Il populismo contemporaneo una triplice patologia. Il primo elemento è la personalizzazione della politica: i corpi intermedi perdono ogni capacità di mediazione, il potere si concentra nei leader, il rapporto con le masse scivola verso il plebiscitarismo come anticamera dell’autoritarismo.
Il secondo è la degenerazione della comunicazione: pur illudendosi che i social network ricreino antiche agorà democratiche, il popolo resta in realtà relegato a un ruolo passivo, poiché anche nella rete vi sono soggetti capaci di guidare la discussione e orientare le decisioni.
Il terzo è il linguaggio dell’antipolitica: slogan emotivi al posto di argomentazioni, demagogia al posto di programmi. L’esito complessivo è ciò che Piraino definisce egocrazia — il potere ridotto a fine a se stesso, con la cancellazione di qualsiasi idea di bene comune.
A questo quadro degenerativo si contrappone il popolarismo sturziano come alternativa sistematica, elaborata ben prima che il fenomeno populista assumesse le forme attuali. Nel popolarismo la democrazia non è insieme di regole procedurali ma esperienza di convivenza fondata sulla libertà e correlata al principio di autorità, che si declina a tutti i livelli della vita associata: dalla famiglia alle associazioni, dai comuni alle regioni, dai partiti alle istituzioni dello Stato. Il popolo non è massa omogenea contrapposta a un nemico, ma pluralità organizzata di persone, corpi intermedi e comunità locali. La parola chiave non è sovranità ma responsabilità.
Il partito di massa, nella visione sturziana, non è proprietà del leader ma strumento di educazione civica, mediazione istituzionale e rappresentanza delle forze sociali. Per questo Sturzo, lanciando nel 1919 il Ppi, sostenne con convinzione il sistema proporzionale, unico metodo elettorale in grado di garantire la reale rappresentanza della varietà politica e sociale del paese. Contro il centralismo statale, rivendicò uno Stato organico e decentrato, capace di riconoscere autonomia e iniziativa a tutti gli organismi sociali, culturali, religiosi ed economici.
Il popolo, in questa prospettiva, non detiene un potere assoluto ma esercita una funzione di controllo e di limite morale nei confronti degli organi statali — un’intuizione che Piraino considera più radicale della stessa separazione montesquieviana dei poteri.
