Home GiornaleSalute mentale, l’Italia cura troppo poco, troppo tardi, troppo in emergenza

Salute mentale, l’Italia cura troppo poco, troppo tardi, troppo in emergenza

Il disagio psichico cresce mentre il sistema pubblico continua a intervenire quasi soltanto nell’emergenza. I numeri del 2024 mostrano una distanza drammatica tra bisogno reale e accesso alla cura.

La distanza tra bisogno e risposta

Secondo i dati 2024 del Ministero della Salute, gli utenti psichiatrici seguiti dai servizi pubblici specialistici sono circa 845 mila, pari appena all’1,7% della popolazione adulta. Il bisogno stimato, però, riguarda una platea molto più ampia: circa il 15,7%. In questo scarto non c’è soltanto una carenza sanitaria. C’è una frattura sociale: una domanda di cura che resta in larga parte senza accesso, senza continuità, senza riconoscimento.

La salute mentale non è più un tema laterale del sistema sanitario. Attraversa famiglie, scuole, luoghi di lavoro, carceri, adolescenze sospese, anziani lasciati ai margini, povertà educative, dipendenze, solitudini urbane. Eppure il Paese sembra ancora attrezzato per affrontarla quando è già diventata crisi, quando la sofferenza ha smesso di essere richiesta silenziosa ed è divenuta emergenza visibile.

Una società cambiata più dei servizi

La società italiana si è trasformata più rapidamente delle sue istituzioni di cura. L’indebolimento dei legami comunitari, la precarietà delle biografie, l’ansia prestazionale, la frammentazione familiare, l’invecchiamento e la rarefazione delle reti di prossimità hanno reso il disagio psichico una questione ordinaria della convivenza.

A rendere ancora più evidente questo squilibrio è il dato sulla spesa. Sempre secondo i dati ministeriali, alla salute mentale vengono destinati circa 5,8 miliardi, pari al 2,6% della spesa sanitaria complessiva. Una percentuale lontanissima da quella soglia del 10% del budget sanitario indicata come necessaria per rispondere alla reale portata del fenomeno. Non è una differenza contabile, ma una scelta di priorità. Significa che la salute mentale, pur essendo formalmente riconosciuta come diritto, continua a occupare un posto residualenell’architettura pubblica della cura.

Il rumore dell’emergenza

Ci accorgiamo della psichiatria soprattutto quando torna a fare rumore: nei pronto soccorso, nei trattamenti sanitari obbligatori, nelle carceri, nelle comunità sature, nelle cronache dolorose che trasformano la fragilità in allarme pubblico. Nel 2024 gli accessi in pronto soccorso per ragioni psichiatriche sono stati oltre 636 mila, in crescita del 10% rispetto all’anno precedente; i TSO sono stati 4.586.

Sono numeri che raccontano un sistema costretto a inseguire il dopo perché non riesce a presidiare il prima. Mancano operatori, strutture, percorsi. Ma soprattutto manca una regia capace di tenere insieme prevenzione, prossimità, scuola, famiglie, servizi sociali e sanità territoriale. Senza questa continuità, l’intervento arriva spesso quando la sofferenza ha già attraversato solitudine, abbandono, cronicizzazione.

Il limite della supplenza

In questo vuoto si inserisce spesso il Terzo settore, chiamato a costruire percorsi educativi, comunitari e di prossimità. È una presenza preziosa, talvolta decisiva. Ma non può diventare il supplente permanente di un sistema pubblico insufficiente.

La salute mentale è oggi uno dei luoghi in cui si misura la qualità democratica di un Paese. Perché una società che intercetta solo una parte minima del bisogno non sta semplicemente spendendo poco: sta lasciando fuori campo una porzione crescente della propria vulnerabilità. E ciò che resta fuori dalla cura, prima o poi, ritorna. Non più come domanda, ma come frattura collettiva.

 

Fonte dei dati: Ministero della Salute 2024, come riportato nell’inchiesta di Chiara Daina, “Salute mentale, manca la cura”, Corriere della Sera – Buone Notizie, 26 maggio 2026