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Se a unirci è il nemico

Siamo sempre connessi, ma sempre più spesso ciò che ci lega è un nemico da combattere piuttosto che un futuro da costruire. Giova rileggere il concetto di risentimento del filosofo Max Scheler. .

C’è qualcosa che non torna nel modo in cui stiamo insieme, oggi. Siamo sempre in contatto, sempre connessi, eppure sembra che ci unisca più ciò che odiamo che ciò che amiamo. Più il nemico comune che il sogno comune.

Il filosofo tedesco Max Scheler, tra Otto e Novecento, aveva visto lungo. Diceva che il risentimento non è solo quella cosa che ti rode dentro dopo un’ingiustizia subita. Quando non lo elabori, quando lo tieni lì a fermentare, diventa qualcosa di più grande: una lente attraverso cui leggi tutto, un modo di stare al mondo che contagia gli altri.

Ed è esattamente quello che stiamo vivendo.

Guardiamoci intorno. I social non sono fatti per farci dialogare, ma per farci reagire. E la reazione che funziona di più, quella che porta like e condivisioni, è l’indignazione. È il «guarda cosa ci hanno fatto», è il «loro contro di noi». Non costruiamo più legami partendo da ciò che vorremmo diventare, ma da ciò che rifiutiamo, da chi disprezziamo.

È un noi al contrario. Non è un noi che dice «vogliamo questo futuro», ma un noi che dice «non vogliamo quelli là». È un noi che esiste solo finché c’è qualcuno da combattere, un privilegio da invidiare, un’umiliazione da ricordare.

E il problema è che questo ci cambia. Scheler lo chiamava «falsa trasvalutazione dei valori»: quello che non riesci a raggiungere, lo dichiari inutile o sbagliato. La bravura degli altri diventa sospetta. Il successo diventa colpa. La differenza diventa una minaccia. E la nostra frustrazione, piano piano, si traveste da virtù morale.

È più facile stare insieme condividendo lo stesso rancore che condividendo lo stesso sogno. Il rancore ti dà subito un’identità, ti dice chi sei: sei quello che ha subito, quello che resiste, quello che vede chiaro mentre gli altri sono ciechi. Costruire qualcosa di positivo, invece, è lento, faticoso, incerto. Richiede di mettere da parte l’orgoglio, di fidarsi, di rischiare.

Forse dovremmo chiederci: questo noi che stiamo costruendo, a cosa ci serve? Ci tiene uniti, sì, ma verso dove ci porta? Una società che si nutre di risentimento non diventa più giusta, diventa solo più amara. Più brava a individuare colpevoli che a costruire soluzioni.

Uscirne non significa fare i buoni o dimenticare le ingiustizie subite. Significa smettere di lasciare che siano quelle ferite a decidere chi siamo e con chi stiamo. Significa provare a costruire un noi che non nasca dalla paura o dall’odio, ma da qualcosa che valga la pena di costruire insieme.

È più difficile, certo. Ma è l’unica strada se vogliamo un noi che duri più di un post su Facebook.