrontare, due nemici che marciano divisi ma colpiscono uniti: il problema energetico e quello economico. E’ una congiuntura inimmaginabile solo fino a pochi mesi fa. Oggi siamo messi nelle condizioni peggiori e ci troviamo davanti a uno snodo drammatico: forse è tardi per correggere la rotta ma c’è la necessità ineludibile di calmierare i rincari per non giocarci una parte significativa della crescita del Pil e del nostro sistema produttivo.

 

Si può sicuramente migliorare, ad esempio, la qualità estrattiva del gas italiano pur sapendo che ci vorranno diversi anni per arrivare a regime e che comunque tale intervento coprirà una parte minima delle nostre bollette. Come direbbe Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

 

Cosa è possibile fare allora? Anzitutto, in una realistica analisi costi-benefici, occorre valutare quale capitolo di spesa pubblica sia “sacrificabile” per evitare la contrazione del sistema produttivo. L’intervento va fatto andando ad aiutare soprattutto le imprese “energivore” cioè quelle per le quali l’incidenza dell’energia ha un impatto più che proporzionale sui costi. Inoltre, per quanto riguarda le scelte strategiche delle nostre aziende di punta nel settore energetico (Eni, Enel) queste ultime dovrebbero rientrare nel solco delle scelte geopolitiche del loro azionista di riferimento, come avviene nella maggior parte dei Paesi.

 

Invece, negli ultimi anni siamo riusciti a perdere la nostra storica influenza in Libia e in Arabia Saudita (nonostante il “nuovo Rinascimento”) inoltre siamo in conflitto diplomatico con l’Egitto (almeno dal 2016) e di recente anche con la Nigeria. Servono dunque capacità di discernimento, coraggio e tempestività da parte dei policy makers ma servirebbe anche capire che una lunga fase di stabilità si è conclusa e il “mundus furiosus” è ancora tutto da decifrare.

La cruciale preminenza della politica estera

 

Da molti anni i temi di politica internazionale non aprono più i (pochi) discorsi dei (pochi) convegni politici e la selezione per il Ministero degli Esteri non è più così rigorosa. Questo decadimento è stato il frutto più in generale dello scadimento della politica sul quale si è scritto già molto, anche troppo. Ora, di fronte al drammatico mutamento dello scenario internazionale imposto dalla guerra, l’importanza decisiva di una maggiore unità fra gli stati europei sta apparendo agli occhi di un numero sempre maggiore di cittadini in tutta la sua rilevanza. Ciò potrebbe influire non poco sulle scelte elettorali.

 

Enrico Farinone

 

In tempi ormai non più così vicini, quando i partiti politici erano (anche) un luogo di dibattito e riflessione, non era rado ascoltare il relatore di turno avviare il proprio ragionamento dai temi della politica internazionale. “Uno sguardo sull’universo” – come il battutista presente in sala, non mancava mai, ironizzava puntualmente – ma in realtà una scaletta ragionata che dalle questioni mondiali arrivava a quelle nazionali, che costituivano il centro del discorso, per poi approdare a quelle locali.

Quegli incipit erano un vezzo o erano piuttosto una modalità oratoria con la quale si riconosceva la primazia della politica estera in una realtà che in effetti da essa derivava? Sì, perché l’esito del conflitto mondiale aveva diviso il pianeta in due e ogni nazione stava da una parte, nel nostro caso quella occidentale, e questo generava delle conseguenze (anzi, tutte le conseguenze) sul piano interno.

La rilevanza della politica estera veniva riconosciuta dai gruppi dirigenti dei partiti, che ne affidavano la guida a parlamentari di competenza ed esperienza maturate negli anni e validate sul campo. Conseguentemente, alla Farnesina arrivavano dopo anni di carriera parlamentare e governativa i più preparati o comunque le personalità di maggior spicco: tanto per citare due nomi, Moro e Andreotti. Ora invece…

Da molti anni i temi di politica internazionale non aprono più i (pochi) discorsi dei (pochi) convegni politici e la selezione per il Ministero degli Esteri non è più così rigorosa. Questo decadimento è stato il frutto più in generale dello scadimento della politica – sul quale si è scritto già molto, anche troppo – e più in particolare, probabilmente, perché per un lungo periodo seguito alla supposta “fine della Storia” si è immaginato che il mondo globalizzato economicamente, finanziariamente, tecnologicamente fosse divenuto unipolare e sostanzialmente più facile da gestire, almeno nel suo Nord, nella fascia ricca delle popolazioni che abitano il pianeta. Non era così.

Avremmo dovuto comprenderlo subito, e invece abbiamo impiegato tre decadi. Oggi la violenza di Putin ci trova impreparati e costretti a reagire nell’emergenza. Ancora avvolti nel dormiveglia, non completamente consapevoli dello scenario mutato nel corso della notte.

Avremmo dovuto comprenderlo subito perché gli effetti del nuovo mondo post 1989 si videro ben presto. Da noi in Italia nel giro di un solo lustro crollò l’intera intelaiatura partitica che aveva retto in maniera più che dignitosa (forse è ora di cominciare a riconoscerlo) un Paese che in 40 anni da pressoché distrutto era divenuto uno dei più benestanti al mondo. Scomparvero i partiti di governo, e pure quelli d’opposizione. Anche quanti tentarono di sopravvivere cambiando nome in realtà mutarono profondamente, sino a divenire altro da quello che erano stati. La via alla trasformazione del sistema fu quella giudiziaria ma la reazione della politica dovette tener conto in ogni caso degli umori popolari diffusi e manifestatisi in un referendum dal chiaro sentore antipolitico: lo fece dapprima con la legge sull’elezione diretta dei sindaci e poi con il parziale maggioritario introdotto dalla nuova legge elettorale per le Camere.

La fine della “Prima Repubblica” fu dunque il portato della fine della Guerra Fredda. Forse solo Mino Martinazzoli lo aveva intuito per tempo, quando disse che la caduta del Muro avrebbe equivalso per l’Italia a quello che fu per la Francia della Quarta Repubblica la guerra d’Algeria. Da allora, pur dovendo attraversare una molteplicità infinita di crisi derivanti da eventi internazionali (l’11 settembre e le guerre successive, la crisi finanziaria innestata dai subprime americani, quella economica ad essa seguita, quella mediterranea con le migrazioni del 2015/2016, infine la pandemia mondiale) ci siamo perduti nel gioco ricorrente del populismo enfatizzato da media sempre più propensi alla spettacolarizzazione della politica (il c.d. infotainment dei talk show), poi ulteriormente rafforzato dalla superficialità dei nuovi strumenti comunicativi (i social media), presto inondati da fuorvianti falsità (le fake news) che hanno avvelenato il rapporto fra cittadini e politica e, quindi, in ultima istanza, la stessa democrazia. La decadenza del Parlamento, e con esso di quella che dovrebbe essere la classe dirigente del Paese, quella che fa le leggi e dunque che regola la civile convivenza in uno Stato, ne è stata la logica conseguenza.

Un populismo che indebolendo la capacità di riflessione politica, la morotea intelligenza degli avvenimenti mi verrebbe da dire, ha lasciato ampio spazio all’insorgere sempre più prepotente di un nazionalismo alquanto cialtrone (in quanto sviluppato su un mantra dai contenuti vagamente razzistici determinato dalla migrazione di migliaia di disperati che da sud e da est fuggivano dalla morte per fame o per guerra cercando di raggiungere la felice e ricca Europa) sul quale le nuove Destre politiche – non solo in Italia, bensì ovunque nel vecchio continente – hanno lucrato elettoralmente. Lanciandosi in una perenne campagna elettorale antieuropeista che ha conseguito risultati vincenti in paesi come Polonia, Ungheria, Danimarca e nello stesso Regno Unito (con la Brexit) che è stata con fatica sconfitta dalla reazione, un po’ tardiva ma infine arrivata delle nazioni che avevano fondato l’Unione, oltre che di quelle della penisola iberica.

Ora, di fronte al drammatico mutamento dello scenario internazionale imposto dalla guerra avviata da Putin l’importanza decisiva di una maggiore unità fra gli stati europei sulla politica estera, su quella della difesa comune e su quella energetica sta apparendo agli occhi di un numero sempre maggiore di cittadini in tutta la sua rilevanza. Ciò potrebbe influire non poco sulle scelte elettorali, che dovrebbero volgere verso le forze politiche autenticamente europeiste. Un primo test lo si avrà tra poche settimane, in Francia. Mentre qui da noi sarebbe utile farci, tutti, una domanda: ma cosa sarebbe successo se invece di Draghi a Palazzo Chigi ci fosse stato Salvini?

 

Come Putin informa il popolo russo sulla guerra

La mistificazione, l’alterazione della realtà fino a capovolgerla per presentare un’immagine innocente e difensivista del regime, che da carnefice si fa vittima, ci danno una narrazione e una rappresentazione iconica distorta e falsificata La preoccupazione fondamentale di Putin è quella di legittimare la propria intrapresa militare distorcendo e rovesciando la realtà “fotografica”.

La ciliegina sulla torta (si fa per dire) della manipolazione e distorsione dell’informazione sull’operazione militare in Ucraina è stata la gestione della notizia del bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol: Putin deve avere un conto in sospeso con questa città visto l’accanimento con cui l’ha fatta letteralmente massacrare e radere al suolo, uccidendo un numero impressionante di civili. Ma anche il Ministro degli esteri Sergej Viktorovič Lavrov si è speso per raccontare al mondo una realtà (per quanto asserito) mistificata dai media ucraini, come una sorta di macabra messinscena, compresa la “finta partoriente” trasportata in barella tra le macerie fumanti.

Nel discorso con cui aveva annunciato l’operazione militare, Putin aveva detto che la Russia non intendeva occupare l’Ucraina ma che l’obiettivo sarebbe stato quello di «difendere le persone che sono state vittime degli abusi e del genocidio del regime di Kiev, per demilitarizzare e de-nazificare l’Ucraina». Questo è il messaggio che i media russi autorizzati hanno trasmesso a più riprese anche successivamente, a cominciare dal canale televisivo Russia 1, il principale canale della rete pubblica Vgtrk. In un regime democratico la libertà di informazione è il cardine del rapporto tra istituzioni e popolo. La mistificazione, l’alterazione della realtà fino a capovolgerla per presentare un’immagine innocente e difensivista del regime, che da carnefice si fa vittima, ci danno una narrazione e una rappresentazione iconica distorta e falsificata: ciò conferma – se mai ce ne fosse stato bisogno – che a parte la parentesi della speranza nella perestroika e nella glasnost voluta da Gorbaciov, una linea neanche tanto sottile di continuità unisce la concezione del potere dall’autarchia degli Zar, alla lunga parentesi del comunismo e alla dittatura di Putin.In un servizio giornalistico ricco di dettagli ed estremamente preciso e documentato l’agenzia “Globalist syndication” ha reso onore e credito alla verità dei fatti, con coraggio e dovizia di informazioni a cui tutti dovrebbero attingere. Dobbiamo essere grati a chi si spende per mostrare la cruda verità dei fatti: purtroppo il batti e ribatti delle false notizie alimentate da teoremi complottisti e da alibi inesistenti miete vittime tra il nichilismo che declina verso il negazionismo, accusando di complicità con un immaginifico nemico, depositario del potere forte, chi fa del dovere di cronaca il primo presidio della libertà.

Nel 2019 in Russia era sta approvata una legge che punisce quasi ogni forma di dissenso contro il governo. Nel caso della situazione in Ucraina la libertà di informare si è ancora più ristretta:, l’agenzia che controlla e filtra le  comunicazioni che possono circolare in Russia –  Roskomnadzor –  ha diramato un monito ideologico rivolto a tutti i media  (stampa, radio, TV, internet) che si stanno occupando della questione Ucraina, stigmatizzando e bollando come non vere o come fake le molte “informazioni non verificate e inesatte” invitando le agenzie informative ad  utilizzare solo le fonti ufficiali russe” che, manco a dirlo, sono solo ed esclusivamente quelle governative. «L’invasione è iniziata, ma non è stato Putin a invadere l’Ucraina. È l’Ucraina che è entrata in guerra con la Russia e il Donbass». Più tardi nel corso di un programma televisivo che stava raccontando le prime ore dell’invasione, la presentatrice Olga Skabeyeva ha detto che l’operazione serviva a “liberare” la popolazione del Donbass «dopo otto anni di attesa in cui ha pagato con il sangue». Nel corso della trasmissione, mentre venivano mostrati video degli attacchi russi nell’Ucraina orientale, in sovrimpressione era scritto “La Russia non sta bombardando le città ucraine,  firmato il  Ministero della Difesa”. I funerali in Russia sono stati vietati: sia per impedire di risalire al numero dei morti in guerra sia per non dare un’immagine triste e perdente del Paese. Addirittura la Chiesa ortodossa si è mobilitata al “vertice” giustificando l’iniziativa di Putin: il patriarca di Mosca, Kirill, ha difeso la guerra in Ucraina in quanto avviata come lotta contro la promozione di modelli di vita anti cristiani, primi colpevoli i gay, bollati con un anatema senza scampo.

Papa Francesco – tanto per dire – sta agli antipodi: tutti ricordiamo la famosa frase … “chi sono io per giudicare una persona con tendenze sessuali diverse?”. Da una parte i “fratelli ucraini (ma secondo le parole di Putin…“bestie senza razza”) da liberare dal demonio della perversione”, dall’altra l’enciclica “Fratelli tutti”: come dire che le vie della convivenza interreligiosa parlano lingue diverse ed arduo e irto di difficoltà insuperabili è il cammino per perseguirla (ove mai si possa un giorno realizzare). La preoccupazione fondamentale di Putin è quella di legittimare la propria intrapresa militare distorcendo e rovesciando la realtà “fotografica”: ora con immagini di città ucraine con la gente a passeggio, con le strade in ordine e i palazzi edificati e abitati.

Sappiamo bene che la realtà è tragicamente diversa, i nostri inviati nelle città ucraine si trasmettono e descrivono minuziosamente scene di distruzione e di morte, gente in fuga con una borsa o un trolley, le abitazioni che bruciano dentro edifici che sono avvolti dalle fiamme. Globalist Syndication riferisce ancora  “su Russia 1 Dmitry Kiselev, uno dei giornalisti più noti del canale, nel suo programma ha paragonato ciò che stava accadendo nel Donbass alle atrocità commesse dalla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale e ha difeso Putin per aver usato la parola genocidio per definire la situazione delle popolazioni di Donetsk e Luhansk.

In Ucraina, ovviamente, non sta avvenendo né è avvenuto in questi anni nessun tipo di genocidio. Anche su un altro canale televisivo pubblico, Pervyj Kanal (Primo Canale), l’invasione è stata raccontata come una liberazione degli abitanti del Donbass. Un inviato da Donetsk ha raccontato che per gli abitanti della zona l’invasione «è stata la migliore notizia degli ultimi anni di guerra» e che «ora hanno fiducia nel futuro e che una guerra durata anni finalmente finirà». Le televisioni non hanno mostrato nessuna immagine degli attacchi russi compiuti in questi giorni in varie città ucraine, in alcuni casi in zone abitate da civili. «Le strade sono tranquille e calme nella capitale ucraina», ha detto il conduttore di una trasmissione su Pervyj Kanal, mostrando filmati realizzati nelle strade di Kiev. «Ed è un giorno normale anche a Kharkiv. […] Al contrario delle bugie dei media occidentali, noi vi stiamo mostrando esattamente qual è la situazione in questo momento nelle città ucraine», ha detto il presentatore.

Questo quanto alle TV, ma non diverso è stato l’imprinting informativo della carta stampata, in primis Rossiyskaya Gazeta, quotidiano ufficiale del governo russo, come era prevedibile che ha pubblicato tra l’atro un articolo scritto dallo stesso Putin, in cui riferisce delle minacce dell’Occidente alla Russia e afferma che i leader della Nato hanno infranto la loro promessa di non espandersi a est. Assai rare le eccezioni: la stampa del dissenso ha dovuto subire il bavaglio del regime anche se Novaya Gazeta ha titolato a tutta pagina “La Russia bombarda l’Ucraina” rincarando nel sottotitolo «Novaya Gazeta considera la guerra una follia, non vede il popolo ucraino come un nemico e la lingua ucraina come una lingua nemica».

Il dissenso esiste anche se soffocato: molte emittenti private e magazine hanno dovuto chiudere i battenti. Ciò nondimeno molta gente – specialmente tra i giovani- ha espresso il proprio orrore per un’operazione aggressiva e sanguinaria: sono migliaia le persone incarcerate, persino due bambini sono stati sorpresi a depositare dei fiori davanti all’Ambasciata Ucraina e chiusi in cella. Ecco, questa crudeltà riservata ai bambini ci dice quanto sia tenero il cuore del regime, quanto sia rispettoso dei diritti civili, quando indifendibile sia ogni menzogna costruita per rendere colpevoli persino i minori, i piccoli, i neonati.

Una questione di razza o meglio di “bestie senza razza”. Insomma, nonostante il mondo sia scandalizzato e terrorizzato per questa mattanza, per la considerazione degli esseri umani come carne da macello (non dimentichiamolo: anche i ragazzi russi militari di leva mandati allo sbaraglio e tornati indietro dalle loro madri, chiusi in migliaia di bare) , tutto si tratta meno che di una guerra spietata che ci ricorda il volto peggiore del nazismo.

Ma quale guerra!? E’ solo il casting mediatico di un film dell’orrore, con un regista, molti attori e milioni di comparse.

Prove di dialogo. Lo Speciale Ucraina dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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Vertice a Roma, tra Stati Uniti e Cina, mentre Kiev e Mosca continuano a negoziare. Prime evacuazioni di civili da Mariupol. L’analisi dell’ISPI.

 

Paolo Magri

Proseguono senza sosta i bombardamenti russi in Ucraina, entrata nel 19esimo giorno di guerra. Da Leopoli a Kharkiv e da Kiev a Mariupol, ormai più nessuna città è risparmiata dal fuoco dell’artiglieria e dai raid dellaviazione russa che colpiscono indiscriminatamente obiettivi militari e civili. Nel fine settimana colpi di obice hanno centrato un treno carico di civili in fuga a Lymar, nell’est del paese, mentre i bombardamenti hanno raggiunto diversi condomini a Chernihiv, nel nord, e a Kiev. Il conflitto è arrivato a pochi chilometri dai confini della Nato, dove le bombe di Mosca hanno colpito un centro di addestramento a Yavoriv, non lontano dalla frontiera con la Polonia.

 

Il bilancio è di 35 morti tra cui diversi stranieri arrivati per arruolarsi e combattere con la resistenza ucraina. Ucciso nel corso di uno scontro a fuoco, la cui dinamica è ancora da chiarire, Brent Renaud giornalista e documentarista americano, che si trovava in Ucraina per raccontare il
conflitto. Deceduta anche la giovane donna incinta colpita giorni fa nel bombardamento di un ospedale pediatrico a Mariupol. Neanche il bimbo che portava in grembo è sopravvissuto.

 

Nonostante la retorica trionfalista, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha messo in guardia la Nato: “Senza una no-fly zone è solo questione di tempo prima che un missile russo cada sul territorio dell’Alleanza atlantica”. La diplomazia intanto è al lavoro nel tentativo di raggiungere un cessate il fuoco. Oltre ai colloqui in video conferenza fra Ucraina e Russia, gli occhi del mondo sono puntati su Roma, dove è in corso il vertice Usa-Cina fra il consigliere alla Sicurezza nazionale americano Jack Sullivan e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Yang Jiechi.

 

Diplomazia di guerra?

Alla vigilia di un incontro ritenuto cruciale per gli equilibri del conflitto, il Financial Times ha riferito che Mosca avrebbe chiesto alla Cina equipaggiamento militare per portare avanti l’invasione dell’Ucraina. Funzionari americani hanno chiarito che l’amministrazione americana “osserverà con attenzione” la risposta di Pechino e lo stesso Jake Sullivan ha avvertito che “ci saranno conseguenze” se Pechino sosterrà Mosca. “Ci assicureremo che né la Cina, né nessun altro, possa compensare la Russia per le perdite” dovute alle sanzioni, ha aggiunto Sullivan.

Secca la smentita della Cina che, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, ha bollato la notizia come parte della propaganda di “disinformazione” dagli Stati Uniti. Zhao ha ribadito l’opposizione di Pechino alle “sanzioni unilaterali”, aggiungendo che la Cina salvaguarderà risolutamente i diritti delle sue imprese.

Finora Pechino si è presentata come un attore neutrale nella crisi ucraina, anche se si è rifiutata di condannare formalmente la Russia per aver invaso il paese e il presidente Xi Jinping non ha finora mostrato alcun segno di voler esercitare pressioni sull’omologo russo Vladimir Putin. I due leader si erano incontrati a Pechino in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali a febbraio quando avevano definito la loro amicizia “senza limiti”.

Via da Mariupol?

Per la prima volta dall’inizio dell’assedio, diverse auto private sono state in grado di lasciare Mariupol. Lo ha reso noto il consiglio comunale in un post su Telegram secondo cui sono 160 i veicoli che hanno lasciato la città lungo il corridoio umanitario che si dirige verso Berdyansk, occupata dai russi. Finora tutti i tentativi di evacuare i civili bloccati a Mariupol – che prima dell’assedio contava circa 400.000 abitanti – erano falliti a causa dei continui bombardamenti russi. In città mancano luce ed acqua da oltre dieci giorni e per sopravvivere e curarsi gli abitanti hanno iniziato a saccheggiare negozi e farmacie. Fonti del governo ucraino ritengono che dall’inizio dell’invasione russa sarebbero almeno 2500 le vittime dei bombardamenti sulla città, il cui controllo è ritenuto fondamentale perché collega la penisola di Crimea ai territori separatisti del Donbass. Nel resto del paese non va molto meglio e circa un milione di persone è senza elettricità, secondo la società pubblica ucraina per l’energia atomica, Energoatom. Inoltre, stando ai dati diffusi dal ministro della Sanità ucraino, Viktor Lyashko, sono finora 63 gli ospedali danneggiati, 5 i medici uccisi e più di 10 quelli gravemente feriti. Quanto ai profughi, la conta aggiornata dell’Alto commissariato Onu è di 2,8 milioni di anziani, donne e bambini in fuga dal paese.

 

Paolo Magri è il Vice Presidente dell’ISPI

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-prove-di-dialogo-34127#g2

Nuova ondata di contagi minaccia la politica ‘zero-Covid’ di Pechino.

 

I casi in Cina hanno raggiunto livelli record dalla fine dell’isolamento di Wuhan due anni fa. Migliaia di infezioni in tutto il Paese. Molte città sono in lockdown, compresa la megalopoli di Shenzhen. Situazione a Hong Kong fuori controllo.

 

John Ai – AsiaNews

 

Il Covid-19 si diffonde rapidamente in tutta la Cina e le autorità sanitarie hanno segnalato più di 3mila contagi nel fine settimana, compresi gli asintomatici. Il numero di infezioni ha raggiunto il massimo storico da quando due anni fa era entrata in lockdown Wuhan (Hubei), da dove è emersa la pandemia.

 

Nel sud del Paese, la megalopoli di Shenzhen, vicina a Hong Kong, ha annunciato la chiusura dopo aver registrato 66 nuove infezioni il 12 marzo. Il sistema di trasporto pubblico cittadino è sospeso, e i residenti non sono autorizzati a lasciare la città senza permesso. Le autorità locali hanno annunciato che tutti i residenti dovranno effettuare tre test diagnostici ciascuno nei prossimi giorni.

 

Lockdown introdotto anche a Shanghai, dove ieri si sono avuti 41 casi di contagio e diverse aree residenziali sono ora isolate. Molte università hanno sigillato i campus, con studenti e insegnanti che devono rimanere al loro interno. Per le scuole elementari e superiori si seguono invece corsi online. Tutte le stazioni locali di autobus a lunga distanza sono chiuse e le autorità cittadine hanno iniziato massicci test della popolazione.

 

Dallo scoppio della pandemia due anni fa, Shanghai ha adottato in questi due anni un approccio più flessibile e diverso dalla rigida politica “zero-Covid” del governo centrale, con l’intento di ridurre al minimo l’impatto sull’economia. L’amministrazione locale ha esaltato il suo approccio di “prevenzione e controllo precisi”, che ha evitato l’isolamento massiccio e la quarantena, e ha bilanciato prevenzione dell’epidemia e protezione dell’economia.

 

Nella provincia settentrionale di Jilin il 12 marzo si sono contate più di 2mila infezioni. Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, le autorità locali progettano di costruire tre ospedali di fortuna con 10mila posti letto. Moltissimi casi si sono avuti alla Jilin Agricultural Science and Technology University. L’ateneo è accusato di aver nascosto l’epidemia e di aver gestito male la situazione: gli studenti sono stati messi in quarantena nella biblioteca e nelle aule, e hanno dormito sui banchi. Essi si sono lamentati per la mancanza di cibo e di beni di prima necessità. Dopo la segnalazione della statale CCTV , 6mila studenti dell’università sono stati trasportati nelle strutture di quarantena designate dal governo.

 

Per gli scarsi risultati negli sforzi di prevenzione, le autorità del Guangdong e di Jilin hanno licenziato diversi funzionari. La variante Omicron, altamente contagiosa, rappresenta una grande sfida per la politica zero-Covid. Negli ultimi due anni, le autorità cinesi hanno adottato misure di lockdown, quarantena e massicci test con tamponi per combattere il virus: una strategia che il vice premier cinese Sun Chunlan ha ribadito sarà conservata di fronte all’impennata delle infezioni.

 

Considerando l’enorme costo dell’isolamento e i lievi sintomi di Omicron, alcuni specialisti medici cinesi suggeriscono che la coesistenza può essere un’opzione accettabile. Smentendo Sun, Zeng Guang, un funzionario della Commissione sanitaria nazionale, ha detto che la politica zero-Covid non rimarrà invariata. Le autorità hanno approvato cinque kit di test antigenici da utilizzare in modo autonomo: una mossa che non aderisce strettamente alla politica zero-Covid.

 

Nel frattempo a Hong Kong i contagi non si fermano: la città ha il tasso di mortalità più alto del mondo sviluppato. Il governo cittadino ha seguito tutte le raccomandazione di Pechino, introducendo l’approccio zero-Covid, ma finora senza riuscire a fermare i contagi. Filmati online mostrano che gli obitori cittadini sono strapieni e i corpi sono ammassati nelle corsie. Il South China Morning Post sostiene che il governo di Hong Kong è “impreparato e disorganizzato” e che i fallimenti nella gestione dell’emergenza sanitaria minano in modo ulteriore la sua credibilità.

Adesso può nascere una (vera) coalizione di governo. Non più soluzioni abborracciate: peserà molto la politica estera.

Pixabay

 

È destinata a diventare centrale nella costruzione di un progetto politico e di governo. Parliamo della politica estera. In questi anni è stata una semplice appendice del progetto di ogni partito e delle stesse coalizioni. Dunque, anche per questo le coalizioni posticce e raccogliticce che abbiamo conosciuto sino ad oggi finiranno per  saltare.

 

 

Giorgio Merlo

 

L’evento bellico, ovvero la guerra di invasione della Russia, avrà ricadute politiche gigantesche a livello internazionale, europeo e anche a livello nazionale. Se a livello sovranazionale la guerra accelera un nuovo equilibrio mondiale tra i vari stati e, all’interno di questo scenario, della “mission” della stessa Europa nello scacchiere mondiale, è indubbio che questa situazione rimette in discussione gli stessi equilibri politici di casa nostra. E, al riguardo, saranno almeno 3 gli elementi decisivi destinati a cambiare anche la politica italiana.

 

Innanzitutto è destinato a tramontare definitivamente la malapianta del populismo. Cioè della sub cultura che ha dominato in modo incontrastato gli ultimi anni della politica italiana. Sia sul versante grillino e sia su quello leghista di marca salviniana. Ma è soprattutto il grillismo che è destinato ad essere definitivamente ed irreversibilmente archiviato. Una prassi politica che ha spazzato tutto ciò che storicamente ha caratterizzato il cammino della democrazia italiana e che ha dimostrato il clamoroso fallimento della cosiddetta ricetta grillina fatta di qualunquismo, anti politica, demagogia, giustizialismo manettaro, inadeguatezza della classe dirigente, improvvisazione ed azzeramento delle culture politiche. Il tutto condito da una politica che si è limitata esclusivamente a rincorrere gli avvenimenti senza avere dimostrato la minima capacità di guidare e di indirizzare politicamente la società. Esaurito, perchè fallito, il populismo è del tutto ovvio che ritorna la politica con i suoi istituti e le sue categorie.

 

In secondo luogo la politica estera è destinata a diventare centrale nella costruzione di un progetto politico e di governo. Politica estera che in questi anni è stata una semplice appendice del progetto di ogni partito e delle stesse coalizioni. Salvo il battutismo effimero e quotidiano che era e resta la cifra distintiva prediletta per ogni partito quando si tratta di affrontare i grandi nodi della politica internazionale e degli stessi equilibri europei. Ecco, d’ora in poi la politica estera ritorna ad essere la ragione discriminate e decisiva per dar vita alle alleanze politiche ed elettorali.

 

In ultimo, probabilmente sono destinate a saltare quelle coalizioni posticce e raccogliticce che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Ovvero, coalizioni dettate dall’odio nei confronti del “nemico”. In particolare da parte della sinistra dove la “minaccia fascista” viaggia a corrente alternata a seconda dei mesi e delle stagioni meteorologiche. Ma anche e soprattutto sul versante del centro destra le novità sono all’ordine del giorno. Come possano, ad esempio, ancora convivere profili moderati e liberali con le spinte sovraniste e tardo populiste resta un mistero della politica italiana dettato esclusivamente dalla volontà di differenziarsi dalla sinistra. Ma non saranno più le alleanze posticce a dettare le condizioni per la nuova fase politica che si apre anche per il nostro paese. E quindi ci si deve attrezzare. E quindi, e a maggior ragione, la sfida riguarda e coinvolge anche e soprattutto noi centristi di ispirazione popolare, sociale, cristiana e democratica.

Conflitto Russia-Ucraina: alcune osservazioni sotto il profilo delle ricadute economiche e finanziarie.

Rudi Bogni
Rudi Bogni

 

Il tema degli ‘oligarchi’ e delle sanzioni a loro carico interessa i media, la politica e la pubblica opinione, ma non è tale da poter veramente influire sul corso della guerra. Più interessanti sono le ricadute della guerra e delle sanzioni comminate dal mondo occidentale sulla Russia, sui mercati finanziari e la vita dei cittadini

 

 

Francesco Provinciali

 

Una interessante videoconferenza promossa dal Bristol Talk (TRC Bologna) e condotta da Lorenzo Benassi Roversi ha proposto il tema dell’invasione dell’Ucraina, osservato dal punto di vista dell’Europa. Ospiti illustri il teologo Vito Mancuso, il politologo Gianfranco Pasquino e l’economista ed esperto finanziario Rudi Bogni. In questa sede, tra i temi trattati vorrei riproporre particolarmente le considerazioni di natura economica e finanziaria.

 

Secondo Bogni — che vive da anni nella City e si divide tra Londra e Basilea — il tema degli ‘oligarchi’ e delle sanzioni a loro carico è un problema di interesse per i media, la politica e la pubblica opinione, ma non tale da poter veramente influire sul corso della guerra. Più interessanti sono le ricadute della guerra e delle sanzioni comminate dal mondo occidentale sulla Russia, sui mercati finanziari e la vita dei cittadini, in ordine alle preoccupazioni finanziarie.

 

Le riserve della Banca Centrale russa sono circa 600 e più miliardi dollari equivalente, di cui la metà in titoli e obbligazioni occidentali, 150 miliardi sono invece con banche dell’Occidente, il 20% in oro depositato materialmente in Russia ed il resto in valuta cinese. Bloccata sul fronte dell’Occidente, quello che la Russia può fare è continuare ad esportare gas e petrolio: il petrolio più facilmente e con maggiore resa, il gas con minori introiti. Ma anche queste fonti di entrate potrebbero essere bloccate. Così, se entro un anno Putin non avrà concluso la faccenda con l’Ucraina e le diplomazie internazionali e se non si configurerà una soluzione allo stato di belligeranza, l’ipotesi di una bancarotta finanziaria della Russia diventa altamente probabile. Ne conseguirebbe uno scenario di un allargamento mondiale del conflitto e della guerra nucleare in cui Putin gioca il tutto per tutto.

 

L’Italia importa 17 miliardi equivalenti di petrolio: sul fronte europeo conta chi compra, quali rischi corre. Ma se il flusso delle vendite russe in Europa si fermasse avremmo dei problemi noi, ma li avrebbe anche la Russia che non potrebbe contare sulle entrate finanziarie per far fronte alle spese correnti di funzionamento dello Stato, per le spese militari e per l’economia del Paese. Questa situazione in atto – acquisto di gas e petrolio ad es. – impone continue revisioni di scelte, si può dire minuto per minuto. Ci sono in assoluto due fondamentali problemi di cui ogni Governo si deve preoccupare: l’approvvigionamento di cibo per la sua popolazione e l’approvvigionamento delle fonti di energia. Un cambiamento in atto c’è già ma si imporrà tassativamente per il futuro.

 

Un altro problema riguarda l’organizzazione della guerra moderna, che è basata soprattutto su logistica e software. Per questo un esercito europeo senza gli USA non esiste ad oggi. Si può contare sugli americani fino a quando il loro interesse permane sul fronte europeo. Per 75 anni abbiamo contato su questo appoggio: difficile che venga meno, anche se le preoccupazioni degli USA sono volte più sul versante del Pacifico già dai tempi di Obama.

 

Quanto al nostro PNRR esso ha un legame che riconduce ad una progettazione europea, ma il tema ecologico non si sa se sia ancora programmabile o se sia velleitario: tutto adesso è rimesso in gioco, in Gran Bretagna se ne sta già riparlando, ovvero si sta rivedendo alle radici il piano della transizione ecologica. Se guardiamo agli USA il fatto saliente è che le più grandi società multinazionali hanno fatto contratti a termine per l’acquisto di energia sostenibile. Questo è positivo in quanto potrà aiutare a far diminuire i costi dell’energia verde, limitando parzialmente l’impatto dell’aumento dei costi di gas e petrolio.

 

Conclude Rudi Bogni: “Bisogna infine — e ci tengo a sottolinearlo — essere sensibili e attenti alla resistenza del popolo ucraino: stanno combattendo la nostra guerra e gli stiamo dando troppo poco”.

Mosca, il mito della Terza Roma e l’eresia occidentalista. Un saggio, vecchio ma attuale, di Del Noce.

Flickr

 

Augusto Del Noce scriveva sul n. 22-23 del 30 settembre 1970 della rivista “L’Europa”, diretta da Angelo Magliano, un lungo articolo – o meglio un saggio – intitolato “La morte del sacro”. Nella prima parte, che qui proponiamo all’attenzione dei nostri lettori, il filosofo metteva a fuoco la storia della traslazione del mito della Terza Roma da Costantinopoli a Mosca. La Russia di cui egli parlava era ancora la Russia comunista, ma anche oggi, seguendo il ragionamento di Del Noce, possiamo scorgere i tratti di quella “mentalità imperiale” che domina la coscienza del popolo russo.

 

Redazione

 

Leggo nel bellissimo libro di Manuel García Pelago che il monaco Filoteo di Pjkov, inventore sullo scorcio del XV secolo del mito di “Mosca terza Roma” dopo Roma cattolica e Roma bizantina, è stato insignito, ormai da parecchi anni dagli storici sovietici dell’appellativo di “progressista”. Che cosa c’è di strano, si dirà? Non c’è ragazzo che non sappia a memoria tutti i possibili discorsi sull'”imperialismo russo”. Non c’è intellettuale che non ripeta che siamo ormai nell’epoca dell'”homo progressivus” e che il segno della maturità è la “demitizzazione”.

 

Il ritardo storico della Russia starebbe nell’essere ancora in parte prigioniera dei miti. Sarebbe invece opportuno che gli adulti imparassero, magari dal libro ora citato, che la coscienza mitica non è solamente un residuo della coscienza originaria, sopravvissuta al dominio del pensiero razionale, ma qualcosa di così necessario all’essere umano per incontrarsi e orientarsi nel mondo dello stesso pensiero razionale; che il mito si incontra necessariamente nella discesa della coscienza religiosa alla realtà politica, come unione del naturale e del soprannaturale dovuta all’intervento di una forza celeste; che l’idea della città santa quale centro ordinatore è quindi essenziale all’affermazione del sacro come realtà; che questa fu l’origine del mito di Roma, sorto nella coscienza pagana per cui “Roma è una teofania, è la rivelazione del potere divino della storia, potere che non si manifesta in un ordine naturale, né primordialmente in un ordine morale, ma in un ordine politico” e successivamente cristianizzato “il suo destino essendo segnato sin dalle origini da una specie di ierofania; è la mediatrice tra l’ordine cosmico e l’ordine umano; è strumento di salvezza giacché Roma pur non essendo una divinità, è mezzo o agente della divinità; è l’unica forma politica coincidente con la struttura divina del mondo; è l’instauratrice della pace politica; è la trasformatrice della pluralità in unità” (pp. 110-113); che non diversa fu l’origine del mito di Mosca come “Terza Roma”, perché, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 e la definitiva liberazione del vassallaggio rispetto ai mongoli nel 1480, Mosca poté considerarsi erede di Bisanzio, pretendente perciò ad un impero ecumenico, in opposizione all’Occidente.

 

Siamo così davanti al massimo dei paradossi della storia presente: mentre l’ateismo ufficiale russo “custodisce” un mito espressamente sacrale che non può, quali che siano le

intenzioni governanti, non portare le tracce delle sue origini e non esercitare un’azione che sia loro conforme, l’Occidente, ufficialmente almeno, non ateo non sa contrapporglisi che nella forma di democrazia “vuota del sacro”. Chi ancora, in Occidente, pensa all’unità del religioso e del politico? A dir la verità, qualcuno c’è. Così ho sott’occhio un eccellente scritto, che ha il merito di dissociare completamente con una dimostrazione definitiva

la causa di Savonarola da quella dei contestatori-progressisti-demitizzanti (P.Giacinto Scaltriti, o.p., Savonarola, il vero contestatore, Torino, Borla, 1970; cfr. soprattutto, pp. 67, 75) è messo in luce come al centro del pensiero del Savonarola e della sua lotta contro Alessandro VI sia proprio quest’idea della assimilazione della romanità alla divinità della Chiesa di Cristo, non nel senso di un’affermazione temporalistica, ma esattamente del suo inverso. Ma si tratta di mosche bianche. Resta fuori discussione il fatto che la Russia rappresenta la difesa di quanto ancora resta nel campo politico della mentalità sacrale. Questa difesa può limitarsi al campo politico? O invece bisogna cercare qui le ragioni del rifiorire, attestato da tanti osservatori, della religiosità in Russia; del fatto che la Chiesa ortodossa sia stata la meno (o per nulla affatto) incrinata dal nuovo modernismo; che teologia della secolarizzazione e della morte di Dio non vi abbiano avuto eco; che le facoltà di teologia russe siano le più tradizionali, e per quel che si sente dire, anche le più rigorose nel loro insegnamento? Mentre in Europa che, per dir la verità, si è in questo accodata all’America, ma a una America che ha fortemente recepito nell’ultimo quarto di secolo l’influenza di intellettuali europei, così che anche nella cultura media la tradizionale mentalità puritana ha subito una scossa decisiva, ha creduto di rinnovarsi adottando i modi della civiltà del benessere, unico fine politico-sociale, libero poi chiunque di credere che questo benessere continui o si accresca in un oltremondo (ma, di fatto, chi ci pensa più?) sarebbe facile dimostrare come un completo trionfo, che però è impossibile, di una civiltà siffatta, porterebbe alla fine di ogni fede o speranza nell’al di là.

 

Che luce può venire da queste constatazioni nei riguardi della situazione politica presente? Contrariamente a quel che ordinariamente si pensa, ancor oggi è il “principio sacrale che trionfa”. Questa la ragione per cui la Russia è rimasta ancora sostanzialmente indenne da quel processo di autodissoluzione che travaglia, senza eccezione, i paesi europei, e, sia pure in diversa forma, gli stessi Stati Uniti.

Da Largo Argentina a “Via Mejo de gniente”: piccole grandi storie di cultura e genialità capitolina.

 

Il libro A Roma di notte le fontane si muovonodi Paolo Fallai, firma del Corriere della Sera, illustra settantacinque ritratti di luoghi pieni di curiosità e di sorprese che solo la Città Eterna può riservare. La recensione è tratta dall’Osservatore Romano del 12 marzo.

 

Alberto Fraja

 

Quanti romani sono convinti che il Teatro Argentina deve il suo nome alla piazza su cui si affaccia dal 1732? Probabilmente tutti. E invece no. Il nome viene da una torre del XVI secolo, appartenente a un vescovo che si firmava «episcopus argentinus», dal nome della sua città natale, Argentoratum, l’attuale Strasburgo.

 

Via Piccolomini è una strada romantica e maestosa vicina a villa Pamphili, famosa in tutto il mondo per la prospettiva della cupola di San Pietro e l’illusione ottica che la mostra più grande via via che ci si allontana e più piccola via via che ci si avvicina. Bene. Molti quiriti penseranno che tale strada sia intitolata ad Enea Silvio Piccolomini, Pio II, uno dei più grande papi della storia della Chiesa. Il pontefice, per dirne una, che trasformò il piccolo borgo della val d’Orcia, Corsignano, dove era nato, nella stupefacente Pienza, la “città ideale” secondo i canoni architettonici e urbanistici del Rinascimento. Sbagliato. La strada di cui sopra è dedicata a Nicolò Piccolomini, attore per passione e pilota di aerei militari controvoglia, ucciso il 20 gennaio 1942 nel cielo di Napoli, durante la sua prima missione. Al grande pontefice eponimo è intitolata soltanto una minuscola stradina di una cinquantina di metri alle spalle della pineta Sacchetti.

 

Procediamo. Via Merulana 219 è un «non luogo». Andare a cercare lì il palazzo del «pasticciaccio brutto» raccontato da Carlo Emilio Gadda, è un’avventura. Al civico 219 non c’è il «palazzo dell’oro e dei pescecani» descritto dal geniale scrittore milanese. Nel 1997, il Comune volle apporre una targa per ricordare il gran lombardo e il «capolavoro della letteratura del ‘900». Solo che quella insegna venne incastonata duecento metri più su, all’altezza del civico 268, tra largo Brancaccio e Santa Maria Maggiore, su un palazzetto intristito dalla coscienza di essere il più basso di tutta via Merulana.

 

Quelli fin qui illustrati, sono solo alcuni dei settantacinque ritratti di luoghi pieni di curiosità e di sorprese che solo una città come Roma può riservare. Li ha rinvenuti prima e raccolti poi in uno stimolante volume dal titolo fantasy “A Roma di notte le fontane si muovono” (Solferino, 240 pagine, 16 euro) Paolo Fallai, firma del Corriere della Sera. Fallai, attraverso una precisa ricognizione della storia materiale e topomastica dell’Urbe, smonta convinzioni che sembravano acquisite per sempre. Svela segreti e fornisce notizie e particolari inediti di cui in pochi avevano contezza. Racconta insomma le cose accadute e quelle che sarebbero potute accadere di una Capitale magica, che non smette mai di sorprendere. Cogliamo ancora fior da fiore dal libro.

 

«Al numero civico 12 di via della Mercede una epigrafe posta nel 1898 ricorda col giusto orgoglio: “Qui visse e morì Gianlorenzo Bernini sovrano dell’arte” — scrive l’autore —. Sarebbe stata perfetta se solo avessero aggiunto: «qui accanto». Perché il palazzo su cui è messa venne senz’altro acquistato dal sommo artista al culmine del suo successo. Ma Gianlorenzo Bernini ha vissuto, lavorato ed è morto qualche metro più in là, nel palazzo vicino, al civico numero 11».

 

Rimanendo in tema, c’è da sapere che la casa romana dove Michelangelo visse per oltre 50 anni e dove morì il 18 febbraio 1564 non esiste più. L’abitazione fu demolita all’alba del Novecento per far posto al monumento a Vittorio Emanuele II e alla nuova geometria di Piazza Venezia. Si è salvata solo la facciata, ricostruita, smontata e perfetta per «coprire» un deposito dell’acquedotto al Gianicolo.

 

E che dire delle splendide fontane romane di cui al titolo? Per esse non c’è stata mai pace: concepite per essere collocate nel luogo tale, sono state smontate per essere rimontate nel luogo tal’altro un’infinità di volte. Qualche esempio? Quella che Carlo Maderno progettò per il rione Borgo è finita in Corso Rinascimento. La Terrina di Campo de’ Fiori non stava dove la vediamo, si è dovuta spostare per lasciare spazio alla statua di Giordano Bruno. Ed è solo una copia. L’originale è in piazza della Chiesa nuova, vicino alla statua di Pietro Metastasio che doveva essere collocata a San Silvestro ed è finita lì, «con l’espressione ancora perplessa».

 

Finiamo con una chicca. A Ponte di Nona, ben oltre il raccordo anulare, dietro le pressanti richieste degli abitanti, venne aperta nel 2010 una piccola strada che consentiva di risparmiare un giro immenso ai residenti per raggiungere i servizi. Mentre il Comune pensava a come chiamarla, i residenti le dettero il nome “Via mejo de gnente” con tanto di targa stradale. Sono geniali questi romani.

Mons. Kulbokas, nunzio in Ucraina: “Le bombe cadono ovunque”. Anche la Nunziatura potrebbe essere attaccata?

 

Il racconto da Kiev, città tra le più bersagliate dagli attacchi russi. Non possiamo parlare in anticipo ma se dovessimo essere colpiti, significa che la guerra colpisce non solo lUcraina, ma anche la Santa Sede”. Riportiamo una sintesi dell’intervista del Nunzio raccolta da M. Chiara Biagioni per AgenSIR.

 

Redazione

 

“Sì, i bombardamenti si stanno intensificando, si stanno avvicinando al centro della città. Si capisce che stanno facendo dei tentativi ma non abbiamo notizie precise. Sono 16 giorni che stiamo sotto i bombardamenti. Se dovessimo seguire ogni allerta, dovremmo passare quasi tutto il tempo nel sotterraneo e ci sono altre priorità in questo momento, ci sono situazioni umanitarie da seguire e questioni di lavoro da fare”. Insomma, la vita in nunziatura a Kiev va avanti. Raggiunto telefonicamente dal Sir, è il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas, ad aggiornare della situazione nella capitale.

 

 

Purtroppo, anche da altre città, come Irpin, arrivano notizie di macerie e cadaveri, sembra un massacro.

Sì, anche a Mariupol. Ci sono città senza luce, senza riscaldamento, senza gas. Come può l’umanità accettare una guerra in cui un bambino, di 1 o 5  mesi, anche se non è colpito direttamente da una bomba, è obbligato a stare al freddo, senza la luce? Come si può trovare una ragione per una guerra di questo tipo? Come può una guerra così continuare? Per non parlare di quelli che sono già caduti, che sono stati uccisi. Ci sono sacerdoti che stanno dentro i bunker e non possono uscire. So che a Irpin c’è un sacerdote bloccato. Immaginiamo cosa può succedere quando finiranno le scorte di acqua e di cibo.

Noi, qui in nunziatura, fino adesso abbiamo ancora luce e riscaldamento. Siamo in una situazione abbastanza buona, ma non sappiamo cosa succederà. Così come non sappiamo cosa succederà a tutta la città di Kiev.

 

Avete paura?

Ci sono due aspetti. Il primo è che, pensando in quale situazione ci troviamo, è normale avere paura. Abbiamo paura perché vediamo che le bombe cadono ovunque: cadono sulle case, sugli orfanotrofi, sulle scuole, sulle chiese. Certo, anche qui a Kiev non possiamo escludere del tutto questa possibilità. Anche la nunziatura può essere rasa al suolo. Non possiamo parlare in anticipo ma se dovessimo essere colpiti, significa che la guerra colpisce non solo l’Ucraina, ma anche la Santa Sede.

 

Ogni giorno è sempre peggio. Il Consiglio panucraino delle Chiese ha chiesto che la Bielorussia non venga coinvolta nel conflitto. Gli allarmi stanno suonando anche a Leopoli.  C’è il rischio che il conflitto si allarghi. Quale lappello?

Il Consiglio panucraino delle Chiese ha lanciato questo appello ma ha anche proposto nei giorni scorsi una preghiera per l’unità e per chiedere al Signore che ci conceda la pace. Ripeto, non è possibile una guerra così, non c’è modo di spiegarla e di motivarla con nessuna ragione”.

La guerra e l’Europa: è l’ora della politica. Merlo dice…

 

Non è più il tempo dell’improvvisazione e della casualità. Avere, oggi, una classe dirigente adeguata, preparata e riconosciuta a livello europeo ed internazionale non è un lusso per il nostro paese, ma un dovere politico e culturale

Giorgio Merlo

Nessuno sa e nessuno conosce l’epilogo della guerra fra la Russia e l’Ucraina. E, soprattutto, nessuno conosce quali potranno essere gli esiti collaterali di questo violento e cruento conflitto dopo l’invasione russa del territorio ucraino. Per il momento l’unico auspicio resta quello di augurarsi la fine, il più presto possibile, di questa drammatica guerra.

 

Detto questo, però, è giunto il momento affinché adesso prendano il sopravvento alcuni caposaldi che hanno storicamente caratterizzato la politica italiana. E che, purtroppo, in questi ultimi anni si sono dissolti dopo la vittoria e l’irruzione del populismo grillino nel nostro paese che ha continuato a spazzare quasi tutti gli ingredienti che qualificano e nobilitano la politica. Da una classe dirigente qualificata all’importanza delle culture politiche, da una adeguata cultura di governo al senso dello Strato e al rispetto delle istituzioni democratiche, da una conoscenza degli scenari internazionali ad una capacità di guidare e di governare gli avvenimenti che si presentano a livello nazionale ed internazionale senza limitarsi ad inseguirli. Tutto ciò è stato sacrificato sull’altare di un populismo becero e qualunquista che ha contagiato molte forze politiche.

 

Basti pensare che un partito governista e di potere come il Partito democratico continua ad individuare nel partito di Grillo l’alleato più solido e più granitico per costruire un progetto politico e di governo a lungo termine. Ogni ulteriore commento è persin superfluo. Ma un conflitto bellico che può, dopo molti decenni, investire tutta l’Europa – seppur in forme nuove e con diverse modalità – e alla vigilia di un “nuovo ordine mondiale” come viene ormai comunemente definita da tutti gli osservatori, richiede un risveglio della politica, della sua mission, della sua funzione, della sua capacità di relazione e di progettazione del futuro. E un paese come l’Italia non può ritrarsi da questa responsabilità per il ruolo storico che ha giocato nello scacchiere europeo ed internazionale per decenni da un lato e, dall’altro, perchè resta un paese fondamentale per tutto l’Occidente. Certo, negli ultimi anni questo ruolo si è alquanto appannato e il fatto, oggi, di avere come titolare della Farnesina il grillino Di Maio è la sintesi quasi perfetta di questa situazione di decadimento e di scarsa se non nulla credibilità della politica.

 

Ora, però, si apre una nuova pagina. Per tutti. A cominciare dall’Italia. E il nostro paese non può che riprendere una nuova e forte iniziativa politica a tutto campo. Nello scenario europeo innanzitutto. Non è pensabile che la Francia e la Germania consolidino definitivamente il loro ruolo di leadership politica nel vecchio continente a scapito di tutti gli altri. Italia in primis. In secondo luogo, il ruolo nella regione mediterranea. Storico crocevia di molte civiltà ma anche e soprattutto luogo di dialogo e di confronto con paesi diversi ma che hanno un ruolo decisivo per il governo di un comparto territoriale che storicamente è fondamentale non solo per l’intera Europa ma per tutto il mondo. Democratico e non.

 

Ecco perchè non è più il tempo dell’improvvisazione e della casualità. Avere, oggi, una classe dirigente adeguata, preparata e riconosciuta a livello europeo ed internazionale non è un lusso per il nostro paese, ma un dovere politico e culturale. E forse anche un dovere morale ed etico. Non è pensabile pensare di ridisegnare il futuro dell’Europa, dei nuovi equilibri europei e mondiali appaltando il tutto ai funzionari del Ministero. Adesso, appunto, serve la politica e soprattutto una classe politica. Dopo la stagione degli Andreotti e dei D’Alema al Ministero degli Esteri e di tanti altri esponenti politici non può subentrare o consolidarsi, con tutto il rispetto del caso, la stagione dei Di Maio, dei Di Battista o di Conte. Per il bene dell’Italia e non solo per la credibilità della politica.

Camminare insieme, al tempo dell’incertezza. Pubblicato «Dialoghi» n. 1-2022, la rivista promossa dall’Azione cattolica.

 

 

Lincertezza è esperienza quotidiana, compagna della nostra condizione mortale. E forse, più che di tenerla a bada, si tratta di comprenderla, di analizzarne le cause e i risvolti, di vivere con e nellincertezza, per capire a che cosa essa ci invita” e come essa possa essere sterile o feconda. A questo è dedicato il dossier Camminare insieme, al tempo dell’incertezza proposto da «Dialoghi» (n.1-2022) e curato da Pina De Simone e Piero Pisarra.

Redazione

 

All’incertezza non sfugge nella sua prassi neppure la Chiesa. Questo è il tempo della duttilità sapienziale; tempo di riforme per una Chiesa che riscopre la sua dimensione sinodale, il suo essere popolo in cammino, chiamata a rinnovarsi nelle coscienze e nelle strutture.

I contributi proposti dal dossier sono: Scenari dellincertezza forum con Bruno Bignami, Enzo Pace, Simona Segoloni; Certezza e incertezza nellesperienza umana di Giovanni Grandi; La comunicazione senza dialogo. Profili simbolici di unepidemia di Giuliana Parotto; Nello spazio di un forse”, la spiritualità dellincertezza di Piero Pisarra; Quello che farebbe Gesù. Il lavoro pastorale nellepoca dellincertezza di Giuliano Zanchi; Il cammino e la svolta. Quale riforma per una Chiesa sinodale di Dario Vitali.

 

Oltre al “dossier”, scorrendo l’indice del trimestrale culturale promosso dall’Ac italiana e diretto da Pina De Simone, troviamo l’“editoriale” Attraversare lincertezza di Gabriele Gabrielli. L’incertezza che viviamo, in maniera sempre più diffusa, può provocare sbandamento, angoscia, instabilità. Ma può essere anche occasione generativa di consapevolezza e di crescita individuale e collettiva, se la si sa attraversare facendone esperienza.

 

Seguono i contributi di “primo piano”:
«Unire le città per unire le nazioni». In dialogo con Mario Primicerio di Enzo Romeo. A Firenze, a fine febbraio, si sono incontrati i vescovi del bacino del Mediterraneo e, in contemporanea, i sindaci di cento città affacciate sul Mare Nostrum. Il dialogo con Mario Primicerio ci aiuta a comprendere l’ispirazione lapiriana di questi incontri e a cogliere le possibili aperture di speranza.

Quale cittadinanza per il Mediterraneo? di Nello Scavo. Che cosa vuol dire essere cittadini nel Mediterraneo o del Mediterraneo? Certamente per essere cittadini occorre prima di tutto essere consapevoli. Ed è dalla consapevolezza delle contraddizioni mediterranee che dovrebbero partire tutte le riflessioni sul futuro di questo mare. Il ruolo decisivo di una libera informazione.

 

Per la rubrica “eventi e idee” troviamo:
La legge di Bilancio 2022 di Marco Iasevoli. L’ultima legge di Bilancio varata in extremis dal governo Draghi – il 30 dicembre 2021 – può essere considerata un provvedimento di transizione, frutto della mediazione tra le varie anime dell’esecutivo. Da quest’anno, però, si apre una nuova fase in cui affrontare i nodi irrisolti del Paese, tra la spesa del Pnrr e un’Europa forse meno indulgente col deficit, dopo la fase acuta della pandemia.
Dialoghi tra credenti. Cantieri italiani di Giulio Osto. L’incontro tra le religioni si dà anzitutto nella concretezza delle dinamiche sociali, laddove le diverse fedi entrano in contatto nei luoghi e nei tempi della nostra esistenza comunitaria. Nascono così, non sempre adeguatamente valorizzati, dei veri e propri “cantieri” di dialogo tra persone di diversa appartenenza religiosa, spazi di possibile condivisione.

 

Ricca come sempre la sezione “il libro & i libri” con i testi:
Disinformazione e infodemia minano la democrazia di Gian Candido De Martin, recensioni a Antonio Nicita, Il mercato delle verità e Leonardo Morlino, Michele Sorice (a cura di), Lillusione della scelta.
Per conoscere Armida Barelli di Chiara Santomiero, recensione alle più recenti pubblicazioni dedicate alla nostra “sorella maggiore”.
Spigolature teologiche di Francesco Miano, recensione a Giuseppe Lorizio, Semi del Verbo, segni dei tempi.
La morale ha bisogno di Dio?
di Andrea Loffi, recensione ad Andrea Aguti, Morale e religione.

 

Chiude il numero la rubrica “profili” con il contributo Lino Monchieri (Brescia, 1922-2001) Maestro, scrittore, testimone di pace e libertà di Luciano Caimi. A cento anni dalla nascita, la figura di Lino Monchieri rappresenta ancora oggi l’esempio di un laicato speso a servizio dell’altro. Mosso da una grande passione educativa, fu insegnante e scrittore. Una figura poliedrica, che visse la tragedia della deportazione nazista, e che tuttavia mantenne fino all’ultimo – alla luce del messaggio evangelico – uno sguardo profondamente umano sulla realtà, lo sguardo di un testimone credibile e credente.

 

Per ulteriori info e per abbonarsi visita il sito rivistadialoghi.it o scrivi a abbonamenti@editriceave.it tel. 06 661321fax 06 6620207

Istat, il mercato del lavoro nel IV trimestre del 2021.

 

Nel periodo preso in considerazione, linput di lavoro, misurato dalle ore lavorate, è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 6,2% rispetto al quarto trimestre 2020; un andamento coerente a quello dellattività economica misurata dal Pil che è aumentato dello 0,6% in termini congiunturali e del 6,2% in termini tendenziali.

Redazione

 

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel quarto trimestre 2021 si registrano 80 mila occupati in più (+0,4%) rispetto al trimestre precedente. Crescono i dipendenti a termine (+80 mila, +2,7%) e, meno intensamente, gli indipendenti (+11 mila, 0,2%), mentre sono in lieve calo i dipendenti a tempo indeterminato (-11 mila, -0,1% in tre mesi). Al leggero aumento del numero di disoccupati si associa la riduzione degli inattivi di 15-64 anni (-233 mila, -1,8%). Rispetto a dicembre 2021, i dati mensili provvisori di gennaio 2022 segnalano una sostanziale stabilità del numero di occupati, la diminuzione dei disoccupati (-51 mila, -2,3%) e l’aumento degli inattivi di 15-64 anni (+74 mila, +0,6%). La stessa evidenza caratterizza l’andamento dei tassi: rispetto al terzo trimestre 2021, il tasso di occupazione 15-64 anni aumenta di +0,5 punti, raggiungendo il 59,1%, a fronte di una stabilità di quello di disoccupazione e una diminuzione di quello di inattività 15-64 anni. I tassi provvisori del mese di gennaio 2022 segnalano rispetto a dicembre 2021 l’invarianza del tasso di occupazione, la diminuzione di quello di disoccupazione (-0,2 punti in mese) e la crescita del tasso di inattività (+0,2 punti).

 

In termini tendenziali, l’aumento dell’occupazione (+571 mila unità, +2,6% in un anno) coinvolge i dipendenti a tempo indeterminato (+188 mila, +1,3%) e, soprattutto, quelli a termine (+384 mila, +14,3%), mentre il numero di indipendenti resta stabile, dopo nove trimestri di calo ininterrotto; aumentano sia gli occupati a tempo pieno, sia quelli a tempo parziale (+2,1% e +4,7%, rispettivamente). In diminuzione il numero di disoccupati (-130 mila in un anno, -5,4%) e quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-728 mila, -5,4% in un anno). L’aumento tendenziale dell’occupazione si riflette sul tasso di occupazione che risulta in crescita di +1,9 punti rispetto al quarto trimestre 2020, a fronte della diminuzione dei tassi di disoccupazione e di inattività (-0,7 e -1,6 punti, rispettivamente).

 

Dal lato delle imprese, nel quarto trimestre 2021 prosegue la crescita congiunturale delle posizioni lavorative dipendenti, pari a 0,5%; si registra un lieve rallentamento rispetto al trimestre precedente, che deriva sia dalla componente a tempo pieno – in aumento dello 0,7% – sia, in misura maggiore, dalla componente a tempo parziale, in aumento dello 0,2%. Anche su base annua prosegue il sostenuto ritmo di crescita delle posizioni dipendenti, che si attesta a +4,9% (+5,5% a tempo pieno e +3,3% a tempo parziale). Le ore lavorate per dipendente crescono dell’1,7% rispetto al trimestre precedente e del 5,1% su base tendenziale. Prosegue la riduzione del ricorso alla cassa integrazione che si attesta a 28,5 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,1 punti percentuali su base congiunturale e di 0,9 su base annua. Il costo del lavoro per unità di lavoro diminuisce in termini congiunturali, dello 0,4%, per effetto della riduzione delle retribuzioni (-0,3%) e, in misura maggiore, degli oneri sociali (-0,9%). Su base annua, invece, il costo del lavoro aumenta dello 0,5%, a seguito della lieve crescita della componente retributiva (+0,2%) e, soprattutto, degli oneri sociali (+1,4%); l’aumento di questi ultimi è dovuto al riassorbimento delle decontribuzioni, messe in atto a partire dalla fine del 2020 per sostenere l’occupazione nelle imprese, fortemente compromessa dall’emergenza sanitaria.

 

La media 2021 è ottenuta come sintesi delle dinamiche trimestrali del mercato del lavoro osservate nel corso dell’anno. Dal lato dell’offerta di lavoro, al forte calo tendenziale dell’occupazione nel primo trimestre, segue la forte crescita nel secondo trimestre che è diventata ancora più marcata nel terzo e nel quarto trimestre 2021. In media annua, la crescita dell’occupazione si attesta a +169 mila unità (+0,8%) e si associa al lieve aumento della disoccupazione e al forte calo del numero di inattivi di 15-64 anni. Questa dinamica è confermata dall’andamento dell’input di lavoro nelle imprese: crescono le posizioni dipendenti, del 3,2%, così come cresce il monte ore lavorate, del 12,0%, e diminuisce il ricorso alla Cig di -85,3 ore ogni mille lavorate.

 

I dati della Rilevazione sulle forze di lavoro diffusi nel presente comunicato rendono definitive le stime e la ricostruzione delle serie storiche dei principali indicatori, forniti in via provvisoria a partire dal primo trimestre 2021(si veda “Il punto su” a pag. 21).

 

Per saperne di più

https://www.istat.it/it/files//2022/03/Mercato-del-lavoro-IV-trim_2021.pdf

Tempo in scadenza, se non già scaduto. La Lezione del Card. Parolin è l’ennesimo stimolo della gerarchia a riprendere l’iniziativa politica.

 

Il confronto con il passato non può essere eluso. Dopo il 1945 il partito di De Gasperi seppe concorrere autorevolmente, insieme alle altre forze liberal democratiche e riformiste di ispirazione socialista, alla rinascita dell’Italia. Oggi, sulla scia della diaspora post-Dc, resta ancora debole la consapevolezza di quanto sia importante ed urgente un’impresa unitaria dei cattolici democratici.

 

Ettore Bonalberti

 

In piena emergenza bellica, con la guerra che potrebbe coinvolgere la stessa UE, sembra anacronistico discutere della politica di casa nostra e, in particolare, di quanto sta accadendo nella nostra area di riferimento culturale. Ha suscitato un forte interesse la lectio magistralis del card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al convegno presso l’aula magna pontificia dell’università San Tommaso d’Acquino a Roma, Mercoledì 9 marzo scorso. Non è la prima volta che la gerarchia ecclesiastica discute dell’impegno politico dei cattolici, ma, onestamente, dobbiamo evidenziare che queste sollecitazioni, assai raramente da Roma, sono raccolte tra i vescovi diocesani e i parroci in sede locale. Tra questi ultimi continua a prevalere, infatti, l’indifferenza, quando non anche la forte e deliberata opposizione, ai tentativi che movimenti e gruppi di laici fanno nascere dalla base. È sicuramente importante ricevere orientamenti e sollecitazioni dall’alto, ma sarebbe necessario che a quelle sollecitazioni corrispondessero non solo l’impegno dei laici credenti, ma anche la disponibilità degli esponenti periferici della struttura ecclesiale.

 

È difficile comprendere come in piena emergenza bellica, in Italia, le Camere siano impegnate ad approvare il suicidio assistito, mentre in Ucraina si realizza il genocidio volontario. È anche questa la manifestazione del prevalere del relativismo morale nella società occidentale, destinata, così, a soccombere alla volontà di dominio del “secolo asiatico”.

 

Il voto di dell’altro ieri alla Camera rappresenta il punto morto inferiore e la dimostrazione del ruolo insignificante svolto politicamente da quelli che, a diverso titolo, continuano a definirsi gli eredi della grande tradizione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale. Questi ultimi sono gli inefficienti e inefficaci presunti interpreti di una vasta e complessa realtà, fatta di associazioni, movimenti e gruppi sociali e culturali, incapaci sin qui di esprimere una sintesi politica all’altezza delle indicazioni pastorali della Chiesa, da un lato, e, dall’altro, delle esigenze di una società dominata dall’anomia sociale, culturale e politica, nella quale è assente quel riferimento democratico e popolare che ha contrassegnato una parte importante della storia nazionale. Un riferimento che, nella storia italiana, con la Dc, ha saputo saldare gli interessi dei ceti medi e delle classi popolari impedendo in tal modo il rifugio nelle scelte nazionaliste e autoritarie duramente vissute dal popolo italiano.

 

Al progetto di costruzione dell’unità nazionale il cattolicesimo democratico e cristiano sociale seppe concorrere autorevolmente insieme alle altre forze liberal democratiche e riformiste di ispirazione socialista, con le quali siglò il patto costituzionale. Una carta fondamentale dei diritti e dei doveri assai impregnata dei valori della dottrina sociale cristiana, grazie al contributo dei padri costituenti democratico cristiani: da De Gasperi a Gonella, Gronchi, Dossetti, La Pira, Mortati, Moro e Fanfani, i quali lasciarono un’impronta indelebile nella nostra Costituzione.

 

Quando leggiamo che, premessa per una ricomposizione politica della nostra area servirebbe partire dal programma, a me pare che la risposta più semplice ed efficace rimanga quella di fare riferimento ai principi della dottrina sociale cristiana, aggiornati dalle encicliche dell’età della globalizzazione (dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate, all’Evangeli Gaudium, Laudato si’ e Fratelli Tutti) e all‘impegno di attuazione integrale della Costituzione repubblicana. L’amico Giannone ha indicato i sei pilastri (Umanesimo integrale, Dottrina Sociale Cristiana, Popolarismo e Personalismo, Ecologia integrale ed Etica ecologica, Costituzione repubblicana e CEDU – Carta Europea dei Diritti Umani) che, ancor meglio, definiscono le coordinate del nostro impegno.

 

Credo che, al di là delle loro concrete applicazioni nel tempo che ci è dato di vivere, siano proprio quelle le scelte strategiche per un movimento politico che intendesse porsi quale strumento di ricomposizione politica della nostra area. Un movimento politico tanto più necessario, nello stallo che permane, derivato da un bipolarismo forzato nel quale si assiste al dominio, da un lato, della destra nazionalista e populista e, dall’altro, di una sinistra ancora alla ricerca della propria identità. A breve, anche se andassimo a votare alla scadenza naturale, il problema delle alleanze si porrà, specie se permarrà l’attuale legge elettorale maggioritaria. In ogni caso, tuttavia, ritengo che prioritaria rimanga la necessità di una nostra ricomposizione al centro.

 

Abbiamo tentato con la Federazione Popolare Dc di facilitare tale progetto-processo, sin qui senza esito positivo. Alla fine, come accade da molti anni, puntuale è scattato il condizionamento dell’Udc, sempre disponibile a parole a ricongiungersi con i fratelli Dc separati, ma a ogni prova del nove elettorale, sempre unita in posizione marginale servente della destra a dominanza leghista e, oggi, di Fratelli d’Italia. Questa contraddizione si deve superare, così come va superata la frantumazione della diaspora tra la venti diverse Dc sparse nel Paese, che rappresentano una situazione tragicomica inaccettabile, non solo da chi della Dc storica ha fatto diretta esperienza, ma dalla stragrande maggioranza degli elettori italiani. A Grassi il compito di facilitare il progetto.

 

Anche gli ammirevoli tentativi degli amici di Costruire Insieme, della Rete Bianca, come quelli dell’On Rotondi con il suo Verde è Popolare, unitamente a quelli dell’On Mastella con Noi di Centro, se non troveranno il modo di giungere a una ricomposizione rischiano di ridursi, come già sperimentato negli anni, a partitini di testimonianza con consensi da prefisso telefonico, efficaci solo ed eventualmente per qualche sistemazione personale in liste disponibili all’accoglienza dei capi.

 

Ho più volte sollecitato, sin qui senza riscontro, un incontro fra tutti gli amici di queste esperienze alla ricerca di un ubi consistam, auspicando anche che dalla base potessero, contemporaneamente, avviarsi dei comitati civico popolari di partecipazione democratica, dai quali far emergere una nuova classe dirigente credibile e dalla forte passione civile. A me pare che non ci sia più tempo da perdere, anzi che il tempo sia quasi scaduto, ma sono consapevole di essere un povero don Chisciotte, chiuso nel suo buen retiro forzato veneziano; un “medico scalzo” senza potere, spinto solo dalla volontà di concorrere all’unità politica possibile dei cattolici democratici e cristiano sociali.

Una Europa di Stati democratico-costituzionali? Considerazioni sull’essenza democratica dell’Unione europea.

 

Sul sito della Fuci è apparsa questa nota ben documentata sulla difficoltà in seno all’Europa ad armonizzare le regole di rispetto della civiltà giuridica e dell’umanesimo ad impronta cristiana. Di seguito riportiamo un ampio stralcio del testo.

 

Teresa Balduzzi

“La tragedia delle democrazie moderne è che non sono ancora riuscite a realizzare la democrazia”. Quando Jacques Maritain scriveva queste righe era il 1943, con il mondo sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale. A poco più di una settimana dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le analogie con quelle pagine buie della storia non solo europea sono così tante da far rabbrividire. Se il binomio autoritarismo-guerra (e di regime autoritario, di fatto, in Russia si tratta) risulta paurosamente familiare, qualche breve considerazione sull’essenza democratica dell’Europa e sui suoi talloni d’Achille non potrebbe essere più attuale.

 

Il principio di democrazia è senza dubbio un concetto trainante nell’evoluzione e nel superamento dello Stato liberale ottocentesco, nonché valore centrale nel processo di integrazione europea. Tuttavia, occorre osservare che nella sua accezione di democrazia elettorale, cioè forma di governo in cui il potere è esercitato dal popolo tramite elezioni (dirette o indirette), essa non esaurisce il cuore di quel modello di Stato, tipico di molti Paesi europei a partire dal Novecento, il cosiddetto Stato democratico-costituzionale che mette al centro la persona.

 

Mi riferisco al principio di separazione dei poteri e alla tutela dei diritti fondamentali, altri due pilastri fondamentali del substrato comune giuridico e prima ancora valoriale dell’Europa. Substrato questo, vale la pena di accennarlo, che affonda le sue radici nei valori della civiltà cristiana, ebraica, greca e romana, innaffiati dall’Umanesimo, straripati nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese, per dar vita nel XX secolo a un nucleo di diritti inviolabili incentrato sul concetto di dignità umana e riferiti alla persona, non al cittadino. È una conquista storica, forse troppo spesso data per scontata, quella di una Dichiarazione universale dei diritti umani adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi (al termine, non a caso, della Seconda Guerra Mondiale).

 

Fatte queste premesse, risulta facile comprendere perché a proposito di alcune esperienze statali, anche in seno all’Europa, si utilizzi il termine “democrazie illiberali”. La Polonia e l’Ungheria in particolare hanno visto un graduale affievolimento della tutela dei diritti inviolabili della persona, a partire dall’enfasi eccessiva posta sulla “Nazione”: per parafrasare la celebre intuizione di Orwell, in tal modo alcune “persone” (i propri connazionali) finiscono inevitabilmente per essere più “persona”, più “uomo” di altri (gli stranieri). Non solo, anche il principio di separazione dei poteri è messo a dura prova da una concezione populista della democrazia. Con tale espressione si intende una visione della sovranità popolare libera da ogni vincolo, anche quelli, appunto, posti dall’ordinamento costituzionale a tutela dello Stato di diritto: ciò si pone in aperto contrasto con la nostra tradizione democratica, che propone un modello di sovranità popolare esercitabile, come recita l’art. 1, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Un sintomo inequivocabile di tale deriva illiberale è l’accanimento contro la magistratura e il tentativo di concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo.

 

Continua a leggere

https://www.portale.fuci.net/2022/03/09/uneuropa-di-stati-democratico-costituzionali/

Dialoghi in Quaresima. Qual è il senso dei “Martedì” della Diocesi di Alessandria? Lo spiega in un’intervista il prof. Balduzzi.

Partiranno il 22 marzo i Martedì di Quaresima promossi dalla Diocesi di Alessandria, in collaborazione con il Centro di cultura dell’Università Cattolica e il Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic), Gruppo di Alessandria. Di seguito alleghiamo, per gentile concessione, il testo integrale dell’intervista a Renato Balduzzi pubblicata sull’ultimo numero de “La Voce alessandrina“.

 

La Voce alessandrina

 

I Martedì, intitolati “Dialoghi in Quaresima”, si articoleranno in tre incontri in presenza, nel pieno rispetto delle norme anti-Covid, nell’Auditorium della parrocchia di San Baudolino (via Bonardi 13 ad Alessandria) con inizio alle ore 21. Non ci sarà la diretta streaming, ma sarà disponibile la registrazione online il giorno successivo.

 

Vediamo insieme date, relatori e temi di questa edizione facendoci accompagnare dal professor Renato Balduzzi, ordinario di Diritto costituzionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, campus di Milano, e “anima” dei Martedì della Diocesi.

 

Professor Balduzzi, il titolo generale di questi Martedì è “Dialoghi in Quaresima”. Perché “Dialoghi”?

«Perché vorremmo coinvolgere, oltre all’intervistato e all’intervistatore, anche il pubblico dei Martedì. Tenuto conto che i tre temi che andremo a trattare, ossia fede, salute e giustizia, appartengono in qualche misura all’esperienza di tutti. Questi Martedì non saranno “conferenze”, ma dialoghi».

 

Quindi chi vuole avrà uno spazio ampio per intervenire nel dibattito.

«In un momento come quello attuale, in cui convivono una pandemia e una guerra, ci è sembrato importante dare la possibilità a chi lo desidera di avere qualche risposta alle sue domande. Ai relatori, dunque, chiederemo la disponibilità a mettersi in relazione con chi vorrà intervenire».

 

Il primo incontro è fissato per martedì 22 marzo: “La fede cristiana, tra pandemia e guerra” con il nostro Vescovo, monsignor Guido Gallese.

«Noi veniamo da una lunghissima stagione di cristianità e cattolicità in cui siamo stati abituati a guardare al Vescovo come a una delle tante “autorità”. Ma lui è prima di tutto il garante della fede di una comunità, e poi un’autorità: dunque chi meglio del Vescovo può rispondere alle domande sulla fede?».

 

Secondo incontro, martedì 29 marzo: “Salute e sanità, oggi e domani”, con Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” a Roma.

«Abbiamo invitato Mariella Enoc per avere uno sguardo più ampio. Lei è stata imprenditrice in sanità, ha avuto negli anni diverse e importanti responsabilità pubbliche in campo sanitario e nel Terzo Settore, e oggi presiede una struttura del tutto peculiare: un ospedale extraterritoriale, in quanto Istituzione della Santa Sede, da cui si può “vedere” il mondo. Il “Bambino Gesù” è l’ospedale che incarna la cattolicità, l’universalità. Enoc ha una grandissima esperienza del mondo della sanità, anche di altre nazioni, e questo è proprio il momento di provare a capire, di fronte a una pandemia che non finisce e in presenza di questa tragedia annunciata che è la guerra in Ucraina, qual è lo sguardo nuovo di cui la tutela della salute ha bisogno (dico “salute”, perché i problemi della salute sono molto più ampi di quelli della sanità…). Confrontarsi con Mariella Enoc non è cosa di tutti i giorni».

 

Ultimo appuntamento, il 5 aprile, proprio con Renato Balduzzi su “Giustizia e magistrature: come riprendere fiducia”. Come stanno insieme giustizia e Quaresima?

 

«La Quaresima è tutta intessuta del temadi ciò che è giusto, della proporzione tra un potere e il suo esercizio concreto. Quando il diavolo prova a tentare Gesù nel deserto, in quei quaranta giorni di digiuno, la tentazione del potere è centrale. Come fare in modo che l’esercizio della giustizia non sia un potere, reale o percepito, ma un alleato dei cittadini onesti? Questo è il punto, ed è assolutamente quaresimale, perché il tarlo del potere si va a incuneare anche dove non dovrebbe esserci. Connessa a questo, c’è la questione della fiducia: non c’è convivenza civile in democrazia senza la fiducia verso un arbitro terzo, indipendente e imparziale. E allora qui è importante una revisione di vita: lo vogliamo davvero un magistrato imparziale, o lo invochiamo solo quando ci dà ragione? E come aiutare, ed essere aiutati, a realizzare in forme alla portata di noi uomini e donne quella giustizia che nella Bibbia è l’attributo del Padre, di Dio?».

 

Una domanda sulla guerra in Ucraina: la diplomazia internazionale ha ancora qualche carta da giocare?

 

«Noi abbiamo una concezione della parola “diplomatico” che non rende fino in fondo il senso di quello che la diplomazia realmente è. Pensiamo che sia un sinonimo di “accomodante”, ma non è così. La diplomazia, quella professionale, in questo momento ha a che fare con una durezza delle cose che non sembra vedere uno spazio di attenuazione. Credo siano necessari gesti di profezia e, al tempo stesso, lucidità di strategia. Determinazione e fermezza, dunque, ma anche capacità di distinguere tra i capi, a volte tirannici, delle nazioni, e le nazioni stesse, cioè il popolo che soffre. Non è facile, ma va fatto».

E se la terza guerra mondiale (strisciante) fosse già in corso?

 

L’interrogativo che pone l’Ambasciatore Radicati muove da considerazioni storiche e politiche che non possono non suscitare apprensione. Bisogna essere consapevoli che lo scenario di guerra impone di esercitarsi attorno ai dilemmi e  alle implicazioni del conflitto russo-ucraino. Se molti paesi risultano coinvolti, e molti di essi sono anche di peso, la dinamica della guerra è mondiale. Allora, quali prospettive ci attendono?

 

Giorgio Radicati

 

I crescenti diffusi timori per lo scoppio di una terza guerra mondiale sono più che fondati poiché, di fatto, un tale conflitto potrebbe …già essere in corso. Vediamo di capire perché, grazie anche a qualche ricordo storico.

 

Dopo aver soffocato nel sangue la ribellione cecena (1999), portato a miti consigli la Georgia (2008) ed annesso la Crimea (2014), la Russia di Putin ha invaso senza validi motivi l’Ucraina sempre in nome di una pretesa unità del popolo russo ancorata territorialmente ai confini tracciati da Pietro I (sic!). Lingua e cultura di una parte, seppur nettamente minoritaria, di quelle popolazioni hanno fatto da sostegno ideologico alle iniziative militari, come pure la conclamata necessità di creare stati cuscinetti per motivi di sicurezza nazionale, ossia proteggere Mosca dall’espansione della NATO. Di fatto, Putin vorrebbe ricreare le vecchie zone d’influenza russa anche a costo di proibire ai Paesi limitrofi di scegliere liberamente l’emisfero con cui schierarsi, ritornando di fatto indietro di due secoli.

Al riguardo, giova ricordare che l’Ucraina è un paese sganciatosi già da tempo dall’orbita di Mosca, governato da una classe politica e da un presidente democraticamente eletti, fermamente avviato verso una integrazione europea con il desiderato ingresso nell’Unione, nonché deciso ad usufruire dello scudo difensivo offerto dalla NATO, di cui intenderebbe diventare membro.

 

A questo punto, una considerazione si impone. La politica espansionista di Putin portata avanti con la forza non può non riportare alla mente quanto accaduto in Europa nella seconda metà degli anni ’30, quando Hitler parlava di annessioni territoriali giustificate da radici storiche, linguistiche e culturali, nonché di “spazio vitale” per la Germania nazista, per poi scatenare la seconda guerra mondiale.

 

Alle spalle del Fuhrer c’era la Conferenza di Versailles, nel corso della quale le potenze vincitrici avevano infierito sull’impero tedesco, smembrandolo ed imponendo alla popolazione onerose riparazioni di guerra.

 

Dietro Putin (e nel ricordo da lui spesso rivangato) esiste la caduta del muro di Berlino (1989) che determinò il collasso dell’Unione Sovietica e la successiva frantumazione dell’impero socialista in tante repubbliche indipendenti, da lui vissuta come un perenne stato di frustrazione che, fin dal momento della sua elezione a presidente (2000), è sembrato volersi scrollare di dosso. Insomma, i due scenari, seppur distanziati nel tempo, per alcuni significativi aspetti, sembrano presentare una qualche significativa analogia…

 

Oggi, nessuna delle parti in campo parla di un conflitto mondiale in essere, anche se lo scenario creatosi ne presenta le più comuni caratteristiche (attacchi terrestri massicci, bombardamenti indiscriminati, spiegamento generale di forze, fornitura di armamenti, arruolamento di volontari, violazione di ogni principio umanitario, feroci repressioni, quasi due milioni di profughi, migliaia di morti e feriti ecc. ecc.), ma i fronti contrapposti lo paventano quando minacciano a turno l’impiego dell’arma nucleare, ossia lo strumento militare da utilizzare in extremis quando cioè gli armamenti convenzionali si dimostrino insufficienti per prevalere.

 

“Mutatis mutandis” – detto per inciso – la bomba atomica sarebbe, “grosso modo”, l’equivalente della famosa “arma segreta” vantata da Hitler quando la guerra stava ormai registrando la forza preponderante degli Alleati.

 

Ciò detto, la definizione di guerra mondiale non è, a stretto rigore, legata all’uso delle armi nucleari, potendo dispiegarsi con il solo impiego di armi convenzionali. Il fattore qualificante è rappresentato dal numero e dal “peso” politico e militare dei belligeranti, anche perché le minacce nucleari non sembrano destinate, fino a prova contraria, a concretizzarsi dal momento che ad un attacco atomico condotto da un belligerante farebbe subito riscontro quello dell’avversario, con risultati devastanti per ambedue (“una cosa è agire da criminali, altra è scegliere il suicidio” ha di recente osservato Zelensky).

 

In tal senso, l’attuale fase bellica vede già in campo alcuni fra i paesi più forti del pianeta, come la Russia e i paesi della NATO. La prima direttamente, mentre i secondi impegnati, almeno per il momento, nell’assistenza, anche militare, all’Ucraina e con l’adozione di una serie di severe sanzioni economiche per squilibrare l’economia russa. Ognuna è equiparabile ad un missile in grado, se non di annientare persone ed infrastrutture, di abbassare sicuramente e di molto il livello di vita della popolazione russa, soprattutto se protratta nel tempo.

 

Altre misure ostili sono già in atto sul terreno della tecnologia, tutte suscettibili di nuocere e non poco, soprattutto quelle che mirano ai sistemi di comunicazione, rendendo più difficile il funzionamento della catena di comando delle operazioni militari (e non solo) ed isolando praticamente un intero paese dal resto del mondo.

 

In termini di partecipazione al conflitto, altre potenze ne sono ancora fuori, ma è lecito domandarsi se non stiano soltanto scaldando i muscoli, in attesa del momento propizio per entrarvi. Esempio significativo è la Cina, ormai riconosciuta indiscutibile potenza egemone, che, pur dimostrando una generica disponibilità a fungere da mediatore, ha dichiarato che Stati Uniti ed Unione Europea dovrebbero “onestamente esaminare con Mosca le problematiche derivanti dall’espansione della NATO verso Est” e ha voluto chiarire, senza mezzi termini, che l’amicizia con la Russia continua “solida come la roccia”.

 

Non sembrano affermazioni idonee per svolgere una attività di mediazione, mostrando la mancanza di un requisito essenziale, ossia l’equidistanza fra le parti in conflitto o, meglio ancora, la condizione “super partes”. C’è allora da chiedersi da quale lato, se proprio messo alle strette, quel Paese si schiererebbe? Insomma, quale è in questa partita il vero gioco di Pechino?  E la risposta non è scontata.

 

Il recentissimo voto di condanna dell’invasione russa espresso dall’Assemblea delle Nazioni Unite (in sessione straordinaria per la prima volta dopo quaranta anni!) ha certificato l’esistenza di un consistente fronte anti Putin rappresentato da 141 stati, tra cui tradizionali alleati di Mosca come la Serbia e paesi come Libia ed Egitto notoriamente sotto l’influenza russa. Significativa anche l’astensione, tra gli altri – trentacinque in tutto – di Cina, India, Pakistan, Vietnam, Iran e Sudafrica. Quasi scontati, e per questo irrilevanti, i voti contrari di Corea del Nord, Eritrea, Siria e Bielorussia. In conclusione, lo scenario per un eventuale allargamento bellico è già predisposto e la Russia vi appare isolata.

 

Ciò detto – ripeto – nessuno parlerebbe apertamente in questa fase di un conflitto mondiale in corso e questo perché nessuno ha interesse a farlo. E ciò per vari motivi, primi fra tutti il rischio di assumersene la responsabilità esclusiva, il desiderio di non allarmare per motivi propagandistici l’opinione pubblica e, infine, la volontà di non chiudere definitivamente la porta alle residue possibilità negoziali sul tappeto. Risulta per tutti, ma soprattutto per Putin, più vantaggioso paventarlo. Non a caso, la Russia, che ha iniziato le ostilità, ha definito (e continua a definire) il suo intervento una “speciale missione militare” …

 

Oggi sostanzialmente il depotenziamento del conflitto resta legato alla volontà, capacità e possibilità negoziale di ognuna delle parti in causa ed in questo esercizio anche l’Europa dovrebbe essere presente. La tattica di Putin è ormai nota, quella del giocatore d’azzardo, e consiste nell’alzare continuamente la posta, facendo credere di essere pronto a tutto, anche all’impiego delle armi nucleari.

 

Zerensky, dopo aver sollecitato invano l’intervento diretto della NATO, punta ad un compromesso onorevole, operando sul piano delle minori concessioni possibili e sperando che gli appetiti di Mosca diminuiscano strada facendo per le difficoltà militari incontrate sul campo e le crescenti sollecitazioni della Comunità Internazionale, anche sull’onda del recente voto di New York. Quanto alla NATO e, di riflesso, all’Unione Europea, le due organizzazioni continuano a sostenere l’Ucraina dall’esterno in tutti i modi possibili, economici e militari, nella consapevolezza che dall’esito di questa guerra dipenderà il nuovo assetto geo-politico ed economico del continente e le correlate scelte di fondo. Il loro coinvolgimento negoziale, come detto, è oltremodo auspicabile.

 

In prospettiva, si ergono gli Stati Uniti, il tradizionale convitato di pietra di ogni negoziato in grado di mutare gli equilibri politici del pianeta e i termini della sicurezza globale. Putin (con i suoi potenziali alleati) sa bene che, qualunque sia la conclusione della sua “speciale missione militare” in Ucraina, verrà il momento di fare soprattutto i conti con Washington. Allora, la domanda che sorge spontanea è: saprà l’apparentemente fievole Biden – se e quando sarà il caso – scoprire il “bluff” di Putin e/o emulare il predecessore Ronald Reagan che, nella seconda metà degli anni ’80 del XX° secolo, inventandosi in pratica lo “scudo spaziale”, costrinse l’interlocutore russo ad accelerare sugli armamenti, contribuendo così al collasso, prima finanziario e poi politico, del regime sovietico?

Card. Parolin, una laicità autentica alla base di quella politica “migliore” di cui parla Papa Francesco.

 

Riportiamo la parte conclusiva della Lectio magistralis che il Segretario di Stato vaticano ha tenuto l’altro giorno, 9 marzo, al convegno promosso dall’Associazione “Sui tetti”.

 

Redazione

 

[…]

 

Separazione dunque, tra Stato e Chiesa; ma non indifferenza, tantomeno sospetto, dell’uno nei confronti dell’altra. Questo implica anzitutto la libertà della Chiesa e dei cristiani di esprimere anche nell’ambito pubblico pensieri, azioni e comportamenti corrispondenti alla propria fede con il pieno diritto di sollecitare, ben oltre la sfera del privato, corrispondenti azioni pubbliche e leggi a tutela dei valori professati.

 

Questa laicità “autentica”, dove lo Stato non impedisce l’espressione religiosa ma anzi ne profitta, nella doverosa distinzione di ambiti, farà sì che i laici possano davvero compiere la loro missione, essere “sale della terra e luce del mondo”.

 

È nel contesto di questa laicità autentica, infine, che può fiorire quella politica “migliore” di cui parla Papa Francesco nel corso del capitolo V dell’Enciclica Fratelli tutti. Una “politica migliore”perché popolare in senso proprio e non populista (nn. 156 ss.) e che sia riempita di un vero “amore politico” (nn. 180 ss.), che diventa un amore efficace (nn. 183 ss.) e che, come ancora insegna il Santo Padre, “è sempre un amore preferenziale per gli ultimi,che sta dietro ogni azione compiuta in loro favore. Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società. Tale sguardo è il nucleo dell’autentico spirito della politica” (n. 187).

 

Tali affermazioni, sulle quali tutti siamo naturalmente e istintivamente d’accordo, non hanno fondamenti razionali auto-evidenti, non rispondono a sillogismi di natura matematica-scientifica, ma sono il riverbero dello Spirito Creatore e sono fondate sulla convinzione che l’uomo, ogni uomo, è un essere unico e irripetibile, perché amato da Dio.

Questa è la base, questo è il fondamentodell’antropologia cristiana, che altro non è che lo sguardo di Dio sull’uomo stesso. Uno sguardo che gli consegna la dignità più grande possibile e che lo vede sempre come “cosa molto bella”. Questo è il contributo che la Chiesa può dare, oggi come ieri, alla famiglia umana di ogni luogo e tempo.

 

Questo è soprattutto ciò che il mondo ha bisogno di ascoltare, perché ogni volta che se ne dimentica offusca non solo la presenza di Dio, ma la dignità, la bellezza e il valore dell’uomo.

 

Questo, per concludere, è ciò che la Chiesa, i cristiani, ma in fondo tutti gli uomini di buona volontà possono, anzi debbono, gridare sui tetti.

 

Per leggere il testo integrale della Lectio magistralis

https://www.suitetti.org/2022/03/10/lectio-magistralis-s-e-r-card-pietro-parolin-ditelo-sui-tetti/

Una vita spesa in politica: dal Movimento giovanile al Parlamento. Righi, 84 anni, ci racconta il suo Veneto e la sua Dc.

 

Vicentino, classe 1938, Righi è espressione di quel Veneto bianco che ha visto la grande trasformazione da area prevalentemente agricola a quella manifatturiera, con un distretto industriale fortissimo nelle specializzazioni produttive. Cosa emerge dall’intervista? Si può dire che il dialogo prevaleva sullo scontro: questa era la cifra politica della Dc veneta.

 

Maurizio Eufemi

 

Di recente abbiamo ascoltato giudizi disinvoltamente sprezzanti nei confronti di Mariano Rumor, un personaggio illustre della tua terra, partigiano bianco, deputato costituente, un uomo di grande cultura cresciuto nelle Acli, ministro degli Esteri, degli Interni e dell’Agricoltura, vicesegretario della Dc poi segretario nazionale, cinque volte presidente del Consiglio. Quale è la tua opinione, per te che sei cresciuto con Rumor, in quella terra vicentina? Sei un testimone e superstite di quel tempo: che cosa ha rappresentato Rumor per te?

 

Ho cominciato il mio impegno con la rivolta d’Ungheria del 1956 da studente. Nell’ambito della Dc c’era il movimento studenti medi di cui sono stato delegato del mio comune, per poi diventarlo a livello provinciale Da noi c’erano i movimenti degli studenti ma erano apolitici, con una impronta cattolica. Ricordo che nel nostro Movimento giovanile si entrava a 21 anni. Anche se ne avevo 19 mi fecero entrare cambiando la data di nascita. Questo dimostra quanta fedeltà c’era al partito.

 

La rivolta d’Ungheria è stata la scossa ?

 

Certo, la sentivamo in modo forte anche perché vicini all’Austria e vedevamo i profughi alle frontiere. Le nostre manifestazioni coinvolgevano tutti gli studenti della città e della provincia. Lo facevamo dialogando con i presidi. Allora gli istituti erano concentrati nelle città, non c’era ancora questa ricchezza di istituti superiori in tutte le città. Una fiumana di studenti convergevano a Vicenza. Ero un piccolo leader e ancora oggi ci ritroviamo con i superstiti di quegli anni.

I delegati provinciali rimanevano in carica due anni e poi venivano inseriti negli organi provinciali con incarichi vari. Il delegato provinciale del giovanile adocchiava quelli che erano i leader del movimento studenti medi ed erano “sedotti” dal partito: io sono stato uno di quelli. Purtroppo sono stato assorbito dalla politica e ciò mi ha impedito di fare l’università (cosa che poi ho fatto in tempi successivi).

Successivamente sono entrato nel consiglio nazionale dei giovani guidato all’epoca da Luciano Benadusi. C’era anche, come delegato regionale, Lillo Orlando di Venezia. Tra i delegati provinciali c’erano Carlo Bernini a Treviso, Pasetto a Verona, Ettore Bentsik professore universitario, poi sindaco di Padova. Erano tutti del giovanile. Una squadra meravigliosa. Poi sono entrato nel partito assumendo la carica di dirigente organizzativo.

 

A chi facevi riferimento?

 

Nel giovanile eravamo fuori dalle correnti o meglio avevamo la nostra corrente. Era naturale che dopo fossimo chiamati a schierarci. Facevo parte della sinistra, ma sempre in un quadro di gestione unitaria. Si registrava una preponderanza di dorotei, mentre gli andreottiani non esistevano. Ricordo altresì la presenza fanfaniana storica con Fabbri e Corder e quella della sinistra unitaria tra Forze nuove di Cengarle, espressione del sindacato, la Base e molti giovani che facevano riferimento a me. Quando essi sono entrati nel consiglio nazionale il coordinatore riconosciuto ero io.

 

Rumor che cosa rappresentava per voi?

 

Nel giovanile, ripeto, non eravamo schierati. Rumor veniva dalle Acli e quindi dal mondo cattolico. Il vescovo era interventista, insisteva perché facessi parte del gruppo doroteo di Rumor.

Risposi fermamente che come espressione dei movimento giovanile non mi potevo schierare.

In alcune foto che ho visto pubblicate mi ha colpito un piccolo tavolo sobrio con personaggi illustri alla presidenza, con lo scudo crociato sullo sfondo e tanta partecipazione. Una sala stracolma.

Organizzai come movimento giovanile un convegno sui patti agrari e sul Piano Verde con Mariano Rumor ministro dell’Agricoltura, il quale aveva appena approvato quelle riforme.

 

Che cosa ha rappresentato, dunque, il Movimento giovanile come avvicinamento alla politica?

 

È stato fondamentale. Perché organizzai i corsi di formazione, essendo fondamentale per giovani. A riguardo, predisposi una convenzione con il centro studi sociali di Milano gestito dai gesuiti. Padre Macchi di Aggiornamenti sociali, padre Perico, padre Rosa, padre Reina, tutti sono venuti a Bassano del Grappa. Il sabato pomeriggio si iniziava il convegno su temi preordinati, si cenava sobriamente con prezzi tirati all’osso e poi si lavorava fino a tardi. La domenica c’era la Messa con meditazione appropriata alla giornata di studio, poi si finiva la domenica nel tardissimo pomeriggio per potere far rientrare tutti a casa.

 

Avevate una pubblicazione?

 

Il ciclostile non poteva mancare. Era un lavoraccio. Tutto volontariato. Avevamo uno spazio dentro la sede della Dc.

 

Una volta, se non sbaglio, avete portato un gruppo del Veneto al centro studi della Camilluccia, a Roma.

 

Noi avevamo un nostro programma formativo annuale. Facevamo cinque o sei conferenze con il centro studi sociali. Il prof. Conforti, consigliere comunale con me, ma più anziano, nonché docente di diritto amministrativo, illustrava i problemi delle Regioni in via dì costituzione, poi  alcuni di noi, su invito del dott. Cesaro che dirigeva il centro studi della Camilluccia, venivano mandati a Roma. Una volta il raduno fu fatto, per il Triveneto, al passo della Mendola in una full immersion – utilizzando le ferie – con Rumor, all’epoca vice segretario nazionale, Gui che era capogruppo della Camera, Flaminio Piccoli, Bruno Kessler e altri. Per 15 giorni si svolgevano lezioni che ruotavano attorno a tesine preparate ad hoc. All’esame finale arrivai primo del corso e fu per me una grande soddisfazione.

La Dc veneta era un partito federato. Alle elezioni politiche potevamo ottenere 5-6 seggi, ma un posto era bloccato per i sindacalisti, come per Girardin a Padova e Cavallari a Venezia; un posto andava a quelli della Coldiretti, il terzo era per le Acli di Dall’Armellina poi un posto per l’Azione cattolica con Breganze, sostenuto direttamente dal Vescovo. Su sei, i posti realmente in gioco erano solo due. Il segretario provinciale Dc non è stato mai eletto. L’unico eletto fu Renato Corà, tutti gli altri no.

Poi, io e te, ci incontriamo alla Camera. Sì, c’erano i Presidenti del mio periodo: “Gingio” Rognoni,  Scotti, Gava, Bianco…e tu, Maurizio!

 

Nella storia della Dc vicentina affiora il nome di Treu…

 

Renato Treu, il papà di Tiziano, svolgeva la funzione di segretario provinciale quando io ero delegato provinciale. L’ho poi ritrovato senatore. Fu emarginato da Rumor. Treu non fu ricandidato: se la prese molto quando Rumor fu candidato nel suo collegio senatoriale. I Treu erano di origini friulane. Renato insegnava matematica e fu anche presidente dell’amministrazione provinciale. Tiziano invece, dopo essere stato Ministro, fu Presidente dell’istituto di scienze sociali e religiose fondato da Gabriele De Rosa.

Pensa che ho trovato una straordinaria comunità di friulani a Chieri, nel mio collegio in Piemonte, che erano apprezzati imprenditori di successo nell’edilizia, soprattutto perché i piemontesi, per parte loro, erano prevalentemente imprenditori tessili.

Se osserviamo gli indicatori socio economici della provincia di Vicenza al tempo della Ricostruzione, essi ci colpiscono per la loro assoluta rilevanza. Risultati davvero straordinari e poderosi.

La provincia di Vicenza era prevalentemente agricola salvo alcuni poli industriali di fine ottocento e inizio novecento, come la Lanerossi ex Marzotto a Schio e Valdagno.

Il 95 per cento della forza lavoro operava nell’agricoltura. In pratica, parliamo di povertà e miseria. Hai presente i famosi discorsi sui “metalmezzadri”? Il dato storico ci dice che da contadini passano ad operai, poi ad artigiani e in ultimo ad imprenditori.

Oggi abbiamo il 97 per cento di pmi. Siamo la più grande provincia esportatrice: industria orafa, legno, artigianato ceramico erano e sono le specializzazioni dei nostri distretti produttivi.

 

Cosa rimane, in termini di più grande soddisfazione, della tua esperienza parlamentare?

 

La legge quadro dell’artigianato di cui sono stato relatore. Riuscimmo a vararla dopo due legislature di tentativi infruttuosi. Rappresenta, vista anche oggi, una legge di sistema. Aggiungerei la riforma delle pmi (la 317) con scelte molto innovative, come l’introduzione della defiscalizzazione per gli interventi produttivi, i consorzi all’esportazione, l’attenzione alla ricerca.

È stata dura perché il titolare del dicastero dell’Industria, il repubblicano Adolfo Battaglia, legato alla Confindustria, difendeva la grande impresa.

Riuscimmo comunque a spuntarla. A prevalere fu la volontà del Parlamento. Perfino i comunisti, dall’opposizione, contribuirono a superare le difficoltà.

 

Anche i deputati del PCI diedero una mano?

 

Sì, soprattutto gli emiliani si dimostrarono sensibili alle pmi e alla struttura produttiva della loro regione.

A distanza di tempo, devo ringraziare soprattutto Viscardi e Bianchini, e poi Guido Bodrato, subentrato a Battaglia, che varò i decreti attuativi. Una fatica non da poco, essendo numerose le deleghe inserite nella legge.

 

Torniamo al partito, alla tua regione, al ruolo di Mariano Rumor.

 

Ecco, Rumor aveva una scuola di cultura cattolica e la domenica, dopo i vespri, la frequentavamo. Uno dei relatori fu anche Cossiga. Dal 1955 al 1970 si alternano i nomi di tutta la variegata e complessa compagine dorotea. A Vicenza erano di casa Gava, Antoniozzi, Signorello, Colombo. Si andò avanti in questo modo fino a che non si consumò il “tradimento” – così lo avrebbe definito Rumor nelle sue memorie – di Tony Bisaglia.

 

Quando è maturata la rottura?

 

Teniamo conto della “costruzione” politica della Dc veneta. Prima di Bisaglia, il polesano Romanato veniva eletto con i voti dei cattolici vicentini, con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche. Questo spiega l’avvento sulla scena di Tony Bisaglia, esponente dell’unica provincia rossa del Veneto, e cioè Rovigo. Fu portato di peso da Rumor perché la sua affermazione rispondeva a un criterio di “regolazione” degli equilibri su scala regionale.

 

Ma la  rottura quando ci fu?

 

A cavallo tra il 1968 e il 1969, nel mezzo della contestazione giovanile ed operaia.

 

Perché Rumor si sentì tradito?

 

Bisaglia scava la sabbia sotto i piedi di Rumor senza che Rumor ne abbia nell’immediato la percezione. È un movimento sotterraneo, portato avanti con lucidità e determinazione. Molti sono attratti nell’orbita bisagliana. Un uomo come Zoso nasce di sinistra ultrà, di contestazione anche nei miei confronti e si converte ai Dorotei, insieme a Zampieri, Dal Maso e Giacometti. E altri ancora.

 

Tu che pensi, qual è l’eredità di Rumor? Ha fatto molte cose oppure una grande cosa?

 

Ha organizzato la direttissima Arsiero-Tonezza, la prima grande opera che ha superato difficoltà viabilistiche, unendo le comunità di due altipiani. Come ministro rivendicava a sé la promozione del Piano verde: un grande momento di programmazione.

Rumor appartiene alla generazione che “pensa” lo sviluppo del Paese. Nel Movimento giovanile noi studiavamo lo schema Vanoni. Cosa rappresentava? Con “schema” s’intende la correlazione tra sviluppo del reddito e sviluppo dell’occupazione. “Non ho usato il termine pianificazione – disse Vanoni – per non usare un termine marxista”. Questa è stata la grandezza di Vanoni come la sua umiltà! Altro che ricordarlo per la dichiarazione dei redditi!

 

Hai fatto due legislature in Regione Veneto e poi sei stato eletto alla Camera. Sei entrato preparato, non come gli eletti di questi tempi?

 

Sono entrato in Regione nel 1975, per essere poi rieletto nel 1980. Tuttavia non completai il mandato perché nel 1983 il partito mi obbligó a candidarmi alla Camera.

In quella elezione si registrò una flessione sensibile, sebbene la Dc a Montecitorio riuscisse ad eleggere 226 deputati. Fanfani simpaticissimo e autoritario ci considerava dei ragazzetti. Lo incontrammo con Hubert Corsi. Ci disse che l’errore principale del 1983 fu quello di sguarnire le Regioni candidando gli uomini più forti sul piano elettorale.

 

Fai parte della generazione di parlamentari che è entrata nel 1983 insieme a Mattarella, Castagnetti, Bianchini, Corsi, Carrus, Puja, Astori, Pietro Soddu, Casini. Nella flessione del 1983 era entrata…molta qualità! Il bilancio definitivo, come vorresti presentarlo in forma sintetica?

 

Dal ‘64 al ‘75 sono stato in Comune, a Vicenza, poi in Regione dal ‘75 al ‘83, infine ho avuto l’onore di essere eletto al Parlamento.

L’esperienza comunale mi è servita molto per il successivo lavoro in Regione, quella regionale, a sua volta, è stata validissima per l’imoegno parlamentare. Il processo è stato ideale.

La prima vera formazione è stata quella politica, fatta con umiltà e sacrificio, perché bisognava studiare Maritain, De Gasperi, Sturzo, poi Vanoni per la parte economica. Nel consiglio nazionale era un fortuna per me stare con Moro, Zaccagnini, Fanfani, Colombo, Rumor, Piccoli, Gava.

Due vite parallele, insomma: quella amministrativa e quella parlamentare. In seguito, dopo la Camera, ho continuato a fare politica in altro modo, andando a guidare l’Istituto Niccolò Rezzara e svolgendo attività di volontariato di vario tipo. Fino a qualche tempo, sempre per amore della politica, mi sono ritrovato coordinatore regionale degli ex parlamentari. Che dire? Pur con i miei 84 anni…non mi risparmio.

A Roma si prega in strada per la Pace in Ucraina.

 

Esistono episodi spontanei che rimangono sconosciuti ai più. Sono fatti locali, ma dimostrano come viene vissuta la guerra. A Nuova Gordiani, ad esempio, un gruppo di volontari della comunità parrocchiale di Santa Maria Madre della Misericordia ha organizzato spontaneamente una sorta di “flash mob” in viale Partenope per pregare, recitando un Rosario per la pace.

 

Luciano Di Pietrantonio

 

Le drammatiche notizie che arrivano quotidianamente, spesso ora per ora, in tempo reale sulla guerra d’invasione in corso nei confronti dell’Ucraina, continua ad essere motivo di grande preoccupazione e angoscia a Roma, come in Italia e in generale nel continente europeo, e significa senza mezzi termini, la fine di una pace che durava da oltre sette decenni.

 

Lo sgomento, il pensiero che torna indietro all’altro secolo, a un passato buio di paure e sofferenze, in modo particolare per le persone più anziane, che erano ragazzi nel periodo della seconda guerra mondiale, ma non hanno dimenticato i bombardamenti, i rifugi, la fame e la vita da profughi. Oltre alle tante persone, compresi i giovani che conoscono la guerra per i racconti dei loro genitori e dei loro nonni soprattutto per le immagini e le notizie, che le varie reti televisive trasmettono senza sosta, con servizi dai luoghi del conflitto, con dibattiti e testimonianze, rendono partecipi i cittadini e l’opinione pubblica di questa tragedia immorale   nel XXI secolo, con un ritorno al passato per l’Europa che immaginavamo non dovesse più accadere.

 

Le tante manifestazioni, specialmente a Roma, per la pace, con la richiesta di sospensione dei combattimenti per il cessate il fuoco, insieme alle tante raccolte di beni e farmaci per il popolo ucraino, l’organizzazione per l’accoglienza dei profughi, sono la dimostrazione di come la popolazione vive questa guerra incomprensibile e feroce contro l’Ucraina.

 

Esistono inoltre episodi spontanei in questi giorni, che rimangono sconosciuti ai più, perché sono fatti locali ma dimostrano come viene vissuta questa situazione. Infatti nelle periferie romane, un esempio è quanto accade a Nuova Gordiani nel V° Municipio, dove un gruppo di volontari della comunità parrocchiale di Santa Maria Madre della Misericordia spontaneamente ha organizzato una sorta di “flash mob” in viale Partenope per pregare, recitando un Rosario per la pace. Questo assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, composto di giovani e anziani, donne e uomini, nel cuore del quartiere, ha manifestato i sentimenti di vicinanza nei confronti di chi soffre per una guerra già considerata una catastrofe umanitaria, dopo poco più di due settimane di conflitto con circa due milioni di profughi e migliaia di morti.

Questa iniziativa verrà ripetuta sabato prossimo, sempre in strada nello spazio centrale di viale Partenope.

È doveroso infine ricordare l’accorato appello di Papa Francesco, di domenica scorsa all’Angelus, che ha manifestato con forza il suo pensiero: “La guerra è una pazzia.  Fermatevi, per favore guardate questa crudeltà. In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime, non si tratta solo di un’operazione militare ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria”. In queste parole c’è il convinto sentimento popolare di dire no alla guerra e sì alla pace, ricordando per i cristiani, compresi cattolici e ortodossi, il Quinto Comandamento: “Non uccidere”.

Mariupol città martire in attesa della presa di Kiev

 

Nessuno avrebbe mai immaginato una simile campagna di distruzione e morte che mira ad annientare un popolo per sottomettere chi resterà: viene da chiedersi se costoro, quelli che sopravviveranno possano essere considerati più fortunati dei molti civili ammazzati.

 

 

Francesco Provinciali

 

Continua l’orrore senza fine dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, con attacchi concentrici che si concluderanno presto con la inevitabile presa di Kiev. Devastazione, morte, bombardamenti stanno mettendo in ginocchio l’Ucraina, due milioni e mezzo di persone – prevalentemente donne e bambini hanno lasciato il Paese, mentre gli uomini civili stanno organizzano la resistenza affiancando l’esercito regolare: ma è troppo grande il dispiegamento dei militari russi, troppo evidente la disparità delle forze che si fronteggiano.

 

Mentre Zelens’kyj si rivolge al mondo e all’Europa in particolare per avere aiuti militari…”per quanto tempo sarete complici ignorando il terrore”? Chiudete i cieli ora! Fermate gli omicidi! Ne avete il potere ma sembra che voi state perdendo umanità” (questo l’ultimo appello pubblicato sul Canale Telegram, per ottenere la “no fly zone” aerea ), la Cina fa un passo diplomatico perso Putin: “Le colpe del conflitto ricadono sui Paesi dell’Occidente e sulla NATO” per le continue azioni di provocazioni perpetrate contro la Russia.

 

Una presa di posizione che desta allarme facendo pensare a futuri scenari di allargamento dell’area di guerra. In particolare Mariupol sta diventando la città martire, simbolo della distruzione cieca e feroce di ogni cosa: non c’è acqua potabile, la gente beve la neve, i viveri stanno finendo, le farmacie non hanno medicinali o sono chiuse, i negozi non hanno più generi alimentari, ieri una bambina è morta disidratata per assenza di cibo e di acqua, accanto al corpo senza vita della mamma.

 

I bambini sono le vittime predestinate, quasi prescelte di una ferocia disumana e inaudita. Mentre scrivo è in atto il bombardamento dell’ospedale pediatrico della città e ci sono molti bambini e le loro madri morti sotto le macerie. Non esiste più nulla che ricordi la fisionomia di una città. La vita si spegne lentamente sui volti delle persone. Continua il massacro senza fine dei civili: Putin sa certamente che i bambini muoiono sotto i colpi di mortaio, gli spari dei Kalashnikov, i bombardamenti. È veramente atroce questo accanimento disumano che non ha nulla di meno in fatto di crudeltà paragonandolo all’olocausto perpetrato dal Terzo Reich.

 

D’altra parte la traduzione letterale della definizione con cui – annunciando l’invasione dell’Ucraina – aveva descritto la gente di quel Paese era “sono bestie senza razza”. Che cosa ci si potrebbe aspettare da colui che non  considera esseri umani le vittime del suo attacco armato sanguinario e disumano? Non ci sono più parole per descrivere le scene di orrore e l’incessante distruzione delle case, dei manufatti, dei mezzi utili per gli spostamenti, i corridoi umanitari annunciati non hanno partenza né sbocchi.

 

Scappa chi può: molti minori si incamminano da soli verso ignota destinazione, rappresentano quasi la metà della gente in fuga. Non solo le sanzioni economiche in danno della Russia fermano la strategia omicidiaria e del terrore che non ha sosta ma nemmeno queste vittime innocenti ispirano un gesto di resipiscenza, un ripensamento, una tregua. Come si fa a continuare con i bombardamenti e con l’aggressione militare sapendo che sotto i colpi cadono vittime innocenti? Viviamo – senza ‘forse’ – il punto più basso di coscienza morale dopo la seconda guerra mondiale, nessuno avrebbe mai immaginato una simile campagna di distruzione e morte che mira ad annientare un popolo per sottomettere chi resterà: viene da chiedersi se costoro, quelli che sopravviveranno possano essere considerati più fortunati dei molti civili ammazzati.

 

Esperti di ogni Paese e di diverse branche della medicina e della psicologia stanno visionando per ore e ore le immagini di Putin nelle sue apparizioni televisive, la domanda è : si tratta di un pazzo? Ci sono segnali di una malattia mentale? Alcuni ipotizzano un tumore che lo porterebbe a ragionare come un “Sansone che muore con tutti i filistei”. Ma una malattia potrebbe anche far diventare più buoni, clementi, benevoli, indulgenti…la pazzia di un dittatore non ha deterrenti se non vengono presi provvedimenti dai suoi più stretti collaboratori. Resta la coscienza morale dissolta come neve al sole, l’etica scomparsa, la pietas che non esiste più nel cuore o nella mente di questo “autocrate” che sa di essere responsabile di un massacro di vittime innocenti. Neanche le morti dei bambini lo fermano. Siamo all’orrore, è spento in lui ogni  barlume di ripensamento, di misericordia, di pentimento.

 

Che cosa deve fare il mondo? Siamo tutti attanagliati da interrogativi più che inquietanti, direi ultimativi. Chi poteva prevedere che nell’anno di grazia del 2022 si potesse verificare un eccidio di questo genere.? Nulla è giustificabile mentre tutto appare razionalmente inspiegabile. Ho visto in un video Putin compiere il gesto del segno di croce, secondo l’usanza del credo ortodosso. Mi chiedo, e so di non essere il solo, se quel gesto non sia da leggersi come una bestemmia inaccettabile.

Ucraina, il “peso” dell’Italia e lo standing di Draghi.

La Turchia, Paese Nato e tradizionale alleato della Germania dimostra che è possibile puntare a una soluzione diplomatica del conflitto. Ora, la fermezza e la responsabilità sostenute da Draghi gli consentono di porsi come riferimento internazionale per una linea di saggezza nel limitare i danni all’Europa derivanti dalla spirale di sanzioni non a lungo sostenibili sia sotto il profilo economico che sotto quello sociale.

 

Come interpretare il ruolo dell’Italia e del presidente del Consiglio Draghi nella crisi ucraina? Se si guardano i fatti, appaiono ingenerose gran parte delle critiche provenienti dall’opinione pubblica interna. A partire da quelle che segnalano l’assenza dell’Italia da vertici internazionali che avvengono secondo formati che purtroppo derivano la loro ragion d’essere da note e irreversibili ragioni storiche.

 

In realtà, almeno secondo la mia percezione, Draghi sembra stia dando prova di grande equilibrio e di avveduto pragmatismo su ogni fronte. Non combatte gli schematismi ideologici (cosa peraltro ormai di fatto vietata e impossibile in un dibattito pubblico sempre più a senso unico su ogni tema rilevante, questione da non sottovalutare nei suoi potenziali effetti), spesso dimostra di saperli superare con atti di governo.

 

Così sulla strutturale inadeguatezza delle pur importanti energie rinnovabili nel sopperire al fabbisogno del Paese, così, credo e spero presto, sull’altra grande emergenza, quella della gestione politica di una nota patologia medica.

 

Questa capacità dimostrata da Draghi di saper andare al cuore delle cose, con profonda coscienza della loro grande complessità, mi pare stia emergendo anche rispetto al conflitto in corso. Con la netta condanna della guerra e dell’invasione russa dell’Ucraina e nel contempo con la consapevolezza (poco o niente tenuta presente nel dibattito pubblico) degli eventi che hanno portato a un tale sviluppo, e del fatto che quello della regione del Donbass non è stato l’unico equilibrio infranto con questo conflitto. La posta in gioco è molto più ampia, riguarda la contesa per una nuova dislocazione dei poteri e delle sfere di influenza a livello globale, sia fra grandi potenze che al loro stesso interno trasversalmente. E di mezzo, come campo della disfida, c’è l’Europa con i suoi delicatissimi equilibri geopolitici interni, con la sua irrinunciabile proiezione atlantica non sempre all’insegna dell’armonia degli interessi.

 

È quindi possibile che la posizione di prudenza espressa sinora da Draghi, finisca nei fatti per rivelarsi il contrario dell’isolamento che qualcuno paventa, ma che possa consentirgli alla luce degli sviluppi degli avvenimenti (che non sono solo di natura bellica, ma che presentano cruciali ricadute economiche e sociali sull’Italia e sul resto dell’Europa), di guidare a livello internazionale una linea di saggezza nel limitare i danni all’Europa derivanti dalla spirale delle sanzioni.

 

D’altronde la Turchia, secondo esercito Nato – che oggi per inciso ospita ad Antalya il primo colloquio tra i ministri degli esteri russo e ucraino, Lavrov e Kuleba – sta lì a dimostrare che si può stare nell’Alleanza Atlantica, condannare la guerra senza per questo esser per forza ostili alla Russia. Un difficile equilibrismo, di cui però è fatta la diplomazia. Senza dimenticare che l’altra potenza manifatturiera europea, la Germania, manifesta nella fattispecie interessi molto simili a quelli dell’Italia (e questa è comunque una buona notizia per l’edificio europeo) e che è una tradizionale alleata della Turchia. Le posizioni del governo turco appaiono le uniche in questo contesto capaci di salvaguardare l’unità della coalizione occidentalie e nel contempo di allontanare i rischi di un allargamento del conflitto. Un ponderato avvicinamento dell’Italia alla Turchia in questa delicatissima fase ci consentirebbe nel contempo di dare più forza alle nostre istanze insieme a quelle della Germania (che sono distinte da quelle del blocco baltico e scandinavo, nonché da quelle del Regno Unito) e di fare a meno, anche volentieri, di una mediazione francese con Mosca. In prospettiva, già a partire dal prossimo mese, Roma e Berlino non avranno altra scelta, se vogliono evitare il collasso economico e sociale. Le sanzioni alla Russia infatti si vanno a tradurre in iperinflazione, drastica perdita di potere d’acquisto, stagflazione, scarsità, e a prezzi non più sostenibili, delle materie prime, blocco di moltissime attività economiche e industriali, possibili razionamenti di energia e cibo su popolazioni già stremate da due anni di emergenza di altra natura.

 

L’Italia e Draghi stanno guardando all’insostenibilità, per l’Europa, per l’economia globale e per le relazioni internazionali già, nel breve periodo, della situazione che si è venuta a determinare in seguito al conflitto ucraino. Come è già successo in passato, nel bene e nel male, il nostro Paese può divenire, se vuole, un laboratorio di rilievo internazionale anche nel cercare una non certo facile, nè priva di rischi e di contraddizioni, via per risparmiare alla nostra nazione, all’Ucraina, all’Europa tragedie peggiori di quelle che già vediamo.

Pensieri di viaggio. Piccole note che invitano a riflettere a dispetto della concitazione dei tempi e della velocità della politica.

 

A chiusura della sua ultima newsletter l’ex ministra della salute del governo Ciampi ha inserito queste sue ‘brevi’ che sono di stimolo per chi fa politica o di politica ama parlare.

 

 

Mariapia Garavaglia

 

Protettore dei Sindaci

A Firenze nei giorni 25-27 febbraio si è tenuto un evento che non poteva essere più attuale, in concomitanza con la insana guerra lanciata da Putin nel cuore della Europa. Il Forum dei Vescovi e dei Sindaci del Mediterraneo hanno rinnovato il sogno del ‘sindaco santo’ di Firenze, Giorgio La Pira. Non ebbe esitazioni nel dialogare con Kruscev e con i potenti del Pianeta. Risolse problemi occupazionali con la Nuova Pignone. Pregava e coltivava utopie: ha dimostrato come si può e deve fare politica con le idee e col cuore. A Firenze è nata l’idea di nominare La Pira patrono dei Sindaci. È una proposta che sostengo. E conosco quanto i Sindaci meritino la protezione, la nostra.

 

Ultimi!

Gli Italiani ultimi tra i contribuenti. Il 94% delle persone fisiche sotto 50.000 euro: 6  ogni 100.000 abitanti che dichiarano più di 1 milione. Al top sono solo 3637. I contribuenti fedeli pagano i servizi scuola, sanità (la pandemia ha dimostrato quanto costa!) università, infrastrutture anche per i cittadini evasori e elusori: non è una grave ingiustizia? La riduzione di servizi penalizza i più poveri: non è un grave peccato sociale?

 

Liti incivili

Da 100 a 1.800 giorni, la diversa velocità con cui i tribunali italiani definiscono una lite. In difficoltà soprattutto le sedi del Mezzogiorno. Grazie ai fondi del Pnrr entreranno in servizio oltre 8.000 vincitori di concorso per nuovi addetti dell’ufficio di processo per aiutare a smaltire l’arretrato. Si spiega anche come sia indispensabile e urgente la riforma del processo civile: sia cittadini che imprese non possono perdere diritti e utilità per l’inefficienza di servizi pubblici.

Cittadinanza. Le parole passate al vaglio della dottrina sociale della Chiesa. Dalla rubrica di Radio Vaticana.

 

Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Alessandra Gerolin riflette sulla dinamica dellincontro che genera legami, basi per lamicizia e la fraternità universali.

 

Alessandra Gerolin

 

Oggigiorno emerge più che mai l’esigenza di porre al centro del dibattito pubblico una riflessione concernente il senso del vivere comune. Il cittadino, in quanto persona umana, è un soggetto relazionale, la cui identità si arricchisce nel continuo rapporto con le altre persone: il proprio bene, infatti, è identificabile solo nella consapevolezza dei beni comuni (A. MacIntyre), che – a loro volta – richiedono un ragionamento comune circa ciò che è bene essere ed è bene amare (C. Taylor).

 

Si tratta di sviluppare una riflessione condotta nell’ambito della naturale socievolezza dell’uomo, che, lungi dal costituire un rischio nei confronti della convivenza democratica, offre – anzi – quella linfa vitale senza la quale la democrazia si trasformerebbe in una “repubblica procedurale” (M. Sandel). All’interno di questa prospettiva “non è necessario contrapporre la convenienza sociale, il consenso, e la realtà di una verità obiettiva” dal momento che “tutt’e tre possono unirsi armoniosamente quando, attraverso il dialogo, le persone hanno il coraggio di andare fino in fondo a una questione” (Fratelli tutti, 212).

 

La ricerca della verità, infatti, non va temuta come potenziale minaccia nei confronti della convivenza democratica, dal momento che essa “è ‘lógos’ che crea ‘diá-logos’ e quindi comunicazione e comunione”; la verità – pertanto – “apre e unisce le intelligenze nel lógos dell’amore” (Caritas in veritate, 4). In quest’ottica, il primato della libertà, valore fondamentale nell’ambito della cultura contemporanea, viene riproposto a un livello radicale, in quanto condizione per la scoperta della verità e del bene (cfr. Gaudium et spes, 17).

 

Tale scoperta, fondamentale per il perseguimento di un “vero sviluppo umano integrale” (Caritas in veritate, 4), si realizza nella dinamica dell’incontro, a sua volta generatore di legami reali all’interno di quel percorso conoscitivo e affettivo che Papa Francesco caratterizza come la “cultura dell’incontro” (Fratelli tutti, 30). La convivenza sociale e politica, pertanto, acquista tutto il suo significato se basata sull’amicizia civile e sulla fraternità, che permettono al cittadino di riconoscersi parte di un popolo. Quest’ultimo rappresenta una realtà aperta “a nuove sintesi” ed è capace di assumere in sé “ciò che è diverso” senza, tuttavia, negare se stesso, ma piuttosto “con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri” (Fratelli tutti, 160).

 

 

*Docente di Filosofia morale

 

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-02/dizionario-dottrina-sociale-cittadinanza.html

È normale che nel Ventunesimo secolo ci sia ancora la guerra?

 

È una domanda che avremmo dovuto affrontare non oggi, ma ieri o l’altro ieri ancora. Ma, paradossalmente, dovremmo misurarci anche con un altro quesito: perché abbiamo così tanta paura della pace?

 

Caterina Ciriello

 

«Ogni volta che gemo dentro di me e penso a quanto sia difficile continuare a scrivere d’amore in questi tempi di tensione e conflitto che possono in qualsiasi momento diventare per tutti noi un momento di terrore, penso tra me e me: “Cos’altro interessa al mondo? Cos’altro vogliamo tutti, ciascuno di noi, se non amare ed essere amati, nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro, in tutte le nostre relazioni. Dio è amore. L’amore scaccia la paura. Anche il rivoluzionario più ardente, che cerca di cambiare il mondo, di ribaltare i tavoli dei cambiavalute, sta cercando di creare un mondo in cui sia più facile per le persone amare, vivere in una relazione reciproca di amore. Vogliamo con tutto il cuore amare, essere amati».

 

Questo scriveva Dorothy Day nell’aprile del 1948, tre anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il mondo si trovava a fare i conti con le orrende conseguenze del conflitto e la paura che il comunismo invadesse il mondo. Un anno dopo, infatti, nell’aprile del 1949 viene stipulato il Patto Atlantico (NATO), che doveva garantire la sicurezza delle nazioni occidentali proprio dal comunismo. Da allora, e fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989, la storia racconta che tra est ed ovest gli equilibri sono stati sempre molto delicati e spesso si sono sacrificate delle vite per evitare le nefaste conseguenze di una guerra nucleare. In tutto questo, però, la logica del potere politico ed economico non si è mai fermata, lasciando dietro a sé una scia di povertà ed ingiustizie sociali di cui tutti, ad est ed ovest, dobbiamo rendere conto. Quanti popoli e nazioni hanno sofferto e soffrono ancora oggi per una economia non inclusiva, ma ad uso e consumo di una piccolissima parte dell’umanità che – come diceva Gino Strada – poi decide come e dove fare le guerre e manda a combattere i figli dei poveri! Qui però il discorso è un altro: bisogna domandarsi se è normale che nel XXI secolo ci sia ancora la guerra. E questa domanda dobbiamo farcela non solo oggi che abbiamo un conflitto assurdo in corso alle porte d’Europa, ma dovevamo farcela anche ieri, e l’altro, su tutte le guerre disseminate nel mondo di cui nessuno si ricorda più, e che provocano ancora morte, distruzione e orfani.

 

La guerra è guerra dovunque; le bombe uccidono sempre. Allora, cosa cerca il mondo? “Cos’altro interessa al mondo? Cos’altro vogliamo tutti, ciascuno di noi?” Non è facile rispondere, anzi diventa quasi impossibile. L’essere umano, infatti, da che mondo è mondo, si divide tra ciò che vorrebbe fare e ciò che poi di fatto fa: l’eterno dilemma tra il dire e il fare e tutte le sue conseguenze.

 

Anche oggi, come nei duri giorni all’inizio della pandemia, ascoltiamo pareri diversi, opinioni, analisi geopolitiche, possibili previsioni a volte anche angoscianti. E siamo sinceramente commossi e stupiti del coraggio di un popolo che affronta i carri armati anche a mani nude, ma pure sconvolti nel vedere bambini, ragazzi, giovani che preparano bottiglie molotov per contrastare il nemico e forse ucciderlo.

 

Nemico. Una parola che non si dovrebbe mai pronunciare, che dovrebbe essere bandita dai dizionari, dal vocabolario corrente, perché evoca malessere, rabbia, violenza, e già troppa se ne vede in questo mondo. Certo, nel Vangelo Gesù parla di nemici ed a qualcuno potrebbe venire in mente di abolire anche il Vangelo, ma Gesù ci dice semplicemente di amarli, perché ogni persona è degna di rispetto e perché Dio è amore. È davvero così difficile amare? È talmente complicato mettersi nei panni dell’altro e non fargli ciò che non vorremmo fosse fatto a noi? «In questo scontro di interessi che ci pone tutti contro tutti, dove vincere viene ad essere sinonimo di distruggere, com‘è possibile alzare la testa per riconoscere il vicino o mettersi accanto a chi è caduto lungo la strada?» (FT 16). Ma, paradossalmente, dovremmo farci anche un’altra domanda: perché abbiamo così tanta paura della pace?

 

Nel 1940 in piena guerra la Day si opponeva al conflitto scrivendo: «Invece di attrezzarci in questo paese per una gigantesca produzione di bombardieri assassini e uomini addestrati a uccidere, dovremmo produrre cibo, forniture mediche, ambulanze, medici e infermieri per le opere di misericordia, per guarire e ricostruire un mondo in frantumi».

 

Forse, oggi come allora, è più facile e conveniente investire nelle armi, nella guerra e non nella pace, destabilizzare invece che unire, e magare cercare pretesti per un conflitto giusto. Papa Francesco ne ha parlato, profeticamente, nella sua Enciclica “Fratelli tutti”: «La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali» (FT 11). Nessuna guerra è mai giusta, e lo sappiamo bene, perché è fratricida e perché Dio ci ha donato l’intelligenza e la parola per predicare l’amore, e le mani per lavorare ed asciugare le lacrime non per imbracciare un’arma. Tutta questa violenza è assurda, tutto questo odio è inumano. Chi ha paura di una terza guerra mondiale ha dimenticato le parole di papa Francesco: tutte queste violenze stanno assumendo «le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”» (FT 25). Non dimentichiamolo.

 

Caterina Ciriello

Docente  Straordinario di Teologia Spirituale e Storia della spiritualità – Pontificia Università Urbaniana – Roma

L’ipocrisia della “terzietà”. È sbagliato non condividere l’azione “protettiva” e “preventiva” che esercita la Nato.

 

In definitiva “né con lo Stato e né con le Br” e “né con Putin e né con la Nato” sono due atteggiamenti che vanno semplicemente rispediti al mittente perchè profondamente sbagliati e di dubbio significato.

 

Giorgio Merlo

 

Le stagioni storiche scorrono rapidamente come, del resto, le stesse fasi politiche. E ogni stagione politica è figlia di quel particolare momento storico. Eppure ci sono atteggiamenti e comportamenti nella storia democratica di un paese, forse anche inconsapevolmente. che si ripetono. Parole d’ordine che, nelle dinamiche della politica italiana, continuano a persistere e a riproporsi.

 

L’occasione concreta di questa mia riflessione arriva, per l’ennesima volta, dagli slogan più gettonati, più urlati e più ritmati alla recente manifestazione a difesa della pace organizzata dalla Cgil e da molte altre sigle della società sabato scorso per le vie di Roma. Per carità, i partecipanti a quella manifestazione, come a molte altre sparse in tutta Italia, sono sinceramente finalizzate alla difesa della pace, contro la brutale invasione russa dell’Ucraina e a difesa della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Eppure, proprio all’interno di quella manifestazione di Roma, e di molti altri cortei, si sono sentiti slogan molto simili a quelli lanciati in altre fasi storiche nel nostro paese che, però, partono sempre dalle stesse radici culturali. Quando si sente urlare, ripetutamente a proposito della violenta guerra in Ucraina, “nè con la Russia e nè con la Nato” come si fa a non pensare, immediatamente, a quell’altro sciagurato slogan lanciato da molti settori della sinistra politica, sindacale e soprattutto intellettuale ed accademica di un’altra epoca storica. E cioè, quello che si è sentito ripetere più volte durante il rapimento e prima dell’assassinio violento del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, “nè con lo Stato e nè con le Br?”.

 

C’è una somiglianza straordinaria tra quei due slogan – espressi in epoche politiche diversissime – che affondano però le loro radici in una sostanziale ostilità nei confronti dell’Alleanza Atlantica, della Nato e, in ultima analisi, del ruolo degli Stati Uniti D’America nello scacchiere politico europeo ed internazionale. Certo, i paragoni sono molto diversi tra di loro ed è difficile tracciare anche solo dei confronti. Com’è evidente a tutti, del resto. Ma c’è un filo rosso che lega i due avvenimenti: quando si è di fronte a delle tragedie drammatiche assumere atteggiamenti terzi, oltrechè dannoso è anche un comportamento tendenzialmente ipocrita. Negli anni ‘70 affermare che non si stava “nè con lo Stato e nè con le Br” significava semplicemente dubitare dell’azione dello Stato democratico nato dalla Resistenza e figlio della Costituzione repubblicana. Al contempo, si continuava a mantenere un atteggiamento tutto sommato comprensivo dell’azione criminale dei terroristi rossi pur contestandolo. Oggi, dichiarando ai quattro venti che non si sta “né con Putin e né con la Nato” significa, altrettanto semplicemente e drammaticamente, non condividere l’azione “protettiva” e “preventiva” che esercita la Nato per i paesi democratici dell’intero Occidente. Con queste motivazioni, come ovvio e scontato, nessuno vuole, comunque sia, mettere in discussione la sincera passione per la pace dei partecipanti alle varie marce della pace.

 

 

Però, e detto questo, la terzietà se è comprensibile nella normale e fisiologica dialettica politica e democratica di un paese come il nostro, diventa estremamente pericolosa e carica di incognite quando si sfila di fronte ad una situazione che richiede, al contrario, chiarezza, trasparenza, coraggio e, soprattutto, scelte nette e decisive. Oltrechè, come ovvio e scontato, coerenza politica e culturale.

 

E “né con lo Stato e né con le Br” e “né con Putin e né con la Nato” sono due atteggiamenti che vanno semplicemente rispediti al mittente perchè profondamente sbagliati e di dubbio significato. Questo sì che va detto con forza e “senza se e senza ma”.

Ricordiamoci della Resistenza, solo così potremo capire e apprezzare la lotta degli ucraini per la loro indipendenza.

Chiedere a Zelensky di arrendersi significa dare il messaggio che, di fronte a Golia, Davide non ha che da rassegnare le armi.

Giorgio Provinciali

 

Per fortuna la Resistenza al nazifascismo non è stata combattuta con gli smartphone dai “pacifisti social” del giorno d’oggi. Inutile festeggiare il giorno della memoria (corta) e poi disdegnar chi lotta per ogni centimetro della propria Terra e per i propri diritti, la propria libertà. Che poi, è anche la nostra. Eppure, al finto pacifista egoista medio dell’era social questo concetto non è chiaro.

 

Chi scrive “Zelensky arrenditi”, avrebbe detto lo stesso ai fratelli Cervi? Ai martiri della Resistenza tutti? Inutile cantare “Bella ciao” per poi rivolgere esternazioni vergognose e inviti alla resa a chi, davvero, una mattina s’è svegliato e ha trovato l’invasore. Sarebbe questo, il coraggio? Il testimone ricevuto in consegna dai martiri della nostra libertà è stato questo? Dunque, è stato tutto dimenticato? È davvero tutto qui?

 

In molti invocano il politico forte, il leader. Poi, quando sul serio si trovano di fronte qualcuno pronto a morire insieme al suo popolo per valori universali, che riguardano tutti quanti noi, ridono. Firmarsi per nome e cognome col commento a risata, che ormai è una sorta di censimento sul numero d’imbecilli in Italia, non rende eroi ma poveretti. Sui social ridono e voltano le spalle dall’altra parte, scrivono che non è una guerra nostra. Ah, no?

 

A loro dico, potete voltarvi quante volte volete ma prima o poi uno specchio lo incontrerete. Di fronte alle nostre coscienze messe a nudo, tutti quanti dobbiamo rendere conto. Chiedere a Zelensky di arrendersi significa dare il messaggio che, di fronte a Golia, Davide non ha che da rassegnare le armi. È questo l’esempio di coraggio che diffondiamo su questa spazzatura che ormai sono i social network? È questo l’esempio che abbiamo ricevuto da chi ha dato la vita affinché noi fossimo LIBERI, anche di scrivere certe idiozie?

 

Scorrere le dita sul touch screen dell’ultimo modello di smartphone dispensando consigli dal calduccio della poltrona, qui, coperti dallo scudo della NATO, è facile. Meno facile è dare concretamente un messaggio al mondo intero che ti guarda immobile, stando lí, senza alcuna protezione, tirando sul serio fuori attributi grandi così. Il rispetto lo merita chi dà tutto affinché i propri figli possano contare ancora sulla speranza di un futuro, su un esempio su cui crescere e far crescere le future generazioni. La parola dell’anno è stata “resilienza”. L’ultimo trend, tatuarsela sulla pelle. Davvero un peccato che, con la stessa mano tatuata, vengano scritte certe bestemmie.

 

Si scrive di onore e forza, mentre si è perso anche il più pallido barlume di ciò che a noi sono costati. In questi anni abbiamo visto di tutto: dal neofascista a parole, che si vanta di saper maneggiare con disinvoltura armi di ogni genere e scrive di onore e rispetto, a chi esce ora coraggiosamente da una trincea di silenzio durata anni e mostra un coraggio grande così, aiutando concretamente chi soffre con estrema dignità. Non dimenticheremo mai i nomi e i cognomi delle persone che hanno contattato in privato tutti quanti noi coinvolti in prima persona in questo dramma disumano, per combattere, a loro modo e per quanto nelle loro possibilità, così come non dimenticheremo nemmeno i nomi e cognomi di chi per anni ha millantato ciò che nella realtà dei fatti si è dimostrato invece il nulla mischiato col niente.

 

Chi sostiene l’importanza del dialogo, dovrebbe comprendere bene anche quanto per dialogare occorra essere attendibili, rispettabili, onorevoli, esemplari. Ma anche quanto dette qualità debbano appartenere anche al proprio interlocutore. Di fronte a un muro, lo stupido non è certamente il muro ma chi prova a parlarci. Di fronte a un criminale di guerra la Storia ha insegnato che certe strade sono meno percorribili di altre. I nomi di chi oggi può e deve fare qualcosa resteranno comunque nella Storia per secoli. Sta a lui scegliere come essere ricordato. Sarà la Storia a giudicare tutti quanti.

La rivoluzione di Boccaccio. A colloquio con Renzo Bragantini, autore de “Il Decameron e il Medioevo”.

 

Siamo lieti di riproporre, per gentile concessione, questa intervista apparsa sulla edizione dell’Osservatore Romano del’8 marzo. Il libro di Bragantini intende sottrarre Boccaccio a una condizione di fratello minore rispetto a Dante della “Commedia” e Petrarca del “Canzoniere”.

 

Francesca Romana De’ Angelis

 

Studioso di alto profilo, docente di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma e in diverse università degli Stati Uniti, Renzo Bragantini si è occupato e ha scritto di molti autori della nostra letteratura, in particolare Dante, Tasso, Manzoni, Pascoli, della prosa italiana di invenzione e delle intersezioni tra letteratura, musica e arti figurative. A Boccaccio, l’autore più suo, Bragantini ha dedicato negli anni studi di grande rilievo, frutto di un rigoroso impegno filologico e interpretativo che oggi, per naturale contiguità e convergenza, confluisce ne Il Decameron e il Medioevo rivoluzionario di Boccaccio (Roma, Carocci, 2022, pagine 216, euro 19). Un libro ricco di intuizioni e di nuove, affascinanti prospettive di lettura che, grazie anche a una scrittura di grande intensità e di altrettanta limpidezza espressiva, è un prezioso strumento per chi voglia accostarsi o riaccostarsi al capolavoro di Boccaccio, il grande cantore delle invenzioni narrative.

Come è nato questo libro?

Questo libro, che è il frutto di un lavoro durato più di tre anni, è nato come una sfida: sottrarre Boccaccio a una condizione di fratello minore rispetto a Dante della Commedia e a Petrarca del Canzoniere, e restituirgli tutta la grandezza che gli appartiene.

Perché questa condizione di minorità del Decameron?

Il Decameron è forse il meno esplicito dei tre testi fondativi del Trecento volgare, e ciò che cela è certamente più di quello che esibisce. È necessario, perciò, far emergere questa ricchezza per dar conto di un testo che è certamente più arduo di quanto a prima vista non appaia. A questo si aggiungono altri motivi. Il Decameron, ad esempio, non ha alle spalle una lunga, prestigiosa e continuativa tradizione di commenti, come la Commedia dantesca. E ancora spesso si privilegia la lettura di racconti isolati e l’interruzione del flusso narrativo continuo, che è caratteristica fondamentale del Decameron, impedisce di comprendere quanto sia raffinata e complessa la struttura del libro. Altro elemento che ha influito sulla scarsa conoscenza e popolarità è quella stolida lettura licenziosa che accompagna il Decameron tanto che, a differenza di dantesco e di petrarchesco, oggi si utilizza l’aggettivo boccacciano e non boccaccesco, che ormai ha acquisito il significato di licenzioso.

Come hai orientato il tuo lavoro per raggiungere lobiettivo di restituire a Boccaccio quel che gli appartiene?

Mi sono mosso con la libertà che ogni ricerca permette, ma anche esige. Boccaccio è una personalità ricca di molte sfaccettature, sperimentatore di generi diversi, innovatore — è sua l’invenzione dell’ottava rima — ricercatore e copista di testi. Ho cercato di attraversare i suoi percorsi dell’invenzione e di restituire, per quanto possibile, la trama delle relazioni testuali per far emergere il grande dialogo di Boccaccio con le sue fonti: da Oriente a Occidente, dalla tradizione classica alla volgare, dalla Scrittura alla letteratura devozionale alla narrativa ebraica. Boccaccio nel Decameron non cita i suoi autori di riferimento — Ovidio, Apuleio, Cicerone, Seneca tra gli altri — rifiuta a differenza di Petrarca una trasposizione inerziale dei classici, piuttosto li assimila, li metabolizza, li emulsiona. L’inventio boccacciana spesso è costituita da tessere minute che si sovrappongono, una strategia che alleggerisce il peso dottrinario ed è così sottilmente raffinata da sfuggire, se non si scruta a fondo. Ad esempio, per difendersi dalle accuse di immoralità Boccaccio ricorre a un’argomentazione tratta dalla lunga elegia del II libro dei Tristia dove si sostiene che l’immoralità non è nei testi, ma nello sguardo di chi vuol vederla, inaugurando così, attraverso il prediletto Ovidio, l’etica del lettore. Del resto, Boccaccio è scrittore dalla perfetta allusività, capace di trattare tutti gli argomenti con straordinaria leggerezza. Un altro esempio. Boccaccio è lo scrittore dell’amicizia, un sentimento per lui più sacro dell’amore. Nella celebrazione della sodalitas, sentimento che coincide con un bene disinteressato, resta potente traccia della memoria, della gratitudine, della concordia celebrati dall’amato Seneca nel suo De beneficiis.

La ricchezza «meravigliosa» del Decameron, per usare un aggettivo caro a Boccaccio, autorizza sempre nuovi percorsi di indagine e di ricerca. Tra tanti studiosi due nomi restano insostituibili: Francesco De Sanctis con la sua definizione di «la commedia umana delletà medievale» e Vittore Branca con «lepopea del Medio Evo». Si aggiunge adesso la tua definizione di Boccaccio interprete di un «Medioevo rivoluzionario».

Per spiegare la tensione rivoluzionaria che rende innovativo il Decameron ho preso a prestito il termine “ferializzazione” che il grande critico d’arte Roberto Longhi utilizzò per Caravaggio, capace di calare un soggetto sacro nella quotidianità. Così, ad esempio, il celebre Martirio di San Matteo diventava un assassinio di strada spogliato di ogni tensione devota. Questo avveniva a fine Cinquecento, ma già due secoli prima Boccaccio nel suo Decameron immetteva la classicità nella vita quotidiana del tempo, integrandola nel mondo contemporaneo. Boccaccio rivoltava come un guanto il prezioso patrimonio dell’antichità, rendendolo così presente ma irriconoscibile.

Alla morte di Dante nel 1321 Boccaccio ha 8 anni, mentre 9 anni lo dividono da Petrarca. Quale fu il rapporto tra le «Tre corone»?

Dante è per Boccaccio un poeta amatissimo fin dalla prima giovinezza e un modello insuperato di invenzione letteraria. A Petrarca lo legano ammirazione e devota amicizia, un sodalizio che durerà tutta la vita. Un legame così forte che supererà la crisi seguita alla decisione di Petrarca di accettare a Milano l’ospitalità di Giovanni Visconti, espressione di quei regimi signorili allora in piena espansione contro le libertà comunali. Il vero modello di Boccaccio è comunque Dante. La sua lezione è palese soprattutto sul piano della convivenza di stili diversi, capaci di rendere ragione dei tanti aspetti del reale, una «democrazia stilistica» che condividono rispetto alla «medietà» petrarchesca. A questo bisogna aggiungere che Boccaccio fu anche copista sia della Commedia che del Canzoniere. L’amore per Dante e Petrarca, sia idealmente che materialmente, avrà la funzione supplementare di tenere unite le «Tre corone» in un legame insieme intellettuale e umano.

Cosa ha rappresentato per te scrivere questo libro?

Un’esperienza molto impegnativa e altrettanto coinvolgente. Riattraversare il Decameron significa ogni volta rendersi conto di quanto questo capolavoro sia arduo e ingannevolmente semplice e accessibile. E poi Boccaccio è stato per me un grande maestro. A differenza di Dante e di Petrarca che esprimono un “io” all’interno del testo, Boccaccio, a parte pochissime zone del Decameron, è esterno al disegno narrativo, assume sempre la prospettiva del distanziamento ironico, dilemmatico, perplesso. Estrarre una lezione morale da questi racconti è difficilissimo. Boccaccio non legge il mondo, ma ragiona del mondo. Acuto lettore della società del tempo non ha la nettezza dei giudizi danteschi. Insegna il distacco dalle cose, il sorriso, il riso, la malinconia, il dubbio, la critica. Attraverso il rito sociale della narrazione insegna anche, e celebra in modo magistrale, il valore delle parole con un forte richiamo alla civile convivenza come irrinunciabile bene.

Ucraina, l’impotenza della Croce Rossa internazionale: scene spaventose di sofferenza umana.

Noi siamo qui, in parte impauriti e impotenti, in parte desiderosi di porgere la mano. Ciò nondimeno, la solidarietà può salvare il mondo, come premessa ineludibile alla pace e al ritorno delle libertà perdute.            

 

Francesco Provinciali

 

La città di Mariupol – una delle più massacrate dai bombardamenti e dall’accanimento sui civili dell’intera Ucraina – non era riuscita fino ad oggi ad organizzare un corridoio umanitario per far evacuare la popolazione  che si sta accorpando in attesa dell’espatrio. La Croce Rossa internazionale non è riuscita nell’organizzazione di questa via di fuga dal massacro e riferiva ieri  in un comunicato che  ”Tra scene spaventose di sofferenza umana, un secondo tentativo di iniziare l’evacuazione di circa 200 mila persone è stato interrotto”.

 

Da fonti di agenzia si apprende che il Cremlino riferisce che i militari russi hanno impedito un ‘esodo mascherato’, il cui vero scopo sarebbe quello di utilizzare i profughi come scudi umani per proteggere le manovre militari dei nazionalisti guidate da Kiev, per prendere tempo e attaccare l’esercito inviato da Mosca. Ma le testimonianze della Croce Rossa e delle autorità civili di Mariupol riportavano notizie di uso delle armi dei russi sulla gente assembrata in attesa di salire sui convogli.

 

Ribaltando l’evidenza dei fatti, testimoniati dai coraggiosi giornalisti e dalle TV che mostrano un popolo ridotto all’inazione, gente che ha lasciato dietro le spalle case distrutte e ora tenta la salvezza dell’esilio, in città – ma quasi in ogni paese ormai – i centri commerciali hanno esaurito le scorte alimentari, non c’è pane, non c’è acqua , non ci sono cambi di abiti, specialmente anziani, donne e bambini patiscono una condizione di sofferenza fisica e morale insopportabile. Scene che ricordano il film ‘Schindler’s list’ e comunque l’accanimento dei tedeschi sui civili fatti prigionieri.

 

Si sta intanto materializzando, per quanto successo fino ad ora,  la distruzione totale di ogni simbolo di una normale condizione di vita: case, uffici, farmacie, negozi, tutto a poco a poco va scomparendo sotto i colpi inferti dall’esercito invasore. Poi la svolta in mattinata:  un cessate il fuoco è stato dichiarato dalle 10 di stamane (ieri per chi legge), ora di Mosca, e sono stati aperti sei corridoi umanitari, di cui uno da Kiev a Gomel (Bielorussia), due da Mariupol a Zaporizhzhya (sud-est Ucraina) e Rostov sul Don (Russia meridionale), uno da Kharkiv a Belgorod (Russia occidentale) e due da Sumy a Belgorod e Poltava (Ucraina centrale)”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa Igor Konashenkov.

 

Mentre Kiev si organizza per resistere ad un imminente attacco dell’esercito invasore e Odessa attende l’attacco via mare in stile “D-day” , in altre città di ogni dimensione , compresi i piccoli centri, i civili si riparano nei bunker o tentano la via di fuga: questo non è possibile ovviamente nelle zone centrali del Paese per la lontananza dai confini nazionali, si parla di oltre un milione e mezzi di profughi già espatriati, in attesa di essere accolti dagli Stati limitrofi e dall’intera Europa.

 

La minaccia di Putin di far ricorso alle armi nucleari ha di fatto paralizzato sul nascere ogni ipotesi di intervento armato, a partire dalla ‘no- fly zone’, subito smentita: Il no dell’Alleanza Atlantica è perentorio ed ufficiale. Il rischio è che si inneschino delle conseguenze devastanti, che potrebbero portare di fatto a un conflitto mondiale. Zelens’kyj ha infatti richiesto all’Alleanza di valutare l’ipotesi di istituire una no fly zone sui cieli del Paese, e nonostante la Nato condanni aspramente l’invasione russa, la risposta del segretario generale Stoltenberg chiarisce la posizione dell’Alleanza: “Il Patto Atlantico è al fianco dell’Ucraina, ma non vuole essere parte del conflitto in corso. Non manderà il suo esercito e non manderà aerei nello spazio dell’Ucraina”.

 

Questa dichiarazione e la presa di posizione della NATO non va letta come segno di debolezza ma di calcolata lungimiranza: ogni intrapresa militare provocherebbe la reazione immeditata del Cremlino con conseguenze allo stato delle cose incalcolabile. Il mondo resta col fiato sospeso ma la freddezza con cui la NATO e ciascuno degli Stati membri ha risposto all’appello di Kiev, oltre a debolezze intrinseche,  va letta come parte calcolata di una strategia militare, che tiene conto di fattori geopolitici e geoceconomici. L’obiettivo è di fiaccare la resistenza russa: di fronte all’inattesa resistenza del popolo ucraino da un lato, all’azione incessante della diplomazia internazionale e dei Governi dei Paesi democratici dall’altro e – infine – alle conseguenze delle sanzioni che – se è vero che provocano un effetto boomerang su chi le ha intraprese – è altrettanto palpabile e tangibile quanti danni stiano provocando alla Russia che alcuni analisti internazionali danno sull’orlo del default, a cominciare dalle confische dei beni e delle proprietà estere degli oligarchi di Putin, alla capacità di resistenza e di tenuta economica del Paese stesso, dove il rublo vale ormai un centesimo, la Borsa è colata a picco, i pagamenti e i prelievi sono fermi, specie dopo la decisione di  VISA e MasterCard di bloccare le transazioni.

 

E qui pare doveroso sottolineare quanto possa essere doloroso che anche il popolo russo paghi le conseguenze catastrofiche di una decisione improvvida e scellerata, forse Putin ha fatto male i suoi calcoli, forse l’Ucraina ha reagito oltre le aspettative, forse la Russia si sta accorgendo di essere ormai politicamente isolata, poiché oltre la non caduta della NATO nel trabocchetto di una reazione militare (lo Zar reputa forme di neonazismo le intraprese difensive dei civili Ucraini e “dichiarazione di guerra “ le sanzioni economiche: avrebbe probabilmente dato seguito all’uso del nucleare in caso di “conflitto aperto”), vanno registrate le posizioni sornione e attendiste della Cina, della Corea e dell’India.

 

Una terza guerra mondiale porterebbe alla perdita totale di ogni razionalità e senso del limite alle azioni militari, in una escalation che avrebbe come esito quasi certo il “cupio dissolvi”, la distruzione del pianeta. Non bisogna confondere la strategia di vertice intrapresa da Putin e dai suoi oligarchi con il popolo russo, il suo desiderio di pace e non belligeranza dopo decenni e secoli travagliati,  la rilevanza della cultura russa nella formazione della civiltà europea. Bandire e sabotare iniziative celebrative ed evocative di figure come Tolstoj  e Dostoevskij è un suicidio della cultura e una ipotesi irrazionale e priva di ogni logica. Senza tener conto del fatto che in questi giorni il popolo russo è sceso in piazza e molti dissidenti sono stati arrestati. L’Accademia nazionale dei Lincei mi ha fatto pervenire un appello-denuncia  di molti intellettuali delle Università e delle Accademie russe che hanno preso le distanze dall’invasione dell’Ucraina, anzi l’hanno apertamente condannata, sfidando il regime.

 

Dopo la pandemia e in parte sovrapposta ad essa (bisognerà pensare alle misure di profilassi dei profughi) questa invasione armata non ci voleva. Dopo Gorbaciov ed Eltsin, dopo il crollo del muro di Berlino lo Zar Putin rispolvera la via dell’invasione armata del regime comunista: come a Budapest nel 1956, come a Praga nel 1968, tra poco toccherà a Kiev. Ma di questo avremo modo di parlarne a capitolazione avvenuta. Devastando il territorio ucraino e calpestando il diritto all’autodeterminazione del suo popolo, la bandiera, l’amore di Patria Putin ha fatto terra bruciata davanti a sé.  Una guerra fratricida che finisce in un bagno di sangue può portare ad esiti incalcolabili: da una parte e dall’altra si spera tocchi al popolo sovrano tracciare la via del futuro. La storia è maestra di vita ma l’uomo è un pessimo scolaro: per questo, sapendolo, rimuoviamo troppo in fretta il valore pedagogico della memoria.

 

Noi siamo qui, in parte impauriti e impotenti, in parte desiderosi di porgere la mano: la solidarietà può salvare il mondo, come premessa ineludibile alla pace e al ritorno delle libertà perdute. Ad una condizione: che ogni scelta, ogni sentimento, ogni azione passino al vaglio del pensiero critico e della coscienza che stanno dentro ciascuno di noi, ospiti troppo spesso inascoltati.

In occasione della Giornata della donna un ricordo di Francesca Romani De Gasperi

Di seguito proponiamo ampi stralci della lettera che il Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, dottor Marco Odorizzi,  ha indirizzato alla dott ssa Fausta Luscia, Presidente A.N.D.E Brescia, per l’iniziativa di giovedì 10 marzo sulla figura di Francesca Romani De Gasperi.

 

Redazione

 

[…] grazie alla cortesia e all’attenzione del Vicepresidente del Centro Alcide De Gasperi di Castegnato, dott. Franco Franzoni, apprendo della scelta di ANDE e del Comune di Brescia di dedicare una serata alla figura di Francesca Romani De Gasperi, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata internazionale della donna.

 

[…]

 

Della figura di Francesca Romani non è stato scritto molto. Anche per questo per me è stato un grande privilegio poter accogliere qualche anno fa la proposta di Paola De Gasperi, la più giovane delle figlie di Francesca e Alcide, di raccogliere il carteggio dei suoi genitori in un volume che abbiamo voluto intitolare Alcide e Francesca. Una storia familiare. È stato un privilegio perché mi ha permesso di osservare da vicino, attraverso l’immediatezza della corrispondenza privata e l’affettuoso ricordo di Paola, una vita capace di lasciare il segno, al pari di quella di tante donne che hanno fatto la storia con tenacia e pazienza lavorando nell’ombra, senza cercare alcuna considerazione pubblica.

 

A distanza di qualche mese dall’immersione che feci nella storia di Alcide e Francesca, una cosa su tutte mi resta impressa e voglio qui ricordarla, salutando e complimentandomi per la vostra iniziativa: l’idea, costantemente testimoniata da Francesca, che si possa essere liberi anche vivendo tra mille vincoli e limitazioni. Come? Coltivando la libertà dentro di noi, oltre che fuori di noi. Accettando di non giudicare il mondo, che è sempre quello che è, ma impegnandosi invece a lasciare una scia, un segno di come vorremmo che fosse, pur sapendo che non basterà a cambiarlo una volta per tutte.

 

Perché il mondo non si cambia una volta per tutte: a nessuno e nessuna può essere chiesto di farlo. Ma nondimeno tutti e tutte siamo chiamati e chiamate a testimoniare con le nostre scelte il mondo che vorremmo. Nell’inseguire questo ideale, a Francesca non mancò certo la pazienza: non le mancò, perché non le mancò mai la fiducia. Il suo sguardo sapeva cercare, anche nei rovesci imprevedibili della vita, quell’orizzonte lontano, che non toglie valore alla piccole cose quotidiane ma al contrario dà loro senso e dimensione. Cercare il senso profondo delle cose è un esercizio a cui la nostra società ha forse un po’ smesso di abituarci.

 

In questa serenità d’animo, sostenuta da una fede profonda, c’è la radice di un impegno civile silenzioso e indefesso, che il fascismo poté umiliare, ma non sconfiggere. E che passata la tempesta saprà germogliare e sostenere gli anni più luminosi della vicenda degasperiana.

Proprio oggi, in questi tempi agitati e convulsi, di fronte a tragedie che scuotono il nostro più intimo senso d’umanità, credo che il rischio di scoraggiarci, di cedere all’apatia e all’indifferenza o, al contrario, di inseguire a testa bassa l’adrenalina del momento sia forte. Sarebbe più facile cambiare tutto in una volta, con un singolo atto eroico. Ma non ci è dato di farlo. Ciò che possiamo fare, però, è metterci sulla scia di Francesca e provare scrivere una storia diversa, con le nostre capacità, con le nostre idee, con le nostre scelte.

 

[…]

 

Con i migliori auguri…

Roberto Ippolito racconta “Delitto Neruda” mentre nasce il nuovo Cile, venerdì 11 marzo alla Garbatella.

di Jeso Carneiro

 

Alle 18.00 alla Biblioteca Moby Dick in coincidenza con linsediamento del presidente Gabriel Boric la presentazione con Patricia Mayorga Marcos del libro pubblicato da Chiarelettere che smonta la versione ufficiale della morte per il cancro. Lattesa per la possibile azione della magistratura.

 

Redazione

 

La verità per il poeta. È quella ricostruita da Roberto Ippolito con l’inchiesta internazionale contenuta nelle pagine di “Delitto Neruda”, pubblicato da Chiarelettere. Il libro viene presentato venerdì 11 marzo 2022 alle 18.00 a Moby Dick Biblioteca Hub Culturale, in Via Edgardo Ferrati 3a alla Garbatella a Roma. L’autore dialoga con Patricia Mayorga Marcos, presidenta dell’Asociación Mundial de Mujeres Periodistas y Escritoras, testimone diretta di momenti importanti: ha partecipato al funerale di Pablo Neruda. L’incontro a Moby Dick, a ingresso libero, si avvale della collaborazione della libreria Nuova Europa I Granai.

 

La scelta della data non è casuale. In coincidenza con l’incontro, a Santiago del Cile si insedia il presidente Gabriel Boric. Si concretizza così una notevole svolta politica, per l’affermazione di forze progressiste, e generazionale: Boric ha appena compiuto 36 anni. Nasce dunque il nuovo Cile. Dal quale è possibile attendersi anche un impulso alla verità per il poeta.

 

Con fatti, testimonianze e documenti “Delitto Neruda” smonta completamente la versione ufficiale della morte per il cancro alla prostata. Finora la magistratura non si è pronunciata sulla fine di Pablo Neruda, pur essendo aperto un processo dal 2011. C’è dunque attesa per la sua possibile azione. Il mutato clima del Cile la favorirà finalmente? La presentazione a Moby Dick ha quasi il valore di un appello.

“Delitto Neruda” fa conoscere anche gli ostacoli posti sul cammino della giustizia. “Questa opera è un anticipo della verità giuridica che in Cile si è voluto nascondere per diversi motivi e interessi” sostiene Rodolfo Reyes, nipote di Pablo Neruda e rappresentante legale dei familiari.

Pertanto nell’incontro a Moby Dick il passato e il presente si intrecciano. Con i risultati delle ricerche sulla fine del poeta, “Delitto Neruda” apre una pagina di storia sulle terribili violazioni dei diritti umani compiute con la dittatura militare di Augusto Pinochet. Con la sua instaurazione l’11 settembre 1973, vengono devastate le case di Pablo Neruda e i suoi libri vengono incendiati nei falò per le strade. Ovunque terrore e morte. Anche la poesia è considerata sovversiva.

A dodici giorni dal colpo di stato che depone l’amico Salvador Allende, il premio Nobel per la letteratura 1971, il poeta dell’amore e dell’impegno civile, amato nel mondo intero, muore nella Clinica Santa María di Santiago. La stessa in cui, anni dopo, morirà avvelenato anche l’ex presidente Eduardo Frei Montalva, oppositore del regime. Il decesso di Neruda avviene alla vigilia della sua partenza per il Messico, e viene attribuita al cancro alla prostata. Ma la cartella clinica è scomparsa, manca l’autopsia, il certificato di morte è sicuramente falso. “Il poeta premio Nobel ucciso dal golpe di Pinochet” si legge sulla copertina del libro.

Ippolito ha raccolto le prove sostenibili, gli indizi e il movente della fine non naturale di Neruda, sulla scorta dell’inchiesta giudiziaria volta ad accertare l’ipotesi di omicidio, e per questo contrastata in ogni modo da nostalgici e negazionisti. Per la sua drammatica ricostruzione, l’autore si è avvalso di una vasta documentazione proveniente dalle fonti più disparate: archivi, perizie scientifiche, testimonianze, giornali cartacei e on-line, radio, televisioni, blog, libri, in Cile, Spagna, Brasile, Messico, Perù, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Italia.

Il libro è scritto con il rigore dell’inchiesta e lo stile di un thriller mozzafiato. Protagonista, una figura simbolo della lotta per la libertà, non solo in Cile, vittima al pari di García Lorca, suo grande amico e illustre poeta, ucciso dal regime franchista.

Guerra in Ucraina: famiglie russe in crisi (AsiaNews).

Linvasione ordinata da Putin ha provocato una spaccatura generazionale: i giovani criticano il regime, gli anziani sostengono il presidente russo. Per la propaganda del Cremlino, gli ucraini bombardano le proprie case. Il conflitto sta distruggendo i nuclei familiari in Russia.

  

Vladimir Rozanskij

 

Tra i tanti aspetti tragici dell’invasione russa dell’Ucraina ci sono gli effetti dirompenti sulle famiglie in Russia, dovuti soprattutto alla perdita di tanti giovani vite dei militari mandati allo sbaraglio. In via ufficiale il Cremlino ammette numeri molto ridotti, qualche centinaio di perdite rispetto alle tante migliaia denunciate dagli ucraini.

 

I cadaveri vengono rimpatriati quasi di nascosto, ma i primi funerali “silenziosi” si sono già svolti nelle regioni caucasiche vicine alle zone belliche, come Cecenia, Inguscezia, Kabardino-Balkaria, Astrakhan, Ossezia del nord, Krasnodar e Daghestan. Da questi territori i lamenti delle madri si diffondono anche sulla stampa, come documenta Kavkaz.Realii, una delle tante agenzie a rischio di chiusura da parte delle autorità russe.

 

Le famiglie in tutta la Russia vivono questi frangenti in condizioni drammatiche non solo per la perdita fisica dei giovani sacrificati alla follia bellica, ma anche per le divisioni ideologiche sui motivi stessi della “operazione militare speciale”, come viene definita dal governo. Molti figli rompono i legami con i genitori e con gli amici per questi motivi.

 

La 28enne Ekaterina, fitness-trainer della regione di Rostov, vicina al Donbass, racconta di sua madre, direttrice della locale Casa della Cultura, che ha sempre sostenuto il governo anche quando erano evidenti le sue manovre antidemocratiche, come nei brogli elettorali a cui lei stessa ha dovuto assistere. Ora in famiglia ci si spacca sulla guerra: il padre tassista crede fermamente alle minacce della Nato e approva l’invasione, dando ogni colpa agli Usa. La madre dubita, ma spiega alla figlia che “sono stati gli ucraini a chiederci aiuto, non discutere o mi saltano i nervi, tanto non dipende comunque da noi”. Ekaterina ha smesso di andare a trovare i genitori, e suo marito si trova nella stessa situazione con i suoi, che sono ancora più anziani e più fermamente sostenitori di Putin.

 

La lite è diventata inevitabile dopo un video passato tra la chat di famiglia, in cui si denunciava l’assalto, e la suocera si è scagliata contro Ekaterina e il marito chiamandoli “traditori” e gridando di “aver vissuto inutilmente gli ultimi 30 anni”, dopo la fine dell’Urss. L’unico a tacere è il suocero originario dell’Ucraina, che non può evidentemente pronunciarsi per non divorziare a quasi 90 anni. Secondo Ekaterina, le persone che sostengono Putin lo fanno “perché non gli funziona più il cervello, o perché non hanno mai avuto una coscienza”.

 

Ai confini tra la provincia di Rostov e il Caucaso vive un’altra giovane donna intervistata: la 24enne Viktoria, visagista e illustratrice di professione. I genitori vivono lontano, e fino alla guerra i rapporti con loro erano “teneri e calorosi”, ma ora è un inferno. La madre ripeteva spesso “voi giovani non sapete che disastro c’era prima di Putin”, esprimendo la sua totale fiducia nel leader, sostenuta con più discrezione dal marito.

 

“I miei si bevono tutta la propaganda della televisione, anche se potrebbero benissimo informarsi altrove; non sono vecchi, anche mia nonna sa usare TikTok”, spiega Viktoria. I giovani sperano che le generazioni più mature aprano gli occhi davanti alla guerra: una cosa infatti è la garanzia di sicurezza e relativo benessere, altra cosa è la morte e la distruzione. La madre di Viktoria ha solo 45 anni, eppure si richiama ai più polverosi slogan sovietici contro “l’aggressione dell’Occidente”.

 

Il 28enne manager Arkadij di Krasnodar si riteneva apolitico, e ha iniziato a interessarsi di questi problemi quando il gruppo di Naval’nyj ha denunciato gli sfarzi del premier Medvedev nel 2017. La madre 50enne è convinta dalla propaganda televisiva che siano gli ucraini a buttare le bombe sulle loro stesse case, ed è impossibile convincerla del contrario: se le si mostrano le notizie da internet, lei risponde “in tv hanno detto che sono tutte fake news”. Arkadij conclude sconsolato che “presto non riuscirò più a vivere e a lavorare tra persone che sostengono il genocidio di un popolo fratello, a cominciare da mia madre”.

 

Il sito riporta molte altre testimonianze simili, per la maggior parte dissidi tra genitori e figli, ma anche tra coetanei, parenti e conoscenti. Se la guerra è stata iniziata anche per “difendere i nostri valori”, di certo oltre a molte vite sta distruggendo molte famiglie, cioè uno dei valori più importanti proclamati dal regime.

La ricerca di un mondo più sano. Un obiettivo sempre attuale a distanza di più di 30 anni dal discorso di De Mita a Mosca.

 

L’Unione Europea, divenuta una realtà mondiale di 27 paesi e 450 milioni di abitanti, con una rilevanza economica e industriale importante, con una moneta che a dispetto dei suoi detrattori si è comunque imposta a livello internazionale, non è riuscita a tradurre questa forza in potenza politica.

 

 

Enrico Farinone

 

La riflessione proposta qualche giorno fa da Giorgio Radicati sul discorso tenuto da Ciriaco De Mita in qualità di Presidente del Consiglio all’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica nell’ormai lontano 1988 mi ha guidato nella lettura del medesimo e nello svolgimento, a mia volta, di una modesta ma non rinviabile riflessione in questi giorni così angoscianti.

 

L’Europa da allora ha fatto molti passi in avanti e si è allargata in maniera consistente. Del resto il 1989 e la successiva disarticolazione del sistema internazionale sino a quel tempo imperniato sul bipolarismo Est-Ovest è arrivato non molto tempo dopo, ma dopo quel discorso. Eppure – ed è questo il dato che mi ha impressionato del ragionamento demitiano – il punto di fondo che ivi veniva proposto non è ancora stato raggiunto, con grave danno per l’Europa: “Penso che l’Europa non si debba tanto definire geograficamente, quanto politicamente e strategicamente, come un punto di riferimento dell’ordine internazionale”. E più avanti, a rafforzare il concetto: “È necessario che la grande potenza economica della comunità non si regga sulle gambe di un nano politico”.

 

Dopo 34 anni siamo ancora lì. L’Unione Europea, divenuta una realtà mondiale di 27 paesi e 450 milioni di abitanti, con una rilevanza economica e industriale importante, con una moneta che a dispetto dei suoi detrattori si è comunque imposta a livello internazionale come una delle più sicure, non è però riuscita a tradurre questa forza in potenza politica.

 

I motivi sono noti, analizzati e discussi ad ogni livello – istituzionale, accademico, pubblicistico – eppure non si è riusciti a tutt’oggi ad affrontare con decisione la questione. Si è preferito anzi rafforzare l’Europa intergovernativa a scapito di quella comunitaria, finendo così col favorire l’emersione di impulsi nazionalistici (alimentati dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria prima e dalla crisi migratoria del 2015/2016 poi) che a loro volta hanno rallentato il processo di integrazione. Un pericolo anticipato nel discorso: “Lo sviluppo di un’Europa occidentale più integrata è il modo migliore per sconfiggere quelle tendenze nazionalistiche che all’Est come all’Ovest potrebbero speculare sui timori del mutamento per tentare di turbare la stabilità degli equilibri politici europei”.

 

Ora un processo integrativo ha ripreso parzialmente vigore, ma solo in seguito a eventi catastrofici: la pandemia e adesso la guerra in Ucraina. La prima ha generato il piano Next Generation EU, mettendo in comune debito europeo dopo aver sospeso il tanto discusso Patto di Stabilità. La seconda sta unendo tutti i Paesi dell’Unione – inclusi quelli più distanti da essa sul piano dei valori – a tutela della democrazia e della libertà minacciate dal neo-imperialismo russo.

 

Manca ancora, però, una reale forza politica, oltre che militare. Lo si è visto plasticamente nel modo col quale Putin ha di fatto trattato Macron e Scholz, recatisi a Mosca per garantirgli una certezza per lui importante (la non adesione dell’Ucraina alla NATO, ma pure alla UE). La salvaguardia della pace nelle relazioni internazionali presuppone sempre una forte capacità politica. De Mita lo evidenziava con nettezza: “Dal punto di vista dell’Europa occidentale, una testa politica è necessaria anche per conseguire ulteriori progressi sulla strada della sicurezza reciproca e del disarmo. Si tratta di andare molto al di là del problema di come ridurre carri armati o divisioni di fanteria”.

 

De Mita infine concludeva il suo discorso con un tono più aulico, forse non tipico del personaggio ma invece proprio della cultura politica nella quale si era formato: “Mi pare sia giunto il tempo in cui possa applicarsi alle opere di pace tutta l’intelligenza riversata nell’elaborazione di sistemi di guerra e di istituzioni repressive. Sono secoli di storia sui quali riflettere per compiere una vera inversione che possa portarci a un sistema di civiltà diverso”. La ricerca di “un mondo più sano, centrato sull’uomo, quale soggetto di diritti inalienabili” rimane un obiettivo da perseguire con fiducia, anche se spesso la si dimentica, spersa nei meandri più cupi della cronaca che si fa storia.