Un potere che non conosce misura
È francamente difficile comprendere quale sia la soglia oltre la quale il delirio di onnipotenza di Donald Trump sfoci in un malato accenno di demenza senile, ma è certo che le sue esternazioni sempre più intolleranti ed esagerate non possono ormai non preoccupare anche la cerchia ristretta delle persone a lui più vicine. E ancor più l’intero establishment statunitense, in considerazione dell’enorme potere di cui dispone il Presidente della prima potenza mondiale e dei danni che, conseguentemente, può causare al proprio Paese.
Cercando di mettere ordine nella infinita sequela di minacce e insulti, moniti e apprezzamenti fuggevoli, prepotenza esibita e disprezzo non dissimulato, quello che si intravede in questo smisurato caos comunicativo guidato da un egotico senso di superiorità individuale è il convincimento che l’Occidente per come lo abbiamo sempre inteso in realtà non esista perché è solo l’America a detenere le chiavi del potere planetario e quelle chiavi adesso le ha lui, Donald Trump.
Non è per caso che ad essere sistematicamente attaccati, alternando accuse collettive a insulti personali in una sequela di offese divenute ormai inaccettabili per chiunque, siano prevalentemente i leader delle nazioni europee.
Il disprezzo per l’Europa e le sue élite
Le motivazioni di tale atteggiamento possono risiedere nella profonda ignoranza culturale della parte, purtroppo non piccola, meno istruita del popolo americano che il presidente affarista interpreta mettendoci del suo; o anche nel radicale disprezzo verso le élites europee, viste come una sorta di aristocrazia ricca di titoli nobiliari ma povera di potere reale e forza economica (e militare), come emerge dall’astio di cui sono intrise le parole dei rappresentanti del movimento MAGA, a cominciare da JD Vance e Peter Hegseth.
Quali che siano, queste o altre ancora, esse denunciano la totale inconsapevolezza dello straordinario soft power democratico e liberale che l’Occidente tutto – con la millenaria cultura europea e la frizzante evocazione emotiva di crescita e sviluppo materiale dell’american way of life – ha saputo suscitare nel tempo, ma che ora non ha più anche e soprattutto perché sottoposto a un processo distruttivo che l’America trumpiana persegue con ferocia senza comprendere che così facendo demolisce sé stessa e non solo i suoi alleati storici. Un fatto che Xi Jinping, attento studioso della storia occidentale, ha compreso da tempo e lo ha dimostrato, per la prima volta in maniera alquanto esplicita, nel recente vertice di Pechino col Presidente USA.
L’Occidente come forza condivisa
L’impero americano che ha in mente il movimento MAGA non è esattamente lo stesso cui anela Donald Trump, ora seduto alla Casa Bianca immaginandosi quale novello Napoleone, o quale nuovo Alessandro il Grande. Rinserrato nella “fortezza America” – che deve intendersi in senso macro-continentale, dalla Groenlandia all’Antartide – quello propugnato dal primo; esteso oltre quei confini ma in co-partecipazione con la Cina, probabilmente, quello sognato dal secondo, sempre auto-dichiaratosi vincitore di ogni guerra, di ogni trattativa, di ogni pace reale o presunta. Ma in entrambi i casi assolutamente inconsapevoli che la grandezza del supposto impero americano risiede nella sua declinazione occidentale, unita e non divisa, amica e non ostile, con l’Europa.
Una declinazione che trova nella democrazia, nella libertà e nella socialità (in quest’ultimo caso con ancora troppi limiti, in verità) la sua ragion d’essere e la sua forza. Che quest’uomo eccessivo sta distruggendo. Andando oltre il limite.
