Un’altra diagnosi, un altro cenacolo
Mario Draghi torna in campo. O, almeno, così viene presentata la nascita del Rhine Group, promosso insieme a Patrick Collison, fondatore di Stripe. L’obiettivo è tradurre in iniziativa le indicazioni del rapporto sulla competitività europea consegnato nel 2024 alla Commissione: più investimenti, innovazione, produttività e autonomia strategica.
La diagnosi è largamente condivisibile. L’Europa rischia il declino, accumula ritardi tecnologici, frammenta le proprie risorse e non riesce a trasformare la sua forza economica in capacità politica. Ma proprio perché il problema è ormai chiaro, non si comprende quale contributo decisivo possa venire dall’ennesimo luogo di elaborazione animato da economisti, imprenditori, accademici ed ex governanti.
Draghi continua a scegliere il ruolo del grillo parlante: ammonisce, richiama, indica ciò che gli altri dovrebbero fare. È un ruolo autorevole, certamente. Ma non basta più.
L’autorità non può restare senza responsabilità
Il punto non riguarda il valore delle proposte né la competenza dei promotori. Riguarda la misura dell’impegno richiesto a una personalità come Draghi. Dopo la Banca centrale europea, la guida del governo italiano e il rapporto sulla competitività innEuropa, egli non è un osservatore esterno. Possiede un capitale di credibilità e relazioni che pochi altri europei possono vantare.
Proprio per questo, continuare a parlare dall’ambiente ovattato di un think tank rischia di apparire come una forma di elusione della responsabilità. Draghi chiede ai leader europei di «sollevare lo sguardo» dalle preoccupazioni quotidiane. Ma chi dovrebbe farlo? Sempre gli altri? La politica non è soltanto il luogo nel quale si applicano le soluzioni elaborate dagli esperti. È il terreno nel quale si costruisce il consenso necessario per renderle possibili, affrontandone costi, resistenze e conflitti.
Insomma, questo Draghi dei think tank, per quanto aureolato di prestigio, non ci convince.
La lezione politica di Mark Carney
Esiste un precedente che rende ancora più evidente questa debolezza di approccio. Mark Carney, già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, aveva un curriculum non dissimile da quello di Draghi: economista, banchiere centrale, figura rispettata nei grandi organismi internazionali.
Quando il Canada si è trovato esposto all’offensiva politica ed economica di Donald Trump, Carney non ha fondato un centro studi. Ha scelto una parte, ha assunto la guida del Partito liberale, si è candidato e ha chiesto agli elettori un mandato. Ha proposto una linea neo-occidentalista, saldamente democratica ma apertamente antitrumpiana. Ha rischiato e ha vinto le elezioni dell’aprile 2025. Oggi è un interlocutore politico importante anche per l’Europa, proprio perché la sua autorevolezza tecnica è stata sottoposta alla prova della democrazia.
Non tutto ciò che Carney fa è necessariamente condivisibile. Ma il significato della sua scelta resta limpido: quando la posta in gioco riguarda il destino di un Paese, la competenza deve accettare di diventare responsabilità politica.
Se vuole cambiare l’Europa, entri nella mischia
Draghi vuole essere utile all’Italia e, attraverso l’Italia, all’Europa? Bene. Dica quale progetto politico intende sostenere, con quali forze e contro quali interessi. Si misuri con il voto, costruisca un consenso, accetti il conflitto democratico. Non gli si chiede di trasformarsi in un tribuno, ma di mettere la propria autorevolezza al servizio di una scelta riconoscibile.
I think tank possono elaborare proposte molto belle, ma le svolte storiche non nascono nel chiuso di una stanza. Richiedono partiti, alleanze, leadership, popolo e rischio personale.
È nella lotta politica, non nella posizione rassicurante del consigliere, che il desiderio di cambiare può diventare realtà. Draghi ha già spiegato molte volte che cosa dovrebbe fare l’Europa. Adesso dovrebbe dirci che cosa è disposto a fare lui, a viso aperto.

