Home Blog Pagina 703

Internet casa: cresce la convenienza rispetto al 2019

Il 2020 ha preso il via all’insegna della convenienza per le tariffe internet da rete fissa. I prezzi dei pacchetti, se confrontati con quelli del 2019, sono più economici soprattutto grazie una riduzione dei costi di attivazione, che registrano un brusco calo (-65%).

È quanto emerge dall’ultimo Osservatorio SOStariffe.it, che ha posto a paragone i prezzi dei pacchetti ora in commercio con le tariffe Internet Casa presenti sul mercato nel corso dell’anno 2019

La prima voce in cui si scorge una riduzione dei costi medi (del 10%) è il canone mensile standard. Durante tutto lo scorso anno in media costava 34,07 euro, mentre ora si aggira sui 30,53 euro. Di segno opposto invece il canone mensile in promozione (+5%) che segna un minimo aumento, quasi impercettibile.

E così se nel 2019 si pagavano 26,05 euro al mese durante il periodo promozionale, ora sono richiesti in media 27,38 euro. C’è anche da notare tuttavia che mentre nell’anno appena trascorso il periodo promozionale aveva una durata media di 13 mesi, ora la lunghezza di quest’ultimo è pressoché indeterminata. Quasi come se il periodo promozionale senza fine fosse diventato la regola.

Un’ottima notizia poi è l’abbattimento dei tanto detestati costi di attivazione, che si riducono in modo significativo (– 65%). Se nel 2019 si attestavano sui 147,57 euro, ora hanno un costo complessivo medio di 52,15 euro. Tuttavia mentre lo scorso anno erano ripartiti in 20 mesi ora vengono spalmati in 2 anni, pari cioè 24 mesi (dunque su un periodo leggermente più lungo, del 20%).

Coronavirus: evitati 120.000 decessi in tutta Europa

Un report realizzato da un team dell’Imperial College di Londra guidato da Neil Ferguson e Samir Bhatt e diffuso dall’Oms Collaborating Centre for Infectious Disease Modelling stima che: le grandi misure restrittive adottate nel Vecchio Continente per frenare l’epidemia da nuovo coronavirus potrebbero aver già evitato fino a 120.000 decessi in tutta Europa.

Secondo la ricerca la percentuale di persone già infettate dal virus oscillerebbe tra il 2 e il 12% della popolazione: 2,7% nel Regno Unito, solo 0,41% in Germania, 3% in Francia e 9,8% in Italia. Dunque nel nostro Paese ci sarebbero già “5,9 milioni” di casi di Covid-19.

“È certamente un momento difficile per l’Europa – commenta Samir Bhatt, docente senior della School of Public Health dell’Imperial College – ma i governi hanno preso provvedimenti significativi per garantire che i sistemi sanitari non vengano sopraffatti. Vi sono prove concrete del fatto che questi provvedimenti hanno iniziato a funzionare e hanno appiattito la curva. Riteniamo che molte vite siano state salvate. Tuttavia, è troppo presto per dire se siamo riusciti a controllare completamente le epidemie e le decisioni più difficili dovranno essere prese nelle prossime settimane”.

Condannare Orban senza riduzionismi o giustificazionismi.

Vedo che c’è ancora qualcuno che prova a difendere Orban con l’argomento secondo cui un’ampia maggioranza parlamentare gli ha conferito poteri pieni e illimitati nel tempo.
Purtroppo tra qualche mese, il 10 luglio, sarà l’ottantesimo anniversario del voto dei pieni poteri al Governo del Maresciallo Pétain da cui nacque il regime filo-nazista e antisemita di Vichy a cui solo 80 valorosi, tra cui il leader socialista Léon Blum, osarono dire di No, mentre ben 569 dissero sì. Voto di cui pochi non pochi degli stessi parlamentari si pentirono quando ne videro i devastanti esiti.

Gli Stati costituzionali del secondo dopoguerra e lo stesso processo di Unione europea sono nati per impedire il ripetersi di quei tragici errori a partire dalle ragioni di quei primi Resistenti.

Per questo non è ammissibile nessun giustificazionismo o riduzionismo.

David Sassoli: “Oggi più che mai serve aiutare i nostri paesi a spendere con una garanzia sul debito”.

“Siamo dentro una grande battaglia politica. Senza l’Europa i nostri paesi, tutti, non ce la faranno e allora serve indirizzare le scelte che farà l’Unione. C’è da superare l’emergenza e poi si dovrà ricostruire, dare lavoro, salari, sostenere imprese e giovani. Un piano europeo per la disoccupazione è già pronto, ma oggi più che mai serve aiutare i nostri paesi a spendere con una garanzia sul debito che inevitabilmente si produrrà. Usare per questo il fondo salvi stati senza condizionalità, far leva sul bilancio dell’Unione, introdurre bond limitati alle spese effettuate? Di certo, servono strumenti di solidarietà europea per difendere Stati e cittadini”.

“Non può esservi fallimento. Possono esserci scelte sbagliate. Ma la risposta non cade dal cielo, bisogna costruirla e deve avere consenso, perché così funziona in democrazia. I paesi che credono serva una forte risposta europea e uno strumento di solidarietà hanno buone ragioni e in questo momento in tutti i paesi, anche del Nord, la gravità della situazione ha riaperto la riflessione. Siamo dentro una catastrofe e tutti coloro che fanno credere di avere la bacchetta magica o vogliono stampare moneta non aiutano nessuno”.

“Noi dalla crisi vogliamo uscirne con la democrazia. Abbiamo chiesto alla Commissione europea, custode dei Trattati, di verificare se la legge ungherese sia conforme all’art, 2 del Trattato. Tutti gli Stati europei hanno il dovere di proteggere i nostri valori comuni. Per noi i Parlamenti devono restare aperti e la stampa dev’essere libera. Nessuno può usare la pandemia per manipolare la nostra libertà”.

Cura Italia: Noi ci siamo

La drammatica emergenza del Covid-19 ha riportato alla luce le difficoltà che l’economia aveva vissuto durante il periodo della crisi del 2008 e che forse, negli ultimi 11 anni, abbiamo dimenticato.

Per evitare il diffondersi del contagio, il Governo ha dovuto prendere la sofferta decisione di chiudere temporaneamente le attività non essenziali, utili a fronteggiare il Coronavirus. La giunta regionale del Lazio, dal canto suo, ha preso decisioni coraggiose messe in atto attraverso le ordinanze delle scorse settimane. Coraggiose perché volte a tutelare la salute di tutti noi, ribadendo che proprio la salute è il valore primario.

Sappiamo già che il grande sforzo che stiamo affrontando non andrà ad esaurirsi con questa fase emergenziale. Dobbiamo, fin da adesso, progettare il passaggio successivo, quello della ripresa che sarà molto dura. Saremo infatti chiamati a sostenere la nostra economia con responsabilità, lavorando per superare incertezze e blocchi tipici di una fase di crisi.

L’Italia però ha una gran fortuna, che la distingue e la rende differente dagli altri paesi. Questa fortuna è data dai nostri imprenditori, capaci e abili nel mettere in campo idee per rimettersi in cammino. Pensiamo solamente al miracolo che tante aziende hanno fatto in 10 giorni per l’attivazione dello smartworking, la messa in rete di servizi online che prima erano impensabili o le tante realtà che hanno messo a disposizione gratuitamente le loro piattaforme. E le istituzioni dovranno sostenere queste nostre eccellenze perché meritano un riconoscimento per il loro impegno e perché sono le uniche in grado di aiutare il Paese tutto a uscire da questa condizione.

Il Governo, attraverso il Decreto Cura Italia, ha risposto alle incertezze del settore con una netta dimostrazione di lungimiranza, introducendo una prima serie di trasferimenti e aiuti alle imprese e ai lavoratori autonomi. Penso, ad esempio, al blocco dei licenziamenti per 60 giorni e alla Cassa Integrazione in deroga fino a 9 settimane, una misura che testimonia la volontà di preservare il lavoro come diritto assoluto del cittadino – ancor prima che dovere – da un lato, ed allo stesso tempo assiste le imprese in questo momento delicato.

Non va in alcun modo dimenticato però che le imprese avranno bisogno, ora più che mai, di continuare ad avere accesso al credito. Per questo è stata prevista l’impossibilità per le banche di revocare le linee di credito concesse prima del 2 febbraio 2020

A questo si aggiunge la sospensione sino al 30 settembre 2020 delle rate di mutui o altri finanziamenti a rimborso rateale, peraltro con ulteriore dilazionamento delle rate non pagate e tutto ciò senza oneri aggiuntivi.

Infine, viste le esigenze delle famiglie con la chiusura delle scuole, per i lavoratori autonomi o dipendenti sono stati previsti una serie di congedi ai quali si associa una indennità di 600 euro.

La giunta della Regione Lazio ha fatto sue le linee guida dell’azione del Governo e ha messo in campo risorse finalizzate ad un grande sostegno all’economia regionale.

In questo senso la Regione si è già attivata per le imprese, i professionisti e i lavoratori stanziando fondi per la Cassa Integrazione e per la liquidità che arriverà a tante categorie.

A ciò si aggiunge il piano Pronto Cassa, con cui la Regione ha voluto strutturare un’azione più mirata per le micro, piccole e medie imprese, i liberi professionisti, i consorzi e le reti di impresa del quadrante.

Pronto Cassa si fonda su tre pilastri:

1- Istituzione di un fondo rotativo per il piccolo credito di 55 milioni al fine di erogare, in modalità semplificata, prestiti fino a 10mila euro a tasso zero da restituire in cinque anni.

2- Attivazione, con la compartecipazione della Banca Europea degli investimenti di un fondo di 200 milioni di per prestiti a tasso agevolato, con ulteriori 3 milioni di fondi regionali per garantire l’abbattimento degli interessi.

3- Estensione delle coperture del Fondo centrale di Garanzia per imprese e liberi professionisti, grazie a uno stanziamento iniziale di 10 milioni di cui 5 dalla Regione Lazio e 5 dalle Camere di Commercio.

Risorse queste, che a regime svilupperanno una mobilitazione di 450 milioni di euro.

Siamo tutti coscienti che questo è solo l’inizio di un lungo cammino. Arriveranno altre misure a cui si sta già lavorando, misure volte a far ripartire il nostro artigianato ed il nostro commercio di prossimità, due settori che devono essere messi nelle condizioni di guardare al futuro con ancora più fiducia.

Questo è ciò che serve per affrontare l’emergenza. Da questa condizione di crisi dobbiamo imparare che l’economia non è la cosa più importante e non solo perché, come stiamo vedendo, da sola non basta nemmeno a se stessa. Dobbiamo impararlo perché solo così potremo ricordarci che l’economia è utile se è al servizio delle persone e delle comunità.

Per questo è necessario ridisegnare i confini tra istituzioni, mondo produttivo e imprese, che nel Lazio potrà approfittare di uno strumento solido come le reti tra imprese. E quella tra mondo del lavoro e innovazione.

Se c’è una parola che deve guidare la nostra progettualità nel campo dello economico è Innovazione.

Come indicato da personalità del calibro di Mario Draghi, ex Presidente della Banca Centrale Europea, abbiamo necessità di sviluppare l’industria 4.0. Non solo attraverso l’utile strumento dello smart working, di cui si è parlato tanto in questo periodo, ma anche e soprattutto nella formazione professionale, che oggi non è ancora del tutto in linea con le aspettative delle imprese che operano con le ultimissime innovazioni. E, attraverso una rete di infrastrutture informatiche in grado di fornire un valido supporto alle imprese. Quest’ultima fornirebbe un maggiore sostegno all’internazionalizzazione di beni e servizi utili per incrementare la voce export nella bilancia commerciale del Paese, rafforzando settori chiave come l’industria farmaceutica e aerospaziale. A ciò si legherebbe il tema di formazione e innovazione che garantirebbe ai nostri giovani di affrontare il mondo del lavoro con strumenti più solidi di quelli del passato, intercettando quel bisogno di alta formazione che richiedono le nostre aziende.

Il commercio e l’artigianato, se messi in rete, potrebbero godere dei frutti della interconnessione, e rafforzare le reti di imprese aumentando la qualità e rafforzando le connessioni del tessuto produttivo regionale, coniugando innovazione e tradizione. A questo proposito, penso ormai da tempo che sia necessario far nascere l’accademia dell’artigianato, intervento fondamentale ed unico, teso a valorizzare le potenzialità e le specificità di ciascun territorio. Infatti il commercio di prossimità e le piccolissime imprese di natura familiare nell’ambito artigiano, un tempo chiamate botteghe, sono le presenze che caratterizzano un quartiere, lo rendono unico e favoriscono la creazione di quella rete sociale che aiuta a stabilire rapporti tra le persone.  Si potrebbero creare delle vere e proprie zone artigiane, capaci anche di riqualificare quelle zone che hanno più bisogno di aiuto nel ricreare un tessuto sociale. Il commerciante e l’artigiano sono le principali memorie viventi dei quartieri e possono tramandare la storia e contribuire a scrivere il futuro.

Fino ad arrivare al turismo, un settore cruciale che mostra ogni anno a milioni di persone quelle meraviglie che tutto il mondo ci invidia: la storia, la cultura, la natura. Anche qui gli strumenti da utilizzare sono molteplici e l’innovazione nelle formule di trasporto locale consentirebbero una più semplice e piacevole fruizione delle tante meraviglie che il nostro territorio può offrire. Il Lazio dovrà puntare fortemente sul turismo, promuovendo un’idea sostenibile certificata, dove la Regione dovrà apporre il suo sigillo di qualità. Insieme alla valorizzazione dei borghi, della storia e della loro cultura. Bisogna rilanciare e valorizzare Ventotene che è tra i luoghi fondativi dell’Europa e Roma che necessità di un rilancio qualitativo del suo turismo. La Regione Lazio può divenire, attraverso le sue molteplici potenzialità e bellezze, centro strategico del rilancio dell’Europa.

Ma il Lazio non si limita a conservare la cultura: la promuove. Pensiamo ad esempio a un settore come il Cinema e l’audiovisivo, che in questi giorni sta subendo un duro colpo. Negli anni passati, è stato motore di promozione del territorio. Pertanto avrà bisogno del nostro sostegno per continuare a raccontare la nostra Italia a tutto il mondo, permettendo di continuare il processo di pubblicizzazione delle nostre bellezze. In un momento complesso come quello attuale, abbiamo infatti necessità della forza della narrazione per mostrare a tutto il mondo cosa ancora l’Italia può offrire.

Io ritengo che queste siano le direttrici principali su cui lavorare per abbattere tutti i muri che dividono quei settori che, se favoriti nella comunicazione e nella conoscenza reciproca, possono mettere in piedi un sistema di eccezionale rilancio per tutta la regione. Questo è, senza dubbio, il più autentico e potente vaccino per sconfiggere l’attuale crisi economica.

Noi ci siamo, siamo presenti e vogliamo cogliere questo momento di difficoltà, questo inverno, per progettare con voi la primavera della nostra regione.

Papa Francesco ci ha ricordato che nessuno si salva da solo, il Presidente Mattarella ci ha richiamato all’unità e all’orgoglio nazionale.

Insieme possiamo uscire da questa emergenza e iniziare a ricostruire e a dare una nuova speranza al nostro futuro.

 

 

Ciambella (ANCI), “Convochiamo i Consigli comunali”.

Sulla proposta di convocare i Consigli comunali interviene Luisa Cismbella, consigliere nazionale Anci, inviando una lettera, che qui riportiamo, al Sindaco di Bari e Presidente dell’Anci Antonio Decaro. L’Italia deve riaprire!

E’ proprio Il caso di dire che mai come in questo caso l’esercizio democratico dei consigli comunali è garanzia di efficienza e di efficacia delle iniziative ammnistrative locali da porre in essere per vincere I emergenza Covid 19.
Se ciò non bastasse, i Comuni dovranno approvare i bilanci per uscire da una inadeguata e insufficiente gestione in dodicesimi in tempo di crisi e solo la funzionalità dei Consigli può garantire quella operatività che occorre ai cittadini.

Caro Presidente Decaro, questo sforzo e questa iniziativa può essere iscritta all’interno di quelle progettualità che servono l’oggi costruendo il futuro e l’Italia della post epidemia. Così facendo, a mio avviso, farai trovare i Comuni italiani pronti ad affrontare la sfida del cambiamento in un mondo e in un Paese che dopo questa emergenza sanitaria non saranno più gli stessi.

Con rinnovata stima, restando a
collaborazione, saluto cordialmente.

Luisa Ciambella

Berlusconi, adesso vediamo se i fatti seguono le parole.

Non farà piacere ai professionisti dell’antiberlusconismo. Nè ai sostenitori a sinistra, e tra i 5 stelle soprattutto – che sono presenti anche a destra, come ovvio e risaputo – della demolizione personale dell’avversario politico. Una prassi che conosciamo da anni e che non merita neanche di essere ricordata talmente è nota. Ma, piaccia o non piaccia, dobbiamo prendere atto che, forse per l’età o forse per una recuperata saggezza politica, le ultime e rare esternazioni politiche di Berlusconi sono degne di nota e non possono essere semplicisticamente snobbate. L’ultima intervista rilasciata a “Repubblica” conferma che da quelle parti, cioè nel campo del centro destra, non tutto è Salvini e Meloni. C’è dell’altro, semprechè non sia una sola rondine. Perchè, come ben sappiamo, non basta per fare una primavera. 

Ma, per restare al merito politico, Berlusconi sostiene due cose a mio parlare non secondarie. Innanzitutto che nei momenti più drammatici – e quello che stiamo vivendo è uno di quelli – un paese ha l’obbligo di unirsi. Cioè di “aiutare chi decide”. E sin qui può apparire un ragionamento alla catalano ma nella concreta situazione politica italiana è già un gran passo avanti. Cioè l’ormai famosa politica di “coesione nazionale” o di “unità nazionale”. In secondo luogo la sottolineatura della “centralità dell’Europa” in questa difficile fase politica per il nostro paese e anche per tutti gli altri paesi del vecchio continente. O meglio, l’unità politica dell’Europa. E, aggiunge Berlusconi al riguardo, il progetto politico illustrato recentemente da Draghi può dare un contributo decisivo per risollevare il vecchio continente. E anche il nostro paese facendolo uscire ora dall’isolamento ora dalla confusione. 

Detto questo, però, ci sono almeno due questioni che non possono essere sottovalutate. La prima. Questa posizione, cioè quella illustrata da Berlusconi e da altri esponenti del centro destra, hanno la forza per condizionare oggi l’attuale centro destra a trazione leghista? Cioè una posizione che non insegua solo e soltanto la brutale radicalizzazione del confronto politico nel nostro paese accompagnata da una scarsa cultura di governo? In secondo luogo, sarà mai possibile dar vita, seppur dopo questa drammatica ed immane emergenza sanitaria, ad un luogo politico che sappia recuperare le ragioni e la cultura di una “politica di centro” che sia elemento non di grigio trasformismo, non di gregaria appartenenza, non di immobilismo cinico e tattico ma, al contrario, una politica che sappia recuperare una cultura di governo e, soprattutto, un modo di essere in politica che esca dall’involucro demagogico, populista e fazioso che sono e restano all’origine della nostra crisi della politica e della sua classe dirigente? 

Due piccole domande politiche che non possono e non potranno essere eluse da chi, seppur tardivamente, pone la questione dell’europeismo, del buon governo, di una prassi riformista e democratica in cima della sua agenda. Vedremo se le interviste, seppur interessanti e suggestive, avranno un seguito politico e, soprattutto, di iniziativa e di azione politica. 

Il Cardinale vicario Angelo De Donatis positivo al coronavirus

Il cardinale Angelo De Donatis, vicario generale della diocesi di Roma, dopo la manifestazione di alcuni sintomi, è stato sottoposto al tampone per il Covid-19 ed è risultato positivo. È stato ricoverato al Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli IRCCS. Ha la febbre, ma le sue condizioni generali sono buone, ed ha iniziato una terapia antivirale. I suoi più stretti collaboratori sono in autoisolamento in via preventiva.

«Sto vivendo anche io questa prova, sono sereno e fiducioso – dichiara il cardinale De Donatis –! Mi affido al Signore e al sostegno della preghiera di tutti voi, carissimi fedeli della Chiesa di Roma! Vivo questo momento come un’occasione che la Provvidenza mi dona per condividere le sofferenze di tanti fratelli e sorelle. Offro la mia preghiera per loro, per tutta la comunità diocesana e per gli abitanti della città di Roma!».

L’America prepara il secondo pacchetto di aiuti

Il Congresso federale degli Stati Uniti, che ha recentemente approvato un pacchetto record di misure emergenziali da 2mila miliardi di dollari per contrastare le ricadute economiche e occupazionali della pandemia di coronavirus, sta già lavorando ad un ulteriore pacchetto di misure emergenziali, “forse addirittura maggiore del secondo”, per evitare che la crisi si trasformi “nella Grande depressione del XXI secolo”.

Legislatori di entrambi i partiti, funzionari dell’amministrazione presidenziale, economisti, think-tank e lobbisti stanno già definendo i contorni delle nuove misure, e il dibattito formale potrebbe iniziare entro la fine del mese di aprile.

Tra le priorità condivise tanto dall’amministrazione presidenziale, quanto dai Democratici, ci sarebbe la definizione di misure a sostegno dei bilanci dei singoli Stati dell’Unione, provati dal calo delle entrate fiscali e dall’aumento delle domande di spesa.

CEI: stanziati altri tre milioni per le strutture sanitarie

Continuando l’opera di sostegno alle strutture ospedaliere, molte delle quali stanno radicalmente modificando la propria organizzazione interna per rispondere all’emergenza sanitaria, la Conferenza Episcopale Italiana mette a disposizione altri 3 milioni di euro – provenienti dai fondi dell’otto per mille, che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – a beneficio della Fondazione Policlinico Gemelli, dell’Ospedale Villa Salus di Mestre, dell’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti (BA).

Per sostenere le strutture sanitarie è aperta una raccolta fondi. Chi intende contribuire può destinare la sua offerta – che sarà puntualmente rendicontata – al conto corrente bancario: IBAN: IT 11 A 02008 09431 00000 1646515
intestato a: CEI
causale: SOSTEGNO SANITÀ

La preghiera dell’ambulanza che unisce il mondo

Una foto scattata in Israele ha fatto il giro del mondo.

La foto ritrae due paramedici del Magen David Adom, mentre sono assorti in preghiera accanto alla loro ambulanza.

Un gesto apparentemente normale se non fosse che Abraham Mintz è di religione ebraica e indossava il classico ‘talled’, mentre il suo compagno Zohar Abu Jana è invece musulmano ed è genuflesso per terra davanti al proprio tappetino.

Lo scatto, rinominato “la foto dell’ambulanza”, rappresenta dunque una pausa religiosa che ha catturato l’attenzione dei media internazionali e ha avuto eco anche negli Stati Uniti.

Ungheria: il parlamento dà pieni poteri al premier Orbán

Da ieri Viktor Orbán ha i superpoteri. Si esattamente così. il Premier Ungherese non dovrà affrontare nuove elezioni il suo mandato al momento è senza limite, potrà chiudere a sua discrezione il Parlamento e le uniche informazioni saranno quelle di fonte ufficiale.

A chi verrà accusato dall’esecutivo di diffondere fake news potrà essere data una condanna fino a 5 anni di prigione.

Le nuove regole possono essere revocate solo con un altro voto dei due terzi del parlamento e una firma presidenziale.

La legislazione ha suscitato profonda preoccupazione sia tra i gruppi per i diritti civili in Ungheria sia tra le istituzioni internazionali, con funzionari del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che esprimono pubblicamente timori riguardo al disegno di legge. La legislazione ha anche suscitato critiche da parte dei membri del Parlamento europeo.

Durissima l’opposizione ungherese: “Oggi inizia la dittatura senza maschera di Orban”. Lo ha detto il leader dei socialisti ungheresi Bertalan Toth, commentando la legge approvata dal parlamento. Anche il presidente del partito nazionalista Jobbik ha parlato di “colpo di Stato”, affermando che la situazione attuale non giustifica affatto lo stato di emergenza così come si configura nella legge.

Coronavirus: al via anche in Italia la sperimentazione con il sarilumab

Assorted pills

Il gruppo farmaceutico francese Sanofi annuncia l’avvio di una sperimentazione clinica globale di fase II/III sull’anticorpo monoclonale sarilumab  in pazienti ricoverati in gravi condizioni per Covid-19.

Il trial è iniziato con reclutamento immediato in Italia, Spagna, Germania, Francia, Canada e Russia, ed è già stato somministrato il primo trattamento al di fuori dagli Stati Uniti dove i test erano partiti all’inizio di marzo. I test sul farmaco sono condotti da Regeneron negli States e da Sanofi extra-Usa.

Sarilumab è un inibitore dell’interleuchina-6 (IL-6), proteina che può giocare un ruolo chiave nel guidare la risposta immunitaria infiammatoria all’origine della sindrome da distress respiratorio acuto osservata nei malati con grave infezione da nuovo coronavirus.

Ungheria: Meloni più indifendibile di Salvini

Gli stati di emergenza rappresentano sempre uno stress test perchè non consentono in tutto in parte l’uso delle regole ordinarie. Tuttavia gli Stati democratici costituzionali si sono dotati di chiari limiti per impedire quello che accadeva nel Novecento con le clausole di salvaguardia dell’assolutismo per cui il Sovrano in emergenza riacquisiva una pienezza di poteri e per evitare anche quello che successe nel 1933 con la legge dei pieni poteri a Hitler.

La democrazia liberale è anche e soprattutto garanzia del biglietto di ritorno, anche dagli stati di emergenza.

Per quello è del tutto indifendibile non solo la difesa di Salvini, ma ancor peggio quella di Meloni e del deputato Claudio Borghi che paragonano le limitazioni varate coi decreti italiani che scadono dopo sessanta giorni ai poteri senza limiti conferiti al Governo di Orban, a cui si aggiungono peraltro pesanti limiti ai media stampa indipendenti. Davvero pensano di convincere qualcuno paragonando il Governo Conte a quello di Orban?.

Le osservazioni di Arnaldo Benini sono ineccepibili

Le osservazioni di Arnaldo Benini sono ineccepibili e ci riconducono al grande tema dell’uomo su questa terra, al suo divenire, al suo esistere in relazione all’ambiente che abbiamo trovato: l’uomo non si è fatto da solo, noi siamo il risultato di una evoluzione programmata.

A tale proposito ricordo le opere scritte da Stephen Jane Gould naturalista e paleontologo americano, di origine ebrea, morto per un tumore del tessuto connettivo. Gould, che è agnostico, parla di un “orologio biologico intelligente”che scandisce la storia della vita e che regola la storia delle specie e della comparsa dell’uomo sulla terra.

In precedenza, anche Mark Twain aveva affermato che la storia della vita può essere paragonata alla torre Eiffel, la cui vernice sulla palla finale della costruzione è la nostra storia. Ora a noi che siamo un pezzetto di universo che studia se stesso, siamo l’unica specie che possiede il principio conoscitivo e di interrelazione costruttiva ( e distruttiva) dell’ambiente intorno a noi, è stato affidato ( gli atei dicono per caso..) il compito di coltivarlo, amministrarlo custodirlo. Qualcuno direbbe anche distruggerlo.

Ma non è questo il fine a cui siamo stati chiamati. Per noi credenti ( e mi piace dire “ pensanti”, come il cardinale Carlo Maria Martini riteneva noi fossimo), la città dell’uomo e la città di Dio un giorno si incontreranno e da quel momento cesseranno le lacrime della storia dell’uomo, perché Lui tergerà ogni lacrima dai nostri occhi.

I cattolici e il pauperismo. Saranno ancora utili per il “dopo”.

Il prof. Angelo Panebianco, con la consueta intelligenza e raffinatezza, ha lanciato nei giorni scorsi una accusa politica e culturale ad un “certo cattolicesimo politico” nel nostro paese. Una accusa che evidenzia una sorta di immaturità politica di un filone ideale che non riuscirebbe, stando alle osservazioni del politologo bolognese, ad uscire dalle secche del pauperismo e delle pastoie burocratiche. E quindi, e di conseguenza, portatore di una sostanziale avversione se non tiepidezza nei confronti “dell’economia di mercato”. Che poi sono le facce della stessa medaglia. 

Una riflessione nè nuova nè originale ma che, da tempo, alligna tra osservatori ed opinionisti che non hanno quasi mai individuato nel cattolicesimo politico una esperienza matura ed adulta in grado di dare un contenuto decisivo, nonchè moderno ed originale, per il governo del paese. Eppure è proprio la storia del nostro paese a dirci il contrario. La cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana ci conferma che anche in Italia è stato possibile un sano e fecondo compromesso tra democrazia e capitalismo capace di declinare una vera ed autentica cultura di governo. Del resto, questa è stata anche un’accusa, sempre di natura politica, rivolta ad alcuni settori della sinistra Dc che avrebbe condiviso nel tempo con mondi e sensibilità culturali tiepidi nei confronti dell’economia di mercato e della cultura industriale. Anche qui, è la stessa esperienza politico ed istituzionale concreta che smentisce questa rilettura un po’ caricaturale, tardo ideologica e fortemente pregiudiziale nei confronti di una cultura politica che ha caratterizzato ampi settori dell’area cattolica italiana. E che smentisce, nei fatti, l’atavica avversione nei confronti della sinistra Dc e e del cosiddetto “cattolicesimo politico” italiano. 

Certo, oggi non esiste una esperienza ed uno strumento politico in grado di recuperare, seppur aggiornandola, quella cultura e quel progetto politico. Il “centro”, oggi, semplicemente non esiste. E, di conseguenza, è venuta meno anche una cultura e una prassi che storicamente si è riconosciuta nella sinistra Dc e quindi nella Dc. Ed è venuta meno anche quella “politica di centro” che aveva dato un contributo decisivo per il governo del nostro paese. 

Ora, essendo alla vigilia di una fase storica che probabilmente cambierà radicalmente il panorama pubblico del nostro paese e forse gli stessi equilibri democratici dopo lo tsunami rappresentato da questa drammatica emergenza sanitaria, non è secondario recuperare una cultura e un giacimento di valori che restano essenziali per la qualità della nostra democrazia. Ad oggi nessuno sa che cosa realmente capiterà dopo questa dura ed inedita esperienza. Nessuno può prevedere, oggi, quali saranno realmente le forze in campo e, soprattutto, l’agenda e le priorità che detteranno i comportamenti e le conseguenti scelte politiche a livello nazionale dopo la terribile pandemia. Ma una cosa sola è certa. Si dovrà ripartire dalle fondamenta, si dovrà recuperare la dimensione della comunità e, soprattutto, si dovrà elaborare un progetto politico capace di legare la solidarietà con lo sviluppo e la crescita. E proprio lungo questo solco sarà ancora una volta decisivo il contributo – con altri, come ovvio – del cattolicesimo politico italiano nelle dimensioni concrete che assumerà. 

Pandemia Covid-19: l’umanità impreparata. Intervista ad Arnaldo Benini

Fra i temi attuali s’impone la pandemia da coronavirus. È d’accordo?

Certo. È un evento con aspetti non solo medico-sanitari, ma anche etici ed esistenziali. È la seconda volta in un secolo, dopo l’influenza “spagnola”  del 1918-1920, che l’umanità è minacciata da una pandemia virale. Allora non se ne conosceva la causa e non si seppe che cosa fare. Morirono 100milioni di persone. Oggi la causa si conosce (almeno in parte), ma non si sa ancora combatterla se non limitando al massimo i contatti umani. Gli interventi in questo senso sono pesanti, ma opportuni. L’esperienza apocalittica insegnò che crisi sanitarie di quelle dimensioni non si affrontano con provvedimenti improvvisati. Sorsero servizi sanitari nazionali che si federarono poi nella World Health Organization (WHO) delle Nazioni Unite, che sorveglia la condizione sanitaria del globo. Ma la crisi ci coglie di nuovo impreparati. Non s’è imparato niente, nemmeno dalle epidemie virali degli ultimi anni.

Nel  2013 lei ha recensito per il Domenicale del SOLE-24ORE il libro di David Quammen “Spillover”  pubblicato in italiano con lo stesso titolo nel 2017. Lo studio anticipa, fin nei dettagli,  la pandemia attuale del coronavirus COVID-19. L’allarme, lanciato da virologi di tutto il mondo, di un imminente, inevitabile “big crash”, fu ignorato. Perché  questa clamorosa disattenzione dei decisori politici che dovrebbero tradurre in prevenzione i dati delle ricerche scientifiche?                                                  

I “decisori politici”, come li chiama lei, negli ultimi decenni hanno disatteso questo e altro. La loro dabbenaggine è stata ed è insigne. I politici di basso rango che guidano oggi il mondo cercano non di convincere gli elettori al meglio, ma di soddisfarne i desideri. E l’umanità, ha scritto nello studio “Le Parasite” il  filosofo francese Michel Serres, è composta prevalentemente di parassiti, simili a virus, batteri e funghi. L’umanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Quando la crescita di una specie raggiunge dimensioni innaturali, essa o si arresta lentamente o per crollo improvviso. Una volta superati i 6 miliardi di persone, ammonì  il biologo Edward 0. Wilson, l’umanità è prossima all’incompatibilità con l’ambiente. La popolazione è di 7 miliardi e mezzo e cresce di 70 e più milioni l’anno. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.  È assurdo cercare l’origine della pandemia attuale in  un mercato cinese. Nel 2017 uno dei maggiori virologi, l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica. Gli ospedali e l’assistenza medica nel paese più ricco e potente del mondo sono – dice il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo – disastrosi. Gli Stati Uniti sono ora il fulcro della pandemia. In compenso s’investono miliardi per arrivare primi sul pianeta Marte nel 2030. Per far che cosa? Che  cosa hanno portato all’umanità i viaggi sulla luna di mezzo secolo fa? Su Marte non si farà nulla di utile. Si confermerà solo la follia umana.

Potremmo essere già coinvolti in questo “schianto planetario”?

 L’aumento enorme della popolazione, ammassata in città di dimensioni che facilitano contagi  e inquinamenti, l’aumento della temperatura, la polluzione che altera e indebolisce i polmoni: tutto ciò ed altro ancora hanno portato da anni virologi, epidemiologi, biologi a prevedere un big crash micidiale. Non è un caso che le epidemie da coronavirus si siano ripetute negli ultimi anni fino alla penetranza di quella attuale. Passata la buriana, si  continuerà ad asfaltare, sradicare, inquinare. Convegni e congressi sull’inquinamento  ambientale sono farse con aspetti grotteschi. 

Per Peter Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960, “i virus sono frammenti  di cattive notizia avvolti in una proteina”. La “cattiva notizia” è il filamento REM che costituisce il genoma virale. Come avviene che un virus diventa aggressivo?

Per molte generazioni, e anche per secoli o millenni, può stabilirsi un equilibrio ecologico fra un virus meno aggressivo e un ospite più resistente in un ecosistema relativamente stabile. La tregua finisce se il virus cambia ospite per zoonosi (il passaggio da una specie all’altra), per  mutazione genetica casuale, cambiamento dell’ecosistema, evento quest’ultimo, data l’insipienza umana, oggi senza tregua. 

Che cosa  farà scoppiare il  “next big one”? Il Rapporto ONU sull’estinzione della biodiversità, approfondito ad aprile/maggio 2019 in sede UNESCO dai 130 Paesi aderenti all’Ipbes, denuncia come la Terra si trovi alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comporta-menti umani.

Per molti epidemiologi il “next big one”, cioè la riduzione drastica della popolazione, sarà provocata da una pandemia virale e non batterica, perché i batteri sono vivi e vegeti, ma, fin quando non diventeranno resistenti agli antibiotici usati nel modo scriteriato attuale, sono controllati.  Si prevede una malattia influenzale da virus-RNA (come quella attuale), facilitata dai collegamenti fra regioni lontane e dalle città mostruosamente popolate. I virus potrebbero essere nuovi per mutazione oppure esser vissuti in altri animali e attaccare l’uomo per la prima volta, privo di difesa in ambienti sfavorevoli per eccesso d’abitanti. Anche se questa previsione non dovesse avverarsi pienamente, per miliardi d’esseri umani la vita potrebbe diventare un inferno. 

Solo tra qualche anno si saprà  se tutto ciò che sta accadendo è causato da uno sbaglio in laboratorio,  da un uso strumentale della virosi per scatenare una guerra  o dal passaggio del virus da un pipistrello  al corpo di un abitante di Wuhan. 

Ricerche attendibili escludono che il  coronavirus COVID-19 sia il prodotto di un  errore dilaboratorio o di un calcolo  militare.  

Per sperare in una fine della pandemia dobbiamo aspettare l’alternanza dei corsi e ricorsi storici, la scoperta di un vaccino o rassegnarci al fatto che il virus compia il suo ciclo? Ci sono altre strade per poter dire “ce la faremo?”.

L’immunologo milanese Albero Mantovani e molti altri specialisti in tutto il mondo ammoniscono che ogni previsione è prematura, cioè impossibile, perché non conosciamo ancora a sufficienza la biologia del nemico, del COVID-19. In gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità avvertì che la pericolosità del COVID-19 era dovuta principalmente alla frequenza delle sue mutazioni, circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze geno-miche, il 9 marzo altre 50. Studi più recenti sembrano dimostrare che le mutazioni non sarebbero marcate, ma resta il fatto che il virus cambia. Si pensi alla varietà del quadro clinico: l’80per cento delle persone infettate non ha disturbi o solo lievi, il 15-18 per cento disturbi rilevanti, e l’1 o 2 per cento una polmonite incurabile che porta a morte in pochi giorni anche persone giovani e sane. Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso. A Bergamo e Brescia si è verosimilmente selezionato un virus aggressivo, altrove è, fino ad ora, più benigno, ma può cambiare da un momento all’altro. Circa la durata: la “spagnola” ci ammonisce che ogni illusione è pericolosa. Nei mesi estivi del 1918 la malattia sembrò spegnersi, ma negli ultimi tre mesi dell’anno i morti furono tanti che si temette la fine dell’umanità. Poi la malattia si attenuò, fino a sparire. Spontaneamente, perché contro di essa non s’era fatto nulla. La spiegazione più logica è quella delle casuali mutazioni genomiche del virus, la prima in senso aggressivo e poi benigno.  Le mutazioni rendono la protezione degli anticorpi temporanea. Per lo stesso motivo difficile e delicato è l’allestimento del vaccino: come allestirlo se il nemico cambia così spesso? Si ammonisce ora che un vaccino che agisca su una forma benigna potrebbe avere effetti negativi. Ce la faremo, con tante vittime, contando anche su una mutazione virale benigna. Fino alla prossima volta, dove arriveremo inesorabilmente impreparati e dopo aver massacrato un altro po’ di mondo.

Lei ha accennato a problemi etici.

 Se il numero dei colpiti gravi intaserà le sale di rianimazione, i medici, il cui lavoro è veramente eroico e molto rischioso, saranno posti di fronte ad un problema etico senza precedenti: dover scegliere chi curare e chi lasciare al suo destino per ragioni di posto. Già ora Accademie mediche diffondono raccomandazioni e linee di condotta. Sento l’atrocità d’un tale dilemma, al quale, in quaranta e più anni di professione, non sono mai stato obbligato. C’era posto per tutti. E di ciò sono grato al destino.

 

Coronavirus: vola il prezzo del grano, sorpassato il petrolio

Vola il prezzo internazionale del grano che nell’ultima settimana ha fatto registrare un ulteriore aumento del 6% alla borsa merci di Chicago con la Russia che ha deciso di limitare le esportazioni dopo che la scorsa settimana le quotazioni del grano nel paese di Putin avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata, superando addirittura quello del petrolio degli Urali, che è sceso a 12.850 rubli per tonnellata. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti alla fine della settimana al Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento mondiale delle materie prime agricole che secondo gli esperti continueranno a crescere.

In controtendenza al crollo fatto registrare dai mercati finanziari, la corsa a beni essenziali sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole, con i contratti future per consegna a maggio del grano che – sottolinea la Coldiretti – sono aumentate di circa il 6%, mentre la soia è salita di circa il 2% e il mais ha incrementato il valore dello 0,7% durante l’ultima settimana.

Gli effetti della pandemia – continua la Coldiretti –si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l’oro fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali di discount e supermercati.

Una preoccupazione che – precisa la Coldiretti – ha spinto la Russia a trattenere per uso interno parte della produzione di grano dopo essere diventata il maggior esportatore di grano del mondo mentre il Kazakistan, uno dei maggiori venditori di grano, ha addirittura vietato le esportazioni del prodotto.

Si tratta di scelte che – sottolinea la Coldiretti – dimostrano come i governi si stiano concentrando sull’alimentazione delle proprie popolazioni mentre il virus interrompe le catene di approvvigionamento in tutto il mondo con timori di una crisi alimentare globale.

L’aumento del grano che è il prodotto più rappresentativo dell’alimentazione nei Paesi occidentali e infatti solo la punta dell’iceberg con le tensioni che si registrano anche per il riso con il Vietnam che – riferisce la Coldiretti – ha temporaneamente sospeso i nuovi contratti di esportazione mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dall’agosto 2013. In aumento anche la soia, il prodotto agricolo trai più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti e la Cina che è la più grande consumatrice mondiale perché costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame in forte espansione con i consumi di carne.

Una tendenza all’accaparramento che è confermata anche in Italia dove nell’ultimo mese di emergenza sanitaria sono praticamente raddoppiati gli acquisti di farina (+99,5%) ma sono saliti del 47,3% quelli di riso bianco e del 41,9% quelle di pasta di semola, secondo una analisi della Coldiretti su dati IRI nelle ultime 5 settimane al 22 marzo 2020.

“L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in uno scenario di questo tipo “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”. Ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – precisa Prandini – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti.

Oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell’ultimo decennio – sottolinea la Coldiretti – è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente.

Il grano resta tuttavia – precisa la Coldiretti – la coltivazione più diffusa in Italia con circa trecentomila agricoltori impegnati secondo una stima ella Coldiretti che sottolinea come la produzione potrebbe notevolmente aumentare per puntare anche all’autosufficienza con una adeguata remunerazione della produzione nelle aree interne dove sarebbe importante per combattere lo spopolamento ed il degrado ambientale.

L’Italia è prima in Europa e seconda nel mondo nella produzione di grano duro destinato alla pasta con una stima di 1,2 milioni di ettari seminati nel 2020 in aumento dello 0,5%  con una produzione attorno ai 4,1 miliardi di chili ma forte è l’importazione dall’estero (pari a circa 30% del fabbisogno) con ben 793 milioni di chili in aumento del 260% arrivati dopo l’accordo CETA dal Canada dove non si rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese a partire dall’utilizzo dell’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole. Il raccolto di grano duro è più che sufficiente per garantire la pasta agli italiani, ma che viene integrato con le importazioni, visto che la metà della pasta prodotta è destinata all’export, ora in difficoltà per l’emergenza Coronavirus. Le previsioni di semina del grano tenero per 2020 – continua la Coldiretti – sono invece di 536.000 ettari circa rispetto ai 530.000 del 2019 con una produzione 2,73 miliardi di chili con le importazioni che arrivano in questo caso al 70% del fabbisogno totale.

La tendenza all’aumento delle quotazioni – conclude la Coldiretti – si è registrata questa settimana anche in Italia per soia, grano tenero e duro per il quale nella prossima conferenza stato regioni del 31 marzo verrà portato il decreto del Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, recante criteri e modalità di ripartizione del Fondo per il grano duro per incentivare i contratti di filiera. Il decreto prevede che i contratti dovranno essere pluriannuali e con utilizzo di semente certificata con un importo massimo del contribuito fissato a 100 euro l’ettaro per una superficie coltivata a grano duro nel limite di 50 ettari a beneficiario.

Coronavirus, lettera del premier inglese Johnson alle famiglie: “Andrà peggio”

“Le cose peggioreranno ancora prima di cominciare a migliorare”. E’ questo il messaggio che il premier britannico, Boris Johnson, diffonderà in una lettera che spedirà a 30 milioni di famiglie del Regno Unito, prefigurando ulteriori restrizioni ai movimenti.

Nella comunicazione, il primo ministro prospetta l’ipotesi di un inasprimento delle misure adottate per contenere la diffusione del coronavirus. “Dall’inizio – si legge- abbiamo cercato di varare i provvedimenti giusti al momento giusto. Non esiteremo a spingerci oltre se questo è ciò che ci consigliano di fare scienziati e medici”.

“E’ importante che che io sia chiaro con voi: sappiamo che le cose peggioreranno prima che inizino a migliorare. Ma ci stiamo preparando nel modo corretto. Più siamo numerosi tutti noi che seguiamo le regole, minore sarà il numero delle vite che andranno perse e prima la vita tornerà alla normalità”. “Ecco perché, in questo momento di emergenza nazionale, vi esorto per favore a stare a casa, a proteggere il sistema sanitario e a salvare vite”.

 

Basta con le fake news. NewsGuard gratis fino al primo Luglio.

Per permettere a tutti gli utenti di evitare le notizie false sul coronavirus Sars-CoV-2 , NewsGuard, società che fornisce valutazioni di credibilità e schede informative per migliaia di siti di notizie e informazione, ha deciso di rendere gratuita la propria estensione per browser fino al primo luglio.

Tramite l’estensione per browser di NewsGuard è possibile visualizzare le schede informative di oltre 4.000 siti di notizie, che rappresentano il 95% del traffico delle notizie online, e scoprire quali portali pubblicano informazioni false o inaffidabili (il plugin le contrassegna con un’icona rossa).

Finora NewsGuard, nel suo Centro di monitoraggio della disinformazione relativa al coronavirus, ha identificato 132 siti che hanno pubblicato delle fake news fuorvianti su Covid-19, alcune delle quali sono anche diventate virali sui social media.

 

Coronavirus: la vitamina C è inutile

Circolano molte fake news in questi giorni, come quella secondo cui assumendo vitamina C non solo si possa curare il coronavirus, ma addirittura se ne possa prevenire il contagio.

Michele Lagioia, Direttore medico sanitario dell’Irccs Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano ha chiarito questo aspetto dichiarando che: “La vitamina C non cura, né previene il contagio da coronavirus”.

E avverte: “Attenzione a non abusarne”. “La persone che assumono troppa vitamina C (o acido ascorbico) – spiega l’esperto nella newsletter dell’Humanitas, rischiando l’ipervitaminosi e conseguenti disturbi ai reni, allo stomaco, all’apparato digerente in generale”.

Imprevedibilità

Carissimi,
dovrei parlare del Papa e della sua preghiera nella grande piazza vuota, a San Pietro, davanti al Crocifisso ligneo miracoloso, sotto una pioggia leggera e insistente. Uno spettacolo immenso! In effetti ha colpito tutti, credenti e non credenti, l’implorazione così umile e forte di Francesco, nei giorni della tempesta, al Signore che non abbandona, come sulla barca squassata dalle onde non aveva abbandonato i discepoli impauriti.

Potrei aggiungere altro? Penso proprio di no. Abbiamo fiducia anche in queste giornate di preoccupazione e smarrimento. E non rinunciamo alla fortezza di figli della Redenzione, con la gioia che nasce dalla speranza contro ogni speranza, di cui ancora e sempre dobbiamo rendere conto al mondo.

Oggi la Chiesa festeggia Marco, Vescovo di Aretusa, l’odierna città siriana di Er Rastan. In verità solo tardivamente è asceso all’onore degli altari. Lo inseguì a lungo, durante la sua esistenza terrena, l’ombra del sospetto per una qualche cedevolezza agli eretici del tempo: i seguaci di Ario. Poi fu tenace, però, nella difesa dei cristiani contro Giuliano l’Apostata, il giovane imperatore che non disdegnava la spada per imporre il ripristino dei culti pagani.

Marco, per la sua testimonianza di fede, fu iscritto ben presto nei menologi e nei sinassari bizantini, mentre ancora il nostro insigne Card. Cesare Baronio, revisore nel Cinquecento del Martyrologium Romanum, lo escludeva dall’elenco dei Santi. Ecco, al tempo dell’eretico Lutero non era facile beatificare un mediatore – possiamo definirlo così? – rispetto agli eretici ariani del IV secolo. Baronio evidentemente pensava all’ortodossia, magari stimando che fosse necessario esagerare un po’ in questa sua intransigenza ecclesiastica. Alla fine, nonostante il fumo dei sospetti addensato nei secoli, oggi Marco di Aretusa è indicato dalla Chiesa alla venerazione dei fedeli: i Bollandisti, come si legge nelle storie dei Santi, lo considerano un martire.

Questa è la vita e questa la storia, carissimi, entrambe ricche come si vede di incomprensioni e riscatti, perlopiù imprevedibili. Anche i Cardinali, insomma, possono prendere una toppa. A me disturba il mondo dei presuntuosi. Troppe sicurezze danno fastidio, all’occorrenza spingendoci dalla parte del torto. Allora, in questo tempo di Quaresima, v’invito a riflettere su un pensiero di William Shakespeare, che troverete in seconda pagina dell’Avvenire (gratuito sul web): “Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio”.

Buona Domenica!

Emergenza, disperazione, speranza. Rileggendo Kierkegaard

Prendere la parola durante un’emergenza è un salto nel buio che richiede coraggio, e anche una certa dose di avventatezza. Per questo la comunicazione pubblica oggi è insieme inquieta ed esitante. Lo stesso si dica per la nostra classe dirigente, spiazzata di fronte a un’impresa del tutto inedita. Come nella storiella di ‘al lupo, al lupo’, dopo anni di emergenza continua e di crisi alternate, da quella finanziaria alle varie crisi di governo alla cosiddetta crisi migratoria, quando arriva un’emergenza per molti versi più emergente delle altre, perché più avvertita sulla pelle e nel corpo delle persone, siamo impreparati e ci mancano le parole per esprimere e dare forma al nuovo trauma: mancano perché ne abbiamo abusato, sono ormai inflazionate in una cronica crisi di credibilità. Fa quasi sorridere, e a volte fa tirare un sospiro di sollievo, l’atmosfera sospesa e rarefatta dei talk show così tranquilli senza pubblico, delle opinioni proposte col beneficio del dubbio, mettendo le mani avanti, pur sempre turbata da brevi sfoghi personali dei soliti urlatori. Ma al netto di marginali ed episodiche scenate, generalmente si è più cauti, più responsabili, e ci si chiede se non si possa restare così, se dopo questa purga ci sentiremo più sobri, più lucidi.
Posto questo augurabile guadagno in lucidità, per metterlo davvero a frutto occorre un salto in più. Per pensare seriamente a come riorganizzare l’economia e la società dopo la tragedia che stiamo vivendo si deve pensare più a fondo. Infatti per poter chiarire e decidere cosa prevedere per il domani, prendendo posizione su possibili pronostici oggi ancora incerti, occorre un pensiero radicale che si interroghi su come e perché sperare. Si sente insomma un’urgente domanda di speranza, e precisamente sulla speranza, domanda sempre sottintesa ad ogni pensiero pubblico, ad ogni comunicazione. La domanda fondamentale della crisi della salute è la domanda sulla salvezza, come rivela l’etimologia. Riusciamo davvero a sperare? Su cosa si fonda questa speranza? Cosa dà forma ad essa, alla nostra vita, oggi e per l’avvenire?

Per farsi meglio queste domande, si potrebbe andare a rispolverare i classici, cioè quelle letture che, pur lette di sfuggita, al liceo ci inquietavano e ci formavano. Molto a tema capita il testo fondamentale Malattia per la morte, di Kierkegaard. In quelle pagine densissime ed esplosive della cultura occidentale si raffigura e prefigura l’uomo moderno e la sua crisi post-moderna. Un uomo inevitabilmente disperato, seppure latentemente e in diversi gradi e forme. Disperato perché preda delle sue contraddizioni, perso negli estremi di finito e infinito, possibilità e necessità. È l’uomo «fantastico», per cui «sempre più cose diventano possibili, perché niente diventa reale», perché «tutto diventa sempre più istantaneo»; ma anche, per converso, il fatalista determinista,o il «conformista» borghese, senza fantasia, senza «spirito», entrambi irrigiditi nella sola necessità. Dell’ultimo tipo di disperato si leggono righe attualissime, quando è descritta la sua reazione di fronte alla paura: «se talvolta l’esistenza aiuta con orrori che eccedono la saggezza pappagallesca dell’esperienza triviale, il conformismo dispera, cioè, diventa allora manifesto che era disperazione».

Di fronte all’eccedenza dell’orrore, della paura fisica o comunque esterna, dell’imprevisto che sconvolge il nostro ordine, il conformista crolla, dispera e ammutolisce.
A distanza di quasi due secoli, da quel 1849 denso di svolte storiche, il filosofo danese ritrae con tremenda onestà gli stessi atteggiamenti tipici che oggi riaffiorano nei nostri discorsi: di fronte al trauma e all’orrore, davanti alla manifestazione della nostra disperazione, non riusciamo a non essere emotivi, rassegnati e sconcertati. Chi si abbandona alle isteriche fantasie che circondano le fake news, chi all’elitarismo del disincanto, i più restano nel ‘disorientamento di massa’ più muto e paralizzato.

È inutile e forse anche pericoloso rifiutare questo stato delle cose, bisogna farci i conti. Se la nostra disperazione riuscirà a manifestarsi nella modo più autentico possibile, attraverso un pensiero radicale e sincero, forse potremmo imparare, senza troppe pretese, ad attraversarla e viverla con più verità, meno finzioni fantastiche o ipocrite. Sicuramente questo condurrebbe ad un modo più autentico di sperare: è solo con il riconoscimento della vera disperazione che si scopre la vera speranza. Come indica un altro classico del pensiero occidentale, anch’esso pensato nel momento della crisi: «solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza» (da Angelus Novus, Walter Benjamin, 1892-1940).

C’è bisogno di solidarietà.

Mi ha fatto specie ieri sentire il governatore della Lombardia affermare da Barbara d’Urso che le mascherine di produzione locale saranno “solo” per l’emergenza lombarda e non saranno date alle regioni che ne hanno bisogno (vale la pena guardare l’espressione della conduttrice), così come il vantarsi di “essere efficienti”, quasi che altrove la gente dormisse e aspettasse l’ennesima tragedia per sfruttare ancora una volta lo Stato o le Regioni “efficienti”, che – ahimè – non hanno però saputo contenere l’esodo verso il Sud, che ora sta mostrando le conseguenze.

È un momento altamente drammatico nel quale non dovrebbero esserci divisioni Nord-Sud, o Destra-Sinistra, ma solo preoccupazione per l’altro ed estrema solidarietà. E invece pare che neppure i morti, una intera generazione che ha affrontato guerra, fame e privazioni, e che sta scomparendo falciata da un virus – che non ha nazionalità e non guarda in faccia a nessuno, siano re, principi o uomini d’affari – riescano a farci entrare in quella dinamica di profonda umiltà che ci è necessaria, se non come cristiani, almeno come esseri umani consapevoli di non essere onnipotenti. Per questo mi vergogno di appartenere alla razza umana, sempre più “inumana”, fredda, egoista, attaccata ai profitti e, permettetemi, ancora oggi – mentre si muore e c’è chi già non ha liquidità – al business del calcio. Finire o no il campionato? Quanti soldi si perderanno…Ma a chi importa se scuole ed università sono chiuse e l’anno scolastico ed accademico non arriva al termine? Se stiamo creando una nazione di ignoranti tagliando fondi all’istruzione poco conta.

Mi vergogno di appartenere alla razza umana quando mi reco a fare la spesa e trovo i prezzi triplicati e penso a chi non ha più un lavoro. Grazie alla Protezione Civile che qui, almeno in qualche comune nell’Alta Terra di lavoro, in cooperazione con la Caritas parrocchiale, sta distribuendo pacchi alimentari a chi non lavora. E mi vergogno di essere europea, perché l’Europa che vedo ora – anzi da molto, troppo tempo – non è quella dei Padri Fondatori, Di De Gasperi, Adenauer, Schuman, e altri. Sta prevalendo la logica economica e commerciale all’umanità. Nei giorni in cui eravamo presi dall’emergenza siamo stati offesi e presi in giro. Oggi Macron è il primo che si ricrede e ci indica come un modello da seguire, unendosi a Italia, Spagna, ed altri paesi del sud-Europa nel denunciare una “Unione Europea egoista”. Non aggiungo altro. Ma vorrei terminare con le parole di Antonio De Curtis, in arte “Totò”, che nella stupenda poesia – e andrebbe tradotta in tutte le lingue – ci ricorda che davanti alla morte siamo tutti uguali perché: “A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella”.

La democrazia ai tempi del virus

Articolo pubblicato sulle pagine delle rivista Atlante di Treccani a firma di Giorgio Scichilone

La democrazia ai tempi del virus, l’espressione su cui si eserciteranno gli storici, è la questione che sta sollecitando con insistenza sociologi, filosofi politici, giuristi e opinionisti di svariata natura e competenze. Non sono riflessioni oziose, riguardano le nostre vite in modo quasi altrettanto importante come quelle più dirette che attengono alla nostra salute. Il quasi è decisivo per le successive argomentazioni. Questo breve discorso potrebbe essere un modesto prolegomeno al ruolo della cultura – o degli intellettuali se si vuole – nella società. Ma di questo un’altra volta.

Ai margini, si direbbe dunque, delle questioni prioritarie e urgenti che riguardano gli effetti dell’epidemia sulla vita, c’è quello legato sulle ricadute sulle libertà, le restrizioni imposte dai governi agli individui per evitare la diffusione del contagio. Sono limitazioni talmente radicali che sembra di essere stati catapultati in un romanzo distopico. In Italia solo le generazioni passate hanno conosciuto la guerra e ciò che significa un bombardamento, un coprifuoco, un’occupazione militare, la lotta partigiana per le strade della città. I più, per fortuna, lo hanno letto nei libri di storia e nella percezione sbadata dei nostri mondi virtuali sembra assumere la stessa distanza empatica delle vicende di Cesare che varca il Rubicone. Lo stile di vita odierno di una porzione privilegiata del pianeta, nella quale abbiamo la buona sorte di vivere, con elevata mobilità e indipedenza, le straordinarie possibilità che economia e tecnologia consentono per raggiungere obiettivi personali e sociali inimmaginabili solo poco tempo fa, sono state improvvisamente compresse da un virus che ha spiazzato gli Stati, precipitandoli in una corsa verso soluzioni politiche e amministrative per contrastare la virulenza della pandemia che sembrano cancellare in un colpo gli standard antropologici abituali. Rimanere chiusi in casa, come prescrivono le norme emergenziali, appare assurdo e inaccettabile. Risulta ormai incompatibile con la nostra visione del mondo, con il nostro essere nel mondo. La riflessione finale a cui ormai risulta polarizzarsi l’attenzione accademica, ed uso questo termine con un’involontaria autoironia, è la relazione delicata che sussiste in uno Stato liberale tra gli inviolabili diritti fondamentali e le prerogative del governo. Fino a dove può spingersi il potere politico, nell’ambito dello Stato di diritto, per assicurare la salute degli individui?

In sostanza l’attuale situazione è stata descritta da molti in termini preoccupati come “stato d’eccezione”. Carl Schmitt, il giusfilosofo tedesco di simpatie naziste, coniò questa formula per descrivere l’essenza della sovranità. Mentre in una dittatura abbiamo uno stato d’eccezione permanente, in cui le libertà costituzionali sono nella disponibilità dell’autorità politica, la democrazia trova la sua legittimazione dal consenso individuale e volontario finalizzato a garantire la libertà naturale dell’uomo. In casi eccezionali, come già l’antica repubblica romana prevedeva, l’ordine costituzionale può sospendersi per tutelare la “salus rei publicae”. La salvezza dello Stato è una delle possibili traduzioni, ma letteralmente si tratta della salute della cosa pubblica, cioè dei cittadini. Una sedizione interna o una guerra che minacciavano la dissoluzione dello Stato e le vite delle persone giustificavano il ricorso a mezzi inusitati, che avevano però il carattere della temporaneità e responsabilità, per contrastare nel modo più efficace e tempestivo possibile il rischio fatale che incombeva sulla società. Era uno stato d’eccezione in cui a qualcuno, in deroga alle procedure ordinarie, veniva affidata la summa potestas, i pieni poteri, per difendere e tutelare lo Stato. I repubblicani dell’età umanistica videro in Giulio Cesare il guastatore della repubblica perché aveva fatto saltare il limite temporale della dittatura, differendo sine die il momento in cui occorreva riferire al Senato sull’uso del potere assoluto. Se la straordinarietà temporanea che consente i mezzi speciali non si incontra poi con la responsabilità, allora la salute pubblica non è più garantita dalla legge ma dalla discrezionalità arbitraria di chi è – o si è posto – al di sopra della legge. Del resto, il primo documento di ‘filosofia politica’ della tradizionale occidentale, la dotta discussione tra ‘barbari’ (i Persiani) riportata da Erodoto, poneva un discrimine tra quelli che potremmo definire regimi autoritari e liberali. Nei secondi chi detiene il potere deve rendere conto del proprio operato. Dove c’è invece arbitrarietà, la libertà dei sudditi è in pericolo.

Schmitt era un ammiratore di Hobbes, il filosofo inglese del Seicento che ha fatto derivare la legittimità dello Stato dal patto tra individui liberi e uguali. Ne è risultato il mostruoso Leviatano, che ha costantemente i pieni poteri per garantire la vita dei cittadini. Hobbes scriveva il suo trattato durante una guerra civile. In quel momento l’unica preoccupazione era salvare la vita, e ogni individuo aveva paura della morte violenta. Il pensiero elementare del filosofo era di risolvere quella sfida capitale. La sua idea era di fondare un potere talmente forte – onnipotente – che potesse ergersi, di fronte alle fazioni armate che avevano disfatto l’ordinamento giuridico e insanguinato il Paese, per imporre una legge comune evitando le faide private. Un compito epocale che richiedeva il consenso di ciascuno. Lo scambio era seducente e ha generato una retorica che non smette di mostrare la sua vitalità: la sicurezza al posto dei diritti. Hobbes è stato naturalmente molto criticato, e i successivi pensatori liberali hanno ritenuto che uno Stato non può fondarsi sulla sola difesa della vita per potere essere considerato legittimo. Alla vita John Locke ha aggiunto in modo imperituro la libertà e la proprietà, e nella Dichiarazione d’indipendenza americana campeggia, come un tempo la parola libertas sui torrioni delle città medievali italiane, la felicità, l’ulteriore fine che lo Stato è chiamato a garantire.

Qui l’articolo completo 

Carte d’identità: prorogata la validità al 31 agosto 2020

Con una circolare indirizzata ai prefetti, la direzione centrale per i Servizi Demografici ha evidenziato che il decreto legge n.18 del 17 marzo 2020 ha prorogato al 31 agosto prossimo la validità delle carte d’identità scadute, senza che rilevi la durata del periodo trascorso dalla data di scadenza, o delle carte in scadenza dopo l’entrata in vigore del decreto legge.

La proroga riguarda sia le carte d’identità “cartacee” che quelle “elettroniche”. Rimane invece limitata alla data di scadenza del documento la validità ai fini dell’espatrio.

L’Ater di Roma e la Croce Rossa Italiana per la consegna dei farmaci e della spesa alimentare a domicilio

Questo è il tempo della responsabilità, ma anche della solidarietà. L’assessorato alle Politiche Abitative della Regione Lazio e l’Ater di Roma hanno sottoscritto un accordo con la Croce Rossa Italiana per attivare, da oggi, un servizio di consegna dei farmaci e della spesa alimentare a domicilio per le persone in maggiore difficoltà che abitano nelle case popolari Ater.

Il servizio è rivolto agli anziani (over 65 anni), in particolare quelli soli e non autosufficienti, ai soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (temperatura superiore a 37,5°) o sottoposti alla misura della quarantena o risultati positivi al virus, alle persone immunodepresse, ai disabili, agli affetti da patologie gravi, da disabilità invalidanti, ai nuclei composti da due sole persone di cui uno disabile grave a cui è fermamente raccomandato di non uscire di casa. Vista l’urgenza, Ater provvederà ad inviare, alla propria utenza “fragile”, comunicazione ad hoc (mediante telefonate, sms o mail) per l’attivazione del servizio “consegna a domicilio” e la modalità di espletamento dello stesso. Da oggi, tutti gli utenti che appartengono alle categorie di cui sopra potranno contattare il call center dedicato di Ater al numero 06 899 199.

L’operatore del call center acquisirà le richieste degli utenti, riferite all’acquisto di prodotti alimentari e farmaci, per poi trasmetterle alla Croce Rossa italiana, comitato di Roma, che a sua volta si avvarrà dei centri operativi nei vari quadranti della Capitale per il reperimento e la consegna delle merci ordinate. I volontari della C.R.I., riconoscibili in uniforme, ritireranno i prodotti presso gli esercizi di riferimento mentre per i medicinali potranno essere finanche ritirare la ricetta presso lo studio medico o acquisiranno il numero NRE e il codice fiscale del destinatario del farmaco per poi recarsi in farmacia. I medicinali e i prodotti alimentari verranno poi consegnati in busta chiusa all’utente. Prima di procedere all’acquisto, l’operatore C.R.I. incaricato ritirerà presso l’abitazione il denaro necessario alla spesa. Il servizio di consegna è completamente gratuito. Attraverso la consegna a domicilio è inoltre possibile richiedere lo scontrino fiscale “parlante” da utilizzare per le detrazioni fiscali, fornendo ai volontari della Croce rossa la tessera sanitaria o il codice fiscale.

“Dopo i lavori di sanificazione negli spazi comuni degli edifici dell’Ater di Roma, dall’inizio della prossima settimana questi interventi verranno avviati anche in tutti i complessi di edilizia residenziale pubblica delle altre Ater del Lazio. Ora con questo nuovo accordo con la Croce Rossa Italiana vogliamo fornire un ulteriore contributo per contrastare il contagio da Covid-19, aiutando le persone anziane, con disabilità o con gravi fragilità a restare a casa grazie alla consegna a domicilio dei farmaci e della spesa alimentare. È una fase difficile, ma con l’impegno e la responsabilità di tutti riusciremo a superarla”, dichiara Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio.

“Insieme agli interventi massivi di sanificazione ad oggi effettuati in 3900 scale di edifici Ater in 66 quartieri – spiega il direttore generale Andrea Napoletano – ATER Roma, su impulso della Regione Lazio e grazie alla preziosa disponibilità della Croce Rossa Italiana, ha voluto attivare un servizio per alleviare le difficoltà che le necessarie restrizioni per fermare il contagio comportano nella vita quotidiana dei più fragili. Nelle nostre case abitano circa 120 mila persone, di cui gran parte anziani e siamo in grado di individuare chi può avere più bisogno di aiuto. Quale Azienda della pubblica amministrazione siamo chiamati a fare la nostra parte mettendo a disposizione risorse e competenze”.

“Croce Rossa di Roma con i suoi Volontari – commenta la presidente della C.R.I., Debora Diodati – è mobilitata da settimane a sostegno degli anziani e delle persone più fragili con quello che abbiamo chiamato “il tempo della gentilezza”. Questo accordo ci vedrà ancora più partecipi di un’azione che nell’emergenza cerca di non lasciare indietro le persone più esposte e quelle più fragili. C’è un’emergenza sociale importante da affrontare nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e ne siamo pienamente consapevoli. Così come c’è l’emergenza della solitudine e di forme di marginalità che le nostre comunità sempre più vivono. Questa iniziativa va nella direzione di aiutare e chi come Croce Rossa è un’Italia che Aiuta non può che dare il suo contributo”.

“La Croce Rossa con i suoi operatori – prosegue Adriano De Nardis, presidente della C.R.I. della Regione Lazio – ha lanciato da settimane un appello ai cittadini invitandoli a restare a casa al fine di evitare inutili rischi per la propria salute. Il tempo della gentilezza, questo il nostro motto che guida le progettualità dedicate all’emergenza covid, cui anche questo Protocollo fa riferimento. La nostra mission ci impone di mettere a disposizione ogni nostra risorsa per limitare qualsiasi inutile esposizione, specie per i cittadini più vulnerabili. Sono molto soddisfatto dell’iniziativa sviluppata da CRI Roma in sinergia con Regione Lazio e Ater di Roma, che dimostrano in questo modo una sensibilità importante verso i propri inquilini e verso la salvaguardia della popolazione tutta”.

Il buco dell’ozono sta guarendo.

Lo strato di ozono, che era arrivato ai minimi storici nel 2019, ora sta meglio.

Questo grazie al Protocollo di Montreal, strumento legato al Programma Ambientale delle Nazioni Unite per l’attuazione della Convenzione di Vienna “a favore della protezione dell’ozono stratosferico”entrato in vigore nel gennaio 1989.

Dopo queste misure restrittive, a partire dal 2000 circa, le concentrazioni delle sostanze chimiche nella stratosfera hanno iniziato a diminuire e il buco dell’ozono ha iniziato a recuperare.

Inoltre, si prevede, che l’ozono recupererà tornando ai livelli degli anni ’80 entro il 2030 per le medie latitudini dell’emisfero settentrionale e entro il 2050 per le medie latitudini meridionali, mentre in Antartide accadrà nel 2060.

 

Coronavirus: È importante che i pazienti non interrompano il trattamento con gli ACE-inibitori

Assorted pills

L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) è a conoscenza delle recenti notizie diffuse dai media e delle pubblicazioni che si interrogano sulla capacità di alcuni farmaci, come gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) e i bloccanti del recettore per l’angiotensina (ARB o sartani), di peggiorare la malattia da coronavirus (COVID-19). Gli ACE-inibitori e gli ARB sono più comunemente usati per il trattamento di pazienti affetti da pressione alta, insufficienza cardiaca o malattia renale.

È importante che i pazienti non interrompano il trattamento con gli ACE-inibitori o gli ARB e non è necessaria la modifica della terapia. Attualmente, non vi sono evidenze di studi clinici o epidemiologici che stabiliscano un legame tra gli ACE-inibitori o gli ARB e il peggioramento della malattia da COVID-19. Esperti nel trattamento di patologie cardiache e di disturbi della pressione arteriosa, tra cui la Società europea di cardiologia, hanno già rilasciato dichiarazioni in tal senso[2],[3]. Per raccogliere evidenze aggiuntive, l’EMA sta contattando in modo proattivo i ricercatori al lavoro per generare ulteriori prove negli studi epidemiologici.

Poiché l’emergenza di salute pubblica si sta diffondendo rapidamente in tutto il mondo, sono stati avviati studi scientifici finalizzati a stabilire come il coronavirus 2 che causa la sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV-2) si riproduce nell’organismo, interagisce con il sistema immunitario e provoca la malattia, e se il trattamento in corso con medicinali quali gli ACE-inibitori e gli ARB possa influire sulla prognosi della malattia da COVID-19.

L’ipotesi secondo cui il trattamento con ACE-inibitori o ARB possa peggiorare le infezioni nell’ambito della malattia da COVID-19 non è supportata da alcuna evidenza clinica. Questi medicinali funzionano interagendo con il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS). Poiché il virus utilizza un bersaglio denominato enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), che fa parte di questo sistema, per penetrare nelle cellule umane, e visto che i medicinali possono aumentare l’ACE2, una delle ipotesi è che i suddetti medicinali possano aumentare l’attività del virus. Tuttavia, le interazioni del virus con il sistema RAAS nell’organismo sono complesse e non completamente note.

L’EMA monitora strettamente la situazione e collabora con le parti interessate per coordinare gli studi epidemiologici sugli effetti degli ACE-inibitori e degli ARB nei pazienti affetti da COVID-19.

L’Agenzia europea contribuisce inoltre a coordinare ricerche urgenti in corso ed è pienamente impegnata a informare i cittadini in merito a qualsiasi sviluppo in questo ambito.

L’EMA è anche a conoscenza di notizie secondo cui altri farmaci come i corticosteroidi e gli antinfiammatori non steroidei (FANS) potrebbero aggravare la malattia da COVID-19, e ha recentemente pubblicato una comunicazione sui FANS. È importante che, in caso di dubbi o incertezze sui farmaci, i pazienti si rivolgano al loro medico o farmacista e non interrompano la consueta terapia senza aver prima consultato un operatore sanitario.

I medicinali devono essere prescritti e utilizzati conformemente alla valutazione clinica, tenendo debitamente conto delle avvertenze e delle altre informazioni presenti nel riassunto delle caratteristiche del prodotto (RCP) e nel foglio illustrativo, nonché delle indicazioni fornite dall’OMS e dagli organismi nazionali e internazionali competenti.

Nell’ambito del network europeo di regolamentazione dei medicinali, necessità sull’uso sicuro dei farmaci sono esaminate nel momento in cui emergono. Ogni nuovo parere emesso è opportunamente divulgato attraverso l’EMA e le autorità nazionali competenti.

L’EMA fornirà ulteriori informazioni, se del caso.

Maggiori informazioni sui medicinali

Gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) sono medicinali usati per il trattamento di pazienti con pressione alta, problemi cardiaci e altre condizioni. I nomi dei principi attivi da cui sono composti terminano generalmente per “pril”. Gli ACE-inibitori impediscono che un enzima presente nell’organismo produca l’angiotensina II, un ormone che restringe i vasi sanguigni. Questo restringimento può causare ipertensione e sottoporre il cuore a uno sforzo maggiore. L’angiotensina II rilascia anche altri ormoni che sono responsabili dell’aumento della pressione arteriosa.

I bloccanti del recettore per l’angiotensina (ARB, noti anche come antagonisti del recettore per l’angiotensina II o sartani) sono impiegati per il trattamento dei pazienti affetti da pressione alta e da alcune patologie cardiache o renali e complicazioni come la nefropatia diabetica. Il loro meccanismo di azione consiste nel blocco dell’attività dell’angiotensina II così impedendo la costrizione dei vasi sanguigni e perciò evitare l’aumento della pressione arteriosa.

I corticosteroidi, spesso conosciuti come steroidi, sono farmaci antinfiammatori prescritti per curare un’ampia gamma di patologie quali asma, rinite allergica, malattia polmonare ostruttiva cronica, malattia di Crohn, colite ulcerosa e molte altre. I corticosteroidi funzionano allo stesso modo degli ormoni normalmente prodotti dalle ghiandole surrenali (due piccole ghiandole che si trovano sopra i reni) e sono usati in particolare per ridurre l’infiammazione e l’attività del sistema immunitario.

L’ibuprofene, un antinfiammatorio non steroideo, è un farmaco antidolorifico e antipiretico (antifebbrile). A seconda della formulazione, l’ibuprofene orale è utilizzato negli adulti, nei bambini e nei neonati a partire dai tre mesi di età per il trattamento a breve termine di febbre e/o dolori quali mal di testa, dolori influenzali, dolori dentali e dismenorrea (dolori mestruali). L’ibuprofene è prescritto anche per il trattamento dell’artrite e delle condizioni reumatiche.

Cesa e l’Italexit di Salvini

A me pare che la dichiarazione di Cesa (che troverete alla fine) si autosmentisca, nel senso che proprio riconoscendo che Salvini vuole “Draghi e l’Italexit”, si svela ciò che è realmente la Lega, la quinta colonna degli interessi tedeschi, che confonde le acque per acchiappare consensi, ma che nei passaggi cruciali anteporrà sempre gli interessi del Lombardo-Veneto a quelli nazionali, in ciò facendosi scavalcare pure dalla piccola Slovenia, che, come osserva oggi Giulio Sapelli, sta abbandonando il blocco tedesco–anseatico.

E poi pensare che l’uscita dall’Euro sia un pallino (posto che ce l’abbiano) di Lega e FdI, semplifica un po’ troppo le cose. Se così fosse, infatti, basterebbe tenere fuori dalla maggioranza questi due partiti, come lo sono, e voilà, nessun pericolo per l’Euro (e forse Gualtieri ci crederebbe pure…).
Invece il pericolo per l’Euro viene dal modo in cui è stato fatto. Lo si può criticare ma occorre riconoscere che è stato realizzato molto bene per gli scopi a cui doveva servire, dimostrando una enorme capacità di resilienza, anche all’emergenza della pandemia, a qualsiasi forma di messa in comune del rischio. Ma proprio questo è il suo tallone d’Achille, l’impossibilità di contemplare l’imprevedibile.

In realtà il collasso dell’Eurozona, che nessuno vuole, è nell’ordine delle cose. L’Italia potrà solo rinviarlo, accettando a breve, prima che le rivolte sociali già esplose al Sud possano dilagare in tutto i Paese, forme di sostegno a condizionalità dilazionata. Ovvero, lanciando un messaggio devastante per i giovani, per le aziende italiane e per gli investitori esteri: “adesso facciamo qualche intervento in extra-deficit, ma intanto prepariamo una finanziaria 2021 lacrime e sangue, per ritornare ad essere ‘virtuosi’ “. Chi volete che scommetta sul futuro del Paese a siffatte condizioni?
D’altra parte mettiamoci nei panni del blocco del Nord: perché mai dovrebbero accettare di mettere a rischio la loro ricchezza proprio nel momento di maggior crisi dell’Eurozona? Anche loro di stanno preparando al peggio, divenendo, se possibile, ancora più intransigenti.

Dunque, quella di Cesa mi pare una diagnosi errata . È la fine dell’Euro che ci perseguita, e che verosimilmente dovremo accettare un giorno in condizioni ancora più svavorevoli di quelle attuali, non viceversa, ovvero che qualche forza politica voglia deliberatamente porre fine all’Euro.

 

CESA (UDC), INSULTARE L’EUROPA NON È UTILE A NESSUNO.
(DIRE) Roma, 27 mar. – “Draghi e’ certamente la persona piu’ autorevole che l’Italia possa mettere in campo. Ma tirarlo per la giacchetta in questa fase rischia di ‘svalutare’ il suo enorme valore aggiunto e cio’ non possiamo permettercelo come Paese. Senza reticenze diciamo con chiarezza che questa non e’ l’Europa solidale per cui abbiamo lottato e in cui crediamo ma in questa fase molto delicata, in cui sono in corso i negoziati fra i leader europei che porteranno o al rilancio del sogno dei padri fondatori o al suo de profundis, evocare Draghi e allo stesso tempo insultare l’Europa non e’ utile a nessuno. L’europeismo di Draghi e’ incompatibile con chi sogna l’Italexit”. Cosi’ il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa. (Com/Anb/ Dire)

Sì alla proposta Anci. I Comuni protagonisti.

Bandiere mezz’asta, un minuto di silenzio di fronte ai municipi e, forse, anche la convocazione dei Consigli Comunali. L’iniziativa dell’Anci – finalmente batte un colpo – non può non essere raccolta. E non solo per un atto formale ma perchè la democrazia deve riprendere a funzionare. Anche nel nostro paese. A partire dal basso, cioè dalla “palestra della democrazia” per eccellenza, ovvero i Comuni. E mi permetto di aggiungere dai piccoli comuni, che rappresentano l’ossatura centrale del sistema istituzionale e democratico del nostro paese. Perchè è vero che i Sindaci, frutto dell’elezione diretta, sono diventati – piaccia o non piaccia – i “dominus” a livello locale. E non solo. Per responsabilità, per le scelte che devono intraprendere e per il riferimento istituzionale che indubbiamente rappresentano di fronte alla propria comunità. 

Ma anche la democrazia partecipativa non può subire ulteriori ed inevitabili contraccolpi. Non può subirne a livello nazionale e non può subirne, com’è evidente, neanche a livello locale. Purtroppo, in questa drammatica emergenza sanitaria, dobbiamo fare i conti con un progressivo depotenziamento del Parlamento senza sapere che cosa potrà produrre concretamente questa deriva che pare ormai irreversibile. Una deriva che, però, rischia di indebolire lo stesso tessuto democratico. 

Ecco perchè la ripartenza democratica nel nostro paese deve coincidere, ancora una volta, con il rilancio dei Comuni. Senza il protagonismo civile, politico, istituzionale e comunitario dei Comuni il rischio della deriva autoritaria ed illiberale può essere veramente dietro l’angolo. 

Per questi motivi l’iniziativa dell’Anci non va sottovalutata. Perchè dietro l’atto formale c’è un proposta politica che si può e si deve raccogliere sino in fondo. E noi ci saremo. A cominciare dal comune di Pragelato, città “olimpica” della Via Lattea. 

Quando tutto sarà finito

Ore 7 di venerdì 27 marzo 2020, secondo mese dell’emergenza Covid-19. Appena iniziato lo sfoglio dei principali quotidiani italiani. In casa, trasformata in hasthag iorestoacasa, mi interrompe la voce del Giornale Radio Rai per informarmi che il Presidente del Consiglio ha detto chiaro e tondo al Consiglio europeo che se a Nord non ascoltano i “meridionali” allora “faremo da soli”.  Cominciamo bene la giornata.

Riprendo lo sfoglio e arrivo rapidamente al bel diario dei giorni del coronavirus di Paolo Rumiz, su Repubblica. Leggo: “23 marzo. Stamattina ho appeso fuori della porta un foglio con su scritto: mi ricorderò di voi quando tutto sarà finito. Di voi che ci avete smantellato la sanità pubblica per finanziare centri di estetica e ora tuonate contro lo Stato perché mancano i respiratori. Di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa, e la difesa dei beni davanti a quella delle persone. Di voi, che ci avete coperto di veleni e desertificato l’Italia dei borghi; e di voi, volenterosi partigiani dell’economia del saccheggio, dello scarto e dello spreco, che avete delocalizzato in Asia e tolto lavoro alla nostra gente. E di voi che avete coperto tutto questo , facendoci credere che il problema fossero gli immigrati, quando siete stati i primi a chiamarli per ingrassarvi il culo. E soprattutto di voi, ultra-liberisti da talk show che avete smantellato cultura  e senso del dovere, obbligandoci a gestire questa emergenza più con la polizia che con l’educazione civica. E infine di voi, che anche ora, nel momento estremo, seminate zizzania e bugie per coprire di fango chi senza clamore si spende per soccorrere gli ultimi”.   

Penso che siano parole che dovrebbero condividere tutti ad eccezione di quei farisei dei quali, anche stavolta da casa hasthag iorestoacasa, sentiremo parlare molto nei prossimi giorni a proposito di quella Croce alla quale ci affidiamo. Vado avanti con lo sfoglio e intanto trovo un po’ di sollievo ascoltando l’inviato Rai a Bruxelles il quale mi comunica che al termine della teleconferenza i 27 leader europei hanno chiesto ai ministri delle Finanze di presentare nuove proposte. Aspettiamo due settimane, dunque, per vedere se sia possibile  non dovercela fare da soli, il che, diciamolo, sarebbe molto meglio.

Nel frattempo, leggo con la dovuta attenzione l’articolo del professor Angelo Panebianco, apostolo del liberismo e del maggioritario (nel senso del sistema elettorale), che  sul Corriere della Sera parte in prima e gira nella pagina dei commenti. Titolo: “il doppio freno per il dopo”. Come fa Rumiz, e nel nostro piccolo anche noi, il professor Panebianco pensa al dopo, a quell’euforia che ci invaderà quando ci daranno la notizia che la “guerra” sta per essere sostituita dal “dopoguerra”.  Il professore la descrive benissimo, con pochi, sapienti tocchi: “Ci sarà un’esplosione di energia sociale oggi repressa. Un nuovo boom economico è possibile e , plausibilmente, riguarderà soprattutto i territori che hanno pagato un alto prezzo. Si chiama effetto fenice.” Inevitabile: la lettura di queste righe mi cambia l’umore. Guardo le mura di casa mia con altri occhi. Fuori piove e fa freddo, ma è già primavera, basta aspettare. 

Come nei “bugiardini” delle medicine che affollano i nostri scaffali, prima di assumere la nostra meritata e tanto attesa dose di euforia, dobbiamo però leggere le avvertenze e precauzioni. Il professor Panebianco, con la delicatezza dell’entomologo, ne isola due e le chiama “magagne: la zavorra burocratica e l’ideologia pauperista. La prima magagna è quasi un luogo comune, come non pensare alle insidie della burocrazia, un’immensa aragosta che con i suoi tentacoli sempre in azione prima ritarda e quindi frena le attività economiche. E non solo quelle. Attenti all’aragosta.

La seconda magagna è ancor più insidiosa, è l’ideologia pauperista le cui fonti, rivela il professor Panebianco, “vanno cercate, in primo luogo , nelle pulsioni di un certo cattolicesimo politico.”

Ci siamo, ora che è stato individuato il capro espiatorio, detto magagna,  è un gioco da ragazzi arricchire il dossier d’accusa. Spiega dunque il professore: “quando parlo di pulsioni del cattolicesimo politico (di una sua versione) mi riferisco ai demonizzatori del mercato. “ E adesso parte il colpo . Panebianco ci spiega a chi si riferisce quando parla di questi demonizzatori .:“Quelli, per intenderci, che sono capaci di attribuire alla ricchezza  la responsabilità, anzi la colpa dell’alto prezzo che stanno pagando la Lombardia e le altre aree ricche (ossia produttive) del Paese .”

A questo punto tutto è più chiaro. Posso terminare lo sfoglio e prima di cominciare con le flessioni addominali che sono molto indicate in questo periodo decido di appendere fuori della mia porta  una risposta al professor Panebianco. Non devo far altro che copiare il primo periodo del diario di Paolo Rumiz: “Quando tutto sarà finito mi ricorderò di voi che avete smantellato la sanità pubblica e di voi farisei che, mentre pontificavate sulla vita, mettevate il profitto davanti alla vita stessa.” Poi ho aggiunto con un pennarello rosso. “E questa non è una condanna della ricchezza!”

Il “cattolicesimo politico” ai tempi del Coronavirus

Il professor Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera” di venerdì 27 marzo, attribuisce al  “cattolicesimo politico” (almeno a una sua parte) di fronte all’emergenza Coronavirus una certa “vocazione pauperista” la quale si nutrirebbe, a suo dire, di ostilità nei confronti del mercato e dei produttori di ricchezza. Secondo l’autorevole editorialista, una parte dei cattolici sarebbero capaci di attribuire alla ricchezza “la responsabilità, anzi la colpa, dell’alto prezzo che stanno pagando la Lombardia e le altre aree ricche (ossia produttive) del Paese”. In realtà conosciamo le (possibili) ragioni del boom di contagi al Nord: le Regioni finora più colpite da un virus che non conosce corsie preferenziali, sono anche le più aperte agli scambi con il resto del mondo.

Confesso di aver pensato al mio amico Stefano Zamagni, che sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa lamentava lo scarso coinvolgimento del Terzo Settore (da parte del Governo) nella gestione dell’emergenza, a tutti i livelli. Si tratta di un cattolicesimo aperto, plurale, “orientato al prossimo”, che trova la sua migliore espressione nell’economia civile e nel volontariato. La stessa edizione del Financial Times che ha ospitato un pregevole intervento di Mario Draghi, sottolineava come i modelli economici “social responsibility oriented”, che contemplano una posizione di equilibrio tra Stato e mercato, sono quelli che oggi consentono di interpretare meglio l’evoluzione economica dell’epidemia. Dove sarebbe l’ostilità nei confronti del mercato?

Come non pensare, da questo punto di vista, all’evoluzione politica dell’Europa. Alcuni giorni fa si è celebrato (seppur in forma virtuale) l’anniversario della firma dei Patti di Roma (25 marzo 1957). Il nucleo originario dell’Europa, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), nacque proprio per affrontare quella che allora era un’emergenza: porre fine alle guerre secolari tra Francia e Germania. Questo dovrebbe essere il senso profondo dell’Unione Europea: mettere insieme più Paesi, tutti piccoli, per avere una risposta di scala maggiore a problemi globali. Ma questa capacità sembra essersi smarrita. Di fronte alle grandi emergenze del nostro tempo (terrorismo, migrazioni, epidemie) l’intervento dell’Unione si è dimostrato costantemente al di sotto delle sue potenzialità. 

Il vertice europeo del 26 marzo scorso lo mostra in modo evidente e drammatico, con le divisioni tra Stati sull’applicazione degli Eurobond. Quale emergenza più grande del Coronavirus vogliamo aspettare per mettere mano a una riforma radicale dei processi con cui funziona l’Europa? Per avere, in buona sostanza, un nuovo “Piano Marshall” a guida europea? Per accompagnare la politica monetaria della Banca Centrale Europea (il nuovo QE) con una politica fiscale comune?

E’ possibile che, nei prossimi mesi, anche la competizione elettorale nel nostro Paese cambierà profondamente. Il rinvio del Referendum sul taglio del numero dei parlamentari (a data da destinarsi) potrebbe essere l’inizio di un calendario nuovo e di un tempo diverso. Partiti e leader saranno giudicati da come si saranno comportati di fronte all’attuale emergenza e da ciò che sapranno dire su come fronteggiare quelle che ci riserverà il futuro. Serviranno meno chiacchiere e più progetti, meno promesse e più impegni: dunque una vera e propria riconversione, anche per il “cattolicesimo politico” italiano.

Miracolo

Impediti a mettere il naso fuori, perché la propria salute è strettamente correlata alla salute degli altri, fa risvegliare una condizione che sembrava da molti decenni messa in quarantena. Anzi, espulsa completamente dal comportamento umano.

Quell’intersezione lì, suona totalmente nuova alle nostre collaudate abitudini. La vicenda vuole che tutto l’interesse, per solito riservato esclusivamente a beneficio del singolo, oggi rimbalzi su un terreno collettivo, una sfera generale, una dimensione comunitaria.

Siamo da due settimane rinchiusi nelle nostre pareti private. Eppure, paradossalmente, mai come in questo momento, respiriamo una realtà che riguarda tutti. Si direbbe che è capitato una sorta di miracolo che ha saldato l’individuale all’universale. Pensando a noi, pensiamo agli altri. Avendo attenzione per gli altri, curiamo noi stessi.

Ieri, i Paesi che ad oggi hanno più sofferto questo veleno, si sono uniti per chiedere all’Europa un passo significativo, al fine di aprire le porte ad un intervento economico corrispondente al fabbisogno di ciascuna nazione. Italia, Francia, Spagna ed altri hanno promosso questa idea. I Paesi nordici, capeggiati dall’Olanda, si sono dimostrati non solo scettici, ma persino freddi. Dall’incontro si è usciti con un temporeggiamento: due settimane per mediare ulteriormente sul tema proposto. La Germania, prossima alle posizioni nordiche, ha suggerito questa mediazione, che è stata obbligatoriamente accolta da tutti.

Riflessione.

L’Olanda non ha sicuramente respirato il miracolo, tanto vale per i suoi ricchi satelliti. La Germania lo intravvede, ma non ne beneficia. Noi, con gli altri Paesi mediterranei abbiamo invece avvertito fino in fondo quel miracolo e vorremmo che potessero goderne tutti. Staremo a vedere. Non vorrei mai che per comprenderne il gran significato, i Paesi nordici e scandinavi, provassero il tormento che noi viviamo da circa un mese.

Avrebbero infatti l’opportunità di cavarsela in modo più alto, in una forma non obbligata, in una sorta di grazia che li innalzerebbe come non mai.

Ho toccato, come leggete, un solo aspetto. Non mi sono messo a descrivere cosa capiterà domani sul piano sociale e su quello culturale, nonché sul versante politico. Ho messo in rilievo un unico perno che, a mio modesto parere, è una lirica che segnerà un salto sostanziale, stilistico tra il prima e ciò che accadrà dopo vittoria sul coronavirus.

Stiamo pertanto ancora con il naso dentro casa. Ci sono tanti operatori che si espongono per noi. Dovremmo solo ringraziarli. Loro sì, mettono a repentaglio se stessi, a noi invece, più fortunati, compete un’unica regola, seguire seriamente e rigorosamente la nostra volontà.

Nicolas Maduro incriminato dagli Usa per narco-terrorismo.

E’ stato il ministro della Giustizia, William Barr, ad annunciare le accuse formulate dalle corti di New York e Miami: cospirazione con una organizzazione terroristica per inondare gli Stati Uniti di cocaina e usare la droga come arma per minare la salute degli americani. Favorire il traffico di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, grazie all'”alleanza” tra governo venezuelano e le rinate Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Inoltre il Venezuela avrebbe sostenuto il gruppo militare libanese di Hezbollah.

“Il regime di Maduro – ha commentato Barr – è inondato da corruzione e criminalità”. Con il presidente sono stati incriminati altri dirigenti del governo, dal direttore dell’Intelligence venezuelana al generale dell’esercito, fino al ministro dell’Industria.

Secondo la procura di Miami, alcuni membri del governo venezuelano avrebbero riciclato il denaro sporco in Florida, investendo in proprietà immobiliari. Secondo Washington i ribelli colombiani “hanno ottenuto il sostegno del regime di Maduro, che sta permettendo loro di usare il Venezuela come un rifugio sicuro dal quale possono continuare a condurre il loro traffico di cocaina”.

Era da trentadue anni che il dipartimento di Stato americano non accusava un capo di stato straniero: l’ultima volta era avvenuto nell’88, quando era toccato al leader panamense Manuel Noriega, accusato di essere un narcotrafficante in combutta con il cartello colombiano di Medellin.

Le 10 parole chiave sul clima italiano

A causa del CoVid19 nel 2020 probabilmente caleranno le emissioni italiane di gas serra. Ma, avverte Italy for Climate, il 2019 è stato per l’Italia un anno con più ombre che luci nella lotta ai cambiamenti climatici e gli eventi drammatici di queste ultime settimane non cambieranno questa situazione.

Nel 2019 si conferma un aumento delle temperature più alto che nel resto del mondo, gli eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici sono stati oltre 1.600 (erano meno di 150 poco più di 10 anni fa), le emissioni di gas serra si sono ridotte di meno dell’1% rispetto all’anno precedente, il Paese ha perso la storica leadership sulle fonti rinnovabili per la generazione elettrica in favore della Germania.

Nell’anno in cui l’Italia sarebbe stata chiamata ad organizzare la Cop26 insieme al Regno Unito (che probabilmente dovrà essere rimandata proprio a causa della pandemia), le performance climatiche non sono positive, anche se alcuni segnali incoraggianti vengono dalla riduzione dei costi delle rinnovabili elettriche e dalla produzione di energia elettrica da carbone, scesa dai 49 miliardi di kWh del 2012 a circa 20 stimati nel 2019.

L’anteprima della fotografia dell’Italia del clima è contenuta nel Rapporto “10 key trend sul clima – i dati 2019 in anteprima per l’Italia”, realizzato da Italy for Climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che sta raccogliendo adesioni da alcune imprese particolarmente sensibili al tema del cambiamento climatico, tra cui oggi figurano Erg, Ing, e2i, Conou, illy, Davines.

Stiamo affrontando in queste settimane una grave crisi sociale ed economica dovuta alla pandemia globale di estrema gravità – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile – che ha messo in evidenza anche la fragilità dei nostri sistemi economici, globalizzati e interconnessi, molto vulnerabili di fronte a crisi che si annunciano come potenzialmente globali anche quando incidono in modo differenziato e più rilevante in alcuni Paesi. Questo fa riflettere anche su altre possibili crisi potenzialmente globali come quella derivante dal riscaldamento climatico. Secondo le stime di Carbon Brief, in Cina, il principale Paese emettitore e primo responsabile dell’aumento delle emissioni globali di gas serra degli ultimi due decenni, in queste settimane le emissioni si sarebbero ridotte di circa un quarto. Una dinamica simile potrebbe ripetersi anche in Italia, ma i dati aggiornati fino al dicembre del 2019 elaborati da Italy for Climate ci mostrano emissioni praticamente stazionarie da circa sei anni. Questo significa che non è in corso un reale processo di riduzione delle emissioni serra. La storia ci insegna che in assenza di tale processo e di interventi tempestivi per indirizzare la ripresa, dopo una crisi economica grave e un calo significativo delle emissioni queste potrebbero tornare a crescere come e forse anche più di prima. Come ci dimostrano i dati dell’ultima grande crisi finanziaria: nel 2009 un calo del PIL globale di circa l’1,7% si è tradotto in un calo delle emissioni dell’1,2%, ma già l’anno successivo con un PIL a +4,3% le emissioni sono rimbalzate a +5,8%”.

 

Questi i 10 trend che inquadrano le performance sul clima dell’Italia:

  1. Negli ultimi quarant’anni in Italia la temperatura media è già aumentata di 1,6°C ,più della media mondiale che è di circa 1°C, e l’ultimo decennio è stato il più caldo di sempre.
  2. Nel 2019 in Italia gli eventi estremi connessi alla crisi climatica sono stati oltre 1.600, oltre dieci volte quelli registrati nel 2008. Solo nel 2019 sono aumentati del 60% e l’Italia si conferma uno dei Paesi europei più esposti ai rischi della crisi climatica.
  3. Nel 2019 le emissioni di gas serra in Italia si sono attestate a circa 423 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (MtCO2eq), tra 0,5 e 1% in meno rispetto all’anno precedente. Si tratta di una riduzione modesta non in linea con i target 2030. Il taglio delle emissioni è passato da oltre 17 MtCO2eq/anno nel 2005-2014 a poco più di mezzo milione di tonnellate dal 2014 a oggi.
  4. Il Governo ha annunciato di voler rivedere il target sul taglio delle emissioni di gas serra dimezzandole entro il 2030: nel prossimo decennio dovremmo quindi tagliarne in media quasi 15 MtCO2/anno.
  5. Negli ultimi anni i consumi energetici sono cresciuti come o più del PIL e questo trend viene confermato anche nel 2019: nel 2014 servivano 91,2 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) per produrre un milione di euro di PIL, nel 2019 sono necessari più di 93 tep.
  6. La crescita della produzione elettrica da energie rinnovabili negli ultimi 6 anni in Italia è stata molto bassa, appena il 3% contro il 24% della media europea. Nel 2019 l’Italia ha perso la storica leadership in favore della Germania, che ha raggiunto il 41,5% di produzione elettrica da rinnovabili contro il 40,5% dell’Italia.
  7. Nelle aste per l’accesso ai meccanismi di incentivazione aperte nel settembre 2019, alcuni impianti eolici sono arrivati ad offrire un prezzo di 4,9 €cent per kilowattora: per la prima volta nella storia nel 2019 il costo della generazione rinnovabile è sceso al di sotto del prezzo medio di mercato, pari a 5,2 €cent/kWh.
  8. Negli ultimi due anni il prezzo delle emissioni di carbonio del sistema europeo dell’ETS (Emission Trading System) è passato da meno di 10 a oltre 25 € per tonnellata di CO2 Anche grazie a questa nuova dinamica la produzione elettrica da carbone, sempre meno conveniente, in Italia è scesa dai 49 miliardi di kWh del 2012 a circa 20 stimati nel 2019.
  9. Grazie alla crescita delle rinnovabili (fino al 2014), al miglioramento dell’efficienza delle centrali termoelettriche e alla riduzione del carbone (dal 2012) le emissioni di CO2 per produrre un kilowattora in Italia si sono dimezzate in trent’anni, scendendo per la prima volta nel 2019 sotto i 290 gCO2/kWh.
  10. Il calo di vendite delle auto diesel iniziato nel 2017 in Italia non si è tradotto in una crescita significativa dei veicoli con alimentazione alternativa, ma ha portato allo storico sorpasso delle auto a benzina che, proprio nel 2019, sono diventate le più vendute in Italia. Con il risultato di invertire un trend tradizionalmente positivo facendo aumentare le emissioni medie delle nuove auto immatricolate in Italia, passate da 112 a 119 gCO2/km in appena due anni.

 

Pa: lo smart working nelle Regioni, i primi dati.

Le pubbliche amministrazioni si stanno muovendo rapidamente per mettere in atto la norma del decreto “Cura Italia” che prevede il lavoro agile quale modalità organizzativa ordinaria.

La Funzione pubblica ha attivato il monitoraggio sullo smart working ed è già in grado di comunicare i dati provenienti dalle Regioni italiane: numeri ancora in divenire e tuttavia molto incoraggianti, perché danno conto dell’enorme sforzo profuso dalla macchina dello Stato per rispondere alle sfide imposte dall’emergenza sanitaria, costruendo al tempo stesso la PA che avremo nel futuro.

Eccoli in dettaglio.

Dati provvisori relativi all’implementazione delle modalità di lavoro agile nelle Regioni e Province autonome

Legenda (QUI IL GRAFICO DINAMICO):

terza colonna PERSONALE IN LAVORO AGILE

quarta colonna PERSONALE IN TELELAVORO

quinta colonna PERSONALE TOTALE IN SERVIZIO

sesta e ultima colonna PERCENTUALE PERSONALE IN LAVORO AGILE (inclusi i telelavoristi)

1   Basilicata       613       –              1253      48,9%

2   Prov aut BZ   2800      –              3845      72,8%

3   Calabria           944       –              1385      68,1%

4   E. Romagna   2235      461         3420      78,8%

5   Friuli V. G      1818      34           3325      55,7%

6   Lazio               4340        –              4493     96,6%

7   Liguria             950        –              1281      74,1%

8  Lombardia    2987      –              3367      88,7%

9   Marche           1304        10           2079    63,2%

10 Piemonte        1711      305         2954      68,2%

11  Puglia              1311         –              3156      41,5%

12   Sardegna      2005      –              2547      78,7 %

13   Umbria          680         –              1106      61,5%

14   V. d’Aosta     1330      –              2450      54,3%

15   Veneto           1428        –             2749      51,9%

Coronavirus: “Il vero numero che va visto è quello dei ricoveri”

Matteo Bassetti, virologo e presidente della Società italiana di terapia anti-infettiva (Sita) afferma all’Adnkronos Salute: “I numeri secondo me vanno letti bene. I contagi sono in aumento, ma il numero dei ricoveri in ospedale sembra aver raggiunto un plateau: cresce ma non in maniera esponenziale. Se il dato si consolida nei prossimi giorni, vuol dire che abbiamo retto alla prima ondata davvero enorme e drammatica. Potremmo quindi guardare con più ottimismo alle prossime settimane”.

“Il report dei contagi è un contenitore che mette insieme un po’ tutto (sintomatici, asintomaci, chi a sintomi lievi, gli operatori sanitari) e se il numero cresce la curva è molto influenzata dalla modalità di esecuzione dei tamponi – osserva Bassetti, direttore della clinica malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e nella task force Covid-19 della Regione Liguria – Se fai più tamponi perché inizi a monitorare gli operatori sanitari, è chiaro che cresce. Ma il vero numero che va visto è quello dei ricoveri, è questo l’indice di stress del sistema, che bisogna guardare per capire se il sistema va in tilt”.

Come seguire la preghiera del Papa con la Benedizione Urbi et Orbi

A partire dalle ore 18.00 l’evento sarà trasmesso in diretta mondovisione da Vatican Media e potrà essere seguito in più lingue sulla Radio Vaticana e sulla nostra Home page (cliccando qui), sulla nostra pagina Facebook (accedi da qui), e in diretta sul nostro canale youtube (clicca qui).

A quanti si uniranno spiritualmente a questo momento tramite i media, sarà concessa l’indulgenza plenaria secondo le condizioni previste dal recente decreto della Penitenzieria Apostolica

Modalità di svolgimento del momento di preghiera

Ezio Tarantelli: un lascito fecondo che continua a parlarci.

Dopo 35 anni da quel 27 marzo 1985, giorno di barbarie e di tragedia per Carol e Luca, per gli amici, per il mondo del lavoro, per il sindacato, per la democrazia, che cosa resta della lezione economica, del progetto politico, della testimonianza etica ed esistenziale di Ezio Tarantelli? Resta moltissimo. Un patrimonio creativo di grande ricchezza che il tempo, lungi dal consegnare agli archivi della storia, continua a rinnovare.

Resta la fecondità dell’incontro, complesso, fatto di convergenze, di rotture, di ricomposizioni fra le tradizioni del sindacalismo confederale italiano ed il riformismo di uno degli economisti più brillantini ed innovativi del suo tempo, capace di andare oltre la strumentazione keynesiana per pensare un modello di sviluppo socialmente sostenibile fondato su una razionalità economica così rigorosa da renderlo concretamente realizzabile, gestibile e vincente.

Quando Tarantelli propone la sua strategia di politica dei redditi per governare ed abbattere d’anticipo le attese di inflazione, guadagnare margini competitivi, tornare alla crescita occupazionale e reddituale per i lavoratori, deve convincere il sindacato più orientato al conflitto, la Confindustria restia ad abbandonare l’esclusività delle prerogative imprenditoriali, i Governi insensibili allo scambio politico ed ancor più ad un sindacato che concorre a definire ed a gestire le scelte di politica economica. È in questa triplice, temeraria quadratura del cerchio che risiede il senso più profondo della sua visione della democrazia partecipativa come condizione istituzionale di un modello di crescita socialmente sostenibile.

La storia lo risarcirà, poiché la stagione concertativa degli anni novanta, l’unità ed il ruolo decisivo di GGIL, CISL, UIL nel passaggio all’euro avvengono sotto il segno di Tarantelli.
Resta il rigore e la bellezza di un pensiero critico, autocritico, aperto nella costante, infinita, ricerca del superamento delle sue certezze e dei suoi temporanei approdi. Ed un gusto, un illuministico entusiasmo, uno stile socratico di insegnamento che non fu da meno.

Resta quell’indagine senza eguali sul ruolo economico del sindacato, l’indugio sistematico sulle scuole di pensiero storico ed economico, la stilizzazione puntigliosa dei paradigmi (da Marx a Keynes, al marginalismo, al monetarismo, al post keynesismo sino al “ruolo del sindacato in un modello alternativo (non keynesiano) di distribuzione del reddito”) una vera e propria rivelazione per noi, giovani, selvaggi animali da tavoli negoziali che potevamo vantare la certificazione e la valorizzazione accademica del nostro ruolo sociale! Pur con quella sintassi tipica di Tarantelli che, con una principale, tre secondarie, due parentesi ed il verbo finale, alla latina, ci costringeva a rileggerla e scomporla con deferente impegno!
Resta l’audacia intellettuale della dissacrazione dei postulati ideologici delle teorie economiche dominanti, la dimostrazione di un’alternativa possibile e vincente di sviluppo sostenibile alla dogmatica monetarista, alle sue politiche deflative, alla sofferenza sociale che ribaltavano sui lavoratori.

Resta la nitida coscienza, maturata negli ultimi anni, della necessità di ripensare la politica dei redditi su scala europea e la sua ultima proposta di un “ECU dei disoccupati” in un’Europa che ne contava più di quindici milioni.

Resta il suo sprone perentorio al sindacato affinché si dotasse di un sapere economico e di una cultura adeguata al ruolo che rivendicava nelle relazioni industriali partecipative e nelle sedi della politica economica. Centri di ricerca e di elaborazione a supporto delle strategie, scuole di formazione per innestare sulle radici e sullo slancio della militanza saperi, profili, abilità professionali.
Con queste motivazioni nacque l’Isel- Cisl, l’Istituto di studi di economia e del lavoro, di cui Tarantelli fu direttore.

Con le medesime motivazioni è nata ed è cresciuta la Fondazione Tarantelli che concentra i compiti di ricerca e di formazione per la Cisl, con i suoi Barometri, nazionale e regionali, analisi congiunturali impostate sul modello del Benessere Equo e Sostenibile (BES); con la sua attenzione al rigore econometrico, caro a Tarantelli; i suoi periodici Working Papers; la sua copiosa produzione di ricerche sistematiche, saggi, articoli, indagini su tutto l’orizzonte del sapere sindacale dal diritto del lavoro, al mercato del lavoro, alle articolazioni del welfare, alla contrattazione, alle crisi, alla salute e sicurezza, alla bilateralità, alla comunicazione, alla pedagogia ed alla didattica.

Col suo Centro Studi di Firenze che accoglie ogni anno, nei suoi corsi di formazione, seminari, progetti, migliaia di sindacalisti, docenti, formatori, sia italiani, sia europei. Con le sue Borse di studio per mantenere un rapporto vivo e fecondo con i giovani laureati, dottorati, ricercatori.
Fare i conti in un grande lascito non è impresa facile. Bisogna evitarne la santificazione dogmatica, come se quel tempo fosse il nostro, e la condanna alla determinazione storica, come se dal quel tempo non potesse uscire.

Di un grande lascito restano i valori, i principi, i metodi, le vicende, che bisogna saper ripensare creativamente nel proprio tempo. In questo senso è necessaria una conservazione creativa.
Per queste semplici, brevi, autentiche ragioni il lascito di Ezio Tarantelli continua a parlarci con profonda pertinenza anche oggi.

In un tempo turbolento ed anarchico che pretende di governare dinamiche globali, dalle crisi economiche, ai flussi migratori, ai dissesti ambientali, alle pandemie con gli strumenti impotenti degli Stati nazionali, la sua lezione di un governo sovranazionale, partecipato dalle grandi rappresentanze sociali, capace di produrre sintesi di sviluppo economico e di giustizia sociale, è più attuale che mai.

È una grande consolazione per chi lo ha amato, ammirato, stimato, frequentato, studiato. È l’unica traccia di eternità terrena riservata agli umani!

L’Osservatore Romano per la terza volta nella storia non esce. Ferma la tipografia, stavolta si ricorre al web.

L’editoriale di Andrea Monda (Un giornale invincibile e la sfida che abbiamo davanti) offre una chiave di lettura non arrendevole alla sospensione momentanea – causa covid-19 – dell’edizione cartacea del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

Il giornale che state leggendo non lo avete tra le mani. Lo state leggendo sulla Rete, di
preciso sul sito del giornale rinnovato e potenziato, attraverso un dispositivo mobile o sul vostro computer personale.

È la terza volta che il fatto di dover sospendere la stampa su carta accade nella lunga storia de L’Osservatore Romano: la prima volta fu per qualche giorno nel settembre del 1870 in occasione della breccia di Porta Pia e della presa di Roma, la seconda avvenne nel settembre del 1919, e durò un paio di mesi a causa di uno sciopero della tipografia. Si tratta però di due precedenti non comparabili con l’occasione che stiamo vivendo oggi, per il semplice e decisivo motivo che in quelle due occasioni la sospensione equivaleva a una vera interruzione della produzione del giornale, oggi no. Quello che ieri poteva essere visto come un segno mortale inferto al quotidiano, oggi deve essere letto come segnale della vitalità di questo giornale che si adegua prontamente alla nuova drammatica situazione che il Vaticano, Roma, l’Italia e il mondo stanno vivendo.

Ho scritto in questi giorni ai colleghi della redazione una lettera in cui dicevo (e mi fa piacere ripeterlo a voi lettori, del resto siamo tutti “colleghi”, siamo tutti “collegati”, facciamo parte della medesima comunità): «Più che una “decisione” si tratta della presa d’atto della realtà. Come dice spesso il Papa: la realtà è superiore all’idea». E un buon giornale, un giornale “invincibile” come L’Osservatore Romano, non può vivere fuori dalla realtà. Deve camminarci dentro per trasformarla.

La realtà è che si muore per un nemico invisibile. E che per vincere questa guerra dobbiamo adattarci a una vita diversa, per un po’. Ma non dobbiamo adattarci a vivere senza l’informazione. Possiamo non trovare il giornale in edicola, o non riceverlo in abbonamento postale, ma non dobbiamo smettere di leggerlo. Non possiamo smettere di scriverlo. L’Osservatore Romano è invincibile, perché nemmeno questa tremenda pandemia lo ha sconfitto: oggi noi siamo vivi e presenti sulla Rete e voi lettori continuate a leggere le nostre pagine, anzi, questa è l’occasione di allargare le schiere dei nostri lettori e nell’ambiente digitale di fatto confini non ce ne sono!

Ieri in prima pagina ho pubblicato un’acuta e preziosa riflessione della teologa Stella Morra che iniziava con queste parole: «La storia della cultura ci mostra che è attività umana e umanizzante trasformare (con tutta la fatica che questo comporta) il chronos in kairos».
È questa la sfida posta davanti a un giornale che vuole avere un’anima spirituale e una cifra culturale forte, ispirate dalla nostra coscienza formata alla luce del Vangelo: cogliere il nuovo che già si rivela misteriosamente davanti ai nostri occhi spesso offuscati, appesantiti dalla durezza della vita e rivolti al passato, e quindi incapaci di leggere i “segni dei tempi”. Vale oggi come e più di ieri la profezia di Isaia: «Ecco, faccio una cosa nuova: / proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?/ Aprirò anche nel deserto una strada, / immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,19). Siamo pronti a cogliere questa novità? A trovare la strada aperta nel deserto? A dissetarci all’acqua dei fiumi nella steppa? Ha ragione Stella Morra, non possiamo continuare a «galleggiare sulle cose (e spesso sulle persone), perché “tanto passerà”, attrezzarsi a trovare soluzioni per i problemi che mano a mano si presentano: come possiamo continuare a fare quasi tutto quello che facevamo prima? Come creare le condizioni per poter farlo ancora?». È questa peraltro la cifra del pontificato di Papa Francesco che da sempre ci ricorda il rischio mortale dell’adagiarsi sulla logica del “si è sempre fatto così”. Dobbiamo quindi combattere quella strisciante rassegnazione che si nutre del bisogno umanissimo di conferme e di sicurezza e affrontare il mare aperto che la vita ci spalanca davanti anche e soprattutto in questo tempo così grave e pericoloso.

Tutto questo vuol dire che quando torneremo a stampare su carta L’Osservatore Romano, speriamo molto presto, lo faremo con uno spirito, una creatività e una forza più grande di oggi, e direi anche con più competenza perché avremo esplorato nuove frontiere e saremo usciti provati e rinvigoriti dall’esperienza vissuta. Con una consapevolezza: in questo combattimento che non è solo tecnologico ma anche e innanzitutto spirituale, non siamo soli, nessun credente lo è, mai.

Ma i sondaggi sono attendibili?

Crescono i dubbi sull’attendibilità o meno dei sondaggi di opinione sulle varie scelte politiche della pubblica opinione nell’attuale situazione italiana. Una situazione, appunto, drammatica e inquietante per tutti. Una attendibilità che deriva dal semplice fatto che in questo particolare momento storico l’ultima delle preoccupazioni degli italiani è quella, credo, di esprimere una opinione su chi voterebbe oggi.

Anche perchè è appena sufficiente parlare – ovviamente per telefono o via Skype – con qualsiasi persona per rendersi conto che c’è una dissociazione radicale tra ciò che pensano, in questo momento particolare e drammatico, tutti gli italiani e gli strani e singolari orientamenti elettorali che emergerebbero da alcuni sondaggi d’opinione.

Nessuno sa, ad oggi, cosa capiterà concretamente dopo questo tsunami sul versante politico e sul terreno degli equilibri politici. Nessuno conosce, anche se emergono già i possibili lineamenti, quale sarà il profilo della futura classe dirigente e anche le parole d’ordine che condizioneranno le future e potenziali formazioni politiche. La competenza, per fare un solo esempio, sarà indubbiamente uno dei requisiti più gettonati per la dimensione politica, partitica, di governo e pubblica. Altrochè l’esaltazione dell’inesperienza al potere. E, soprattutto, ci sarà un poderoso congedo da tutto ciò che sa di pressappochismo, di improvvisazione, di impreparazione e di attacco e delegittimazione dei propri avversari. Non sarà più quella la frontiera lungo la quale cresce il consenso popolare e si lancia la sfida politica per il governo del paese.

Ecco perchè è singolare, per fermarsi a questo solo esempio concreto, che i sondaggi ci dicano che messaggi politici di questo tenore – riconducibili ad una precisa forza politica – continuano ad essere popolari e gettonati dalla pubblica opinione. E, al contempo, non possiamo dimenticare il recente monito di Ilvo Diamanti sui rischi che potrebbe correre la stessa democrazia liberale nel nostro paese dopo una esperienza che, per il momento, resta unica ed irripetibile dal secondo dopoguerra per la sua gravità ed invasività. Un elemento, questo, che potrebbe ulteriormente condizionare le scelte politiche ed elettorali del corpo elettorale.

Sono due elementi, questi, che rendono molto fragili – se non del tutto evanescenti – i vari sondaggi che in questa fase attestano gli orientamenti elettorali dei cittadini. Sono tanti e tali gli elementi innovativi che faranno irruzione nella cittadella politica italiana che ad oggi è addirittura impossibile pensare quali saranno i protagonisti della fase che seguirà al cataclisma con cui dobbiamo convivere. Tutto ciò che ha caratterizzato la fase del governo giallo/verde e dello stesso governo giallo/rosso probabilmente, e quasi sicuramente, saranno consegnati alla storia appena l’emergenza – speriamo sempre il prima possibile – si attenuerà sino a scomparire. Altroché la popolarità, o meno, dei vari capi politici in tempo di emergenza sanitaria…

Dobbiamo combattere con strumenti economici straordinari

In USA sta avvenendo un fatto straordinario che può capitare solo in situazioni percepiti così gravi da compromettere la esistenza della Nazione. Repubblicani e democratici pienamente in accordo, varano un programma di investimenti che non ha pari nella storia statunitense: duemila miliardi di dollari da destinare a compensare lavoratori ed imprese piccole, medie e grandi, costrette a rattrappire i piani di produzione con perdite immani di commesse e dunque di introiti in grado ti tenere in sicurezza i bilanci aziendali e quindi di tenere in vita gli organici di lavoratori.

Dunque i nordamericani hanno compreso pienamente che se in questo momento devono parare in ogni modo le devastazioni del Covid prodotte sulla salute, prestissimo dovranno fronteggiare in modo altrettanto insidioso anche gli effetti sulla economia, rischiando una depressione superiore a quella provocata dalla finanza nel 2007-2008. Ecco dunque cosa è in grado di schierare con immediatezza un grande paese federale stretto dalla morsa di estreme necessità! Insomma gli americani si compattano come una testuggine per parare ogni colpo, e mantenere così in vita non solo il lavoro e l’economia, ma anche il loro grado di potenza mondiale.

Anche l’Europa cerca di fare altrettanto pur non essendo configurata ancora da Stato federale ed è costretta ad una velocità ed efficacia diverse, a causa di sovranità che ogni paese aderente si tiene stretto. Certamente in questi giorni anche nel vecchio continente fervono discussioni sull’ambizione di ottenere il minor danno possibile; ma lo scarto tra l’ottenere provvedimenti veloci e all’altezza della situazione è ancora presente. Tuttavia la reazione negli ultimi giorni è stata interessante: la Bce stanzia ben 750 miliardi di euro (circa 1000 miliardi di dollari americani); si derogherà al patto di stabilità; si sta discutendo tra polemiche (non all’altezza della situazione) se dare vita a grandi stanziamenti attraverso il fondo di stabilita europeo o attraverso Eurobond.

Queste operazioni assommate tra loro, potrebbero costituire una massa finanziaria certamente non seconda a quella statunitense; ma bisogna fare presto. Per tale proposito si è fatto sentire Mario Draghi indicando la velocità come requisito essenziale per tenere testa ai problemi immani che dovremo affrontare. Ma insiste anche su come intervenire, e pone il tema che più che garantire il reddito di base a chi perderebbe il lavoro, è necessario proteggere le persone dalla perdita del lavoro, non depotenziando dunque la forza produttiva da tenere salda, in grado di ripristinare presto bilanci positivi aziendali, familiari, statali.

Draghi ha voluto indicare una via che attraverso la produttività di sistema, che sappia parare efficacemente e rapidamente i rinculi provocati dal dramma pandemico in corso, soccorrendo le imprese alla condizione di non licenziare, con liquidità ad interessi a costi zero. Credo che Mario Draghi con il suo intervento pubblico, abbia voluto incalzare tutti gli Stati europei a decidere grandi cose, come grandi sono i problemi, ed a metterli in guardia su eventuali non scelte unitarie a carattere continentali, ricordando loro che in circostanze analoghe negli anni venti, le sciagure immani successive originarono proprio da egoismi nazionali.

Dunque proprio per evitare l’irreparabile che occorre definire strumenti di stanziamento e prestiti adeguati rivolti alle intere popolazioni europee, con garanzie per ottenerli e con altrettante garanzie di restituirli senza se e senza ma, relative clausole di salvaguardia per lo strumento che presta. Ogni altra discussione (mi riferisco ad alcuni della maggioranza e della opposizione), sono chiacchiere da bar, che però di questi tempi ci possono fare molto male.

Pandemia, anche nell’emergenza il Parlamento sia protagonista

Il Consiglio direttivo dell’Associazione degli Ex-parlamentari della Repubblica, riunito il 25 marzo in videoconferenza, ha deciso di rivolgere un appello ai Presidenti delle Camere e ad ogni singolo Parlamentare perché la situazione straordinaria e difficile che il Paese sta vivendo “non abbia come sovrapprezzo anche l’indebolimento della nostra democrazia”.

“In un periodo così grave e difficile per il nostro paese – si legge nella lettera indirizzata ai Presidenti delle Camere e ai singoli Parlamentari -, l’Associazione degli Ex Parlamentari si rivolge a Voi, rappresentanti democraticamente eletti della Nazione, perché nei giorni duri in cui la Repubblica è inevitabilmente governata nel segno della necessità e dell’urgenza, ciascuno di Voi si assuma le responsabilità che gli competono perché ciò avvenga nel pieno rispetto della Costituzione, confermando al Parlamento il ruolo di elaborazione delle leggi e insieme quello di indirizzo e controllo dell’esecutivo, nella consapevolezza che la situazione straordinaria  che stiamo vivendo, e che tanti sacrifici richiede a ogni cittadino, non abbia come sovrapprezzo anche l’indebolimento della nostra Democrazia.”

Dopo avere espresso e ribadito “la più convinta solidarietà e gratitudine” a tutti coloro che sono impegnati in prima persona a fronteggiare il contagio, l’Associazione sottolinea come “il Parlamento, quali che siano le misure legislative e amministrative da approvare, debba essere protagonista della vita politica del Paese, e debba anche apparire tale agli occhi dell’opinione pubblica”, sottolineando che  “non spetta solo ai Presidenti delle Camere, ma anche a ogni singolo parlamentare, che ha il privilegio di rappresentare la Nazione, il dovere di garantire, oggi come non mai, il pieno funzionamento delle assemblee elettive di cui fa parte, utilizzando tutte le attribuzioni che la Costituzione e i Regolamenti mettono a sua disposizione”, garantendo a tale fine tutte le misure sanitarie e di sicurezza necessarie.

“Come tutto il personale che si trova in prima linea sul fronte sanitario per custodire e salvaguardare la nostra salute, così i parlamentari sono responsabili della libertà e della democrazia di cui godono tutti i cittadini”, si legge quindi nell’appello, che avverte che “le provvisorie limitazioni delle libertà costituzionali per ragioni sanitarie non possono, in alcun modo, essere prese a pretesto per impedire al Parlamento di funzionare a pieno regime”. L’Associazione esprime quindi “fortissima preoccupazione per l’uso di strumenti normativi che non appaiono assolutamente coerenti con i principi costituzionali e con le sentenze che li hanno ribaditi. La Costituzione italiana non impedisce, come si tende a far credere, che si possano affrontare situazioni di emergenza, indicando con chiarezza limitazioni temporanee di alcuni diritti e i necessari strumenti di intervento, e a quelle indicazioni non vi possono essere deroghe. A parere della nostra Associazione, i DPCM, i Decreti Ministeriali, le Ordinanze, le Circolari, l’insieme, cioè, degli strumenti amministrativi necessari a fronteggiare l’emergenza sanitaria (che ormai costituiscono un vasto corpo normativo, complesso e non sempre omogeneo),  non possono – anche nel rispetto di una consolidata giurisprudenza costituzionale – essere affidati al governo, come sta accadendo, su generici fondamenti normativi, ma solo ricorrendo ai Decreti-legge o a deleghe definite nell’oggetto, nei tempi, nei principi e criteri direttivi. Il Parlamento deve essere messo nella condizione di controllare, emendare e convalidare la decretazione d’urgenza, in modo pieno. Non è possibile che il Parlamento possa accontentarsi di generiche e sporadiche “informative”, che costituirebbero piuttosto un’offesa alla sua autonomia e sovranità. È necessario evitare che le decisioni causate dall’emergenza sanitaria siano assunte in forme tali che possano costituire un precedente pericoloso”.

L’Appello esprime quindi l’auspicio che “passata la crisi attuale, si possano sviluppare approfondimenti e adottare decisioni in relazione ai problemi istituzionali, economici e sociali che l’epidemia ha portato drammaticamente alla attenzione del Paese”, a partire da una più chiara disciplina dello stato d’emergenza, della ripartizione dei compiti tra Stato, Regioni e Autonomie locali, e dell’organizzazione e gestione della Sanità pubblica che “non potrà più subire i tagli indiscriminati e sciagurati del passato e che dovrà assumere i reali bisogni della salute come riferimento di una politica di spesa efficace ed accorta e al tempo stesso”.

La lettera si conclude quindi con un richiamo diretto rivolto ai Presidenti delle Camere e ai singoli Parlamentari: “Nel momento in cui siete chiamati a esercitare la Vostra alta funzione in uno dei momenti più difficili della nostra vita democratica, l’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica avverte il dovere di esprimerVi ogni sostegno morale e civile perché possiate adempiere in modo fermo e consapevole alle funzioni che il voto popolare vi attribuisce, nel rispetto della Costituzione e nell’interesse del popolo italiano, perché tutti insieme riusciamo a superare l’impegnativa prova che il Paese sta affrontando.”

 

Coronavirus, allarme UNICEF: nel mondo a rischio vaccinazioni e assistenza sanitaria di base

In tutto il mondo, la pandemia di COVID-19 sta mettendo a dura prova i servizi sanitari, mentre gli operatori sanitari vengono destinati a sostenere la risposta.

Le misure di contenimento del virus e di distanziamento sociale stanno inducendo molti genitori a prendere la difficile decisione di rimandare le vaccinazioni di routine.

Inoltre, i farmaci iniziano a scarseggiare e le catene logistiche sono sotto pressione a causa dei problemi nei trasporti.

Le cancellazioni dei voli e le restrizioni commerciali da parte degli Stati hanno fortemente limitato l’accesso ai medicinali essenziali, compresi i vaccini.

Con il progredire della pandemia, i servizi sanitari di base, vaccinazioni incluse, rischiano ri essere interrotti, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, proprio dove sono maggiormente necessari.

A pagarne il prezzo più alto sarebbero i bambini appartenenti alle fasce sociali più povere, e quelli nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali.

Nei giorni a venire, molti Stati potrebbero trovarsi nella condizione di rimandare temporaneamente le campagne di vaccinazione preventiva, nel timore che le vaccinazioni di massa contribuiscano alla diffusione del coronavirus e per applicare le misure di distanziamento sociale.

In questi casi, l’UNICEF raccomanda vivamente a tutti i governi di iniziare sin da ora una rigorosa pianificazione per riprendere con la massima intensità le attività di vaccinazione una volta che la pandemia sarà sotto controllo.

Questi piani dovranno concentrarsi sui bambini che avranno saltato le dosi di vaccino durante il periodo di forzata interruzione, dando la priorità ai bambini più poveri e vulnerabili.

Per distribuire con successo il vaccino contro il COVID-19, quando esso sarà finalmente disponibile, dobbiamo garantire che il meccanismo delle vaccinazioni rimanga solido, al fine di beneficiare tutti coloro che ne avranno più bisogno

La vaccinazione è un intervento sanitario salvavita. In qualità di maggiore acquirente e fornitore mondiale di vaccini, l’UNICEF continuerà a svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere gli sforzi attuali e futuri dei governi in materia di immunizzazione.

Commercio estero: Istat, a febbraio lieve aumento per l’export (+0,6%)

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

A febbraio 2020 si stima, per l’intescambio commerciale con i paesi extra Ue27, un lieve aumento congiunturale per le esportazioni (+0,6%) e una marcata contrazione per le importazioni (-6,6%).

Il lieve incremento su base mensile dell’export è dovuto principalmente ai beni strumentali (+4,5%). L’energia (-16,0%), in misura più ampia, e i beni intermedi (-2,5%) sono invece in diminuzione. Dal lato dell’import, si rilevano ampie flessioni congiunturali per energia (-15,8%), beni strumentali (-4,8%) e beni di consumo non durevoli (-4,5%); in aumento soltanto i beni di consumo durevoli (+3,4%).

Nel trimestre dicembre 2019-febbraio 2020, la dinamica congiunturale delle esportazioni è lievemente positiva (+0,3%) e sintesi di aumenti contenuti per tutti i raggruppamenti principali di industrie, a eccezione dell’energia che è in netto calo (-6,7%). Nello stesso periodo, per le importazioni, si rileva una diminuzione congiunturale (-0,9%), dovuta in particolare a beni intermedi (-2,1%) e beni di consumo non durevoli (-1,9%).

A febbraio 2020, l’export è in forte aumento su base annua (+6,4%). L’incremento interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie ed è rilevante per beni di consumo non durevoli (+9,1%), beni intermedi (+6,3%), energia (+6,2%) e beni strumentali (+5,4%). L’import registra una flessione tendenziale (-3,6%), dovuta a energia (-11,3%), beni intermedi (-3,4%) e beni di consumo non durevoli (-1,5%).

Il saldo commerciale a febbraio 2020 è stimato pari a +5.096 milioni, in forte aumento (era +3.420 milioni a febbraio 2019). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +6.484 milioni per febbraio 2019 a +7.733 milioni per febbraio 2020).

A febbraio 2020 l’export verso Turchia (+36,6%), Stati Uniti (+22,4%), Giappone (+14,7%), Russia (+13,8%) e paesi OPEC (+13,3%) è in deciso aumento su base annua. In netto calo le vendite verso la Cina (-21,6%).

Gli acquisti da paesi MERCOSUR (-24,9%), paesi OPEC (-22,8%) e Stati Uniti (-10,9%) registrano decrementi tendenziali molto più ampi della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. In aumento gli acquisti da India (+17,3%), paesi ASEAN (+6,9%) e Svizzera (+4,8%).

A febbraio 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che le esportazioni aumentino dello 0,8% su base mensile e del 7,8% su base annua. Le importazioni registrano ampie flessioni sia sul mese (-7,2%) sia sull’anno (-3,7%). Il saldo commerciale è pari a + 3.909 milioni (+2.156 milioni a febbraio 2019).

Proroga fino al 3 aprile per i provvedimenti restrittivi del Mit

Sono tutti prorogati fino al 3 aprile prossimo i provvedimenti messi in atto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per far fronte all’emergenza sanitaria da Covid19 e per contrastare la diffusione della malattia.

La Ministra Paola De Micheli ha firmato un Decreto che prolunga l’efficacia di otto Decreti interministeriali, siglati col Ministero della Salute, contenenti diverse misure finalizzate ad una forte limitazione della mobilità delle persone sul territorio italiano e del trasporto dei passeggeri attraverso i diversi vettori.

Inoltre è prevista l’introduzione di un’ulteriore riduzione dei servizi ferroviari a lunga percorrenza (Intercity e Frecce) sempre fino al 3 di aprile.

Le misure che vengono prorogate nel dettaglio riguardano:

– La razionalizzazione del trasporto aereo e dell’operatività degli aeroporti (Decreto n.112).

– La riprogrammazione dei treni a lunga percorrenza e del trasporto ferroviario dei passeggeri (Decreto n.113).

– La riduzione dei servizi non di linea e automobilistici interregionali (Decreto n.114).

– La riduzione dei servizi ferroviari Intercity (Decreto n.116) con un nuovo ridimensionamento dei treni.

– La sospensione del trasporto passeggeri con la Sardegna (Decreto n.117).

– La forte limitazione del trasporto passeggeri con la Sicilia (Decreto n.118).

– L’introduzione dell’obbligo del periodo di isolamento fiduciario di 15 giorni per chi rientra dall’estero (Decreto n.120). In questo caso al provvedimento viene apportata una nuova modifica: l’esenzione dall’obbligo di isolamento fiduciario si estende all’equipaggio dei mezzi di trasporto e al personale viaggiante appartenente a imprese aventi sede legale in Italia.

– L’obbligo di isolamento fiduciario di 14 giorni previsto per chi entra in Italia non si applica al personale sanitario, ai lavoratori transfrontalieri per comprovati motivi di lavoro e per il conseguente rientro nella propria residenza o abitazione;

-ulteriori restrizioni al trasporto passeggeri con la Sicilia e la Sardegna (Decreto n.122).

 

La terapia oncologica a domicilio

La persona con tumore, in cura con terapia orale, si reca normalmente presso la farmacia ospedaliera del centro dove è in cura per ritirare i farmaci che poi assumerà a casa.

E in un momento come questo, non sempre è possibile farlo.

Per questo Novartis, a finanziato un servizio con l’obiettivo di evitare ai pazienti gli spostamenti verso gli ospedali. La finalità, infatti, è proprio quella di fare in modo che persone “fragili”, come quelle in terapia oncologica, che sono maggiormente a rischio di complicanze in caso di contagio da Covid-19, evitino di recarsi presso la struttura ospedaliera.

“Il servizio è pensato sulla necessità del paziente e non sulla singola terapia; è focalizzato su tutte le terapie di cui il paziente necessita”, precisano dall’azienda specificando che ad usufruire del servizio saranno tutti i pazienti onco-ematologici sotto terapia orale, indipendentemente dall’azienda farmaceutica produttrice del farmaco.

Sassoli: “Non dobbiamo fare gli errori del 2008”.

Signore e signori, sarebbe stato bello trovarsi oggi per discutere di una Conferenza sul Futuro dell’Europa. Siamo però chiamati a scrivere oggi insieme il vero futuro dell’Europa, a seguito di una pandemia che sta sconvolgendo il mondo. 

Sentiamo tutti il bisogno di passare dalla prudenza al coraggio e di mostrare la stessa determinazione di tutti coloro – medici, sanitari, volontari, lavoratori dei servizi essenziali – che sono in prima linea a salvare le vite dei nostri cittadini e a proteggere la nostra società. 

Dobbiamo dimostrare ai nostri cittadini che l’’Unione europea è la risposta a questa emergenza e alla crisi che ne conseguirà. Per questo è cruciale garantire la continuità operativa delle nostre istituzioni. Vi assicuro che il Parlamento europeo è più che mai in prima linea per garantire la sua funzione e l’esercizio del necessario controllo. 

La prima risposta deve chiaramente essere di tipo sanitario, incoraggiando una solidarietà concreta. Ma sappiamo per certo che il Covid19 innescherà una contrazione economica senza precedenti in un momento in cui l’economia europea si trovava già a far fronte, ancor prima dello scoppio della crisi, a una bassa crescita e a una inflazione eccessivamente contenuta. Non possiamo permettere che la grave crisi sanitaria che stiamo attraversando sfoci in una crisi finanziaria, economica, sociale e politica. 

L’urgenza e la natura esterna e asimmetrica della crisi impongono di pensare a uno strumento di medio e lungo periodo per rilanciare l’economia europea e proteggere l’occupazione e il nostro modello sociale. 

Abbiamo già visto sforzi importanti da parte delle istituzioni europee: il pacchetto varato dalla Commissione, che oggi è in votazione al Parlamento europeo; la decisione di sospendere il Patto di stabilità e di Crescita; la proposta della Commissione per un quadro temporaneo di misure per gli aiuti di Stato; l’iniziativa importante della Banca Centrale Europea di mettere in campo ogni sforzo per sostenere condizioni di finanziamento nell’area Euro; lo sforzo importante della Commissione per il coordinamento della gestione delle frontiere interne e garantire il transito essenziale delle persone del materiale sanitario e delle merci a difesa del mercato interno. 

Ci sembra importante che si lavori ad una opzione per un aumento di capitale della Banca Europeo per gli Investimenti, a sostegno soprattutto delle Piccole e Medie imprese, attualmente in grave sofferenza. 

Adesso però dobbiamo concentrarci su strumenti nuovi, sapendo che a situazione straordinaria devono corrispondere risposte altrettanto straordinarie. 

Ricordiamocelo anche quando riprenderemo il negoziato su MFF. 

Pensiamo quindi che, oltre a utilizzare misure esistenti – nate però in altri contesti e che quindi richiederanno un importante adattamento – occorre insieme lavorare a strumenti nuovi. 

Riteniamo, come molti di voi, che sia necessario lavorare a un meccanismo comune di debito, emesso da una istituzione europea, che ci consentirà di raccogliere fondi sul mercato alle stesse condizioni per tutti e di finanziare le politiche necessarie per rilanciare l’Unione dopo la pandemia. 

Nessuno deve tirarsi indietro. Tutti devono sentirsi impegnati a proteggere i nostri Paesi. Questa crisi rivelerà la nostra reale capacità di costruire il futuro dell’Europa oppure decreterà la sconfitta del progetto europeo C’è bisogno di leadership perché la sfida non terminerà con la fine dell’emergenza attuale. 

Dobbiamo iniziare subito a preparare la ricostruzione delle nostre economie e delle nostre società, nel senso di uno sviluppo sostenibile come definito dal nostro Green Deal. È essenziale quindi imparare la lezione di questa crisi. Il Parlamento è pronto a fare la sua parte. Non dobbiamo fare gli errori del 2008. Dovremmo cogliere questa opportunità per modernizzare la nostra economia, rendendola più verde e solidale. Dovremmo inoltre cogliere questa opportunità per modernizzare e umanizzare il nostro modello sociale. Riusciamo a portare avanti la nostra battaglia contro il coronavirus grazie ai nostri sistemi sanitari, ammettiamolo. Abbiamo giudicato positivamente il sostegno dato alla ricerca, ma ora sentiamo il bisogno di definire un governo europeo della ricerca. Come possiamo spiegare ai cittadini che – dopo la crisi della “Mucca pazza” – siamo molto più efficaci nel combattere le epidemie animali, di quelle che colpiscono le persone? Il Parlamento europeo ha dato prova di grande partecipazione in condizioni di strema difficoltà. Oggi hanno votato 687 deputati per adottare le misure varate dalla Commissione europea. Il Parlamento resterà aperto e speriamo di avere presto misure necessarie da votare. 

Il momento è grave e il Parlamento non starà a guardare. 

Siamo pronti a collaborare e ci attendiamo che, anche da parte vostra, ci sia un esercizio di autentica responsabilità e vengano indicazioni chiare, concrete. 

Non c’è tempo per ulteriori rinvii. 

Come nota positiva, mi compiaccio del fatto che l’importante questione dell’avvio dei negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord sia rimasta all’ordine del giorno odierno. Il Parlamento europeo sostiene pienamente l’avvio dei negoziati di adesione e la nuova metodologia. Ciò offrirà del tempo prezioso per motivare i leader e le popolazioni di questi paesi a compiere le riforme necessarie, anche se talvolta dolorose, per l’adesione. 

Unità nazionale: tagliare le estreme e chiamare Draghi.

Sono stato sollecitato a prendere posizione su un possibile governo di unità nazionale.

La situazione è talmente grave che appare inevitabile, nonostante l’indecoroso spettacolo di questa mattina in Senato allorquando il clima di bon ton è stato rotto dall’intervento conclusivo del sen. Perilli (M5S) che ha voluto polemizzare ad ogni costo, non comprendendo l’inutilità della forzatura dei toni, dimostrando scarsa capacità di vedere la dinamica della informativa di Conte in Senato, costruita dopo un ampio gioco istituzionale.

Casini dietro di lui si è messo le mani nei capelli in una smorfia di rassegnazione.

Abbiamo il migliore uomo sul mercato mondiale per governare l’emergenza e la ripartenza: Mario Draghi, che, come ha salvato l’euro potrebbe ancora una volta salvare il suo paese e l’Europa politica.

Eppure di fronte a questa possibilità e alla domanda se serva un governo di unità nazionale, il reggente del M5S sen Crimi ha risposto “No” in modo secco e categorico.

Se le cose stanno così il governo di unità nazionale potrebbe nascere con le forze che ci stanno, tagliando quelle estremiste e trovando una piattaforma politica tra quanti hanno a cuore il destino del Paese.

L’operazione non sarà indolore perché probabilmente avrà effetti sulla unità della Lega, nonché dello stesso M5S, in cui i falchi potrebbero essere sconfitti dalle colombe.

Di certo il governo Conte non ha la forza di affrontare una epidemia che sta portando migliaia di morti e pesanti conseguenze economiche, con il rischio di fratture sociali insanabili.

Sarebbe veramente sciocco avere un italiano come Draghi e non servirsene per la salvezza del Paese.