Roma, 16 mar. (askanews) – “Sono contento di aver riportato il Tricolore sul gradino più alto del podio. Quindi spero di poter continuare così perché comunque siamo sulla strada giusta, però non sarà facile”. E’ la soddisfazione di Kimi Antonelli raccontata a RaiNews 24 il giorno dopo la fantastica vittoria in CIna. La dedica “sicuramente alla mia famiglia, al mio team e a tutti quelli che mi seguono e che mi hanno supportato sin da quando ero piccolo, perché comunque questo è anche il frutto di tutto il lavoro e del percorso che è stato fatto fino ad oggi”. Sulle partene dice: “Non è che siano state delle migliori per me, soprattutto in Australia, quindi in Cina ieri diciamo che non ero non ero molto confidente e sulla partenza, però è andata meglio del previsto e sono riuscito a sfilar secondo. Dopo da lì sono stato in testa e sono riuscito a fare un buon passo”. Sui complimenti ricevuti: “Ne ho avuti un sacco. Sono rimasto molto sorpreso dalla dedica di Yannick a Indian Wells, quindi infatti ho scritto un messaggio perché l’ho apprezzato moltissimo è stato veramente carino”. Anche Alberto Tomba ha detto che vuole conoscerlo presto. “Sì, beh, lui ovviamente una leggenda e i miei genitori mi parlano molto spesso di Alberto, quindi sarebbe bello poterlo conoscere. Sicuramente adesso la prima cosa che farò arrivo a casa mi mangerò un po’ di pasta, un po’ di tagliatelle perché è da un po’ che non che non le mangio. Però farà una roba tranquilla con i miei amici con la mia famiglia, perché comunque è un momento molto speciale per me per la mia famiglia, per i miei amici e quindi lo cercherò di divertirmi e comunque di godermi anche questo momento e poi una volta fatto ciò il focus andrà su Suzuka.
Tennis, Ranking Atp, Quattro italiani nella Top 20
Roma, 16 mar. (askanews) – E’ un lunedì storico per il tennis italiano maschile. Per la prima volta, infatti, l’Italia può vantare quattro giocatori tra i primi 20 del mondo. Guida Jannik Sinner, oggi numero 2, primo italiano capace di salire in vetta al ranking ATP. Seguono Lorenzo Musetti (5), Flavio Cobolli che migliora il suo best ranking e sale alla posizione numero 14, oltre a festeggiare il successo a Indian Wells in doppio misto con Belinda Bencic.
Il record è reso possibile dall’ascesa alla posizione numero 18 di Luciano Darderi, quattordicesimo giocatore italiano a entrare tra i primi 20 del mondo nel ranking ATP, da quando è stata introdotta la classifica ATP, nel 1973.
Per quanto riguarda i primi venti italiani nel ranking ATP di questa settimana, sorridono anche Marco Cecchinato e Stefano Napolitano. Il palermitano guadagna 26 posizioni e torna in Top 200 (n. 198) grazie alla finale al Challenger di Kigali; il biellese ne risale 123 e rientra in Top 300 (n. 299) per effetto dei quarti di finale nello stesso torneo organizzato nella capitale del Ruanda. Nel circuito Challenger la sorpresa l’ha firmata il ventenne Filippo Romano, finalista a Cherbourg, che fa un balzo di 163 posizioni fino alla 378.
Il primo Masters 1000 della stagione ha permesso a Jannik Sinner di ridurre il gap da Carlos Alcaraz da 3.150 a 2.200 punti. L’azzurro non può superare Alcaraz nemmeno dopo Miami, che assegna 1.000 punti, e dunque Alcaraz è sicuro di eguagliare le 66 settimane complessive da numero 1 di Sinner: accadrà il prossimo 6 aprile.
Questa la Top 20: 1 Carlos Alcaraz (ESP) 13.550, 2 Jannik Sinner (ITA) 11.350, 3 Novak Djokovic (SRB) 5.370, 4 Alexander Zverev (GER) 4.905, 5 Lorenzo Musetti (ITA) 4.365, 6 Alex de Minaur (AUS) 4.185, 7 Taylor Fritz (USA) 4.170, 8 (+1) Felix Auger-Aliassime (CAN) 4.000, 9 (-1) Ben Shelton (USA) 3.860, 10 (+1) Daniil Medvedev 3.610, 11 (-1) Alexander Bublik (KAZ) 3.385, 12 (+1) Casper Ruud (NOR) 2.715, 13 (-1) Jakub Mensik (CZE) 2.650, 14 (+1) Flavio Cobolli (ITA) 2.520, 15 (+1) Karen Khachanov 2.410, 16 (+1) Andrey Rublev 2.400, 17 (+2) Alejandro Davidovich Fokina (ESP) 2.260, 18 (+3) Luciano Darderi (ITA) 2.084, 19 (+1) Francisco Cerundolo (ARG) 2.020, 20 (+2) Frances Tiafoe (USA) 1.920.
Energia, Commissione Ue: agire su rincari ma mantenere sistema Ue
Roma, 16 mar. (askanews) – La Commissione europea ribadisce che al momento non ci sta una crisi sugli approvvigionamenti di energia ma una crisi sui prezzi e che, nell’esaminare diversi tipi di misure per intervenire su questo fronte, esclude invece “cambiamenti strutturali al nostro sistema di energia”. Lo ha affermato il commissario europeo per energia e immobiliare abitativo, Dan Joergensen giungendo al Consiglio dei minstri Ue di trasporti, telecomunicazioni e energia.
“Ora parlerò con i ministri dell’energia per sentire le loro analisi della situazione, su quanto sia grave. Per me – ha detto – è importante mettere in rilievo che non abbiamo una crisi sulla sicurezza degli approvvigionamenti, che sarebbe molto grave e che richiederebbe altre misure, ma siamo in una crisi dei prezzi. E il fatto che i prezzi siano così alti è qualcosa che non possiamo ignorare”.
“Quindi, discuterò di questo con i ministri, ovviamente più avanti anche i leader si incontreranno. Guardiamo a diversi tipi di misure, non posso andare nei dettagli. Una sola cosa importante che voglio sottolineare è che non parliamo di cambiamenti strutturali al nostro sistema di energia in Europa”, ha avvertito.
“Questo che ci consente oggi di gestire la situazione meglio di quando eravamo nel 2022”, grazie al fatto di avere ora “molte più rinnovabili nel nostro sistema, quindi quello che vediamo è misure mirate sul breve termine, ma non posso andare dei dettagli. Certamente abbiamo un chiaro interesse nel mantenere il mercato dell’elettricità disegnato come è adesso, ci serve che il mercato funzioni e dobbiamo assicurare la sicurezza sugli approvvigionamenti. E’ quello che il sistema marginale dei prezzi ci assicura – ha sostenuto Joergensen -. Ci servono prezzi più bassi possibile ed è quello che ci consentono le forze di mercato. Oggi siamo in una situazione di molto maggiore disaccoppiamento dai prezzi del gas” perché sono diminuite le ore in cui il prezzo del gas fissa il riferimento per l’elettricità.
UniCredit lancia offerta pubblica di scambio per superare 30% Commerzbank
Roma, 16 mar. (askanews) – Nuova mossa a sorpresa dell’amministratore delegato di UniCredit, Andrea Orcel, nella partita sulla tedesca Commerzbank: a mercati europei ancora chiusi, il gruppo ha annunciato il lancio di un’offerta pubblica di scambio (Ops), finalizzata a superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca e per favorire, nelle prossime settimane, “un confronto costruttivo” con Commerzbank e con i suoi principali stakeholder.
Al momento si prevede che UniCredit raggiunga una partecipazione in Commerzbank superiore al 30%, senza tuttavia acquisirne il controllo. “Qualora, come previsto, UniCredit non acquisisca il controllo di Commerzbank, l’impatto finanziario sul capitale sarà minimo”, spiega l’istituto di Piazza Gae Aulenti in una nota.
“Non miriamo ad acquisire il controllo, ma intendiamo avviare un dialogo costruttivo con Commerzbank e con tutti gli stakeholder”, ha poi esplicitato Orcel in una conference call con gli analisti. Unicredit già controlla il 26% della banca tedesca più un ulteriore 4% tramite derivati.
“Il nostro obiettivo con questa operazione è superare la soglia del 30% prevista dalla normativa. Possiamo raggiungere tale obiettivo solo attraverso un’offerta pubblica volontaria che, come previsto dalla legge tedesca, sia rivolta a tutti gli azionisti per il 100% delle azioni”, ha proseguito il manager. Ma ha anche sottolineato che in base alle normative tedesche quando l’offerta “sarà conclusa saremo liberi di comprare azioni sul mercato come ogni altro investitore, senza limiti e senza la necessità di lanciare un’ulteriore offerta”.
Peraltro “l’offerta è sul 100%” del capitale, anche se “la nostra aspettativa è di non riuscire ad avere il controllo”.
Unicredit prevede che l’Offerta finalizzata al superamento del 30% di Commerzbank sia formalmente avviata all’inizio di maggio, con un periodo di adesione di quattro settimane. Nello stesso mese Piazza Gae Aulenti terrà un’assemblea straordinaria al fine di ottenere l’autorizzazione all’aumento di capitale a servizio dell’Offerta di scambio finalizzata al superamento del 30% in Commerzbank.
Commerzbank per ora non commenta l’annuncio di UniCredit. Domani l’amministratore delegato, Bettina Orlopp parteciperà a una conferenza di Morgan Stanley in cui ovviamente potrà essere bersagliata da domande. A Piazza Affari Unicredit scivola del 2% in mattinata a 62,18 euro per azione. A Francoforte tutt’altro clima, con Commerzbank che avanza del 4,16% a 30,82 euro per azione allineandosi al valore ipotizzato da Unicredit per il lancio dell’offerta (30,8 euro, con 0,485 azioni Ucg per ogni quota portata in adesione). Il prezzo definitivo sarà infatti stabilito dalla Bafin nei prossimi giorni.
Secondo Jerome Legras, head of research di Axiom Alternative Investments si tratta di un’offerta più “tecnica”, ma che al tempo stesso dimostrando che a UniCredit “non rinunciano alle loro ambizioni in Germania”. Il gruppo com questa operazione intende “gestire la questione del codice tedesco sulle acquisizioni, dato che Unicredit è vicina al raggiungimento della soglia del 30% con il regolamento fisico dei derivati. Il premio modesto (4%) conferma quanto dichiarato: non prevedono di raggiungere il controllo (presumiamo che ciò significhi oltre il 50%) e riteniamo che, con quel premio, non supereranno di molto il 30%. Una volta conclusa questa offerta – conclude Legras in una nota di commento – avranno maggiore libertà di acquistare sul mercato, quindi si tratta anche di una leggera pressione per portare la parte tedesca al tavolo delle trattative”. (fonte immagine: UniCredit)
La Crisi di Hormuz, ecco perché la Cina potrebbe uscirne vincitrice
Roma, 16 mar. (askanews) – La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran stanno aprendo un nuovo fronte della competizione globale: non solo militare e diplomatica, ma energetica e industriale. In questo scenario la Cina, pur restando esposta allo shock petrolifero, potrebbe risultare uno degli attori relativamente più avvantaggiati, grazie a una combinazione di transizione energetica, diversificazione delle forniture e capacità di intervento statale sul mercato.
Il contesto è da economia di emergenza. Nei giorni scorsi il Brent ha toccato 119,50 dollari al barile, per poi stabilizzarsi attorno ai 100 dollari (stamattina 105 Usd), mentre l’interruzione dei flussi attraverso Hormuz rischia di ridurre l’offerta globale di petrolio fino a circa 8 milioni di barili al giorno, quasi l’8% della domanda mondiale. L’Agenzia internazionale dell’energia ha reagito autorizzando un rilascio straordinario di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri.
La Cina importa 1,3-1,4 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, circa il 13% delle importazioni totali su circa 10-11 milioni di barili al giorno di greggio importato da Pechino. Sono molto limitate le importazioni di gas naturale iraniano, mentre il Gnl che passa per Hormuz corrisponde al 25% dell’import totale di gas naturale della Repubblica popolare. Principale fornitore: il Qatar.
Nel frattempo la crisi sta assumendo anche una dimensione politica sempre più esplicita. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha chiesto con insistenza il sostegno degli alleati per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz, sottolineando che Europa e Cina dipendono in modo molto più diretto dalle forniture energetiche provenienti dal Golfo rispetto a Washington. In un’intervista al Financial Times, Trump ha affermato che ‘è del tutto normale che quanti traggono profitto da questo stretto contribuiscano a fare in modo che non accada nulla di spiacevole laggiù’.
Il presidente statunitense ha inoltre avvertito che un eventuale rifiuto da parte degli alleati potrebbe avere conseguenze anche sul piano politico e militare. ‘Se non ci sarà una risposta, o se questa sarà negativa, penso che questo avrà conseguenze molto negative per il futuro della Nato’, ha dichiarato.
Trump ha poi chiamato direttamente in causa anche Pechino, osservando che la Cina importa una parte significativa del proprio petrolio attraverso Hormuz. ‘Penso che anche la Cina dovrebbe offrire il proprio aiuto, perché importa il 90 per cento del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz’, ha detto il presidente statunitense. Trump ha inoltre lasciato intendere che la questione potrebbe avere ripercussioni anche sul piano diplomatico, spiegando che vorrebbe una risposta da Pechino prima della visita di stato prevista in Cina, dove dovrebbe incontrare il presidente Xi Jinping dal 31 marzo al 2 aprile. ‘Vorremmo saperlo prima’, ha affermato, aggiungendo che in caso contrario la visita ‘potrebbe essere rinviata’. La Cina resta un grande importatore di energia e non è immune allo shock. Nel 2024 ha importato circa 11,1 milioni di barili di greggio al giorno, con una dipendenza dall’estero pari al 71,9%. Tuttavia la struttura del sistema energetico cinese sta cambiando rapidamente. Nel 2025 il consumo totale di energia ha raggiunto circa 6,17 miliardi di tonnellate equivalenti di carbone standard, con il carbone al 51,4% del mix e la cosiddetta energia pulita – cioè gas e fonti non fossili – al 30,4%. Nel 2024 il carbone rappresentava ancora il 53,2%, il petrolio il 18,1%, il gas l’8,8% e le fonti non fossili il 19,9%.
La tendenza di lungo periodo è evidente. Nel 2010 il carbone pesava circa il 69% del mix energetico cinese, mentre oggi è sceso poco sopra il 50%. Nello stesso periodo la quota delle fonti non fossili è più che raddoppiata, passando da meno del 10% a circa il 20%. Questa trasformazione riduce gradualmente la dipendenza dell’economia dal petrolio, soprattutto perché una quota crescente della domanda energetica viene coperta dall’elettricità.
Il sistema elettrico è infatti il vero scudo cinese contro uno shock petrolifero prolungato. La produzione di elettricità da fonti pulite – idroelettrico, nucleare, eolico e solare – è passata da 3.712,6 miliardi di chilowattora nel 2024 a circa 4.248 miliardi nel 2025. Nel 2024 la generazione elettrica totale era composta da circa 6.171 TWh di termoelettrico, di cui 5.871 da carbone, 1.285 TWh di idroelettrico, 444 di nucleare, 989 di eolico e 853 di solare. Complessivamente vento e sole hanno già fornito circa il 18,5% dell’elettricità prodotta.
Questo significa che una quota crescente della crescita economica cinese può essere alimentata da elettricità prodotta internamente e non da petrolio importato. In uno scenario di prezzi energetici elevati, l’elettrificazione dell’economia riduce l’impatto diretto dello shock sul sistema industriale.
Un secondo fattore chiave è la diversificazione geografica delle forniture. Il Medio Oriente resta fondamentale, ma non è più l’unico pilastro dell’approvvigionamento cinese. Negli ultimi anni la Russia è diventata il primo fornitore di greggio della Cina. Nel 2024 le importazioni dalla Russia hanno raggiunto circa 108,5 milioni di tonnellate, pari a circa 2,17 milioni di barili al giorno, mentre l’Arabia saudita si è fermata a circa 78,6 milioni di tonnellate, pari a circa 1,57 milioni di barili al giorno.
Anche sul gas la Cina ha costruito un sistema più resiliente rispetto ad altri importatori asiatici. Nel 2025 la pipeline Power of Siberia ha trasportato circa 38,8 miliardi di metri cubi di gas russo verso il mercato cinese, mentre la rete di pipeline dall’Asia centrale – principalmente dal Turkmenistan – ha una capacità complessiva di circa 55 miliardi di metri cubi l’anno. Questi flussi terrestri non eliminano l’esposizione al mercato marittimo del gas naturale liquefatto, ma riducono il rischio sistemico legato a un blocco delle rotte nel Golfo.
Il vero elemento strategico è però la capacità dello Stato di intervenire direttamente sul mercato. La Cina dispone di ampie riserve strategiche di petrolio, stimate intorno ai 900 milioni di barili, equivalenti a circa 78 giorni di importazioni. In caso di crisi prolungata il governo può inoltre modulare la raffinazione, limitare le esportazioni di carburanti e gestire amministrativamente prezzi e scorte per proteggere l’economia interna.
Anche uno shock rilevante sui prezzi del petrolio, insomma, potrebbe essere gestibile per Pechino. Con un prezzo medio di riferimento di 76,9 dollari al barile e importazioni di circa 11,1 milioni di barili al giorno, la bolletta petrolifera annua della Cina è stimata in circa 311 miliardi di dollari. Se il prezzo del greggio aumentasse del 10%, il costo aggiuntivo sarebbe di circa 31 miliardi di dollari, pari allo 0,16% del Pil. Con un aumento del 30% l’aggravio salirebbe a circa 93 miliardi, cioè lo 0,48% del Pil, mentre con un aumento del 60% arriverebbe a circa 187 miliardi, meno dell’1% del Pil.
Non si tratta di cifre trascurabili, ma non sono sufficienti da sole a destabilizzare l’economia cinese. In una guerra energetica conta soprattutto il costo relativo dell’energia rispetto ai concorrenti. Se una parte crescente del fabbisogno viene coperta da elettricità domestica e da forniture terrestri, l’impatto effettivo del petrolio caro può risultare inferiore rispetto a economie più dipendenti dalle rotte marittime.
La crisi di Hormuz potrebbe quindi avere un effetto paradossale. Pur colpendo direttamente la Cina come grande importatore, potrebbe rafforzare proprio il modello energetico che Pechino sta costruendo da anni: più elettrificazione, più rinnovabili, più diversificazione delle rotte e maggiore controllo statale delle scorte.
In questo senso la Cina non uscirebbe indenne dalla crisi, ma potrebbe risultare il vincitore relativo della guerra energetica globale, cioè l’attore che riesce ad assorbire meglio lo shock e a mantenere competitività industriale mentre altri paesi vedono aumentare in modo più pesante il costo dell’energia. (di Antonio Moscatello)
Crisi di Hormuz, ecco perché la Cina potrebbe uscirne vincitrice
Roma, 16 mar. (askanews) – La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran stanno aprendo un nuovo fronte della competizione globale: non solo militare e diplomatica, ma energetica e industriale. In questo scenario la Cina, pur restando esposta allo shock petrolifero, potrebbe risultare uno degli attori relativamente più avvantaggiati, grazie a una combinazione di transizione energetica, diversificazione delle forniture e capacità di intervento statale sul mercato.
Il contesto è già da economia di emergenza. Nei giorni scorsi il Brent ha toccato 119,50 dollari al barile, per poi stabilizzarsi attorno ai 100 dollari (oggi 105 Usd), mentre l’interruzione dei flussi attraverso Hormuz rischia di ridurre l’offerta globale di petrolio fino a circa 8 milioni di barili al giorno, quasi l’8% della domanda mondiale. L’Agenzia internazionale dell’energia ha reagito autorizzando un rilascio straordinario di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri.
La Cina importa 1,3-1,4 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, circa il 13% delle importazioni totali su circa 10-11 milioni di barili al giorno di greggio importato da Pechino. Sono molto limitate le importazioni di gas naturale iraniano, mentre il Gnl che passa per Hormuz corrisponde al 25% dell’import totale di gas naturale della Repubblica popolare. Principale fornitore: il Qatar.
Nel frattempo la crisi sta assumendo anche una dimensione politica sempre più esplicita. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha chiesto con insistenza il sostegno degli alleati per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz, sottolineando che Europa e Cina dipendono in modo molto più diretto dalle forniture energetiche provenienti dal Golfo rispetto a Washington. In un’intervista al Financial Times, Trump ha affermato che ‘è del tutto normale che quanti traggono profitto da questo stretto contribuiscano a fare in modo che non accada nulla di spiacevole laggiù’.
Il presidente statunitense ha inoltre avvertito che un eventuale rifiuto da parte degli alleati potrebbe avere conseguenze anche sul piano politico e militare. ‘Se non ci sarà una risposta, o se questa sarà negativa, penso che questo avrà conseguenze molto negative per il futuro della Nato’, ha dichiarato.
Trump ha poi chiamato direttamente in causa anche Pechino, osservando che la Cina importa una parte significativa del proprio petrolio attraverso Hormuz. ‘Penso che anche la Cina dovrebbe offrire il proprio aiuto, perché importa il 90 per cento del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz’, ha detto il presidente statunitense. Trump ha inoltre lasciato intendere che la questione potrebbe avere ripercussioni anche sul piano diplomatico, spiegando che vorrebbe una risposta da Pechino prima della visita di stato prevista in Cina, dove dovrebbe incontrare il presidente Xi Jinping dal 31 marzo al 2 aprile. ‘Vorremmo saperlo prima’, ha affermato, aggiungendo che in caso contrario la visita ‘potrebbe essere rinviata’.
La Cina resta un grande importatore di energia e non è immune allo shock. Nel 2024 ha importato circa 11,1 milioni di barili di greggio al giorno, con una dipendenza dall’estero pari al 71,9%. Tuttavia la struttura del sistema energetico cinese sta cambiando rapidamente. Nel 2025 il consumo totale di energia ha raggiunto circa 6,17 miliardi di tonnellate equivalenti di carbone standard, con il carbone al 51,4% del mix e la cosiddetta energia pulita – cioè gas e fonti non fossili – al 30,4%. Nel 2024 il carbone rappresentava ancora il 53,2%, il petrolio il 18,1%, il gas l’8,8% e le fonti non fossili il 19,9%.
La tendenza di lungo periodo è evidente. Nel 2010 il carbone pesava circa il 69% del mix energetico cinese, mentre oggi è sceso poco sopra il 50%. Nello stesso periodo la quota delle fonti non fossili è più che raddoppiata, passando da meno del 10% a circa il 20%. Questa trasformazione riduce gradualmente la dipendenza dell’economia dal petrolio, soprattutto perché una quota crescente della domanda energetica viene coperta dall’elettricità.
Il sistema elettrico è infatti il vero scudo cinese contro uno shock petrolifero prolungato. La produzione di elettricità da fonti pulite – idroelettrico, nucleare, eolico e solare – è passata da 3.712,6 miliardi di chilowattora nel 2024 a circa 4.248 miliardi nel 2025. Nel 2024 la generazione elettrica totale era composta da circa 6.171 TWh di termoelettrico, di cui 5.871 da carbone, 1.285 TWh di idroelettrico, 444 di nucleare, 989 di eolico e 853 di solare. Complessivamente vento e sole hanno già fornito circa il 18,5% dell’elettricità prodotta.
Questo significa che una quota crescente della crescita economica cinese può essere alimentata da elettricità prodotta internamente e non da petrolio importato. In uno scenario di prezzi energetici elevati, l’elettrificazione dell’economia riduce l’impatto diretto dello shock sul sistema industriale.
Un secondo fattore chiave è la diversificazione geografica delle forniture. Il Medio Oriente resta fondamentale, ma non è più l’unico pilastro dell’approvvigionamento cinese. Negli ultimi anni la Russia è diventata il primo fornitore di greggio della Cina. Nel 2024 le importazioni dalla Russia hanno raggiunto circa 108,5 milioni di tonnellate, pari a circa 2,17 milioni di barili al giorno, mentre l’Arabia saudita si è fermata a circa 78,6 milioni di tonnellate, pari a circa 1,57 milioni di barili al giorno.
Anche sul gas la Cina ha costruito un sistema più resiliente rispetto ad altri importatori asiatici. Nel 2025 la pipeline Power of Siberia ha trasportato circa 38,8 miliardi di metri cubi di gas russo verso il mercato cinese, mentre la rete di pipeline dall’Asia centrale – principalmente dal Turkmenistan – ha una capacità complessiva di circa 55 miliardi di metri cubi l’anno. Questi flussi terrestri non eliminano l’esposizione al mercato marittimo del gas naturale liquefatto, ma riducono il rischio sistemico legato a un blocco delle rotte nel Golfo.
Il vero elemento strategico è però la capacità dello Stato di intervenire direttamente sul mercato. La Cina dispone di ampie riserve strategiche di petrolio, stimate intorno ai 900 milioni di barili, equivalenti a circa 78 giorni di importazioni. In caso di crisi prolungata il governo può inoltre modulare la raffinazione, limitare le esportazioni di carburanti e gestire amministrativamente prezzi e scorte per proteggere l’economia interna.
Anche uno shock rilevante sui prezzi del petrolio, insoma, potrebbe essere gestibile per Pechino. Con un prezzo medio di riferimento di 76,9 dollari al barile e importazioni di circa 11,1 milioni di barili al giorno, la bolletta petrolifera annua della Cina è stimata in circa 311 miliardi di dollari. Se il prezzo del greggio aumentasse del 10%, il costo aggiuntivo sarebbe di circa 31 miliardi di dollari, pari allo 0,16% del Pil. Con un aumento del 30% l’aggravio salirebbe a circa 93 miliardi, cioè lo 0,48% del Pil, mentre con un aumento del 60% arriverebbe a circa 187 miliardi, meno dell’1% del Pil.
Non si tratta di cifre trascurabili, ma non sono sufficienti da sole a destabilizzare l’economia cinese. In una guerra energetica conta soprattutto il costo relativo dell’energia rispetto ai concorrenti. Se una parte crescente del fabbisogno viene coperta da elettricità domestica e da forniture terrestri, l’impatto effettivo del petrolio caro può risultare inferiore rispetto a economie più dipendenti dalle rotte marittime.
La crisi di Hormuz potrebbe quindi avere un effetto paradossale. Pur colpendo direttamente la Cina come grande importatore, potrebbe rafforzare proprio il modello energetico che Pechino sta costruendo da anni: più elettrificazione, più rinnovabili, più diversificazione delle rotte e maggiore controllo statale delle scorte.
In questo senso la Cina non uscirebbe indenne dalla crisi, ma potrebbe risultare il vincitore relativo della guerra energetica globale, cioè l’attore che riesce ad assorbire meglio lo shock e a mantenere competitività industriale mentre altri paesi vedono aumentare in modo più pesante il costo dell’energia. (di Antonio Moscatello)
Carburanti, il gasolio al massimo da 4 anni: vola a 2,070 euro-litro
Roma, 16 mar. (askanews) – Continuano a correre i prezzi dei carburanti alla pompa: il gasolio self service è al massimo dal 22 marzo 2022, giorno in cui il governo Draghi intervenne con il taglio delle accise; la benzina è al massimo dal 6 agosto 2024. Dopo un paio di settimane al di sotto, anche Eni supera quota due euro al litro sul gasolio, pur restando tra i sei e i sette centesimi al di sotto degli altri maggiori marchi (Ip, Q8 e Tamoil). Sulla benzina, il cane a sei zampe è circa quattro centesimi sotto la concorrenza.
Stando alla consueta rilevazione di Staffetta Quotidiana, Ip ha aumentato di due centesimi al litro i prezzi consigliati di benzina e gasolio. Per Q8 si registra un rialzo di cinque centesimi su benzina e gasolio. Per Tamoil +4 centesimi sulla benzina e +8 sul diesel.
Queste sono le medie dei prezzi praticati comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del made in Italy ed elaborati dalla Staffetta, rilevati alle 8 di ieri mattina su circa 20mila impianti: benzina self service a 1,841 euro/litro (+25 millesimi, compagnie 1,845, pompe bianche 1,834), diesel self service a 2,070 euro/litro (+37, compagnie 2,071, pompe bianche 2,068). Benzina servito a 1,973 euro/litro (+21, compagnie 2,012, pompe bianche 1,900), diesel servito a 2,200 euro/litro (+33, compagnie 2,235, pompe bianche 2,135). Gpl servito a 0,705 euro/litro (+1, compagnie 0,715, pompe bianche 0,694), metano servito a 1,501 euro/kg (+6, compagnie 1,501, pompe bianche 1,500), Gnl 1,234 euro/kg (-1, compagnie 1,238 euro/kg, pompe bianche 1,231 euro/kg).
Questi sono i prezzi sulle autostrade: benzina self service 1,927 euro/litro (servito 2,178), gasolio self service 2,133 euro/litro (servito 2,385), Gpl 0,837 euro/litro, metano 1,534 euro/kg, Gnl 1,295 euro/kg.
Trump alla Nato sullo Stretto di Hormuz: futuro negativo se non aiuta
Roma, 16 mar. (askanews) – Donald Trump ha di nuovo chiesto con insistenza supporto per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, una via strategica per il trasporto del petrolio, ritenendo che il futuro sarebbe “molto negativo” per la Nato in caso di rifiuto di assistenza da parte dei suoi alleati. E che potrebbe rinviare la sua visita in Cina se Xi Jinping e Cina non risponderanno positivamente.
“È del tutto normale che quanti traggono profitto da questo stretto contribuiscano a fare in modo che non accada nulla di spiacevole laggiù”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti in un’intervista al Financial Times, ricordando che Europa e Cina dipendono fortemente dal petrolio del Golfo, a differenza degli Stati Uniti.
“Se non ci sarà una risposta (alla richiesta americana, ndr), o se questa sarà negativa, penso che questo avrà conseguenze molto negative per il futuro della Nato”, ha aggiunto.
“Penso che anche la Cina dovrebbe offrire il proprio aiuto, perché importa il 90 per cento del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha inoltre affermato, precisando che vorrebbe una risposta da Pechino prima della sua visita di stato in Cina, dove deve incontrare il presidente Xi Jinping dal 31 marzo al 2 aprile. “Vorremmo saperlo prima”, altrimenti “potremmo rinviare” la visita, ha sottolineato, senza precisare per quanto tempo.
Dall’inizio del fine settimana, Trump esorta i Paesi che dipendono dal petrolio che transita nello Stretto di Hormuz a garantirne la sicurezza in coordinamento con gli Stati Uniti.
Teheran prende di mira lo Stretto di Hormuz come rappresaglia contro gli attacchi israelo-americani, con l’obiettivo di renderlo impraticabile: una strategia che mira a danneggiare l’economia mondiale per fare pressione su Washington, mentre i prezzi del petrolio continuano a salire. Lo Stretto di Hormuz è una via strategica attraverso la quale transita normalmente circa un quinto della produzione mondiale di idrocarburi.
Referendum, Meloni: Sì, per rendere la giustizia libera da politica e correnti
Roma, 16 mar. (askanews) – “L’obiettivo di questa riforma è rendere la giustizia libera dai condizionamenti della politica, e da quelle degenerazioni correntizie che hanno compromesso la credibilità, il prestigio e l’autorevolezza della magistratura. Ecco perché ai cittadini dico di non restare a guardare. E di andare a votare, e votare sì”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un’intervista a Il Dubbio.
“I magistrati decidono su tantissimi aspetti della nostra vita quotidiana, come la sicurezza, l’immigrazione, il lavoro, la salute e la libertà personale. E un potere enorme, ma è anche l’unico potere a cui non corrisponde quasi mai un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia o non fa il proprio dovere, nella maggior parte dei casi non accade nulla. E quel magistrato può fare anche carriera. E chi ne paga le conseguenze? I cittadini, le famiglie e le imprese di questa Nazione. Ecco perché è necessario andare a votare, e votare Sì, perché è arrivato il tempo di correggere queste storture, profonde e strutturali”. Poi ha aggiunto: “Questa riforma non è di destra né di
sinistra. E una riforma di semplice e puro buonsenso, e non è affatto un caso che molti dei punti che prevede ù dalla
separazione delle carriere al sorteggio per il Csm ù siano stati proposti in passato da chi oggi li contesta con tanto impeto, col solo obiettivo di attaccare politicamente il governo. Ma la verità è che questa riforma è una riforma giusta e che riguarda la vita di tutti, la nostra libertà e i nostri diritti”.
Tennis, Sinner: "Ora testa a Miami"
Roma, 16 mar. (askanews) – Vincere per la prima volta a Indian Wells, ha detto Jannik Sinner, primo campione italiano in singolare maschile nella storia del torneo, “è una sensazione incredibile. Un grande traguardo”. Il numero 2 del mondo è il primo italiano a raggiungere le 100 partite vinte nei Masters 1000, e il terzo giocatore dopo Roger Federer e Novak Djokovic a vincere tutti i sei tornei di questa categoria sul duro. L’en plein l’aveva firmato per la verità anche Andre Agassi, che ha consegnato il trofeo a Sinner, ma allora i tornei che oggi avremmo definito Masters 1000 sul duro erano cinque, Parigi infatti si giocava su tappeto indoor.
“Sono molto felice – ha sottolineato in conferenza stampa Sinner dopo il suo primo titolo stagionale – Sono comunque arrivato in semifinale in uno Slam. Questo era il primo grande torneo dopo l’Australian Open, ovviamente è stata una grande settimana. Abbiamo cercato di arrivare qui molto presto. Non avevo ancora vinto qui, volevo prepararlo nel miglior modo possibile, il più professionale possibile. Questo traguardo significa molto per me. Adesso ho un paio di giorni per rilassarmi, non c’è molto tempo tra qui e Miami, che è un torneo altrettanto importante. Cercherò di giocare il miglior tennis possibile anche lì, e poi vedremo come andrà”.
In finale, Sinner ha sconfitto in due tie-break un Daniil Medvedev in versione aggressiva, capace in semifinale di eliminare Carlos Alcaraz e rientrato in Top 10 grazie a questo risultato.
“Penso che stia giocando un gran tennis. Era molto fiducioso, ha già vinto un paio di titoli quest’anno e, arrivando qui, ha giocato davvero molto bene. Non dobbiamo dimenticare che è un campione Slam, e non è successo per caso. Ha servito molto bene e io ho fatto fatica in risposta, soprattutto contro la seconda – ha analizzato Sinner – Credo che il tennis abbia bisogno di lui. Ha un tennis unico, ha stili di gioco diversi quando serve e quando risponde. Vederlo tornare a questo livello è fantastico”.
C’è stato anche un avversario in più da fronteggiare, ha spiegato Sinner, comunque preparato anche per questa sfida. “Faceva molto caldo ma non era umido, e questo fa una grande differenza – ha spiegato – Però sono arrivato qui una settimana prima dell’inizio del torneo. Le condizioni erano molto simili a quelle di oggi. Abbiamo fatto giornate di allenamento molto lunghe. Mi sentivo molto preparato, quindi non ho avuto grandi problemi con il clima e con il caldo, il che è molto positivo per me. Fa tutto parte del processo che stiamo cercando di seguire perché io diventi il miglior atleta possibile”.
Ora, testa a Miami, conclude Sinner. “Quando hai questo ritmo, non vuoi perderlo. Miami sarà molto importante, è l’ultimo torneo sul cemento prima che inizi la stagione sulla terra battuta. Poi torneremo in Europa, giocheremo in condizioni completamente diverse, e non sai mai cosa può succedere sulla terra. Non vedo l’ora, cercherò di dare il massimo e vedremo come andrà”.
Iran, le notizie più importanti del 16 marzo sulla guerra
Roma, 16 mar. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti del 15 marzo intorno alla guerra di Usa e Israele contro l’Iran e le sue ripercussioni nel Golfo, in Libano e globali. (A cura di Gianpiero Casagni).
-07:21 Emirati Arabi: intercettati missili e droni provenienti da Iran
-07:16 L’aeroporto di Dubai annuncia la sospensione temporanea dei voli
-07:01 L’Arabia Saudita ha intercettato più di 60 droni sopra il proprio territorio a partire dalla mezzanotte (le 22 di domenica in Italia). Lo indicano i dati diffusi dal ministero della Difesa di Difesa.
Usa, Trump: ho il diritto assoluto di imporre dazi doganali
Roma, 16 mar. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato di avere il “diritto assoluto” di reintrodurre diritti doganali, dopo che i suoi dazi sono stati bocciati dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. “Ho il diritto assoluto di imporre DAZI sotto un’altra forma, e ho già iniziato a farlo”, ha scritto sul suo social Truth, in un apparente riferimento alle indagini commerciali avviate dalla sua amministrazione, mentre ha imposto dazi del 10 per cento tramite decreto.
Gli Stati Uniti hanno avviato giovedì una nuova serie di indagini commerciali per verificare eventuali violazioni nella lotta contro il lavoro forzato che potrebbero giustificare nuovi dazi contro 60 Paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea, la Cina e il Giappone.
Le dichiarazioni di Donald Trump sono state pubblicate poche ore dopo che Pechino ha esortato gli Stati Uniti a “correggere immediatamente (le loro) azioni errate” in materia commerciale, mentre è stato avviato un nuovo ciclo di negoziati tra le due principali economie del pianeta.
Queste indagini sono un atto “totalmente unilaterale, arbitrario e discriminatorio e costituiscono un tipico atto di protezionismo”, ha sottolineato il Ministero del Commercio cinese. Alti funzionari americani e cinesi si sono incontrati questo fine settimana a Parigi per cercare di risolvere le controversie commerciali che nel 2025 hanno dato luogo a una dura battaglia, prima di una tregua concordata a ottobre.
Bebe Vio addio alla scherma, il futuro sono i 100 metri
Roma, 16 mar. (askanews) – L’oro paralimpico del fioretto a Rio 2016 e Tokyo 2020 lascia la scherma per dedicarsi all’atletica leggera. Ospite a “Che tempo che fa”, Bebe Vio ha raccontato delle recenti difficoltà fisiche che l’hanno convinta a prendere una decisione inattesa: “Ho avuto parecchi problemi fisici ultimamente. Non l’ho mai detto a voce alta: purtroppo è finita con la scherma: l’ultima volta che ho tirato è stata a Parigi 2024. Non ce la faccio più fisicamente ma ho cercato di darmi da fare con altri sport”. Una decisione presa con il team di lavoro che l’accompagna da sempre: “Adesso abbiamo, e dico ‘abbiamo’ con la squadra perché posso farlo solo grazie a un gruppo di persone che mi sta dietro in questo momento. Ecco, abbiamo iniziato con l’atletica. Penso di fare i 100 metri”.
Basket, l’Italia femminile al Mondiale dopo 32 anni
Roma, 16 mar. (askanews) – L’Italia del basket femminile raggiunge il suo grande obiettivo: la qualificazione ai Mondiali a 32 anni di distanza dall’ultima volta. Le ragazze di coach Capobianco, già bronzo agli ultimi Europei, battono la Spagna – a sua volta già sicura della qualificazione e argento all’ultimo EuroBasket – per 68-56 al termine di un match molto combattuto, deciso nella ripresa dalle giocate di una Cecilia Zandalasini da 22 punti e dai 14 di una preziosissima Francesca Pasa nel momento più complicato del match. L’Italia parte forte e tocca il +12 nel corso del secondo quarto, ma a cavallo di primo e secondo tempo le spagnole cambiano marcia e si portano in vantaggio anche di 6 lunghezze. Lì esce il carattere delle azzurre, capaci di rimontare e alla fine di affermarsi per conquistare un posto a Berlino senza dover attendere i risultati delle avversarie: l’Italia prenderà parte ai Mondiali che si terranno a Berlino dal 4 al 13 settembre, da seguire in diretta sui canali di Sky Sport. Martedì contro il Senegal (alle 19 su Sky Sport Basket) ci si giocherà la possibilità di chiudere il girone al secondo posto alle spalle dell’imbattibile Team USA.
Calcio, risultati Serie A, oggi chiude Cremonese-Fiorentina
Roma, 16 mar. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 29esima giornata di serie A dopo Lazio-Milan 1-0.
29esima giornata Torino – Parma 4-1, Inter – Atalanta 1-1, Napoli – Lecce 2-1, Udinese – Juventus 0-1, Verona – Genoa 0-2, Pisa – Cagliari 3-1, Sassuolo – Bologna 0-1, Como – Roma 2-1, Lazio – Milan 1-0, lunedì 16 marzo 20.45 Cremonese – Fiorentina.
Classifica: Inter 68, Milan 60, Napoli 59, Como 54, Juventus 53, Roma 51, Atalanta 47, Bologna 42, Lazio 40, Sassuolo 38, Udinese 36, Parma 34, Torino, Genoa 33, Cagliari 30, Lecce 27, Fiorentina 25, Cremonese 24, Verona, Pisa 18.
30esima giornata Venerdì 20 marzo 18.30 Cagliari – Napoli, 20.45 Genoa – Udinese sabato 21 marzo 15.00 Parma – Cremonese, 18.00 Milan – Torino, 20.45 Juventus – Sassuolo, domenica 22 marzo 12.30 Como – Pisa, 15.00 Atalanta – Verona, 15.00 Bologna – Lazio, 18.00 Roma – Lecce, 20.45 Fiorentina – Inter.
Tennis, Sinner: "Trofeo speciale" e omaggia Antonelli in F1
Roma, 16 mar. (askanews) – Da Indian Wells a Shanghai. C’è una dedica speciale da parte di Jannik Sinner verso Kimi Antonelli che ha vinto il primo gran premio di Formula 1 in carriera, a Shanghai: “È stata una giornata speciale per l’Italia perché sono un grande fan della Formula 1. Avere un italiano molto giovane, Kimi, che riporta l’Italia in cima. È fantastico. Grazie Kimi. Grazie Formula 1”. In precedena Sinner aveva fatto i comolimenti a Medvedev: “È bellissimo vederti di nuovo giocare a questo livello. So che ti alleni molto, molto duramente. Hai una grande squadra dietro di te. Continua così, continua a spingere”. “Ti auguro il meglio per il resto della stagione – continua – Naturalmente il mio team, la mia famiglia e i miei amici a casa… voglio ringraziarvi per aver continuato a spingermi al limite. Siamo venuti qui molto, molto presto per prepararci. Ora è ancora più speciale tenere in mano questo bellissimo trofeo. Grazie mille per tutto il supporto. Grazie”. Per Sinner anche l’omaggio di Medvedev. “Tennis incredibile, è difficile giocare contro di te. Ho fatto del mio meglio. È stata una bella partita. Grandi complimenti per tutto quello che stai facendo. Ogni volta che giochi contro Carlos mi piace guardare la partita. Questa volta però ero felice di non lasciare che Carlos ti affrontasse di nuovo. Ma adoro guardare voi due giocare, adoro guardare te. Continua così, continua a vincere. Non fermarti mai. E complimenti anche al tuo team”
Oscar, tutti i premi consegnati dall’Academy
Roma, 16 mar. (askanews) – Con sei statuette il film più premiato della 98esima edizione degli Oscar è “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson. “Sinners” (16 nomination)si ferma a quota quattro. Segue Frankenstein di Guillermo del Toro, con tre Oscar, tutti per categorie tecniche: scenografia, trucco e acconciatura, costumi.
Quest’anno, le categorie erano 24, una in più del 2025 per via dell’introduzione del premio per il miglior casting. Tra i produttori di Two people exchanging saliva, uno dei due cortometraggi premiati (ex aequo), c’è anche la bolognese Valentina Merli.
Ecco l’elenco completo di vincitori e vincitrici degli Oscar 2026: Oscar per il miglior film: Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson Oscar per la miglior attrice protagonista: Jessie Buckley per Hamnet Oscar per il miglior attore protagonista: Michael B. Jordan per Sinners. I peccatori Oscar per la miglior regia: Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l’altra
Oscar per il miglior attore non protagonista: Sean Penn per Una battaglia dopo l’altra Oscar per la miglior attrice non protagonista: Amy Madigan per Weapons
Oscar per la miglior canzone originale: Ejae, Mark Sonnenblick, Joong Gyu Kwak, Yu Han Lee, Hee Dong Nam, Jeong Hoon Seon e Teddy Park per il brano «Golden» (KPop Demon Hunters) Oscar per il miglior miglior film internazionale: Sentimental value di Joachim Trier
Oscar per la miglior Fotografia: Autumn Durald Arkapaw per Sinners. I peccatori Oscar per il miglior montaggio: Andy Jurgensen per Una battaglia dopo l’altra Oscar per il miglior sonoro: Gareth John, Al Nelson, Gwendolyn Yates Whittle, Gary A. Rizzo e Juan Peralta per F1: il film Oscar per la miglior colonna sonora: Ludwig Goransson per Sinners. I peccatori Oscar per il miglior documentario: Mister nobody against Putin Oscar per il miglior cortometraggio documentario: All the empty rooms Oscar per i migliori effetti visivi: Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon e Daniel Barrett per Avatar – Fuoco e cenere Oscar per la miglior scenografia: Tamara Deverell e Shane Vieau per Frankenstein
Oscar per la miglior sceneggiatura originale: Ryan Coogler per Sinners. I peccatori Oscar per la miglior sceneggiatura non originale: Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l’altra
Oscar per il miglior cortometraggio: The Singers e Two People Exchanging Saliva (a pari merito) Oscar per il miglior casting: Cassandra Kulukundis per Una battaglia dopo l’altra Oscar per il miglior trucco e acconciatura: Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey per Frankenstein Oscar per i migliori costumi: Kate Hawley per Frankenstein Oscar per il miglior corto animato: The girl who cried pearls Oscar per il miglior film animato: KPop Demon Hunters.
Calcio, Lazio-Milan 1-0, Allegri: "Obiettivo solo la Champions"
Roma, 16 mar. (askanews) – Il Milan cade all’Olimpico e scivola a otto punti dall’Inter capolista. La Lazio vince 1-0 una gara giocata con lucidità e cinismo, sfruttando al meglio le occasioni create soprattutto nel primo tempo. A decidere l’incontro è il gol di Isaksen a metà della prima frazione.
Il Milan prova a reagire nella ripresa: Allegri inserisce tutti gli uomini offensivi a disposizione nel tentativo di raddrizzare la partita, ma i rossoneri non riescono a trovare il pareggio e la Lazio difende il vantaggio portando a casa tre punti preziosi.
“Sapevamo delle difficoltà di questa partita, con i tifosi che tornavano allo stadio. Hanno fatto una gara importante, specialmente nel primo tempo”, ha spiegato Massimiliano Allegri. “Bisognava essere più ordinati, abbiamo sbagliato tanto tecnicamente. Nel secondo tempo abbiamo fatto meglio ma non siamo riusciti a segnare”.
La sconfitta allontana il Milan dalla vetta: “Tutti parlavano di Scudetto, ma bisogna essere realistici e restare focalizzati sull’obiettivo Champions, altrimenti si distrugge quanto di buono fatto finora”, ha aggiunto il tecnico rossonero.
Nel primo tempo, ha sottolineato Allegri, la squadra ha sofferto le ripartenze della Lazio: “Abbiamo perso molti duelli e preso più contropiedi stasera che in tutta la stagione. Nel secondo tempo è andata meglio, ma nel primo non eravamo ordinati”.
Il tecnico guarda già alla prossima sfida: “Dobbiamo accettare la sconfitta con amarezza e da martedì pensare solo al Torino. La partita di sabato è di vitale importanza per la Champions”.
Soddisfatto invece il tecnico della Lazio Maurizio Sarri: “È stata una serata particolare. Il clima all’Olimpico era bellissimo, una partita che ricorderò soprattutto per le emozioni”, ha detto dopo il successo che riavvicina i biancocelesti alla zona europea.
Tennis, Jannik Sinner trionfa al torneo di Indian Wells
Roma, 16 mar. (askanews) – Riparte da Indian Wells la storia di Jannik Sinner. Sul cemento statunitense arriva il primo titolo stagionale del tennista azzurro che ha superato in finale Daniil Medvedev con un doppio 7-6 in poco meno di due ore di gioco.
È stata una finale di altissimo livello, giocata da Jannik alla grande contro la migliore versione del tennista russo che da lunedì tornerà tra i primi 10 al mondo. Sinner è stato tatticamente perfetto, supportato da un grandissimo servizio, e nel tiebreak del secondo set ha recuperato da 0-4 con una serie di 7 punti consecutivi. Sinner mette così in bacheca l’ultimo grande titolo che gli mancava sul cemento, il 25esimo trionfo Atp in carriera.
Hormuz, l’errore strategico di Washington
Lo stretto più strategico del pianeta
La conferma che a Washington, probabilmente anche a causa della pressione e della fretta esercitata con successo da Benjamin Netanyahu su Donald Trump, prima dell’attacco all’Iran non si fossero approfonditi come necessario e indispensabile tutti i dossier ad esso connessi è data dalla sottovalutazione con la quale si è approcciata la questione dello Stretto di Hormuz.
Poiché è francamente impossibile che gli uffici del Pentagono non abbiano segnalato al Ministro della Guerra Pete Hegseth e al Presidente Trump il suo possibile, anzi probabile blocco da parte del nemico iraniano, è in ultima istanza a questi due decisori che va imputato un errore che sta già ora costando moltissimo all’economia mondiale e in particolare agli alleati americani del Golfo, oltre che all’Europa. Anche perché era noto, da sempre, che l’Iran avrebbe sfruttato il proprio posizionamento geografico in caso di estrema necessità.
Come noto, lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e immediatamente dopo con l’Oceano Indiano. È uno dei “colli di bottiglia” più importanti e noti del pianeta. Anche perché da esso transita circa un quinto dell’intera produzione petrolifera mondiale e circa un quarto del gas naturale liquido che viene trasportato attraverso i mari.
Un collo di bottiglia energetico globale
Queste percentuali – 20% del petrolio mondiale e 25% del gas naturale liquido – ci dicono che già solo una limitata sospensione del traffico navale che lo percorre può causare importanti conseguenze sui mercati internazionali e, per riflesso, sulla vita quotidiana di tutti noi. Figurarsi a fronte di un suo blocco prolungato.
Che l’Iran è in grado di provocare. E che ha sempre sostenuto di essere disposto a provocare qualora fosse stato attaccato da potenze ostili, a cominciare naturalmente da Israele e Stati Uniti. Hormuz è un asset strategico cui Teheran non è per alcun motivo disposta non solo a rinunciare, ma neppure a non utilizzare, se messa alle strette.
Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è la conferma di questo assunto.
Le avvisaglie ignorate
Questo scenario era stato dichiarato esplicitamente già nel corso della prima amministrazione Trump, dopo che Washington aveva deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare sottoscritto pochi anni prima durante la presidenza Obama e dopo l’avvio della strategia della cosiddetta “massima pressione” applicata sulla Repubblica islamica per indebolirne l’economia e contrastarne la crescente influenza regionale, esercitata anche attraverso i suoi proxy: Hezbollah, Hamas e Houthi.
In quegli anni fu il presidente Hassan Rohani – espressione autorevole della componente cosiddetta moderata del regime, pur sottoposta all’autorità assoluta della Guida Suprema Ali Khamenei – ad avvertire gli americani che, se avessero insistito nella loro azione volta a ridurre la capacità dell’export petrolifero iraniano, “non una goccia di petrolio” sarebbe più passata dal Golfo Persico.
L’arma geografica dell’Iran
Affermazioni e intimidazioni, queste ed altre, che sono state evidentemente sottostimate e non prese nella dovuta considerazione.
Certo, bloccare il traffico petrolifero nel Golfo significa impoverire in misura cospicua le casse di Teheran e dunque la minaccia può essere derubricata alle tradizionali fatwe ad uso delle masse periodicamente lanciate contro l’odiato popolo sionista e il Grande Satana americano. Ma questa considerazione può valere in tempo di pace, o comunque di relativa tranquillità. Non in tempo di guerra.
In una guerra che per di più ha l’obiettivo – almeno da parte israeliana – di annientare il regime, Hormuz diventa una risorsa strategica decisiva, un’arma letale da utilizzare senza riserva. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Se Donald Trump ogni tanto leggesse qualcosa avrebbe facilmente compreso questa semplice verità, segnalata da sempre da tutti gli studiosi che hanno affrontato il tema: quel “collo di bottiglia” rappresenta un eccezionale vantaggio geografico che la natura ha assegnato all’Iran contemporaneo.
La lezione di Carnelutti nel dibattito sulla giustizia
Un grande giurista e pensatore cristiano
Tra i grandi giuristi italiani del Novecento il nome di Francesco Carnelutti è oggi ricordato molto meno di quanto meriterebbe. Eppure si tratta di una figura centrale della cultura giuridica europea. Nato a Udine nel 1879 e morto a Milano nel 1965, Carnelutti fu uno dei massimi studiosi del processo, autore di opere che hanno formato generazioni di magistrati e avvocati.
Ma Carnelutti non fu soltanto un tecnico del diritto. Fu anche un pensatore cristiano, convinto che la giustizia non potesse essere ridotta a un meccanismo normativo. Nei suoi scritti il processo penale appare come un luogo drammatico in cui lo Stato esercita il suo potere più delicato: giudicare un uomo.
Per questo parlò della “miseria del processo penale”. Non per disprezzo della giustizia, ma per ricordare che ogni giudizio umano resta inevitabilmente imperfetto. Scriveva infatti che «il processo penale è un dramma umano, nel quale la verità non si manifesta mai interamente e la giustizia deve accontentarsi di una verità possibile».
Il processo come dramma umano
Carnelutti aveva una consapevolezza molto forte dei limiti della giustizia penale. Il giudice decide sulla base di prove, testimonianze, indizi e ricostruzioni dei fatti. Ma la verità interiore dell’uomo che ha agito resta sempre, in parte, nascosta.
Da qui la sua insistenza su prudenza, equilibrio e rispetto della persona dell’imputato. Il processo non doveva trasformarsi né in un meccanismo automatico di punizione né in uno scontro tra apparati. Doveva restare uno strumento di ricerca della verità.
Come ricordava lo stesso Carnelutti, «la verità del processo non è la verità assoluta, ma quella che può emergere dalle prove». Questa consapevolezza lo portava a guardare con grande cautela a ogni semplificazione ideologica della giustizia penale. Questa sensibilità – che affonda le radici nella tradizione cristiana del personalismo – ha influenzato a lungo la cultura giuridica italiana del dopoguerra.
La cultura della mediazione nella tradizione cattolica
Nel secondo dopoguerra la cultura politica dei cattolici democratici sviluppò una concezione dell’ordinamento fondata su equilibrio e mediazione. Anche nel campo della giustizia prevalse l’idea che il sistema dovesse evitare sia la concentrazione del potere sia la contrapposizione radicale tra apparati.
Questa impostazione – che caratterizzò anche molte scelte della Democrazia Cristiana nella costruzione dell’ordinamento repubblicano – cercava un punto di equilibrio tra due esigenze: garantire l’indipendenza del giudice; evitare che il processo penale diventasse un terreno di scontro tra poteri antagonisti. In questa prospettiva il processo veniva concepito non come una battaglia, ma come un luogo di composizione e ricerca della verità.
La contraddizione del pubblico ministero
Carnelutti aveva colto con grande lucidità una tensione strutturale del nostro sistema: la figura del pubblico ministero, che è al tempo stesso magistrato e parte del processo. Da questo punto di vista non gli sarebbe sfuggito il problema che molti oggi sollevano: la difficoltà di conciliare il ruolo di accusatore con l’appartenenza allo stesso ordine di chi deve giudicare.
Perciò non si può escludere che avrebbe compreso le ragioni teoriche di chi propone una distinzione più netta tra le funzioni dell’accusa e quelle del giudice.
La diffidenza verso le soluzioni semplici
Ma Carnelutti diffidava profondamente delle soluzioni troppo lineari. Non credeva che bastasse modificare l’architettura istituzionale per risolvere i problemi della giustizia.
Il suo timore era un altro: che il processo penale si trasformasse in una gara tra accusa e difesa, dove la verità dipende più dall’abilità degli avvocati che dalla ricerca dei fatti. Per lui il processo non doveva diventare un duello tra professionisti. Scriveva infatti che «il processo non deve essere una gara tra abilità contrapposte, ma uno strumento per accertare il fatto». Guardava quindi con cautela ai modelli troppo rigidamente accusatori, perché temeva che la dialettica processuale finisse per prevalere sulla ricerca della verità.
Una lezione ancora attuale
Ora, attribuire a un giurista scomparso da decenni un voto referendario è inevitabilmente un’ipotesi, fino ai limiti dell’azzardo..Tuttavia, seguendo la logica del suo pensiero, è plausibile immaginare che Carnelutti sarebbe stato più vicino a un No meditato che a un Sì entusiasta. Non per difendere lo status quo, ma per diffidenza verso riforme presentate come soluzioni semplici a problemi complessi.
La domanda che probabilmente avrebbe posto sarebbe stata un’altra: questa riforma migliora davvero la ricerca della verità e l’equilibrio del processo?
In un tempo in cui il dibattito sulla giustizia tende spesso a ridursi a slogan contrapposti, ricordare Carnelutti può essere utile proprio per questo. Egli ci ricorda che il processo penale non è un terreno di battaglia ideologica, ma il luogo più delicato della vita civile.
Lì lo Stato incontra l’uomo e decide del suo destino. Per questo ogni riforma della giustizia dovrebbe nascere meno dall’urgenza dello scontro politico e più dalla prudenza che si deve a una materia tanto grave.
Il diritto internazionale e la fine delle illusioni: il ritorno alla politica di potenza
Il ritorno della storia
Lontani, anche mediaticamente, dal fragore delle guerre africane – considerate quasi incidenti tribali anziché teatro più complesso di interventi esterni – e distratti magari rispetto alle persecuzioni degli Uiguri, ci eravamo quasi convinti, come scrisse Fukuyama, che col crollo di quel muro si fosse giunti alla fine della storia e che la competizione si giocasse ormai solo sulla tecnica, con grande ottimismo per i progressi derivanti dall’interscambio economico e dall’emulazione nello sviluppo civile affidata alla globalizzazione.
Abbiamo invece di colpo dovuto tornare a misurarci con argomenti tipici della sorpassata “interpretazione materialistica della storia”, assistendo oggi alla prova di forza di uno statalismo “rapace” che ricorre a mezzi di conquista che credevamo superati. Ciò ci costringe a prendere coscienza che la politica non può dismettere il compito primario di misurarsi con il contesto internazionale e che la nostra Europa liberale avrebbe più che mai bisogno di rafforzare le istituzioni comunitarie e investire nella difesa comune.
Il brusco risveglio geopolitico
Il brusco risveglio lo hanno provocato due leader abbastanza primitivi, rimarcando in modo brutale il confine fra l’est e l’ovest del mondo e dichiarando, ad esempio, l’uno che desidera in Iran un governo a lui gradito e l’altro che non riconosce Zelensky come legittimo presidente dell’Ucraina. La Cina, del resto, fa da tempo qualcosa di simile con Taiwan.
Si fa così un gran parlare della crisi del diritto internazionale e della patente violazione del diritto umanitario. Pure, a mio parere, non ci si è soffermati abbastanza sui limiti strutturali del diritto internazionale moderno, creato richiamando valori che la ragion di Stato spesso calpesta.
L’equilibrio del terrore
La verità è che gli anni recenti erano stati caratterizzati da un accordo di massima fra le superpotenze vincitrici della seconda guerra mondiale che disponevano dell’arma atomica, utile a definire fra esse le questioni di sovranità degli Stati, evitando così che il mondo deflagrasse di nuovo con una guerra diretta fra loro.
Questa circostanza, basata sull’“equilibrio del terrore”, non aveva impedito alle potenze di crearsi sfere di influenza, favorendo spesso l’ascesa al potere di figure amiche, perfino con colpi di stato, e innescando talora conflitti locali o intervenendo con aiuti alle fazioni alleate. Così le grandi potenze si fronteggiavano sullo scacchiere internazionale con la propria bandierina e le armi strategiche nei vari punti del globo, oltre che con vere e proprie “OPA” sulle risorse economiche dei territori.
E si ha un bel sorridere se l’inquilino della Casa Bianca si offre di acquistare la Groenlandia: è solo la versione volgare di una concezione predatoria spesso presente nella storia delle nazioni.
Le istituzioni senza potere
Ogni norma, per risultare cogente, ha bisogno di un’autorità che la faccia rispettare. Venne dunque creata una organizzazione sovranazionale che vigilasse sul rispetto dell’autonomia di ogni Stato e, subito dopo, un documento che proclamava il diritto dei singoli e dei popoli.
Purtuttavia, quando sono state le superpotenze a infrangere quelle norme che si volevano universali, si è visto che le istituzioni create per difenderle non avevano un potere reale. L’ONU e la Corte internazionale di giustizia hanno dimostrato limiti evidenti, per non dire della Corte penale internazionale, che non è riconosciuta da Stati Uniti, Russia e Cina.
Il velo dell’ipocrisia
Il velo di ipocrisia lacerato di recente ha svelato dunque una cruda verità: il diritto internazionale era in larga parte un patto convenzionale fra potenze imperiali che, oltre a vantare un esclusivo diritto di veto, decidevano se e quando intervenire con la forza.
Così la disperata richiesta di aiuto degli oppressi di Caracas o di Teheran è stata talvolta utilizzata per coprire mire di intervento molto meno nobili di quanto proclamato.
L’ambiguità dell’autodeterminazione
La dottrina giuridica afferma che il diritto internazionale si fonda sul principio dell’autodeterminazione dei popoli, fingendo che tutti i governi abbiano piena legittimità popolare. Ma quale coerenza vi è in una tale affermazione di principio, se alcuni di quegli Stati intangibili si reggono su palesi dittature?
Due fra le tre superpotenze del nuovo corso multipolare sono rette da regimi autoritari che non rispettano i diritti umani. E come si giustificano allora le decisioni di intervenire occasionalmente per colpire – magari con l’egida dell’ONU – alcuni Stati, e solo alcuni, che da tempo erano sotto dittatura?
Guerre selettive e diritto umanitario
La Libia e l’Iraq insegnano qualcosa al riguardo. L’attacco all’Iran risponde a logiche simili nell’area mediorientale, scompaginando anche le alleanze di Russia e Cina. Lo stesso è accaduto nel caso del Venezuela.
Ma dunque Maduro o Khamenei non erano colpevoli da tempo di violazioni dei diritti umani?
Quando sono gli Stati Uniti a intervenire su Gaza ci si può solo limitare a recriminare; quando la Russia invade l’Ucraina non ci si può opporre se non con sanzioni parziali e con aiuti al paese invaso. Eppure proprio lì il diritto umanitario appare fatto a stracci, con stragi di civili e con il ricorso ai mezzi più oppressivi per fiaccare le popolazioni.
Thaon di Revel e l’Italia, non solo dello sport, che tornò nel mondo
Con la chiusura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 possiamo essere definitivamente certi che, nel grande euforico ottimismo generale, si è commesso un atto di omissione piuttosto grave. Non sono state ricordate le Olimpiadi di Cortina 1956 e chi le rese possibili agendo a favore di un paese sconfitto su cui la mano alleata era andata giù pesante, malgrado i due anni di cobelligeranza.
Il 5 febbraio scorso sono stati settant’anni dalla conclusione delle Olimpiadi invernali di Cortina 1956. Quell’evento, e più esattamente la sua preparazione, va considerato uno dei momenti decisivi della ricostruzione dell’Italia nel secondo dopoguerra.
Una decisione politica prima che sportiva
Il Comitato Olimpico Internazionale avrebbe dovuto decidere l’assegnazione entro il 1951. In realtà l’idea era di sbrigare la pratica molto prima.
Le prime Olimpiadi estive dopo la guerra sono quelle di Londra del 1948, mentre le prime Olimpiadi invernali sono quelle svizzere di Saint Moritz, sempre nel 1948. In entrambi i casi la scelta riflette chiaramente un equilibrio politico: una nazione europea vincitrice e, per i giochi invernali, una nazione neutrale per eccellenza.
La decisione, infatti, viene presa già nel 1946 e ha un significato politico e simbolico molto preciso.
Per Cortina 1956 si verifica inoltre una curiosa coincidenza: quasi tutti i protagonisti dell’impresa sono cattolici impegnati, molti dei quali legati alla figura di Giovanni Battista Montini. Tutti, inoltre, sono amici di Sergio Paronetto, morto nel marzo del 1945, che nella prima metà degli anni Quaranta aveva favorito l’incontro e la collaborazione tra molti dei protagonisti di questa vicenda.
Il protagonista: Paolo Ignazio Thaon di Revel
Il protagonista assoluto è Paolo Ignazio Thaon di Revel. Economista di primo piano, fu campione olimpico di scherma ai Giochi di Anversa del 1920. Dopo essere stato podestà di Torino, divenne ministro delle Finanze nel governo Mussolini dal 1935 al 1943. Fu un ministro che cercò inutilmente di dimostrare al duce, con dati economici alla mano, che la serie di guerre e interventi militari decisi dal regime — Etiopia, Spagna, Albania — stava indebolendo l’Italia anziché rafforzarla, a cominciare dal piano economico-finanziario e dal mancato rimpiazzo del materiale bellico consumato.
La coppia Thaon di Revel-Paronetto occupa anche un posto significativo nella storia della teoria economica italiana. Tra la fine degli anni Trenta e il 1943 furono infatti tra i pochissimi in Italia a studiare e promuovere il modello del Sistema di contabilità nazionale. Lo stesso sistema che verrà poi adottato in Svezia nel 1939, in Gran Bretagna nel 1943 e negli Stati Uniti nel 1944, diventando in seguito lo standard utilizzato da tutti i paesi del mondo.
Oggi concetti come il PIL fanno parte del linguaggio comune. Ma negli anni Quaranta rappresentavano una novità assoluta.
Thaon di Revel fu membro stimato del Comitato Olimpico Internazionale dal 1932 al 1964. La sua reputazione era enorme. Da olimpionico di scherma godeva di grande prestigio sia a Losanna sia a Londra, dove il CIO si riuniva nel dopoguerra.
Era inoltre un fervente monarchico e la madre, aristocratica britannica, lo rendeva particolarmente ben accetto negli ambienti inglesi, dove veniva considerato quasi un compatriota.
Il progetto: portare i Giochi in Italia
L’idea di portare le Olimpiadi in Italia lo accompagnava da molti anni. Sulla stessa linea si colloca l’altro membro italiano del CIO rimasto in carica anche dopo la guerra: il nobile lombardo Alberto Bonacossa, membro del Comitato dal 1925 al 1953. Nel 1945 i membri del CIO gli chiesero di rimanere al suo posto senza formalità.
Anche Thaon di Revel restò nel Comitato. Frequentatore abituale di Londra, sostenne con entusiasmo le Olimpiadi londinesi del 1948 e lavorò con costanza alla candidatura italiana. In quell’edizione, come in quella di Sankt Moritz, Germania e Giappone erano esclusi. L’Italia invece venne reintegrata nel circuito olimpico internazionale.
Nel 1948 Thaon di Revel rivelò ai colleghi del CIO la sua intenzione di candidare l’Italia. L’anno successivo arrivò l’assenso preliminare per la candidatura.
La rinascita dello sport italiano
Nel frattempo, a Roma, nel 1944 due giovani amici appassionati di sport lavoravano alla ricostruzione dello sport italiano, uno dei settori più compromessi con il regime fascista. Si chiamavano Giulio Andreotti e Adriano Ossicini. Entrambi erano legati da amicizia a Sergio Paronetto. Il padre di Adriano Ossicini, Cesare, aveva fondato la FASCI, la federazione delle associazioni sportive cattoliche, ed era molto stimato da Pio XI, da Eugenio Pacelli e da Alcide De Gasperi.
Nel 1944 Andreotti e Ossicini pensarono subito a un commissario liquidatore per il CONI fascista. La scelta cadde su Giulio Onesti, giovane avvocato socialista e partigiano. Inizialmente il CONI era destinato alla liquidazione. Ma nel 1946 la situazione cambiò radicalmente grazie all’invenzione del Totocalcio e della schedina. Le nuove entrate permisero all’ente di tornare autonomo dal punto di vista finanziario. Onesti passò così da commissario liquidatore a presidente del CONI, carica che manterrà fino al 1978. Per sostenere la candidatura olimpica serviva infatti un Comitato Olimpico Nazionale pienamente operativo.
La regia discreta di De Gasperi
Alcide De Gasperi seguì con grande discrezione l’intero processo.
A Londra sostenne l’azione di Thaon di Revel e Bonacossa. A Roma appoggiò il lavoro di Andreotti, Ossicini e Onesti. Sergio Paronetto aveva parlato molto bene di Thaon di Revel al presidente del Consiglio.
Anche il ministro degli Esteri Carlo Sforza guardava con favore al progetto. Con un CONI autonomo e finanziariamente solido, l’Italia poteva offrire garanzie concrete sulla realizzazione degli impianti necessari per i giochi. Il paese poteva così tornare nel dialogo sportivo internazionale dal quale era stato escluso dopo la guerra.
Il sostegno di Einaudi
A rafforzare l’iniziativa intervenne anche Luigi Einaudi, diventato presidente della Repubblica nel 1948. Estimatore di Paronetto, al quale doveva in parte la sua nomina a governatore della Banca d’Italia nel 1944, Einaudi sostenne il progetto di Cortina 1956. I giochi verranno inaugurati dal suo successore Giovanni Gronchi, anch’egli amico e ammiratore di Paronetto.
Da Cortina 1956 al trionfo di Roma 1960
Nelle sue memorie Giulio Onesti finirà per attribuirsi quasi tutto il merito della candidatura. Nessuno contestò apertamente questa versione.
Eppure il merito principale di aver coltivato per decenni il progetto di portare i giochi olimpici in Italia appartiene a Paolo Ignazio Thaon di Revel. Fu lui a trasformare un sogno in progetto, e il progetto in realtà.
Divenne presidente del comitato organizzatore dei giochi di Cortina e successivamente di quello dei giochi di Roma 1960. La riuscita delle Olimpiadi di Cortina spianò infatti la strada al grande successo internazionale delle Olimpiadi romane del 1960, considerate ancora oggi uno dei momenti più alti nella storia organizzativa dei Giochi
I ricostruttori dimenticati
I protagonisti di questa storia — Thaon di Revel, Bonacossa, De Gasperi, Andreotti, Ossicini, Einaudi, Gronchi — furono tra i grandi ricostruttori dell’Italia del dopoguerra. Furono anche cattolici impegnati e conoscitori del Codice di Camaldoli, elaborato dal loro amico Sergio Paronetto. Ricordarli è un atto di giustizia storica.
Alla fine degli anni Quaranta l’Italia era ancora un paese sconfitto e isolato. De Gasperi aveva ricevuto assicurazioni che l’Italia sarebbe entrata nell’ONU entro il 1949, ma l’ammissione arriverà solo nel 1955.
Il problema di Trieste sarà risolto soltanto nel 1954, con il sacrificio della Zona B. È in questo clima difficile che maturò il successo delle Olimpiadi di Cortina 1956. Per questa ragione sarebbe giusto che almeno Roma, Cortina e Torino dedicassero una strada a Paolo Ignazio Thaon di Revel. Uno dei ricostruttori dell’Italia.
FnV, show di Vannacci a teatro a Montecatini: "Altro che flop". E attacca giornalisti
Montecatini (Pt), 15 mar. (askanews) – Le migrazioni “non sono un fatto naturale” ma la “remigrazione lo è” perché “tutti hanno un paese di origine” e ai migranti che invocano il ricongiungimento familiare, siccome la “Costituzione italiana promuove la famiglia”, “paghiamo il biglietto aereo per il ritorno” al paese d’origine. E’ il concetto chiave attorno al quale ruotano le due ore di spettacolo “Il mondo al contrario – atto secondo.Remigrazione” che il generale Roberto Vannacci mette in scena, “attore per la prima volta”, al teatro Verdi di Montecatini.
Video, speech, canzoni, grafici – “ma di facile comprensione”, chiosa – e foto che scatenano la platea delle oltre 1.500 persone presenti. Soprattutto quando sul maxi schermo compare la foto dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini: gli spettatori scalpitano, qualcuno urla e qualcuno insulta. Stessa scena quando vengono passate le immagini di Matteo Renzi ed Emma Bonino e quando si proiettano foto di immigrati fermati dalle forze dell’ordine. “Io passerei con il lanciafiamme”, dice una signora di mezza età seduta nelle prime file.
Vannacci non commenta gli insulti ai politici e prosegue lo spettacolo attaccando quelli che raccontano “la balla che gli immigrati ci pagheranno le pensioni” mentre sono qui “a prendere i nostri servizi” e “se diciamo l’Africa agli africani va bene, ma se diciamo l’Italia agli italiani ci dicono che siamo razzisti e non è vero”. L’applauso per il generale e’ pieno e caloroso da parte del suo popolo – piuttosto eterogeneo a un primo sguardo, gente con il cappellino Maga e gente con il cappellino da parà – gente che, precisa lui, “viene da tutta Italia, si sono pagati non solo il biglietto, ma anche il viaggio, il vitto e l’alloggio per essere qui”.
“Una rivalsa” per il leader di Futuro nazionale che coglie l’occasione, a spettacolo finito, per ringraziare il suo pubblico e i militanti del partito e attaccare la stampa in generale – “non scrivono di noi, fa paura quello che rappresentiamo” – e un giornalista in particolare, “il giornalista di un quotidiano, Il Foglio, che quando ti dà la mano è sudaticcia come un radicchio, ha i capelli unti e quindici giorni fa aveva parlato di mezzo flop” perché “c’erano solo 700 biglietti venduti”: “No, non è un flop, i biglietti venduti sono il doppio”, ribadisce. E annuncia le date dell’assemblea costituente di Futuro nazionale: il 13 e 14 giugno a Roma. Altra notizia, l’andamento del tesseramento: “Ad oggi 12mila iscritti”.
Nessuna destra estrema, conclude, “siamo una destra orgogliosa” e “i nostri valori – dice rispondendo a una giornalista che gli chiede del suo appoggio al governo – non sono negoziabili, e’ una linea rossa” che non si supera.
Paralimpiadi, Meloni: grazie a nostri atleti, reso orgogliosa la Nazione
Roma, 15 mar. (askanews) – “Si chiudono i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Grazie a tutti i nostri atleti della Nazionale paralimpica per le emozioni e per i risultati straordinari che avete regalato all’Italia. Con il vostro talento, la vostra determinazione e il vostro esempio avete reso orgogliosa tutta la Nazione. Grazie per aver portato in alto il Tricolore”. Questo il messaggio della premier Giorgia Meloni per la chiusura delle Paralimpiadi. La presidente del Consiglio doveva essere presente stasera a Cortina alla cerimonia di chiusura della manifestazione ma, dopo essere partita, è dovuta rientrare per il tempo avverso.
Migranti, Vannacci: "Remigrazione fenomeno naturale". Da platea Montecatini insulti a Boldrini
Montecatini (Pt), 15 mar. (askanews) – “Ci dicono che gli immigrati ci pagheranno la pensione”. Roberto Vannacci scandisce la frase sul palco del Teatro Verdi di Montecatini, mentre sul maxi schermo compare una foto di Laura Boldrini. La platea risponde con fischi e insulti indirizzati all’ex presidente della Camera. Nella foto successiva compaiono Matteo Renzi ed Emma Bonino e la platea fischia e urla.
Vannacci non commenta queste reazioni e prosegue con lo spettacolo spiegando che “ci hanno venduto l’inclusione come una caratteristica di modernità e di civiltà. Siamo stati noi a volere che gli sbarchi avvenissero in Italia” ma la realtà, dice, è che “l’immigrazione in Europa è immigrazione dei disperati della terra e qualcuno continua a dire che ci pagano le pensioni” mentre la remigrazione è “un fenomeno naturale, pensate alle balle che ci raccontano le varie Boldrini”, rilancia.
Bertagnolli oro nello slalom alle Paralimpiadi
Roma, 15 mar. (askanews) – Sesto oro e tredicesima medaglia complessiva alle Paralimpiadi Invernali per Giacomo Bertagnolli, che a Milano Cortina 2026 conquista il titolo anche nello slalom maschile VI: l’Italia chiude al quarto posto nel medagliere, a quota sedici podi, con sette ori, altrettanti argenti e due bronzi.
Dopo l’oro in combinata, gli argenti in superG ed in gigante, ed il bronzo in discesa, nello slalom maschile VI Giacomo Bertagnolli, con la guida Andrea Ravelli, secondo dopo la prima manche, fa segnare il miglior crono parziale nella seconda run, e si impone con il tempo complessivo di 1’29″29.
L’azzurro rimonta i 57 centesimi di ritardo della prima manche, ne guadagna 84 nella seconda run, e chiude con 0″27 di margine sul polacco Michal Golas, con la guida Kacper Walas, che si mette al collo la medaglia d’argento con il tempo di 1’29″56.
Gradino più basso del podio per il canadese Kalle Ericsson, con la guida Sierra Smith
Vannacci: appoggio a governo? Nostri principi linea rossa, non negoziabili
Roma, 15 mar. (askanews) – “Abbiamo principi non negoziabili, una linea rossa che non si varca: sulla base di questo Futuro Nazionale sosterrà o non sosterrà, come avvenuto in settimana sulle comunicazioni della premier sull’Iran, il governo Meloni”. Lo ha detto il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci parlando con i giornalisti a Montecatini prima del suo spettacolo “Il mondo al contrario – Remigrazione” al Teatro Verdi.
“Il simbolo di Futuro nazionale non verrà usato nel 2026 per nessuna elezione amministrativa in Italia” e il partito nascerà “sostanzialmente con l’assemblea costituente si terrà a metà giugno”, ha aggiunto.
Iran, Ehud Olmert: non so quale sia l’obiettivo finale della guerra
Roma, 15 mar. (askanews) –
Milano, 15 mar. (askanews) – “Come andrà a finire questa guerra dipende dalle decisioni che prenderà Trump, lui è la figura chiave”. Così Ehud Olmert, ex primo ministro di Israele in un’intervista a Monica Maggioni a In Mezz’ora su Raitre.
“Quale sia l’obiettivo finale non lo so e non so se i partecipanti lo sanno. Gli americani non hanno definito esplicitamente che cosa e quando sarà il momento per una conclusione della guerra, all’inizio doveva essere la fine del regime l’obiettivo, ma il regime non crollerà subito. L’Iran è un paese enorme, con 90 milioni di abitanti e non credo che alzeranno bandiera bianca. A un certo punto dovranno esserci dei contatti per dei negoziati per concludere questo conflitto e arrivare a un accordo per quanto riguarda il nucleare, che è il problema principale”.
Calcio, annullata la Finalissima tra Spagna e Argentina a Doha
Roma, 15 mar. (askanews) – La Finalissima tra Spagna, vincitrice di Euro 2024, e Argentina, campione della Copa América 2024, non si disputerà. Dopo lunghe discussioni tra la Uefa e le autorità organizzatrici del Qatar, è stato annunciato oggi che la partita, inizialmente prevista il 27 marzo nel Paese mediorientale, è stata annullata a causa dell’attuale situazione politica nella regione e dell’impossibilità di trovare una data e una sede alternative condivise.
Prima della decisione definitiva erano state valutate diverse soluzioni. La prima prevedeva di disputare la gara allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid nella data originaria, con una ripartizione paritaria dei tifosi tra le due nazionali, ma l’Argentina ha respinto l’ipotesi. Successivamente è stata proposta una formula con doppia sfida: andata a Madrid il 27 marzo e ritorno a Buenos Aires in una futura finestra internazionale prima degli Europei e della Copa América 2028, soluzione anch’essa rifiutata.
La Uefa aveva quindi chiesto alla federazione argentina di confermare la disponibilità a giocare il 27 marzo in una sede neutrale in Europa oppure, in alternativa, il 30 marzo. Anche questa proposta non ha trovato l’accordo. L’Argentina ha suggerito di disputare la partita dopo i Mondiali, ma l’assenza di date disponibili in Spagna ha fatto cadere anche questa possibilità.
Infine la nazionale sudamericana ha indicato come unica data possibile il 31 marzo, ritenuta però impraticabile dagli organizzatori. Di conseguenza, e con rammarico da parte della Uefa, l’edizione della Finalissima tra le due campionesse continentali è stata ufficialmente cancellata.
Per gli Oscar sfida aperta tra "Una battaglia dopo l’altra" e "Sinners"
Roma, 15 mar. (askanews) – E’ la notte più importante del cinema mondiale. L’Academy Awards tornerà a illuminare Hollywood con la sua 98esima edizione, in programma al Dolby Theatre e condotta per la prima volta dal comico e presentatore Conan O’Brien. In Italia la cerimonia sarà trasmessa in diretta su Rai 1, mentre il red carpet sarà seguito live da Laura Squillaci per RaiNews 24.
Per esperti e bookmakers sarà corsa a due per il miglior film: Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson e Sinners di Ryan Coogler. Il film di Coogler arriva alla notte degli Oscar con un primato storico: Sinners guida infatti la classifica delle candidature con 16 nomination, il numero più alto mai registrato per un singolo titolo agli Oscar.
Nonostante questo record, molti osservatori ritengono che il favorito per la statuetta più prestigiosa resti Una battaglia dopo l’altra, l’opera di Anderson tratta dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon e già premiata in numerose manifestazioni internazionali. Il film potrebbe conquistare anche altri riconoscimenti importanti, tra cui quelli per la sceneggiatura non originale e il montaggio, mentre Anderson appare tra i principali candidati anche per la miglior regia.
Una delle categorie più incerte è quella del miglior attore protagonista. Per settimane il favorito sembrava Timothée Chalamet, premiato ai Golden Globe Awards e ai Critics’ Choice Awards per il film Marty Supreme. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da Variety, però, il nome dell’attore non avrebbe ricevuto il sostegno atteso tra i membri dell’Academy. A pesare potrebbero essere state anche alcune recenti polemiche nate dopo dichiarazioni in cui l’attore ha definito balletto e opera arti ormai poco apprezzate dal pubblico. A guadagnare terreno sarebbe invece Michael B. Jordan, protagonista proprio di Sinners, che secondo diversi votanti avrebbe raccolto un consenso molto forte. Tra i possibili contendenti figurano anche Leonardo DiCaprio per Una battaglia dopo l’altra ed Ethan Hawke per il film Blue Moon.
Molto più definita, invece, la corsa per l’Oscar alla miglior attrice protagonista. Tutti gli indizi portano verso Jessie Buckley, che sembra la favorita indiscussa grazie alla sua interpretazione in Hamnet, film diretto da Chloé Zhao. L’attrice irlandese arriva alla notte degli Oscar dopo una stagione ricca di riconoscimenti e consensi della critica. Tra le altre candidate sostenute da alcuni membri dell’Academy figurano Kate Hudson per il film Song Sung Blue, Rose Byrne per If I Had Legs I’d Kick You ed Emma Stone per Bugonia.
Tra gli attori non protagonisti la sfida appare particolarmente equilibrata. In corsa ci sono Delroy Lindo per Sinners, Sean Penn per Una battaglia dopo l’altra e Stellan Skarsgård per il film Sentimental Value.
In caso di vittoria, Sean Penn conquisterebbe il suo terzo Oscar dopo quelli ottenuti per i film Mystic River e Milk.
Per quanto riguarda le attrici non protagoniste, tra le più citate dai votanti emergono Amy Madigan per il film Weapons e Wunmi Mosaku per Sinners. Più incerta invece la posizione di Teyana Taylor che, pur avendo vinto il Golden Globe per Una battaglia dopo l’altra, non avrebbe convinto tutti gli elettori dell’Academy. Mentre Hollywood si prepara alla grande notte, cresce anche l’attenzione per la sicurezza. Le autorità della California hanno rafforzato le misure attorno al Dolby Theatre dopo un’allerta diffusa dall’Federal Bureau of Investigation riguardo alla possibilità di un attacco improvviso legato alle tensioni internazionali con l’Iran.
Secondo l’avviso dell’FBI, non si può escludere l’ipotesi di operazioni dimostrative contro obiettivi della West Coast con l’utilizzo di droni. Un rischio che le autorità statunitensi considerano remoto ma che ha spinto gli organizzatori ad alzare il livello di vigilanza.
“Le misure di sicurezza sono solide e lavoriamo a stretto contatto con l’FBI e con la polizia di Los Angeles”, ha spiegato il produttore della cerimonia Raj Kapoor. Tra glamour, pronostici e tensioni geopolitiche, Hollywood si prepara dunque alla sua notte più attesa. E come sempre agli Oscar, fino all’apertura dell’ultima busta, nulla è davvero deciso.
Asian Film Festival dal 7 al 15 aprile a Roma
Roma, 15 mar. (askanews) – Dal 7 al 15 aprile il Cinema Farnese di Roma ospita la 23esima edizione di Asian Film Festival, appuntamento storico che da oltre vent’anni porta nella Capitale il meglio del cinema dell’Estremo Oriente, consolidandosi come un punto di riferimento in Italia per il cinema asiatico contemporaneo. L’edizione 2026 presenta 36 lungometraggi – 18 in concorso, 9 nella sezione Newcomers, 9 fuori concorso – oltre a 10 cortometraggi, offrendo una panoramica cinematografica che attraversa Thailandia, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Filippine, Malesia, Cina, Vietnam, Singapore, Cambogia, Hong Kong e Taiwan. Asian Film Festival conferma così il suo ruolo di ponte culturale tra Roma e l’Asia, con una programmazione che unisce il grande cinema d’autore a opere capaci di intercettare un pubblico più ampio. Il festival si apre il 7 aprile con Girl (2025), esordio alla regia della celebre Shu Qi, presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025. Il film offre un intenso e delicato ritratto femminile, segnando un debutto autoriale di forte sensibilità e inaugurando un’edizione del festival particolarmente attenta ai mutamenti e alle tensioni della società asiatica contemporanea. Tra i titoli più attesi: La Thailandia presenta due opere di grande interesse: Morte Cucina (2025), raffinato thriller culinario di Pen-ek Ratanaruang, che segna il ritorno al cinema del regista con atmosfere intense e curatissime; e Human Resource (2025) di Nawapol Thamrongrattanarit, ironica e profonda riflessione sulle dinamiche del lavoro moderno, acclamata all’ultima Mostra di Venezia, Premio Fondazione FAI-Cisl Persona, Lavoro, Ambiente nella sezione Orizzonti. Dall’Indonesia arrivano film di impegno civile e commedie generazionali: Siapa Dia (2025) e Whisper in the Dabbas (2025) di Garin Nugroho, raccontano storie intime con uno sguardo critico sulle tensioni sociali; mentre Rangga & Cinta (2025) di Riri Riza, è una commedia musicale che celebra amicizia, amore e sogni giovanili. Le Filippine propongono opere che intrecciano respiro storico e tensione introspettiva: Magellan (2025) di Lav Diaz, un’epica e rigorosa riflessione sulle ferite della colonizzazione, e Moonglow (2026) di Isabel Sandoval, delicato e luminoso ritratto dell’identità e della memoria personale. La Corea del Sud stabilisce un record per il festival con otto titoli in programma, spaziando dal cinema di genere alle opere più intime: The Old Woman with the Knife (2025) di Min Kyu-dong e The Ugly (2025) di Yeon Sang-ho esplorano thriller e suspense con grande impatto visivo; Beautiful Dreamer (2025) di Lee Kwang-kuk invece si concentra sui desideri e le fragilità interiori dei protagonisti, in chiave poetica e introspettiva. Dal Giappone arrivano due opere molto attese: Love on Trial di Fukada Koji, presentato a Cannes 2025, riflette con ironia e delicatezza sulle relazioni moderne; mentre Sham (2025) di Miike Takashi mescola thriller e satira sociale in uno stile audace e provocatorio. Il festival si chiude il 15 aprile con la cerimonia di premiazione e le proiezioni di due titoli di grande richiamo: She Has No Name (2024) del maestro di Hong Kong, Peter Chan autore a cui il Festival aveva dedicato una retrospettiva nel 2011 e The Ugly (2025,) di Yeon Sang-ho, thriller coreano che suggella un’edizione all’insegna della varietà, della ricerca e della qualità. Tra gli ospiti internazionali previsti saranno presenti: Koji Fukada, tra i nomi più prestigiosi del cinema giapponese contemporaneo; Garin Nugroho, figura centrale del cinema indonesiano; Isabel Sandoval, tra le voci più interessanti del nuovo cinema filippino; e Lee Kwang-kuk, autore di Beautiful Dreamer, tra i talenti più raffinati della scena coreana contemporanea. Il programma prevede inoltre focus nazionali dedicati alle diverse cinematografie: Filipino Day (8 aprile), Indonesian Day (9 aprile), Thailand Day (10 aprile), Korean Day (11 aprile), Japan Day (12 aprile) e Malaysian Day (14 aprile), momenti di approfondimento culturale realizzati in collaborazione con le rappresentanze diplomatiche di Filippine, Indonesia, Thailandia, Corea del Sud, Giappone e Malesia, pensati per valorizzare le specificità artistiche e i contesti culturali di ciascun Paese. (Segue)
Iran, le notizie più importanti di oggi sulla guerra (gli aggiornamenti)
Roma, 15 mar. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti del 15 marzo intorno alla guerra di Usa e Israele contro l’Iran e le sue ripercussioni nel Golfo, in Libano e globali. (A cura di Fabio Santolini).
-13:00 Invio di navi nello Stretto di Hormuz, la Corea del Sud valuta la richiesta di Trump.
-12:59 La Casa Bianca: 65 navi di Teheran affondate dagli Usa da inizio guerra.
-12:13 Il Papa: in Medio Oriente atroce guerra, migliaia di innocenti uccisi.
-11:34 Trump esclude al momento ipotesi di accordo con Teheran.
-11:15 Israele approva stanziamento da 827 milioni di dollari per acquisti militari d’emergenza.
-10:45 Attacchi con droni vicino all’aeroporto di Baghdad: l’Iraq è preoccupato.
-09:39 Iran, Israele annuncia nuova vasta ondata attacchi nell’Ovest.
-08:16 Schlein: no all’uso delle basi Usa e agire sul caro benzina.
-08:00 I pasdaran: daremo la caccia a Netanyahu e lo uccideremo.
Sinner in finale a Indian Wells, sfiderà Medvedev. Alcaraz fuori
Roma, 15 mar. (askanews) – E’ il sesto tennista a raggiungere tutte le finali Masters 1000 sul cemento dopo Federer, Nadal, Djokovic, Murray e Medvedev. Questo il traguardo tagliato da Jannik Sinner centrando la finale al “BNP Paribas Open”, il primo Masters 1000 della stagione (montepremi 9.415.725) di scena sul duro di Indian Wells, nel deserto californiano.
In semifinale il 24enne di Sesto Pusteria, n.2 del ranking e del seeding, ha battuto per 64 62, in un’ora e 23 minuti di partita, il tedesco Alexander Zverev, n.4 ATP e quarta testa di serie, superato per la sesta volta di fila (ora il computo degli head to head vede l’azzurro in vantaggio per 7 a 4). Per l’altoatesino si tratta della sesta sfida per il titolo raggiunta negli ultimi sette Masters 1000 disputati, e della seconda consecutiva centrata senza perdere un set.
Questa sera (ore 22) Sinner si giocherà il titolo con il russo Daniil Medvedev, n.11 del ranking e del seeding. Medvedev ha battuto nella seconda semifinale Carlos Alcaraz al primo ko nel 2026 dopo 16 vittorie consecutive. Una prestazione maiuscola del russo, prossimo al ritorno in top 10, che ha chiuso con il punteggio di 6-3, 7-6 in un’ora e 38 minuti. Medvedev è stato superlativo, pur non trovando percentuali elevate al servizio ma raccogliendo il massimo dalla parte del dritto. Sinner guadagnerà punti su Alcaraz al termine del Masters 1000 di Indian Wells. Finalista in California, Jannik ha già guadagnato 600 punti ed è lontano 2.550 punti da Alcaraz, che ha confermato il risultato in semifinale da Medvedev. Jannik, però, potrebbe ridurre ancora il gap in caso di titolo a 2200 punti.
Formula1, il calendario del Mondiale
Roma, 15 mar. (askanews) – Ecco il calendario della stagione di Formula 1 2026 con i vincitori delle gare finora disputate:
GP Australia (Melbourne, Australia, 8 marzo) vincitore: George Russell (Mercedes) vincitore: GP Cina (Shanghai, Cina, 15 marzo) Kimi Antonelli (Mercedes)
GP Giappone (Suzuka, Giappone, 29 marzo) GP Miami (Miami, Stati Uniti, 3 maggio) GP Canada (Montreal, Canada, 24 maggio) GP Monaco (Montecarlo, Principato di Monaco, 7 giugno) GP Barcellona-Catalunya (Montmelò, Spagna, 14 giugno) GP Austria (Spielberg, Austria, 28 giugno) GP Gran Bretagna (Silverstone, Regno Unito, 5 luglio) GP Belgio (Spa-Francorchamps, Belgio, 19 luglio) GP Ungheria (Hungaroring, Ungheria, 26 luglio) GP Paesi Bassi (Zandvoort, Paesi Bassi, 23 agosto) GP Italia (Monza, Italia, 6 settembre) GP Spagna (Madrid, Spagna, 13 settembre) GP Azerbaigian (Baku, Azerbaigian, 26 settembre) GP Singapore (Marina Bay, Singapore, 11 ottobre) GP Stati Uniti (Austin, Stati Uniti, 23 ottobre) GP Messico (Città del Messico, Messico, 30 ottobre) GP Brasile (San Paolo, Brasile, 6 novembre) GP Las Vegas GP (Las Vegas, Stati Uniti, 19 novembre) GP Qatar (Lusail, Qatar, 27 novembre) GP Abu Dhabi (Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, 4 dicembre)
Formula1, Leclerc: "Bel duello con Lewis"
Roma, 15 mar. (askanews) – “Sicuramente la quarta posizione non è quella che speravo ad inizio gran premio. Ad ogni modo la macchina è andata bene e ho anche messo in scena un bellissimo duello con Lewis Hamilton, in questo caso non sono riuscito a prevalere e mi è mancato il guizzo giusto per tenermi il podio”. Così Charles Leclerc al termine del Gp di Cina disputato a Shanghai. Sulla situazione generale Ferrari dice: “Nel complesso il nostro pacchetto è valido. Siamo performanti, siamo costanti e oggettivamente in partenza siamo i migliori. La nostra sfortuna è che Mercedes ha allestito una vettura eccellente e per il momento hanno un vantaggio tecnico importante. Il divario che ci hanno rifilato oggi non può certo farci dormire, sonni tranquilli”.
Formula1, Vasseur: "Mercedes è stata più veloce di noi"
Roma, 15 mar. (askanews) – “Credo che sia stato tutto sotto controllo. Certamente sei sempre un po’ spaventato perché può succedere qualcosa, però alla fine è anche molto difficile congelare le posizioni in pista”. Così il Team Principal della Ferrari, Frederic Vasseur al termine del Gp di Cina con la rossa che ha chiusa terza con Hamilton e quarta con Leclerc autori di una bella battaglia. Secondo Vasseur, intervenire con ordini di scuderia avrebbe tolto naturalezza alla corsa: “I piloti stanno facendo un bel lavoro e non si poteva mai sapere cosa sarebbe accaduto alla fine, per cui penso che sia stata la decisione giusta. È sempre la decisione giusta quando finisce così”. Una battaglia che, nelle sue parole, è stata positiva anche per lo spettacolo: “Penso che sia stata una bella battaglia: per il team, per la Formula 1 e per i fan. Preferisco lasciarli correre piuttosto che congelare le posizioni”.
Il nodo principale del weekend resta però il confronto con la Stella a tre punte, apparsa complessivamente più veloce. Il Team Principal della Rossa non nasconde il gap: “Penso che nel complesso del weekend loro siano più veloci di noi, dipende dalle sessioni ma sono sempre tre, quattro o cinque decimi più veloci di noi”.
Il distacco diventa più evidente quando le Mercedes riescono a girare in aria pulita: “Quando metti in overtake mode ad un distacco di un secondo possiamo sopravvivere, magari spingendo un pochino più di loro sulle gomme. Quando poi loro hanno la pista sgombra, in aria pulita, siamo più lenti di qualche decimo”. Un vantaggio tecnico che la Ferrari ha individuato con chiarezza: “Abbiamo visto che oggi hanno un vantaggio chiaro sul rettilineo, dobbiamo lavorare su questo. Sappiamo chiaramente cosa dobbiamo fare: dobbiamo continuare a spingere su ogni singola area dello sviluppo, ma questa è la situazione attuale”.
Tra gli elementi incoraggianti del fine settimana c’è comunque il primo podio in rosso per Hamilton, arrivato dopo un 2025 complicato. Per Vasseur il cambiamento principale è legato al processo di integrazione nel team: “Penso che probabilmente ora sia più vicino a noi, che ora conosca tutti all’interno del team”.
Il britannico, sottolinea il manager francese, è stato coinvolto nel progetto ben prima dell’inizio della stagione: “È stato parte del progetto fin dal primo giorno, ha lavorato allo sviluppo al simulatore sei mesi fa e sicuramente la situazione è diversa rispetto a 12 mesi fa”. Ma Vasseur tiene anche a ribadire un principio: la Ferrari non nasce attorno a un singolo pilota. “Non voglio dire che questa macchina sia la macchina di lui o su di Charles: è la macchina del team”.
Il contributo di Lewis, però, è stato significativo sul piano umano e tecnico: “Lui sicuramente ha partecipato allo sviluppo fin da primo giorno, ha migliorato il rapporto con ogni membro del team, per cui penso che questa sia la direzione giusta per lui”.
TonyPitony svela il calendario completo del tour estivo
Milano, 15 mar. (askanews) – TonyPitony svela il calendario completo del tour estivo: oltre 30 date e 130mila bigliettony già venduti nei principali festival italiani, numeri che confermano il suo status di fenomeno musicale più imprevedibile e irresistibile del momento.
Dopo la vittoria della serata delle cover della 76ª edizione del Festival di Sanremo, dove ha conquistato il pubblico in duetto con Ditonellapiaga sulle note di The Lady Is A Tramp, TonyPitony mette a segno un altro traguardo: il disco d’oro FIMI/GfK per il singolo DONNE RICCHE, rimasto stabile nella Top 10 della Top 50 Italia di Spotify per oltre due mesi. E i numerony non finiscono qui: 95 miliony di streaming nell’ultimo anno, oltre 2 miliony di ascolti mensili su Spotify e, durante la sola settimana sanremese, più di 150mila nuovi follower su Instagram.
A conferma del suo momento d’oro, TonyPitony sarà l’unico artista italiano headliner agli I-DAYS Milano Coca-Cola 2026, uno dei festival più importanti d’Europa. L’appuntamento con il suo CONCERTONY è per venerdì 4 settembre all’Ippodromo Snai San Siro di Milano, per una serata che promette un grande show. I bigliettony sono già disponibili su Ticketmaster, Ticketone e Vivaticket.
Il successo live prosegue anche con il tour TELETONY, che ha registrato 23 date sold out tra Italia ed Europa, oltre 20.000 bigliettony venduti e un Fabrique di Milano esaurito in sole 8 ore. Il 25 marzo partirà la tournée europea, dopo il grande entusiasmo registrato nelle tappe italiane, tutte completamente sold out.
Artista siciliano dalla visione unica, TonyPitony mescola immaginario anni ’60, elettronica, teatro e provocazione, costruendo uno spettacolo che è insieme concerto, performance e piccolo universony pitoniano. Il suo ultimo album è entrato nella Top 10 FIMI degli album fisici nella settimana dal 30 gennaio al 5 febbraio 2026, mentre il brano CULO ha raggiunto la #1 della Top Viral di Spotify a settembre 2025.
Dopo la vittoria della serata delle cover a Sanremo insieme a Ditonellapiaga e la sigla ufficiale del Fantasanremo con il brano Scapezzolate, TonyPitony continua a dimostrare che il suo progetto è uno spettacolo dove musica, ironia e teatralità diventano un vero e proprio show capace di conquistare pubblico.
CALENDARIO TOUR EUROPEO 25 marzo 2026 – London @ Oslo Hackney // SOLD OUT 26 marzo 2026 – Paris @ La Bellevilloise // SOLD OUT 28 marzo 2026 – Bruxelles @ Pilar // SOLD OUT 29 marzo 2026 ore 18 – Amsterdam @ Cinetol // SOLD OUT 29 marzo 2026 ore 21 – Amsterdam @ Cinetol // SOLD OUT 1 aprile 2026 – Barcelona @ La Nau Locales De Ensayo // SOLD OUT
CALENDARIO TOUR ESTIVO 29 maggio 2026 – Roma @ Spring Attitude Festival // SOLD OUT 31 maggio 2026 – Lecco @ Nameless 5 giugno 2026 – Cortona @ Stadio Comunale Santo Tiezzi 6 giugno 2026 – Parma @ Parma Tatoo Nerd Festival 11 giugno 2026 – Milano @ Circolo Magnolia // SOLD OUT 18 giugno 2026 – Casalgrande (RE) @ Mosa Festival 19 giugno 2026 – Zero Branco (TV) @ Villa Guidini 20 giugno 2026 – Udine @ Castello di Udine // SOLD OUT 22 giugno 2026 – Udine @ Castello di Udine // SOLD OUT 23 giugno 2026 – Ferrara @ Ferrara Summer Festival 25 giugno 2026 – Perugia @ L’Umbria che spacca // SOLD OUT 30 giugno 2026 – Firenze @ Visarno Arena 1 luglio 2026 – Collegno (TO) @ Flowers Festival // SOLD OUT 2 luglio 2026 – Legnano @ Rugby Sound // SOLD OUT 3 luglio 2026 – Cremona @ Tanta Robba Festival // SOLD OUT 5 luglio 2026 – Pescara @ Terrasound 10 luglio 2026 – Cosenza @ Rendano Arena 11 luglio 2026 – Bari @ Fiera del Levante 15 luglio 2026 – Bologna @ Sequoie Music Park // SOLD OUT 16 luglio 2026 – Vicenza @ Jamrock Festival // SOLD OUT 17 luglio 2026 – Collegno @ Flower Festival // SOLD OUT 20 luglio 2026 – Cagliari @ Fiera di Cagliari 21 luglio 2026 – Sassari @ Abbabula Festival 23 luglio 2026 – Genova @ Balena // SOLD OUT 24 luglio 2026 – Pisa @ Pisa Summer Knights 25 luglio 2026 – Caserta @ Caserta Summer Festival 30 luglio 2026 – Catania @ Villa Bellini// SOLD OUT 31 luglio 2026 – Ragusa @ Castello di Donnafugata 1 agosto 2026 – Bagheria (PA) @ Piccolo Parco Urbano // SOLD OUT 3 agosto 2026 – Bagheria (PA) @ Piccolo Parco Urbano 7 agosto 2026 – Bellaria Igea Marina @ Beky Bay 8 agosto 2026 – Senigallia @ Mamamia 9 agosto 2026 – Termoli @ Arena del Mare 42° 15° 11 agosto 2026 – Gallipoli @ Parco Gondar 12 agosto 2026 – Messina @ Mish Mash 13 agosto 2026 – Catania @ Villa Bellini // NUOVA DATA 27 agosto 2026 – Romano D’Ezzellino (VI) @ Ama Music Festival // NUOVA DATA 29 agosto 2026 – Roma @ Cavea Auditorium Parco della Musica // NUOVA DATA DATA EVENTO CONCERTONY 4 settembre 2026 – Milano @ Ippodromo Snai San Siro // NUOVA DATA
Formula 1, in Cina trionfa Antonelli vent’anni dopo Fisichella
Roma, 15 mar. (askanews) – Giornata storica per il motorsport italiano: Andrea Kimi Antonelli conquista il Gran Premio di Cina, ottenendo la sua prima vittoria in Formula 1 e riportando l’Italia sul gradino più alto del podio dopo vent’anni. L’ultimo successo di un pilota italiano risaliva infatti al 2006 con Giancarlo Fisichella nel Gran Premio della Malesia.
Sul circuito di Shanghai International Circuit, il 19enne talento della Mercedes-AMG Petronas Formula One Team ha dominato una gara complessa e ricca di episodi, gestendo con grande maturità la pressione e un finale caratterizzato da doppiaggi e battaglie alle sue spalle.
Alle sue spalle ha chiuso il compagno di squadra George Russell, mentre il primo podio con la Ferrari è arrivato per Lewis Hamilton, terzo dopo un lungo duello interno con l’altra rossa di Charles Leclerc.
Habermas, il linguaggio come fondamento della democrazia
Con la morte di Jürgen Habermas scompare una delle figure più autorevoli della filosofia europea del dopoguerra. Nel ricordo pubblicato da Die Welt lo si definisce il Meisterdenker della Repubblica federale, cioè il “maestro del pensiero”, la coscienza critica che più di ogni altra ha accompagnato la maturazione democratica della Germania.
Per oltre mezzo secolo Habermas è stato insieme filosofo cattedratico e protagonista del dibattito pubblico. Non soltanto l’autore della teoria dell’“agire comunicativo”, ma uno dei rarissimi intellettuali capaci di intervenire con autorevolezza nelle grandi questioni del proprio tempo.
Un filosofo nella vita pubblica
Die Welt ricorda un episodio che riassume bene la sua figura. Nell’ottobre 2001, poche settimane dopo gli attentati di New York e Washington, Habermas ricevette a Francoforte il Premio della pace dei librai tedeschi.
All’inizio del discorso annunciò quasi con cautela che non avrebbe pronunciato una relazione «che polarizza, che fa alzare in piedi gli uni mentre gli altri restano seduti». Ma accadde esattamente il contrario. Alla fine tutta la sala si alzò per applaudirlo. Aveva detto, osserva il giornale, «tutt’altro rispetto a ciò che molti si aspettavano». Era uno dei momenti in cui la riflessione filosofica entrava evidentemente nel cuore della discussione civile europea.
“La lingua, materia originaria dell’umano”
Nel ricordo di Die Welt emerge con forza il nucleo del pensiero habermasiano. Per il filosofo tedesco «il linguaggio era l’Urstoff di tutto ciò che è umano», cioè la materia originaria della vita sociale.
Il linguaggio non è soltanto uno strumento per trasmettere idee. È la condizione stessa della convivenza. Solo attraverso il dialogo, il confronto pubblico e la forza degli argomenti può nascere una comunità politica degna di questo nome.
Da qui prende forma l’intero edificio teorico dell’“agire comunicativo”, che ha influenzato profondamente la riflessione contemporanea sulla democrazia.
Una parola conquistata
Il rapporto di Habermas con la lingua non fu soltanto teorico. Nato con una malformazione congenita al palato, dovette affrontare fin da giovane difficoltà nella pronuncia.
Per questo, nota Die Welt, parlare non fu mai per lui qualcosa di ovvio. La parola era «una capacità che doveva essere conquistata». Non solo un tema filosofico, ma una vera esperienza esistenziale.
Anche per questo il linguaggio divenne il centro della sua filosofia: la forma più alta della relazione tra gli uomini.
L’eredità di un intellettuale europeo
Con la sua scomparsa si chiude l’epoca di uno degli ultimi grandi intellettuali pubblici del Novecento. Habermas ha attraversato le svolte decisive della storia tedesca ed europea, intervenendo nel confronto sul passato nazista, sul destino dell’Europa e sul ruolo della democrazia nel mondo contemporaneo.
La sua lezione rimane legata a un principio semplice ma esigente: la politica non vive della forza, ma della ragione. E la ragione, nella vita degli uomini, prende forma nella parola condivisa.
Per leggere il testo originale
Prodi: “Se l’Europa resta divisa, il mondo sarà degli autocrati”. Oggi su Avvenire
“Nella Ue divisi scompariamo”. È il monito lanciato da Romano Prodi in un’intervista pubblicata oggi da Avvenire, il quotidiano della Cei. Di fronte al disordine geopolitico di queste settimane, l’ex presidente del Consiglio e già presidente della Commissione europea invita l’Europa a recuperare una vera unità politica.
L’allarme sull’Europa divisa
Secondo Prodi, il primo passo per tornare a essere rispettati come Unione consiste nel ricomporre il rapporto tra politica ed economia. Solo così l’Europa potrà tornare ad avere un ruolo credibile nello scenario internazionale.
In questa prospettiva, l’ex premier propone di mettere al servizio dell’intera Unione alcuni strumenti oggi nazionali, come l’arma nucleare e il diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di cui dispone la Francia. Un’ipotesi sulla quale, osserva, “da Macron è giunto un piccolo passo”.
“Il mondo in mano agli autocrati”
Prodi guarda con forte preoccupazione all’evoluzione dell’equilibrio globale. Commentando l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, osserva che “il mondo è finito in mano agli autocrati”.
Il giudizio sull’attuale leadership americana è severo: “Trump? I suoi atti non mi sembrano da liberatore dei popoli”. In questo contesto, torna di attualità – sottolinea – l’espressione usata più volte da papa Francesco, quella della “guerra mondiale a pezzi”, che descriverebbe con efficacia la frammentazione dei conflitti contemporanei.
Secondo l’ex presidente della Commissione europea, gli effetti della tensione internazionale sono già evidenti: gli Stati Uniti vendono più armi e la Russia più petrolio, mentre l’Europa fatica a definire una strategia autonoma.
Energia e scenari geopolitici
Prodi si sofferma anche sul dossier energetico, in particolare sul gas russo. Alla luce dei colloqui tra Donald Trump e Vladimir Putin, avanza un’ipotesi destinata a far discutere: non sarebbe impensabile un ritorno al gas russo, qualora nel progetto Nord Stream entrassero nuovi investitori, tra cui anche americani.
Un’eventualità che mostrerebbe, ancora una volta, quanto le dinamiche geopolitiche e quelle economiche restino strettamente intrecciate.
Difesa, Nato e il nodo della linea europea
Quanto all’utilizzo delle basi militari da parte dei Paesi europei, Prodi invita a non enfatizzare l’annuncio del premier spagnolo Pedro Sánchez. A suo giudizio, la Spagna – come gli altri Paesi membri della Nato – ha già messo a disposizione strutture logistiche analoghe.
Il problema, insiste, non è tanto questo quanto l’assenza di una vera linea comune dell’Unione europea in materia di sicurezza e politica estera.
Il giudizio su Meloni e il nodo dell’unanimità
Infine, Prodi commenta l’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Parlamento con parole lapidarie: “Verba volant”. Secondo l’ex premier, la linea del governo italiano appare molto allineata a quella di Trump. L’idea di partecipare a un eventuale “Board of peace”, osserva con ironia, avrebbe poco senso se l’Europa restasse relegata a un ruolo marginale.
Il punto decisivo, conclude, riguarda il superamento dell’unanimità nelle decisioni europee. Senza un cambiamento su questo terreno, avverte, si rischia di indirizzare l’Europa verso l’irrilevanza politica.
Il metodo democristiano? Scomparso. Da qui la crisi della politica italiana
Il metodo e il merito della politica
Il “metodo” democristiano, almeno così pare, è decisamente scomparso dall’orizzonte politico italiano. Un metodo che era strettamente intrecciato con la politica, cioè con quelle categorie che caratterizzano la qualità della democrazia.
Dalla cultura della mediazione al profondo rispetto della Costituzione; dal rispetto degli avversari, che non erano mai nemici da distruggere ma interlocutori con cui confrontarsi, al valore della sintesi; dalla centralità del Parlamento al decoro delle istituzioni. Di tutte le istituzioni democratiche.
Ma accanto al metodo c’era – eccome se c’era – anche il merito della politica. E su questo versante era il progetto politico a sventolare e a trionfare. Dalla chiarezza in politica estera al ruolo delle istituzioni, dal programma economico e sociale al governo della società attraverso gli strumenti concreti della democrazia.
Ora, senza scadere nell’esaltazione acritica ed agiografica, non possiamo non sottolineare che quel metodo – e a prescindere ancora dal merito – si è progressivamente dissolto. Le forze politiche, tanto di destra quanto di sinistra, hanno infatti rinunciato a quel preciso bagaglio politico, culturale e forse anche etico. E questo per due ragioni di fondo.
La radicalizzazione dello scontro politico
Innanzitutto perché la radicalizzazione della lotta politica da un lato e la polarizzazione ideologica dall’altro hanno definitivamente soppiantato quella “cultura del comportamento” che ha caratterizzato l’azione della Dc per quasi cinquant’anni nella vita politica del nostro Paese e che è sopravvissuta anche per alcuni lustri dopo l’avvio della cosiddetta seconda Repubblica.
Una radicalizzazione che esalta lo scontro, la demonizzazione ideologica, la fatwa moralistica e, in ultimo ma non per ordine di importanza, la delegittimazione dell’avversario. Un avversario che non è più considerato un interlocutore politico ma diventa un nemico, ritenuto per definizione non titolato a governare.
È di tutta evidenza che, di fronte a tutto ciò, saltano sistematicamente le categorie che individuano nel confronto, nel dialogo e nel rispetto la cifra essenziale per fare e declinare la politica nella società contemporanea.
L’abbandono della grammatica costituzionale
In secondo luogo, il metodo democristiano esaltava la grammatica politica costituzionale.
Al di là degli storici e incalliti detrattori di quell’esperienza – quasi tutti collocati, ieri come oggi, nella cultura politica della sinistra italiana, comunista o post comunista non fa differenza alcuna – è indubbio che la crisi della politica contemporanea si intreccia con la sostanziale rinuncia a osservare e, soprattutto, a vivere e praticare le norme, i principi e i valori costituzionali.
Al di là dell’ipocrita e moralistica genuflessione di molte forze politiche, è del tutto evidente che la distanza siderale dall’impianto costituzionale si registra concretamente nel comportamento quotidiano di molti partiti. O di ciò che resta dei partiti.
È appena sufficiente ascoltare quei tristi e squallidi “pastoni” televisivi dei vari Tg per rendersene conto.
Senza quel metodo la politica si impoverisce
Con altrettanta certezza, e senza alcuna regressione nostalgica, non si può non dire che senza il recupero di quel metodo l’intera politica italiana è destinata a convivere con i peggiori vizi che oggi la caratterizzano.
Dal trasformismo all’opportunismo, dalla radicalizzazione alla violenza verbale, dalla gestione dell’esistente all’assenza di qualsiasi visione a medio-lungo termine, dalla sostanziale negazione dei valori costituzionali al disprezzo degli amici e degli avversari.
Forse è bene pensarci prima che sia troppo tardi. Non per noi, ma soprattutto per la qualità e il futuro della democrazia italiana.
Ancora un pensiero per Enrica Bonaccorti
«La lontananza sai, è come il vento / spegne i fuochi piccoli / ma accende quelli grandi, quelli grandi». Autrice dei versi: Enrica Bonaccorti. Si tratta, lo sappiamo, del brano senza età di Domenico Modugno “La lontananza”.
Sì, Bonaccorti sapeva essere un’autrice ispirata. E, studiando il “Trattato sulla natura umana” di David Hume, quasi incredulo, trovai il motivo ispiratore del testo: «Il duca de la Rochefoucauld» (1613-1680) «ha osservato molto giustamente che la lontananza distrugge le passioni deboli, mentre accresce le forti; allo stesso modo in cui una folata di vento spegne una candela, ma ravviva un incendio. Una lontananza prolungata indebolisce naturalmente la nostra idea e diminuisce la passione: ma quando l’idea è tanto forte e vivace da sostenersi da sola, allora il dolore che deriva dalla lontananza ravviva la passione e le dà nuova forza e violenza».
Cultura alta e cultura popolare
Siamo solitamente abituati a separare con nettezza la “cultura alta” e quella “popolare”. E invece il sapere e l’arte si nutrono di una pluralità di livelli e di registri espressivi, del loro incontro, delle loro contaminazioni e intersezioni.
Enrica Bonaccorti, del resto, a cui abbiamo dato l’ultimo saluto, non trovò difficile sostituire una donna di spettacolo, vera e propria icona pop, come Raffaella Carrà nel programma del mezzogiorno di Rai1, nel cuore degli anni Ottanta.
Il rapporto con il corpo e con la vita
E poi il suo tormentato rapporto con il corpo, con la corporeità, altra dimensione costitutiva sia della cultura sia, ovviamente, della vita in generale: da alcune scelte discutibili della giovinezza all’esemplare eleganza, dignità e generosità rispetto al cancro che l’ha divorata in pochi mesi.
L’ultimo saluto, ma di certo non per dimenticarla. E mi sento di dedicarle i piccoli versi tratti dalla mia ultima silloge poetica:
“La lontananza è
come un vento impetuoso
che soffoca
il fuoco flebile
e fa divampare
gli incendi
sconfinati
della mente e
del cuore”.
Calcio, risultati Serie A: Juve quarta, oggi Milan, Como e Roma
Roma, 15 mar. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 29esima giornata di serie A dopo Udinese – Juventus 0-1
29esima giornata Torino – Parma 4-1, Inter – Atalanta 1-1, Napoli – Lecce 2-1, Udinese – Juventus 0-1, domenica 15 marzo 12.30 Verona – Genoa, 15.00 Pisa – Cagliari, 15.00 Sassuolo – Bologna, 18.00 Como – Roma, 20.45 Lazio – Milan, lunedì 16 marzo 20.45 Cremonese – Fiorentina.
Classifica: Inter 68, Milan 60, Napoli 59, Juventus 53, Roma, Como 51, Atalanta 47, Bologna 39, Sassuolo 38, Lazio 37, Udinese 36, Parma 34, Torino 33, Genoa, Cagliari 30, Lecce 27, Fiorentina 25, Cremonese 24, Verona 18, Pisa 15.
30esima giornata venerdì 20 marzo 18.30 Cagliari – Napoli, 20.45 Genoa – Udinese sabato 21 marzo 15.00 Parma – Cremonese, 18.00 Milan – Torino, 20.45 Juventus – Sassuolo, domenica 22 marzo 12.30 Como – Pisa, 15.00 Atalanta – Verona, 15.00 Bologna – Lazio, 18.00 Roma – Lecce, 20.45 Fiorentina – Inter
Calcio, risultati Serie A: Napoli a -1 dal Milan
Roma, 14 mar. (askanews) – Questi i risultati e la classifica della 29esima giornata di serie A dopo Napoli-Lecce 2-1
29esima giornata Torino – Parma 4-1, Inter – Atalanta 1-1, Napoli – Lecce 2-1, 20.45 Udinese – Juventus, domenica 15 marzo 12.30 Verona – Genoa, 15.00 Pisa – Cagliari, 15.00 Sassuolo – Bologna, 18.00 Como – Roma, 20.45 Lazio – Milan, lunedì 16 marzo 20.45 Cremonese – Fiorentina.
Classifica: Inter 68, Milan 60, Napoli 59, Roma, Como 51, Juventus 50, Atalanta 47, Bologna 39, Sassuolo 38, Lazio 37, Udinese 36, Parma 34, Torino 33, Genoa, Cagliari 30, Lecce 27, Fiorentina 25, Cremonese 24, Verona 18, Pisa 15.
30esima giornata venerdì 20 marzo 18.30 Cagliari – Napoli, 20.45 Genoa – Udinese sabato 21 marzo 15.00 Parma – Cremonese, 18.00 Milan – Torino, 20.45 Juventus – Sassuolo, domenica 22 marzo 12.30 Como – Pisa, 15.00 Atalanta – Verona, 15.00 Bologna – Lazio, 18.00 Roma – Lecce, 20.45 Fiorentina – Inter
A Roma la manifestazione per il “No sociale”: siamo più di 20.000
Roma, 14 mar. (askanews) – “Siamo più di 20 mila”, hanno detto dal palco di piazza San Giovanni gli organizzatori del corteo per il “No sociale” partito alle 15 da Piazza della Repubblica a Roma, scortato dalla polizia di Stato. Nel corteo hanno sfilato numerose bandiere dell’Usb, Potere al popolo, bandiere della Palestina, Iran, di Cuba e del Venezuela. I manifestanti hanno ribadito slogan contro il governo Meloni e contro il riarmo a livello europeo.
Risiko politica estera riaccende distinguo maggioranza su sanzioni a Putin
Roma, 14 mar. (askanews) – Il complicato risiko sulla politica estera fa riemergere differenze sull’opportunità di sanzioni alla Russia di Putin che ha invaso quattro anni fa l’Ucraina. Distinguo sulla linea di politica estera che, per una volta, non riguardano il centrosinistra – che, anche pochi giorni fa, si è presentato in aula, durante le comunicazioni della premier sull’Iran, con quattro risoluzioni diverse alla Camera e tre al Senato – ma il centrodestra. Da un lato Forza Italia e i centristi, dall’altro la Lega e, con un ruolo nel centrodestra ancora da capire, Futuro Nazionale con Vannacci. Nel mezzo il partito della premier Giorgia Meloni.
Il primo ad annusare l’aria è stato proprio il generale Roberto Vannacci, fuoriuscito con polemiche dalla Lega, e ancora vago su come il nuovo partito, Futuro Nazionale, interloquirà con la propria area di appartenenza. Nei giorni scorsi su Facebook Vannacci lo ha scritto papale: “E’ venuto il momento per l’Europa e per l’Italia di sospendere l’embargo su gas e petrolio alla Russia”. In aula alla Camera l’ha ribadito il deputato di FnV Edoardo Ziello: “Dovremmo riprendere le relazioni con la Federazione russa per pagare un prezzo del gas molto più basso”.
Oggi la presa di posizione del leader leghista Matteo Salvini, coerente con la linea che il Carroccio a sua guida ha sempre tenuto sulle sanzioni alla Russia. “Gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni nei confronti del petrolio che arriva dalla Russia e io ritengo che l’Italia e l’Europa debbano prendere in considerazione la stessa scelta pragmatica”, spiega Salvini. Ipotesi, quella che serpeggia dalle parti delle forze più euroscettiche della coalizione, a cui l’altro vicepremier, il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia Antonio Tajani, sbarra la strada: “Le sanzioni alla Russia vanno assolutamente mantenute, l’Italia è stata tra i paesi promotori per spingere Mosca a un cessate il fuoco”. Netto anche il leader centrista Maurizio Lupi: “Siamo contrarissimi ad eliminare le sanzioni sul gas russo ed al suo acquisto. L’aggressione di Putin non accenna a diminuire, anzi, si è intensificata ed ha colpito infrastrutture civili”.
E Fratelli d’Italia? Il partito della presidente del Consiglio nelle ultime ore è rimasto in silenzio. E’ vero che mercoledì scorso Meloni ha ribadito che “l’Italia continuerà a promuovere, in sede G7 e Ue, la pressione economica sulla Russia”, guardando al ventesimo pacchetto di sanzioni europee come a “un passaggio necessario”. Però questo muro contro muro tra i vicepremier rivernicia di fresco alcune vecchie tensioni, crepe che nella maggioranza ci sono sempre state sul tema. Non basterà, forse, far filtrare, come avvenuto ieri, che la posizione del governo sul Cremlino non è cambiata, per scongiurare ulteriori problemi a Giorgia Meloni sul posizionamento dell’Italia, ‘amica’ degli Usa, ma anche impegnata in un lavoro comune con l’Ue per la de-escalation di un conflitto al quale non partecipa e non vuole partecipare.
E’ invece (quasi) compatto sulla necessità di mantenere le sanzioni alla Russia tutto il fronte progressista. Il leader di Italia Viva Matteo Renzi avverte che “solo dopo che la Russia si ritirerà dal Paese che ha invaso, si potranno togliere le sanzioni. Non oggi perché l’Iran ha chiuso Hormuz”. Sulla stessa linea il Pd, Avs che con Angelo Bonelli ricorda che “le sanzioni a chi viola il diritto internazionale vanno rispettate” e +Europa con Riccardo Magi che osserva come “le scelte scellerate di Trump stiano rimettendo al centro dei giochi Putin” ma “non bisogna cedere rimuovendo le sanzioni e non bisogna farsi indebolire da un punto di vista economico”.
A rompere l’armonia ritrovata sulla politica estera ci pensa il Movimento Cinquestelle con un invito al pragmatismo che viene dalla deputata Chiara Appendino secondo la quale “bisogna rimettere sul tavolo la questione del gas russo. Non è una posizione ideologica, è una questione di sopravvivenza economica per milioni di italiani”. Su questo il leader M5s Giuseppe Conte per ora tace, ma la materia è sufficiente per rievocare, per l’ennesima volta, il redivivo asse giallo-verde.
Ucraina, la Ue ha prorogato di 6 mesi le sanzioni individuali
Roma, 14 mar. (askanews) – Il Consiglio europeo ha deciso oggi di prorogare per ulteriori sei mesi – fino al 15 settembre 2026 – le misure restrittive rivolte a coloro che sono responsabili di minacciare o compromettere l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina.
Le misure individuali – si legge in una nota – continueranno ad applicarsi a circa 2.600 persone e entità, colpite in risposta all’aggressione militare ingiustificata e non provocata della Russia contro l’Ucraina. Le attuali misure restrittive comprendono restrizioni di viaggio per le persone fisiche, il congelamento degli asset e il divieto di mettere a disposizione fondi o altre risorse economiche alle persone e entità inserite nella lista.
Nel contesto della revisione delle sanzioni, il Consiglio – si legge ancora – ha anche deciso di non rinnovare l’inserimento di due individui e di rimuovere cinque persone decedute dalla lista.
Dopo il 24 febbraio 2022, in risposta all’aggressione militare della Russia contro l’Ucraina, l’Unione Europea ha ampliato massicciamente le sanzioni contro la Russia con l’obiettivo di indebolire significativamente la base economica della Russia, privarla di tecnologie e mercati critici e ridurre notevolmente la sua capacità di condurre la guerra.
Come affermato nel testo sostenuto da 25 Capi di Stato o di Governo in occasione del Consiglio europeo del 18 dicembre 2025, l’Ue riafferma il suo continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini riconosciuti a livello internazionale. L’Ue continuerà a fornire, in coordinamento con partner e alleati affini, un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico completo all’Ucraina e al suo popolo.
L’Ue – conclude la nota – resta determinata a mantenere e aumentare la pressione sulla Russia affinché fermi la sua brutale guerra di aggressione e si impegni in negoziati significativi per la pace.
Rugby, l’Irlanda travolge la Scozia e spera nel Sei Nazioni
Roma, 14 mar. (askanews) – L’Irlanda travolge la Scozia 43-21 all’Aviva Stadium di Dublino e riapre la corsa al titolo del Sei Nazioni 2026. La squadra guidata da Andy Farrell conquista anche il punto di bonus offensivo grazie a sei mete e si porta momentaneamente in testa alla classifica, in attesa del decisivo Francia-Inghilterra che determinerà il vincitore del torneo.
Gli irlandesi indirizzano la partita già nel primo tempo, chiuso avanti 19-7, con una prestazione solida e concreta. Nella ripresa la Scozia prova a restare in partita ma cede progressivamente alla maggiore intensità dei padroni di casa, che allungano fino al 43-21 finale.
Tra i protagonisti dell’incontro le mete di Jamie Osborne, Dan Sheehan e Robert Baloucoune, con Tommy O’Brien autore di una doppietta nel finale che chiude definitivamente i conti. Gli scozzesi rispondono con Russell e Darge ma non riescono a contenere il ritmo dell’Irlanda.
Il successo consente all’Irlanda di conquistare anche la Triple Crown – il riconoscimento assegnato alla nazionale britannica o irlandese che batte le altre tre del gruppo – e di restare in corsa per il titolo, che dipenderà dal risultato della sfida serale tra Francia e Inghilterra.
Se l’Inghilterra dovesse battere i francesi a Parigi, il Sei Nazioni 2026 andrebbe proprio all’Irlanda.


















































