Carissimo Stefano, carissimo professore,
desidero sottoporti una riflessione nata leggendo l’editoriale di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore del 7 giugno.
Parlo di uno studioso che stimo da moltissimo tempo per il suo europeismo tenace e lungimirante, quasi da “Premio Nobel” della causa europea. Eppure, questa volta, la lettura mi ha lasciato confuso e disorientato.
L’impressione è che anche lui si collochi ormai nel fronte di coloro che sostengono non soltanto la necessità di unire politicamente l’Europa, ma anche quella di armarla rapidamente e massicciamente. Nello stesso numero del quotidiano, Ernesto Galli della Loggia evocava addirittura migliaia di carri armati necessari a proteggere il continente da minacce considerate imminenti.
Vorrei chiarire subito un punto: il mio non è un pacifismo ingenuo o ideologico. Mi riconosco certamente in valori pacifisti, ma provo a ragionare secondo un criterio di realismo storico, fondato su alcune evidenze molto semplici.
Posso anche ammettere le mie approssimazioni rispetto alla complessità della politica internazionale, che conosco solo in parte. Tuttavia, la domanda che da tempo continuo a pormi è questa: difenderci da chi?
Dalla Cina? Dagli Stati Uniti? Dall’Iran? Da Israele? Oppure soltanto dalla Russia?
E se davvero si ritiene che la Russia abbia già deciso di invadere l’Europa, prendendo l’Ucraina come anticamera di un progetto più vasto, allora bisognerebbe concludere che Vladimir Putin sia pronto a un’avventura suicida, pur conoscendo perfettamente i rischi enormi che comporterebbe uno scontro diretto con l’Occidente. Forse, ironicamente, avrebbe bisogno di cure persino più urgenti di Donald Trump.
So bene che, da cattolico democratico, rischio di trovarmi in cattiva compagnia. Ma non ho mai creduto davvero — e ti chiedo di accettarla come semplice opinione personale — alla tesi di una inevitabile invasione russa dell’Europa.
Per questo continuo a chiedermi due cose.
La prima: l’urgenza di armarsi non rischia forse di nascondere anche gli interessi enormi delle industrie belliche, non soltanto americane? Lo dico con quel pizzico di ironia che, persino nelle questioni più serie, aiuta talvolta a mantenere lucidità.
La seconda: questa continua enfasi sul riarmo non finisce per dimenticare che alle spalle dell’Europa esiste già la Nato?
E non potrebbe essere, almeno in parte, il riflesso di paure diffuse, di ansie collettive alimentate da un clima globale sempre più inquieto e utilizzate poi nel dibattito mediatico come una sorta di “pour parler” permanente, spesso privo di autentico buon senso?
La replica di Stefano Ceccanti
Caro Nino,
rispondo volentieri alle tue sollecitazioni. Fabbrini osserva giustamente che dalle diverse minacce provenienti dalle autocrazie — territoriali, cibernetiche e di altra natura — occorre realmente difendersi, soprattutto oggi che gli Stati Uniti appaiono meno affidabili rispetto al passato.
Senza un’adeguata capacità di deterrenza, sarebbero concretamente minacciati i nostri valori, le nostre libertà e il nostro stesso stile di vita.
Non a caso Alcide De Gasperi sostenne la Comunità Europea di Difesa in nome di un realismo cristiano che non aveva alcuna intenzione aggressiva, ma che conosceva bene il pericolo rappresentato dalle autocrazie.
Anche il Papa, del resto, continua giustamente a parlare di legittima difesa, ricordando che la pace non coincide con la rinuncia a proteggere le società democratiche.
