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I gatti i più esposti al contagio

Alcuni gatti sono stati infettati dal coronavirus a Wuhan: è quanto si legge in un rapporto dei ricercatori dell’Università agraria di Huazhong e dell’Istituto di virologia di Wuhan, di cui dà notizia il Global Times. Secondo lo studio, 15 dei campioni sierologici prelevati da 102 gatti della città epicentro della pandemia sono risultati positivi al coronavirus. Dal rapporto è emerso anche che tre dei campioni prelevati da gatti i cui proprietari sono risultati positivi hanno mostrato alti livelli di anticorpi neutralizzanti, il che indica che i gatti potrebbero essere stati infettati da stretti contatti con i loro proprietari.

Il lavoro dei ricercatori a cui fa riferimento il Global Times arriva a poche ore dalla pubblicazione di un altro studio sul portale BioRxiv. Gli scienziati dell’Istituto di ricerca veterinaria di Harbin, che fa parte dell’Accademia delle scienze agricole, hanno pubblicato uno studio che deve essere sottoposto a peer review. Secondo le conclusioni, i gatti sono più esposti al contagio rispetto a cani, maiali, polli e anatre.

Sanità e salute.

Carissimi, oggi è la domenica delle Palme e non vorrei distrarvi con pensieri troppo lontani da questo momento di concentrazione sulla nostra fede.

Spero soltanto non vi facciate impressionare da chi pretende di sostituirsi alla Chiesa, strattonando persino il Papa, nella missione che le appartiene per superiore volontà di Dio.
Non vorrei che questa emergenza sanitaria ci spingesse a tutelare l’igiene e a trascurare la pazzia. In giro vedo segni inquietanti di squilibrio, un uso dissennato della parola, una ricerca dell’esibizione a tutti i costi.

Tutto ciò accade mentre il “popolo” – quello che viene sempre osannato dai nostri demagoghi – avrebbe desiderio di misura e compostezza.
Non vinciamo la sfida se non alziamo le barriere immunologiche rispetto a questo virus incontrollato, nascostamente parallelo al covid-19, che si chiama esagerazione. Un’esagerazione che si riscontra tanto nei discorsi, quanto nei gesti.

Ora, devo dire francamente, questo sciavero di saggezza non è farina del mio sacco; non è neppure un sovrappiù d’istintiva preoccupazione: è qualcosa che nasce piuttosto dalla lettura mattutina di un vecchio articolo di G. K. Chesterton, oggi riproposto dal nostro benemerito “Avvenire”.

Chesterton invita a non confondere il racconto evangelico con il racconto fiabesco. Vale la pena leggere con attenzione questo breve testo. A un certo punto, verso la fine, ci s’imbatte nel passaggio che sembra inquadrare molto bene l’attuale tendenza a sbracare nell’autoesaltazione: “…molti fanatici dell’igiene dei giorni nostri sembrano preoccuparsi più della sanità che della salute. Chi si concentra troppo sulla potenza cade inevitabilmente in un eccesso di orgoglio”.

Intuire, effettivamente, la sotterranea collisione tra sanità e salute non è che la riprova di quanta luce possa diffondere la scintilla del genio. O non è così?
Buona domenica.

La democrazia illiberale non esiste, né può esistere un partito cattolico. La lezione di Dossetti.

Prendo spunto dal bell’ articolo di Castagnetti apparso su Avvenire del 4 aprile, sulla democrazia illiberale di Orban per svolgere alcune riflessioni.

Parlare di democrazia illiberale è più che un ossimoro. È un non senso, è una contraddizione in termini. Perché la democrazia è necessariamente pluralista nel senso che è intrinsecamente fondata sulla originaria e inviolabile libertà delle persone/individui che sanamente si confrontano/confliggono nella pubblica arena delle opinioni/interessi. 

La democrazia è sostanza e forma, a partire da una modalità di reggimento degli uomini attraverso la libera, e dunque non cruenta, scelta dei governanti. Nella nostra contemporaneità si parla di regime repubblicano, il cui duplice fondamento è: la garanzia dei diritti e la divisione dei poteri. Da ciò deriva che nessuna declinazione del termine/concetto “democrazia” può prescindere, oggi, dall’essere a sostegno di un ordinamento liberale et costituzionale: per il fatto che alla sua base – e al tempo stesso per la tutela delle persone/individui e delle formazioni sociali – è stato posto un documento giuridico, solennemente adottato e vincolante per tutti, denominato Costituzione.

Asserire poi che la democrazia cristiana è illiberale è un’apostrofe indebita e truffaldina: un malsano mescolamento di parole spacciate per concetti. Il che obbliga ad alcune distinzioni e a chiarimenti, non solo lessicali e terminologici.

In tempo storico: aveva ragione Sturzo a non voler chiamare “cristiano” (o cattolico) il partito da lui fondato nel 1919. Aveva, invece, compiuto un passo incauto (un mix di candore/generosità e furbizia elettoralistica) De Gasperi quando battezzò in quel modo il partito che risorgeva nel dopoguerra. Nei fatti, però, la DC è stata un partito popolare, con due declinazioni che si sono alternate alla sua guida: cattolico-liberale e cattolico-sociale, senza che mai una di queste tendenze annullasse l’altra.

Ragioniamo, sia pure in modo sintetico. L’autodefinizione di “seguace di Cristo” è oggettivamente troppo alta per un movimento politico, intriso e percosso dalla terraneità. Sempre ti potrà essere rinfacciato dagli avversari che i tuoi atti e comportamenti, come singolo e come aggregato, sono incompatibili con i precetti evangelici, già a partire dallo stile di vita e dal linguaggio usato. “Beati senza dubbio coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Luca, 27-28).

Qui cade acconcia una prima chiarificazione. Premesso che tutte le scelte politiche sono contingenti, revocabili e opportunistiche (nel senso che si sforzano di cogliere, a proprio vantaggio, un’opportunità che l’ora presenta) e che è vano misurarle sull’unum necessarium: la salvezza dell’anima) le opzioni di Orban – e del suo sodale italiano Salvini – confliggono apertamente con una lettura piana e semplice, alla portata di tutti, del messaggio evangelico. Nessuna interpretazione difforme è, a tale proposito, lecita con riguardo alle politiche anti-immigrazioni o a quelle contrarie al confronto libero delle opinioni (libertà di stampa ecc.) per fermarci ai due fatti più vistosi che opportunamente Castagnetti mette in luce.

Sull’ampiezza, o meglio, sulla profondità dell’accettazione della “libertà” quale requisito indispensabile alla visione politica di un partito “di ispirazione cristiana” si svolse nel novembre 1951, in sede di III Convegno dei giuristi cattolici, un memorabile scontro di opinioni tra Dossetti e Mortati, da una parte e Carnelutti e Capograssi (non presente di persona) dall’altra. Ciò che, sinteticamente, i primi rimproveravano ai secondi era l’assolutizzazione della libertà, che in Carnelutti portava dritto ad un liberalismo senza freni a vantaggio dell’iniziativa economica privata, mentre Capograssi era geloso di difendere la “verticale delle libertà” che, da quella personale di proprietà di sé (e dei beni essenziali), attraverso la libertà di coscienza saliva fino alla libertà di attingere direttamente Dio. Questo era il tipo di libertà che un’anima pura e coltivata come Capograssi, giustamente, pretendeva che venisse garantita dall’organizzazione politica denominata Stato.

Dossetti e Mortati certamente non si opponevano a ciò. Facevano soltanto osservare che, nell’impostazione liberale, l’interesse delle istituzioni si concentrava con grande anzi esclusiva prevalenza sulla difesa ad oltranza della proprietà privata dei mezzi di produzione; disinteressandosi viceversa dell’ultimo tratto della verticale delle libertà, cui poteva essere, benevolmente, consentito di interloquire con la divinità. Tanto ciò non disturbava un determinato assetto dell’organizzazione sociale, che restava fissata dalla gabbia d’acciaio della condizione economica circa la produzione e lo scambio: profitti, salari, situazione dei lavoratori ecc.

Questo è detto per porre qualche elementare distinguo alle categorizzazioni davvero rozze di Orban (e del suo emulo e protettore Salvini: altro che l’ostentazione televisiva del rosario!).

Concludendo: far propaganda di e per una democrazia cristiana illiberale è operazione tanto rozza intellettualmente quando pericolosa socialmente, nella misura in cui il messaggio che si vuole propalare è il seguente. La libertà è una fatica inutile e – di questi tempi – non ce la possiamo/vogliamo permettere. Sostituiamola con un blando totalitarismo che anteponga l’esercizio autoritario del potere ai diritti e alle libertà delle persone. Che un regime di tal fatta abbia la spudoratezza di richiamarsi ad una democrazia cristiana ci dice molto dei tempi sventurati che stiamo vivendo.

PPE. Lasciamo che i morti seppelliscano i morti e pensiamo ai vivi.

Come spesso accade nella storia, le emergenze mettono a nudo ed accelerano processi già in atto nella società. Per esempio, la tendenza a barattare “libertà” con “(presunta) sicurezza”. Non è, appunto, una tendenza nuova. Molte grandi tragedie democratiche della storia sono accadute sulla base di questo baratto socialmente accettato.
Basti pensare, per quanto riguarda l’Europa, a ciò che è avvenuto tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Segnali di questo insano baratto (figlio di una crisi della Politica in termini di autorevolezza, carisma, competenza e di una caduta generale di “senso civico” e di cultura comunitaria) li avevamo visti molto prima del Coronavirus, anche nel nostro Paese.
Gran parte (non tutta) del consenso alla Lega ha avuto questa radice e questa motivazione.
Il caso di Orbán in Ungheria è l’emblema di questo baratto, coniugato pericolosamente con la cifra nazionalistica tipica di quel Paese.

Condivido pienamente quanto scritto da Umberto Laurenti e da altri. Non può esistere che la famiglia europea dei Popolari di Degasperi e degli altri leader fondatori abbia al proprio interno simili personaggi e simili partiti. O meglio, può esistere solo perché ormai il PPE sta perdendo (non da oggi: per il nostro Paese certamente da quando è stata accettata l’adesione di Forza Italia) la sua anima e la sua “ragione sociale”.

Non a caso, le culture politiche di matrice cristiano sociale sono oggi minoranza nel PPE.
Non aver mantenuto come base del PPE la cultura politica Cristiano Sociale, con il suo storico “confine a destra”, è stato un errore micidiale.

Questa posizione di tolleranza verso Orbán rende per noi ancor più “impotabile” la adesione a questa area politica europea, così come oggi configurata.
Ma, forse, questa crisi che travolge tante cose, travolge anche gli assetti politici consolidati.
Tanto più che il PPE non è un “partito europeo”, ma una federazione di partiti nazionali.
Un nuovo assetto politico europeo potrà nascere solo dopo che l’Unione Europea avrà deciso cosa essere da grande o – al contrario – come morire.

Nel primo (ovviamente auspicabile) caso, lo spirito europeista e democratico non potrà che essere uno degli elementi di aggregazione delle culture politiche popolari e cristiano sociali.
Pur in questa fase drammatica e inquietante, in tutti i paesi europei (anche ad est) è destinata a crescere la domanda di qualcosa di nuovo.

Il Magistero di Papa Francesco incoraggia e stimola. Nove sensibilità ecologiste (molto diverse dal ben noto ambientalismo salottiero) si diffondono. Concezioni solidali e sociali della democrazia covano sotto sotto, come braci nascoste. Senso di responsabilità e cultura del limite si fanno spazio anche nel mondo dell’economia e della finanza. Le tecnologie della rete si dimostrano non solo strumento di condizionamento, di potere e di diffusione organizzata di fake news, ma anche occasione di  conoscenza diffusa e di mobilitazione collettiva oltre ogni confine.

Sopratutto è destinata a farsi nuovamente strada la nostra cultura della “Comunità”.
E dunque di una democrazia ispirata al “personalismo comunitario”, garante non solo dei diritti individuali, ma anche di quelli sociali.
Una democrazia che vive di pluralismo e si traduce in una concezione di “Stato Nazionale” che “condivide” la sua sovranità con le autonomie territoriali e comunitarie da un lato e con le istanze europee e internazionali dall’altro.

Ed un “mercato” che non è solo “regolato”, ma anche intrinsecamente partecipe di una missione di servizio al bene comune e protagonista della lotta alle disuguaglianze.
Per questo, mi verrebbe da dire, lasciamo che i morti seppelliscano i morti. E pensiamo ai vivi.

Un’idea per niente stravagante

il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere”:  conclude così il suo articolo l’amico Giorgio Merlo su: “ Conte, la DC e i cattolici”, denunciando “  la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della DC ”.

Osservazione intelligente che proviene da un membro di “ Rete  bianca” che, da quanto ho potuto capire sino ad oggi, firmando il Manifesto Zamagni, è anch’essa un’associazione/movimento alla ricerca di un nuovo soggetto politico, in grado di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.

Se non ho mal compreso, gli amici di “Rete bianca”, rifuggono da ogni tentativo, come quello che abbiamo portato avanti e su cui ancora stiamo impegnandoci, noi che partecipiamo alla Federazione popolare dei DC, spinti dalla volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale del Paese, partecipante al progetto di costruzione del nuovo soggetto politico.

Continuare, però, ad attribuire a noi della Federazione l’idea anacronistica di “voler rifare la DC” non è solo un errore, ma anche un insulto alla nostra intelligenza, essendo tutti noi ben consapevoli dell’impossibilità di far tornare in vita ciò che storicamente e politicamente si è concluso, nonostante le modalità di quella chiusura, tuttora sottoposte alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Fa poi specie che queste obiezioni siano portate avanti da chi ha già sperimentato altre casematte dei partiti, da cui non molto tempo fa ha deciso di uscire, stanco della confusione imperante in un soggetto politico come il PD, nato da una miscela rivelatasi impossibile di culture politiche, trasformatosi in un ircocervo privo di un’identità definita e riconoscibile.

Siamo tutti d’accordo che un nuovo soggetto politico, come scrive Merlo, debba avere  “come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. “ Quanto al pensiero e alla cultura, abbiamo più volte evidenziato che vale per tutti noi, non solo quanto abbiamo conservato della migliore tradizione popolare e della DC, ma, soprattutto, quanto ci è indicato dalla dottrina sociale cristiana, con le ultime encicliche pontificie, che sono una delle letture più approfondite di quest’età della globalizzazione e del dominio del turbo capitalismo finanziario.

Per il progetto, se assumessimo, come più volte scritto, la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione, ritengo che ogni altra residua polemica  sul “guardare a sinistra”, come partito di centro, dovrebbe essere razionalmente superata, assunta  l’alternatività alla deriva nazionalista e populista alla base tanto del Manifesto Zamagni che del patto della Federazione Popolare dei DC.

A quel punto sorge il problema della classe dirigente. Sono sempre contrariato ogni volta che vecchi arnesi della politica della Prima Repubblica, come molti o quasi tutti di noi siamo, si ergono a giudici implacabili di amici che in quella stagione, furono esponenti di rilievo spesso alla pari di coloro che oggi assumono il ruolo di giustizieri. La verità è che quasi nessuno della nostra generazione, la quarta della DC, ha più i titoli e l’attendibilità di porsi come espressioni credibili di leadership di un nuovo soggetto politico, per il quale serve una nuova classe dirigente.

Concordato il programma, spetterà all’assemblea costituente del nuovo soggetto politico decidere il gruppo dirigente che, ci auguriamo sia composto soprattutto da una nuova generazione di leader politici.

Credo, tuttavia, che non sia blasfemo ritenere che in un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista, e alla sinistra senza identità,  una persona come Giuseppe Conte, possa svolgere un ruolo positivo, come sembra emergere anche dal giudizio che molti cittadini ed elettori stanno esprimendo nei confronti di questo giovane avvocato fiorentino, catapultato in politica e costretto ad affrontare problemi mai affrontati prima d’ora da alcun leader della Repubblica, dal tempo di De Gasperi. Un capo di governo, che, nella “debolezza” complessiva,  tranne qualche eccezione, dei componenti del governo, appare ogni giorno di più come “ il miglior fico del bigoncio”.

Nessuno vuole iscriverlo alla storia gloriosa e/o sic et simpliciter alla tradizione della DC, operazione illogica e impossibile, ma ritenerlo adeguato a concorrere con tutti noi nella costruzione di un nuovo soggetto politico del tipo di quello connotato, a me sembra un’idea per niente stravagante, anzi da coltivare con attenzione.

Solitudine

Non è mia intenzione fare cose di cui non ho né titoli, né esperienze di argomenti relativi a cosa significhi vivere obbligatoriamente in una straordinaria condizione di solitudine.

Non per questo, però, qualche riflessione me la concedo, se non altro perché, come tutti quanti voi, la subisco. Per chi mi conosce sa quanto io sia avvezzo a starmene costantemente con altri, a parlare, a discutere a confrontarmi e in sostanza sono un uomo profondamente sociale.

Da un mese a questa parte, e voi assieme a me lo testimoniate, sono precipitato in un insopportabile cono di solitudine. È vero ho il telefono, ho il computer, ho la televisione, ma sono tutti mezzi che, pur offrendomi un contatto con il mondo, nel contempo lo distanziano.

Non basta quindi parlare o vedersi tramite un video, l’uomo ha necessità di condividere lo stesso spazio e avere contatti diretti e non mediati da altro. La solitudine apre due varchi: il primo che permette a ciascuno di noi di esplorare maggiormente la propria dimensione interiore; il secondo di metterci in una fredda condizione in cui si sente quanto quella ricchezza interiore sia sempre drammaticamente insufficiente.

Ed è per questo che il periodo di quarantena – è altamente probabile che il termine quaranta sia del tutto insufficiente – ci mostri questi due versanti esistenziali.

Possiamo pertanto così dilungarci nelle parti che abbiamo largamente trascurato, nel nostro intimo: ripensare alle scelte fatte, alle cause che le hanno prodotte, a cosa potevamo aspirare, alle sconfitte, agli slanci, alla povertà in certi momenti del proprio pensiero, alla bellezza del potenziare i tratti migliori di noi stessi; e, diciamolo, tutto questo ha l’indubbio vantaggio di estendere a dismisura le nostre parti recintate e custodite nella memoria.

Ci troveremo comunque a fare anche i conti, come ho riferito sopra, al limite che ciascuno di noi costituisce in quanto singolarità. Questo reclamerà il bisogno urgente di uscire da noi stessi, perché solo incontrando gli altri, stando con questi, litigando e riallacciando piacevoli armonie, daremo senso a quanto siamo.

Se l’isolamento dovesse prolungarsi oltre un certo limite, e vi confesso che per me sembra ormai raggiunto, quel secondo aspetto potrebbe rovesciarsi in timori, paure o eccessive preoccupazioni. Questa, se troppo intenso, rappresenterebbe davvero una vera malattia dell’anima.

Anche per questi aspetti, che sommariamente ho descritto, c’è da augurarsi una veloce sconfitta di questo malefico virus. Voi capite che non mi sono soffermato su guai ben più profondi, quali la salute del corpo, l’economia, il lavoro, perché ne abbiamo già parlato e purtroppo saremo ancora qui a parlarne. Ho inteso solo spendere qualche riflessione su aspetti magari più marginali, ma non per questo meno significativi del nostro vivere questa triste pagina quotidiana.

96mila kg di spesa sospesa per i più poveri

Novantaseimila chili di cibo 100% italiano, di qualità e a chilometri zero sono stati donati in una sola settimana a 22mila famiglie più bisognose direttamente dagli agricoltori di Campagna Amica nell’ambito dell’iniziativa la “spesa sospesa” operativa lungo tutta la Penisola. E’ il bilancio tracciato dalla Coldiretti sulla avvenuta consegna gratuita di frutta, verdura, formaggi, salumi, pasta, conserve di pomodoro, farina, olio, vino per aiutare a superare l’emergenza economica e sociale provocata dalla diffusione del coronavirus e dalle necessarie misure di contenimento.

Si tratta di un risultato – sottolinea la Coldiretti – ottenuto grazie alla generosità degli agricoltori e dei frequentatori e sostenitori delle fattorie e dei mercati di Campagna Amica che continuano dove possibile a lavorare, anche con consegne a domicilio, per non far mancare cibi di qualità sulle tavole degli italiani. Un impegno per la raccolta e la distribuzione che ha coinvolto 250 realtà sul territorio nazionale attive  per fare in modo che macchina della solidarietà sia capillare anche con la collaborazione tra gli altri di  Parrocchie, Caritas Diocesane, Banco Alimentare e Amministrazioni comunali.

L’iniziativa la spesa sospesa di Campagna Amica è sul modello dell’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso i cittadini che acquistano nei mercati e le fattorie di Campagna Amica o ricevono la spesa a domicilio possono decidere di donare prodotti alimentari alle famiglie più bisognose che potranno portare in tavola frutta, verdura, farina, formaggi, salumi o altri generi alimentare Made in Italy, di qualità e a km zero che gli agricoltori di Campagna Amica, in accordo con i Comuni, consegnano gratuitamente entro Pasqua.

E in vista della Pasqua, in aiuto delle famiglie più bisognose– continua Coldiretti – arrivano anche i cuochi contadini di Terranostra che consegnano direttamente a domicilio dei menu tipici della tradizione delle realtà locali tramandati da generazioni nelle campagne, con la possibilità per chi li acquista di offrirli ai più bisognosi grazie proprio all’iniziativa la spesa sospesa.

La Volkswagen invierà forniture mediche agli ospedali di New York

La Volkswagen, insieme al proprio fornitore di tessuti Faurecia, ha annunciato in un comunicato stampa di aver realizzato di 75.000 tute da spedire agli ospedali di New York City area prima della fine della settimana. “La spedizione di 75.000 unità è programmata per giungere questa settimana ed essere distribuita negli ospedali della zona, tra cui il Javits Center di New York City, recentemente trasformato dal Corpo degli ingegneri dell’esercito americano in un ospedale temporaneo con personale della Fema e personale medico dell’esercito”

Faurecia ha convertito le macchine in una fabbrica in Messico per fabbricare l’attrezzatura e ora ha la capacità di produrre circa 250.000 mascherine e 50.000 abiti ogni settimana

Programma Anziani e Infanzia: accorciare i tempi per le procedure di rimborso dei servizi

Una circolare inviata dall’autorità di gestione del Programma nazionale Servizi di cura all’infanzia e agli anziani non autosufficienti (Pnscia) ai sindaci dei comuni destinatari dei fondi erogati dal Programma sensibilizza gli amministratori locali sulla necessità di poter assicurare il pagamento tempestivo dei servizi.

La platea dei destinatari è formata da oltre 200 i sindaci dei comuni capofila degli Ambiti/Distretti socio-assistenziali delle quattro regioni dell’Obiettivo convergenza ( Campania,Puglia,Calabria e Sicilia), interessate dagli interventi.

L’obiettivo finale è garantire liquidità ai lavoratori. Le attività e i servizi legati ai due settori interessati dal Programma stanno infatti subendo in questo periodo rallentamenti e sospensioni dovuti alle misure di emergenza per contrastare l’epidemia da Coronavirus.

Ai sindaci è richiesto di fare in modo che vengano implementati nel più breve tempo possibile i dati finanziari nei sistemi informativi del Pnscia, per poi inviare la rendicontazione delle spese sostenute agli uffici regionali per il controllo di primo livello.

Questi ultimi, insieme con gli uffici dell’autorità di gestione e i program manager presso le prefetture capoluogo di regione, forniranno il loro supporto agli enti locali per rendere più rapide le attività di rendicontazione e accorciare quindi i tempi di rimborso da parte del Programma.

Gli Ambiti/Distretti, ottenute le risorse, potranno così pagare tempestivamente i servizi sui territori.

Coronavirus, dall’Aifa via libera ad un nuovo studio sul tocilizumab

Assorted pills

Via libera dell’Aifa a un nuovo trial sull’anti-artrite reumatoide tocilizumab nei malati di coronavirus.

L’Agenzia italiana del farmaco comunica che, “nell’ambito delle sperimentazioni cliniche sui farmaci per il trattamento della malattia Covid-19, è stato autorizzato uno studio di fase III (lo step di sperimentazione clinica più avanzato, ndr), multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, per valutare la sicurezza e l’efficacia di tocilizumab (anticorpo contro il recettore dell’IL-6) rispetto a placebo, entrambi in combinazione con lo standard di cura. Lo studio è promosso dalla ditta F. Hoffmann-La Roche Ltd”.

Scelba oggi voterebbe l’espulsione di Orbán

Sta circolando in queste ore un bel documento sottoscritto da numerose personalità italiane e tedesche, intitolato “Solidarietà europea adesso” in cui si rivolge un appello affinché tutte le Istituzioni Europee, ognuna nell’ambito del proprio mandato, come pure gli Stati membri, debbano compiere uno sforzo convergente per azioni indispensabili in campo sanitario ed economico, per combattere la pandemia in atto ed approntare le misure necessarie per tornare ad un normale funzionamento delle nostre società e delle nostre economie.

Se sono ancora in tempo, vorrei suggerire agli estensori dell’appello, che pure condivido in pieno, di aggiungere la necessità di tornare alla prassi ordinaria delle nostre Istituzioni democratiche. Perché quello che non emerge dal dibattito h24 su tutti i media è la incredibile narcolessia che dall’inizio della epidemia da coronavirus ha colpito gran parte delle assemblee rappresentative ad ogni livello, partiti e sindacati, e fino a qualche giorno fa anche associazioni e volontariato. Per fortuna in una società, quella italiana, che ha largamente assorbito gli anticorpi di protezione contro le derive autoritarie, ed anche al tanto deprecato web che insieme a giornali, radio-tv ed alle edicole fortunatamente non rientrate nella quarantena, hanno permesso di tenere acceso il dibattito e la partecipazione dei cittadini, pur nel rispetto del divieto di assembramento.

In altri Paesi dell’Unione Europea che ha dimenticato la sua vocazione all’unità politica ed istituzionale, accontentandosi di rafforzare alla meno peggio la propria esclusiva funzione di grande mercato di libero scambio, gli anticorpi e le garanzie di rispetto dei diritti fondamentali, sono evidentemente molto più deboli, ma proprio per questo, noi cittadini europei ed europeisti abbiamo concesso alle nostre Istituzioni Europee ampi poteri regolatori della nostra vita socio-economica, accogliendo entro il recinto comunitario anche Nazioni con democrazia più debole, convinti di tenerle comunque in sicurezza.

La incredibile ferita ai principi di democrazia rappresentativa operata dal leader ungherese Victor Orbán, con l’introduzione di leggi liberticide che gli assegnano poteri assoluti e senza limiti di tempo, conferma una tendenza assolutista già evidente nei comportamenti dello stesso Orbán nei mesi passati, che ha trovato nell’emergenza della pandemia il varco per dilagare senza freni. Era prevedibile, occorre dirlo.

Ciò che non era prevedibile, è l’atteggiamento di sorniona benevolenza verso Orbán ed il suo partito da parte di componenti consistenti del Partito Popolare Europeo, tra cui quella italiana di Forza Italia e tedesca della CDU, che pur in presenza di una chiara presa di posizione delle rappresentanze Belga, Ceca, Greca, Olandese nonché di tutti i Paesi nordici per l’espulsione degli ungheresi, osteggiano tale decisione.

E’ bene che si sappia che tutto ciò non può passare inosservato e non subire severa censura, perché tutti siamo impegnati a combattere il virus, né può essere sottaciuto che questo tentativo di salvare Orbán senza emettere una chiara sanzione politica espellendolo, è contro i princìpi ispiratori e lo Statuto del Partito Popolare Europeo. Ho partecipato personalmente a tutti i passaggi decisionali che hanno contrassegnato la nascita del PPE, compreso il suo primo Congresso del 1978, essendo stato dal 1976 al 1981 presidente europeo dei giovani del PPE, e mai è stata messa in discussione la necessità del rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie democratiche da parte di tutti gli Stati membri ed a maggior ragione dei partiti componenti una aggregazione politica che fa parte delle fondamenta dell’edificio comunitario.

Mi basta richiamare la dichiarazione solenne del Parlamento Europeo del 10 febbraio 1997, esplicitata dall’allora capo gruppo democristiano Mario Scelba: “Misure illiberali, all’interno degli Stati membri, determinerebbero una posizione di disparità fra i cittadini comunitari e, al limite, metterebbero in causa la stessa compattezza della Comunità, la sua vita…Il presupposto dell’eguaglianza dei cittadini comunitari in tema dei diritti civili e politici è uno dei cardini dei Trattati…Non si avrà un’Europa dei cittadini se essi non godranno degli stessi diritti civili e politici fondamentali…Il cliché di una Comunità europea mercantile e tecnocratica non corrisponde né ai motivi ispiratori della politica di integrazione europea, né alle finalità della Comunità…Porre al centro delle preoccupazioni del Parlamento Europeo il tema dell’eguaglianza dei cittadini comunitari e della protezione dei diritti civili e politici significa dare alla politica di integrazione europea il senso della nobiltà della sua ispirazione e un volto più umano alla Comunità europea”.

Tutti princìpi irrinunciabili e ben chiari, se in una intervista al giornale giovanile TUTTI, nel marzo 1979 dicevo: “ Un anno fa, nel Congresso di fondazione del PPE, abbiamo approvato un Programma estremamente importante in quanto riflette e sviluppa le nostre concezioni dell’uomo e della società, le nostre proposte in materia sociale, come pure in altri settori come quello monetario, dell’energia, dell’ambiente…Ci batteremo per un’Europa della libertà e della solidarietà, nella volontà di costruire per tutte le persone, di qualsiasi ceto sociale, una comunità che ognuno possa considerare come la propria Patria e della quale ognuno si senta partecipe. Un’Europa delle responsabilità quindi, un’Europa democratica e aperta verso il mondo esterno…”.

Oggi, pur preoccupati per la pandemia e per le gravi conseguenze economico-sociali sicuramente di non breve durata, siamo impegnati ad immaginare come ricostruire la nostra partecipazione politica, il nostro vivere sociale ed economico, con modalità e criteri che la svolta epocale che stiamo vivendo esigerà, ma che non potranno mettere in discussione i diritti fondamentali del nostro vivere da cittadini di una Europa che sa fare anche a meno di un Orbán se si tratta di difendere i princìpi. I tanto criticati Mercati l’hanno ben capito, se subito dopo la svolta autoritaria hanno affossato il valore del fiorino ungherese. Speriamo lo capiscano anche quei politici che si trovano a far parte di un Partito che ha gettato le fondamenta di un’Europa più moderna e giusta, anche se il disegno generoso e lungimirante non si è ancora realizzato.

Lo shock petrolifero del 1973

La guerra del Kippur tra arabi e israeliani determinò lo shock petrolifero del 1973 con pesanti conseguenze sulle economie mondiali. Viene ricordata come il periodo delle domeniche a piedi degli italiani.  Fu molto di più. 

I prezzi dei prodotti petroliferi aumentarono di cinque volte con uno sconvolgimento che si era unito alla cancellazione nell’agosto del 1971 degli accordi di Bretton Wood contagiando l’economia mondiale. Giá  nel dicembre del 1972 Siro Lombardini nel grande convegno economico della Dc, partito di maggioranza relativa, a Perugia, aveva posto l’esigenza di una politica di programmazione che avesse al centro la politica industriale, ponendo attenzione su nuove linee di sviluppo. 

La crisi energetica maturata dai nuovi rapporti tra produttori e consumatori determinava:  il rincaro dei prezzi di tutte le materie prime; la crisi dell’assetto monetario internazionale con i nuovi rapporti di scambio e grave deterioramento per il nostro Paese; una nuova divisione internazionale del lavoro. Lo sviluppo impetuoso degli anni cinquanta e sessanta veniva messo in discussione da variabili esogene, fuori dal nostro controllo. Il saggio di sviluppo dei paesi Ocse sarebbe passato negli anni sessanta dal 5 per cento al 3,3 degli anni settanta, mentre per l’Italia sarebbe  passato dal 5,7 al 3,1 per cento; una inflazione da costi si abbatteva sul sistema industriale italiano che veniva colpito al cuore, anche da una crisi della domanda. La chimica che aveva puntato sul credito agevolato ne fu travolta. Così come l’industria siderurgica a più alta intensità di energia subì colpi pesantissimi. Mentre era forte il dibattito tra congiunturalisti e strutturalisti che cercavano di piegare il dibattito alla strategia delle alleanze, così come quello tra restrizionisti, preoccupati dalla realtà dei vincoli esterni ed interni ed espansionisti, tra chi voleva incidere sull bilancia dei pagamenti riducendo importazioni e tra chi voleva bilanciare la tassa sul petrolio con maggiore spesa pubblica. Il culmine si raggiunse in occasione della lettera d’intenti al Fondo Monetario Internazione nel 1974. Prevalse la linea di rigore della Banca di Italia. Furono approntate misure per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti attraverso tagli sulla domanda, deposito obbligatorio sulle importazioni e politica fiscale restrittiva, nonché  controllo del credito totale interno. Il fabbisogno del tesoro che veniva superato rispetto all’ammontare programmato costringeva la Banca d’Italia a finanziarlo con la creazione di ampia base monetaria. 

Il quadro di governo in quegli anni è rappresentato dalla azione del quarto e del quinto governo Rumor. Nel 1975 intervenne anche l’accordo Lama -Agnelli su punto unico di  contingenza che permetteva ai lavoratori di recuperare la dinamica inflazionistica a due cifre. Moro espresse preoccupazioni perché “ più delicati problemi e rischi più attuali per la stabilità della economia pone invece l’andamento della dinamica salariale. Il governo non può, davanti a questi grandi round contrattuali, rimanere estraneo, poiché il loro risultato tocca piuttosto il livello generale dei prezzi e dei cambi che la distribuzione del prodotto fra profitti e salari”. 

Ai governi Rumor  segui il governo della piccola coalizione Moro – La Malfa, il bicolore DC- PRI  che gettò le basi della ristrutturazione industriale che si concretizzò con la legge 675 del 1977. Dopo la recessione profonda, nel quinquennio 1975-1980 si è registrato uno sviluppo degli investimenti con dimensioni consistenti in parte destinati all’ampliamento della capacità produttiva e una larga parte destinata alla razionalizzazione dei processi produttivi. Si misero in campo misure per fronteggiare la crisi delle grandi imprese anche per la forza del sindacato, mentre  il saggio di mortalità delle aziende piccole e piccolissime fu elevato. Nello stesso periodo gli interventi della Cassa Integrazione guadagni aumentarono di sei volte.  

Si privilegiarono misure di stabilizzazione senza quelle incisive  politiche strutturali che andassero verso la riduzione della bolletta petrolifera, nella ristrutturazione dell’apparato produttivo che l’aumento del prezzo del petrolio aveva bombardato nelle strutture alterando il prezzo dei fattori, e il rafforzamento della produttività, per aziende costrette alla competizione nonostante l’aumento dei costi. 

La crisi sanitaria del 2020 che stiamo vivendo, diventerà crisi economica e sociale. Alcuni settori come quello turistico, alberghiero,  ristorazione e quello dei trasporti di massa saranno pesantemente colpiti nelle attività economiche. Rispetto agli anni settanta non vi sará la distinzione tra garantiti e non garantiti perché i riflessi negativi saranno per tutti indistintamente.   Quello che sapientemente fece in quegli anni la Banca d’Italia, dovrebbe essere nella responsabilità della Banca Centrale Europea superando incertezze ed egoismi. Si imporrà un nuovo modello di sviluppo. Da questa crisi potrà ritrovarsi una nuova idea di Europa comunitaria, non sarà facile, ma é l’unica strada percorribile. Nessun Paese può resistere da solo  ad una paralisi così prolungata. Sarebbe profondamente sbagliato pensare di affrontare la crisi economica solo con misure assistenzialistiche senza gettare le basi per una ripartenza che segnerà una svolta per la interdipendenza tra le aree economiche del mondo. 

“Conteranno soprattutto –  per usare le parole di Moro propio all’atto di nascita del suo governo – “ lo scatto di volontà, il vigore e la fantasia con cui noi tutti sapremo affrontare la sfida di adattare l’economia ai nuovi equilibri internazionali, di inventare nuove e più vere relazioni tra dirigenti e lavoratori, di mobilitare all’estremo la capacità di lavoro delle pubbliche amministrazioni”. 

Conte, la Dc e i cattolici.

Tra le cose laterali che caratterizzano la situazione drammatica ed inedita con cui ormai dobbiamo fare i conti, a volte emergono aspetti curiosi e simpatici che non meriterebbero neanche un commento, se non per evitare che, a volte, la confusione e il pressappochismo prendano il sopravvento. Certo, sappiamo tutti molto bene che viviamo in un momento drammatico dove la politica è semplicemente sospesa. Come è sospesa l’attività dei partiti, di tutti i partiti. Ed è, questa, una considerazione che ci porta anche a ritenere del tutto inattendibile qualunque sondaggio inerente il peso degli attuali partiti e anche la popolarità dei rispettivi capi. Diciamo così, non è proprio il momento per misurare la credibilità della politica e dei suoi principali esponenti… 

Ora, tra le considerazioni curiose, si fa per dire, che emergono da questa situazione anomala c’è la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della Dc. E, addirittura, allarga l’iscrizione ai 5 stelle. Insomma, nel vuoto che caratterizza il panorama pubblico nel nostro paese in questo momento e in attesa che, dopo la tempesta, riparta la dialettica politica – che sarà, comunque sia, profondamente diversa da quella che l’ha preceduta – con nuovi equilibri politici e forse anche con nuovi partiti e una rinnovata classe dirigente, prendiamo atto che la tanto detestata Democrazia Cristiana continua ad essere scimmiottata e miracolosamente rimpianta senza sapere bene di che cosa si parla. Adesso la nuova vulgata pare essere questa: chi si presenta ben vestito, ben pettinato, non bestemmia, non alza la voce e dice poco o nulla in pubblico è iscritto, de facto, alla Dc del ventunesimo secolo. Nulla, come ovvio, di argomenti che riguardano la Dc, la sua storia, il suo progetto, la sua classe dirigente fatta di leader e statisti – soprattutto di leader e statisti – a livello locale e nazionale e, soprattutto, la sua cultura di riferimento. E quindi, ogni confronto e paragone con quella esperienza avviene a prescindere dalla esperienza politica, culturale ed organizzativa della Democrazia Cristiana. 

È sufficiente questa semplice e quasi scontata osservazione per arrivare ad una altrettanto semplice e scontata conclusione. E cioè, il confronto con il passato avviene lungo le strade dell’estetica e dell’abbigliamento. Ma, come ben sappiamo, sono due caratteristiche radicalmente estranee alla politica. Almeno a quella politica che ha come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. Che non è, com’è ormai evidente a quasi tutti, la politica che purtroppo oggi continua a spadroneggiare in lungo e in largo. Ma il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere. 

La Cina è vicina. Forse troppo

Sono arrivate le mascherine.

Ho potuto acquistarle nella farmacia sotto casa ed anche il negozio di ferramenta sull’altro marciapiede della strada ha tolto della vetrine il cartello “mascherine esaurite”.

Eppure  sconti e polemiche sull’argomento si ripropongono ogni giorno sui quotidiani ed ogni sera nei mille programmi tv dedicati alla pandemia da covid19.

Tutti, dai medici ai politici, dai farmacisti ai soccorritori del 118, fino ai cittadini comuni,non c’è nessuno che ancora  non ne lamenti la indisponibilità, ne conclami la mancanza al momento opportuno o ne parli semplicemente come uno dei tanti scandalosi disservizi alla italiana.

Soltanto un virologo, il prof. Walter Ricciardi, ieri mattina, alla tv, ha detto quella che dovrebbe essere una parola definitiva sulla questione con una riflessione tanto banale quanto inquietante per il momento e per la prospettiva.

Le mascherine non c’erano allo scoppio della epidemia e non ci sono state nei momenti topici seguenti per un motivo semplicissimo: le mascherine non venivano più prodotte da tempo in Europa e nel resto dell’Occidente.

La produzione delle mascherine, ma anche degli altri presidi sanitari quali tute di protezione, maschere, occhiali, guanti e così via, sono stati appaltati alla Cina o ad altri paresi dell’Estremo Oriente dagli apparati produttivi avanzati del Mondo Occidentale.

Un vero e proprio monopolio procurato dal sistema economico ed industriale dei paesi “sviluppati” che , con miopia e tracotanza, si sono consegnati mano e piedi,in questo caso dovremmo dire polmoni, ad un regime autoritario connotato da caratteri decisamente imperialisti sul piano industriale, economico e finanziario e  sicuramente arretrato, pressoché a livelli ottocenteschi, per quanto concerne le remunerazione, le condizioni ed i diritti del lavoro e dei lavoratori.

Ormai il re è nudo ,e questa volta a gridarlo non è il bambino della favola di Andersen, ma è il Covid19 che fa sì che si accenda un riflettore su alcune contraddizioni del neo capitalismo globale che probabilmente dovrà ripensare attentamente i suoi parametri produttivi ed organizzativi.

Per averne una piccola e non scientifica conferma è sufficiente entrare in uno dei tanti esercizi commerciali dei “cinesi”presenti nelle città  e nei più piccoli paesi d’Italia,nei quali non è reperibile un prodotto a basso costo che non porti stampigliato il marchio “made in PRC” o similari.

Il fenomeno della mancanza di mascherine,unitamente alle considerazioni conseguenti, dovrà costituire il volano su una serie riflessione collettiva,  che veda protagonisti tutti i soggetti interessati (governanti,politici,industriali,commercianti,sindacati e lavoratori)sulla struttura complessiva del sistema produttivo italiano in particolare ed occidentale in generale.

Se il dopo pandemia,sarà il nuovo nei diversi ambiti politici, social economici, e finanziari, come gran  parte degli osservatori prevede, sarà opportuno farci trovare preparati.

Cittadini, eletti, istituzioni, imprese,sindacati e partiti vecchi e nuovi.

Perché la Cina, è un immenso territorio ed un singolare  fenomeno politico che, con le sue asimmetrie rispetto al resto del mondo, forse non rappresenta più  soltanto “una opportunità”, come affermava in altri momenti storici Romano Prodi.

La Germania si unisce alla proposta Usa per un governo di transizione in Venezuela

Il governo tedesco ha espresso sostegno alla nuova proposta avanzata dagli Stati Uniti per una “transizione democratica” in Venezuela.

Il piano Usa è quello di affidare a un Consiglio di stato eletto da tutti i partiti le funzioni di governo transitorio utile a convocare nuove elezioni “libere ed eque” entro 6-12 mesi.

Un percorso da avviare dopo aver ottenuto “un passo indietro” tanto da Maduro quanto da Guaidò, e che porterebbe a un rinnovo delle principali istituzioni dello stato, a partire dal Consiglio elettorale nazionale e dalla Corte suprema.

Oltre alla Germania consensi sono arrivati anche da governi di altri singoli paesi europei. Austria e Portogallo tra i primi. La Spana, invece, ha fatto sapere di avere “esaminato con interesse” la nuova proposta avanzata dagli Stati Uniti per una “transizione democratica” in Venezuela, ma ha ribadito il suo sostegno a una soluzione “negoziata, guidata in primo luogo dai venezuelani”.

L’offerta approvata da Guaidò è stata però presto respinta dal governo venezuelano. In una nota, Caracas ha fatto sapere che “non accetta e non accetterà mai” imposizioni di un qualsiasi governo straniero, e meno ancora di quello degli Stati Uniti”

 

Coronavirus: garantire a tutti una tavola di Pasqua

Con la Pasqua blindata gli italiani cercano di trovare comunque soddisfazione nel cibo, in cucina e a tavola dove verranno investiti 1,1 miliardi per prodotti tipici, vino e gli ingredienti delle ricette tradizionali. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’.

L’emergenza coronavirus che ha costretto gli italiani a casa ha cambiato solo in parte le abitudini degli italiani che non vogliono rinunciare ai piaceri del palato anche se si fa pesantemente sentire – sottolinea la Coldiretti – la chiusura forzata al pubblico di ristoranti, trattorie e agriturismi con un taglio del 27% della spesa complessiva per il pranzo di Pasqua degli italiani.

In aiuto delle famiglie quest’anno – continua Coldiretti – arrivano i cuochi contadini con la consegna direttamente a domicilio dei menu tipici della tradizione delle realtà locali, tramandati da generazioni nelle campagne. Gli agriturismi di Campagna Amica Terranostra si impegnano infatti a consegnare iI pranzo pasquale direttamente nelle case degli italiani lungo tutta la Penisola con la possibilità di offrirlo ai più bisognosi grazie all’iniziativa la spesa sospesa in una situazione in cui si stima siano 3,2 milioni gli italiani che durante le feste non hanno cibo sufficiente.

L’obiettivo della Coldiretti è garantire a tutti una tavola di Pasqua “apparecchiata” a casa direttamente dai contadini con prodotti freschi e di qualità nell’ambito della campagna #MangiaItaliano a difesa del Made in Italy, del territorio, dell’economia e del lavoro.

Qual’è la foto che ha scattato Hubble il giorno del tuo compleanno?

Chi desidera partecipare all’iniziativa non deve fare altro che accedere al sito della Nasa e inserire il proprio mese e giorno di nascita (l’anno viene scelto dal sistema in base alle immagini presenti in archivio). L’immagine che si ottiene dopo aver inserito i dati è accompagnata da una breve descrizione: chi è interessato può ricevere più informazioni cliccando sul link “More info”. Selezionando “See Full Image”, invece, è possibile visualizzare l’immagine ottenuta in tutto il suo splendore e, volendo, scaricarla per mostrarla ai propri amici. Infatti, grazie alla bellezza delle foto scattate da Hubble, l’iniziativa sta ottenendo un buon successo sui social.

Attualmente, il telescopio spaziale Hubble è ancora pienamente operativo e, secondo le stime degli esperti, resterà attivo fino al 2030-2040. Il lancio del suo successore, il James Webb Space Telescope (JWST), è previsto per marzo 2021. Realizzato grazie a una stretta collaborazione tra le agenzie spaziali di Stati Uniti, Europa e Canada, lo strumento verrà portato in orbita tramite il razzo “Ariane 5”, che dovrebbe essere lanciato dalla base di Kourou, nella Guyana francese.

COVID-19: clorochina e idrossiclorochina devono essere utilizzati solo negli studi clinici

Assorted pills

Clorochina e idrossiclorochina, due medicinali attualmente autorizzati per il trattamento della malaria e di alcune malattie autoimmuni, sono oggetto di studio in tutto il mondo in quanto potenzialmente in grado di curare la malattia da coronavirus (COVID-19). Tuttavia, l’efficacia nel trattamento del COVID19 non è ancora stata dimostrata negli studi.

È molto importante che i pazienti e gli operatori sanitari ricorrano a clorochina e idrossiclorochina solo per gli usi autorizzati o nell’ambito di studi clinici o di programmi nazionali di utilizzo in emergenza per il trattamento del COVID-19.
Sia clorochina che idrossiclorochina possono avere effetti indesiderati gravi, soprattutto a dosi elevate o in associazione ad altri farmaci. Non devono essere utilizzati senza prescrizione medica e senza la supervisione di un medico; le prescrizioni devono riferirsi solo agli usi autorizzati, salvo in caso disperimentazioni cliniche o di protocolli concordati a livello nazionale.

Sono in corso grandi studi clinici finalizzati a generare dati robusti che permettano di stabilire l’efficacia e la sicurezza di clorochina e idrossiclorochina nel trattamento del COVID-19. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) accoglie con favore questi studi, che consentiranno alle autorità di fornire agli operatori sanitari e ai pazienti indicazioni affidabili basate su solide evidenze.

Viste l’urgenza e la pressione che i sistemi sanitari devono affrontare per salvare vite umane durante la pandemia da COVID-19, alcuni paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Francia, hanno messo in atto rigidi protocolli per consentire l’uso sperimentale di questi due farmaci, ad esempio, in pazienti con forme gravi di COVID-19.

Clorochina e idrossiclorochina sono farmaci di vitale importanza per i pazienti con patologie
autoimmuni, come il lupus. È fondamentale che essi abbiano ancora la possibilità di ottenere questi medicinali e non debbano affrontare carenze dovute all’accumulo di scorte o all’uso al di fuori delle indicazioni autorizzate. In alcuni paesi la prescrizione dei medicinali è stata limitata per ridurre il rischio di carenze.

Chiarezza contro i liberali “eterni pasticcioni”. L’anti moderatismo di De Gasperi.

In occasione dell’anniversario della nascita di Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, 3 aprile 1881) ripubblichiamo questo articolo, apparso esattamente un secolo fa su “Il nuovo Trentino” (18 marzo 1920) con il titolo “Chiarezza”, a firma dell’allora segretario del Partito  Popolare Trentino, non ancora deputato del Regno. Emerge in questa nota la polemica sul rimpasto del ministero Nitti e sull’atteggiamento dei liberali, infastiditi per la chiarezza programmatica del Partito popolare. Del resto, sosteneva De Gasperi, l’appoggio dei popolari al governo non poteva essere incondizionato, ma anzi doveva aprire una nuova fase politica. Alla fine il partito decise di votare il secondo Ministero Nitti, ma senza designare suoi rappresentanti in seno alla compagine governativa. 

A chi legge in questi giorni i giornali liberali appare più che mai manifesto quale infimo grado di coltura e di maturità politica essi suppongano ancora in Italia. Quello che in tutti i paesi civili del mondo si ritiene come la cosa più naturale, cioè che un partito, invitato a prendere parte al governo, fissi e pubblichi i suoi postulati programmatici, nel nostro paese, dove i ministeri si sono fatti sino ad oggi in base a consorterie e a giuochi di equilibrio, sembra una audacia inaudita. Specialmente i liberali, eterni pasticcioni, sono desolati di questa minaccia di chiarezza, che spunta sull’orizzonte della vita pubblica e stilano sui loro organi le più buffe geremiadi e le più ridicole sentenze.

Nulla di più piccino che i loro commenti sulla condotta tenuta dal Partito popolare in occasione della crisi e del rimpasto. Lasciata cadere, per la evidente assurdità, l’accusa di aver opposto un rifiuto all’invito dell’on. Nitti per non essere stati appagati nella fame smodata di portafogli, resta nei detti giornali la sorpresa del vedere i popolari formulare una serie di postulati programmatici e porli come condizione indispensabile alla collaborazione indiretta o eventualmente diretta al governo. Continua così l’equivoco che si era venuto formando nei giorni scorsi, prima ancora che l’on. Nitti, tornando da Roma, iniziasse le trattative per il rimpasto.

Si è cioè pensato che i popolari potessero prescindere completamente da questioni di programma; si è forse creduto che nella discussione sul tema della collaborazione quelli i quali tendevano a concludere per la collaborazione intendessero questa nel modo stesso nel quale fu intesa durante la guerra, quando si formavano i cosiddetti «ministeri nazionali». E avviene così che oggi, al sentir dire che i popolari hanno fissato i loro «punti», e cioè che essi pongono delle condizioni, si grida allo scandalo. Ora, tutto ciò è veramente strano. Non uno, a cominciare senza dubbio dall’onorevole Meda, tra coloro che propugnarono la tesi della necessaria collaborazione (tesi accolta in linea di principio, nelle riunioni degli organi del partito) aveva in mente una collaborazione senza garanzie programmatiche, offerta quasi per fare piacere ai liberali. A guerra finita e con cento deputati alla Camera non si poteva pretendere che il problema della partecipazione al governo fosse considerato dal nuovo Partito popolare al modo stesso nel quale lo si era valutato per l’entrata dell’on. Meda nel gabinetto Boselli. Non si capisce davvero, dopo ciò, come si possa cader dalle nuvole o anche mostrarsi scandalizzati perché i popolari han detto che la loro entrata in un ministero o anche soltanto il loro appoggio al nuovo governo sono subordinati alla accettazione di alcune condizioni.

Chi, tra i popolari, sosteneva la collaborazione, ammetteva che alle necessità del momento fosse da sacrificare molto di ciò che è nel programma del partito; ma non pensava davvero che tutto fosse da sacrificare, che nessuna, sia pure parziale, garanzia fosse da chiedere. Un partito affermatosi così vigorosamente nella vita politica nazionale, non può, se non a patto di suicidarsi, pensare a salire al potere come una qualunque pattuglietta parlamentare, senza avere la possibilità di svolgervi un’azione efficace e visibile. E se alla formulazione di quel programma minimo fu aggiunto il proposito che si avesse a trattare non di un semplice rimpasto, ma di una crisi generale, ciò fu appunto perché sulla base di quel programma, e nel confronto di quello che gli altri gruppi avessero voluto opporre, si potesse trattare per la formazione di un governo che avesse detta una parola nuova al paese, che avesse dato affidamenti nuovi per la soluzione dei gravi problemi della vita nazionale.

De Gasperi, un esempio per un nuovo partito di centro che muove verso sinistra. L’editoriale dell’osservatore romano.

L’editoriale che campeggia da oggi pomeriggio sull’Osservatore Romano è un invito a seguire la traccia del lavoro politico di Alcide De Gasperi, svolto in pieno Regime Mussolini amo guardando già alla “soluzione democratica” del dopo fascismo. Lo statista trentino operava sul finire degli anni ‘30, quando ancora il “cattolicesimo ufficiale” fiancheggiava con il silenzio e il plauso di rito l’operato del Duce, per preparare una nuova pattuglia di popolari e democratici cristiani all’appuntamento con le future responsabilità della storia. In questa posizione degasperiana non c’è ombra di ambiguità sull’ancoraggio all’antifascismo, anzi è da questo ancoraggio che si diparte il disegno lungimirante del “partito di centro che muove verso sinistra”. È dunque importante che il quotidiano che si stampa nella Città del Vaticano offra alla meditazione dei cattolici di oggi l’esempio di un uomo – il vero “Padre della Repubblica” come più volte detto da Eugenio Scalfari – che dette prova di saper convogliare sul terreno democratico la grande risorsa rappresentata dal mondo cattolico dell’epoca. Non ci sono margini per indietreggiare, insomma, rispetto al contenuto e al metodo della lezione degasperiana: anche la suggestione di un nuovo partito d’ispirazione cristiana riporta alla concretezza di un’opzione democratica moderna, soprattutto ora di stampo europeista, in grado di portare i moderati stessi fuori dalla palude del moderatismo, per farne il pilastro (anti sovranista) della rinascita dell’Italia.    (l. d.)

Editoriale dell’Osservatore Romano

Aiutare oggi e immaginare il domani. L’esempio di De Gasperi.

Andrea Monda

Il 3 aprile il Papa ha offerto la sua messa del mattino per le persone che “pensano al dopo”, più esattamente queste le sue parole: «C’è gente che da adesso incomincia a pensare al dopo: al dopo la pandemia. A tutti i problemi che arriveranno: problemi di povertà, di lavoro, di fame. Preghiamo per tutta la gente che aiuta oggi, ma pensa anche al domani, per aiutarci a tutti noi».

È vero, esistono persone che hanno la capacità della pre-visione, di prevedere, loro sono i veri “prudenti”. Prudenza infatti viene da pre-videnza, è il contrario di quello si pensa comunemente, cioè la prudenza come il “non muoversi”, il frenare per evitare rischi. No, la prudenza è proprio l’arte di sapersi muovere anche nelle situazioni di difficoltà, di prepararsi per l’azione al tempo delle avversità, di sapere quindi progettare il futuro. Il prudente è proprio colui che esce dalla paralisi che spesso è provocata dalla paura. Questo progettare, gettare davanti, ha a che fare con il pensiero e l’immaginazione, con la capacità di intuire quello che già è presente ma ancora in forma nascosta, i semi per ora sepolti nella terra ma che presto germoglieranno.

Ma esiste davvero questa gente di cui parla il Papa? Ci sono persone che, già oggi, riescono a pensare a domani? La crisi che il mondo sta vivendo sembra aver messo in crisi anche la capacità della previsione, come se ci fosse una carenza di profezia. È talmente radicale, estrema, l’emergenza che sta attanagliando giorno dopo giorno le diverse nazioni e continenti che vengono colpiti dal virus che sentiamo di non essere in grado di progettare, di pensare al mondo che verrà dopo la fine della pandemia. Questo male è al tempo stesso antico e inedito e ci fa perdere i consueti punti di riferimento e anche le istituzioni politiche che dovrebbero esercitare il ruolo di guida, sembrano non avere parole per reagire alla sfida dell’oggi e visioni per immaginare il futuro.

Se vediamo indietro nella storia, sia quella civile che della Chiesa, vediamo che in realtà la storia presenta delle figure di uomini capaci di leg- gere in anticipo l’evolversi del tempo e di intervenire con spinta innovatrice e riformatrice.

Proprio il 3 aprile del 1881 a Pieve Tesino nasceva Alcide De Gasperi. A lui è attribuita la battuta che distingue il politico dallo statista per cui il primo pensa alle prossime elezioni, il secondo alle prossime gene- razioni. Forse la frase non è sua ma senz’altro di lui si può dire che è stato un grande statista. Nel Natale del 1938, con il fascismo all’acme della sua forza, ben lungi dall’inizio della guerra, a casa di Giuseppe Spataro, Alcide De Gasperi (lo ricorda Adriano Ossicini nella sua au- tobiografia) si chiamò in disparte i quattro, cinque amici presenti, e pose loro il problema: «Noi oggi, ci dobbiamo preparare, dobbiamo pensare al dopo, a quando il fascismo sarà caduto, perché non ci vorrà molto». E per tutta la seconda metà degli anni ’30 in Vaticano, come è raccontato nel saggio di Giuseppe Sangiorgi su De Gasperi, aiutato e stimolato dal Sostituto mons. Montini e dal direttore de «L’Osservatore Romano» Giuseppe Dalla Torre, insieme a Guido Gonella e pochi altri, cominciarono a preparare le “schede della democrazia”, una serie di studi monografici su vari temi, dalla politica estera e interna all’economia e alle questioni sociali, tutto materiale che poi confluì nei lavori dell’Assemblea Costituente, come ricordò poi lo stesso Gonella. I cattolici arrivarono preparati alla sfida della ricostruzione del paese, grazie al lavoro di persone come lo statista trentino. Questi uomini dunque esistono, e il Papa ci esorta oggi a pregare per loro, perché senza l’aiuto degli altri e delle loro preghiere, essi non avrebbero potuto svolgere il loro lavoro profetico di cui sempre, non solo oggi, il mondo ha bisogno.

Per una nuova Europa unita e solidale

Con la pubblicazione del “Manifesto per una nuova Europa unita e solidale”,(riportato di seguito) la CISL riafferma con determinazione la vocazione europeista, che ha caratterizzato da sempre la storia dell’Organizzazione nei suoi 70 anni di vita, che a breve, il 30 aprile prossimo, avranno compimento.

La CISL nacque negli anni successivi alla fine del Secondo conflitto mondiale, e nell’emergenza di quei giorni comprese subito l’importanza della scelta per un’Europa solidale e coesa, che superasse egoismi e nazionalismi che avevano invece caratterizzato per secoli la storia del continente, provocando guerre e milioni di morti.

I cinque punti individuati nel Manifesto esprimono un progetto e una visione, unici nel panorama sindacale italiano e nella migliore tradizione strategica dell’Organizzazione, individuando proposte per la gestione della condizione attuale, ma con la capacità di guardare al futuro, oltre l’emergenza, tracciando le strade da percorrere sul piano degli interventi economico-finanziari, sociali e politici. E’ il momento decisivo per consolidare l’idea di Unione Europea solidale, superando vecchi schematismi e rigidità nazionalistiche, che porterebbero al tragico fallimento di una delle grandi intuizioni per un politica orientata al bene comune.

Antonello Assogna  Fondazione Ezio Tarantelli

Per un’Europa unita e solidale

La pandemia del coronavirus, con la progressione del flagello biblico, ha ormai assunto i caratteri della tragedia umanitaria globale. È pressoché certa la recessione dell’economia mondiale nel 2020, con il rischio di depressione che assocerebbe alla tragedia umanitaria la catastrofe economica e sociale. La grave fase di emergenza rende necessarie risposte straordinarie dai sistemi sanitari già ampiamente provati, ma anche risposte urgenti dalle politiche economiche e soprattutto dalla capacità di innovazione. Perché il sogno europeo continui a vivere non è il tempo dei sovranismi o dell’egoismo miope dei singoli paesi. Occorre una svolta vera, non è il momento di esitare, come ha sollecitato anche il nostro Presidente Mattarella.
Ecco perché la Cisl ha predisposto un ”Manifesto per una Nuova Europa Unita e Solidale” in cinque punti programmatici che proponiamo, oltre che ai nostri iscritti, alla rappresentanza politica ed a tutti coloro che hanno responsabilità istituzionali, economiche e sociali.

1. Aumentare il debito pubblico
Mario Draghi ha sostenuto che nello scenario, assolutamente nuovo, creato dall’emergenza pandemica esiste una sola strategia, obbligata e vincente: l’aumento significativo del debito pubblico.
Draghi, non meno di altri autorevoli economisti, propone dunque una complessiva mobilitazione dei bilanci pubblici, dei sistemi bancari e finanziari, dei sistemi postali per sostenere immediatamente le imprese impegnate a salvare posti di lavoro con nuove linee di credito, finanziamenti, scoperti di conto corrente a tasso zero e con garanzie statali senza onere alcuno per il prenditore, unite al rinvio delle scadenza fiscali.
A questa batteria di interventi si aggiunge il sostegno immediato e diretto alla liquidità delle imprese ed al reddito dei lavoratori con operazioni di helicopter money per salvare preventivamente le imprese, l’occupazione, il reddito dei lavoratori, scongiurare i fallimenti e l’escussione da parte delle banche delle garanzie statali

2. Euro bond di 3.000 miliardi e bilancio europeo
La Cisl ritiene assolutamente necessario ed urgente gestire l’emergenza attraverso l’emissione, da parte di una istituzione europea, di Eurobond, titoli di debito europeo garantito dagli acquisti illimitati della Bce, per un valore di 3.000 miliardi di euro distinti in due tranche, la prima finalizzata al sostegno dei sistemi sanitari, alla produzione di materiale sanitario ed alla cooperazione scientifica per la ricerca del vaccino; la seconda al contrasto delle ricadute recessive e, tendenzialmente, depressive sulle economie attraverso un Piano straordinario di investimenti in infrastrutture immateriali, fisiche, sociali integrato dai piani di investimenti nazionali stornati dal calcolo del deficit.

3. Aprire una fase costituente
Terminata l’emergenza, dovrebbe essere aperta una fase costituente e la strategia del debito europeo attraverso gli Eurobond dovrebbe diventare svolta strutturale, dotando l’Eurozona di un proprio autonomo bilancio, sostenuto da un’autonoma capacità di imposizione fiscale e da una Bce che, in quanto prestatore di ultima istanza, potrebbe acquistare debito europeo all’emissione. Il bilancio sarebbe gestito da un Ministero del Tesoro europeo al quale si affiancherebbero altri Ministeri per le funzioni internazionali via via delegate al livello europeo, dalla difesa, alla sicurezza fisica e sanitaria, all’immigrazione, che risponderebbero al Parlamento Europeo.
I debiti sarebbero gestiti con un nuovo Patto di crescita e stabilità fondato su progetti imponenti di crescita del Pil (al denominatore), socialmente ed ambientalmente sostenibili e su una equilibrata correlazione fra riduzione della spesa corrente ed aumento degli investimenti (al numeratore), così da impostare un percorso di riduzione costante del rapporto fra debito e Pil.
La Bce dovrebbe riformare ulteriormente il proprio Statuto estendendo i suoi compiti, oggi limitati alla stabilità dei prezzi, anche alla piena occupazione.

4. Un nuovo ruolo dei bilanci pubblici nazionali
I bilanci nazionali dovranno integrare, con estrema coerenza, i piani di azione europea all’interno della sospensione del Patto di stabilità.
Dopo i primi interventi, l’Italia ha bisogno ora di una manovra forte e strutturale con una decisa rimodulazione delle principali voci del bilancio pubblico che si presenta con 900 miliardi di euro di spese e 860 miliardi di euro di imposte e tasse.
In termini quantitativi la manovra dovrebbe pesare per il 4/5% del Pil, in valori assoluti intorno agli 80/100 miliardi di euro.
Sotto il profilo qualitativo essa dovrebbe operare con spostamenti di spesa pubblica e di imposte e tasse.
Il 50% della manovra dovrebbe trovare le coperture all’interno del bilancio, il restante 50% sarebbe finanziato in deficit, nell’ambito delle flessibilità europee emergenziali.
Si potrebbero tagliare almeno 20 miliardi di euro sugli 80 di Tax Expenditures e 20 miliardi di euro di fondi perduti, su un totale di 60 miliardi, erogati in conto capitale ed in conto corrente.
Queste risorse potrebbero finanziare una riforma strutturale dell’Irpef con sgravi alle famiglie ed ai lavoratori con reddito medio e basso per 45 miliardi di euro ed un intervento sul cuneo fiscale e contributivo per 25 miliardi di euro a favore delle imprese, ad esempio, con l’azzeramento dell’Irap; i restanti 10 miliardi di euro finanzierebbero gli investimenti pubblici. Sono, inoltre, inderogabili le semplificazioni burocratico- amministrative per aprire i cantieri di opere pubbliche già finanziate per 110 miliardi di euro ed impiegare, con analoga tempestività, gli 11 miliardi di euro di fondi strutturali europei non spesi.
Altresì, presentare il Def ad aprile ed approvare a maggio la Legge di bilancio 2021, sarebbe un segnale di forte determinazione all’Europa ed ai mercati.

5. Il futuro: l’Unione europea solidale
Il progetto di Unione economica e politica europea nacque dopo la catastrofe immane delle guerre mondiali del Novecento.
Oggi stiamo vivendo l’ora più tragica dopo quei giorni.
Per queste ragioni la Cisl ed il mondo del lavoro che rappresenta rivolgono un appello a tutta la leadership europea: la crisi è simmetrica, coinvolge tutti i popoli e non è responsabilità di chi ne porta la pena. Non possiamo affrontarla con il vecchio schema logoro e perdente dello scontro, del compromesso o dell’immobilismo dettati dal gioco degli apparenti interessi nazionali. L’alternativa fra il primato vitale del comune interesse europeo e l’implosione del progetto europeo nel nome infausto dei falsi interessi nazionali esclusivi non può che avere una ed una sola soluzione: è il tempo dell’Unione solidale.

La conferma di un Nobel. Bob Dylan canta ai tempi del corona virus.

L’autore commenta l’uscita nei giorni scorsi di un singolo di 17 minuti (Murder Most Foul) distribuito gratuitamente nel quale il “menestrello americano” riporta alla memoria l’assassinio di John Kennedy a Dallas, tanto da scuotere così, con la sua musica, la coscienza della pubblica opinione mondiale in questi giorni di dura emergenza sanitaria.

Se si può parlare di Dylan come poeta, occorre aggiungere che è un poeta religioso. La sua visione del mondo è quella di un ebreo e poi di un cristiano e, quasi per miracolo, entrambe le cose. Ma non stupiamoci più di tanto. Del resto Gesù era ebreo e in qualche modo lo è stato fino alla fine. Cristiano ci è diventato dopo la morte. Il Nuovo testamento si è aggiunto al vecchio,  non è stato un rinnegamento. Così il menestrello di Duluth, nel Minnesota, immerso nella tradizione folk, respira a pieni polmoni la presenza di Dio nella storia e cerca ovunque di coglierne i segni, ma soprattutto il dramma di una salvezza che tarda a venire perché il male non molla la presa, non vuole abdicare agli angeli che suonano le chimees of freedom, la campane della resurrezione.

Questa premessa serve a cogliere alcuni aspetti fondamentali della visione della vita che emerge dalle canzoni (perché di tali si tratta) di Dylan. Certo, quelli religiosi non sono gli unici riferimenti ispiratori – ci mancherebbe – sarebbe estremamente limitato. Ma sicuramente la presenza di Dio nella storia è onnipresente, sin dai primi anni sessanta, fino a questo ultimo epico drammatico sospiro della vecchiaia (Dylan ha quasi 80 anni). Questi tempi dannati ci hanno proprio rivelato quanto la fragilità della vecchiaia sia l’espressione più palese e toccante della fragilità umana.

Murder Most Foul, l’assasssinio più nefasto, più orribile, è un’espressione palesemente ripresa dall’Amleto di Shakespeare. E’ anche il giorno dell’infamia (come non ricordare l’infamy speech di Roosevelt dopo Pearl Harbour?). E’ un buon giorno per vivere, ma è anche un buon giorno per morire (come non ricordare il vecchio capo Sioux in “Piccolo grande uomo”). Ma tutta la canzone (come buone parte della lunghissima antologia dylaniana) è una continua citazione. Gli esegeti più acculturati si sono sbizzarriti per decenni a coglierle tutte. E non a casa la Bibbia è il testo più saccheggiato. 

L’assassinio nel nostro caso è quello di John Kennedy, il Presidente. Per gli americani quel novembre del 1963 segna una data spartiacque, la fine dell’innocenza, almeno quella presunta. Quelli della mia generazione restano forse sorpresi che non si fa cenno all’uccisione del fratello Bob. Per noi giovanissimi, militanti nell’Azione cattolica e moderatamente progressisti, fu la morte di quest’ultimo a strapparci una lacrima (now is time for the tears, chiude un’epica canzone dedicata all’uccisione di una povera inserviente nera). Immersi negli albori dell’«impegno» ci identificavamo nell’America della nuova frontiera, anche se quella più innovatrice del fratello minore. Ma non eravamo americani, eravamo italiani… 

Per Dylan l’uccisione di John Kennedy costituì un trauma già allora. Fu turbato enormemente, tanto da spingerlo a una svolta nel suo genere musicale e soprattutto nella fonti della sua ispirazione: meno impegno politico, meno pointing fingers songs e più immersioni nelle contraddizioni e nella profondità della natura umana. Desta ancora meraviglia come Dylan scandalizzi l’ambiente liberal asserendo che chiunque, lui stesso, loro stessi, potevano incarnarsi in Oswald, perché l’assassino era un simbolo dell’America stessa. Una società che corre a comprare le armi, che ammette la violenza quasi come fonte biblica, che sembra misconoscere la solidarietà, la pietà e il perdono, può arrivare anche a uccidere il Presidente!  

Ma Kennedy è the king, non è solo il Presidente. E’ colui che rappresenta l’America, quella delle speranze dei giovani che vogliono uscire dalla guerra fredda prima del tempo, quella che ascolta i Beatles e contesta la guerra nel Vietnam. Come non ricordare che Dylan, con Joan Baez, canta a Washington dopo che Martin Luther King ha gridato I have a dream! C’è chi ha scritto che nessuno ha interpretato gli anni sessanta come Dylan!

Oggi però quel periodo è troppo lontano.. Sembrano avvicinarsi i giorni dell’apocalisse. Dylan accompagna l’uscita della canzone con un breve testo nel quale si allude al corona virus. La notte è di nuovo sprofondata e la luce, almeno per ora, non squarcia le tenebre. Il suono stesso della canzone è quasi un lunghissimo (17 minuti!) pianto rituale, un lamento funebre. La perdita di un padre, come un sacrificio umano, è la perdita dell’anima di un popolo. 

This land is condamned, all the way from New Orleans to Jerusalem aveva cantato molti anni fa nella magnifica Blind Willie McTell. Stiamo ancora scontando le pene per il male arrecato ai nostri fratelli, per l’egoismo di una società dove trionfa l’individualismo, dove il più forte non intende aspettare il più debole…Dylan oggi ce lo ribadisce, con il suo stile, il suo linguaggio, con un rosario di misteri continui, soprattutto dolorosi. Ma l’ebreo che è in lui, innamorato del Cristo, il Jokerman, intravvede la salvezza, conscio però che nessuno ne può cogliere i percorsi incomprensibili, sotterranei e impercepibili per la nostra limitatezza.

Europa: momento cruciale

Ho trascorso i due anni che vanno dalle celebrazioni per il 60° dei Trattati di Roma (2017) alla campagna elettorale per il Parlamento Europeo del 2019 facendo moltissimi incontri di presentazione del mio libro Europa al bivio. In ognuno di essi, o quasi, ho ripetuto come un mantra, e sempre più insistentemente man mano che si avvicinava la scadenza elettorale, una semplice previsione (che in sé recava un auspicio): nel corso della prossima legislatura europea o la UE farà dei passi in avanti significativi verso una maggior empatia nei confronti dei suoi cittadini, verso una politica estera e di difesa comune, verso una comune politica fiscale, verso una politica economica e di bilancio coordinata e tesa a salvaguardare i principi di prudenza nella gestione dei conti ma anche gli obiettivi di convergenza sociale fra i diversi Paesi dell’Unione o imploderà.

Ecco, ci siamo.

Un evento esterno imponderabile pone gli Stati europei innanzi alla scelta che comunque si sarebbe dovuta compiere: una maggior solidarietà e comunanza oppure una rinnovata ostilità nazionalista. Le classi dirigenti politiche non si esprimeranno mai in questi termini, naturalmente. Ma questo è il pensiero dei cittadini europei, che si sta imponendo in ogni Paese. Lo si avverte distintamente, perché sta incuneandosi anche presso quelli di loro più inclini a comprendere i vantaggi possibili dell’Unione, più sensibili all’ideale federalista, più attenti alla geopolitica e alle sue implicazioni. Un sordo risentimento prossimo a trasformarsi in rivolta. Con una differenza rispetto a pochi mesi fa: mentre prima questo sentiment era legato alla constatazione che su quasi ogni dossier – forse escluso quello ambientale – i progressi erano minimali se non inesistenti ora la valutazione è secca: o ci si aiuta, tutti insieme, o ciascuno farà per conto proprio. Il corollario di questa affermazione è: cercandosi aiuti autonomamente in altre parti del mondo.

Si capisce bene a cosa questi ragionamenti dettati, oggi, dall’emergenza sanitaria ma domani – speriamo di no, ma il rischio c’è, e forte – dalla disperazione economica potrebbero condurre: pulsioni nazionaliste esasperate (che l’Europa ha già conosciuto nella sua lunga storia di conflitti) e rovesciamento di consolidate alleanze politiche figlie di un mondo ormai lontano e superato dagli eventi. Anche la comunità europea – rimasta per troppo tempo mera comunità di mercati senza sapersi evolvere in unione politica – sarebbe in quel caso percepita come un’eredità invecchiata e inattuale di quei tempi superati.

Ora la discussione è imperniata sulle modalità e l’entità dell’immane piano economico-finanziario che dovrà sostenere famiglie e imprese durante e dopo la pandemia. In modo particolare, sull’eventuale emissione di Eurobond perorata da diversi Paesi, rigettata da molti altri. Su questo crinale l’intera costruzione comunitaria potrebbe crollare. E la voce autorevole e preoccupata di uno dei suoi padri nobili, Jacques Delors, ce lo dice in termini espliciti: “La manque de solidarité est un danger mortal pour l’Europe”.

Questa divisione anche di fronte ad una tragedia quale l’epidemia virale da un lato testimonia la cecità della politica, o forse meglio dire l’inesistenza di una politica europea, e dall’altro sviluppa e amplifica il ridicolo teatrino intorno al prossimo bilancio settenale europeo cui si è assistito solo poche settimane fa. Un bilancio totalmente inadeguato ieri, figurarsi domani, ruotante intorno, decimale più decimale meno, all’1% del prodotto nazionale lordo dei Paesi UE, a proposito del quale i capi di governo hanno litigato non riuscendo a coprire, tutti insieme i Ventisette, la cifra che era di competenza della Gran Bretagna (peraltro ora anche i tempi di Brexit torneranno ad allungarsi, ma questo è un altro discorso).

Epperò.

Epperò non si può sostenere, semplicisticamente, che la UE non abbia fatto nulla, non stia facendo nulla. Anzi, proprio nel momento in cui giustamente si drammatizza la polemica circa il suo possibile futuro per dar forza alle richieste solidali, occorre saper riconoscere e apprezzare le notizie positive. Che non sono banali. Il famoso Patto di Stabilità è stato sospeso. Così pure è stata modificata la normativa sugli aiuti di Stato, consentendo interventi prima impossibili. E, soprattutto, la Banca Centrale Europea (sì, ancora la BCE: che però non esisterebbe se non esistesse la UE) ha ripreso in mano il bazooka (al di là degli errori comunicativi, gravi ma poi rimediati con i fatti, della Lagarde) chiamato Quantitative Easing giungendo a comprare 220 miliardi di titoli di Stato italiani. Una cifra enorme che l’Italia potrà utilizzare per finanziare il suo deficit.

Tutto bene, dunque? Certo che no. Gli Eurobond, con la possibilità di raccogliere risorse sui mercati finanziari mutualizzando il rischio, sono certo un obiettivo da conseguire. Ma dire che non è stato fatto nulla significa solo dare fiato alla propaganda sovranista. 

Al di là e oltre tutti questi ragionamenti, resta in ogni caso una questione di fondo. Ed è che tuttora è assente, sia presso i cittadini sia presso una ancora troppo ampia fascia di classe dirigente, la consapevolezza di quanto azzardato sia immaginare di affrontare il mondo globalizzato con la piccola taglia degli Stati nazionali. 

Ascolto ora al telegiornale che la Francia ha ordinato un miliardo di mascherine. Alla Cina. Che non si è mi fermata tutta. E che ora sta ripartendo anche nella provincia all’origine della tragedia che stiamo vivendo. Tutti in fila indiana a Pechino, allora? O magari non sarebbe meglio impiantare un’industria europea che produce presidi medico-sanitari, mascherine incluse?

Luigi Frati: “Per riavviare prima le attività industriali bisogna fare come hanno programmato Veneto e Lazio”

Dall’osservatorio dell’Istituto Pasteur Italia come vede la situazione di questa pandemia?

Ho in aggiornamento continuo i dati dalla rete dei 32 Istituti Pasteur, sparsi in tutti i continenti e coordinati dal Pasteur di Parigi, che vanta i 2 premi Nobel per la scoperta del virus dell’AIDS. Il Pasteur di Shangai ha delucidato la genomica sia del SARS virus che di SARS-CoV2, Parigi ha subito delucidato la struttura del virus isolato in Francia e sta lavorando sul vaccino. Oggi l’obiettivo unico è quello di stroncare la diffusione del coronavirus. Vi sono di sicuro decine di migliaia di asintomatici portatori del virus “a loro insaputa” e paucisintomatici che pensano a una comune influenza. Se solo si allenta di poco il contenimento dei rapporti interpersonali e sociali si avrà uno strascinamento dell’epidemia con fermi produttivi ancora più devastanti.

Prospettive terapeutiche attuali?

Riguardano solo ricoverati in ambito ospedaliero, dove danno un qualche risultato i farmaci che riducono l’infiammazione polmonare (sia gli inibitori della interleuchina-6 che del GM-CSF, che inibitori generici come la idroclorochina). Vaccini non ci saranno – se ci saranno – prima di 12-18 mesi ed anche più; anticorpi monoclonali contro l’antirecettore virale (la proteina spike) possono arrivare un poco prima, comunque non utili nell’attuale fase pandemica. Anzi gli annunci di vaccini o di sperimentazioni di vaccini sui topi servono forse ad attrarre finanziamenti, ma fanno danno grave contribuendo ad allentare le regole. Come lo fanno anche gli annunci di cure miracolose. 

Come si è mosso il Governo? 

Il Governo è stato tempestivo proclamando lo stato di emergenza il 31 gennaio. Troppi lo hanno preso sottogamba, anche perché qualche esperto virologo non più di 5 giorni prima aveva in TV affermato che non c’è epidemia, è solo influenza, e così via. 

Come è arrivato il virus?

Il salto di specie pipistrello-uomo a Wuhan è almeno di ottobre. In uno-due mesi i portatori di contagio in contagio sono diventati centinaia, con coronavirus non riconosciuto finché si sono ricoverati il 26 dicembre in ospedale 4 persone con polmonite. Da questi casi è scattato il meccanismo: diagnosi virologica, isolamento del virus, genomica, dichiarazione di epidemia da parte dell’OMS il 10 gennaio. Nel frattempo in Europa il virus SARS-CoV2 era stato portato da europei tornati per le vacanze di Natale-Capodanno, anche qui con diffusione “a loro insaputa”. I primi casi riconosciuti in Francia e Germania risalgono al 24 gennaio (il 27 gennaio l’Istituto Pasteur di Parigi ha pubblicato sul proprio Bollettino la sequenza del virus). In Lombardia il primo caso è stato diagnosticato solo il 20 febbraio: su questo ritardo di quasi un mese ha di certo influito l’organizzazione sanitaria, certo non imputabile agli attuali Presidente ed Assessore. Però…

Però cosa?

Nella sanità italiana prevale da 20 anni un indirizzo manageriale-finanziario: “contenere i costi a tutti i costi”. Per fare diagnosi di SARS-CoV2 occorre avere disponibile il kit per l’analisi genomica specifica, tramite PCR: quanti Direttori Generali forniscono questi kit come dotazione ordinaria dei laboratori di patologia clinica? E la carenza delle terapie intensive. E poi i manager della Sanità leggono The Lancet o il New England Journal of Medicine o Nature Medicine? Non credo proprio.

Perché lei fa questa osservazione?

Nel 2015 e 2016 due studi hanno ritenuto probabile una nuova epidemia da virus SARS dei pipistrelli (Menachery V.D. et al., Nature Medicine 2015;21:1508-13; US PNAS  2016;113:3048-53).  E uno studio del 2018 su New England Journal of Medicine (Morens D.M., Taubenberger J.K, NEJM 2018;379:2285-87) nel commentare cento anni dopo l’epidemia influenzale del 1918 (la cosiddetta spagnola, che fece oltre 40 milioni di morti) ha stimato che oggi una simile epidemia avrebbe richiesto solo negli Stati Uniti l’assistenza in terapia intensiva con supporto ventilatorio per 2 milioni di persone. In proporzione in Italia sarebbe per 300.000, che – calcolando un periodo influenzale di 3-4 mesi e una permanenza in terapia intensiva di 12-20 giorni – porterebbe alla necessità di 30.000 posti in terapia intensiva, 5000 in Lombardia, 3000 nel Lazio e così via. Ma la politica e i grandi manager della sanità non leggono né Nature Medicine, né il New England. 

Molte leggi obbligano le Regioni a programmare. Che cosa si è fatto?

Nelle Regioni in piano di rientro la mannaia del Ministero dell’Economia ha di fatto imposto scelte obbligate: tagli e poi tagli, qualche riconversione, sviluppo di tecnologie ridotte al minimo. In altre Regioni le scelte sono state tutte politiche. Penso alla Lombardia della lunga presidenza Formigoni: parità pubblico-privato, mano libera allo sviluppo di reti di case di cura rivolte alle prestazioni sanitarie redditizie, certamente non a predisporre reparti “just in case”, magari non di primo utilizzo per anni e poi indispensabili all’improvviso. La spinta al privato ha anche sminuito il ruolo della medicina territoriale, quella che era costituita dai medici condotti, ora dai medici di medicina generale. Quel ritardo in Lombardia di quasi un mese rispetto a Francia e Germania pesa sulla politica delle passate scelte: il risultato è che vi sono stati molti più casi e molte più persone decedute. Il paragone con il Veneto è decisivo.

Ma la sanità lombarda è anche di qualità.

Certamente lo è nella straordinaria rete degli IRCCS, non a caso vigilati centralmente dal Ministero della Salute, che li finanzia in relazione alla qualità della loro ricerca scientifica. Leggere e produrre pubblicazioni porta di sicuro qualità e capacità di diagnosi e cure anche sofisticate. Questo accade negli IRCCS di tutta Italia, come in Molise nell’IRCCS Neuromed, di cui sono direttore scientifico.  Ma il malato in prima battuta va in un ospedale locale, dove la diagnosi ultraspecialistica non viene in mente. Da apprezzare invece gli appelli al rigore del Presidente Fontana. Dovrà però ripensare la sanità della sua Regione.

E le altre Regioni?

Veneto ed Emilia si sono mosse bene. Hanno il vantaggio di eccellenti università, tra le prime al mondo in ambito biomedico (Padova ha anche un rettore medico di assoluto valore internazionale). Ragionando per criteri scientifici la politica fa meno errori e cede meno alle pulsioni della piazza. Bene la Regione Lazio, che ha la fortuna di avere l’IRCCS Spallanzani, dove sono centralizzati i casi più difficili e che fa da guida al resto della Regione. Un dato: allo Spallanzani non vi è stato nessun sanitario contagiato: ottima organizzazione, direzione sanitaria e direzione infermieristica efficienti. Purtroppo non è così ovunque: troppi medici e infermieri sono stati colpiti dall’epidemia, con organizzazioni mossesi in ritardo e con insufficiente professionalità di chi dopo il Decreto di stato di emergenza (31 gennaio) doveva provvedere (direzioni sanitarie e direzioni infermieristiche). Non è possibile che certe inefficienze passino dopo sotto silenzio. Nella sua rudezza lo ha detto con grande chiarezza il Presidente della Campania De Luca.

Mascherine, terapie intensive, molti operatori sanitari hanno lamentato ritardi gravi, medici e infermieri si sono infettati

Il nostro è un Paese strano: il Consiglio dei Ministri il 31 gennaio dichiara lo “stato di emergenza” per epidemia da coronarovirus e c’è chi aspetta istruzioni per agire, come se avere avuto un incarico manageriale (mi riferisco ai direttori generali di ASL e ospedali) o uno di direzione amministrativa o sanitaria o delle professioni sanitarie implichi ulteriori istruzioni per agire. Senza ulteriori direttive o circolari applicative non si fa nulla, solo lo stipendio lauto decorre comunque…. Il caos delle mascherine deriva da richieste esplose a metà marzo, anziché da verifiche di magazzino fatte ai primi di febbraio e relativi ordini: la programmazione è l’opposto d’improvvisazione.

Come andrà a finire?

Chi fa previsioni viene rapidamente smentito. Intanto i dati: quelli incontrovertibili sono solo le ospedalizzazioni e i decessi: questi per milione di abitanti nel Veneto sono meno di ¼ rispetto alla Lombardia. In ogni caso se si mantiene un atteggiamento di estremo rigore su tutti e tutto (cittadini, fabbriche, etc.) è probabile che a fine aprile i nuovi casi non siano più di 100-200 al giorno, quindi ben controllabili. Serve e servirà rigore estremo nel contenere i contatti inter-personali e servirà attenzione anche dopo. Né si può sperare nella fortuna e cioè che l’epidemia da SARS-Cov2, come accadde per la SARS del 2009, a maggio lentamente si spenga con il mutare di stagione. Certe dichiarazioni e certe circolari non aiutano.

Ce l’ha con la politica?

Non ce l’ho con la politica, ma per farsi notare un leader di partito, in ascesa, stazionario o declino che sia,  dovrebbe predicare il rigore, non il suo allentamento, se davvero gli preme la ripresa delle attività produttive. Per riavviare prima le attività industriali bisogna fare come hanno programmato Veneto e Lazio: test sul sangue a tutta la popolazione (ci sono già striscette in commercio)  e riammettere al lavoro subito chi risulta avere anticorpi contro il virus. La spesa è di gran lunga inferiore al danno per blocco delle attività cosiddette non essenziali, che sono invece essenziali in un paese che voglia tornare alla normalità.

E l’Europa?

Può sembrare paradossale dover ringraziare questa epidemia per aver messo a nudo ciò che non si voleva vedere. L’UE ha in Svezia un Centro di controllo delle malattie infettive: non ha potere d’intervento sui singoli Stati, nemmeno in condizioni eccezionali come questa. Se capita un evento straordinario scatta il potere di veto di un Paese contro un altro. È come se quando è avvenuto un terremoto in Friuli o in Campania o in Abruzzo le relative risorse dovessero essere a carico (cioè a debito…) di quelle Regioni, senza nessun obbligo d’intervento solidale. Forse Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Jean Monnet, Robert Schuman, Joseph Bech e Paul-Henri Spaak erano dei sognatori, ma partendo dalla comunità su carbone e acciaio ruppero il fronte per le guerre e costruirono il campo grande della cooperazione tra Stati, della solidarietà. Questa pandemia ha messo in evidenza che così l’Europa diverrà sempre più marginale nella guerra tra USA e CINA, in attesa che s’inserisca l’India, guerra che è principalmente, ma non solo, commerciale, perché è ideologica, di stile di vita. Come Istituto Pasteur abbiamo scritto un libretto sul coronavirus (cosa è, ci sono oppure no cure, cosa bisogna fare) insieme con una classe di III media: i ragazzi hanno chiuso la loro parte con una frase, che è ideologica, ma soprattutto drammaticamente pragmatica: non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a voi. È un messaggio per i signori della finanza, che forse stanno osservando quale azienda andarsi a comprare, visto il crollo delle Borsa. 

Spagna: il mercato del lavoro ha subito un colpo senza precedenti

La crisi del coronavirus ha distrutto in Spagna oltre 800mila posti di lavoro. La sospensione delle attività dopo la dichiarazione dello stato di allarme ha causato la chiusura di molte aziende. 

Secondo i dati diffusi dal ministero della Previdenza sociale, in poco più di due settimane, ovvero da quando le conseguenze della pandemia hanno iniziato a farsi sentire, sono stati persi 833.979 posti di lavoro, il peggiore calo nella storia.

Il numero totale di occupati è invece di 18.445.436. Anche il numero di disoccupati è cresciuto di 302.365 persone. Con questo salto, il numero totale di disoccupati sale a 4,5 milioni.

La Spagna è sempre stato un paese con alti tassi di lavoro temporaneo, ogni mese, infatti, vengono firmati circa due milioni di contratti e oltre il 90% temporaneo e molti di questi ultimi non durano nemmeno una settimana.

Questi numeri dicono che molte persone entrano ed escono dal lavoro ogni giorno , in modo che le dinamiche che il mercato del lavoro mantiene possano essere facilmente interrotte di fronte a uno shock come quello della crisi sanitaria .

E anche se il governo ha stabilito lo stop ai licenziamenti in realtà si è mosso troppo tardi creando numerosi licenziamenti e la messa in cassa integrazione (Erte) di molti lavoratori.

La Settimana Santa nella diocesi di Roma

Una Pasqua diversa, da vivere «nelle nostre case», «riscoprendo l’ascolto della Parola di Dio e la ricchezza dei simboli della Liturgia». Il cardinale vicario Angelo De Donatis scrive una lettera alla comunità diocesana – sacerdoti e diaconi, religiose e religiosi, e tutto il popolo di Dio – con gli orientamenti pastorali della diocesi di Roma per la Settimana Santa. Ci avviciniamo a questo tempo, esordisce il vicario, «in una situazione di emergenza sanitaria mondiale, senza poter vivere comunitariamente le celebrazioni pasquali. È una condizione molto triste, ma dobbiamo accogliere la strada che la Provvidenza ci indica, anche se diversa da quella che avevamo immaginato».

Rimane dunque la necessità che le Messe siano celebrate senza la presenza dei fedeli, che potranno seguirle appunto da casa, in streaming o in diretta televisiva. «Raccomando – scrive il cardinale De Donatis – di seguire le liturgie presiedute dal Santo Padre, nostro vescovo e, in ogni caso, di dedicare un congruo tempo all’orazione personale e familiare, valorizzando soprattutto la Liturgia delle Ore e le altre pratiche di pietà. Rinnovo l’invito a valorizzare la catechesi per gli adulti e per i bambini, con la spiegazione dei segni liturgici da utilizzare nella preghiera in famiglia, nonché a vivere la carità “del telefono” o quella “della porta accanto”».

La nota della diocesi chiarisce che la Messa della Domenica delle Palme andrà celebrata «solo in forma semplice (terza forma del Messale Romano), omettendo la processione, la benedizione e la distribuzione di palme e rami di ulivo». Quanto al Triduo Pasquale, la Messa Crismale potrà essere celebrata alla fine dell’emergenza sanitaria, mentre «la Messa in Coena Domini può essere celebrata eccezionalmente senza la presenza del popolo», omettendo la lavanda dei piedi, già facoltativa, e la processione al termine della celebrazione. Per il Venerdì Santo, invece, è stata predisposta un’intenzione «da introdurre nella Preghiera universale, dedicata a coloro che si trovano in una situazione di smarrimento, ai malati, al personale sanitario e in suffragio dei defunti». Ancora, l’atto di adorazione della Croce, mediante il bacio, potrà essere effettuato dal solo presidente dell’azione liturgica. Un rito più semplice anche quello previsto per la Veglia pasquale, senza l’accensione del fuoco; «della liturgia battesimale si mantenga solo il rinnovo delle promesse». Mentre «i catecumeni riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana al termine dell’emergenza sanitaria».

Leggi il testo integrale della nota sugli orientamenti pastorali

Scarica l’intenzione di preghiera

A Lecco un osservatorio contro le infiltrazioni mafiose durante l’emergenza Covid-19

Nelle pieghe delle difficoltà economiche, causate dalla situazione emergenziale per il contagio Covid-19, tenta di infiltrarsi la criminalità organizzata di stampo mafioso per incrementare illegalmente i propri profitti.

Per monitorare e attualizzare gli strumenti di contrasto a protezione dell’economia legale, si è costituito oggi nella prefettura di Lecco un Osservatorio, con il compito di intercettare precocemente le tendenze evolutive dei fenomeni criminali di tipo mafioso nella fase emergenziale e post-emergenziale.

L’Osservatorio, che nasce su iniziativa del prefetto Michele Formiglio, è coordinato dalla prefettura; ne fanno parte rappresentanti della Direzione Investigativa Antimafia di Milano, della questura, del comando provinciale dei Carabinieri e del comando provinciale della Guardia di finanza di Lecco. Si avvarrà anche dei contributi informativi delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali.

«È prevedibile – ha osservato il prefetto Formiglio – che le mafie si stiano già organizzando per dare attuazione ad una progettualità criminale di mettere in piedi “sistemi bancari paralleli”, di collocare gli investimenti mafiosi negli ambiti strategici e a più alta redditività del settore creditizio, sanitario e degli strumenti medicali in un momento di grande fragilità quale è quello che stiamo vivendo. Lo Stato non permetterà a nessuno di piegare l’emergenza ai profitti illeciti della criminalità organizzata».

 

L’Europa vuole salvare Sammezzano

Reggello, Italy - May 12, 2014: The hall of "Non Plus Ultra" of Sammezzano Castle in moorish architecture style; Shutterstock ID 353073077; PO: SAMMEZZANO2
Con una comunicazione trasmessa a Francesco Esposito, portavoce del movimento civico Save Sammezzano e referente dell’omonima campagna di sensibilizzazione, Europa Nostra – la federazione pan-europea per il patrimonio culturale – ha notificato l’inserimento del Castello di Sammezzano nel “ 7 Most Endangered”, programma comunitario volto ad individuare i 7 siti culturali più in pericolo presenti sul territorio europeo e mobilitare soggetti pubblici e privati affinché ne venga garantito il recupero.
Dopo essere già stato inserito tra i 14 luoghi più in pericolo d’Europa, Sammezzano riesce così ad accedere alla fase finale del “7 Most Endangered”, risultando l’unico monumento italiano incluso in quest’importante progetto europeo.Gli altri 6 siti che parteciperanno al programma sono: National Theatre of Albania (Albania), Castle Jezeří (Repubblica Ceca), Y-block – Government Quarter (Norvegia), Szombierki Power Plant (Polonia), Belgrade Fortress and its surrounding (Serbia), Plečnik Stadium (Slovenia).

L’istanza per la candidatura al “7 Most Endangered” è stata avanzata a luglio 2019 per tramite di “ Imago Mundi Onlus”, associazione culturale di Cagliari presieduta da Fabrizio Frongia e già ideatrice di “ Monumenti aperti”, la più importante festa della Sardegna dedicata alla promozione e valorizzazione de beni culturali.

La partecipazione al programma ha ottenuto fin da subito il supporto ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Toscana, del Comune di Reggello, del Comitato Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona e della Kairos Srl, creditore procedente della procedura fallimentare che fino a pochi mesi fa aveva per oggetto Sammezzano. Da metà novembre la Sammezzano Castle Srl, società proprietaria del Castello di Sammezzano, è infatti uscita dal fallimento, riottenendone la disponibilità sostanziale.

L’iniziativa si concretizzerà con l ’attivazione di un team di professionisti di altissimo profilo composto da esperti di patrimonio culturale di Europa Nostra ed esperti di finanza della Banca Europea per gli investimenti. Tale team multidisciplinare, insieme alle organizzazioni che hanno nominato i siti e ad altri possibili partner, si recheranno presso i 7 luoghi vincitori e si incontreranno con i principali portatori di interesse pubblici e privati.
Essi identificheranno quindi possibili fonti di finanziamento e adeguati piani di intervento, aiutando inoltre a mobilitare altri soggetti potenzialmente interessati al recupero di Sammezzano. Verranno infine formulate e rese pubbliche una serie di raccomandazioni tecniche e finanziarie sulle quali poter indirizzare le azioni da intraprendere in futuro.

L’Ema sta valutando 40 farmaci e 12 vaccini contro il Covid-19

L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta valutando  40 farmaci potenzialmente efficaci contro Covid-19. Tuttavia, al momento, considerando i dati preliminari presentati all’Ema, non ci sono prove dell’efficacia di nessuno di questi farmaci.

Tra i potenziali trattamenti per COVID-19 sottoposti a studi clinici per valutare la loro sicurezza ed efficacia contro la malattia ci sono due antimalarici, due antivirali usati contro l’Hiv, un antivirale sviluppato per Ebola, un farmaco per la sclerosi multipla e un antireumatico.

I farmaci sono:

  • remdesivir (investigativo)
  • lopinavir / ritonavir (attualmente autorizzato come medicinale anti-HIV)
  • clorochina e idrossiclorochina (attualmente autorizzata a livello nazionale come trattamenti contro la malaria e alcune malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide)
  • interferoni sistemici e in particolare interferone beta (attualmente autorizzato a trattare malattie come la sclerosi multipla)
  • anticorpi monoclonali con attività contro i componenti del sistema immunitario.

L’Agenzia ha anche discusso con gli sviluppatori di una dozzina di potenziali vaccini COVID-19. Due vaccini sono già entrati nella sperimentazione clinica di fase I , che sono i primi studi necessari e sono condotti in volontari sani. In generale, le tempistiche per lo sviluppo di medicinali sono difficili da prevedere. Sulla base delle informazioni attualmente disponibili e dell’esperienza passata con i tempi di sviluppo del vaccino, l’EMA stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro COVID-19 sia pronto per l’approvazione e disponibile in quantità sufficienti per consentire un uso diffuso.

Il sanfedismo come patologia della chiesa

Ci sono persone che anche in questi giorni drammatici hanno, specie su Fb, come unica preoccupazione quella di criticare, offendere, umiliare papa Francesco.

A loro non interessa la tragedia collettiva. Tutto è pretesto per attaccare Francesco: le chiese chiuse, la richiesta a preti e religiosi di stare vicino a chi soffre, il fatto che non si inginocchia di fronte al Santissimo…

Non parlano di altro, ogni giorno. Le sofferenze di un popolo non li toccano. Non si può rispondere a queste accuse.

C’è qualcosa di miserabile, di ignobile in esse.

Tanti non cristiani, non credenti, sono più vicini al cuore di Cristo di questi sanfedisti pieni di livore, ossessionati da una ortodossia che esiste solo nelle loro teste, da un purismo fatto di odio.

C’è una patologia nella Chiesa ed essa emerge, con evidenza, in un tempo come questo in cui la via della misericordia, dimostrata dal sacrificio dei tanti che rischiano e offrono la loro vita, è palese a tutti.

(dal profilo Fb dell’autore)

La sanità regionale non deve essere messa in discussione

Sono in totale disaccordo con il vicesegretario del PD Orlando e con quanti come lui sostengono l’avocazione allo Stato della competenza in materia di sanità.
Se un dato critico emerge da questa drammatica vicenda del Coronavirus, è la fragilità che si è notata in ciò che già oggi, in materia di tutela della salute pubblica, compete allo Stato.
Compete allo Stato (e non alle Regioni) dotarsi di strutture e capacità operativa in previsione di emergenze nazionali e globali, come questa. Compreso, per dire, l’approvvigionamento tempestivo delle famose mascherine, magari attraverso un accordo a livello europeo.

Compete allo Stato (e non alle Regioni) fissare e garantire ovunque nel Paese i livelli essenziali delle prestazioni.

Compete sempre allo Stato garantire il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale che poi viene ripartito tra le Regioni (con eccezione di quelle tra le Regioni Speciali che finanziano autonomamente la sanità con i propri Bilanci).

E compete infine allo Stato vigilare affinché in tutte le Regioni siano rispettati criteri di efficienza e di funzionalità nelle strutture sanitarie.

Se in qualche Regione la sanità non funziona (ben prima del Coronavirus) si adottino misure efficaci e puntuali. Gli strumenti giuridici ci sono.
Ciò che compete invece alle Regioni non si può certo dire che non stia generalmente funzionando.

Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Trentino-Alto Adige (per citare le aree più colpite) stanno gestendo con grande impegno e capacità le loro competenze in una situazione eccezionalmente difficile.

Certo, ci sono stati anche momenti di incertezza nelle decisioni politiche locali e in qualche realtà le cose hanno funzionato meglio che in altre. Ma forse questi problemi di tempestività e di coerenza decisionale non ci sono stati a livello di Governo centrale?
E allora, perché pensare di “avocare allo Stato” ciò che funziona, anziché far funzionare ciò che ha manifestato segni di fragilità e di impreparazione?

Le Regioni non sono “piccoli Stati”. Gestiscono le loro competenze dentro un “quadro” che dovrebbe comporsi di visioni, programmazioni e strumenti di cornice nazionale ed europea.
Se questo quadro mostra elementi di debolezza, la soluzione non può essere “accentare poteri e responsabilità a Roma”, ma dotarsi finalmente di uno Stato efficiente. Magari meno invasivo, barocco, costoso e pesante; più innovativo e veloce.

Vale per la Sanità e vale per tutti gli altri campi della vita civile, sociale ed economica.
Guai a noi se da questa crisi si tornasse indietro verso concezioni stataliste.

La “ripartenza” richiede che tutti (anche tutti i livelli istituzionali) mettano in discussione il proprio operato e le proprie consuetudini. Ma occorre rafforzare e non mortificare i principi di fondo di una Repubblica delle Autonomie che scommette sulla responsabilità diffusa e solidale, non sull’illusione di una scorciatoia centralista

Il rapporto tra i diversi poteri nella democrazia italiana

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo apparso sulle pagine della rivista Vita Pastorale diretta da Padre Francesco Occhetta.

1.Il rapporto tra i diversi poteri nella democrazia italiana può essere affrontato secondo due modalità complementari: in primo luogo, attraverso l’esame delle disposizioni costituzionali e delle loro interpretazioni succedutesi negli oltre settant’anni di vita repubblicana; in secondo luogo, attraverso l’esame delle prassi applicative e degli assetti di fatto, che hanno variamente interagito con le prime. In questo scritto faremo riferimento al modello disegnato in Assemblea costituente, ponendolo a confronto con la situazione attuale, nella convinzione che la tenuta complessiva della democrazia italiana debba molto alle caratteristiche di tale modello e che pertanto un suo eventuale mutamento (di tanto in tanto evocato da esponenti politici a corto di idee e di volontà seria e fattiva, e da qualche loro poco avveduto consigliere) debba essere attentamente ponderato, e che comunque sia metodologicamente sbagliato proporre mutamenti di regole e istituti costituzionali, senza avere previamente valutato se siano davvero essi alle origini delle disfunzioni lamentate e se di essi si sia fatta applicazione corretta.

2. La parola che meglio può forse sintetizzare il rapporto tra i diversi poteri previsto nella Costituzione italiana è “equilibrio”. Un equilibrio che troviamo presente già all’interno dei principi fondamentali (si pensi, ad esempio, al rapporto tra l’art. 7 e il primo comma dell’art. 8, dove l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge costituisce un bilanciamento con la peculiare condizione giuridica della confessione cattolica) e che costituisce il denominatore comune della seconda parte della Costituzione, dove traspare la preoccupazione dei costituenti di evitare che ciascuno dei poteri costituzionali (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Magistratura, Corte costituzionale) lo sbilanci a proprio favore, e in particolare che venga compromesso l’equilibrio tra i poteri espressione dell’indirizzo politico e i poteri di garanzia costituzionale. Anche all’interno dei singoli organi e poteri, sia di indirizzo politico, sia di garanzia, ritroviamo meccanismi e istituti che risentono della medesima impostazione: si pensi all’equilibrio multivirtuale delle disposizioni costituzionali in tema di governo (uno dei suoi profili è divenuto di viva attualità in occasione della formazione del primo Governo Conte), oppure al delicato e innovativo bilanciamento che la Costituzione realizza nella composizione del Consiglio superiore della magistratura e nella ripartizione delle competenze tra questo e il Ministro della giustizia.

3. Il modello costituzionale ora sintetizzato risente – lo si ripete spesso e giustamente – dell’impostazione che, all’interno dell’Assemblea costituente, ne diede la componente cattolico-democratica, la quale svolse sul punto un ruolo determinante. Secondo questa impostazione, una costituzione è proporzione ed equilibrio, come soprattutto Giorgio La Pira aveva chiarito in numerosi scritti anteriori e coevi ai lavori costituenti. Proporzione, nel senso che una buona costituzione deve essere proporzionata alla società cui si riferisce, e ciò si verifica quando “la struttura dell’organizzazione giuridica rispecchia in sé quella del corpo sociale” (e il corpo sociale “esiste col suo fine e con la sua struttura anteriormente alla organizzazione giuridica positiva”). Equilibrio, poiché la struttura pluralistica della società – con il riconoscimento di “realtà sociologiche e giuridiche diverse dallo Stato e che questo deve proteggere ed ove occorre integrare: comunità familiare, culturale, religiosa, economica, territoriale, internazionale” – si riflette nella struttura pluralistica degli organi costituzionali dello Stato. E alla domanda se la Costituzione italiana appena approvata rispecchiasse la struttura pluralistica della società, quella “piramide rovesciata secondo un criterio di socialità progressiva” (secondo la celebre definizione che della struttura costituzionale diede Aldo Moro, stando all’autorevole testimonianza di Meuccio Ruini) la risposta di La Pira fu: tendenzialmente sì.

4. Proporzione ed equilibrio non vanno confusi con debolezza. Nel tempo, è prevalsa in studiosi e politici l’opinione secondo cui il rapporto tra i poteri disegnato nella Costituzione italiana (la sua “forma di governo”) andrebbe nel senso di una razionalizzazione debole della forma di governo parlamentare o, per dirla con Leopoldo Elia, discreta. Come ho avuto occasione di scrivere qualche anno fa proprio su questa rivista, tale opinione sembra tuttavia più il frutto di un’analisi della pratica costituzionale che non del testo della carta, se è vero che il principale artefice della nozione di parlamentarismo razionalizzato, Boris Mirkine-Guétzevitch, nel presentare, all’inizio degli anni Cinquanta, la nuova Costituzione italiana, ne diede un giudizio ampiamente positivo, in particolare dell’art. 94 il quale “riassume all’incirca tutti gli elementi della procedura razionalizzata in formule sobrie che lasciano spazio sufficiente alla giurisprudenza”. Una “profezia”, quella di Mirkine, che, a distanza di anni, appare azzeccata, essendo sempre più evidente (ancorché non sia sempre facile convincere di ciò i nostri aspiranti riformatori costituzionali) che le disfunzioni istituzionali vadano addebitate a omissioni nella legislazione attuativa e a scelte sul piano dei regolamenti parlamentari, della legislazione elettorale e dei comportamenti degli attori politici, piuttosto che a difetti di architettura costituzionale: del resto già nel 1948, in un articolo pubblicato sulla rivista dossettiana Cronache sociali e intitolato Per un efficiente governo democratico in Italia, negli stessi termini si esprimeva Meuccio Ruini, auspicando la sollecita approvazione di quella legge attuativa dell’art. 95 Cost. (“una legge-chiave, un punto di volta dal quale si possono guardare i vari problemi strutturali”), per la cui approvazione sarebbero dovuti trascorrere 40 anni …

5. La risposta di La Pira e dei principali esponenti del cosiddetto gruppo dossettiano circa la corrispondenza solo tendenziale della struttura della nuova Costituzione alla struttura pluralista del corpo sociale era motivata dalla mancata differenziazione della composizione e dunque della rappresentatività delle due Camere: la seconda Camera avrebbe dovuto essere la Camera dei “corpi” in cui si articola il pluralismo sociale (comuni, regioni, corpi professionali, culturali, ecc.). Sarà La Pira stesso a sintetizzare, con la consueta lucidità, le ragioni di tale mancata differenziazione: “pregiudizi derivanti dallo pseudo corporativismo fascista, da un mancato approfondimento del problema da parte dei partiti e dell’Assemblea costituente e da effettive difficoltà pratiche”. La critica lapiriana al bicameralismo paritario era largamente condivisa all’interno del gruppo democratico-cristiano, ben al di là della pattuglia di parlamentari riuniti attorno a Giuseppe Dossetti. Ad esempio, in uno scritto del 1948 sempre su Cronache sociali, Costantino Mortati oppone alla critica di organicismo, rivolta dai laici e dai socialcomunisti alle posizioni democratico-cristiane, due considerazioni di fondo: che tale concezione “trova la sua giustificazione nella natura diffusiva della politica, destinata a permeare tutti i settori della vita associata ed a trarre da tutti la linfa vivificatrice”, e che l’organicismo “è uno di quei fenomeni che potrebbero dirsi neutri perché suscettibili di assumere aspetti assai vari, di essere impiegati a fini diversi o anche contrastanti fra loro”. Da allora, non soltanto quell’impostazione non ha più avuto convinti propugnatori, ma anche le pur labili tracce di essa nella carta costituzionale (si pensi al Cnel) sono state dapprima immiserite nella prassi e poi fatte oggetto di una veemente e miope campagna soppressiva. A livello parlamentare, non meraviglia che una proposta di legge elettorale volutamente nel solco di quell’impostazione (XVII leg., Atto Camera n. 1453, Balduzzi e altri, presentata il 31 luglio 2013) non abbia avuto, tanto più in tempi di Italicum rampante, accoglienza sostanzialmente positiva …

6. Eppure è da quell’impostazione sui rapporti tra i poteri nella democrazia italiana che converrebbe muovere (magari cominciando con attuare l’allargamento della Commissione parlamentare per le questioni regionali, ai sensi dell’art. 11 della legge cost. n. 3/2001) per innovare la struttura costituzionale vigente senza romperne l’equilibrio profondo. L’esperienza delle revisioni costituzionali bocciate dagli elettori nel 2006 e nel 2016 dovrebbe servire sia da ammonimento a non proporre strumentalmente il cambiamento dei rapporti tra i poteri per ottenere effetti politici vantaggiosi per sé e per i propri sostenitori, oltre che a non ascrivere alla Costituzione responsabilità risalenti ad altre cause, sia da incoraggiamento a valutare con attenzione la prassi per sapere discernere ciò che è deviazione o rottura rispetto al modello costituzionale da ciò che ne costituisce innovazione rispettosa (ho provato recentemente a dimostrare come un approccio siffatto sia in grado di dare conto anche di vicende delicate e complesse, come quelle che hanno interessato il Consiglio superiore della magistratura, autentico snodo di quello che è oggi il nucleo profondo della separazione dei poteri, quella cioè tra potere politico e magistratura). Alla tutela del modello costituzionale deve tuttavia affiancarsi la valorizzazione della qualità dell’equilibrio costituzionale dei poteri: pensiamo soltanto all’essenziale ruolo svolto, anche in questi mesi e in queste settimane, dal Presidente della Repubblica nei rapporti con gli organi di indirizzo politico e come rappresentante dell’unità nazionale (il cui senso profondo lo stiamo apprezzando proprio in mezzo alle difficoltà e alle apprensioni legate alla diffusione del virus Covid-19, nel non facile bilanciamento tra ragioni dell’indirizzo e coordinamento e ragioni dell’autonomia regionale), nonché al significato stabilizzatore e di bastione dei valori del costituzionalismo che, nel suo insieme, svolge la Corte costituzionale. Tale qualità va ribadita anche in questi giorni, nel mezzo (ma forse sarebbe meglio dire: ai margini) della discussione sul prossimo referendum costituzionale avente per oggetto la riduzione del numero dei parlamentari: referendum la cui portata e il cui significato si presentano quanto mai ambigui, oscillando tra un remake, di cui non si avverte proprio la necessità, dell’antiparlamentarismo e una, sempre utile, spinta verso un più alto grado di etica pubblica. Al di là dell’eventuale conferma da parte del corpo elettorale, rimarranno intatti i temi di fondo, che attendono risposta: una legge elettorale finalmente sincera ed efficiente, una migliore caratterizzazione delle due assemblee parlamentari. Ce n’è a sufficienza per concludere questo ragionamento con l’indicazione di due direzioni possibili di cambiamento: più forza agli enti intermedi, più presenza della società nei corpi rappresentativi. Se da un lato è impensabile riferirsi al cattolicesimo democratico e sociale senza la dovuta attenzione a queste due direzioni di marcia; dall’altro esse attendono interpreti convinti, autorevoli, coerenti.

Una pandemia che è come una guerra, speranza e solidarietà non possono mancare

Era il 21 febbraio 2020, e all’Ospedale di Schiavonia nel Padovano in Veneto, si registrava la prima vittima italiana del Coronavirus: il 78enne Adriano Trevisan, residente a Vo’ Euganeo, un comune di 3.300 abitanti. La notizia ha mandato in fibrillazione le autorità del nostro Paese: Governo, Regioni e Comuni, alle prese con ritardi e polemiche sulla gestione di una situazione  molto complessa, e mai verificatasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Infatti di fronte a un’emergenza di salute pubblica, con un virus sconosciuto, che si stava manifestando in maniera distruttiva (contagiati positivi e morti) in diversi Paesi del mondo e in modo particolare nella nazione più popolosa della Terra, la Cina, le decisioni e i provvedimenti legislativi assunti da parte delle Autorità italiane hanno avuto le caratteristiche di una dichiarazione di guerra contro un nemico sconosciuto. 

Con il passare dei giorni dalle prime notizie di un virus sconosciuto, il mondo politico nei diversi Paesi, si è diviso fra chi considerava fare paragoni con una guerra mondiale anomala e chi sosteneva che fosse una forma d’ influenza, poi, se era una epidemia oppure una pandemia. Da qui si sono confrontate, in tempi diversi, due strade o “due filosofie”, per combattere il coronavirus: in maniera “dura”, con provvedimenti che dovrebbero durare alcune settimane, costi “accettabili” dal punto di vista economico e salvando milioni di vite; l’altra in maniera “soft”, lasciando la malattia libera di circolare, praticamente senza costi economici, ma con la morte di milioni di persone e il collasso dei sistemi sanitari.

La risposta “dura” dei Paesi che hanno reagito con fermezza al contagio sono stati la Cina, la Corea del Sud, il Giappone e a suo modo l’Italia, infatti la sospensione dell’attività didattica nelle Scuole e nelle Università del nostro Paese è avvenuta il 5 marzo, poi l’interruzione delle manifestazioni di tutte le iniziative culturali e sportive, compreso il campionato di calcio, e infine  le restrizioni generali delle attività, comprese le funzioni religiose e i funerali, salvo i servizi essenziali, attualmente in vigore dall’11 marzo. La Cina ha istituito la “ zona rossa” nel territorio di Wuhan, per circa 60 milioni di cittadini, il 23 febbraio, e da questo luogo si era diffuso rapidamente, in tutto il resto del mondo, il coronavirus. Con tempi di chiusura che sono andati da 5 a 6 settimane.

La scelta “soft” da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e altri Paesi Europei, ha comportato una sottovalutazione e ritardi, per alcuni aspetti hanno ignorato quanto stava accadendo in Italia, convinti che la loro scelta fosse quella più utile ai propri Paesi, salvo poi ricredersi. La malattia respiratoria COVID – 19, chiamata comunemente coronavirus, non avendo attualmente un vaccino valido, ha determinato che il “modello Italia” è stato imitato e utilizzato come uno dei più efficaci, come le norme per “ il distanziamento sociale” per evitare il contagio,

Alcune vicende accadute vanno ricordate, perché quanto si manifesta, in queste settimane così difficili e drammatiche, forse potevano essere meno dolorose per tante persone che ci hanno lasciato. Il 27 gennaio, sulla Cronaca di Roma, di alcuni quotidiani si leggeva “ Abbiamo deciso di rinviare la festa per il Capodanno cinese, in programma il 2 febbraio in piazza San Giovanni a Roma”. A comunicarlo è stato il portavoce della comunità, Licia King, dopo gli aggiornamenti che arrivavano dalla Cina. Stessa decisione è stata presa anche a Milano, dove salterà la parata, con la motivazione: “Abbiamo concordato con tutta la comunità che la festa deve essere rinviata, perché c’è gente che sta male e non è il caso di festeggiare”. Un segnale ignorato.

“ La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia, eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo”. Eravamo nel marzo del 2015, quando Bill Gates, creatore di Microsoft, pronunciò queste parole nel corso di un Ted Talk (Conferenze con la missione su “idee che val la pena diffondere”), con un messaggio di otto minuti. Una profezia inascoltata.

L’esperienza dell’epidemia dell’Ebola in alcuni Stati dell’Africa, era considerata una minaccia, tanto conosciuta dall’allora Prasidente Barack Obama, che determinò la creazione di un’unità di crisi permanente contro la pandemia, con un gruppo misto di scienziati e specialisti della Sicurezza nazionale. Nei giorni precedenti all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, il team dei consulenti presidenziali per la Sicurezza uscente invitò alla Casa Bianca quello appena messo insieme da Donald Trump per una visita rituale di passaggio delle consegne dopo l’11 settembre. Obama volle che, in quella occasione, a fianco delle ipotesi di attacchi terroristici e cibernetici, fosse inserito una simulazione dell’arrivo di una pandemia, e il giorno dell’inaugurazione rivolse al nuovo Presidente un nuovo appello sullo stesso tema. John Bolton per conto di Trump ha sciolse l’unità di crisi, in quanto rappresentava una spesa superflua.  Una Task Force smantellata che poteva salvare, forse, migliaia di vite umane in tutto il mondo.

Oggi a 40 giorni dalla morte di Trevisan,  per il nostro Paese è stato l’inizio di una emergenza sanitaria devastante, si vedono anche le ricadute impressionanti sul piano economico e sociale, e la domanda che si pone per donne e uomini è quella di domandarsi come finisce e quando? Non c’è una risposta semplice! Che sia una guerra senza sirene d’allarmi e senza bombardamenti, è vero. Che ci siano le file nei negozi, che  siamo rintanati in casa, salvo quelle persone che vanno al lavoro per servizi essenziali, o escono per la spesa e per i medicinali. Che le strade delle città sono vuote e spettrali, rappresentano la normalità di sopravvivenza. Che i morti, ad oggi, sono 12.428, il numero più alto al mondo, i guariti oltre 15.700, e i contagiati 105.792, pari a una persona ogni 567 abitanti . Una percentuale che dimostra la sofferenza del nostro Paese, con situazioni di particolare criticità in Lombardia ( le più colpite  Bergamo e Brescia) e in altre regioni del Nord, e non è paragonabile ad altre Nazioni. Tutto questo è ciò che rappresenta il coronavirus nella nostra Italia. 

Le previsioni, e sono solo previsioni, inducono a sperare che si allenterà gradualmente a partire dalla seconda metà di aprile, dopo la Santa Pasqua, anche se in questi ultimi giorni sembra che siamo al picco. Per riprendere la vita  normale ci vuole ancora tempo. In questi 40 giorni ( e 40 è un numero che, nel significato e nella simbologia, si presta a diverse interpretazioni), quante situazioni sono cambiate, piccole e grandi. Difficile dirle tutte, ma le più evidenti vanno dalla testimonianza del personale sanitario, dalle forze dell’ordine alla Protezione Civile, e dalle Associazioni di volontariato laico e cattolico a chi garantisce i servizi  essenziali pubblici e privati, e a chi in silenzio aiuta nelle piccole comunità, a vivere la difficile quotidianità.

L’invito costante a rimanere a casa,  attraverso le indicazioni governative e veicolate dai media e dai social, che affermano: “Andrà tutto bene”, “Io resto a casa”, “Distanti ma vicini”, dove si lavora da casa, con “il telelavoro” chiamato smart working, analogamente con la stessa tecnica informatica la scuola si è organizzata con gli alunni per favorire parte della didattica annuale. Molti sono gli esempi che si potrebbero raccontare, e in questa quarantena o quaresima casalinga, per tanti è anche tempo di angoscia, di paura, di riflessione e di speranza. Esiste lo sconforto, poi c’è chi pensa positivo e chi prega. Si pensa ai morti, alle vittime del dovere come il personale sanitario, le forze dell’ordine, religiosi, ecc. In questi sentimenti c’è l’umanità, con la sua fragilità, di fronte a una emergenza che l’uomo, in tempi passati e in modalità diverse, aveva conosciuto e sconfitto.

In questo contesto emergenziale non possono essere dimenticate le testimonianze e l’incoraggiamento,  di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Mattarella. Gli eventi più significativi sono stati: la supplica di Papa Francesco alla Madonna del Divino Amore, analogamente a quanto era avvenuto nel 1944 con Pio XII; la visita alla Madonna a Santa Maria Maggiore e al Crocifisso di San Marcello a via del Corso, e la benedizione da Piazza San Pietro deserta, “Urbi et Orbi” (a Roma e al mondo). Il Papa tra l’altro ha detto: “Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

Nel discorso alla Nazione , dopo alcuni interventi veicolati dai media, il Presidente Mattarella dopo aver richiamato il senso di responsabilità per una nuova solidarietà europea, che è nel comune interesse, ha detto: “Abbiamo superato altre volte periodi difficili e drammatici, vi riusciremo certamente, insieme, anche questa volta.”  In questa situazione drammatica, le due sponde del Tevere sono apparse più vicine nella sera del 27 marzo dopo le parole del Papa e del Presidente.

Infine è doveroso riportare quanto affermato dal Segretario Generale dell’ONU,  Antonio Guterres, che ha invitato tutti i Paesi in guerra, nelle diverse regioni, di sospendere le azioni belliche di fronte alla pandemia in atto sul nostro pianeta. Questo quanto dichiarato:  “E’ ormai chiaro a tutti, che questo virus non colpisce solo una determinata nazionalità, un solo credo religioso o semplicemente alcuni gruppi etnici. L’epidemia è su scala globale, e allo stato attuale, nessun angolo del mondo può considerarsi al sicuro”.  Questo il cuore dell’appello a tutti i Paesi del nostro pianeta. 

Ieri, per iniziativa dell’Anci, in tutti i comuni del nostro Paese, i Sindaci hanno ricordato e onorato, tutti i caduti di questa pandemia.

Siamo convinti che la speranza e la solidarietà faranno la loro parte, e non possono mancare, anche in questa drammatica emergenza.

Il nome della cosa

Quando lessi le 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi redatte dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE,  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbes ( la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti, volto allo studio e all’approfondimento dei rischi delle biodiversità, ebbi la sensazione  di un imminente “tsunami” globale che potrebbe portare in tempi definiti “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di ‘specie’ animali e vegetali.

In questo caso oggetto di studio e dei risultati della ricerca condotta dagli scienziati era l’erosione lenta ma graduale della “biodiversità”: in pratica il pericolo paventato e sottoposto alla responsabilità dei governanti a livello planetario riguarda la scomparsa di specie viventi- animali e vegetali – a causa del deterioramento della “salute” degli ecosistemi che inglobano l’uomo e le altre forme di vita.

Ciò che influisce sull’alterazione delle biodiversità esistenti sono i comportamenti umani: sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’acqua e il legno, agricoltura intensiva, caccia e pesca, inquinamento ambientale, uso dei pesticidi, urbanizzazione e cementificazione selvaggia. Sono dunque gli stili di vita dissennati che – secondo il Rapporto dell’ONU – hanno già “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40 per cento degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”. Sono dati catastrofici che dovranno prima o poi  indurre i governi ad assumere provvedimenti legislativi condivisi ed azioni urgenti di freno a questa deriva distruttiva del pianeta e della sua biodiversità.

Questo fenomeno, così grave e cupo nelle previsioni, finirà secondo l’ONU per condizionare ed alterare le condizioni di vita e sopravvivenza della stessa specie umana, a lungo termine, poiché la biodiversità è garanzia di alimentazione, sostenibilità ambientale, acqua potabile, produzione di energia e  di farmaci.

La Terra si trova – secondo il Rapporto – alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. Ma è trascorso quasi un anno da quel grido d’allarme rivolto ai decisori politici e nulla sembra essere stato fatto. Per mero inciso ricordo ancora una volta che in quei giorni veniva sottoscritto tra Italia e Cina un accordo atto a prevenire contagi, epidemie e pandemie nel flusso degli scambi umani e commerciali tra i due Paesi, dopo il Memorandum del marzo 2019.

“Improvvisamente”- come direbbe Dostoevskij – ci è capitata ora questa sciagura cosmica della pandemia da Coronavirus e l’attenzione mondiale della scienza si è concentrata su questo evento, al fine di studiarne le cause, le analogie con le pestilenze del passato, le atipicità, l’evoluzione sofisticata del virus, il rapido e diffuso contagio e le conseguenze in atto oltre a quelle prevedibili come postumi latenti e pronti a riesplodere, la ricerca di un antidoto che ancora una volta funga da vaccino per la salvezza dell’umanità.

Intervistando recentemente il Prof Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, sul tema del COVID-19 , per avere un punto di vista “esperto” sulla situazione, ho colto il nesso che lega le Sue riflessioni e i suoi studi con le evidenze desumibili dal Rapporto ONU/OCSE. Sono Sue le parole che riconducono ad una visione più ampia del fenomeno così come si sta manifestando in modo tragico e dirompente, e lo fanno con deduzioni ineccepibili, che non limitano l’eziopatogenesi – cioè la scintilla che ha acceso il primo caso- ad un errore o un atto deliberato avvenuto in laboratorio ovvero al consumo di carne cruda di pipistrello da parte di un cittadino di Wuhan o comunque non la riconducono a questo evento se non come fattore scatenante del contagio: girano in rete le immagini dei mercati orientali dove si vedono topi, pipistrelli, cani, gatti e serpenti in vendita per il consumo alimentare. Così come circolano ipotesi di ricerche sulle alterazioni del genoma sfuggite di mano o usate come strumenti per guerre attraverso la diffusione dei virus patogeni. Tra ipotesi, algoritmi e studi demografici si potrà risalire all’incipit scatenante, mentre restano plausibili e sostenute dai molti silenzi iniziali le teorie complottiste, così come è evidente la differenza di abitudini alimentari e stili di vita tra occidente e oriente: ci sono consuetudini radicate in tradizioni antiche che dovrebbero renderci intellettualmente più onesti e meno inclini ad usare la stupida demagogia quando discettiamo di integrazione per osmosi o quando riteniamo ancora sostenibile una globalizzazione che l’evidenza dei fatti e la diversità dei contesti ha ampiamente smentito più volte.

Afferma il Prof. Benini: “L’umanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.  È assurdo cercare l’origine della pandemia attuale in  un mercato cinese. Nel 2017 uno dei maggiori virologi, l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica”…” L’aumento enorme della popolazione, ammassata in città di dimensioni che facilitano contagi  e inquinamenti, l’aumento della temperatura, la polluzione che altera e indebolisce i polmoni: tutto ciò ed altro ancora hanno portato da anni virologi, epidemiologi, biologi a prevedere un big crash micidiale. Non è un caso che le epidemie da coronavirus si siano ripetute negli ultimi anni fino alla penetranza di quella attuale. Passata la buriana, si continuerà ad asfaltare, sradicare, inquinare”.

Secondo il Prof. Benini la pericolosità del COVID-19 è causata alle sue repentine mutazioni circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze genomiche, il 9 marzo altre 50. In questo quadro patogeno risulta persino difficile trovare un vaccino che possa fronteggiare queste mutazioni genomiche. Appare quasi superfluo evidenziare quanto questa tesi sia persino sovrapponibile con le conclusioni del Rapporto ONU/OCSE sulla scomparsa della biodiversità.

Ma il dato più eclatante che emerge dall’intervista del Prof.  Benini riguarda la sostenibilità ambientale tra umanità e pianeta, specie se– come è accaduto negli ultimi decenni- la crescita della specie umana ha raggiunto dimensioni innaturali: cresce di 70 milioni di persone all’anno e ha raggiunto i 7 miliardi e mezzo di abitanti. Secondo gli studi del biologo Edward O. Wilson una volta superati i 6 miliardi di abitanti la presenza dell’uomo diventa incompatibile con l’ambiente: essa si può rallentare per eventi patogeni o – per lo stesso motivo- può arrestarsi all’improvviso. E’ come se la natura mettese un limite all’espansione degli esseri umani sulla terra, una sorta di crollo per incompatibilità: è questa la ragione principale dello scatenarsi delle pandemie, che diventano fenomeni aberranti di autoregolazione di una soglia di tollerabilità sistemica. Ecco dunque che i concetti di estinzione della biodiversità per mano dell’uomo e di sostenibilità antropocentrica nel contesto planetario diventano interrelati e complementari. Le pandemie sono dovute a mutazioni genetiche di tipo selettivo, a reazioni della natura che usa i virus RNA come arma micidiale di selezione naturale. Non è un caso che statisticamente ciò avvenga attualmente in danno delle persone più deboli e anziane. Una umanità in espansione illimitata diventa indebolita e vulnerabile agli attacchi di virus che dimorano abitualmente in ospiti animali: il Covid-19 sembra dunque attaccare l’uomo per traslazione zoogenetica.

A fronte di un quadro allarmante di evidenze, raccomandazioni, dati, statistiche, proiezioni che la scienza mette a disposizione dei decisori politici a livello mondiale sia in tema di contesto ambientale in progressivo e irreversibile degrado, sia per il ripetersi di epidemie a rapido contagio ed alta letalità, sia per i pericoli di mutazioni e alterazioni genetiche che possono portarci improvvisamente verso un big crash devastante, le risposte che arrivano dalla politica oscillano tra l’incosciente indifferenza, lo smantellamento dei sistemi sanitari, l’assenza di protocolli internazionali di difesa e profilassi, la confusione di competenze istituzionali.

Abbiamo avuto anche in questa occasione prove generali di colpevole sottovalutazione della pandemia, dalla teoria dell’immunità di gregge, ai ritardi nell’adottare misure drastiche di isolamento, al monitoraggio dei casi, all’assenza di dotazioni sanitarie per gli ospedali o per i comuni cittadini, a cominciare dalla telenovela delle mascherine e dei respiratori.

Il 31 marzo u.s mentre i politici italiani –  accertata l’indisponibilità dell’Europa ad aiutarci- avviavano in sordina la strategia del dopo (senza essersi curati del prima, è del lontano 31 gennaio il Decreto governativo sullo stato di emergenza sanitaria) , programmando passeggiate per i bambini, modalità di pratica dello jogging, riapertura graduale di fabbriche, uffici, scuole, centri estetici e negozi di generi non essenziali (dopo aver tambureggiato con ogni mezzo con l’atto di fede “restate a casa, ce la faremo”) , la rivista Nature usciva con un articolo che paventava una prossima più feroce recrudescenza del virus. Ha ragione il Prof. Benini quando sostiene che la “dabbenaggine dei politici è insigne”: cercano di non convincere gli elettori al meglio ma di soddisfarne i desideri”.

Qualcuno, preso da una trance fideistica intravvede già la luce in fondo al tunnel: ma non sa o finge di non sapere che può trattarsi di un treno che procede a folle velocità contro di noi.

Speriamo-  è un dovere e un appiglio per tutti- che dal big crash non ci separi ormai solo la buia galleria dell’incoscienza.      

L’europa lancia “Sure”, la cassa integrazione europea.

La Commissione Europea “proporrà questa settimana un nuovo strumento per sostenere il lavoro a orario ridotto”, che si chiamerà ‘Sure’, grazie al quale “più persone manterranno il loro posto di lavoro durante la crisi provocata dal coronavirus e ritorneranno al lavoro a tempo pieno quando finirà, quando la domanda tornerà a salire e gli ordini ritorneranno”.

“Abbiamo imparato la lezione della crisi finanziaria”, continua, quando gli Stati che avevano strumenti simili sono stati capaci di ripartire più rapidamente, dato che le aziende non avevano dovuto licenziare dipendenti, mantenendo quindi intatto il loro potenziale produttivo. “E’ cruciale far ripartire il motore dell’economia senza ritardo” quando la crisi sarà finita.  Le aree di Milano e di Madrid, sottolinea von der Leyen, fanno parte della “spina dorsale dell’economia europea”.

Sure “aiuterà i Paesi più colpiti ed è garantito da tutti gli Stati membri: questa è la solidarietà europea in atto. E’ per l’Italia, per la Spagna, per gli altri Paesi e per il futuro dell’Europa”.

1946 – 2020, cosa significa “ricostruire”: analogie con il secondo dopoguerra

Correva il 1946 e l’Europa era in macerie. L’Italia ripartiva a seguito della devastazione di una guerra durata sei dolorosi anni (dall’occupazione dell’Albania del 1939 alla resa del 1945). Era giunto il momento del Referendum istituzionale e delle elezioni per la Costituente del 2 giugno, che rappresentavano le prime consultazioni libere (con il voto esteso alle donne) dopo vent’anni di regime autoritario fascista.

I contrasti politici – benché feroci – non impedirono ai partiti di mantenere quella solidarietà necessaria perché la neonata Repubblica affrontasse e superasse le prove più dure che al momento si trovava di fronte: il varo della Costituzione, i trattati e soprattutto la ricostruzione materiale ed economica del paese. Questo approccio fu determinante. I lavori dei costituenti durarono un anno e mezzo, sino al Natale del 1947; in seguito alle elezioni successive (le politiche della primavera ’48), i cittadini non solo scelsero chi avrebbe dovuto guidarli al governo, ma si espressero anche a favore di un nuovo sistema e di una nuova collocazione internazionale che permettessero di dare luogo a decisioni nette, pur dolorose, ma necessarie per il rilancio della nazione.

Gli importantissimi Ministri del Tesoro di allora del I, II, III, IV e V Gabinetto De Gasperi, svolsero un ruolo fondamentale che consistette nell’evitare ante litteram un intervento statale troppo invasivo (tipico del dirigismo dei regimi dispotici) e nel riportare il paese alla stabilità monetaria e al risanamento del bilancio; impostazione attuata secondo una corrente di pensiero liberal-moderata ispirata agli ideali finanziariamente ortodossi post-risorgimentali e pre-fascisti. Del resto, la legge 1271 del 30 ottobre 1948 (previsione delle entrate e delle spese del Ministero del Tesoro per l’esercizio finanziario 1948-49) attribuiva al dicastero presieduto da Giuseppe Pella pieni poteri in merito alle casse dello Stato. Fu una manovra che lasciò inevitabilmente il segno e non fu esente da ulteriori divisioni politico-sociali. Tentiamo di spiegarne il perché.

Il programma si incanalò prevalentemente su due binari ben distinti: l’inasprimento fiscale e la svalutazione della lira, elementi che avrebbero consentito l’aumento delle esportazioni e incoraggiato il rientro dei capitali in relazione al cambio valutario più conveniente. A ciò fu aggiunta la limitazione del credito in modo da restringere la circolazione della moneta e indurre imprenditori e grandi aziende a immettere nel mercato i proventi accumulati nel tempo.

L’operazione aggiustò da un lato e ruppe dall’altro, per cause di forza maggiore. La lira recuperò il suo potere d’acquisto, i capitali ricominciarono a circolare nel mercato, il ceto medio acquisì pian piano fiducia e i salariati trassero vantaggi dal ribasso dei prezzi. Molto bene, ma ci fu un però. Dall’altra parte, infatti, a fine 1948 i disoccupati raggiunsero la cifra di due milioni di unità provocando più disuguaglianza sociale e nuove tensioni, mentre i sindacati scesero ancora sul piede di guerra e molte fabbriche vennero occupate. E ancora, Togliatti fu ferito gravemente a Montecitorio da un invasato e nelle piazze ricomparvero armi e barricate. Con ciò, l’antica unità antifascista subiva il suo decisivo e immutabile obnubilamento.

Quali sono i rischi che corre l’economia italiana in questa primavera 2020, caratterizzata dalla drammaticità e dalla straordinarietà di questa emergenza sanitaria così inattesa (almeno da noi comuni cittadini) e tuttavia così violenta e aggressiva? Le analogie con 74 anni fa, purtroppo, saranno più o meno quelle che un po’ tutti temiamo e che andranno presumibilmente a manifestarsi: una forte recessione, l’impoverimento addizionale delle fasce più deboli del paese e nuove tensioni sociali.

Con la differenza che oggi in Europa circola la moneta unica e chiunque non sarà esente da ripercussioni negative; in secondo luogo, che non potremo usufruire di un nuovo Piano Marshall (allora fu utilizzato in gran parte per le derrate alimentari) poiché gli Stati Uniti, colpiti a loro volta duramente dall’epidemia, daranno pochissimo spazio a sovvenzioni e crediti ai paesi amici in grave difficoltà.

Ma soprattutto – ci sia permesso di dire – che in quanto a carisma e capacità di intermediazione, al contrario di quel passato, oggi non si intravedono leaders politici in grado di affrontare al meglio una crisi di sì tali dimensioni. Anche perché nonostante il dramma che tutti stiamo vivendo e nonostante lo choc per le migliaia di vittime del virus, ci sono personaggi che continuano a soffiare sul fuoco della strumentalizzazione e dell’utilitarismo a fini propagandistici. Fenomeni, questi ultimi, in una condizione al limite dell’insostenibile, degni di un paese del terzo mondo.

L’urgenza degli aiuti

Un sistema moderno è particolarmente complesso. Una struttura economica, il funzionamento della stessa, le relazioni tra le diverse istituzioni pubbliche e private, la produzione e la distribuzione della ricchezza, tutto questo presenta un ingranaggio largamente differenziato e in diversi strati, con architetture raffinatissime e ricami tra i più sofisticati.

Immaginarsi il blocco, se pur parziale, di questa realtà, ha conseguenze quasi infernali.

Riordinarlo via via, tenendo conto dei vari inceppi , è un esercizio da far tremare i polsi. Lo studio dei sistemi complessi è una delle materie che mette a dura prova anche gli intelletti più sopraffini.

Il coronavirus è stato come gettare dello zucchero nel motore di questa macchina. Ha bloccato gran parte dei suoi marchingegni e oggi, siamo alle prese con un guaio difficilmente risolvibile in tempi stretti. Avendo salvaguardato il funzionamento del sistema sanitario, di alcune filiere di produzione e di distribuzione alimentare, siamo invece assolutamente fermi per la stragrande maggioranza delle altre attività.

Corre quindi l’obbligo di far muovere anche il denaro. Sia per quanto concerne il fabbisogno personale e famigliare, ma anche per mantenere in vita le attività produttive. Di questi due aspetti è chiaro che prevale il primo. Senza però, trascurare con massima attenzione pure il secondo.

Il finanziamento relativo al quadro di base: il denaro ai nuclei familiari, può essere risolto all’interno del nostro Paese. Per rispondere invece all’altro aspetto, è indispensabile una politica a raggio più ampio, vale a dire a carattere europeo. Da qui la forte richiesta da parte di alcuni Paesi – Italia, Francia, Spagna – di giungere al salvifico coronabond.

Ritornando alle urgenze, quelle che non possono essere in alcun modo disattese, il finanziamento alle famiglie per garantirsi l’acquisto dei beni di prima necessità, si dovrà fare ricorso a una distribuzione più snella e rapida possibile. Per questo motivo, al ciclopico apparato dell’INPS, bisogna sostituirlo con una rete diffusa di istituti bancari che possano giungere più facilmente all’obiettivo previsto. In questo caso bisogna sapere togliere ogni orpello burocratico.

Non ci devono essere in alcun modo ostacoli burocratici, né costi suppletivi da caricare sulle spalle di tutti i soggetti interessati alla funzione. Lo Stato deve garantire ciascun soggetto della bontà e della correttezza dei mezzi impiegati. Non so quanto tempo si dovrà impiegare per rendere attiva questa procedura. Si sa, invece, che questa procedura è stata già ideata e accolta da diversi soggetti politici, governativi e non.

La parte più debole, va riconosciuto, si registra essere il sistema bancario che, in tutta questa vicenda, dovrebbe far da supporto attivo, riconoscendo loro i costi vivi dell’operazione.

Per le imprese che stanno subendo una sofferta torsione economica, si dovrà sin da ora studiare un piano di rilancio, ma questo potrà essere attuato solo con cospicui finanziamenti. Ripetiamo finanziamenti che devono, come già scritto, trovare una fonte continentale.

È del resto evidente che gli aspetti procedurali in atto in tempi ordinari, dovranno essere sospesi, al fine di accelerare l’attività senza inspiegabili ostacoli per quanto stiamo tristemente attraversando.

Se l’aiuto alle famiglie, ragionevolmente, si dovrà realizzare da qui a qualche giorno, quello alle imprese, dovrà essere invece predisposto da qui al mese di maggio. Mese in cui ci si augura tutti, vi sia una ripresa della stragrande maggioranza delle attività produttive.

Le grandi banche inglesi sospendono i dividendi

Hsbc, Rbs, Standard Chartered, Barclays e Lloyds hanno deciso di sospendere dividendi e i piani di riacquisto di azioni dopo che la Bank of England (Boe) ha chiesto agli istituti britannici di dirottare le risorse destinate agli azionisti verso l’economia, in modo da cercare di contrastare gli effetti del coronavirus.

Il mancato versamento dei dividendi porterà ad un mancato guadagno per gli azzionisti di  7,5 miliardi di sterline.

Oltre a chiedere il congelamento delle cedole, in linea con quanto fatto dalla Bce, la Boe ha chiesto alle banche inglesi di «non pagare bonus cash» ai propri manager.

Decreto Cura Italia: le indennità e i bonus accessibili con SPID

Dalle indennità per i lavoratori autonomi al bonus baby sitting: i cittadini possono accedere alle misure di sostegno al reddito erogate dall’Inps anche attraverso il Sistema Pubblico d’Identità Digitale. Lo ricorda AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale.

SPID è la chiave per accedere a numerose misure di sostegno al reddito previste dal Decreto Cura Italia (decreto-legge 17 marzo 2020, n.18) in favore dei lavoratori e delle famiglie, a seguito dell’emergenza Coronavirus.

Per fruire di queste indennità sarà possibile fare domanda sul sito dell’INPS anche con la propria identità digitale, oltre che con carta d’identità elettronica, carta dei servizi, PIN semplificato.

L’INPS ha reso noto che i moduli per la compilazione delle domande saranno online a partire da oggi 1° aprile.

Tra le misure accessibili tramite SPID:

Le indennità Covid-19 per i lavoratori autonomi, parasubordinati e subordonati:

Le indennità hanno un importo pari a 600 euro e sono indirizzate, per il mese di marzo, ai lavoratori le cui attività risentono dell’emergenza epidemiologica dovuta al Covid-19.

Non sono soggette ad imposizione fiscale, non sono tra esse cumulabili e non sono riconosciute ai percettori di reddito di cittadinanza.

Sono destinate in particolare a:

– liberi professionisti e collaboratori coordinati e continuativi;

– lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Assicurazione generale obbligatoria;

– lavoratori stagionali dei settori del turismo e degli stabilimenti termali;

– lavoratori agricoli;

– lavoratori dello spettacolo.

Bonus baby-sitting:

Il bonus è stato previsto in conseguenza della sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole a causa dell’emergenza Covid-19.

È una misura che si rivolge alle famiglie con figli di età non superiore ai 12 anni.

Possono beneficiare del bonus:

– i dipendenti privati, iscritti alla Gestione Separata e lavoratori autonomi nel limite massimo di 600 euro, in alternativa al congedo parentale;

– i lavoratori dipendenti del settore sanitario, pubblico e privato accreditato, appartenenti alla categoria dei medici, degli infermieri, dei tecnici di laboratorio biomedico, dei tecnici di radiologia medica e degli operatori sociosanitari, nonché al personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico impiegato per le esigenze connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19, per un importo fino a 1000 euro.

Coronavirus. Nuova circolare della Salute con le prestazioni ostetriche e ginecologiche “indifferibili”.

Facendo seguito alla circolare ministeriale n. 7422 del 16.03.2020 recante “Linee di indirizzo per la rimodulazione dell’attività programmata differibile in corso di emergenza da COVID-19” ed in riferimento altresì alla circolare ministeriale n. 7865 del 25.03.2020 recante “Aggiornamento delle linee di indirizzo organizzative dei servizi ospedalieri e territoriali in corso di emergenza COVID-19”, a chiarimento di quanto indicato a proposito delle attività programmate da considerare clinicamente differibili in base a valutazione
del rapporto rischio-beneficio, si raccomanda di includere nelle attività non procrastinabili sia ambulatoriali che di ricovero, tutte le attività programmate di ambito oncologico (incluse le prestazioni di II livello previste dalle campagne di screening oncologico), nonché le seguenti attività programmate volte alla tutela della salute materno-infantile.

PRESTAZIONI INDIFFERIBILI

Ostetricia:
1. Esami ematochimici previsti nell’allegato 10.B DPCM 12.1.17
2. Prima visita ostetrica da eseguirsi entro la 12 settimana come da linea guida ISS per la gravidanza
fisiologica
3. Visite ostetriche urgenti per:
-contrazioni uterine
-minaccia di aborto
-minaccia di parto pretermine
4. Test di screening delle aneuploidie test combinato (se previsto dal SSR)
5. Ecografia Ostetriche I° Trimestre
6. Ecografia V mese morfologica
7. Ecografie Ostetriche III° Trimestre solo se sussistono fattori di rischio quali diabete gestazionale,
ritardo di crescita, pregresso taglio cesareo, ipertensione etc .
8. Ambulatorio Gravidanza a Rischio Ospedaliero (dove verranno effettuate visite ed ecografie ostetriche)
9. Diagnosi Prenatale (villocentesi, amniocentesi, esami correlati)
10. Monitoraggio del benessere fetale (cardiotocografia…)
11. Tampone vagino-rettale ricerca SGB a 37 settimane
12. Prelievi microbiologici per sospetta infezione vulvo-vaginale
13. Garantire tecniche farmacologiche e non farmacologiche per il controllo del dolore in travaglio
14. Visita post-partum
15. Consulenza psicologica se sussistono fattori di rischio per gravida o puerpera
Si raccomanda l’esecuzione dei Corsi di accompagnamento alla Nascita esclusivamente in modalità on line.

Ginecologia:
16. Certificato interruzione volontaria di gravidanza con ecodatazione
17. IVG (Interruzioni volontarie di gravidanza)
18. Visite ginecologiche per:
19. -Perdite ematiche anomale
20. -Emorragie
21. -Algie pelviche significative
22. -Infezioni vulvo vaginali acute
23. Ecografia ginecologica per sospetto oncologico
24. Screening colpo-citologico di II° livello per pazienti ad aumentato rischio di K portio (H SIL, AGC
etc)
25. Isteroscopie per sospetto oncologico
26. Procedure di PMA (Procreazione medicalmente assistita) esclusivamente per pazienti già in trattamento
che devono effettuare prelievo ovocitario ed embriotransfer
27. Interventi chirurgici ginecologi per patologia oncologica

L’Italia deve reagire alla crisi. Angelo De Mattia spiega quali sono le condizioni, in Europa e nel mondo, per garantire la credibilità del paese.

I commentatori in genere sono schiavi della notizia. Perdono di profondità quando sono chiamati a guardare oltre la siepe e a disegnare nuovi scenari. Angelo De Mattia, già direttore centrale della Banca d’Italia, esprime una naturale propensione a legare il particolare al generale. Questa conversazione ha preso di mira le questioni più urgenti della crisi determinata dall’epidemia da coronavirus e tuttavia si è conclusa con il “colpo d’ala” di una citazione del Premio Nobel per l’economia, Edmund Phelps, sulla opportunità di “sospendere per qualche mese – egli dice – il sistema capitalista per salvare l’economia e insieme le vite umane”. Evidentemente siamo chiamati ad affrontare un passaggio difficilissimo che mette in gioco la tenuta del nostro modello di sviluppo e più ancora incide sulle prospettive della democrazia nel mondo, specie in Occidente. De Mattia mette a premessa una nota di ragionata fiducia sul ruolo dell’Europa, considerando che alcuni atti, come la sospensione del vincolo del 3 per cento sul deficit dei bilanci statali, mettono in risalto la volontà di reagire con mezzi e procedure non usuali a una crisi d’impatto epocale. Segnali di apertura, anche in queste ore, lasciano sperare che si ricucia lo strappo tra Europa del Nord ed Europa del Sud. Se vuole contare nel mondo l’Europa deve essere unita. Il momento eccezionale richiede un impegno altrettanto eccezionale.

Ecco, ci troviamo a un bivio che ricorda gli anni ‘30 del secolo scorso. C’è molto pessimismo in giro. Siamo destinati a scivolare, malgrado gli appelli, verso una depressione analogamente distruttiva, con forte caduta del reddito, crescente inflazione, calo della domanda e dell’occupazione?

Non sarei così pessimista perché oggi siamo molto più preparati. Conosciamo la dinamica che portò alla Grande Crisi e soprattutto abbiamo fatto tesoro dei rimedi – purtroppo tardivi – che innervarono la ripresa, con le coraggiose innovazioni del New Deal di Roosevelt. Alcuni errori non li abbiamo più ripetuti e siamo in condizione di non ripeterli nemmeno ora. Semmai occorre evitare che il dibattito sulle necessarie scelte da adottare si trascini alle lunghe, determinando qual senso di incertezza che moltò pesò sulla gestione dell’ultima crisi finanziaria, quella del 2008 determinata dalla esplosione della bolla finanziaria dei subprime. L’importante è che si esca in fretta dalla sindrome di impotenza che aggredisce l’immagine dell’Unione Europea.

Impotenza che nasce dalla paralisi…

Sì, le difficoltà non vanno ignorate. È comprensibile che la Germania, insieme ad altri Stati del nord Europa, guardi con timore alla richiesta di generiche operazioni d’intervento a sostegno delle economie nazionali più deboli, con maggiori esposizioni di tutti nel maneggiare il debito pubblico complessivo. Non è tuttavia condivisibile questa chiusura tedesca. Per contro ’Italia deve fare attenzione a non trasmettere messaggi contraddittori, come quando si dichiara di escludere la mutualizzazione del debito e poi si accenna alla mutualizzazione dei rischi connessi alla gestione del debito: si tratta di un “ibis redibis” che non aiuta a stabilizzare il giudizio dei nostri interlocutori, essendo chiaro che mettere il rischio sulle spalle di tutti implica l’oltrepassamento di una ragionevole procedura di aiuto agli Stati più colpiti dall’emergenza sanitaria.

Si dice pure che se l’Europa non risponde dobbiamo e possiamo fare da soli.

Penso che intanto facciamo bene a fissare correttamente i termini di una manovra che spetta al Governo perfezionare attraverso l’annunciato decreto previsto a breve. Innanzi tutto le risorse vanno destinate alla salute degli italiani dal momento che la pubblica opinione si attende una risposta circa la volontà di rafforzare il servizio sanitario nazionale. A ciò si aggiunge, ovviamente, la formulazione di un vari atti a sostegno dell’economia. Ecco allora il primo messaggio positivo da indirizzare ai partner europei: prendiamo di petto, seppur in via preliminare, i fattori che possono interessare la ripresa economica. Mentre si rattoppa il vestito, cercando di assicurare le tutele opportune, Conte deve mettere in campo una terapia schock sulle politiche dell’innovazione e della produttività (non solo del lavoro, ma anche del capitale), per essere all’altezza di una sfida che si prefifùgura ancora più dura sul terreno della competizione internazionale. Perciò è necessario finalizzare, fin da subito, una quota degli investimenti all’innesco di cambiamenti strutturali in grado di configurare il ruolo dell’Italia nella transizione verso quello il governatore Visco ha voluto chiamare il “mondo nuovo”.

In effetti senza l’Europa ogni prospettiva si fa più complicata e difficile.

L’Europa deve fare la sua parte. D’altronde, la chiusura dell’Amministrazione Trump – politica doganale in testa – impone una iniezione di dinamismo nell’azione coordinata dell’Unione. Se Washington chiude, Bruxelles deve aprire. Tuttavia ha ragione Gentiloni a precisare che una generica prospettazione del nuovo solidarismo, attraverso l’emissione di un bond europeo a lunga scadenza, rischia di essere un’utopia. Mi pare abbia detto, conoscendo la suscettibilità dei tedeschi, che la proposta di un tale bond non passerà mai. In ogni caso, ci sono altri strumenti che possono essere utilizzati e non necessitano di modifiche ai trattati. Vale la pena studiare finanziamenti una tantum e nuove attribuzioni alla politica comunitaria, come ad esempio l’istituzione di una forma di assicurazione europea contro la disoccupazione. In ultimo, alla Bce si può far capo per identificare procedure di sostegno finanziario molto aggressive, prescindendo per essere chiari dalle condizionalità del Mes (e quindi dal Mes tout court) in ragione dell’effetto di discredito dell’Italia sui mercati internazionali una volta accettata la tutela di organismi esterni (troika). Non escluderei infine il contributo che potrebbe fornire la Bei (Banca europea per gli investimenti) attraverso l’emissione di titoli destinati essi stessi a entrare nel portafoglio acquisti della Bce.

Eppure la Lagarde ha dato l’impressione di essere timida, se non riluttante, di fronte alle pressioni per un ruolo più incisivo della Bce.

Un conto sono le impressioni, altro sono i fatti. Una battuta della Lagarde non inficia la svolta strategica della Bce. Registriamo che la Banca di Francoforte è pronta a coprire almeno 750 miliardi di titoli, acquistandoli sul mercato secondario, per giungere a fine anno alla soglia limite di 3000 miliardi. Una richiesta giusta potrebbe essere quella di rimuovere questo limite, sicché gli operatori finanziari di tutto il mondo capirebbero che l’intervento della Banca centrale non incrocia divieti o restrizioni di sorta. Oggi, dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea sulla legittimità del Quantitative easing, la Bce può muoversi con pienezza di mezzi e senza timori. In questo quadro, ove fosse chiarito poi che gli acquisiti dei titoli di debito non sarebbero vincolati alla percentuale di partecipazione di ogni Stato al capitale iniziale della Bce, l’Italia potrebbe confidare sulla potenziale copertura di emissioni sovrabbondanti i limiti attuali. Possiamo intuire, nella sostanza, quale sia la potenza di fuoco dell’Europa per contrastare il pericolo di una grave recessione.

Non c’è il rischio, tuttavia, che la politica monetaria si impantani in un circolo vizioso, con le banche impossibilitate a mobilitare la liquidità messa a loro disposizione? La vigilanza europea negli ultimi anni ha sconfinato nel parossismo di vincoli sempre più stretti, tanto da inibire l’erogazione di credito a sostegno delle banche all’economia reale.

Anche in questo caso abbiamo assistito a un cambio di rotta. Finora la Vigilanza ha operato in regime di totale autonomia rispetto al Consiglio direttivo della Bce, titolare sulla carta del potere ultimo di decisione. Da questo momento in avanti la responsabilità torna ad essere del Consiglio, visto e considerato che nell’immediato si è deciso, per dare forza alla politica monetaria, di alleggerire i criteri vincolanti l’attività creditizia degli istituti bancari. Teniamo presente che nel ‘73 l’Italia, con il contributo della Banca centrale, reagì allo schock petrolifero con un mix di provvedimenti che includevano anche una particolare correzione degli strumenti e degli obiettivi della vigilanza. Abbiamo un’esperienza che ci può ammaestrare sulle scelte da compiere oggi.

E qui torna ad affacciarsi la preoccupazione sulla difficoltà di contenere le oscillazione dello spread, fonte di incertezza per un Paese come il nostro impegnato a rifinanziare mese per mese una quota molto alta del suo debito pubblico. 

Vorrei ricordare che in altre epoche, negli anni ‘90, l’allora governatore Fazio si trovò a gestire l’innalzamento dello spread tra lira e marco fino a 800 punti base. Avvenne però che l’azione di contrasto all’inflazione, con atti di politica monetaria che miravano a dissuadere i comportamenti legati alle connesse aspettative di lievitazione dei prezzi, consentì di riportare successivamente il differenziale a 200 punti base. Questo risultato si consolidò con la piena adesione all’euro proprio nel quadro di una coerente politica antinflazionistica. Se è chiara la strategia, non pesa lo squilibrio che sul momento fotografa lo spread. In questo senso, un’azione portata avanti con incisività e chiarezza rende la Bce padrona del gioco e implica la tendenziale stabilizzazione di un indice sensibile, come appunto è lo spread.

Monti e Tremonti, con qualche differenza d’impostazione, hanno indicato la strada di una emissione straordinaria (Prestito Italia?)  che abbia una durata molto lunga e una remunerazione non eccessiva. Costituirebbe un atto di patriottismo per impedire che il debito ci travolga. È un’ipotesi percorribile?

Sì, a me sembra un’ipotesi percorribile. A patto però che non si accompagni a suggestioni anti-euro e quindi non alluda a una forma larvata di Italexit. Pensare infatti che questo prestito possa essere addossato alla Bce, ripristinando a livello europeo quello che era il rapporto con la Banca d’Italia prima del famoso divorzio, significa violare i Trattati e alimentare nuovi sospetti a danno del nostro Paese. Il debito va affrontato con la convinzione di poterne domare la spirale perversa con le armi di una corretta politica economica che l’Italia – insieme e non contro l’Europa – è in condizione di mettere in piedi.

Dunque, non dobbiamo preoccuparci del debito?

A questa domanda occorre rispondere con assoluta chiarezza: il debito è un fardello che poggia sulle nostre spalle. Immaginare che possa rappresentare un dato superfluo, ininfluente sulla crescita, esterno alle dinamiche dell’economia, è quanto mai fuorviante. Il debito che oggi s’attiva – probabilmente arriverà a fine anno al 160 per cento su PIL – deve essere sottomesso a un piano di rientro. Intanto preserviamo le basi imponibili, come invita a fare Draghi; poi però definiamo con serietà i termini della sua progressiva riduzione. Per questo occorre avere più sviluppo, frutto sicuramente di uno sforzo che esalti la convergenza operosa delle migliori energie del Paese. Uno sforzo che porti alla ribalta una classe dirigente solida, consapevole delle sue responsabilità, credibile all’interno e all’esterno, così da rilanciare il volto dell’Italia in Europa e nel mondo.

Ecco la ciliegina finale. Visto che abbiamo parlato di New Deal e di intervento pubblico, ormai sembra normale ragionare sulla estensione dei compiti della Cassa Depositi e Prestiti, come se dovesse assolvere alle funzioni dell’Iri (quando l’Iri era una cosa seria). Non è un po’ azzardato? Fino a che punto si può dilatare il ruolo di un istituto finanziario impegnato a mobilitare, entro i limiti fissati da norme che rimontano alle prescrizioni della Carta costituzionale, il risparmio degli italiani?

In effetti, la Cassa Depositi e Prestiti fa già troppo. È sbagliato pretendere che faccia di più, dando ad essa il profilo di una “nuova Iri”. Forse dovremmo elaborare un pensiero nuovo che inventi le forme di uno sviluppo necessariamente nuovo. È tempo di ritornare alle intuizioni di Keynes – attenersi al discorso sul deficit spending nello stato di emergenza appare francamente riduttivo – laddove con esse si profilava la essenzialità di istituti mondiali per armonizzare le politiche monetarie. Il Piano Marshall aveva alle spalle gli accordi di Bretton Woods. Adesso siamo arrivati a destrutturare le regole del commercio internazionale, persino rimettendo in auge il protezionismo. Combattere la globalizzazione selvaggia non può significare che ci rifugiamo nella logica degli egoismi nazionali, illudendoci di vincere in questo modo il declino. Per questo dico che se viene a mancare la “spalla atlantica” non può mancare, di tutto contro, quella che potremmo definire la “spalla europea”. Vale per tutti, per l’Italia come per la Germania, perché siamo tutti sulla stessa barca.

 

 

Sindaci, ora in campo come Popolari.

Tra gli argomenti che faranno irruzione nella politica italiana dopo lo tsunami che ci ha investito ci sarà sicuramente una rivisitazione del rapporto tra il centro e la periferia. O meglio, tra i poteri locali e il potere nazionale. Tra le Regioni e i Comuni da un lato e lo Stato centrale dall’altro.

E, accanto al nuovo rapporto tra poteri locali e potere centrale, drammaticamente emerso con questa dura ed inedita emergenza sanitaria, ci sarà il tema della nuova classe dirigente politica. Ma questo e’ un argomento che maturerà a suo tempo. Il tema, però, di un rinnovato protagonismo politico ed istituzionale degli amministratori locali da un lato e di una rivisitazione profonda del rapporto tra Stato ed enti locali dall’altro è destinato a cambiare profondamente la stessa politica italiana. Registriamo, infatti, che già oggi – in piena emergenza nazionale – fioccano documenti trasversali che possono mutare profondamente gli stessi equilibri politici attualmente in campo.

Perchè è proprio su questo versante che si sperimentano incroci politici, domande di cambiamento, istanze da condividere e poteri da ridiscutere che forse sino a poco tempo fa era semplicemente impensabile affrontare.

Ed è proprio di fronte ad uno scenario in rapida evoluzione come questo che una cultura politica come quella che affonda le sue radici nel popolarismo di ispirazione sturziana non può e non deve estraniarsi o, peggio ancora, giocare al ribasso. Soprattutto penso a tutti quei sindaci e amministratori locali che si riconoscono in questa cultura e in questo filone a prescindere dagli attuali attori politici in campo. Lo dico perchè è proprio partendo da un capitolo concreto come quello del governo del territorio e dei rapporti con i poteri superiori che si gioca un passaggio decisivo della nostra democrazia e, soprattutto, degli stessi rapporti politici.

Noi Sindaci e amministratori locali popolari e cattolici democratici saremo, su questo versante, in prima linea. A prescindere dai partiti e dagli schieramenti politici attualmente in campo.

Un pasticcio.

Secondo me su questa annosa vicenda degli Eurobond, o come li vogliamo chiamare, ci si sta progressivamente ficcando in un cul de sac politico dai risvolti negativi molteplici, ed in questo momento letali per le prospettive future, economiche, e politiche. Troppa confusione, troppe ambiguità, ed anche qualche irresponsabilità. Da dieci giorni a questa parte la Banca Centrale Europea e la Commissione Ue, hanno annunciato un quantitativo enorme di euro pari a 750 miliardi di euro, il congelamento del Patto di Stabilità, è una disponibilità a trattare altre soluzioni che al momento non sono pronte per la disparità di vedute tra paesi aderenti del nord e quelle del sud Europa, eppure sta accadendo di tutto contro l’Europa.

Peraltro questo pasticcio, paradossalmente è stato innescato oggettivamente proprio dal Governo. Cosicché se nel paese fino a qualche giorno fa i cittadini si erano stretti tutti attorno alle istituzioni nazionali e locali nel combattere una battaglia comune, rifiutando contrapposizioni e strumentalizzazioni politiche, ecco che si rischia fortemente la acutizzazione della solita storia irresponsabile di offrire ai facinorosi qualcuno da odiare: la Germania ed Olanda e dunque l’Europa. Certamente ci sono visioni diverse tra più soggetti come sempre capita, ed ancor di più su interessi così rilevanti che hanno diviso anche in passato. Ma chi governa dovrebbe sapere che le vicende spinose vanno gestite nel silenzio degli incontri senza sosta per trovare soluzioni.

Ed invece si è aperta una querelle rumorosa che ha inteso anche dare dei giudizi morali oltre che politici, come se la pretesa del nostro governo di non discutere della condizionalita’ per usufruire degli Eurobond, fosse un requisito bastevole per discutere di soldi che ciascuno dovrebbe garantire. Anche in queste ore, la presa di posizione pubblicata da alcuni sindaci italiani sul‘Frankfurter Allgemein Zeitung (il giornale economico più autorevole tedesco) che ha tacciato Germania e Olanda di avere un comportamento non etico, e comunque non riconoscente per i trascorsi abbuoni di debito del dopoguerra, certamente non alleggeriranno le difficoltà già esistenti. Qualche giorno fa, due Italiani che conoscono la politica e l’economia hanno accoratamente detto cose importanti agli europei circa il come comportarci in questo inedito frangente di difficoltà; mi verrebbe da dire con tutto il cuore: “apprendete da loro!”

Speriamo che la situazione si possa riprendere lavorando fino all’ultima ora del nuovo appuntamento tra i capi dei governi europei che si terrà nei prossimi giorni. Ma quello che è certo che in queste ore i sovranisti alla Orban stanno per fregarsi le mani.

Confindustria: Le previsioni per l’Italia

Mai nella storia della Repubblica ci si è trovati ad affrontare una crisi sanitaria,  sociale ed economica di queste proporzioni. Il pensiero va ai malati ed alle loro famiglie, ed agli eroi che ogni giorno lavorano con rischi enormi per la loro cura in tutto il Paese e specie nelle regioni che soffrono le conseguenze più dure. La salute è il bene primario, ed ogni contributo affinché si possano alleviare e contrastare le conseguenze dell’epidemia è cruciale.

Le relazioni sociali ed economiche sono colpite in modi gravi, imprevedibili fino a poche settimane orsono. I consueti comportamenti individuali e collettivi, le relazioni tecnologiche tra fattori produttivi ed output, i meccanismi consolidati di trasmissione delle politiche pubbliche, i rapporti internazionali di scambio, sono alterati ed in alcuni casi del tutto saltati. Più che quello di prevedere il futuro, questo è il tempo di agire affinché il nostro Paese, la nostra società, possano affrontare adeguatamente questa fase drammatica e risollevarsi quando l’emergenza sanitaria sarà mitigata.

Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo momento per garantire il benessere futuro. Occorre agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri paesi si stanno già muovendo in questa direzione.

Nessuno conosce, ad oggi, la dimensione complessiva degli interventi necessari, che saranno comunque massivi e che saranno condizionali agli sviluppi sanitari ed economici. Ma a tutti è chiaro che solo mettendo in sicurezza i cittadini e le imprese, la recessione attuale potrà non tramutarsi in una depressione economica prolungata.

Economia italiana colpita al cuore Uno shock imprevedibile ha colpito l’economia italiana a febbraio 2020, quando è iniziata la diffusione nel Paese del virus COVID-19. Si tratta di uno shock congiunto di offerta e di domanda: al progressivo blocco, temporaneo ma prolungato, di molte attività economiche sul territorio nazionale, necessario per arginare l’epidemia, si è associato un crollo della domanda di beni e servizi, sia dall’interno che dall’estero.

Le prospettive economiche, in questa fase di emergenza sanitaria, sono perciò gravemente compromesse. Non è chiaro, inoltre, con quali tempi esse potranno essere ristabilite neppure dal lato dell’offerta. Nelle previsioni che qui presentiamo, ipotizziamo che nel settore manifatturiero saranno attive queste percentuali di imprese nei prossimi mesi, nell’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo alla metà del secondo trimestre dell’anno. Aprile: 40% all’inizio; 60% alla fine del mese; maggio: 70% all’inizio; 90% alla fine del mese; giugno: 90% all’inizio; 100% alla fine del mese. Anche con queste ipotesi, la caduta stimata del PIL nel secondo trimestre rispetto a fine 2019 è attorno al 10% (Grafico A). Inoltre, la ripartenza nel secondo semestre sarà comunque frenata dalla debolezza della domanda di beni e di servizi.

Grafico Enorme la perdita di PIL stimata nella prima metà del 2020

Del realismo, o dell’eccessivo ottimismo di queste ipotesi, solo i prossimi mesi diranno. Nel caso in cui la situazione sanitaria non evolvesse positivamente, in una direzione compatibile con questo scenario dell’offerta, le previsioni economiche qui presentate andrebbero riviste al ribasso. Nel 2020 un netto calo del PIL è comunque ormai inevitabile: lo prevediamo al -6,0%, sotto l’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria termini appunto a maggio. Si tratta di un crollo superiore a quello del 2009, e del tutto inatteso a inizio anno (Tabella A). Ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, secondo i parametri attuali, potrebbe costare una percentuale ulteriore di Prodotto Interno Lordo dell’ordine di almeno lo 0,75%.

Tabella Le previsioni per l'Italia: scenario base

L’azione di politica economica, immediata ed efficace, deve essere diretta in questa prima fase a preservare il tessuto produttivo del Paese, impedendo che la recessione profonda di questi mesi distrugga parte del potenziale e si traduca in una depressione prolungata, con un aumento drammatico della disoccupazione ed un crollo del benessere sociale. Non appena possibile, occorrerà poi mobilitare risorse rilevanti per un piano di ripresa economica e sociale. In entrambe le fasi, un’azione comune o almeno coordinata a livello europeo sarebbe ottimale; in assenza di questa possibilità, la risposta della politica economica nazionale dovrà essere comunque tempestiva ed efficace. Siamo in una recessione atipica, che non nasce dall’interno del sistema economico italiano, né in quello internazionale. Non nasce dall’incepparsi di qualche meccanismo dei mercati finanziari o dalla necessità di “correggere” qualche eccesso. Lo shock viene dall’esterno, colpisce l’economia come un meteorite.

I consumi delle famiglie, nella prima metà del 2020, risentiranno delle conseguenze dell’impossibilità di realizzare acquisti fuori casa, ad esclusione di alimentari e prodotti farmaceutici. Il totale della spesa privata risulterà decisamente inferiore rispetto a quello dell’anno scorso (-6,8%). Al suo interno si determinerà una sostanziale ricomposizione del paniere, a sfavore di vari capitoli di spesa, quali l’abbigliamento, i trasporti, i servizi ricreativi e di cultura, i servizi ricettivi e di ristorazione.

Gli investimenti delle imprese sono la componente del PIL più colpita nel 2020 (-10,6%). Calo della domanda, aumento dell’incertezza, riduzione del credito, chiusure forzate dell’attività: in questo contesto è proibitivo per un’azienda realizzare nuovi progetti produttivi, visto che la stessa prosecuzione dell’attività corrente è compromessa o a forte rischio, come mostra la caduta della produzione industriale. Gli investimenti privati, perciò, crolleranno nella prima metà di quest’anno.

L’export dell’Italia non viene risparmiato dal calo generale dell’attività economica (-5,1% nel 2020). L’attesa di una riduzione delle vendite estere è dovuta a quella prevista negli scambi mondiali e, soprattutto, nelle filiere di produzione nei paesi europei, a causa della pandemia che ha colpito tutto il mondo, o quasi. Poiché il calo dell’attività sarà particolarmente forte nei principali mercati di destinazione dei prodotti italiani e i nostri esportatori saranno più penalizzati da difficoltà produttive e logistiche, l’export è atteso cadere più della media mondiale. Peraltro, i rischi sono qui fortemente al ribasso, perché un blocco dell’attività più lungo e diffuso a livello internazionale potrebbe portare a un crollo del commercio mondiale comparabile a quello del 2009. Inoltre, concorrenti esteri potrebbero approfittare delle attuali difficoltà della manifattura italiana per sottrarre quote di mercato.

Imprese a rischio, Italia a rischio Tutto ciò esercita una pressione senza precedenti sulla capacità di resilienza del nostro sistema produttivo. Dalla sua tenuta dipendono le prospettive di rilancio, una volta terminata l’emergenza sanitaria.

In particolare, dall’industria dipendono direttamente o indirettamente un terzo circa di tutti gli occupati nel nostro Paese e originano circa la metà delle spese in R&S e degli investimenti necessari ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia.

Oggi è urgente evitare che il blocco dell’offerta ed il crollo della domanda provochino una drammatica crisi di liquidità nelle imprese: a fronte delle spese indifferibili (tra cui quelle per gli adempimenti retributivi, fiscali e contributivi) e degli oneri di indebitamento, le mancate entrate prodotte dalla compressione dei fatturati potrebbero mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di intere filiere produttive. Bisogna evitare che la crisi di liquidità diventi un problema di solvibilità, anche per imprese che prima dell’epidemia avevano bilanci e prospettive solide.

Pur con alcune differenze tra i diversi comparti e con sfumature diverse tra imprese di piccole, medie o grandi dimensioni, il tema della tenuta del tessuto produttivo italiano durante la fase emergenziale è cruciale per tutte le aziende. Le imprese e le persone che vi lavorano sono il vero patrimonio dell’Italia. Solo la loro tutela, quindi la tutela dell’occupazione, in questa fase delicata consentirà al Paese di tornare a crescere in futuro.

Bisogna agire immediatamente Servono, perciò, interventi di politica economica, immediati e di carattere straordinario, su scala sia nazionale che europea. Per sostenere la tenuta e poi la ripartenza dell’attività economica già nella seconda parte del 2020 e quindi nel corso del 2021.

In Europa, dopo i consueti balbettamenti assai gravi in questa situazione, in queste settimane sono state già prese decisioni importanti. I massicci interventi della BCE, che hanno fermato per ora l’impennata dello spread sovrano per l’Italia; la sospensione di alcune clausole del Patto di Stabilità e Crescita, per la finanza pubblica; le misure temporanee sugli aiuti di Stato.

Queste azioni, però, vanno accompagnate con un cruciale passo in più: l’introduzione di titoli di debito europei, fin troppo rimandata. L’Europa è chiamata a compiere azioni straordinarie per preservare i cittadini europei da una crisi le cui conseguenze rischiano di essere estremamente pesanti e di incidere duraturamente sul nostro modello economico e sociale.

In Italia, gli interventi auspicabili sono molti e vanno in diverse direzioni. Alcune delle quali già recepite nel recente decreto legge “Cura Italia”, che ha adottato prime misure per il rafforzamento del sistema. Il DL è dichiaratamente solo un primo passo per la tutela del sistema economico e sociale. Al netto di alcune sgrammaticature, gli intenti sono condivisibili ma la dimensione degli interventi è largamente insufficiente, anche tenendo conto delle risorse messe in campo da altri paesi europei e non. È stata anticipata da parte del Governo l’intenzione di varare un ulteriore intervento in aprile, di portata analoga a quello di marzo (circa 25 miliardi), di cui però al momento non sono disponibili i dettagli sulle singole misure.

Il CSC stima che, se le nuove misure in cantiere fossero analoghe a quelle del primo intervento e finanziate integralmente con risorse europee, si potrebbe avere – a parità di altre condizioni e nello scenario di ripresa delle attività produttive delineato sopra – un minor calo del PIL in Italia nel 2020 per circa 0,5 punti rispetto allo scenario di base, senza impatti sul deficit pubblico (Tabella B).

Tabella Le previsioni per l'Italia: scenario base

Nel riconoscere lo sforzo compiuto dal Governo, è tuttavia chiaro che occorre rafforzare massicciamente la diga a difesa della nostra economia, anche con strumenti innovativi. È cruciale che si definisca fin d’ora il quadro delle prossime azioni, necessarie per restituire fiducia a famiglie e imprese, rispetto a un percorso di salvaguardia del sistema produttivo da un evento così profondamente negativo.

Il nostro Paese deve muoversi subito, con una ingente dotazione di risorse volte a generare effetti positivi per tutte le imprese italiane. Attivando un flusso di liquidità che consenta di diluire nel lungo termine l’impatto della crisi per le imprese, senza appesantire eccessivamente il debito pubblico.

Confindustria ha definito una serie di proposte concrete, per garantire la tenuta del sistema economico italiano. Solo se si mantiene in efficienza la macchina dell’economia, per quanto al momento quasi ferma, sarà possibile rimetterla in moto subito, al termine dell’emergenza sanitaria. Queste azioni devono comprendere: un piano anti-ciclico straordinario, finanziato con risorse europee; interventi urgenti per il sostegno finanziario di tutte le imprese, piccole, medie e grandi; strumenti di moratoria e sospensione delle scadenze fiscali e finanziarie; un’operazione immediata di semplificazione amministrativa, per rendere subito effettiva l’azione di politica economica.

Passando dal tema della tenuta a quello del rilancio, anche quest’ultimo da progettare da subito per rendere attiva la ripartenza appena possibile ed anche nell’anno in corso, il CSC ha realizzato due simulazioni con il modello econometrico. Le stime che emergono da queste analisi mostrano come, finanziando con risorse europee e nazionali gli ingenti interventi necessari per liquidità delle imprese, trasferimenti alle famiglie, investimenti pubblici e privati aggiuntivi in sanità, tecnologia, ambiente, è possibile far ripartire il Paese lungo un sentiero sostenibile di medio termine.

Confindustria insieme con le Confindustrie tedesca e francese ha proposto un piano europeo straordinario di entità pari a 3000 miliardi di euro di investimenti pubblici. Considerando una prima tranche di entità pari a 500 miliardi su un periodo di 3 anni, fatta inizialmente anche di misure per la liquidità e, poi, soprattutto di investimenti in sanità, infrastrutture e digitalizzazione, questo sarebbe in grado di alzare la crescita in Italia e nell’Eurozona di rispettivamente 2,5 e 1,9 punti percentuali nell’orizzonte di stima (Tabella C).

Tabella Un piano europeo straordinario per alzare la crescita

Fattori geoeconomici

La crisi economica globale generata dal COVID-19 necessita, quindi, di interventi eccezionali e immediati di politica economica, su cui è concentrato il dibattito nell’opinione pubblica. Allo stesso tempo, però, come e più di quanto avvenuto nelle precedenti crisi del 2008 e del 2011, richiede un ripensamento profondo degli strumenti di policy a disposizione, in un’ottica sovranazionale e di medio-lungo periodo. La crisi attuale, infatti, è due volte globale: sia nella diffusione dello shock sanitario che nei canali di trasmissione produttivi e finanziari.

Di conseguenza, mette a nudo tutte le criticità, non risolte in precedenza, nella gestione multilaterale delle politiche economiche, che dovrebbe essere coordinata a livello europeo e mondiale.

Nel Rapporto del CSC sono esaminati quattro fattori geoeconomici cruciali, che identificano altrettante tematiche trasversali: i cambiamenti climatici, le regole europee, i legami finanziari USA-Europa e la governance multilaterale degli scambi.

Lotta ai cambiamenti climatici L’emergenza sanitaria è connessa al tema, più ampio, della sostenibilità della crescita mondiale. Evidenzia, infatti, che l’equilibrio economico è, necessariamente, anche un equilibrio ambientale e sociale. L’Europa, in particolare, ha urgente necessità di un ampio piano di investimenti per realizzare la transizione green, anche per contribuire al recupero macroeconomico dopo la crisi da COVID-19.

Regole europee Già la crisi dei debiti sovrani del 2011 aveva mostrato le criticità dell’architettura della casa comune europea. I limiti dell’assetto della governance europea sono nuovamente evidenziati dall’attuale crisi sanitaria. Il piano proposto finora dalla Commissione UE è poca cosa e come al solito lascia ai singoli paesi la responsabilità di gestire la crisi. La sospensione del Patto di stabilità è emergenziale, indispensabile ma insufficiente. Le istituzioni europee sono all’ultima chiamata per dimostrare di essere all’altezza della situazione.

Legami finanziari USA-Europa I mercati finanziari sono stati l’origine e il primo canale di diffusione della crisi del 2008, dagli Stati Uniti all’Europa e al resto del mondo. I successivi profondi interventi regolatori e prudenziali li hanno resi sensibilmente più robusti a fronte di shock negativi. Sono in grado di reggere l’impatto della crisi da COVID-19?

Governance degli scambi mondiali Il dibattito sul protezionismo, che è stato momentaneamente oscurato dalla crisi pandemica, ha costituito il principale elemento di tensione economica globale nei due anni passati. Anche ora i blocchi agli scambi giocano un ruolo rilevante, aggravando le conseguenze delle interruzioni lungo le catene internazionali di fornitura. C’è da attendersi che le tensioni commerciali tornino al centro del dibattito, una volta terminata l’emergenza sanitaria?

 

Con il Cura Italia non lasciamo soli i Caregiver familiari

L’arte della politica, non sono certo io a doverla rammentare a chi la pratica quotidianamente nell’interesse del Paese ma talvolta vale la pena ricordare come occorra mettere da parte la propria visione e le proprie convinzioni partitiche, per facilitare una convergenza verso una nuova visione, più ampia, che conduca verso la migliore soluzione nell’interesse della collettività. Ebbene ieri, in un Paese che oramai comunica via social, ho assistito con piacere al formarsi di una “nuova convergenza” nell’interesse dei Caregiver Familiari.

Il termine “Familiari” è sempre necessario (affinché non si confondano con Colf e Badanti) ed indica, come prevede la legge, coloro che assistono il congiunto con disabilità grave h24 e che, come se non bastassero le già costanti difficolta della loro vita, in questo periodo di emergenza sanitaria si trovano ad essere doppiamente discriminati: sono già posti agli arresti domiciliari dal loro ruolo di cura ed ora sono stati, ancora una volta, dimenticati dal Governo che, in un primo tempo aveva paventato una seppur minima tutela economica nel decreto Cura Italia, poi scomparsa. Per il Governo del “nessuno sarà lasciato solo” alla prova dei fatti i Caregiver Familiari sono stati letteralmente lasciati soli, a differenza di altre categorie messe in crisi dalle misure governative anti contagio, adottate tardivamente, che tuttavia vedono – per ora solo sulla carta – un minimo di ristoro dal danno, con un bonus di 600 euro mensili. Ma cosa è successo ieri che mi porta a parlare di “nuova convergenza”? Semplice, tra i 1126 emendamenti presentati al Cura Italia ne balzano agli occhi almeno due di reale interesse per i Caregiver Familiari.

Il primo, il 24.0.1 a firma della Sen. Guidolin del M5S, che nel rendere alternativa la misura dei 12 giorni di congedo, in aggiunta a quelli già concessi ai sensi dell’art. 33 comma 3 della legge 104/92, ad un bonus da 600 euro complessivi da usare per acquisti di servizi domiciliari, commette l’errore di utilizzare 5 milioni presi dal Fondo per il sostegno e la valorizzazione del lavoro di cura svolto dai Caregiver Familiari. Fondo che, in mancanza di una legge che ne ripartisca le risorse tra gli aventi diritto in forma di aiuto economico diretto, ha nel frattempo accumulato la bella cifra di 75 milioni di euro dal 2018 e potrebbe dare una mano a circa 65 mila famiglie. Quel fondo in effetti non può e non deve essere utilizzato, nemmeno in questa situazione di emergenza, per finanziare misure non conformi alla volontà del legislatore che lo ha istituito. Sul punto ieri vi è stata una levata di scudi prima alla Vice Presidente della Camera On. Carfagna che nel rimarcare come “I caregiver familiari e i loro cari che hanno bisogno di assistenza sono i grandi esclusi dal dl Cura Italia” ha evidenziato come “un emendamento al dl (ndr Cura Italia) a firma M5S, che pur avendo una finalità giusta, ha una copertura sbagliata: 5 milioni presi dal fondo caregiver” ed ha fatto appello al Ministro Elena Bonetti affinché “intervenga per andare in soccorso di queste persone che dedicano la loro esistenza a chi senza di loro non avrebbe una vita”. A stretto giro è intervenuto anche il Sen. Andrea Cangini che ha presentato l’emendamento 30.0.2 finalizzato a corrispondere un bonus da 600 euro al mese , per i mesi di marzo e aprile, al parti di tutti gli altri soggetti tutelati dal Governo nel Cura Italia, anche ai Caregiver Familiari.

Cangini, che non esita ad etichettare il tentativo dei M5S come “Uno scippo che prelude a una guerra tra poveri.” si auspica invece con riguardo al proprio emendamento 30.0.2 “che tutte le forze politiche siano pronte a farlo proprio”. In serata il Ministro delle Pari Opportunità e della Famiglia Elena Bonetti, chiude al Movimento 5 Stelle e da ragione a Mara Carfagna con un lapidario “Ha ragione Mara Carfagna. Il fondo caregiver deve essere utilizzato per le finalità per cui è stato costituito.”. Adesso si auspica che la “nuova convergenza” del Ministro Bonetti , che ha dimostrato di saper superare ogni barriera ideologica per il bene del Paese e dei Caregiver Familiari, porti, come accadde nel 2017 con l’emendamento 30.0.2 che riconosceva per la prima volta in Italia figura giuridica del caregiver familiare ed istituiva il Fondo (da notare la coincidenza con il numero dell’emendamento di Andrea Cangini) ad una larga convergenza per l’approvazione dell’emendamento 30.0.2 a firma di Andrea Cangini.

Una ultima nota, che è una speranza: nel 2017 l’emendamento 30.0.2 a prima firma Laura Bignami, passò con 165 firme con i Senatori che facevano la fila in Commissione Bilancio per sottoscriverlo, fu un record nella storia del Senato della Repubblica, forse questa volta si riuscirà fare di meglio? Speriamo per il Paese e per i Caregiver familiari che così scopriranno di non essere stati lasciati soli, almeno dal Parlamento.

Emergenza coronavirus: emessi i mandati di pagamento per i comuni

Il ministero dell’Interno ha provveduto all’emissione dei mandati di pagamento a favore dei comuni beneficiari dei 4,3 miliardi di euro del Fondo di solidarietà comunale 2020 e dei 400 milioni di euro da destinare a misure urgenti di solidarietà alimentare.

In particolare, una task force del Dipartimento Affari interni e territoriali – coordinata dalla direzione centrale della Finanza locale – ha provveduto, contestualmente alla pubblicazione, nella GU del 29 marzo 2020,  del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 28 marzo 2020 -“Criteri  di formazione e di riparto del Fondo di solidarietà comunale 2020” – all’emissione dei mandati di pagamento a favore dei 6.579 comuni delle regioni a Statuto ordinario, della Sicilia e della Sardegna per risorse pari a 4.291.361.883,26 euro.

In esecuzione dell’ordinanza di Protezione civile n. 658 del 29 marzo 2020 – “Ulteriori interventi urgenti di protezione civile in relazione all’emergenza relativa al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili” – si è provveduto anche all’emissione dei mandati di pagamento a favore dei comuni di tutte le Regioni, sia a Statuto ordinario che a Statuto speciale, per fronteggiare l’emergenza alimentare.

I confini aperti e il virus di Wuhan

Tra l’ideologia dei confini aperti e della globalizzazione da un lato, la pandemia in corso dall’altro, vi è una relazione rintracciabile. Negli USA il 27 gennaio scorso, il giorno in cui Trump blocca i voli da e per la Cina, il candidato Democratico alla presidenza Joe Biden definisce il blocco “isterica xenofobia”. Il 2 febbraio, il giorno in cui Trump (pur con i poteri limitati che un presidente ha in materia di sanità, come su altri temi) richiede la quarantena per chi fosse stato in Cina di recente, il leader Democratico in Senato, Schumer, dichiara: “Il prematuro bando dei contatti con la Cina è un pretesto anti-immigrati”. Il 23 marzo, quando il Senato approva una terza (già due generose leggi di sostegno sociale erano state approvate, per centinaia di miliardi di dollari) e debordante legge di spesa per il sostegno all’economia e a tutti i cittadini – colpiti o no dalle misure di contenimento della pandemia –, i Democratici alla Camera chiedono di sostituirla con un loro progetto che include l’estensione a tutti gli stati degli strumenti che già rendono possibili le frodi elettorali in alcuni stati a governo Democratico: assenza di identificazione fotografica per chi vota, nessuna identificazione credibile per i voti inviati per corrispondenza, raccolta dei voti casa per casa. Inoltre i Democratici chiedono fondi per loro obiettivi che non hanno alcuna relazione con la pandemia: fondi per prorogare la presenza nel paese degli immigrati illegali, per alzare il salario minimo obbligatorio, per aumentare il potere dei sindacati nelle grandi società, ed altro. Delle loro richieste nel testo firmato da Trump rimane poco, ma quel poco (che corrisponde a circa 200 milioni di dollari, un decimo del totale stanziato dalla legge di spesa) è troppo e impone, insieme ad altri dati, un giudizio negativo sulla legge. Ricordo che già nella prima legge di sostegno sociale vi erano le misure pertinenti in relazione all’assistenza sanitaria, come i test con tampone gratuiti per tutti, o la copertura assicurativa gratuita, anche per le polizze che non lo prevedevano, delle terapie per l’epidemia del virus cinese.

L’estremismo anti-Trump e l’immigrazionismo che vuole i confini aperti e le città-santuario, e che è indifferente alle conseguenze sulla convivenza sociale, hanno reso tossica la dirigenza dei Democratici. La pandemia è occasione per investire Trump con accuse prive di fondamento, sostenute o non contestate dai media più diffusi, che una volta di più tradiscono il loro ruolo. Come sempre, le accuse di media disonesti in America vengono riprese e ripetute, più o meno in malafede e qualche volta per ignoranza, dai media italiani. In realtà Trump e il suo governo si sono mossi con efficienza (si possono ricordare le lentezze del governo Obama per l’assai meno grave “influenza suina”, che causò negli USA 12 mila morti); le eventuali carenze o impreparazione sono da imputare a città e stati, che sono responsabili della gestione e programmazione in materia di sanità; e le situazioni più critiche si hanno in città con governi Democratici, nonostante gli ingenti e articolati aiuti federali. Per quanto riguarda il presidente, già il 21 gennaio, quando in Europa governi e media minimizzavano, Trump concordava con l’autorità sanitaria USA (CDC, Center for Desease Control) di indirizzare in tre soli aeroporti chi arrivava dalla Cina, tra cui decine di migliaia di studenti, e di attuarvi uno screening medico. Già il 23 gennaio, quando in California l’allontanamento da un’aula universitaria di uno studente cinese ammalato veniva contestato dai liberal che controllano lo stato e le università, il dottor Fauci, l’immunologo incaricato da Trump di guidare la task force medica anti-virus di Wuhan, annunciava l’inizio della sperimentazione su un vaccino. Il 27 gennaio, quando il Congresso USA era bloccato dalla frode del falso impeachment, Trump sospendeva i voli da e per la Cina (il blocco diveniva totale il 31 gennaio) e il suo decreto, senza dubbio decisivo nel ritardare di 5-6 settimane la diffusione del virus negli USA e dunque nel salvare migliaia di vite, veniva accolto dai Democratici e dai loro media con accuse di “razzismo” e di “xenofobia”. 

In Italia la risposta del governo è stata più lenta e ideologica. Le conseguenze su alcune province italiane devastate dall’epidemia possono delineare una responsabilità penale. Dopo che il 30 gennaio il WHO (l’agenzia ONU World Health Organization) aveva dichiarato, peraltro in termini riduttivi (e dirò perché), un’emergenza sanitaria globale, il 31 gennaio il governo italiano pubblicava sulla Gazzetta Ufficiale l’annuncio di un’emergenza per la diffusione del virus cinese. I voli in Italia da e per la Cina venivano chiusi il 2 febbraio. I turisti cinesi che arrivavano nel Nord Italia con treni o pullman, per lo più dalla Germania, non venivano fermati né controllati. Le richieste dei virologi di mettere in quarantena tutti coloro, tra cui i cittadini italiani, che erano tornati dalla Cina o risultavano in contatto con europei di ritorno dalla Cina, non venivano accolte: il che è stato il fattore decisivo nell’esplosione della pandemia in Lombardia e in Veneto. Mentre il sindaco di Firenze proponeva “l’abbraccio a un cinese” come apertura culturale (o come messaggio verso la comunità di cinesi di Prato, che lo finanzia), sui maggiori media non si sottolineava, forse per evitare accuse di “razzismo”, che la Lombardia ha un’alta concentrazione di immigrati cinesi, né che il virus era giunto in Italia con due turisti cinesi (poi curati e guariti), oltre che – quasi certamente – con uomini d’affari tornati dalla Cina e non messi in quarantena. Il 15 febbraio, dopo contatti con l’ONU, il governo italiano mandava in regalo alla Cina 18 tonnellate di strumenti sanitari. Il 21 febbraio Conte dichiarava che “non c’è motivo per allarmismi”, e il 28 febbraio lo ripeteva in TV. Il 9 marzo, quando la situazione in alcune province lombarde diveniva gravissima, il governo italiano iniziava provvedimenti restrittivi, certamente richiesti da virologi e autorità sanitarie: misure severe su scala nazionale, ma insufficienti nelle province più colpite, così da richiedere in Lombardia nuove chiusure due settimane più tardi. Il modello Giappone Corea Singapore, cioè il lockdown non per tutti, in grado di limitare i paurosi danni all’economia, non trovava accoglienza. 

Pur nell’emergenza, una seria questione è che i decreti del governo italiano implicano un’autorità che il governo attuale non ha, essendo contestato da metà della nazione: un’autorità che esso si arroga, con la copertura del capo dello stato, e che è in sostanza usurpata. Quando a metà marzo il contagio si allargava, il governo italiano pensava ad aprire le carceri per alcune categorie di detenuti. Mentre gli italiani erano agli arresti domiciliari, il governo non bloccava gli sbarchi dei migranti. Quando a Bergamo ogni famiglia aveva un morto e i camion dell’Esercito portavano via le bare o i cartoni con le salme, i media italiani vicini al governo evitavano di denunciare le responsabilità del governo cinese e, insieme ai funzionari del WHO, si impegnavano a cercare un nome asettico per il virus cinese di Wuhan. Mentre in Italia e in Occidente trilioni di dollari e di euro andavano in fumo sui mercati, per il panico e per le conseguenze economiche del virus cinese, dai megafoni del globalismo ci arrivava la conferma che il problema è il “razzismo”. 

La pandemia, invece, dovrebbe essere la fine degli eccessi del globalismo. La prima denuncia necessaria è quella per gli imperdonabili ritardi del governo cinese nel comunicare le reali dimensioni dell’epidemia, di cui quel governo era al corrente almeno da novembre 2019. Ho raccontato altrove di come il governo cinese abbia bloccato, in dicembre, le informazioni del dottor Li Wenliang alla comunità scientifica; come lo abbia costretto a firmare l’ammissione di aver diffuso “dicerie”; come abbia silenziato e incarcerato lui e altri 6 dottori cinesi disposti a denunciare quanto accadeva a Wuhan; e come a metà marzo abbia cercato di confondere le responsabilità con vergognose accuse agli USA, o con il tentativo di imporre la definizione di “virus italiano”. Nessuno dei maggiori governi europei, tantomeno quello italiano, ha denunciato le manovre di propaganda del governo cinese, con un’ipocrisia ben sperimentata da quando l’inquinamento atmosferico e ambientale che ha origine in Cina viene assolto in nome delle esigenze di crescita della Cina. Da anni abbiamo indicazioni che figure al vertice della classe politica, dei media, delle grandi società, non solo in Asia e in Africa, ma anche in Europa e in America, sono sulla lista paga del governo cinese. Le agenzie dell’ONU stanno diventando agenzie del governo cinese: così si spiegano le imprecisioni e la mancanza di denunce del WHO. 

Gli USA devono verificare il ruolo del WHO, che essi finanziano. Dal 2009 in poi, gli USA hanno fatto donazioni per più di 100 miliardi di dollari per assistenza sanitaria ad altri paesi, per lo più in Africa e in Asia. Nella prima delle tre leggi di spesa post-pandemia approvate dal Congresso nel marzo 2020, vi sono 1,3 miliardi di dollari per assistenza sanitaria all’estero, di cui 600 milioni versati all’ONU e al WHO. A fine gennaio 2020 il blocco dei voli da e per la Cina deciso da Trump andò incontro al dissenso del WHO, il cui direttore dichiarò che il blocco avrebbe “aumentato la paura senza benefici sanitari”. Il WHO non ha dichiarato la pandemia fino all’11 marzo. Una condotta diversa del WHO poteva indurre alcuni paesi a chiudere i confini con settimane di anticipo. Sappiamo che il governo cinese spende miliardi per allargare il controllo su agenzie come il WHO e per la propaganda all’estero. Vediamo i maggiori media USA, e al seguito quelli italiani, evitare denunce nei confronti della Cina e diffonderne le bugie. In Italia abbiamo visto i media enfatizzare l’arrivo dalla Cina di qualche decina di respiratori e di 5 o 10 medici cinesi (peraltro benvenuti), senza chiarire che le forniture erano a pagamento, a differenza dei materiali sanitari inviati dal governo italiano in Cina nel febbraio 2020. Al governo cinese non può essere consentito di falsificare la realtà. Non hanno colpe i medici cinesi che hanno combattuto l’epidemia a Wuhan, né i medici e gli scienziati cinesi che scambiano informazioni con i colleghi in Occidente. Ma a molti livelli, dagli ispettori inviati dal governo di Pechino nelle zone colpite dal virus ai vertici della polizia e dei militari, il regime cinese è responsabile dell’incubo generato a Wuhan.

Negli USA l’attuale cautela che arriva dai maggiori media, timorosi di spingere troppo oltre le accuse alla Cina, ha come precedente decenni di benevolenza da parte dei governi USA, e di impunità per la Cina, per le scorrettezze commerciali cinesi e per il sistematico furto di tecnologia e di proprietà intellettuale applicato dal governo di Pechino. Per decenni, dalla presidenza Carter in poi, dunque passando attraverso molte vicende storiche, nessuna denuncia del protezionismo commerciale, dello spionaggio, delle invasioni cyber, delle crescenti acquisizioni cinesi in Occidente, sembrò possibile. Negli USA la collaborazione indifesa con la Cina era persino codificata e prevista nelle agenzie federali e nelle grandi società private. Quando nel 1995-1996 oltre 200 mila magnifici aceri del New England furono distrutti da un insetto arrivato dalla Cina sulle navi merci, il silenzio fu governativo (silenzio replicato in Italia nel 2019, quando interi raccolti nel Nord Italia vengono distrutti dalla cimice cinese arrivata con i container delle merci). Per decenni professori e studenti vengono arrestati nei campus in quanto spie cinesi, senza che i media diano rilievo ai numeri e agli obiettivi della presenza cinese nelle università USA. Per decenni Hollywood, che costruisce film su qualsiasi menzogna, ha avuto cura di non produrre nulla che potesse dispiacere a Pechino. Per decenni i media hanno coperto le tariffe commerciali applicate dalla Cina e le pratiche di basso costo del lavoro e incuranza ambientale che hanno favorito il trasferimento di ingenti produzioni in Cina. Gli stessi media che 80 anni fa coprirono i crimini di Stalin, dal 2012 parlano del presidente cinese Xi come di un leader illuminato, anziché indicarlo come un metodico killer di massa. Il passaggio a quanto accade con l’epidemia per il virus di Wuhan è rintracciabile. Perché vi è un primo responsabile per il modo in cui il virus si è diffuso e per il modo in cui ha invaso i paesi occidentali: il regime comunista cinese, che per mesi non ha informato di quanto accadeva e non ha consentito ai medici del CDC americano di entrare in Cina.  

Il 31 dicembre scorso il governo di Pechino invia al WHO una comunicazione in cui si parla di un’epidemia a Wuhan, ma si afferma che non c’è passaggio del virus “tra umani”. Benché dalla Cina corrano sul web le parole di medici e semplici cittadini cinesi che affermano il contrario, il 14 gennaio il WHO scrive sul suo sito: “Il governo cinese afferma che non c’è trasmissione tra umani”. Il giorno dopo il WHO comunica ufficialmente al mondo: “Dalle informazioni che abbiamo, non vi è prova di una sostenuta trasmissione tra umani”. L’inganno cinese, e la scarsa volontà di indagare del WHO, hanno successo. In quel momento da oltre un mese il governo di Pechino punisce e imprigiona chi parla di quanto accade. Il 7 gennaio una riunione al vertice a Pechino ha come argomento la lotta all’epidemia. Il 15 gennaio una folta delegazione cinese arriva a Washington per firmare con il governo Trump la prima parte dell’accordo commerciale negoziato da oltre 18 mesi: i delegati cinesi, delle cui condizioni di salute non si può essere certi, scambiano grandi strette di mano e si ammassano con i delegati americani, tra cui molte personalità anziane. Finalmente, il 20 gennaio, la Cina ammette la trasmissione del virus tra umani, ma ancora afferma che la malattia è “prevenibile e curabile”. Sette giorni dopo Trump blocca i voli dalla Cina. Dodici giorni dopo li blocca anche l’Italia. 

Appare adeguata la valutazione del governo Trump, resa ufficiale dal Segretario per la Sicurezza Nazionale, O’Brien: “Il regime cinese ha tenuto nascoste le notizie sull’epidemia. Ha punito dottori e giornalisti che ne avevano parlato. Ha impedito la possibilità di prevenire una pandemia”. Come è tradizione per i regimi del comunismo reale, per il governo cinese la menzogna è un primario strumento di controllo della società e del potere. Il governo di Pechino cerca di confondere l’opinione pubblica con strampalate accuse all’Occidente. Come qualificati osservatori negli USA hanno indicato, è giunto il momento di rompere la dipendenza commerciale da un regime così disonesto, che ha contribuito a portare nel mondo così tanta sofferenza. Tra le reazioni possibili da parte USA, mentre appare fuori portata la cancellazione del debito sovrano USA detenuto dalla Cina (1,14 trilioni di dollari), realistica ed urgente è la necessità di rompere la dipendenza dalla Cina per quanto riguarda la produzione di medicinali, in particolare antibiotici. Gli USA, come i paesi europei, devono produrre in autonomia i farmaci di cui hanno necessità, così come devono produrre in autonomia l’acciaio per le navi o i camion, e molto d’altro. Le supply chains, cioè le catene di produzione e distribuzione, sono da decenni troppo dipendenti dalla Cina. Per i medicinali, anche dall’India: si veda come, a fine marzo 2020, nel momento in cui il chloroquine viene indicato come possibile farmaco per le infezioni da virus di Wuhan, l’India, che ne è il maggiore produttore, ne blocca l’esportazione. La lezione deve coinvolgere i governi europei, troppo disponibili verso il regime cinese: da Boris Johnson, che invita la Huawei a costruire il 5G in Gran Bretagna, al ministro degli Esteri dell’attuale governo italiano, sempre ossequioso verso le imposture di Pechino. In America come in Europa, tra le misure da considerare vi è quella di negare l’accesso agli aiuti finanziari post-pandemia alle società che investono in Cina.

Come ho detto, tra la pandemia in corso e l’ideologia del globalismo e dell’immigrazionismo vi è una relazione diretta. Tutt’altro che essere manifestazione di apertura mentale, l’immigrazionismo è la religione dei ciarlatani. In qualche caso, quella dei traditori. Per quanto riguarda gli USA, l’immigrazionismo è divenuto il volto e la sostanza del partito Democratico. Destabilizzati da Trump e dal suo tentativo di cambiare su temi cruciali, gli attivisti dei confini aperti hanno trasformato il partito Democratico nel movimento più estremista della storia USA. La presa che tale partito mantiene su circa metà della società deriva dalla confusione della società. Una confusione per decenni alimentata anche dai flussi immigratori e divenuta aggressiva negli anni di Obama, quando la fortuna politica dei Democratici fu affidata alle sussidiate masse urbane e suburbane. Un contributo decisivo viene da gruppi finanziari che dispongono di illimitate quantità di denaro. George Soros è il nome più noto, ma non l’unico. Altri nomi sono il miliardario “verde” californiano Tom Steyer, che si è vantato di aver investito nelle elezioni di midterm 2018 più di tutti i sostenitori del GOP; o il miliardario Bloomberg, che anche dopo il crollo della sua candidatura alla presidenza elargisce ai Democratici centinaia di milioni di dollari in funzione anti-Trump.

Riguardo agli eccessi dell’immigrazione in America, segnalo due passi avanti compiuti dal governo Trump nei primi tre mesi del 2020. Il primo riguarda la piaga delle città-santuario (cioè rifugio di immigrati illegali e piccoli criminali). Dopo che una Corte d’appello federale ha riconosciuto l’autorità del ministro della Giustizia nel richiedere, alle città che beneficiano di finanziamenti federali, informazioni sui criminali in loro custodia, Trump ha chiesto al ministro di fermare i finanziamenti alle città che non si adeguano, e dunque impediscono all’agenzia federale ICE di deportare gli illegali responsabili di reati. È un passo avanti ancora insidiato, perché ulteriori cause legali porteranno la questione, per una delibera, alla Corte Suprema.

Il secondo dato positivo è che a fine febbraio è finalmente divenuta operativa la regola del “carico pubblico” nel valutare le richieste di cittadinanza da parte di immigrati legali, dando così all’agenzia delegata (Citizenship and Immigration Services) la possibilità di negare le “carte verdi”, che sono il primo passo verso la cittadinanza, a chi fonda il proprio reddito su programmi di welfare non di emergenza. Dunque usufruire della sanità gratuita per gli indigenti (Medicaid) o di altri programmi finalizzati ai poveri, continua a non essere un ostacolo per ottenere la carta verde. Un ostacolo lo sono programmi come i sussidi in denaro ottenuti per un periodo superiore ai 12 mesi. L’obiettivo è che gli immigrati a cui è concessa la residenza legale non siano un “carico pubblico”, cioè possano sostenersi con il lavoro. Da quando fu introdotta dal governo Trump nell’estate 2019, la regola del “carico pubblico” è andata incontro a cause legali da parte degli attivisti dell’immigrazione; ma prima Corti d’appello, poi la Corte Suprema, ne hanno confermato la perfetta legalità. Che l’immigrato non debba essere “un carico” per la società è legge fin dal 1882 ed è un criterio ribadito da una legge del 1996, mai messa in atto. L’indipendenza è un valore centrale della cultura americana, però contestato dagli avvocati dell’immigrazionismo. Un fatto positivo è che il governo Trump, con la regola del “carico pubblico”, rivolga attenzione alle realtà dell’immigrazione legale. Però la regola divenuta operativa nel febbraio 2020 ha troppe deroghe: non si applica né ai rifugiati introdotti nel paese dall’ONU (spesso fonte di gravi dissesti sociali), né a coloro che reclamano l’asilo politico (richiesta paurosamente abusata). Né si applica alle richieste precedenti il 24 febbraio. Inoltre la mancata concessione della carta verde non significa espulsione, bensì soltanto prosecuzione di residenza temporanea (e di benefici dal welfare). Tutto ciò toglie mordente alla regola introdotta. La quale regola, come altre restrizioni, è a rischio di essere travolta dalla pletora di aiuti sociali conseguenti alla pandemia e introdotti con la sfrenata legge di spesa approvata a fine marzo 2020 per la cifra di 2,2 trilioni di dollari.

Se avrà un secondo mandato, in materia di immigrazione Trump deve usare meno moderazione. Quando l’epidemia del virus di Wuhan era in corso da settimane, abbiamo visto il suo governo prendere la decisione, in realtà paurosamente tardiva, di respingere gli immigrati illegali fermati sul confine, e abbiamo visto presentare quella più che necessaria decisione con cautela, in punta di piedi, come nell’avvicinarsi a qualcosa di esplosivo. Ovviamente la guerra interna a cui Trump è andato incontro nel tentativo di cambiare in materia di immigrazione è stata vergognosa e condizionante. E il Congresso ha molto potere sul tema immigrazione. Ma rimane che la pur garantista legge sull’immigrazione (Immigration Act) del 1965 afferma: “Se il presidente stabilisce che l’ingresso nel paese di qualsiasi categoria di stranieri o di immigrati è di detrimento alla nazione, egli può fermarne l’entrata o imporvi le restrizioni che considera adeguate”. 

Se avrà un secondo mandato, Trump dovrebbe affrontare i temi dell’immigrazione con la leadership esercitata davanti all’emergenza sanitaria. Mi riferisco sia alle misure per rallentare l’arrivo del virus in America, sia a quelle per combattere l’epidemia quando essa è dilagata. Si è trattato di una leadership accorta, attenta al dettaglio, ispirata a consuetudini di imprenditore applicate da un uomo che lavora venti ore al giorno. Coloro che in America, e al guinzaglio in Italia, cercano di propagare il contrario, dovrebbero andare incontro a misure disciplinari, se si tratta di giornalisti, o a procedimenti penali, se si tratta di politici. Invece, in materia di immigrazione, nel dopo-pandemia Trump dovrà evitare i ritardi e le carenze che, sia pure sotto il fuoco nemico, hanno rallentato il cambiamento durante il suo primo mandato. Molte cose devono cambiare nel dopo-pandemia. Tra queste, la Cina dovrà pagare un prezzo, almeno in termini di presenza in Cina di imprese occidentali e di affidamento per la produzione di merci essenziali. In Italia dovrebbe pagare chi ha fatto del paese un esempio negativo nel mondo intero, per non aver preso in gennaio e febbraio le misure che potevano ridurre i danni.        

Internet casa: cresce la convenienza rispetto al 2019

Il 2020 ha preso il via all’insegna della convenienza per le tariffe internet da rete fissa. I prezzi dei pacchetti, se confrontati con quelli del 2019, sono più economici soprattutto grazie una riduzione dei costi di attivazione, che registrano un brusco calo (-65%).

È quanto emerge dall’ultimo Osservatorio SOStariffe.it, che ha posto a paragone i prezzi dei pacchetti ora in commercio con le tariffe Internet Casa presenti sul mercato nel corso dell’anno 2019

La prima voce in cui si scorge una riduzione dei costi medi (del 10%) è il canone mensile standard. Durante tutto lo scorso anno in media costava 34,07 euro, mentre ora si aggira sui 30,53 euro. Di segno opposto invece il canone mensile in promozione (+5%) che segna un minimo aumento, quasi impercettibile.

E così se nel 2019 si pagavano 26,05 euro al mese durante il periodo promozionale, ora sono richiesti in media 27,38 euro. C’è anche da notare tuttavia che mentre nell’anno appena trascorso il periodo promozionale aveva una durata media di 13 mesi, ora la lunghezza di quest’ultimo è pressoché indeterminata. Quasi come se il periodo promozionale senza fine fosse diventato la regola.

Un’ottima notizia poi è l’abbattimento dei tanto detestati costi di attivazione, che si riducono in modo significativo (– 65%). Se nel 2019 si attestavano sui 147,57 euro, ora hanno un costo complessivo medio di 52,15 euro. Tuttavia mentre lo scorso anno erano ripartiti in 20 mesi ora vengono spalmati in 2 anni, pari cioè 24 mesi (dunque su un periodo leggermente più lungo, del 20%).

Coronavirus: evitati 120.000 decessi in tutta Europa

Un report realizzato da un team dell’Imperial College di Londra guidato da Neil Ferguson e Samir Bhatt e diffuso dall’Oms Collaborating Centre for Infectious Disease Modelling stima che: le grandi misure restrittive adottate nel Vecchio Continente per frenare l’epidemia da nuovo coronavirus potrebbero aver già evitato fino a 120.000 decessi in tutta Europa.

Secondo la ricerca la percentuale di persone già infettate dal virus oscillerebbe tra il 2 e il 12% della popolazione: 2,7% nel Regno Unito, solo 0,41% in Germania, 3% in Francia e 9,8% in Italia. Dunque nel nostro Paese ci sarebbero già “5,9 milioni” di casi di Covid-19.

“È certamente un momento difficile per l’Europa – commenta Samir Bhatt, docente senior della School of Public Health dell’Imperial College – ma i governi hanno preso provvedimenti significativi per garantire che i sistemi sanitari non vengano sopraffatti. Vi sono prove concrete del fatto che questi provvedimenti hanno iniziato a funzionare e hanno appiattito la curva. Riteniamo che molte vite siano state salvate. Tuttavia, è troppo presto per dire se siamo riusciti a controllare completamente le epidemie e le decisioni più difficili dovranno essere prese nelle prossime settimane”.

Condannare Orban senza riduzionismi o giustificazionismi.

Vedo che c’è ancora qualcuno che prova a difendere Orban con l’argomento secondo cui un’ampia maggioranza parlamentare gli ha conferito poteri pieni e illimitati nel tempo.
Purtroppo tra qualche mese, il 10 luglio, sarà l’ottantesimo anniversario del voto dei pieni poteri al Governo del Maresciallo Pétain da cui nacque il regime filo-nazista e antisemita di Vichy a cui solo 80 valorosi, tra cui il leader socialista Léon Blum, osarono dire di No, mentre ben 569 dissero sì. Voto di cui pochi non pochi degli stessi parlamentari si pentirono quando ne videro i devastanti esiti.

Gli Stati costituzionali del secondo dopoguerra e lo stesso processo di Unione europea sono nati per impedire il ripetersi di quei tragici errori a partire dalle ragioni di quei primi Resistenti.

Per questo non è ammissibile nessun giustificazionismo o riduzionismo.