Home GiornaleGrosso guaio a Washington. C’è un Presidente che non ama la democrazia

Grosso guaio a Washington. C’è un Presidente che non ama la democrazia

Dalle pressioni sulle istituzioni agli attacchi contro gli alleati, fino ai dubbi preventivi sulla regolarità del voto: il trumpismo, secondo l’autore, mette alla prova gli equilibri della democrazia americana.

Il potere come dominio personale

La vicenda della telefonata di Trump al boss della FIFA Gianni Infantino per far revocare la squalifica al centravanti della nazionale USA ai campionati mondiali che si sono disputati in America al di là della sua gravità sportiva (per fortuna o meglio dire per capacità dei calciatori belgi senza dirette conseguenze nel risultato sul campo) illustra bene la concezione del potere che l’uomo della Casa Bianca immagina nella propria testa e prova ad esercitare ogni giorno. Un potere assoluto, o quasi.

Lo si è visto in numerose circostanze e in numerosi settori di attività. Non è il caso ora di richiamarli alla mente, dalle pressioni accompagnate da minacce (un accoppiamento sempre presente nelle esternazioni trumpiane) all’allora governatore della Federal Reserve Jerome Powell affinché abbassasse i tassi di interesse a quelle sugli alleati della NATO per obbligarli all’innalzamento sino al 5% del PIL nazionale delle loro spese militari, alla confusa ma continuata azione belligerante verso tutti i paesi del mondo attuata tramite l’innalzamento dei dazi commerciali.

La logica della sottomissione

Così pure nei rapporti umani. Non si vuole dire “amicizia”, vocabolo troppo impegnativo in assoluto e totalmente inconcepibile associato a un personaggio come Trump. Se ne è dovuta rendere conto Giorgia Meloni, ridotta presto a nemica dopo essersi illusa di poter utilizzare politicamente la sua sintonia ideologica e, appunto, la sua supposta “amicizia” con il tycoon. In realtà, con quest’ultimo l’unico metodo valido per non venire sottoposti alla sua ira, ai suoi dileggi, ai suoi insulti è la sottomissione: dargli sempre ragione, non contraddirlo mai, fare sempre quello che lui esige. Come Gianni Infantino, appunto. E – su un livello più importante per il futuro del mondo – come Mark Rutte, il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica. Da politico navigato, al costo di passare per uno che si lascia dominare, quest’ultimo cerca di fare virtù da necessità, dove la virtù è la sopravvivenza dell’Alleanza (e, certo, anche del suo alto incarico).

Ma è evidente che così non va bene, che non può durare. Tanto più ove si consideri che gli Stati non sono persone individuali, sono organizzazioni complesse e plurali, finanche quando dominati da autocrati.

L’identificazione tra uomo e istituzione

Forse Trump non lo capisce, avendo identificato sé stesso con gli Stati Uniti d’America (lo si avverte bene nei suoi interminabili discorsi autocelebrativi, laddove mischia e unisce frequentemente il sé stesso uomo col sé stesso presidente, la persona e l’istituzione quasi fossero perfettamente sovrapposte).

Egli ritiene di poter disporre come vuole di qualsiasi cosa, forte di un suo successo nella vita come individuo che si manifesta col denaro, con i palazzi, con i campi da golf e quant’altro e che ora ha saputo – per unica sua capacità – allargarsi allo Stato e ai suoi simboli (la Casa Bianca da ristrutturare in larga misura, il National Mall e la Reflecting Pool pure interessati da lavori, peraltro al momento fallimentari) e finanche ai suoi istituti (c’è un Vice Presidente, c’è un Segretario di Stato, certo: ma gli ambasciatori personali di Trump nel mondo sono il genero immobiliarista Jared Kushner e l’amico immobiliarista Steve Witkoff): per Trump non esistono interlocutori altri che sé medesimo, convinto di poter decidere tutto, con unico limite “la mia coscienza” (che è di larghe vedute, diciamo).

Questo atteggiamento megalomane ed egocentrico, che lo conduce spesso e volentieri a esercitarsi in dichiarazioni iperboliche ed eccessive, a rivolgere insulti gratuiti nei confronti anche di altri Capi di Stato e di Governo, a utilizzare un linguaggio spesso greve e volgare, ha avuto un suo climax nell’attacco rivolto una prima volta e poi ripetuto a Papa Leone. Per lui, di fatto, niente più che un connazionale che mai sarebbe arrivato al soglio pontificio se non fosse stato di nazionalità americana e proprio in contemporanea con la presenza alla Casa Bianca di Trump. Con tanto di incredibili post creati con l’IA sul suo social Truth.

L’allarme per la democrazia americana

Alcuni psichiatri hanno parlato di “narcisismo maligno” tipico di una personalità “distruttiva” (che alla lunga potrà rivelarsi anche “auto-distruttiva”, perché – come detto – un esercizio così egotico e autocentrato del potere di una grande nazione ancora democratica, nonostante tutto, non può durare all’infinito).

La Corte Suprema – ancorché dominata da giudici di nomina conservatrice – ha cominciato a bocciare alcuni Executive Orders presidenziali e il prossimo novembre sarà l’elettorato, stando ai sondaggi, a mettere un freno parlamentare al dispotismo trumpiano. Ma qui l’allarme è almeno arancione, se non addirittura rosso: ancora l’altra sera, e non è la prima volta, il tycoon ha sproloquiato circa un pericolo “brogli” e un’azione malevola per lui orchestrata dalla Cina che falserebbe il risultato elettorale, come – a suo dire, e senza prova alcuna – sarebbe già avvenuto nel 2020.

Se Donald Trump non verrà sanzionato dalla maggioranza dei suoi connazionali nel turno elettorale di medio termine l’intera democrazia americana diverrebbe a rischio e l’oltraggio da essa subìto il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Campidoglio si rivelerebbe come il primo atto di una tragedia annunciata proprio quel pomeriggio: la distruzione della base ideale sulla quale è sorta ed è cresciuta.