Home GiornaleLo spirito dell'Ulivo, ovvero il fantasma che l'Italia evoca da trent'anni

Lo spirito dell’Ulivo, ovvero il fantasma che l’Italia evoca da trent’anni

Ogni ciclo elettorale il centro italiano riscopre la stessa nostalgia. Il problema è che la nostalgia, da sola, non ha mai fatto un partito

Ruffini ci riprova. «Torniamo allo spirito dell’Ulivo» — frase che in politica italiana funziona un po’ come l’oroscopo sul giornale: va bene sempre, non impegna a nulla, e la si può ripubblicare identica ogni sei mesi cambiando solo la foto in prima pagina.

Il problema non è l’idea in sé. Un centro che prova a darsi un’anima oltre le sigle è legittimo, e l’Italia — schiacciata da vent’anni di bipolarismo urlato — ne avrebbe pure bisogno. Il problema è che l’abbiamo già sentita, questa canzone, più volte di quante ne possiamo contare: nuove sigle, nuovi contenitori, nuovi «poli» che dovevano nascere e si sono sciolti prima ancora di avere l’atto di nascita registrato. Ogni leader di quest’area, nell’ultimo ventennio, si è sentito in dovere di evocare Prodi, la bicicletta e il ’96 come si evoca un santo protettore: rassicura, fa audience, non produce voti.

E puntualmente si ripete lo stesso copione: la trasformazione in «soggetto politico» resta tutta da scrivere, le scadenze fissate somigliano più a ultimatum interni che a progetti condivisi, e i protagonisti coinvolti restano meravigliosamente incapaci di parlare con una voce sola — preferendo interviste parallele a una linea comune. Il «campo largo» che si definisce sempre per esclusione — mai senza qualcuno, mai per una proposta propria — è l’ossessione ricorrente di quest’area politica.

Vale la pena ricordarlo: il vero spirito dell’Ulivo non era la nostalgia. Era una leadership riconosciuta, un programma comune scritto prima e non dopo, e la capacità di tenere insieme sensibilità diverse sotto un progetto — non sopra le macerie di forze che faticano a riconoscersi reciprocamente. Finché la «rifondazione» si misura in interviste parallele e prime pagine contese, quello che si rilancia non è l’Ulivo: è solo il genere giornalistico del «centro che ci riprova», un pezzo che si scrive quasi da solo ogni volta che si avvicina una scadenza elettorale.