Monti, Camus e Mitterrand
A Cernobbio, nel confronto tra Mario Monti e Roberto Vannacci, c’è stato un momento che, al di là della polemica politica, merita forse di essere esaminato con maggiore attenzione.
Monti ha citato Albert Camus: «Amo troppo il mio Paese per essere nazionalista». E poi François Mitterrand: «Il nazionalismo è la guerra».
Non erano citazioni casuali. Erano il tentativo di riportare il confronto dentro una dimensione che nella politica di oggi rischiamo troppo spesso di smarrire: la memoria della storia.
L’Europa nata dalle macerie
Perché l’Europa non è nata nei palazzi di Bruxelles.
È nata dalle macerie di un continente che aveva conosciuto due guerre mondiali, nazionalismi esasperati, dittature, confini trasformati in frontiere di sangue e milioni di uomini mandati a morire per una contrapposizione che sembrava allora ineluttabile.
Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet non pensarono semplicemente a costruire un mercato. Pensarono a qualcosa di molto più audace: rendere la guerra tra gli europei non soltanto improbabile, ma impensabile.
È questa la prospettiva storica che talvolta sembra scomparire dal nostro dibattito pubblico. Ed è anche per questo che la discussione di Cernobbio mi è sembrata importante.
Cambiare l’Europa, non tornare indietro
Si può criticare l’Europa. Anzi, si deve poterlo fare. Si possono denunciare le sue lentezze, le sue contraddizioni, le sue debolezze democratiche. Si può chiedere un’Europa diversa, più forte, più vicina ai cittadini, capace di proteggere meglio i propri interessi.
Ma una cosa è voler cambiare l’Europa; altra cosa è pensare che la risposta ai problemi del nostro tempo consista nel tornare indietro, verso un’idea di nazione che trova la propria forza nella contrapposizione agli altri.
E qui la storia torna a parlarci.
Perché ogni volta che il nazionalismo viene presentato come la soluzione semplice alla complessità, ogni volta che l’Europa viene descritta come il problema e non anche come una delle più grandi risposte politiche che il nostro continente abbia saputo dare alle proprie tragedie, dovremmo fermarci un momento.
E dovremmo ricordare.
La tentazione dell’uomo forte
Ricordare che anche l’idea dell’uomo forte, capace di decidere senza gli intralci del Parlamento, delle istituzioni, del pluralismo e delle garanzie, non è una novità del nostro tempo.
La storia europea l’ha già conosciuta.
E sappiamo dove può condurre.
Per questo non credo che il vero dilemma sia tra patriottismo ed Europa. Si può amare profondamente il proprio Paese e, proprio per questo, volere un’Europa forte.
L’identità nazionale non deve necessariamente diventare chiusura. La sovranità non deve necessariamente diventare solitudine. La forza non deve necessariamente coincidere con la concentrazione del potere nelle mani di un uomo.
Una sovranità che unisce
Forse è proprio questa la grande lezione della costruzione europea: aver trasformato una parte della sovranità che divideva in una sovranità condivisa che può unire.
Non è un’opera perfetta. È un’opera incompiuta.
E proprio perché è incompiuta, dobbiamo avere il coraggio di migliorarla, non quello di dimenticare perché l’abbiamo cominciata.
In fondo, la storia non ci chiede di vivere nel passato.
Ci chiede qualcosa di molto più difficile: di non dimenticare il passato mentre decidiamo il futuro.
Ed è forse questo che a Cernobbio, tra una polemica politica e l’altra, valeva davvero la pena di ascoltare.

