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“Svegliamoci Italici”: la cultura italiana un valore da difendere e promuovere

Poco più di un mese fa la pandemia Covid-19 ha modificato molte realtà e molte prospettive. Siamo convinti che la pandemia in atto, non solo modificherà i nostri comportamenti individuali e collettivi, non solo costringerà a rivedere i modelli di organizzazione sanitaria nonché di prevenzione e risposta ai rischi delle calamità naturali, non solo suggerirà di aggiornare il nostro sistema statuale e delle autonomie, ma obbligherà tutti, noi compresi, a riformulare progetti e programmi.

Quando usciremo da questa crisi, saremo obbligati a ripensare alla globalizzazione, alle Istituzioni sovranazionali a partire dall’Unione Europea, a riflettere in modo nuovo sul rapporto tra Nord e Sud del Mondo, dell’Europa e dell’Italia stessa, trovando nuove forme di partecipazione dei singoli e dei gruppi ai processi decisionali ed economici, anche perché ci troveremo per forza dentro un mondo sempre più digitalizzato.

Volontà dell’Associazione “Svegliamoci Italici” nell’immediato, è di dare voce e agevolare il dialogo tra tutti coloro che, italiani e non, condividono i valori della cultura e della civiltà italica.

Tanti stranieri, oltre che tanti italiani nel mondo, sono da sempre attratti dall’Italia e dalla cultura italiana. Questi valori vanno costantemente difesi e promossi, ed aggiornati, a maggior ragione di fronte al cambiamento epocale in atto. Tutto il mondo, oggi, sta convogliando la propria attenzione sull’Italia, facendo emergere l’importanza di poter contare su un’informazione, nazionale ed internazionale, puntuale, corretta, oggettiva sull’andamento di una situazione in costante evoluzione e per un lungo periodo ancora, drammatica.

Di qui l’impegno a fornire, direttamente o indirettamente, un contributo per accedere ad informazioni che possano aggiornare, con empatica affidabilità, tutti coloro che seguono, anche se da lontano ma con la vicinanza del sentirsi con noi e come noi, l’evolversi della situazione nel nostro Paese.

Per rispondere, per quanto possibile, alle aspettative, hanno dato vita ad un gruppo Facebook intitolato ASSOCIAZIONE ITALICI , dove si potranno trovare aggiornamenti su attività culturali “italiche” in Italia e all’estero nonché aggiornamenti e note sulla situazione italiana ed internazionale in tema di coronavirus, ed il gruppo nei suoi due giorni di vita ha già registrato più di 300 iscrizioni. Inoltre un notiziario denominato CORONANEWS, fornirà settimanalmente l’aggiornamento sui dati salienti e veritieri sulla pandemia.

A tutto ciò si sommerà la collaborazione spontanea che sicuramente si svilupperà tra gli Italici, anche grazie ad un Piano programmatico di attività che metteremo a punto nei prossimi giorni.

Milano, Fondo San Giuseppe: a Pasqua gli aiuti per i primi beneficiari

Grazie alle generosità dei cittadini supera quota 5 milioni di euro il Fondo San Giuseppe istituito dall’Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, e dal sindaco Giuseppe Sala, per sostenere chi ha perso il lavoro a causa della quarantena imposta per contenere il Coronavirus.

Le donazioni
Intitolato al santo patrono dei papà, degli operai e dei lavoratori, il Fondo è stato annunciato dall’Arcivescovo, il 22 marzo, quarta domenica di Quaresima durante la messa in Duomo che i fedeli hanno potuto seguire soltanto da casa a causa delle misure sanitarie assunte per contenere il contagio. Nonostante le celebrazioni siano sospese e i sacerdoti non abbiano potuto rilanciare l’appello presso le proprie comunità l’esortazione a fare ognuno la propria parte, avvenuto esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione e i social, ha fatto breccia: in 15 giorni sono pervenute donazioni complessivamente per un milione e 49 euro (1.049.000 euro) che hanno così portato il patrimonio iniziale costituto da Curia (2milioni) e Comune (2milioni) a superare quota 5milioni.  
A Pasqua i primi aiuti

Gli aiuti arriveranno già per Pasqua o nei giorni immediatamente successivi.
Su un totale di 126 domande già pervenute, il Consiglio di Gestione, riunitosi mercoledì 8 aprile, ha approvato le prime 24 per un’erogazione complessiva di 36mila e 600 euro. Nei prossimi giorni, in alcuni casi entro domenica i candidati riceveranno il contributo. La cifra potrà variare dalle 400 alle 800 euro al mese a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare e arriverà direttamente sul conto corrente o sarà consegnata, tramite assegno, dal parroco. Il sostegno sarà garantito per tre mesi, rinnovabili, in caso di necessità per altri due.

Dal 25 marzo è stato possibile presentare le domande, secondo due modalità: compilando il form sul sito del fondo contattando il centro di ascolto parrocchiale più vicino.

Le storie
Giovanni (il suo nome come quello degli altri che citiamo è di fantasia), è stato uno dei primi a chiedere aiuto «Sono un operaio edile ma i cantieri sono tutti fermi e da due mesi sono senza stipendio – spiega nella sua domanda – Tra affitto (400 euro), gli alimenti a mia moglie (300 euro) da cui sono separato e le rate per il furgone (200 euro) che ho comprato per lavorare, non so più come far quadrare i conti».

Valentina è titolare di un piccolo negozio, dove ripara e confeziona scarpe su misura. Ha sospeso l’attività per partorire la sua seconda bambina. Contava di rimettersi al lavoro e invece è arrivato il virus. «Sono separata dal mio compagno e ora non so più come andare avanti: la situazione sta peggiorando, giorno dopo giorno, perché non ho più soldi per pagare l’affitto di casa (650 euro) quello del negozio (550 euro) per acquistare cibo e pannolini. Sono veramente disperata. Vi chiedo gentilmente aiuto!».

«Vado in casa delle signore e offro taglio, messa in piega, manicure e pedicure – racconta Annalisa. Da un mese le mie clienti hanno smesso di chiamarmi, ma nel frattempo le bollette continuano ad arrivare e io non so più come pagarle».

«I profili che emergono dalle prime richieste di aiuto mostrano quanto pesanti sino già stati gli effetti del lockdown per le fasce più deboli della popolazione, il popolo dei lavoretti che vive ai margini del mercato dell’occupazione e per questa ragione è escluso da ogni tutela. Chi oggi galleggia sulla linea della povertà, finirà sotto se non arriveremo in tempo e a quel punto sarà molto più difficile poi aiutarlo a riemergere», osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

A chi si rivolge e come si accede
Il Fondo San Giuseppe si rivolge a disoccupati a causa della crisi Covid-19 (ad esempio dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto), lavoratori precari (contratti a chiamata, occasionali, soci di cooperativa con busta paga a zero ore), lavoratori autonomi. Per accedervi occorre essere regolarmente domiciliati sul territorio della Diocesi ambrosiana, essere disoccupati dal primo marzo 2020 o aver drasticamente ridotto le proprie occasioni di lavoro non avere entrate familiari superiori a 400 euro mese a persona.

Il Fondo San Giuseppe opera attraverso i volontari dei centri di ascolto della Diocesi e gli organismi statutari (Consiglio di Gestione e Segreteria) che avevano già gestito il Fondo Famiglia e Lavoro voluto la notte di Natale del 2008 dall’allora arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, per far fronte alla crisi economica.
Lo strumento di carattere emergenziale e temporaneo affianca il Fondo Diamo Lavoro, ultima fase del Fondo Famiglia e Lavoro.

Coronavirus, da galline ad agnelli è boom furti nei campi

Dagli agnelli alle galline fino alle mozzarelle si moltiplicano i furti nelle campagne deserte per le limitazioni agli spostamenti della popolazione con l’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti in riferimento all’operazione che a Foggia ha portato a pochi giorni dalla Pasqua all’arresto di cittadini senza fissa dimora per il furto di una pecora e di materiale agricolo.

Si tratta – sottolinea la Coldiretti – solo dell’ultimo di una serie di episodi che si sono verificati lungo tutta la Penisola dalla Lombardia dove a Mandello del Lario (in provincia di Lecco) si è verificato un furto di galline e uova attraverso un buco nella rete fino al Casertano in Campania dove sono stati spariti agnelli e mozzarelle.

Un fenomeno che – continua la Coldiretti – tende ad amplificarsi anche per la situazione di disagio in cui si trova una fetta crescente della popolazione per la mancanza di opportunità di lavoro anche occasionale con le misure restrittive assunte per l’emergenza Covid 19. Non si tratta però sempre di semplici “ladri di polli” poiché spesso si assiste a veri e propri raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole.

Gli agricoltori – sottolinea la Coldiretti – sono vittime di ogni genere di furti, dagli animali ai prodotti agricoli, dalle attrezzature ai macchinari, come gli ultimi blitz notturni delle bande criminali che si sono verificati nella terra del Primitivo in Puglia per saccheggiare le campagne, portando via barbatelle del prestigioso vitigno e pali per spalliere. Un fenomeno che aggrava la situazione di crisi in cui si trova il settore agricolo e a seguito dell’emergenza coronavirus che un calo delle attività che ha interessato il 37% aziende agricole secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’.

Privacy ed emergenza

Il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro è stato protagonista di un’audizione informale, in videoconferenza alla Commissioni IX (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni) della Camera dei Deputati.

Di massima e scottante attualità il tema, ossia l’uso delle nuove tecnologie e della rete per contrastare l’emergenza epidemiologica da Coronavirus.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento, tratto dal sito del Garante.

  1. Diritti, deroghe, limiti

La gravissima emergenza che il Paese sta affrontando ha imposto l’adozione- con norme di vario rango- di misure limitative di molti diritti fondamentali, necessarie per contenere auspicabilmente, il numero dei contagi.

La protezione dei dati personali – fondamentale diritto “di libertà”, sancito dalla Carta di Nizza – non poteva fare, naturalmente, eccezione, benché le limitazioni sinora adottate siano nel complesso contenute.

Alcune deroghe al regime ordinario di gestione dei dati sono state previste sin dalle primissime ordinanze intervenute pochi giorni dopo la deliberazione dello stato di emergenza, con prevalente riferimento all’ambito di comunicazione dei dati sanitari.

L’art. 14 d.l. 14/2020 ha sostanzialmente replicato tale disposizione, elevandone la fonte e rimarcandone il carattere temporaneo, senza tuttavia allo stato attuale riferirsi a raccolte di dati particolarmente “innovative”.

Nuove e più invasive raccolte di dati potrebbero fondarsi su esigenze di sanità pubblica che -al pari del “soccorso di necessità”- costituiscono autonomi presupposti di liceità, in presenza di una previsione normativa conforme ai principi di necessità, proporzionalità, adeguatezza, nonché del rispetto del contenuto essenziale del diritto.

  1. Mappe epidemiologiche e sorveglianza

Va valutata entro questa cornice l’ipotesi della raccolta dei dati sull’ubicazione o sull’interazione dei dispositivi mobili dei soggetti risultati positivi, con altri dispositivi, al fine di analizzare l’andamento epidemiologico o per ricostruire la catena dei contagi.

Anzitutto, dal momento che sono ipotizzabili misure molto diverse tra loro, si dovrebbe privilegiare un criterio di gradualità e dunque valutare se le misure meno invasive possano essere sufficienti a fini di prevenzione epidemiologica.

In tale prospettiva non pone particolari problemi l’acquisizione di trend, effettivamente anonimi, di mobilità. L’art. 9 della direttiva e-privacy legittima il trattamento, anche in assenza del consenso dell’interessato, dei dati relativi all’ ubicazione, purché anonimi.

Tale soluzione consente di realizzare, ad esempio, mappe descrittive dell’andamento dell’epidemia, utilissime a fini prognostici e statistici, meno a scopi diagnostici in senso proprio.

Per altro verso, l’uso di dati identificativi sull’ubicazione o sull’interazione con altri dispositivi può risultare funzionale a diversi scopi.

In ogni caso, esso richiede – anche ai sensi dell’art. 15 della direttiva e-privacy – una disposizione normativa sufficientemente dettagliata e contenente adeguate garanzie.

I vari utilizzi possibili di tali dati possono essere finalizzati, in via teorica (e ragionando nei termini assunti dal dibattito pubblico di queste settimane):

  1. a) o alla verifica della posizione del soggetto sottoposto ad obbligo di permanenza domiciliare perché positivo, utilizzando dunque la geolocalizzazione del telefono (che si presuppone, ma non è detto, segua passo passo il soggetto) per accertare l’effettivo rispetto del divieto di allontanamento dal domicilio, oppure:
  2. b) all’acquisizione, a ritroso, dei dati sull’interazione del soggetto poi risultato positivo con altri soggetti, per verificarne, nel periodo in cui aveva capacità virale, gli eventuali contatti desumibili tramite varie tecniche: celle telefoniche, gps, bluetooth.

Le due ipotesi differiscono nella finalità: elemento, questo, indubbiamente rilevante per la valutazione della complessiva legittimità del trattamento.

La prima ipotesi infatti, nell’utilizzare la localizzazione del telefono come fosse una sorta di braccialetto elettronico atipico, presuppone la sostituzione, con l’occhio elettronico, dei controlli “umani”, dando però per acquisito che chi decida di violare gli obblighi di permanenza domiciliare porti con sé il telefono, il che è evidentemente contro-intuitivo.

Tra le altre misure utilizzate a fini di verifica del rispetto degli obblighi di distanziamento sociale vi è il ricorso, da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, ai droni.

Anche tali strumenti vanno utilizzati nel rispetto del canone di proporzionalità, soprattutto in ragione delle loro potenzialità particolarmente invasive della riservatezza.

Se utilizzata dalle forze di polizia, non per segnalare “impersonali” assembramenti, ma per monitorare il rispetto puntuale degli obblighi di permanenza domiciliare, infatti, tale misura difficilmente potrà garantire il rispetto del canone di proporzionalità, potendo prestarsi a una raccolta assai ampia di dati personali.

Sarebbe auspicabile, sul punto, una precisazione normativa, considerando anche che la norma di riferimento richiama genericamente le (non del tutto sovrapponibili) esigenze di controllo del territorio per finalità di pubblica sicurezza, contrasto del terrorismo e del crimine organizzato (cfr. art. 5, c.3-sexies d.l, n. 7/2015, convertito, con modificazioni, dalla l. 43/2015, come novellato dal dl 113/2018, convertito con modificazioni dalla l. 132/2018).

  1. Il contact tracing

Più complessa è la seconda ipotesi, relativa alla mappatura a ritroso dei contatti tenuti, nel periodo d’incubazione, da soggetti risultati contagiati. Tale ricostruzione dei contatti può avvenire, almeno astrattamente, attraverso l’incrocio di tipologie di dati diversi: quelli sulle transazioni commerciali, sulle celle telefoniche, quelli sull’interazione con altri dispositivi mobili desunti dal ricorso a tecnologie bluetooth.

Va premesso che ciascuna tipologia di questi dati ha, naturalmente, una diversa significatività a fini epidemiologici, tanto maggiore quanto più idonea a selezionare i contatti più rilevanti perché più ravvicinati e, dunque, maggiormente suscettibili di aver determinato, almeno potenzialmente, un contagio.

Come vedremo più avanti, la scelta della tipologia di dati più efficace incide anche sul complessivo giudizio di proporzionalità, in quanto la maggiore selettività riduce il perimetro di incidenza della misura al solo stretto necessario, con effetti socialmente apprezzabili in termini di tutela della salute, individuale e collettiva.

In termini generali, comunque, il fine perseguito da tale misura risulta particolarmente apprezzabile perché non già repressivo (come invece nel caso della sorveglianza del soggetto in quarantena obbligatoria mediante la sua geolocalizzazione), ma solidaristico.

Lo scopo perseguito coinciderebbe, infatti, con l’esigenza di sottoporre ad accertamenti quanti siano entrati potenzialmente in contatto con un soggetto risultato positivo al virus o, comunque, di adottare le misure utili a prevenire il contagio.

Si perseguirebbe, dunque, quella componente solidaristica del diritto alla salute quale interesse collettivo, valorizzata dalla giurisprudenza costituzionale sugli obblighi vaccinali.

L’utilizzo di tale tecnologia avrebbe, del resto, poche valide alternative ai fini della ricostruzione della catena epidemiologica.

La semplice intervista del paziente può essere, infatti, lacunosa o comunque scontare la mancata conoscenza di molti soggetti con i quali si possa essere entrati in contatto nei più vari contesti (in farmacia, al supermercato ecc.).

Un elemento di fragilità delle soluzioni basate sui dati acquisiti da telefono attiene, però, al suo presupporre che tutti si spostino con il telefono addosso. E se questo avviene quasi sistematicamente per le fasce più giovani della popolazione, non avviene altrettanto sicuramente per gli anziani, che dovrebbero invece essere i primi a dover essere contattati in caso di temuto contagio, per essere curati con la massima tempestività.

Le soluzioni “tecnologiche” sono, infatti, validissime alleate dell’azione di prevenzione epidemiologica ma necessitano, evidentemente, di misure complementari di diversa natura, idonee a superare i limiti imposti, tra le altre cose, dal divario digitale.

Tale considerazione, sui limiti intrinseci alle opzioni tecnologiche, ha un duplice ordine di implicazioni.

In primo luogo, la valutazione dell’efficacia attesa dalla misura non può prescindere da un’analisi inerente le azioni complementari e, dunque, la fase- che dovrebbe ragionevolmente conseguirne- dell’accertamento sanitario dei soggetti individuati, tramite data tracing, quali potenziali contagiati.

Si possono raccogliere, infatti, tutti i dati possibili sui potenziali portatori (sani o meno che siano), ma se poi non si hanno le risorse (e persino i reagenti!) per accertarne l’effettiva positività, non si va molto lontano.

In secondo luogo, la necessità di ricostruire la catena dei contagi mediante i dati di dispositivi elettronici rende problematica l’imposizione di un obbligo generalizzato di uso di tali sistemi. Ciò, infatti, presupporrebbe la possibilità (non solo economica ma anche cognitiva) di utilizzo di smartphone e di loro funzionalità che non sono, oggettivamente, a tutti accessibili.

Inoltre, un simile obbligo di utilizzo sarebbe difficilmente coercibile salvo ricorrere a un vero e proprio braccialetto elettronico.

Se anche si ritenesse, come pure si sta ipotizzando, di far attivare il bluetooth direttamente da una app, come imporre, infatti, di uscire di casa solo se ‘accompagnati’ dal proprio smartphone, tra l’altro abbastanza carico?

Queste considerazioni inducono a preferire il ricorso a sistemi fondati sulla volontaria adesione dei singoli che consentano il tracciamento della propria posizione. Tuttavia, per garantire la reale libertà (e quindi la validità) del consenso al trattamento dei dati, esso non dovrebbe risultare in alcun modo condizionato.

Pertanto, non potrebbe ritenersi effettivamente valido, perché indebitamente e inevitabilmente condizionato, il consenso prestato al trattamento dei dati acquisiti con tali sistemi, se prefigurato come presupposto necessario, ad esempio, per usufruire di determinati servizi o beni (si pensi al sistema cinese).

L’efficacia diagnostica di tale soluzione dipende, in ogni caso, dal grado di adesione che essa incontri tra i cittadini, in quanto la rilevazione potrebbe per definizione avvenire solo limitatamente alla parte della popolazione che consenta di “farsi tracciare”.

La percentuale minima per l’efficacia è stimata nell’ordine del 60%.

E se a Singapore tale soluzione ha visto l’adesione di pressoché tutta la popolazione, ciò sembra imputabile prevalentemente alla specifica cultura e al grado molto avanzato di innovazione digitale di quel Paese.

Ciò non esclude però che un’adeguata sensibilizzazione sull’opportunità di ricorrere a tale tecnica, anche solo a fini egoistici- ovvero per essere informati di essere stati potenzialmente e inconsapevolmente contagiati tramite un contatto con soggetti positivi- possa invece consentire un’ampia adesione dei cittadini.

In tal senso, quindi, la volontaria attivazione di una app funzionale alla raccolta dei dati sull’interazione dei dispositivi, ben potrebbe rappresentare il presupposto di uno schema normativo fondato su esigenze di sanità pubblica, con adeguate garanzie per gli interessati (art. 9, p.2, lett.i) Reg. (Ue) 2016/679).

La seconda fase del trattamento (quella, cioè, successiva alla rilevazione dei dati) consiste essenzialmente nella conservazione degli stessi, in vista del loro eventuale, successivo utilizzo per allertare i potenziali contagiati.

Tale opera di “personalizzazione” dovrebbe avvenire limitatamente ai soggetti risultati poi positivi e a coloro ai quali, con essi, siano entrati in contatto significativo, per il solo periodo di potenziale contagiosità.

Sotto il profilo dell’impatto sulla riservatezza, determinato dalla conservazione in sé dei dati, in vista del loro successivo utilizzo, è certamente preferibile la soluzione della registrazione del “diario dei contatti” sullo stesso dispositivo individuale nella disponibilità del soggetto. Si eviterebbe così la conservazione di dati personali in banche dati dei gestori, che riproporrebbe le criticità rilevate dalla giurisprudenza della Cgue sulla data retention.

I criteri di necessità, proporzionalità e minimizzazione rimarcati dalla giurisprudenza europea indicano, comunque, l’esigenza di contenere tali limitazioni della privacy nella misura strettamente necessaria a perseguire fini rilevanti, con il minor sacrificio possibile per gli interessati.

Seguendo questo criterio, dovremmo allora ritenere anzitutto preferibile la misura più selettiva, che garantisca cioè il minor ricorso possibile a dati identificativi, sia in fase di raccolta sia in fase di conservazione.

In tal senso, ai fini della raccolta, il bluetooth, restituendo dati su interazioni più strette di quelle individuabili in celle telefoniche assai più ampie, parrebbe migliore nel selezionare i possibili contagiati all’interno di un campione più attendibile perché, appunto, limitato ai contatti significativi (così parrebbero orientati Singapore e Germania).

In particolare, sarebbero apprezzabili quelle tecnologie che mantengono il diario dei contatti esclusivamente nella disponibilità dell’utente, sul suo dispositivo, ragionevolmente per il solo periodo massimo di potenziale incubazione.

Il soggetto che risultasse positivo dovrebbe fornire l’identificativo Imei del proprio dispositivo all’asl, che sarebbe poi tenuta a trasmetterlo al server centrale per consentirgli così di ricostruire, tramite un calcolo algoritmico, i contatti tenuti con altre persone le quali si siano, parimenti, avvalse dell’app blue tooth.

Queste ultime riceverebbero poi una segnalazione (nella forma di un alert sul sistema) di potenziale contagio, con l’invito a sottoporsi ad accertamenti che, naturalmente, sarà efficace nella misura in cui sia responsabilmente seguito.

In tal modo, il tracciamento sarebbe affidato a un flusso di dati pseudonimizzati, suscettibili di reidentificazione solo in caso di rilevata positività.

Anche in tali circostanze, comunque, la stessa comunicazione tra server centrale ed app dei potenziali contagiati avverrebbe senza consentirne la reidentificazione, così minimizzando l’impatto della misura sulla privacy individuale.

In alternativa all’alert intra-app, si potrebbe ipotizzare che sia direttamente l’asl ad avvisare e, quindi, sottoporre ad accertamento le persone le quali, dalle rilevazioni bluetooth, risultino essere entrate in contatto significativo con il soggetto positivo.

La conservazione dei dati di contatto, da parte del server, dovrebbe comunque limitarsi al tempo strettamente indispensabile alla rilevazione dei potenziali contagiati.

L’anamnesi rimessa al medico consentirebbe, poi, di realizzare quell’intervento umano sul processo algoritmico richiesto dal Regolamento 2016/679 per evitare l’esclusiva soggezione umana a decisioni automatizzate, correggendone anche, così, possibili distorsioni e inesattezze.

In ogni caso, è auspicabile che la complessa filiera del contact tracing possa  realizzarsi interamente in ambito pubblico.

Ove, tuttavia, ciò non fosse possibile e anche solo un segmento del trattamento dovesse essere affidato a soggetti privati, essi dovrebbero possedere idonei requisiti di affidabilità, trasparenza e controllabilità, rigorosamente asseverati.

Potrebbe infine essere utile prevedere specifici reati propri, suscettibili di realizzazione da parte di coloro che, potendo avere accesso ai dati per qualunque ragione anche operativa, li utilizzino per altre finalità.

La soluzione ipotizzata ridurrebbe, verosimilmente allo stretto necessario, la sua incidenza sulla riservatezza. Tuttavia, benché non massivo, il trattamento di dati personali comunque realizzato richiederebbe, auspicabilmente, una norma di rango primario, (anche un decreto-legge, che assicura la tempestività dell’intervento, pur non omettendo il sindacato parlamentare né quello successivo di costituzionalità, diversamente dalle ordinanze).

Ove non si procedesse a un intervento legislativo ad hoc, sarebbe opportuno quantomeno integrare l’art. 14 dl 14/20, anche con misure di garanzia da prevedersi eventualmente con fonte subordinata.

La norma avrebbe anche una rilevante funzione performativa, fornendo una cornice generale di regole e garanzie cui uniformarsi anche a livello locale. Si eviterebbero così le autonome iniziative, differenziate da zona a zona che- in quanto spesso scoordinate e poco verificabili – rischiano di indebolire l’efficacia complessiva della strategia di contrasto. Quest’esigenza di uniformità vale sia a livello interno che sovranazionale. E’, in questo senso, assolutamente condivisibile l’auspicio del Garante europeo per la protezione dei dati, in favore dell’adozione di un unico progetto di data tracing in ambito europeo.

Naturalmente, come prescritto dalla Consulta per le disposizioni emergenziali, è fondamentale l’efficacia temporalmente limitata della norma, da revocare non appena terminato lo stato di necessità o, comunque, ove la prassi ne dimostri la scarsa utilità (in tal senso, sarebbero opportuni controlli periodici).

Ed è essenziale sancire (con il presidio di sanzioni adeguate) l’obbligo di cancellazione dei dati decorso il periodo di potenziale utilizzo (salva la conservazione in forma aggregata o comunque anonima per soli fini statistici o di ricerca) e l’illiceità di qualsiasi riutilizzo dei dati per fini diversi da quelli di tracciamento dei contatti, nei termini suindicati.

Così circoscritto, il ricorso al contact tracing potrebbe anche concorrere all’eventuale formazione del “passaporto sanitario digitale”.

Ci riferiamo, in particolare, alle varie iniziative suscettibili di adozione nella fase di ripresa delle attività, per la valutazione del grado individuale di rischio epidemico.

Vanno studiate, dunque, modalità e ampiezza delle misure da adottare in vista della loro efficacia, gradualità e adeguatezza, senza preclusioni astratte o tantomeno ideologiche, ma anche senza improvvisazioni o velleitarie deleghe, alla sola tecnologia, di attività tanto necessarie quanto complesse.

La chiave è nella proporzionalità, lungimiranza e ragionevolezza dell’intervento, oltre che naturalmente nella sua temporaneità.

Il rischio che dobbiamo esorcizzare è quello dello scivolamento inconsapevole dal modello coreano a quello cinese, scambiando la rinuncia a ogni libertà per l’efficienza e la delega cieca all’algoritmo per la soluzione salvifica.

115 vaccini per il coronavirus. Cinque di questi sono già in fase clinica.

L’attività di ricerca per un vaccino sta viaggiando ad una velocità mai sperimentata in passato. La rivista ‘Nature’ ha censito in tutto il mondo all’8 aprile 115 vaccini, 78 attivi e 37 per i quali non si hanno informazioni.

Cinque di questi sono già in fase clinica: si tratta del Niaid (National Institute of Allergy and Infectious Diseases) – Moderna Therapeutics (Usa); di un siero dell’Accademia di Scienze Mediche Militari di Pechino – CanSino Biologics (Cina); del prodotto di Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi) – Inovio Pharmaceuticals (Usa); di quelli di Shenzhen Geno-Immune Medical Institute (Cina, due candidati vaccini).

Mentre in Italia ll’Istituto Nazionale Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’,  collabora con entrambe le società che stanno lavorando alla realizzazione di un vaccino, Takis e ReiThera.

In Germania, intanto, è stata avviata una sperimentazione di fase 3 per verificare se un vaccino contro la tubercolosi, denominato VPM1002, possa essere attivo anche contro il Sars-CoV-2.

Comunque l’Ema (European Medicine Agency) stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro Covid-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso.

L’accordo

È il giorno dopo. L’Europa ha sottoscritto un accordo. Meglio così. Prima si fa e meglio è. Ci saranno quelli che si lamenteranno. Normale. Gli accordi sono sempre vie di mezzo. Altrimenti non sarebbero tali. Ci sarebbe altrimenti sopraffazione dell’uno sull’altro. Importante è che sia stato sancito. Mette in moto una quantità elevata di denaro. Ciò è molto importante per l’economia. 

Purtroppo il virus non demorde. Anche ieri ha sfortunatamente mostrato la sua dolorosissima presenza. Tutti pensavamo di poter ricominciare almeno qualche produzione, ma il segnale raccolto ieri sera ci paralizza. Saremmo costretti a consumare anche questo mese in una avvilizione ormai insopportabile. Ma non defletteremo. Il compito nostro, il primo compito nostro, è di liquidare il coronavirus. Costi quel che costi.

oggi, ci saranno tanti a protestare nei riguardi dell’accordo europeo. Sbagliano. Faccio presente solo, per rinverdire la memoria, che per decenni molte voci si levavano, nelle regioni del nord, contro la redistribuzione delle tasse nell’intero Paese. Sostenendo che i soldi del nord restassero al nord. Che le tasse del nord restassero al nord e che il sud organizzasse la sua economia con le tasse versate al sud.

Cosa dicono oggi gli Olandesi? I Finlandesi? I Tedeschi? Dicono che i debiti non devono essere spalmati all’intera Europa, ma che ciascun Paese se la sbrighi con i propri. In sostanza, la stessa logica, senza alcuna sbavatura, che sentivamo da Salvini e da Zaia in tempi recentissimi.

I moralisti, a parer mio, non vanno mai assolutamente ascoltati. Semmai smascherati. In fondo, questi sono bravi nell’indicare cosa devono fare gli altri, ma rasentano la vergogna quando dovrebbero dare l’esempio loro.

Intanto l’accordo europeo ha aperto un nuovo capitolo. L’ha solo aperto. Non sappiamo che destino avrà. Ha aperto la strada per i coronabond. Sarà una strada in salita. Difficilissima. Probabilmente troverà ostacoli insormontabili. Ma, come ho scritto qualche giorno fa, è l’unica che possa davvero connotare l’Europa con lettere maiuscole.

Auspichiamo che questa finalità venga colta, perché solo così troveremo parità tra tutti i cittadini europei. E gli spagnoli, i danesi, gli sloveni, saranno pur sempre spagnoli, danesi e sloveni, ma prima di tutto, universalmente, saranno europei. Come i molisani, i calabresi, i piemontesi, saranno sempre molisani, calabresi e piemontesi, ma prima di tutto saranno italiani.

L’analisi di Pertile è concreta ma bisogna sterilizzarne le interpretazioni populiste.

Roberto Pertile riprende e circostanzia le analisi storico-economiche precedenti e aggiunge considerazioni sulla responsabilità della politica rispetto al progressivo declino del nostro sistema economico negli ultimi decenni.

È anche concreto circa le scelte necessarie per il futuro: privilegiare la produzione industriale rispetto alla speculazione finanziaria, gli investimenti rispetto ai consumi, l’innovazione, il maggior dimensionamento delle imprese, insomma un nuovo modello di sviluppo capace di orientare i settori produttivi sui ritorni a m/l termine del capitale investito, piuttosto che sui guadagni ravvicinati.

Ora a me sembra che il nostro attuale sistema politico, già carente e responsabile degli errori del passato, viva una crisi aggiuntiva dovuta al prevalere, non solo nell’elettorato, di domande/offerte a breve, brevissimo termine. Insomma, io penso che per un nuovo modello di sviluppo l’attuale dialettica democratica sia più un ostacolo che uno strumento.

Lo vediamo in questi giorni in cui tra l’annuncio di aiuti del governo e l’effettiva fruizione dei destinatari ci passa un mare burocratico. Non vorrei cadere in un equivoco: non si tratta di sospendere la democrazia, ma di sterilizzarne le vocazioni populiste andando a forme di governo da unità nazionale per un nuovo modello di sviluppo

Non so neanche se oggi in Italia ci sia una classe dirigente imprenditoriale con una strategia all’altezza di un nuovo modello di sviluppo. Con tutti i limiti analizzati da Pertile, negli anni 50.60 e 70 l’Italia ebbe una strategia industriale, basata essenzialmente sul ciclo auto+autostrade.

Dopo di allora non mi sembra sia apparsa una nuova classe imprenditoriale con una strategia.

Democrazie illiberali: i cattolici democratici riflettano sulla lezione di Sturzo.

Bene ha fatto “Il Domani di Italia” ad aprire un dibattito sulle scelte illiberali del Governo Orbán, benchè assunte con metodi democratici, come del resto ha fatto Erdogan. E’ il tema attualissimo delle “democrazie illiberali” aperto qualche tempo fa dalla riflessione di Luciano Violante nel suo bel libro Democrazie senza memoria (Einaudi 1918). 

Il dibattito aperto nelle colonne del Domani d’Italia è prezioso perché ci costringe ad accendere i riflettori anche sulle situazioni politico istituzionali che ci toccano da vicino. Situazioni in qualche modo speculari a quelle generate dalle ‘democrazie illiberali’ di Orbán ed Erdogan, e che non trovo altro modo di definire se non “regimi liberali ma antidemocratici”. Mi avventuro a definire in questo modo quegli assetti costituzionale ed istituzionali nei quali i diritti civili e le libertà dei cittadini vengono riconosciuti e tutelati in via di principio, ma poi sono assunti con mezzi ed intenti di dubbia democraticità sostanziale e dunque e alla fine, come conseguenza naturale, non vengono tutelati. 

Già Sturzo aveva ben messo a fuoco nei suoi studi dall’esilio il tema del rapporto tra liberalismo e democrazia, individuando i tre tipi di liberalismo: “Uno combattuto perché laicismo clericale, che nulla aveva di liberale; un secondo conosciuto e assorbito in quei paesi, Inghilterra e Stati Uniti, dove il processo moderno di laicizzazione non aveva prodotto una religione politica totalitaria, ma una religione nella politica come criterio fondativo e critico; un terzo rivendicato ad alta voce ed inutilmente come naturale alleato dei cristiani nella lotta contro il socialcomunismo” (G. Morra: I tre liberalismi di Sturzo, in E. Guccione  (a cura), Luigi Sturzo e la Democrazia, pag. 484). 

Quello di Sturzo è antecedente culturale importante per quei cattolici democratici impegnati oggi ed in tempi di crisi drammatica a tutelare e salvare il sistema Italia.

Ecco allora che inevitabilmente il pensiero corre veloce a quei gruppi politici che si ergono a tutori e difensori di tutti, ma proprio tutti i diritti civili e politici dei cittadini, magari anche in eccesso e declinati con gli epiteti colorati derivati dallo sguaiato verbo “vaffa”. Corre veloce a deputati cooptati con elezioni blindate e prive di preferenze, all’annullamento disinvolto del divieto costituzionale di vincolo di mandato, alle scelte talvolta decisive delegate in ultima istanza a piattaforme digitali in mano a società rette da fine di lucro. E l’elenco potrebbe continuare. Rimane alla fine la doverosa censura a quel parlamentarismo liberale ma certamente antidemocratico, nel quale l’aula viene ridotta a curva da stadio e la mediazione politica ed il messaggio nel quale essa si articola divenendo proposta politica, è affidato a deputati “sandwich” che si aggirano tra i nobili Banchi di Montecitorio con appeso al collo il loro bel cartellone con epiteti spesso offensivi. 

Ho preso ad esempio i casi più vistosi per evidenziare come il tema che abbiamo di fronte non è solo e tanto quello della democrazia illiberale, che pure esiste, ma quello più ampio del conflitto tra democrazia e libertà. Conflitto arrivato a vertici inaspettati ed imprevisti nei nostri giorni, perché coniugare democrazia e libertà è fatica ininterrotta e continua che richiede una tensione culturale, morale e politica gravosissima. Ed è impresa che spesso non riesce. 

I titoli ed i capitoli in cui descrivere idealmente questa impresa sarebbero tanti e tutti scottanti; per un costituzionalista elencarli tutti sarebbe sofferenza drammatica. Mi limito solo ad elencarne alcuni perché oggetto di discussioni ben note ed attuali: intercettazioni e trojan, incidenza e condizionamento della finanza strutturata e globale nelle scelte politiche dei singoli paesi, la inarrestabile deriva della magistratura come potere autonomo direttamente invasivo e sostitutivo della classe politica ed amministrativa, l’omologazione dei soggetti e delle persone indotta e conseguenza della digitalizzazione della complessiva società civile e della violazione sistematica dei dati sensibili. Non posso naturalmente tacere la violazione ma sistematica ed universalmente accettata del diritto alla vita del nascituro così come del diritto alla vita del malato terminale che sino a prova contraria sono diritti costituzionali  assoluti.

Risparmio ai lettori la dolorosa litania rinviando quelli animati da buona volontà agli ottimi approfondimenti svolti sul tema “libertà e democrazia” dal Centro Livatino ma anche dalla Associazione dei Giuristi Cattolici. La verità è che dopo oltre cento anni la riflessione di Luigi Sturzo è attuale come non mai. La nostra generazione è chiamata a declinarla nuovamente e ad attualizzarla ancora una volta secondo le esigenze dei nostri tempi. Sono grato a quegli studiosi che si sono dedicati all’impresa e non posso non segnalare gli studi del professor Pezzimenti sull’attualità straordinaria del ‘corpus’ delle Encicliche Leonine che sono poi la base ultima della riflessione Sturziana ma anche e poi De Gasperi e Moro. (Rocco Pezzimenti, Perché è nata la Dottrina Sociale della Chiesa, Rubettino 2018). La verità è che la cultura moderna e post moderna non ha risolto e metabolizzato e dunque armonizzato dopo oltre 150 anni la critica di fondo mossa al liberalismo da padre Taparelli D’azeglio: la verità non coincide sempre con la maggioranza. E questo è il punto da dirimere e risolvere. Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano…

Più formazione, più investimenti, più produttività: ricostruire il modello di sviluppo italiano.

La progressiva uscita dalla crisi offre un’opportunità: agire prioritariamente sull’offerta, facendo finalmente quella manovra economica e sociale che non è stata fatta, mai veramente, negli ultimi decenni, i cui mancati effetti positivi si stanno pagando ancora oggi.
Può esserci, dunque, la disponibilità di risorse finanziarie per una innovativa manovra di politica economica. Può essere avviata un’azione incisiva, di promozione e realizzazione di programmi di crescita della produttività per poter competere nel mercato globale.
Investire, cioè, prioritariamente, nella formazione, nella cultura, nel digitale, nelle tecnologie innovative, nell’efficientamento della macchina amministrativa.
L’Italia è cresciuta quando è stata data importanza ai processi di accumulazione reale. In quegli anni virtuosi, (anni del miracolo economico) nelle imprese, prima di tutto, si pensava ad investire per aumentare la produttività reale, con l’obiettivo di raggiungere l’Europa più avanzata.

In quella congiuntura, si è stati competitivi, così da far crescere la produzione per effetto dell’allargamento della propria quota di mercato, in particolare all’estero.
Il denaro delle banche era funzionale a ciò. Non si finanziava la speculazione; veniva supportato l’investimento nell’innovazione dei processi produttivi e dei prodotti.

Questo scenario, va evidenziato, non è mai stato (salvo nei primi decenni post guerra) al primo posto nell’agenda della politica. A giustificazione, c’è stata (come alcuni storici hanno ben analizzato) la questione della “legittimazione” democratica della Repubblica; e la via scelta è stata quella del creare potere d’acquisto per soddisfare l’arretratezza sociale mediante l’accesso in massa ai consumi “familiari” (auto, frigoriferi ecc.). Diversa, allora, la strada della Germania: prima l’efficienza della struttura produttiva, poi il benessere diffuso.
I risultati negativi italiani si vedono, oggi, in termini di ridotto potere di acquisto, soprattutto dei gruppi sociali più deboli, ma anche i ceti medi stanno soffrendo.

Inoltre, negli anni settanta e ottanta, di fronte ai problemi strutturali che la positiva crescita della produttività negli anni precedenti aveva creato, si è preferito, nel mondo delle imprese e della finanza, ritenere che l’idea imprenditoriale vincente fosse prioritariamente la remunerazione finanziaria del capitale proprio dell’impresa. Il bilancio in utile veniva fatto con i proventi da “speculazione finanziaria”; e le banche stettero al gioco. Prevalse la “finanza creativa”, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze del guadagno facile.
Nelle fabbriche e nelle banche gli investimenti ritenuti migliori sono stati quelli che producevano redditi mediante una combinazione dei fattori finanziari, passando in seconda linea la virtuosa combinazione del fattore lavoro e di quello capitale, a cui bisognava aggiungere l’innovazione (conoscenza).

In una logica di breve periodo (arco temporale predominante nelle scelte di politica economica in Italia) prevale la speculazione finanziaria: il miraggio del guadagno elevato e immediato. I casi di crisi aziendali e bancari, provocati da questa logica, sono noti.
Interessa al nostro ragionamento evidenziare che molti “esperti di grido” hanno assicurato che la “ricchezza” finanziaria avrebbe sostenuto gli investimenti produttivi ed in particolare quelli immateriali. Così non è stato.

Il mondo dei capitali ha fatto il suo gioco ed ha insegnato, ancora una volta, che non è certo il libero mercato che fa una politica industriale selettiva e finalizzata al raggiungimento di equilibri economici più avanzati a medio-lungo termine.
Già negli anni settanta, era stato evidenziato, nell’analisi sui settori industriali italiani e sui loro ritardi competitivi, che gli sviluppi tecnologici futuri, che avrebbero attraversato, orizzontalmente, tutti i campi, dall’informatica all’agroalimentare, richiedevano politiche di sostegno agli investimenti strutturali. Poi, in seguito, sarebbero state proficue le azioni di incentivazione della domanda di consumi.

Nella stessa direzione portavano i già presenti processi di globalizzazione. Dalle fabbriche manifatturiere, alle banche, agli istituti di ricerca, l’urgenza sarebbe stata quella di investire nel medio-lungo termine, gestendo la velocità del progredire tecnologico.

Le forze politiche e sociali (i sindacati in primis), invece, preferiscono dare priorità alla domanda di aumento dei consumi quotidiani. Hanno prevalso gli accordi “corporativi” con il sindacato soprattutto in occasione delle tante campagne elettorali. Si è preferito seguire la via della ricchezza fatta con la speculazione bancaria e con l’avventurismo nella finanza.
Nel complesso, mentre negli anni della ricostruzione c’è stata una giustificazione istituzionale alla prevalenza dei consumi rispetto agli investimenti; ora, dopo avere analizzato i limiti del miracolo economico degli anni sessanta, non c’è giustificazione razionale al dare preferenza alla logica elettorale del beneficio a breve termine.
Queste scelte, fatte nel passato, sia dalla maggioranza sia dall’opposizione, sono state un freno alla creazione di nuova ricchezza reale ed un forte incentivo a favorire le varie bolle speculative.

Un falso luogo comune è stato credere (ad arte?) che gli incentivi a pioggia, dati per vivacizzare la domanda di consumo, potessero produrre l’effetto che il lavoro produttivo crescesse.

Non esiste un automatismo di questo genere (la storia economica lo ripete in continuazione). Anzi, tecnologia e globalizzazione sono fattori che, se sono lasciati a se stessi, producono squilibri, in particolare la riduzione dei livelli d’occupazione.
Infatti, basta osservare molto semplicemente il quotidiano; ad esempio, in banca non c’è più la necessità di recarsi agli sportelli: il personale è stato sostituito dalla tecnologia. E così via.

Nel caso del settore bancario, come in altri settori, è mancata la capacità e la forza imprenditoriale di investire nel medio periodo per “convertire” l’attività caratteristica. Le imprese ed i singoli investitori sono stati lasciati soli di fronte ad un mondo in profondo cambiamento.

In Italia, il sistema produttivo e la crescita della produttività hanno avuto un rapporto sempre molto complesso e difficile. Negli altri paesi più avanzati, europei e non, cresce, in continuo, la produttività. Da noi, no. Infatti, vi è una netta divergenza tra l’andamento italiano della produttività e quello dei principali concorrenti, a danno del sistema italiano.
Il mito, tutto italiano, del piccolo è bello ha sufficientemente deviato l’attenzione dallo scenario competitivo internazionale. Infatti, le piccole imprese italiane hanno mediamente una produttività molto inferiore ai concorrenti europei.

Perseguire, dunque, investimenti nell’economia reale. Non è facile, dati i numerosi nodi negativi da sciogliere, riporre al centro dei processi di accumulazione l’economia reale. Va ridimensionata, innanzi tutto, la finanza speculativa ed il facile guadagno a brevissimo termine. La crisi del 2008 dovrebbe essere maestra di saggezza.

Alle banche è richiesto di cambiare la loro missione: credere nel finanziamento dell’innovazione, della formazione, degli investimenti tecnologicamente avanzati, sostenere la globalizzazione delle imprese. Una finanza al servizio del nuovo mondo della produzione.
Significa, anche, avere la forza e la capacità di ridimensionare il “bancocentrismo” italiano; bisogna rivedere la qualità delle linee di finanziamento attuali alle imprese (l’80-85% dei finanziamenti alle aziende sono di origine bancaria), Le banche devono cooperare per sfatare il vecchio detto (fondato) che dice che le imprese italiane sono povere, mentre i padroni sono ricchi. È, molto spesso accaduto, che gli utili realizzati in azienda non siano restati in azienda sotto forma di investimenti produttivi, bensì sono entrati a far parte del patrimonio personale dell’imprenditore, sovente per inseguire il sogno di arricchirsi con la speculazione finanziaria.

Il ruolo della politica: abbandonare l’arco temporale, a breve termine, della soddisfazione delle attese corporative dell’elettore, per farlo protagonista nel medio termine di benessere e ricchezza duraturi.
Dunque, la domanda è di una reale ripresa della politica industriale, negli ultimi anni abbastanza emarginata, per ottenere un riposizionamento del sistema produttivo: più produttività, più competitività, più qualità concorrenziale del sistema.
Più crescita, cioè, per una riconquista di effettivo benessere e per una rinnovata redistribuzione della ricchezza, secondo la nuova domanda di giustizia sociale e di difesa dei gruppi sociali più deboli, a cominciare dai giovani.

Non solo, recenti acquisizioni di società italiane da parte di capitale estero sono più espressione di una “colonizzazione” che di un arricchimento tecnologico del sistema produttivo. D’altra parte, l’imprenditoria italiana, progressivamente, sta lasciando il posto a imprenditori esteri, attratta dalla prospettiva di immediati significativi realizzi monetari.

Il divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro: teorie sovraniste e realtà.

Osservatorio CPI 

 

A beneficio di quanti vogliano approfondire le ragioni che portarono nel 1981 al cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia – questione su cui fa perno oggi la polemica attorno al divieto scritto nei Trattati a finanziare direttamente i governi da parte della BCE – segnaliamo questo documento dell’Osservatorio diretto da Carlo Cottarelli (di seguito lo stralcio della presentazione e il link, in fondo, per accedere al testo completo).

Secondo alcune versioni delle teorie sovraniste, il cosiddetto divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981 sarebbe all’origine dei guai dell’Italia perché avrebbe comportato forti aumenti dei tassi d’interesse e la grande crescita del debito pubblico negli anni ottanta. 

In realtà, il divorzio fu, dal punto di vista formale, una piccola riforma, largamente incompiuta; in particolare non tolse ai governi il potere di decidere sui tassi d’interesse e vari canali di finanziamento monetario del deficit rimasero aperti. Tale potere non fu però utilizzato perché nella politica e nella società italiana stava maturando un cambiamento profondo: l’Italia non voleva più essere il paese dell’inflazione e delle continue svalutazioni del cambio, perché ciò era considerato nocivo per la crescita economica e per la coesione sociale. 

Quel cambiamento si era già tradotto nell’adesione, nel 1979, al Sistema Monetario Europeo e poco dopo sarebbe sfociato nel lodo Scotti e nel cosiddetto decreto di San Valentino con cui governo e parti sociali (o alcune di esse) si impegnarono a ridurre rapidamente l’inflazione. 

All’inizio degli anni ottanta, i tassi di interesse nominali e reali aumentarono in tutto il mondo. Se l’Italia si fosse chiamata fuori dal cambiamento, l’inflazione, alimentata dal secondo shock petrolifero, sarebbe ulteriormente aumentata. Il problema che non si riuscì a risolvere allora e che è ancora irrisolto oggi è quello del debito pubblico. 

Quando la società e la politica scelgono di combattere l’inflazione, lo Stato perde il gettito della tassa da inflazione e deve ricorrere ad altre forme di imposizione o a riduzioni della spesa per mantenere in equilibrio i conti pubblici. Ciò fu fatto con successo in tutti i paesi avanzati, ad eccezione dell’Italia. 

Chi critica il divorzio rimpiange i tempi in cui lo stato si finanziava con la tassa da inflazione che alla fine degli anni settanta raggiunse il 12 percento del Pil, il doppio dell’attuale gettito dell’Iva; era una tassa opaca ed iniqua, perché non tutti avevano le cognizioni necessarie per comprenderne gli effetti o per evitarla investendo in attività alternative o all’estero. 

L’anomalia dell’Italia non è il divorzio, ma una politica di bilancio che ancora oggi non è riuscita a fare i conti con la realtà. A chi dice, in ogni caso esagerando, che il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione.

(a cura di Giampaolo Galli – Osservatorio CPI Conti Pubblici Italiani)

Link per accedere al documento dell’Osservatorio CPI

 

 

Il ponte di Aulla e la sparizione sostanziale della grande impresa di costruzioni.

Ecco che cade un altro ponte e si accartoccia su se stesso. Stavolta è capitato al ponte di Aulla in provincia di Massa Carrara, e per fortuna non ci sono state vittime, per la contenuta circolazione dovuta alla pandemia; ma le polemiche già si fanno sentire. E intanto incominciano le polemiche: il sindaco del luogo, ad esempio, riferisce subito che aveva già da tempo investito l’Anas della esigenza di fare una perizia tecnica, che fatta a suo tempo aveva pronosticato una sostanziale agibilità del ponte.

Il ponte fu costruito nel 1908, ben 112 anni fa, e ristrutturato nel secondo dopoguerra. Fu progettato dal pioniere del cemento: da Attilio Muggia, che in quegli anni fu solo una delle tante progettazioni fatte dall’architetto e ingegnere, molto stimato e apprezzato. Ora, come siamo abituati dai media, la Procura della Repubblica ha aperto una inchiesta; come da prassi, la consueta è necessaria inchiesta, ma oltre alle indagini si spera che si apra invece davvero anche una profonda discussione sulla manutenzione e costruzione di opere pubbliche. Innanzitutto è necessario affrontare il tema ‘buco nero’ di cosa è accaduto nell’ultimo quarto di secolo in Italia, datosi che è noto a tutti che ne si costruiscono nuove opere, ne si manutengono quelle realizzate da qualche decennio, quando non da un secolo e più, come il ponte in questione.

Penso che questa ennesima disgrazia non derivi che in ridotta parte dalla mancanza di risorse pubbliche, o anche dalla paralisi burocratica originata dalla confusione cresciuta nel tempo di assegnazione compiti all’interno della sfera istituzionale italiana. Questi aspetti senza dubbio pesano! Ma credo che la ragione principale sia dovuta alla ostilità contro il “cemento” rafforzatasi abnormemente nel dopo “tangentopoli” che diventò di fatto l’agnello sacrificale per taluni, necessario per il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Tanto è così, che se chiediamo a chiunque di elencarci opere significative realizzate da quel momento in poi, difficilmente si saprà rispondere. Ma c’è un’altro riscontro che dimostra questa tesi: la sparizione sostanziale della grande impresa di costruzioni. Fino a trent’anni fa eravamo i più richiesti costruttori di grandi opere in America del Nord, in Europa, in medio oriente ed in Africa. Dopo tangentopoli e dunque dopo la fine di programmi infrastrutturali in Italia, il nostro posto nel mondo è stato preso da francesi e cinesi.

Ora, ritornando al tema delle manutenzioni, sembra chiaro anche alle persone più disattente, che non si potrà andare avanti così ancora per molto tempo, pena uno sfarinamento progressivo del nostro patrimonio infrastrutturale. Peraltro tutti concorrono in questi giorni nel pronosticare una difficoltà economica dell’Italia ancora più estesa di quella mai cessata dal 2008; allora è proprio il caso di investire nelle infrastrutture. È risaputo che investire nelle infrastrutture si ottiene una espansione economica ancora maggiore che attraverso altri settori. Speriamo che gli italiani se ne rendano conto come lo erano fino a trent’anni fa. In caso contrario continueremo a rimanere stupiti dai crolli, con conseguenti indagini delle procure della Repubblica, ma dopo le indagine sarà il turno di un altro disastro.

Svimez: Il lockdown costa 47 miliardi al mese

Il lockdown costa 47 miliardi al mese, 37 al Centro-Nord, 10 al Sud. Considerando una ripresa delle attività nella seconda parte dell’anno, il Pil nel 2020 si ridurrebbe, in base a un report redatto dagli economisti della SVIMEZ Salvatore Parlato, Carmelo Petraglia e Stefano Prezioso, coordinati dal Direttore Luca Bianchi, del -8,4% per l’Italia, del -8,5% al Centro-Nord e del -7,9% nel Mezzogiorno. Dal report emerge che: 1) l’emergenza sanitaria colpisce più il Nord, ma gli impatti sociali ed economici “uniscono” il Paese 2) il Sud rischia di accusare una maggiore debolezza rispetto al Centro-Nord nella fase della ripresa, perché sconta inevitabilmente la precedente lunga crisi, prima recessiva, poi di sostanziale stagnazione, dalla quale non è mai riuscito a uscire del tutto. 3) Occorre completare il pacchetto di interventi per compensare gli effetti della crisi sui soggetti più deboli, lavoratori non tutelati, famiglie a rischio povertà e micro imprese.

Se si analizza l’intero sistema economico, tenendo conto anche del sommerso, sono
interessati dal lockdown il 34,3% degli occupati dipendenti e il 41,5% degli indipendenti. Al Nord l’impatto sull’occupazione dipendente risulta più intenso che nel Mezzogiorno (36,7% contro il 31,4%) per l’effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità. La struttura più fragile e parcellizzata dell’occupazione meridionale si è tradotta in un lockdown a maggiore impatto sugli occupati indipendenti (42,7% rispetto al 41,3% del Centro e del Nord).

Sono “fermi”circa 2,5 milioni di lavoratori indipendenti interessati: oltre 1,2 milioni al Nord, oltre 500 mila al Centro, quasi 800 mila nel Mezzogiorno. Si tratta in larga parte di autonomi e partite iva: oltre 2,1 milioni, di cui 1 milione al Nord, oltre 400 mila al Centro e quasi 700 mila nel Mezzogiorno. Le perdite di fatturato e reddito lordo operativo di autonomi e partite iva sono piuttosto uniformi a livello territoriale. La perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi in Italia, così distribuiti territorialmente: 12,6 al Nord,
5,2 al Centro e 7,7 nel Mezzogiorno.

Una distribuzione territoriale simile si osserva per le perdite di reddito operativo: circa 4,2 miliardi in Italia, di cui 2,1 al Nord, quasi 900 milioni circa al Centro e 1,2 milioni nel Mezzogiorno. La perdita di fatturato per mese di inattività ammonta a 12 mila euro per autonomo o partita iva, con una perdita di reddito  lordo di circa 2 mila euro, 1900 e 1800 per mese di lockdown rispettivamente nelle tre macroaree

Report SVIMEZ sull’impatto economico e sociale del COVID-19

La Casa Bianca vuole tagliare il sostegno all’Organizzazione mondiale della Sanità.

La Casa Bianca sta pensando ad un piano per tagliare il sostegno all’Organizzazione mondiale della Sanità. Lo hanno riferito alcuni funzionari dell’amministrazione presidenziale.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha negato le accuse di essere troppo vicino alla Cina mosse dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che già nei giorni scorsi aveva minacciato di tagliare i contributi di Washington. “Siamo ancora nella fase acuta di una pandemia, quindi ora non è il momento di ridurre i finanziamenti”, ha dichiarato in conferenza stampa Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa, rispondendo ad una domanda sulle osservazioni fatte da Trump.

Gli Stati Uniti hanno contribuito al sostegno dell’Oms nel 2019 per una cifra pari a oltre 400 milioni di dollari, mentre il contributo cinese si ferma a 44 milioni di dollari.

Da Roma a Bergamo, la testimonianza di un infermiere del Corpo Militare CRI in reparto COVID-19

Mi porto il ricordo delle persone che non ce l’hanno fatta. Il ricordo di una storia dura che grazie al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, ho vissuto. Oggi credo di possedere una ricchezza in più che deriva dall’importante esperienza umana e professionale, che nella mia vita non ha eguali”. Il Tenente CRI Angelo Pedone, infermiere e volontario del Corpo Militare CRI, è stato in missione presso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. In partenza il 22 marzo, rientrato dalla zona rossa, ha raccontato la sua esperienza nel reparto COVID-19 di una tra le città più colpite dal virus.

Il giorno antecedente alla partenza da Roma, sono stato informato sui vari aspetti della missione attraverso corsi specifici sull’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, per essere inserito in servizio in piena sicurezza. Quando sono arrivato ho trovato una situazione drammatica.  Il pronto soccorso non aveva uno spazio che non fosse occupato da persone sofferenti. Al di fuori, stessa scena. Persone provate ed impaurite, in ambulanze incolonnate, in attesa dell’accettazione e del triage. Un’emergenza dalle dimensioni gigantesche, in cui nessun protocollo e nessuna pianificazione può tenere. Il mio primo turno è cominciato di notte presso un reparto Covid. Eravamo 5 infermieri divisi nelle due parti del settore, uno ‘pulito’ e uno ‘sporco’, ovvero a contatto diretto con il virus. Io ero in quello ‘sporco’, dove ho assistito i malati e somministrato loro le terapie”.

Che faccia ha il COVID-19? “L’ho visto e non ho alcun dubbio, ha una brutta faccia, cattiva, feroce e traditrice. Si impossessa di molte persone, le confonde, le scompensa, le stanca, le disidrata, le deprime e poi, gli toglie il fiato”.

Ma oggi forse c’è un po’ di speranza in più in Italia. Nonostante medici e infermieri abbiano visto morire molte persone, sono riusciti a guarirne altrettante. L’opinione pubblica ha preso coscienza della gravità del momento e comincia a collaborare. ‘Ma questo oggi, 7 aprile. Quando sono arrivato io – conclude il Tenente Pedone – seppure c’è una differenza soltanto di soli diciassette giorni, era diverso, queste minime novità positive non c’erano. Le persone che ho assistito oltre ad essere molto sofferenti erano impaurite, in alcuni casi rassegnate ad una evoluzione drammatica”.

 Angelo Pedone è un volontario del Corpo Militare CRI, infermiere della Fondazione Policlinico Gemelli. Ha una specializzazione in medicina di Area Critica Civile e Militare.  È stato impiegato in missioni internazionali e nazionali come Ufficiale Infermiere del Corpo Militare CRI (Afganistan; Emirati Arabi; Marenostrum).

Fonte Croce Rossa Italiana

Competenze digitali: l’Italia entra nella coalizione europea

Colmare le diverse forme, sociali e culturali, di divario digitale tra la popolazione italiana, favorire l’inclusione digitale e promuovere lo sviluppo di nuove competenze professionali. Con questi obiettivi il Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano ha lanciato, nell’ambito dell’iniziativa Repubblica digitale, la Coalizione nazionale italiana che aderisce alla “Coalizione per le competenze e le professioni digitali” della Commissione europea.

Si tratta di una delle dieci iniziative chiave introdotte nel 2016 dalla Commissione europea per rispondere al bisogno sempre crescente di competenze digitali. Le coalizioni nazionali sono partenariati tra diversi soggetti che negli Stati membri lavorano insieme per migliorare le competenze digitali dei cittadini a livello nazionale, regionale o locale: riuniscono aziende ICT, ministeri, servizi per l’impiego pubblici e privati, associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro e parti sociali, che sviluppano misure concrete per portare le competenze digitali a tutti i livelli della società. Con l’adesione dell’Italia, il cui impegno vedrà l’interessamento dei Ministeri competenti, a partire dagli Affari Europei e dagli Affari Esteri, oggi sono 24 i Paesi che partecipano al programma.

“In Italia è necessario ridurre il divario digitale nella forza lavoro, spesso più ampio che nella maggior parte degli altri paesi europei, attraverso l’aumento di competenze” – afferma il Ministro Pisano. “Per risolvere questi ostacoli, che impediscono l’efficacia di qualsiasi programma di trasformazione digitale, abbiamo lanciato la Coalizione nazionale per le competenze e le professioni digitali nell’ambito dell’iniziativa ‘Repubblica digitale’. Con la coalizione, desideriamo coinvolgere il maggior numero possibile di parti interessate in modo da favorire il cambiamento culturale e il miglioramento delle competenze necessarie per realizzare appieno i benefici della trasformazione digitale”.

Repubblica Digitale è un’iniziativa multistakeholder lanciata a maggio 2019 per promuovere l’inclusione digitale e l’adeguamento delle competenze per il lavoro (attraverso campagne di sensibilizzazione e percorsi formativi di upskilling e reskilling) a tutti i livelli dell’economia e della società italiana, favorendo partnership tra soggetti pubblici, mondo no profit e privati attraverso l’adesione a un manifesto per l’inclusione digitale. Ad oggi aderiscono oltre 90 soggetti pubblici e privati, per un totale di oltre 100 iniziative, coordinati da un comitato interministeriale guidato dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Ai lavori del comitato partecipano vari ministeri (Mibact, Istruzione, lavoro e welfare, politiche agricole e forestali, politiche giovanili e sport, pubblica amministrazione, sviluppo economico, università e ricerca , oltre a Regioni, UPI, Anci, esponenti del mondo dell’università, della ricerca, delle imprese, delle associazioni di cittadini. Il comitato guida di Repubblica Digitale ha avviato i lavori per l’elaborazione del documento di strategia complessiva per le competenze digitali e di un piano di interventi in grado di rafforzare, integrare, valorizzare i progetti già in corso.

Secondo le stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse),in Italia circa il 26 per cento della popolazione tra 16 e 74 anni non ha mai navigato in rete (la media Ocse è del 14 per cento), ovvero circa 10 milioni di cittadini italiani non utilizzano internet. Nel restante 74 per cento della popolazione adulta, solo il 24 per cento dei cittadini italiani utilizza internet per accedere ai servizi pubblici (media Ocse del 57 per cento).

Coronavirus: Ok all’uso del ruxolitinib da parte dell’AIFA

Assorted pills

L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato un protocollo per l’uso compassionevole del farmaco ruxolitinib, già utilizzato in ambito ematologico, per i pazienti affetti da COVID-19. Lo annuncia Novartis Italia e l’autorizzazione è pubblicata sul sito dell’Aifa. Il via libera riguarda il possibile utilizzo del farmaco in quei pazienti COVID-19 con insufficienza respiratoria che non necessitano di ventilazione assistita invasiva.

Il farmaco sarà disponibile per tutti i centri ospedalieri italiani in seguito a richiesta del medico. Il protocollo è stato sottoposto alla revisione scientifica dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani.

L’attività inibitoria sulle citochine proinfiammatorie, ruxolitinib potrebbe essere in grado di mitigare gli effetti di una severa reazione infiammatoria (sindrome da rilascio di citochine) che può verificarsi in corso di COVID-19.

Alcuni punti sintetici di politica industriale.

IMPIANTO ARCELORMITTAL A TARANTO FABBRICA INDUSTRIA ACCIAIO SEDE POLO INDUSTRIALE ARCELOR MITTAL

Con questa nota l’autore intende aprire un confronto sulle prospettive di rilancio dell’economia.

1.C’è un consenso generalizzato nel ritenere che, a  brevissimo termine, nel sistema produttivo italiano va immesso un significativo ammontare di mezzi finanziari liquidi, dando priorità alle piccole-medie imprese . Gli strumenti da impiegare: prestiti a lunga durata (dieci anni di ammortamento e tre di preammortamento, spread  pari allo 0,1% sul tasso interbancario Bce, totale garanzia dello Stato), utilizzazione dei fondi europei nella loro pluralità, secondo una logica di solidarietà, in prima battuta;quelli  italiani solo di riserva. (il debito italico è già enorme, aumentarlo significa rendere molto ,molto ardua la gestione economica del paese). Questa liquidità va destinata alla copertura dei costi straordinari sostenuti a causa del “coronavirus”, in quanto è il “cigno nero” dell’attuale congiuntura economica.  Questa erogazione va fatta senza passare per ministeri o enti locali o istituzioni anomale, evitando così i vincoli e i tempi burocratici che potrebbero vanificare l’effetto immediatezza. Vanno utilizzate, invece, le banche anche perché molte di esse già operano con i soggetti destinatari dei finanziamenti; le banche per queste somme devono fare lo sportello erogatore, essendo garantite al 100% dallo Stato, senza “istruttorie inutili” (il merito del credito è garantito dalla contabilità dei costi coronavirus ) Tra i fondi  può svolgere un ruolo importante il fondo europeo di garanzia per le pmi. A questo fine per il risanamento economico è imprescindibile la solidarietà europea.

2. Rinvio per le imprese al 2022 dei pagamenti delle imposte dirette e iva di competenza 2019 da saldare nel 2020. Il rinvio al 2022 si giustifica sulla realistica previsione che 2021 sarà un anno di concentrazione delle varie obbligazioni  targate 2020. Si vuole evitare un probabile intasamento difficile da gestire finanziariamente soprattutto da una pmi.

3.Rinvio di almeno 12 mesi del pagamento delle rate dei mutui contratti  dalle imprese, senza penalità; cioè una semplice trasposizione temporale dei termini contrattuali. 

4.La manovra a brevissimo termine perderebbe di efficacia, se non è accompagnata parallelamente da interventi a medio-lungo termine di carattere strutturale. La proposta è di dare priorità  al sostegno all’innovazione ponendola al centro del sistema economico. Infatti, alla base della crescita economica oggi c’è l’innovazione tecnologica, che è diventata il motore della società. Su questo terreno il sistema produttivo italiano è in grave ritardo. Il capitale privato italiano non ha  gradito gli investimenti ad alto rischio che caratterizzano la R&S, investimenti che sono di conseguenza risultati insufficienti. Per cambiare indirizzo servono importanti risorse finanziarie, la cui disponibilità non è realisticamente ipotizzabile che venga da parte del settore privato. 

5.Ci sono, quindi, le condizioni per pensare  ad un ruolo diretto dello Stato nel sostegno dell’innovazione nel sistema della produzione. Lo  Stato eroga ogni anno elevate somme nell’attività di ricerca nelle università, nei centri e negli enti di ricerca pubblici.  E’ un’attività attualmente svolta dai professori e dai ricercatori, sostanzialmente priva di vincoli tematici. Invece, per le ragioni del bene comune, data la scarsità delle risorse finanziarie disponibili, è  percorribile un radicale cambiamento nella programmazione dell’attività di ricerca pubblica. Quest’ultima andrebbe organizzata secondo priorità decise a livello governativo, ad esempio al primo posto le tecnologie verdi, al secondo gli algoritmi dell’intelligenza artificiale etc . Inoltre ,può essere data la priorità alla ricerca di base . Va precisato che questa proposta prevede che una parte dello stipendio del singolo professore ( il 50% ?) sia destinata e vincolata al piano governativo  delle priorità di ricerca. In tal modo, possono essere destinate alla ricerca somme nettamente superiori alle attuali. 

All’obiezione che così viene limitata la libertà dell’università, la risposta è che viene privilegiato l’interesse generale della crescita della società. 

6.Ricadute sul sistema produttivo. Prima di tutto con l’indirizzo proposto si possono mettere in essere piani e progetti di R&S che, altrimenti, con le sole forze del mercato non verrebbero fatti. La naturale ricaduta dei risultati è sulle imprese italiane, sia per le sinergie possibili tra pubblico e privato sia per una perseguibile logica di rete territoriale che produce sistema.

7.Imprese e R&S. Il sistema bancario italiano ha ,nella maggior parte dei casi,  rifiutato l’assunzione dei rischi medio-alti sovente presenti nei progetti di R&S. Non solo, in linea generale ( fatto salvo il caso dell’istituto IMI negli anni settanta ) il sistema bancario italiano non ha avuto a disposizione risorse umane di elevata qualità, idonee a finanziare progetti tecnicamente complessi. A questo proposito, si potrebbe pensare alla creazione di un soggetto specializzato nel settore del finanziamento della R&S alle imprese di produzione. Senza molta fantasia, si potrebbe ricorrere ad una sezione autonoma specializzata della  Cassa Depositi e Prestiti ,che potrebbe acquisire una elevata capacità di valutare il rischio dell’insuccesso tecnico e/o commerciale di una ricerca di base o applicata di una tecnologia d’avanguardia,cosa non facile da possedere.

8.Imprese , R&S, Bei. Per realizzare gli investimenti materiali connessi ai successi nel campo dell’innovazione, appare utile un accordo quadro a medio termine del governo italiano con la Bei, che potrebbe anche fare sistema con Cdp. Anche in questo caso va ideata una procedura idonea a” baipassare”  i filtri burocratici a favore di rapporti diretti tra imprese e istituti finanziari.

9.Domanda pubblica . Altra area strategica per una efficace politica industriale da affiancare all’azione a breve, è quella relativa alla domanda di opere pubbliche. E’ diffuso il giudizio tra gli operatori che con l’attuale normativa è basso il grado di realizzazione di investimenti, con effetti negativi sulle infrastrutture, quindi  sulla competitività delle imprese italiane. Il riferimento per un cambiamento può essere la via seguita per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova. Fare questo, significherebbe produrre importanti opportunità di fatturato per le imprese che hanno da affrontare una domanda debole di beni e servizi anche nei prossimi anni.

10. Fare formazione,formazione,formazione.

Musumeci, se ci sei batti un colpo

Musumeci è andato forse in vacanza? E se no, non ha nulla da dire e fare a seguito del parere favorevole (n. 735/2020) reso ieri sera, con la massima urgenza,   dalla prima sezione del Consiglio di Stato in ordine alla proposta del ministro dell’interno di annullare in via straordinaria l’ordinanza del sindaco di Messina che ha imposto a “chiunque intende fare ingresso in Sicilia attraverso il porto di Messina” l’obbligo di registrarsi almeno 48 ore prima della partenza  nella piattaforma on-line del comune? Non ritiene che sarebbe sua competenza e responsabilità intervenire prima che il presidente Conte ed il consiglio dei ministri assumano una deliberazione di annullamento della suddetta ordinanza per evitare che la Sicilia subisca un ulteriore vulnus alla sua autonomia ed anche che  il governo del Paese riceva un colpo alla sua credibilità?

Noi di questo silenzio siamo esterrefatti. Perché, com’è noto, soltanto un paio di giorni fa il presidente della Regione aveva rivendicato il potere  di ricorrere alle forze di polizia ed, ove occorrente, a quelle armate per fronteggiare la situazione di emergenza che anche in Sicilia si è creata a causa del Covid-19, commettendo però un duplice errore: di evocare a sproposito poteri speciali e di trascurare la sacrosanta rivendicazione di quelli in materia di ordine pubblico, riconosciuti in via ordinaria dall’art. 31 dello Statuto siciliano. 

Ora, invece, che si tratta di mettere in campo le proprie prerogative per difendere al meglio la comunità siciliana con  misure più adeguate ed efficaci di quanto possano essere quelle generali dello stato, il presidente della regione siciliana resta silente. Lascia fare al sindaco del comune di Messina e nel conflitto con il ministero dell’interno in cui De Luca si va a cacciare assiste allo spettacolo come se la quistione non lo riguardasse in prima persona o non si rendesse conto che l’azione di De Luca è sì a salvaguardia di Messina ma anche e soprattutto della Sicilia. La quale così -a differenza della Lombardia che, di fronte al fenomeno della pandemia che affligge tutta l’Italia, ha potuto dichiarare in autonomia (come sostenuto dal presidente del consiglio Conte in una delle serali conferenza-stampa) la chiusura assoluta (“zona rossa”) di parti del proprio territorio impedendone l’uscita e l’entrata di chiunque- è totalmente disarmata, priva della possibilità di qualsiasi intervento. E ciò non tanto perché lo stato ha effettuato un ulteriore scippo di competenze ma perché il responsabile del governo della Sicilia ha pilatescamente rinunciato ad emanare una propria ordinanza, dopo aver chiesto al sindaco De Luca di ritirare la propria, con la quale regolamentare gli accessi all’Isola anche attraverso il porto di Messina. E tutto questo anche a fronte dell’esercizio di analoghi poteri da parte di una regione a statuto ordinario.

Ma tant’è! Questa è la condizione politica della mia regione e fin quando non ci sarà un ribaltamento epocale c’è poco da fare. L’unica cosa che si può sperare è che, in questo contesto di necessità per il coronavirus, il governo -che agisce con poteri di emergenza  non riconducibili allo stato ma alla Repubblica e quindi non dovrebbe avere alcuna convenienza  a mortificare nessuna delle istituzioni di quest’ultima (stato compreso! oltre a regioni, città, province, comuni)- eviti di assumere una decisione, peraltro in contraddizione con la sua stessa linea politica, di annullamento dell’ordinanza della città di Messina e ricomponga nel superiore interesse della Repubblica il conflitto che si è determinato tra regione e stato.

 

Il “dopo” e la “nuova” politica.

Il “dopo” è ancora da scrivere. Come tutti sappiamo. Ma sul “dopo” i lineamenti si cominciano ad intravedere. Anche se necessariamente nebulosi. Almeno sul versante politico. Uno su tutti, però, è abbastanza chiaro. E cioè, le nuove categorie politiche avranno un’altra agenda e, come ovvio e quasi scontato, altre priorità. Probabilmente le parole d’ordine del passato, la dicotomia destra/ sinistra e lo stesso centro saranno destinati a subire profondi cambiamenti. Non nella gerarchia dei valori che ispirano storicamente quelle categorie culturali ma nella concreta azione e traduzione politica quotidiana. È inutile aggirare il tema. Questa drammatica emergenza sanitaria nazionale, ed internazionale, cambierà definitivamente ed irreversibilmente i nostri comportamenti e il nostro modo d’essere. Può la politica, cioè la scienza che governa i processi e i cambiamenti – e così deve rimanere, almeno a mio giudizio – esserne esente? O meglio, rimanere immune dopo questo tsunami? La risposta è persin troppo ovvia: no. Ma sarebbe un esercizio del tutto virtuale avanzare oggi un dibattito su questo tema, in un contesto nazionale – ed internazionale, appunto – ancora lastricato e segnato da una dura e persistente emergenza sanitaria. 

Ma un punto lo possiamo già richiamare. Ed è quello che dopo un periodo – che tutti ci auguriamo non vada oltre l’estate, almeno per quanto riguarda le restrizioni dei movimenti dei cittadini – di tristezza, di chiusura forzata e di oggettiva paura, la speranza della vita da un lato e la voglia di rimuovere e cancellare definitivamente “quel” passato dall’altro sarà fortissima. Senza limiti e anche prepotente. Seppur nel rispetto delle regole che di volta in volta saranno prescritte. Ma l’anelito alla voglia di vivere e con la speranza del ritorno della sola normalità saranno irrefrenabili. E allora, chi sarà in grado di interpretare quella domanda e quell’ansia mai sperimentati sin d’ora nel nostro paese da oltre cent’anni? E, soprattutto, quale sarà la classe dirigente in grado di farsi carico di quei sentimenti e di quella voglia di cambiamento, di rinnovamento e anche di rimozione? La demagogia e il populismo dei 5 stelle forti della parole d’ordine dell’inesperienza e dell’incompetenza al potere, della battaglia contro la casta e i vitalizi e della lotta contro il Parlamento e tutto ciò che è riconducibile al passato? Saranno le piroette quotidiane di Renzi? O le ripetute parole d’ordine, ormai anche un po’ logorate se non del tutto ingiallite, della Lega salviniana? Oppure la stanca riproposizione del vecchio armamentario della sinistra e dei suoi instancabili alfieri politici, giornalistici ed intellettuali della lotta contro la sempre e imminente “minaccia fascista” che, come quasi tutti sanno, è ormai uno slogan propagandistico o poco più? 

Ecco perché occorre attrezzarsi. Con i nostri valori di riferimento, come ovvio. Ma consapevoli che le categorie del passato saranno sempre di più alle nostre spalle. E non solo per responsabilità nostra o di altri.

Der Spiegel: il no della Germania agli eurobond è vigliacco e non solidale

l settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato un editoriale a firma di Steffen Klusmann, in cui definisce “non solidale e vigliacco” il rifiuto degli eurobond.

In particolare, “Der Spiegel” afferma: “O il governo tedesco davvero non si rende conto di quello che sta rifiutando con tanta noncuranza, oppure si ostina a non capire”.

Secondo “Der Spiegel”, “invece di dire onestamente ai tedeschi che non esistono alternative agli eurobond in una crisi come questa” Angela Merkel “insinua che ci sia qualcosa di marcio” negli eurobond. Ossia, che “in fin dei conti sarebbero i laboriosi contribuenti tedeschi a dover pagare, in quanto gli italiani non sarebbero mai stati capaci di gestire il denaro”.

Secondo Der Spiegel per la Merkel: “ogni concessione a spagnoli e italiani potrebbe sembrare una sconfitta. E non avrebbe mai dovuto permettere che si arrivasse a questo, non fosse che per un sentimento di vicinanza e solidarietà”.

La violenza della pandemia “ha comportato una vera e propria tragedia umana e medica in Italia e in Spagna- anche perché ultimamente ambedue gli Stati avevano attuato una forte politica di austerità, come voluto dalla Commissione europea e sicuramente non perché vivessero al di là delle loro possibilità”.

L’Europa, sottolinea “Der Spiegel”, “sta affrontando una crisi esistenziale. Apparire come il guardiano della virtù finanziaria in una situazione del genere è gretto e meschino. (…) E se gli europei non danno immediatamente il segnale che stanno lavorando insieme per contrastare questa crisi, sarà una vera festa per i populisti, i nemici dell’Ue e gli hedge fund di Londra o New York”.

Cura Italia: il portale informativo per stranieri sull’emergenza covid 19 juma map si arricchisce di nuovi contenuti

Il portale informativo per stranieri sull’emergenza COVID-19, lanciato il 20 marzo scorso dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) insieme al partner ARCI, si arricchisce di nuovi contenuti: sono disponibili ora delle informazioni sulle misure contenute nel decreto ‘Cura Italia’ a sostegno del reddito in considerazione dell’impatto della pandemia sul lavoro.

Sulla piattaforma informativa Juma Map si trovano materiali informativi su come accedere al bonus da 600 euro, bonus baby-sitting e congedo straordinario COVID-19 messi a disposizione dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS), che sono disponibili anche per richiedenti asilo, rifugiati e titolari di altri permessi di soggiorno.

La piattaforma e i materiali sono disponibili 15 lingue: Italiano, inglese, francese, amarico, arabo, bengalese, cinese, spagnolo, punjabi, russo, albanese, somalo, urdu, wolof, tigrino.

Papa Francesco: “la Pasqua ci dice che tutto andrà bene”

Il Papa, nella catechesi dell’udienza di ieri, trasmessa in streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata alla Passione di Cristo, in tempi di coronavirus ci spiega che: “La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene”.

“E questa non è un’illusione – ha precisato a braccio – perché la morte e la risurrezione di Gesù non è illusione, è stata una verità. Ecco perché il mattino di Pasqua ci viene detto: ‘Non abbiate paura!’. E le angoscianti domande sul male non svaniscono di colpo, ma trovano nel Risorto il fondamento solido che ci permette di non naufragare”.

“Che me ne faccio di un Dio così debole, che muore? Preferirei un dio forte e potente!”, la possibile obiezione. “Ma il potere di questo mondo passa, mentre l’amore resta”, la risposta: “Solo l’amore custodisce la vita che abbiamo, perché abbraccia le nostre fragilità e le trasforma. È l’amore di Dio che a Pasqua ha guarito il nostro peccato col suo perdono, che ha fatto della morte un passaggio di vita, che ha cambiato la nostra paura in fiducia, la nostra angoscia in speranza”.

“Apriamogli tutto il cuore nella preghiera”, l’invito finale: “Questa settimana, questi giorni, col Crocifisso e il Vangelo. non dimenticatevi, la liturgia domestica sarà quella. Lasciamo che il suo sguardo si posi su di noi. Capiremo che non siamo soli, ma amati, perché il Signore non ci abbandona, non si dimentica di noi, mai. E con questo pensiero vi auguro una Santa Settimana, e una Santa Pasqua”.

AgID: Come progettare un sito web alla portata di tutti?

Come progettare un sito web alla portata di tutti? L’Agenzia per l’Italia Digitale AgID ha lanciato una campagna social per sensibilizzare le PA sull’importanza di rendere pienamente fruibili le pagine e i servizi digitali, soprattutto in questa fase di emergenza sanitaria

Al via quindi “Accessibile è meglio! Consigli su come costruire un sito web alla portata di tutti” (hashtag #AccessibileÈMeglio).

Si tratta, spiega AgID in una nota, di un’iniziativa per sensibilizzare le pubbliche amministrazioni sull’importanza di progettare pagine web e servizi digitali in un’ottica inclusiva, senza discriminare le persone con disabilità o con difficoltà fisiche o psichiche.

Una necessità resa ancora più urgente dall’attuale situazione di emergenza legata al Coronavirus, in cui il digitale diventa il principale canale d’accesso ai servizi e alle informazioni.

La legge già prevede che siti i Internet e le applicazioni mobili realizzati dalle Pubbliche amministrazioni siano fruibili anche da parte di coloro che, a causa di disabilità, necessitano di tecnologie assistive o di configurazioni particolari.

Attraverso le pagine social dell’Agenzia (Twitter, Facebook e Linkedin) saranno forniti suggerimenti e consigli pratici su come rendere accessibili i siti delle PA a persone con disturbi visivi, uditivi e dislessia.

Al termine della campagna, che si concluderà a maggio, AgID renderà disponibile una breve guida dove verranno raccolti tutti i suggerimenti pubblicati.

Federfarma: “Su speculazioni mascherine non faremo sconti”

In merito alle possibili speculazioni sui prezzi delle mascherine “ci siamo mossi in maniera ferma, abbiamo chiesto a tutte le nostre associazioni regionali e provinciali di evidenziare se ci fossero fenomeni distorsivi del mercato.

Trovare le mascherine in farmacia “in questo momento non è automatico”, spiega Marco Cossolo, presidente di Federfarma. “L’approvvigionamento rimane ancora molto difficoltoso”, spiega Luca Degrassi, presidente di Federfarma Friuli Venezia Giulia. “Ora cominciano ad arrivare, ma in quantità insufficiente – racconta Cesare Quey, presidente di Federfarma Valle d’Aosta – fatto 100 il fabbisogno delle nostre 48 farmacie, manca ancora il 50%”. “si fa fatica a reperirle – spiega Alberto Fontanesi, presidente di Federfarma Veneto – la domanda è enorme e l’offerta è ridotta.

Le Ffp2 ormai sono merce rara, per le chirurgiche ci arrabattiamo, ma riusciamo a trovarne meno di quante ne servirebbero. Spesso, poi, ci vengono offerte e prezzi troppo alti e le rifiutiamo”. Il prezzo, è una vera e propria nota dolente: “Se uno vende una chirurgica tra gli 1,5 e i 2 euro non gli si può dir niente – riprende Cossolo – a noi le portano a costi molto più alti di quelli pre-Covid”.

Con realismo, ma insieme con fiducia: L’Europa può farcela

Sì respira un’aria di maggiore fiducia sulle prospettive d’accordo nell’Eurogruppo. Può darsi che alla fine si registri l’auspicata convergenza sulla misura più emblematica – bond europeo – della strategia per rilanciare l’economia dopo l’epidemia.

Intanto suonano stonate alcune critiche all’Olanda, non tanto per il merito ma per il criterio utilizzato. Infatti, se è legittimo contestare la resistenza opposta finora alle richieste dei Paese europei del Sud, profondamente errata si presenta l’irrisione che muova dall’idea che l’Olanda è una piccola nazione, dunque inadeguata ad ergersi a tutela dell’interesse generale della UE.

L’Olanda è degna di rispetto, anche quando assume posizioni in aperto contrasto con le nostre aspettative.
Vale la pena ricordare che l’Olanda è uno dei Paesi fondatori della Comunità europea. Dunque, serietà vuole che anche in queste ore si usi un linguaggio più sobrio e rispettoso, favorendo in tutti i modi, con il buon esempio che nasce dalla buona comunicazione, lo svolgimento ordinato e positivo del negoziato.

Intanto, a disdoro degli anti europeisti di maniera, invitiamo alla lettura di questa lunga e dettagliata nota sul contributo (decisivo) che l’Euopa ha già fornito (e continuerà a fornire) per dare ossigeno al programma di rinascita, con la speranza di una nuova primavera dell’Europa.

 

1. 1110 miliardi di liquidità dalla BCE

Nelle ultime settimane la BCE ha deciso un nuovo programma da 750 miliardi che si aggiunge al Quantitative Easing già in corso di 240 miliardi e a quello deciso il 12 marzo di 120 miliardi aggiuntivi.

Il nuovo programma non è più necessariamente legato ad acquisti pro quota, per cui la BCE può comprare in proporzione più titoli italiani.
In proposito è importante rilevare che nel mese di marzo la BCE ha comprato 12 miliardi di titoli italiani e 2 miliardi di titoli tedeschi non applicando la regola del “capital key”, (acquisti pro quota, proporzionati al capitale di ciascuno Stato UE nella Banca).

La BCE si è comunque impegnata ad acquistare fino a 220 miliardi di titoli italiani da qui alla fine dell’anno.
In particolare:
• acquisto di titoli di Stato;
• acquisto di crediti di imprese;
• liquidità alle banche.
La liquidità data dalla BCE alle banche avviene con tassi negativi dello 0.5%. Per cui, di fatto, le banche vengono pagate per prestare il denaro alle imprese.
Risultati per l’economia reale:
• anche uno Stato con alto indebitamento come il nostro può beneficiare della lo Stato italiano la sospensione del Patto di Stabilità può indebitarsi di più senza rischiare la bancarotta e pagando tassi d’interesse molto più bassi;
• le banche possono dare più liquidità alle imprese e sospendere i mutui;
• i creditori possono andare in banca e scontare le fatture non pagate.

2. Rilassamento della sorveglianza bancaria della BCE

La sorveglianza bancaria europea attuata dalla BCE prevede, tra l’altro, che per poter operare ed erogare prestiti le banche debbano rispettare una ratio di capitale minimo prevista da Basilea III e che non possono detenere quote eccessive di crediti deteriorati (crediti che non vengono rimborsati).
Questi criteri sono stati resi più flessibili dalla sorveglianza bancaria riguardo al capitale minimo necessario per erogare prestiti alle PMI, alla qualità dei crediti detenuti dalle banche e all’analisi che le banche devono fare sul rating delle imprese.
Ad esempio, la BCE ha previsto che, in caso sospensione dei mutui non ci sarà una classificazione negativa dell’impresa.
L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha, inoltre, confermato che la banca potrà valutare la situazione del cliente nel lungo periodo.
Risultati per l’economia reale:
Possibilità delle banche di erogare più credito e sospendere i mutui più facilmente.

3. Più prestiti con garanzie pubbliche europee: ruolo della BEI e di COSME

La Banca Europea d’Investimenti ha proposto una nuova linea di credito di 200 miliardi approvata dall’Eurogruppo possibile grazie a garanzie sui bilanci nazionali dei Paesi Ue. E’ un forma di mutualizzazione dei debiti e solidarietà europea.
Questo potrebbe aiutare lo Stato italiano a fornire garanzie pubbliche per prestiti ponte alle imprese a lunga scadenza in sinergia con la Cassa Depositi e Prestiti.
La Commissione metterà a disposizione, attraverso i programmi COSME e Innovfin, 1 miliardo dal bilancio dell’UE come garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti in modo da facilitare la liquidità per PMI e imprese a media capitalizzazione, con conseguenti mobilitazione di 8 miliardi di finanziamento del capitale d’esercizio a sostegno di almeno 100000 imprese.

4. Sospensione del Patto di stabilità

Lo Stato e le regioni possono aiutare la sanità, i lavoratori, le impese, senza dover rispettare le regole di bilancio, ossia potendo indebitarsi e fare nuovo deficit.
Grazie a questa sospensione il Governo ha già stanziato finora 50 miliardi.
L’emissione di nuovo debito da parte dell’Italia può essere fatta a interessi tenuti sotto controllo dai massicci acquisti di titoli italiani garantiti dalla BCE.

5. Molta più flessibilità sulle regole di aiuti di Stato

L’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del TFUE prevede che in situazioni economiche particolarmente gravi, le norme dell’UE sugli aiuti di Stato consentono agli Stati membri di concedere sostegno per porre rimedio a un grave turbamento della loro economia.
Su questa base, la Commissione è pronta a collaborare con l’Italia sulle ulteriori misure che potrebbero rendersi necessarie.
Conseguenze per l’economia reale:
Stato e regioni possono aiutare sanità, lavoratori e impese senza violare le regole di concorrenza Ue.

6. Utilizzo immediato dei Fondi strutturali Ue ancora disponibili

L’Ue, con il Corona virus response investment initiative (CRII), ha deciso di mobilitare le risorse ancora disponibili nel bilancio europeo per dare agli Stati membri tutto il sostegno di cui necessitano per la risposta immediata alla crisi del coronavirus e per il rilancio dell’economia.
L’iniziativa europea include l’anticipazione dei pagamenti e il riorientamento dei fondi di coesione e l’assistenza agli Stati membri nel convogliare i fondi dove sono più necessari il più rapidamente possibile.
In particolare, la Commissione propone di mobilitare le riserve di liquidità provenienti dai Fondi strutturali. Questo consente di dare liquidità immediata ai bilanci degli Stati membri.
Per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Sono i finanziamenti del Programmi operativi regionali (Por) e nazionali (Pon).
Grazie alla regola conosciuta come N+3, che consente di utilizzare i fondi entro tre anni dall’impegno a bilancio, le spese potranno essere certificate alla Commissione europea entro la fine del 2023.
La Commissione consentirà l’ammissibilità di tutte le spese connesse alla crisi, applicando la massima flessibilità sulle norme. Questo significa che tutte le risorse potranno essere riassegnate per: sanità, sostegno alle PMI e mercato del lavoro, senza bisogno di confinanziamento nazionale e in qualsiasi parte del territorio italiano.
In particolare, la Commissione non chiederà all’Italia di rimborsare gli 8 miliardi di prefinanziamenti non spesi nell’ambito dei Fondi strutturali europei per il 2019. Dati i tassi medi di cofinanziamento dell’Italia, questi 8 miliardi saranno in grado, combinati con il cofinanziamento di 29 miliardi a carico del bilancio dell’UE, di mobilitare complessivamente un sostegno di bilancio dell’UE pari a 37 miliardi.
Ad esempio l’Italia può già adesso:
• usare il FESR e FES per acquisto di dispositivi sanitari e di protezione, prevenzione delle malattie, sanità elettronica, dispositivi medici (compresi respiratori, maschere e simili), sicurezza dell’ambiente di lavoro nel settore dell’assistenza sanitaria e garanzia dell’accesso all’assistenza sanitaria per i gruppi vulnerabili;
• ricorrere al FESR per aiutare le imprese a far fronte agli shock finanziari a breve termine, ad esempio garantire prestiti alle PMI;
• ricorrere al FES per sostenere temporaneamente regimi nazionali di lavoro a orario ridotto, per aiutare ad attenuare l’impatto dello shock;
La proposta della Commissione è stata resa possibile da una modifica legislativa già approvata dall’ultima sessione straordinaria del Parlamento europeo che si è tenuta il 26 marzo.

Grazie a questo riorientamento di fondi è stato possibile, ad esempio, stanziare 50 milioni per aziende italiane che dovevano riconvertire la loro produzione.
Sara anche possibile aiutare agricoltori e pescatori.
In concreto la Commissione propone di rendere più flessibile l’utilizzo dei fondi per la Politica Agricola Comune (PAC). Verranno proposte a breve una serie di misure per assicurare agli agricoltori ed agli altri beneficiari della Politica agricola comune il pieno supporto della PAC, per esempio concedendo più tempo per presentare le domande di accesso ai fondi e per consentire alle amministrazioni di elaborarle, aumentando gli anticipi per i pagamenti diretti e per i pagamenti dei fondi per lo sviluppo rurale, assicurando la semplificazione dei controlli e la riduzione del fardello amministrativo.
Secondo dati della Commissione europea, il 93% dei 100 miliardi del fondo europeo per lo sviluppo rurale 2014-20 sono già impegnati (83% a livello dei beneficiari), i restanti 7 miliardi possono essere usati per nuove misure. Per l’Italia i fondi Ue non impegnati dovrebbero attestarsi tra 1 e 1,5 miliardi, cui vanno aggiunti i contributi nazionali e regionali.
Il Fondo europeo per gli affari marittimi (PESC), consentirà all’Italia di fornire supporto:
• ai pescatori che hanno dovuto bloccare la loro attività;
• alle imprese di acquacultura che hanno visto una sospensione o riduzione della loro attività;
• alle organizzazioni di produttori per procedere al temporaneo stoccaggio di prodotti della pesca e dell’acquacultura.

7. SURE e le altre misure a sostegno del lavoro

Mercoledì 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione (acronimo di Support to mitigate unemployment risks in emergency).
Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro PIL, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali o schemi simili di protezione dei posti di lavoro.
Raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi ai Paesi che ne hanno bisogno prestiti con scadenze a lungo termine. Questo è un grande vantaggio per l’Italia che potrà indebitarsi a tassi molto più bassi per aiutare i lavoratori e riceverà prestiti in proporzione molto più importanti rispetto alla garanzia fornita sul suo bilancio nazionale.
Anche qui, dunque, siamo in presenza di una mutualizzazione dei debiti e di una solidarietà nei confronti degli Stati più indebitati.
La durata delle obbligazioni dovrà essere decisa singolarmente per ogni Paese dal Consiglio, ma nel regolamento è già previsto che ogni anno non potrà essere rimborsato più del 10% del debito, il che “fa capire che potrebbe essere nell’area dei dieci anni” o più.

Oltre a SURE si potrà utilizzare il FES per il reinserimento nel mercato del lavoro di lavoratori dipendenti che perderanno il posto, e autonomi, anche in modo diretto.

8. Fondo di solidarietà europeo

Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà dell’UE – lo strumento di sostegno ai paesi colpiti da calamità naturali – per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale.
La misura odierna permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.
Potrà essere utilizzato per imprese in difficoltà, per le emergenze pubbliche e le operazioni di recupero, come il ripristino delle infrastrutture, la pulizia di aree e le sistemazioni temporanee per le persone. Le norme verranno estese per includere l’assistenza alla popolazione in caso di crisi sanitarie e per coprire le misure di contenimento di malattie infettive.

9. Libera circolazione delle merci e delle persone e appalti comuni
La Commissione Ue sta evitando che si blocchi la libera circolazione di beni essenziali, a cominciare dal materiale medico come mascherine o ventilatori per gli ospedali.
Deve anche evitare che si formano code ingestibili (superiori ai 15 minuti) alle frontiere che possono creare problemi di approvvigionamento alimentare o di altri beni essenziali.
La Ue sta anche coordinando e finanziando il rientro degli europei ai loro rispettivi domicili.
La Commissione Ue ha lanciato appalti internazionali per l’acquisto in comune, a prezzi più convenienti di materiale medico, quali mascherine, ventilatori o guanti.
In parallelo la Commissione ha stimolato la produzione di mascherine, respiratori e altri dispositivi di protezione individuale e ha costituito una scorta strategica (come parte dello strumento rescEU) di attrezzature mediche, tra cui ventilatori e mascherine protettive, per aiutare i paesi dell’UE nel contesto della pandemia di COVID-19. Sono state bloccate le esportazioni di dispositivi medici al di fuori dell’UE.

10. Aiuti alla ricerca

L’Ue tramite il programma Orizzonte 2020 sta sostenendo network di centro di ricerca che sono in prima line per trovare il vaccino e cure efficaci contro il Covid 19.
Ecco alcuni esempi di iniziative già intraprese:
• sostegno fino a 80 milioni al lavoro della società CureVac, basata a Tubinga, impegnata nello sviluppo e nella produzione di vaccini anti-Coronavirus;

• 164 milioni per start up innovative che progettino idee innovative per rispondere all’emergenza Covid-19;

• 137,5 milioni nel quadro dell’invito di emergenza a manifestare interesse per la ricerca e l’innovazione urgenti sul coronavirus. Questi progetti consentono a 140 équipe di ricerca in tutta Europa di lavorare insieme per fronteggiare la pandemia di coronavirus;

• Altri 90 milioni sono stati stanziati per l’iniziativa di innovazione medica con l’industria farmaceutica

Infine, gli scienziati del Centro Comune di ricerca (JRC) hanno sviluppato un materiale di controllo positivo per facilitare il controllo di qualità della rilevazione del SARS-CoV-2 nei laboratori di analisi. Esso permette alle imprese che producono test e ai laboratori di analisi di verificare i loro kit diagnostici: se i loro test non rilevano il materiale di controllo, non rileveranno neppure il virus reale.

Conclusioni

Nessuno si salva da solo. Senza l’UE l’Italia non ce la farebbe.
È positivo che sia stato preso un impegno da parte dei vertici delle istituzioni Ue a fare tutto quanto necessario per fronteggiare questa emergenza.
Siamo a un bivio storico da cui l’Europa può uscire rafforzata o rischiare l’inizio di un processo di disgregazione che mettere in pericolo anche il mercato europeo. Tutti gli Stati Ue hanno molto da perdere da un venir meno del principio di solidarietà in un momento così delicato.

Serve più Europa nella protezione civile, nella tutale della salute, nel coordinamento delle politiche economiche, nel sostegno alla ripresa economica.
La sospensione del patto di Stabilità e delle regole sugli aiuti di Stato rendono anche importante la salvaguardia di un level plain field tra imprese che operano nello stesso mercato europeo e che devono poter beneficiare di aiuti e condizioni di accesso al credito analoghi. Per questo è fondamentale un grande fondo europeo che aiuti lavoratori e imprese in tutti i Paesi Ue indipendentemente dal loro indebitamento e dalle risorse nazionali disponibili.

Si sta lavorando a prestiti europei a lungo termine garantiti dai 410 miliardi disponibili del Meccanismo Europeo di Stabilità dati con condizioni minime, a maggiori prestiti BEI garantiti dal bilancio nazionali e a un bilancio Ue più robusto. Ma serve qualcosa in più.
Vedremo cosa decideranno i leader europei nei prossimi giorni anche sulla base della posizione dell’Eurogruppo del 7 aprile.

Il decreto scuola che mortifica il merito

L’altro ieri, il Consiglio dei Ministri, ha deciso come disciplinare la valutazione finale degli alunni e le modalità di svolgimento degli esami di Stato del primo e secondo ciclo. Insomma, la impossibilità di concludere l’anno scolastico a causa della pandemia, ha determinato la scelta di promuovere gli studenti per decreto, mortificando uno dei valori costituzionali: il merito.

Credo che la scelta non è stata sufficientemente ponderata, è stata una opzione pedagogicamente sbagliata nei confronti di ragazzi che oltre ad istruirsi hanno bisogno anche di essere educati alla idea che ogni passaggio della loro storia di ‘educazione’ deve essere una esperienza pienamente guadagnata. Si parli invece di ammissione necessitata con riserva degli alunni alla classe successiva. Ad esempio, a partire dal primo settembre 2020, data indicata dal decreto, si svolgano, invece, attività di consolidamento e recupero delle lezioni del secondo quadrimestre scolastico di quest’anno, e si evidenzino i debiti accumulati fino ad allora, di cui si dovrà tenere presente nella valutazione del prossimo anno scolastico.

Poi nel contempo, si riconoscano i crediti agli studenti che comunque si impegnano in questi mesi a studiare con profitto, in molti casi ovviando alle stesse negligenze del sistema scolastico, ricorrendo a modalità di studio e di ricerca. Per questi studenti occorre dunque riconoscere una accelerazione negli studi, premiando il loro talento e merito, indicando implicitamente che talento e merito sono leve fondamentali per lo sviluppo economico, civile, democratico del nostro Paese.

Poi, secondo me, la scelta fatta per gli esami di Stato è persino peggiore in considerazione che in Italia ha valore legale. Questi studenti, certamente non torneranno, passata l’estate, e dopo essere ammessi ed ottenuto il titolo di studi per le integrazioni. Perché dovrebbero poi tornare per recuperare la preparazione saltata? Voglio sperare che si possa essere ancora in tempo per correggere questi ‘segni’ negativi per i nostri giovani. Neanche nei mesi più tormentati della seconda guerra mondiale si adottarono criteri blandi di valutazione, nella impossibilità di fare gli esami.

Era l’inizio dell’estate 1943, ed a seguito dei bombardamenti a tappeto sulle Città, si saltarono gli esami di Stato. Per la promozione o no degli studenti, si tenne conto del profitto acquisito nel terzo trimestre. Credo che la scelta fu proprio quella di premiare il merito è di non dare esempi lassisti ai giovani di quell’epoca.

La memoria che si rinnova. Alcide De Gasperi.

Pubblichiamo su invito  dell’amico Luigi Bottazzi, autore di un libro interessante sulle omelie dedicate a De Gasperi, la recensione scritta da Ruggero Orfei. 

In realtà, la presenza di De Gasperi in noi non è solo memoria, ma anche una proposta politica storica e morale, ancora vitale  e costituisce anche un sostegno culturale.

Le riflessioni che si propongono adesso con l’occasione di una lettura e quindi di un commento di un libro, assumono l’aspetto di una accensione di luci su una figura che ancora oggi si propone nella realtà politica italiana e mondiale. Per non dire della realtà istituzionale in cui “partecipazione” cristiana è cosa forte e imponente.

L’occasione è il volume elaborato di Luigi Bottazzi La Memoria che si rinnova, raccolta di documenti e di omelie delle messe celebrate a Reggio Emilia in memoria di Alcide De Gasperi…” (ed. Bizzocchi, Reggio Emilia 2019), in cui i testi espongono aspetti sia di azione politica sia di vita spirituale del grande statista trentino. Di questi si può dire e ripetere, che la sua vita sembra inesauribile quale sorgente, di motivazioni, indicazioni, sofferenze e proposte per un tempo difficile e comunque pieno di speranza.

Osservo subito che nella comune opinione sembra tuttavia acquisita un’idea dominante dell’europeismo di De Gasperi come di una prospettiva tributaria della guerra fredda e del bipolarismo in cui sembra la si voglia incapsulare. Sono però formulazioni della propaganda e poco controllate dalla storiografia preoccupata soprattutto se non esclusivamente, del dato registrato e documentato e non anche dell’intima “verità” complessa che il personaggio ha espresso e che può esprimere ancora. 

Il fatto serio e forse grave è che nella prospettiva di una costruzione europea che oggi, improvvisamente, sembra tormentata, emergono traguardi di altissimo rilievo che giungono comunque a “interessare le tasche”, e insieme le ragioni di un impegno che hanno bisogno di una giustificazione più ampia. Una giustificazione che non è solo economica, anche se talora, erroneamente, sembra essere la sola a valere, ma culturale e politica su un fondale che ritorna a essere tecnicamente strategico, e quindi di prospettiva.

La condizioni politica del mondo, in questi decenni, seguendo le necessità di affermazione di potenza unitaria della comunità europea, ha accentuato purtroppo l’interesse per la materialità della possibile Unione. Si coglie, però, un malessere dovuto all’insufficiente capacità di persuasione di un disegno che impone sacrifici e scelte morali sulla convivenza tra popoli, etnie, diversità di ogni genere, cioè una “dedizione”. 

Il richiamo ai padri fondatori dell’Unione europea, e a De Gasperi in particolare, diventa adesso essenziale per coglierne le intime sollecitazioni che lo portarono a intendersi, in un disegno di solidarietà anche umana con Schuman e Adenauer. Per De Gasperi l’unità europea non trovava una base e una giustificazione nella guerra fredda e risaliva invero a una cultura politica e della pace che precedeva l’esplosione della prima guerra mondiale. In particolare già allora (1911) De Gasperi riteneva che una giustificazione dell’azione dei cattolici fosse la cooperazione internazionale, l’unione continentale e l’azione per la pace.

Se si trascura questo dato che si coniuga con le impostazioni del primo e del secondo dopoguerra, si corre il rischio d’accettare la “decadenza” anche per l’Europa di una necessità che pareva fondata sulla divisione del mondo (e dell’Europa) in blocchi militari contrapposti e ostili: il rischio è di coinvolgere nella crisi del post-comunismo, tipica di tante istituzioni della fase tramontata, anche l’Unione Europea. In realtà De Gasperi e con lui la Dc aveva pensato alla federazione europea prima che la guerra fredda assumesse i caratteri di divisione morale e psicologica (più che militare) che assunse negli anni fino alla crisi dell’Unione sovietica.

C’è una corrente di propaganda che collega l’azione di De Gasperi e del suo partito, e con essi dei governi che sono seguiti, esclusivamente all’atlantismo, ignorando tutti i problemi e le difficoltà che caratterizzarono la nostra partecipazione alla Nato. Questi aspetti restano essenziali anche nel poi. La verità è che l’Alleanza atlantica fu certamente indispensabile strumento anche per la politica di De Gasperi. Va aggiunto e chiarito però che proprio la divisione del mondo in blocchi e l’elaborazione – che crebbe nel tempo e non fu una costruzione bella e compiuta in un attimo – dell’atlantismo accentuava il valore costruttivo e positivo dell’europeismo di De Gasperi.

Lo statista trentino riteneva che nell’alleanza atlantica non ci dovesse essere solo la gamba americana a reggere il peso della difesa occidentale, ma anche quella europea. Non solo, ma l’Europa unita avrebbe dovuto dare un contributo originale alla cooperazione internazionale, non solo per evitare un conflitto, ma anche per rimuoverne le cause. 

La difficile linea di De Gasperi è rimasta alla base delle impostazioni successive dei democratici cristiani e dei governi da loro guidati. A molti appare ancora oggi una linea di doppiezza non l’essersi schierati in maniera ottusa a favore non di un’attenuazione dei conflitti, ma della loro esasperazione. Il dato essenziale è che De Gasperi e il suo insegnamento si collocano in un’area che si era formata prima della calata della cortina di ferro.

Oggi riprendere in mano l’insegnamento di De Gasperi proprio sulla questione della costruzione europea appare essenziale proprio per le difficoltà che si incontrano nella formulazione di un’architettura politica del nuovo edificio. L’enfasi posta sull’economia non è stata una deviazione in senso proprio rispetto alla linea dei tre fondatori dell’Unione, che cominciarono essi, proprio con la Ceca (carbone e acciaio), a dar vita a un’entità europea. Ma essi non pensarono mai che ci fosse un effetto di trascinamento meccanico e materiale da parte dell’economia rispetto all’edificazione politica e istituzionale. Occorre ribadire che esisteva per loro una contemporaneità delle scelte istituzionali ed economiche, e non si sarebbero mai acconciati a seguire il traino delle questioni monetarie. 

Oggi non siamo certo a un anno zero dell’europeismo, ma a un passaggio difficile, per il cui superamento un ricorso ai maestri non è affatto un lusso inutile, ma una necessità. Per capire e per farsi capire. Non è che oggi si proponga un giudizio su De Gasperi, ma la ricerca di una valorizzazione comprensibile per le presenti generazioni, di cittadini di varie collocazioni, attitudini e convinzioni. In questo senso le offerte tematiche che ci fa Luigi Bottazzi nel suo libro sono quanto mai opportune e attuali per la domanda di chiarimento che alla fine esigono.

Secondo una certa letteratura politica anche “degasperiana”, ma incardinata in una struttura logica solo “democristiana” più che democratica e cristiana, non sempre si coglie una peculiarità di una visione innovativa valida anche oggi. Non si afferra cioè il nucleo essenziale del ruolo e della presenza storica di un personaggio che confesso di aver sentito anche come mia appartenenza non soltanto politica, ma morale e culturale.

Si è legato l’uomo a un cliché di abilità di scelte politiche, di guida politica di un movimento, di capacità di distribuire i compiti secondo competenza. Si è trascurato l’elemento di fondo di una testimonianza e fedeltà a istanze popolari, di crescita umana non solo italiana e nazionale.

Un caso particolare è offerto di una posizione forse notoria ma non nota abbastanza nel suo significato. Si tratta del tema della collocazione della Democrazia cristiana in ordine al suo essere una entità di impegno storico e di rappresentanza sociale che lo metteva in una posizione originale soprattutto rispetto alla proposta comunista. De Gasperi rispondendo a una domanda da che parte sociale la Dc si sarebbe collocata, ebbe a dire: “Noi ci siamo definiti un partito di centro che si muove verso sinistra”. Lo disse in un discorso al Consiglio Nazionale della DC del 31 luglio 1945. Il concetto lo aveva ribadito anche più tardi alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile 1948. De Gasperi in questa seconda occasione, rispondendo a una domanda sulla differenza col Pci disse:”Mi riferisco a tutto il programma cristiano-sociale in materia ricordando  che siamo un partito di centro che cammina verso sinistra” (Intervista al “Messaggero” del 17 aprile 1948). La signora Maria Romana De Gasperi nella biografia del padre non dice cammina, ma “marcia”, con un peso anche più significativo. Sebbene i testi siano chiari anche si è continuato a ripetere che la Dc “guarda“ a sinistra.  

Si è trattato di una depurazione storica significativa, perché si è cercato di attenuare il “dato sociale” dell’impegno politico di De Gasperi che aveva un’idea della collocazione del partito nella società non di tenuta conservatrice.

L’idea di Bottazzi di mettere insieme oggi le omelie e le commemorazioni su De Gasperi risulta molto opportuna, perché i vescovi e i sacerdoti che hanno contribuito ciascuno per suo conto a far luce sulla personalità del leader trentino hanno forti coincidenze tematiche che nella brevità dei singoli interventi, danno un quadro complessivo, ma abbastanza unitario, di una figura che alla fine è del tutto eccezionale. 

In realtà l’insieme degli interventi, delinea un quadro biografico complesso, ma esatto, che dagli inizi della carriera pubblica del leader democratico cristiano, giunge alla sua, a dir poco, clamorosa morte. Clamorosa perché è l’insieme che porta a farci vedere una passione politica che non è di partito e neppure di movimento ideologico, di grande prospettiva. Una prospettiva legata alla creazione di un vero Stato europeo repubblicano, ancorato a una tradizione storica solida, con una vera passione per la libertà che De Gasperi vedeva ancora in pericolo. 

Il suo pianto, tuttavia, per la bocciatura della Comunità europea di difesa significa molto di più di una nota quasi solo letteraria.  La CED fu un progetto politico che rimase nella mente dello statista morente un’idea ferma, radicata e amata quanto sofferta e alla fine persino sconfitta. 

De Gasperi risulta il politico che da cristiano non propone una forma nuova di apostolato innervato nell’Azione cattolica storicamente ben definita, ma come missione di un personaggio che si sente investito senza dubbio di un “istinto missionario”, cogliendo tuttavia  nella elaborazione di strutture temporali molto più di una politica legata a un programma nazionale cattolico. In De Gasperi il superamento dei vecchi “steccati” (come egli stesso definì certi rimpianti confessionali) tra clericali e anticlericali rimase un impegno anche programmatico. Comunque la passione di De Gasperi non è quella di elaborare percorsi religiosi nell’azione politica, anche se la religiosità resta il motivo di fondo di una missione.

In questo senso anche i discorsi di De Gasperi mettono sempre in luce un non senso di certe divisioni. A voler fare confronti dovremmo mettere in evidenza che De Gasperi prefigura il discorso di Giovanni Battista Montini, (ancora vescovo) nel suo famoso, ma non abbastanza noto discorso in Campidoglio. 

La fine del temporalismo può essere oggetto di ricerca storica ma non la base per una prospettiva nuova, su una “base storica” creata dalla terribile guerra che pure pare un punto di partenza inedito per andare oltre ogni lacerazioni religiosa, politica e morale. La democrazia predicata da De Gasperi appare ancorata all’insegnamento di Tommaso d’Aquino, la stessa che era stata espressa nella elaborazione di Maritain che pare essergli presente, dovuta anche a conoscenze e approfondimenti della sua attività professionale nella Biblioteca apostolica Vaticana.

L’utilità del libro di Bottazzi serve per una riflessione non nuova, ma rivissuta al presente, di un messaggio che conserva la freschezza di una”invenzione“ politica – quella di Alcide De Gasperi –  di cui non si è ancora verificata la profonda ed estesa ricchezza teorico-pratica.

                                                                  

Quale ripresa dopo l’emergenza?

Nel Paese qualcuno parla sottovoce di “fase due”, e cioè di avvio di ripresa. Ancor più timidamente qualcuno esprime sommesse critiche alla gestione della crisi interamente affidata ai virologi, senza coinvolgere anche medici igienisti, specialisti della medicina degli ambienti di lavoro, della vita collettiva, della scuola. Ancor più sommessamente si fanno analisi statistiche, per distinguere, ad esempio, tra il tasso di letalità (morti per numero di malati specifici) e il tasso di mortalità (morti sul totale della popolazione), o per valutare il numero dei contagiati nella popolazione, o altro. E ancor meno si ragiona sul serio fra le diverse strategie operative di due Regioni contigue – la Lombardia e il Veneto – dove la seconda con una più tempestiva azione di analisi dei territori e degli ambienti ha di fatto arginato e limitato drasticamente la contagiosità e la diffusione della pandemia. Forse perché sono due Regioni a guida leghista e nessuno vuole dire che anche importanti amministratori leghisti possono sbagliare in modo rilevante?
Questa assenza di confronto civile e politico dovrebbe far comprendere la gravità della nostra situazione e spingere le istituzioni, tutte le istituzioni ad un impegno più intenso, avvalendosi anche di competenze tecniche, ma certo non delegando a queste le risposte che i cittadini attendono.

Dopo quasi 12 anni di crescita debolissima il nostro Paese ha avuto un colpo che potrebbe rivelarsi davvero pericoloso per la nostra società e la nostra economia. Tra le macerie materiali e sociali De Gasperi ebbe la precisa idea politica di appellarsi anzitutto ai cittadini, al loro spirito di iniziativa, alla loro speranza individuale, per suscitare quell’indispensabile moto di speranza e di iniziativa collettiva che fu il vero motore della ricostruzione. Non si trattava di un appello retorico, ma di un investimento di fiducia nel Paese stesso, nelle sue energie vitali e nella sua genialità. Dunque molta, molta meno burocrazia, più fiducia nella capacità dei singoli di risollevarsi, più sostegni dello Stato all’iniziativa dei singoli (intesi come imprese e come comunità di persone). Aldo Moro spesso ammoniva sul fatto che lo sviluppo economico non si potesse favorire con i soli strumenti dell’economia.

Bisogna dunque credere fortemente nella tenuta e nella crescita democratica del paese e delle sue istituzioni democratiche. Per questo il Parlamento, come la assemblee regionali e comunali, dovrebbero subito riaccendersi e prendere la responsabilità di confrontarsi, di convergere e di indicare le diverse rotte da seguire, a livello generale e nei singoli territori. Guai a pensare di delegare ai tecnici quelle che devono invece essere risposte e obiettivi politici.
Non serve solo un elenco di cose da fare, ma precisi progetti, priorità e capacità di attuarli. Per definire questo occorre una forte convergenza politica, una fase di collaborazione intensa nella quale le forze politiche dovrebbero mettere da parte ogni animosità e propaganda, per esprimere invece il meglio di se stesse.

Credo però che si debba anche avere, come De Gasperi e Moro, una chiara visione della società nel suo insieme, della sua capacità di riprendersi soprattutto con il risveglio delle proprie intime energie. Occorrono oggi molte energie, anche nuove energie motivate per rianimare rapidamente un Paese notevolmente invecchiato e provato. E dove reperirle se non richiamando in Italia dall’estero – con un vero appello nazionale e imponenti misure di agevolazione al rientro – migliaia e migliaia di ex giovani italiani, per impegnarli non solo nella ricerca, ma anche nella piccola e grande impresa, nelle pubbliche amministrazioni, nella vita professionale e civile. Chi è stato 10-15 anni fuori porta esperienza e competenza concreta. Ha idee ed energie per cambiare subito, per dare attuazione a molte nostre riforme sociali rimaste inerti nelle loro parti più innovative. Sarebbe anche una potente iniezione di fiducia e di coesione sociale. Fattori assai più importanti di nuove altre leggi e/o regole.

Analogamente sarebbe finalmente urgente una forte politica per la vitalità familiare, ma anche una rinascita di molte comunità locali e villaggi attraverso una intelligente gestione dei flussi di immigrazione. Senza energie fresche è davvero difficile rianimare un corpo anchilosato, impaurito e provato.
Dobbiamo sempre ancorarci alla nostre forte e incisiva Costituzione, per proseguire nel cammino democratico di una sua piena attuazione. Il ruolo dei cittadini e delle loro formazioni sociali sono le fondamenta più solide e radicate della nostra originale democrazia, del nostro assetto pluralista di autonomie sociali e locali.

In questo quadro si potrebbe anche valorizzare l’impegno del Cnel sulla scia di quanto preannunciato nei giorni scorsi dal suo Presidente, Tiziano Treu. Non si tratta certo di fare elenchi di proposte, o di riunire gruppi di studio. Negli ultimi 25 anni di difficoltà politiche nel nostro Paese è stato già detto e proposto tutto. La sfida vera perciò non è quella di pensare al Cnel come ad un centro studi, ad un laboratorio di esperti solo più rilevante perché espressi dalle categorie economiche e sociali. Tutto questo serve, ma ciò che serve ancor di più è rilanciare un ampio processo politico e istituzionale, all’interno del quale il Cnel possa esprimere la sua capacità di accompagnare, implementare, affinare, monitorare, verificare i processi di riforma e di cambiamento concreto. Occorrerebbe che le forze politiche condividessero rapidamente – e con metodo democratico – alcune priorità, le confrontassero con le forze sociali organizzate, e poi affidassero al Cnel il compito di aiutare la comprensione, la declinazione di queste misure nei diversi territori, nelle diverse pieghe della società, riportando costantemente al Governo e al Parlamento i suggerimenti e le proposte per migliorane e accelerarne l’efficacia.

Già negli anni novanta il Cnel si era mobilitato in queste reti di relazioni con i diversi territori, con tanti ambiti e gruppi sociali ai margini perché esclusi dalla rappresentanza organizzata. Aveva dimostrato una tale efficacia da spingere una politica allora, ancora molto ideologizzata, a progettare di cancellare il Cnel stesso perché in fondo svolgeva funzioni istituzionali che la stessa politica indebolita e impoverita non riusciva più ad assicurare dopo la morte dei partiti.

Il Cnel è parte della governance democratica pensata e voluta dai costituenti. Se ne può però richiamare una efficace funzionalità solo in una quadro complessivo di rilancio della iniziativa di tutte le Istituzioni della Repubblica. Per fare questo occorre davvero un nuovo e intenso spirito unitario di ripartenza e di speranza, per una nuova stagione di crescita sociale e civile.

Il “salva imprese” un buon provvedimento a cui servono miglioramenti

Il Decreto Legge varato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri, il cosiddetto salva imprese, è senza dubbio una buona iniziativa che contribuirà al rilancio delle attività produttive del Paese. Con questa decisione si è dimostrato come sia possibile, anche con la collaborazione di tutti, comprese le forze dell’opposizione e le associazioni di categoria, conseguire risultati positivi.

Però, questo provvedimento potrà conseguire gli obiettivi che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato e cioè di dare rapidamente liquidità alle imprese, solo se le procedure in capo al mondo bancario che istruirà le richieste di finanziamento e alla Sace per il rilascio delle relative garanzie, unicamente se saranno nella condizione di operare con la efficacia e velocità per dare immediata liquidità alle imprese.

Ma il DL prima di essere definitivo, dovrebbe essere modificato nella parte riguardante la durata del finanziamento portandolo da 6 a 10 anni per consentire maggior respiro finanziario alle aziende interessate.

E, specialmente, dare migliori indicazioni sulle modalità di istruttoria da parte degli istituti bancari per evitare equivoci interpretativi che non andrebbero nel verso della velocità di accreditamento delle risorse al mondo produttivo.

Diversamente le finalità del provvedimento legislativo verrebbero profondamente vanificate, procurando ulteriori difficoltà di struttura finanzia alle diverse aziende produttive. Specialmente nei confronti della attività turistiche che ancora non sanno quando e come potranno ripartire con la stagione estiva. Quindi miglioramenti al DL che diano fiducia e prospettive di sviluppo alle aziende del nostro Paese.

La Pasqua ai tempi del Coronavirus

In una nota trasmissione televisiva Massimo Cacciari auspicava la riapertura, nel rispetto del distanziamento sociale e dei dettami governativi, delle librerie, definite dal filosofo “luogo terapeutico per la nostra anima”. In realtà la dimensione culturale sembra essere una chiave di rinascita e di riscatto del Paese più importante di quella spirituale. Il processo di secolarizzazione ha ormai sostanzialmente depennato l’argomento religioso dal dibattito pubblico, relegandolo a un sentimento privato. Invece la religione è sempre stato un collante di tenuta del corpo sociale.

Come ha ricordato Antonio Polito sul “Corriere della Sera”, il fondatore della sociologia Emile Durkheim definiva la religione “una cosa eminentemente sociale”, il modo con cui la comunità costruiva la propria rappresentazione collettiva. Gli uomini sono sempre stati alla ricerca di elementi simbolici e di senso per la propria vita e la religione è sempre stato uno di essi. Durante la settimana Santa, sorge spontanea una domanda. Al netto delle limitazioni e dei disagi imposti dal Coronavirus, si può delegare il senso (profondo e simbolico) del mistero Pasquale ad una diretta streaming? 

Come sappiamo, la Messa è una celebrazione a cui si partecipa, ha bisogno di uno spazio fisico e della presenza fisica del celebrante e dei fedeli. Certo, le nuove piattaforme ci vengono in soccorso in queste settimane di lockdown per poter svolgere una serie di attività a distanza, dalla frequenza scolastica a quella lavorativa, dai contatti con amici e familiari ai tutorial sui temi più disparati. Ma si può credere seriamente che la messa in remoto abbia lo stesso valore “spirituale” di quella in loco? 

Bene hanno fatto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a stigmatizzare le dichiarazioni di Salvini (sulla Pasqua a chiese aperte). E’ evidente come la tutela della salute pubblica sia un interesse primario rispetto alla partecipazione ecclesiale. Allo stesso tempo, appare necessario aggiornare un po’ il repertorio, oltre ai generici appelli sulla bontà dello “stare a casa” e sulla rivalutazione della preghiera personale, che si potrebbe fare “anche in bagno o in cucina”, come suggerito da Rosario Fiorello.

Economia: Istat, per l’emergenza Covid-19 “shock generalizzato, senza precedenti”.

Lo scenario internazionale è dominato dall’emergenza sanitaria. Le necessarie misure di contenimento del COVID-19 stanno causando uno shock generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l’offerta sia la domanda.

La rapida evoluzione della pandemia rende difficile rilevare l’intensità degli effetti sull’economia reale con gli indicatori congiunturali la cui diffusione avviene con un ritardo fisiologico rispetto al mese di riferimento.

Le prime indicazioni disponibili sull’impatto economico in Italia provengono dal clima di fiducia di famiglie e imprese, che a marzo ha segnato una forte e diffusa flessione, e dai dati riferiti a febbraio sul commercio estero extra Ue e le vendite al dettaglio.

Il commercio extra Ue è stato fortemente influenzato dal calo delle esportazioni verso la Cina, mentre le vendite al dettaglio hanno mostrato un deciso aumento trainato dagli acquisti di beni alimentari.

L’inflazione si è approssimata allo zero per i ribassi delle quotazioni dei beni energetici collegati al crollo di quelle del petrolio. La crescita dei prezzi al consumo nell’area euro si è confermata più elevata di quella italiana, ma anch’essa in decisa attenuazione.

Coronavirus: a rischio crack 4 cantine su 10

Brusco crollo del fatturato in quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) con l’allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone per un giro d’affari di 11 miliardi. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti che ha elaborato un piano salva vigneti per far fronte alle gravi difficoltà generate dall’emergenza coronavirus.

A pesare sulla mancata vendita dei vini di qualità secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ è stata la chiusura forzata di alberghi, agriturismi, bar, e ristoranti avvenuto in Italia e all’estero con un forte calo delle esportazioni, aggravato anche dalle difficoltà logistiche e della disinformazione in un settore in cui le spedizioni fuori dal confine nazionale hanno raggiunto nel 2019 i 6,4 miliardi di euro, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale.

Senza vendite – precisa la Coldiretti – le aziende non riescono a far fronte ai pagamenti e a finanziare il ciclo produttivo che, dalla campagna alla cantina, non si puo’ fermare. Le misure messe in campo con il blocco delle rate di mutui, prestiti, tasse, contributi sono certamente utili ma non bastano ed è indispensabile – chiede Coldiretti – mettere a disposizione delle aziende vitivinicole liquidità sotto forma di prestiti a lunga scadenza a tasso zero e garantiti dallo Stato, pari ad una percentuale del fatturato dell’anno precedente, da erogare attraverso una semplice richiesta alle banche. Un intervento veloce e semplice che dovrebbe essere garantito indipendentemente dalla dimensione aziendale al quale va aggiunta – precisa la Coldiretti – anche una compensazione a fondo perduto sulle perdite subite sotto forma di “risarcimento del danno”. Ed è necessario – continua Coldiretti – che una misura similare sia garantita a bar, ristoranti, alberghi agriturismi per evitare il blocco dei pagamenti delle forniture a cui si sta assistendo e per fare in modo che non chiudano.

A livello nazionale la Coldiretti è impegnata nella campagna #iobevoitaliano per promuovere gli acquisti ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni italiano finanziando un piano straordinario di comunicazione sul vino che – sostiene la Coldiretti – rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non. Le risorse dovranno arrivare anche dall’Unione Europea con misura OCM promozione che dovrà consentire alle cantine di utilizzare i fondi anche per attività di informazione e promozione sul mercato interno e Europeo. Bisogna semplificare e rendere più flessibile la gestione di tutte le misure del Programma Nazionale di Sostegno finanziato con i fondi di settore Ue – OCM vino con i primi passi importanti già stati previsti nel recente decreto Ministero delle Politiche Agricole del 31 marzo che tuttavia ancora non bastano.

Infine occorre trovare risorse aggiuntive comunitarie e nazionali per finanziare ogni utile strumento per la riduzione delle giacenze e per il contenimento della produzione di vino proveniente dalla prossima vendemmia. La Coldiretti ha presentato al Governo il piano salva vigneti con il quale, attraverso la distillazione volontaria, si prevede di togliere dal mercato almeno 3 milioni di ettolitri di vini generici da trasformare in alcol disinfettante per usi sanitari. La misura avrebbe inoltre l’importante effetto di favorire l’acquisto di alcol italiano che sugli scaffali è stato il prodotto che ha registrato il maggior incremento di vendite secondo Iri, ma anche di ridurre le eventuali eccedenze produttive. Il piano della Coldiretti prevede anche la vendemmia verde su almeno 30.000 ettari per una riduzione di almeno altri 3 milioni di ettolitri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali

Con il sangue dei guariti miglioramenti in 3 giorni

Lo studio, pubblicato su ‘Pnas’ e condotto dai ricercatori della Shanghai Jiao Tong University School of Medicine, segnala dei miglioramenti in un piccolo gruppo di pazienti già dopo 3 giorni dalla somministrazione della terapia a base di plasma.

Il team di Zhu Chen, Xinxin Zhang, Xiaoming Yang e colleghi ha esplorato la fattibilità di questo approccio su 10 pazienti con forme gravi di Covid-19, tra i 34 e 78 anni. I pazienti hanno ricevuto la trasfusione di una dose di 200 ml di plasma convalescente derivato da donatori guariti da poco da Covid-19 e contenente “alti livelli di anticorpi neutralizzanti”.

Entro 3 giorni dalla trasfusione i sintomi clinici, come febbre, tosse, respiro corto e dolore toracico “sono notevolmente migliorati e i pazienti hanno mostrato un aumento della conta dei linfociti, un miglioramento della funzionalità epatica e polmonare e una riduzione dell’infiammazione”, fanno sapere i ricercatori. Inoltre i livelli di anticorpi neutralizzanti sono aumentati o rimasti elevati dopo la trasfusione.

1.400 miliardi di liquidità? Non esiste: è già tutta impiegata

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo dell’amico Giovanni Palladino apparso sulle pagine della newsletter Servire l’Italia

Intervistato ieri sera da Massimo Giletti su La7, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto: “La Germania non deve preoccuparsi: l’Italia ha sempre pagato i suoi debiti”. Rispondeva al dubbio di Giletti sull’effettiva volontà della Germania nel dare la “luce verde” all’emissione dei “corona- bonds”. Tuttavia è dall’ inizio degli anni ’50 che l’Italia non riesce a rimborsare tutti i suoi creditori, come lo dimostra chiaramente il puntuale aumento annuale del nostro debito pubblico. Il “rimborso” dei titoli in scadenza avviene con l’emissione di altri titoli di Stato, oltre ai nuovi da emettere per le maggiori spese prive di copertura “regolare”. Purtroppo la verità è questa.

Ma c’è un’altra verità, che dovrebbe essere altrettanto evidente: i 1.400 miliardi di liquidità (è l’importo dei depositi bancari e postali dei nostri risparmiatori) non sono disponibili, neppure in minima parte, per fronteggiare i costi economici e sociali del Covid-19, perché sono già tutti impiegati dai debitori (le banche e la posta) nella loro normale attività istituzionale: dare prestiti alle imprese, alle famiglie e allo Stato. In effetti non esiste denaro “ozioso”. Può esserlo per quei risparmiatori, che non vogliono investirlo direttamente in azioni, in obbligazioni o in loro attività produttive.

Ma appena il loro risparmio entra in banca o alla posta, deve per forza diventare “non ozioso”. Quindi è quasi tutto impiegato nell’economia privata e pubblica. E non è sempre di veloce liquidabilità. Questa si ha con il puntuale rimborso dei prestiti e – nel caso dei titoli di Stato posseduti dalle banche – con l’intervento di altri investitori disposti ad acquistarli, perchè lo Stato non li rimborsa (almeno sino ad oggi e chissà sino a quando…).
Si è detto che tra banche e Cassa Depositi e Prestiti si potrebbero “creare” 240 miliardi di prestiti per fronteggiare in parte i problemi nati con il Covid-19. Ma non si dovrebbe parlare di “creazione”, bensì di “sostituzione” di attività finanziarie. Ad esempio, le banche e la Cassa Depositi e Prestiti potrebbero vendere 240 miliardi di loro titoli di Stato per ricavare le risorse con cui effettuare questo necessario aiuto. Per farlo devono prima trovare gli investitori disposti ad acquistare i loro titoli. E con questi chiari di luna non è un’impresa facile.

Oggi l’unica soluzione è la ripresa del “quantitative easing” (QE) da parte della BCE, che purtroppo non sta più soccorrendo le nostre banche con questi riacquisti, come ai tempi di Draghi. Trump si è già assicurato per le banche USA ben $3.000 miliardi da parte della FED, la cui esposizione nei confronti delle banche sta per toccare $6.000 miliardi! Era di soltanto $870 miliardi alla vigilia della crisi del 2008. L’esposizione della BCE verso le banche dell’UE è pari al 45% di quella della FED. C’è quindi margine per un più generoso intervento di QE. E il problema non è chi scegliere – tra lo Stato e la SACE – il garante di tali prestiti Covid-19, perché la SACE è pur sempre di proprietà dello Stato. Il vero problema è che non esiste la liquidità. Solo la BCE può darla alle nostre banche con un semplice click, sperando che questa liquidità aggiuntiva sia capace di contribuire alla creazione di un grande surplus economico per compensare almeno in parte l’enorme deficit che verrà causato dal Covid-19. È una speranza che ha bisogno di nuove idee e di nuovi leaders. E ovviamente di tanta competenza.

Manovra economica: per la DC la più grande rivalutazione della storia. 

Ieri il governo Conte ha approvato, con molta enfasi, dopo non poche tensioni nella stessa maggioranza, il decreto liquidità Italia. Si tratta di una cifra imponente: ben 400 miliardi di euro, pari al 25 per cento del Pil.
Viene fatto riferimento a due Istituti e strumenti: i Confidi e la Sace.
Fanno parte dell’armamentario economico costruito dalla Dc durante le varie fasi del governo del  Paese, per favorire le esportazioni e il credito alle PMI e la crescita del Paese. Entrambi questi strumenti furono inventati negli anni sessanta e settanta, poi affinati nei decenni successivi.
Del resto analogo apprezzamento pubblico è venuto ieri sera in tv dal filosofo Massimo Cacciari che riconosceva esplicitamente il valore degli uomini della Prima Repubblica rispetto allo scenario sotto i nostri occhi.
Quale è il pericolo che abbiamo di fronte? La preoccupazione è che quello che è successo all’INPS con il sito paralizzato dall’enormità dei collegamenti informatici, possa riprodursi nella applicazione del decreto liquidità, quindi sul versante bancario, che procedure farraginose possano creare disagio e poi malessere sociale, che molte aspettative possano andare deluse. Le banche però non sono  istituti di beneficenza. Devono tutelare i risparmi dei depositanti. Devono rispettare i vincoli di bilancio, che non possono essere elusi.
Il nodo del merito del credito resta seppure per una percentuale bassa, ma comporterà conseguenze sulle istruttorie che non avranno percorsi agevoli. Dunque evitiamo facili illusioni.
C’è bisogno di procedure snelle e rapide se si vuole raggiungere l’obiettivo di assicurare la liquidità alle imprese, dietro le quali ci sono i lavoratori, gli occupati e le loro famiglie,  nonchè la tenuta del tessuto economico e sociale del Paese.
Quanto alla dimensione dello stock finanziario messo sul tavolo si tratta di debito che si aggiunge ad altro debito, in attesa che l‘UE decida come intervenire e come affrontare la crisi epidemica che colpisce tutti.
In ogni caso il decreto liquidità dovrà passare al vaglio del Parlamento e in virtù dello sforamento del Bilancio richiederà una maggioranza qualificata. Li si vedrà se il testo sarà rispondente alle attese dei cittadini che dei rappresentanti delle forze sia della maggioranza che delle opposizioni, perché sulle prospettive della tenuta del Paese non si può giocare!

Ripensare e rilanciare il Servizio Civile Universale

Pubblichiamo la lettera-appello inviata ad Avvenire che indica l’obiettivo preciso e pienamente condivisibile di un ripensamento e un rilancio del nostro Servizio civile universale.

Caro direttore,

ci piace rivolgerci attraverso di lei e il suo autorevole giornale al presidente del Consiglio, professor Giuseppe Conte, e al ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, onorevole Vincenzo Spadafora. La pandemia che stiamo attraversando ha dimostrato che esiste una grande necessità di competenze al servizio del bene pubblico. Riteniamo pertanto che questo sia un momento quanto mai opportuno per ripensare e rilanciare il Servizio Civile Universale, affidando a una forza nazionale giovanile la missione di aiutare le fasce più deboli della cittadinanza, a fianco della Protezione Civile e altre organizzazioni già attive. Insieme al personale della Sanità, i giovani motivati da un forte senso civico costituiscono oggi la nostra risorsa più preziosa.

Con un adeguato sostegno economico, il Servizio civile universale può inoltre rappresentare una preziosa opportunità formativa. Il periodo di formazione dovrebbe coinvolgere sia i settori pubblico e privato sia il Terzo settore, su tutto il territorio nazionale, e avere la durata temporale necessaria a permettere ai giovani di acquisire competenze e professionalità specifiche. In futuro altre emergenze – ambientali, sanitarie, economiche, sociali – saranno inevitabili. La difficoltà di prevederle e predisporre gli interventi necessari suggerisce di approntare strumenti organizzativi duttili, volti a far fronte a esigenze diverse a seconda delle circostanze, ma sempre disponibili a sostenere i concittadini con generosità. I giovani già addestrati potranno essere richiamati in caso di necessità. Le emergenze richiedono l’impiego di tecnologie avanzate e i giovani, che sono sicuramente facilitati ad apprenderle, possono assistere le generazioni più mature che con esse hanno minor dimestichezza.

Sarà opportuno attivare canali di istruzione fin qui non sperimentati e al tempo stesso permettere a giovani diversi per capacità, provenienza, competenze e attitudi- ni di operare fianco a fianco, incoraggiandoli a impegnarsi in un reciproco insegnamento e sostegno, da pari a pari. Non solo saranno in qualche misura alleviate le sofferenze delle persone colpite dalle avversità, ma si porranno obiettivi concreti allo spirito di solidarietà dei giovani e si daranno loro strumenti utili al raggiungimento dei loro obiettivi personali.

Il Servizio rappresenterà un’occasione di formazione che potrà anche favorire il loro inserimento lavorativo e professionale in tempi normali, nei più svariati settori, sempre rendendo conto del proprio operato secondo un principio di massima trasparenza. In questo momento difficile per tutti, rilanciare il Servizio civile potrebbe costituire una straordinaria occasione di accrescimento del senso civico, della responsabilità sociale, della cittadinanza attiva. Sin da ora siamo pronti a dare una mano e siamo certi che molti altri saranno disposti a farlo.

Gian Vittorio Caprara, Marco Santambrogio, Raffaella Ida Rumiati, Vincenzo Ziparo, Simona Colarizi, Giuseppe Ciccarone, Alessandro Treves, Mauro Bussani, Michele Salvati, Donata Francescato, Luigi (Gino) Pizzamiglio, Carlo Ratti, Bianca Beccalli, Gilberto Corbellini, Laura Borgogni, Fabio Lucidi, Antonella Recchia, Sergio Roncato, Stefano Zamagni, Concetta Pastorelli, Gianfranco Tarsitani, Gianbattista Sgritta, Silvia Castorina, Guido Pescosolido, Tomaso Quattrin, Giuseppe Usuelli, Milka Pogliani, Giuseppe (Pino) Cogliolo, Gabriella Pravettoni, Augusto Blasi, Vittorio Mazzotti, Massimo Rivosecchi, Luigino Bruni, Andrea Ranieri, Ferdinando Chiaromonte, William (Bill) Mebane, Salvatore Maria Aglioti, Grazia Francescato, Fiorenzo Laghi, Emma Baungartner, Ada Fonzi, Gianluca Vago, Donatella Spinelli, Luca Ricolfi, Santo Di Nuovo, Simonetta Magari, Nino Dazzi, Giuliano Cerulli, Antonio Lapenta, Marisa Malagoli Togliatti, Paolo Valerio, Roberto Ball, Lorenzo Strik Lievers

Qui potete leggere la risposta di Marco Tarquinio direttore dell’Avvenire

 

La “sfida” religiosa della Lega.

Il leader e capo della Lega Matteo Salvini continua la sua crociata, peraltro legittima e del tutto comprensibile, sui temi religiosi. Al di là della scelta di ognuno di esternare pubblicamente il suo credo religioso, seppur con modalità opinabili, resta il tema di fondo della opportunità di strumentalizzare simboli e concetti religiosi per finalità dichiaratamente politiche. 

Ora, conosciamo le motivazioni che giustificano questi atteggiamenti – perchè li leggiamo tutti i giorni su alcuni organi di informazione – soprattutto quando vengono confrontati con l’esperienza di un altro grande partito del passato, la Dc, che aveva addirittura nel suo simbolo – così dicono gli adulatori del leader della Lega – il simbolo religioso per eccellenza come la croce. Ecco, su questo versante è sufficiente ricordare che l’ispirazione cristiana di quel partito e la comune cultura di riferimento di larga parte del suo gruppo dirigente erano il frutto di un rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e di una severa e rigorosa distinzione tra la sfera temporale e quella spirituale. Certo, poi anche nella lunga esperienza democristiana non mancavano sacche di di clericalismo accompagnati da una marginale deriva confessionale. Ma erano pozioni e voci largamente minoritarie rispetto all’universo e alla complessità di quel partito. 

Nella situazione contemporanea, e nel caso specifico della Lega salviniana, mancano questi due tasselli fondamentali. E cioè, l’ispirazione cristiana di quel partito e la comune cultura di riferimento del suo gruppo dirigente. Che non sono due aspetti marginali nella costruzione della identità di un partito. Al contempo, però, campeggiano i simboli religiosi continuamente esternati da un lato, e il richiamo a quei simboli come elementi divisivi e caratterizzanti dall’altro. Due elementi che sono anche e soprattutto riconducibili all’impianto sovranista che ispira e disciplina il progetto politico ed ideologico della Lega salviniana. 

Non c’è da stupirsi, quindi, se l’approccio della esternazione dei simboli religiosi continua imperterrita in tutti i luoghi. In Tv come nelle piazze, sulla rete come nei comunicati stampa. Semmai, e qui consiste la vera sfida politica e culturale, si tratta di verificare se la tradizione e la grammatica del cattolicesimo politico italiano ha la forza per offrire un’alternativa. Che non è, come ovvio, una crociata contro l’impostazione e la prassi sovranista della Lega. Ma, al contrario, il coraggio di saper tradurre nella società contemporanea i valori, la prassi e la cultura di una tradizione che ha fatto dei cattolici non una riserva di caccia da strumentalizzare ma un mondo da cui trarre insegnamento e ispirazione per la concreta azione politica. Sono due approcci, due culture e due modalità che si confrontano apertamente. Alternative l’una rispetto all’altra. Ma per contrastarla, democraticamente e laicamente, semplicemente occorre esserci. Questa è la sfida. 

L’errore di grammatica del Presidente della Regione siciliana

Dopo aver sollevato non una pandemia sanitaria ma un pandemonio politico con la sua richiesta di riconoscimento di “poteri speciali” ex art. 31 dello Statuto siciliano per potere disporre delle forze di polizia e, ove necessario, di quelle armate, il presidente della Regione, on. Nello Musumeci, in una video-dichiarazione ha sostenuto di non aver invocato alcun potere speciale e che si sta facendo appositamente una gran confusione perché la gente possa distrarsi dai gravissimi problemi che il governo nazionale crea invece di risolvere quelli esistenti.

Continuando su questa linea, l’on. Musumeci ha quindi sottolineato di aver chiesto semplicemente alla commissione paritetica (stato-regione) di occuparsi dell’attuazione dell’art. 31 dello Statuto regionale che è una norma che consente al presidente della regione, “in casi particolari e in contesti di emergenza” come quelli che stiamo vivendo in queste settimane, di assumere la guida e avvalersi delle forze di polizia. “Noi abbiamo deliberato perché la commissione paritetica e quindi lo stato ci faccia sapere se questo art. 31 può essere o meno applicato. Non c’è alcuna richiesta di poteri speciali. Non ne abbiamo mai chiesti. E non ne chiederemo. Il potere è già nello Statuto. Lo stato deve soltanto dirci se vuole negare questa norma così come ha fatto con tante altre o se possiamo metterci intorno a un tavolo e discutere”. E concludendo, ha poi con prudenza affermato: “ma possiamo parlarne dopo essere usciti da questa triste avventura”.

Ora, come si possa fare a chiedere l’applicazione di una norma, quale che sia, motivandola con la necessità che impone una situazione di emergenza della massima gravità e poi concludere il ragionamento a supporto con una dichiarazione di disponibilità a parlarne quando si sia usciti dall’emergenza evocata per chiederla è veramente cosa difficile da capire. Almeno che non si usi un’altra logica altrettanto sconosciuta di quella del covid 19. Ma non è questo il punto che ci appassiona.

La questione che più ci interessa mettere in rilievo è invece di merito. Come si possa fare a scambiare fischi per fiaschi. E cioè come si possa leggere una norma capovolgendone completamente il significato. Perché di questo si tratta. Musumeci e con lui i suoi consiglieri hanno commesso un gravissimo errore da paragonare a quelli di grammatica che alle elementari ci venivano fatti rilevare con un segnaccio blu.

Hanno infatti trasformato in un potere eventuale e straordinario, da riconoscere da parte dello Stato al presidente della regione “in casi particolari e in contesti di emergenza”, quella che il primo comma dell’art. 31 dello Statuto definisce come una prerogativa certa e ordinaria del presidente e del governo siciliano (“Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia di Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal Governo regionale”). Abdicando così, sotto un profilo qualificante ed irrinunciabile come l’ordine pubblico, alla identità della Sicilia quale istituzione regionale autonoma e paritaria (ex art. 114 Cost.) di fronte allo Stato.

Quanto, poi, all’altra questione della possibilità del presidente della regione di chiedere l’impiego delle forze armate dello stato è evidente che si tratta di altro problema, questo sì da affrontare volta per volta quando le circostanze dovessero richiederlo. Sovrapporlo o confonderlo con il primo è errore gravissimo. Conduce all’isolamento politico ed istituzionale. E pregiudica pure la sacrosanta battaglia per l’attuazione dei poteri regionali in materia di ordine pubblico. Se Musumeci fosse stato più attento questo rischio lo avrebbe evitato. E, così, non si sarebbe e non ci avrebbe coperto di ridicolo.

Roma-Milano, il viaggio della solidarietà.

Roma Milano non è una canzone dei “The Giornalisti”, tanto meno una famosa trasmissione televisiva di qualche anno fa. Roma Milano è, oggi, il viaggio di un volontario della Croce Rossa Militare, Roberto Barbavara, a supporto della componente civile di Croce Rossa e del corpo volontario delle Infermiere di Croce Rossa. Da Roma, dove la quarantena, a volte, è vista come costrizione, a Milano, dove il coronavirus ha generato distruzione e morte; dove, appena si supera Porta Romana, si entra in una dimensione di paura e timore per l’ansia di andare incontro alla catastrofe che ha abbracciato la Lombardia e il nord tutto. Ma tutto questo stato emotivo è superato dalla forte voglia, presente in ogni volontario partito dalla Capitale, di dare quel sostegno necessario a tutti coloro che sono stremati nella prima linea di combattimento del virus dalla morte invisibile.

Giusto, Roberto? Che Milano ha trovato? Quale umanità si è trovato di fronte a lei?

“È difficile descrivere la sensazione provata. Siamo addestrati e preparati, attraverso i vari corsi come “i care e supporto psicologico nelle emergenze”, a gestire le emozioni di fronte a catastrofi e traumi sociali. Eppure, ogni volta si rimane meravigliati a vedere cosa può la forza della natura. Terremoti, alluvioni, frane ed ora, ahinoi, il virus. È stato sconcertante immettersi nel tragitto da Roma a Milano, in quelle strade solitamente gremite di pendolari e lavoratori, di turisti e di viaggiatori; e che ora incrociano il vuoto assoluto, fatta eccezione per i camionisti e i trasportatori che non hanno i vincoli del PDCM Per non parlare degli autogrill, vu

oti e senza vita. Sembra di vivere in un film di fantascienza. E che dire di Milano? La città di Milano, quella del successo dell’Expo 2015, è totalmente svuotata, esigue le persone che si vedono circolare; quei pochi sono a piedi con il cane o con un carrello della spesa, un silenzio spettrale che è interrotto, solamente, dalle sirene dei soccorsi che si susseguono in continuazione. In una modalità che è difficile anche a raccontarla!”

Cosa spinge un volontario ad abbracciare, senza se e senza ma, un servizio di solidarietà umana come sta facendo lei?

“Non si pensa, si fa e basta, si è scelto di essere volontario e si fa quello per cui ci hanno preparati, collaborando con colleghi e persone del proprio gruppo, e di tutti i gruppi volontari di ogni corpo e natura.”

A volte viene da pensare che lo spirito del #iorestoacasa sia solo di facciata, che manchi quel senso di responsabilità, di quel senso civico, spesso sbandierato senza una ratio, che viceversa hanno tante persone, come voi volontari. Le viene qualche dubbio quando incontra la superficialità presente in molti strati della nostra popolazione?

“Noi, CRI militare e civile, abbiamo sposato i sette principi fondamentali che tengo a ricordare in questa occasione ” Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità, universalità”. Per tanto, io non ho dubbi o giudizi sulla popolazione. Stiamo vivendo un periodo difficilissimo ed alcune persone ancora stentano a rendersene conto. Gli organi preposti hanno messo in atto misure restrittive per le persone scettiche. Penso, e spero, che queste soluzioni che possono sembrare pesanti e limitative relativamente il distanziamento forzato stiano raggiungendo l’obiettivo scientifico desiderato.”

L’orrore di morte raccontato dai lombardi, e più volte visto da tutta la popolazione italiana in televisione, lei lo ha percepito nitidamente? O la realtà supera l’immaginazione?

“Al momento

c’è una percezione spettrale sembra un Paese congelato, immobile, speriamo si possa riprendere presto un pochino di normalità e serenità.”

Come ci cambierà il domani dopo questa dolorosa esperienza del Coronavirus?

“Spero che ci renda più consapevoli delle priorità, che ognuno riesca ad apprezzare quello che ha e non quello che potrebbe avere.”

Impareremo a donare di più al prossimo?

“Dobbiamo imparare a donare di più, perché molti di noi dopo il covid19 saranno il prossimo da aiutare… Saranno tempi durissimi che solo la solidarietà potrà aiutarci a superare.

 

Usa: un quarto dell’economia è bloccata a causa del coronavirus

Le chiusure degli Stati Usa per frenare la propagazione del coronavirus  hanno causato l’arresto di almeno un quarto dell’economia statunitense. Lo scrive il “Wall Street Journal”. Secondo l’analisi l’improvvisa battuta d’arresto del commercio negli Usa non ha precedenti per portata nel paese.

41 Stati Usa su 50 hanno ordinato la chiusura almeno parziale delle attività economiche e il prodotto interno lordo giornaliero degli Usa è crollato di circa il 29 per cento rispetto alla prima settimana di marzo.

Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analitics, ritiene come il presidente Usa, Donald Trump, che la situazione attuale non sia sostenibile: senza una ripresa almeno graduale entro i prossimi due mesi, infatti, il prodotto interno lordo Usa crollerebbe del 75 per cento annuo nel secondo trimestre.

WhatsApp, arriva il numero per restare informati sul Covid-19

L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia anche il Italia il suo bot su WhatsApp che risponde alle domande sul Covid-19. Già nelle settimane precedenti era stato presentato un servizio analogo, ma solo in inglese, ora l’OMS ha lanciato anche quello esclusivo per l’Italia.

Per restare in contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità su WhatsApp basta salvare il numero di telefono +41 22 501 78 34 nella propria rubrica e inviargli un semplice messaggio: “Ciao“. Il bot risponde immediatamente mostrando i diversi servizi disponibili: si può restare informati sugli ultimi numeri dei contagi o ricevendo le istruzioni per proteggersi dal contagio.

Sullo schermo apparirà il messaggio di benvenuto dell’OMS in cui spiega il funzionamento del bot di WhatsApp.

” Benvenuto nella chat ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su WhatsApp.

Qui troverai informazioni e consigli riguardo alla situazione attuale e la diffusione del coronavirus (COVID-19).

Cosa vorresti sapere sul coronavirus?

Rispondi con un numero (o emoji) in qualsiasi momento per ottenere le informazioni più recenti sull’argomento:

1. Ultimi casi 🔢
2. Proteggiti 👍
3. Maschere 😷
4. Miti: vero o falso? 🛑
5. Viaggiare 🗺️
6. Ultime Notizie 📰
7. Condividi & Invita ⏩
8. Dona ora 🥰
9. Lingue 🌐”

Dopo questo messaggio, basterà rispondere con un numero (ad esempio 1 per conoscere tutti gli ultimi casi a livello mondiale e regionale) per ricevere una risposta immediata. Per conoscere il corretto utilizzo della mascherina basta inviare un messaggio con scritto “3” e si riceve una risposta dall’OMS su come si deve usare. Inviando il numero “4”, invece, si ricevono delle informazioni molto utili sui miti nati in queste settimane sul Covid-19: smentire le fake news è fondamentale per non creare panico ingiustificato.

Apparecchiature, il punto sulla produzione e distribuzione

“Le attività di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale e delle apparecchiature necessarie a contrastare l’emergenza proseguono e crescono senza soluzione di continuità: i posti letto in terapia intensiva, che erano 5.179 all’inizio dell’emergenza, sono diventati 9.284. Ovvero il 79% in più. Quelli nei reparti di malattia infettiva e pneumologia, che erano 6.198, sono adesso 34.320. Oltre quattro volte di più. Credetemi: è stato fatto uno sforzo gigantesco”.

Così Domenico Arcuri ha dichiarato. Continuando ha affermato: “abbiamo complessivamente distribuito 72,3 milioni di apparecchiature e dispositivi… “Abbiamo consegnato ed installato nelle varie Regioni 1.679 ventilatori per la terapia intensiva e sub-intensiva. La dimensione degli approvvigionamenti e l’efficienza della distribuzione ci ha permesso di equilibrare meglio la ripartizione territoriale di queste fondamentali apparecchiature. Adesso anche le regioni del Sud sono progressivamente dotate degli strumenti necessari per il contrasto all’epidemia in una dimensione rilevante”.

Inoltre, sull’incentivo #CuraItalia gestito da Invitalia ha dichiarato: “In 9 giorni sono state presentate ad Invitalia 447 proposte di investimento per riconvertire o avviare impianti di produzione di dispositivi di protezione individuali. Di queste 217 sono state rigettate per motivi ostativi; 200 sono in valutazione; 30 sono state approvate. Di questi 30 progetti, 16 sono riconversioni e 14 ampliamenti; verranno effettuati in 10 regioni; produrranno un investimento complessivo di 13,6 milioni.”.

Il Commissario ha anche fatto riferimento all’accordo firmato il 3 aprile con Confindustria per la produttività industriale, che serve a garantire senza soluzione di continuità gli approvvigionamenti delle imprese italiane e fornire al Commissario una quantità di questi dispositivi in modo da dare un contributo alla distribuzione per i cittadini e il sistema sanitario.

“Infine – ha concluso Arcuri – volevo dirvi del progetto per la produzione industriale di mascherine protettive realizzato in partnership fra il Commissario straordinario di governo per l’emergenza Covid-19 e il Ministro della Giustizia Bonafede e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: otto impianti automatizzati che arriveranno nell’arco dei prossimi 15 giorni consentiranno di produrre 400.000 mascherine al giorno che potranno poi progressivamente aumentare. Di questi 3 stabilimenti saranno ubicati presso gli istituti di Milano Bollate, Salerno e nel Polo di Roma Rebibbia. Il ciclo produttivo comprenderà anche la ricezione e preparazione del tessuto non tessuto, nonché lo stoccaggio e la sanificazione delle mascherine. Sapere che anche dalle carceri si possa dare un contributo a questa guerra ci dà davvero la forza per andare avanti cercando di vincerla. Giorno e notte”.

La nostalgia di Polito e la pretesa di Salvini: come vivere la Pasqua? Bisogna comunque reagire al sovranismo religioso.

Ad Antonio Polito, autorevole penna del Corriere, dispiace in fin dei conti che rimanga in questa Settimana Santa il suono delle campane e nulla più.

A lui dispiace cioè che a Pasqua non si abbia il segno visibile della comunità, dal momento che le Parrocchie non avranno modo di celebrare messa. Vede in questa quarantena che si estende alla dimensione della fede una perdita nient’affatto riducibile alla “nazione Cattolica”, ma all’Italia tutta intera. Una perdita, perciò, che riguarda anche le donne e gli uomini che non hanno il dono della fede.

Nell’articolo, oggi in prima del Corriere, si legge dunque il senso della nostalgia e dello smarrimento, benché il tono sia misurato e il tratto elegante, senza accenti impetuosi. Sì può convenire o dissentire, come sempre, ma le parole di Polito richiamano il valore della vita associata, anche e soprattutto quando l’associazione consiste nel ritrovarsi attorno alla mensa eucaristica del Signore.

Certo, un po’ colpisce questo invito nascosto alla Chiesa a preservare della Pasqua non solo lo “spirito”, ma la sua stessa “fisicità”. E tuttavia, in questa perorazione garbata, in punta di piedi, si coglie il bisogno di essere avvertiti del fatto che la vita oltre la reclusione domestica è anche afflato religioso, forse potremmo dire che è la vita in senso pieno.
Tutto questo non si trasforma in impeto anti papale, come traspare nettamente dall’invito di Salvini a riaprire le chiese, visto che ancora non si può riaprire l’Italia. Papa Francesco ha preso una decisione sofferta, allineando la comunità cristiana allo sforzo della nazione contro i pericoli della pandemia. La Chiesa è nel mondo senza essere del mondo: cosa diremmo oggi se non ci fosse tale scrupolo umano e civile nella maniera di servire l’umanità della Chiesa? Se prevalesse, in altri termini, l’idea che la Pasqua debba viversi a prescindere dalle contingenti restrizioni sanitarie?

La pretesa di sostituirsi alla gerarchia, sfidando persino l’autorità del Papa, fa di Salvini un pericolo della Chiesa. Finora, in effetti, lo era del Paese senza che ciò turbasse la coscienza dei tradizionalisti e dei cosiddetti moderati, in gran parte cattolici. Ora questa viscerale condivisione, per cui il leghismo si protende in territorio ostico alla modernità fino a declinarsi in sanfedismo, si rivela davvero perniciosa.

La Pasqua non può rientrare, pena l’obnubilazione dell’intelligenza, nelle scomposte dinamiche del sovranismo.

Giulio Giorello: “La tecnica e’ espressione di umanità”

Professor Giorello, una delle caratteristiche più salienti del dibattito filosofico contemporaneo mi pare riguardi i rapporti tra scienza e pensiero.

All’atto pratico la produzione e l’applicazione scientifica – sempre più estensiva ed esponenzialmente crescente – ha modificato radicalmente stili di vita, abitudini, comportamenti, mezzi e fini dell’agire individuale e sociale.

Alcuni suoi colleghi hanno avanzato l’ipotesi che gli stessi elementi costitutivi del mondo globalizzato che si disputano il dominio sul futuro dell’umanità (il capitalismo, la democrazia, quel che resta delle ideologie, le stesse religioni, l’economia di mercato) siano destinati a soccombere al cospetto della tecnica, proprio nel momento in cui intendono utilizzarla per realizzare i propri scopi.

Come spiega il filosofo della scienza questo ribaltamento concettuale che fa sì che  lo strumento utilizzato per far prevalere una logica dominante diventi esso stesso padrone e artefice di un sovvertimento: non più tecnica-mezzo ma tecnica-scopo?

L’impresa scientifica e tecnica ha rappresentato una delle grandi componenti della emancipazione umana, perché scienza e tecnica unite insieme permettono di controllare i ‘rischi ambientali’e in qualche modo rispondono ad alcuni bisogni primari, dal cibo alla sicurezza. Non dobbiamo dimenticare – sotto questo profilo – che la scienza è ‘comprensione del mondo’ ma è anche ‘intervento sul mondo’, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo.

Ora, molti miei colleghi – filosofi soprattutto – temono che la tecnica abbia avuto una tale crescita, negli ultimi duecento anni, tale da non diventare più un mezzo per vivere meglio ma uno scopo a sé, al quale verrebbero sacrificate non soltanto le nostre emozioni, le nostre intenzioni della vita quotidiana.

Addirittura la tecnica ‘divorerebbe’ quegli stessi sistemi a cui in realtà dovrebbe servire: ad esempio le religioni, la politica, il capitalismo, l’economia.

In realtà la componente che io chiamo “tecnica”, è una componente molto antica: se io osservo il processo con cui è emerso Homo sapiens, mi viene spontaneo far mia una battuta del biologo Christian de Duve (Come evolve la vita – Raffaello Cortina Editore) che dice che “gli ingegneri hanno preceduto i filosofi”, nel senso che prima ancora che ci ponessimo le domande fondamentali su chi siamo noi stessi, già eravamo in grado di creare strumenti – persino di creare strumenti per formarne degli altri. In un libro che ho scritto con il mio collega biologo Edoardo Boncinelli, abbiamo appunto rintracciato l’emergenza dell’umanità, in questa componente di una tecnologia applicata alla tecnica  stessa, cioè di una tecnica di secondo livello. Questo mi pare un elemento di particolare rilevanza: durante il nostro dialogo, trasposto in un libro, abbiamo fatto nostra una battuta del grande poeta Raymond Queneau (grande poeta-matematico, amico tra l’altro anche di Piergiorgio Odifreddi) nel suo poemetto Piccola cosmogonia portatile ed. Einaudi- canto VI – versi 43/44, che dice “un martel martella, e vedi già la logica mostrare il suo uso”. Ha ragione allora De Duve quando dice che i tecnici precedono i filosofi, ma è pure vero che la logica è incarnata nello strumento, nella macchina.

Secondo me la tecnica è espressione di umanità: è difficile pensare ad una tecnica disumana in sé. In molti casi c’è abuso della tecnica ma io non credo che l’umanità ne diventerà schiava: io penso invece che sia un grande strumento che ci apre possibilità inedite – certo, anche possibilità distruttive.

E’ dunque la preponderanza della tecnica il vero discrimine della post-modernità? 

Ogni altra ipotesi interpretativa sui destini del mondo e sulle direttrici di marcia da assumere per guidarne il cammino sembra in effetti debole, parziale, incapace di dare risposte adeguate e convincenti.

Nella società magmatica e liquida descritta da Z. Bauman in molti avvertono il senso di disorientamento e spaesamento prodotto dal relativismo, da una progettualità dal fiato corto e senza meta, dall’inadeguatezza delle risposte convenzionali: la guida della politica, il benessere economico, l’ordine sociale.

Altrettanti invocano un timone senza indicare il timoniere…

Mi domando tuttavia come la tecnica possa costituire l’elemento risolutivo e salvifico, considerato che proprio il suo uso indiscriminato sta consumando il pianeta, restringendo gli spazi di libera determinazione nelle azioni umane oltre quelle volute da un pensiero eminentemente ‘calcolante’, sottraendoci la possibilità di scelte alternative oggettivamente sostenibili.

Non trova che questa via obbligata di comportamenti totalmente condizionati dall’apparato tecnico finisca per sottrarci definitivamente gli spazi della libertà, della gratuità, dell’autodeterminazione? Che il pensiero pensante soccomba al pensiero pensato, precostituito, esterno?

Dalla domanda si capisce che lei pensa ad una ipotesi di sviluppo della scienza tale da poter  diventare mostruoso, perché sfugge agli elementi di controllo umano che hanno caratterizzato il progetto moderno e che questa alienazione profonda scandirebbe il trapasso dal moderno al post-moderno. In effetti questo è un rischio e Zygmunt Bauman ha dedicato a questo tema delle pagine bellissime.

Però attenzione: che il pensiero-pensante soccomba di fronte al pensiero-pensato vale non solo per l’impresa tecnico-scientifica ma ovunque si produca un fenomeno che io chiamerei “l’abbandono dello spirito critico”. Tale fenomeno si rivela anche ad esempio anche nelle religioni, quando gli elementi dogmatici prevalgono sull’uso della ragione, quando si dimentica che un uso maturo del proprio cervello, come diceva Kant, è il contrassegno dell’essere umano libero, quando si preferisce pensare non con la propria testa ma con quella di qualcun altro: cosa molto comoda ma anche molto pericolosa. Si tratta di forme di involuzione – in quello che lei chiama l’omaggio al pensiero-pensato che si impone su quello pensante – che purtroppo investono molti settori, compresa la stessa politica.

Ciò che caratterizza invece le fasi migliori della modernità è l’uso della ragione critica nello smantellare forme ingombranti di “pensiero-pensato” e questo si chiama illuminismo.

Su questo bisogna essere estremamente chiari: alcuni ritengono che l’illuminismo sia finito, che sia un’anticaglia, che abbia prodotto un dogmatismo della ragione. Io invece ritengo che lo spirito illuminista sia oggi più vivo che mai perché, a differenza di quello settecentesco, può calarsi proprio nelle conquiste migliori dell’impresa tecnico-scientifica. Sotto questo profilo la partita è tutt’altro che chiusa: basta dare un’occhiata alle grandi conquiste scientifiche, dalla fisica, alla biologia, all’ingegneria per rendersi conto che non sono elementi di conformismo quelli che prevalgono.

Se c’è un dibattito oggi ricco e interessante è quello sulla cosmologia e sull’unificazione delle forze fondamentali in fisica, per non dire dei nuovi orizzonti che ci stanno rivelando la biologia e le conquiste della neurofisiologia. Non è stata forse una grande esperienza di libertà anche la “rete”?

Ecco, io francamente non condivido le visioni catastrofiche e il pessimismo apocalittico di chi sostiene che noi oggi vivremmo nel “tramonto dell’occidente”.

Se così fosse, vorrebbe dire che l’occidente è da un po’ che tramonta, da qualche millennio: ma è ancora “qui”.

Il sociologo Acquaviva aveva denunciato ad esempio l’inadeguatezza della politica, capace solo di gestire l’ovvio, e invocava la straordinaria potenzialità critica della religione come fenomeno contrario alla globalizzazione e insieme coscienza critica della società consumistica, dopo il tramonto del  marxismo. In effetti se consideriamo alla lettera il dettato esplicito del Vangelo (“gli ultimi saranno i primi…beati i miti di cuore perché di essi è il regno dei cieli”) avvertiamo la potenzialità straordinaria di una rivoluzione possibile. Possibile anche – o ancora – sul piano esistenziale, cioè mondano…cioè di questo mondo?

 

Le religioni sono grandi e complicate forme espressive, la cui evoluzione è affidata a coloro che vi si riconoscono: esse, non dobbiamo dimenticarlo, ci parlano di Dio ma sono fatte da esseri umani.

E difficile stabilirne a priori il destino, essendo inserite nella dialettica dello sviluppo storico.

Sicuramente in molte religioni c’è un grande elemento di potenzialità e di emancipazione: c’è nel Cristianesimo, c’è nell’Islam, c’era già nell’Ebraismo (basti pensare alle componenti libertarie profonde presenti nel libro dell’esodo…).

Io indicherei tre bei contributi recenti, che hanno puntualizzato l’elemento liberante della religione:

per quanto riguarda l’ebraismo il bel libro di Amos Luzzatto per l’Einaudi (Il posto degli ebrei), per il Cristianesimo- nella stessa collezione editoriale “Le vele”- un paio di bei libri di Enzo Bianchi –priore di Bose (La differenza cristiana e Per un’etica condivisa) – mentre per l’islamismo suggerirei il testo Islam e libertà di Tarik Ramadan. Sono contributi eleganti che mettono in luce le potenzialità libertarie delle religioni, che peraltro hanno anche conosciuto periodi di involuzione, profondamente autoritari, spesso dando origine a esperimenti sociali intolleranti. I tre autori citati hanno avuto il coraggio – nelle loro analisi – di evidenziare luci ed ombre.

Mi affascina approfondire con Lei alcune conseguenze di questa deriva pervasiva della tecnica rispetto ai destini del mondo. Quanto è concettualmente lontano dalla nostra epoca il dualismo tra “esprit de geometrie” ed “esprit de finesse”? Come si conciliano con il carattere ordinativo della scienza le altre espressioni della cultura e dell’ingegno: la musica, l’arte, il teatro, la poesia…?

Ricordo il saggio di W. Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte nell’epoca contemporanea: uno spartiacque sul concetto di autenticità e di fruizione dell’arte… In effetti sembra che negli ultimi cinquant’anni il genio umano abbia espresso più potenzialità, inventiva e produzione nel campo scientifico che in quello artistico. E’così?

Il dualismo che lei cita fu inaugurato e codificato da quel  grande pensatore cristiano che fu Blaise Pascal, il quale fu peraltro anche un “grand geometre” e un matematico.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che nella matematica creativa esprit de geometrie ed esprit de finesse vanno sempre insieme: se lei prende i grandi matematici del passato, gli inventori del calcolo infinitesimale, ma anche Newton e Leibniz, o figure più recenti – io cito sempre il mio grande maestro Renè Thom ( Parabole e catastrofi ed. Il Saggiatore) – vediamo che la matematica più feconda va avanti geometrizzando e spazializzando i concetti ma nello stesso tempo utilizzando un atteggiamento critico che permette di scavare dentro le pieghe della matematica. Questo altro non è che un esprit de finesse interno alla matematica; ma poichè la matematica è una struttura chiave per la scienze più varie, dalla fisica all’economia, ecco che questo esprit de finesse si ritrova anche nelle scienze empiriche. Quindi non è vero che da una parte c’è l’esattezza geometrica e basta e dall’altra la finezza, da una parte il mondo della verità scientifica e dall’altra il mondo del senso.

La ricerca della verità scientifica e quella di senso vanno insieme e – forse – questa è la lezione che noi traiamo almeno da Galilei in poi.

Circa la produzione recentemente prevalente, anche guardando alle scienze e alle strutture matematiche, trovo che essa non abbia impedito l’esprimersi dell’esprit de finesse, in campo letterario, artistico o musicale. Potremmo liquidare rapidamente Mahler e Schonberg? Oppure pensiamo che sia superata La montagna incantata di Thomas Mann? O non troviamo un grande esprit de finesse in L’urlo e il furore di William Faulkner o in Ulysses di James Joyce? O ancora in un pittore come Francis Bacon? Perciò non sarei così drastico rispetto al quadro artistico-musical-letterario. L’altro giorno, per esempio, ho letto con enorme piacere splendide poesie del grande poeta caraibico – e premio Nobel – Derek Walcott…. e non le butto certo via.

C’è un altro aspetto che vorrei considerare con il Suo aiuto: il rapporto tra sofferenza e dolore da un lato, come  aspetti costitutivi della stessa dimensione esistenziale, e la ricerca continua della felicità. La felicità è utopia, speranza o immaginazione?

Non so cosa sia la felicità: so che noi abbiamo bisogni e desideri che cerchiamo di soddisfare nel miglior modo possibile ma per fortuna non ci fermiamo qui, altrimenti la nostra vita sarebbe piatta e banale. Siamo un tipo di animale che si pone di continuo nuovi obiettivi. Ha ragione Martin Heidegger: siamo proiettati nel futuro, la dimensione del ’progetto’ è anche la dimensione della nostra temporalità. Avrei pochissimo da dire in più rispetto a quella sua bellissima conferenza del 1924 dedicata al concetto di tempo. Da questo punto di vista io credo che avessero capito bene la questione i legislatori degli Stati Uniti, all’indomani della rivoluzione con cui 13 colonie del Nord America erano riuscite a buttare fuori l’invadente madrepatria britannica e a costituire il primo vero esempio di democrazia moderna. 

Loro parlavano di “ricerca della felicità” – non di felicità tout court – e della libertà che ognuno deve cercare in una dimensione libertaria.

La felicità secondo me non è utopia, né immaginazione, né speranza: è semplicemente una componente della nostra libertà, è la sua soddisfazione, quella che ci dà la libertà maggiore.

In questo io seguo il mio filosofo preferito, che è Benedetto Spinoza.

Sono ogni giorno sorpreso e a un tempo confermato rispetto a due evidenze che riscontro in alcune derive sociali in atto: da un lato il prevalere della incomunicabilità sul piano relazionale; dall’altro un’attenzione quasi morbosa verso gli aspetti negativi della condizione umana.

In un suo recente libro Lei coglie invece alcuni aspetti positivi nella ricerca del piacere materiale come fonte di conoscenza. La vita non è allora solo proibizione o castigo?

Lei probabilmente allude al mio libretto sulla lussuria, che rientra in una collezione sui cosiddetti ‘peccati capitali’, in un progetto coordinato dall’amico Carlo Galli.

Una delle ragioni per cui ho aderito a questo progetto editoriale è stata la direzione di Galli: una garanzia che questa trattazione dei “vizi” o “peccati” fosse molto attenta non solo agli aspetti psicologici ma anche a quelli ‘politici’ dei vizi stessi.

Ogni grande vizio ha un suo  cotè  politico: la lussuria è legata al senso della potenza.

I vizi e i peccati sono costitutivi del nostro vivere sociale, non possiamo pensare ad un mondo senza peccati: il peggior vizio consiste nel tentare con metodi drastici di stroncare tutti i vizi.

Questo non vuol dire che tutto sia lecito e che certi vizi possano essere accettati: in materia di lussuria io attribuisco un grado zero alla violenza sulle persone più deboli, ad esempio i minori, una cosa di per sé ripugnante.

Dobbiamo recuperare il senso del piacere e il gusto dell’eccesso: se non fossimo esseri eccessivi non avremmo Mozart, Joyce, non avremmo avuto ne’ la Torre di Babele ne’ la Tour Eiffel.

Ci sono coloro cui dà fastidio l’eccessività degli altri e allora tirano giù le torri: ebbene, le torri poi si ricostruiscono.

Prof. Giorello, vorrei concludere chiedendoLe, come ho fatto con altri illustri intervistati, quale declinazione esistenziale, quale vantaggio, possa avere la ricerca e la fruizione del silenzio in un mondo così chiassoso e invadente, di fronte a comportamenti collettivi che si ispirano al consumo vorace e rumoroso delle cose e del mondo stesso e ad una concezione riempitiva e utilitaristica del proprio essere in mezzo agli altri.

Io attribuisco un grande valore al silenzio, alla possibilità di estraniarsi e di racchiudersi in se stessi, non esser turbato da chiacchiere, godersi un’alba o un tramonto, in natura, in montagna, al mare ma anche in una grande città – le città , non dimentichiamolo-  hanno un grande fascino con le loro luci e le loro ombre…

Però non ne voglio parlarne troppo. Se c’è una cosa da evitare è proprio quella di fare l’elogio del silenzio.

Coronavirus: tra le polemiche Boris Johnson viene ricoverato per esami

Il premier britannico Boris Johnson è stato ricoverato in ospedale per una serie di esami.

Una portavoce di Downing Street ha reso noto che “il primo ministro, su consiglio del suo medico, è stato ricoverato in ospedale per esami. E’ un passo precauzionale, visto che il primo ministro continua a mostrare sintomi persistenti del coronavirus da 10 giorni dopo essere risultato positivo”.

Intanto non accennano a placarsi nel Regno Unito le polemiche sugli scarsi risultati finora ottenuti dal governo nella lotta contro la pandemia di coronavirus, in particolare in materia di test diagnostici.

Per il quotidiano “The Telegraph”, nel Regno Unito sono stati “messi a nudo i sistematici fallimenti della strategia del governo contro la pandemia”. A sua volta, il ministro della Salute, Matt Hancock, ha dovuto ammettere che il governo “avrebbe potuto fare meglio” prima di promettere di arrivare ad effettuare 100 mila test al giorno.

Il governo conta ora di “arruolare” tutti i laboratori privati, quelli delle università e pure gli ambulatori veterinari. Tuttavia, secondo gli esperti, anche con questo apporto le forze in campo non saranno adeguate. Infine, fanno notare i commentatori, in questo modo si rischia una tale frammentazione delle iniziative da far perdere alle autorità il polso della effettiva situazione sanitaria del Regno Unito.

Coronavirus: la Svezia pronta a cambiare rotta?

In Svezia l’epidemia di coronavirus cresce più rapidamente che altrove in Scandinavia e sul governo ci sono pressioni affinché abbandoni la linea morbida: scuole, ristoranti e bar aperti e semplici raccomandazioni a limitare i contatti, affidandosi alla responsabilità dei singoli.

Per ora solo gli assembramenti con più di 50 persone sono stati vietati, il campionato di calcio e le manifestazioni sportive sono stati rinviati, e scuole e università sono passati alle lezioni a distanza.

Il bilancio della pandemia al momento segna 6.443 pazienti infetti, di cui 520 in terapia intensiva, e 373 morti, con una media di 12 mila tamponi a settimana.

E anche se il Premier non vuole abbandonare la linea adottata finora, su indicazioni del principale epidemiologo del paese, Anders Tegnell che vuole far  progredire naturalmente l’epidemia, chiedendo ai malati di restare a casa per non sovraccaricare i servizi sanitari, nella convinzione che l’isolamento forzato non avrebbe funzionato a lungo termine, non tutti  sono d’accordo.

Marcus Carlsson, matematico della Lund University, è arrivato al punto di accusare la Svezia di giocare alla “roulette russa con la popolazione svedese” in un video pubblicato su YouTube e citato dal Guardian.

E uno studio pubblicato la scorsa settimana dalla rivista medica The Lancet, intitolato “Covid-19: Learning from Experience”, ha affermato che “la risposta lenta iniziale in Paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Svezia appare ora sempre meno assennata”.

 

Covid-19: Cei, in oltre 106 strutture più di 2.300 posti per medici, senza dimora e persone in quarantena

Prosegue l’impegno delle diocesi italiane nel far fronte all’emergenza Covid-19 mettendo a disposizione strutture edilizie, proprie o altrui, destinate principalmente a tre categorie di soggetti: medici e/o infermieri, persone in quarantena, senza dimora. Per loro, finora, le diocesi italiane hanno garantito in oltre 106 strutture più di 2.300 posti.

Una scelta solidale incoraggiata e sostenuta dalla Presidenza della Cei. Ad oggi sono 33 – ma l’elenco è in continuo aggiornamento – le diocesi (in 13 Regioni ecclesiastiche) ad aver comunicato di aver messo a disposizione della Protezione civile e del Sistema sanitario nazionale 46 strutture per oltre 1.200 posti. Sono poi 23 le diocesi (in 9 Regioni ecclesiastiche) ad aver fatto sapere di aver impegnato oltre 28 strutture per più di 500 posti nell’accoglienza di persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali. Infine, 27 diocesi (in 12 Regioni ecclesiastiche) hanno informato di aver messo a disposizione più di 32 strutture per oltre 600 posti per l’accoglienza aggiuntiva di persone senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria che tiene conto delle misure di sicurezza indicate dai decreti del Governo.

“Questa varietà d’interventi, iniziative e strutture messe in campo dalla Chiesa che è in Italia in questa emergenza – dichiara don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana -, oltre a essere segno visibile di quella ‘fantasia della carità’ a cui Papa Francesco c’invita continuamente, è testimonianza tangibile di un servizio alle persone, ai più poveri in particolare e a chi è in prima linea nella cura dei malati, e quindi al Paese intero”.

Lo sbiancamento della barriera corallina australiana

Il più grande nemico della barriera corallina australiana è tornato. La grande formazione che si trova di fronte alle coste nord orientali del continente ha subito il terzo massiccio sbiancamento in cinque anni, dopo quelli del 2016 e del 2017.

Lo sbiancamento, spiega l’Agenzia, è stato osservato dai ricercatori del Centro di eccellenza per gli studi della barriera corallina della James Cook University, che stanno conducendo dei sorvoli su tutta l’area per valutare il fenomeno.

Lo studio, che verrà portato a termine nelle prossime settimane, ha già evidenziato che si è verificato un esteso sbiancamento sia nelle aree più vicine alla costa della Barriera al nord, che al sud. Quest’ultima zona era rimasta incolume dai precedenti episodi di sbiancamento. La causa di questo fenomeno, spiega il GBRMPA, è dovuto alle temperature elevate che si sono registrate nel continente nel mese di febbraio, che hanno inevitabilmente avuto un effetto anche sulle acque marine.

Il fenomeno dello sbiancamento si verifica quando, per effetto delle acque più calde, i coralli espellono le alghe che vivono nei loro tessuti e donano loro il caratteristico colore (zooxanthellae). Questo evento rende le formazioni estremamente fragili.

Nel 2016, il 93% dei coralli della grande barriera corallina è stato soggetto a sbiancamento, e il 22% è poi morto. Alcune aree sono state colpite in modo severo dallo sbiancamento e hanno visto la morte di gran parte dei coralli presenti, con numeri che si aggirano tra il 50 e il 90% a seconda della zona.

I gatti i più esposti al contagio

Alcuni gatti sono stati infettati dal coronavirus a Wuhan: è quanto si legge in un rapporto dei ricercatori dell’Università agraria di Huazhong e dell’Istituto di virologia di Wuhan, di cui dà notizia il Global Times. Secondo lo studio, 15 dei campioni sierologici prelevati da 102 gatti della città epicentro della pandemia sono risultati positivi al coronavirus. Dal rapporto è emerso anche che tre dei campioni prelevati da gatti i cui proprietari sono risultati positivi hanno mostrato alti livelli di anticorpi neutralizzanti, il che indica che i gatti potrebbero essere stati infettati da stretti contatti con i loro proprietari.

Il lavoro dei ricercatori a cui fa riferimento il Global Times arriva a poche ore dalla pubblicazione di un altro studio sul portale BioRxiv. Gli scienziati dell’Istituto di ricerca veterinaria di Harbin, che fa parte dell’Accademia delle scienze agricole, hanno pubblicato uno studio che deve essere sottoposto a peer review. Secondo le conclusioni, i gatti sono più esposti al contagio rispetto a cani, maiali, polli e anatre.

Sanità e salute.

Carissimi, oggi è la domenica delle Palme e non vorrei distrarvi con pensieri troppo lontani da questo momento di concentrazione sulla nostra fede.

Spero soltanto non vi facciate impressionare da chi pretende di sostituirsi alla Chiesa, strattonando persino il Papa, nella missione che le appartiene per superiore volontà di Dio.
Non vorrei che questa emergenza sanitaria ci spingesse a tutelare l’igiene e a trascurare la pazzia. In giro vedo segni inquietanti di squilibrio, un uso dissennato della parola, una ricerca dell’esibizione a tutti i costi.

Tutto ciò accade mentre il “popolo” – quello che viene sempre osannato dai nostri demagoghi – avrebbe desiderio di misura e compostezza.
Non vinciamo la sfida se non alziamo le barriere immunologiche rispetto a questo virus incontrollato, nascostamente parallelo al covid-19, che si chiama esagerazione. Un’esagerazione che si riscontra tanto nei discorsi, quanto nei gesti.

Ora, devo dire francamente, questo sciavero di saggezza non è farina del mio sacco; non è neppure un sovrappiù d’istintiva preoccupazione: è qualcosa che nasce piuttosto dalla lettura mattutina di un vecchio articolo di G. K. Chesterton, oggi riproposto dal nostro benemerito “Avvenire”.

Chesterton invita a non confondere il racconto evangelico con il racconto fiabesco. Vale la pena leggere con attenzione questo breve testo. A un certo punto, verso la fine, ci s’imbatte nel passaggio che sembra inquadrare molto bene l’attuale tendenza a sbracare nell’autoesaltazione: “…molti fanatici dell’igiene dei giorni nostri sembrano preoccuparsi più della sanità che della salute. Chi si concentra troppo sulla potenza cade inevitabilmente in un eccesso di orgoglio”.

Intuire, effettivamente, la sotterranea collisione tra sanità e salute non è che la riprova di quanta luce possa diffondere la scintilla del genio. O non è così?
Buona domenica.