C’è una domanda che continuiamo a rimandare: cosa significa, oggi, “rieducazione della pena”? Me la sono posta guardando i numeri, e i numeri fanno male.
I dati di un’emergenza permanente
Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano recluse 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che scende a 46.318 posti realmente disponibili: un tasso di sovraffollamento del 139,1%. In otto istituti si supera il 200%. Su 190 istituti penitenziari, solo 22 non risultano sovraffollati.
Ma è il conto dei morti a raccontare la verità più cruda. In meno di un anno e mezzo si sono tolte la vita 106 persone detenute. Nel solo 2025 sono morte in carcere 254 persone: non da anni, non da un decennio, mai negli ultimi decenni se n’erano contate così tante. E c’è un altro numero che mi si è fermato in testa: un detenuto su cinque, in questo momento, si sta facendo del male da solo. Non uno su cento, uno su cinque.
Una colpa senza colore politico
Non è la colpa di un governo. È la colpa di trent’anni di governi. Destra e sinistra, tecnici e populisti: nessun esecutivo ha mai fatto del sovraffollamento una priorità reale, perché il carcere non porta voti. Si sono susseguiti indulti spot, piani carceri mai completati, promesse di edilizia penitenziaria rimaste sulla carta. Il risultato è un sistema che, invece di riabilitare, tritura: solo il 40,8% dei detenuti è alla prima carcerazione, segno di un reinserimento che semplicemente non accade.
Una ferita antica, non un’emergenza improvvisa
Il carcere italiano non è mai stato all’altezza dell’articolo 27 della Costituzione. Dalla sentenza Torreggiani del 2013, che condannò l’Italia per trattamenti disumani, a oggi poco è cambiato nella sostanza: cambia solo il numero delle persone recluse in celle pensate per meno della metà. È una questione storica, perché la politica l’ha sempre trattata come un’emergenza da tamponare, mai come un problema strutturale da risolvere.
Che posizione prendere?
Credo che continuare a ignorare questi numeri sia una scelta, non una svista. Servono misure alternative alla detenzione per le pene brevi, investimenti reali in edilizia e personale — dove finora si è fatto ancora troppo poco — e soprattutto la volontà politica di dire che la sicurezza non si costruisce riempiendo le celle, ma svuotandole con dignità. Chi grida “certezza della pena” dimentica che una pena disumana non rieduca nessuno: produce solo altra recidiva, altro dolore, altre bare.
