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Una politica estera senza ideologie. Il nuovo ruolo dei cattolici popolari.

 

Dopo la drammatica invasione dellUcraina da parte della Russia e le gestione imperiale del suo capo indiscusso, si rende non solo necessario ma indispensabile ed imperativo avere una politica estera seria e coerente che non sia più appaltata ad improvvisatori della politica o ai soliti tecnici di settore o ai tecnici o tecnocratici tour court.

 

 

Giorgio Merlo

 

La drammatica guerra a cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni ha riproposto, finalmente e purtroppo, la necessità di avere una politica estera. Cioè una strategia che sia in grado di leggere ciò che capita nel mondo da un lato e come si può, al contempo, indicare e condizionare le dinamiche e le politiche che affrontano di volta in volta i nodi più intricati della matassa internazionale.

 

Ora, tutti sappiamo che la politica estera per molti anni è stato il risultato di scelte di campo nette, di opzioni politiche definite e di impianti ideologici che apparivano inscalfibili. Una serie di certezze che si sono sgretolate di fronte ad avvenimenti, più o meno prevedibili, che hanno segnato e condizionato l’evoluzione del mondo. Ma, è persin inutile negarlo, le culture politiche e le rigidità ideologiche condizionavano pesantemente le scelte e le strategie dei singoli partiti e delle varie coalizioni. Comunque sia, anche quelle opzioni e quelle certezze ideologiche erano declinate da una attenta e raffinata strategia politica. E, di conseguenza, interpretata da autorevoli e altrettanto qualificati leader politici e statisti. Sotto questo versante, l’esperienza della classe dirigente democratico cristiana da un lato e la stessa statura degli esponenti dell’opposizione e dei partiti di democrazia laica e socialista dall’altro – come li definiva giustamente Carlo Donat-Cattin – contribuivano a dare lustro, prestigio e autorevolezza alla definizione della politica estera italiana.

 

 

Tuttavia, con l’esaurirsi delle certezze ideologiche – salvo piccole nicchie sparse qua e là ma ormai del tutto insignificanti – e con il tramonto dei partiti espressivi di una cultura politica definita e chiara, la politica estera è diventata più un’urgenza da risolvere del governo di turno che non il frutto di una attenta e pertinente elaborazione politica e culturale. E su questo versante, soprattutto dopo la drammatica invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le gestione imperiale del suo capo indiscusso, incontrastato e dominante, si rende non solo necessario ma indispensabile ed imperativo avere una politica estera seria e coerente che non sia più appaltata ad improvvisatori della politica o ai soliti tecnici di settore o ai tecnici o tecnocratici tour court. Cioè, detto in altri termini, adesso la politica deve ritornare protagonista al di là e al di fuori delle certezze ideologiche del passato e seppur con lo sbiadire progressivo delle culture politiche di riferimento.

 

Per questi motivi il cattolicesimo politico adesso, soprattutto adesso, ridiventa centrale e decisivo. Per il contributo di qualità e di autorevolezza che può concretamente apportare alla politica italiana e anche, e soprattutto, per la credibilità della politica estera del nostro paese. Certo, una politica che non potrà non raccogliere il patrimonio di idee, di valori, di esperienze e di storia di governo che hanno caratterizzato la lunga stagione politica della Democrazia Cristiana. Perchè anche senza la griglia ideologica, la politica non va in pensione. Semplicemente si declina giorno per giorno con modalità diverse rispetto al passato. In ogni caso con l’apporto decisivo, essenziale e determinante delle culture politiche. Che vanno riscoperte e rideclinate. A cominciare dalla nostra, quella cattolico democratico, popolare e sociale.

La propaganda di Putin fa perno sulla rappresentazione di una presunta intesa storica con l’Occidente sul futuro dell’Ucraina.

 

In realtà il Memorandum di Budapest, firmato nel 1994, garantiva l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. La sua apertura all’Ovest non era disconosciuta, né perciò impedita. Ora opporsi alladesione di Kiev alla Nato significa violare i principi fondanti stessi di questultima, secondo cui lAlleanza è aperta ad ogni Stato sovrano europeo che voglia farne parte.

 

 

 

Giorgio Provinciali

 

Il 5 dicembre 1994 l’Ucraina firma il Memorandum di  Budapest sulle garanzie di sicurezza. S’impegnava a smaltire l’arsenale nucleare ancora in suo possesso a seguito della dissoluzione dell’URSS, e a non proliferare altre armi nucleari. Ben 1900 testate nucleari furono mandate in Russia per essere smaltite nei successivi tre anni.

 

In cambio, proprio la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno dato garanzie scritte all’Ucraina circa l’inviolabilità territoriale e dei propri confini, la sua indipendenza e la sua sicurezza. Anche Francia e Cina si sono impegnate successivamente in tal senso a dare le medesime garanzie. Il “casus foederis”, nella fattispecie, vincola il Regno Unito ad un intervento obbligatorio a sostegno e difesa dell’Ucraina.

 

Questa è Storia.

 

È un accordo sottoscritto dalle parti e strettamente vincolante per le parti, che s’impegnano formalmente a rispettarne l’indipendenza e la sovranità e dall’astenersi dall’uso della forza e da qualsiasi minaccia contro l’Ucraina, non solo militare ma anche economica.

 

Il Regno Unito ha l’obbligo formale d’intervento in difesa dell’unità territoriale ucraina.

 

Inoltre, le richieste della Russia di opporsi all’adesione dell’Ucraina alla NATO violano i principi fondanti stessi di quest’ultima, secondo cui l’Alleanza è aperta ad ogni Stato sovrano europeo che voglia farne parte.

 

Anche questa è Storia.

 

Le garanzie rivendicate da Putin circa una non-espansione della NATO “neanche di un centimetro” ad est sono state soltanto verbali, come ricordato dallo stesso Gorbaciov in un’intervista al Daily Telegraph, il 7 maggio 2008, ricordando quanto detto dall’allora cancelliere tedesco Helmuth Kohl e dal segretario di Stato USA dell’epoca, James Baker, durante i bilaterali Washington – Mosca e i colloqui 4+2. Il “documento scritto” cui fa riferimento Putin è soltanto una minuta di quanto detto durante tali incontri e non un accordo formale sottoscritto dalle parti.

 

Storia, sempre Storia.

 

Nessun accordo scritto formale vieta alle ex Repubbliche sovietiche di far richiesta d’ingresso nella NATO, mentre esiste un accordo formalmente sottoscritto da tutte le parti per un intervento militare del Regno Unito (che fa parte della NATO) a difesa dell’Ucraina, la cui integrità territoriale è stata minacciata e la cui sovranità è stata violata.

Il Dizionario sociale di Dossetti: da Argentina ad Autarchia.

 

Riprendiamo la pubblicazione di alcune voci di questo dizionario – pensato come strumento a disposizione dei militanti – che Giuseppe Dossetti diede alle stampe nellaprile del 1946 in qualità di Vice Segretario e responsabile dellUfficio Stampa, Propaganda e Studi (SPES) della Dc. Va precisato che i nomi degli autori sono trascritti per esteso, mentre nel testo originale apparivano in sigla. 

Redazione 

 

ARGENTINA. Stato dell’America del Sud, affacciato all’oceano Atlantico; retto in Repubblica federale, – Sup.: 2,8 milioni di Kmq. – Pop. 14 milioni di ab. – Dens. 6 per Kmq. – Cap.: Buenos Aires (3 milioni di ab.). Risorse economiche: solo il 10% è della sup. è coltivata; la metà dei coltivi è a cereali: frumento (90 milioni di q.), mais (50 milioni di q.); l’altra metà è a culture tropicali e varie: lino, cotone, canna da zucchero, arachidi, ecc. Notevole la viticoltura e la frutticoltura. La foresta occupa il 26% del territorio ed è fonte di numerosi e preziosi prodotti. Importante è l’allevamento del bestiame (44 miloni di ovini e 40 di bovini) che ha dato vita ad una sviluppata industria delle carni congelate, degli estratti e derivati diversi. Gli ovini mettono l’A. tra i principali produttori di lana. Il sottosuolo non è molto noto né molto sfruttato; notevole soltanto la produzione di petrolio (2,5 milioni di tonn.) e di gas naturali. Possibilità: sono notevoli in ogni campo, soprattutto nei confronti dell’agricoltura e dell’allevamento. (Roberto Pracchi)

 

ARIANI, v. Razzismo.

 

ARISTOTELE (384-322 a. C.). Il più grande filosofo greco, discepolo di Platone, fondatore della scuola detta peripatetica. Elaborò un sistema filosofico completo, fondato sull’esperienza e sulla ragione. È famoso sopratutto nel campo della logica e della metafisica. Sua dottrina filosofica fondamentale è quella della potenza (possibilità ad essere, non essere attuale) e dell’atto (essere attuale perfezione). Il passaggio dalla potenza all’atto costituisce il divenire, e questo non si spiega senza una causa dello stesso divenire, la quale non divenga, non muti: Dio, atto puro, primo movente immobile. (Umberto Antonio Padovani)

 

A.S.C.I. (Associazione scoutistica cattolica italiana). Fondata nel 1916, fu sciolta dal Governo fascista nell’aprile del 1928. Risorta ufficialmente nel marzo 1944, l’Associazione, riallacciandosi alla tradizione della vecchia A.S.C.I., persegue lo scopo di sviluppare nei giovani, applicando il sistema educativo scoutistico del Gen. Robert Baden Powell, le doti del buon cristiano e del buon cittadino, formandone il carattere, inducendo in loro abitudini di osservazione, di autodisciplina, di fiducia in se stessi; inculcando la lealtà e la carità verso gli altri; avviandoli a lavori e specializzazioni in vista del loro orientamento professionale, promuovendo in una parola il loro sviluppo fisico, intellettuale e morale, con la vita al- l’aperto a contatto della natura, L’Associazione è retta da un Commissario Centrale ed ha, alla periferia, dei Commissariati Regionali, di zona e di gruppo. (Vittorino Veronese)

 

ASSEGNO. Titolo di credito che sostituisce il danaro contante e facilita la circolazione. Dicesi assegno bancario o chèque quello con cui chi ha somme depositate presso banche, ne dispone a favore proprio o di terzi. Dicesi assegno circolare quello con cui una banca, una volta ricevuta la somma corrispondente, si obbliga di pagarla al possessore del titolo. (Guido Rossi)

 

ASSICURAZIONE. Attenuazione od eliminazione degli effetti che eventi dannosi possono produrre ad un determinato patrimonio. Tale attenuazione od eliminazione si realizza mediante l’assunzione da parte di un’impresa dei rischi ai quali sono esposti più patrimoni, dietro corresponsione di un compenso chiamato premio fissato secondo la probabilità che l’evento si verifichi. L’impresa riscuote i premi da tutti gli assicurati ed indennizza i colpiti del valore del danno sofferto. In campo sociale il principio è applicato a favore di tutti gli esposti ai rischi della disoccupazione, malattie, invalidità, vecchiaia, tubercolosi, infortuni e maternità. In Italia provvedono alle assicurazioni sociali: l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), l’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), le varie Casse Malattia pei lavoratori dell’industria, del commercio, dell’agricoltura ecc. e la Cassa Nazionale di Maternità. A tali Istituti e Casse, i lavoratori ed i datori di lavoro versano dei contributi e, nel caso si verifichino i rischi suddetti, ne ricevono la prescritta assistenza. (Beniamino Vigoriti)

 

ASSOCIATION NACIONAL DE PROPAGANDISTAS CA-TOLICOS. Fondata nel 1909 a Madrid da A. Herrera, riunisce oggi circa 300 laici per guidarli nel promuovimento dell’azione pubblica dei cattolici spagnoli. Ne è presidente attuale Fernando Martin Sanchez. (Romero Ledesma)

 

ASSOLUTISMO. Teorie e sistemi politici che consacrano l’accentramento del potere nelle mani di un individuo o di un gruppo, senza che siano riconosciute rilevanti garanzie in favore di coloro su cui il potere si esercita. Assoluti furono per antonomasia gli antichi imperi orientali; assoluti i regni dell’Europa continentale nel cinque e seicento, quando il suddito era in balìa dell’arbitrio del principe e di chi circondava quest’ultimo; assoluti furono sostanzialmente gli stati totalitari. Ma assoluto può essere il potere anche in una democrazia, se all’individuo non si riconoscono sufficienti prerogative contro gli eventuali abusi della maggioranza; la Repubblica francese dei Giacobini peccò di assolutismo non meno della monarchia di Luigi XIV. Noto teorico di questo modo di intendere l’esercizio del potere fu Thomas Hobbes (1588-1679) specialmente nel suo Leviathan (1651). (Giovanni Miglio)

 

ASTA PUBBLICA. Per l’assegnazione di appalti (v.) o per l’acquisto di beni venduti da un ente pubblico, può essere effettuata col metodo della candela vergine, secondo il quale resta accolta l’offerta che non venga migliorata dagli intervenuti all’asta durante il tempo misurato dall’accensione di una piccola candela: o col metodo della scheda segreta, per il quale le offerte vanno presentate in busta chiusa e si accetta l’offerta che risulta migliore all’apertura delle schede. Quando vi sia la scheda di riterimento si accetta l’offerta che più si avvicina all’offerta segreta dell’amministrazione appaltante: si ricorre a questo metodo per assicurare la serietà dell’asta ed escludere le offerte troppo basse, che fanno presumere che l’appaltatore non possa tenere l’impegno senza frodi. (Ezio Vanoni)

 

ATANASIO (S.), v. Dottori della Chiesa.

 

AUSTRALIA. Continente tra l’Oceano Indiano ed il Pacifico;

Dominio britannico retto in federazione di 6 Stati (Queesland, Nuova Galles del Sud Victoria, Australia merid., Australia occ.) di un Distretto feder. (Camberra) e di un Territorio (Terr. feder. del Nord. – Sup.: 7,6 milioni di Kmq. – Pop.: 6,7 milioni di ab. – Dens.: 0,9 ab. per Kmq. – Cap.: Camberra (7 mila ab.). Risorse economiche: sono derivate in primo luogo dall’allevamento; prevalentemente numerosi sono gli ovini (115 milioni di capi), i cui prodotti (lana, pelli, carni, burro e latticini) superano da soli il valore globale derivato dall’agricoltura e dall’estrazione mineraria. L’agricoltura è limitata, dalle condizioni climatiche, alle zone periferiche specialmente sud-orientali; fra i cereali predomina il frumento (40 milioni di q.); fra le piante industriali, la canna da zucchero. Il sottosuolo è provvisto di minerali: diffuso ed abbondante l’oro; notevoli pure l’argento, il rame, il piombo, lo stagno e lo zinco. Importanti sono i giacimenti di carbone. In progressivo sviluppo l’industria che tuttavia difetta di mano d’opera. Possibilità: sono notevolissime in ogni campo. (Roberto Pracchi)

 

AUSTRIA. Repubblica unitaria dell’Europa centrale. Sup.: 87 mila Kmq. – Pop.: 6,5 milioni di ab. – Dens.: 78 ab. per Kmq. – Cap. Vienna (2 milioni di ab.). – Risorse economiche: la prevalenza di superficie montuosa limita le possibilità dell’agricoltura e favorisce invece l’allevamento (che alimenta una notevole industria di latticini) e la ditfusione del bosco (che offre abbondante legname d’opera). Notevoli sono i giacimenti minerari di ferro (Stiria e Carinzia) e di rame (Salisburgo). Sviluppati alcuni rami dell’industria, quali la siderurgica, la meccanica e la tessile. Possibilità: tenui nell’agricoltura; limitate nell’allevamento; migliori nell’industria. (Roberto Pracchi)

 

AUTARCHIA. È concetto che sta in relazione alle cosidette autonomie locali ed indica il diritto, fondato sulla legge positiva, che compete a determinati enti verso lo Stato per la gestione in mano propria dei loro interessi e dei loro beni, cogli stessi effetti come se quella gestione venisse operata da un’amministrazione statale. Gli enti che hanno tale diritto di autarchia, cioè di autoamministrazione, si chiamano elitticamente enti autarchici e corrispondono alla categoria degli enti pubblici. Diversa dalla nozione giuridica di autarchia è la nozione economica. Autarchia, in quest’ultimo senso, significa autosufficienza, cioè sfruttamento integrale delle proprie risorse per eliminare al massimo acquisti e importazioni da altre fonti. Applicata all’economia degli Stati la politica autarchica volge fatalmente a un chiuso nazionalismo e a un isolamento pericoloso, oltre che contrario ai principi della solidarietà umana che deve collegare nazioni povere e nazioni ricche. (Antonio Amorth.)

Cosa serve per fermare il massacro degli ucraini? Non basta l’esecrazione, urge un invito forte alla concordia.

 

Vengono in mente i monsignori di cui parlava Voltaire: erano “più impegnati a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo”. Tutto sommato è più gratificante affidarsi in modo convinto alla preghiera.

Francesco Provinciali

 

C’è chi vuole aprire tavoli di riflessione sull’Ucraina, per dire che le colpe vanno divise a metà. Lodevole iniziativa. Sarebbe magnifico liberare anche qualche palloncino al cielo, organizzare fiaccolate. Ma “aprire tavoli di concertazione non serve più, da tempo”. Qui ci troviamo di fronte ad un dittatore definito per eufemismo ‘autocrate’, circondato da un cenacolo di oligarchi, lucido nel perseguire obiettivi di distruzione, annientamento di una Nazione, che nega il principio di autodeterminazione dei popoli.

 

Dei “tavoli” per la pace Putin non se ne fa niente. Non gliene può importare di meno. Se non è ci chiaro il concetto, questo vuol dire che non lo conosciamo bene. Altrimenti non avrebbe incarcerato migliaia e migliaia di suoi connazionali dissidenti: tra cui alcuni bambini che deponevano dei fiori. La storia si ripete e Putin è il nuovo Hitler del XXI secolo: lo ha detto se non erro anche Liliana Segre. La Corte di giustizia dell’Aja lo metterà sotto accusa per crimini di guerra. Ma lui ha fatto sapere che per raggiungere i suoi obiettivi militari è pronto a distruggere il mondo.

 

Nella città di Kharkiv i militari russi hanno ucciso 2000 civili: oltre cento di loro erano bambini. Non sono per la reazione armata, aborrisco le guerre, non voglio l’intervento della Nato perché porterebbe alla terza guerra mondiale e alle testate nucleari. Penso piuttosto ad iniziative politiche di peso…tutti i leader del pianeta che vanno da Putin o lo interpellano in videoconferenza per fermare il massacro, davanti agli occhi del mondo. Deve essere isolato: anche psichiatricamente è irrecuperabile.

 

Ad una CTU personologica un profilo diabolico come il suo, un sanguinario assassino di civili inermi, potrebbe essere valutato, per usare una nota definizione  giudiziaria…“un criminale matricolato”. Circa i “tavoli” un tempo ormai lontano erano una conquista della democrazia ora sono una scelta spesso autoreferenziale e decadente di nichilismo, che serve per salvare la propria coscienza semplicemente parlando, esternando, usando vuote figure retoriche di stile buonista e girotondino. Ma se tra noi c’è ancora chi pensa che vittima e carnefice, Caino e Abele sono “uno che vale uno”, e che  sono “uguali”…temo che abbiamo imboccato la via della decadenza della nostra civiltà.

 

Federico Rampini (uomo di sinistra da sempre) ha detto che l’Occidente è un malato in fase terminale. Lui ha vissuto più all’estero che in Italia, conosce il mondo come pochi. Chi non coglie questi segnali provi a leggere il suo libro “Fermare Pechino”. Oppure a dare un’occhiata a questo articolo di Giuliano Cazzola, giuslavorista e politologo eccellente e senza peli sulla lingua, pubblicato su Huffington Post. Una persona coraggiosa, intelligente ed intellettualmente onesta.

 

https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/03/04/news/putin_non_si_difende_e_un_aggressore_e_va_fermato-8894063/?ref=HHTP-BH-I8826926-P1-S3-T1

 

Chi vuole contribuire alla pace è sempre benvenuto purchè rechi con sé il senso della misura. Sarebbe bellissimo riunirsi e decidere di inviare a Putin le colombe della pace. Ma all’atto pratico…sarebbe una soluzione ininfluente e comunque irrealizzabile: attorno ai tavoli si siedono tra l’altro affabulatori mestieranti e professionisti che vogliono soverchiare il proprio interlocutore. L’importante è “uscire” con un documento di esecrazione, ma anche di invito alla concordia: dimentichiamo i morti e prendiamoci per mano, tutto alla fine si ricompone nel nulla.

 

Mi vengono in mente i monsignori di cui parlava Voltaire:, e cioè “coloro che sono più impegnati a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo”. Tutto sommato è più gratificante affidarsi in modo convinto alla preghiera. E per fare questo non serve sedersi intorno a un tavolo, basta inginocchiarsi e invocare con fede la mano protettrice di Dio.

La rivoluzione d’Ottobre e la guerra interetnica del 1918: le radici della crisi russo-ucraina.

 

Conoscere un passato di rivalità e di conflitti aiuta a comprendere lo scontro militare odierno. Il retaggio storico-politico non è acqua, e in molti casi si tramuta in controversia ancestrale, tramandata dagli avi e dalle loro lotte per la rivendicazione dei propri ideali.

Marco Giuliani 

 

Sull’onda della Rivoluzione russa, iniziata nel febbraio del 1917 e conclusasi con successo il 25 ottobre dello stesso anno (date del calendario giuliano), la successiva e fulminea presa del potere da parte dei bolscevichi determinò l’uscita della Russia dalla Grande Guerra. Seguì l’instaurazione di un’autocrazia basata sulla statizzazione di tutte le attività produttive che fu favorita dall’appoggio delle forze armate e dalla successiva costituzione dell’Armata rossa.

 

Non serve andare troppo indietro nel tempo per capire che la frammentazione geopolitica e interetnica russa – di fatto già esistente (almeno) dal Seicento – avrebbe a lungo andare provocato tutta una serie di sommovimenti interni e scontri di natura social-popolare. Certo va registrato che la fine del primo conflitto mondiale fu contrassegnata dall’aggravarsi di una condizione già di per sé difficile, ma tendenzialmente destinata ad acuirsi negli anni a venire. Quanti sanno che la nascita della Russia rivoluzionaria, futura Unione Sovietica, coincise con la guerra militare contro gli stessi russi operata dai governanti polacchi insoddisfatti dagli accordi di Versailles? Nei particolari, il tentativo di dare luogo alla ricostruzione della “grande Polonia” risalente a duecento anni prima, si tramutò in un duro scontro alla fine del quale vennero soddisfatte le vecchie aspirazioni di Varsavia: l’acquisizione di ampie zone della Bielorussia e dell’Ucraina. Come sappiamo oggi, ne abbiamo ben donde, non si trattò affatto di una transizione democratica, bensì di una fase di stallo violenta e passibile (in modo sin troppo ovvio) di successive modificazioni ed evoluzioni. Anche tra le più tragiche.

 

La costituzione della nuova Russia, futura URSS, prevedeva già allora che lo stato nato dalle ceneri della Rivoluzione avesse basi federali; la prospettiva a medio termine era infatti quella di erigere una grande repubblica socialista di respiro internazionale fondata su più entità territoriali che rispettasse l’autonomia di ogni minoranza etnica. Artefice dell’operazione, Lev Trotzkij. Ma era altresì prevedibile che dall’unione delle numerose province dell’ex Impero zarista – tra cui l’Azerbaijan, la Georgia, l’Armenia e le stesse Bielorussia e Ucraina – sarebbe scaturita una più che complessa e fragile struttura istituzionale. Da questa soluzione politica, di cui divennero parte integrante anche le sterminate lande della Siberia, la guerra scoppiata nel 1918 tra i nazionalisti ucraini e il movimento bolscevico filorusso rappresentava solo l’inizio di una disputa politica, territoriale ed etnico-religiosa destinata a prolungarsi nel tempo. Dalla crisi interregionale di cui sopra, la frammentazione geopolitica si infittì inevitabilmente; ne derivò la ulteriore scissione dei movimenti di origine ucraina, schierati da una parte a favore dell’annessione alla Russia e dall’altra a favore del mantenimento dell’indipendenza.

 

Il retaggio storico-politico non è acqua, e in molti casi si tramuta in controversia ancestrale, tramandata dagli avi e dalle loro lotte per la rivendicazione dei propri ideali. Quello che si attuò tra il ’20 e il ’22 null’altro fu se non l’accorpamento delle tante singole repubbliche a quella russa, la più grande, la quale varò, grazie al ruolo svolto dai soviet, la carta dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Un gigante fragile, controverso, caratterizzato da spinte centrifughe interne mai sopite e mai sedate, che di fatto sarebbe imploso poco più di mezzo secolo dopo dando luogo a una nuova, difficile e tormentata fase di cambiamenti e di riforme. Così, quel soggetto fuoriuscito nel 1924 a seguito della «Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato» si trasformò nuovamente, parliamo del 1991, in un mosaico di stati e staterelli retti ognuno da carte statutarie deboli e traballanti, parimenti al loro sistema economico. Proprio per via delle molteplici posizioni politiche e delle plurime appartenenze, fluttuanti da secoli, il calvario delle popolazioni più povere, quelle operaie e contadine, si sarebbe protratto ancora. Talvolta con la promessa (disillusa) da parte della comunità internazionale di un facile arricchimento e del raggiungimento del benessere. Sino a indurre alcune di queste entità – è il caso della nuova Ucraina – ad avvicinarsi alla Nato a seguito del putsch operato nel 2014 ai danni del governo retto dal primo ministro filorusso (ma di nazionalità ucraina) Janukovyč.

 

La reazione di Mosca non si fece attendere, e anche questa provocò lotte armate per accaparrarsi i residui poteri locali dei territori russofoni, scontri tra diverse etnìe (non ultimi, quelli innominabili del Donbass, che lasciarono sul campo 14 mila morti) e l’insediamento di giunte corrotte. Il tutto caratterizzato dal tira e molla tra i fautori dell’avvicinamento alla UE e i fedelissimi della nuova Federazione russa. Ed ecco la drammatica escalation. Una lacerazione (a oggi apparentemente insanabile) che si allargherà a macchia d’olio, sino a coinvolgere i vertici politici e gli interessi delle più grandi potenze, comprese quelle occidentali. Condizione, questa, che terrà il mondo col fiato sospeso.

 

Tutto ciò si sarebbe potuto evitare? Assolutamente si, magari a colpi di diplomazia e di strategia politica. Anche dei più scorretti e utilitaristi, se volete. Ora è necessario intraprendere un nuovo corso, una “nuova via”, da entrambe le parti in rotta. Possibilmente senza bombe.

Vi spiego il boomerang Jackson per Biden. Scrive La Palombara (formiche.net).

 

La nomina di Ketanji Jackson alla Corte Suprema è una scelta di straordinario coraggio e coerenza del presidente Joe Biden. Purtroppo è anche prematura e politicamente molto pericolosa. Il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Yale.

Joseph La Palombara

Gli istinti suicidi dei liberal-democratici americani sono apparentemente inesauribili. Il più chiaro esempio di questo assunto è la recente nomina del presidente Biden di Ketanji Brown Jackson come giudice della Corte Suprema. Una persona eccellente che purtroppo ha fatto rumore in questi giorni per due motivi: è donna e è di colore.

Questa nomina, sebbene accolta con favore da molti e in effetti meritevole di un unanime applauso, rischia tuttavia di avviare il Partito democratico alla sua demolizione politica. È triste dirlo ma negli Stati Uniti permangono oggi forti sentimenti di misoginia, più che in altre parti del mondo. Non dimentichiamo come solo pochi anni fa milioni di persone preferissero spedire Hillary Clinton in carcere piuttosto che alla Casa Bianca.

Con questa nomina Biden si è assicurato suo malgrado la defezione di diversi democratici alle urne delle mid-term o alle presidenziali del 2024. La fetta più incline al razzismo che ancora oggi rimane nell’elettorato democratico slitterà verso i Repubblicani man mano che il voto si avvicina.

 

Da una prospettiva di tattica politica, nessuno deve applaudire di più questa nomina nomina di Donald Trump e dei Repubblicani, dentro e fuori il Congresso. È infatti ormai noto come la presidenza di Barack Obama, primo presidente di colore della storia, sia stata una ragione chiave dei milioni di voti conquistati da Trump nel 2016, sia pur ottenendo una minoranza nel voto popolare. Molti americani non hanno mai digerito l’elezione a presidente di un uomo proveniente da una minoranza di colore. Molti americani, perfino quelli che lo detestavano, hanno quindi scelto di turarsi il naso e di votare per Trump.

 

Se la giudice Jackson sarà confermata, bisognerà attendersi una marea di razzisti silenziosi che a novembre e più in là alle presidenziali ondeggerà da un lato all’altro dell’arco politico. Accuseranno Biden di voler “consegnare” il Paese a una minoranza. I suprematisti bianchi, lo dimentichiamo troppo spesso, giocano ancora un ruolo importante nella politica americana, inutile negarlo. In molti faranno fatica a mandar giù la presenza di due giudici di colore su nove nella Corte suprema.

 

Intendiamoci: niente di tutto questo deve scambiarsi per una polemica contro Jackson. Ha fatto un lavoro straordinario nelle varie cariche ricoperte. È una scelta di primo, anzi primissimo piano. E la capacità di Biden di tener fede alle promesse elettorali è da lodare: sta facendo quello che ha detto, né più né meno. L’onestà è da sempre un marchio di fabbrica dell’uomo, tanto più se paragonata all’egomania del precedente inquilino dello Studio Ovale.

 

Insomma, la scelta di Biden di rimpiazzare il giudice Ginsburg con un altro giudice di assoluto livello, per di più donna, è coraggiosa e giusta, nessuno può contestarne le credenziali. Possiamo però essere certi che una parte pericolosa del Partito repubblicano lo farà.

 

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https://formiche.net/2022/03/boomerang-jackson-biden/

Cinquanta anni fa l’indipendenza del Ghana. Un Paese dalla forte vocazione continentale. Il punto sull’Osservatore Romano.

 

Una storia tormentata, ma punteggiata di costanti riprese della volontà di crescita e sviluppo. Il Ghana è diventato una delle economie più forti di tutto il continente, tanto che nel 2021 lAbsa Africa Financial Markets Index ha posizionato il Paese al quarto posto tra le economie africane più forti.

 

Cosimo Graziani

 

Il 6 marzo ricorre il 50º anniversario dell’indipendenza del Ghana. Questo piccolo Paese affacciato sul Golfo di Guinea, con un lontano passato imperiale, è stato per centoventi anni una colonia britannica. L’indipendenza è arrivata nel 1957 dopo un periodo di autonomia interna in seno al Commonwealth. Erano gli anni della seconda decolonizzazione e della fine di quello che restava degli imperi europei. Dalle ceneri della seconda guerra mondiale solo Francia e Regno Unito avevano saputo mantenere le colonie d’oltreoceano, ma il vento era cambiato.

 

I soldati africani avevano preso parte alle battaglie europee e nel loro ritorno a casa si erano resi conto che qualcosa era cambiato per sempre: gli imperi non erano più quelli di un tempo e le idee dei quattordici punti del presidente americano Wilson del 1918 erano state in ribadite anche dalla Carta Atlantica, che prometteva un mondo diverso da quello in cui i Paesi europei avevano espanso i loro territori in Africa. Fu grazie alle nuove idee che i movimenti indipendentisti africani seppero crescere e lottare per i loro obiettivi, tanto che gli imperi incominciarono a sgretolarsi. Nel processo di decolonizzazione, il Ghana fu il quarto Paese africano a diventare indipendente negli anni ’50, da lì a otto anni si sarebbero formati ben ventotto nuovi Stati africani, tutte ex colonie che avrebbero ridisegnato la geopolitica mondiale nel contesto della Guerra fredda.

 

Kwame Nkrumah fu il politico che condusse all’indipendenza. Fin dagli anni ’40 si impose come leader nazionalista come capo del Convention’s People Party e ricoprì dal 1952 la carica di primo ministro dell’allora colonia della Costa d’Oro, carica confermata al momento dell’indipendenza.

 

Nel 1960 poi divenne capo dello Stato. Nel suo libro Ebano, Ryszard Kapuscinski racconta in maniera eccelsa tutte primi giorni di indipendenza dello stato in cui un certo dinamismo alimentava l’attività dei giovani ministri di Nkrumah, c’era speranza nel futuro e un senso di fortissima rivalsa per l’imperialismo e i nemici dell’Africa. Nkrumah fu uno dei leader del panafricanismo, il movimento politico che in quegli anni promuoveva l’unità di tutti i Paesi del continente, non a caso nel 1961 si svolse ad Accra la prima conferenza panafricana. Ma in quegli anni l’Africa era un dei campi di battaglia tra le ideologie. Nonostante poi il panafricanismo abbia dato l’impulso necessario per l’indipendenza delle ex colonie e per la costituzione di organizzazioni politiche come Organizzazione dell’Unità africana, poi divenuta Unione africana nel 2002, la politica africana in quegli anni ebbe delle divisioni profonde sulla linea da seguire all’interno del continente e al di fuori. Alcuni stati erano per il mantenimento di legami con gli ex imperi, mentre altri per una neutralità politica che si rispecchiava in una cesura totale.

 

Il Ghana guidava quest’ultimo, che era famoso con il nome di gruppo di Casablanca, dalla città in cui si tenne il loro incontro. Oltre alla unione di tutto il continente, Nkrumah promuoveva il “socialismo africano” ovvero un socialismo che fosse applicato seguendo le caratteristiche sociali e politiche del continente.

 

Purtroppo, Kapuscinski nel suo libro ci dà testimonianza anche dei prodromi di uno dei mali che colpisce le personalità carismatiche e che finì per colpire anche Nkrumah: il culto della personalità. Nkrumah si sentiva in missione non solo per il Ghana, ma per tutta l’Africa e questo lo portò a trascurare gli affari del suo Paese che subì una forte crisi economica a metà degli anni ’60. La sua missione alimentò il suo culto e la situazione precipitò internamente tanto da diventare un regime autoritario tra il 1964 e il 1966, anno in cui il leader fu deposto mentre si trovava in visita ufficiale in Asia.

 

Il Ghana ha perso negli anni il suo peso ideologico. Dopo il 1966 il Paese è stato colpito da diversi colpi di stato, seguendo una traiettoria tipica di molti Paesi africani, che nella loro storia hanno oscillato tra tentativi di sviluppo democratico e prese del potere autoritarie che le facevano arretrare in questo percorso. La svolta per il Ghana è arrivata grazie alle elezioni del 1992, con le quali si reintroduceva il multipartitismo dopo ventisei anni. le elezioni furono vinte da J. Rawlings, al potere dal 1981, ma seppero introdurre il paese in un percorso democratico stabilizzatosi negli ultimi anni. Grazie alla stabilità acquisita, il Ghana è diventato una delle economie più forti di tutto il continente, tanto che nel 2021 l’Absa Africa Financial Markets Index ha posizionato il Paese al quarto posto tra le economie africane più forti. Secondo la rivista «Forbes», i meriti vanno all’attuale presidente Nana Akufo-Addo, nominato persona africana del 2021. Con lui alla presidenza, ha sottolineato la rivista, il Ghana sta diventando un modello di sviluppo basato sulle risorse presenti sul territorio e separato dagli aiuti esterni, tanto che prima della pandemia il Paese aveva raggiunto una crescita del pil vicina al 9%. Il modello potrebbe essere seguito anche da altri paesi africani facendo del Ghana nuovamente un leader in tutto il continente, esattamente come negli anni ’50.

I timori di Putin: cosa nasconde la sua manovra politico-militare?

 

Putin ha bisogno di mettere letteralmente in ginocchio l’avversario, applicare cioè in Ucraina lo stesso metodo distruttivo adottato a Grozny (1999) e ad Aleppo (2016).  Non sembra prevedibile al momento alcuna forma di cedevolezza da parte dell’aspirante a nuovo zar

Giorgio Radicati

Da quando l’invasione russa in Ucraina ha avuto inizio, l’orologio della storia sembra correre sempre più rapidamente. Gli eventi si susseguono di ora in ora e la difficoltà di fissare in un fotogramma la situazione politica internazionale e quella militare sul campo è indubbiamente crescente.

Ciò detto, una cosa appare certa: la campagna militare russa ha trovato delle difficoltà inattese, ossia la resistenza ucraina si è dimostrata superiore a quanto gli alti comandi militari avevano preventivato. Ciò ha complicato non poco i piani di Putin, desideroso di annientare con una guerra lampo quel Paese per insediarvi un governo di comodo ed evitare così una eccessiva crescente proliferazione di dissenso internazionale, mettendo il mondo dinnanzi ad un ennesimo “fait accompli”.

Di conseguenza, si è per Putin reso necessario, da un lato, motivare ulteriormente l’esercito, promettendo ai legionari partecipanti alla spedizione (ed ai loro famigliari, in casi estremi) generose prebende e, dall’altro, tentare di spaventare i popoli europei, schieratisi compattamente contro la Russia, ventilando l’utilizzo di armi nucleari ossia stimolare “cum pecunia” l’“animus pugnandi” delle proprie forze armate e frenare le spinte solidali europee a favore del popolo ucraino.

Gli analisti valutano questi gesti come una prova della contingente debolezza russa, ma, al tempo stesso – si osserva – essa potrebbe essere foriera di pericolose forzature. Insomma, Putin potrebbe, ad un certo punto, essere tentato di mettere in pratica la proverbiale formuletta “a mali estremi, estremi rimedi”, con conseguenze difficili da prevedere, ma che non escluderebbero a priori l’uso (anche se per errore) dell’arma nucleare.

È una prospettiva inquietante, per l’Est come per l’Ovest, con la differenza che, mentre la pubblica opinione russa non è in grado di esercitare pienamente una funzione frenante per il ferreo e capillare controllo cui è sottoposta, quella occidentale (soprattutto europea) sembra in grado di influenzare (e non poco) l’azione dei governi e, di riflesso, della stessa NATO. In altri termini, mentre Putin appare in grado di pianificare al meglio un eventuale attacco nucleare, scegliendo cioè tempi, modalità ed obbiettivi, l’Occidente può soltanto prepararsi a rispondere e, al riguardo, è il caso di ricordare che, comunemente, chi colpisce per primo, colpisce due volte…

Ad aggravare il quadro prospettico per Putin, “rebus sic stantibus”, esisterebbe anche la concreta ipotesi di una prolungata presenza militare russa su territorio ucraino per la persistente campagna nazionale di resistenza alimentata da aiuti di ogni tipo, anche militari, inviati dall’Occidente e fatti passare attraverso i Paesi confinanti. Per evitare questo rischio, che potrebbe trasformare la conquista del Paese in una vittoria di Pirro, Putin ha bisogno di condurre con estrema determinazione la campagna militare in corso al fine di costringere alla fuga il maggior numero possibile di ucraini, neutralizzare i combattenti e distruggere le principali strutture locali. In pratica, mettere letteralmente in ginocchio l’avversario, applicare cioè in Ucraina lo stesso metodo distruttivo adottato a Grozny (1999) e ad Aleppo (2016).

Ecco perché non sembra prevedibile al momento alcuna forma di cedevolezza da parte dell’aspirante a nuovo zar, personalmente impegnato in una partita estrema destinata a rafforzare il suo potere ovvero ad indebolirlo, con notevoli conseguenze in ambedue i casi, seppur di segno opposto, anche per tutti i principali protagonisti dell’ennesima contesa Est-Ovest.

Una crudeltà e un orrore senza fine. L’anziano Gorbaciov vede infranti i sogni della perestroika e della glasnost.

 

La minaccia all’uso del nucleare è paralizzante e impedisce ogni aiuto militare dell’Occidente, pena ritorsioni dagli esiti imprevedibili. È partita una campagna espansiva sul piano geopolitico e geoeconomico da parte di Russia e Cina: altro che mero spostamento di confini regionali o locali, qui le mire espansive non hanno limiti né remore

Continua l’avanzata dell’esercito russo nel cuore dell’Ucraina. Il bersaglio grosso è Kiev, accerchiata ed eroicamente organizzata a resistere fino a quando sarà possibile, per il valore simbolico di essere capitale e per quello politico di un possibile rovesciamento della guida del Paese.

 

Putin, spietato e sordo ad ogni invito a sospendere bombardamenti e atrocità belliche, se ne infischia del deferimento alla Corte suprema dell’Aia, come imputato di crimini di guerra e tira dritto per la via della distruzione, dell’annientamento di una Nazione: il popolo ucraino e quello russo sono fratelli ma uno è Abele, l’altro Caino, uno la vittima, l’altro il carnefice.

 

Palazzi distrutti e incendiati, l’esodo biblico che prosegue (già oltre un milione di profughi) mentre uomini e molte donne restano per organizzare la resistenza, morti e feriti lasciati sul campo da ambo le parti. “Il peggio deve ancora venire” ha detto lo Zar ad un Macron basito e paralizzato da una simile risposta, a fronte dell’ennesimo tentativo di mediazione del capo dell’Eliseo. “Le città ucraine non vedevano una simile crudeltà contro il nostro Paese dall’occupazione nazista”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in uno degli ultimi videomessaggi diffuso tramite Telegram.

 

Nel frattempo in una sola giornata di spari e aggressioni ad alzo zero nella città di Kharkiv si contano 2000 morti: oltre 100 di loro erano bambini. Presa di mira anche la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’ Europa ma pare che per ora abbia retto all’attacco: sarebbe stato uno sfacelo. “Un disastro alla centrale nucleare di Zaporizhzhia sarebbe 6 volte peggiore di Chernobyl”. Lo ha riferito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e lo riporta il Kyiv Independent. “Sarebbe potuta essere la fine della storia dell’Ucraina e dell’Europa”, ha detto, aggiungendo che i russi “sapevano cosa stavano colpendo, hanno mirato al sito”. Si è poi appellato ai russi: “Come è possibile? Abbiamo combattuto insieme le conseguenze del disastro di Chernobyl del 1986. Ve lo siete dimenticato? Se ve lo ricordate non potete stare in silenzio. Dite ai vostri leader che volete vivere”.

 

Nel frattempo sono stati segnalati problemi tecnici nel monitoraggio delle radiazioni di Chernobyl. Ma non si tratterebbe di “problemi enormi” e dai dati disponibili la situazione appare “nella normalità”. Lo ha detto in conferenza stampa il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), Rafael Grossi. Intanto la flotta russa si prepara a sbarcare a Odessa: l’evidente obiettivo di Mosca è di guadagnarsi un corridoio terrestre a sud dell’Ucraina che, partendo da est e passando per la Crimea (annessa nel 2014), arrivi a Odessa per poi spingersi fino alla Transnistria, l’enclave separatista moldova dove già stazionano le truppe russe. In mezzo ci sono Mariupol, stretta in una morsa, e Kherson già caduta in mano russa.

 

Ormai l’Ucraina è un Paese devastato: attaccata da ogni lato organizza una strenua ma impari difesa. Le diplomazie internazionali sono al lavoro per una tregua seguita da una soluzione non belligerante ma la determinazione e la pervicacia di Putin non conoscono rallentamenti o ostacoli. L’ONU non interviene militarmente, lo fa con documenti durissimi ma senza esito, la stessa Nato evita un coinvolgimento militare diretto che significherebbe l’inizio di una terza guerra mondiale.

 

Dai tempi di Hitler non si assisteva ad una simile escalation dell’orrore e – come allora – gli avvenimenti assumono adesso le sembianze di una aggressione senza scrupoli, finalizzata all’inglobamento dell’intera Ucraina alla Russia: mi ha emotivamente colpito che lo abbia sottolineato la senatrice a vita Liliana Segre.

 

Era dunque tutto pianificato: i ripetuti appelli della NATO erano fondati e veritieri. Le immagini satellitari che mostravano già molti mesi prima il posizionamento delle truppe russe, diffuse dall’intelligence americana, parlavano chiaro. Le bugie russe sono state smascherate. Ogni tavolo di discussione, ogni smentita, era tutto falso. “Il 18 gennaio è stato approvato un documento trapelato dalle truppe russe che mostrava il piano di guerra contro l’Ucraina e le mosse iniziali per conquistare il Paese dal 20 febbraio al 06 marzo”. Anonymous svela i documenti dei segreti russi, carte alla mano.

 

Adesso i Paesi confinanti e l’Europa stessa sanno di essere il potenziale successivo bersaglio di una conquista territoriale inarrestabile. La minaccia all’uso del nucleare è paralizzante e impedisce ogni aiuto militare dell’Occidente, pena ritorsioni dagli esiti imprevedibili. È partita una campagna espansiva sul piano geopolitico e geoeconomico da parte di Russia e Cina: altro che mero spostamento di confini regionali o locali, qui le mire espansive non hanno limiti né remore.

 

Solo un mentecatto fideista e acefalo non si accorge che è in atto un vistoso declino dell’Occidente e con esso della democrazia, della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli.  Anche passando attraverso la guerra del gas e all’innesco dei meccanismi inflattivi. Come sostiene Federico Rampini stiamo diventando, senza accorgercene o senza dare alla circostanza soverchia importanza, dei malati terminali della civiltà, affetti da oblio di cultura e di valori, un tempo radicati.

 

La caduta di Kiev disvelerebbe scenari che già ora si intuiscono, quanto alla Cina i missili sono da tempo puntati su Taiwan e questo preoccupa Biden forse più di quanto sta accadendo in Ucraina. L’Europa sconta peccati di omissione e di blandizie, impegnata da decenni su diatribe e veti incrociati, i fondi strutturali ancora inutilizzati a causa di inconcludenti disquisizioni fino alla noia e all’inazione, indecisa sui flussi migratori gestiti con politiche diverse o elusi, inconsapevole dei dati demografici che riguardano l’esodo dell’Africa sub-sahariana da qui a metà secolo, paralizzata dalla burocrazia e da una debolezza sistemica che la rende terreno di conquista per chi non intende usare le buone maniere né si premura di bussare alle porte degli Stati.

 

Mentre molti pseudointellettuali si scambiano invettive dai sofà di casa o dai salotti televisivi, con una retorica autoreferenziale e inconcludente, satolla di opinioni bislacche e priva di una progettualità a breve termine, mentre altri invocano pacifismi irrealizzabili con file di persone che si danno la mano nei cortei pacifisti e nichilisti del negazionismo delle evidenze, la situazione sta precipitando.

 

Persino l’America, dal canto suo sta peggio di noi, cullando il sogno di fasti di altri tempi. L’anziano Gorbaciov – guida politica ispirata e nobile del ‘900 – che dal letto dell’ospedale in cui si trova, invoca unità di intenti e solidarietà tra gli Stati sovrani e i popoli,  vede infranti i sogni della perestroika e della glasnost con cui aveva nobilitato l’apertura della Russia ai valori della pace e della libertà.

 

Inebetita dalla corsa alla digitalizzazione – eretta a panacea di tutti i mali – dai social, da Tik-Tok, dal rifiuto della scienza, dai negazionismi nichilisti e autolesionistici, infatuata dal miraggio dell’inclusione che ci fa aprire i porti alle infiltrazioni della via della seta, eterofili e soccombenti ci avviamo a ripetere i fotogrammi di un film già visto lungo tutto il ‘900.

 

Le premesse ci sono e la strada — ahimé — rischia di essere ripercorsa, passo dopo passo.

Martinazzoli temeva il nulla della politica. La guerra è destinata a cambiare tutto. E dunque, quali alleanze nel futuro?

 

Quando la politica estera non orienta più le concrete strategie dei partiti le stesse alleanze politiche rischiano di essere il frutto di scelte estemporanee. Cosa avverrà nell’immediato futuro? Le coalizioni rischiano di essere sempre di più puri cartelli elettorali privi di valenza politica e strategica. La guerra inesorabilmente è destinata a cambiare anche le coordinate della politica italiana  

Giorgio Merlo

 

Le drammatiche immagini che si susseguono quotidianamente su tutti gli schermi televisivi ripropongo una situazione che spaventa i cittadini e dove resta incerta la prospettiva finale. Cioè, detto in altri termini, nessuno continua a capire quale sia l’obiettivo finale del regime russo dopo l’invasione dell’Ucraina. Una situazione che purtroppo evolve di giorno in giorno e che richiede alla politica italiana di calibrare le reazioni sulla base di ciò che realmente accade. E che, purtroppo, è in continua evoluzione.

 

Ora, sulla base di questa considerazione persin scontata, è indubbio che la reazione a questo sfacciato e pericoloso imperialismo russo può ribaltare le tradizionali alleanze a cui eravamo storicamente abituati nel nostro paese. Certo, la politica estera – quando la politica ancora esisteva ed era decisiva nel disegnare gli orizzonti e le ricette programmatiche degli stessi partiti – era il faro che illuminava le scelte concrete della politica nel nostro paese. Sia sul fronte delle alleanze e sia su quello dei programmi di governo. Senza dimenticare che molti nostri Ministri degli Esteri – da Andreotti a D’Alema, da De Michelis a Dini a molti altri – erano in grado di pesare nello scenario europeo ed internazionale per la loro autorevolezza politica e personale da un lato e per la capacità di condizionare le scelte degli altri paesi e della stessa alleanza atlantica.

 

Oggi tutto quel patrimonio è semplicemente dissolto. Basta evocare un solo cognome, Di Maio, per rendersi conto che la nostra politica estera è ormai ridotta ad una appendice – oltre ad un deficit di autorevolezza su cui non vale neanche la pena di infierire – e che lo stesso confronto politico non passa più attraverso una proficua e seria discussione attorno alla politica estera. E quando la politica estera non orienta più le concrete strategie dei partiti le stesse alleanze politiche rischiano di essere il frutto di scelte estemporanee e dettate dalla pura convenienza momentanea.

 

In secondo luogo i profondi cambiamenti politici e l’improvvisa inversione di rotta di alcuni partiti – soprattutto sul versante del centro destra e dei 5 stelle – sul profilo e i progetti di personalità mondiali, nello specifico di Putin e della Russia, non può che incidere profondamente anche sul futuro politico italiano. Anche su questo versante, quindi, le alleanze politiche non potranno non risentirne.

 

Ecco perchè questa guerra – che nessuno sa come finirà, quando finirà e dove finirà – è destinata a cambiare anche e soprattutto il capitolo delle alleanze politiche nel nostro paese. Come in altri paesi europei, del resto. Detto in altri termini, quali saranno gli asset politici decisivi e discriminanti per creare alleanze politiche e di governo credibili e fondate? Quali saranno i partiti che in questo preciso contesto storico saranno più fedeli ed accreditati con il versante occidentale ed Atlantico? Tutti? E allora le concrete ricette politiche si differenzieranno sulla riforma del catasto o sulla durata della prescrizione?

 

Al di là delle battute, è indubbio che sarà difficile individuare delle differenze significative sul fronte della politica estera e, di conseguenza, sull’asset che sarà sempre più decisivo per il governo dei singoli stati. Dopodichè, come ovvio e scontato, ci sono tanti temi di carattere politico che saranno altrettanto decisivi per la formazione di nuove alleanze politiche ed elettorali. Ma questo avverrà solo se tornerà protagonista la politica. Ovvero, la capacità di visione e di prospettiva di una società. Elementi che in un clima di politica liquida, con l’assenza di partiti che si possano ritenere tali, con culture politiche sempre più diradate e frammentate e con una classe dirigente alquanto sbiadita ed insignificante, le coalizioni rischiano di essere sempre di più puri cartelli elettorali privi di valenza politica e strategica.

 

Per questi motivi la guerra, questa drammatica guerra, inesorabilmente è destinata a cambiare anche le coordinate della politica italiana. E il campo delle tradizionali coalizioni politiche subirà profonde rivisitazioni e ristrutturazioni. Purchè, dopo questo evento drammatico, e semprechè non diventi un fatto strutturale con cui fare i conti nei prossimi anni, ritorni la politica. Ed è per questo semplice ma importante motivo che è il momento che tornino in campo l’esperienza, la competenza, i partiti, le culture politiche e la serietà dei comportamenti politici. Contro l’improvvisazione, la casualità, la demagogia, l’anti politica, il qualunquismo e soprattutto il populismo. Cioè contro tutto ciò che ha caratterizzato la politica italiana dopo il voto del 4 marzo 2018. Ovvero, il peggio della politica e il “nulla della politica”, come diceva l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

A cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, il più grande poeta civile italiano dai tempi di Giosuè Carducci.

 

Sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e  dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio [Pier Paolo Pasolini, Le lettere].

Genny Di Bert

 

Per ricordare i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922) ho scelto di condividere con i lettori un brano dalla raccolta di versi friulani Dov’è la mia patria, edita nel 1949.

 

Il Friuli, regione materna di Pasolini che la rese propria, assorbendone cultura e tradizione, esplorando la metrica e la poetica di un’antica lingua.

 

Una poesia che fa riflettere sui conflitti, la libertà, la pace e l’amore tra le genti.

 

«Si clamaràia italia? Ciantaràni tal so grin miliòns di muàrs tal so grin, i ciantaràiu tal so grin? – italia, nòn lusìnt? No, fantàt! La gnoransa, la pasiensa, li passiòns, li passiòns sensa amoùr. No, fantàt! La gnoransa, la pasiensa, li passiòns. Sinc àins di lementàrs, mil àins di lavòur bestemis e ombrena di pensadis rudis, patria! Scuela, bestemis e ombrena, e cròus dal lavòur dut pierdùt ta la gnoransa, la pasiensa, l’italia e i mil àins di lavòur. No, fantàt! La patria a è par me na sèit Sierada ta un sen àrsit dal sec. Nissùn a no ama i me mil àins di lavòur, la me patria a è ta la me sèit di amòur. No, fantàt!».

 

«Si chiamerà italia? Canteranno nel suo grembo milioni di morti, nel suo grembo? Canterò nel suo grembo? – italia, nome lucente? No, giovane!  L’ignoranza, la pazienza, gli scontenti, gli scontenti  senza  amore.  No, giovane! L’ignoranza, la pazienza, gli scontenti. Cinque anni di elementari, mille anni di lavoro, bestemmie e ombra di pensieri grezzi, patria! Scuola, bestemmie e ombra, e la croce del lavoro, tutto perso nell’ignoranza, la pazienza, l’italia e i mille anni di lavoro. No, giovane!  La patria è per me una sete chiusa in un petto bruciato dall’arsura. Nessuno ama i miei mille anni di lavoro, la mia patria è nella mia sete di amore. No, giovane!».

Rita Padovano (ANDC): “Appoggiamo il gesto del direttore dell’Aiea per un sopralluogo a Chernobyl”.

Riportiamo integralmente la dichiarazione di Rita Padovano, Segretaria generale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

Bisogna moltiplicare gli sforzi per mettere sotto controllo gli effetti più drammatici della guerra. Stiamo a un passo dalla crisi umanitaria: i colloqui devono riprendere subito, la pace passa innanzi tutto dalla capacità di Russi ed Ucraini di ripristinare le condizioni minime, ancorché compromesse alla radice, di apertura e fiducia.

La comunità internazionale ha la responsabilità di distinguere tra le parti in guerra, sapendo che l’aggressione è partita da Mosca. La nazione ucraina ha dunque al suo fianco, come s’è manifestato nel voto dell’Assemblea generale all’Onu, i governi e i popoli di buona parte del pianeta. Tuttavia la dinamica bellica richiede misure che spostino anche di poco la linea fisica e morale del confronto sul terreno, mettendo a tacere le armi.

Abbiamo pertanto apprezzato le parole di Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica: “Ho indicato alla Federazione Russa e all’Ucraina – così egli si è pronunciato – la mia disponibilità a recarmi a Chernobyl il prima possibile”. Lo ha detto durante una conferenza stampa organizzata stamane a Vienna dopo i bombardamenti delle forze russe contro la centrale nucleare di Zaporizhzhya.

Questa disponibilità esce dal perimetro del conflitto armato, si misura con le preoccupazioni crescenti del mondo intero per un possibile incidente nelle centrali nucleari site nel teatro di guerra, vengono incontro alla necessità di garantire un orizzonte di sicurezza per civili e militari, lungo una frontiera che supera ogni frontiera nazionale, anche quella tra Russia ed Ucraina. Questo intervento dell’Aiea può aiutare a vedere oltre la barriera di fuoco di una crisi quanto mai bisognosa di un ripristino di intelligenza politica.

Noi auspichiamo vivamente che si accolga con favore, in primo luogo dal versante russo, la disponibilità così preziosa e significativa del direttore dell’Agenzia. E ci auguriamo in definitiva, come Associazione ispirata ai valori democratici e cristiani, che venga da subito un segnale positivo a riguardo.

Come la Germania tornò unita: il ruolo di Andreotti e Kohl. Lezioni per l’oggi? L’ambasciatore Vattani propone la sua analisi.

Si è svolto a Urbino il 28-29 ottobre dello scorso anno un convegno su “Giulio Andreotti ed Helmut Kohl: la riunificazione della Germania, lezioni per l’oggi”. Le considerazioni svolte in quella sede costituiscono, in generale, materia di riflessione per le forze politiche e la pubblica opinione, specialmente in questa dura circostanza di guerra tra Ucraina e Russia. Umberto Vattani, ambasciatore di grande esperienza e prestigio, impegnato al fianco prima di De Mita e poi di Andreotti a Palazzo Chigi,  attualmente Presidente della Venice International University (VIU), suggerisce di leggere le vicende dell’oggi con le lenti di ieri, per capire cosa significhi il governo di eventi che in pace e, purtroppo, anche in guerra non si manifestano mai per caso. Di seguito riportiamo – per gentile concessione – un ampio stralcio della parte introduttiva della relazione da lui svolta ad Urbino, dando comunque modo ai lettori di leggere il testo per intero mediante il link posto in fondo alla  pagina.

 

 

Umberto Vattani

 

 

[…] la visuale dalla quale intendiamo partire [è] quella dell’amicizia tra i due statisti, Giulio Andreotti e Helmut Kohl. Appartenevano entrambi a partiti che affondavano le loro radici nei valori cristiani. Alla fine della seconda guerra mondiale avevano fatto le medesime scelte per l’Europa e per la collocazione internazionale dei loro Paesi accanto alle grandi democrazie occidentali. Avevano anche vissuto esperienze drammatiche: Kohl non aveva dimenticato la disperazione e la sofferenza patite dalla popolazione, aveva un ricordo vivido delle macerie, delle città distrutte; disse a Andreotti di essere stato arruolato in un campo di addestramento militare a 14 anni.

 

Andreotti, nato nel 1919, era stato testimone della crisi economica e sociale dell’Europa, dell’assurdità delle ideologie degli stati totalitari e delle politiche autarchiche. Entrambi condividevano il sogno di un’Europa senza guerre, da realizzare attraverso lo sviluppo e la crescita basati sui principi della democrazia, sul riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti della persona umana, su una economia di mercato capace di assicurare l’equità sociale.

 

Avevano la profonda convinzione che la progressiva integrazione europea e il graduale rafforzamento della NATO avrebbero assicurato ai loro Paesi l’auspicata stabilità e sicurezza. La NATO non doveva però essere una minaccia per nessuno, ma un elemento di dissuasione, e a tal fine occorreva mantenere il dialogo e i contatti con l’Unione Sovietica e i paesi del Patto di Varsavia per giungere a una vera distensione e agevolare i negoziati per la riduzione degli armamenti tra i due blocchi in cui era divisa l’Europa.

 

A tutto questo aggiungerei una nota. Alla condivisione di una visione politica si sommava, tra Andreotti e Kohl, un forte rapporto umano. Il Cancelliere non ha mai dimenticato la premura e l’aiuto straordinario prestato da Andreotti al figlio Peter, vittima di un gravissimo incidente nei pressi di Verona, per assicurarne il ricovero in un ospedale specializzato dove fu salvato dai medici.

 

[…]

 

Per Andreotti, come per un’intera generazione di politici democristiani, l’impegno per l’Unione europea era una missione. Il punto d’arrivo doveva essere la progressiva integrazione tra Stati per giungere poi all’unità federale dell’Europa. Questa concezione era strettamente connessa all’atlantismo: la permanenza degli Stati Uniti in Europa non avrebbe dovuto soltanto assicurare la stabilità del continente ma anche rafforzare la cooperazione in altri campi: l’alleanza atlantica era perciò ben più di un patto militare. Nell’azione del leader democristiano sono evidenti questi due principi di fondo che avrebbero orientato la politica estera italiana alla ricerca di un ordine europeo diverso.

 

Il Cancelliere aveva nel suo programma un obiettivo specifico – la missione della sua vita dirà poi – : la riunificazione tedesca. Era consapevole che sarebbe stata raggiungibile, da un lato, dopo l’avvio di nuova fase di distensione con l’Unione Sovietica, dall’altro, dopo aver rassicurato i partner sulla sincerità dell’impegno tedesco per l’integrazione europea.

 

Una diversità, nell’azione condotta a livello internazionale dai due statisti era evidente nel modo di procedere: più impetuoso e dirompente Kohl, più prudente e riflessivo Andreotti. La rapidità con cui si realizzò il processo della riunificazione rivelò una virtù politica essenziale del Cancelliere: il suo tempismo e la sua capacità di curare con la medesima attenzione i rapporti con interlocutori diversissimi, dal presidente degli Stati Uniti a quello Sovietico. In un incontro con Andreotti, il Cancelliere citò Bismarck, perché non trovava immagine migliore per illustrare la situazione in cui venne a trovarsi in quegli anni: “Quando senti i passi di Dio rimbombare attraverso gli eventi, devi saltare su e afferrare il lembo del suo mantello”.

 

Andreotti, anche se più felpato nello stile e sempre attento al contesto internazionale, diede prova anche lui di possedere altrettanta capacità politica. Un esempio per tutti: usando con acume nel 1990 la presidenza di turno della Comunità europea seppe creare in pochi mesi occasioni favorevoli per la conclusione in tempi brevissimi del grande progetto della moneta unica.

 

Relazione dell’Ambasciatore Umberto Vattani 28-29 ottobre 2021

 

 

 

Dopo questa guerra, comunque finisca, nulla sarà come prima in Europa e nel Mondo.

 

Nessuna efficace sanzione contro questa” Russia è priva di pesanti conseguenze per leconomia occidentale ed europea in particolare. In ogni caso, fuori dai principi della democrazia occidentale non esiste futuro per la libertà e la sicurezza. Occorre discutere, riflettere, fare coscienza personale e collettiva su questi scenari che riguardano il futuro di tutti noi e dei nostri figli e nipoti.

Lorenzo Dellai

 

Comunque vadano le cose (speriamo con tutto il cuore che si arrivi presto al cessate il fuoco), stavolta non può finire “a tarallucci e vodka”. Putin ha cinicamente sovvertito ogni regola internazionale, senza giustificazione alcuna. Come si può immaginare di ritenerlo ancora interlocutore credibile. Ha invaso un paese sovrano; bombardato città e villaggi; provocato una drammatica crisi umanitaria; esortato l’esercito ucraino al golpe contro un governo democraticamente eletto; minacciato chiunque avesse osato difendere gli aggrediti. Aveva già impartito gli ordini di invasione prima di ricevere i molti leader europei in pellegrinaggio a Mosca.

 

Ha evocato perfino lo spettro della guerra nucleare. Esattamente come Hitler con i Sudeti nel 1938 ha preso a pretesto la condizione della minoranza russa del Donbass per dare corso al sogno di ricostruzione di un nuovo impero. Ha evocato una presunta minaccia alla sicurezza della Russia: menzogna facilmente smascherabile se solo si osserva l’equilibrio delle forze militari – convenzionali e nucleari – nella regione. Il vero obiettivo di Putin, invece, è demolire pezzo per pezzo le democrazie di ispirazione occidentale costituite (pur tra molte contraddizioni) ai confini occidentali della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica. E l’Ucraina è solo il primo passo.

 

Putin si gioca – e si giocherà – il tutto per tutto, anche per mantenere il dominio di un regime illiberale non certo coeso attorno a lui e a questa avventura, come dimostrano il coraggio dei giovani russi in piazza e l’imbarazzo ipocrita degli oligarchi che fin qui lo hanno sostenuto, essendone lautamente beneficiati. Mentre i vertici della Chiesa Ortodossa Russa – diversamente da molti preti di base – non hanno aperto bocca sulla guerra. Anzi, benedicono le truppe inviate al fronte. Vedremo fino a quando il regime, così, reggerà. La storia insegna che la sopraffazione, la droga nazionalistica e sovranista e la corruzione non sono garanzie perenni.

 

L’Occidente democratico non poteva e non potrà che reagire con lucidità, coraggio, autorevolezza e tempestività.

Lo ha fatto nella misura richiesta dalla gravità degli eventi? La risposta non è facile. Tocca certo all’Occidente la responsabilità di reagire senza pavidità. È ridicolo – e sappiamo anche perché – Salvini: plaude ai privati cittadini italiani che sparano ai ladri entrati in casa loro e contesta l’invio, ad un Paese amico, degli aiuti militari necessari per la “resistenza” contro un brutale invasore.

 

Ma l’Occidente ha – nel contempo e diversamente da Putin – la responsabilità di non concorrere alla tragica prospettiva di una guerra globale. Fatto sta che lo spiraglio dei colloqui avviati tra Russia e Ucraina (mentre Mosca prosegue le operazioni militari con inaudita violenza) diventa ogni giorno più labile. A meno che, per “accordo” non si intenda una resa incondizionata alle pretese di Putin. Cosa che avrebbe conseguenze inimmaginabili per l’Ucraina e per i tanti altri paesi della regione che hanno sperato trovare – ad occidente – una prospettiva di sicurezza e di libertà. Resa alla violenza, alla spregiudicatezza, alla arroganza, all’imperialismo nazionalista del regime russo.

 

Dopo questa guerra, comunque finisca, nulla sarà come prima in Europa e nel Mondo. La vera domanda è: quanto è disposto a pagare oggi l’Occidente democratico per far valere la forza e l’universalità dei principi di umanità e libertà? Nessuna vera, efficace sanzione contro “questa” Russia è priva – almeno nel breve periodo – di pesanti conseguenze per l’economia occidentale ed europea in particolare. E, infatti, Gazprombank è per ora esclusa dall’elenco delle banche oggetto delle sanzioni. Si può capire, ma la difesa della Libertà e della Democrazia ha sempre un costo. E siamo in una situazione tutt’altro che di forza.

 

L’Europa è ancora priva di vere strutture unitarie di Sicurezza Energetica, di Intelligence, di politica Estera e di Difesa; gli Stati Uniti sono in grave crisi di leadership mondiale; la Cina segue sorniona l’evolversi delle cose (strizza l’occhio a Putin – pensando a Taiwan – ma di fatto si candida a mediatrice e garante di un nuovo patto con l’Occidente basato sul suo ruolo di nuovo, vero leader globale). La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico con la poco onorevole “fuga” da Kabul e misurabile, sul fronte interno, nella caduta del “carisma della democrazia” tra molti suoi cittadini – rischia di vivere, in questa vicenda, un nuovo grave capitolo nel quadro del “disordine mondiale”. Dobbiamo esserne tutti consapevoli, evitando il rischio di posizioni opportunistiche o “di equidistanza”.

 

La locuzione “né con Putin, né con la Nato” assomiglia sinistramente a quella “né con lo Stato, né con le BR” in uso alla fine degli anni settanta. Sappiamo bene che anche l’Occidente democratico porta con se grandi contraddizioni. E che tocca anche alle democrazie occidentali coniugare i propri valori in termini aperti e nuovi, difronte alle sfide del nostro tempo. E tuttavia, fuori dai principi della democrazia occidentale non esiste futuro per la libertà e la sicurezza. Putin da tempo teorizza che “gli interessi della Russia non sono negoziabili” (ma la Pace è invece proprio il frutto faticoso della negoziazione degli interessi nazionali) e da tempo sostiene e finanzia tutti i movimenti – anche, si dice, europei ed italiani – che puntano a mettere in discussione il senso stesso della democrazia liberale.

 

Qualche mese fa ha dichiarato che essa è ormai morta e sepolta: la cosa è passata quasi inosservata, ma oggi forse la si capisce meglio. Il tema riguarda in primo piano l’Europa e la sua capacita di rianimare vocazione e valori; attivare rapidamente comuni strutture militari; elaborare una “visione” credibile verso Est e verso l’Africa oggi colonizzata dalla Cina e penetrata dal fondamentalismo islamico. E tocca ancora a Bruxelles rispondere senza eccessivi formalismi di procedura alla richiesta di Kiev di entrare a far parte dell’UE, sperabilmente prima che l’esercito russo la demolisca totalmente sul piano fisico ed istituzionale.

 

Oggi capiamo forse meglio il senso di due scommesse che molti avevano all’epoca contestato: l’Euro e l’allargamento ad Est dell’Unione Europea. Certo, sono state scommesse difficili e non prive di contraddizioni: ma come saremmo oggi senza di esse? Quale sarebbe lo stato della nostra libertà e della nostra sicurezza? Al di là delle emozioni e della commozione di questi giorni – che hanno scosso le opinioni pubbliche – occorre discutere, riflettere, fare coscienza personale e collettiva su questi scenari che riguardano il futuro di tutti noi e dei nostri figli e nipoti.

Il nuovo imperialismo.

 

Il vero problema per Putin è costituito da quel vento di democrazia che investe tutta la popolazione dell’Ucraina. La guerra è giustificata con pretesti falsi. Tutto poteva essere accettato meno un contagio tanto pericoloso: una vera minaccia per la Russia degli oligarchi e dell’autocrate del Cremlino.

 

 

 

Paolo Frascatore

 

Giuseppe Dossetti amava dire che “il cristiano è un testimone della parola, anche in politica deve essere un testimone della parola”. Guardando alla drammaticità degli accadimenti degli ultimi giorni, forse per molti questa affermazione è fuori luogo, ma a ben guardare essa racchiude in sé la profondità di un pensiero legato alle idee e dunque all’azione. La parola come prodotto finale di ideali non è qualcosa di staccato dai comportamenti e dagli atteggiamenti pratici; anzi, essa è la premessa di azioni coerenti e giuste che riguardano interessi complessi e non individuali, ossia interessi popolari.

 

Il comportamento e le dichiarazioni di Vladimir Putin nei giorni precedenti l’invasione dell’Ucraina erano tutte in funzione di una sorta di negazione di quello che poi è successo soltanto pochi giorni dopo. Tutto ciò per dire che spesso in alcuni ambienti politici l’uomo usa la parola in funzione ingannatoria, discostandosi dalla verità di quella che costituisce la politica reale (realpolitik). A questa regola non sfugge un uomo come Putin. Del resto, basta guardare la sua ascesa al potere, la sua politica di riforme costituzionali tesa ad assicurarsi la rielezione anche dopo i famosi due mandati.

 

Basta guardare alle finte elezioni che si svolgono in Russia (così come avveniva nella ex URSS), dove brogli ed interessi forti primeggiano sulla coscienza e sul pensiero dei cittadini comuni. Molti commentatori politici negli ultimi tempi hanno sostenuto, in piena sintonia con quanto sta sostenendo proprio Putin, che l’iniziativa guerrafondaia del Cremlino in Ucraina è dettata dalla volontà della Nato di espandersi ad Est minacciando a livello nucleare la Russia.

 

Si tratta, a ben riflettere, di un falso problema: la Russia ha già testate nucleari puntate contro negli ex Paesi sovietici. Semmai questa è solo la scusa per l’autocrate russo nella sua azione armata contro l’Ucraina. Il vero problema per Putin è costituito, invece, da quel vento di democrazia che investe tutta la popolazione dell’Ucraina. E l’Ucraina non è paragonabile alle ex Repubbliche sovietiche. Per giunta si tratta di un popolo fratello, con le stesse caratteristiche di quello russo, spesso con legami anche di parentela.

 

Il problema per questa Russia putiniana è costituito dall’espandersi della democrazia. Come in passato nel sistema comunista dell’URSS, la politica dei magnati e dei burocrati di quel falso comunismo, di cui nessuno ha avuto il coraggio di ammettere, si basava sul ripudio della democrazia e dei sistemi politici pluralisti in quanto (a loro dire) corruttori del sistema sociale, anche oggi gli autocrati che costeggiano Putin in funzione degli affari economici guardano alle restrizioni delle libertà politiche e civili.

 

Un esempio appare ancora oggi illuminante a distanza di tanti anni: la primavera di Praga e l’iniziativa politica di Alexander Dubcek. Anche allora i carri armati di Mosca invasero la capitale della Cecoslovacchia (Praga) per mettere fine alla politica che Dubcek stava portando avanti nel solco di un’autentica realizzazione della società socialista, fondata sul pluralismo, sulla reale partecipazione agli utili dell’impresa da parte dei lavoratori e su quello che possiamo definire comunismo dal volto umano, distante e distinto da quello moscovita di Breznev.

Il caso Schroeder e i molti legami dell’ex cancelliere tedesco con Mosca (AGI).

 

L’esponente dell’Spd è nella bufera: da più parti gli viene chiesto di lasciare subito tutti gli incarichi nei colossi russi dellenergia Rosneft e Nord Stream.

 

Roberto Brunelleschi

I vertici dell’Spd hanno inviato una lettera aperta all’ex cancelliere Gerhard Schroeder per chiedergli di lasciare subito tutti gli incarichi nei colossi russi dell’energia Rosneft e Nord Stream. È stato uno dei due leader socialdemocratici tedeschi, Lars Klingbeil, a renderlo noto, aggiungendo che in merito vi è una “maggioranza schiacciante” nella presidenza del partito. “Non è conciliabile con la posizione della socialdemocrazia che Schroeder mantenga incarichi in aziende di Stato della Russia”, ha rincarato la dose il capo dell’Spd.

 

Il predecessore di Angela Merkel è da tempo al centro di furibonde polemiche in Germania, in quanto presidente di Rosneft, colosso russo operante nel settore petrolifero e del gas naturale, nonché capo del consiglio di sorveglianza delle pipeline Nord Stream 1 e 2, mentre nel frattempo è pure candidato in un incarico di vertice alla Gazprom. Le critiche sono aumentate quando aveva definito un “tintinnar di sciabole” la richiesta dell’Ucraina di forniture di armamenti da parte della Germania, ma soprattutto per il mancato ed esplicito distanziamento da Vladimir Putin dopo l’attacco della Russia all’Ucraina: molti ricordano in questi giorni come in diverse occasioni Schroeder si fosse definito “amico personale” del capo del Cremlino.

La settimana scorsa – pur chiedendo alla Russia di “mettere fine al conflitto” – l’ex cancelliere aveva scritto sulla sua pagina LinkedIn che sarebbe “un errore interrompere del tutto i legami dell’Europa con Mosca”, in nome di un “un dialogo su pace e sicurezza nel nostro continente”, mentre ci sarebbero stati “molti errori, da ambo le parti”. La polemica non si è placata, anzi: due giorni fa ha fatto il giro del mondo la notizia delle dimissioni in massa di tutti i collaboratori dell’ex cancelliere nel suo ufficio al Bundestag, proprio per le sue prese di posizione dopo l’invasione dell’Ucraina e per le (finora) mancate dimissioni dai board di Rosneft e Nord Stream.

Un crescendo, insomma. Con l’effeto che nell’Spd (partito a cui appartengono sia Olaf Scholz che Schroeder) ci sia molta tensione (nonché imbarazzo) per le posizioni pro-russe dell’ex cancelliere, che in passato ha avuto modo di definire Putin “un democratico purissimo”.  L’ex cancelliere “è completamente isolato” nel partito, ribadisce oggi Klingbeil, ai vertici dell’Spd “non c’è nessuno” che giustifichi neanche “alla lontana” l’atteggiamento dell’ex cancelliere. Mercoledì anche l’altra co-leader dei socialdemocratici, Saskia Esken, aveva chiesto a Schroeder di abbandonare le posizioni ai vertici di Rosneft e Nord Stream (il secondo gasdotto russo-tedesco è stato ‘congelato’ pochi giorni fa dal governo tedesco), ma finora la risposta dell’ex cancelliere si è fatta attendere. Peraltro, è lo stesso Klingbeil a ricordare che diverse realtà dell’Spd hanno avviato procedure disciplinari contro Schroeder, una di queste è arrivata alla commissione arbitrale di Hannover: si tratta di procedure interne che possono comportare varie sanzioni, compresa l’espulsione.

Nel frattempo si stanno facendo più rumorose le voci di chi chiede se sia opportuno che l’ufficio al Bundestag dell’ex cancelliere venga ancora pagato con i soldi dei contribuenti: nell’anno scorso il costo è stato di oltre 400 mila euro, come emerge da un’interrogazione presentata dalla Linke. Ma forse la tegola più dolorosa finita sulla testa dell’uomo che governò la Germania fino al 2005 è arrivata dal Borussia Dortmund, la sua squadra del cuore: la società ha revocato la sua tessera di membro onorario. Con effetto immediato.

Dopo la guerra, un’Europa diversa. Forse.

 

La guerra non è ancora finita e neppure immaginiamo quanto durerà. Il dramma ucraino forse genererà una Unione più compatta e solidale. E questo sarà senz’altro un bene. Il “forse” però è d’obbligo, perché occorrerà vedere nei momenti più duri, che ci saranno, quanto gli spiriti nazionalistici torneranno a inquinare le società

Enrico Farinone

 

La cautela è d’obbligo. Ma forse la guerra in Ucraina determinerà un ulteriore passo in avanti del progetto unionista europeo. Così come è già accaduto con le misure economiche di contrasto alle difficoltà generate dalla pandemia.

La crisi – solo pochi giorni fa, a pensarci bene – ha presentato ai suoi inizi e nei suoi vagiti finali immediatamente precedenti la terribile decisione bellica del Cremlino, il volto debole e ininfluente della UE. Prima Macron, poi Scholz sono andati da Putin e da quest’ultimo ascoltati a distanza – quel lungo tavolo, simbolica rappresentazione fisica di una distanza tale da generare incomunicabilità – e con distacco: esponenti di un’Europa debole politicamente perché divisa (ed infatti ognuno dei due leader era lì anche e forse soprattutto in quanto capo dell’Esecutivo del proprio Paese); inesistente militarmente e quindi dipendente in toto dalla NATO e dunque dagli americani; ricattabile economicamente a causa del deficit energetico, colmato in grande misura proprio dalla Russia. Tanto è vero che l’autocrate di Mosca li ha presi entrambi in giro, fingendo di ascoltarli nel loro assicurare la certa non adesione – neppure futura – dell’Ucraina alla NATO. L’avvio della guerra ha risparmiato analogo trattamento al nostro Presidente del Consiglio, previsto nella capitale russa qualche giorno dopo.

Con la sua arrogante e truculenta decisione Putin intendeva, fra le altre cose, dimostrare l’assoluta marginalità dell’Unione Europea. La sua vera interlocuzione, sulle questioni geopolitiche e su quelle militari, rimaneva ai suoi occhi solo quella con gli Stati Uniti, per quanto riguarda l’occidente. Nella sua logica – come ormai è accertato – il tempo del dopo guerra fredda è concluso: il mondo torna ad essere multipolare, con la presenza forte anche della Russia, e l’Europa torna ad essere divisa in due sfere di influenza, a ovest americana, a est russa, per l’appunto. L’obiettivo immediato – da trattare con gli USA – è il veto all’ingresso dell’Ucraina nella NATO, oltre che il suo smembramento; quello di più lungo periodo è il ritiro dell’Alleanza Atlantica dai paesi che facevano parte del sistema sovietico (o almeno di alcuni fra questi, i baltici, la Polonia, la Romania…).  Idee ovviamente respinte, ma senza chiudere al dialogo. Un dialogo che però l’Europa abbozzava con il peso della propria debolezza, come detto. E che Putin pensava di gestire da una posizione di forza, a cominciare da quella derivante dal ricatto energetico.

Poi, il tragico errore dell’autocrate. Si sentiva forte, anche di fronte ad un Presidente americano che dopo la scelta fatta a Kabul appariva debole, transitorio. Ma la guerra portata nelle città dell’Ucraina ha cambiato tutto. Anche l’atteggiamento europeo.

Bruxelles ha compreso che questa volta avevano ragione gli americani, che da settimane avvertivano circa i reali intenti di Putin. E ha compreso, altresì, che questa volta erano, e sono, in gioco i valori fondanti dell’Europa sorta dalle macerie del secondo conflitto mondiale. Aiutata, in questo, dall’eroica resistenza del Presidente Zelensky e del suo popolo così come dalle imponenti manifestazioni pacifiste che in tutto il continente hanno contraddistinto lo scorso fine settimana.

Il livello di intensità e incisività delle sanzioni previste nei confronti dell’aggressore russo si è alzato, sino a prevederne alcune assai pesanti nel settore finanziario quale ad esempio l’esclusione di alcune banche russe dalla rete interbancaria mondiale; l’Alleanza Atlantica, come scrivevamo in un precedente articolo, si è rinvigorita e addirittura Svezia e Finlandia hanno mostrato interesse per una loro futura partecipazione; l’Unione Europea con una decisione storica (ancorché triste, perché quando si parla di armamenti la storia è sempre triste e tragica) ha deciso di inviare all’Ucraina armi difensive per 500 milioni di euro e non solo derrate alimentari e indumenti; ha inoltre chiuso lo spazio aereo europeo ai velivoli russi; ha, ancora, bandìto la rete televisiva Russia Today e il sito informativo Sputnik; la Germania – e questa è una notizia che meriterà, a mente fredda, qualche riflessione supplementare – aumenterà del 2% del suo PIL (il maggiore d’Europa) le proprie spese militari.

Infine c’è la decisione forse più rilevante, almeno la più significativa dal punto di vista umanitario: per consentire l’accoglienza dei profughi ucraini viene riesumata una direttiva del 2001 mai applicata, nemmeno durante la crisi migratoria del 2015, nata ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia e definita di “protezione temporanea”. Serve ad aiutare i paesi di “prima accoglienza” dei profughi, secondo i dettami dei non ancora abbandonati accordi di Dublino. Stiamo parlando soprattutto della Polonia, come stiamo vedendo dalle immagini dei telegiornali. Polonia che poi  chiederà una loro riallocazione su scala continentale. Sarà giusto. Ma sarà bene che il governo polacco, e quelli degli altri paesi del famigerato Gruppo di Visegrad se ne ricordino anche quando, magari già la prossima estate, vi saranno nuove ondate di migranti africani nel Mar Mediterraneo, sostituendo con la generosità il loro egoistico atteggiamento di chiusura tenuto sin qui ai danni soprattutto di Italia, Grecia, Spagna. Chissà che questa drammatica crisi possa far riconsiderare l’idea d’Europa anche a questi Paesi. Sarebbe un bel passo in avanti, per i Ventisette.

Insomma, la guerra non è ancora finita e neppure immaginiamo quanto durerà. Il dramma ucraino forse genererà una Unione più compatta e solidale. E questo sarà senz’altro un bene. Il “forse” però è d’obbligo, perché occorrerà vedere nei momenti più duri, che ci saranno, quanto gli spiriti nazionalistici torneranno a inquinare le società e di conseguenza le posizioni delle varie forze politiche nei diversi Paesi europei.

Una nota d’ottimismo in un momento di buio della ragione che non deve farci trascurare il fatto che quanto sta accadendo produrrà anche uno sviluppo e una crescita dei sistemi d’arma e degli investimenti economici in essi. E questo è senz’altro un male. Necessario, per difendersi da dittatori che stanno dalla parte sbagliata della Storia. Dalla quale però, purtroppo, il genere umano continua a non voler imparare alcunché.

Ogni guerra è guerra contro il proprio fratello

 

Riportiamo, per gentile concessione, il seguente articolo che è apparso sull’Osservatore Romano di ieri 2 marzo 2022. “Si chiama guerra – scrive Scandurra -, oppure mantenimento dellordine liberale mondiale; nessuno vince e tutti perdono. No, mi sbaglio, qualcuno vince, magari fa soldi con i cadaveri dei morti, con la vendita di armi; i nostri costruttori di armi e i loro complici governanti”.


Enzo Scandurra

 

Si può dire basta, senza se e senza ma, alla guerra, a tutte le guerre e non passare per “anime belle”? Come facciamo a sopportare questo dolore dell’umano? Puoi immaginare di sederti, a cena, davanti la tv e mangiare e bere vino davanti a questo spettacolo di distruzione? Tu mangi, loro patiscono la fame, tu bevi vino, loro non hanno acqua. E i cani, i gatti, perfino gli uccellini chiusi nella loro gabbia che fine faranno?

 

Corpi distesi nella strada come un mucchio di cenci, cadaveri sotto le macerie, bambini che urlano a ogni scoppio di bombe. E i Grandi della Terra, con le loro cravatte e i colletti inamidati, che dissertano su come stanno andando le cose. Quali cose? Le morti; dovrebbero parlare dei morti; perché sono morti? Di quali colpe si sono macchiati per meritare questa sorte? Hanno combattuto contro fratelli e hanno ucciso i fratelli, le loro mogli e i loro bambini. Non avrebbero voluto farlo; ce li hanno costretti i loro mandanti assassini, chiusi nelle loro case dorate, al caldo; vanno a dormire con pigiami di seta. Magari hanno paura di prendere il raffreddore; la mattina si alzano e chiedono quanti sono stati i morti nella notte e fanno macabri bilanci: quanti armi servono ancora? Quanti altri morti ci vorranno per finire questa disgraziata guerra? Profitti che, a ogni morto, salgono per i distruttori di pace.

 

Alla fine qualcuno griderà: abbiamo vinto! Vinto che cosa? Lo diciamo ai morti che sono rimasti sul campo? Quale vittoria e contro chi? E coloro che perderanno avranno per anni da pensare ai loro morti, morti per niente, per i capricci dei loro governanti e dei fabbricanti di armi.

 

Si chiama guerra, oppure mantenimento dell’ordine liberale mondiale; nessuno vince e tutti perdono. No, mi sbaglio, qualcuno vince, magari fa soldi con i cadaveri dei morti, con la vendita di armi; i nostri costruttori di armi e i loro complici governanti.

 

Muovono le persone come fossero birilli pronti a cadere: andate e combattete per la Patria, è il grido. La Patria di chi? La loro Patria non la nostra, quella dei poveri, dei miserabili, di coloro che erano già stati scartati dal mondo. Bisognerebbe disubbidire agli ordini dei nostri governanti, non prendere il fucile davanti il proprio fratello; semmai guardarlo negli occhi e scorgervi la nostra paura. Paura giusta, questa sì, perché la guerra è solo distruzione, sovvertimento del senso comune, libertà di uccidere il fratello senza provare senso di colpa alcuno.

 

E dei morti che ne facciamo? Cosa diciamo loro? Possiamo solo ringraziarli per essere a loro sopravvissuti, noi al loro posto. Non potremo neppure piangere sulle loro tombe, forse non ne avranno, sono solo dispersi in qualche pozzanghera, sotto qualche carro, in terre non loro, come è sempre successo ai soldati. Faremo manifestazioni per la pace, diranno che siamo anime belle, che non capiamo, che non abbiamo mai capito niente; noi, il popolo, carne da macello, inviato al fronte per difendere i nostri governanti e per ingrassare i venditori di armi.

 

Basta con le guerre, almeno digiuniamo per un giorno come ha chiesto il Papa, appendiamo le nostre bandiere arcobaleno ai balconi di casa, per sentirci più vicini a loro che patiscono la fame e altri tormenti, dimostriamo noi di essere i più forti, senza armi, indifesi ma convinti che ogni guerra è guerra civile, guerra contro il proprio fratello.

Giovani cinesi muoiono per superlavoro: le colpe dei giganti del web (AsiaNews)

 


I decessi hanno sollevato preoccupazioni sulla censura di internet e sulla protezione dei diritti dei lavoratori. I colossi hi-tech in Cina si trovano di fronte alla doppia sfida della rigida regolamentazione del governo e della crescita stagnante dell
economia. 

 

 

 

 

John Ai

 

La morte per superlavoro di due giovani cinesi che lavoravano per due giganti cinesi di internet ha attirato l’attenzione pubblica sulla protezione dei diritti del lavoratori di fronte al potere delle grandi compagnie e dello Stato. Nonostante la censura di Stato, i due casi hanno infiammato la blogosfera.

A inizio febbraio il responsabile dell’unità di censura a Wuhan (Hubei) del colosso di video sharing Bilibili è morto per una emorragia cerebrale. Guan (il suo soprannome) è deceduto nella sua abitazione dopo diversi giorni di lavoro straordinario durante le vacanze Capodanno lunare. Un post sul web racconta che Guan ha lavorato 12 ore al giorno per cinque giorni consecutivi, per di più coprendo di solito i turni notturni.

Con post pubblicati in forma anonima, i lavoratori di Bilibili lamentano che gli addetti al controllo della censura sono costretti a lavorare fino a 12 ore giornaliere, con turni di giorno e di notte per garantire che ci siano controlli 24 ore al giorno. I commenti accusano l’azienda di aver censurato le informazioni sulla morte di Guan: Bilibili vieta al proprio personale di pubblicare informazioni che la mettono in cattiva luce.

La società ha negato che Guan lavorasse più di otto ore al giorno. I familiari del lavoratore hanno rivelato che Bilibili non ha fatto neanche le condoglianze. In risposta alle critiche, la compagnia ha presentato poi le proprie scuse e annunciato di voler assumere altri 1.000 addetti alla censura per alleviare la pressione del lavoro.

In Cina, i servizi di condivisione video sul web sono tenuti dalle autorità a controllare i contenuti prima che siano visibili online. I colossi cinesi di internet stanno sviluppando una tecnologia di intelligenza artificiale per filtrare in modo automatico i contenuti politicamente sensibili, così come la violenza e la pornografia. Per evitare errori di valutazione e omissioni dell’intelligenza artificiale, la maggior parte dei compiti di censura sono fatti però da lavoratori in carne e ossa.

Di solito, ogni addetto alla censura deve guardare migliaia di video o post al giorno. Il mancato riconoscimento di contenuti sensibili può portare al licenziamento. I controllori appena assunti sono sottoposti a una formazione rigorosa. Sono anche obbligati a firmare un contratto di non divulgazione. A causa dello stipendio relativamente basso e dei severi requisiti per il lavoro, il tasso di ricambio dei dipendenti è alto.

La maggior parte delle grandi compagnie cinesi del web è concentrata a Pechino. Per reclutare esaminatori e abbassare i costi, esse di solito esternalizzano l’attività di censura o collocano il team di controllori in città come Jinan (Shandong) e Wuhan, dove gli stipendi sono più bassi e ci sono università.

L’altra morte per eccesso di lavoro ha riguardato un ingegnere informatico di ByteDance, la compagnia che possiede il popolare socialTikTok. Il 28enne è deceduto dopo oltre 40 ore di soccorso in ospedale, lasciando una moglie incinta di due mesi. Wu è crollato nella palestra della società il 21 febbraio. La moglie ha detto che lui faceva molti straordinari e ha incolpato l’azienda di non aver aiutato il suo salvataggio. La vedova non ha reddito e lavoro, ma un mutuo per la casa da pagare; vuole restituire l’abitazione per ottenere un rimborso.

In un primo momento, la rapida espansione dell’industria di internet ha attirato i giovani laureati dalle migliori università del Paese. Cercavano un buon reddito, vedendo i pesanti turni di lavoro e l’intensa pressione come accettabili. Una regola non scritta è che i dipendenti sono licenziati prima dei 35 anni. Le aziende hi-tech cinesi si vantano della giovane età media dei propri lavoratori, spesso sotto i 30 anni.

Il Partito comunista cinese sta rafforzando però il controllo e la sorveglianza sui giganti del web. Società controllate dallo Stato o agenzie governative detengono azioni di questi gruppi e prendono decisioni. Ad esempio, dato che TikTok sta diventando virale a livello globale, le autorità cinesi svantaggiano le aziende estere che intendono lanciare offerte pubbliche per il suo acquisto. Il regime vuole garantirsi il controllo dei dati degli utenti e soprattutto l’obbedienza delle elite hi-tech.

Di fronte alla crescente regolamentazione statale e alla contrazione dei consumi interni per la pandemia, le compagnie del web licenziano in massa i dipendenti per risparmiare sui costi.

D’altro canto, con un livello di istruzione più alto, le proteste dei giovani che lavorano per le aziende tecnologiche hanno un maggiore ascolto, e l’orario di lavoro “996” (dalle 9 alle 21, sei giorni alla settimana) viene boicottato. Le autorità e i media ufficiali dicono che il turno 996 sia illegale; però le aziende sono punite di rado e molti giovani scelgono ancora di sopportare questa situazione di sfruttamento.

I nuovi bisogni di salute. L’analisi de “Il Mulino”

 

Il Covid ha mostrato l’urgenza di potenziare il ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. Un modello, tuttavia, che oggi deve fare i conti con una visione ospedalocentrica della sanità e con una sempre maggiore specializzazione della medicina.

Alessandra Ferretti

«La disponibilità di una buona assistenza medica tende a variare inversamente al bisogno della popolazione servita»: questo concetto venne illustrato su «The Lancet» nel 1971 da Julian T. Hart, medico di base che per trent’anni curò 2.100 persone di Glyncorrwg, villaggio di miniere di carbone nel Galles meridionale.

 

Hart elaborò la teoria dell’inverse care law (legge dell’assistenza inversa), che anni dopo si tradusse nella pratica nell’Anticipatory Health Care (sanità d’iniziativa), un modello assistenziale per la gestione delle cronicità che consisteva nell’identificare precocemente i problemi di salute trattabili nei pazienti in un sistema gestito dai medici di medicina generale, con ausilio di infermieri preventivamente formati, in un tempo minimo prestabilito di visita/ascolto, includendo l’assistenza a quei pazienti che di prassi non si sottoponevano ai controlli e grazie all’organizzazione di gruppi di persone con patologie croniche comuni.

 

Lo studio, che arruolò 1.800 pazienti e che venne effettuato nel pieno delle riforme liberiste del governo Thatcher, dimostrò una riduzione della mortalità (30%), un abbassamento della pressione media dei pazienti ipertesi e un calo della percentuale dei fumatori (dal 56 al 20%).

Il modello di Hart si basava sul potenziamento del ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. L’esperienza del Covid-19 ha infuso forza a questo modello, che tuttavia oggi deve fare i conti con una visione ospedalocentrica della sanità e con una sempre maggiore specializzazione della medicina.

 

Se è vero che non dovremmo «mai sprecare una buona crisi», come sentenziò una volta Winston Churchill, allora dovremmo guardare alla pandemia come a un’opportunità: quella di aver acutizzato la forbice tra i nuovi bisogni di salute della popolazione e la risposta che il nostro modello assistenziale può offrire a tali bisogni.

 

Secondo il Rapporto Osservasalute 2019, in Italia gli ultra 65enni passeranno dai 14 milioni di oggi a oltre 19 milioni nel 2040. Egualmente, nel 2030 i malati cronici (diabete, ipertensione, obesità…) diventeranno 26,5 milioni e i multipatologici saranno 14,6. Sono questi ultimi a destare maggiore preoccupazione, essendo la plurimorbosità associata, oltre a prognosi peggiore, a un elevato incremento dei ricoveri. Per affrontare il problema, diverse realtà del territorio italiano stanno implementando il modello made in Usa del Chronic care model, basato sul passaggio dalla «medicina d’attesa» alla «sanità d’iniziativa», processo che per la sua complessità non sarà così immediato.

 

Legata all’aumento del numero di anziani, ma anche ai progressi diagnostico-terapeutici è l’incidenza dei tumori, che ogni anno in Italia vedono 377 mila nuove diagnosi e che richiedono assistenza continua, pena un impatto negativo sull’adeguatezza delle cure, sulla compliance del paziente e sulla sua sopravvivenza.

 

Oltre ciò si pone poi l’annosa questione del long term care, nonché dell’assistenza dopo la dimissione e della necessità di una forte integrazione tra componente sanitaria e sociale, soprattutto se i pazienti sono anziani soli, persone fragili o con disabilità.

 

A peggiorare la situazione giunge inoltre il cospicuo pensionamento di medici di medicina generale, quest’anno circa 3.900, secondo le stime della Federazione medici di medicina generale e del Sindacato dei medici dirigenti, che non saranno bilanciati da altrettante nuove assunzioni. A restare spesso prive di copertura medica sono le zone montane, dove il problema si acutizza proporzionalmente all’aumentare della distanza dalla città e dove i posti vacanti sono notoriamente meno appetibili per i professionisti della sanità.

 

Diversi studi scientifici hanno dimostrato come, laddove le cure primarie siano più forti, è garantita una più equa distribuzione della salute nella popolazione e i costi a carico del Servizio sanitario nazionale tendono a diminuire.

 

Secondo l’Ocse, l’Italia si colloca al quindicesimo posto fra i 30 Paesi più sviluppati al mondo per spesa in cure e medicinali, su cui investe il 9% del Pil. Se poi guardiamo ai posti letto prima del Covid, che ne ha aggravato la scarsità, l’Italia ne contava 3,2 ogni 1.000 abitanti, quando la media Ue era di 5 ogni 1.000 abitanti.

 

Grazie alla condizione di emergenza, tuttavia, nonostante la non sufficienza dei fondi, abbiamo potuto mettere in pratica alcuni strumenti e processi che hanno dato prova di efficacia.

 

In termini di integrazione tra ospedale e territorio, l’organizzazione delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), costituite da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e altri professionisti, ha creato un importante presupposto, (ri-)portando alla luce una visione proattiva della prestazione medica. A controbilanciare la prospettiva di una maggiore territorialità rimangono tuttavia i problemi relativi al reperimento di professionisti dedicati, alla loro imprescindibile formazione, nonché alla loro equa distribuzione sul territorio.

 

Le necessità di isolamento durante il lockdown hanno spinto i centri di cura a praticare la telemedicina. Secondo il Rapporto Osservasalute 2020, tra il 1° marzo e il 30 giugno 2020 sono state avviate in Italia oltre 170 iniziative digitali per facilitare la gestione dei pazienti: oltre la metà era basata sull’uso del web (38%) e del telefono (20%), per il resto l’offerta avveniva su piattaforme (29%) o app (13%). Oltre il 60% delle televisite era dedicato a pazienti non-Covid.

 

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Draghi, l’Italia farà la sua parte. “È un attacco alla nostra concezione dei rapporti tra Stati basata sulle regole e sui diritti”.

 

Il Presidente del Consiglio ha concluso ieri il suo intervento alla Camera asserendo che il nostro Paese, “come disse Alcide De Gasperi, è pronto ad associare la propria opera a quella di altri Paesi, per costruire un mondo più giusto e più umano”. Di seguito il discorso integrale.

Redazione

 

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia segna una svolta decisiva nella storia europea. Negli ultimi decenni, molti si erano illusi che la guerra non avrebbe più trovato spazio in Europa. Che gli orrori che avevano caratterizzato il Novecento fossero mostruosità irripetibili. Che l’integrazione economica e politica che avevamo perseguito con la creazione dell’Unione Europea ci mettesse a riparo dalla violenza. Che le istituzioni multilaterali create dopo la Seconda Guerra Mondiale fossero destinate a proteggerci per sempre. In altre parole, che potessimo dare per scontate le conquiste di pace, di sicurezza, di benessere che le generazioni che ci hanno preceduto avevano ottenuto con enormi sacrifici.

 

Le immagini che ci arrivano da Kiev, da Kharkiv, da Maripol e dalle altre città dell’Ucraina in lotta per la libertà dell’Europa segnano la fine di queste illusioni. L’eroica resistenza del popolo ucraino, del suo presidente Zelensky, ci mettono davanti una nuova realtà e ci obbligano a compiere scelte fino a pochi mesi fa impensabili. Voglio ribadire, ancora una volta, tutta la mia solidarietà, quella del Governo e degli italiani al Presidente Zelensky, al Governo ucraino e a tutte le cittadine e cittadini dell’Ucraina. Voglio inoltre esprimere vicinanza alle 236mila persone di nazionalità ucraina presenti in Italia che vivono giorni drammatici per il destino dei propri cari. L’Italia vi è riconoscente per il contributo che date ogni giorno alla vita del nostro Paese. Siamo al vostro fianco – nel dolore che avvertiamo di fronte alla guerra, nell’attaccamento alla pace e nella determinazione comune ad aiutare l’Ucraina a difendersi.

 

L’aggressione – premeditata e immotivata – della Russia verso un Paese vicino ci riporta indietro di oltre ottant’anni.
Non si tratta soltanto di un attacco a un Paese libero e sovrano, ma di un attacco ai nostri valori di libertà e democrazi, di un attacco all’ordine internazionale che abbiamo costruito insieme. Come aveva osservato lo storico Robert Kagan – questi giorni molto citato -, la giungla della storia è tornata, e le sue liane vogliono avvolgere il giardino di pace in cui eravamo convinti di abitare. Ora tocca a noi tutti decidere come reagire. E l’Italia non intende voltarsi dall’altra parte. Il disegno del Presidente Putin si rivela oggi con contorni nitidi, nelle sue parole e nei suoi atti. Nel 2014 la Russia ha annesso la Crimea con un referendum illegale e ha incominciato a sostenere dal punto di vista finanziario e militare le forze separatiste nel Donbass.

 

La settimana scorsa ha riconosciuto le due cosiddette repubbliche di Donetsk e Lugansk. Subito dopo, in seguito a settimane di disinformazione, ha invaso l’Ucraina con il pretesto di “un’operazione militare speciale”. Le minacce di far pagare con “conseguenze mai sperimentate prima nella storia” chi osa essere d’intralcio all’invasione dell’Ucraina, e il ricatto estremo del ricorso alle armi nucleari, ci impongono una reazione rapida, ferma e soprattutto unitaria. Tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo vorrebbe dire mettere a rischio, in maniera forse irreversibile, la pace e la sicurezza in Europa. Non possiamo lasciare che questo accada.

 

Mentre condanniamo la posizione di Putin, dobbiamo ricordarci che questo non è uno scontro contro la nazione e i cittadini russi, molti dei quali non approvano le azioni del loro Governo. Dall’inizio dell’invasione, sono circa 6.000 le persone arrestate in Russia per aver manifestato contro l’invasione dell’Ucraina – 2.700 solo nella giornata di domenica. Ammiro il coraggio di chi vi prende parte.

 

Il Cremlino dovrebbe ascoltare queste voci e abbandonare i suoi piani di guerra. Sinora i piani di Mosca per un’invasione rapida e una conquista di ampie fasce del territorio ucraino sembrano fallire, anche grazie all’opposizione coraggiosa dell’esercito e dei cittadini e all’unità dimostrata dall’Unione Europea e dai suoi alleati. Ma le truppe russe proseguono però la loro avanzata per prendere possesso delle principali città. Una colonna di mezzi militari lunga – secondo le prime notizie – oltre sessanta chilometri è alle porte di Kiev, dove nella notte si sono registrati raid missilistici, anche a danno di quartieri residenziali, ed esplosioni. Nella giornata di oggi, le stesse notizie ci danno come previsto un nuovo attacco alla città. Aumentano le vittime civili di questo conflitto ora che l’azione bellica, dopo aver preso di mira le installazioni militari, si è spostato nei centri urbani.

 

A fronte del rafforzamento delle misure difensive sul fianco est della NATO, il Presidente Putin ha messo in allerta le forze di deterrenza russe, incluso il dispositivo difensivo nucleare. È un gesto grave che però dimostra quanto la resistenza degli ucraini e le sanzioni inflitte alla Russia siano efficaci. Un altro segnale preoccupante proviene dalla vicina Bielorussia, i cui cittadini domenica hanno votato a favore di alcune rilevanti modifiche della Costituzione ed eliminato lo status di Paese “denuclearizzato”. Questo potrebbe implicare la volontà di dispiegare sul proprio suolo armi nucleari provenienti da altri Paesi.

 

In Ucraina sono presenti circa 2.300 nostri connazionali, di cui oltre 1.600 residenti. Dal 12 febbraio la Farnesina ha raccomandato agli italiani presenti nel Paese di lasciare l’Ucraina con i mezzi commerciali disponibili. A partire dal 24 febbraio, in seguito agli attacchi da parte russa, l’avviso è stato modificato. Ai connazionali ancora presenti nella capitale ucraina e dintorni abbiamo raccomandato di utilizzare i mezzi tuttora disponibili, inclusi i treni, per lasciare la città, negli orari in cui non c’è il coprifuoco. In queste ore non vige il coprifuoco, ma la situazione potrebbe cambiare in conseguenza dell’andamento delle operazioni militari. Raccomandiamo la massima cautela.

Tutto personale dell’Ambasciata a Kiev, insieme a un gruppo di connazionali, inclusi minori e neonati, che avevano trovato rifugio in Residenza nei giorni scorsi, si sta adesso spostando a Leopoli dove si concentrano le Ambasciate dei nostri principali partner. Voglio ringraziare l’Ambasciatore in Ucraina, Pier Francesco Zazo, il personale dell’Ambasciata per lo spirito di servizio, la dedizione, il coraggio mostrati in questi giorni drammatici. L’Unità di Crisi mantiene regolari contatti telefonici con i nostri connazionali in Ucraina e con i rispettivi familiari in Italia. Voglio ringraziare anche il Ministro Di Maio e i diplomatici della Farnesina per l’incessante lavoro a sostegno dei nostri cittadini. L’Italia è impegnata in prima linea per sostenere l’Ucraina dal punto di vista umanitario e migratorio, in stretto coordinamento con i partner europei e internazionali. La situazione umanitaria nel Paese è sempre più grave.

 

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha stimato in 18 milioni il numero di persone che potrebbe necessitare di aiuti umanitari nei prossimi mesi. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima che gli sfollati interni potrebbero raggiungere cifre tra i 6 e i 7,5 milioni e i rifugiati in generale fra i 3 e i 4 milioni. Sono stimate in circa 400.000 le persone che hanno lasciato l’Ucraina, in direzione principalmente dei Paesi vicini. Nella recente teleconferenza del G7, alla presenza anche di Polonia e Romania, ho detto che l’Italia farà di tutto per aiutare i Paesi vicini gestire l’impatto di questa gigantesca migrazione. Ho ribadito che possono contare su di noi. L’Italia ha già contribuito in modo considerevole all’emergenza con un finanziamento di 110 milioni di euro a favore di Kiev come sostegno al bilancio generale dello Stato.

Abbiamo stanziato un primo contributo del valore di un milione di euro al Comitato Internazionale della Croce Rossa, donato oltre 4 tonnellate di materiale sanitario, e offerto tende familiari e brandine. Abbiamo in programma l’invio di beni per l’assistenza alla popolazione, di farmaci e dispositivi sanitari e il dispiegamento di assetti sanitari da campo. Voglio ringraziare la Croce Rossa Italiana, la Protezione Civile e tutti i volontari per il loro costante impegno a favore dei più deboli. L’Italia è pronta a fare di più, sia attraverso le principali organizzazioni umanitarie attive sul luogo, sia con donazioni materiali.

 

Nel Consiglio dei Ministri di ieri abbiamo stanziato 10 milioni di euro, a carico del Fondo per le emergenze nazionali, per assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina.  Per farlo è stato dichiarato uno stato di emergenza umanitaria, che durerà fino al 31 dicembre e che ha esclusivamente lo scopo di assicurare il massimo aiuto dell’Italia all’Ucraina. È un impegno di solidarietà, che non avrà conseguenze per gli italiani, e che non cambia la decisione di porre fine il 31 marzo allo stato di emergenza per il Covid-19. Per quanto riguarda i rifugiati siamo impegnati nell’attivazione di corridoi speciali per i minori orfani, perché possano raggiungere il nostro Paese al più presto e in sicurezza.

Domenica, nel Consiglio straordinario dei Ministri dell’Interno dell’Unione europea è stata valutata la possibilità, che l’Italia sostiene, di applicare per la prima volta la Direttiva sulla protezione temporanea, prevista in caso di afflusso massiccio di sfollati. Questa Direttiva garantirebbe agli Ucraini in fuga di soggiornare nell’Unione europea per un periodo di un anno rinnovabile ed eviterebbe di dover attivare onerose procedure di asilo dopo i 90 giorni di soggiorno senza visto. La Direttiva porterebbe inoltre gli Stati membri a indicare la propria capacità di accoglienza e a cooperare tra loro per il trasferimento della residenza delle persone da uno Stato all’altro. Il Ministero dell’Interno sta lavorando alla predisposizione di apposite norme sull’accoglienza degli sfollati ucraini nelle strutture nazionali. Faremo la nostra parte, senza riserve, per garantire la massima solidarietà. Abbiamo già instaurato un dialogo con le Agenzie delle Nazioni Unite competenti per individuare le priorità di intervento e procedere con l’elaborazione di progetti di assistenza ai rifugiati nei Paesi vicini all’Ucraina Intendiamo rendere più facile l’esame delle domande di protezione internazionale che verranno presentate.

 

In seguito all’intensificarsi dell’offensiva russa, abbiamo adottato una risposta sempre più dura e punitiva nei confronti di Mosca. Sul piano militare, il Comandante Supremo Alleato in Europa ha emanato l’ordine di attivazione per tutti e 5 i piani di risposta graduale che ho illustrato la settimana scorsa. Questo consente di mettere in atto direttamente la prima parte dei piani e incrementare la postura di deterrenza sul confine orientale dell’Alleanza con le forze già a disposizione.

 

Mi riferisco al passaggio dell’unità attualmente schierata in Lettonia, alla quale l’Italia contribuisce con 239 unità. Per quanto riguarda le forze navali, sono già in navigazione sotto il comando NATO. Le nostre forze aeree schierate in Romania saranno raddoppiate in modo da garantire copertura continuativa, insieme agli alleati. Sono in stato di pre-allerta ulteriori forze già offerte dai singoli Paesi Membri all’Alleanza: l’Italia è pronta con un primo gruppo di 1.400 militari e un secondo di 2.000 unità. Ringrazio il Ministro Guerini e tutte le forze armate per il loro impegno e la loro preparazione. Dopo il ruolo centrale che le forze armate hanno avuto durante la pandemia, voglio esprimere di nuovo il riconoscimento del Paese.

 

L’Italia ha risposto all’appello del Presidente Zelensky che aveva chiesto equipaggiamenti, armamenti e veicoli militari per proteggersi dall’aggressione russa. È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese. A un popolo che si difende da un attacco militare e chiede aiuto alle nostre democrazie, non è possibile rispondere soltanto con incoraggiamenti e atti di deterrenza. Questa è la posizione italiana, la posizione dell’Unione europea, la posizione dei nostri alleati.

 

Questa convergenza è il frutto di un’intensissima attività diplomatica. Venerdì ho preso parte a un vertice dei Capi di Stato e di Governo della NATO in cui ho ribadito che l’Italia è pronta a fare la propria parte e a mettere a disposizione le forze necessarie. Il giorno successivo, ho avuto un colloquio telefonico con il Presidente ucraino Zelensky, al quale ho confermato il pieno sostegno dell’Italia. Gli ho anticipato la nostra intenzione di aiutare l’Ucraina a difendersi dalla Russia e gli ho ribadito il nostro convinto sostegno alla posizione dell’Unione europea sulle sanzioni. Lunedì pomeriggio, ho partecipato a una videoconferenza – di cui vi dicevo prima – con i leader del G7, della Polonia, della Romania, i Presidenti della Commissione europea e del Consiglio europeo e con il Segretario Generale della NATO.

In questi incontri, l’Unione Europea e gli alleati hanno dato costantemente prova di fermezza e di unità. Abbiamo adottato tempestivamente sanzioni senza precedenti, che colpiscono molti settori e un numero importante di entità e individui, inclusi il presidente Putin e il ministro Lavrov. Sul piano finanziario le misure restrittive adottate impediranno alla Banca centrale russa di utilizzare le sue riserve internazionali per ridurre l’impatto delle nostre sanzioni.

In ambito UE si sta lavorando a misure volte alla rimozione dal sistema SWIFT di alcune banche russe. Questo pacchetto ha inflitto già costi molto elevati a Mosca. Nella sola giornata di lunedì, il rublo ha perso circa il 30% del suo valore rispetto al dollaro. La Borsa di Mosca è chiusa da ieri e la Banca centrale russa ha più che raddoppiato i tassi di interesse, passati dal 9,5% al 20%, per provare a limitare il rischio di fughe di capitali. Stiamo approvando forti misure restrittive anche nei confronti della Bielorussia, visto il suo crescente coinvolgimento nel conflitto. La Russia ha subito anche un durissimo boicottaggio sportivo, con l’annullamento di tutte le competizioni con squadre russe in ogni disciplina.

 

L’Italia è pronta a ulteriori misure restrittive, ove fossero necessarie. In particolare, ho proposto di prendere ulteriori misure mirate contro gli oligarchi. L’ipotesi è quella di creare un registro internazionale pubblico di quegli oligarchi con un patrimonio superiore ai 10 milioni di euro. Ho poi proposto di intensificare ulteriormente la pressione sulla Banca centrale russa e di chiedere alla Banca dei Regolamenti Internazionali, che ha sede in Svizzera, di partecipare alle sanzioni. Allo stesso tempo, è essenziale mantenere aperta la via del dialogo con Mosca. Ieri, delegazioni russe e ucraine si sono incontrate in Bielorussia, al confine con l’Ucraina.

 

Auspichiamo il successo di questo negoziato, anche se siamo realistici sulle sue prospettive. Ai cittadini italiani, che sono preoccupati per le conseguenze di questo conflitto, voglio dire che il Governo è al lavoro incessantemente per contrastare le possibili ricadute per il Paese. Il Ministero dell’Interno ha emanato le direttive in merito alle misure di vigilanza, a protezione degli obiettivi sensibili. Per gli aspetti legati ai controlli di sicurezza e dei rifugiati, il Governo ha attivato tutti i meccanismi nazionali e di coordinamento internazionale per monitorare le potenziali minacce. Il deterioramento delle relazioni tra la Russia e l’Unione europea e la NATO ha reso ancora più aggressiva la postura di Mosca verso l’Occidente in ambito cibernetico e di disinformazione. La Russia infatti ha accentuato le sue attività ostili nei confronti dei Paesi dell’Unione europea e della NATO, con l’intento di minare la nostra coesione e capacità di risposta. È stato attivato un apposito Nucleo per la Cybersicurezza per condividere le informazioni raccolte e al suo interno è stato istituito un tavolo permanente dedicato alla crisi in atto. Voglio ringraziare il Ministro dell’Interno Lamorgese, il Sottosegretario Gabrielli e tutte le forze dell’ordine per il loro lavoro a difesa dei cittadini.

 

Il governo è inoltre impegnato per mitigare l’impatto di eventuali problemi per quanto riguarda le forniture energetiche. Al momento non ci sono segnali di un’interruzione delle forniture di gas. Tuttavia è importante valutare ogni evenienza, visto il rischio di ritorsioni e di un possibile inasprimento delle sanzioni. L’Italia importa circa il 95% del gas che consuma e oltre il 40% /43 o 45%) proviene dalla Russia. Nel breve termine, anche una completa interruzione dei flussi di gas dalla Russia a partire dalla prossima settimana non dovrebbe di per sé comportare seri problemi.  L’Italia ha ancora 2,5 miliardi di metri cubi di gas negli stoccaggi e l’arrivo di temperature più miti dovrebbe comportare una significativa riduzione dei consumi da parte delle famiglie.

 

La nostra previsione è che saremo in grado di assorbire eventuali picchi di domanda attraverso i volumi in stoccaggio e altre capacità di importazione. Tuttavia, in assenza di forniture dalla Russia, la situazione per i prossimi inverni, e nel prossimo futuro più immediato, rischia di essere più complicata. Il Governo ha allo studio una serie di misure per ridurre la dipendenza italiana dalla Russia. Voglio ringraziare il Ministro Cingolani per il grande impegno su questo tema. Le opzioni al vaglio, perfettamente compatibili con i nostri obiettivi climatici, riguardano prima di tutto le importazioni di gas da altre fornitori – come l’Algeria o l’Azerbaijan; un maggiore utilizzo dei terminali di gas naturale liquido a disposizione; eventuali incrementi temporanei nella produzione termoelettrica a carbone o petrolio, che non prevedrebbero comunque l’apertura di nuovi impianti. Se necessario, sarà opportuno adottare una maggiore flessibilità sui consumi di gas, in particolare nel settore industriale e quello termoelettrico.

 

La diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico è un obiettivo da perseguire indipendentemente da quello che accadrà alle forniture di gas russo nell’immediato. Non possiamo essere così dipendenti dalle decisioni di un solo Paese. Ne va anche della nostra libertà, non solo della nostra prosperità. Per questo, dobbiamo prima di tutto puntare su un aumento deciso della produzione di energie rinnovabili – come facciamo ad esempio nell’ambito del programma “Next Generation EU”.
Ma il gas rimane un utile mezzo per affrontare la transizione. Dobbiamo ragionare su un aumento della nostra capacità di rigassificazione e su un possibile raddoppio della capacità del gasdotto TAP.

 

L’Unione europea ha dimostrato enorme determinazione nel sostenere il popolo ucraino. Nel farlo, ha assunto decisioni senza precedenti nella sua storia – come quella di acquistare e rifornire di armi un Paese in guerra. Come è accaduto altre volte nella storia europea, l’Unione ha accelerato nel suo percorso di integrazione di fronte a una crisi. Ora è essenziale che le lezioni di questa emergenza non vadano sprecate. In particolare, è necessario procedere spediti sul cammino della difesa comune, per acquisire una vera autonomia strategica, che sia complementare all’Alleanza Atlantica. La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora. Possiamo scegliere se farlo a livello nazionale, oppure europeo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi scelgano di adottare sempre più un approccio comune. Un investimento nella difesa europea è anche un impegno a essere alleati.

 

Lo straordinario afflusso di rifugiati che ha già incominciato ad arrivare dall’Ucraina, ci obbliga poi a rivedere le politiche d’immigrazione che ci siamo dati come Unione europea. In passato, l’Unione si è dimostrata miope nell’applicare regolamenti datati. L’Italia è pronta a fare la sua parte per ospitare chi fugge dalla guerra e per aiutarlo a integrarsi nella società. I valori europei dell’accoglienza e della fratellanza devono valere oggi più che mai. In caso di interruzioni nelle forniture di gas dalla Russia, l’Italia avrebbe più da perdere rispetto ad altri Paesi europei che fanno affidamento su fonti diverse. Questo non diminuisce la nostra determinazione a sostenere sanzioni che riteniamo giustificate e necessarie. È però importante muoverci nella direzione di un approccio comune per lo stoccaggio e l’approvvigionamento di gas. Farlo permetterebbe di ottenere prezzi più bassi dai Paesi produttori e assicurarci vicendevolmente in caso di shock isolati.

 

La guerra avrà conseguenze sul prezzo dell’energia, che dovremo affrontare con nuove misure a sostegno delle imprese e delle famiglie. È opportuno che l’Unione europea le agevoli, per evitare contraccolpi eccessivi sulla ripresa.
Nel lungo periodo, questa crisi ci ricorda l’importanza di avere una visione davvero strategica nella discussione sulle nuove regole di bilancio in Europa. A dicembre, insieme al Presidente francese Macron, abbiamo proposto di favorire con le nuove regole gli investimenti nelle aree di maggiore importanza per il futuro dell’Europa, come la sicurezza e la difesa dell’ambiente. Il disegno esatto di queste regole deve essere discusso con gli Stati membri. Tuttavia, questa crisi, come anche la transizione ecologica, e altri impegni che ci siamo trovati a dover affrontare dopo la pandemia, rafforza la necessità di scrivere regole compatibili con le ambizioni che abbiamo per l’Europa.

 

L’invasione da parte della Russia non riguarda soltanto l’Ucraina. È un attacco alla nostra concezione dei rapporti tra Stati basata sulle regole e sui diritti. Non possiamo lasciare che in Europa si torni a un sistema dove i confini sono disegnati con la forza. E dove la guerra è un modo accettabile per espandere la propria area di influenza. Il rispetto della sovranità democratica è la condizione per una pace duratura. Ed è nel cuore del popolo italiano che, come disse Alcide De Gasperi, è pronto ad associare la propria opera a quella di altri Paesi, “per costruire un mondo più giusto e più umano”. La lotta che appoggiamo oggi, i sacrifici che compiremo domani sono una difesa dei nostri principi e del nostro futuro. Ed è per questo che oggi chiedo al Parlamento il suo sostegno.

 

Grazie.

Ruggero Orfei e “Settegiorni”, un modello di giornalismo politico e di coerenza culturale.

 

La rivista era nata nel 1967 e ha chiuso i battenti nel 1974 dopo il referendum perso dalla Democrazia Cristiana e dai cattolici sul divorzio. I “pezzi” di Ruggero Orfei e del suo condirettore, Piero Pratesi – accanto alle cento firme – erano appuntamenti imperdibili per qualsiasi osservatore politico dell’epoca.

 

Giorgio Merlo

Ho fatto la tesi di laurea sulla rivista “Settegiorni in Italia e nel mondo”. Una rivista nata nel 1967 e che ha chiuso i battenti nel 1974 dopo il referendum perso dalla Democrazia Cristiana e dai cattolici sul divorzio. Ora, non voglio rileggere — come ovvio e scontato — l’esperienza di un settimanale che ha contribuito a segnare il cammino politico, culturale e sociale dei cattolici italiani e che, al contempo, ha scosso l’evoluzione e il percorso della stessa politica italiana. E la scomparsa recente del suo storico direttore, l’amico Ruggero Orfei, mi spinge a fare qualche rapida considerazione attorno ad un foglio che resta unico per la sua dimensione e per il ruolo che ha avuto nello scenario pubblico italiano in una fase storica decisiva per le sorti della nostra democrazia. Anche per il giornalismo italiano. Perchè “Settegiorni in Italia e nel mondo” non solo è stata una rivista politica e culturale vicina alle posizioni della sinistra sociale della Dc di Carlo Donat-Cattin, ma è stata anche e soprattutto una rivista che ha fatto del giornalismo di inchiesta – quello vero, però, senza alcun paragone e confronto per come è ridotto oggi quel settore – la sua ragion d’essere.

 

Certo, l’approfondimento politico e culturale era la vera priorità di questa scommessa editoriale guidata da Donat-Cattin – quella di maggior successo insieme alla rivista “Terza Fase” degli anni ‘80 – e con l’elaborazione puntuale ed intelligente di molti e qualificati collaboratori, “Settegiorni” era diventata un punto di riferimento da cui non si poteva prescindere. Sia all’interno della Dc e del mondo cattolico italiano dell’epoca e sia per gli altri partiti. In particolare per i partiti della sinistra storica e non solo. E i “pezzi” di Ruggero Orfei e del suo condirettore, Piero Pratesi – accanto alle cento firme – erano appuntamenti imperdibili per qualsiasi osservatore politico dell’epoca.

 

È indubbio, al riguardo, che Ruggero Orfei, anche se dopo l’esperienza di “Settegiorni” cambiarono i rapporti, ma non l’amicizia, tra la direzione della testata e i suoi finanziatori politici, condivideva sino in fondo l’idea di una presenza politica di ispirazione cristiana, popolare, autonoma e fortemente rappresentativa delle istanze dei ceti sociali popolari e cattolici. Un partito che non poteva e non doveva diventare un semplice e banale “polo conservatore” funzionale ad una alleanza con l’altro grande blocco, il Pci, con un probabile se non addirittura scontato cedimento culturale ed ideale nei confronti del più grande partito comunista occidentale. Una presenza politica, certamente di ispirazione cristiana, ma con un forte insediamento territoriale e una chiara opzione sociale. Per questo Orfei, all’epoca, dissentiva da tutte le interpretazioni che volevano una Dc conservatrice se non addirittura reazionaria, ripiegata su posizioni clericali o confessionali che appaltava la rappresentanza dei ceti popolari e socialmente più avanzati alla sinistra comunista e marxista.

 

Ecco perchè c’era una profonda simbiosi tra il Direttore di “Settegiorni” Orfei e l’editore politico Donat-Cattin. Perchè al centro della discussione c’era sempre e solo la necessità di salvaguardare una tradizione, quella cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica che individuava nella Dc di sinistra un baluardo centrale ed insostituibile. E quando parliamo di Ruggero Orfei, oltre alla sua vasta, ricca e feconda pubblicazione politica, culturale e religiosa, non possiamo e non dobbiamo dimenticare l’esperienza di “Settegiorni in Italia e nel mondo” che, ripeto, ha segnato la storia del giornalismo politico nel nostro paese.

Democrazie, dittature e autodeterminazione dei popoli.

 

In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale. Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni. Ora, quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia.

 

 

Francesco Provinciali

 

Dello studio della storia – materia che langue nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado fino alla soppressione della traccia storica nel tema di maturità (ove non si  elimini del tutto il tema stesso) – mi ha sempre affascinato il fatto che essa possa essere rievocata, scritta e narrata in modi diversi a seconda dei contesti geografici e dei sistemi scolastici dei Paesi di riferimento. Un’osservazione persino banale, non fosse che a seconda di come e di dove si riavvolge il nastro degli eventi umani, essi possono assumere interpretazioni, spiegazioni e narrazioni del tutto differenti tra loro, ove non apertamente antitetiche ed opposte. Senza andare troppo lontano si consideri quanto divergano le retrospettive dei fatti e delle vicende nei libri di storia “italiani” e in quelli “sudtirolesi”, rispetto al Risorgimento, al ‘900, in particolare alle due guerre mondiali, alla lotta di liberazione: due visioni metabolizzate da punti di osservazione e di interessi diversi, persino reciprocamente antitetici, entrambi però legittimi.

 

Una breve riflessione per evidenziare quanto sia difficile prospettare in modo univoco e condivisibile una narrazione degli eventi che hanno dato costrutto alla storia dell’umanità. Ciò può esser utile per capire come – oltre ai fenomeni demografici di stanzialità, crescita e radicamenti dei popoli, oltre le migrazioni di varia natura, non si possa immaginare una configurazione “dell’ordine mondiale” senza tener conto dei continui sommovimenti che i conflitti bellici hanno da sempre provocato. Il principio di autodeterminazione dei popoli è una aspirazione che resta latente o si esprime e si realizza a seconda dei contesti geografici e soprattutto dei modelli strutturati di esercizio del potere costituito.

 

In una democrazia questo principio si manifesta nell’ordine delle cose in modo che il concetto di nazione sia il più aderente possibile a quello di Stato. In una dittatura o in un regime dove le oligarchie sono stratificate il principio stesso di rappresentanza viene fortemente condizionato, la stratificazione del potere assomiglia ad una piramide ad acuta verticalizzazione. Gli eventi di questi giorni ci raccontano di un popolo – quello ucraino – che ambisce a esser parte di un contesto geopolitico dove poter esprimere autonomia e indipendenza. L’invasione ordinata da Putin è il tentativo – manu militari — di riappropriarsi di un territorio che un tempo le apparteneva: sono esigenze contrapposte, la prima legittima la seconda autoritaria e colonizzatrice.  In un bellissimo saggio del 2020 di Furio Ferraresi sulle peripezie della democrazia negli intrinseci rapporti tra potere e rappresentatività, forme dirette e indirette della partecipazione popolare sul discrimine che corre tra politica e società si coglie come lo stesso Max Weber pensasse alla democrazia come ordinamento statuale perfettibile, esprimendo un’oscillazione tra rivendicazione di diritti e regole di ingaggio e funzionamento degli apparati.  Si dice che la peggior democrazia sia preferibile alla migliore dittatura e i fatti di questi giorni lo stanno confermando. In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale come affrancamento dall’inglobamento in un potere eterodiretto, inoltre esprime un forte radicamento territoriale, un legame con tradizioni diverse e non sovrapponibili ad altre. Geopolitica e geoeconomia costituiscono oggi due chiavi di lettura interrelate che spiegano come ai concetti di popolo e nazione si contrappongano mire espansionistiche proiettate – senza tante remore – alla conquista del mondo. “Non abbiamo nemici ma solo interessi” diceva Henry Kissinger e questo spiegava allora la strategia della più grande potenza mondiale: tenere aperte le porte del dialogo e del confronto, del commercio e dell’interscambio da una posizione di primazia, ora perduta.

 

Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni: Russia e Cina si stanno muovendo alla conquista del pianeta, sono cambiati gli equilibri di forza, la disinvoltura che usa la forza come arma di convincimento ci riporta al secolo scorso dove i totalitarismi e l’uso della violenza volevano popoli sottomessi, annientati e nazioni cancellate. Perché c’è differenza e non poca tra populismi e nazionalismi da un lato e legittime aspirazioni al radicamento territoriale come espressione di libera autodeterminazione. Unirsi attorno ad una bandiera, difendere i confini, battersi contro l’azzeramento delle proprie tradizioni e della propria storia sono la parte positiva e non negoziabile dei diritti civili che sottendono la democrazia e con essa le proprie libertà, sedimentate nella storia e risultato di avvenimenti e di scelte che costituiscono il “genius loci” di una comunità. Quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia e con essi l’icona stessa, condivisa, pacifica, motivata e irrinunciabile della propria identità.

 

Ecco, in un mondo che dimentica il passato e le sue non remote tragedie, l’umanità rischia di soccombere e rimuovere i simboli della propria appartenenza: la bandiera, la Patria, le radici della propria storia.

Quale rimedio per la democrazia malata? Bisogna che essa riesca a trasformarsi da statale in comunitaria.

 

Contro la tendenza, ormai debordante, a incentivare il potere personale del leader, la battaglia democratica deve spingere in direzione di un cambiamento di fondo, così da mettere in relazione il principio di rappresentanza con quello di responsabilità. Dunque, una riforma della democrazia in grado di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici. Serve una nuova legge elettorale di tipo proporzionale.

 

 

Andrea Piraino

 

In un interessante e partecipato convegno, organizzato dalla rete delle Agorà democratiche, si è discusso ieri a Palermo di “democrazia malata”. Dalle analisi svolte nei vari interventi dei numerosi partecipanti  — tra i quali Manlio Mele che ha introdotto i lavori, Nicolò Oddati e Nicola Zingaretti che li hanno conclusi — è emerso con una certa consonanza di toni che la democrazia oggi si presenta sempre più in evoluzione verso forme di organizzazione ‘diretta’ che strutturano, cioè, il potere politico senza intermediazione o, addirittura, contro il parlamento e le istituzioni rappresentative.

 

Questa tendenza si è accentuata a seguito del mancato completamento di sistema della riforma della governance locale che era stata introdotta all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso come risposta alternativa alla crisi della democrazia dei partiti colpiti dallo tzunami di tangentopoli con l’elezione diretta, prima, dei sindaci (e dei presidenti di Provincia) e, poi, dei presidenti delle Regioni. La non riuscita riforma del sistema di organizzazione delle funzioni di governo a tutti i livelli, dal Comune allo Stato, ha determinato infatti un pasticcio istituzionale inestricabile, dove alla fine l’unica novità emersa è stata il potere personale degli eletti a cariche monocratiche o, comunque, apicali.

 

Invece della modifica del sistema politico-istituzionale con l’introduzione del principio di responsabilità, insomma, l’elezione diretta degli organi monocratici di governo ha determinato solo il collegamento diretto, senza mediazione alcuna cioè, dei cosiddetti leader con gli elettori, i cittadini, l’opinione pubblica ed ha lasciato del tutto immodificato il modello di governo delle varie istituzioni pubbliche incentrato sul presunto principio di rappresentatività.

 

Affermatosi questo paradigma di base, secondo il quale il circuito democratico consiste nel rapporto diretto tra il leader e l’opinione pubblica, risulta evidente come tutta l’organizzazione politica della Repubblica si sia via via trasformata introducendo un rapporto politico-elettore non solo immediato, diretto ma anche personale. Nel quale, però, la relazione non è paritaria ma sbilanciata tutta a favore dei politici, con i cittadini che sono trasformati in  “pubblico” e, quindi, con l’unico potere di “cambiare canale televisivo” o di sfogare la propria frustrazione con sproloqui  postati su i vari social network.

 

A tutto questo vanno poi aggiunti gli effetti dello sviluppo tecnologico che con l’introduzione della rete ha consentito ai politici di intervenire in modo permanente nel rapporto con i singoli cittadini e quindi di determinare una sorta di democrazia live per mezzo della quale l’opinione pubblica ha l’illusione di partecipare al processo decisionale della politica mentre, in realtà, dietro questo vero e proprio schermo populistico, si nasconde il potere personale (e, spesso, autoritario) di un capo politico che ha la pretesa di rappresentare la volontà generale del Popolo e, dunque, di essere l’unico e incontestabile decisore.

 

Ma se questa è con larga approssimazione la diagnosi, venuta fuori da più di tre ore di dibattito intenso ed anche appassionato, della malattia di cui soffre la democrazia nel nostro Paese, vediamo allora brevissimamente quale potrebbe essere una efficace terapia che sia in grado di restituirle la sua piena funzionalità e capacità di garantire ai fondamentali valori di libertà ed eguaglianza che la costituiscono una effettività che da tempo è andata perduta. In questa prospettiva terapeutica, però, non farò riferimento alle varie tesi enunciate (naturalmente, per cenni) dai molti intervenuti nel corso del dibattito svoltosi nella bellissima cappella sconsacrata dell’Oratorio di Sant’Elena e Costantino, quanto piuttosto alle mie personali convinzioni che, in estrema sintesi, si possono ricondurre alla seguente tesi.

 

È necessario riprendere, per così dire, la strada della responsabilità che, negli anni ‘90 del secolo scorso, era già stata individuata come capace di intervenire a correggere il sistema politico-istituzionale. Ma non solo nei meccanismi della governance locale quanto in una nuova prospettiva che riguardi innanzi tutto le istituzioni centrali del sistema repubblicano (Governo e Parlamento) per trasformare la nostra democrazia da statale in comunitaria.

 

Per intuire l’elemento caratterizzante di questo cambiamento è sufficiente sottolineare che si tratterebbe di un sistema organizzativo non più improntato alla logica monista dell’esercizio della medesima funzione sovrana da parte di entrambi i due poteri costituzionali del Parlamento e del Governo ma di un organismo strutturato in modo da valorizzare il dualismo delle funzioni che i due organi esercitano. Non per lasciarlo, però, alla deriva di una separazione senza fine, ma per collegare le due funzioni tra di loro connettendole in un circolo virtuoso fondato sull’interazione dell’attività di controllo con quella di governo. In altri termini, per mettere in relazione il principio di rappresentanza con quello di responsabilità.

 

Circostanza, quest’ultima, che costituirebbe il fondamento di una vera riforma della democrazia in grado di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici, restituiti al loro pluralismo, e la valorizzazione dello stesso ordinamento istituzionale in cui non sarebbe solo l’organo collegiale del Parlamento ad essere eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche quello monocratico del Premier. Fermo restando il ruolo di unità e garanzia del Presidente della Repubblica.

 

In sostanza, un rapporto nuovo tra Popolo ed Istituzioni e, soprattutto, la possibilità di fare subito una riforma per l’elezione del Parlamento in senso proporzionale, superando d’emblée tutte le alchimie che finora ci hanno costretto a passare da un porcellum all’altro (in verità, rosatellum o italicum) senza riuscire a cavare un ragno dal buco.

Questa guerra non ha ancora vincitori ma ha un solo sconfitto: Putin.

Ha perso tutto. La credibilità internazionale e quel poco di consenso interno che non fosse comprato o preso con la forza. Ha perso la sua stessa faccia.

Putin è riuscito a passare, in appena cinque giorni, da uomo più potente del mondo al più odiato, isolato. È rimasto solo, ha mandato un esercito di ragazzini a sparare contro qualsiasi cosa si muovesse e gliene sono tornati quasi seimila dentro una bara. Ora, potrà arrestarne cinquemila nelle sue piazze in tre giorni ma dovrà arrestarne ancora e ancora, fino ad avere più gente in carcere che nelle case e dovrà dare a seimila famiglie russe spiegazioni più che valide sulla morte dei loro cari.

Ha fatto di tutto per imporre il potere con la paura e la forza, ma in realtà ha rinforzato il sentimento popolare di unità. Anche un contadino disarmato può fermare un carroarmato. Questo, il messaggio al mondo che ha dato. Ha distrutto un Paese libero, provocato danni incalcolabili che dovrà pagare la sua Nazione insieme ai crimini di guerra. Voleva un’Ucraina disarmata e ha ottenuto il Paese più armato del mondo, alle porte e con il supporto di tutta la NATO, pur non facendone ancora parte.

Voleva un’Ucraina fuori dall’Europa, ha ottenuto un invito dalla UE a farne parte per aver dimostrato il suo popolo un onore e un valore unici, europei, libertari, dimostrati sul campo, combattendo soli contro uno degli eserciti più forti del mondo. Ha detto di andare a combattere i nazisti ma a dimostrato di essere lui, il nazista. Voleva un’UE divisa, ha pagato partiti e corrotto poteri, interferito nelle elezioni e ha ottenuto forse la prima volta nella Storia in cui la UE si è dimostrata veramente unita.

È riuscito a far rompere la storica neutralità anche alla Svizzera. Nessuno, mai era riuscito a tanto. Il mondo della cultura, dello Sport, ogni personalità di spicco ha preso le distanze da lui. Ha fatto vergognare in un silenzio epocale chiunque in passato si fosse accostato a lui. Ha fatto di tutto per dare un’immagine di sé forte e ha perso dinnanzi a Zelensky, che ha saputo entrare nei cuori di quaranta milioni di persone disposte a morire con lui e altrettanti nel mondo. Zelensky, ebreo, giovane, diventato politico e ora leader combattente vero e autentico, icona per le generazioni future.

E, se Zelensky morirà, sotto i colpi dei sicari mercenari che aveva già pagato per entrare in Ucraina molto, molto prima di invadere, avrà anche completato il capolavoro di aver creato un’icona, immortale nei cuori e negli animi della gente. Non c’è una sola cosa su cui non solo non abbia portato a casa un risultato ma non sia riuscito a contenere i danni subiti. Putin ha perso tutto ed è rimasto solo.

Il “caso Kiev” e la politica estera europea. Lo tsunami della crisi ucraina può rafforzare il protagonismo dell’UE.

Il gioco è cambiato, diversamente dal passato il giusto e l’utile tendono a coincidere. Ora, contribuire da parte nostra alla stabilità in Ucraina è coerente sia con i nostri valori che con i nostri interessi.

Tra le molte cose che sappiamo sulle democrazie c’è senz’altro il fatto che difficilmente si fanno la guerra tra di loro. Naturalmente non sono sempre più pacifiche dei regimi autoritari. Sappiamo solo che raramente si aggrediscono tra loro. Da qui l’idea secondo cui, in un mondo composto esclusivamente di democrazie stabili, la guerra scomparirebbe in automatico. Questa corrente di pensiero non è rimasta relegata nel chiuso delle discussioni accademiche, ha ispirato spesso l’azione di molti osservatori e leader politici mondiali.

In realtà, come si vede in questi giorni, la situazione è un po’ più complessa. Ci sono almeno due precisazioni da fare. La prima è che se le democrazie tendono a instaurare tra loro rapporti pacifici, la regola non vale per i regimi autoritari. Anzi, esistono prove del fatto che i regimi illiberali possono essere molto aggressivi verso i vicini democratici. In questi casi, è alto il rischio che le loro élite possano incanalare verso un nemico esterno le tensioni sempre presenti al loro interno.

La seconda precisazione è che i processi di democratizzazione non sfociano necessariamente in democrazie compiute. Anzi, spesso generano “democrature” che mettono insieme elementi liberali (elezioni più o meno libere) e altri illiberali (regole emergenziali finalizzate alla repressione degli oppositori). Una democrazia illiberale può essere molto aggressiva verso l’esterno, talvolta più di certi regimi autoritari.

Inoltre in politica c’è spesso un divario tra ciò che è “giusto” e ciò che è “utile”, in altre parole tra ciò che pensiamo sarebbe giusto fare alla luce dei principi che professiamo e ciò che sappiamo essere utile per i nostri interessi. In politica internazionale, poi, quel divario spesso è la regola. Ciò contribuisce a spiegare il tasso di ipocrisia che spesso circonda i rapporti interstatali. Si finge di fare ciò che è giusto, ma si opera per realizzare ciò che è utile. Soltanto in rare circostanze il giusto e l’utile coincidono.

Adesso però il gioco è cambiato, nel senso che il giusto e l’utile tendono a coincidere: contribuire, da parte nostra, alla stabilità in Ucraina è coerente sia con i nostri valori che con i nostri interessi. Le sanzioni già decise dalla comunità internazionale sono un importante primo passo. In realtà, c’è un problema italiano in rapporto alla Russia e c’è un problema europeo in rapporto all’Est del continente nel suo insieme. La crisi ucraina ha posto il nostro Paese in prima linea. Ciò che accade a Kiev è per noi una emergenza nazionale che andrebbe affrontata con il massimo di coesione da parte della classe dirigente. 

Siamo tra i più esposti per gli intensi rapporti che abbiamo sempre coltivato con la Russia, per gli approvvigionamenti energetici, per il volume dei nostri interessi e scambi commerciali con Mosca, per le questioni di sicurezza coinvolte. E siamo tra i più esposti anche perché vari competitors potrebbero tra poco farsi avanti per subentrare alle molte imprese italiane che hanno fino a oggi operato attivamente in Russia. Se come “sistema Paese” non avremo un ruolo da protagonisti in questa fase, non potremo sperare di averne uno a guerra conclusa.

C’è poi l’Europa. I suoi interessi strategici sono troppo importanti perché essa possa permettersi il lusso di non adottare, sia pure in accordo con l’alleato americano, una posizione al tempo stesso energica e lungimirante. I primi segnali non sono positivi. Scegliere lo “scaricabarile”, rifiutare anche in via ipotetica l’idea di una “gestione europea” della crisi, la dice lunga sulla condizione e sullo stato di salute in cui versa l’UE. Lo tsunami della crisi ucraina può essere quella “sfida esterna” ai più vitali interessi di sicurezza dell’Unione in grado di far fare un definitivo salto di qualità alla politica estera comune. Oppure, può essere lo scoglio che può farla naufragare definitivamente. La relazione è nei due sensi: la sfida potrebbe indurre più coesione in Europa e più coesione le sarebbe necessaria per influenzare, magari ponendo mano a un piano straordinario di aiuti, il futuro dell’Ucraina. Anche al fine di impedire che la regione venga sconvolta, tra qualche tempo, da nuove guerre.

Il fallimento dell’autocrate di Mosca nello scacchiere euroasiatico.

L’Europa, con una difesa comune, potrebbe disinnescare piuttosto facilmente il pericolo russo, ma il progetto di difesa comune è ancora fermo. Il sospetto è che dietro l guerra in Ucraina si nasconda un problema interno. La mossa di invadere l’Ucraina, dove prima la Russia reperiva anche risorse umane, potrebbe essere l’ultima mossa di un dittatore in difficoltà.

 Antonio La Rocchia

Il 24 febbraio, dopo lunghe tensioni, Putin da l’ordine di invadere l’Ucraina. Lo sgomento è tanto, i leader di tutto il mondo annunciano ai propri cittadini l’inizio di una guerra. Il Cancelliere Federale Olaf Scholz, la annuncia dicendo che: “Lui solo, non il popolo russo, ha deciso di fare la guerra. Lui solo ha la responsabilità. Questa guerra è la guerra di Putin.”. È un susseguirsi di notizie, con il timore che questa possa essere la scintilla che faccia scoppiare la terza guerra mondiale. Gli interrogativi sono tanti e il pensiero va al popolo russo.

Sono disposti ad uccidere e farsi uccidere per la guerra sovranista di Putin?

A differenza del popolo ucraino che sta lottando per la liberta, vittima dell’attacco di un uomo folle, solo al comando, i russi sembrano tentennare, protestano. Emblematica è la foto simbolo che circola in rete con l’immagine di un cittadino russo con un cartello con scritto: ”I’m Russian. Sorry for that.”. Agghiaccianti le immagini degli arresti di manifestanti pacifici e inermi a San Pietroburgo.

Chi è nato negli anni settanta e ha fatto il servizio obbligatorio di leva, può raccontare che in quegli anni si respirava un’aria particolare: la caduta del muro di Berlino; la fine della guerra fredda. C’era una spinta verso la pace che si respirava in tutto il mondo, che ha portato anche in Italia all’abolizione dell’obbligo di leva.

La leva obbligatoria, simbolo dei nazionalismi, si è indebolita ovunque. Si è trasformata in leva volontaria, come negli Stati Uniti, con risorse umane sempre più difficili da reperire. Se il governo prova a proporre il reinserimento della leva obbligatoria, i giovani protestano. In Russia, dove la leva obbligatoria è già stata dimezzata da due ad un anno, una delle promesse fatte da Putin ai giovani per essere eletto è stata proprio l’abolizione della leva obbligatoria, non appena le condizioni lo avessero consentito.

Oggi Putin sta richiamando i riservisti.

Perché? Perché sono vecchi! Perché siamo Vecchi! In quanti oggi saremmo abili ad un eventuale arruolamento? Il nord del mondo è vecchio. All’incirca l’età media in Italia è di 46 anni, in Europa di 44 anni. E in Russia? L’età media è di 47 anni. Non credo che alcolisti, cardiopatici e diabetici possano andare al fronte, con l’insulina e la flebo attaccata.

Per questo l’Europa, con una difesa comune, potrebbe disinnescare piuttosto facilmente il pericolo russo, ma il progetto di difesa comune è ancora fermo.

La guerra non ha mai un senso, ma questa volta appare veramente una follia, soprattutto se approfondiamo anche il contesto generazionale. Le generazioni non sono solo un insieme di persone appartenenti allo stesso periodo temporale, le generazioni hanno in comune le stesse esperienze, che formano e portano ad avere affinità sociologiche. Le ultime “pietre miliari” di portata globale sono state: il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991; gli attacchi dell’11 Settembre; la crisi finanziaria del 2008; il Coronavirus del 2020.

I giovani di oggi, ma non solo i più giovani, condividono più di quanto condividevano in passato, soprattutto la connettività, la mobilità e la sostenibilità. Oggi il problema non sembra essere tra nord e sud del mondo, tra est e ovest, il problema è tra giovani e vecchi. I salari, per esempio, sono stagnanti negli Stati Uniti più o meno come in tutto il mondo, i prezzi delle case sono aumentati ed il costo della sanità insostenibile. Le giovani generazioni si trovano ad affrontare sfide analoghe anche se sono di paesi differenti e ovunque si sentono schiacciati dalla gig economy. Hanno in comune delle coordinate culturali: vogliono lavorare per vivere e non vivere per lavorare; essere felici ed agire per il bene comune; evitare la povertà. 

In Russia Putin ha abbandonato milioni di persone dell’est del paese. Una bomba ad orologeria che unisce una classe media schiacciata dalla corruzione e giovani sottoccupati ma sovraistruiti con la laurea in tasca ed un lavoro non qualificato. Il fenomeno è ampiamente dimostrato dall’emigrazione intellettuale, che purtroppo noi italiani a differenza di altri paesi non riusciamo ad intercettare. A questo malcontento e svuotamento di risorse, possiamo sommare le risorse spostate in tutto il mondo dalla “multinazionale delle colf”.

Il sospetto è che dietro questa guerra si nasconda un problema interno. Le difficoltà di Putin, un uomo vecchio, stanco, solo al comando, potrebbero essere tutte interne. La mossa di invadere l’Ucraina, dove prima la Russia reperiva anche risorse umane, potrebbe essere l’ultima mossa di un dittatore in difficoltà.

Se spostiamo lo sguardo su Tblisi, registriamo che anche se la Georgia è occupata per il 20% del suo territorio dai russi, sta vivendo un momento di grande fermento, nell’edilizia, nell’architettura, nei festival culturali che attraggono europei. La Georgia sta subendo dei cambiamenti che ricordano quelli visti a Berlino Est.

Il problema della Russia è che non ha uomini per affrontare le sfide dei cambiamenti. Anche se oggi sembra impossibile, la Russia dovrà costruire ponti se in futuro vorrà mantenere un ruolo nello scacchiere euroasiatico.

È venuto a mancare Ruggero Orfei, un maestro della libertà di pensiero. Nella fine della Dc aveva visto una “liquidazione sotto costo”.

Protagonista di spicco del movimento cattolico italiano e del suo rinnovamento sulla scia del Concilio Vaticano II, è morto l’altra notte in ospedale a Roma all’età di 91 anni dopo una lunga malattia. I funerali si svolgeranno oggi, martedì 1° marzo, alle ore 11, nella chiesa romana della parrocchia della Nostra Signora de la Salette.

Nato a Perugia il 20 luglio 1930, Orfei si era laureato in filosofia teoretica nel 1955 con il professore Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dove iniziò a lavorare nella Biblioteca dell’Ateneo e ne divenne direttore, svolgendo questo ruolo fino al 1968. In quegli anni fu anche il direttore di “Vita e Pensiero”, rivista mensile dell’Università Cattolica. È stato anche collaboratore di “Relazioni sociali” e “L’Italia”. 

 

Appena due anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, nel 1967 Ruggero Orfei fu tra i fondatori del settimanale “Settegiorni”, che diresse fino al 1974. Espressione di un’area di rinnovamento politico-culturale del movimento cattolico che faceva riferimento alla corrente della sinistra Dc “Forze Nuove” di Carlo Donat-Cattin, la rivista fu luogo di dialogo tra cattolici e socialisti e mondo progressista in genere. Dopo la chiusura di “Settegiorni”, Orfei diresse “Il Mensile” e poi il settimanale nazionale delle Acli “Azione sociale”. Membro della Direzione e della Presidenza delle Acli, fu dirigente responsabile dell’Ufficio studi dal 1978 al 1982. Con una serie di saggi e articoli, Orfei ha approfondito i temi della struttura politica italiana in relazione alla crescita delle società civile, della vita internazionale, delle prospettive teoriche e pratiche della pace, lo sviluppo e le nuove tecnologie. Dopo aver lasciato le Acli, per la Stet si occupò delle nuove forme di comunicazione. Nella seconda metà degli Ottanta collaborò per la politica internazionale con il segretario della Dc e poi presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, di cui fu consigliere diplomatico.

 

Orfei è stato il primo autore di una biografia dedicata a Giulio Andreotti, pubblicata nel 1975 da Feltrinelli con il titolo di “Andreotti“. Tra i suoi libri: “Antonio Gramsci coscienza critica del marxismo” (Relazioni sociali, 1965); “Marxismo e umanesimo” (Coines Edizioni, 1970); “I tabù della dottrina sociale cristiana“(Coines edizioni, 1974); “L’occupazione del potere. I democristiani 1945-75” (Longanesi, 1976); “Fede e politica. Il cristiano di fronte al potere” (Longanesi, 1977); “Pace tra missili e fame” (Edizioni Dehoniane, 1983); “Gli anni di latta. Osservazioni sull’epilogo della Dc” (Marietti, 1998); “L’uomo di Nazaret. Inchiestà sulla vita di Gesù Cristo” (Marietti , 2002); “Il Gioco dell’Oca. Rapporto sul movimento cattolico” (Edizioni Diabasis, 2008).

 

Nel 2001 era intervenuto sulla rivisita “Enne Effe” (n. 5 – settembre/ottobre) con una introduzione (La presenza temporale dei cattolici in politica) a un vecchio testo pubblicato sulla rivista “Civitas” ((Sturzo e il partito dei cattolici, aprile/maggio 1960) da Piero Pratesi, l’amico deceduto appena l’anno prima. L’occasione gli permetteva di riprendere il confronto sui grandi temi del cattolicesimo politico, inquadrandoli nel periodo delle grandi trasformazioni, sociali e politiche, da cui sarebbe emersa la nuova formula di governo del centro-sinistra. Orfei osservava all’inizio del suo commento come quelle trasformazioni, da cui partiva l’analisi di Pratesi, “cominciavano a manifestarsi nella società, con l’avvio di un consumismo che in pochi anni si sarebbe rivelato sconvolgente e travolgente, gli antichi modelli che parevano acquisiti per sempre”. In quel tempo, soprattutto da destra, veniva emergendo la critica alla unità politica dei cattolici. Il dialogo con Pratesi, allora,  si sviluppava con dovizia di appunti e precisazioni, fino a ricapitolare le ragioni che avevano segnato il dissenso tra loro nel periodo della condivisa direzione di “Settegiorni”. 

Il punto era molto preciso. Orfei non era d’accordo sul compromesso storico perché temeva che il suo massimo teorico, Franco Rodano, avesse in mente la pura conservazione del blocco democristiano a condizione che si disponesse, come che sia, alla collaborazione organica con il PCI. Quella unità posticcia della DC, garantita dalla convergenza dei cattolici in sede politica ed elettorale, non lo convinceva minimamente. E ancora residuava nel suo scritto su “Enne Effe” la convinzione che la machiavellica  legittimazione di questa unità – guai per Rodano inseguire il ‘dissenso’ cattolico in funzione anti DC – fosse implicitamente una lontana ma decisiva causa, almeno sotto il profilo culturale, di quella successiva “liquidazione sottocosto e senza inventario” della DC. 

 

Dato il valore di questo dibattito, pur a distanza di molti anni, riteniamo opportuno mettere a disposizione dei nostri lettori entrambi i testi che “Enne Effe” aveva affiancato nella ricorrenza, all’epoca, della scomparsa di Pratesi. 

 

Link

Piero Pratesi Sturzo e il partito dei cattolici

R. Orfei La presenza temporale dei cattolici in politica (1)

Vladimir Putin un leader ormai stanco

L’assalto immotivato del presidente russo Vladimir Putin all’Ucraina sta rapidamente trasformando l’Europa e la NATO in maniera significativa
La NATO si è unita dietro le sanzioni economiche contro Mosca. Finlandia e Svezia, dopo decenni di neutralità, hanno segnalato un nuovo interesse ad aderire all’alleanza.

E nel tentativo di rafforzare le difese dell’Ucraina, l’Unione europea per la prima volta finanzierà l’acquisto e la consegna di armi.

In breve tempo, le principali potenze europee si sono spostate verso una posizione comune anti russa.

Domenica a Berlino, il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz, ha pronunciato un discorso travolgente al parlamento dichiarando che il paese avrebbe speso più del 2% del suo PIL per la difesa.

Insomma, Putin ha realizzato ciò che l’ex presidente Trump e il presidente Obama prima di lui non erano riusciti a realizzare.

E’ riuscito a far scrollare di dosso la timidezza del secondo dopoguerra alla Germania e a far affermare a Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE: “Stiamo fornendo le armi più importanti per andare in guerra”. (gli aiuti alla difesa potrebbe includere anche aerei da combattimento)

Anche la neutrale Svizzera si appresta a colpire la Russia con una serie di sanzioni, adeguandosi a quelle decise dalla Ue .

E poche ore fa gli Stati Uniti hanno attivato nuove sanzioni che impediscono alla banca centrale russa di accedere a qualsiasi asset sia negli Stati Uniti che in dollari USA. Il divieto riguarda anche il Ministero delle Finanze e il Fondo nazionale per la ricchezza della Russia.

Ora, sperando che i colloqui di pace possano darci buone notizie non resta che chiederci come, dopo la fine delle ostilità, la Russia affronterà il problema della successione di un leader ormai stanco.

 

Il rilancio della NATO

Sembrava uno strumento inservibile, senza più futuro. Invece…La minaccia putiniana, attuata con i mezzi militari e anticipata con parole dure espresse con un tono ed un volto ancora più duri, ha condotto anche paesi neutrali come Svezia e Finlandia a ragionare su una propria richiesta di adesione alla NATO. Inizia una nuova fase.

“Obsoleta” per Trump solo pochi anni fa; in “morte cerebrale” per Macron solo un paio d’anni fa: quasi dimenticata dagli europei occidentali e posta in secondo piano dagli stessi americani, la NATO al contrario negli stessi anni era ambìta dai paesi centro-orientali e orientali del continente europeo per quello che essa era ai loro occhi, ovvero una protezione dall’orso russo, i cui artigli avevano in un recente passato avuto la sfortuna di conoscere, con gravi e pesanti sofferenze.

La guerra scatenata da Putin ha rivitalizzato l’Alleanza, mai come in queste terribili giornate evocata e invocata. Il suo carattere difensivo ne fa uno strumento che può essere visto sotto una luce meno cupa di quanto istintivamente viene considerato un organo che in ogni caso prevede il possibile utilizzo degli armamenti. E d’altro canto resta, per la sicurezza psicologica degli europei divisi in tante piccole nazioni, un efficace deterrente per chiunque immaginasse di attaccarli. Ecco, quest’ultimo pensiero è quello che ha mosso a richiederne l’adesione tutti i Paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia e pure quelli che erano inclusi nell’Unione Sovietica.

Si dice che sarebbe stato meglio procedere con cautela, perché inevitabilmente la Russia si sarebbe sentita progressivamente minacciata e prima o poi avrebbe reagito. Così facendo si sarebbe di fatto aizzato quel nazionalismo che pervade almeno in superficie ogni popolo, e quindi anche quello russo che in questi anni ha “percepito” il proprio Paese retrocesso da grande potenza mondiale a modesta potenza regionale (ancorché dotata di un sistema nucleare imponente).

È una riflessione che merita più di un pensiero. Non è da escludere, inoltre, che qualche generale e qualche politico statunitense abbia in effetti colto al volo l’occasione per sferrare un colpo definitivo agli odiati russi intesi ancora come sovietici. Lavorando intensamente per allargare la NATO quanto più velocemente possibile.

Epperò. Epperò non era semplice dire “no” a nazioni che dopo decenni di occupazione militare e di costrizioni dittatoriali chiedevano a gran voce una difesa certa per un futuro mai predittibile con assoluta certezza e dunque sempre, per definizione, avvolto nell’incognito. Non era semplice e non sarebbe stato giusto. Non possiamo dimenticare cosa è stato il comunismo sovietico, lo scorso secolo. Un sistema totalitario che ha privato della e delle libertà milioni di persone. Quindi la voglia di evitarne ogni possibile replica era ed è ben comprensibile.

La minaccia putiniana, attuata con i mezzi militari e anticipata con parole dure espresse con un tono ed un volto ancora più duri ha condotto anche paesi neutrali come Svezia e Finlandia a ragionare su una propria richiesta di adesione alla NATO. E per ciò stesso immediatamente minacciate da Putin. Il quale deve evidentemente aver perduto la propria tante volte esibita lucidità, se non si rende conto che dar seguito a tale minaccia significherebbe davvero scatenare una reazione militare dell’occidente, con risultati disastrosi per l’intera umanità e certamente anche per lui e per il popolo russo. 

Un dubbio che viene pure pensando all’osservazione più frequente fatta dall’uomo del Cremlino, ovvero che l’Ucraina non può far parte della NATO in quanto confinante con la Russia. Ma questo vale già oggi per Polonia e Lituania rispetto all’énclave di Kaliningrad, e per la stessa Turchia che è sul Mar Nero. In realtà io credo che il motivo principale dell’efferata iniziativa militare decisa da Putin sia un altro, ovvero l’idea di tenere in ambito russo popolazioni e territori estesi che egli ritiene “russi”: così l’Ucraina, così la Bielorussia. Erano russi ai tempi dell’URSS e pure nei secoli precedenti e devono tornare ad esserlo oggi. Questa la perversa logica.

Fatto sta che quanto sta avvenendo ha in una settimana rivitalizzato e ridato un senso alla NATO. Ciò comporterà per gli europei molte riflessioni ma anche, concretamente, un maggior loro contributo economico alle spese. Il centro principale degli interessi USA rimarrà il Pacifico e la loro richiesta agli europei di un esborso maggiore per garantire l’efficienza NATO verrà rinnovata. Con due punti di forza sino a ieri dimenticati: che l’Alleanza è tuttora indispensabile, oltre che ambìta. E che l’intelligence statunitense funziona, avendo anticipato per settimane – inascoltata – quello che Putin aveva deciso di fare. Ci aveva preso in pieno. I cantori, non sempre disinteressati, della “decadenza” americana farebbero meglio a mostrare maggior cautela, in futuro.

Quando il pacifismo era solo di sinistra.

È importante oggi cogliere un dato politico. E cioè, la voglia e la domanda di pace, il rifiuto della guerra come soluzione dei problemi tra gli Stati, il ricorso costante e convinto al dialogo e al confronto tra le varie parti in causa, la necessità di rispettare le sovranità dei singoli paesi, non è più riconducibile solo ed esclusivamente al mondo della sinistra

Per moltissimi anni nella politica italiana quando si parlava di pace si pensava immediatamente alla sinistra. Alla sinistra parlamentare e, quando ancora esisteva, alla sinistra extraparlamentare. Era un film quasi scontato. 

Scoppiava una guerra in un angolo del mondo e, immediatamente, partiva la mobilitazione politica ed organizzativa della sinistra. Nello specifico, attraverso la rete capillare del Partito comunista italiano. Une scenario che, per motivi quasi misteriosi, è proseguita per molti decenni nel nostro paese. Accanto, va pur detto, a settori del mondo cattolico e di molti associazioni del laicato cattolico organizzato. Finita la prima repubblica e archiviata la storia del Pci, la musica non è cambiata granchè. Sono cambiate certamente le sigle ma non è cambiata la modalità concreta nella trasmissione del messaggio che la pace è difesa sostanzialmente solo dalla sinistra. Ovvero, è sempre e solo la sinistra – seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni – a scendere in campo e ad egemonizzare, di fatto, il tema importante e decisivo della pace. Decisivo non solo come valore da inverare e da coltivare ma anche, e soprattutto, come leva per costruire una strategia di politica internazionale. Pace che, come ovvio e scontato, deve sempre essere coniugata e strettamente intrecciata con una altrettanto adeguata e pertinente politica della sicurezza.

Ma, al di là di questa necessità, quello che si può e si deve rilevare oggi è che è cambiata la sensibilità e la stessa partecipazione concreta alla richiesta di una seria e credibile “politica della pace”. Si è di molto affievolita la pregiudiziale anti americana – anche se non è del tutto scomparsa – da un lato e si è indebolita la tesi che è patrimonio esclusivo delle forze della sinistra di egemonizzare il tema della pace dall’altro. Certo, questa area politica continua e rivendicarne l’egemonia ma, rispetto anche solo ad un passato recente, si è progressivamente ridotta la pregiudiziale che il “resto del mondo” non ha titolo e merito per organizzare manifestazioni di protesta a difesa della pace nel mondo. 

Un peso rilevante, al riguardo, lo ha certamente avuto la Chiesa nelle sue multiformi espressioni grazie ad una elaborazione ecclesiale, culturale e sociale che ha contribuito a sensibilizzare moltissimi cattolici nella difesa e nella promozione concreta dei temi legati alla conservazione e alla salvaguardia della pace privilegiando la politica del dialogo, del confronto, del negoziato e della trattativa democratica tra i vari stati. Pur sapendo che ogni paese è frutto e conseguenza della sua storia e del suo passato. E difficilmente questo viene scalfito del tutto. Come sta accadendo, puntualmente, in questo drammatico e violento conflitto tra la Russia e l’Ucraina.

Ecco perchè è importante oggi cogliere un dato politico. E cioè, la voglia e la domanda di pace, il rifiuto della guerra come soluzione dei problemi tra gli Stati, il ricorso costante e convinto al dialogo e al confronto tra le varie parti in causa, la necessità di rispettare le sovranità dei singoli paesi seppur senza alterare gli storici equilibri geopolitici mondiali non è più riconducibile solo ed esclusivamente al mondo della sinistra. Sinistra ideologica o post ideologica che sia. E questo è certamente un passo in avanti perchè mette in discussione la tradizionale ed atavica, nonchè del tutto presunta, “superiorità morale” della sinistra da un lato e, dall’altro, la concezione sempre più fuori luogo e fuori tempo che il valore della pace appartenga al solo patrimonio della sinistra ex comunista e post comunista. Le dichiarazioni, le manifestazioni, le mobilitazioni, gli appelli di questi giorni confermano che la pace è sempre più un valore universale, corale, collegiale, plurale e sempre meno ancorato ad una logica di partito, ad un sistema ideologico e ad una sola appartenenza culturale. 

Certo, non mancano i rigurgiti e le tentazioni di chi, soprattutto nella periferia italiana, identificano ancora la pace con la piazza e con la sinistra. Elementi che fanno parte di un vecchio retaggio ideologico e politico. Ma quello che oggi si può e si deve cogliere è che su questo versante c’è stato un forte salto di qualità. A livello politico, culturale, sociale, intellettuale ed anche etico. La difesa della pace, cioè, appartiene a tutti. Nessuno, tantomeno la sinistra culturale e politica, può rivendicarne l’egemonia. Finalmente.

 

I Lincei si associano alla condanna dell’invasione russa lanciata dalla Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere. 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera pervenuta ieri, per il tramite dell’amico Francesco Provinciali, riferita all’adesione dei Lincei alla recente dichiarazione dell’ALLEA (Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere) contro la guerra d’aggressione della Russia ai danni del popolo ucraino. La comunicazione reca la firma della dr.ssa Mariella Di Donna, Segreteria della Presidenza. A seguire alleghiamo il comunicato dell’ALLEA e sopratutto la lettera sottoscritta da numerosi Accademici russi con la quale si deplora fermamente l’intervento militare.

Comunicato dell’Accademia Nazionale dei Lincei

L’Accademia Nazionale dei Lincei, di fronte alla tragedia in corso in Ucraina, condivide la dichiarazione formulata dall’ALLEA (European Federation of Academies of Sciences and Humanities) e invita a sottoscriverla, impegnandosi a favorire ogni iniziativa volta al ripristino della pace e delle possibilità di studio e ricerca per gli amici, le amiche e i colleghi e colleghe ucraini, ai quali l’Accademia esprime la sua piena e più vicina solidarietà. 

La stessa che riserva ai tanti – finora oltre 600, ma il numero continua a crescere – scienziati e divulgatori scientifici russi che hanno firmato un vibrante appello di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. 

Dichiarazione della Presidenza ALLEA a sostegno dell’Ucraina, dei suoi cittadini e delle istituzioni Accademiche.

La Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere, reagisce con shock e profondo rammarico all’incursione militare della Russia in Ucraina. Chiediamo al governo russo di rispettare le convenzioni internazionali sulla protezione dei civili e dei beni culturali ed esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la sicurezza dei nostri colleghi accademici. 

ALLEA prende atto del pericolo che ciò rappresenta per le istituzioni scientifiche ucraine, gli accademici e la collaborazione internazionale di ricerca e ha espresso la sua piena solidarietà e sostegno al nostro membro ucraino, l’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina. Riconosciamo anche che i membri della comunità scientifica russa, che si sono espressi contro le attuali aggressioni, potrebbero essere ugualmente minacciati. 

Nell’interesse di salvaguardare la libertà accademica e l’autonomia della scienza e della ricerca, seguiremo attentamente la situazione e contempleremo la possibilità di prendere ulteriori appropriate misure a sostegno del nostro membro dell’Accademia Ucraina, dei suoi soci e di tutta la comunità accademica.

Non c’è alcuna legittimità nelle azioni intraprese per sabotare la pace, la stabilità e l’autonomia della nazione ucraina. In questi tempi difficili, ci opponiamo agli spudorati attacchi del governo russo contro uno stato sovrano, contro la democrazia e contro persone innocenti.

[25 febbraio 2022]

Informazioni su ALLEA

ALLEA è la Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere, che rappresenta più di 50 accademie di oltre 40 paesi in Europa. 

Dalla sua fondazione nel 1994, ALLEA parla a nome dei suoi membri sulla scena europea e internazionale, promuove la scienza come un bene pubblico globale, e facilita la collaborazione scientifica attraverso i confini e le discipline. 

Unitamente alle Accademie che ne fanno parte, ALLEA lavora per migliorare le condizioni per la ricerca, fornendo la migliore consulenza scientifica indipendente e interdisciplinare, e rafforzando il ruolo della scienza nella società. 

A tal fine incanala l’eccellenza intellettuale e l’esperienza delle accademie europee a beneficio della comunità di ricerca, dei decisori e del pubblico.

Lettera aperta di studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi contro la guerra con l’Ucraina

[“Troickij variant”, 24.02.2022]

Noi, studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi, esprimiamo una decisa protesta contro le azioni di guerra intraprese dalle forze armate del nostro paese contro i territori dell’Ucraina. Questo passo fatale comporta innumerevoli vite umane e mina le basi del sistema consolidato della sicurezza internazionale. La responsabilità dell’avere scatenato una nuova guerra in Europa è tutta della Russia.

Per questa guerra non ci sono giustificazioni. I tentativi di sfruttare la situazione del Donbass come occasione per aprire un teatro di guerra non sono per niente credibili. È del tutto evidente che l’Ucraina non rappresenta una minaccia per la sicurezza del nostro paese. La guerra contro di essa è ingiusta e manifestamente priva di senso.

L’Ucraina è stata e continua ad essere un paese a noi vicino. Molti di noi hanno parenti, amici e colleghi che condividono le nostre ricerche scientifiche. I nostri padri, nonni e bisnonni hanno combattuto assieme contro il nazismo. L’atto di scatenare una guerra per le ambizioni geopolitiche del governo della Federazione Russa – mosso da dubbie fantasie storiche – rappresenta un cinico tradimento perpetrato alla loro memoria. Noi rispettiamo l’autonomia statale dell’Ucraina che si regge su valide istituzioni democratiche. Capiamo la scelta europea dei nostri vicini. Siamo convinti che tutti i problemi che riguardano i nostri due paesi possono essere risolti pacificamente.

Scatenando questa guerra la Russia si è autocondannata a un isolamento internazionale, allo status di paese- maledetto Questo significa che noi, studiosi e scienziati, non potremo più svolgere il nostro lavoro come abbiamo fatto finora in quanto la ricerca scientifica è impensabile senza la collaborazione con colleghi stranieri. L’isolamento della Russia dal mondo comporta un ulteriore degrado, culturale e tecnologico, del nostro paese e una totale mancanza di prospettive positive. La guerra con l’Ucraina è un salto nel buio.

Fa male riconoscere che il nostro paese, che ha portato un contributo fondamentale alla vittoria sul nazismo, è ora diventato la miccia di una nuova guerra nel continente europeo. Chiediamo l’immediata sospensione di tutte le azioni militari condotte contro l’Ucraina. Chiediamo il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dello stato ucraino. Chiediamo la pace per i nostri due paesi!

Le firme continuano ad arrivare e vengono aggiunte per quanto possibile (in questo momento sono più di 370):

  • Aleksandr Anikin, linguista, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Jurij Apresjan, linguista, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Aleksandr Bondar’, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Viktor Vasil’ev, matematico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Michail Danilov, fisico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Jurij Kosticyn, geologo e mineralogista, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Aleksandr Moldovan, filologo, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Sergej Nikolaev, filologo, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Valerij Rubakov, fisico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Roal’d Sagdeev, fisico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • ecc.

 

Olivetti e la nascita del Computer.

62 anni fa ci lasciava un grande imprenditore italiano. Natalia Ginzburg disse di lui: “Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti tra i suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava”.

Quante volte abbiamo sentito dire che bisogna saper seguire il proprio cammino e che quando questo non ci piace bisogna disegnarlo il più vicino possibile alle nostre aspettative? Un modo di dire per molti. Una realtà per qualcuno. Un modo di essere per Adriano Olivetti.

Spesso, in questi tempi, dimentichiamo la sua figura a vantaggio di personaggi più contemporanei. Un errore. Infatti, quindici anni prima di Steve Jobs e Bill Gates, Olivetti, con il Programma 101, ha aperto la strada alla rivoluzione del nostro tempo. All’epoca, l’idea di un personal computer era poco più che una visione e servì tempo e passione per poter arrivare, il 14 ottobre 1965 a New York, alla presentazione del primo computer.

Un successo clamoroso.

I primi acquisti furono fatti dalla Nasa, che li usò per compilare le mappe lunari ed elaborare le traiettorie dell’Apollo 11, che nel 1969 portò l’uomo sulla luna. La macchina, che dall’aspetto sembrava una calcolatrice tecnologica, era dotata in realtà della possibilità di effettuare salti condizionati e incondizionati, istruzioni di output, registri e possibilità di salvare dati e programmi su un supporto magnetico esterno. Operava su registri numerici (con spostamenti tra di essi). Insomma, un vero e proprio calcolatore.

Ma in quegli anni non fu il solo progetto del Sognatore Olivetti. Nel 1957 l’Olivetti sviluppò l’Elea 9003. Il primo computer a transistor commerciale prodotto in Italia e uno dei primi del mondo. La potenza di calcolo (di circa 8-10 000 istruzioni al secondo) fu per alcuni anni superiore a quella dei concorrenti. L’Olivetti Elea 9003 non fu però soltanto il primo calcolatore elettronico italiano e nel mondo, ma presentò soluzioni d’avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione e la capacità di gestire un’ampia gamma di unità periferiche. Un’altra peculiarità dell’Elea consistette nell’attenzione data al design, perché Adriano Olivetti ripeteva che “il design è l’anima di un prodotto”.

Cosa che oggi ci fa venire in mente la famosa frase di Steve Jobs: “Noi vogliamo dare un pezzo di design che migliori il lavoro delle persone”.

Ma come riuscì Olivetti ad arrivare a tanto? Il successo venne raggiunto con una strategia ben precisa. Quella di pensare sempre prima alle persone. L’attenzione per le condizioni del lavoratore divennero, ad Ivrea, fondamentali. La continua ricerca per migliorare i salari, gli ambienti di lavoro e servizi sociali, la costruzione di quartieri per le abitazioni dei dipendenti dotati di tutti i servizi necessari come biblioteche, mense e asili, pose il lavoratore al centro del sistema industriale e la sua efficienza non venne più ottenuta con l’ iper-utilizzo ma mettendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune.

Egli ridusse l’orario di lavoro prima che questo fosse stabilito per legge, introdusse il sabato festivo, tutelò il periodo di maternità e offrì assistenza medica alle operaie, alle mogli dei dipendenti e ai loro bambini, che vennero vaccinati contro la poliomelite. Olivetti, insomma, aveva capito che un lavoratore soddisfatto è un lavoratore migliore. Fu così che la fabbrica di Ivrea divenne un modello di successo; in poco più di un decennio la produttività aumentò del 500% e il volume delle vendite del 1300%. 

Non dovremmo fare tesoro di questa lezione?

 

A Kiev convergono il dramma e la speranza. Contro la guerra il Papa invita al digiuno, arma spirituale e poi politica.

Mentre si parla di un conflitto prolungato, sale la pressione della pubblica opinione a favore della pace. Forse il negoziato si può aprire. Occorre rinunciare a una prova di forza inevitabilmente disastrosa. D’altronde il senso del digiuno proposto da Francesco sta proprio nella rinuncia consapevole e motivata. Bisogna comunque metttere in campo le ragioni – ecco la politica – di un sano compromesso.

Dicono gli esperti che sarà una guerra lunga, sebbene uno spiraglio sia stato aperto proprio nelle ultime ore. Noi vorremmo, in realtà, che la guerra terminasse subito, che fossero risparmiate altre vittime e altre sofferenze, che la ragione ripristinasse i suoi diritti contro l’arbitrio della forza, il ritorno della logica imperiale, la messa a terra di una nuova cortina di ferro a presidio della rinascente  geopolitica dei nazionalismi.

Che possiamo fare? I margini sono stretti, lo sappiamo. Biden ha messo in guardia l’opinione pubblica americana, sapendo di parlare al mondo intero: un passo in avanti, ovvero un intervento militare fuori dal mandato politico della Nato e senza una risoluzione (impossibile) dell’Onu, significa mettere piede nell’inferno della terza guerra mondiale. Il resto è digressione, appassionata ed esigente, ma nell’insieme assai poco perspicua.

Ora, i fatti positivi consistono essenzialmente nella reiterazione di messaggi forti e chiari del mondo occidentale, mai così unito come in questa circostanza. Alla derminazione si è unito il bilanciamento delle prime reazioni. La Nato ha deciso di rafforzare il suo dispositivo di difesa ad est, l’Unione europea si è mossa con sollecitudine e concretezza, tanto per le sanzioni economiche – siamo giunti al terzo pacchetto – che per l’apertura ai rifugiati ucraini, gli Stati Uniti hanno “dettato la linea” nell’opera d’isolamento della Russia, come si è visto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove non era scontata l’astensione della Cina. Tutto questo comprime lo spazio di manovra del Cremlino.

Non è da trascurare, per quanto ci riguarda, l’annunciata convergenza sulla mozione che va in votazione la settimana prossima alle Camere. L’Italia può giocare un ruolo importante sul piano politico e diplomatico, specie se il governo dovesse incassare, come appunto si profila, il sostegno pressoché unanime del Parlamento. Siamo dipendenti dal gas di Mosca, con tutte le conseguenze ampiamente rappresentate negli ultimi giorni, ma non deriva perciò da questo vincolo materiale la rinuncia alla ferma condanna dell’invasione. La politica, in sostanza, non è baratto.

La pressione della pubblica opinione serve ad arginare la rassegnazione. Anche nel fragore del momento, con l’assedio di Kiev elevato a monito delle coscienze, urge la speranza di una prospettiva di disarmo. A breve, non chissà quando e chissà come, quasi per disperazione. E il digiuno proposto da Papa Francesco assume, allora, il valore di generosa arma spirituale che restituisce onore all’umanità, la feconda di coraggio a dispetto del pessimismo e dell’ignavia, la sollecita a un impegno ancora più solerte in direzione della pace. È un digiuno che aiuta a immaginare, anche in extremis, la rinuncia a una fatidica prova di forza. Sullo sfondo di questa pratica cristiana non c’è l’irenismo di una labile mentalità impolitica, bensì la pazienza e la saggezza del compromesso.

C’è, in definitiva, la virtù della politica.

 

Una risposta forte all’aggressione dell’Ucraina. Ogni incertezza potrebbe determinare problemi ancor più gravi.

Il boccone ghiotto per le mire di conquista di Russia e Cina siamo noi e con noi la fine dell’Occidente e il suo saccheggio materiale e culturale. Sono in ballo i destini del mondo.

Presentando il 26 gennaio (un mese fa) l’intervista a Giorgio Cella sul suo libro “Storia e geopolitica  della crisi ucraina”, avevo evidenziato come secondo il “Corriere della Sera“, l’invasione di quel Paese da parte della Russia fosse l’evento più probabile del 2022. Ciò che appariva fantapolitica si è realizzato: come sottolinea Lucio Caracciolo…Putin non ha voluto passare alla Storia come ‘l’ultimo Zar che perse l’Ucraina’. 

Certe decisioni sembrano improvvise ma sono preparate da tempo, sul piano politico e militare.

In ogni caso vanno viste con un grandangolo che inglobi una visione mondialistica a livello geopolitico e geoeconomico. In questo caso un pull di fattori ha convinto Putin a stringere i tempi. Innanzitutto la spinta separatista delle due autoproclamate Repubbliche filorusse di Donetsk e Luhansk nel Donbass (spinta che sui libri di storia studiavamo come “causa occasionale”), poi la debolezza degli USA dovuta alle diaspore interne paralizzanti, all’abbandono dell’Afghanistan e alle prevalenti preoccupazioni sul fronte del Pacifico per le una possibile azione cinese di forza su Taiwan. Questo insieme di fattori  ha reso non solo l’Ucraina ma pure l’Europa più lontane dagli interessi americani. Le stesse mire espansionistiche di Xi Jinping (illustrate magnificamente da Federico Rampini nel suo libro “Fermare Pechino, una lettura imprescindibile per capire il mondo“) smentiscono con evidenza cristallina chi teorizza una azione “regionalistica” della Cina. A tutto ciò si aggiunga la debolezza insieme della NATO e dell’Europa frazionata e attendista; debolezze che fanno il paio con l’inconsistenza dell’ONU, ormai ridotta a un’entità simbolica più che ad un arbitro terzo e capace di azioni sanzionatorie militari.

La rapidità dell’aggressione militare della Russia è risultata sanguinosa e feroce, Kiev è stata presto raggiunta anche se la reazione dell’esercito ucraino si è mostrata speculare, mentre la popolazione del Paese organizza la Resistenza armata. Obiettivo di Putin, che descrive non senza alterigia e disprezzo il popolo ucraino, è di sostituire il Presidente Volodymyr Zelens’kyj con un governo fantoccio. Con angoscia e con il fiato sospeso il mondo segue la tragedia ucraina che, a motivo dell’esodo in corso, rischia di diventare ben presto una tragedia umanitaria. Non credo che Putin intenda risolvere l’invasione dell’Ucraina ripetendo gli errori americani compiuti in Vietnam e Afghanistan. Dietro le quinte si ipotizzano – almeno si spera – incontri al vertice tra lui e Zelens’kyi per una tregua in vista di un accordo politico. Troppi anche gli interessi economici in gioco: la geopolitica genera sempre un effetto domino di tipo geoeconomico. Il fatto che il giorno dell’invasione la Borsa di Mosca abbia perduto il 45% del suo valore e che il colosso Gazprom abbia aperto con una capitalizzazione di 6,6 miliardi di rubli per chiudere a meno 55% (3,1 miliardi) non credo abbia lasciato indifferente il Cremlino.

Con un’Europa reattiva e decisa sul fronte della condanna immediata dell’azione di guerra, ma debole in quanto ad incisività, non coordinata sul piano militare, incerta sull’uso delle armi; e con gli USA minacciosi ma lontani, con lo sguardo volto a Taiwan, la soluzione della via diplomatica è parsa subito la più ragionevole. Un allargamento del conflitto, un intervento militare della NATO, una discesa in campo degli USA porterebbero alla terza guerra mondiale. Non sono bastate le esperienze del ‘900 né la conoscenza della Storia circa la fine certa dei dittatori. Putin ha dimostrato disprezzo e tracotanza, sicché non basta dire “gliela faremo pagare”, né a conti fatti la via delle sanzioni sortirebbe effetti immediati, provocando anzi un ritorno negativo sul piano finanziario, commerciale, economico. Il blocco dello swift bancario non ferma carri armati e kalashnikov. 

Dichiararsi pronti ad accogliere i profughi è piuttosto rassicurante per chi è in fuga dal Paese, ma è una soluzione umanitaria necessaria che non satura tuttavia le questioni che riguarderanno la futura guida dell’Ucraina e il suo destino. L’Europa è pronta ad accogliere, ma occorre tenere conto dei preesistenti flussi migratori. Certamente Russia e Cina hanno da tempo puntato gli occhi sull’Europa, perché il vero obiettivo per entrambe è il vecchio, amato continente. E ancora una volta ci tocca ribadire quanto sia stato improvvido il Memorandum della via della Seta siglato nel marzo 2019 tra Italia e Cina, che apre una sontuosa via di ingresso a Xi Jinping nel ventre molle dell’Europa. E ancora quanto resti inspiegabile – sic stantibus rebus – che nessuno accenni ad una rimozione di quell’infausto accordo.

Il boccone ghiotto per le mire di conquista di Russia e Cina siamo noi e con noi la fine dell’Occidente e il suo saccheggio materiale e culturale. Come sempre la diplomazia – si dice – è la via maestra e tuttavia non bisogna confonderla con la retorica di Stato e i discorsi autorevoli ma senza esiti tangibili. La via del conflitto bellico sposterebbe gli asset su scala planetaria con esiti disastrosi.  Scontiamo errori di debolezza e indecisioni del passato. Ma isolare con una azione corale la Russia che aggredisce e tenere a debita distanza la Cina, sorniona e asso pigliatutto, sono qualcosa di più di una reazione istintiva. 

Qui sono in ballo i destini del mondo

Il Pd calabrese è assimilabile alla figura del “Partito dei Signori”? Un’analisi amara e senza illusioni.

Possiamo ancora definire la comunità dei democratici della Calabria come partito “democratico”? Questo è l’interrogativo che attraversa l’articolo. L’autore, già parlamentare della Dc e sindaco di Cassano allo Ionio, affronta con realismo la crisi del Pd in una regione che stenta a riconoscersi in una nuova e robusta classe dirigente.

Giuseppe Aloise

Sul retro della copertina dell’ultimo pregevolissimo lavoro del prof. Luciano Canfora dal titolo “La democrazia dei signori” si legge testualmente: “Un assetto politico resta democratico anche quando il “demo” se n’è andato? o si trasforma in una democrazia dei signori?”. Restringendo l’osservazione al Partito democratico calabrese, anche alla luce delle ultime vicende congressuali vissute all’insegna dell’“andiamo al congresso” come prospettiva liberatoria e rigeneratrice, possiamo ancora definire la comunità dei democratici della Calabria come partito “democratico”? oppure siamo in presenza di una profonda trasformazione/mutazione in un “Partito dei Signori”, anche se non nella perfetta accezione dell’emerito professore barese ?

Per capire se il “demo”, ovvero se il popolo degli elettori abbia cospicuamente abbandonato il Pd basta far riferimento alle ultime tornate elettorali. Alle politiche del 2018 il Pd registrò a livello nazionale un pesante calo di consensi, ma in Calabria il crollo fu ancora più significativo, portando al 14,34% la percentuale elettorale. Fu un voto razionale di protesta, che pure il gruppo dirigente rimosse come se non investisse un sistema di governo; ossia, un sistema che aveva prodotto la lacerazione del tessuto sociale della nostra regione e allargato le diseguaglianze. Le elezioni regionali successive del 2020 e del 2021 confermarono il crollo del Pd che nel 2020 si attestò sul 15% circa e nel 2021 sul 13 % circa.

La frattura con l’elettorato tradizionale è abbastanza evidente e non è colmata dagli scarsi consensi raccolti dalle liste collegate. Avrebbe meritato una riflessione il 16% raccolto dalla coalizione di De Magistris, ma si è preferito discutere di altro senza affrontare con lucidità e responsabilità la rottura sentimentale con il proprio elettorato. Dunque il “demo” se n’è andato e l’entità dei voti raccolti a fatica non giustifica la pretesa di essere un partito centrale nello schieramento politico locale. In Calabria residua ancora, nonostante l’assenza del “demo”, l’illusoria pretesa di essere il partito a vocazione maggioritaria, pensando così di realizzare la cosiddetta alleanza “larga” avente come architrave “questo” Pd.

Fra l’altro, il termine “largo” dilaga nell’illusione che il “civismo”, evocato da un partito regionale impermeabile a pratiche partecipative, possa tuttavia allargare l’area del consenso elettorale. È un errore, la risposta alla domanda di “civismo” richiede ben altro!

Ora, quali sono le condizioni interne al PD? La rappresentazione è facile scovarla nello svolgimento della fase congressuale, quando in realtà si sono evidenziati tutti i limiti di una struttura politico-organizzativa che lascia molto perplessi sulle modalità delle appartenenze e sulla formazione del consenso interno. Alla perdita di voti fa riscontro non tanto e non solo il calo degli iscritti, quanto la scomparsa della cosiddetta militanza. Alla fine, la votazione per la lista dei delegati al congresso regionale ha segnato il momento simbolico della caduta della partecipazione e dell’interesse della cosiddetta base militante.

È innegabile quanto un lungo periodo di commissariamento abbia inciso sulla vita interna del partito, dato che allo stato esso non registra una dimensione associativa ed organizzativa adeguata, come quella che normalmente legittima, per intenderci, l’elezione di chi ne è chiamato a reggere le sorti. Appare del tutto evidente che in fase congressuale si è pensato di realizzare una sorta di legittimazione diretta che avrebbe dovuto legare la leadership proposta e quel che resta della base. Un tentativo di investitura carismatica ma in assenza oggettiva dei presupposti che avrebbero potuto legittimarla effettivamente, vale a dire al di là delle stesse qualità del candidato. Tutto è stato vissuto, perciò, alla stregua di uno sforzo burocratico, senza confronto e senza entusiasmo.

In conclusione, lo stato attuale del partito in Calabria evidenzia una oggettiva mutazione che trova riscontro, in negativo, nella penuria di consensi elettorali e nella caduta di partecipazione organizzata, tanto da giustificare la definizione del prof. Canfora: il Pd come “Partito dei Signori”. Ecco, una volta poteva immaginarsi il partito dei “Signori delle tessere” o delle correnti organizzate, adesso anche l’accezione “dei Signori” risulta imperfetta. I nostri “Signori” forse sono stati individuati dallo stesso Segretario regionale quando pochi mesi addietro fece riferimento a feudi e feudatari “che giocano a fare gli strateghi per garantirsi una poltrona”.

Credo, però, che il Segretario sia stato eccessivamente benevolo nei confronti di chi controllava e/o controlla pezzi di partito: la storiografia più attenta ha rivalutato il medio evo e le organizzazioni feudali. I feudi del Pd sono, invece, ridotti a fortilizi mal governati e in preda al caos. Il problema vero, a questo punto, consiste nello smantellamento di una struttura pietrificata che non permette aperture vere ai bisogni della realtà calabrese. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se il congresso, come Mosca per le Sorelle di Cechov, sia stato solo un’illusione per fuggire la cocente quotidianità o, viceversa, abbia prodotto una reale inversione di rotta.

 

Carta di Firenze: “Il Mediterraneo non può e non vuole essere luogo di conflitto tra forze esterne”.

Firmata a Firenze la Carta con cui i vescovi e i sindaci del Mediterraneo, per la prima volta riuniti insieme, individuano le questioni più urgenti da affrontare – a partire dalla necessità di fermare i venti di guerra – e “disegnano” gli scenari del futuro.

“Inizino immediatamente i negoziati per ristabilire la pace”. È l’auspicio espresso dai 60 vescovi e dai 65 sindaci del Mediterraneo, nella Carta di Firenze firmata oggi a Palazzo Vecchio a conclusione dell’incontro “Mediterraneo frontiera di pace”.

“Consegnando alla storia queste giornate, traiamo un impegno a proseguire in un processo, non semplicemente ideale, di fratellanza e di conoscenza delle diversità che sono una grande ricchezza”, ha detto il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei: “La bellezza del mosaico di tradizioni e culture, violata dai drammi che vivono molti nostri popoli, è imperativo perché il Mare Nostrum torni ad essere crocevia di storie e tradizioni e non più doloroso cimitero”. 

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha definito la Carta di Firenze “una conquista storica, un punto di arrivo e di partenza. Perché nostro desiderio non è solo portare questa dichiarazione al Santo Padre, a cui auguriamo ogni bene, ma lo vogliamo portare ai leader internazionali, ai capi di stato e di governo. Inizieremo questo pellegrinaggio perché questa dichiarazione, firmata dai sindaci e dai vescovi, inizi a vivere da oggi”. 

Auspicando che “ulteriori incontri possano aver luogo”, i vescovi cattolici e i sindaci delle città mediterranee, riuniti a Firenze, ispirandosi all’eredità di Giorgio La Pira, i firmatari della Carta ribadiscono la convinzione che “il Mediterraneo non può e non vuole essere luogo di conflitto tra forze esterne”.

Di qui la necessità di “porre la persona umana al centro dell’agenda internazionale perseguendo la pace, proteggendo il pianeta, garantendo prosperità, promuovendo il rispetto e la dignità dei diritti fondamentali di ogni individuo, anche attraverso la promozione di obiettivi di sviluppo sostenibile e l’accordo di Parigi sul clima”.

 I firmatari della Carta hanno infine ribadito la convinzione che “il Mediterraneo non può e non vuole essere luogo di conflitto tra forze esterne”.

Per leggere il testo integrale della Carta di Firenze 

https://www.anci.it/il-testo-della-carta-di-firenze/

 

Una lezione di coraggio da dentro un bunker

Un articolo nato dopo una video chiamata con Alla. Una ragazza ucraina che al momento si trova a Chernivtsi.

“Mai più avrei creduto che avrei trascorso la notte del nostro anniversario spiegando alla mia fidanzata come trasformare una molotov in una mini-napalm. E lei, attenta, faceva domande, mi diceva che in TV stanno dando istruzioni simili ma soprattutto faceva coraggio a me.

Le lezioni di coraggio, da dentro un bunker, vanno a chi, come tutti noi, è ben protetto da quello scudo NATO che se in questo momento proteggesse l’Ucraina non avrebbe consentito neppure l’inizio di tutto questo delirio folle di un pazzo criminale, che ha portato il suo stesso popolo a scrivere “sono russo, perdonatemi”.

Questa notte un aereo russo carico di mezzi pesanti è stato abbattuto da un caccia ucraino, proprio sopra Kiev. Fino alle 15.00 di ieri, la Russia ha perso 2.800 soldati, 80 carri armati, 516 veicoli blindati, 10 aeroplani e 7 elicotteri nella sua invasione dell’Ucraina: numeri confermati dal viceministro della difesa. Nelle 12 ore successive, altri 800 soldati russi e 137 ucraini hanno perso la vita.

Stanno combattendo da eroi per la loro terra, per la sovranità dei propri confini, per la loro identità, libertà e forse anche la nostra.

Di sicuro stiamo ricevendo una lezione.

Questa è gente che in un’era di TikTokers e cogitanti sull’identità di genere sa ancora cosa sono l’onore e la forza.

Per quattro generazioni hanno accumulato. È nel DNA ucraino, ormai.

Non si cede un solo centimetro della propria terra.

Putin non ha giustificazioni, non può essere compreso in nessun modo, forse da un esorcista, essendo il demonio fatto persona. È completamente folle e il suo delirio sta mettendo il mondo intero in una situazione che non vedeva da 80 anni.
Putin in questo momento è la MINACCIA peggiore al nostro mondo libero ma la nostra risposta, di mondo libero, TARDA AD ARRIVARE.
Lasciando il popolo ucraino solo al proprio destino, contro uno degli eserciti meglio armati del mondo. L’esercito dell’Impero del Male, guidato da Satana in persona.

Il nome di ciascuno dei politici che siedono attorno al tavolo dei potenti, oggi, verrà ricordato su tutti i libri di Storia.
Forse, pochi ci pensano.
Ma sta ancora a loro scegliere come esser ricordati:
se inermi spettatori di un genocidio, timorosi di loro stessi, o se come protagonisti dello scontro tra il Bene e il Male.

È un carico di responsabilità enorme.

Ieri mi sono vergognato per aver letto italiani scrivere “non è la mia guerra”, “volto le spalle”, “me ne frego”, “guardo al mio”.

Mi vergogno profondamente e provo pena per la memoria persa.

Proprio noi italiani, che certe cicatrici i cui lembi non combaciano mai le portiamo ancora sulla pelle.

In Ucraina questa è forse la notte più difficile: mentre sono al telefono, a Kiev gli altoparlanti stanno suonando l’inno ucraino in piena notte.

L’ex presidente Poroshenko è in piazza lui stesso con un fucile. L’attuale presidente Zelensky imbraccia un mitragliatore ed è pronto a morire per le sue scelte.
Putin chiama nazista lui, che è ebreo e la sua famiglia lo ha patito davvero, il nazismo.
Vitali Klitscho, ex Campione del Mondo dei Pesi Massimi e ora sindaco di Kiev è in mimetica e combatte.

Magari i nostri politici avessero questo sentimento.
Invece indossavano l’altro ieri la felpa ancora sporca di sugo con la faccia di Putin e oggi urlano alla dittatura per una mascherina.

“Tieni in tasca dei fiori di girasole, così nel momento in cui morirai fioriranno fiori sulla mia terra”. Queste le parole di un’anziana ucraina, ieri, sfidando un soldato Russo davanti a casa sua a Kiev.

Io ho soltanto una penna in mano. Cerco di usarla come se fosse la mia arma migliore.
Lei, nel bunker, una molotov. E tanta paura.
Ma qualcun altro, accidenti, può e deve fare qualcosa.

Vis et honor usque ad mortem.

Dovremmo essere noi ad insegnarlo, siamo noi ad impararlo”.

La libertà vincerà sempre sull’oppressione. Duro il comunicato varato a conclusione del vertice della NATO.

Un cyberattacco contro infrastrutture di un Paese alleato “può far scattare l’articolo 5 (sulla difesa collettiva, ndr) della NATO”, ha affermato il Segretario generale Jens Stoltenberg in conferenza stampa a Bruxelles, senza voler precisare “a che punto esatto (dell’attacco, ndr) questo avverrebbe”. Pubblichiamo di seguito il comunicato finale della riunione tenuta ieri dai membri della NATO (con la partecipazione anche di Finlandia, Svezia e Unione Europea).

Ci siamo incontrati oggi per discutere della più grave minaccia alla sicurezza euro-atlantica degli ultimi decenni.  Condanniamo con la massima fermezza l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, con l’assenso della Bielorussia. Chiediamo alla Russia di porre fine immediatamente all’offensiva militare, di ritirare tutte le sue forze dall’Ucraina e di tornare indietro dal percorso di aggressione che ha scelto. Questo attacco pianificato da tempo contro l’Ucraina, un paese indipendente, pacifico e democratico, è brutale, del tutto immotivato e ingiustificato.  Deploriamo la tragica perdita di vite umane, l’enorme sofferenza umana e le devastazioni causate dalle azioni della Russia. La pace nel continente europeo è stata fondamentalmente infranta.  Il mondo riterrà la Russia, così come la Bielorussia, responsabili delle loro azioni.  Chiediamo a tutti gli stati di condannare senza riserve questo attacco irragionevole. Nessuno dovrebbe farsi ingannare dalla raffica di bugie del governo russo.

Sulla Russia grava la piena responsabilità di questo conflitto. Ha rifiutato il percorso della diplomazia e del dialogo più volte offertogli dalla NATO e dagli Alleati. Ha sostanzialmente violato il diritto internazionale, inclusa la Carta delle Nazioni Unite. Le azioni della Russia sono anche un flagrante rifiuto dei principi sanciti dall’Atto Costitutivo NATO-Russia. È la Russia che si è allontanata dai suoi impegni ai sensi dell’Atto. La decisione del presidente Putin di attaccare l’Ucraina è un terribile errore strategico, per il quale la Russia pagherà prezzi elevati, sia economicamente che politicamente, negli anni a venire. Sanzioni massicce e senza precedenti sono già state imposte alla Russia. La NATO continuerà a coordinarsi strettamente con le parti interessate e con altre organizzazioni internazionali, compresa l’UE. Su invito del Segretario generale, oggi hanno preso parte alla riunione la Finlandia, la Svezia e l’Unione Europea.

È piena la nostra solidarietà con il presidente, il parlamento e il governo dell’Ucraina democraticamente eletti e con il coraggioso popolo ucraino che difende in questo momento la propria patria. I nostri pensieri si rivolgono a tutti coloro che sono stati uccisi, ai feriti e agli sfollati a causa dell’aggressione russa, nonché alle loro famiglie. La NATO rimane impegnata a rispettare tutti i principi fondamentali che sono alla base della sicurezza europea, compreso quello che attesta come ogni nazione abbia il diritto di scegliere i propri sistemi di sicurezza. Continueremo a fornire supporto politico e pratico all’Ucraina, mentre essa continua a difendersi, invitando altri a fare lo stesso. Riaffermiamo il nostro fermo sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti, comprese le sue acque territoriali. Questa posizione di principio non cambierà mai.

Alla luce delle azioni della Russia, trarremo tutte le necessarie conseguenze in ordine alla postura di deterrenza e difesa della NATO.  Gli alleati hanno tenuto consultazioni ai sensi dell’articolo 4 del Trattato di Washington.  Continueremo a prendere tutte le misure e le decisioni necessarie per garantire la sicurezza e la difesa di tutti gli alleati. Abbiamo dispiegato forze aeree e terrestri difensive nella parte orientale dell’Alleanza e mezzi marittimi in tutta l’area della NATO. Abbiamo attivato i piani di difesa della NATO per prepararci a rispondere a varie emergenze e proteggere il territorio dell’Alleanza, anche ricorrendo alle nostre forze d’intervento. Stiamo ora allestendo nella parte orientale dell’Alleanza importanti ulteriori istallazioni difensive. Dispiegheremo tutte le forze necessarie per garantire una deterrenza e una difesa forti e credibili per l’intera l’Alleanza, ora e in futuro. Le nostre misure sono e restano preventive, proporzionate e non finalizzate ad escalation.

Ferreo è il nostro impegno a riguardo dell’articolo 5 del Trattato di Washington. Siamo uniti per proteggere e difendere tutti gli alleati. La libertà vincerà sempre sull’oppressione.

 

[Traduzione a cura della redazione de “Il Domani d’Italia]

Draghi al Parlamento: “Per essere uniti con l’Ucraina e con i nostri alleati dobbiamo prima di tutto restare uniti fra noi”.

Pubblichiamo il testo integrale della informativa che ieri mattina il Presidente del Consiglio ha reso prima alla Camera e poi al Senato.

Nella notte tra mercoledì e giovedì la Federazione Russa ha lanciato un’offensiva imponente nei confronti dell’Ucraina. 
L’aggressione è avvenuta subito dopo un messaggio con cui il Presidente Putin ha annunciato un’“operazione speciale mirata” in Ucraina orientale, ed è stata preceduta da un attacco cibernetico capillare che ha paralizzato i siti governativi ucraini.
L’invasione ha assunto subito una scala ampia e crescente. 
Le forze terrestri russe sono entrate in territorio ucraino da nord-est, nord, sudest e dalla costa sud, ed è stato chiuso alla navigazione il Mar d’Azov, isolando i porti di Mariupol e Berdiansk.

Abbiamo registrato esplosioni diffuse, anche nella regione di Leopoli, la più vicina alla frontiera con l’Unione Europea.
Forze anfibie russe sono sbarcate a Odessa, la principale città portuale, dove vi sono notizie di almeno una ventina di vittime.
L’esercito russo prosegue con lanci di missili sulle principali città, anche quelle dell’Ucraina centro-occidentale.
Una pioggia di missili è caduta la scorsa notte su Kiev, mentre l’esercito ha assediato varie città lungo la strada tra il confine e la città.
L’esercito russo ha preso il controllo della zona della centrale nucleare di Chernobyl.
L’Ucraina conta finora 137 soldati uccisi e 316 feriti dall’inizio dell’attacco e parla di 800 uomini persi dalle forze russe, che invece non hanno ancora fornito dati sulle vittime dell’invasione.

L’offensiva ha già colpito in modo tragico la popolazione ucraina: il Ministero dell’Interno ucraino registra vittime civili.
Le immagini a cui assistiamo – di cittadini inermi costretti a nascondersi nei bunker e nelle metropolitane – sono terribili e ci riportano ai giorni più bui della storia europea.
Si registrano lunghe file di auto in uscita da Kiev e da altre città ucraine, soprattutto verso il confine con l’UE.
È possibile immaginare un ingente afflusso di profughi verso i Paesi europei limitrofi.

Il Presidente ucraino Zelensky ha affermato la determinazione delle autorità ucraine a resistere e a rispondere al fuoco russo, e a rompere le relazioni diplomatiche con Mosca.
Ieri sera ha emanato un decreto che dispone una “mobilitazione generale” di tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni di età, ai quali è stato fatto divieto di lasciare il Paese. 
Le operazioni rischiano di prolungarsi fino alla distruzione del sistema difensivo ucraino. 
Il governo russo ha avanzato la proposta di trattative dirette con il governo ucraino, e confermato che l’obiettivo è neutralizzare e demilitarizzare l’Ucraina.
Non risulta al momento un riscontro ucraino.

L’Ambasciata italiana a Kiev è aperta, pienamente operativa, e mantiene i rapporti con le autorità ucraine, in coordinamento con le altre ambasciate, anche a tutela degli italiani residenti. 
L’Ambasciata resta in massima allerta ed è pronta a qualsiasi decisione.
Abbiamo già provveduto a spostare il personale in un luogo più sicuro.
Ai circa 2000 connazionali presenti è stato raccomandato di seguire le indicazioni delle Autorità locali e di valutare con estrema cautela gli spostamenti via terra dentro e fuori il Paese.
Alla luce della chiusura dello spazio aereo e della situazione critica sul terreno, stiamo pianificando in coordinamento con le principali ambasciate dell’Unione Europea un’evacuazione in condizioni di sicurezza. 
Voglio ringraziare l’Ambasciatore Pier Francesco Zazo e tutto il personale dell’Ambasciata per la professionalità, la dedizione, il coraggio che stanno dimostrando in queste ore. 
E voglio ringraziare il Ministro Di Maio, i diplomatici e tutto lo staff della Farnesina, per il loro incessante impegno.

L’Italia condanna con assoluta fermezza l’invasione, che giudichiamo inaccettabile. 
L’attacco è una gravissima violazione della sovranità di uno stato libero e democratico, dei trattati internazionali, e dei più fondamentali valori europei.
Voglio esprimere ancora una volta la solidarietà del popolo e del Governo italiano alla popolazione ucraina e al Presidente Zelensky.
Il ritorno della guerra in Europa non può essere tollerato. 
L’Italia ha reagito subito, e ha convocato già nella mattinata di ieri al Ministero degli Affari Esteri l’Ambasciatore della Federazione Russa.
Abbiamo richiamato Mosca a cessare l’offensiva, a ritirare le forze in modo incondizionato, e abbiamo ribadito il pieno sostegno italiano all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina
Sempre nella mattinata di ieri, ho parlato con il Presidente francese Macron, il Cancelliere tedesco Scholz, il Presidente del Consiglio Europeo Michel, la Presidente della Commissione Europea von der Leyen.
Con loro ho condiviso la ferma condanna di un attacco “ingiustificato e non provocato” ai danni dell’Ucraina.

Nel primo pomeriggio, ci siamo riuniti insieme agli altri leader del G7, e abbiamo adottato una Dichiarazione di ferma condanna dell’aggressione russa e di richiamo alla cessazione delle ostilità e di ritorno alle trattative.
Ieri, in serata, ho partecipato a un Consiglio europeo straordinario, a cui ha preso parte anche il Presidente Zelensky, in cui l’Unione Europea ha espresso la sua condanna nei confronti della Russia e della Bielorussia. È stato un momento veramente drammatico quello della connessione con il Presidente Zelensky. E’ nascosto in qualche parte di Kiev. Ha detto che lui non ha più tempo, che l’Ucraina non ha più tempo, che lui e la sua famiglia sono l’obiettivo delle forze di invasione russa. E’ stato un momento drammatico che ha colpito tutti i partecipanti al Consiglio europeo. Oggi, stamattina prima di venire qua, mi ha cercato prima di venire qua, abbiamo fissato   un appuntamento telefonico, per le 9.30, ma non è stato possibile poi fare la telefonata perché il Presidente Zelensky non era più disponibile.
Nel pomeriggio di oggi parteciperò a un Vertice della NATO per coordinare il rafforzamento del fianco orientale e ribadire i principi alla base della nostra posizione. 
Per quanto riguarda il piano bilaterale, stiamo definendo un pacchetto da 110 milioni di euro di aiuti finanziari all’Ucraina a scopi umanitari e di stabilizzazione macro-finanziaria. 
Nell’ambito della Difesa, si stanno predisponendo misure di assistenza, in particolare nel settore dello sminamento e della fornitura di equipaggiamento di protezione. 
Il Governo italiano ha sempre auspicato, insieme ai suoi partner internazionali, di risolvere la crisi in modo pacifico e attraverso la diplomazia. 
Qualsiasi dialogo, però, deve essere sincero e soprattutto utile.
Le violenze di questa settimana da parte della Russia rendono un dialogo di questo tipo nei fatti impossibile.
La nostra priorità oggi deve essere rafforzare la sicurezza del nostro continente e applicare la massima pressione sulla Russia perché ritiri le truppe e ritorni al tavolo dei negoziati.
Dal punto di vista militare, la NATO si è già attivata. 
Ieri si è riunito il Consiglio Nord-Atlantico sulla base di quanto previsto dall’articolo 4 del trattato di Washington e ha approvato cinque piani di risposta graduale che, in questa prima fase puntano a consolidare la postura di deterrenza a est. 
Le fasi successive, vincolate ad un’evoluzione dello scenario, prevedono l’assunzione di una postura di “difesa” e, in seguito di “ristabilimento della sicurezza”. 
I piani prevedono due aspetti fondamentali: l’incremento delle forze dispiegate in territorio alleato, con il transito delle unità militari sotto la catena di comando e controllo del Comandante Supremo Alleato in Europa;
e l’utilizzo di regole d’ingaggio predisposte per un impegno immediato. 
Le forze italiane che prevediamo essere impiegate dalla NATO sono costituite da unità già schierate in zona di operazioni – circa 240 uomini attualmente schierati in Lettonia, insieme a forze navali, e a velivoli in Romania;
e da altre che saranno attivate su richiesta del Comando Alleato. 
Per queste, siamo pronti a contribuire con circa 1400 uomini e donne dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, e con ulteriori 2000 militari disponibili.
Le forze saranno impiegate nell’area di responsabilità della NATO e non c’è nessuna autorizzazione implicita dell’attraversamento dei confini.
L’Italia e la NATO vogliono trasmettere un messaggio di unità e solidarietà alla causa ucraina e di difesa dell’architettura di sicurezza europea.
Voglio ringraziare il ministro Guerini e le nostre forze armate per la loro prontezza e la loro preparazione.

Per quanto riguarda le sanzioni, l’Italia è perfettamente in linea con gli altri Paesi dell’Unione Europea, primi tra tutti Francia e Germania. 
Le misure sono state coordinate insieme ai nostri partner del G7, con i quali condividiamo pienamente strategia e obiettivi.

Mercoledì sono state formalmente approvate le prime misure restrittive verso la Russia, in relazione alla decisione di riconoscere l’indipendenza dei territori di Donetsk e Lugansk.
Queste misure consistono nel bando alle importazioni e alle esportazioni da entità separatiste, sul modello di quanto fatto nel 2014 in risposta all’annessione illegale della Crimea; 
in sanzioni economiche e finanziarie alla Russia, come il divieto di rifinanziamento del debito sovrano sul mercato secondario e il congelamento di asset di tre istituti bancari; 
sanzioni mirate nei confronti di individui e entità, come gli oltre 300 membri della Duma che hanno proposto il riconoscimento dei territori separatisti e che hanno votato a favore.

In seguito all’invasione russa degli scorsi giorni, nel Consiglio Europeo di ieri abbiamo approvato misure molto più stringenti e incisive, che erano in preparazione da settimane.
I relativi atti legislativi sono discussi in queste ore a Bruxelles, e per questo non posso renderne conto in modo esaustivo.
Saranno finalizzati e adottati in tempi rapidissimi. 
Martedì ritornerò sul tema.
Queste sanzioni includono misure finanziarie, come il divieto di rifinanziamento per banche e imprese pubbliche in Russia, e il blocco di nuovi depositi bancari dalla Russia verso istituti di credito dell’Unione Europea;
misure sul settore dell’energia, mirate a impedire il trasferimento di tecnologie avanzate, usate soprattutto per la raffinazione del petrolio;
misure sul settore dei trasporti, come il divieto di esportazione esteso a tutti i beni, le tecnologie, i servizi destinati al settore aereo;
un blocco dei finanziamenti per nuovi investimenti in Russia e altre misure di controllo delle esportazioni; 
la sospensione degli accordi di facilitazione dei visti per passaporti diplomatici e di servizio russi.
Prevediamo inoltre un secondo “pacchetto” che includa membri della Duma non ancora sanzionati.

In questi giorni, l’Unione Europea ha dato prova della sua determinazione e compattezza.
Siamo pronti a misure ancora più dure se queste non dovessero dimostrarsi sufficienti.

Le sanzioni che abbiamo approvato, e quelle che potremmo approvare in futuro, ci impongono di considerare con grande attenzione l’impatto sulla nostra economia. 
La maggiore preoccupazione riguarda il settore energetico, che è già stato colpito dai rincari di questi mesi: circa il 45% del gas che importiamo proviene infatti dalla Russia, in aumento dal 27% di dieci anni fa.
Le vicende di questi giorni dimostrano l’imprudenza di non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni.
In Italia, abbiamo ridotto la produzione di gas da 17 miliardi di metri cubi all’anno nel 2000 a circa 3 miliardi di metri cubi nel 2020 – a fronte di un consumo nazionale che è rimasto costante tra i 70 e i 90 miliardi circa di metri cubi. 
Dobbiamo procedere spediti sul fronte della diversificazione, per superare quanto prima la nostra vulnerabilità e evitare il rischio di crisi future. 
Il Governo monitora in modo costante i flussi di gas, in stretto coordinamento con le istituzioni europee.
Abbiamo riunito diverse volte il Comitato di emergenza gas, per regolamentare e analizzare i dati operativi e gli scenari possibili. 
Gli stoccaggi italiani beneficiano dell’aver avuto, a inizio inverno, una situazione migliore rispetto a quello di altri Paesi europei, anche grazie alla qualità delle nostre infrastrutture. 
Il livello di riempimento aveva raggiunto il 90% alla fine del mese di ottobre, mentre gli altri Paesi europei erano intorno al 75%. 
Gli stoccaggi sono stati poi utilizzati a pieno ritmo e nel mese di febbraio hanno già raggiunto il livello che hanno generalmente a fine marzo.
Questa situazione, che sarebbe stata più grave in assenza di infrastrutture e politiche adeguate, è simile a quella che vivono altri Paesi europei tra cui la Germania. 
La fine dell’inverno e l’arrivo delle temperature più miti ci permettono di guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi, ma dobbiamo intervenire per migliorare ulteriormente la nostra capacità di stoccaggio per i prossimi anni. 
L’Italia è impegnata inoltre a spingere l’Unione Europea nella direzione di meccanismi di stoccaggio comune, che aiutino tutti i Paesi a fronteggiare momenti di riduzione temporanea delle forniture. 
Ci auguriamo che questa crisi possa accelerare finalmente una risposta positiva sul tema.

Il Governo è comunque al lavoro per approntare tutte le misure necessarie per gestire al meglio una possibile crisi energetica. 
Ci auguriamo che questi piani non siano necessari, ma non possiamo farci trovare impreparati.
Le misure di emergenza includono una maggiore flessibilità dei consumi di gas, sospensioni nel settore industriale, e regole sui consumi di gas nel settore termoelettrico, dove pure esistono misure di riduzione del carico.

Il Governo è al lavoro inoltre per aumentare le forniture alternative.
Intendiamo incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti.
Il Presidente americano, Joe Biden, ha offerto la sua disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti, e voglio ringraziarlo per questo. 

Tuttavia, la nostra capacità di utilizzo è limitata dal numero ridotto di rigassificatori in funzione.
Per il futuro, è quanto mai opportuna una riflessione anche su queste infrastrutture.

Il Governo intende poi lavorare per incrementare i flussi da gasdotti non a pieno carico – come il TAP dall’Azerbaijan, il TransMed dall’Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia.  
Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato.

Il Governo è pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario. Sì, è necessario.

Per il futuro, la crisi ci obbliga a prestare maggiore attenzione ai rischi geopolitici che pesano sulla nostra politica energetica, e a ridurre la vulnerabilità delle nostre forniture.
Voglio ringraziare il Ministro Cingolani per il lavoro che svolge quotidianamente su questo tema così importante per il nostro futuro.

Ho parlato del gas, ma la risposta più valida nel lungo periodo sta nel procedere spediti, come stiamo facendo, nella direzione di un maggiore sviluppo delle fonti rinnovabili, anche e soprattutto con una maggiore semplificazione delle procedure per l’installazione degli impianti.
A questo proposito vorrei notare che gli ostacoli a una maggiore speditezza su questo percorso non sono tecnici, non sono tecnologici, ma sono solo burocratici.
Ma il gas resta essenziale come combustibile di transizione.
Dobbiamo rafforzare il corridoio sud, migliorare la nostra capacità di rigassificazione e aumentare la produzione nazionale a scapito delle importazioni.
Perché il gas prodotto nel proprio Paese è più gestibile e può essere meno caro.
La crisi di portata storica che l’Italia e l’Europa hanno davanti potrebbe essere lunga e difficile da ricomporre, anche perché sta confermando l’esistenza di profonde divergenze sulla visione dell’ordine internazionale mondiale che non sarà facile superare.
Il Governo intende lavorare senza tregua, in stretto coordinamento con gli alleati, per dare ai cittadini le risposte che cercano in questo momento di grave incertezza.
Per farlo, è essenziale il vostro appoggio – della maggioranza e dell’opposizione.
In queste ore mi sono arrivate dichiarazioni di sostegno da tutti i gruppi politici e dai loro leader.
Vorrei ringraziarli tutti.
Vi sono sinceramente grato, perché il Parlamento è il centro della nostra democrazia, la casa di tutti gli Italiani e la sua vicinanza esprime la vicinanza del Paese. 
Davanti alle terribili minacce che abbiamo davanti, per essere uniti con l’Ucraina e con i nostri alleati dobbiamo prima di tutto restare uniti fra noi.

Putin è figlio di un’idea distorta della Storia

Ventotto minuti di discorso e quattro o cinque concetti. A rileggere il discorso di Putin – quello che annunciava l’aggressione alla Ucraina – si scopre il carattere propagandistico delle sue argomentazioni.

Poche parole, per confermare quella che è l’evidenza sotto gli occhi di tutti: Vladimir Putin è figlio di una visione distorta della Storia che egli stesso alimenta e di cui resta vittima. I minuti del discorso con cui ha annunciato l’aggressione all’Ucraina sono ventotto, i concetti molti meno: quattro o cinque, a voler essere generosi. Tre, a voler essere esatti. Tutti sbagliati, tutta propaganda, ad iniziare dalla premessa storica più volte citata: il 1941 e l’Operazione Barbarossa. Di lì conviene iniziare.

“Non ci faranno quello che ci hanno fatto nel 1941” ripete almeno tre volte Putin parlando dei tentativi russi di prevenire con l’esposizione delle buone ragioni del Cremlino l’attacco a sorpresa dei nazisti. Il quale attacco fu per l’appunto a sorpresa, quindi non c’era stato alcun precedente tentativo di dissuasione. C’era stato, semmai, un protocollo segreto al patto di non aggressione firmato da Berlino e Mosca, ma questo Putin si guarda bene dal rievocarlo perché rappresenta la prova di una duplice, scomodissima realtà, e cioè che il Cremlino era stato complice dei nazisti e carnefice di un Paese vicino, slavo anch’esso nonché già parte del suo Impero. E che ha le sue responsabilità nello scoppio del più tremendo conflitto di tutti i tempi, quello che adesso a Mosca si chiama “Grande guerra patriottica”. Alludiamo al Patto Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia, siglato nell’agosto del 1939 mentre si cannoneggiava Danzica e tenuto nascosto per interi decenni. Putin evoca la lotta ai nazisti, che effettivamente costò la vita a venti milioni di russi e permise la sconfitta di Hitler grazie ad una guerra su due fronti, ma si guarda bene da spiegarne tutte le cause.

Per quattro volte il presidente russo ha equiparato gli ucraini a dei nazisti. Lo ha fatto per toccare le corde profonde dell’opinione pubblica interna: la Guerra Fredda è stata persa, quella in Afganistan è servita da prologo all’analoga figuraccia degli americani. Il ’45 è un ricordo molto più piacevole, il nemico di allora resta oggi nell’immaginario collettivo come una giustificatissima rappresentazione del Male Assoluto. È vero, poi, che quando la Wehrmacht penetrò nelle pianure ucraine ci furono in tanti a vedere negli invasori dei liberatori, e senza pensare alle conseguenze si misero a collaborare. Ma attenzione: questo non portò alla nazificazione dell’Ucraina, perché gli ucraini slavi erano e slavi restavano agli occhi dei malintesi amici: razza subumana con tutte le conseguenze del caso. Quando Putin pala di nazisti, insomma, indica gli indipendentisti. Tra le due cose c‘è una bella differenza. Tanto più che l’Ucraina aveva vissuto nel decennio precedente lo sterminio dei kulaki ordinato a sangue freddo dal Cremlino, e se Mosca ha la memoria lunga la cosa vale anche per Kiev. Una decina di milioni di morti, quasi quanto l’Olocausto. Uno storico tedesco di rango, Ernst Nolte, non a caso si richiamava a questo precedente per accomunare Stalin a Hitler e Mussolini in quelli che chiamava i Tre Volti del Fascismo.

I nazisti richiamano la memoria dell’Olocausto e del genocidio, concetti che Putin applica alla politica seguita da Kiev nei confronti della forte minoranza russofona. Scorriamo gli ultimi rapporti annuali di Amnesty International: di genocidio nessuna denuncia; semmai di violenze perpetrate dopo la ribellione del Donbass numerose, e da entrambi le parti. I diritti dell’uomo sono stati vilipesi a causa proprio della secessione, il rapporto causa-effetto va quindi rovesciato. Aggiungiamo, ricordando che questa crisi tremenda inizia quando l’Ucraina nel 2013 tenta di associarsi non alla Nato, ma all’Unione Europea, che in Estonia vigevano una volta leggi discriminatorie contro la locale minoranza russa. Tallin chiese l’ingresso nell’Ue e le fu risposto che i nostri parametri di democrazia sono stringenti, quindi delle due l’una: via quelle leggi o addio ingresso nel club più esclusivo del mondo. Le leggi sparirono d’incanto. Se Putin avesse lasciato fare gli europei, lui che giustamente si ritiene europeo fino al midollo, oggi avremmo la pace ed una minoranza russofona trattata con tutti i dovuti e legittimi riguardi.

In conclusione, però, dobbiamo ammettere che su una cosa, nel suo discorso dell’altro giorno, Putin ha perfettamente ragione (e lo facciamo senza problemi: la verità non deve far paura). Ha ragione quando dice che la guerra del 2003 in Iraq fu un atto d’aggressione compiuto sulla base di una bugia. Tutto vero: fa male, ma è così. E allora ci si ricordi che, quando si è una democrazia, certi standard politici, etici e morali vanno rispettati. Sennò si rischia di perdere se stessi, o almeno di preparare qualche freccia per l’arco del più grande bugiardo del XXI Secolo.

Quando la politica estera contava…

Dobbiamo cercare, partendo da questa fase drammatica, di invertire la rotta a livello politico. Ovvero, riportare la politica estera al centro delle nostre riflessioni politiche, culturali e programmatiche.

A volte si ironizza, altre volte si finge di non dirlo. Ma tutti sanno che la politica di un paese conta – e soprattutto conta quel paese – quando esiste una vera e riconosciuta politica estera. Non a caso i partiti di un tempo, parlo soprattutto dei grandi partiti come dei piccoli partiti, facevano della politica estera il centro della loro azione politica, culturale programmatica. E la cosiddetta non alternanza al governo per i primi 50 anni della prima repubblica italiana affondava le sue radici proprio nelle conseguenze che derivavano dal dibattito e dal confronto sulla politica estera. Per non parlare delle analisi e delle riflessioni dei singoli partiti. 

Lo si ricorda non per una inguaribile regressione nostalgica ma per rispetto della storia politica del nostro paese. Lo sguardo “sul mondo”, cioè capire quali erano le dinamiche politico, culturali e strategiche che caratterizzavano l’Europa e i grandi blocchi mondiali non poteva mai mancare nella riflessione iniziale di un partito e dei suoi gruppi dirigenti. Senza capire queste dinamiche era persin inutile avviare una riflessione politica sul ruolo, sulla funzione e sulla “mission” del nostro paese a livello europeo ed internazionale.

Poi i tempi sono radicalmente cambiati. Certo, i Ministri degli Esteri sono quasi sempre stati grandi personalità: da Andreotti a De Michelis, da D’Alema a Lamberto Dini ed altri leader politici e non politici ma riconosciuti sempre a livello nazionale ed europeo se non addirittura a livello mondiale. Poi, certo, i tempi sono cambiati e ora abbiamo Di Maio.

Ora, però, al di là dei nomi e dei cognomi, è, indubbio che una fase politica è cambiata. Radicalmente cambiata. E occorre prenderne atto senza inutili rimpianti per un passato che ormai è storicizzato e archiviato. Ma sono proprio le condizioni e gli eventi drammatici che arrivano dal fronte orientale e dalla Russia che impongono una inversione di rotta anche per la politica italiana. Non sulla collocazione strategica del nostro paese, come ovvio e scontato. Ma, semmai, per la sua capacità di elaborazione, di studio, di riflessione e di azione politica concreta. In sostanza, la politica estera deve ridiventare il centro della strategia politica del paese e, di conseguenza, di ogni partito. Non possiamo continuare ad appaltare la politica estera al battutismo televisivo o ad uscite estemporanee e del tutto casuali di presunti ed improvvisati leader politici. 

Tutti conosciamo le uscite, più o meno recenti, di molti esponenti politici nazionali che sulla politica estera si limitano, appunto, a distillare battute, a rivendicare storiche amicizie personali o alla convenienza momentanea. Certo, le amicizie e le relazioni personali contano ma su questo versante quello che conta maggiormente è la strategia e la prospettiva politica che si perseguono. E questi elementi erano, sono e restano decisivi per caratterizzare e per segnare la credibilità di un paese nello scacchiere europeo ed internazionale. E proprio la vicenda dell’invasione russa dell’Ucraina rappresenta uno snodo fondamentale per riprendere una riflessione e un’azione politica che possano e debbano ridare credibilità al nostro paese e, soprattutto, alla nostra politica.

Certo, la stagione del populismo ha cancellato se non addirittura ridicolizzato la politica – non a caso c’è stata la vittoria dell’antipolitica, della demagogia, del qualunquismo e della improvvisazione e della casualità della classe dirigente – e quindi la stessa politica estera è diventata la conseguenza di un impoverimento e di una progressiva decadenza della politica nella sua complessità. Dobbiamo prenderne atto e cercare, a partire da questa fase drammatica che stiamo tutti vivendo, di invertire la rotta a livello politico. Ovvero, riportare la politica estera al centro delle nostre riflessioni politiche, culturali e programmatiche. Ne va della credibilità del nostro paese, del ruolo della nostra politica e dell’ autorevolezza della nostra classe dirigente. Occorre, cioè, imparare dal passato senza limitarsi a copiare il passato.

 

Speciale Ucraina: verso la presa di Kiev. La nota dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale.

Zelensky chiede a Putin di trattare, ma Mosca detta precondizioni. Bombardamenti e scontri in varie città, mentre Kiev si prepara alla battaglia.

ISPI

Prosegue l’offensiva russa in Ucraina dove mezzi corazzati e truppe di terra avanzano in una morsa verso le principali città e centri abitati, già sottoposti a massicci bombardamenti aerei. Il ministero della Difesa russo ha annunciato di avere il controllo totale dello spazio aereo ucraino affermando che le sue forze armate hanno distrutto più di 70 obiettivi militari, inclusi 11 aeroporti, un elicottero e quattro droni. Le truppe di Mosca hanno anche preso il controllo dell’ex centrale nucleare di Chernobyl, luogo del disastro nucleare del 1986. Mariupol, Odessa, Kiev, Kharkiv e altre città sono bersaglio dell’aviazione mentre colonne di blindati russi avanzano da nord-ovest e nord-est verso la capitale. Secondo diverse fonti di intelligence, Kiev sarebbe prossima alla caduta. Almeno 137 ucraini sono stati uccisi finora – ha detto il presidente Volodymyr Zelensky – mentre gli sfollati sono oltre 100mila. I residenti nelle grandi città stanno cercando rifugio nei bunker o nelle stazioni delle metropolitane mentre le riprese dall’alto di lunghe colonne di auto restituiscono l’immagine del panico diffuso tra gli abitanti. L’attacco su larga scala di quello che nei suoi discorsi Vladimir Putin ha sempre definito un paese e un popolo “fratello” ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica russa. Ieri, per la seconda volta dall’inizio dell’attacco, il presidente russo è comparso davanti alle telecamere per spiegare che la Russia “non aveva altra scelta”, definendo il conflitto “causato dall’Occidente”. Ciononostante, in oltre 50 città del paese, tra cui San Pietroburgo, diverse migliaia di persone hanno sfidato i divieti e sono scese in strada per dire “no alla guerra”. Almeno 1800 persone sarebbero state arrestate, secondo la Ong Ovd-Info, in alcune delle manifestazioni più partecipate e diffuse che si siano tenute in Russia dal ritorno e successivo arresto dell’oppositore Aleksei Navalnyj, mentre sui social network si moltiplicano gli appelli di personaggi pubblici, scrittori e artisti russi che chiedono la fine del conflitto.

Spiragli di dialogo?

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha reso noto che la Russia è pronta a dei colloqui con l’Ucraina a Minsk, in Bielorussia. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa RIA Novosti secondo cui Peskov ha detto che i colloqui dovrebbero riguardare uno “status di neutralità” dell’Ucraina che includerebbe la sua totale “smilitarizzazione”. Poco prima il presidente Zelensky si era detto pronto a trattare con Mosca ma non vi è alcuna indicazione che accetterà i colloqui su questi presupposti. L’indicazione di Minsk è importante perché è nella capitale bielorussa che erano stati firmati gli accordi del 2015 tra Kiev e Mosca. In precedenza il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato che non si potranno tenere colloqui “fino a quando l’esercito ucraino non deporrà le armi”.

A cosa mira Putin?

Intanto, a poco più di 24 ore dall’inizio dell’offensiva è chiaro che quello sferrato da Mosca non è un attacco limitato ad assicurarsi il controllo delle sole regioni contese dell’Ucraina orientale. Ma il numero delle truppe dislocate sul terreno e i costi che imporrebbe in termini economici e materiali inducono gli analisti ad allontanare l’ipotesi di un’occupazione militare dell’intero territorio ucraino. A cosa punta allora la strategia del Cremlino? Secondo fonti di intelligence ucraine la strategia a breve termine del presidente russo prevedrebbe di costringere alla resa il governo di Volodymyr Zelensky. Quanto al lungo periodo le cose si fanno più complicate, ma c’è chi avanza un’ipotesi: Putin e i suoi generali potrebbero avere come obiettivo quello di mantenere il controllo dell’Ucraina orientale, la parte a est del fiume Dnepr. “L’obiettivo – spiegano fonti di intelligence al quotidiano Ukrainska Pravda – potrebbe essere di dividere l’Ucraina in est e ovest, lungo il corso del Dnieper, come era un tempo la Germania”. A quel punto Mosca avrebbe ottenuto di instaurare una zona ‘cuscinetto’ tra la Russia e i paesi occidentali, utile a garantire la propria sicurezza, oltre ad assicurarsi che, con un territorio smembrato e sotto occupazione, l’Ucraina non possa mai ottenere lo status di adesione alla Nato. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, però, e non è chiaro cosa fermerà l’avanzata delle truppe russe.

Ucraina: attacco coordinato……e cosa lo fermerà?

Quello che appare più probabile, al momento, è che a fermare il presidente russo Putin non saranno le contromisure occidentali ed europee. Le sanzioni adottate nella serata di ieri dai 27 contro Mosca interessano cinque settori: la finanza, l’energia (ma non il gas diretto all’Europa), i trasporti, le esportazioni e il sistema dei visti. “Questo pacchetto include sanzioni finanziarie che tagliano l’accesso della Russia ai più importanti mercati finanziari. Stiamo colpendo il 70% del sistema bancario russo, ma anche aziende statali cruciali, incluse quelle del settore della difesa”, ha detto la Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nel pacchetto manca però l’esclusione della Russia dal SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) che collega le banche di oltre 200 paesi del mondo. Escludere la Russia da questo sistema di pagamenti globale, infatti, comprometterebbe gravemente la sua economia ma avrebbe conseguenze soprattutto per il settore energetico di gas e petrolio, e quindi ne risentirebbero anche gli acquirenti europei. A frenare su SWIFT sarebbero stati, nello specifico, Germania, Italia, Austria, Lussemburgo e Cipro, nel timore che l’impossibilità di effettuare i pagamenti provochi un taglio delle forniture di gas dalla Russia.

Soli contro Mosca?

Anche il presidente USA Joe Biden ha annunciato “nuove forti sanzioni” decise insieme agli alleati contro Mosca. In particolare, è in arrivo il bando dell’export tecnologico e l’iscrizione nella blacklist di banche statali e grosse società russe, con un impatto stimato in 3mila miliardi di dollari. Biden ha anche confermato che le forze statunitensi “non combatteranno in Ucraina”, ma che ulteriori truppe saranno dispiegate in Germania e sul fianco orientale della NATO. “Questa è la guerra di Putin, l’ha scelta, l’ha voluta”, ha detto Biden, promettendo si fare del presidente russo “un pariah della comunità internazionale”. Parole forti, a cui non corrisponde una risposta internazionale altrettanto stentorea. Mentre i carri armati avanzano su Kiev, la sensazione è quella di un Occidente sgomento ma impotente di fronte all’avanzata russa. Mentre per i 44 milioni di ucraini sotto attacco, l’unico baluardo in queste ore sembra essere il presidente Zelensky, un ex comico che la storia ha messo in una posizione scomoda quanto anomala e che oggi si ritrova a bacchettare i ‘grandi’ del mondo: “Secondo le nostre informazioni, il nemico ha contrassegnato me come obiettivo numero 1 e la mia famiglia come obiettivo numero 2. Vogliono distruggere politicamente l’Ucraina distruggendo il capo dello stato. Ma io resto qui”, ha detto in un discorso alla nazione dai toni drammatici pronunciato all’alba di oggi. “Questa mattina difendiamo il nostro paese da soli. Come ieri, le forze più potenti del mondo guardano da lontano. Le sanzioni di ieri hanno convinto la Russia? Sentiamo nel nostro cielo e vediamo sulla nostra terra che no, non è stato abbastanza”.

 

Per saperne di più

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-verso-la-presa-di-kiev-33737#g1

 

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Guerra in Ucraina, il Papa all’Ambasciata russa per esprimere preoccupazione

Francesco, questa mattina, nella sede in via della Conciliazione per oltre mezz’ora. Il Pontefice segue con attenzione l’evolversi della situazione nel Paese est europeo, sotto attacco dal 24 febbraio, dove si contano numerosi morti e feriti. Ieri l’appello del cardinale Parolin a dare ancora spazio al negoziato.

Il Papa ha voluto manifestare la sua preoccupazione per la guerra in Ucraina recandosi personalmente questa mattina, intorno a mezzogiorno, nella sede dell’Ambasciata della Federazione russa presso la Santa Sede, guidata dall’ambasciatore Alexander Avdeev. Giunto in un’utilitaria bianca, il Papa è rimasto nell’edificio in via della Conciliazione numero 10 per oltre mezz’ora, come confermato dal direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni.

Francesco segue con attenzione l’evolversi della situazione nel Paese est europeo, sotto attacco dalla notte del 24 febbraio, dove già si contano numerosi morti e feriti. Il Pontefice stesso aveva espresso il suo “grande dolore nel cuore” per il peggioramento della situazione nel Paese lo scorso mercoledì 23 febbraio, al termine dell’udienza generale, quando ancora non erano deflagrate le violenze. Il Papa si appellava “a quanti hanno responsabilità politiche perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è il Dio della pace e non della guerra”. E si rivolgeva a credenti e non credenti ad unirsi in una supplica corale per la pace il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, pregando e digiunando: “Gesù ci ha insegnato che alla insensatezza diabolica della violenza, si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno”, diceva il Pontefice. “Invito tutti a fare il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, una giornata di digiuno per la pace. Incoraggio in modo speciale i credenti perché in quel giorno si dedichino intensamente alla preghiera e al digiuno. La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra”.

È di ieri, invece, “nell’ora più buia” per l’Ucraina, la dichiarazione del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Ricordando l’appello del Papa drammaticamente urgente dopo l’inizio delle operazioni militari russe in territorio ucraino, il porporato ha osservato che “i tragici scenari che tutti temevano stanno diventando purtroppo realtà”, ma che “c’è ancora tempo per la buona volontà, c’è ancora spazio per il negoziato, c’è ancora posto per l’esercizio di una saggezza che impedisca il prevalere degli interessi di parte, tuteli le legittime aspirazioni di ognuno e risparmi il mondo dalla follia e dagli orrori della guerra”. “Noi credenti – ha detto Parolin – non perdiamo la speranza su un barlume di coscienza di coloro che hanno in mano i destini del mondo”.

È pronto l’Occidente ad affrontare il peso della crisi ucraina? Non è economia, ma politica: si tratta di tenere fermi i principi.

La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico dalla recente fuga da Kabul – vive in questi giorni un capitolo drammatico.

Di fronte alla guerra aperta dalla Russia in Ucraina – che hanno sovvertito le fondamenta stesse del sistema di relazioni internazionali – temo che gli appelli alla “soluzione diplomatica” servano assai poco. Così come a poco sono serviti di fronte all’invasione tedesca dei Sudeti nel 1938. Anche allora – mutatis mutandis – le regole furono sovvertite, con una diabolica capacità di “narrazione” interna ed esterna. E anche allora  furono usate quasi le stesse parole usate da Putin: la Germania Nazista intervenne “a tutela dei cittadini tedeschi” residenti nella Cecoslovacchia e bisognosi di protezione da parte della “nazione madre”.

Sappiamo che l’iniziale pavidità delle altre Nazioni Europee lasciò campo libero per ciò che sarebbe poi successo. La vera domanda è: quanto è disposto a pagare oggi l’Occidente democratico per far valere i suoi principi? Nessuna vera, efficace e non simbolica sanzione contro la Russia è priva di pesanti conseguenze per l’economia occidentale ed europea in particolare. Ora, la difesa della Democrazia ha sempre un costo: con Putin può essere solo – speriamolo – un costo economico. Ma non esiste una soluzione a costo zero.

Siamo disposti (governi e cittadini) a pagarlo? E ancora, quanto è penetrata in Europa ed in America la tentazione della “ammirazione” verso un dittatore “geniale” (dice Trump) e “con le palle” (si dice nei bar) come Putin? E quanto è diffusa la pia illusione che, alla fine, tutto questo pasticcio “riguarda l’Ucraina” e basta? Siamo consapevoli di ciò che la guerra di Putin può comportare sul piano globale, con l’Europa ancora priva di sue strutture unitarie di politica estera e di difesa; con gli Stati Uniti in crisi drammatica di leadership mondiale; con la Cina che segue sorniona l’evolversi degli eventi, in attesa che l’Occidente sia costretto a cederle lo scettro del comando?

La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico dalla recente fuga da Kabul – vive in questi giorni un capitolo drammatico. E lo vive dovendo fare i conti con una pericolosa caduta del “carisma della democrazia” all’interno di larga parte delle proprie opinioni pubbliche. Una situazione di pericolosità inaudita. Siamone tutti consapevoli. 

Ucraina, Prodi: la guerra si poteva evitare. La pace si costruisce con la cultura (Radio Vaticana).

L’ex presidente della Commissione europea sarà domani [oggi per chi legge, ndr] a Firenze per il Forum dei sindaci del Mediterraneo che si chiuderà domenica alla presenza del Papa. Nell’intervista a Vatican News, illustra il suo progetto di ‘università del Mediterraneo’ dove le nuove generazioni potranno alimentare il terreno per una autentica convivenza tra i popoli. Alla luce della crisi russo-ucraina, aggiunge: la democrazia ha lo sguardo sempre più corto.

Antonella Palermo

“È vero che l’Ucraina non è direttamente sul Mediterraneo, ma lo è attraverso il Mar Nero, e La Pira diceva che fino agli Urali è tutto Mediterraneo, perché questo mare abbraccia tre continenti e più di venti nazioni”, è quanto ha detto ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, aprendo a Firenze i lavori dell’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che vede riuniti una sessantina di vescovi e che domenica prossima si concluderà con la presenza di Papa Francesco nel capuologo toscano.

La cultura come strumento di convivenza pacifica

“Siamo in un momento di profonda crisi, anche per quello che sta succedendo in Ucraina: dal punto di vista della provvidenza di Dio diventa ancora più necessaria questa nostra azione di pace”, ha ancora dichiarato Bassetti, che ha inoltre evidenziato il beneficio che potrà nascere dal complementare Forum dei sindaci del Mediterraneo che si ritrovano, da domani [oggi per chi legge, ndr] sempre a Firenze, per confrontarsi e firmare – insieme ai presuli – una Carta comune di intenti per il bacino del mare nostrum. “I vescovi porteranno quelli che sono gli effetti dell’annuncio del Vangelo – ha aggiunto Bassetti – i sindaci ci mostreranno la situazione concreta dei popoli che essi rappresentano. Il confronto tra vescovi e sindaci, nella sintesi che farà il Papa, credo che sia un momento provvidenziale che va al di là di Firenze e del Mediterraneo”. 

Oggi i vescovi si confrontano sul tema: “Quali diritti per le comunità religiose nella città?”, mentre all’apertura dei lavori tra i sindaci si approfondirà il tema della crescita culturale e della cooperazione tra le città del Mediterraneo. In particolare, si farà il punto su come favorire progetti in ambito culturale tra città e Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, per una cultura che sia veicolo di crescita economica e sociale e quindi strumento di stabilità e convivenza pacifica. Tra i relatori, il professore Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, che abbiamo intervistato: 

Come non parlare della crisi ucraina…Lei come vede, la situazione? Si poteva evitare di arrivare a questo punto?

Non si poteva, si doveva! Io sono rimasto assolutamente sconvolto dall’evoluzione dei fatti perché erano in programma, alcuni in modo certo, altri in modo indefinito, incontri diplomatici che io pensavo avrebbero potuto trovare un compromesso. Quindi, la mia risposta è molto semplice: si poteva e si doveva evitare. Questo dà il via a tensioni, sanzioni, sofferenze. Ecco, è il peggio che ci si poteva aspettare in questa fase. 

 

Come vede oggi il ruolo dell’Europa e dell’Onu di fronte a questa crisi?

 

Trovo l’Onu particolarmente debole in questa fase storica, mi auguro solo che sia un po’ meno debole. Non ho elementi…Ormai nell’Onu è tutto passato al Consiglio di Sicurezza dove la Russia ha diritto di veto. In una situazione di questo genere farà ben poco. In base alla mia esperienza, l’Onu ha fatto cose bellissime soprattutto nei piccoli conflitti, ha evitato certamente stragi e sofferenze. Quando il conflitto tocca qualcuno dei ‘grandi’, l’Onu non esiste più. L’Unione Europea ha una solidarietà maggiore di quanto non abbia avuto in passato, ma ha situazioni diverse da Paese a Paese. Ha Paesi che dipendono totalmente dal gas russo, Paesi che ne sono quasi totalmente indipendenti. C’è un comune sdegno riguardo all’azione compiuta dal presidente russo, ci sarà una notevole differenziazione quando si parlerà di sanzioni. La guerra generale, a mio parere, non verrà perché nessuno ha interesse a farla. Intanto è partita la guerra parziale. 

 

A Firenze si parla di dialogo culturale e cooperazione tra le città del Mediterraneo. Quale è la sua proposta?

 

L’idea è semplicissima, io la esposi vent’anni fa in Commissione europea ma fu bocciata. Parto da una constatazione semplice: il Mediterraneo è una tragedia. Tensioni all’interno di Paesi, tra Paesi, interferenza di potenze straniere, tensioni di tipo religioso e politico… Il Mediterraneo in passato ha avuto momenti di tensione e momenti di pacifica convivenza. Noi dobbiamo passare proprio da momenti di tensione a momenti di pacifica convivenza che in passato era fatta tanto dal mescolamento di persone.

Decine di migliaia di italiani vivevano ad Alessandria d’Egitto, Aleppo, Tripoli… Nello stesso impero ottomano avevamo ebrei, cristiani, musulmani che giocavano assieme… Oggi questa unità si ricostruisce soltanto se noi abbiamo il coraggio di mettere insieme le nuove generazioni. Il modo non è fare un’associazione di piccoli commercianti o di pescatori, utilissime. Ma non cambiano il mondo. Il mondo cambia se i ragazzi studiano assieme. E allora, il progetto all’epoca era molto semplice: creiamo 20-30 università miste: una sede a Catania, una a Tripoli, una a Barcellona, una a Rabat… Miste vuol dire non, per esempio, una università di Napoli con la sede a Tripoli, ma vuol dire con due sedi di pari autorità, con tanti professori del nord e tanti del sud, tanti allievi del nord e tanti del sud, tanti anni di studi al nord e tanti anni al sud. Con un centinaio di migliaia che frequentano queste università cominceremo a costruire la comunità del Mediterraneo. È una idea molto semplice, costosa, ma molto meglio dei pattugliamenti.

È chiaro che a questo punto ci vuole una responsabilità dell’Unione europea. Ci vuole una unione di tutti i Paesi interessati a esser sede di queste università. Naturalmente, nel bilancio europeo questo incide niente. Quando la proposi io, i Paesi del nord non erano interessati, mi dissero che era denaro buttato. Oggi c’è una coscienza diversa, dopo le migrazioni, dopo la Libia, la coscienza è che il Mediterraneo è casa nostra, è casa di tutti. C’è davvero un mutamento radicale, e quindi secondo me è possibile, bisogna che ci lavoriamo tutti. 

 

Presidente, il Papa più volte ha invocato la convivenza pacifica tra popoli e culture, ha implorato sforzi per favorire il dialogo tra le nazioni. Perché il suo appello fa così fatica a entrare nelle volontà e nell’azione politica dei governanti?

 

Perché si pensa sempre solo ai problemi di oggi. E allora si fa il pattugliamento perché ci sono oggi gli emigranti, non si pensa al cambiamento della società. La politica ha lo sguardo corto, la democrazia lo sguardo sempre più corto. 

 

Fonte: Radio Vaticana – 24 febbraio 2022, 10:35.

Mosca, Sturzo e la concezione elitaria della politica. Con un accenno ai giorni nostri.

Alla sostanziale staticità proposta dal sociologo siciliano, anche Sturzo non dimenticava di cogliere – lui parimenti sociologo e siciliano – un’altra legge costante, alla cui luce quella individuata appunto da Mosca viene meno o, comunque, risulta fortemente ridimensionata. Si tratta della legge della dinamicità della storia.

«È in questo contesto che si pone, pertanto, l’esigenza di dare alcune risposte fondamentali. Una di esse riguarda la natura popolare del partito […]. Si coglie infatti, in questo periodo, una tentazione, non troppo nascosta, di ridurre il tasso di popolarismo nella politica del nostro paese, perseguendo una concezione elitaria della politica, volta ad ampliare l’influenza dei circuiti privilegiati, non sempre visibili e comunque finanziariamente forti». 

Sono le parole che il vice segretario della Democrazia cristiana, Sergio Mattarella, pronunziò alla conferenza nazionale organizzativa che si tenne ad Assago dal 28 novembre all’1 dicembre 1991. Da lì a due anni il partito sarebbe stato sciolto, travolto dagli scandali emersi dall’inchiesta “tangentepoli”. Ci interessa, soprattutto, quell’accenno fatto da Mattarella alla concezione elitaria della politica. Tema centrale della discussione di Assago era stata, infatti, la riforma organizzativa del partito, allo scopo di renderlo maggiormente capace di raccogliere le domande provenienti dalla società. 

Si poneva, quindi, tra le questioni prioritarie di questo auspicato cambiamento, quella riguardante la selezione della classe dirigente. Gaetano Mosca, di cui l’editore Nino Aragno ha da poco ripubblicato “Elementi di scienza politica”, aveva visto nell’elitismo una legge costante della storia politica dell’umanità, quella, detta sinteticamente, di una minoranza organizzata che comanda una maggioranza disorganizzata. 

Ma cosa accade quando una maggioranza si organizza? Vuol dire, ed è l’interpretazione fornitaci da Luigi Sturzo, elevare quel tasso di popolarismo nella politica, ricordato anche da Mattarella. Alla sostanziale staticità proposta dal sociologo siciliano, Sturzo, anch’egli sociologo e siciliano, non dimenticava di cogliere un’altra legge costante, alla cui luce quella individuata da Mosca viene meno o, comunque, risulta fortemente ridimensionata. Si tratta della legge della dinamicità della storia, della spontaneità dell’essere umano, di quella quota parte di imprevedibilità: «Coloro che non vedono alcun bene se non nell’uniformità e nella costanza dei regimi politici, non hanno né senso storico né immaginazione». 

A Mosca non era certo mancato il senso storico; gli aveva fatto difetto, ci sembra, l’immaginazione e, anche, un po’ di ottimismo. Il popolarismo, la teoria politica elaborata dal sacerdote di Caltagirone, si muove su un altro piano. A Sturzo non interessava tanto il problema di come organizzare il consenso, quanto piuttosto, quello di mobilitare e di organizzare le forze sociali: «In democrazia l’opinione e la decisione politica appartengono agli organi teorici e responsabili; ma il giudizio di valore è un giudizio popolare». 

A tale proposito, ci dispiace che la Consulta abbia bocciato il referendum sull’eutanasia. Sarebbe stato utile conoscere il giudizio popolare su una tematica così delicata e complessa. Forse, chissà, avremmo visto anche una massiccia partecipazione. L’astensionismo che colpisce anche l’Italia non ci pare debba essere interpretato come disaffezione verso la politica; casomai deve essere letto come un messaggio indirizzato ai partiti. Tenere vivo, ma anche tener conto di questo giudizio popolare ci sembra essere sempre, al di là del particolare momento storico, la regola di una buona politica.

Tutti contro tutti. Essere sempre inquieti fa parte della natura umana, ma da tempo viviamo con l’ansia dell’insicurezza.

Viviamo in un mondo dove viene premiata più la simulazione della realtà, una sorta di “grande fratello globale” dove tutti siamo quello che vogliamo apparire. E la gestione dell’invidia sociale ci rende tutti preoccupati nel misurare ricchezze, benessere, carriere, fortune…Mala tempora currunt?

Forse è vero ciò che mi disse recentemente Pietrangelo Buttafuoco: “in fondo non ce la siamo mai passata così bene”. Personalmente ho qualche dubbio, qualunque parametro si voglia usare: il mero benessere va rapportato ai target sociali e alle aree del mondo, la serenità e la qualità delle relazioni umane le misuriamo anche aprendo o chiudendo la porta di casa.

In realtà la storia ha dei cicli che si ripetono , quasi impietosamente. Se non sbaglio già Voltaire in “Candide ou l’optimisme” scriveva: “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile”. Correva l’anno 1759. Forse fa parte della natura umana essere sempre eternamente inquieti e insoddisfatti. In effetti c’è una parola che si usa sempre meno: accontentarsi. Forse ci aiuterebbe ad affrontare meglio le alterne vicende della vita. Dobbiamo difenderci dagli altri, dalle invidie, dalla violenza, dalle intercettazioni, dall’invadenza, dai soprusi, dalle angherie, dalle negligenze, dall’indifferenza, dall’odio, dal rancore.

Ma che mondo è questo?

Mi capita ogni tanto di pensare agli anni della mia infanzia e mi pare di ricordare che ci fossero meno “tutele scritte” ma più ”rispetto praticato” nelle relazioni sociali. Rivisitare il passato personale e del mondo intorno mi concede almeno qualche nicchia di appagamento mentale. È la vita stessa che ci rende nostalgici, visto che di buone notizie non ne arrivano mai. Dobbiamo guardare inevitabilmente in avanti e questo – lo sappiamo – è un obbligo e forse anche un dovere ma non possiamo nasconderci che tutto sta diventando maledettamente complicato.

Aspettiamo che qualcuno faccia un passo prima di noi, per essere certi di non sbagliare, per non subire delusioni, per non essere disattesi nella nostra speranza, ma non sempre ci rendiamo conto che anche le piccole cose, a cominciare dalle nostre azioni, hanno un peso sociale. Viviamo in un mondo dove viene premiata più la simulazione della realtà, una sorta di “grande fratello globale” dove tutti siamo quello che vogliamo apparire. Pirandello aveva acutamente osservato che c’è una maschera per ogni occasione ma qui – francamente – sembra carnevale tutto l’anno.

Non possiamo separarci facilmente dalla difesa di una generica e istintiva diffidenza, non perché siamo fautori di una cultura del sospetto ma perché l’ultima pacca sulla spalla che abbiamo ricevuto ha lasciato il segno. Mia nonna mi raccontava sempre di quando si usciva con la chiave di casa infilata nella toppa: se percorresse oggi le vie delle nostre città blindate, dove anche i balconi sono chiusi da cancelletti  forse penserebbe di essere capitata in un altro pianeta. Ma non è solo questione di conflitto generazionale. Ricordo le parole di Alda Merini, raccolte al capezzale del letto di casa sua, nell’ultima intervista della sua vita: “Se uno vuole crescere la gente glielo impedisce e se lo divora come un implume”.

La gestione dell’invidia sociale ci rende tutti preoccupati nel misurare ricchezze, benessere, carriere, fortune: persino sull’altrui salute a volte abbiamo qualcosa da dire. Vediamo orchi, mostri, iene, ladri, disonesti, imbroglioni: eppure abbiamo sempre pensato che fossero persone per bene.“Mala tempora currunt sed peiora parantur” ovvero…corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori. Visto che è un antico detto latino si vede che è così da sempre: una buona consolazione.

 

Guerra in Ucraina: Le reazioni della NATO

Civili in fuga dalla capitale. Zelensky chiama i cittadini alle armi e rompe le relazioni diplomatiche con Mosca. 

“Nei prossimi giorni invieremo ulteriori forze sul fianco Est dove già sono state inviate migliaia di truppe. Dopo l’invasione della Russia di un Paese non alleato abbiamo attivato oggi il piano di difesa della Nato, che dà maggior autorità ai comandanti in campo. Noi siamo pronti, ma la nostra è un Alleanza preventiva, non vogliamo un conflitto”, dice Stoltenberg segretario generale della Nato.

Ma questa mattina anche le istituzioni Ue sono entrate in uno stato di massima allerta ben prima dell’alba, appena si è avuta la certezza che la Russia aveva lanciato il suo attacco contro l’Ucraina.

L’Ue sidovrebbe varare, già nella riunione di oggi, nuove sanzioni contro Mosca.

Sul fronte italiano Mario Draghi rilascia una stringata ma dura dichiarazione: “Il governo italiano condanna l’attacco della Russia all’Ucraina. E’ ingiustificato e ingiustificabile. L’Italia è vicina al popolo e alle istituzioni ucraine in questo momento drammatico. Siamo al lavoro con gli alleati europei e della Nato per rispondere immediatamente con unità e determinazione”.

 

Invasa l’Ucraina, la Russia scatena la guerra. L’irreparabile che si voleva scongiurare prende la sua drammatica forma.

L’Italia con Draghi al fianco di Kiev. L’occidente è unito di fronte alla esplosiva ingerenza di Putin ai danni del popolo ucraino.

Tutto è precipitato nella notte. Invece di procedere in direzione della pace, Putin ha scatenato l’invasione dell’Ucraina. Siamo di fronte a un atto gravissimo, con la minaccia di Mosca che parla di ostilità di fronte a qualsiasi interferenza. L’occidente non può farsi intimidire. 

“Siamo al lavoro con gli alleati europei e della NATO – ha dichiarato Draghi in una nota – per rispondere immediatamente, con unità e determinazione. Il Governo italiano condanna l’attacco della Russia all’Ucraina. È ingiustificato e ingiustificabile. L’Italia è vicina al popolo e alle istituzioni ucraine in questo momento drammatico. Siamo al lavoro con gli alleati europei e della NATO per rispondere immediatamente, con unità e determinazione”.

A questo punto la NATO ha la responsabilità di alzare il livello della propria determinazione alla difesa dei confini orientali dell’Europa. Sono ore decisive.