La persona al centro della convivenza
Dal rapporto tra persona umana e società nasce uno dei processi canonici su cui si concentra la relazionalità conflittuale tra diritti fondamentali della persona umana e la sua dignità. La pace non è composta di tecnica, ma di principi sui quali costruire l’edificio della convivenza tra culture, esperienze, religioni ed educazione.
In questo ambito appare evidente e delicato il passaggio che stiamo vivendo tra cultura moderna e cultura postmoderna, soprattutto caratterizzato nel nostro tempo dall’emergenza di tre unità: l’unità di tutte le società nazionali del mondo in una, seppure articolata, organizzazione supernazionale, quindi l’effettivo ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie; l’unità per la comprensione, il confronto e la possibile coesistenza di tutte le religioni del mondo con fini spirituali e il conseguente superamento di ogni fondamentalismo; l’unità del diritto secondo i principi fondamentali dettati dalle diverse Costituzioni democratiche e il rifiuto delle leggi aventi forza di legge in contrasto con tali principi. In tal senso, la cooperazione economica potrebbe evidenziare l’emergenza della pace come percorso educativo che si esplica nell’affermazione dei diritti dell’uomo non solo come generosa utopia, ma come possibile certezza.
In questo senso le esperienze giuridiche ci offrono uno spaccato della realtà sociale attraverso due elementi: l’approfondimento dell’essenza dell’uomo, che dal versante giuridico arriva a quello ontologico, e l’emergenza del valore della libertà in una società competitiva, ma non per questo senza una ricerca che sempre la legge deve operare in funzione della pace e della cooperazione tra gli uomini.
Il senso della cittadinanza si esplica come affermazione dei diritti dell’uomo non soltanto come generosa utopia, ma come possibile inizio del processo storico di una nuova civiltà. Richiede in primo luogo la scelta della pace come istituzione principe e non più della guerra.
Ciò significa, in concreto, che le Chiese non siano finalizzate alle guerre di religione, ma alla pacificazione tra tutti i popoli; che la scuola non sia più strumento di discriminazione tra gli uomini, ma servizio per la crescita culturale comune. In tal ambito occorre dare un senso anche a ciò che oggi sembra essere maggiormente in crisi, perché la politica non si serva di strumenti finalizzati alla contrapposizione per la conquista dell’egemonia, ma di dispositivi di reale comunicazione per un mondo libero da ogni tipo di tirannide.
Ma soprattutto occorre che l’organizzazione economica non sia finalizzata all’accumulazione e al monopolio delle risorse, ma al loro impiego per uno sviluppo armonico e generalizzato, senza sacche di sottosviluppo; che gli stessi Stati non siano più strumenti di coercizione burocratica e di rivalità economica tra i popoli, ma sistemi di servizi per una partecipazione realmente democratica in un progetto di federazione mondiale.
E in questo senso l’approfondimento che l’autore rivolge al rapporto tra guerra e diritto non va nel senso di un riconoscimento di un valore all’esperienza bellica, bensì a un tema assai poco dibattuto oggi, ovvero: «Non è sufficiente la pace per porre fine alla guerra», perché la formazione dell’uomo non può prescindere dall’apertura all’altro. In questo senso il riferimento al dono, non solo giuridico ma, direi, ontologico-normativo del vincolo matrimoniale, fa assumere alla società civile i caratteri dell’armonia e del senso della cittadinanza.
La legge come formazione, non soltanto come norma
La legge non è solo norma algida che regola il vivere civile, bensì è il fondamento morale della vita stessa come esperienza di ricchezza della coscienza di ognuno. L’attività morale che l’uomo è chiamato a svolgere nella società contemporanea fa capire che la legge, nei suoi “morfemi”, può essere elemento di formazione e non solo di repressione, come peraltro deve anche essere, ma in contesti eccezionali, quando l’etica purtroppo abbandona la politica. Ciò comporta una rivoluzione concettuale per promuovere contestualmente la legge equa e giusta e la sua cultura in un ambiente linguistico e culturale ancora, per lo più, egemonizzato dal primato della guerra.
L’autorità e il potere non devono più essere istituiti al di fuori o, peggio, contro l’uomo, ma sulla libertà di coscienza, sulle capacità operative di ogni singola persona.
Il dialogo, quindi, come ricerca della propria verità nelle verità degli altri, è sostenuto dall’esplorazione continua nel campo sempre più esteso dell’ignoto, piuttosto che dalla ripetizione ossessiva di verità parziali e comunque riduttive.
È necessario abbandonare il concetto di “politica” come rapporto di forze e intenderla come arte della comunicazione. Considerando la politica come comunicazione e il fare politica come mettere “in rete”, ovvero in comunicazione, si scopre nella progettualità e nell’interrelazione dei progetti su scala mondiale e locale dove il valore della legge, quei “morfemi”, comporta l’attuazione di una strategia fondamentale verso la faticosa costruzione e il raggiungimento, in tempo utile, di un ordine complessivo di relazioni basate sull’educazione alla pace.

