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La narrazione manipolata della remigrazione

Slogan, realtà economica e responsabilità politica: il tema della remigrazione riaccende il confronto pubblico, ma esso richiede un approccio fondato sui dati, sul diritto e sulla coerenza delle scelte pubbliche.

Il ritorno di un tema divisivo

Il tema della remigrazione, che sembrava relegato dietro le quinte del dibattito politico e del programma di governo, pur rimanendo latente ogni volta che si affronta la questione migratoria, è tornato con forza al centro della scena. Un ruolo significativo in questo processo è stato svolto dall’europarlamentare Roberto Vannacci e dal movimento Futuro Nazionale, che hanno elevato il tema a priorità politica, raccogliendo un consenso non trascurabile.

Parallelamente, anche l’Unione Europea ha impresso una svolta più restrittiva alle proprie politiche migratorie. L’apertura alla realizzazione di centri e hub per la gestione delle richieste d’asilo al di fuori del territorio comunitario viene interpretata da molti osservatori come un avvicinamento alle posizioni sostenute da partiti sovranisti e conservatori presenti nel continente.

Tuttavia, nel dibattito pubblico emerge una contraddizione profonda. Molti esponenti politici che rivendicano le radici cristiane dell’Europa sembrano trascurare i richiami costanti della Chiesa cattolica all’accoglienza, alla dignità della persona e alla tutela dei migranti. Un richiamo che ha caratterizzato il magistero di Papa Francesco e che continua a essere presente nella dottrina sociale della Chiesa.

Che cosa significa davvero “remigrazione”?

Per quanto riguarda l’Italia, si pongono almeno due ordini di problemi.

Il primo riguarda il significato stesso del termine “remigrazione”. Se con esso si intende il ritorno nel Paese di origine di chi è emigrato, allora il fenomeno dovrebbe interessare innanzitutto i molti giovani italiani che negli ultimi anni hanno lasciato il Paese, privandolo di competenze e capitale umano. A questi si potrebbero aggiungere i pensionati residenti all’estero, che rappresentano una quota di consumatori e contribuenti sottratta all’economia nazionale. Non a caso, alcuni Paesi europei, tra cui il Portogallo, hanno promosso programmi destinati a favorire il rientro dei propri cittadini emigrati.

L’economia italiana e il lavoro degli immigrati

La seconda considerazione riguarda il ruolo ormai strutturale della manodopera immigrata. In Italia, regolari e irregolari svolgono spesso attività lavorative per le quali manca una disponibilità sufficiente di lavoratori italiani oppure che molti connazionali non sono più disposti a svolgere. Si pensi alle colf, alle badanti, ai lavoratori impiegati nella raccolta agricola di frutta e verdura o, più recentemente, alla carenza di autisti nel trasporto pubblico locale denunciata da numerose aziende del settore. Questo semplice elenco dovrebbe bastare a far comprendere come sia ormai difficile, piaccia o meno, immaginare il funzionamento dell’economia italiana senza il contributo di una significativa forza lavoro straniera.

I limiti giuridici dei rimpatri di massa

Ma la remigrazione, intesa come rimpatrio su larga scala degli immigrati presenti sul territorio nazionale, è davvero realizzabile dal punto di vista giuridico ed economico?

La risposta, in sintesi, appare negativa. Mancano spesso accordi di riammissione efficaci con i Paesi di origine; l’identificazione delle persone è frequentemente complessa, poiché molti migranti arrivano privi di documenti; inoltre, senza la collaborazione degli Stati interessati, i rimpatri risultano estremamente difficili da eseguire. A ciò si aggiunge il principio di non-refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che vieta di respingere o espellere una persona verso un Paese nel quale rischi persecuzioni o gravi minacce alla propria vita e alla propria libertà.

La questione economica non è meno rilevante. I rimpatri forzati comportano costi significativi per l’amministrazione pubblica: oltre alle spese di trasporto e di logistica, sono necessari adeguati dispositivi di sicurezza, che spesso richiedono la presenza di più agenti di polizia per ogni persona rimpatriata. Anche qualora si volesse procedere a espulsioni su larga scala, l’impatto finanziario sarebbe considerevole e difficilmente sostenibile nel lungo periodo.

Il silenzio della politica progressista

Naturalmente questi sono soltanto alcuni spunti di riflessione. La materia richiederebbe un’analisi molto più approfondita. Ciò che colpisce, tuttavia, è come di fronte a una propaganda martellante i partiti cosiddetti progressisti, pur disponendo di numerose argomentazioni e dati a sostegno delle proprie posizioni, spesso rinuncino a costruire una narrazione alternativa, limitandosi talvolta a inseguire il terreno politico degli avversari.

Gli esempi non mancano. Pietro Bartolo, noto come il “medico di Lampedusa”, ha prestato servizio sull’isola dal 1992 al 2019, assistendo circa 250.000 migranti sbarcati sulle coste italiane. Eletto al Parlamento europeo nel 2019 nelle liste del Partito Democratico, ha avanzato nel corso degli anni diverse proposte in materia migratoria che, secondo molti osservatori, non hanno ricevuto l’attenzione politica e mediatica che meritavano.

Il tempo delle scelte

Siamo dunque di fronte a un bivio. L’accoglienza deve procedere insieme all’integrazione e al rispetto delle regole del Paese ospitante, a partire dalla Costituzione. Su questi principi non dovrebbero esserci ambiguità. Allo stesso tempo, però, è necessario contrastare con argomenti solidi le semplificazioni e le rappresentazioni distorte della realtà, senza timori e senza reticenze.

Come si legge nell’Apocalisse (3,15-16): «Poiché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca». In questo tormentato inizio di secolo, il tempo dell’ambiguità sembra essersi esaurito. È il tempo delle scelte, soprattutto per la politica.