Ruffini ci riprova. «Torniamo allo spirito dell’Ulivo» — frase che in politica italiana funziona un po’ come l’oroscopo sul giornale: va bene sempre, non impegna a nulla, e la si può ripubblicare identica ogni sei mesi cambiando solo la foto in prima pagina.
Il problema non è l’idea in sé. Un centro che prova a darsi un’anima oltre le sigle è legittimo, e l’Italia — schiacciata da vent’anni di bipolarismo urlato — ne avrebbe pure bisogno. Il problema è che l’abbiamo già sentita, questa canzone, più volte di quante ne possiamo contare: nuove sigle, nuovi contenitori, nuovi «poli» che dovevano nascere e si sono sciolti prima ancora di avere l’atto di nascita registrato. Ogni leader di quest’area, nell’ultimo ventennio, si è sentito in dovere di evocare Prodi, la bicicletta e il ’96 come si evoca un santo protettore: rassicura, fa audience, non produce voti.
E puntualmente si ripete lo stesso copione: la trasformazione in «soggetto politico» resta tutta da scrivere, le scadenze fissate somigliano più a ultimatum interni che a progetti condivisi, e i protagonisti coinvolti restano meravigliosamente incapaci di parlare con una voce sola — preferendo interviste parallele a una linea comune. Il «campo largo» che si definisce sempre per esclusione — mai senza qualcuno, mai per una proposta propria — è l’ossessione ricorrente di quest’area politica.
Vale la pena ricordarlo: il vero spirito dell’Ulivo non era la nostalgia. Era una leadership riconosciuta, un programma comune scritto prima e non dopo, e la capacità di tenere insieme sensibilità diverse sotto un progetto — non sopra le macerie di forze che faticano a riconoscersi reciprocamente. Finché la «rifondazione» si misura in interviste parallele e prime pagine contese, quello che si rilancia non è l’Ulivo: è solo il genere giornalistico del «centro che ci riprova», un pezzo che si scrive quasi da solo ogni volta che si avvicina una scadenza elettorale.
