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Ue, Italia resta in procedura deficit eccessivo con altri 8 Paesi

Roma, 3 giu. (askanews) – L’Italia resta sottoposta a procedura europea per deficit eccessivo. Nei documenti pubblicati nell’ambito del “Pacchetto di primavera”, la Commissione europea afferma di ritenere che “complessivamente l’Italia ha attuato i suoi impegni in maniera soddisfacente”, anche se i dati non consentono ancora una conclusione della procedura stessa.

“In merito agli Stati sottoposti a procedura per deficit eccessivo, la Commissione europea oggi raccomanda al Consiglio di abrogare la procedura per Malta. Per Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Italia, Polonia, Romania e Slovacchia, la Commissione considera che sono state intraprese azioni per correggere i deficit eccessivi. Per questo a questo stadio non sono necessari altri passi”, si legge.

Bruxelles invece ha preparato un rapporto per valutare il rispetto del criterio del deficit da parte di Bulgaria, Germania, Estonia, Lettonia e Slovenia. “E alla luce delle valutazioni contenute del rapporto, ritiene che a questo stadio sia opportuna l’apertura della procedura per deficit eccessivo per la Bulgaria”, dice il comunicato.

Guardando più specificatamente all’Italia, nella Comunicazione complessiva sul Semestre europeo, la Commissione rileva che nel 2025 la crescita della spesa ha superato i limiti raccomandati dal Consiglio, sia in termini di variazione annua sia in termini cumulati, ma solo in maniera marginale in quest’ultimo caso. “La spesa netta per il 2026 è prevista al di sotto dei limiti raccomandati sia in termini annuali sia in termini cumulati. Per questo, si valuta che l’Italia sia inadempiente per il 2025 ma che sia prevista adempiente sul 2026. La deviazione del 2025 richiede una valutazione complessiva. Tenendo conto del calo nominale del deficit – prosegue la Commissione – della correzione prevista della situazione di deficit eccessivo del 2026 e della limitatezza della deviazione del 2025, si considera che l’Italia abbia assunto misure efficaci”.

“Per questo – dice la Commissione – la procedura per deficit eccessivo è tenuta in sospeso”.

Per quanto riguarda le riforme e gli investimenti previsti nel periodo di aggiustamento, secondo la commissione al 30 aprile 2026 apparivano “ampiamente in carreggiata” in Italia.

Ue propone 0,3% Pil flessibilità per taglio carburanti fossili e più elettrico

Roma, 3 giu. (askanews) – La commissione europea propone un margine di flessibilità di bilancio ai paesi dell’Unione Europea pari allo 0,3% del Pil per circa due anni, quindi uno 0,6% complessivo, da utilizzare nell’ambito della clausola per le spese supplementari in difesa ma da dedicare “al rafforzamento della resilienza strutturale del sistema energetico europeo e dell’accelerazione dalla della transizione dai carburanti fossili”. La proposta è contenuta nella comunicazione sul “Pacchetto di primavera” presentata oggi dalla commissione UE.

“Le misure che verrebbero considerate includerebbero sostegni a imprese e famiglie per ridurre la loro dipendenza da carburanti fossili, promuovere la decarbonizzazione, misure per accelerare l’elettrificazione, gli investimenti in reti elettriche, lo stoccaggio di elettricità (ad esempio batterie), il risparmio di energia e l’espansione delle fonti di energia pulite”, afferma la commissione Ue con un comunicato.

Le misure quindi non includono provvedimenti come il taglio delle accise con cui contenere i rincari dei carburanti effettuato in queste settimane dall’Italia o in generale provvedimenti che puntano a ridurre i prezzi dei carburanti fossili.

Per ottenere questo margine, gli Stati membri dovranno farne richiesta nell’ambito delle loro Clausole nazionali di sospensione del Patto di stabilità e di crescita (Nec o National Escape clause) in merito alle misure assunte a partire dal febbraio del 2026. L’obiettivo, ribadisce Bruxelles è “ridurre la dipendenza da carburanti fossili importati e in questo modo contribuire alla sicurezza e alla difesa europee”.

Il limite all’1,5% del Pil di flessibilità delle clausole nazionali per le spese in difesa resta invariato. All’interno di questo limite viene consentito un limite annuale dello 0,3% del Pil specificatamente per queste misure. Ma questo vale solo per i paesi che non sono sotto procura per deficit eccessivo (in altre parole, lo sforamento fino all’1,5% della soglia del deficit/Pil al 3% non comporta per questi paesi l’apertura della procedura). I paesi in deficit eccessivo, invece, come attualmente l’Italia, se utilizzano la clausola dovranno comunque tornare sotto la soglia del 3% del Pil, senza che sia scomputata dal deficit la spesa per la difesa, prima di poter uscire uscire dalla procedura.

“Gli Stati membri avranno l’opportunità di richiedere l’espansione delle loro clausole nazionali di sospensione nei mesi a venire. Gli Stati che non hanno ancora richiesto l’attivazione della clausola nazionale di sospensione per la difesa potranno farlo in qualunque momento. La commissione – si legge – valuterà tutte le richieste ricevute per assicurare che l’estensione o l’attivazione della clausola non metta a repentaglio la sostenibilità sul medio termine”.

La commissione aggiunge che fornirà ulteriori chiarimenti sulle procedure e i requisiti per questa flessibilità di bilancio.

Minetti, la Procura Generale di Milano conferma il parere positivo sulla grazia

Milano, 3 giu. (askanews) – La Procura Generale di Milano conferma il parere positivo sulla grazia a Nicole Minetti. “Dagli accertamenti svolti risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito ed in base al quale sono state assunte le determinazioni da parte delle Autorità competenti nell’iter procedimentale per la concessione della grazia”, si legge in un comunicato stampa firmato dalla procuratrice generale Francesca Nanni.

“Terminata la raccolta delle informazioni richieste – sottolinea ancora la procuratrice generale di Milano – le risultanze sono state riassunte ed illustrate nella relazione redatta da questa Procura Generale trasmessa in data odierna al Ministero della Giustizia unitamente agli atti e ai documenti acquisiti, al fine di consentire al Ministero della giustizia e dal presidente della Repubblica di assumere le determinazioni di rispettiva competenza”.

Formula1, Leclerc-Ferrari, avanti insieme: rinnovato il contratto

Roma, 3 giu. (askanews) – Charles Leclerc e Ferrari proseguono il loro cammino insieme. La Scuderia Ferrari HP annuncia il rinnovo dell’accordo con il pilota monegasco, che continuerà a vestire i colori del Cavallino Rampante nelle prossime stagioni del Mondiale di Formula 1, consolidando un legame che affonda le proprie radici ben prima dell’esordio nella massima categoria.

Leclerc entra infatti nella Ferrari Driver Academy nel 2016 e compie tutto il proprio percorso di crescita sotto l’egida di Maranello. Dopo il titolo di Formula 2 conquistato nel 2017, debutta in Formula 1 l’anno successivo e nel 2019 approda in Ferrari, diventando rapidamente uno dei punti di riferimento della squadra. In questi anni il ventottenne monegasco colleziona vittorie, pole position e podi, entrando sempre più nella storia del team. Oggi è il secondo pilota Ferrari di sempre sia per numero di gare disputate in Formula 1 sia per pole position, alle spalle soltanto di Michael Schumacher.

“Non potrei essere più felice di continuare il percorso con Scuderia Ferrari HP, che per me è molto più di un team”, afferma Leclerc. “È la squadra che ho sempre amato e di cui ho sognato di far parte fin da quando ero bambino e che, dopo tutti questi anni, è diventata per me una seconda famiglia. Insieme abbiamo condiviso momenti incredibili e altri più difficili, ma credo più che mai nella Scuderia e sono profondamente grato di poter continuare a lottare per il nostro obiettivo comune, che è riportare il titolo mondiale a Maranello”.

Il pilota sottolinea anche il forte senso di responsabilità che accompagna il ruolo di alfiere Ferrari: “Essere un pilota Ferrari è un sogno, ma anche una responsabilità mai scontata. Continuerò a dare tutto me stesso per riportare la Scuderia dove merita, ovvero al vertice, per tutti coloro che lavorano a Maranello e soprattutto per i tifosi, che con la loro passione ne sono il cuore pulsante”.

Soddisfazione anche nelle parole del team principal Frederic Vasseur, che definisce il rinnovo una conseguenza naturale del rapporto costruito negli anni. “Charles è parte della famiglia Ferrari da tanti anni ormai e questo rinnovo è qualcosa di molto naturale per noi. In queste stagioni abbiamo visto crescere non solo uno dei piloti più forti della Formula 1, ma anche una persona che vive profondamente il legame con questa squadra e tutto ciò che Ferrari rappresenta. Apprezziamo il suo talento, amiamo la sua determinazione e il modo in cui affronta ogni giornata insieme alle persone del team, dentro e fuori la pista. Sappiamo quanto questo progetto significhi per lui e siamo felici di continuare a lavorare insieme per conseguire gli obiettivi che condividiamo”.

2 giugno, il Quirinale precisa: nessuna "distanza" tra Mattarella e Meloni

Roma, 3 giu. (askanews) – “Nessuna distanza fisica” tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del consiglio Giorgia Meloni, ieri durante l’evento in piazza del Quirinale per l’80esimo della Repubblica. In una nota il Consigliere per la Comunicazione del Presidente Giovanni Grasso precisa quanto raccontato in un articolo oggi sulla Stampa a proposito della serata del 2 giugno: “I cinque settori della prima fila ospitavano, ciascuno, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato, il Presidente della Camera, il Presidente del Consiglio e il Presidente della Corte Costituzionale, circondati da rappresentanti dei cittadini. Nessuna ‘distanza’ dunque, quanto piuttosto l’idea di raffigurare la società italiana raccolta e ‘vicina’ a ciascuna delle cariche istituzionali della Repubblica”.

La nazionale di calcio dell’Iran sarà domenica in Messico per i Mondiali

Roma, 3 giu. (askanews) – La nazionale iraniana di calcio qualificata per i Mondiali arriverà domenica mattina in Messico, dove resterà per tutta la durata del torneo. Lo ha dichiarato in un comunicato lo staff della squadra.

I giocatori iraniani, che dal 18 maggio si trovano in ritiro per gli allenamenti nel resort turco di Antalya, nel sud del Paese, sono ancora in attesa dei visti per gli Stati Uniti. La Coppa del Mondo 2026, ospitata congiuntamente da Stati Uniti, Messico e Canada, si svolgerà dall’11 giugno al 19 luglio.

Le tensioni legate alla guerra hanno complicato la questione dei visti per gli Stati Uniti e il presidente della federcalcio iraniana Mehdi Taj ha dichiarato il mese scorso che la nazionale, nota come Team Melli, ha spostato la sede del proprio ritiro per il Mondiale da Tucson, nello stato americano dell’Arizona, alla città messicana nord-occidentale di Tijuana. L’Iran è stato sorteggiato nel Gruppo G e da calendario giocherà tutte le partite del girone negli Stati Uniti: al SoFi Stadium di Inglewood (California) contro Nuova Zelanda e Belgio e al Lumen Field di Seattle contro l’Egitto.

Kuwait: un morto nell’attacco iraniano all’aeroporto internazionale

Roma, 3 giu. (askanews) – Una persona è morta nell’attacco iraniano della scorsa notte che ha colpito l’aeroporto internazionale del Kuwait. Lo ha riferito il ministero degli Esteri, condannando in una nota i “ripetuti attacchi iraniani con missili balistici e droni”.

“Questi attacchi hanno nuovamente preso di mira infrastrutture civili e vitali, tra cui l’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando la morte di una persona e il ferimento di altre, così come danni a importanti infrastrutture, tra cui missioni diplomatiche”, si precisa nella nota.

Ip, il Ceo Davitashvili: investimento Socar strategico e commerciale

Baku, 3 giu. (askanews) – La decisione di Socar di investire in Italiana petroli (Ip) è strategica e commerciale. Lo ha detto il nuovo Ceo di Ip, Levan Davitashvili, incontrando i giornalisti a Baku, in Azerbaigian.

La decisione di Socar di investire in Ip, ha detto “è dovuta a due aspetti. Il primo riguarda una decisione strategica, in linea con la visione dell’Azerbaigian di espandersi nel Mediterraneo. Il secondo aspetto è commerciale”.

La decisione di investire in Italia, ha aggiunto “rappresenta la logica continuazione di quanto già fatto in termini di espansione energetica, perché l’Italia non è una novità per l’Azerbaigian. È un partner commerciale molto importante. È il primo partner commerciale in termini di esportazione di risorse energetiche”.

“Inoltre, per l’Italia – ha proseguito – l’Azerbaigian è il secondo fornitore di gas naturale e petrolio. Quindi, a livello strategico, si tratta di una decisione molto logica, ma anche dal punto di vista commerciale: investire in Italiana petroli è stata una scelta molto logica da parte di Socar, frutto di un’accurata valutazione e due diligence. Avbiamo riscontrato che questa azienda è molto solida, ben gestita, con una lunga storia e una grande capacità. Vediamo anche un significativo effetto sinergico sia per Socar che per Italiana petroli. Quindi questo accordo è nell’interesse dell’Azerbaigian, nell’interesse dell’Italia e ovviamente è nell’interesse commerciale di Socar e anche di Italiana Petroli”.

A 2025, Socar ha firmato un accordo con API Holding per l’acquisizione del 99,82% delle azioni di Italiana Petroli. L’operazione ha riguardato l’intero ecosistema a valle, comprese due raffinerie (con una capacità complessiva di circa 10 milioni di tonnellate all’anno), oltre 4.500 stazioni di servizio, impianti di stoccaggio e una rete logistica nazionale.

L’8 maggio 2026, Socar ha completato con successo l’acquisizione dopo aver ottenuto tutte le necessarie autorizzazioni normative.

India, incendio in un albergo a Nuova Delhi: almeno 21 morti

Roma, 3 giu. (askanews) – Almeno 21 persone sono morte nell’incendio, per ora di origine sconosciuta, divampato nella mattinata in un albergo di Nuova Delhi. Lo ha annunciato la polizia della capitale indiana.

Più di 40 persone sono rimaste inoltre ferite e sono state ricoverate in ospedale, ha chiarito la polizia in un comunicato, aggiungendo che l’incendio è stato domato e che sono ancora in corso le ricerche per individuare eventuali altre vittime all’interno dell’edificio.

Al momento non si sa se fossero presenti cittadini stranieri sul posto.

Ocse alza stima crescita Italia 2026 a +0,5%, conferma 2027 a +0,6%

Roma, 3 giu. (askanews) – L’Ocse ha ritoccato al rialzo la crescita economica prevista per l’Italia quest’anno, stimando ora un più 0,5% del Pil sul 2026, cui dovrebbe seguire più 0,6% nel 2027. I dati sono contenuti nella scheda sulla Penisola dell’ultimo Economic Outlook. Lo scorso dicembre l’ente parigino prevedeva un più 0,6% di crescita quest’anno e più 0,7% il prossimo, mentre in un parziale aggiornamento di marzo aveva limato la crescita 2026 al più 0,4% e indicato più 0,6% sul 2027.

La previsione di crescita globale è stata limata di 0,1 punti percentuali rispetto a marzo, al più 2,8% per quest’anno e ritoccata al rialzo, sempre per 0,1 punti, al 3% sul prossimo. Per l’area euro l’Ocse ha confermato l’attesa di crescita di quest’anno allo 0,8% e quella sul 2027 all’1,2%.

Tornando all’Italia, l’Ocse prevede che l’inflazione, a riflesso delle ricadute del conflitto in Medioriente, dall’1,6% del 2025, vada quasi a raddoppiare al 3% quest’anno, per poi attenuarsi al 2,2% del 2027.

Migliorano invece ulteriormente le attese sulla disoccupazione in Italia: dal 6% della media 2025 dovrebbe calare a un minimo storico del 5,4% quest’anno e poi risalire al 5,6% del 2027.

Passando ai conti pubblici, l’Ocse prevede che l’Italia riconduca il deficit di bilancio sotto il 3% del Pil quest’anno, al 2,9%, in linea quindi con i requisiti del Patto di stabilità e di crescita. Il disavanzo dovrebbe poi calare al 2,8% nel 2027, a fronte di un 3,1% stimato su quest’anno.

Per il debito pubblico, l’Ocse prevede che dal 137,1% del Pil del 2025 salga al 138,8% quest’anno e poi inizi a limarsi al 138,6% nel 2027.

In Italia “il debito pubblico è salito sopra il 137% del Pil nel 2025, con l’aumento in parte dovuto ai persistenti effetti dei flussi di cassa dei precedenti generosi crediti fiscali sulle ristrutturazioni degli edifici”, afferma l’ente parigino nella scheda sull’Italia in riferimento agli effetti del “superbonus” sull’edilizia.

La Repubblica del capro espiatorio

Terminata le celebrazioni per la festa della Repubblica con l’orgoglio e la gioia che questa occasione porta in dote, resta sul campo l’episodio della fuga dei cavalli durante le prove della sfilata lungo la via dei Fori Imperiali. Lì da presso campeggia il Colosseo con tanto di bestie che secoli addietro esibivano la loro forza anche alle spalle dei Cristiani mandati al martirio, fiere meno timorose del trambusto che li circondava.

Polveri, cavalli e l’attenzione dei media

Alla fine saranno tutti contenti tranne i 4 poveri agenti della Polizia Locale di Roma Capitale, par di comprendere, oggetti di provvedimenti disciplinari, per aver contribuito, chi più chi meno, alla incauta accensione dei fuochi artificiali che hanno fatto imbizzarrire i cavalli con le conseguenze che sappiamo.

L’episodio è stato stigmatizzato in ogni modo e ripreso dai media ancor più che si fosse acceso il Vesuvio con tanto di terremoto a corredo. Può accadere quando a ridosso dell’estate si è a corto di notizie e può essere noioso raccontare quotidianamente solo delle guerre in corso che non presentano alcuna novità, compreso il sangue che le lubrifica.

Una notte all’improvviso e un’enfasi fuori posto

Forse si dovrebbe avere qualche volta anche la capacità di smitizzare gli episodi invece di darne dimensione eccessiva. La consuetudine di accendere petardi, dopo i preparativi e gli esercizi nella notte che precedono la sfilata, sembra non sia un frutto di impazzimento ma una consuetudine che di anno in anno passa di mano alle varie forze armate e di Polizia. Se le cose fossero così, non ci sarebbe quindi nulla di nuovo sotto il cielo.

Non si è trattato di un atto terroristico ordito alle spalle del nostro bel Paese ma il desiderio di manifestare esultanza per la soddisfazione di un lavoro ben fatto. Il ripetersi del gesto, una sorte di tradizione non scritta, è noto e nessuno può chiamarsi fuori dicendo di non sapere e della sua imprevedibilità.

Sul banco degli imputati

C’è un esecutore materiale che rischia il licenziamento ed una marea di altri responsabili di ogni ordine e grado e divisa comunque presenti in zona, complici, anche indirettamente, di una iniziativa che oggi è esecrata mettendo davanti ad un plotone di esecuzione,  l’autore materiale dell’episodio, un sol uomo.

Così stando le cose non sembra ci sia una questione di giustizia ed anche di clemenza da ripristinare. Se ben si è compreso, non è stata una bravata per iniziativa di un singolo ma un rito posto in essere con il tacito consenso di tutti i partecipanti alle prove in argomento.

La prudenza non è mai troppa ma tutto può accadere

Lascia perplessi poi la circostanza che i destrieri, si presume allenati a muoversi in territorio urbano ed esercitati anche ad azioni anti sommossa o di carica contro eventuali gruppi di facinorosi o violenti, si siano spaventati al detonare dei fuochi d’artificio. Senza conoscere l’accadimento nello specifico, è possibile che i cavalli non siano stati legati ad alcuna staccionata e ciò non sarebbe semmai avveduto.

Alcuni hanno disarcionato i loro cavalieri ma altri sembra di capire fossero tutti condotti a mano con le conseguenze che sappiamo. Conoscendo l’istintiva paura di quegli animali forse si sarebbe dovuta osservare qualche eventuale maggiore accortezza. Il rumore di ogni tipo e natura avrebbe potuto comunque dar origine alla loro fuga dal pericolo. E se gli anni precedenti è andato tutto per il meglio perché questa volta muoversi con atteggiamenti di singolare stupore per lo svolgersi degli accadimenti?

La Repubblica e un po’ di cuore

Non è bene sfilarsi dalle rispettive responsabilità in un sistema di scaricabarile da non apprezzarsi. Certamente ci sono stati, alla conta, feriti uomini e cavalli, e questo dispiace. Per una volta forse la Repubblica potrebbe esercitare un senso di grazia e assolvere l’autore dell’incidente, ritrovando la via del sorriso. Tutto è accaduto per dare sfogo ad un po’ di contentezza dopo il sudore versato e non per muovere guerra alle istituzioni.

“Briciola” è la cagnolina mascotte del Quarto Reggimento dei Carabinieri a cavallo che quest’anno andrà in pensione. Forse è il caso, con un briciolo di magnanimità, di mandare in pensione quest’episodio e di non togliere il futuro al povero pizzardone oggi alla pubblica gogna.

Ridare corpo ai partiti politici per rigenerare la democrazia

La crisi della democrazia rappresentativa

Le epocali trasformazioni culturali, sociali, politiche e tecnologiche che siamo chiamati a registrare in questi Ottant’anni di Repubblica nelle nostre comunità indicano, con riferimento all’evoluzione del sistema democratico, che ormai quest’ultimo necessita di un urgente e deciso intervento riformatore se vogliamo preservarne il suo indispensabile ruolo di garante delle libertà, della partecipazione, della solidarietà, dell’eguaglianza e anche della (negletta) fraternità.

La democrazia, infatti, così come l’abbiamo conosciuta e praticata nella seconda metà del secolo scorso non esiste più. Per effetto: dell’espandersi della globalizzazione, prima, e del ritorno agli imperi, dopo; dell’irrompere della logica europea negli spazi una volta riservati agli stati nazionali; dell’arrancare dei governi politici di fronte al finanz-capitalismo; dell’enorme avanzata del potere tecnocratico e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, la democrazia ha fatto registrare un cambiamento di paradigma. Tende a non riconoscersi più nei propri rappresentanti, considerati degli “uomini di potere” sempre più screditati e corrotti, e a configurarsi su una nuova base costituita dal popolo non più diviso in partiti politici ma ritenuto unitario portatore dell’interesse generale.

Non si tratta, però, come si potrebbe essere indotti a pensare, del passaggio dalla vecchia democrazia “rappresentativa” ad una altrettanto superata democrazia “diretta”, magari con un nuovo modo di declinare i suoi tipici istituti di partecipazione. Deve intendersi, invece, come una dimensione completamente diversa del sistema di governo democratico. Dove i partiti politici che storicamente hanno interpretato la funzione di mediazione tra la società e le istituzioni sono sempre più marginalizzati o, addirittura, cancellati (v., da ultimo, i casi alle elezioni amministrative di Crisafulli, De Luca e Vannacci) e le nuove tecnologie prendono il sopravvento “perché consentono … di intervenire in modo permanente nella vita pubblica, di ergersi ad esperti su tutte le questioni anche le più complesse, di criticare i responsabili politici, di sbeffeggiarli o addirittura denigrarli”.

 

La deriva plebiscitaria e l’egocrazia

Dando così un vigore nuovo e una dimensione esplosiva sia ai media tradizionali che a quelli digitali e costituendo una vera e propria sfida per la democrazia. Che viene messa di fronte a una sorta di automatismo sociale, simile a quello dei sondaggi di opinione o dei rilevamenti dell’audience televisiva, che sottrae il potere ai partiti politici, dà l’impressione di restituirlo al popolo mentre lo affida, invece, alle macchine o, più precisamente, a coloro che le programmano. Facendo emergere, dietro questo schermo di protagonismo popolare, “una subdola democrazia plebiscitaria” i cui caratteri principali sono la personalizzazione della politica e la semplificazione della comunicazione.

Insomma, non sono più i partiti, le associazioni, le organizzazioni di rappresentanza, i corpi intermedi, in generale, a gestire l’intermediazione con le istituzioni pubbliche ma, ora, tale funzione si concentra esclusivamente nei leader determinando così una frattura irreversibile fra demos e kratos. Non solo. Ma gli attuali attori politici, per contrastarsi e cercare di annullarsi reciprocamente, tendono ad improntare il discorso pubblico alla rettorica dell’anti-politica fatta di dichiarazioni piuttosto che di programmi. E sostituiscono i ragionamenti impegnativi e complessi con slogan e semplificazioni che si rivolgono ai sentimenti della gente cercando di sollecitarla emotivamente e di trascinarla nel loro battibeccarsi piuttosto che coinvolgerla in un dibattito pubblico serio.

Oltre alla perdita della capacità di guida e di orientamento dell’elettorato da parte dei partiti, il risultato di questo modo di fare politica è il grave pericolo che dietro l’apparente partecipazione popolare della gente si nasconda un potere personale e autoritario di leader che hanno la pretesa di rappresentare la “vera” volontà del popolo. Si delinea, cioè, una tendenziale egocrazia che è la concentrazione del potere politico nelle mani di soggetti individuali che, per un verso, pretendono di imporre la propria autorità e la propria morale e, per un altro verso, esigono di dominare su tutto e su tutti. In ogni caso, mostrando insofferenza alle regole e alle leggi della democrazia che spesso impongono lo snervante e complicato logorìo dei ragionamenti e delle mediazioni politiche. Il loro io ipertrofico, infatti, non ammette interlocutori, consigli, critiche, misure istituzionali, saggezza politica. Influenzato soltanto dai sondaggi, non riesce a guardare in faccia la realtà dei bisogni e degli interessi della cittadinanza.

In definitiva, è il precipitare di una tendenza egocratica pericolosissima alla quale è veramente arrivato il momento di sbarrare la strada e fare invertire la direzione.

 

Rigenerare i partiti e i corpi intermedi

Ma come? Attraverso una rigenerazione dei partiti politici, oltre che evidentemente di tutti gli altri corpi intermedi: dai sindacati alle organizzazioni imprenditoriali, dalle cooperative alle associazioni professionali e a tutti gli altri organismi religiosi, culturali e di volontariato. Ma, innanzi tutto, dicevo, dei partiti politici che della nostra democrazia repubblicana sono stati i fondatori e i garanti dopo la triste stagione del fascismo.

E allora cerchiamo di capire come ciò possa avvenire!

Innanzi tutto, con il ritorno dei partiti a quella che è la loro natura popolare (di massa). Vale a dire il ritorno ad una organizzazione fortemente strutturata con sezioni territoriali, iscritti, militanza stabile, gruppi dirigenti collegiali, meccanismi stabili di selezione della leadership, indirizzo politico deliberato dai congressi, finanziamento e servizi pubblici. Il contrario, in sostanza, di ciò che avviene oggi. Quando il consenso dei cd. partiti si costruisce sui social, i singoli leader parlano direttamente agli elettori senza alcuna mediazione, l’appartenenza politica è liquida se non gassosa, l’attività politica si svolge quasi esclusivamente attraverso gli strumenti digitali, il finanziamento è privato e dipende, in qualche caso, da una singola azienda o da una famiglia.

 

Costituzione, partecipazione e sistema proporzionale

In secondo luogo, finalmente, con l’introduzione all’interno dei partiti di un ordinamento democratico, come stabilisce la Costituzione, per concorrere a determinare la politica nazionale. Oggi, non esiste più (come ai tempi della contrapposizione ideologica tra visione liberale e comunista della democrazia) alcuna ragione perché questo principio fondamentale non venga attuato. Anzi, bisogna dire che -poiché i social favoriscono i leader più comunicativi rispetto alle organizzazioni collettive e vi è, come cennato, il rischio serio della trasformazione dei partiti in strumenti personali del capo politico- la mancata regolamentazione dei partiti è costituzionalmente insostenibile perché lede il principio della partecipazione popolare.

E, in ultimo, con la fine di questo sfacciato balletto che ogni maggioranza inscena all’avvicinarsi della scadenza della legislatura in ordine ad una nuova legge elettorale ad essa più favorevole e la opzione, una volta e per tutte (anche e soprattutto nell’ipotesi di una riforma del sistema di governo con l’introduzione del cd. premierato), di un sistema proporzionale senza alcuno stravolgimento a seguito di ‘truffaldi’ premi di maggioranza. Al proposito, bisogna finalmente riconoscere che la governabilità o la stabilità del governo non dipendono dalla pluralità o meno dei valori, dei bisogni, degli interessi della società civile presenti in seno alle assemblee rappresentative ma dalla funzionalità e dall’equilibrio dell’intero sistema politico-istituzionale. La pluralità parlamentare, invece di una forzata polarizzazione, è indispensabile per realizzare un corretto rapporto tra i cittadini e lo stato contribuendo così alla partecipazione democratica e al funzionamento del sistema. In conclusione, per riportare i partiti politici al centro dell’agone politico, ma non liberi di servire qualsiasi padrone, bensì funzionali al bene delle comunità.

Naturalmente, tutto ciò, in una prospettiva che non esclude l’accoglienza corretta dell’ormai diffusa cittadinanza digitale, l’uso dell’intelligenza artificiale, l’impiego delle piattaforme informatiche ma impone ai partiti politicvi di trovare un inedito equilibrio tra nuove tecnologie e principi democratici salvaguardando la partecipazione dei cittadini, la rappresentanza e la trasparenza del sistema politico-istituzionale.

N.B. Il testo è la sintesi della relazione che l’autore terrà oggi nel quadro di un convegno sugli 80 anni della Repubblica organizzato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II insieme al Centro Studi Parlamentari del Mediterraneo

L’eredità della Dc oltre i falsi continuatori

Nessuna eredità automatica

Spesso si discute sulla concreta eredità politica di un leader di partito o, ancora di più, su quella di un intero partito. Eredità che molti comicamente si intestano senza rendersi conto di fare un’operazione ridicola. E cioè, non esistono quasi mai – salvo rarissime eccezioni – eredità politiche dirette ed oggettive. Semmai, al più, esistono persone e mondi che si rifanno ad un sistema di valori, ad una cultura politica, ad un magistero di un leader o statista e che cercano, seppur legittimamente, di interpretarne le linee di fondo.

Ora, per essere chiari ed entrare nello specifico, non c’è una persona, una componente politica, men che meno un partito o una associazione che possano ritenersi a tutti gli effetti gli eredi ufficiali – o anche solo ufficiosi – dell’enorme e sterminato patrimonio politico e culturale della Democrazia Cristiana.

 

La rivalutazione tardiva della Dc

Lo dico perchè dopo una lunga stagione in cui abbondavano come ciliegie coloro che ritenevano la Dc sostanzialmente una sorta di associazione a delinquere o, nel migliore dei casi, un partito che praticava un sistematico e violento sistema clientelare se non addirittura mafioso per difendere il suo potere nella società italiana e nelle istituzioni, negli ultimi tempi assistiamo, sempre da parte di questi storici ed incalliti detrattori, ad una riabilitazione postuma dopo anni di dichiarata criminalizzazione politica esercitata nei confronti di un partito e della sua classe dirigente.

Verrebbe quasi da dire, usando un linguaggio curiale, che ci troviamo di fronte ad una sorta di “vocazione adulta” e anche tardiva.

E, per essere ancora più precisi, e al di là del comportamento di questi storici ed incalliti insultatori di professione – appartenenti quasi tutti alle forze di sinistra, ai movimenti populisti e anche a segmenti consistenti dei partiti di destra – quello che vale la pena ricordare è una sola riflessione.

 

Tra beatificazione e ipocrisia politica

E cioè, quando si parla tutt’oggi della Dc – e molti, lo ripeto, adesso ne parlano in termini di quasi beatificazione – si può, al massimo, tollerare chi cerca, seppur in mezzo a molte difficoltà strutturali ed oggettive, di rifarsi alla lezione e al magistero di singoli leader e statisti della Democrazia Cristiana.

Certo, non possiamo non aggiungere che questa operazione è possibile, nonché credibile, se viene condotta da tutti coloro che storicamente, o attualmente, si riconoscono in quel patrimonio culturale, valoriale, ideale, politico e progettuale.

Coloro che, invece, si limitano a rivalutare se non addirittura ad esaltare una esperienza politica dopo averla scientificamente demonizzata, criminalizzata, sistematicamente demolita, non solo non meritano alcuna attenzione ma, semmai, vanno contestati senza alcun ritegno perchè appartengono al girone degli ipocriti e degli avvoltoi.

 

Custodire una tradizione politica

Compito, cioè, di chi continua ad appartenere a quella comunità culturale è riproporre e conservare, seppur in forma aggiornata e contemporanea, le linee di fondo di quella straordinaria cultura politica. Ognuno seguendo la sua personale sensibilità nei confronti di questo o quel leader politico, interpreti comunque sia di un filone di pensiero e di una precisa e determinata cultura politica.

Non quindi gestire impossibili ed impraticabili eredità a livello personale o di gruppo ma, semmai, farsi carico di interpretare la lezione e il magistero dei grandi leader e statisti democristiani che hanno contribuito con la loro concreta azione politica, culturale e legislativa a declinare il pensiero, la tradizione e la visione del cattolicesimo politico italiano nelle dinamiche della nostra vita pubblica.

Cioè del pensiero cattolico democratico, cattolico popolare e cattolico sociale. Un’operazione che si può e si deve fare con umiltà, dedizione, coerenza, coraggio e determinazione anche e soprattutto nell’attuale cittadella politica italiana.

Dal mondo EWTN al cuore della Curia: chi è Montserrat Alvarado

Una nomina che rompe gli schemi

La scelta di Maria Montserrat Alvarado come nuova prefetta del Dicastero per la Comunicazione rappresenta una delle decisioni più significative del giovane pontificato di Leone XIV. Per la prima volta una donna laica guiderà uno dei grandi dicasteri della Curia romana. Ma la novità non è soltanto simbolica.

Alvarado proviene infatti dal mondo di EWTN (Eternal Word Television Network), il più potente network mediatico cattolico internazionale, spesso percepito come vicino agli ambienti conservatori americani e, negli anni del pontificato di Francesco, non di rado critico verso il Vaticano. La sua nomina assume dunque anche un evidente significato ecclesiale e politico.

 

Il profilo americano della nuova prefetta

Nata in Messico e cresciuta negli Stati Uniti, Alvarado ha costruito la propria carriera nel campo della comunicazione pubblica e della libertà religiosa. Dopo gli studi in political management e scienze politiche, ha lavorato a lungo nel Becket Fund for Religious Liberty, una delle organizzazioni giuridiche più influenti del cattolicesimo conservatore statunitense.

Successivamente è entrata in EWTN News, di cui è diventata presidente e chief operating officer. Negli ambienti cattolici americani è considerata una manager rigorosa, pragmatica e molto competente sul piano organizzativo. Non una figura ideologica o militante, ma una professionista capace di governare strutture mediatiche globali.

Le fonti americane insistono soprattutto su questo punto: la sua forza sarebbe meno nella polemica culturale e più nella capacità di costruire reti, coordinare linguaggi e gestire piattaforme comunicative complesse.

 

Il rapporto con l’eredità di Francesco

Proprio per la provenienza da EWTN, la nomina viene letta negli Stati Uniti anche come un gesto di ricomposizione interna alla Chiesa americana. Durante il pontificato di Francesco, i rapporti con una parte del cattolicesimo conservatore statunitense si erano progressivamente irrigiditi. In più occasioni lo stesso Papa argentino aveva criticato alcune emittenti cattoliche americane accusate di alimentare divisioni ecclesiali.

Leone XIV sembra voler seguire una strada diversa: non lo scontro, ma l’integrazione delle diverse sensibilità dentro un quadro di unità istituzionale. La scelta di Alvarado appare coerente con questo approccio.

La nuova prefetta, pur provenendo da un ambiente culturalmente conservatore, viene infatti considerata una figura affidabile e dialogante, capace di tenere insieme fedeltà ecclesiale e professionalità manageriale.

 

Una comunicazione più globale e missionaria

La decisione del Papa sembra indicare anche un cambio di passo nella strategia comunicativa vaticana. Negli ultimi anni il Dicastero della Comunicazione ha attraversato difficoltà organizzative, problemi di coordinamento e tensioni interne. Leone XIV pare intenzionato a rafforzarne il profilo internazionale e digitale.

Alvarado porta con sé un’esperienza maturata nel sistema mediatico americano, dove velocità, integrazione delle piattaforme e capacità narrativa sono decisive. Il Vaticano punta probabilmente a una comunicazione meno burocratica e più missionaria, capace di parlare contemporaneamente ai media tradizionali, al mondo digitale e ai nuovi pubblici globali.

La sua figura sintetizza in modo quasi emblematico alcune delle linee del nuovo pontificato: apertura ai laici, valorizzazione delle competenze, attenzione agli Stati Uniti e ricerca di una maggiore unità ecclesiale. Non una nomina tecnica, dunque, ma una scelta destinata a pesare negli equilibri della Chiesa contemporanea.

2 giugno, show di oltre 2 ore tra musica e storia di 80 anni di Repubblica

Roma, 2 giu. (askanews) – Una serata di oltre 2 ore, tra le musiche vecchie e nuove del nostro Paese, e un viaggio nella storia di 80 anni della Repubblica italiana ha concluso le celebrazioni della festa del 2 giugno.

Uno spettacolo emozionante e a tratti commovente nel ripercorrere le ferite dell’Italia ma anche le occasioni in cui il popolo si è rialzato. Il tutto alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato.

Mattarella ha aperto la serata con un saluto. “Donne e uomini d’Italia – ha detto – il 2 giugno di ottanta anni fa, vollero la Repubblica. Questa sera ci troviamo insieme per festeggiare l’80° anniversario di quella storica decisione del nostro popolo. Oggi non celebriamo soltanto una data, una ricorrenza memorabile. Ricordiamo un percorso che ha legato tante generazioni e tanti territori. Che ha superato momenti difficili e vissuto momenti esaltanti, rinsaldando quel vincolo di solidarietà e di appartenenza che ci rende e ci fa sentire uniti. E’ l’Italia di oggi, frutto del lavoro e dell’impegno di tante persone. Sono i tanti volti della Repubblica. Scambiamoci, allora, vicendevolmente gli auguri. Buona Repubblica a tutti noi!”.

Dopo il saluto del capo dello Stato, l’Inno di Mameli ha dato avvio alla serata. E poi le musiche di Gianni Morandi, Annalisa, Luca Barbarossa e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro.

Ma anche il monologo di Paola Cortellesi sul voto delle donne – e su quanto ancora c’è da fare per una vera parità salariale e di diritti – e la lettera di Aldo Moro alla moglie letta da Luca Zingaretti, che ha commosso la platea.

Una serata di ricordo, di memoria ma anche di riflessione: dalle stragi degli anni di Piombo agli assassini da parte della mafia del generale Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Da Papa Giovanni XXIII fino al rapimento di Aldo Moro. Ed ancora: gli anni ’70 e il boom economico, la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la crisi del socialismo, l’ascesa di Silvio Berlusconi in politica. Fino al periodo del Covid.

C’è anche una parentesi sportiva nella serata dedicata agli 80 anni della Repubblica. Le vittorie ai Mondiali del 1982 (presente Beppe Bergomi) e del 2006, con Alex Del Piero. E poi: Arianna Fontana, la sportiva più medagliata del nostro Paese, Bebe Vio e Federica Brignone.

Al termine anche l’arrivo di una bimba sul palco. Una sorta di staffetta alle giovani generazioni. “Lei è il futuro”, hanno detto, prima del grido della bimba: “Viva la Repubblica!”.

In chiusura il ballerino Roberto Bolle ha danzato sulle note del “Va, pensiero”.

Mattarella: Repubblica ha corrisposto ad aspettative. Difendere multilateralismo

Roma, 2 giu. (askanews) – “Guardando indietro questa storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute, di difesa del lavoro, di tutela dei territori, di una quantità di avanzamenti nella vita, nella convivenza, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto ci si attendeva, alle aspettative che quel voto ha espresso”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella rispondendo a una delle domande dei giovani nella trasmissione “Ne parliamo con il Presidente”, lo speciale Rai in occasione dell’80esimo della Repubblica.

“Io credo che il voto da cui è nata la Repubblica, il 2 giugno del ’46, possa essere definito il completamento di un percorso storico, quello della unità del nostro Paese, quello che attraverso la liberazione ha portato a questa prova di maturità democratica che è stato il 2 giugno. Sottolineo queste due parole: unità e maturità democratica, che sono ben raffigurate in quel giorno dal voto finalmente comune delle donne e degli uomini d’Italia”, ha aggiunto.

Il capo dello Stato ha risposto ai giovani che lo hanno sollecitato su vari temi: la situazione internazionale, il lavoro, l’Intelligenza artificiale.

“Da alcuni anni si sta verificando il tentativo di demolire, rimuovere, accantonare il sistema multilaterale e il diritto internazionale, per sostituirvi il criterio dei rapporti di forza, con un grave ritorno fortemente indietro della storia, come per riconsegnare alla barbarie i rapporti internazionali”, ha detto, sottolineando però che “per difendere e far prevalere il multilateralismo occorre aggiornarlo” perchè “il mondo in questi decenni è fortemente cambiato”. Il capo dello Stato ha anche difeso il ruolo delle Corti internazionali, un sistema che “è sotto attacco. Si cerca di demolirlo, di rimuoverlo. Sarebbe un grave danno di civiltà”.

Gli strumenti e il settore dell’Intelligenza artificiale hanno una “complicazione che allarma” e cioè “sono concentrati in pochissime mani. Questa è una condizione inaccettabile, perché sono soggetti che rifiutano regole e controlli”. Tema strettamente legato è quello del lavoro: “Non può mai esserci – ha ammonito – una condizione di lavoro contro la persona. Questo sarebbe il tradimento del lavoro”.

Mattarella è poi tornato a parlare dei giovani. “Non ho mai pensato, mi rifiuto di considerare attendibili le affermazioni che attribuiscono ai giovani la scarsa partecipazione. Piuttosto i giovani avvertono di più ed esprimono in misura maggiore il disagio per il distacco che si avverte rispetto alla vita delle istituzioni. Distacco che a me sembra prevalentemente dovuto all’attenuarsi, qualche volta al venir meno, delle occasioni di confronto, non di propaganda da lontano, ma di confronto ravvicinato tra cittadini e istituzioni per affrontare, confrontandosi appunto, i temi generali del Paese, quelli specifici dei territori”. Però “la sensazione che vada aumentando la partecipazione dei giovani per l’Italia è una grande notizia”.

Fiducia il presidente della Repubblica la esprime anche sulla questione dell’immigrazione. “Ci sono giovani nati nel nostro Paese, nelle nostre città, che hanno l’italiano come lingua madre, che parlano e pensano in italiano, che sono nelle nostre scuole, hanno stili di vita italiani nelle letture, nello sport. So bene – ha detto – che vi sono alcuni episodi, alcuni fenomeni di disagio su base etnica, che a volte si esprimono in maniera scomposta, qualche volta con gesti di rifiuto violento, ma sono fenomeni che appartengono alla patologia della società, ben diversi, non vanno confusi. Io sono molto ottimista per il futuro, decisamente ottimista. Sulla base dell’esperienza e perché ho grande fiducia nella solidità dei nostri valori nazionali”.

Italy Major a Roma, vittorie azzurre con Abbate-Montiel e Dal Pozzo

Roma, 2 giu. (askanews) – Giornata piena di emozioni al BNL Italy Major Premier Padel a Roma, tra imprese azzurre e grandi prestazioni sui campi del Foro Italico. Sul Pietrangeli – si legge in una nota – è arrivata una vittoria speciale per Flavio Abbate e Alvaro Montiel Caruso, capaci di ribaltare un match complicato contro gli spagnoli Emilio Sanchez Chamero e Alberto Garcia Trabanco. Dopo un avvio in salita e un primo set perso 6-3, gli azzurri hanno cambiato passo nel secondo parziale, salvando momenti delicati e trovando fiducia fino al 6-4. Nel set decisivo, la coppia italiana ha completato la rimonta chiudendo 7-5, trascinata anche dal pubblico romano. Per Abbate e Montiel si tratta del primo successo insieme in un Major, ottenuto proprio a Roma. Agli ottavi li attendono ora i uno del mondo Arturo Coello e Agustin Tapia.

Soddisfazione anche per Giulia Dal Pozzo e Nuria Rodriguez, protagoniste di un esordio perfetto nel main draw femminile. La coppia italo-spagnola ha superato con autorità Sandra Bellver e Melania Merino con un 6-2 6-2 in poco più di un’ora di gioco, confermando l’ottimo momento di forma. Per Dal Pozzo si tratta di un ulteriore passo avanti in una crescita costante che l’ha portata anche alla top-50 del ranking FIP. Nel prossimo turno la sfida sarà proibitiva contro la leggenda Alejandra Salazar e la giovane Alejandra Alonso.

Giornata invece meno fortunata per gli altri azzurri: in serata Simone Iacovino e Giulio Graziotti sono stati superati in tre set da Manuel Castaño e Xisco Gil (5-7 6-2 6-4). Giorgia Marchetti, in coppia con la spagnola Marta Borrero, è stata eliminata all’esordio da Sofia Araujo e Marta Talavan con il punteggio di 6-4 6-2. Fuori anche Clarissa Aima e Caterina Baldi, superate dalle spagnole Laura Lujan e Araceli Martinez 6-2 6-4, così come Lorena Vano e Xenia Clasca, battute 6-3 6-2 da Julia Polo e Marina Lobo.

Energia, Ue verso "mini-flessibilità". Per Italia circa 6,6 mld

Roma, 2 giu. (askanews) – La Commissione europea potrebbe accordare ai Paesi europei un margine di “flessibilità” che era stata richiesta dall’Italia per fronteggiare i costi della crisi energetica.

Domani, secondo Le Monde, sarebbe previsto l’annuncio che, a determinate condizioni, gli Stati membri potrebbero utilizzare fino allo 0,3% del loro prodotto interno lordo (Pil) annuo per aiutare imprese e famiglie a far fronte all’impennata dei prezzi dell’energia. Per l’Italia lo 0,3% del Pil vale circa 6,6 miliardi.

“È un mese che stiamo lavorando e sento dire che non otterremo niente. È un percorso lungo e complicato, vediamo come va a finire. Domani quando ci saranno i risultati dirò la mia”, si è limitato a dire oggi il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Iran, Trump: colloqui interrotti? Notizia falsa

Roma, 2 giu. (askanews) – “Le notizie false secondo cui la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avrebbero interrotto i colloqui alcuni giorni fa sono infondate ed errate. I nostri colloqui sono proseguiti senza interruzioni, anche quattro giorni fa, tre giorni fa, due giorni fa, ieri e oggi”. Lo scrive il presidente americano, Donald Trump, sul suo profilo su Truth.

“Non si sa mai dove porteranno – ha aggiunto – ma come ho detto all’Iran: ‘È ora, in un modo o nell’altro, che voi raggiungiate un accordo. Lo state facendo da 47 anni e non si può permettere che continui ancora!'”.

Mattarella: inaccettabile l’IA nelle mani di pochi, servono regole globali

Roma, 2 giu. (askanews) – Gli strumenti e il settore dell’Intelligenza artificiale hanno una “complicazione che allarma” e cioè “sono concentrati in pochissime mani. Questa è una condizione inaccettabile, perché sono soggetti che rifiutano regole e controlli. Un operatore di estrema ricchezza monopolista del settore che dice: ‘Ti assicuro un servizio efficiente, tu in cambio mi dai un pezzo della tua libertà’. Questo non potremmo consentirlo”. Lo dice il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella rispondendo a una domanda di Nicola Franco, responsabile del laboratorio di sicurezza e intelligenza artificiale all’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale, sui rischi dell’IA nel corso dello speciale Rai per l’80esimo della Repubblica, “Ne parliamo con il Presidente”.

Si tratta di condizioni che “incidono sulla nostra libertà, che sono valori che sono tutelati dai pubblici poteri, dagli Stati, non possiamo consentire questa privatizzazione dei poteri pubblici a vantaggio di chi utilizzerebbe questi poteri soltanto per fini di guadagno economico e finanziario – avverte il capo dello Stato -. Quindi occorre dar vita a regole nazionali, ma non bastano, continentali, certamente europee, alcune devono essere globali. Ma il principio è questo: non è possibile che questo strumento, da essere potenzialmente un immenso vantaggio per l’umanità, divenga invece un elemento di condizionamento e di infelicità”.

Mattarella: senza multilateralismo si torna alla barbarie nei rapporti internazionali

Roma, 2 giu. (askanews) – “Da alcuni anni si sta verificando il tentativo di demolire, rimuovere, accantonare il sistema multilaterale e il diritto internazionale, per sostituirvi il criterio dei rapporti di forza, con un grave ritorno fortemente indietro della storia, come per riconsegnare alla barbarie i rapporti internazionali”. Lo dice il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso dello speciale Rai per l’80esimo della Repubblica, “Ne parliamo con il Presidente”.

“Per l’Italia il multilateralismo è indispensabile. La nostra Costituzione, che è improntata alla pace, contiene anche norme che parlano di limiti alla sovranità per la collaborazione internazionale. Per questo siamo fortemente nel fronte che vuole garantire, mantenere e difendere il multilateralismo”, aggiunge il capo dello Stato.

“Per difendere e far prevalere il multilateralismo occorre aggiornarlo. Il mondo – ha anche detto Mattarella – in questi decenni è fortemente cambiato, con nuovi protagonisti, anche in primo piano, con Paesi diventati protagonisti economicamente, chi culturalmente, chi socialmente. È stato un errore non farlo. Non si è adeguato a queste nuove condizioni. Per difenderlo con efficacia, meglio, occorre aggiornare questo sistema”.

“Dopo gli orrori nel corso della Seconda Guerra Mondiale, si è in sede internazionale sottolineato e acquisito il principio dell’intangibilità della dignità della persona. Questo ha portato nel corso del tempo alla nascita delle corti internazionali, nate su un principio irrinunziabile. E cioè chi compie nefandezze, malvagità, anche nel corso dei conflitti, non deve ottenere medaglie ma condanne. Questo sistema delle corti oggi è sotto attacco. Si cerca di demolirlo, di rimuoverlo. Sarebbe un grave danno di civiltà. Sono convinto che non riuscirà questo tentativo, perché ho sempre pensato che la coscienza dei popoli, particolarmente quella dei giovani, sia più forte”.

Mattarella: corti internazionali sotto attacco grave danno di civiltà

Roma, 2 giu. (askanews) – “Dopo gli orrori nel corso della Seconda Guerra Mondiale, si è in sede internazionale sottolineato e acquisito il principio dell’intangibilità della dignità della persona. Questo ha portato nel corso del tempo alla nascita delle corti internazionali, nate su un principio irrinunziabile. E cioè chi compie nefandezze, malvagità, anche nel corso dei conflitti, non deve ottenere medaglie ma condanne. Questo sistema delle corti oggi è sotto attacco. Si cerca di demolirlo, di rimuoverlo. Sarebbe un grave danno di civiltà. Sono convinto che non riuscirà questo tentativo, perché ho sempre pensato che la coscienza dei popoli, particolarmente quella dei giovani, sia più forte”. Lo dice il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso dello speciale Rai per l’80esimo della Repubblica, “Ne parliamo con il Presidente”.

Mattarella: distacco giovani da politica per mancanza di confronto

Roma, 2 giu. (askanews) – “Non ho mai pensato, mi rifiuto di considerare attendibili le affermazioni che attribuiscono ai giovani la scarsa partecipazione. Piuttosto i giovani avvertono di più ed esprimono in misura maggiore il disagio per il distacco che si avverte rispetto alla vita delle istituzioni. Distacco che a me sembra prevalentemente dovuto all’attenuarsi, qualche volta al venir meno, delle occasioni di confronto, non di propaganda da lontano, ma di confronto ravvicinato tra cittadini e istituzioni per affrontare, confrontandosi appunto, i temi generali del Paese, quelli specifici dei territori”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo alle domande dei giovani nel corso dello speciale Rai per l’80esimo della Repubblica “Ne parliamo con il Presidente”.

“Questa mancanza di occasioni che consentono scambio di informazioni, scambio di esigenze, sottolineatura di problemi e di necessità è quello che fa avvertire, particolarmente ai giovani, il distacco dalla vita istituzionale e quindi non incoraggia la partecipazione. E questo crea quella disaffezione che sovente lamentiamo. Quindi la sensazione che vada aumentando la partecipazione dei giovani per l’Italia è una grande notizia”, ha aggiunto il capo dello Stato.

Mattarella: senza multilateralismo barbarie rapporti internazionali

Roma, 2 giu. (askanews) – “Da alcuni anni si sta verificando il tentativo di demolire, rimuovere, accantonare il sistema multilaterale e il diritto internazionale, per sostituirvi il criterio dei rapporti di forza, con un grave ritorno fortemente indietro della storia, come per riconsegnare alla barbarie i rapporti internazionali”. Lo dice il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso dello speciale Rai per l’80esimo della Repubblica, “Ne parliamo con il Presidente”.

“Per l’Italia il multilateralismo è indispensabile. La nostra Costituzione, che è improntata alla pace, contiene anche norme che parlano di limiti alla sovranità per la collaborazione internazionale. Per questo siamo fortemente nel fronte che vuole garantire, mantenere e difendere il multilateralismo”, aggiunge il capo dello Stato.

Mattarella: guardando indietro Repubblica ha corrisposto ad aspettative

Roma, 2 giu. (askanews) – “Guardando indietro questa storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute, di difesa del lavoro, di tutela dei territori, di una quantità di avanzamenti nella vita, nella convivenza, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto ci si attendeva, alle aspettative che quel voto ha espresso”. Così Sergio Mattarella rispondendo a una delle domande dei giovani nella trasmissione “Ne parliamo con il Presidente”, lo speciale Rai in occasione dell’80esimo della Repubblica.

“Io credo che il voto da cui è nata la Repubblica, il 2 giugno del ’46, possa essere definito il completamento di un percorso storico, quello della unità del nostro Paese, quello che attraverso la liberazione ha portato a questa prova di maturità democratica che è stato il 2 giugno. Sottolineo queste due parole: unità e maturità democratica, che sono ben raffigurate in quel giorno dal voto finalmente comune delle donne e degli uomini d’Italia”, ha aggiunto.

Bolelli-Vavassori in semifinale al Roland Garros

Roma, 2 giu. (askanews) – Simone Bolelli e Andrea Vavassori non si fermano più. Dopo il titolo conquistato agli Internazionali BNL d’Italia 2026 di Roma, gli azzurri si spingono in semifinale anche a Parigi, grazie al successo in rimonta 6-7 6-1 7-6 al match tie-break contro Petr Nouza e Neil Oberleitner dopo due ore e 45 minuti. Gli azzurri tornano in semifinale a Parigi a due anni di distanza: nel 2024 raggiunsero la finale. Affronteranno la coppia vincitrice dell’incontro tra Granollers/Zeballos e Nys/Roger-Vasselin.

2 giugno, Ucraina: tricolore Italia illumina Piazza Maidan a Kiev

Roma, 2 giu. (askanews) – L’Ambasciatore d’Italia in Ucraina, Carlo Formosa, ha ospitato a Kiev le celebrazioni per l’80esimo anniversario della fondazione della Repubblica. In questa occasione unica, per la prima volta nella storia, l’iconico Monumento all’Indipendenza in Piazza Maidan è stato illuminato in omaggio a un Paese straniero, e risplende questa notte con il tricolore italiano.

“Guardando l’Ucraina di oggi e la sua resilienza, torna ad accendersi il ricordo del sacrificio che gli Italiani, dopo i drammi del fascismo e della guerra, hanno compiuto per costruire insieme uno Stato democratico. Come il nostro Paese ottanta anni fa, il coraggioso e tenace popolo ucraino attraversa il momento in cui la libertà smette di essere un’astrazione e diventa una scelta quotidiana, concreta, costosa. Una scelta che rinnovata ogni giorno, sotto i missili e i droni russi, con dignità e orgoglio commoventi”, ha dichiarato l’ambasciatore nel suo saluto.

“L’Ucraina non difende solo sé stessa, bensì quei principi che riguardano tutti noi: che la forza bruta non sia un argomento, che la sovranità non sia negoziabile, che un popolo abbia il diritto di scegliere il proprio futuro. Sono gli stessi ideali che fondano la Repubblica, ed è per coerenza profonda con i nostri valori che l’Italia è e rimane saldamente al fianco dell’Ucraina sin dal primo giorno dell’invasione russa. Continuiamo a lavorare insieme per una pace giusta e duratura”, ha aggiunto l’Ambasciatore.

Alle celebrazioni si è unito un numero eccezionale di partecipanti, di livello straordinariamente elevato: alte cariche dello Stato, esponenti della Presidenza, Ministri del Governo, numerosi rappresentanti delle istituzioni centrali e locali, i più qualificati esponenti del mondo dell’economia e delle imprese, della cultura e scienza, della stampa e della società civile.

Presenti i connazionali che operano nel Paese, contribuendo alla qualità delle relazioni bilaterali. Tutti hanno tenuto a intervenire per testimoniare la solidità e la profondità dell’amicizia tra Italia e Ucraina. Per impreziosire la ricorrenza, è stata inaugurata a Kiev l’esposizione “Renato Balestra. I Codici dell’Alta Moda”: raccogliendo undici abiti della Maison fondata a Roma nel 1959, la mostra ripercorre oltre sessant’anni di storia del Made in Italy di eccellenza e racconta la continuità tra l’eredità del fondatore e la sua rilettura contemporanea.

Nuovo regolamento Ue sui rimpatri, il Pd: calpesta diritti. Il governo: passo avanti

Roma, 2 giu. (askanews) – “L’accordo lampo tra Consiglio e Parlamento europeo sul nuovo Regolamento Rimpatri, trainato dalla maggioranza tra popolari ed estreme destre, è un fallimento normativo che non solo calpesta i diritti fondamentali, ma minerà l’efficienza stessa del sistema, generando un inevitabile caos e un blocco dei tribunali in tutta Europa”. Lo hanno dichiarato Cecilia Strada, eurodeputata Pd e Nicola Zingaretti, capodelegazione PD al Parlamento europeo.

“Il testo approvato fallisce nel suo obiettivo primario di creare una procedura di rimpatrio uniforme a livello europeo. Quasi tutte le fasi cruciali restano delegate alle legislazioni nazionali. Come se non bastasse, l’entrata in vigore asimmetrica della norma sfiora il paradosso. Solo 13 articoli entreranno subito in vigore, mentre gli altri, oltre 30, slitteranno di un anno perché gli Stati membri non sono pronti. La conseguenza è che, per diversi mesi, la vecchia Direttiva Rimpatri e una manciata di nuovi articoli del Regolamento coesisteranno in un limbo giuridico, portando a un caos amministrativo senza precedenti, che costringerà i giudici a districarsi in un labirinto di norme contraddittorie, provocando un ingolfamento inevitabile dei tribunali. Inoltre, l’introduzione di una definizione incredibilmente ampia di ‘rischio per la sicurezza’ farà sì che un numero spropositato di persone venga catalogato sotto questa voce, con il risultato che i veri profili pericolosi finiranno per perdersi nel mucchio, rendendo l’intero sistema meno sicuro e meno efficace”, concludono.

Il documento introduce anche misure di una gravità inaudita che evocano le peggiori pratiche della polizia migratoria statunitense (ICE): le autorità nazionali potranno perquisire abitazioni e “altri locali rilevanti” di persone irregolari senza alcuna autorizzazione giudiziaria, scardinando lo Stato di diritto. Ai fini del rimpatrio viene previsto un periodo di detenzione che può toccare i due anni e mezzo, esteso drammaticamente anche a famiglie con bambini e minori non accompagnati. Parliamo, è bene ricordarlo, di persone che non hanno commesso alcun reato. Inoltre, sarà possibile emettere decisioni di rimpatrio senza identificare il Paese terzo di destinazione, una misura che si traduce nella pura e semplice detenzione preventiva a tempo indeterminato, mentre la creazione di centri di detenzione extra-UE basati su semplici “intese” non vincolanti dal punto di vista giuridico espone i migranti a un vuoto di tutela totale. “Volevano rapidità, efficienza e sicurezza – hanno concluso i parlamentari democratici – otterranno paralisi dei tribunali, burocrazia inefficiente e una sistematica violazione dei diritti umani. Questo “circo” normativo non risolverà nulla, aggraverà la situazione sul campo e lascerà l’Europa più fragile e meno giusta”.

Diversa l’opinione del ministro Piantedosi. “L’accordo sul regolamento rimpatri raggiunto a Bruxelles chiude un percorso negoziale lungo e complesso. L’Italia ha sostenuto con convinzione questo provvedimento, consapevole che una politica migratoria europea equilibrata non può prescindere da norme chiare ed efficaci sui rimpatri. Le nuove disposizioni introducono obblighi concreti, rafforzano la cooperazione tra gli Stati membri e prevedono strumenti operativi nei Paesi terzi. È un passo avanti significativo verso una gestione del fenomeno migratorio che sia sostenibile per tutti”. Così il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi.

La Ue a 9 Paesi tra cui l’Italia: stop ai controlli alle frontiere interne

Roma, 2 giu. (askanews) – La Commissione europea ha raccomandato a diversi Stati membri – tra cui l’Italia – di eliminare i controlli alle frontiere interne nell’areqa dell’Unione europea per privilegiare una cooperazione regionale più “efficace”.

Negli ultimi mesi, diversi Paesi avevano annunciato la reintroduzione o il mantenimento dei controlli alle frontiere interne in Europa, in nome della lotta all’immigrazione illegale o alla minaccia terroristica: oltre all’Italia, l’Austria, la Danimarca, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, la Slovenia, la Svezia, così come la Norvegia (che non fa parte dell’Ue ma dell’area Schengen).

In via eccezionale e temporanea, gli stati membri possono reintrodurre questi controlli tra Paesi vicini europei quando devono fronteggiare una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna, ha sottolineato Bruxelles. Tuttavia, la Commissione ha ribadito il suo attaccamento al principio della libera circolazione all’interno dello spazio Schengen.

La Commissione europea ha insistito inoltre sulle conseguenze negative di questi controlli interni, in particolare per i lavoratori transfrontalieri. In queste condizioni, la Commissione ha raccomandato agli Stati interessati di eliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne, grazie alla cooperazione regionale.

Secondo Bruxelles, esistono alternative più efficaci, come “i controlli di polizia non sistematici, l’identificazione biometrica mobile o le tecnologie di tracciamento dei veicoli”.

L’Ue ha poi sottolineato l’entrata in vigore del patto su asilo e migrazione, una normativa che “fornirà agli Stati membri strumenti più efficaci per affrontare gli spostamenti non autorizzati nello spazio Schengen”.

Iran, Fars: fermi da giorni gli scambi di messaggi tra Teheran e Washington

Roma, 2 giu. (askanews) – Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, che cita una “fonte informata”, gli scambi di messaggi tra Teheran e Washington sono sospesi da diversi giorni. L’agenzia Tasnim aveva annunciato il giorno precedente la sospensione dei negoziati con gli Stati Uniti a causa del proseguimento dell’offensiva israeliana contro Hezbollah.

“Mentre Donald Trump affermava ieri sera che i colloqui con l’Iran stavano procedendo rapidamente, questa fonte informata ha precisato che l’ultimo messaggio della Repubblica Islamica dell’Iran a Washington è stato un messaggio chiaro riguardante il Libano, che ha avuto una vasta eco internazionale”, ha scritto Fars, senza fornire ulteriori dettagli.

Da parte sua, l’agenzia Mehr aveva annunciato in mattinata che la risposta iraniana al protocollo d’intesa proposto dagli Stati Uniti era ancora in fase di discussione, lasciando intendere che i negoziati fossero tuttora in corso.

Tennis, Andreeva-Kostyuk prima semifinale donne a Parigi

Roma, 2 giu. (askanews) – La prima semifinale femminile del Roland Garros sarà tra Mirra Andreeva e Marta Kostyuk. L’ucraina vince il derby contro la n.7 del seeding Elina Svitolina 6-3 2-6 6-2, tenendo ancora viva la striscia di vittorie sulla terra battuta. Chiude in 1 ora e 49 minuti sotto il tetto dello Chatrier, una terra anche più pesante che finisce per favorirla. Kostyuk oggi ottiene la sua prima semifinale Slam, dopo la seconda vittoria su una top 10 in pochi giorni. È la prima ucraina in semifinale al Roland Garros nell’Era Open, seconda contando anche il maschile con Andrei Medvedev nel 1993 e 1999. Contro Andreeva sarà una replica della finale di Madrid, vinta bene da Kostyuk.

Calcio, ufficiale: Tedesco nuovo allenatore del Bologna

Roma, 2 giu. (askanews) – Domenico Tedesco è il nuovo allenatore del Bologna. Lo annuncia la società felsinea sul proprio sito ufficiale. “Il Bologna FC 1909 – è scritto – comunica di aver affidato la guida tecnica della Prima Squadra a Domenico Tedesco, che ha sottoscritto un contratto fino al 30 giugno 2028 con opzione per una stagione successiva”.

Nato a Rossano (CS) il 12/9/1985, nel corso della sua carriera da allenatore ha lavorato nei settori giovanili di Stoccarda e Hoffenheim, quindi ha guidato Erzgebirge Aue, Schalke 04, Spartak Mosca, Lipsia, Nazionale del Belgio e Fenerbahce. Ha ottenuto un secondo e un quarto posto nella Bundesliga tedesca, un secondo posto nella Prem’er-Liga russa, ha raggiunto gli Ottavi di Finale ai Campionati Europei, e ha vinto due titoli: una Coppa di Germania (Lipsia 2021-22) e una Supercoppa di Turchia (Fenerbahce 2025). A livello di competizioni continentali, ha partecipato alla Champions League e anche all’Europa League, raggiungendo la semifinale nel 2021-22.

80 Repubblica, la spinta dell’Italia dietro le svolte dell’integrazione europea

Bruxelles, 2 giu. (askanews) – Quale è stato, e quanto è stato importante il ruolo della Repubblica italiana, nata dal referendum del 2 giugno 1946, nel lungo e complesso processo di integrazione europea, nel percorso verso quella ‘unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa’ che prevede il Trattato Ue, con tutte le accelerazioni, ma anche le frenate e le paralisi che ha subìto in questi 80 anni? E quanto hanno contribuito i governi italiani ai momenti di svolta registrati in questo processo, soprattutto quando il presidente del Consiglio a Roma era in carica anche come presidente di turno del Consiglio europeo?

Lo abbiamo chiesto a Pier Virgilio Dastoli, lo storico assistente parlamentare di Altiero Spinelli alla Camera dei Deputati e al Parlamento europeo, dal 1976 al 1986, che presiede oggi il Consiglio italiano del Movimento europeo. Dastoli ha raccontato le tappe dell’integrazione europea di cui è stato testimone, tra l’altro, in un libro-intervista del 2024 insieme a Emma Bonino a cura di Luca Cambi, ‘A che ci serve l’Europa’ (Marsilio), con prefazione di Corrado Augias e postfazione di Romano Prodi. Quel libro, ci ha detto, ha ispirato il celebre monologo sull’Europa di Roberto Benigni dal titolo ‘Il Sogno’, trasmesso in Tv su Rai1 il 19 marzo 2025.

Nel 1984-85 partecipò come ‘sherpa’ italiano ai lavori del ‘Comitato Dooge’, e in particolare alla redazione del Rapporto di Maurice Faure che sintetizzò le conclusioni del Comitato, ed ebbe un ruolo molto importante nella preparazione del Consiglio europeo di Milano del 28 e 29 giugno 1985 al Castello Sforzesco. Fu in quell’occasione, sotto la presidenza italiana di Bettino Craxi e con Giulio Andreotti ministro degli Esteri, che fu convocata la conferenza intergovernativa per la riforma dei Trattati comunitari, poi concretizzatasi con l’Atto unico, alla base del progetto di Jacques Delors per l’unificazione del mercato interno entro il 1993.

Ma cominciamo dall’inizio. Dell’integrazione europea, ricorda Dastoli, ‘in Italia si è cominciato a parlare in due occasioni che vale la pena ricordare, una laica e l’altra cristiana. Quella laica è quel manifesto di Ventotene del 1941 che in qualche modo ha contribuito alla resistenza europea. Quella cristiana è il codice di Camaldoli che fu adottato nel ’44, in un incontro dove c’erano i più grandi leader della Democrazia Cristiana, che sono stati anche i maggiori costituenti. All’incontro di Camaldoli parteciparono Aldo Moro, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Emilio Colombo, e naturalmente Alcide De Gasperi, che per primo fra gli altri ha contribuito all’idea della democrazia italiana, ma in un quadro europeo’.

‘Questi due elementi vale la pena ricordarli, perché se poi si è sviluppata l’idea della partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea, questa è stata data dal contributo di queste due culture, quella laica e quella cristiana o cattolica. Fin dall’inizio, quando è nata la Repubblica – ma anche nella Costituzione, e devo dire anche con il contributo del Partito Comunista di Palmiro Togliatti -, fece una scelta internazionale molto chiara: l’europeismo legato all’atlantismo. Naturalmente nel Partito Comunista questa visione è emersa in maniera chiara molto più tardi. Comunque l’europeismo era una caratteristica principale delle scelte dell’Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, e anche, in particolare, la partecipazione dell’Italia a una dimensione internazionale di pace’.

‘Va ricordato che l’articolo 11 della Costituzione italiana, (‘l’Italia rifiuta la guerra come strumento per la soluzione dei conflitti a livello internazionale’), fu scritto dai comunisti, dai socialisti e dai democristiani. L’articolo 11 non si trova in altre Costituzioni dell’Unione Europea, ed è forse l’articolo più bello fra tutte le Costituzioni democratiche di quegli anni’.

‘Questa scelta fu determinante, e in particolare fu determinante la scelta di Alcide De Gasperi, il quale mise l’accento più sull’europeismo che sull’atlantismo, l’Europa in una dimensione atlantica e non il contrario, la dimensione atlantica nel quadro dell’integrazione europea. Tutti i discorsi di De Gasperi in quegli anni vanno in questo senso, e non soltanto quando partecipò attivamente al congresso dell’Aia del 1948 (che segnò l’avvio del processo d’integrazione europea, con l’appello di Winston Churchill, e la base della nascita del Consiglio d’Europa l’anno successivo, ndr), ma in tutti gli anni successivi’.

‘Questa scelta determinante di De Gasperi ha caratterizzato poi la politica dell’Italia almeno fino agli anni novanta, come scelta condivisa, che non è stata messa in discussione da nessuno. Questi due aspetti erano molto chiari nella linea di De Gasperi ma anche di Spinelli: le due cose erano gemelle. Questa scelta fu fatta prima dai democristiani, dai liberali, dai socialisti in maniera chiara e convinta. I comunisti la fecero verso la fine degli anni cinquanta, dopo il congresso di Bad Godesberg (1959), quando anche i socialdemocratici tedeschi accettarono la dimensione europea’.

‘Poi naturalmente le cose sono cambiate negli anni novanta quando, caduto il muro di Berlino e finita la prima Repubblica, sono emerse delle perplessità e delle tendenze che adesso chiamiamo euroscettiche, quando sono arrivate altre forze come la Lega di Umberto Bossi, con un approccio certamente non europeista e non federalista; e poi l’europeismo tiepido, se così possiamo chiamarlo, di Silvio Berlusconi. E anche nell’estrema sinistra alcune tendenze di ostilità alla dimensione europea, con la messa in discussione della scelta europea dell’Italia che era collegata anche alla scelta atlantica. E questo fenomeno è andato aumentando nel corso degli anni, tanto che oggi abbiamo una divisione chiara tra le forze politiche, tra quelle che non condividono né la scelta europea né la scelta atlantica, e le altre.

‘Ma almeno fino all’inizio degli anni novanta l’Italia ha dato al processo di integrazione europea un grande contributo che non può essere dimenticato, non soltanto grazie a Spinelli e De Gasperi ma anche a tanti altri uomini politici, per esempio i liberali: penso a Gaetano Martino, il ministro degli Esteri che organizzò la conferenza di Messina del 1955 (punto di svolta per l’avvio del negoziato sui Trattati Cee ed Euratom, poi firmati a Roma nel 1957, ndr), e penso a Ugo La Malfa. Insomma gli italiani hanno dato un contributo importante al processo di integrazione europea per almeno 40 anni’.

‘Comunque anche successivamente il ruolo importante dell’Italia in parte è continuato. Per esempio se c’è il trattato di Maastricht, questo è anche dovuto al ruolo che è stato svolto da personaggi come Giulio Andreotti, Gianni De Michelis, ma anche Carlo Azeglio Ciampi. Insomma il trattato di Maastricht, e in particolare il passaggio dalle Comunità europee (Cee, Euratom e Ceca, ndr) all’Unione, e il passaggio all’Unione economica e monetaria, furono anche dovuti al contributo e all’impegno di molti personaggi italiani, come dicevo Andreotti, De Michelis, Ciampi, Guido Carli’.

‘La scelta di aderire all’euro non fu molto facile, perché ci fu qualcuno che riteneva che la moneta unica avrebbe portato dei problemi per la partecipazione dell’Italia. Ricordiamo che el 1994 era stato pubblicato un documento della Cdu tedesca che si chiamava KernEuropa, cioè ‘nucleo duro europeo’, in cui Wolfgang Schaeuble e Karl Lamers dicevano che l’Unione economica e monetaria avrebbero dovuto farla solo quelli che erano in grado di aderire, e nella prima lista non c’erano né l’Italia né la Spagna. La Spagna per ragioni economiche, ma l’Italia non c’era perché in quel momento era presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e Schaeuble e Lamers non si fidavano del suo governo. Poi il governo Berlusconi cadde (nel dicembre 1994, ndr) e venne il governo di Lamberto Dini, e allora quel testo fu cambiato da Schaeuble e Lamers e furono inserite anche l’Italia e la Spagna nel ‘nucleo duro”.

‘A preparare l’entrata dell’Italia nell’euro, con grande convinzione e intelligenza, tra l’aprile del 1996 e l’ottobre del 1998, fu il ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica del governo di Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi, che era stato governatore della Banca d’Italia. Ciampi era convinto che ci fossero delle ragioni politiche di fondo, ma anche economiche, perché l’Italia partecipasse all’euro fin dall’inizio. Insomma, la scelta non fu facile, ma poi l’Italia aderì in maniera convinta all’Unione economica e monetaria e alla realizzazione della moneta unica, che poi di fatto è avvenuta soltanto nel 2002’.

Dastoli ricorda poi che nel processo verso l’Unione economica e monetaria ‘un ruolo molto importante lo ebbe Tommaso Padoa Schioppa, che fu il segretario del Comitato Delors, da cui poi è nata la moneta unica’. Delors stimava molto Padoa Schioppa e si fidava di lui, era uno degli italiani che più apprezzava.

‘Ma molto importanti per l’Unione monetaria furono anche Guido Carli e Ciampi. L’intelligenza di Carli e di Ciampi li portò a chiedere e poi riuscire a inserire nel trattato alcuni elementi di flessibilità riguardo alle condizioni per l’adesione all’euro, in modo da tenere conto della situazione economica e dell’interesse dell’Italia’. In particolare, è attribuita a Carli la formulazione riguardo al criterio sul debito pubblico (il 90% del Pil) come obiettivo a cui i paesi dell’euro devono tendere ad avvicinarsi a un ritmo soddisfacente, ma che non devono necessariamente rispettare come soglia massima.

Tornando al ruolo delle presidenze di turno italiane ai vertici europei dei capi di Stato e di governo, va ricordato che fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, nel 2009, non esisteva il presidente ‘permanente’ del Consiglio europeo. A presiederlo era chiamato direttamente il capo dell’Esecutivo nazionale responsabile della presidenza semestrale di turno. Il presidente del Consiglio italiano era dunque anche presidente del Consiglio europeo durante il semestre di turno assegnato al governo di Roma.

Ebbene, in una buona parte dei momenti di svolta del processo d’integrazione europea, le decisioni formali al vertice sono state prese sotto la presidenza di un leader politico italiano. Andiamo con ordine, attingendo ai ricordi di Pier Virgilio Dastoli: ‘Ci fu un vertice straordinario a Roma, a inizio dicembre 1975, con Aldo Moro presidente del Consiglio, in cui fu deciso di fare le elezioni europee a suffragio universale. Lì fu presa la decisione di convocare le elezioni che avrebbero dovuto svolgersi nel ’78 e poi slittarono al 1979’. La decisione politica di Roma fu formalizzata il 20 settembre 1976 con l’Atto di Bruxelles, che poi prese più tempo del previsto per le ratifiche nazionali. ‘Ma le elezioni europee furono convocate grazie alla presidenza italiana, grazie ad Aldo Moro’.

Il secondo momento di svolta importante è il Consiglio europeo di Milano del 28 e 29 giugno 1985, al Castello Sforzesco, sotto la presidenza di Bettino Craxi. ‘Io ero lì, con una grande manifestazione per l’Europa, eravamo in 100.000’, ricorda Dastoli. ‘La premier britannica, Margaret Thatcher, e i primi ministri greco e danese si opponevano alla convocazione della conferenza intergovernativa’ per le modifiche del trattato europeo, che dovevano comunque essere adottate all’unanimità.

‘E allora Craxi si rivolse a Emile Noel (il primo, storico Segretario Generale della Commissione Europea, dal 1958 al 1987, ndr) e ad Andreotti (allora ministro degli Esteri, ndr), dicendo: ‘Trovatemi un escamotage perché si possa convocare la conferenza intergovernativa’ (Cig). Emile Noel passò un foglietto a Andreotti, il quale lo passò a Craxi, in cui spiegava che il trattato non prevedeva che il Consiglio europeo su questo punto decidesse all’unanimità. E Craxi a questo punto fregò la Thatcher, affermando: ‘Il trattato ci consente di decidere la convocazione della conferenza intergovernativa a maggioranza’. Infatti la Cig fu decisa a maggioranza: nell’85 eravamo in 10, perché non erano ancora entrati gli spagnoli e i portoghesi (che entreranno il primo gennaio 1986), e quindi la decisione fu adottata con sette paesi su 10′.

‘La conferenza intergovernativa poi fu convocata, formalmente il 22 luglio, a Lussemburgo dal Consiglio dei ministri degli Esteri. Ma quello fu un bel colpo da parte di Craxi’. E secondo Dastoli ‘anche la nostra manifestazione ha influito nella decisione, perché Craxi si è sentito in qualche modo legittimato e rafforzato dal fatto che c’erano in piazza 100mila persone’ a favore del progetto di Trattato dell’Unione europea, redatto da Altiero Spinelli, che era stato approvato dal Parlamento europeo l’anno prima, il 14 febbraio 1984, e aveva contribuito non poco ad alimentare le discussioni e i lavori del già citato Comitato Dooge (presieduto dall’ex ministro degli esteri e senatore irlandese Jim Dooge) per la preparazione del vertice di Milano.

Le divergenze di britannici, greci e danesi avevano portato alla loro marginalizzazione già all’interno del Comitato Dooge, ricorda Dastoli, creando un precedente a quanto poi avvenne al vertice nel Castello Sforzesco. ‘Nel testo del rapporto Faure, questi tre paesi sono sempre in nota a pié di pagina. Noi li abbiamo chiamati ‘i tre paesi in footnote’, perché loro su tutti i punti del rapporto hanno votato contro. Il rapporto Faure fu approvato dal Comitato Dooge a maggioranza, ed è questo che poi ha consentito, quando si è arrivati a Milano, di prendere una decisione per convocare la conferenza intergovernativa’.

Abbiamo già accennato al ruolo importante che ebbero Andreotti, De Michelis, Ciampi e Carli, in particolare durante la presidenza italiana del Consiglio europeo durante il secondo semestre del 1990, sotto il Governo Andreotti VI. È stato un semestre cruciale, caratterizzato dalla riunificazione tedesca e dai passaggi decisivi per l’Unione economica e monetaria, durante il processo che portò al Trattato di Maastricht (negoziato nella città olandese nel dicembre 1991).

Un altro italiano che ha avuto un ruolo importante in seguito è stato Giuliano Amato, nel suo ruolo di vicepresidente della Convenzione europea presieduta dall’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, che tra il 2002 e il 2003 ebbe l’incarico di redigere il Trattato per l’adozione di una Costituzione per l’Europa. ‘Soprattutto con quella sua intelligenza giuridica, per tutta una serie di aspetti del Trattato Costituzionale Amato ha avuto un’influenza importante, proponendo fra l’altro la fusione delle presidenze del Consiglio europeo e della Commissione (una possibilità che è rimasta nei Trattati, anche se non è mai stata realizzata finora ndr); e rilevante è stata l’influenza di Giorgio Napolitano, che non era membro della Convenzione, ma in quel momento era presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo’ sottolinea ancora Dastoli.

Da ricordare a questo proposito, anche un’altra presidenza italiana di turno del Consiglio europeo, quella del secondo semestre del 2004, perché ‘nell’ottobre di quell’anno fu firmato a Roma, al Palazzo dei Congressi dell’Eur, proprio il Trattato Costituzionale, che poi però sarà bocciato nel 2005 dal referendum francese e da quello olandese. Anche lì c’era stato un importante negoziato intergovernativo, condotto dall’Italia, che ha svolto un ruolo importante durante la sua presidenza’.

Dastoli ricorda infine che la prossima presidenza di turno dell’Ue (che non comprende più, come abbiamo visto, la presidenza dei vertici europei, ma gestisce e dirige comunque il lavoro politico e legislativo dei Consigli Ue a livello tecnico e ministeriale) spetterà all’Italia nel primo semestre del 2028.

‘Il 2028 sarà l’anno della realizzazione del completamento del mercato unico’, secondo quanto previsto dal rapporto di Enrico Letta e dal suo obiettivo ‘Un’Europa, un mercato’, fatto proprio dal Consiglio europeo del marzo scorso, che ha adottato una tabella di marcia su questo. ‘Quindi, una delle responsabilità dell’Italia sarà la realizzazione del completamento del mercato unico, l’unione dei capitali, il completamento dell’unione economica e monetaria. Sarà uno dei temi della presidenza di turno italiana, e se si guarda l’agenda del Consiglio europeo di marzo 2026 si capisce l’importanza delle scadenze del 2028’.

2 giugno, la parata a Roma celebra gli 80 anni della Repubblica

Roma, 2 giu. (askanews) – Più di 5.500 uomini e donne delle Forze Armate, delle Forze di Polizia e dei Corpi armati e non dello Stato hanno reso gli onori oggi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella tradizionale Rivista Militare ai Fori Imperiali a Roma, dopo la deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria, in occasione della festa del 2 giugno. Una celebrazione che quest’anno è coincisa con quella per gli 80 anni della Repubblica, e che ha avuto una piccola coda polemica sulle presenze – o meglio le assenze – sul palco delle autorità ai Fori imperiali. Qualcuno ha notato che tra le fila del governo mancava il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, mentre tra i vertici di opposizione sarebbero stati assenti sia Giuseppe Conte (M5S) che Elly Schlein (Pd). Salvini assente alla parata? “Non so, lo dovete domandare a lui. Non c’erano neanche Conte e la Schlein, non li ho visti. E’ un peccato quando si manca”, ha commentato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E il presidente del Senato Ignazio La Russa gli ha fatto eco: “Non ho visto Salvini, ma non ho visto molti. Non ho visto un capogruppo” dell’opposizione, “tranne Italia Viva”.

In ricordo di questo compleanno speciale per la Repubblica, davanti alle più alte cariche dello Stato, la sfilata ha avuto per manifesto “80 anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese”: un messaggio che racchiude il senso più profondo della celebrazione del 2 giugno, non soltanto la ricorrenza di una data fondativa della nostra storia nazionale, ma il riconoscimento di un percorso collettivo costruito giorno dopo giorno grazie all’impegno di donne e uomini al servizio dello Stato.

“Sono trascorsi ottant’anni da quel 2 giugno del 1946 che segnò il compimento, da parte degli italiani, di un atto di libertà senza precedenti”, ha ricordato Mattarella in un messaggio inviato al capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano. “Con il suffragio universale, donne e uomini, insieme per la prima volta, decisero di lasciarsi alle spalle le macerie della guerra e le nefandezze di un regime oppressivo e totalitario, per avviare la ricostruzione di un Paese libero, democratico, repubblicano”. E oggi, ha proseguito il capo dello Stato, “non celebriamo solamente una ricorrenza storica, ma un momento di alto significato che rinnova l’impegno collettivo all’affermazione, alla tutela e alla piena attuazione dei valori che costituiscono il fulcro della nostra Costituzione, una “casa comune” che garantisce la vita della nostra comunità nazionale.

Una ricorrenza, quella odierna, che secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – presente in tribuna al fianco del capo dello Stato assieme ai presidenti di Camera e Senato Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa e al presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso -, “non rappresenta soltanto una data storica, ma racconta il cammino che gli italiani hanno saputo costruire insieme: con storie di sacrificio, coraggio, unità, solidarietà e impegno, generazione dopo generazione”.

La sfilata è stata divisa in dodici settori tematici, dedicati alle Forze Armate, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza, alle Forze di Polizia e ai Corpi dello Stato. Tra loro, i Cappellani Militari, in onore del centenario dell’Ordinariato Militare, i Gruppi Sportivi Olimpici e Paralimpici delle Forze Armate e dei Corpi Armati dello Stato, rappresentanze dei civili della Difesa e della Sanità Militare.

I reparti hanno portato con loro 66 Bandiere di Guerra e Stendardi, 22 Gonfaloni delle Regioni e delle Province autonome, oltre a 48 Labari e Medaglieri delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma. I blocchi del personale militare e non, impegnati nella Rivista militare ai Fori imperiali, accompagnati dalla musica di 18 bande e fanfare, sono stati seguiti da una sfilata di mezzi militari, tra cui un’ampia serie di droni e di sistemi tecnologici.

Come ogni anno, hanno fatto il pieno di applausi – migliaia le persone accorse per l’occasione – il tradizionale inno dei Dimonios (Brigata Sassari), la Fanfara dei Bersaglieri, l’andamento lento degli Alpini, con i loro 33 passi al minuto. E le unità speciali, impegnate nelle operazioni più delicate in Italia e all’estero. I reparti a cavallo, un sorvolo di elicotteri e il tradizionale duplice passaggio delle Frecce Tricolori hanno chiuso l’evento. E’ saltato, per ragioni meteo (troppo vento), l’aviolancio del Tricolore con la squadra del Reparto Attività Sportive dell’Esercito, che avrebbe dovuto portare a Mattarella la bandiera italiana con una discesa dal cielo.

“Il dovere più grande che abbiamo è lasciare ai nostri giovani, ai nostri figli, un’Italia più sicura, più consapevole, ma soprattutto capace di restare fedele ai valori che ne hanno guidato il cammino fino ad oggi”, ha commentato nel suo messaggio odierno il ministro della Difesa Guido Crosetto. “Abbiamo il dovere di costruire, come da anni stiamo facendo, in silenzio, senza clamori, ma con fiducia, una Difesa credibile, moderna e preparata, per garantire la pace e tutelare i cittadini”, ha scritto il ministro, secondo il quale “è questa la missione delle donne e degli uomini della Difesa, del personale militare e civile”. “La Difesa ha sostenuto le sicurezze che hanno garantito il cammino della Repubblica”, ha insistito Crosetto. “Ne ha condiviso le ferite, le trasformazioni, le speranze. E continua a servire il Paese con lo stesso spirito: proteggere i cittadini, custodire i valori democratici, garantire alle future generazioni il diritto di vivere in un’Italia libera e sicura”.

2 giugno, Meloni: festa di riconoscenza e responsabilità

Roma, 2 giu. (askanews) – “Io penso che questa sia una festa di riconoscenza e di responsabilità. Una festa di riconoscenza perché quello che noi abbiamo oggi dobbiamo sempre ricordare che qualcuno l’ha costruito prima di noi, con grandi storie e con piccoli gesti quotidiani, con piccole scelte di ciascuno. E di responsabilità perché dopo 80 anni dobbiamo anche chiederci che Repubblica vogliamo essere domani, penso”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante la passeggiata in via dei Fori Imperiali, prima di raggiungere le tribune dove assisterà alla parata militare per la festa della Repubblica.

“Io credo che questa nazione abbia tutte le carte in regola per essere, se vogliamo, più ambiziosa. Credo che stia dando, nonostante le difficoltà, grande prova di sé e mi piacerebbe per questo che fosse chiaramente una festa di responsabilità ma anche una festa d’orgoglio per tutti gli italiani”, ha concluso Meloni.

2 giugno, al via la parata a Roma con onori a Mattarella

Roma, 2 giu. (askanews) – Con gli onori iniziali al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’inno nazionale, si è aperta la parata del 2 giugno ai Fori Imperiali a Roma, che quest’anno coincide con gli 80 anni della Repubblica. La sfilata ha per manifesto “80 anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese” e racchiude il senso più profondo della celebrazione del 2 giugno: non soltanto la ricorrenza di una data fondativa della nostra storia nazionale, ma il riconoscimento di un percorso collettivo costruito giorno dopo giorno grazie all’impegno di donne e uomini al servizio dello Stato.

Alla parata del 2 giugno onori a Mattarella e Frecce tricolori

Roma, 2 giu. (askanews) – Con gli onori iniziali al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’inno nazionale, si è aperta la parata del 2 giugno ai Fori Imperiali a Roma, che quest’anno coincide con gli 80 anni della Repubblica. La sfilata ha per manifesto “80 anni di Repubblica, ottant’anni al servizio del Paese” e racchiude il senso più profondo della celebrazione del 2 giugno: non soltanto la ricorrenza di una data fondativa della nostra storia nazionale, ma il riconoscimento di un percorso collettivo costruito giorno dopo giorno grazie all’impegno di donne e uomini al servizio dello Stato.

Dopo il settore di apertura con lo sfilamento dei sindaci d’Italia, banda dei carabinieri, bandiere, gonfaloni e labari, sfileranno 12 settori. Il primo sarà quello dei gruppi sportivi delle Forze Armate e del personale civile della Difesa; l’ultimo sarà quello dei Reparti a cavallo. Seguiranno il sorvolo di elicotteri, il dono al presidente della Repubblica, il lancio del tricolore e gli onori militari. A chiudere la sfilata, come da tradizione, il sorvolo della Pattuglia acrobatica nazionale.

Arriva "Morte e miracoli del numero 3", il nuovo noir di Franco Vanni

Milano, 2 giu. (askanews) – Un ragazzo investito nella periferia ovest di Milano. Un incidente che forse incidente non è. Da qui prende avvio Morte e miracoli del numero 3, il nuovo romanzo di Franco Vanni pubblicato da Baldini+Castoldi, terza indagine dedicata al giornalista investigatore Steno Molteni.

A intuire che dietro la morte del giovane calciatore si nasconda qualcosa di più oscuro sono proprio Molteni e il suo inseparabile amico Raffaele Cinà, poliziotto soprannominato Scimmia. Seguendo piste sempre più intricate, i due si muovono tra i campi della Serie D nella provincia comasca e gli ambienti esclusivi degli hotel di lusso milanesi, entrando nei meccanismi opachi del calcio contemporaneo.

Nel romanzo di Vanni il pallone è molto più di uno sport: è un territorio attraversato da interessi economici, rivalità, violenza ultras e procuratori senza scrupoli. Ma soprattutto è il luogo in cui si concentrano speranze e illusioni di ragazzi stranieri e famiglie intere che cercano nel calcio un’occasione di riscatto sociale e un senso di appartenenza.

Con una scrittura asciutta e concreta, maturata in oltre vent’anni di cronaca nera, giudiziaria e sportiva, Vanni costruisce un noir teso e realistico, capace di raccontare le contraddizioni di un mondo dove il successo convive con il fallimento e dove la ricerca della verità si intreccia continuamente con il desiderio di sopravvivere.

Giornalista de “La Repubblica”, Franco Vanni ha esordito nella narrativa con Il clima ideale, premiato al Festival du Premier Roman de Chambéry. Parallelamente ha firmato saggi dedicati alla finanza e al calcio, tra cui Il calcio ha perso, scritto con Matteo Spaziante. Il personaggio di Steno Molteni, apparso per la prima volta nel 2018 con Il caso Kellan e tornato l’anno successivo in La regola del lupo, è stato citato da Luca Crovi nella Storia del giallo italiano.

Con Morte e miracoli del numero 3, Vanni conferma la sua capacità di trasformare la cronaca in letteratura noir, usando il calcio come lente per osservare paure, ambizioni e fragilità della società contemporanea.

2 giugno, Mattarella ha reso omaggio al milite ignoto all’Altare della patria

Roma, 2 giu. (askanews) – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’80esimo anniversario della Repubblica, ha reso omaggio al monumento del milite ignoto all’Altare della Patria a Roma. Il capo dello Stato, accompagnato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, ha passato in rassegna il reparto d’onore schierato a Piazza Venezia, e deposto una corona d’alloro davanti al sacello del Milite Ignoto. Presenti alla cerimonia i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso. Il momento è stato celebrato, come da tradizione, dalle note dell’inno nazionale e dal sorvolo delle Frecce tricolori.

2 giugno, Meloni: un cammino che gli italiani hanno saputo costruire insieme

Roma, 2 giu. (askanews) – “Oggi celebriamo gli ottant’anni della Repubblica Italiana. Una ricorrenza che non rappresenta soltanto una data storica, ma racconta il cammino che gli italiani hanno saputo costruire insieme: con storie di sacrificio, coraggio, unità, solidarietà e impegno, generazione dopo generazione. Perché sono certo le grandi storie, ma anche – e forse soprattutto – le piccole scelte quotidiane ad aver fatto dell’Italia la straordinaria nazione che è oggi”. Lo scrive su X la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

“Ottant’anni di Repubblica, di libertà e di partecipazione ci rendono orgogliosi e riconoscenti verso chi ci ha preceduto e ha contribuito a edificare le fondamenta della nostra comunità nazionale. Ma, allo stesso tempo, ci ricordano la responsabilità che ciascuno di noi ha nel custodire e rafforzare ogni giorno questo patrimonio, al servizio della Patria e delle generazioni future. Buona Festa della Repubblica”, ha aggiunto.

2 giugno, Mattarella: la Costituzione è la casa comune di tutti

Roma, 2 giu. (askanews) – “Non celebriamo oggi solamente una ricorrenza storica, ma un momento di alto significato che rinnova l’impegno collettivo all’affermazione, alla tutela e alla piena attuazione dei valori che costituiscono il fulcro della nostra Costituzione, ‘casa comune’ che garantisce la vita della nostra comunità nazionale, i nostri diritti, richiamandoci al contempo ai nostri doveri di solidarietà”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al capo di Stato Maggiore della difesa, Luciano Portolano, in occasione della festa del 2 giugno.

“Le difficoltà e i rischi che attraversano oggi la nostra sicurezza e il nostro benessere vanno affrontati con fermezza. Non potrà esservi vera pace fino a quando permarranno focolai di minaccia e non potrà esservi vero benessere se anche soltanto una parte dell’umanità sarà costretta a vivere nella precarietà. L’Italia, con l’Europa, è impegnata nel ripristino del valore delle regole nella vita della comunità internazionale, per uscire da una fase di permanente conflittualità, nell’edificazione di una nuova effettiva sicurezza per tutti i popoli”, continua il Capo dello Stato.

Terremoto, Occhiuto: paura e nessun danno, grazie Protezione Civile

Roma, 2 giu. (askanews) – “La scossa di terremoto di magnitudo 6.2 registrata nella notte, con epicentro al largo della costa tirrenica cosentina e a circa 250 chilometri di profondità, è stata avvertita in gran parte della Calabria, provocando comprensibilmente paura e preoccupazione tra i cittadini. Fin dai primi minuti successivi all’evento sismico, la macchina della Protezione Civile regionale, guidata dal direttore Domenico Costarella, si è immediatamente attivata per monitorare la situazione e coordinare tutte le verifiche necessarie sul territorio. Le nostre sale operative hanno ricevuto numerosissime chiamate da parte dei cittadini che chiedevano informazioni e assistenza. Fortunatamente, allo stato attuale, non si registrano danni a persone né a cose”. Così Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, in una nota.

“Nel corso della notte si è inoltre riunita l’Unità di crisi con il Dipartimento nazionale della Protezione Civile, che ringrazio per la consueta tempestività. Un ringraziamento particolare va al capo del Dipartimento, Fabio Ciciliano, per l’immediato interessamento e il costante supporto garantito alla nostra Regione. Alla riunione hanno partecipato anche le Regioni Puglia e Sicilia, nelle quali il sisma è stato chiaramente avvertito”, continua il presidente Occhiuto.

Trump a Netanyahu: sei "fottutamente pazzo", tutti odiano Israele

Roma, 2 giu. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sarebbe scagliato contro il primo ministro Benjamin Netanyahu durante la loro telefonata di ieri, definendolo “fottutamente pazzo” e dicendogli che tutti “odiano Israele”, mentre chiedeva a Israele di accettare un cessate il fuoco con Hezbollah.

Axios ha citato un funzionario statunitense che ha riassunto il messaggio di Trump a Netanyahu come segue: “Sei fottutamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo”.

Una seconda fonte informata sulla telefonata ha riferito alla testata che il presidente degli Stati Uniti era “furioso” e a un certo punto ha urlato a Netanyahu: “Che c…o stai facendo?”.

Due fonti hanno anche affermato che Trump ha accusato Netanyahu di ingratitudine durante la telefonata sull’escalation dei combattimenti in Libano, telefonata che Axios ha descritto come “piena di parolacce”.

Sebbene funzionari statunitensi abbiano dichiarato al sito di notizie che Trump era consapevole che Hezbollah aveva ripetutamente sparato contro Israele e che Gerusalemme ha il diritto di rispondere, il presidente riterrebbe che le Forze di Difesa Israeliane hanno reagito in modo sproporzionato negli ultimi giorni, mettendo a rischio gli sforzi di Washington per ottenere una proroga del cessate il fuoco con l’Iran, che subordina l’accordo a una tregua in Libano.

2 giugno, Crosetto: abbiamo dovere di costruire Difesa credibile e moderna

Roma, 2 giu. (askanews) – “Abbiamo il dovere di costruire, come da anni stiamo facendo, in silenzio, senza clamori, ma con fiducia, una Difesa credibile, moderna e preparata, per garantire la pace e tutelare i cittadini”. E’ quanto ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto nel suo messaggio per l’80° Anniversario della Festa della Repubblica. “È questa la missione delle donne e degli uomini della Difesa, del personale militare e civile, che oggi desidero ringraziare con sincera riconoscenza per ciò che fanno ogni giorno. Per il servizio svolto in Patria e nei teatri internazionali. Per la professionalità, la dedizione e l’umanità con cui rappresentano l’Italia anche nei contesti più difficili”, ha commentato Crosetto. “E voglio rivolgere, qui, un pensiero, anche alle loro famiglie, che condividono sacrifici, attese, distanze e preoccupazioni spesso silenziose”.

Crosetto ha quindi ringraziato anche chi ha pagato il prezzo più alto per difendere la nostra libertà: Caduti, feriti, chi porta ancora nel corpo e nell’anima i segni del servizio reso alla Nazione. “A loro dobbiamo non soltanto memoria e gratitudine, ma la consapevolezza che la libertà e la pace non sono conquiste definitive. Sono beni preziosi, fragili, che vanno custoditi ogni giorno”, ha spiegato.

“La Difesa ha sostenuto le sicurezze che hanno garantito il cammino della Repubblica. Ne ha condiviso le ferite, le trasformazioni, le speranze. E continua a servire il Paese con lo stesso spirito: proteggere i cittadini, custodire i valori democratici, garantire alle future generazioni il diritto di vivere in un’Italia libera e sicura”, ha aggiunto il ministro.

“Ecco perché guardiamo al futuro con fiducia e con responsabilità. Perché, come ottant’anni fa i Padri Costituenti posero le basi per la nostra libertà e una vera, concreta, convivenza democratica, noi oggi stiamo ponendo le basi affinché i nostri figli possano godere degli stessi diritti e delle stesse libertà nel futuro. Perché solo il Paese che conosce la propria storia, che custodisce la propria identità nazionale e che crede nella forza della propria comunità è un Paese capace di affrontare le sfide del proprio tempo”, ha concluso.

Zuppi a Mattarella: “La Repubblica sia promessa di coesione e pace”

Illustrissimo Signor Presidente,

nell’80° anniversario della nascita della Repubblica italiana Le invio, a nome mio personale e delle Chiese in Italia, un sentimento di gratitudine, affetto e responsabilità condivisa. Questi ottant’anni racchiudono una storia iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia.

La Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme, diversi eppure uniti da un destino comune e dal senso del bene comune. Alcuni seppero guardare oltre se stessi e consegnare alle generazioni future la Costituzione, che ci ricorda che nessuno si salva da solo e che nessuno può essere lasciato solo. L’articolo 54 richiama il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, e impone a chi esercita funzioni pubbliche di adempierle con disciplina e onore; questo richiamo orienta l’impegno comune per il bene di tutti.

La Repubblica non è solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione. L’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica. A conferma, nel suo intervento all’apertura della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia a Trieste, Ella ha riconosciuto il contributo dei cattolici alla comunità nazionale, sottolineando che la Costituzione ha dato nuovo senso all’unità del Paese e che l’adesione dei cattolici a essa ha rafforzato coesione e unità.

Le Chiese in Italia guardano a questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità.
L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro.

Signor Presidente, in questa ricorrenza Le rinnoviamo la nostra sincera gratitudine per il servizio che presta al Paese. Ricordiamo quanti hanno contribuito alla costruzione della comunità civile e riaffermiamo il nostro impegno a promuovere il bene comune e la solidarietà, a contrastare disaffezione e insoddisfazione pericolosa e a sostenere la dottrina sociale della Chiesa, le cui radici convivono con il dettato costituzionale.
Possa questo anniversario richiamare tutti a custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva europea.

Con profonda stima e riconoscenza, Le assicuriamo la nostra preghiera per Lei, per le istituzioni della Repubblica e per il Paese.

La CIA e gli intellettuali italiani nel confronto Est-Ovest del secondo dopoguerra

Quando nel 1999 Frances Stonor Saunders pubblicò in Gran Bretagna Who Paid the Piper? — titolo che evoca con ironia la filastrocca del pifferaio di Hamelin, dove chi paga decide la musica — la stampa italiana lo ignorò quasi del tutto. Non era disattenzione: era, come ha scritto Giovanni Fasanella nella prefazione alla prima edizione italiana appena pubblicata da Fazi Editore (La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo), un vero e proprio “meccanismo di rigetto”. Il libro scottava, e scottava in modo particolare in Italia, dove molti dei nomi citati appartenevano alla memoria viva di una cultura che si era sempre voluta indipendente e critica.

Il tema del libro è scomodo nella sua semplicità: per vent’anni, tra il 1947 e il 1967, la CIA finanziò in segreto una parte consistente della vita culturale europea. Non con la propaganda volgare dei manifesti, ma con il metodo opposto — riviste di qualità, festival musicali, mostre d’arte, borse di studio, convegni internazionali — affidando l’operazione a una rete di fondazioni filantropiche usate come copertura. Il braccio visibile era il Congresso per la libertà della cultura, fondato a Berlino nel 1950. In diciassette anni vi furono investiti oltre dieci milioni di dollari. Il nome in codice interno era “packet”. Gli intellettuali coinvolti, in molti casi, non sapevano nulla.

LItalia nello scontro est-ovest: riviste, salotti, reti

Il capitolo italiano è particolarmente rivelatore. La sezione italiana del Congresso, denominata Associazione italiana per la libertà della cultura, fu istituita da Ignazio Silone alla fine del 1951 e divenne il centro logistico ed economico di una federazione di circa cento gruppi culturali. Le riviste che hanno formato la cultura laica italiana del dopoguerra — Il Mondo, Il Ponte, Tempo Presente, Il Mulino — erano finanziate direttamente o indirettamente attraverso questo consorzio.

Alla riunione fondativa di Berlino nel luglio 1950 erano presenti Benedetto Croce come presidente e Altiero Spinelli tra i delegati italiani. La sezione italiana includeva Adriano Olivetti e Mario Pannunzio. Nei salotti romani, Marguerite Chapin Caetani dirigeva da Palazzo Caetani la rivista Botteghe Oscure, che promosse Calvino, Moravia, Pasolini, Carlo Levi, Attilio Bertolucci. Elena Croce, figlia di Benedetto, selezionava per l’USIS — l’ufficio americano di diplomazia culturale — gli intellettuali ritenuti frequentabili. Suo marito Raimondo Craveri indicava all’ambasciata americana i politici affidabili. La loro casa era frequentata da Henry Kissinger e dal giovane Gianni Agnelli, e dominata dalla figura di Raffaele Mattioli, fondatore di Mediobanca, di cui gli americani si fidavano al punto da discutere con lui i piani per la ricostruzione già nel 1944.

Perché non ci sono i cattolici o i democristiani?

Scorrendo la lista dei nomi italiani coinvolti nell’operazione emerge tuttavia un vuoto che merita riflessione. I protagonisti italiani del Congresso per la libertà della cultura appartengono quasi esclusivamente a due aree culturali: quella laica liberale — Croce, Craveri, Pannunzio, Caetani — e quella democratico-socialista o di sinistra non comunista — Silone, Chiaromonte, Spinelli, Olivetti, Calvino, Pratolini. Il mondo cattolico e democristiano, che pure in quegli anni governava l’Italia e ne incarnava la principale identità politica di massa, è completamente assente dalla mappa tracciata da Saunders.

Questa assenza non è priva di significato. La DC non aveva bisogno di essere arruolata nella rete del Congresso: era già strutturalmente ancorata all’alleanza atlantica, sostenuta dalla Chiesa, radicata in una cultura popolare che trovava nella fede e nella tradizione comunitaria le sue risorse anticomuniste. Gli intellettuali cattolici e i dirigenti democristiani non erano terreno da coltivare per Washington: erano già in campo, con motivazioni autonome e radici profonde nella società civile italiana. La CIA cercava interlocutori nella sinistra non comunista e nel laicismo liberale, ossia negli ambienti che potevano essere tentati dall’utopia sovietica o che ne avevano già subito il fascino. Il mondo cattolico era culturalmente impermeabile a quella tentazione, e non aveva bisogno di essere convinto né orientato dall’esterno.

Una storia aperta: manipolazione, consenso e autonomia della cultura

La domanda morale che Saunders lascia aperta è però universale, e riguarda anche chi non compare nella sua mappa. C’è un confine oltre il quale anche una causa giusta — e quella anticomunista aveva le sue ragioni — si trasforma in strumento di manipolazione? Alcuni degli intellettuali coinvolti sapevano dei finanziamenti CIA, altri lo intuivano senza volerlo verificare, altri erano in buona fede. Ma tutti, in misura diversa, prestavano la propria voce a una strategia che non avevano scelto.

Il punto più acuto del libro non è la rivelazione in sé — che la CIA finanziasse la cultura per combattere l’URSS era, almeno a grandi linee, già noto. Il punto è il metodo: la costruzione del consenso attraverso la cultura è tanto più efficace quanto più rimane invisibile. Le idee più nobili — libertà, pensiero critico, pluralismo — possono essere usate come involucri di una propaganda sofisticata proprio perché sembrano il contrario della propaganda. È questa la lezione duratura del libro della Saunders, che arriva in Italia con trent’anni di ritardo ma non per questo priva di attualità.

Ungheria, Magyar sfida il presidente: “Non rappresenta più l’unità nazionale”

Lultimatum che scuote  Budapest

Péter Magyar non sembra intenzionato a concedere tregue. A poche settimane dalla storica vittoria elettorale del partito Tisza, il nuovo primo ministro ungherese ha lanciato un ultimatum al presidente della Repubblica Tamás Sulyok: dimissioni immediate oppure avvio di una procedura legislativa per rimuoverlo dall’incarico. Una sfida frontale che segna l’inizio della resa dei conti con l’apparato costruito da Viktor Orbán in sedici anni di potere.

Magyar accusa Sulyok di essere stato un garante non della nazione, ma dell’ex sistema di potere di Fidesz. “È indegno di rappresentare l’unità del popolo ungherese”, aveva già dichiarato dopo le elezioni di aprile. Ora il tono è diventato ancora più duro: “Rimuoveremo tutte le marionette dell’era Orbán che hanno contribuito alla demolizione dello Stato di diritto”.

 

Il volto europeista della nuova Ungheria

Il profilo politico di Magyar è ormai chiarissimo. Conservatore moderato, ma apertamente europeista, il nuovo premier vuole riportare Budapest dentro il perimetro politico dell’Unione europea, recuperando credibilità internazionale e soprattutto sbloccando i miliardi di euro congelati da Bruxelles per le violazioni dello Stato di diritto sotto Orbán.

Non è casuale che il suo insediamento sia avvenuto simbolicamente nel giorno della Festa dell’Europa, con la bandiera europea tornata sulla facciata del Parlamento ungherese. Magyar ha parlato di “ricostruzione democratica”, di libertà dell’informazione e di ripristino dei contrappesi istituzionali.

La sua determinazione è sostenuta da una maggioranza parlamentare schiacciante: il Tisza dispone infatti dei due terzi dell’Assemblea nazionale, numeri sufficienti per modificare la Costituzione senza accordi con l’opposizione. Ed è proprio questo il punto decisivo della vicenda.

 

Il nodo costituzionale

Formalmente il presidente ungherese ha funzioni prevalentemente rappresentative. Tuttavia conserva poteri non irrilevanti: può rinviare leggi al Parlamento, sottoporle alla Corte costituzionale e rallentare l’azione del governo. In una fase di transizione così radicale, Sulyok potrebbe dunque diventare un ostacolo concreto al programma riformatore del nuovo esecutivo.

Da qui la scelta di Magyar di procedere con una revisione costituzionale che renda possibile la rimozione anticipata del capo dello Stato. Una soluzione però altamente controversa. Lo stesso Sulyok ha reagito denunciando il rischio di “una crisi costituzionale che approfondirà le divisioni della società e danneggerà la reputazione democratica dell’Ungheria”.

 

La posta in gioco oltre Orbán

La battaglia istituzionale in corso a Budapest va ben oltre il conflitto personale tra Magyar e Sulyok. È il tentativo di ridefinire l’assetto del potere ungherese dopo l’era Orbán. Il nuovo premier sostiene che non sia possibile restaurare pienamente lo Stato di diritto lasciando intatti gli uomini collocati nei gangli strategici del sistema: Corte costituzionale, procura, autorità dei media e presidenza della Repubblica.

Resta però una domanda cruciale. Fino a che punto una maggioranza parlamentare, pur forte di un consenso democratico amplissimo, può spingersi nel ridisegnare gli equilibri costituzionali senza produrre una nuova forma di concentrazione del potere? È il paradosso che oggi attraversa l’Ungheria: smantellare la “democrazia illiberale” senza incrinare le garanzie della democrazia liberale.

Danimarca, Frederiksen resta al potere: decisivo il ritorno del centro

Un terzo mandato dopo settimane di stallo

Mette Frederiksen resterà alla guida della Danimarca. Dopo oltre due mesi di trattative, la leader socialdemocratica è riuscita a formare un nuovo governo di coalizione di centro-sinistra, assicurandosi il terzo mandato consecutivo da primo ministro. Un risultato tutt’altro che scontato, visto che le elezioni del 24 marzo avevano prodotto un Parlamento estremamente frammentato e un forte ridimensionamento del Partito socialdemocratico, sceso da 50 a 38 seggi sui 179 del Folketing.

L’accordo coinvolge Socialdemocratici, Social Liberali, Verdi di Sinistra e soprattutto i Moderati centristi guidati da Lars Løkke Rasmussen, ex premier e ministro degli Esteri uscente. Proprio il ruolo di Rasmussen appare decisivo per comprendere l’esito della crisi politica danese.

 

Il centro come ago della bilancia

Per settimane la situazione sembrava orientata verso una svolta di centrodestra. A maggio Rasmussen aveva addirittura abbandonato il tavolo con Frederiksen, indicando il leader liberale Troels Lund Poulsen come possibile nuovo incaricato per formare un governo alternativo.

Ma il progetto non ha retto. Rasmussen ha progressivamente escluso l’ipotesi di sostenere una coalizione puramente conservatrice, tornando invece a privilegiare una soluzione centrista e pragmatica. Le cronache politiche danesi concordano nel descriverlo come il vero “kingmaker” della legislatura: senza i suoi Moderati non esisteva alcuna maggioranza stabile né a destra né a sinistra.

È dunque il centro, ancora una volta, ad aver determinato la soluzione della crisi. Un centro non neutrale, ma orientato alla stabilità istituzionale, all’europeismo e alla responsabilità internazionale. La nuova coalizione nasce infatti attorno a una linea politica molto netta: rafforzamento della difesa europea, sostegno all’Ucraina, cooperazione con Bruxelles e gestione della delicata questione groenlandese dopo le pressioni dell’amministrazione Trump.

 

Groenlandia, sicurezza europea e nuova fase politica

Secondo Reuters, tra le priorità immediate del nuovo esecutivo figurano i colloqui diplomatici sulla Groenlandia e il potenziamento delle capacità militari danesi nel quadro del deterioramento della sicurezza europea provocato dalla guerra russo-ucraina.

Frederiksen ha rafforzato la propria leadership proprio grazie alla fermezza mostrata nei confronti delle pressioni statunitensi sulla Groenlandia, ottenendo consenso interno e sostegno europeo.

La nuova maggioranza non dispone però di una piena autosufficienza parlamentare e dovrà cercare appoggi esterni, soprattutto dall’Alleanza Rosso-Verde. In Danimarca, tuttavia, i governi di minoranza sono una tradizione consolidata.

Resta il dato politico più significativo: in uno dei Paesi più avanzati d’Europa, il baricentro della governabilità continua a passare dal centro moderato e riformista. Ed è probabilmente questo il segnale più interessante che arriva oggi da Copenaghen.

Padel, martedì prende il via il main draw dell’Italy Major a Roma

Roma, 1 giu. (askanews) – Si apre martedì al Foro Italico di Roma il main draw del Bnl Italy Major Premier Padel, la quinta edizione di uno dei tornei più prestigiosi del mondo. Dopo i primi otto tornei del 2026 del Premier Padel Tour, si legge in una nota, il bilancio parla chiaro: tre coppie si sono spartite i titoli in palio e guidano anche la Fip Race verso le Finals di Barcellona.

Nel circuito maschile e femminile, il dato è evidente. Fede Chingotto e Ale Galan da una parte, Paula Josemaria e Bea Gonzalez dall’altra, guidano con cinque titoli stagionali, seguiti dai numeri uno del ranking Fip, Arturo Coello e Agustin Tapia da una parte e Delfi Brea e Gemma Triay dall’altra, a quota due successi. Un solo titolo invece per altre due grandi coppie del 2026, Juan Lebron e Leo Augsburger e Ari Sanchez con Andrea Ustero.

Una sfida appassionante sottolineata anche dal presidente della Federazione Internazionale Padel, Luigi Carraro, in occasione della presentazione del torneo romano, quando ha evidenziato come “almeno tre coppie siano realmente in grado di vincere il titolo”. Dove quell”almeno” apre anche ad altri scenari.

Nel tabellone maschile, la rivalità tra Chingotto-Galan e Coello-Tapia continua a caratterizzare la stagione. I primi, in svantaggio nei precedenti complessivi (21-13), arrivano però a Roma dopo quattro successi consecutivi negli scontri diretti e dei titoli conquistati nelle ultime due edizioni del Major romano. Occhi puntati anche su Lebron e Augsburger, che dopo il successo a Bruxelles sono tra le coppie più attese al Foro Italico, ma è impossibile ignorare Franco Stupaczuk e Mike Yanguas, teste di serie numero tre, in crescita dopo il titolo al FIP Platinum di Tirana vinto sabato scorso.

Nel tabellone femminile continua invece il dominio di Josemaria e Gonzalez, protagoniste di cinque vittorie stagionali, in un avvio di anno diviso con Sanchez-Ustero e Brea-Triay, già vincitrici nei primi appuntamenti del circuito. Le prime otto finali dell’anno se le sono contese queste tre coppie, mentre Claudia Fernandez e Sofia Araujo si sono sempre fermate in semifinale, ma occhio alle sorprese: Lucia Sainz e Patty Llaguno, finaliste nel 2024, dimostrano che tutto può succedere.

Ccnl Cifa-Confsal valorizzare i preposti per sicurezza sul lavoro

Bologna, 1 giu. (askanews) – In Italia gli infortuni sul lavoro continuano a crescere. Una piaga che costa al Paese il 6,3% del PIL ogni anno. Eppure in ogni azienda c’è una figura che può persino fermare le macchine per proteggere chi lavora: il preposto. Grandi responsabilità, spesso nessun riconoscimento. A Bologna, ad Ambiente Lavoro 2026, Confsal prova a cambiare le cose, con il convegno “La valorizzazione del preposto nella contrattazione collettiva”.

“Il valore della sicurezza – spiega Angelo Raffaele Margiotta, segretario generale Confsal – rimane una semplice enunciazione se poi non è seguito da atti concreti, come quelli che abbiamo fatto noi: garantire a questa figura, che è la chiave di volta della prevenzione partecipata, un’agibilità nei luoghi di lavoro. Attraverso un riconoscimento economico e soprattutto una copertura assicurativa che lo tuteli nell’esercizio delle sue funzioni. Questa è la sicurezza praticata, non la sicurezza enunciata”.

La sicurezza, dunque, non basta dichiararla: va praticata. Ma chi è davvero il preposto, e perché la sua tutela conta così tanto? “Il preposto è una figura chiave nell’organizzazione della salute e sicurezza – ricordo Marcello Fiori, direttore generale INAIL – è un lavoratore, un dipendente dell’azienda, a cui vengono affidati compiti molto importanti: può addirittura interrompere l’attività produttiva quando ritiene che non ci siano condizioni di tutela. Ma risponde direttamente del proprio operato, anche davanti al magistrato. Dobbiamo rafforzarla, anche tutelandola in termini assicurativi e di libertà di intervento”.

Una tutela che passa anche dai contratti. E qui entra in gioco chi le imprese le rappresenta. Perché valorizzare il preposto significa, prima di tutto, riconoscerlo. “Già nei nostri contratti collettivi – spiega Andrea Cafà, presidente Cifa – abbiamo previsto un’indennità per il preposto. Riteniamo sia doveroso, perché è quella figura che, oltre a svolgere le proprie mansioni, deve avere sott’occhio tutto ciò che accade, con grandi responsabilità: in alcune circostanze può decidere il blocco delle attività”.

Riconoscimento economico, copertura assicurativa, libertà di intervenire. Piccoli passi, ma concreti. Perché – dicono i promotori – con centinaia di preposti messi davvero in condizione di agire, si potrebbero avere decine di infortuni in meno. La sicurezza che si pratica, e non soltanto si racconta.