Home GiornaleCeuta, quando la propaganda disonora la politica

Ceuta, quando la propaganda disonora la politica

L’evento impone un’analisi geopolitica, non la rincorsa di slogan. A destra s’inseguono le emozioni, con assoluta disinvoltura. Emerge anche il conflitto tra la figura di Presidente del Consiglio e quella di segretaria di FdI.

Dietro la crisi, una partita geopolitica

L’imponente flusso di migranti che in appena due giorni ha raggiunto Ceuta difficilmente può essere considerato un evento casuale. È più plausibile che si inserisca nel complesso quadro delle tensioni geopolitiche tra Marocco, Algeria e Spagna, con dinamiche che meritano un’analisi approfondita prima di qualsiasi giudizio affrettato.

Di fronte a episodi di questa portata, la politica dovrebbe anzitutto interrogarsi sulle cause: comprendere quali interessi stiano alimentando queste migrazioni, chi possa trarre vantaggio da un simile scenario e quali strategie internazionali si stiano muovendo dietro una crisi che coinvolge migliaia di persone. Sarebbe questo il compito di una classe dirigente responsabile.

La questione migratoria deve unire e non dividere i Paesi europei, perché nessuno può risolverla da solo. Più che mai vale il principio che l’unione fa la forza.

Accade invece il contrario. Ancora una volta prevale la speculazione politica. C’è chi arriva perfino a evocare la sospensione degli accordi di Schengen, una proposta che, rispetto a quanto sta avvenendo a Ceuta, appare priva di un reale nesso con la gestione della crisi e risponde piuttosto alle esigenze della propaganda elettorale.

 

Il conflitto tra funzione istituzionale e interesse di partito

L’obiettivo non è affrontare il problema, ma consolidare il proprio consenso, presidiare il proprio bacino elettorale, alimentare paure che possono tradursi in qualche voto in più. È una dinamica ormai ricorrente: l’interesse generale cede il passo alla convenienza politica del momento.

Questa deriva assume una gravità ancora maggiore quando a praticarla sono figure che, per il ruolo istituzionale che ricoprono, dovrebbero rappresentare l’intero Paese e non una parte politica. Quando il Presidente del Consiglio o il Ministro degli Esteri utilizzano questioni di politica internazionale con argomentazioni tipiche della competizione tra partiti, il confine tra funzione istituzionale e leadership politica si assottiglia fino quasi a scomparire.

È qui che emerge un evidente conflitto di ruoli. Chi governa dovrebbe saper distinguere la responsabilità istituzionale dalla legittima attività di partito. La commistione tra queste due dimensioni rischia infatti di compromettere l’oggettività nell’analisi dei fatti e di orientare le decisioni non verso il bene comune, ma verso il ritorno elettorale.

Una riflessione che diventa ancora più attuale se si immagina un sistema elettorale fortemente maggioritario, capace di concentrare un potere crescente nelle mani dei segretari di partito e del Presidente del Consiglio. In un simile assetto, la separazione tra funzione di governo e guida politica non rappresenterebbe soltanto una garanzia istituzionale, ma una condizione indispensabile per preservare l’equilibrio democratico.

 

Larticolo 54 e la dignità delle istituzioni

Quando il consenso diventa il criterio dominante di ogni scelta, la politica perde progressivamente la propria autorevolezza. Si abbassa il livello del confronto pubblico, prevale la comunicazione emotiva sulla valutazione razionale dei fatti e la ricerca di soluzioni viene sostituita dalla rincorsa dello slogan più efficace.

È un processo che finisce per ledere la dignità e la credibilità delle istituzioni. La Costituzione, all’articolo 54, ricorda che chi esercita funzioni pubbliche ha il dovere di adempierle «con disciplina ed onore». Un principio che non riguarda soltanto il rispetto formale delle regole, ma richiama una responsabilità più ampia: anteporre sempre l’interesse della Repubblica a quello della propria parte politica.

È questo il discrimine tra la politica come servizio e la politica ridotta a propaganda.