Il Campo Largo e i nodi irrisolti
Le recenti manifestazioni napoletane e le dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio (e nuovo candidato al ruolo?) Giuseppe Conte sulla pericolosità della minaccia russa rendono sempre più evidente come il Campo Lavrov (o Largo) non sia adatto a governare il nostro Paese.
Viene in mente, a riguardo, la celebre copertina dell’Economist su Silvio Berlusconi, nella quale veniva definito unfit to lead; verrebbe da dire: ecco, se non lo era lui, figurati questi altri…
5 Stelle, PD e AVS sembrano aver chiarito in quella piazza che saranno il nocciolo duro di una qualunque alternativa al centrodestra, anche se non hanno trovato ancora una soluzione a due problemi (che non definirei di poco conto): il programma di governo e chi guiderà l’esecutivo.
Non sono questioni secondarie ed è grave che, dopo quattro anni di opposizione, non abbiano ancora trovato un minimo comun denominatore per il quale chiedere il voto.
Oggi il Campo Lavrov appare diviso su tutto, in primis sulla politica estera e sul posizionamento europeo riguardo al riarmo. Due temi centrali ma, per i principali esponenti dell’opposizione (anche quelli riformisti), non sembrano costituire un problema.
Quando qualcuno osa porre la questione, si ribatte, come un bue che dà del cornuto all’asino, che anche il centrodestra ha le medesime divisioni. Questa accusa è vera solo in parte.
La differenza tra i due schieramenti
Assumendo, infatti, che Giorgia Meloni non commetta l’errore di inglobare Vannacci nella sua coalizione, finora le remore leghiste sul sostegno a Kiev e sul riarmo sono state sempre frenate e tenute a bada dalla leader di FdI.
Nessuna posizione anti-ucraina è emersa nei voti della maggioranza in Parlamento. L’atteggiamento del presidente del Consiglio e del suo ministro degli Esteri, almeno su questi punti, non è mai stato ambiguo. Non hanno mai vacillato nel loro posizionamento pro-ucraino e atlantista, con le ovvie sfumature classiche dei conservatori.
La stessa magia, però, non è in grado di compiere Elly Schlein; anzi, quando si tratta di dettare le linee programmatiche all’intera coalizione, appare in posizione gregaria, pronta ad accettare ogni fuga in avanti che Giuseppe Conte porta a termine.
Per questo motivo, anche se la segretaria del PD dovesse riuscire a vincere la competizione per la premiership, non sarà capace di garantire che il programma della sua coalizione sia fermo sulla linea pro-ucraina, come quello del centrodestra. La questione della politica estera è cruciale. Lo ha sostenuto anche Stefano Cappellini nel suo editoriale di insediamento come direttore de la Repubblica, quotidiano che, almeno un tempo, riusciva a dettare l’agenda e il programma all’intero centrosinistra.
L’Europa non può essere a targhe alterne
La minaccia russa esiste; forse oggi (e speriamo mai) non è fisicamente ai confini del nostro Paese, ma è forte e concreta ai confini di molti altri Paesi europei che fanno parte della nostra Unione.
Siamo pronti a reagire come europei nel caso in cui uno dei 27 Stati membri fosse attaccato o, anche allora, diremo: fatti loro, non è un problema mio?
Se alcuni esponenti del Campo Largo ritengono che sia questo lo scenario, non possiamo che dubitare anche del loro tasso di europeismo e quindi di quello della coalizione di sinistra. Non possiamo essere europeisti a targhe alterne solo quando ci conviene. Sia chiaro, io sono tra coloro i quali ritengono che già la vile invasione russa dell’Ucraina sia una minaccia per l’intera Europa e per l’Italia, ma, a quanto pare, tutto questo non basta all’ex presidente del Consiglio.
Così come non gli basta, per qualificare Putin come una minaccia al nostro Paese, l’esito delle recenti indagini, nelle quali è emerso che alcune mele marce dei nostri servizi segreti erano pagate dalla Russia per ricevere informazioni riservate.
Cosa aspetta il PD a prendere le distanze da tutto ciò? Aspettiamo che si beva vodka e si canti l’inno russo per festeggiare il 25 Aprile per aprire gli occhi e riconoscere la realtà? Oppure, per ottenere uno strapuntino di potere, si accetta di tutto? Ma allora il Campo Lavrov è così differente dal centrodestra che sgomita per eleggere una sua personalità al Quirinale?
Uno spazio politico da costruire
C’è qualcuno che si sta adoperando per costruire un’alternativa sia alla destra che alla sinistra? Sì, sarebbe ipocrita non riconoscerlo.
Sono numerosi e via via più crescenti gli appelli agli europeisti. L’on. Pina Picierno continua a chiamarli con il magnifico appellativo di don Sturzo, “liberi e forti”, affinché si possano ritrovare tutti, senza veti di sorta, in uno spazio terzo e indipendente dai due poli.
Ritengo che questo sia il luogo in cui anche noi, che continuiamo a dibattere su questo giornale online, possiamo trovare una casa.
Spero che arrivi presto un segnale in questa direzione.
Alternative non se ne vedono all’orizzonte. Mi chiedo, infatti: non vale la pena lottare per uno dei grandi lasciti che Alcide De Gasperi ci ha lasciato, l’Europa?
Se non ci sentiamo a casa con gli europeisti, dove ci dovremmo sentire accolti con il rispetto che meritiamo?
Nel Campo Largo, dove non si viene nemmeno invitati a tavola per un pranzo (figuriamoci per scrivere il programma), se non si è di sinistra estrema?
Nel centrodestra, invece, dove i popolari servono solo per apparire più affidabili a Bruxelles e per mettere bocca unicamente sulla politica estera?
Credo che queste ultime due domande abbiano la medesima risposta: no, la nostra casa è altrove… in uno spazio pubblico (?).
