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Prove di dialogo. Lo Speciale Ucraina dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

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Vertice a Roma, tra Stati Uniti e Cina, mentre Kiev e Mosca continuano a negoziare. Prime evacuazioni di civili da Mariupol. L’analisi dell’ISPI.

 

Paolo Magri

Proseguono senza sosta i bombardamenti russi in Ucraina, entrata nel 19esimo giorno di guerra. Da Leopoli a Kharkiv e da Kiev a Mariupol, ormai più nessuna città è risparmiata dal fuoco dell’artiglieria e dai raid dellaviazione russa che colpiscono indiscriminatamente obiettivi militari e civili. Nel fine settimana colpi di obice hanno centrato un treno carico di civili in fuga a Lymar, nell’est del paese, mentre i bombardamenti hanno raggiunto diversi condomini a Chernihiv, nel nord, e a Kiev. Il conflitto è arrivato a pochi chilometri dai confini della Nato, dove le bombe di Mosca hanno colpito un centro di addestramento a Yavoriv, non lontano dalla frontiera con la Polonia.

 

Il bilancio è di 35 morti tra cui diversi stranieri arrivati per arruolarsi e combattere con la resistenza ucraina. Ucciso nel corso di uno scontro a fuoco, la cui dinamica è ancora da chiarire, Brent Renaud giornalista e documentarista americano, che si trovava in Ucraina per raccontare il
conflitto. Deceduta anche la giovane donna incinta colpita giorni fa nel bombardamento di un ospedale pediatrico a Mariupol. Neanche il bimbo che portava in grembo è sopravvissuto.

 

Nonostante la retorica trionfalista, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha messo in guardia la Nato: “Senza una no-fly zone è solo questione di tempo prima che un missile russo cada sul territorio dell’Alleanza atlantica”. La diplomazia intanto è al lavoro nel tentativo di raggiungere un cessate il fuoco. Oltre ai colloqui in video conferenza fra Ucraina e Russia, gli occhi del mondo sono puntati su Roma, dove è in corso il vertice Usa-Cina fra il consigliere alla Sicurezza nazionale americano Jack Sullivan e il capo della diplomazia del Partito comunista cinese Yang Jiechi.

 

Diplomazia di guerra?

Alla vigilia di un incontro ritenuto cruciale per gli equilibri del conflitto, il Financial Times ha riferito che Mosca avrebbe chiesto alla Cina equipaggiamento militare per portare avanti l’invasione dell’Ucraina. Funzionari americani hanno chiarito che l’amministrazione americana “osserverà con attenzione” la risposta di Pechino e lo stesso Jake Sullivan ha avvertito che “ci saranno conseguenze” se Pechino sosterrà Mosca. “Ci assicureremo che né la Cina, né nessun altro, possa compensare la Russia per le perdite” dovute alle sanzioni, ha aggiunto Sullivan.

Secca la smentita della Cina che, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, ha bollato la notizia come parte della propaganda di “disinformazione” dagli Stati Uniti. Zhao ha ribadito l’opposizione di Pechino alle “sanzioni unilaterali”, aggiungendo che la Cina salvaguarderà risolutamente i diritti delle sue imprese.

Finora Pechino si è presentata come un attore neutrale nella crisi ucraina, anche se si è rifiutata di condannare formalmente la Russia per aver invaso il paese e il presidente Xi Jinping non ha finora mostrato alcun segno di voler esercitare pressioni sull’omologo russo Vladimir Putin. I due leader si erano incontrati a Pechino in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali a febbraio quando avevano definito la loro amicizia “senza limiti”.

Via da Mariupol?

Per la prima volta dall’inizio dell’assedio, diverse auto private sono state in grado di lasciare Mariupol. Lo ha reso noto il consiglio comunale in un post su Telegram secondo cui sono 160 i veicoli che hanno lasciato la città lungo il corridoio umanitario che si dirige verso Berdyansk, occupata dai russi. Finora tutti i tentativi di evacuare i civili bloccati a Mariupol – che prima dell’assedio contava circa 400.000 abitanti – erano falliti a causa dei continui bombardamenti russi. In città mancano luce ed acqua da oltre dieci giorni e per sopravvivere e curarsi gli abitanti hanno iniziato a saccheggiare negozi e farmacie. Fonti del governo ucraino ritengono che dall’inizio dell’invasione russa sarebbero almeno 2500 le vittime dei bombardamenti sulla città, il cui controllo è ritenuto fondamentale perché collega la penisola di Crimea ai territori separatisti del Donbass. Nel resto del paese non va molto meglio e circa un milione di persone è senza elettricità, secondo la società pubblica ucraina per l’energia atomica, Energoatom. Inoltre, stando ai dati diffusi dal ministro della Sanità ucraino, Viktor Lyashko, sono finora 63 gli ospedali danneggiati, 5 i medici uccisi e più di 10 quelli gravemente feriti. Quanto ai profughi, la conta aggiornata dell’Alto commissariato Onu è di 2,8 milioni di anziani, donne e bambini in fuga dal paese.

 

Paolo Magri è il Vice Presidente dell’ISPI

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-prove-di-dialogo-34127#g2

Nuova ondata di contagi minaccia la politica ‘zero-Covid’ di Pechino.

 

I casi in Cina hanno raggiunto livelli record dalla fine dell’isolamento di Wuhan due anni fa. Migliaia di infezioni in tutto il Paese. Molte città sono in lockdown, compresa la megalopoli di Shenzhen. Situazione a Hong Kong fuori controllo.

 

John Ai – AsiaNews

 

Il Covid-19 si diffonde rapidamente in tutta la Cina e le autorità sanitarie hanno segnalato più di 3mila contagi nel fine settimana, compresi gli asintomatici. Il numero di infezioni ha raggiunto il massimo storico da quando due anni fa era entrata in lockdown Wuhan (Hubei), da dove è emersa la pandemia.

 

Nel sud del Paese, la megalopoli di Shenzhen, vicina a Hong Kong, ha annunciato la chiusura dopo aver registrato 66 nuove infezioni il 12 marzo. Il sistema di trasporto pubblico cittadino è sospeso, e i residenti non sono autorizzati a lasciare la città senza permesso. Le autorità locali hanno annunciato che tutti i residenti dovranno effettuare tre test diagnostici ciascuno nei prossimi giorni.

 

Lockdown introdotto anche a Shanghai, dove ieri si sono avuti 41 casi di contagio e diverse aree residenziali sono ora isolate. Molte università hanno sigillato i campus, con studenti e insegnanti che devono rimanere al loro interno. Per le scuole elementari e superiori si seguono invece corsi online. Tutte le stazioni locali di autobus a lunga distanza sono chiuse e le autorità cittadine hanno iniziato massicci test della popolazione.

 

Dallo scoppio della pandemia due anni fa, Shanghai ha adottato in questi due anni un approccio più flessibile e diverso dalla rigida politica “zero-Covid” del governo centrale, con l’intento di ridurre al minimo l’impatto sull’economia. L’amministrazione locale ha esaltato il suo approccio di “prevenzione e controllo precisi”, che ha evitato l’isolamento massiccio e la quarantena, e ha bilanciato prevenzione dell’epidemia e protezione dell’economia.

 

Nella provincia settentrionale di Jilin il 12 marzo si sono contate più di 2mila infezioni. Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, le autorità locali progettano di costruire tre ospedali di fortuna con 10mila posti letto. Moltissimi casi si sono avuti alla Jilin Agricultural Science and Technology University. L’ateneo è accusato di aver nascosto l’epidemia e di aver gestito male la situazione: gli studenti sono stati messi in quarantena nella biblioteca e nelle aule, e hanno dormito sui banchi. Essi si sono lamentati per la mancanza di cibo e di beni di prima necessità. Dopo la segnalazione della statale CCTV , 6mila studenti dell’università sono stati trasportati nelle strutture di quarantena designate dal governo.

 

Per gli scarsi risultati negli sforzi di prevenzione, le autorità del Guangdong e di Jilin hanno licenziato diversi funzionari. La variante Omicron, altamente contagiosa, rappresenta una grande sfida per la politica zero-Covid. Negli ultimi due anni, le autorità cinesi hanno adottato misure di lockdown, quarantena e massicci test con tamponi per combattere il virus: una strategia che il vice premier cinese Sun Chunlan ha ribadito sarà conservata di fronte all’impennata delle infezioni.

 

Considerando l’enorme costo dell’isolamento e i lievi sintomi di Omicron, alcuni specialisti medici cinesi suggeriscono che la coesistenza può essere un’opzione accettabile. Smentendo Sun, Zeng Guang, un funzionario della Commissione sanitaria nazionale, ha detto che la politica zero-Covid non rimarrà invariata. Le autorità hanno approvato cinque kit di test antigenici da utilizzare in modo autonomo: una mossa che non aderisce strettamente alla politica zero-Covid.

 

Nel frattempo a Hong Kong i contagi non si fermano: la città ha il tasso di mortalità più alto del mondo sviluppato. Il governo cittadino ha seguito tutte le raccomandazione di Pechino, introducendo l’approccio zero-Covid, ma finora senza riuscire a fermare i contagi. Filmati online mostrano che gli obitori cittadini sono strapieni e i corpi sono ammassati nelle corsie. Il South China Morning Post sostiene che il governo di Hong Kong è “impreparato e disorganizzato” e che i fallimenti nella gestione dell’emergenza sanitaria minano in modo ulteriore la sua credibilità.

Adesso può nascere una (vera) coalizione di governo. Non più soluzioni abborracciate: peserà molto la politica estera.

Pixabay

 

È destinata a diventare centrale nella costruzione di un progetto politico e di governo. Parliamo della politica estera. In questi anni è stata una semplice appendice del progetto di ogni partito e delle stesse coalizioni. Dunque, anche per questo le coalizioni posticce e raccogliticce che abbiamo conosciuto sino ad oggi finiranno per  saltare.

 

 

Giorgio Merlo

 

L’evento bellico, ovvero la guerra di invasione della Russia, avrà ricadute politiche gigantesche a livello internazionale, europeo e anche a livello nazionale. Se a livello sovranazionale la guerra accelera un nuovo equilibrio mondiale tra i vari stati e, all’interno di questo scenario, della “mission” della stessa Europa nello scacchiere mondiale, è indubbio che questa situazione rimette in discussione gli stessi equilibri politici di casa nostra. E, al riguardo, saranno almeno 3 gli elementi decisivi destinati a cambiare anche la politica italiana.

 

Innanzitutto è destinato a tramontare definitivamente la malapianta del populismo. Cioè della sub cultura che ha dominato in modo incontrastato gli ultimi anni della politica italiana. Sia sul versante grillino e sia su quello leghista di marca salviniana. Ma è soprattutto il grillismo che è destinato ad essere definitivamente ed irreversibilmente archiviato. Una prassi politica che ha spazzato tutto ciò che storicamente ha caratterizzato il cammino della democrazia italiana e che ha dimostrato il clamoroso fallimento della cosiddetta ricetta grillina fatta di qualunquismo, anti politica, demagogia, giustizialismo manettaro, inadeguatezza della classe dirigente, improvvisazione ed azzeramento delle culture politiche. Il tutto condito da una politica che si è limitata esclusivamente a rincorrere gli avvenimenti senza avere dimostrato la minima capacità di guidare e di indirizzare politicamente la società. Esaurito, perchè fallito, il populismo è del tutto ovvio che ritorna la politica con i suoi istituti e le sue categorie.

 

In secondo luogo la politica estera è destinata a diventare centrale nella costruzione di un progetto politico e di governo. Politica estera che in questi anni è stata una semplice appendice del progetto di ogni partito e delle stesse coalizioni. Salvo il battutismo effimero e quotidiano che era e resta la cifra distintiva prediletta per ogni partito quando si tratta di affrontare i grandi nodi della politica internazionale e degli stessi equilibri europei. Ecco, d’ora in poi la politica estera ritorna ad essere la ragione discriminate e decisiva per dar vita alle alleanze politiche ed elettorali.

 

In ultimo, probabilmente sono destinate a saltare quelle coalizioni posticce e raccogliticce che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Ovvero, coalizioni dettate dall’odio nei confronti del “nemico”. In particolare da parte della sinistra dove la “minaccia fascista” viaggia a corrente alternata a seconda dei mesi e delle stagioni meteorologiche. Ma anche e soprattutto sul versante del centro destra le novità sono all’ordine del giorno. Come possano, ad esempio, ancora convivere profili moderati e liberali con le spinte sovraniste e tardo populiste resta un mistero della politica italiana dettato esclusivamente dalla volontà di differenziarsi dalla sinistra. Ma non saranno più le alleanze posticce a dettare le condizioni per la nuova fase politica che si apre anche per il nostro paese. E quindi ci si deve attrezzare. E quindi, e a maggior ragione, la sfida riguarda e coinvolge anche e soprattutto noi centristi di ispirazione popolare, sociale, cristiana e democratica.

Conflitto Russia-Ucraina: alcune osservazioni sotto il profilo delle ricadute economiche e finanziarie.

Rudi Bogni
Rudi Bogni

 

Il tema degli ‘oligarchi’ e delle sanzioni a loro carico interessa i media, la politica e la pubblica opinione, ma non è tale da poter veramente influire sul corso della guerra. Più interessanti sono le ricadute della guerra e delle sanzioni comminate dal mondo occidentale sulla Russia, sui mercati finanziari e la vita dei cittadini

 

 

Francesco Provinciali

 

Una interessante videoconferenza promossa dal Bristol Talk (TRC Bologna) e condotta da Lorenzo Benassi Roversi ha proposto il tema dell’invasione dell’Ucraina, osservato dal punto di vista dell’Europa. Ospiti illustri il teologo Vito Mancuso, il politologo Gianfranco Pasquino e l’economista ed esperto finanziario Rudi Bogni. In questa sede, tra i temi trattati vorrei riproporre particolarmente le considerazioni di natura economica e finanziaria.

 

Secondo Bogni — che vive da anni nella City e si divide tra Londra e Basilea — il tema degli ‘oligarchi’ e delle sanzioni a loro carico è un problema di interesse per i media, la politica e la pubblica opinione, ma non tale da poter veramente influire sul corso della guerra. Più interessanti sono le ricadute della guerra e delle sanzioni comminate dal mondo occidentale sulla Russia, sui mercati finanziari e la vita dei cittadini, in ordine alle preoccupazioni finanziarie.

 

Le riserve della Banca Centrale russa sono circa 600 e più miliardi dollari equivalente, di cui la metà in titoli e obbligazioni occidentali, 150 miliardi sono invece con banche dell’Occidente, il 20% in oro depositato materialmente in Russia ed il resto in valuta cinese. Bloccata sul fronte dell’Occidente, quello che la Russia può fare è continuare ad esportare gas e petrolio: il petrolio più facilmente e con maggiore resa, il gas con minori introiti. Ma anche queste fonti di entrate potrebbero essere bloccate. Così, se entro un anno Putin non avrà concluso la faccenda con l’Ucraina e le diplomazie internazionali e se non si configurerà una soluzione allo stato di belligeranza, l’ipotesi di una bancarotta finanziaria della Russia diventa altamente probabile. Ne conseguirebbe uno scenario di un allargamento mondiale del conflitto e della guerra nucleare in cui Putin gioca il tutto per tutto.

 

L’Italia importa 17 miliardi equivalenti di petrolio: sul fronte europeo conta chi compra, quali rischi corre. Ma se il flusso delle vendite russe in Europa si fermasse avremmo dei problemi noi, ma li avrebbe anche la Russia che non potrebbe contare sulle entrate finanziarie per far fronte alle spese correnti di funzionamento dello Stato, per le spese militari e per l’economia del Paese. Questa situazione in atto – acquisto di gas e petrolio ad es. – impone continue revisioni di scelte, si può dire minuto per minuto. Ci sono in assoluto due fondamentali problemi di cui ogni Governo si deve preoccupare: l’approvvigionamento di cibo per la sua popolazione e l’approvvigionamento delle fonti di energia. Un cambiamento in atto c’è già ma si imporrà tassativamente per il futuro.

 

Un altro problema riguarda l’organizzazione della guerra moderna, che è basata soprattutto su logistica e software. Per questo un esercito europeo senza gli USA non esiste ad oggi. Si può contare sugli americani fino a quando il loro interesse permane sul fronte europeo. Per 75 anni abbiamo contato su questo appoggio: difficile che venga meno, anche se le preoccupazioni degli USA sono volte più sul versante del Pacifico già dai tempi di Obama.

 

Quanto al nostro PNRR esso ha un legame che riconduce ad una progettazione europea, ma il tema ecologico non si sa se sia ancora programmabile o se sia velleitario: tutto adesso è rimesso in gioco, in Gran Bretagna se ne sta già riparlando, ovvero si sta rivedendo alle radici il piano della transizione ecologica. Se guardiamo agli USA il fatto saliente è che le più grandi società multinazionali hanno fatto contratti a termine per l’acquisto di energia sostenibile. Questo è positivo in quanto potrà aiutare a far diminuire i costi dell’energia verde, limitando parzialmente l’impatto dell’aumento dei costi di gas e petrolio.

 

Conclude Rudi Bogni: “Bisogna infine — e ci tengo a sottolinearlo — essere sensibili e attenti alla resistenza del popolo ucraino: stanno combattendo la nostra guerra e gli stiamo dando troppo poco”.

Mosca, il mito della Terza Roma e l’eresia occidentalista. Un saggio, vecchio ma attuale, di Del Noce.

Flickr

 

Augusto Del Noce scriveva sul n. 22-23 del 30 settembre 1970 della rivista “L’Europa”, diretta da Angelo Magliano, un lungo articolo – o meglio un saggio – intitolato “La morte del sacro”. Nella prima parte, che qui proponiamo all’attenzione dei nostri lettori, il filosofo metteva a fuoco la storia della traslazione del mito della Terza Roma da Costantinopoli a Mosca. La Russia di cui egli parlava era ancora la Russia comunista, ma anche oggi, seguendo il ragionamento di Del Noce, possiamo scorgere i tratti di quella “mentalità imperiale” che domina la coscienza del popolo russo.

 

Redazione

 

Leggo nel bellissimo libro di Manuel García Pelago che il monaco Filoteo di Pjkov, inventore sullo scorcio del XV secolo del mito di “Mosca terza Roma” dopo Roma cattolica e Roma bizantina, è stato insignito, ormai da parecchi anni dagli storici sovietici dell’appellativo di “progressista”. Che cosa c’è di strano, si dirà? Non c’è ragazzo che non sappia a memoria tutti i possibili discorsi sull'”imperialismo russo”. Non c’è intellettuale che non ripeta che siamo ormai nell’epoca dell'”homo progressivus” e che il segno della maturità è la “demitizzazione”.

 

Il ritardo storico della Russia starebbe nell’essere ancora in parte prigioniera dei miti. Sarebbe invece opportuno che gli adulti imparassero, magari dal libro ora citato, che la coscienza mitica non è solamente un residuo della coscienza originaria, sopravvissuta al dominio del pensiero razionale, ma qualcosa di così necessario all’essere umano per incontrarsi e orientarsi nel mondo dello stesso pensiero razionale; che il mito si incontra necessariamente nella discesa della coscienza religiosa alla realtà politica, come unione del naturale e del soprannaturale dovuta all’intervento di una forza celeste; che l’idea della città santa quale centro ordinatore è quindi essenziale all’affermazione del sacro come realtà; che questa fu l’origine del mito di Roma, sorto nella coscienza pagana per cui “Roma è una teofania, è la rivelazione del potere divino della storia, potere che non si manifesta in un ordine naturale, né primordialmente in un ordine morale, ma in un ordine politico” e successivamente cristianizzato “il suo destino essendo segnato sin dalle origini da una specie di ierofania; è la mediatrice tra l’ordine cosmico e l’ordine umano; è strumento di salvezza giacché Roma pur non essendo una divinità, è mezzo o agente della divinità; è l’unica forma politica coincidente con la struttura divina del mondo; è l’instauratrice della pace politica; è la trasformatrice della pluralità in unità” (pp. 110-113); che non diversa fu l’origine del mito di Mosca come “Terza Roma”, perché, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 e la definitiva liberazione del vassallaggio rispetto ai mongoli nel 1480, Mosca poté considerarsi erede di Bisanzio, pretendente perciò ad un impero ecumenico, in opposizione all’Occidente.

 

Siamo così davanti al massimo dei paradossi della storia presente: mentre l’ateismo ufficiale russo “custodisce” un mito espressamente sacrale che non può, quali che siano le

intenzioni governanti, non portare le tracce delle sue origini e non esercitare un’azione che sia loro conforme, l’Occidente, ufficialmente almeno, non ateo non sa contrapporglisi che nella forma di democrazia “vuota del sacro”. Chi ancora, in Occidente, pensa all’unità del religioso e del politico? A dir la verità, qualcuno c’è. Così ho sott’occhio un eccellente scritto, che ha il merito di dissociare completamente con una dimostrazione definitiva

la causa di Savonarola da quella dei contestatori-progressisti-demitizzanti (P.Giacinto Scaltriti, o.p., Savonarola, il vero contestatore, Torino, Borla, 1970; cfr. soprattutto, pp. 67, 75) è messo in luce come al centro del pensiero del Savonarola e della sua lotta contro Alessandro VI sia proprio quest’idea della assimilazione della romanità alla divinità della Chiesa di Cristo, non nel senso di un’affermazione temporalistica, ma esattamente del suo inverso. Ma si tratta di mosche bianche. Resta fuori discussione il fatto che la Russia rappresenta la difesa di quanto ancora resta nel campo politico della mentalità sacrale. Questa difesa può limitarsi al campo politico? O invece bisogna cercare qui le ragioni del rifiorire, attestato da tanti osservatori, della religiosità in Russia; del fatto che la Chiesa ortodossa sia stata la meno (o per nulla affatto) incrinata dal nuovo modernismo; che teologia della secolarizzazione e della morte di Dio non vi abbiano avuto eco; che le facoltà di teologia russe siano le più tradizionali, e per quel che si sente dire, anche le più rigorose nel loro insegnamento? Mentre in Europa che, per dir la verità, si è in questo accodata all’America, ma a una America che ha fortemente recepito nell’ultimo quarto di secolo l’influenza di intellettuali europei, così che anche nella cultura media la tradizionale mentalità puritana ha subito una scossa decisiva, ha creduto di rinnovarsi adottando i modi della civiltà del benessere, unico fine politico-sociale, libero poi chiunque di credere che questo benessere continui o si accresca in un oltremondo (ma, di fatto, chi ci pensa più?) sarebbe facile dimostrare come un completo trionfo, che però è impossibile, di una civiltà siffatta, porterebbe alla fine di ogni fede o speranza nell’al di là.

 

Che luce può venire da queste constatazioni nei riguardi della situazione politica presente? Contrariamente a quel che ordinariamente si pensa, ancor oggi è il “principio sacrale che trionfa”. Questa la ragione per cui la Russia è rimasta ancora sostanzialmente indenne da quel processo di autodissoluzione che travaglia, senza eccezione, i paesi europei, e, sia pure in diversa forma, gli stessi Stati Uniti.

Da Largo Argentina a “Via Mejo de gniente”: piccole grandi storie di cultura e genialità capitolina.

 

Il libro A Roma di notte le fontane si muovonodi Paolo Fallai, firma del Corriere della Sera, illustra settantacinque ritratti di luoghi pieni di curiosità e di sorprese che solo la Città Eterna può riservare. La recensione è tratta dall’Osservatore Romano del 12 marzo.

 

Alberto Fraja

 

Quanti romani sono convinti che il Teatro Argentina deve il suo nome alla piazza su cui si affaccia dal 1732? Probabilmente tutti. E invece no. Il nome viene da una torre del XVI secolo, appartenente a un vescovo che si firmava «episcopus argentinus», dal nome della sua città natale, Argentoratum, l’attuale Strasburgo.

 

Via Piccolomini è una strada romantica e maestosa vicina a villa Pamphili, famosa in tutto il mondo per la prospettiva della cupola di San Pietro e l’illusione ottica che la mostra più grande via via che ci si allontana e più piccola via via che ci si avvicina. Bene. Molti quiriti penseranno che tale strada sia intitolata ad Enea Silvio Piccolomini, Pio II, uno dei più grande papi della storia della Chiesa. Il pontefice, per dirne una, che trasformò il piccolo borgo della val d’Orcia, Corsignano, dove era nato, nella stupefacente Pienza, la “città ideale” secondo i canoni architettonici e urbanistici del Rinascimento. Sbagliato. La strada di cui sopra è dedicata a Nicolò Piccolomini, attore per passione e pilota di aerei militari controvoglia, ucciso il 20 gennaio 1942 nel cielo di Napoli, durante la sua prima missione. Al grande pontefice eponimo è intitolata soltanto una minuscola stradina di una cinquantina di metri alle spalle della pineta Sacchetti.

 

Procediamo. Via Merulana 219 è un «non luogo». Andare a cercare lì il palazzo del «pasticciaccio brutto» raccontato da Carlo Emilio Gadda, è un’avventura. Al civico 219 non c’è il «palazzo dell’oro e dei pescecani» descritto dal geniale scrittore milanese. Nel 1997, il Comune volle apporre una targa per ricordare il gran lombardo e il «capolavoro della letteratura del ‘900». Solo che quella insegna venne incastonata duecento metri più su, all’altezza del civico 268, tra largo Brancaccio e Santa Maria Maggiore, su un palazzetto intristito dalla coscienza di essere il più basso di tutta via Merulana.

 

Quelli fin qui illustrati, sono solo alcuni dei settantacinque ritratti di luoghi pieni di curiosità e di sorprese che solo una città come Roma può riservare. Li ha rinvenuti prima e raccolti poi in uno stimolante volume dal titolo fantasy “A Roma di notte le fontane si muovono” (Solferino, 240 pagine, 16 euro) Paolo Fallai, firma del Corriere della Sera. Fallai, attraverso una precisa ricognizione della storia materiale e topomastica dell’Urbe, smonta convinzioni che sembravano acquisite per sempre. Svela segreti e fornisce notizie e particolari inediti di cui in pochi avevano contezza. Racconta insomma le cose accadute e quelle che sarebbero potute accadere di una Capitale magica, che non smette mai di sorprendere. Cogliamo ancora fior da fiore dal libro.

 

«Al numero civico 12 di via della Mercede una epigrafe posta nel 1898 ricorda col giusto orgoglio: “Qui visse e morì Gianlorenzo Bernini sovrano dell’arte” — scrive l’autore —. Sarebbe stata perfetta se solo avessero aggiunto: «qui accanto». Perché il palazzo su cui è messa venne senz’altro acquistato dal sommo artista al culmine del suo successo. Ma Gianlorenzo Bernini ha vissuto, lavorato ed è morto qualche metro più in là, nel palazzo vicino, al civico numero 11».

 

Rimanendo in tema, c’è da sapere che la casa romana dove Michelangelo visse per oltre 50 anni e dove morì il 18 febbraio 1564 non esiste più. L’abitazione fu demolita all’alba del Novecento per far posto al monumento a Vittorio Emanuele II e alla nuova geometria di Piazza Venezia. Si è salvata solo la facciata, ricostruita, smontata e perfetta per «coprire» un deposito dell’acquedotto al Gianicolo.

 

E che dire delle splendide fontane romane di cui al titolo? Per esse non c’è stata mai pace: concepite per essere collocate nel luogo tale, sono state smontate per essere rimontate nel luogo tal’altro un’infinità di volte. Qualche esempio? Quella che Carlo Maderno progettò per il rione Borgo è finita in Corso Rinascimento. La Terrina di Campo de’ Fiori non stava dove la vediamo, si è dovuta spostare per lasciare spazio alla statua di Giordano Bruno. Ed è solo una copia. L’originale è in piazza della Chiesa nuova, vicino alla statua di Pietro Metastasio che doveva essere collocata a San Silvestro ed è finita lì, «con l’espressione ancora perplessa».

 

Finiamo con una chicca. A Ponte di Nona, ben oltre il raccordo anulare, dietro le pressanti richieste degli abitanti, venne aperta nel 2010 una piccola strada che consentiva di risparmiare un giro immenso ai residenti per raggiungere i servizi. Mentre il Comune pensava a come chiamarla, i residenti le dettero il nome “Via mejo de gnente” con tanto di targa stradale. Sono geniali questi romani.

Mons. Kulbokas, nunzio in Ucraina: “Le bombe cadono ovunque”. Anche la Nunziatura potrebbe essere attaccata?

 

Il racconto da Kiev, città tra le più bersagliate dagli attacchi russi. Non possiamo parlare in anticipo ma se dovessimo essere colpiti, significa che la guerra colpisce non solo lUcraina, ma anche la Santa Sede”. Riportiamo una sintesi dell’intervista del Nunzio raccolta da M. Chiara Biagioni per AgenSIR.

 

Redazione

 

“Sì, i bombardamenti si stanno intensificando, si stanno avvicinando al centro della città. Si capisce che stanno facendo dei tentativi ma non abbiamo notizie precise. Sono 16 giorni che stiamo sotto i bombardamenti. Se dovessimo seguire ogni allerta, dovremmo passare quasi tutto il tempo nel sotterraneo e ci sono altre priorità in questo momento, ci sono situazioni umanitarie da seguire e questioni di lavoro da fare”. Insomma, la vita in nunziatura a Kiev va avanti. Raggiunto telefonicamente dal Sir, è il nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas, ad aggiornare della situazione nella capitale.

 

 

Purtroppo, anche da altre città, come Irpin, arrivano notizie di macerie e cadaveri, sembra un massacro.

Sì, anche a Mariupol. Ci sono città senza luce, senza riscaldamento, senza gas. Come può l’umanità accettare una guerra in cui un bambino, di 1 o 5  mesi, anche se non è colpito direttamente da una bomba, è obbligato a stare al freddo, senza la luce? Come si può trovare una ragione per una guerra di questo tipo? Come può una guerra così continuare? Per non parlare di quelli che sono già caduti, che sono stati uccisi. Ci sono sacerdoti che stanno dentro i bunker e non possono uscire. So che a Irpin c’è un sacerdote bloccato. Immaginiamo cosa può succedere quando finiranno le scorte di acqua e di cibo.

Noi, qui in nunziatura, fino adesso abbiamo ancora luce e riscaldamento. Siamo in una situazione abbastanza buona, ma non sappiamo cosa succederà. Così come non sappiamo cosa succederà a tutta la città di Kiev.

 

Avete paura?

Ci sono due aspetti. Il primo è che, pensando in quale situazione ci troviamo, è normale avere paura. Abbiamo paura perché vediamo che le bombe cadono ovunque: cadono sulle case, sugli orfanotrofi, sulle scuole, sulle chiese. Certo, anche qui a Kiev non possiamo escludere del tutto questa possibilità. Anche la nunziatura può essere rasa al suolo. Non possiamo parlare in anticipo ma se dovessimo essere colpiti, significa che la guerra colpisce non solo l’Ucraina, ma anche la Santa Sede.

 

Ogni giorno è sempre peggio. Il Consiglio panucraino delle Chiese ha chiesto che la Bielorussia non venga coinvolta nel conflitto. Gli allarmi stanno suonando anche a Leopoli.  C’è il rischio che il conflitto si allarghi. Quale lappello?

Il Consiglio panucraino delle Chiese ha lanciato questo appello ma ha anche proposto nei giorni scorsi una preghiera per l’unità e per chiedere al Signore che ci conceda la pace. Ripeto, non è possibile una guerra così, non c’è modo di spiegarla e di motivarla con nessuna ragione”.

La guerra e l’Europa: è l’ora della politica. Merlo dice…

 

Non è più il tempo dell’improvvisazione e della casualità. Avere, oggi, una classe dirigente adeguata, preparata e riconosciuta a livello europeo ed internazionale non è un lusso per il nostro paese, ma un dovere politico e culturale

Giorgio Merlo

Nessuno sa e nessuno conosce l’epilogo della guerra fra la Russia e l’Ucraina. E, soprattutto, nessuno conosce quali potranno essere gli esiti collaterali di questo violento e cruento conflitto dopo l’invasione russa del territorio ucraino. Per il momento l’unico auspicio resta quello di augurarsi la fine, il più presto possibile, di questa drammatica guerra.

 

Detto questo, però, è giunto il momento affinché adesso prendano il sopravvento alcuni caposaldi che hanno storicamente caratterizzato la politica italiana. E che, purtroppo, in questi ultimi anni si sono dissolti dopo la vittoria e l’irruzione del populismo grillino nel nostro paese che ha continuato a spazzare quasi tutti gli ingredienti che qualificano e nobilitano la politica. Da una classe dirigente qualificata all’importanza delle culture politiche, da una adeguata cultura di governo al senso dello Strato e al rispetto delle istituzioni democratiche, da una conoscenza degli scenari internazionali ad una capacità di guidare e di governare gli avvenimenti che si presentano a livello nazionale ed internazionale senza limitarsi ad inseguirli. Tutto ciò è stato sacrificato sull’altare di un populismo becero e qualunquista che ha contagiato molte forze politiche.

 

Basti pensare che un partito governista e di potere come il Partito democratico continua ad individuare nel partito di Grillo l’alleato più solido e più granitico per costruire un progetto politico e di governo a lungo termine. Ogni ulteriore commento è persin superfluo. Ma un conflitto bellico che può, dopo molti decenni, investire tutta l’Europa – seppur in forme nuove e con diverse modalità – e alla vigilia di un “nuovo ordine mondiale” come viene ormai comunemente definita da tutti gli osservatori, richiede un risveglio della politica, della sua mission, della sua funzione, della sua capacità di relazione e di progettazione del futuro. E un paese come l’Italia non può ritrarsi da questa responsabilità per il ruolo storico che ha giocato nello scacchiere europeo ed internazionale per decenni da un lato e, dall’altro, perchè resta un paese fondamentale per tutto l’Occidente. Certo, negli ultimi anni questo ruolo si è alquanto appannato e il fatto, oggi, di avere come titolare della Farnesina il grillino Di Maio è la sintesi quasi perfetta di questa situazione di decadimento e di scarsa se non nulla credibilità della politica.

 

Ora, però, si apre una nuova pagina. Per tutti. A cominciare dall’Italia. E il nostro paese non può che riprendere una nuova e forte iniziativa politica a tutto campo. Nello scenario europeo innanzitutto. Non è pensabile che la Francia e la Germania consolidino definitivamente il loro ruolo di leadership politica nel vecchio continente a scapito di tutti gli altri. Italia in primis. In secondo luogo, il ruolo nella regione mediterranea. Storico crocevia di molte civiltà ma anche e soprattutto luogo di dialogo e di confronto con paesi diversi ma che hanno un ruolo decisivo per il governo di un comparto territoriale che storicamente è fondamentale non solo per l’intera Europa ma per tutto il mondo. Democratico e non.

 

Ecco perchè non è più il tempo dell’improvvisazione e della casualità. Avere, oggi, una classe dirigente adeguata, preparata e riconosciuta a livello europeo ed internazionale non è un lusso per il nostro paese, ma un dovere politico e culturale. E forse anche un dovere morale ed etico. Non è pensabile pensare di ridisegnare il futuro dell’Europa, dei nuovi equilibri europei e mondiali appaltando il tutto ai funzionari del Ministero. Adesso, appunto, serve la politica e soprattutto una classe politica. Dopo la stagione degli Andreotti e dei D’Alema al Ministero degli Esteri e di tanti altri esponenti politici non può subentrare o consolidarsi, con tutto il rispetto del caso, la stagione dei Di Maio, dei Di Battista o di Conte. Per il bene dell’Italia e non solo per la credibilità della politica.

Camminare insieme, al tempo dell’incertezza. Pubblicato «Dialoghi» n. 1-2022, la rivista promossa dall’Azione cattolica.

 

 

Lincertezza è esperienza quotidiana, compagna della nostra condizione mortale. E forse, più che di tenerla a bada, si tratta di comprenderla, di analizzarne le cause e i risvolti, di vivere con e nellincertezza, per capire a che cosa essa ci invita” e come essa possa essere sterile o feconda. A questo è dedicato il dossier Camminare insieme, al tempo dell’incertezza proposto da «Dialoghi» (n.1-2022) e curato da Pina De Simone e Piero Pisarra.

Redazione

 

All’incertezza non sfugge nella sua prassi neppure la Chiesa. Questo è il tempo della duttilità sapienziale; tempo di riforme per una Chiesa che riscopre la sua dimensione sinodale, il suo essere popolo in cammino, chiamata a rinnovarsi nelle coscienze e nelle strutture.

I contributi proposti dal dossier sono: Scenari dellincertezza forum con Bruno Bignami, Enzo Pace, Simona Segoloni; Certezza e incertezza nellesperienza umana di Giovanni Grandi; La comunicazione senza dialogo. Profili simbolici di unepidemia di Giuliana Parotto; Nello spazio di un forse”, la spiritualità dellincertezza di Piero Pisarra; Quello che farebbe Gesù. Il lavoro pastorale nellepoca dellincertezza di Giuliano Zanchi; Il cammino e la svolta. Quale riforma per una Chiesa sinodale di Dario Vitali.

 

Oltre al “dossier”, scorrendo l’indice del trimestrale culturale promosso dall’Ac italiana e diretto da Pina De Simone, troviamo l’“editoriale” Attraversare lincertezza di Gabriele Gabrielli. L’incertezza che viviamo, in maniera sempre più diffusa, può provocare sbandamento, angoscia, instabilità. Ma può essere anche occasione generativa di consapevolezza e di crescita individuale e collettiva, se la si sa attraversare facendone esperienza.

 

Seguono i contributi di “primo piano”:
«Unire le città per unire le nazioni». In dialogo con Mario Primicerio di Enzo Romeo. A Firenze, a fine febbraio, si sono incontrati i vescovi del bacino del Mediterraneo e, in contemporanea, i sindaci di cento città affacciate sul Mare Nostrum. Il dialogo con Mario Primicerio ci aiuta a comprendere l’ispirazione lapiriana di questi incontri e a cogliere le possibili aperture di speranza.

Quale cittadinanza per il Mediterraneo? di Nello Scavo. Che cosa vuol dire essere cittadini nel Mediterraneo o del Mediterraneo? Certamente per essere cittadini occorre prima di tutto essere consapevoli. Ed è dalla consapevolezza delle contraddizioni mediterranee che dovrebbero partire tutte le riflessioni sul futuro di questo mare. Il ruolo decisivo di una libera informazione.

 

Per la rubrica “eventi e idee” troviamo:
La legge di Bilancio 2022 di Marco Iasevoli. L’ultima legge di Bilancio varata in extremis dal governo Draghi – il 30 dicembre 2021 – può essere considerata un provvedimento di transizione, frutto della mediazione tra le varie anime dell’esecutivo. Da quest’anno, però, si apre una nuova fase in cui affrontare i nodi irrisolti del Paese, tra la spesa del Pnrr e un’Europa forse meno indulgente col deficit, dopo la fase acuta della pandemia.
Dialoghi tra credenti. Cantieri italiani di Giulio Osto. L’incontro tra le religioni si dà anzitutto nella concretezza delle dinamiche sociali, laddove le diverse fedi entrano in contatto nei luoghi e nei tempi della nostra esistenza comunitaria. Nascono così, non sempre adeguatamente valorizzati, dei veri e propri “cantieri” di dialogo tra persone di diversa appartenenza religiosa, spazi di possibile condivisione.

 

Ricca come sempre la sezione “il libro & i libri” con i testi:
Disinformazione e infodemia minano la democrazia di Gian Candido De Martin, recensioni a Antonio Nicita, Il mercato delle verità e Leonardo Morlino, Michele Sorice (a cura di), Lillusione della scelta.
Per conoscere Armida Barelli di Chiara Santomiero, recensione alle più recenti pubblicazioni dedicate alla nostra “sorella maggiore”.
Spigolature teologiche di Francesco Miano, recensione a Giuseppe Lorizio, Semi del Verbo, segni dei tempi.
La morale ha bisogno di Dio?
di Andrea Loffi, recensione ad Andrea Aguti, Morale e religione.

 

Chiude il numero la rubrica “profili” con il contributo Lino Monchieri (Brescia, 1922-2001) Maestro, scrittore, testimone di pace e libertà di Luciano Caimi. A cento anni dalla nascita, la figura di Lino Monchieri rappresenta ancora oggi l’esempio di un laicato speso a servizio dell’altro. Mosso da una grande passione educativa, fu insegnante e scrittore. Una figura poliedrica, che visse la tragedia della deportazione nazista, e che tuttavia mantenne fino all’ultimo – alla luce del messaggio evangelico – uno sguardo profondamente umano sulla realtà, lo sguardo di un testimone credibile e credente.

 

Per ulteriori info e per abbonarsi visita il sito rivistadialoghi.it o scrivi a abbonamenti@editriceave.it tel. 06 661321fax 06 6620207

Istat, il mercato del lavoro nel IV trimestre del 2021.

 

Nel periodo preso in considerazione, linput di lavoro, misurato dalle ore lavorate, è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 6,2% rispetto al quarto trimestre 2020; un andamento coerente a quello dellattività economica misurata dal Pil che è aumentato dello 0,6% in termini congiunturali e del 6,2% in termini tendenziali.

Redazione

 

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel quarto trimestre 2021 si registrano 80 mila occupati in più (+0,4%) rispetto al trimestre precedente. Crescono i dipendenti a termine (+80 mila, +2,7%) e, meno intensamente, gli indipendenti (+11 mila, 0,2%), mentre sono in lieve calo i dipendenti a tempo indeterminato (-11 mila, -0,1% in tre mesi). Al leggero aumento del numero di disoccupati si associa la riduzione degli inattivi di 15-64 anni (-233 mila, -1,8%). Rispetto a dicembre 2021, i dati mensili provvisori di gennaio 2022 segnalano una sostanziale stabilità del numero di occupati, la diminuzione dei disoccupati (-51 mila, -2,3%) e l’aumento degli inattivi di 15-64 anni (+74 mila, +0,6%). La stessa evidenza caratterizza l’andamento dei tassi: rispetto al terzo trimestre 2021, il tasso di occupazione 15-64 anni aumenta di +0,5 punti, raggiungendo il 59,1%, a fronte di una stabilità di quello di disoccupazione e una diminuzione di quello di inattività 15-64 anni. I tassi provvisori del mese di gennaio 2022 segnalano rispetto a dicembre 2021 l’invarianza del tasso di occupazione, la diminuzione di quello di disoccupazione (-0,2 punti in mese) e la crescita del tasso di inattività (+0,2 punti).

 

In termini tendenziali, l’aumento dell’occupazione (+571 mila unità, +2,6% in un anno) coinvolge i dipendenti a tempo indeterminato (+188 mila, +1,3%) e, soprattutto, quelli a termine (+384 mila, +14,3%), mentre il numero di indipendenti resta stabile, dopo nove trimestri di calo ininterrotto; aumentano sia gli occupati a tempo pieno, sia quelli a tempo parziale (+2,1% e +4,7%, rispettivamente). In diminuzione il numero di disoccupati (-130 mila in un anno, -5,4%) e quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-728 mila, -5,4% in un anno). L’aumento tendenziale dell’occupazione si riflette sul tasso di occupazione che risulta in crescita di +1,9 punti rispetto al quarto trimestre 2020, a fronte della diminuzione dei tassi di disoccupazione e di inattività (-0,7 e -1,6 punti, rispettivamente).

 

Dal lato delle imprese, nel quarto trimestre 2021 prosegue la crescita congiunturale delle posizioni lavorative dipendenti, pari a 0,5%; si registra un lieve rallentamento rispetto al trimestre precedente, che deriva sia dalla componente a tempo pieno – in aumento dello 0,7% – sia, in misura maggiore, dalla componente a tempo parziale, in aumento dello 0,2%. Anche su base annua prosegue il sostenuto ritmo di crescita delle posizioni dipendenti, che si attesta a +4,9% (+5,5% a tempo pieno e +3,3% a tempo parziale). Le ore lavorate per dipendente crescono dell’1,7% rispetto al trimestre precedente e del 5,1% su base tendenziale. Prosegue la riduzione del ricorso alla cassa integrazione che si attesta a 28,5 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,1 punti percentuali su base congiunturale e di 0,9 su base annua. Il costo del lavoro per unità di lavoro diminuisce in termini congiunturali, dello 0,4%, per effetto della riduzione delle retribuzioni (-0,3%) e, in misura maggiore, degli oneri sociali (-0,9%). Su base annua, invece, il costo del lavoro aumenta dello 0,5%, a seguito della lieve crescita della componente retributiva (+0,2%) e, soprattutto, degli oneri sociali (+1,4%); l’aumento di questi ultimi è dovuto al riassorbimento delle decontribuzioni, messe in atto a partire dalla fine del 2020 per sostenere l’occupazione nelle imprese, fortemente compromessa dall’emergenza sanitaria.

 

La media 2021 è ottenuta come sintesi delle dinamiche trimestrali del mercato del lavoro osservate nel corso dell’anno. Dal lato dell’offerta di lavoro, al forte calo tendenziale dell’occupazione nel primo trimestre, segue la forte crescita nel secondo trimestre che è diventata ancora più marcata nel terzo e nel quarto trimestre 2021. In media annua, la crescita dell’occupazione si attesta a +169 mila unità (+0,8%) e si associa al lieve aumento della disoccupazione e al forte calo del numero di inattivi di 15-64 anni. Questa dinamica è confermata dall’andamento dell’input di lavoro nelle imprese: crescono le posizioni dipendenti, del 3,2%, così come cresce il monte ore lavorate, del 12,0%, e diminuisce il ricorso alla Cig di -85,3 ore ogni mille lavorate.

 

I dati della Rilevazione sulle forze di lavoro diffusi nel presente comunicato rendono definitive le stime e la ricostruzione delle serie storiche dei principali indicatori, forniti in via provvisoria a partire dal primo trimestre 2021(si veda “Il punto su” a pag. 21).

 

Per saperne di più

https://www.istat.it/it/files//2022/03/Mercato-del-lavoro-IV-trim_2021.pdf

Tempo in scadenza, se non già scaduto. La Lezione del Card. Parolin è l’ennesimo stimolo della gerarchia a riprendere l’iniziativa politica.

 

Il confronto con il passato non può essere eluso. Dopo il 1945 il partito di De Gasperi seppe concorrere autorevolmente, insieme alle altre forze liberal democratiche e riformiste di ispirazione socialista, alla rinascita dell’Italia. Oggi, sulla scia della diaspora post-Dc, resta ancora debole la consapevolezza di quanto sia importante ed urgente un’impresa unitaria dei cattolici democratici.

 

Ettore Bonalberti

 

In piena emergenza bellica, con la guerra che potrebbe coinvolgere la stessa UE, sembra anacronistico discutere della politica di casa nostra e, in particolare, di quanto sta accadendo nella nostra area di riferimento culturale. Ha suscitato un forte interesse la lectio magistralis del card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, al convegno presso l’aula magna pontificia dell’università San Tommaso d’Acquino a Roma, Mercoledì 9 marzo scorso. Non è la prima volta che la gerarchia ecclesiastica discute dell’impegno politico dei cattolici, ma, onestamente, dobbiamo evidenziare che queste sollecitazioni, assai raramente da Roma, sono raccolte tra i vescovi diocesani e i parroci in sede locale. Tra questi ultimi continua a prevalere, infatti, l’indifferenza, quando non anche la forte e deliberata opposizione, ai tentativi che movimenti e gruppi di laici fanno nascere dalla base. È sicuramente importante ricevere orientamenti e sollecitazioni dall’alto, ma sarebbe necessario che a quelle sollecitazioni corrispondessero non solo l’impegno dei laici credenti, ma anche la disponibilità degli esponenti periferici della struttura ecclesiale.

 

È difficile comprendere come in piena emergenza bellica, in Italia, le Camere siano impegnate ad approvare il suicidio assistito, mentre in Ucraina si realizza il genocidio volontario. È anche questa la manifestazione del prevalere del relativismo morale nella società occidentale, destinata, così, a soccombere alla volontà di dominio del “secolo asiatico”.

 

Il voto di dell’altro ieri alla Camera rappresenta il punto morto inferiore e la dimostrazione del ruolo insignificante svolto politicamente da quelli che, a diverso titolo, continuano a definirsi gli eredi della grande tradizione del cattolicesimo democratico e cristiano sociale. Questi ultimi sono gli inefficienti e inefficaci presunti interpreti di una vasta e complessa realtà, fatta di associazioni, movimenti e gruppi sociali e culturali, incapaci sin qui di esprimere una sintesi politica all’altezza delle indicazioni pastorali della Chiesa, da un lato, e, dall’altro, delle esigenze di una società dominata dall’anomia sociale, culturale e politica, nella quale è assente quel riferimento democratico e popolare che ha contrassegnato una parte importante della storia nazionale. Un riferimento che, nella storia italiana, con la Dc, ha saputo saldare gli interessi dei ceti medi e delle classi popolari impedendo in tal modo il rifugio nelle scelte nazionaliste e autoritarie duramente vissute dal popolo italiano.

 

Al progetto di costruzione dell’unità nazionale il cattolicesimo democratico e cristiano sociale seppe concorrere autorevolmente insieme alle altre forze liberal democratiche e riformiste di ispirazione socialista, con le quali siglò il patto costituzionale. Una carta fondamentale dei diritti e dei doveri assai impregnata dei valori della dottrina sociale cristiana, grazie al contributo dei padri costituenti democratico cristiani: da De Gasperi a Gonella, Gronchi, Dossetti, La Pira, Mortati, Moro e Fanfani, i quali lasciarono un’impronta indelebile nella nostra Costituzione.

 

Quando leggiamo che, premessa per una ricomposizione politica della nostra area servirebbe partire dal programma, a me pare che la risposta più semplice ed efficace rimanga quella di fare riferimento ai principi della dottrina sociale cristiana, aggiornati dalle encicliche dell’età della globalizzazione (dalla Centesimus Annus, alla Caritas in veritate, all’Evangeli Gaudium, Laudato si’ e Fratelli Tutti) e all‘impegno di attuazione integrale della Costituzione repubblicana. L’amico Giannone ha indicato i sei pilastri (Umanesimo integrale, Dottrina Sociale Cristiana, Popolarismo e Personalismo, Ecologia integrale ed Etica ecologica, Costituzione repubblicana e CEDU – Carta Europea dei Diritti Umani) che, ancor meglio, definiscono le coordinate del nostro impegno.

 

Credo che, al di là delle loro concrete applicazioni nel tempo che ci è dato di vivere, siano proprio quelle le scelte strategiche per un movimento politico che intendesse porsi quale strumento di ricomposizione politica della nostra area. Un movimento politico tanto più necessario, nello stallo che permane, derivato da un bipolarismo forzato nel quale si assiste al dominio, da un lato, della destra nazionalista e populista e, dall’altro, di una sinistra ancora alla ricerca della propria identità. A breve, anche se andassimo a votare alla scadenza naturale, il problema delle alleanze si porrà, specie se permarrà l’attuale legge elettorale maggioritaria. In ogni caso, tuttavia, ritengo che prioritaria rimanga la necessità di una nostra ricomposizione al centro.

 

Abbiamo tentato con la Federazione Popolare Dc di facilitare tale progetto-processo, sin qui senza esito positivo. Alla fine, come accade da molti anni, puntuale è scattato il condizionamento dell’Udc, sempre disponibile a parole a ricongiungersi con i fratelli Dc separati, ma a ogni prova del nove elettorale, sempre unita in posizione marginale servente della destra a dominanza leghista e, oggi, di Fratelli d’Italia. Questa contraddizione si deve superare, così come va superata la frantumazione della diaspora tra la venti diverse Dc sparse nel Paese, che rappresentano una situazione tragicomica inaccettabile, non solo da chi della Dc storica ha fatto diretta esperienza, ma dalla stragrande maggioranza degli elettori italiani. A Grassi il compito di facilitare il progetto.

 

Anche gli ammirevoli tentativi degli amici di Costruire Insieme, della Rete Bianca, come quelli dell’On Rotondi con il suo Verde è Popolare, unitamente a quelli dell’On Mastella con Noi di Centro, se non troveranno il modo di giungere a una ricomposizione rischiano di ridursi, come già sperimentato negli anni, a partitini di testimonianza con consensi da prefisso telefonico, efficaci solo ed eventualmente per qualche sistemazione personale in liste disponibili all’accoglienza dei capi.

 

Ho più volte sollecitato, sin qui senza riscontro, un incontro fra tutti gli amici di queste esperienze alla ricerca di un ubi consistam, auspicando anche che dalla base potessero, contemporaneamente, avviarsi dei comitati civico popolari di partecipazione democratica, dai quali far emergere una nuova classe dirigente credibile e dalla forte passione civile. A me pare che non ci sia più tempo da perdere, anzi che il tempo sia quasi scaduto, ma sono consapevole di essere un povero don Chisciotte, chiuso nel suo buen retiro forzato veneziano; un “medico scalzo” senza potere, spinto solo dalla volontà di concorrere all’unità politica possibile dei cattolici democratici e cristiano sociali.

Una Europa di Stati democratico-costituzionali? Considerazioni sull’essenza democratica dell’Unione europea.

 

Sul sito della Fuci è apparsa questa nota ben documentata sulla difficoltà in seno all’Europa ad armonizzare le regole di rispetto della civiltà giuridica e dell’umanesimo ad impronta cristiana. Di seguito riportiamo un ampio stralcio del testo.

 

Teresa Balduzzi

“La tragedia delle democrazie moderne è che non sono ancora riuscite a realizzare la democrazia”. Quando Jacques Maritain scriveva queste righe era il 1943, con il mondo sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale. A poco più di una settimana dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le analogie con quelle pagine buie della storia non solo europea sono così tante da far rabbrividire. Se il binomio autoritarismo-guerra (e di regime autoritario, di fatto, in Russia si tratta) risulta paurosamente familiare, qualche breve considerazione sull’essenza democratica dell’Europa e sui suoi talloni d’Achille non potrebbe essere più attuale.

 

Il principio di democrazia è senza dubbio un concetto trainante nell’evoluzione e nel superamento dello Stato liberale ottocentesco, nonché valore centrale nel processo di integrazione europea. Tuttavia, occorre osservare che nella sua accezione di democrazia elettorale, cioè forma di governo in cui il potere è esercitato dal popolo tramite elezioni (dirette o indirette), essa non esaurisce il cuore di quel modello di Stato, tipico di molti Paesi europei a partire dal Novecento, il cosiddetto Stato democratico-costituzionale che mette al centro la persona.

 

Mi riferisco al principio di separazione dei poteri e alla tutela dei diritti fondamentali, altri due pilastri fondamentali del substrato comune giuridico e prima ancora valoriale dell’Europa. Substrato questo, vale la pena di accennarlo, che affonda le sue radici nei valori della civiltà cristiana, ebraica, greca e romana, innaffiati dall’Umanesimo, straripati nell’Illuminismo e nella Rivoluzione francese, per dar vita nel XX secolo a un nucleo di diritti inviolabili incentrato sul concetto di dignità umana e riferiti alla persona, non al cittadino. È una conquista storica, forse troppo spesso data per scontata, quella di una Dichiarazione universale dei diritti umani adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi (al termine, non a caso, della Seconda Guerra Mondiale).

 

Fatte queste premesse, risulta facile comprendere perché a proposito di alcune esperienze statali, anche in seno all’Europa, si utilizzi il termine “democrazie illiberali”. La Polonia e l’Ungheria in particolare hanno visto un graduale affievolimento della tutela dei diritti inviolabili della persona, a partire dall’enfasi eccessiva posta sulla “Nazione”: per parafrasare la celebre intuizione di Orwell, in tal modo alcune “persone” (i propri connazionali) finiscono inevitabilmente per essere più “persona”, più “uomo” di altri (gli stranieri). Non solo, anche il principio di separazione dei poteri è messo a dura prova da una concezione populista della democrazia. Con tale espressione si intende una visione della sovranità popolare libera da ogni vincolo, anche quelli, appunto, posti dall’ordinamento costituzionale a tutela dello Stato di diritto: ciò si pone in aperto contrasto con la nostra tradizione democratica, che propone un modello di sovranità popolare esercitabile, come recita l’art. 1, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Un sintomo inequivocabile di tale deriva illiberale è l’accanimento contro la magistratura e il tentativo di concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo.

 

Continua a leggere

https://www.portale.fuci.net/2022/03/09/uneuropa-di-stati-democratico-costituzionali/

Dialoghi in Quaresima. Qual è il senso dei “Martedì” della Diocesi di Alessandria? Lo spiega in un’intervista il prof. Balduzzi.

Partiranno il 22 marzo i Martedì di Quaresima promossi dalla Diocesi di Alessandria, in collaborazione con il Centro di cultura dell’Università Cattolica e il Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic), Gruppo di Alessandria. Di seguito alleghiamo, per gentile concessione, il testo integrale dell’intervista a Renato Balduzzi pubblicata sull’ultimo numero de “La Voce alessandrina“.

 

La Voce alessandrina

 

I Martedì, intitolati “Dialoghi in Quaresima”, si articoleranno in tre incontri in presenza, nel pieno rispetto delle norme anti-Covid, nell’Auditorium della parrocchia di San Baudolino (via Bonardi 13 ad Alessandria) con inizio alle ore 21. Non ci sarà la diretta streaming, ma sarà disponibile la registrazione online il giorno successivo.

 

Vediamo insieme date, relatori e temi di questa edizione facendoci accompagnare dal professor Renato Balduzzi, ordinario di Diritto costituzionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, campus di Milano, e “anima” dei Martedì della Diocesi.

 

Professor Balduzzi, il titolo generale di questi Martedì è “Dialoghi in Quaresima”. Perché “Dialoghi”?

«Perché vorremmo coinvolgere, oltre all’intervistato e all’intervistatore, anche il pubblico dei Martedì. Tenuto conto che i tre temi che andremo a trattare, ossia fede, salute e giustizia, appartengono in qualche misura all’esperienza di tutti. Questi Martedì non saranno “conferenze”, ma dialoghi».

 

Quindi chi vuole avrà uno spazio ampio per intervenire nel dibattito.

«In un momento come quello attuale, in cui convivono una pandemia e una guerra, ci è sembrato importante dare la possibilità a chi lo desidera di avere qualche risposta alle sue domande. Ai relatori, dunque, chiederemo la disponibilità a mettersi in relazione con chi vorrà intervenire».

 

Il primo incontro è fissato per martedì 22 marzo: “La fede cristiana, tra pandemia e guerra” con il nostro Vescovo, monsignor Guido Gallese.

«Noi veniamo da una lunghissima stagione di cristianità e cattolicità in cui siamo stati abituati a guardare al Vescovo come a una delle tante “autorità”. Ma lui è prima di tutto il garante della fede di una comunità, e poi un’autorità: dunque chi meglio del Vescovo può rispondere alle domande sulla fede?».

 

Secondo incontro, martedì 29 marzo: “Salute e sanità, oggi e domani”, con Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” a Roma.

«Abbiamo invitato Mariella Enoc per avere uno sguardo più ampio. Lei è stata imprenditrice in sanità, ha avuto negli anni diverse e importanti responsabilità pubbliche in campo sanitario e nel Terzo Settore, e oggi presiede una struttura del tutto peculiare: un ospedale extraterritoriale, in quanto Istituzione della Santa Sede, da cui si può “vedere” il mondo. Il “Bambino Gesù” è l’ospedale che incarna la cattolicità, l’universalità. Enoc ha una grandissima esperienza del mondo della sanità, anche di altre nazioni, e questo è proprio il momento di provare a capire, di fronte a una pandemia che non finisce e in presenza di questa tragedia annunciata che è la guerra in Ucraina, qual è lo sguardo nuovo di cui la tutela della salute ha bisogno (dico “salute”, perché i problemi della salute sono molto più ampi di quelli della sanità…). Confrontarsi con Mariella Enoc non è cosa di tutti i giorni».

 

Ultimo appuntamento, il 5 aprile, proprio con Renato Balduzzi su “Giustizia e magistrature: come riprendere fiducia”. Come stanno insieme giustizia e Quaresima?

 

«La Quaresima è tutta intessuta del temadi ciò che è giusto, della proporzione tra un potere e il suo esercizio concreto. Quando il diavolo prova a tentare Gesù nel deserto, in quei quaranta giorni di digiuno, la tentazione del potere è centrale. Come fare in modo che l’esercizio della giustizia non sia un potere, reale o percepito, ma un alleato dei cittadini onesti? Questo è il punto, ed è assolutamente quaresimale, perché il tarlo del potere si va a incuneare anche dove non dovrebbe esserci. Connessa a questo, c’è la questione della fiducia: non c’è convivenza civile in democrazia senza la fiducia verso un arbitro terzo, indipendente e imparziale. E allora qui è importante una revisione di vita: lo vogliamo davvero un magistrato imparziale, o lo invochiamo solo quando ci dà ragione? E come aiutare, ed essere aiutati, a realizzare in forme alla portata di noi uomini e donne quella giustizia che nella Bibbia è l’attributo del Padre, di Dio?».

 

Una domanda sulla guerra in Ucraina: la diplomazia internazionale ha ancora qualche carta da giocare?

 

«Noi abbiamo una concezione della parola “diplomatico” che non rende fino in fondo il senso di quello che la diplomazia realmente è. Pensiamo che sia un sinonimo di “accomodante”, ma non è così. La diplomazia, quella professionale, in questo momento ha a che fare con una durezza delle cose che non sembra vedere uno spazio di attenuazione. Credo siano necessari gesti di profezia e, al tempo stesso, lucidità di strategia. Determinazione e fermezza, dunque, ma anche capacità di distinguere tra i capi, a volte tirannici, delle nazioni, e le nazioni stesse, cioè il popolo che soffre. Non è facile, ma va fatto».

E se la terza guerra mondiale (strisciante) fosse già in corso?

 

L’interrogativo che pone l’Ambasciatore Radicati muove da considerazioni storiche e politiche che non possono non suscitare apprensione. Bisogna essere consapevoli che lo scenario di guerra impone di esercitarsi attorno ai dilemmi e  alle implicazioni del conflitto russo-ucraino. Se molti paesi risultano coinvolti, e molti di essi sono anche di peso, la dinamica della guerra è mondiale. Allora, quali prospettive ci attendono?

 

Giorgio Radicati

 

I crescenti diffusi timori per lo scoppio di una terza guerra mondiale sono più che fondati poiché, di fatto, un tale conflitto potrebbe …già essere in corso. Vediamo di capire perché, grazie anche a qualche ricordo storico.

 

Dopo aver soffocato nel sangue la ribellione cecena (1999), portato a miti consigli la Georgia (2008) ed annesso la Crimea (2014), la Russia di Putin ha invaso senza validi motivi l’Ucraina sempre in nome di una pretesa unità del popolo russo ancorata territorialmente ai confini tracciati da Pietro I (sic!). Lingua e cultura di una parte, seppur nettamente minoritaria, di quelle popolazioni hanno fatto da sostegno ideologico alle iniziative militari, come pure la conclamata necessità di creare stati cuscinetti per motivi di sicurezza nazionale, ossia proteggere Mosca dall’espansione della NATO. Di fatto, Putin vorrebbe ricreare le vecchie zone d’influenza russa anche a costo di proibire ai Paesi limitrofi di scegliere liberamente l’emisfero con cui schierarsi, ritornando di fatto indietro di due secoli.

Al riguardo, giova ricordare che l’Ucraina è un paese sganciatosi già da tempo dall’orbita di Mosca, governato da una classe politica e da un presidente democraticamente eletti, fermamente avviato verso una integrazione europea con il desiderato ingresso nell’Unione, nonché deciso ad usufruire dello scudo difensivo offerto dalla NATO, di cui intenderebbe diventare membro.

 

A questo punto, una considerazione si impone. La politica espansionista di Putin portata avanti con la forza non può non riportare alla mente quanto accaduto in Europa nella seconda metà degli anni ’30, quando Hitler parlava di annessioni territoriali giustificate da radici storiche, linguistiche e culturali, nonché di “spazio vitale” per la Germania nazista, per poi scatenare la seconda guerra mondiale.

 

Alle spalle del Fuhrer c’era la Conferenza di Versailles, nel corso della quale le potenze vincitrici avevano infierito sull’impero tedesco, smembrandolo ed imponendo alla popolazione onerose riparazioni di guerra.

 

Dietro Putin (e nel ricordo da lui spesso rivangato) esiste la caduta del muro di Berlino (1989) che determinò il collasso dell’Unione Sovietica e la successiva frantumazione dell’impero socialista in tante repubbliche indipendenti, da lui vissuta come un perenne stato di frustrazione che, fin dal momento della sua elezione a presidente (2000), è sembrato volersi scrollare di dosso. Insomma, i due scenari, seppur distanziati nel tempo, per alcuni significativi aspetti, sembrano presentare una qualche significativa analogia…

 

Oggi, nessuna delle parti in campo parla di un conflitto mondiale in essere, anche se lo scenario creatosi ne presenta le più comuni caratteristiche (attacchi terrestri massicci, bombardamenti indiscriminati, spiegamento generale di forze, fornitura di armamenti, arruolamento di volontari, violazione di ogni principio umanitario, feroci repressioni, quasi due milioni di profughi, migliaia di morti e feriti ecc. ecc.), ma i fronti contrapposti lo paventano quando minacciano a turno l’impiego dell’arma nucleare, ossia lo strumento militare da utilizzare in extremis quando cioè gli armamenti convenzionali si dimostrino insufficienti per prevalere.

 

“Mutatis mutandis” – detto per inciso – la bomba atomica sarebbe, “grosso modo”, l’equivalente della famosa “arma segreta” vantata da Hitler quando la guerra stava ormai registrando la forza preponderante degli Alleati.

 

Ciò detto, la definizione di guerra mondiale non è, a stretto rigore, legata all’uso delle armi nucleari, potendo dispiegarsi con il solo impiego di armi convenzionali. Il fattore qualificante è rappresentato dal numero e dal “peso” politico e militare dei belligeranti, anche perché le minacce nucleari non sembrano destinate, fino a prova contraria, a concretizzarsi dal momento che ad un attacco atomico condotto da un belligerante farebbe subito riscontro quello dell’avversario, con risultati devastanti per ambedue (“una cosa è agire da criminali, altra è scegliere il suicidio” ha di recente osservato Zelensky).

 

In tal senso, l’attuale fase bellica vede già in campo alcuni fra i paesi più forti del pianeta, come la Russia e i paesi della NATO. La prima direttamente, mentre i secondi impegnati, almeno per il momento, nell’assistenza, anche militare, all’Ucraina e con l’adozione di una serie di severe sanzioni economiche per squilibrare l’economia russa. Ognuna è equiparabile ad un missile in grado, se non di annientare persone ed infrastrutture, di abbassare sicuramente e di molto il livello di vita della popolazione russa, soprattutto se protratta nel tempo.

 

Altre misure ostili sono già in atto sul terreno della tecnologia, tutte suscettibili di nuocere e non poco, soprattutto quelle che mirano ai sistemi di comunicazione, rendendo più difficile il funzionamento della catena di comando delle operazioni militari (e non solo) ed isolando praticamente un intero paese dal resto del mondo.

 

In termini di partecipazione al conflitto, altre potenze ne sono ancora fuori, ma è lecito domandarsi se non stiano soltanto scaldando i muscoli, in attesa del momento propizio per entrarvi. Esempio significativo è la Cina, ormai riconosciuta indiscutibile potenza egemone, che, pur dimostrando una generica disponibilità a fungere da mediatore, ha dichiarato che Stati Uniti ed Unione Europea dovrebbero “onestamente esaminare con Mosca le problematiche derivanti dall’espansione della NATO verso Est” e ha voluto chiarire, senza mezzi termini, che l’amicizia con la Russia continua “solida come la roccia”.

 

Non sembrano affermazioni idonee per svolgere una attività di mediazione, mostrando la mancanza di un requisito essenziale, ossia l’equidistanza fra le parti in conflitto o, meglio ancora, la condizione “super partes”. C’è allora da chiedersi da quale lato, se proprio messo alle strette, quel Paese si schiererebbe? Insomma, quale è in questa partita il vero gioco di Pechino?  E la risposta non è scontata.

 

Il recentissimo voto di condanna dell’invasione russa espresso dall’Assemblea delle Nazioni Unite (in sessione straordinaria per la prima volta dopo quaranta anni!) ha certificato l’esistenza di un consistente fronte anti Putin rappresentato da 141 stati, tra cui tradizionali alleati di Mosca come la Serbia e paesi come Libia ed Egitto notoriamente sotto l’influenza russa. Significativa anche l’astensione, tra gli altri – trentacinque in tutto – di Cina, India, Pakistan, Vietnam, Iran e Sudafrica. Quasi scontati, e per questo irrilevanti, i voti contrari di Corea del Nord, Eritrea, Siria e Bielorussia. In conclusione, lo scenario per un eventuale allargamento bellico è già predisposto e la Russia vi appare isolata.

 

Ciò detto – ripeto – nessuno parlerebbe apertamente in questa fase di un conflitto mondiale in corso e questo perché nessuno ha interesse a farlo. E ciò per vari motivi, primi fra tutti il rischio di assumersene la responsabilità esclusiva, il desiderio di non allarmare per motivi propagandistici l’opinione pubblica e, infine, la volontà di non chiudere definitivamente la porta alle residue possibilità negoziali sul tappeto. Risulta per tutti, ma soprattutto per Putin, più vantaggioso paventarlo. Non a caso, la Russia, che ha iniziato le ostilità, ha definito (e continua a definire) il suo intervento una “speciale missione militare” …

 

Oggi sostanzialmente il depotenziamento del conflitto resta legato alla volontà, capacità e possibilità negoziale di ognuna delle parti in causa ed in questo esercizio anche l’Europa dovrebbe essere presente. La tattica di Putin è ormai nota, quella del giocatore d’azzardo, e consiste nell’alzare continuamente la posta, facendo credere di essere pronto a tutto, anche all’impiego delle armi nucleari.

 

Zerensky, dopo aver sollecitato invano l’intervento diretto della NATO, punta ad un compromesso onorevole, operando sul piano delle minori concessioni possibili e sperando che gli appetiti di Mosca diminuiscano strada facendo per le difficoltà militari incontrate sul campo e le crescenti sollecitazioni della Comunità Internazionale, anche sull’onda del recente voto di New York. Quanto alla NATO e, di riflesso, all’Unione Europea, le due organizzazioni continuano a sostenere l’Ucraina dall’esterno in tutti i modi possibili, economici e militari, nella consapevolezza che dall’esito di questa guerra dipenderà il nuovo assetto geo-politico ed economico del continente e le correlate scelte di fondo. Il loro coinvolgimento negoziale, come detto, è oltremodo auspicabile.

 

In prospettiva, si ergono gli Stati Uniti, il tradizionale convitato di pietra di ogni negoziato in grado di mutare gli equilibri politici del pianeta e i termini della sicurezza globale. Putin (con i suoi potenziali alleati) sa bene che, qualunque sia la conclusione della sua “speciale missione militare” in Ucraina, verrà il momento di fare soprattutto i conti con Washington. Allora, la domanda che sorge spontanea è: saprà l’apparentemente fievole Biden – se e quando sarà il caso – scoprire il “bluff” di Putin e/o emulare il predecessore Ronald Reagan che, nella seconda metà degli anni ’80 del XX° secolo, inventandosi in pratica lo “scudo spaziale”, costrinse l’interlocutore russo ad accelerare sugli armamenti, contribuendo così al collasso, prima finanziario e poi politico, del regime sovietico?

Card. Parolin, una laicità autentica alla base di quella politica “migliore” di cui parla Papa Francesco.

 

Riportiamo la parte conclusiva della Lectio magistralis che il Segretario di Stato vaticano ha tenuto l’altro giorno, 9 marzo, al convegno promosso dall’Associazione “Sui tetti”.

 

Redazione

 

[…]

 

Separazione dunque, tra Stato e Chiesa; ma non indifferenza, tantomeno sospetto, dell’uno nei confronti dell’altra. Questo implica anzitutto la libertà della Chiesa e dei cristiani di esprimere anche nell’ambito pubblico pensieri, azioni e comportamenti corrispondenti alla propria fede con il pieno diritto di sollecitare, ben oltre la sfera del privato, corrispondenti azioni pubbliche e leggi a tutela dei valori professati.

 

Questa laicità “autentica”, dove lo Stato non impedisce l’espressione religiosa ma anzi ne profitta, nella doverosa distinzione di ambiti, farà sì che i laici possano davvero compiere la loro missione, essere “sale della terra e luce del mondo”.

 

È nel contesto di questa laicità autentica, infine, che può fiorire quella politica “migliore” di cui parla Papa Francesco nel corso del capitolo V dell’Enciclica Fratelli tutti. Una “politica migliore”perché popolare in senso proprio e non populista (nn. 156 ss.) e che sia riempita di un vero “amore politico” (nn. 180 ss.), che diventa un amore efficace (nn. 183 ss.) e che, come ancora insegna il Santo Padre, “è sempre un amore preferenziale per gli ultimi,che sta dietro ogni azione compiuta in loro favore. Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società. Tale sguardo è il nucleo dell’autentico spirito della politica” (n. 187).

 

Tali affermazioni, sulle quali tutti siamo naturalmente e istintivamente d’accordo, non hanno fondamenti razionali auto-evidenti, non rispondono a sillogismi di natura matematica-scientifica, ma sono il riverbero dello Spirito Creatore e sono fondate sulla convinzione che l’uomo, ogni uomo, è un essere unico e irripetibile, perché amato da Dio.

Questa è la base, questo è il fondamentodell’antropologia cristiana, che altro non è che lo sguardo di Dio sull’uomo stesso. Uno sguardo che gli consegna la dignità più grande possibile e che lo vede sempre come “cosa molto bella”. Questo è il contributo che la Chiesa può dare, oggi come ieri, alla famiglia umana di ogni luogo e tempo.

 

Questo è soprattutto ciò che il mondo ha bisogno di ascoltare, perché ogni volta che se ne dimentica offusca non solo la presenza di Dio, ma la dignità, la bellezza e il valore dell’uomo.

 

Questo, per concludere, è ciò che la Chiesa, i cristiani, ma in fondo tutti gli uomini di buona volontà possono, anzi debbono, gridare sui tetti.

 

Per leggere il testo integrale della Lectio magistralis

https://www.suitetti.org/2022/03/10/lectio-magistralis-s-e-r-card-pietro-parolin-ditelo-sui-tetti/

Una vita spesa in politica: dal Movimento giovanile al Parlamento. Righi, 84 anni, ci racconta il suo Veneto e la sua Dc.

 

Vicentino, classe 1938, Righi è espressione di quel Veneto bianco che ha visto la grande trasformazione da area prevalentemente agricola a quella manifatturiera, con un distretto industriale fortissimo nelle specializzazioni produttive. Cosa emerge dall’intervista? Si può dire che il dialogo prevaleva sullo scontro: questa era la cifra politica della Dc veneta.

 

Maurizio Eufemi

 

Di recente abbiamo ascoltato giudizi disinvoltamente sprezzanti nei confronti di Mariano Rumor, un personaggio illustre della tua terra, partigiano bianco, deputato costituente, un uomo di grande cultura cresciuto nelle Acli, ministro degli Esteri, degli Interni e dell’Agricoltura, vicesegretario della Dc poi segretario nazionale, cinque volte presidente del Consiglio. Quale è la tua opinione, per te che sei cresciuto con Rumor, in quella terra vicentina? Sei un testimone e superstite di quel tempo: che cosa ha rappresentato Rumor per te?

 

Ho cominciato il mio impegno con la rivolta d’Ungheria del 1956 da studente. Nell’ambito della Dc c’era il movimento studenti medi di cui sono stato delegato del mio comune, per poi diventarlo a livello provinciale Da noi c’erano i movimenti degli studenti ma erano apolitici, con una impronta cattolica. Ricordo che nel nostro Movimento giovanile si entrava a 21 anni. Anche se ne avevo 19 mi fecero entrare cambiando la data di nascita. Questo dimostra quanta fedeltà c’era al partito.

 

La rivolta d’Ungheria è stata la scossa ?

 

Certo, la sentivamo in modo forte anche perché vicini all’Austria e vedevamo i profughi alle frontiere. Le nostre manifestazioni coinvolgevano tutti gli studenti della città e della provincia. Lo facevamo dialogando con i presidi. Allora gli istituti erano concentrati nelle città, non c’era ancora questa ricchezza di istituti superiori in tutte le città. Una fiumana di studenti convergevano a Vicenza. Ero un piccolo leader e ancora oggi ci ritroviamo con i superstiti di quegli anni.

I delegati provinciali rimanevano in carica due anni e poi venivano inseriti negli organi provinciali con incarichi vari. Il delegato provinciale del giovanile adocchiava quelli che erano i leader del movimento studenti medi ed erano “sedotti” dal partito: io sono stato uno di quelli. Purtroppo sono stato assorbito dalla politica e ciò mi ha impedito di fare l’università (cosa che poi ho fatto in tempi successivi).

Successivamente sono entrato nel consiglio nazionale dei giovani guidato all’epoca da Luciano Benadusi. C’era anche, come delegato regionale, Lillo Orlando di Venezia. Tra i delegati provinciali c’erano Carlo Bernini a Treviso, Pasetto a Verona, Ettore Bentsik professore universitario, poi sindaco di Padova. Erano tutti del giovanile. Una squadra meravigliosa. Poi sono entrato nel partito assumendo la carica di dirigente organizzativo.

 

A chi facevi riferimento?

 

Nel giovanile eravamo fuori dalle correnti o meglio avevamo la nostra corrente. Era naturale che dopo fossimo chiamati a schierarci. Facevo parte della sinistra, ma sempre in un quadro di gestione unitaria. Si registrava una preponderanza di dorotei, mentre gli andreottiani non esistevano. Ricordo altresì la presenza fanfaniana storica con Fabbri e Corder e quella della sinistra unitaria tra Forze nuove di Cengarle, espressione del sindacato, la Base e molti giovani che facevano riferimento a me. Quando essi sono entrati nel consiglio nazionale il coordinatore riconosciuto ero io.

 

Rumor che cosa rappresentava per voi?

 

Nel giovanile, ripeto, non eravamo schierati. Rumor veniva dalle Acli e quindi dal mondo cattolico. Il vescovo era interventista, insisteva perché facessi parte del gruppo doroteo di Rumor.

Risposi fermamente che come espressione dei movimento giovanile non mi potevo schierare.

In alcune foto che ho visto pubblicate mi ha colpito un piccolo tavolo sobrio con personaggi illustri alla presidenza, con lo scudo crociato sullo sfondo e tanta partecipazione. Una sala stracolma.

Organizzai come movimento giovanile un convegno sui patti agrari e sul Piano Verde con Mariano Rumor ministro dell’Agricoltura, il quale aveva appena approvato quelle riforme.

 

Che cosa ha rappresentato, dunque, il Movimento giovanile come avvicinamento alla politica?

 

È stato fondamentale. Perché organizzai i corsi di formazione, essendo fondamentale per giovani. A riguardo, predisposi una convenzione con il centro studi sociali di Milano gestito dai gesuiti. Padre Macchi di Aggiornamenti sociali, padre Perico, padre Rosa, padre Reina, tutti sono venuti a Bassano del Grappa. Il sabato pomeriggio si iniziava il convegno su temi preordinati, si cenava sobriamente con prezzi tirati all’osso e poi si lavorava fino a tardi. La domenica c’era la Messa con meditazione appropriata alla giornata di studio, poi si finiva la domenica nel tardissimo pomeriggio per potere far rientrare tutti a casa.

 

Avevate una pubblicazione?

 

Il ciclostile non poteva mancare. Era un lavoraccio. Tutto volontariato. Avevamo uno spazio dentro la sede della Dc.

 

Una volta, se non sbaglio, avete portato un gruppo del Veneto al centro studi della Camilluccia, a Roma.

 

Noi avevamo un nostro programma formativo annuale. Facevamo cinque o sei conferenze con il centro studi sociali. Il prof. Conforti, consigliere comunale con me, ma più anziano, nonché docente di diritto amministrativo, illustrava i problemi delle Regioni in via dì costituzione, poi  alcuni di noi, su invito del dott. Cesaro che dirigeva il centro studi della Camilluccia, venivano mandati a Roma. Una volta il raduno fu fatto, per il Triveneto, al passo della Mendola in una full immersion – utilizzando le ferie – con Rumor, all’epoca vice segretario nazionale, Gui che era capogruppo della Camera, Flaminio Piccoli, Bruno Kessler e altri. Per 15 giorni si svolgevano lezioni che ruotavano attorno a tesine preparate ad hoc. All’esame finale arrivai primo del corso e fu per me una grande soddisfazione.

La Dc veneta era un partito federato. Alle elezioni politiche potevamo ottenere 5-6 seggi, ma un posto era bloccato per i sindacalisti, come per Girardin a Padova e Cavallari a Venezia; un posto andava a quelli della Coldiretti, il terzo era per le Acli di Dall’Armellina poi un posto per l’Azione cattolica con Breganze, sostenuto direttamente dal Vescovo. Su sei, i posti realmente in gioco erano solo due. Il segretario provinciale Dc non è stato mai eletto. L’unico eletto fu Renato Corà, tutti gli altri no.

Poi, io e te, ci incontriamo alla Camera. Sì, c’erano i Presidenti del mio periodo: “Gingio” Rognoni,  Scotti, Gava, Bianco…e tu, Maurizio!

 

Nella storia della Dc vicentina affiora il nome di Treu…

 

Renato Treu, il papà di Tiziano, svolgeva la funzione di segretario provinciale quando io ero delegato provinciale. L’ho poi ritrovato senatore. Fu emarginato da Rumor. Treu non fu ricandidato: se la prese molto quando Rumor fu candidato nel suo collegio senatoriale. I Treu erano di origini friulane. Renato insegnava matematica e fu anche presidente dell’amministrazione provinciale. Tiziano invece, dopo essere stato Ministro, fu Presidente dell’istituto di scienze sociali e religiose fondato da Gabriele De Rosa.

Pensa che ho trovato una straordinaria comunità di friulani a Chieri, nel mio collegio in Piemonte, che erano apprezzati imprenditori di successo nell’edilizia, soprattutto perché i piemontesi, per parte loro, erano prevalentemente imprenditori tessili.

Se osserviamo gli indicatori socio economici della provincia di Vicenza al tempo della Ricostruzione, essi ci colpiscono per la loro assoluta rilevanza. Risultati davvero straordinari e poderosi.

La provincia di Vicenza era prevalentemente agricola salvo alcuni poli industriali di fine ottocento e inizio novecento, come la Lanerossi ex Marzotto a Schio e Valdagno.

Il 95 per cento della forza lavoro operava nell’agricoltura. In pratica, parliamo di povertà e miseria. Hai presente i famosi discorsi sui “metalmezzadri”? Il dato storico ci dice che da contadini passano ad operai, poi ad artigiani e in ultimo ad imprenditori.

Oggi abbiamo il 97 per cento di pmi. Siamo la più grande provincia esportatrice: industria orafa, legno, artigianato ceramico erano e sono le specializzazioni dei nostri distretti produttivi.

 

Cosa rimane, in termini di più grande soddisfazione, della tua esperienza parlamentare?

 

La legge quadro dell’artigianato di cui sono stato relatore. Riuscimmo a vararla dopo due legislature di tentativi infruttuosi. Rappresenta, vista anche oggi, una legge di sistema. Aggiungerei la riforma delle pmi (la 317) con scelte molto innovative, come l’introduzione della defiscalizzazione per gli interventi produttivi, i consorzi all’esportazione, l’attenzione alla ricerca.

È stata dura perché il titolare del dicastero dell’Industria, il repubblicano Adolfo Battaglia, legato alla Confindustria, difendeva la grande impresa.

Riuscimmo comunque a spuntarla. A prevalere fu la volontà del Parlamento. Perfino i comunisti, dall’opposizione, contribuirono a superare le difficoltà.

 

Anche i deputati del PCI diedero una mano?

 

Sì, soprattutto gli emiliani si dimostrarono sensibili alle pmi e alla struttura produttiva della loro regione.

A distanza di tempo, devo ringraziare soprattutto Viscardi e Bianchini, e poi Guido Bodrato, subentrato a Battaglia, che varò i decreti attuativi. Una fatica non da poco, essendo numerose le deleghe inserite nella legge.

 

Torniamo al partito, alla tua regione, al ruolo di Mariano Rumor.

 

Ecco, Rumor aveva una scuola di cultura cattolica e la domenica, dopo i vespri, la frequentavamo. Uno dei relatori fu anche Cossiga. Dal 1955 al 1970 si alternano i nomi di tutta la variegata e complessa compagine dorotea. A Vicenza erano di casa Gava, Antoniozzi, Signorello, Colombo. Si andò avanti in questo modo fino a che non si consumò il “tradimento” – così lo avrebbe definito Rumor nelle sue memorie – di Tony Bisaglia.

 

Quando è maturata la rottura?

 

Teniamo conto della “costruzione” politica della Dc veneta. Prima di Bisaglia, il polesano Romanato veniva eletto con i voti dei cattolici vicentini, con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche. Questo spiega l’avvento sulla scena di Tony Bisaglia, esponente dell’unica provincia rossa del Veneto, e cioè Rovigo. Fu portato di peso da Rumor perché la sua affermazione rispondeva a un criterio di “regolazione” degli equilibri su scala regionale.

 

Ma la  rottura quando ci fu?

 

A cavallo tra il 1968 e il 1969, nel mezzo della contestazione giovanile ed operaia.

 

Perché Rumor si sentì tradito?

 

Bisaglia scava la sabbia sotto i piedi di Rumor senza che Rumor ne abbia nell’immediato la percezione. È un movimento sotterraneo, portato avanti con lucidità e determinazione. Molti sono attratti nell’orbita bisagliana. Un uomo come Zoso nasce di sinistra ultrà, di contestazione anche nei miei confronti e si converte ai Dorotei, insieme a Zampieri, Dal Maso e Giacometti. E altri ancora.

 

Tu che pensi, qual è l’eredità di Rumor? Ha fatto molte cose oppure una grande cosa?

 

Ha organizzato la direttissima Arsiero-Tonezza, la prima grande opera che ha superato difficoltà viabilistiche, unendo le comunità di due altipiani. Come ministro rivendicava a sé la promozione del Piano verde: un grande momento di programmazione.

Rumor appartiene alla generazione che “pensa” lo sviluppo del Paese. Nel Movimento giovanile noi studiavamo lo schema Vanoni. Cosa rappresentava? Con “schema” s’intende la correlazione tra sviluppo del reddito e sviluppo dell’occupazione. “Non ho usato il termine pianificazione – disse Vanoni – per non usare un termine marxista”. Questa è stata la grandezza di Vanoni come la sua umiltà! Altro che ricordarlo per la dichiarazione dei redditi!

 

Hai fatto due legislature in Regione Veneto e poi sei stato eletto alla Camera. Sei entrato preparato, non come gli eletti di questi tempi?

 

Sono entrato in Regione nel 1975, per essere poi rieletto nel 1980. Tuttavia non completai il mandato perché nel 1983 il partito mi obbligó a candidarmi alla Camera.

In quella elezione si registrò una flessione sensibile, sebbene la Dc a Montecitorio riuscisse ad eleggere 226 deputati. Fanfani simpaticissimo e autoritario ci considerava dei ragazzetti. Lo incontrammo con Hubert Corsi. Ci disse che l’errore principale del 1983 fu quello di sguarnire le Regioni candidando gli uomini più forti sul piano elettorale.

 

Fai parte della generazione di parlamentari che è entrata nel 1983 insieme a Mattarella, Castagnetti, Bianchini, Corsi, Carrus, Puja, Astori, Pietro Soddu, Casini. Nella flessione del 1983 era entrata…molta qualità! Il bilancio definitivo, come vorresti presentarlo in forma sintetica?

 

Dal ‘64 al ‘75 sono stato in Comune, a Vicenza, poi in Regione dal ‘75 al ‘83, infine ho avuto l’onore di essere eletto al Parlamento.

L’esperienza comunale mi è servita molto per il successivo lavoro in Regione, quella regionale, a sua volta, è stata validissima per l’imoegno parlamentare. Il processo è stato ideale.

La prima vera formazione è stata quella politica, fatta con umiltà e sacrificio, perché bisognava studiare Maritain, De Gasperi, Sturzo, poi Vanoni per la parte economica. Nel consiglio nazionale era un fortuna per me stare con Moro, Zaccagnini, Fanfani, Colombo, Rumor, Piccoli, Gava.

Due vite parallele, insomma: quella amministrativa e quella parlamentare. In seguito, dopo la Camera, ho continuato a fare politica in altro modo, andando a guidare l’Istituto Niccolò Rezzara e svolgendo attività di volontariato di vario tipo. Fino a qualche tempo, sempre per amore della politica, mi sono ritrovato coordinatore regionale degli ex parlamentari. Che dire? Pur con i miei 84 anni…non mi risparmio.

A Roma si prega in strada per la Pace in Ucraina.

 

Esistono episodi spontanei che rimangono sconosciuti ai più. Sono fatti locali, ma dimostrano come viene vissuta la guerra. A Nuova Gordiani, ad esempio, un gruppo di volontari della comunità parrocchiale di Santa Maria Madre della Misericordia ha organizzato spontaneamente una sorta di “flash mob” in viale Partenope per pregare, recitando un Rosario per la pace.

 

Luciano Di Pietrantonio

 

Le drammatiche notizie che arrivano quotidianamente, spesso ora per ora, in tempo reale sulla guerra d’invasione in corso nei confronti dell’Ucraina, continua ad essere motivo di grande preoccupazione e angoscia a Roma, come in Italia e in generale nel continente europeo, e significa senza mezzi termini, la fine di una pace che durava da oltre sette decenni.

 

Lo sgomento, il pensiero che torna indietro all’altro secolo, a un passato buio di paure e sofferenze, in modo particolare per le persone più anziane, che erano ragazzi nel periodo della seconda guerra mondiale, ma non hanno dimenticato i bombardamenti, i rifugi, la fame e la vita da profughi. Oltre alle tante persone, compresi i giovani che conoscono la guerra per i racconti dei loro genitori e dei loro nonni soprattutto per le immagini e le notizie, che le varie reti televisive trasmettono senza sosta, con servizi dai luoghi del conflitto, con dibattiti e testimonianze, rendono partecipi i cittadini e l’opinione pubblica di questa tragedia immorale   nel XXI secolo, con un ritorno al passato per l’Europa che immaginavamo non dovesse più accadere.

 

Le tante manifestazioni, specialmente a Roma, per la pace, con la richiesta di sospensione dei combattimenti per il cessate il fuoco, insieme alle tante raccolte di beni e farmaci per il popolo ucraino, l’organizzazione per l’accoglienza dei profughi, sono la dimostrazione di come la popolazione vive questa guerra incomprensibile e feroce contro l’Ucraina.

 

Esistono inoltre episodi spontanei in questi giorni, che rimangono sconosciuti ai più, perché sono fatti locali ma dimostrano come viene vissuta questa situazione. Infatti nelle periferie romane, un esempio è quanto accade a Nuova Gordiani nel V° Municipio, dove un gruppo di volontari della comunità parrocchiale di Santa Maria Madre della Misericordia spontaneamente ha organizzato una sorta di “flash mob” in viale Partenope per pregare, recitando un Rosario per la pace. Questo assembramento improvviso di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, composto di giovani e anziani, donne e uomini, nel cuore del quartiere, ha manifestato i sentimenti di vicinanza nei confronti di chi soffre per una guerra già considerata una catastrofe umanitaria, dopo poco più di due settimane di conflitto con circa due milioni di profughi e migliaia di morti.

Questa iniziativa verrà ripetuta sabato prossimo, sempre in strada nello spazio centrale di viale Partenope.

È doveroso infine ricordare l’accorato appello di Papa Francesco, di domenica scorsa all’Angelus, che ha manifestato con forza il suo pensiero: “La guerra è una pazzia.  Fermatevi, per favore guardate questa crudeltà. In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime, non si tratta solo di un’operazione militare ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria”. In queste parole c’è il convinto sentimento popolare di dire no alla guerra e sì alla pace, ricordando per i cristiani, compresi cattolici e ortodossi, il Quinto Comandamento: “Non uccidere”.

Mariupol città martire in attesa della presa di Kiev

 

Nessuno avrebbe mai immaginato una simile campagna di distruzione e morte che mira ad annientare un popolo per sottomettere chi resterà: viene da chiedersi se costoro, quelli che sopravviveranno possano essere considerati più fortunati dei molti civili ammazzati.

 

 

Francesco Provinciali

 

Continua l’orrore senza fine dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, con attacchi concentrici che si concluderanno presto con la inevitabile presa di Kiev. Devastazione, morte, bombardamenti stanno mettendo in ginocchio l’Ucraina, due milioni e mezzo di persone – prevalentemente donne e bambini hanno lasciato il Paese, mentre gli uomini civili stanno organizzano la resistenza affiancando l’esercito regolare: ma è troppo grande il dispiegamento dei militari russi, troppo evidente la disparità delle forze che si fronteggiano.

 

Mentre Zelens’kyj si rivolge al mondo e all’Europa in particolare per avere aiuti militari…”per quanto tempo sarete complici ignorando il terrore”? Chiudete i cieli ora! Fermate gli omicidi! Ne avete il potere ma sembra che voi state perdendo umanità” (questo l’ultimo appello pubblicato sul Canale Telegram, per ottenere la “no fly zone” aerea ), la Cina fa un passo diplomatico perso Putin: “Le colpe del conflitto ricadono sui Paesi dell’Occidente e sulla NATO” per le continue azioni di provocazioni perpetrate contro la Russia.

 

Una presa di posizione che desta allarme facendo pensare a futuri scenari di allargamento dell’area di guerra. In particolare Mariupol sta diventando la città martire, simbolo della distruzione cieca e feroce di ogni cosa: non c’è acqua potabile, la gente beve la neve, i viveri stanno finendo, le farmacie non hanno medicinali o sono chiuse, i negozi non hanno più generi alimentari, ieri una bambina è morta disidratata per assenza di cibo e di acqua, accanto al corpo senza vita della mamma.

 

I bambini sono le vittime predestinate, quasi prescelte di una ferocia disumana e inaudita. Mentre scrivo è in atto il bombardamento dell’ospedale pediatrico della città e ci sono molti bambini e le loro madri morti sotto le macerie. Non esiste più nulla che ricordi la fisionomia di una città. La vita si spegne lentamente sui volti delle persone. Continua il massacro senza fine dei civili: Putin sa certamente che i bambini muoiono sotto i colpi di mortaio, gli spari dei Kalashnikov, i bombardamenti. È veramente atroce questo accanimento disumano che non ha nulla di meno in fatto di crudeltà paragonandolo all’olocausto perpetrato dal Terzo Reich.

 

D’altra parte la traduzione letterale della definizione con cui – annunciando l’invasione dell’Ucraina – aveva descritto la gente di quel Paese era “sono bestie senza razza”. Che cosa ci si potrebbe aspettare da colui che non  considera esseri umani le vittime del suo attacco armato sanguinario e disumano? Non ci sono più parole per descrivere le scene di orrore e l’incessante distruzione delle case, dei manufatti, dei mezzi utili per gli spostamenti, i corridoi umanitari annunciati non hanno partenza né sbocchi.

 

Scappa chi può: molti minori si incamminano da soli verso ignota destinazione, rappresentano quasi la metà della gente in fuga. Non solo le sanzioni economiche in danno della Russia fermano la strategia omicidiaria e del terrore che non ha sosta ma nemmeno queste vittime innocenti ispirano un gesto di resipiscenza, un ripensamento, una tregua. Come si fa a continuare con i bombardamenti e con l’aggressione militare sapendo che sotto i colpi cadono vittime innocenti? Viviamo – senza ‘forse’ – il punto più basso di coscienza morale dopo la seconda guerra mondiale, nessuno avrebbe mai immaginato una simile campagna di distruzione e morte che mira ad annientare un popolo per sottomettere chi resterà: viene da chiedersi se costoro, quelli che sopravviveranno possano essere considerati più fortunati dei molti civili ammazzati.

 

Esperti di ogni Paese e di diverse branche della medicina e della psicologia stanno visionando per ore e ore le immagini di Putin nelle sue apparizioni televisive, la domanda è : si tratta di un pazzo? Ci sono segnali di una malattia mentale? Alcuni ipotizzano un tumore che lo porterebbe a ragionare come un “Sansone che muore con tutti i filistei”. Ma una malattia potrebbe anche far diventare più buoni, clementi, benevoli, indulgenti…la pazzia di un dittatore non ha deterrenti se non vengono presi provvedimenti dai suoi più stretti collaboratori. Resta la coscienza morale dissolta come neve al sole, l’etica scomparsa, la pietas che non esiste più nel cuore o nella mente di questo “autocrate” che sa di essere responsabile di un massacro di vittime innocenti. Neanche le morti dei bambini lo fermano. Siamo all’orrore, è spento in lui ogni  barlume di ripensamento, di misericordia, di pentimento.

 

Che cosa deve fare il mondo? Siamo tutti attanagliati da interrogativi più che inquietanti, direi ultimativi. Chi poteva prevedere che nell’anno di grazia del 2022 si potesse verificare un eccidio di questo genere.? Nulla è giustificabile mentre tutto appare razionalmente inspiegabile. Ho visto in un video Putin compiere il gesto del segno di croce, secondo l’usanza del credo ortodosso. Mi chiedo, e so di non essere il solo, se quel gesto non sia da leggersi come una bestemmia inaccettabile.

Ucraina, il “peso” dell’Italia e lo standing di Draghi.

La Turchia, Paese Nato e tradizionale alleato della Germania dimostra che è possibile puntare a una soluzione diplomatica del conflitto. Ora, la fermezza e la responsabilità sostenute da Draghi gli consentono di porsi come riferimento internazionale per una linea di saggezza nel limitare i danni all’Europa derivanti dalla spirale di sanzioni non a lungo sostenibili sia sotto il profilo economico che sotto quello sociale.

 

Come interpretare il ruolo dell’Italia e del presidente del Consiglio Draghi nella crisi ucraina? Se si guardano i fatti, appaiono ingenerose gran parte delle critiche provenienti dall’opinione pubblica interna. A partire da quelle che segnalano l’assenza dell’Italia da vertici internazionali che avvengono secondo formati che purtroppo derivano la loro ragion d’essere da note e irreversibili ragioni storiche.

 

In realtà, almeno secondo la mia percezione, Draghi sembra stia dando prova di grande equilibrio e di avveduto pragmatismo su ogni fronte. Non combatte gli schematismi ideologici (cosa peraltro ormai di fatto vietata e impossibile in un dibattito pubblico sempre più a senso unico su ogni tema rilevante, questione da non sottovalutare nei suoi potenziali effetti), spesso dimostra di saperli superare con atti di governo.

 

Così sulla strutturale inadeguatezza delle pur importanti energie rinnovabili nel sopperire al fabbisogno del Paese, così, credo e spero presto, sull’altra grande emergenza, quella della gestione politica di una nota patologia medica.

 

Questa capacità dimostrata da Draghi di saper andare al cuore delle cose, con profonda coscienza della loro grande complessità, mi pare stia emergendo anche rispetto al conflitto in corso. Con la netta condanna della guerra e dell’invasione russa dell’Ucraina e nel contempo con la consapevolezza (poco o niente tenuta presente nel dibattito pubblico) degli eventi che hanno portato a un tale sviluppo, e del fatto che quello della regione del Donbass non è stato l’unico equilibrio infranto con questo conflitto. La posta in gioco è molto più ampia, riguarda la contesa per una nuova dislocazione dei poteri e delle sfere di influenza a livello globale, sia fra grandi potenze che al loro stesso interno trasversalmente. E di mezzo, come campo della disfida, c’è l’Europa con i suoi delicatissimi equilibri geopolitici interni, con la sua irrinunciabile proiezione atlantica non sempre all’insegna dell’armonia degli interessi.

 

È quindi possibile che la posizione di prudenza espressa sinora da Draghi, finisca nei fatti per rivelarsi il contrario dell’isolamento che qualcuno paventa, ma che possa consentirgli alla luce degli sviluppi degli avvenimenti (che non sono solo di natura bellica, ma che presentano cruciali ricadute economiche e sociali sull’Italia e sul resto dell’Europa), di guidare a livello internazionale una linea di saggezza nel limitare i danni all’Europa derivanti dalla spirale delle sanzioni.

 

D’altronde la Turchia, secondo esercito Nato – che oggi per inciso ospita ad Antalya il primo colloquio tra i ministri degli esteri russo e ucraino, Lavrov e Kuleba – sta lì a dimostrare che si può stare nell’Alleanza Atlantica, condannare la guerra senza per questo esser per forza ostili alla Russia. Un difficile equilibrismo, di cui però è fatta la diplomazia. Senza dimenticare che l’altra potenza manifatturiera europea, la Germania, manifesta nella fattispecie interessi molto simili a quelli dell’Italia (e questa è comunque una buona notizia per l’edificio europeo) e che è una tradizionale alleata della Turchia. Le posizioni del governo turco appaiono le uniche in questo contesto capaci di salvaguardare l’unità della coalizione occidentalie e nel contempo di allontanare i rischi di un allargamento del conflitto. Un ponderato avvicinamento dell’Italia alla Turchia in questa delicatissima fase ci consentirebbe nel contempo di dare più forza alle nostre istanze insieme a quelle della Germania (che sono distinte da quelle del blocco baltico e scandinavo, nonché da quelle del Regno Unito) e di fare a meno, anche volentieri, di una mediazione francese con Mosca. In prospettiva, già a partire dal prossimo mese, Roma e Berlino non avranno altra scelta, se vogliono evitare il collasso economico e sociale. Le sanzioni alla Russia infatti si vanno a tradurre in iperinflazione, drastica perdita di potere d’acquisto, stagflazione, scarsità, e a prezzi non più sostenibili, delle materie prime, blocco di moltissime attività economiche e industriali, possibili razionamenti di energia e cibo su popolazioni già stremate da due anni di emergenza di altra natura.

 

L’Italia e Draghi stanno guardando all’insostenibilità, per l’Europa, per l’economia globale e per le relazioni internazionali già, nel breve periodo, della situazione che si è venuta a determinare in seguito al conflitto ucraino. Come è già successo in passato, nel bene e nel male, il nostro Paese può divenire, se vuole, un laboratorio di rilievo internazionale anche nel cercare una non certo facile, nè priva di rischi e di contraddizioni, via per risparmiare alla nostra nazione, all’Ucraina, all’Europa tragedie peggiori di quelle che già vediamo.

Pensieri di viaggio. Piccole note che invitano a riflettere a dispetto della concitazione dei tempi e della velocità della politica.

 

A chiusura della sua ultima newsletter l’ex ministra della salute del governo Ciampi ha inserito queste sue ‘brevi’ che sono di stimolo per chi fa politica o di politica ama parlare.

 

 

Mariapia Garavaglia

 

Protettore dei Sindaci

A Firenze nei giorni 25-27 febbraio si è tenuto un evento che non poteva essere più attuale, in concomitanza con la insana guerra lanciata da Putin nel cuore della Europa. Il Forum dei Vescovi e dei Sindaci del Mediterraneo hanno rinnovato il sogno del ‘sindaco santo’ di Firenze, Giorgio La Pira. Non ebbe esitazioni nel dialogare con Kruscev e con i potenti del Pianeta. Risolse problemi occupazionali con la Nuova Pignone. Pregava e coltivava utopie: ha dimostrato come si può e deve fare politica con le idee e col cuore. A Firenze è nata l’idea di nominare La Pira patrono dei Sindaci. È una proposta che sostengo. E conosco quanto i Sindaci meritino la protezione, la nostra.

 

Ultimi!

Gli Italiani ultimi tra i contribuenti. Il 94% delle persone fisiche sotto 50.000 euro: 6  ogni 100.000 abitanti che dichiarano più di 1 milione. Al top sono solo 3637. I contribuenti fedeli pagano i servizi scuola, sanità (la pandemia ha dimostrato quanto costa!) università, infrastrutture anche per i cittadini evasori e elusori: non è una grave ingiustizia? La riduzione di servizi penalizza i più poveri: non è un grave peccato sociale?

 

Liti incivili

Da 100 a 1.800 giorni, la diversa velocità con cui i tribunali italiani definiscono una lite. In difficoltà soprattutto le sedi del Mezzogiorno. Grazie ai fondi del Pnrr entreranno in servizio oltre 8.000 vincitori di concorso per nuovi addetti dell’ufficio di processo per aiutare a smaltire l’arretrato. Si spiega anche come sia indispensabile e urgente la riforma del processo civile: sia cittadini che imprese non possono perdere diritti e utilità per l’inefficienza di servizi pubblici.

Cittadinanza. Le parole passate al vaglio della dottrina sociale della Chiesa. Dalla rubrica di Radio Vaticana.

 

Nel Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa, Alessandra Gerolin riflette sulla dinamica dellincontro che genera legami, basi per lamicizia e la fraternità universali.

 

Alessandra Gerolin

 

Oggigiorno emerge più che mai l’esigenza di porre al centro del dibattito pubblico una riflessione concernente il senso del vivere comune. Il cittadino, in quanto persona umana, è un soggetto relazionale, la cui identità si arricchisce nel continuo rapporto con le altre persone: il proprio bene, infatti, è identificabile solo nella consapevolezza dei beni comuni (A. MacIntyre), che – a loro volta – richiedono un ragionamento comune circa ciò che è bene essere ed è bene amare (C. Taylor).

 

Si tratta di sviluppare una riflessione condotta nell’ambito della naturale socievolezza dell’uomo, che, lungi dal costituire un rischio nei confronti della convivenza democratica, offre – anzi – quella linfa vitale senza la quale la democrazia si trasformerebbe in una “repubblica procedurale” (M. Sandel). All’interno di questa prospettiva “non è necessario contrapporre la convenienza sociale, il consenso, e la realtà di una verità obiettiva” dal momento che “tutt’e tre possono unirsi armoniosamente quando, attraverso il dialogo, le persone hanno il coraggio di andare fino in fondo a una questione” (Fratelli tutti, 212).

 

La ricerca della verità, infatti, non va temuta come potenziale minaccia nei confronti della convivenza democratica, dal momento che essa “è ‘lógos’ che crea ‘diá-logos’ e quindi comunicazione e comunione”; la verità – pertanto – “apre e unisce le intelligenze nel lógos dell’amore” (Caritas in veritate, 4). In quest’ottica, il primato della libertà, valore fondamentale nell’ambito della cultura contemporanea, viene riproposto a un livello radicale, in quanto condizione per la scoperta della verità e del bene (cfr. Gaudium et spes, 17).

 

Tale scoperta, fondamentale per il perseguimento di un “vero sviluppo umano integrale” (Caritas in veritate, 4), si realizza nella dinamica dell’incontro, a sua volta generatore di legami reali all’interno di quel percorso conoscitivo e affettivo che Papa Francesco caratterizza come la “cultura dell’incontro” (Fratelli tutti, 30). La convivenza sociale e politica, pertanto, acquista tutto il suo significato se basata sull’amicizia civile e sulla fraternità, che permettono al cittadino di riconoscersi parte di un popolo. Quest’ultimo rappresenta una realtà aperta “a nuove sintesi” ed è capace di assumere in sé “ciò che è diverso” senza, tuttavia, negare se stesso, ma piuttosto “con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri” (Fratelli tutti, 160).

 

 

*Docente di Filosofia morale

 

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-02/dizionario-dottrina-sociale-cittadinanza.html

È normale che nel Ventunesimo secolo ci sia ancora la guerra?

 

È una domanda che avremmo dovuto affrontare non oggi, ma ieri o l’altro ieri ancora. Ma, paradossalmente, dovremmo misurarci anche con un altro quesito: perché abbiamo così tanta paura della pace?

 

Caterina Ciriello

 

«Ogni volta che gemo dentro di me e penso a quanto sia difficile continuare a scrivere d’amore in questi tempi di tensione e conflitto che possono in qualsiasi momento diventare per tutti noi un momento di terrore, penso tra me e me: “Cos’altro interessa al mondo? Cos’altro vogliamo tutti, ciascuno di noi, se non amare ed essere amati, nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro, in tutte le nostre relazioni. Dio è amore. L’amore scaccia la paura. Anche il rivoluzionario più ardente, che cerca di cambiare il mondo, di ribaltare i tavoli dei cambiavalute, sta cercando di creare un mondo in cui sia più facile per le persone amare, vivere in una relazione reciproca di amore. Vogliamo con tutto il cuore amare, essere amati».

 

Questo scriveva Dorothy Day nell’aprile del 1948, tre anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il mondo si trovava a fare i conti con le orrende conseguenze del conflitto e la paura che il comunismo invadesse il mondo. Un anno dopo, infatti, nell’aprile del 1949 viene stipulato il Patto Atlantico (NATO), che doveva garantire la sicurezza delle nazioni occidentali proprio dal comunismo. Da allora, e fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989, la storia racconta che tra est ed ovest gli equilibri sono stati sempre molto delicati e spesso si sono sacrificate delle vite per evitare le nefaste conseguenze di una guerra nucleare. In tutto questo, però, la logica del potere politico ed economico non si è mai fermata, lasciando dietro a sé una scia di povertà ed ingiustizie sociali di cui tutti, ad est ed ovest, dobbiamo rendere conto. Quanti popoli e nazioni hanno sofferto e soffrono ancora oggi per una economia non inclusiva, ma ad uso e consumo di una piccolissima parte dell’umanità che – come diceva Gino Strada – poi decide come e dove fare le guerre e manda a combattere i figli dei poveri! Qui però il discorso è un altro: bisogna domandarsi se è normale che nel XXI secolo ci sia ancora la guerra. E questa domanda dobbiamo farcela non solo oggi che abbiamo un conflitto assurdo in corso alle porte d’Europa, ma dovevamo farcela anche ieri, e l’altro, su tutte le guerre disseminate nel mondo di cui nessuno si ricorda più, e che provocano ancora morte, distruzione e orfani.

 

La guerra è guerra dovunque; le bombe uccidono sempre. Allora, cosa cerca il mondo? “Cos’altro interessa al mondo? Cos’altro vogliamo tutti, ciascuno di noi?” Non è facile rispondere, anzi diventa quasi impossibile. L’essere umano, infatti, da che mondo è mondo, si divide tra ciò che vorrebbe fare e ciò che poi di fatto fa: l’eterno dilemma tra il dire e il fare e tutte le sue conseguenze.

 

Anche oggi, come nei duri giorni all’inizio della pandemia, ascoltiamo pareri diversi, opinioni, analisi geopolitiche, possibili previsioni a volte anche angoscianti. E siamo sinceramente commossi e stupiti del coraggio di un popolo che affronta i carri armati anche a mani nude, ma pure sconvolti nel vedere bambini, ragazzi, giovani che preparano bottiglie molotov per contrastare il nemico e forse ucciderlo.

 

Nemico. Una parola che non si dovrebbe mai pronunciare, che dovrebbe essere bandita dai dizionari, dal vocabolario corrente, perché evoca malessere, rabbia, violenza, e già troppa se ne vede in questo mondo. Certo, nel Vangelo Gesù parla di nemici ed a qualcuno potrebbe venire in mente di abolire anche il Vangelo, ma Gesù ci dice semplicemente di amarli, perché ogni persona è degna di rispetto e perché Dio è amore. È davvero così difficile amare? È talmente complicato mettersi nei panni dell’altro e non fargli ciò che non vorremmo fosse fatto a noi? «In questo scontro di interessi che ci pone tutti contro tutti, dove vincere viene ad essere sinonimo di distruggere, com‘è possibile alzare la testa per riconoscere il vicino o mettersi accanto a chi è caduto lungo la strada?» (FT 16). Ma, paradossalmente, dovremmo farci anche un’altra domanda: perché abbiamo così tanta paura della pace?

 

Nel 1940 in piena guerra la Day si opponeva al conflitto scrivendo: «Invece di attrezzarci in questo paese per una gigantesca produzione di bombardieri assassini e uomini addestrati a uccidere, dovremmo produrre cibo, forniture mediche, ambulanze, medici e infermieri per le opere di misericordia, per guarire e ricostruire un mondo in frantumi».

 

Forse, oggi come allora, è più facile e conveniente investire nelle armi, nella guerra e non nella pace, destabilizzare invece che unire, e magare cercare pretesti per un conflitto giusto. Papa Francesco ne ha parlato, profeticamente, nella sua Enciclica “Fratelli tutti”: «La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali» (FT 11). Nessuna guerra è mai giusta, e lo sappiamo bene, perché è fratricida e perché Dio ci ha donato l’intelligenza e la parola per predicare l’amore, e le mani per lavorare ed asciugare le lacrime non per imbracciare un’arma. Tutta questa violenza è assurda, tutto questo odio è inumano. Chi ha paura di una terza guerra mondiale ha dimenticato le parole di papa Francesco: tutte queste violenze stanno assumendo «le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”» (FT 25). Non dimentichiamolo.

 

Caterina Ciriello

Docente  Straordinario di Teologia Spirituale e Storia della spiritualità – Pontificia Università Urbaniana – Roma

L’ipocrisia della “terzietà”. È sbagliato non condividere l’azione “protettiva” e “preventiva” che esercita la Nato.

 

In definitiva “né con lo Stato e né con le Br” e “né con Putin e né con la Nato” sono due atteggiamenti che vanno semplicemente rispediti al mittente perchè profondamente sbagliati e di dubbio significato.

 

Giorgio Merlo

 

Le stagioni storiche scorrono rapidamente come, del resto, le stesse fasi politiche. E ogni stagione politica è figlia di quel particolare momento storico. Eppure ci sono atteggiamenti e comportamenti nella storia democratica di un paese, forse anche inconsapevolmente. che si ripetono. Parole d’ordine che, nelle dinamiche della politica italiana, continuano a persistere e a riproporsi.

 

L’occasione concreta di questa mia riflessione arriva, per l’ennesima volta, dagli slogan più gettonati, più urlati e più ritmati alla recente manifestazione a difesa della pace organizzata dalla Cgil e da molte altre sigle della società sabato scorso per le vie di Roma. Per carità, i partecipanti a quella manifestazione, come a molte altre sparse in tutta Italia, sono sinceramente finalizzate alla difesa della pace, contro la brutale invasione russa dell’Ucraina e a difesa della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Eppure, proprio all’interno di quella manifestazione di Roma, e di molti altri cortei, si sono sentiti slogan molto simili a quelli lanciati in altre fasi storiche nel nostro paese che, però, partono sempre dalle stesse radici culturali. Quando si sente urlare, ripetutamente a proposito della violenta guerra in Ucraina, “nè con la Russia e nè con la Nato” come si fa a non pensare, immediatamente, a quell’altro sciagurato slogan lanciato da molti settori della sinistra politica, sindacale e soprattutto intellettuale ed accademica di un’altra epoca storica. E cioè, quello che si è sentito ripetere più volte durante il rapimento e prima dell’assassinio violento del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, “nè con lo Stato e nè con le Br?”.

 

C’è una somiglianza straordinaria tra quei due slogan – espressi in epoche politiche diversissime – che affondano però le loro radici in una sostanziale ostilità nei confronti dell’Alleanza Atlantica, della Nato e, in ultima analisi, del ruolo degli Stati Uniti D’America nello scacchiere politico europeo ed internazionale. Certo, i paragoni sono molto diversi tra di loro ed è difficile tracciare anche solo dei confronti. Com’è evidente a tutti, del resto. Ma c’è un filo rosso che lega i due avvenimenti: quando si è di fronte a delle tragedie drammatiche assumere atteggiamenti terzi, oltrechè dannoso è anche un comportamento tendenzialmente ipocrita. Negli anni ‘70 affermare che non si stava “nè con lo Stato e nè con le Br” significava semplicemente dubitare dell’azione dello Stato democratico nato dalla Resistenza e figlio della Costituzione repubblicana. Al contempo, si continuava a mantenere un atteggiamento tutto sommato comprensivo dell’azione criminale dei terroristi rossi pur contestandolo. Oggi, dichiarando ai quattro venti che non si sta “né con Putin e né con la Nato” significa, altrettanto semplicemente e drammaticamente, non condividere l’azione “protettiva” e “preventiva” che esercita la Nato per i paesi democratici dell’intero Occidente. Con queste motivazioni, come ovvio e scontato, nessuno vuole, comunque sia, mettere in discussione la sincera passione per la pace dei partecipanti alle varie marce della pace.

 

 

Però, e detto questo, la terzietà se è comprensibile nella normale e fisiologica dialettica politica e democratica di un paese come il nostro, diventa estremamente pericolosa e carica di incognite quando si sfila di fronte ad una situazione che richiede, al contrario, chiarezza, trasparenza, coraggio e, soprattutto, scelte nette e decisive. Oltrechè, come ovvio e scontato, coerenza politica e culturale.

 

E “né con lo Stato e né con le Br” e “né con Putin e né con la Nato” sono due atteggiamenti che vanno semplicemente rispediti al mittente perchè profondamente sbagliati e di dubbio significato. Questo sì che va detto con forza e “senza se e senza ma”.

Ricordiamoci della Resistenza, solo così potremo capire e apprezzare la lotta degli ucraini per la loro indipendenza.

Chiedere a Zelensky di arrendersi significa dare il messaggio che, di fronte a Golia, Davide non ha che da rassegnare le armi.

Giorgio Provinciali

 

Per fortuna la Resistenza al nazifascismo non è stata combattuta con gli smartphone dai “pacifisti social” del giorno d’oggi. Inutile festeggiare il giorno della memoria (corta) e poi disdegnar chi lotta per ogni centimetro della propria Terra e per i propri diritti, la propria libertà. Che poi, è anche la nostra. Eppure, al finto pacifista egoista medio dell’era social questo concetto non è chiaro.

 

Chi scrive “Zelensky arrenditi”, avrebbe detto lo stesso ai fratelli Cervi? Ai martiri della Resistenza tutti? Inutile cantare “Bella ciao” per poi rivolgere esternazioni vergognose e inviti alla resa a chi, davvero, una mattina s’è svegliato e ha trovato l’invasore. Sarebbe questo, il coraggio? Il testimone ricevuto in consegna dai martiri della nostra libertà è stato questo? Dunque, è stato tutto dimenticato? È davvero tutto qui?

 

In molti invocano il politico forte, il leader. Poi, quando sul serio si trovano di fronte qualcuno pronto a morire insieme al suo popolo per valori universali, che riguardano tutti quanti noi, ridono. Firmarsi per nome e cognome col commento a risata, che ormai è una sorta di censimento sul numero d’imbecilli in Italia, non rende eroi ma poveretti. Sui social ridono e voltano le spalle dall’altra parte, scrivono che non è una guerra nostra. Ah, no?

 

A loro dico, potete voltarvi quante volte volete ma prima o poi uno specchio lo incontrerete. Di fronte alle nostre coscienze messe a nudo, tutti quanti dobbiamo rendere conto. Chiedere a Zelensky di arrendersi significa dare il messaggio che, di fronte a Golia, Davide non ha che da rassegnare le armi. È questo l’esempio di coraggio che diffondiamo su questa spazzatura che ormai sono i social network? È questo l’esempio che abbiamo ricevuto da chi ha dato la vita affinché noi fossimo LIBERI, anche di scrivere certe idiozie?

 

Scorrere le dita sul touch screen dell’ultimo modello di smartphone dispensando consigli dal calduccio della poltrona, qui, coperti dallo scudo della NATO, è facile. Meno facile è dare concretamente un messaggio al mondo intero che ti guarda immobile, stando lí, senza alcuna protezione, tirando sul serio fuori attributi grandi così. Il rispetto lo merita chi dà tutto affinché i propri figli possano contare ancora sulla speranza di un futuro, su un esempio su cui crescere e far crescere le future generazioni. La parola dell’anno è stata “resilienza”. L’ultimo trend, tatuarsela sulla pelle. Davvero un peccato che, con la stessa mano tatuata, vengano scritte certe bestemmie.

 

Si scrive di onore e forza, mentre si è perso anche il più pallido barlume di ciò che a noi sono costati. In questi anni abbiamo visto di tutto: dal neofascista a parole, che si vanta di saper maneggiare con disinvoltura armi di ogni genere e scrive di onore e rispetto, a chi esce ora coraggiosamente da una trincea di silenzio durata anni e mostra un coraggio grande così, aiutando concretamente chi soffre con estrema dignità. Non dimenticheremo mai i nomi e i cognomi delle persone che hanno contattato in privato tutti quanti noi coinvolti in prima persona in questo dramma disumano, per combattere, a loro modo e per quanto nelle loro possibilità, così come non dimenticheremo nemmeno i nomi e cognomi di chi per anni ha millantato ciò che nella realtà dei fatti si è dimostrato invece il nulla mischiato col niente.

 

Chi sostiene l’importanza del dialogo, dovrebbe comprendere bene anche quanto per dialogare occorra essere attendibili, rispettabili, onorevoli, esemplari. Ma anche quanto dette qualità debbano appartenere anche al proprio interlocutore. Di fronte a un muro, lo stupido non è certamente il muro ma chi prova a parlarci. Di fronte a un criminale di guerra la Storia ha insegnato che certe strade sono meno percorribili di altre. I nomi di chi oggi può e deve fare qualcosa resteranno comunque nella Storia per secoli. Sta a lui scegliere come essere ricordato. Sarà la Storia a giudicare tutti quanti.

La rivoluzione di Boccaccio. A colloquio con Renzo Bragantini, autore de “Il Decameron e il Medioevo”.

 

Siamo lieti di riproporre, per gentile concessione, questa intervista apparsa sulla edizione dell’Osservatore Romano del’8 marzo. Il libro di Bragantini intende sottrarre Boccaccio a una condizione di fratello minore rispetto a Dante della “Commedia” e Petrarca del “Canzoniere”.

 

Francesca Romana De’ Angelis

 

Studioso di alto profilo, docente di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma e in diverse università degli Stati Uniti, Renzo Bragantini si è occupato e ha scritto di molti autori della nostra letteratura, in particolare Dante, Tasso, Manzoni, Pascoli, della prosa italiana di invenzione e delle intersezioni tra letteratura, musica e arti figurative. A Boccaccio, l’autore più suo, Bragantini ha dedicato negli anni studi di grande rilievo, frutto di un rigoroso impegno filologico e interpretativo che oggi, per naturale contiguità e convergenza, confluisce ne Il Decameron e il Medioevo rivoluzionario di Boccaccio (Roma, Carocci, 2022, pagine 216, euro 19). Un libro ricco di intuizioni e di nuove, affascinanti prospettive di lettura che, grazie anche a una scrittura di grande intensità e di altrettanta limpidezza espressiva, è un prezioso strumento per chi voglia accostarsi o riaccostarsi al capolavoro di Boccaccio, il grande cantore delle invenzioni narrative.

Come è nato questo libro?

Questo libro, che è il frutto di un lavoro durato più di tre anni, è nato come una sfida: sottrarre Boccaccio a una condizione di fratello minore rispetto a Dante della Commedia e a Petrarca del Canzoniere, e restituirgli tutta la grandezza che gli appartiene.

Perché questa condizione di minorità del Decameron?

Il Decameron è forse il meno esplicito dei tre testi fondativi del Trecento volgare, e ciò che cela è certamente più di quello che esibisce. È necessario, perciò, far emergere questa ricchezza per dar conto di un testo che è certamente più arduo di quanto a prima vista non appaia. A questo si aggiungono altri motivi. Il Decameron, ad esempio, non ha alle spalle una lunga, prestigiosa e continuativa tradizione di commenti, come la Commedia dantesca. E ancora spesso si privilegia la lettura di racconti isolati e l’interruzione del flusso narrativo continuo, che è caratteristica fondamentale del Decameron, impedisce di comprendere quanto sia raffinata e complessa la struttura del libro. Altro elemento che ha influito sulla scarsa conoscenza e popolarità è quella stolida lettura licenziosa che accompagna il Decameron tanto che, a differenza di dantesco e di petrarchesco, oggi si utilizza l’aggettivo boccacciano e non boccaccesco, che ormai ha acquisito il significato di licenzioso.

Come hai orientato il tuo lavoro per raggiungere lobiettivo di restituire a Boccaccio quel che gli appartiene?

Mi sono mosso con la libertà che ogni ricerca permette, ma anche esige. Boccaccio è una personalità ricca di molte sfaccettature, sperimentatore di generi diversi, innovatore — è sua l’invenzione dell’ottava rima — ricercatore e copista di testi. Ho cercato di attraversare i suoi percorsi dell’invenzione e di restituire, per quanto possibile, la trama delle relazioni testuali per far emergere il grande dialogo di Boccaccio con le sue fonti: da Oriente a Occidente, dalla tradizione classica alla volgare, dalla Scrittura alla letteratura devozionale alla narrativa ebraica. Boccaccio nel Decameron non cita i suoi autori di riferimento — Ovidio, Apuleio, Cicerone, Seneca tra gli altri — rifiuta a differenza di Petrarca una trasposizione inerziale dei classici, piuttosto li assimila, li metabolizza, li emulsiona. L’inventio boccacciana spesso è costituita da tessere minute che si sovrappongono, una strategia che alleggerisce il peso dottrinario ed è così sottilmente raffinata da sfuggire, se non si scruta a fondo. Ad esempio, per difendersi dalle accuse di immoralità Boccaccio ricorre a un’argomentazione tratta dalla lunga elegia del II libro dei Tristia dove si sostiene che l’immoralità non è nei testi, ma nello sguardo di chi vuol vederla, inaugurando così, attraverso il prediletto Ovidio, l’etica del lettore. Del resto, Boccaccio è scrittore dalla perfetta allusività, capace di trattare tutti gli argomenti con straordinaria leggerezza. Un altro esempio. Boccaccio è lo scrittore dell’amicizia, un sentimento per lui più sacro dell’amore. Nella celebrazione della sodalitas, sentimento che coincide con un bene disinteressato, resta potente traccia della memoria, della gratitudine, della concordia celebrati dall’amato Seneca nel suo De beneficiis.

La ricchezza «meravigliosa» del Decameron, per usare un aggettivo caro a Boccaccio, autorizza sempre nuovi percorsi di indagine e di ricerca. Tra tanti studiosi due nomi restano insostituibili: Francesco De Sanctis con la sua definizione di «la commedia umana delletà medievale» e Vittore Branca con «lepopea del Medio Evo». Si aggiunge adesso la tua definizione di Boccaccio interprete di un «Medioevo rivoluzionario».

Per spiegare la tensione rivoluzionaria che rende innovativo il Decameron ho preso a prestito il termine “ferializzazione” che il grande critico d’arte Roberto Longhi utilizzò per Caravaggio, capace di calare un soggetto sacro nella quotidianità. Così, ad esempio, il celebre Martirio di San Matteo diventava un assassinio di strada spogliato di ogni tensione devota. Questo avveniva a fine Cinquecento, ma già due secoli prima Boccaccio nel suo Decameron immetteva la classicità nella vita quotidiana del tempo, integrandola nel mondo contemporaneo. Boccaccio rivoltava come un guanto il prezioso patrimonio dell’antichità, rendendolo così presente ma irriconoscibile.

Alla morte di Dante nel 1321 Boccaccio ha 8 anni, mentre 9 anni lo dividono da Petrarca. Quale fu il rapporto tra le «Tre corone»?

Dante è per Boccaccio un poeta amatissimo fin dalla prima giovinezza e un modello insuperato di invenzione letteraria. A Petrarca lo legano ammirazione e devota amicizia, un sodalizio che durerà tutta la vita. Un legame così forte che supererà la crisi seguita alla decisione di Petrarca di accettare a Milano l’ospitalità di Giovanni Visconti, espressione di quei regimi signorili allora in piena espansione contro le libertà comunali. Il vero modello di Boccaccio è comunque Dante. La sua lezione è palese soprattutto sul piano della convivenza di stili diversi, capaci di rendere ragione dei tanti aspetti del reale, una «democrazia stilistica» che condividono rispetto alla «medietà» petrarchesca. A questo bisogna aggiungere che Boccaccio fu anche copista sia della Commedia che del Canzoniere. L’amore per Dante e Petrarca, sia idealmente che materialmente, avrà la funzione supplementare di tenere unite le «Tre corone» in un legame insieme intellettuale e umano.

Cosa ha rappresentato per te scrivere questo libro?

Un’esperienza molto impegnativa e altrettanto coinvolgente. Riattraversare il Decameron significa ogni volta rendersi conto di quanto questo capolavoro sia arduo e ingannevolmente semplice e accessibile. E poi Boccaccio è stato per me un grande maestro. A differenza di Dante e di Petrarca che esprimono un “io” all’interno del testo, Boccaccio, a parte pochissime zone del Decameron, è esterno al disegno narrativo, assume sempre la prospettiva del distanziamento ironico, dilemmatico, perplesso. Estrarre una lezione morale da questi racconti è difficilissimo. Boccaccio non legge il mondo, ma ragiona del mondo. Acuto lettore della società del tempo non ha la nettezza dei giudizi danteschi. Insegna il distacco dalle cose, il sorriso, il riso, la malinconia, il dubbio, la critica. Attraverso il rito sociale della narrazione insegna anche, e celebra in modo magistrale, il valore delle parole con un forte richiamo alla civile convivenza come irrinunciabile bene.

Ucraina, l’impotenza della Croce Rossa internazionale: scene spaventose di sofferenza umana.

Noi siamo qui, in parte impauriti e impotenti, in parte desiderosi di porgere la mano. Ciò nondimeno, la solidarietà può salvare il mondo, come premessa ineludibile alla pace e al ritorno delle libertà perdute.            

 

Francesco Provinciali

 

La città di Mariupol – una delle più massacrate dai bombardamenti e dall’accanimento sui civili dell’intera Ucraina – non era riuscita fino ad oggi ad organizzare un corridoio umanitario per far evacuare la popolazione  che si sta accorpando in attesa dell’espatrio. La Croce Rossa internazionale non è riuscita nell’organizzazione di questa via di fuga dal massacro e riferiva ieri  in un comunicato che  ”Tra scene spaventose di sofferenza umana, un secondo tentativo di iniziare l’evacuazione di circa 200 mila persone è stato interrotto”.

 

Da fonti di agenzia si apprende che il Cremlino riferisce che i militari russi hanno impedito un ‘esodo mascherato’, il cui vero scopo sarebbe quello di utilizzare i profughi come scudi umani per proteggere le manovre militari dei nazionalisti guidate da Kiev, per prendere tempo e attaccare l’esercito inviato da Mosca. Ma le testimonianze della Croce Rossa e delle autorità civili di Mariupol riportavano notizie di uso delle armi dei russi sulla gente assembrata in attesa di salire sui convogli.

 

Ribaltando l’evidenza dei fatti, testimoniati dai coraggiosi giornalisti e dalle TV che mostrano un popolo ridotto all’inazione, gente che ha lasciato dietro le spalle case distrutte e ora tenta la salvezza dell’esilio, in città – ma quasi in ogni paese ormai – i centri commerciali hanno esaurito le scorte alimentari, non c’è pane, non c’è acqua , non ci sono cambi di abiti, specialmente anziani, donne e bambini patiscono una condizione di sofferenza fisica e morale insopportabile. Scene che ricordano il film ‘Schindler’s list’ e comunque l’accanimento dei tedeschi sui civili fatti prigionieri.

 

Si sta intanto materializzando, per quanto successo fino ad ora,  la distruzione totale di ogni simbolo di una normale condizione di vita: case, uffici, farmacie, negozi, tutto a poco a poco va scomparendo sotto i colpi inferti dall’esercito invasore. Poi la svolta in mattinata:  un cessate il fuoco è stato dichiarato dalle 10 di stamane (ieri per chi legge), ora di Mosca, e sono stati aperti sei corridoi umanitari, di cui uno da Kiev a Gomel (Bielorussia), due da Mariupol a Zaporizhzhya (sud-est Ucraina) e Rostov sul Don (Russia meridionale), uno da Kharkiv a Belgorod (Russia occidentale) e due da Sumy a Belgorod e Poltava (Ucraina centrale)”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa Igor Konashenkov.

 

Mentre Kiev si organizza per resistere ad un imminente attacco dell’esercito invasore e Odessa attende l’attacco via mare in stile “D-day” , in altre città di ogni dimensione , compresi i piccoli centri, i civili si riparano nei bunker o tentano la via di fuga: questo non è possibile ovviamente nelle zone centrali del Paese per la lontananza dai confini nazionali, si parla di oltre un milione e mezzi di profughi già espatriati, in attesa di essere accolti dagli Stati limitrofi e dall’intera Europa.

 

La minaccia di Putin di far ricorso alle armi nucleari ha di fatto paralizzato sul nascere ogni ipotesi di intervento armato, a partire dalla ‘no- fly zone’, subito smentita: Il no dell’Alleanza Atlantica è perentorio ed ufficiale. Il rischio è che si inneschino delle conseguenze devastanti, che potrebbero portare di fatto a un conflitto mondiale. Zelens’kyj ha infatti richiesto all’Alleanza di valutare l’ipotesi di istituire una no fly zone sui cieli del Paese, e nonostante la Nato condanni aspramente l’invasione russa, la risposta del segretario generale Stoltenberg chiarisce la posizione dell’Alleanza: “Il Patto Atlantico è al fianco dell’Ucraina, ma non vuole essere parte del conflitto in corso. Non manderà il suo esercito e non manderà aerei nello spazio dell’Ucraina”.

 

Questa dichiarazione e la presa di posizione della NATO non va letta come segno di debolezza ma di calcolata lungimiranza: ogni intrapresa militare provocherebbe la reazione immeditata del Cremlino con conseguenze allo stato delle cose incalcolabile. Il mondo resta col fiato sospeso ma la freddezza con cui la NATO e ciascuno degli Stati membri ha risposto all’appello di Kiev, oltre a debolezze intrinseche,  va letta come parte calcolata di una strategia militare, che tiene conto di fattori geopolitici e geoceconomici. L’obiettivo è di fiaccare la resistenza russa: di fronte all’inattesa resistenza del popolo ucraino da un lato, all’azione incessante della diplomazia internazionale e dei Governi dei Paesi democratici dall’altro e – infine – alle conseguenze delle sanzioni che – se è vero che provocano un effetto boomerang su chi le ha intraprese – è altrettanto palpabile e tangibile quanti danni stiano provocando alla Russia che alcuni analisti internazionali danno sull’orlo del default, a cominciare dalle confische dei beni e delle proprietà estere degli oligarchi di Putin, alla capacità di resistenza e di tenuta economica del Paese stesso, dove il rublo vale ormai un centesimo, la Borsa è colata a picco, i pagamenti e i prelievi sono fermi, specie dopo la decisione di  VISA e MasterCard di bloccare le transazioni.

 

E qui pare doveroso sottolineare quanto possa essere doloroso che anche il popolo russo paghi le conseguenze catastrofiche di una decisione improvvida e scellerata, forse Putin ha fatto male i suoi calcoli, forse l’Ucraina ha reagito oltre le aspettative, forse la Russia si sta accorgendo di essere ormai politicamente isolata, poiché oltre la non caduta della NATO nel trabocchetto di una reazione militare (lo Zar reputa forme di neonazismo le intraprese difensive dei civili Ucraini e “dichiarazione di guerra “ le sanzioni economiche: avrebbe probabilmente dato seguito all’uso del nucleare in caso di “conflitto aperto”), vanno registrate le posizioni sornione e attendiste della Cina, della Corea e dell’India.

 

Una terza guerra mondiale porterebbe alla perdita totale di ogni razionalità e senso del limite alle azioni militari, in una escalation che avrebbe come esito quasi certo il “cupio dissolvi”, la distruzione del pianeta. Non bisogna confondere la strategia di vertice intrapresa da Putin e dai suoi oligarchi con il popolo russo, il suo desiderio di pace e non belligeranza dopo decenni e secoli travagliati,  la rilevanza della cultura russa nella formazione della civiltà europea. Bandire e sabotare iniziative celebrative ed evocative di figure come Tolstoj  e Dostoevskij è un suicidio della cultura e una ipotesi irrazionale e priva di ogni logica. Senza tener conto del fatto che in questi giorni il popolo russo è sceso in piazza e molti dissidenti sono stati arrestati. L’Accademia nazionale dei Lincei mi ha fatto pervenire un appello-denuncia  di molti intellettuali delle Università e delle Accademie russe che hanno preso le distanze dall’invasione dell’Ucraina, anzi l’hanno apertamente condannata, sfidando il regime.

 

Dopo la pandemia e in parte sovrapposta ad essa (bisognerà pensare alle misure di profilassi dei profughi) questa invasione armata non ci voleva. Dopo Gorbaciov ed Eltsin, dopo il crollo del muro di Berlino lo Zar Putin rispolvera la via dell’invasione armata del regime comunista: come a Budapest nel 1956, come a Praga nel 1968, tra poco toccherà a Kiev. Ma di questo avremo modo di parlarne a capitolazione avvenuta. Devastando il territorio ucraino e calpestando il diritto all’autodeterminazione del suo popolo, la bandiera, l’amore di Patria Putin ha fatto terra bruciata davanti a sé.  Una guerra fratricida che finisce in un bagno di sangue può portare ad esiti incalcolabili: da una parte e dall’altra si spera tocchi al popolo sovrano tracciare la via del futuro. La storia è maestra di vita ma l’uomo è un pessimo scolaro: per questo, sapendolo, rimuoviamo troppo in fretta il valore pedagogico della memoria.

 

Noi siamo qui, in parte impauriti e impotenti, in parte desiderosi di porgere la mano: la solidarietà può salvare il mondo, come premessa ineludibile alla pace e al ritorno delle libertà perdute. Ad una condizione: che ogni scelta, ogni sentimento, ogni azione passino al vaglio del pensiero critico e della coscienza che stanno dentro ciascuno di noi, ospiti troppo spesso inascoltati.

In occasione della Giornata della donna un ricordo di Francesca Romani De Gasperi

Di seguito proponiamo ampi stralci della lettera che il Direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, dottor Marco Odorizzi,  ha indirizzato alla dott ssa Fausta Luscia, Presidente A.N.D.E Brescia, per l’iniziativa di giovedì 10 marzo sulla figura di Francesca Romani De Gasperi.

 

Redazione

 

[…] grazie alla cortesia e all’attenzione del Vicepresidente del Centro Alcide De Gasperi di Castegnato, dott. Franco Franzoni, apprendo della scelta di ANDE e del Comune di Brescia di dedicare una serata alla figura di Francesca Romani De Gasperi, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata internazionale della donna.

 

[…]

 

Della figura di Francesca Romani non è stato scritto molto. Anche per questo per me è stato un grande privilegio poter accogliere qualche anno fa la proposta di Paola De Gasperi, la più giovane delle figlie di Francesca e Alcide, di raccogliere il carteggio dei suoi genitori in un volume che abbiamo voluto intitolare Alcide e Francesca. Una storia familiare. È stato un privilegio perché mi ha permesso di osservare da vicino, attraverso l’immediatezza della corrispondenza privata e l’affettuoso ricordo di Paola, una vita capace di lasciare il segno, al pari di quella di tante donne che hanno fatto la storia con tenacia e pazienza lavorando nell’ombra, senza cercare alcuna considerazione pubblica.

 

A distanza di qualche mese dall’immersione che feci nella storia di Alcide e Francesca, una cosa su tutte mi resta impressa e voglio qui ricordarla, salutando e complimentandomi per la vostra iniziativa: l’idea, costantemente testimoniata da Francesca, che si possa essere liberi anche vivendo tra mille vincoli e limitazioni. Come? Coltivando la libertà dentro di noi, oltre che fuori di noi. Accettando di non giudicare il mondo, che è sempre quello che è, ma impegnandosi invece a lasciare una scia, un segno di come vorremmo che fosse, pur sapendo che non basterà a cambiarlo una volta per tutte.

 

Perché il mondo non si cambia una volta per tutte: a nessuno e nessuna può essere chiesto di farlo. Ma nondimeno tutti e tutte siamo chiamati e chiamate a testimoniare con le nostre scelte il mondo che vorremmo. Nell’inseguire questo ideale, a Francesca non mancò certo la pazienza: non le mancò, perché non le mancò mai la fiducia. Il suo sguardo sapeva cercare, anche nei rovesci imprevedibili della vita, quell’orizzonte lontano, che non toglie valore alla piccole cose quotidiane ma al contrario dà loro senso e dimensione. Cercare il senso profondo delle cose è un esercizio a cui la nostra società ha forse un po’ smesso di abituarci.

 

In questa serenità d’animo, sostenuta da una fede profonda, c’è la radice di un impegno civile silenzioso e indefesso, che il fascismo poté umiliare, ma non sconfiggere. E che passata la tempesta saprà germogliare e sostenere gli anni più luminosi della vicenda degasperiana.

Proprio oggi, in questi tempi agitati e convulsi, di fronte a tragedie che scuotono il nostro più intimo senso d’umanità, credo che il rischio di scoraggiarci, di cedere all’apatia e all’indifferenza o, al contrario, di inseguire a testa bassa l’adrenalina del momento sia forte. Sarebbe più facile cambiare tutto in una volta, con un singolo atto eroico. Ma non ci è dato di farlo. Ciò che possiamo fare, però, è metterci sulla scia di Francesca e provare scrivere una storia diversa, con le nostre capacità, con le nostre idee, con le nostre scelte.

 

[…]

 

Con i migliori auguri…

Roberto Ippolito racconta “Delitto Neruda” mentre nasce il nuovo Cile, venerdì 11 marzo alla Garbatella.

di Jeso Carneiro

 

Alle 18.00 alla Biblioteca Moby Dick in coincidenza con linsediamento del presidente Gabriel Boric la presentazione con Patricia Mayorga Marcos del libro pubblicato da Chiarelettere che smonta la versione ufficiale della morte per il cancro. Lattesa per la possibile azione della magistratura.

 

Redazione

 

La verità per il poeta. È quella ricostruita da Roberto Ippolito con l’inchiesta internazionale contenuta nelle pagine di “Delitto Neruda”, pubblicato da Chiarelettere. Il libro viene presentato venerdì 11 marzo 2022 alle 18.00 a Moby Dick Biblioteca Hub Culturale, in Via Edgardo Ferrati 3a alla Garbatella a Roma. L’autore dialoga con Patricia Mayorga Marcos, presidenta dell’Asociación Mundial de Mujeres Periodistas y Escritoras, testimone diretta di momenti importanti: ha partecipato al funerale di Pablo Neruda. L’incontro a Moby Dick, a ingresso libero, si avvale della collaborazione della libreria Nuova Europa I Granai.

 

La scelta della data non è casuale. In coincidenza con l’incontro, a Santiago del Cile si insedia il presidente Gabriel Boric. Si concretizza così una notevole svolta politica, per l’affermazione di forze progressiste, e generazionale: Boric ha appena compiuto 36 anni. Nasce dunque il nuovo Cile. Dal quale è possibile attendersi anche un impulso alla verità per il poeta.

 

Con fatti, testimonianze e documenti “Delitto Neruda” smonta completamente la versione ufficiale della morte per il cancro alla prostata. Finora la magistratura non si è pronunciata sulla fine di Pablo Neruda, pur essendo aperto un processo dal 2011. C’è dunque attesa per la sua possibile azione. Il mutato clima del Cile la favorirà finalmente? La presentazione a Moby Dick ha quasi il valore di un appello.

“Delitto Neruda” fa conoscere anche gli ostacoli posti sul cammino della giustizia. “Questa opera è un anticipo della verità giuridica che in Cile si è voluto nascondere per diversi motivi e interessi” sostiene Rodolfo Reyes, nipote di Pablo Neruda e rappresentante legale dei familiari.

Pertanto nell’incontro a Moby Dick il passato e il presente si intrecciano. Con i risultati delle ricerche sulla fine del poeta, “Delitto Neruda” apre una pagina di storia sulle terribili violazioni dei diritti umani compiute con la dittatura militare di Augusto Pinochet. Con la sua instaurazione l’11 settembre 1973, vengono devastate le case di Pablo Neruda e i suoi libri vengono incendiati nei falò per le strade. Ovunque terrore e morte. Anche la poesia è considerata sovversiva.

A dodici giorni dal colpo di stato che depone l’amico Salvador Allende, il premio Nobel per la letteratura 1971, il poeta dell’amore e dell’impegno civile, amato nel mondo intero, muore nella Clinica Santa María di Santiago. La stessa in cui, anni dopo, morirà avvelenato anche l’ex presidente Eduardo Frei Montalva, oppositore del regime. Il decesso di Neruda avviene alla vigilia della sua partenza per il Messico, e viene attribuita al cancro alla prostata. Ma la cartella clinica è scomparsa, manca l’autopsia, il certificato di morte è sicuramente falso. “Il poeta premio Nobel ucciso dal golpe di Pinochet” si legge sulla copertina del libro.

Ippolito ha raccolto le prove sostenibili, gli indizi e il movente della fine non naturale di Neruda, sulla scorta dell’inchiesta giudiziaria volta ad accertare l’ipotesi di omicidio, e per questo contrastata in ogni modo da nostalgici e negazionisti. Per la sua drammatica ricostruzione, l’autore si è avvalso di una vasta documentazione proveniente dalle fonti più disparate: archivi, perizie scientifiche, testimonianze, giornali cartacei e on-line, radio, televisioni, blog, libri, in Cile, Spagna, Brasile, Messico, Perù, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Italia.

Il libro è scritto con il rigore dell’inchiesta e lo stile di un thriller mozzafiato. Protagonista, una figura simbolo della lotta per la libertà, non solo in Cile, vittima al pari di García Lorca, suo grande amico e illustre poeta, ucciso dal regime franchista.

Guerra in Ucraina: famiglie russe in crisi (AsiaNews).

Linvasione ordinata da Putin ha provocato una spaccatura generazionale: i giovani criticano il regime, gli anziani sostengono il presidente russo. Per la propaganda del Cremlino, gli ucraini bombardano le proprie case. Il conflitto sta distruggendo i nuclei familiari in Russia.

  

Vladimir Rozanskij

 

Tra i tanti aspetti tragici dell’invasione russa dell’Ucraina ci sono gli effetti dirompenti sulle famiglie in Russia, dovuti soprattutto alla perdita di tanti giovani vite dei militari mandati allo sbaraglio. In via ufficiale il Cremlino ammette numeri molto ridotti, qualche centinaio di perdite rispetto alle tante migliaia denunciate dagli ucraini.

 

I cadaveri vengono rimpatriati quasi di nascosto, ma i primi funerali “silenziosi” si sono già svolti nelle regioni caucasiche vicine alle zone belliche, come Cecenia, Inguscezia, Kabardino-Balkaria, Astrakhan, Ossezia del nord, Krasnodar e Daghestan. Da questi territori i lamenti delle madri si diffondono anche sulla stampa, come documenta Kavkaz.Realii, una delle tante agenzie a rischio di chiusura da parte delle autorità russe.

 

Le famiglie in tutta la Russia vivono questi frangenti in condizioni drammatiche non solo per la perdita fisica dei giovani sacrificati alla follia bellica, ma anche per le divisioni ideologiche sui motivi stessi della “operazione militare speciale”, come viene definita dal governo. Molti figli rompono i legami con i genitori e con gli amici per questi motivi.

 

La 28enne Ekaterina, fitness-trainer della regione di Rostov, vicina al Donbass, racconta di sua madre, direttrice della locale Casa della Cultura, che ha sempre sostenuto il governo anche quando erano evidenti le sue manovre antidemocratiche, come nei brogli elettorali a cui lei stessa ha dovuto assistere. Ora in famiglia ci si spacca sulla guerra: il padre tassista crede fermamente alle minacce della Nato e approva l’invasione, dando ogni colpa agli Usa. La madre dubita, ma spiega alla figlia che “sono stati gli ucraini a chiederci aiuto, non discutere o mi saltano i nervi, tanto non dipende comunque da noi”. Ekaterina ha smesso di andare a trovare i genitori, e suo marito si trova nella stessa situazione con i suoi, che sono ancora più anziani e più fermamente sostenitori di Putin.

 

La lite è diventata inevitabile dopo un video passato tra la chat di famiglia, in cui si denunciava l’assalto, e la suocera si è scagliata contro Ekaterina e il marito chiamandoli “traditori” e gridando di “aver vissuto inutilmente gli ultimi 30 anni”, dopo la fine dell’Urss. L’unico a tacere è il suocero originario dell’Ucraina, che non può evidentemente pronunciarsi per non divorziare a quasi 90 anni. Secondo Ekaterina, le persone che sostengono Putin lo fanno “perché non gli funziona più il cervello, o perché non hanno mai avuto una coscienza”.

 

Ai confini tra la provincia di Rostov e il Caucaso vive un’altra giovane donna intervistata: la 24enne Viktoria, visagista e illustratrice di professione. I genitori vivono lontano, e fino alla guerra i rapporti con loro erano “teneri e calorosi”, ma ora è un inferno. La madre ripeteva spesso “voi giovani non sapete che disastro c’era prima di Putin”, esprimendo la sua totale fiducia nel leader, sostenuta con più discrezione dal marito.

 

“I miei si bevono tutta la propaganda della televisione, anche se potrebbero benissimo informarsi altrove; non sono vecchi, anche mia nonna sa usare TikTok”, spiega Viktoria. I giovani sperano che le generazioni più mature aprano gli occhi davanti alla guerra: una cosa infatti è la garanzia di sicurezza e relativo benessere, altra cosa è la morte e la distruzione. La madre di Viktoria ha solo 45 anni, eppure si richiama ai più polverosi slogan sovietici contro “l’aggressione dell’Occidente”.

 

Il 28enne manager Arkadij di Krasnodar si riteneva apolitico, e ha iniziato a interessarsi di questi problemi quando il gruppo di Naval’nyj ha denunciato gli sfarzi del premier Medvedev nel 2017. La madre 50enne è convinta dalla propaganda televisiva che siano gli ucraini a buttare le bombe sulle loro stesse case, ed è impossibile convincerla del contrario: se le si mostrano le notizie da internet, lei risponde “in tv hanno detto che sono tutte fake news”. Arkadij conclude sconsolato che “presto non riuscirò più a vivere e a lavorare tra persone che sostengono il genocidio di un popolo fratello, a cominciare da mia madre”.

 

Il sito riporta molte altre testimonianze simili, per la maggior parte dissidi tra genitori e figli, ma anche tra coetanei, parenti e conoscenti. Se la guerra è stata iniziata anche per “difendere i nostri valori”, di certo oltre a molte vite sta distruggendo molte famiglie, cioè uno dei valori più importanti proclamati dal regime.

La ricerca di un mondo più sano. Un obiettivo sempre attuale a distanza di più di 30 anni dal discorso di De Mita a Mosca.

 

L’Unione Europea, divenuta una realtà mondiale di 27 paesi e 450 milioni di abitanti, con una rilevanza economica e industriale importante, con una moneta che a dispetto dei suoi detrattori si è comunque imposta a livello internazionale, non è riuscita a tradurre questa forza in potenza politica.

 

 

Enrico Farinone

 

La riflessione proposta qualche giorno fa da Giorgio Radicati sul discorso tenuto da Ciriaco De Mita in qualità di Presidente del Consiglio all’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica nell’ormai lontano 1988 mi ha guidato nella lettura del medesimo e nello svolgimento, a mia volta, di una modesta ma non rinviabile riflessione in questi giorni così angoscianti.

 

L’Europa da allora ha fatto molti passi in avanti e si è allargata in maniera consistente. Del resto il 1989 e la successiva disarticolazione del sistema internazionale sino a quel tempo imperniato sul bipolarismo Est-Ovest è arrivato non molto tempo dopo, ma dopo quel discorso. Eppure – ed è questo il dato che mi ha impressionato del ragionamento demitiano – il punto di fondo che ivi veniva proposto non è ancora stato raggiunto, con grave danno per l’Europa: “Penso che l’Europa non si debba tanto definire geograficamente, quanto politicamente e strategicamente, come un punto di riferimento dell’ordine internazionale”. E più avanti, a rafforzare il concetto: “È necessario che la grande potenza economica della comunità non si regga sulle gambe di un nano politico”.

 

Dopo 34 anni siamo ancora lì. L’Unione Europea, divenuta una realtà mondiale di 27 paesi e 450 milioni di abitanti, con una rilevanza economica e industriale importante, con una moneta che a dispetto dei suoi detrattori si è comunque imposta a livello internazionale come una delle più sicure, non è però riuscita a tradurre questa forza in potenza politica.

 

I motivi sono noti, analizzati e discussi ad ogni livello – istituzionale, accademico, pubblicistico – eppure non si è riusciti a tutt’oggi ad affrontare con decisione la questione. Si è preferito anzi rafforzare l’Europa intergovernativa a scapito di quella comunitaria, finendo così col favorire l’emersione di impulsi nazionalistici (alimentati dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria prima e dalla crisi migratoria del 2015/2016 poi) che a loro volta hanno rallentato il processo di integrazione. Un pericolo anticipato nel discorso: “Lo sviluppo di un’Europa occidentale più integrata è il modo migliore per sconfiggere quelle tendenze nazionalistiche che all’Est come all’Ovest potrebbero speculare sui timori del mutamento per tentare di turbare la stabilità degli equilibri politici europei”.

 

Ora un processo integrativo ha ripreso parzialmente vigore, ma solo in seguito a eventi catastrofici: la pandemia e adesso la guerra in Ucraina. La prima ha generato il piano Next Generation EU, mettendo in comune debito europeo dopo aver sospeso il tanto discusso Patto di Stabilità. La seconda sta unendo tutti i Paesi dell’Unione – inclusi quelli più distanti da essa sul piano dei valori – a tutela della democrazia e della libertà minacciate dal neo-imperialismo russo.

 

Manca ancora, però, una reale forza politica, oltre che militare. Lo si è visto plasticamente nel modo col quale Putin ha di fatto trattato Macron e Scholz, recatisi a Mosca per garantirgli una certezza per lui importante (la non adesione dell’Ucraina alla NATO, ma pure alla UE). La salvaguardia della pace nelle relazioni internazionali presuppone sempre una forte capacità politica. De Mita lo evidenziava con nettezza: “Dal punto di vista dell’Europa occidentale, una testa politica è necessaria anche per conseguire ulteriori progressi sulla strada della sicurezza reciproca e del disarmo. Si tratta di andare molto al di là del problema di come ridurre carri armati o divisioni di fanteria”.

 

De Mita infine concludeva il suo discorso con un tono più aulico, forse non tipico del personaggio ma invece proprio della cultura politica nella quale si era formato: “Mi pare sia giunto il tempo in cui possa applicarsi alle opere di pace tutta l’intelligenza riversata nell’elaborazione di sistemi di guerra e di istituzioni repressive. Sono secoli di storia sui quali riflettere per compiere una vera inversione che possa portarci a un sistema di civiltà diverso”. La ricerca di “un mondo più sano, centrato sull’uomo, quale soggetto di diritti inalienabili” rimane un obiettivo da perseguire con fiducia, anche se spesso la si dimentica, spersa nei meandri più cupi della cronaca che si fa storia.

 

Una politica estera senza ideologie. Il nuovo ruolo dei cattolici popolari.

 

Dopo la drammatica invasione dellUcraina da parte della Russia e le gestione imperiale del suo capo indiscusso, si rende non solo necessario ma indispensabile ed imperativo avere una politica estera seria e coerente che non sia più appaltata ad improvvisatori della politica o ai soliti tecnici di settore o ai tecnici o tecnocratici tour court.

 

 

Giorgio Merlo

 

La drammatica guerra a cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni ha riproposto, finalmente e purtroppo, la necessità di avere una politica estera. Cioè una strategia che sia in grado di leggere ciò che capita nel mondo da un lato e come si può, al contempo, indicare e condizionare le dinamiche e le politiche che affrontano di volta in volta i nodi più intricati della matassa internazionale.

 

Ora, tutti sappiamo che la politica estera per molti anni è stato il risultato di scelte di campo nette, di opzioni politiche definite e di impianti ideologici che apparivano inscalfibili. Una serie di certezze che si sono sgretolate di fronte ad avvenimenti, più o meno prevedibili, che hanno segnato e condizionato l’evoluzione del mondo. Ma, è persin inutile negarlo, le culture politiche e le rigidità ideologiche condizionavano pesantemente le scelte e le strategie dei singoli partiti e delle varie coalizioni. Comunque sia, anche quelle opzioni e quelle certezze ideologiche erano declinate da una attenta e raffinata strategia politica. E, di conseguenza, interpretata da autorevoli e altrettanto qualificati leader politici e statisti. Sotto questo versante, l’esperienza della classe dirigente democratico cristiana da un lato e la stessa statura degli esponenti dell’opposizione e dei partiti di democrazia laica e socialista dall’altro – come li definiva giustamente Carlo Donat-Cattin – contribuivano a dare lustro, prestigio e autorevolezza alla definizione della politica estera italiana.

 

 

Tuttavia, con l’esaurirsi delle certezze ideologiche – salvo piccole nicchie sparse qua e là ma ormai del tutto insignificanti – e con il tramonto dei partiti espressivi di una cultura politica definita e chiara, la politica estera è diventata più un’urgenza da risolvere del governo di turno che non il frutto di una attenta e pertinente elaborazione politica e culturale. E su questo versante, soprattutto dopo la drammatica invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le gestione imperiale del suo capo indiscusso, incontrastato e dominante, si rende non solo necessario ma indispensabile ed imperativo avere una politica estera seria e coerente che non sia più appaltata ad improvvisatori della politica o ai soliti tecnici di settore o ai tecnici o tecnocratici tour court. Cioè, detto in altri termini, adesso la politica deve ritornare protagonista al di là e al di fuori delle certezze ideologiche del passato e seppur con lo sbiadire progressivo delle culture politiche di riferimento.

 

Per questi motivi il cattolicesimo politico adesso, soprattutto adesso, ridiventa centrale e decisivo. Per il contributo di qualità e di autorevolezza che può concretamente apportare alla politica italiana e anche, e soprattutto, per la credibilità della politica estera del nostro paese. Certo, una politica che non potrà non raccogliere il patrimonio di idee, di valori, di esperienze e di storia di governo che hanno caratterizzato la lunga stagione politica della Democrazia Cristiana. Perchè anche senza la griglia ideologica, la politica non va in pensione. Semplicemente si declina giorno per giorno con modalità diverse rispetto al passato. In ogni caso con l’apporto decisivo, essenziale e determinante delle culture politiche. Che vanno riscoperte e rideclinate. A cominciare dalla nostra, quella cattolico democratico, popolare e sociale.

La propaganda di Putin fa perno sulla rappresentazione di una presunta intesa storica con l’Occidente sul futuro dell’Ucraina.

 

In realtà il Memorandum di Budapest, firmato nel 1994, garantiva l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. La sua apertura all’Ovest non era disconosciuta, né perciò impedita. Ora opporsi alladesione di Kiev alla Nato significa violare i principi fondanti stessi di questultima, secondo cui lAlleanza è aperta ad ogni Stato sovrano europeo che voglia farne parte.

 

 

 

Giorgio Provinciali

 

Il 5 dicembre 1994 l’Ucraina firma il Memorandum di  Budapest sulle garanzie di sicurezza. S’impegnava a smaltire l’arsenale nucleare ancora in suo possesso a seguito della dissoluzione dell’URSS, e a non proliferare altre armi nucleari. Ben 1900 testate nucleari furono mandate in Russia per essere smaltite nei successivi tre anni.

 

In cambio, proprio la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno dato garanzie scritte all’Ucraina circa l’inviolabilità territoriale e dei propri confini, la sua indipendenza e la sua sicurezza. Anche Francia e Cina si sono impegnate successivamente in tal senso a dare le medesime garanzie. Il “casus foederis”, nella fattispecie, vincola il Regno Unito ad un intervento obbligatorio a sostegno e difesa dell’Ucraina.

 

Questa è Storia.

 

È un accordo sottoscritto dalle parti e strettamente vincolante per le parti, che s’impegnano formalmente a rispettarne l’indipendenza e la sovranità e dall’astenersi dall’uso della forza e da qualsiasi minaccia contro l’Ucraina, non solo militare ma anche economica.

 

Il Regno Unito ha l’obbligo formale d’intervento in difesa dell’unità territoriale ucraina.

 

Inoltre, le richieste della Russia di opporsi all’adesione dell’Ucraina alla NATO violano i principi fondanti stessi di quest’ultima, secondo cui l’Alleanza è aperta ad ogni Stato sovrano europeo che voglia farne parte.

 

Anche questa è Storia.

 

Le garanzie rivendicate da Putin circa una non-espansione della NATO “neanche di un centimetro” ad est sono state soltanto verbali, come ricordato dallo stesso Gorbaciov in un’intervista al Daily Telegraph, il 7 maggio 2008, ricordando quanto detto dall’allora cancelliere tedesco Helmuth Kohl e dal segretario di Stato USA dell’epoca, James Baker, durante i bilaterali Washington – Mosca e i colloqui 4+2. Il “documento scritto” cui fa riferimento Putin è soltanto una minuta di quanto detto durante tali incontri e non un accordo formale sottoscritto dalle parti.

 

Storia, sempre Storia.

 

Nessun accordo scritto formale vieta alle ex Repubbliche sovietiche di far richiesta d’ingresso nella NATO, mentre esiste un accordo formalmente sottoscritto da tutte le parti per un intervento militare del Regno Unito (che fa parte della NATO) a difesa dell’Ucraina, la cui integrità territoriale è stata minacciata e la cui sovranità è stata violata.

Il Dizionario sociale di Dossetti: da Argentina ad Autarchia.

 

Riprendiamo la pubblicazione di alcune voci di questo dizionario – pensato come strumento a disposizione dei militanti – che Giuseppe Dossetti diede alle stampe nellaprile del 1946 in qualità di Vice Segretario e responsabile dellUfficio Stampa, Propaganda e Studi (SPES) della Dc. Va precisato che i nomi degli autori sono trascritti per esteso, mentre nel testo originale apparivano in sigla. 

Redazione 

 

ARGENTINA. Stato dell’America del Sud, affacciato all’oceano Atlantico; retto in Repubblica federale, – Sup.: 2,8 milioni di Kmq. – Pop. 14 milioni di ab. – Dens. 6 per Kmq. – Cap.: Buenos Aires (3 milioni di ab.). Risorse economiche: solo il 10% è della sup. è coltivata; la metà dei coltivi è a cereali: frumento (90 milioni di q.), mais (50 milioni di q.); l’altra metà è a culture tropicali e varie: lino, cotone, canna da zucchero, arachidi, ecc. Notevole la viticoltura e la frutticoltura. La foresta occupa il 26% del territorio ed è fonte di numerosi e preziosi prodotti. Importante è l’allevamento del bestiame (44 miloni di ovini e 40 di bovini) che ha dato vita ad una sviluppata industria delle carni congelate, degli estratti e derivati diversi. Gli ovini mettono l’A. tra i principali produttori di lana. Il sottosuolo non è molto noto né molto sfruttato; notevole soltanto la produzione di petrolio (2,5 milioni di tonn.) e di gas naturali. Possibilità: sono notevoli in ogni campo, soprattutto nei confronti dell’agricoltura e dell’allevamento. (Roberto Pracchi)

 

ARIANI, v. Razzismo.

 

ARISTOTELE (384-322 a. C.). Il più grande filosofo greco, discepolo di Platone, fondatore della scuola detta peripatetica. Elaborò un sistema filosofico completo, fondato sull’esperienza e sulla ragione. È famoso sopratutto nel campo della logica e della metafisica. Sua dottrina filosofica fondamentale è quella della potenza (possibilità ad essere, non essere attuale) e dell’atto (essere attuale perfezione). Il passaggio dalla potenza all’atto costituisce il divenire, e questo non si spiega senza una causa dello stesso divenire, la quale non divenga, non muti: Dio, atto puro, primo movente immobile. (Umberto Antonio Padovani)

 

A.S.C.I. (Associazione scoutistica cattolica italiana). Fondata nel 1916, fu sciolta dal Governo fascista nell’aprile del 1928. Risorta ufficialmente nel marzo 1944, l’Associazione, riallacciandosi alla tradizione della vecchia A.S.C.I., persegue lo scopo di sviluppare nei giovani, applicando il sistema educativo scoutistico del Gen. Robert Baden Powell, le doti del buon cristiano e del buon cittadino, formandone il carattere, inducendo in loro abitudini di osservazione, di autodisciplina, di fiducia in se stessi; inculcando la lealtà e la carità verso gli altri; avviandoli a lavori e specializzazioni in vista del loro orientamento professionale, promuovendo in una parola il loro sviluppo fisico, intellettuale e morale, con la vita al- l’aperto a contatto della natura, L’Associazione è retta da un Commissario Centrale ed ha, alla periferia, dei Commissariati Regionali, di zona e di gruppo. (Vittorino Veronese)

 

ASSEGNO. Titolo di credito che sostituisce il danaro contante e facilita la circolazione. Dicesi assegno bancario o chèque quello con cui chi ha somme depositate presso banche, ne dispone a favore proprio o di terzi. Dicesi assegno circolare quello con cui una banca, una volta ricevuta la somma corrispondente, si obbliga di pagarla al possessore del titolo. (Guido Rossi)

 

ASSICURAZIONE. Attenuazione od eliminazione degli effetti che eventi dannosi possono produrre ad un determinato patrimonio. Tale attenuazione od eliminazione si realizza mediante l’assunzione da parte di un’impresa dei rischi ai quali sono esposti più patrimoni, dietro corresponsione di un compenso chiamato premio fissato secondo la probabilità che l’evento si verifichi. L’impresa riscuote i premi da tutti gli assicurati ed indennizza i colpiti del valore del danno sofferto. In campo sociale il principio è applicato a favore di tutti gli esposti ai rischi della disoccupazione, malattie, invalidità, vecchiaia, tubercolosi, infortuni e maternità. In Italia provvedono alle assicurazioni sociali: l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), l’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), le varie Casse Malattia pei lavoratori dell’industria, del commercio, dell’agricoltura ecc. e la Cassa Nazionale di Maternità. A tali Istituti e Casse, i lavoratori ed i datori di lavoro versano dei contributi e, nel caso si verifichino i rischi suddetti, ne ricevono la prescritta assistenza. (Beniamino Vigoriti)

 

ASSOCIATION NACIONAL DE PROPAGANDISTAS CA-TOLICOS. Fondata nel 1909 a Madrid da A. Herrera, riunisce oggi circa 300 laici per guidarli nel promuovimento dell’azione pubblica dei cattolici spagnoli. Ne è presidente attuale Fernando Martin Sanchez. (Romero Ledesma)

 

ASSOLUTISMO. Teorie e sistemi politici che consacrano l’accentramento del potere nelle mani di un individuo o di un gruppo, senza che siano riconosciute rilevanti garanzie in favore di coloro su cui il potere si esercita. Assoluti furono per antonomasia gli antichi imperi orientali; assoluti i regni dell’Europa continentale nel cinque e seicento, quando il suddito era in balìa dell’arbitrio del principe e di chi circondava quest’ultimo; assoluti furono sostanzialmente gli stati totalitari. Ma assoluto può essere il potere anche in una democrazia, se all’individuo non si riconoscono sufficienti prerogative contro gli eventuali abusi della maggioranza; la Repubblica francese dei Giacobini peccò di assolutismo non meno della monarchia di Luigi XIV. Noto teorico di questo modo di intendere l’esercizio del potere fu Thomas Hobbes (1588-1679) specialmente nel suo Leviathan (1651). (Giovanni Miglio)

 

ASTA PUBBLICA. Per l’assegnazione di appalti (v.) o per l’acquisto di beni venduti da un ente pubblico, può essere effettuata col metodo della candela vergine, secondo il quale resta accolta l’offerta che non venga migliorata dagli intervenuti all’asta durante il tempo misurato dall’accensione di una piccola candela: o col metodo della scheda segreta, per il quale le offerte vanno presentate in busta chiusa e si accetta l’offerta che risulta migliore all’apertura delle schede. Quando vi sia la scheda di riterimento si accetta l’offerta che più si avvicina all’offerta segreta dell’amministrazione appaltante: si ricorre a questo metodo per assicurare la serietà dell’asta ed escludere le offerte troppo basse, che fanno presumere che l’appaltatore non possa tenere l’impegno senza frodi. (Ezio Vanoni)

 

ATANASIO (S.), v. Dottori della Chiesa.

 

AUSTRALIA. Continente tra l’Oceano Indiano ed il Pacifico;

Dominio britannico retto in federazione di 6 Stati (Queesland, Nuova Galles del Sud Victoria, Australia merid., Australia occ.) di un Distretto feder. (Camberra) e di un Territorio (Terr. feder. del Nord. – Sup.: 7,6 milioni di Kmq. – Pop.: 6,7 milioni di ab. – Dens.: 0,9 ab. per Kmq. – Cap.: Camberra (7 mila ab.). Risorse economiche: sono derivate in primo luogo dall’allevamento; prevalentemente numerosi sono gli ovini (115 milioni di capi), i cui prodotti (lana, pelli, carni, burro e latticini) superano da soli il valore globale derivato dall’agricoltura e dall’estrazione mineraria. L’agricoltura è limitata, dalle condizioni climatiche, alle zone periferiche specialmente sud-orientali; fra i cereali predomina il frumento (40 milioni di q.); fra le piante industriali, la canna da zucchero. Il sottosuolo è provvisto di minerali: diffuso ed abbondante l’oro; notevoli pure l’argento, il rame, il piombo, lo stagno e lo zinco. Importanti sono i giacimenti di carbone. In progressivo sviluppo l’industria che tuttavia difetta di mano d’opera. Possibilità: sono notevolissime in ogni campo. (Roberto Pracchi)

 

AUSTRIA. Repubblica unitaria dell’Europa centrale. Sup.: 87 mila Kmq. – Pop.: 6,5 milioni di ab. – Dens.: 78 ab. per Kmq. – Cap. Vienna (2 milioni di ab.). – Risorse economiche: la prevalenza di superficie montuosa limita le possibilità dell’agricoltura e favorisce invece l’allevamento (che alimenta una notevole industria di latticini) e la ditfusione del bosco (che offre abbondante legname d’opera). Notevoli sono i giacimenti minerari di ferro (Stiria e Carinzia) e di rame (Salisburgo). Sviluppati alcuni rami dell’industria, quali la siderurgica, la meccanica e la tessile. Possibilità: tenui nell’agricoltura; limitate nell’allevamento; migliori nell’industria. (Roberto Pracchi)

 

AUTARCHIA. È concetto che sta in relazione alle cosidette autonomie locali ed indica il diritto, fondato sulla legge positiva, che compete a determinati enti verso lo Stato per la gestione in mano propria dei loro interessi e dei loro beni, cogli stessi effetti come se quella gestione venisse operata da un’amministrazione statale. Gli enti che hanno tale diritto di autarchia, cioè di autoamministrazione, si chiamano elitticamente enti autarchici e corrispondono alla categoria degli enti pubblici. Diversa dalla nozione giuridica di autarchia è la nozione economica. Autarchia, in quest’ultimo senso, significa autosufficienza, cioè sfruttamento integrale delle proprie risorse per eliminare al massimo acquisti e importazioni da altre fonti. Applicata all’economia degli Stati la politica autarchica volge fatalmente a un chiuso nazionalismo e a un isolamento pericoloso, oltre che contrario ai principi della solidarietà umana che deve collegare nazioni povere e nazioni ricche. (Antonio Amorth.)

Cosa serve per fermare il massacro degli ucraini? Non basta l’esecrazione, urge un invito forte alla concordia.

 

Vengono in mente i monsignori di cui parlava Voltaire: erano “più impegnati a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo”. Tutto sommato è più gratificante affidarsi in modo convinto alla preghiera.

Francesco Provinciali

 

C’è chi vuole aprire tavoli di riflessione sull’Ucraina, per dire che le colpe vanno divise a metà. Lodevole iniziativa. Sarebbe magnifico liberare anche qualche palloncino al cielo, organizzare fiaccolate. Ma “aprire tavoli di concertazione non serve più, da tempo”. Qui ci troviamo di fronte ad un dittatore definito per eufemismo ‘autocrate’, circondato da un cenacolo di oligarchi, lucido nel perseguire obiettivi di distruzione, annientamento di una Nazione, che nega il principio di autodeterminazione dei popoli.

 

Dei “tavoli” per la pace Putin non se ne fa niente. Non gliene può importare di meno. Se non è ci chiaro il concetto, questo vuol dire che non lo conosciamo bene. Altrimenti non avrebbe incarcerato migliaia e migliaia di suoi connazionali dissidenti: tra cui alcuni bambini che deponevano dei fiori. La storia si ripete e Putin è il nuovo Hitler del XXI secolo: lo ha detto se non erro anche Liliana Segre. La Corte di giustizia dell’Aja lo metterà sotto accusa per crimini di guerra. Ma lui ha fatto sapere che per raggiungere i suoi obiettivi militari è pronto a distruggere il mondo.

 

Nella città di Kharkiv i militari russi hanno ucciso 2000 civili: oltre cento di loro erano bambini. Non sono per la reazione armata, aborrisco le guerre, non voglio l’intervento della Nato perché porterebbe alla terza guerra mondiale e alle testate nucleari. Penso piuttosto ad iniziative politiche di peso…tutti i leader del pianeta che vanno da Putin o lo interpellano in videoconferenza per fermare il massacro, davanti agli occhi del mondo. Deve essere isolato: anche psichiatricamente è irrecuperabile.

 

Ad una CTU personologica un profilo diabolico come il suo, un sanguinario assassino di civili inermi, potrebbe essere valutato, per usare una nota definizione  giudiziaria…“un criminale matricolato”. Circa i “tavoli” un tempo ormai lontano erano una conquista della democrazia ora sono una scelta spesso autoreferenziale e decadente di nichilismo, che serve per salvare la propria coscienza semplicemente parlando, esternando, usando vuote figure retoriche di stile buonista e girotondino. Ma se tra noi c’è ancora chi pensa che vittima e carnefice, Caino e Abele sono “uno che vale uno”, e che  sono “uguali”…temo che abbiamo imboccato la via della decadenza della nostra civiltà.

 

Federico Rampini (uomo di sinistra da sempre) ha detto che l’Occidente è un malato in fase terminale. Lui ha vissuto più all’estero che in Italia, conosce il mondo come pochi. Chi non coglie questi segnali provi a leggere il suo libro “Fermare Pechino”. Oppure a dare un’occhiata a questo articolo di Giuliano Cazzola, giuslavorista e politologo eccellente e senza peli sulla lingua, pubblicato su Huffington Post. Una persona coraggiosa, intelligente ed intellettualmente onesta.

 

https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/03/04/news/putin_non_si_difende_e_un_aggressore_e_va_fermato-8894063/?ref=HHTP-BH-I8826926-P1-S3-T1

 

Chi vuole contribuire alla pace è sempre benvenuto purchè rechi con sé il senso della misura. Sarebbe bellissimo riunirsi e decidere di inviare a Putin le colombe della pace. Ma all’atto pratico…sarebbe una soluzione ininfluente e comunque irrealizzabile: attorno ai tavoli si siedono tra l’altro affabulatori mestieranti e professionisti che vogliono soverchiare il proprio interlocutore. L’importante è “uscire” con un documento di esecrazione, ma anche di invito alla concordia: dimentichiamo i morti e prendiamoci per mano, tutto alla fine si ricompone nel nulla.

 

Mi vengono in mente i monsignori di cui parlava Voltaire:, e cioè “coloro che sono più impegnati a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo”. Tutto sommato è più gratificante affidarsi in modo convinto alla preghiera. E per fare questo non serve sedersi intorno a un tavolo, basta inginocchiarsi e invocare con fede la mano protettrice di Dio.

La rivoluzione d’Ottobre e la guerra interetnica del 1918: le radici della crisi russo-ucraina.

 

Conoscere un passato di rivalità e di conflitti aiuta a comprendere lo scontro militare odierno. Il retaggio storico-politico non è acqua, e in molti casi si tramuta in controversia ancestrale, tramandata dagli avi e dalle loro lotte per la rivendicazione dei propri ideali.

Marco Giuliani 

 

Sull’onda della Rivoluzione russa, iniziata nel febbraio del 1917 e conclusasi con successo il 25 ottobre dello stesso anno (date del calendario giuliano), la successiva e fulminea presa del potere da parte dei bolscevichi determinò l’uscita della Russia dalla Grande Guerra. Seguì l’instaurazione di un’autocrazia basata sulla statizzazione di tutte le attività produttive che fu favorita dall’appoggio delle forze armate e dalla successiva costituzione dell’Armata rossa.

 

Non serve andare troppo indietro nel tempo per capire che la frammentazione geopolitica e interetnica russa – di fatto già esistente (almeno) dal Seicento – avrebbe a lungo andare provocato tutta una serie di sommovimenti interni e scontri di natura social-popolare. Certo va registrato che la fine del primo conflitto mondiale fu contrassegnata dall’aggravarsi di una condizione già di per sé difficile, ma tendenzialmente destinata ad acuirsi negli anni a venire. Quanti sanno che la nascita della Russia rivoluzionaria, futura Unione Sovietica, coincise con la guerra militare contro gli stessi russi operata dai governanti polacchi insoddisfatti dagli accordi di Versailles? Nei particolari, il tentativo di dare luogo alla ricostruzione della “grande Polonia” risalente a duecento anni prima, si tramutò in un duro scontro alla fine del quale vennero soddisfatte le vecchie aspirazioni di Varsavia: l’acquisizione di ampie zone della Bielorussia e dell’Ucraina. Come sappiamo oggi, ne abbiamo ben donde, non si trattò affatto di una transizione democratica, bensì di una fase di stallo violenta e passibile (in modo sin troppo ovvio) di successive modificazioni ed evoluzioni. Anche tra le più tragiche.

 

La costituzione della nuova Russia, futura URSS, prevedeva già allora che lo stato nato dalle ceneri della Rivoluzione avesse basi federali; la prospettiva a medio termine era infatti quella di erigere una grande repubblica socialista di respiro internazionale fondata su più entità territoriali che rispettasse l’autonomia di ogni minoranza etnica. Artefice dell’operazione, Lev Trotzkij. Ma era altresì prevedibile che dall’unione delle numerose province dell’ex Impero zarista – tra cui l’Azerbaijan, la Georgia, l’Armenia e le stesse Bielorussia e Ucraina – sarebbe scaturita una più che complessa e fragile struttura istituzionale. Da questa soluzione politica, di cui divennero parte integrante anche le sterminate lande della Siberia, la guerra scoppiata nel 1918 tra i nazionalisti ucraini e il movimento bolscevico filorusso rappresentava solo l’inizio di una disputa politica, territoriale ed etnico-religiosa destinata a prolungarsi nel tempo. Dalla crisi interregionale di cui sopra, la frammentazione geopolitica si infittì inevitabilmente; ne derivò la ulteriore scissione dei movimenti di origine ucraina, schierati da una parte a favore dell’annessione alla Russia e dall’altra a favore del mantenimento dell’indipendenza.

 

Il retaggio storico-politico non è acqua, e in molti casi si tramuta in controversia ancestrale, tramandata dagli avi e dalle loro lotte per la rivendicazione dei propri ideali. Quello che si attuò tra il ’20 e il ’22 null’altro fu se non l’accorpamento delle tante singole repubbliche a quella russa, la più grande, la quale varò, grazie al ruolo svolto dai soviet, la carta dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Un gigante fragile, controverso, caratterizzato da spinte centrifughe interne mai sopite e mai sedate, che di fatto sarebbe imploso poco più di mezzo secolo dopo dando luogo a una nuova, difficile e tormentata fase di cambiamenti e di riforme. Così, quel soggetto fuoriuscito nel 1924 a seguito della «Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato» si trasformò nuovamente, parliamo del 1991, in un mosaico di stati e staterelli retti ognuno da carte statutarie deboli e traballanti, parimenti al loro sistema economico. Proprio per via delle molteplici posizioni politiche e delle plurime appartenenze, fluttuanti da secoli, il calvario delle popolazioni più povere, quelle operaie e contadine, si sarebbe protratto ancora. Talvolta con la promessa (disillusa) da parte della comunità internazionale di un facile arricchimento e del raggiungimento del benessere. Sino a indurre alcune di queste entità – è il caso della nuova Ucraina – ad avvicinarsi alla Nato a seguito del putsch operato nel 2014 ai danni del governo retto dal primo ministro filorusso (ma di nazionalità ucraina) Janukovyč.

 

La reazione di Mosca non si fece attendere, e anche questa provocò lotte armate per accaparrarsi i residui poteri locali dei territori russofoni, scontri tra diverse etnìe (non ultimi, quelli innominabili del Donbass, che lasciarono sul campo 14 mila morti) e l’insediamento di giunte corrotte. Il tutto caratterizzato dal tira e molla tra i fautori dell’avvicinamento alla UE e i fedelissimi della nuova Federazione russa. Ed ecco la drammatica escalation. Una lacerazione (a oggi apparentemente insanabile) che si allargherà a macchia d’olio, sino a coinvolgere i vertici politici e gli interessi delle più grandi potenze, comprese quelle occidentali. Condizione, questa, che terrà il mondo col fiato sospeso.

 

Tutto ciò si sarebbe potuto evitare? Assolutamente si, magari a colpi di diplomazia e di strategia politica. Anche dei più scorretti e utilitaristi, se volete. Ora è necessario intraprendere un nuovo corso, una “nuova via”, da entrambe le parti in rotta. Possibilmente senza bombe.

Vi spiego il boomerang Jackson per Biden. Scrive La Palombara (formiche.net).

 

La nomina di Ketanji Jackson alla Corte Suprema è una scelta di straordinario coraggio e coerenza del presidente Joe Biden. Purtroppo è anche prematura e politicamente molto pericolosa. Il commento di Joseph La Palombara, professore emerito di Yale.

Joseph La Palombara

Gli istinti suicidi dei liberal-democratici americani sono apparentemente inesauribili. Il più chiaro esempio di questo assunto è la recente nomina del presidente Biden di Ketanji Brown Jackson come giudice della Corte Suprema. Una persona eccellente che purtroppo ha fatto rumore in questi giorni per due motivi: è donna e è di colore.

Questa nomina, sebbene accolta con favore da molti e in effetti meritevole di un unanime applauso, rischia tuttavia di avviare il Partito democratico alla sua demolizione politica. È triste dirlo ma negli Stati Uniti permangono oggi forti sentimenti di misoginia, più che in altre parti del mondo. Non dimentichiamo come solo pochi anni fa milioni di persone preferissero spedire Hillary Clinton in carcere piuttosto che alla Casa Bianca.

Con questa nomina Biden si è assicurato suo malgrado la defezione di diversi democratici alle urne delle mid-term o alle presidenziali del 2024. La fetta più incline al razzismo che ancora oggi rimane nell’elettorato democratico slitterà verso i Repubblicani man mano che il voto si avvicina.

 

Da una prospettiva di tattica politica, nessuno deve applaudire di più questa nomina nomina di Donald Trump e dei Repubblicani, dentro e fuori il Congresso. È infatti ormai noto come la presidenza di Barack Obama, primo presidente di colore della storia, sia stata una ragione chiave dei milioni di voti conquistati da Trump nel 2016, sia pur ottenendo una minoranza nel voto popolare. Molti americani non hanno mai digerito l’elezione a presidente di un uomo proveniente da una minoranza di colore. Molti americani, perfino quelli che lo detestavano, hanno quindi scelto di turarsi il naso e di votare per Trump.

 

Se la giudice Jackson sarà confermata, bisognerà attendersi una marea di razzisti silenziosi che a novembre e più in là alle presidenziali ondeggerà da un lato all’altro dell’arco politico. Accuseranno Biden di voler “consegnare” il Paese a una minoranza. I suprematisti bianchi, lo dimentichiamo troppo spesso, giocano ancora un ruolo importante nella politica americana, inutile negarlo. In molti faranno fatica a mandar giù la presenza di due giudici di colore su nove nella Corte suprema.

 

Intendiamoci: niente di tutto questo deve scambiarsi per una polemica contro Jackson. Ha fatto un lavoro straordinario nelle varie cariche ricoperte. È una scelta di primo, anzi primissimo piano. E la capacità di Biden di tener fede alle promesse elettorali è da lodare: sta facendo quello che ha detto, né più né meno. L’onestà è da sempre un marchio di fabbrica dell’uomo, tanto più se paragonata all’egomania del precedente inquilino dello Studio Ovale.

 

Insomma, la scelta di Biden di rimpiazzare il giudice Ginsburg con un altro giudice di assoluto livello, per di più donna, è coraggiosa e giusta, nessuno può contestarne le credenziali. Possiamo però essere certi che una parte pericolosa del Partito repubblicano lo farà.

 

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https://formiche.net/2022/03/boomerang-jackson-biden/

Cinquanta anni fa l’indipendenza del Ghana. Un Paese dalla forte vocazione continentale. Il punto sull’Osservatore Romano.

 

Una storia tormentata, ma punteggiata di costanti riprese della volontà di crescita e sviluppo. Il Ghana è diventato una delle economie più forti di tutto il continente, tanto che nel 2021 lAbsa Africa Financial Markets Index ha posizionato il Paese al quarto posto tra le economie africane più forti.

 

Cosimo Graziani

 

Il 6 marzo ricorre il 50º anniversario dell’indipendenza del Ghana. Questo piccolo Paese affacciato sul Golfo di Guinea, con un lontano passato imperiale, è stato per centoventi anni una colonia britannica. L’indipendenza è arrivata nel 1957 dopo un periodo di autonomia interna in seno al Commonwealth. Erano gli anni della seconda decolonizzazione e della fine di quello che restava degli imperi europei. Dalle ceneri della seconda guerra mondiale solo Francia e Regno Unito avevano saputo mantenere le colonie d’oltreoceano, ma il vento era cambiato.

 

I soldati africani avevano preso parte alle battaglie europee e nel loro ritorno a casa si erano resi conto che qualcosa era cambiato per sempre: gli imperi non erano più quelli di un tempo e le idee dei quattordici punti del presidente americano Wilson del 1918 erano state in ribadite anche dalla Carta Atlantica, che prometteva un mondo diverso da quello in cui i Paesi europei avevano espanso i loro territori in Africa. Fu grazie alle nuove idee che i movimenti indipendentisti africani seppero crescere e lottare per i loro obiettivi, tanto che gli imperi incominciarono a sgretolarsi. Nel processo di decolonizzazione, il Ghana fu il quarto Paese africano a diventare indipendente negli anni ’50, da lì a otto anni si sarebbero formati ben ventotto nuovi Stati africani, tutte ex colonie che avrebbero ridisegnato la geopolitica mondiale nel contesto della Guerra fredda.

 

Kwame Nkrumah fu il politico che condusse all’indipendenza. Fin dagli anni ’40 si impose come leader nazionalista come capo del Convention’s People Party e ricoprì dal 1952 la carica di primo ministro dell’allora colonia della Costa d’Oro, carica confermata al momento dell’indipendenza.

 

Nel 1960 poi divenne capo dello Stato. Nel suo libro Ebano, Ryszard Kapuscinski racconta in maniera eccelsa tutte primi giorni di indipendenza dello stato in cui un certo dinamismo alimentava l’attività dei giovani ministri di Nkrumah, c’era speranza nel futuro e un senso di fortissima rivalsa per l’imperialismo e i nemici dell’Africa. Nkrumah fu uno dei leader del panafricanismo, il movimento politico che in quegli anni promuoveva l’unità di tutti i Paesi del continente, non a caso nel 1961 si svolse ad Accra la prima conferenza panafricana. Ma in quegli anni l’Africa era un dei campi di battaglia tra le ideologie. Nonostante poi il panafricanismo abbia dato l’impulso necessario per l’indipendenza delle ex colonie e per la costituzione di organizzazioni politiche come Organizzazione dell’Unità africana, poi divenuta Unione africana nel 2002, la politica africana in quegli anni ebbe delle divisioni profonde sulla linea da seguire all’interno del continente e al di fuori. Alcuni stati erano per il mantenimento di legami con gli ex imperi, mentre altri per una neutralità politica che si rispecchiava in una cesura totale.

 

Il Ghana guidava quest’ultimo, che era famoso con il nome di gruppo di Casablanca, dalla città in cui si tenne il loro incontro. Oltre alla unione di tutto il continente, Nkrumah promuoveva il “socialismo africano” ovvero un socialismo che fosse applicato seguendo le caratteristiche sociali e politiche del continente.

 

Purtroppo, Kapuscinski nel suo libro ci dà testimonianza anche dei prodromi di uno dei mali che colpisce le personalità carismatiche e che finì per colpire anche Nkrumah: il culto della personalità. Nkrumah si sentiva in missione non solo per il Ghana, ma per tutta l’Africa e questo lo portò a trascurare gli affari del suo Paese che subì una forte crisi economica a metà degli anni ’60. La sua missione alimentò il suo culto e la situazione precipitò internamente tanto da diventare un regime autoritario tra il 1964 e il 1966, anno in cui il leader fu deposto mentre si trovava in visita ufficiale in Asia.

 

Il Ghana ha perso negli anni il suo peso ideologico. Dopo il 1966 il Paese è stato colpito da diversi colpi di stato, seguendo una traiettoria tipica di molti Paesi africani, che nella loro storia hanno oscillato tra tentativi di sviluppo democratico e prese del potere autoritarie che le facevano arretrare in questo percorso. La svolta per il Ghana è arrivata grazie alle elezioni del 1992, con le quali si reintroduceva il multipartitismo dopo ventisei anni. le elezioni furono vinte da J. Rawlings, al potere dal 1981, ma seppero introdurre il paese in un percorso democratico stabilizzatosi negli ultimi anni. Grazie alla stabilità acquisita, il Ghana è diventato una delle economie più forti di tutto il continente, tanto che nel 2021 l’Absa Africa Financial Markets Index ha posizionato il Paese al quarto posto tra le economie africane più forti. Secondo la rivista «Forbes», i meriti vanno all’attuale presidente Nana Akufo-Addo, nominato persona africana del 2021. Con lui alla presidenza, ha sottolineato la rivista, il Ghana sta diventando un modello di sviluppo basato sulle risorse presenti sul territorio e separato dagli aiuti esterni, tanto che prima della pandemia il Paese aveva raggiunto una crescita del pil vicina al 9%. Il modello potrebbe essere seguito anche da altri paesi africani facendo del Ghana nuovamente un leader in tutto il continente, esattamente come negli anni ’50.

I timori di Putin: cosa nasconde la sua manovra politico-militare?

 

Putin ha bisogno di mettere letteralmente in ginocchio l’avversario, applicare cioè in Ucraina lo stesso metodo distruttivo adottato a Grozny (1999) e ad Aleppo (2016).  Non sembra prevedibile al momento alcuna forma di cedevolezza da parte dell’aspirante a nuovo zar

Giorgio Radicati

Da quando l’invasione russa in Ucraina ha avuto inizio, l’orologio della storia sembra correre sempre più rapidamente. Gli eventi si susseguono di ora in ora e la difficoltà di fissare in un fotogramma la situazione politica internazionale e quella militare sul campo è indubbiamente crescente.

Ciò detto, una cosa appare certa: la campagna militare russa ha trovato delle difficoltà inattese, ossia la resistenza ucraina si è dimostrata superiore a quanto gli alti comandi militari avevano preventivato. Ciò ha complicato non poco i piani di Putin, desideroso di annientare con una guerra lampo quel Paese per insediarvi un governo di comodo ed evitare così una eccessiva crescente proliferazione di dissenso internazionale, mettendo il mondo dinnanzi ad un ennesimo “fait accompli”.

Di conseguenza, si è per Putin reso necessario, da un lato, motivare ulteriormente l’esercito, promettendo ai legionari partecipanti alla spedizione (ed ai loro famigliari, in casi estremi) generose prebende e, dall’altro, tentare di spaventare i popoli europei, schieratisi compattamente contro la Russia, ventilando l’utilizzo di armi nucleari ossia stimolare “cum pecunia” l’“animus pugnandi” delle proprie forze armate e frenare le spinte solidali europee a favore del popolo ucraino.

Gli analisti valutano questi gesti come una prova della contingente debolezza russa, ma, al tempo stesso – si osserva – essa potrebbe essere foriera di pericolose forzature. Insomma, Putin potrebbe, ad un certo punto, essere tentato di mettere in pratica la proverbiale formuletta “a mali estremi, estremi rimedi”, con conseguenze difficili da prevedere, ma che non escluderebbero a priori l’uso (anche se per errore) dell’arma nucleare.

È una prospettiva inquietante, per l’Est come per l’Ovest, con la differenza che, mentre la pubblica opinione russa non è in grado di esercitare pienamente una funzione frenante per il ferreo e capillare controllo cui è sottoposta, quella occidentale (soprattutto europea) sembra in grado di influenzare (e non poco) l’azione dei governi e, di riflesso, della stessa NATO. In altri termini, mentre Putin appare in grado di pianificare al meglio un eventuale attacco nucleare, scegliendo cioè tempi, modalità ed obbiettivi, l’Occidente può soltanto prepararsi a rispondere e, al riguardo, è il caso di ricordare che, comunemente, chi colpisce per primo, colpisce due volte…

Ad aggravare il quadro prospettico per Putin, “rebus sic stantibus”, esisterebbe anche la concreta ipotesi di una prolungata presenza militare russa su territorio ucraino per la persistente campagna nazionale di resistenza alimentata da aiuti di ogni tipo, anche militari, inviati dall’Occidente e fatti passare attraverso i Paesi confinanti. Per evitare questo rischio, che potrebbe trasformare la conquista del Paese in una vittoria di Pirro, Putin ha bisogno di condurre con estrema determinazione la campagna militare in corso al fine di costringere alla fuga il maggior numero possibile di ucraini, neutralizzare i combattenti e distruggere le principali strutture locali. In pratica, mettere letteralmente in ginocchio l’avversario, applicare cioè in Ucraina lo stesso metodo distruttivo adottato a Grozny (1999) e ad Aleppo (2016).

Ecco perché non sembra prevedibile al momento alcuna forma di cedevolezza da parte dell’aspirante a nuovo zar, personalmente impegnato in una partita estrema destinata a rafforzare il suo potere ovvero ad indebolirlo, con notevoli conseguenze in ambedue i casi, seppur di segno opposto, anche per tutti i principali protagonisti dell’ennesima contesa Est-Ovest.

Una crudeltà e un orrore senza fine. L’anziano Gorbaciov vede infranti i sogni della perestroika e della glasnost.

 

La minaccia all’uso del nucleare è paralizzante e impedisce ogni aiuto militare dell’Occidente, pena ritorsioni dagli esiti imprevedibili. È partita una campagna espansiva sul piano geopolitico e geoeconomico da parte di Russia e Cina: altro che mero spostamento di confini regionali o locali, qui le mire espansive non hanno limiti né remore

Continua l’avanzata dell’esercito russo nel cuore dell’Ucraina. Il bersaglio grosso è Kiev, accerchiata ed eroicamente organizzata a resistere fino a quando sarà possibile, per il valore simbolico di essere capitale e per quello politico di un possibile rovesciamento della guida del Paese.

 

Putin, spietato e sordo ad ogni invito a sospendere bombardamenti e atrocità belliche, se ne infischia del deferimento alla Corte suprema dell’Aia, come imputato di crimini di guerra e tira dritto per la via della distruzione, dell’annientamento di una Nazione: il popolo ucraino e quello russo sono fratelli ma uno è Abele, l’altro Caino, uno la vittima, l’altro il carnefice.

 

Palazzi distrutti e incendiati, l’esodo biblico che prosegue (già oltre un milione di profughi) mentre uomini e molte donne restano per organizzare la resistenza, morti e feriti lasciati sul campo da ambo le parti. “Il peggio deve ancora venire” ha detto lo Zar ad un Macron basito e paralizzato da una simile risposta, a fronte dell’ennesimo tentativo di mediazione del capo dell’Eliseo. “Le città ucraine non vedevano una simile crudeltà contro il nostro Paese dall’occupazione nazista”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in uno degli ultimi videomessaggi diffuso tramite Telegram.

 

Nel frattempo in una sola giornata di spari e aggressioni ad alzo zero nella città di Kharkiv si contano 2000 morti: oltre 100 di loro erano bambini. Presa di mira anche la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’ Europa ma pare che per ora abbia retto all’attacco: sarebbe stato uno sfacelo. “Un disastro alla centrale nucleare di Zaporizhzhia sarebbe 6 volte peggiore di Chernobyl”. Lo ha riferito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e lo riporta il Kyiv Independent. “Sarebbe potuta essere la fine della storia dell’Ucraina e dell’Europa”, ha detto, aggiungendo che i russi “sapevano cosa stavano colpendo, hanno mirato al sito”. Si è poi appellato ai russi: “Come è possibile? Abbiamo combattuto insieme le conseguenze del disastro di Chernobyl del 1986. Ve lo siete dimenticato? Se ve lo ricordate non potete stare in silenzio. Dite ai vostri leader che volete vivere”.

 

Nel frattempo sono stati segnalati problemi tecnici nel monitoraggio delle radiazioni di Chernobyl. Ma non si tratterebbe di “problemi enormi” e dai dati disponibili la situazione appare “nella normalità”. Lo ha detto in conferenza stampa il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), Rafael Grossi. Intanto la flotta russa si prepara a sbarcare a Odessa: l’evidente obiettivo di Mosca è di guadagnarsi un corridoio terrestre a sud dell’Ucraina che, partendo da est e passando per la Crimea (annessa nel 2014), arrivi a Odessa per poi spingersi fino alla Transnistria, l’enclave separatista moldova dove già stazionano le truppe russe. In mezzo ci sono Mariupol, stretta in una morsa, e Kherson già caduta in mano russa.

 

Ormai l’Ucraina è un Paese devastato: attaccata da ogni lato organizza una strenua ma impari difesa. Le diplomazie internazionali sono al lavoro per una tregua seguita da una soluzione non belligerante ma la determinazione e la pervicacia di Putin non conoscono rallentamenti o ostacoli. L’ONU non interviene militarmente, lo fa con documenti durissimi ma senza esito, la stessa Nato evita un coinvolgimento militare diretto che significherebbe l’inizio di una terza guerra mondiale.

 

Dai tempi di Hitler non si assisteva ad una simile escalation dell’orrore e – come allora – gli avvenimenti assumono adesso le sembianze di una aggressione senza scrupoli, finalizzata all’inglobamento dell’intera Ucraina alla Russia: mi ha emotivamente colpito che lo abbia sottolineato la senatrice a vita Liliana Segre.

 

Era dunque tutto pianificato: i ripetuti appelli della NATO erano fondati e veritieri. Le immagini satellitari che mostravano già molti mesi prima il posizionamento delle truppe russe, diffuse dall’intelligence americana, parlavano chiaro. Le bugie russe sono state smascherate. Ogni tavolo di discussione, ogni smentita, era tutto falso. “Il 18 gennaio è stato approvato un documento trapelato dalle truppe russe che mostrava il piano di guerra contro l’Ucraina e le mosse iniziali per conquistare il Paese dal 20 febbraio al 06 marzo”. Anonymous svela i documenti dei segreti russi, carte alla mano.

 

Adesso i Paesi confinanti e l’Europa stessa sanno di essere il potenziale successivo bersaglio di una conquista territoriale inarrestabile. La minaccia all’uso del nucleare è paralizzante e impedisce ogni aiuto militare dell’Occidente, pena ritorsioni dagli esiti imprevedibili. È partita una campagna espansiva sul piano geopolitico e geoeconomico da parte di Russia e Cina: altro che mero spostamento di confini regionali o locali, qui le mire espansive non hanno limiti né remore.

 

Solo un mentecatto fideista e acefalo non si accorge che è in atto un vistoso declino dell’Occidente e con esso della democrazia, della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli.  Anche passando attraverso la guerra del gas e all’innesco dei meccanismi inflattivi. Come sostiene Federico Rampini stiamo diventando, senza accorgercene o senza dare alla circostanza soverchia importanza, dei malati terminali della civiltà, affetti da oblio di cultura e di valori, un tempo radicati.

 

La caduta di Kiev disvelerebbe scenari che già ora si intuiscono, quanto alla Cina i missili sono da tempo puntati su Taiwan e questo preoccupa Biden forse più di quanto sta accadendo in Ucraina. L’Europa sconta peccati di omissione e di blandizie, impegnata da decenni su diatribe e veti incrociati, i fondi strutturali ancora inutilizzati a causa di inconcludenti disquisizioni fino alla noia e all’inazione, indecisa sui flussi migratori gestiti con politiche diverse o elusi, inconsapevole dei dati demografici che riguardano l’esodo dell’Africa sub-sahariana da qui a metà secolo, paralizzata dalla burocrazia e da una debolezza sistemica che la rende terreno di conquista per chi non intende usare le buone maniere né si premura di bussare alle porte degli Stati.

 

Mentre molti pseudointellettuali si scambiano invettive dai sofà di casa o dai salotti televisivi, con una retorica autoreferenziale e inconcludente, satolla di opinioni bislacche e priva di una progettualità a breve termine, mentre altri invocano pacifismi irrealizzabili con file di persone che si danno la mano nei cortei pacifisti e nichilisti del negazionismo delle evidenze, la situazione sta precipitando.

 

Persino l’America, dal canto suo sta peggio di noi, cullando il sogno di fasti di altri tempi. L’anziano Gorbaciov – guida politica ispirata e nobile del ‘900 – che dal letto dell’ospedale in cui si trova, invoca unità di intenti e solidarietà tra gli Stati sovrani e i popoli,  vede infranti i sogni della perestroika e della glasnost con cui aveva nobilitato l’apertura della Russia ai valori della pace e della libertà.

 

Inebetita dalla corsa alla digitalizzazione – eretta a panacea di tutti i mali – dai social, da Tik-Tok, dal rifiuto della scienza, dai negazionismi nichilisti e autolesionistici, infatuata dal miraggio dell’inclusione che ci fa aprire i porti alle infiltrazioni della via della seta, eterofili e soccombenti ci avviamo a ripetere i fotogrammi di un film già visto lungo tutto il ‘900.

 

Le premesse ci sono e la strada — ahimé — rischia di essere ripercorsa, passo dopo passo.

Martinazzoli temeva il nulla della politica. La guerra è destinata a cambiare tutto. E dunque, quali alleanze nel futuro?

 

Quando la politica estera non orienta più le concrete strategie dei partiti le stesse alleanze politiche rischiano di essere il frutto di scelte estemporanee. Cosa avverrà nell’immediato futuro? Le coalizioni rischiano di essere sempre di più puri cartelli elettorali privi di valenza politica e strategica. La guerra inesorabilmente è destinata a cambiare anche le coordinate della politica italiana  

Giorgio Merlo

 

Le drammatiche immagini che si susseguono quotidianamente su tutti gli schermi televisivi ripropongo una situazione che spaventa i cittadini e dove resta incerta la prospettiva finale. Cioè, detto in altri termini, nessuno continua a capire quale sia l’obiettivo finale del regime russo dopo l’invasione dell’Ucraina. Una situazione che purtroppo evolve di giorno in giorno e che richiede alla politica italiana di calibrare le reazioni sulla base di ciò che realmente accade. E che, purtroppo, è in continua evoluzione.

 

Ora, sulla base di questa considerazione persin scontata, è indubbio che la reazione a questo sfacciato e pericoloso imperialismo russo può ribaltare le tradizionali alleanze a cui eravamo storicamente abituati nel nostro paese. Certo, la politica estera – quando la politica ancora esisteva ed era decisiva nel disegnare gli orizzonti e le ricette programmatiche degli stessi partiti – era il faro che illuminava le scelte concrete della politica nel nostro paese. Sia sul fronte delle alleanze e sia su quello dei programmi di governo. Senza dimenticare che molti nostri Ministri degli Esteri – da Andreotti a D’Alema, da De Michelis a Dini a molti altri – erano in grado di pesare nello scenario europeo ed internazionale per la loro autorevolezza politica e personale da un lato e per la capacità di condizionare le scelte degli altri paesi e della stessa alleanza atlantica.

 

Oggi tutto quel patrimonio è semplicemente dissolto. Basta evocare un solo cognome, Di Maio, per rendersi conto che la nostra politica estera è ormai ridotta ad una appendice – oltre ad un deficit di autorevolezza su cui non vale neanche la pena di infierire – e che lo stesso confronto politico non passa più attraverso una proficua e seria discussione attorno alla politica estera. E quando la politica estera non orienta più le concrete strategie dei partiti le stesse alleanze politiche rischiano di essere il frutto di scelte estemporanee e dettate dalla pura convenienza momentanea.

 

In secondo luogo i profondi cambiamenti politici e l’improvvisa inversione di rotta di alcuni partiti – soprattutto sul versante del centro destra e dei 5 stelle – sul profilo e i progetti di personalità mondiali, nello specifico di Putin e della Russia, non può che incidere profondamente anche sul futuro politico italiano. Anche su questo versante, quindi, le alleanze politiche non potranno non risentirne.

 

Ecco perchè questa guerra – che nessuno sa come finirà, quando finirà e dove finirà – è destinata a cambiare anche e soprattutto il capitolo delle alleanze politiche nel nostro paese. Come in altri paesi europei, del resto. Detto in altri termini, quali saranno gli asset politici decisivi e discriminanti per creare alleanze politiche e di governo credibili e fondate? Quali saranno i partiti che in questo preciso contesto storico saranno più fedeli ed accreditati con il versante occidentale ed Atlantico? Tutti? E allora le concrete ricette politiche si differenzieranno sulla riforma del catasto o sulla durata della prescrizione?

 

Al di là delle battute, è indubbio che sarà difficile individuare delle differenze significative sul fronte della politica estera e, di conseguenza, sull’asset che sarà sempre più decisivo per il governo dei singoli stati. Dopodichè, come ovvio e scontato, ci sono tanti temi di carattere politico che saranno altrettanto decisivi per la formazione di nuove alleanze politiche ed elettorali. Ma questo avverrà solo se tornerà protagonista la politica. Ovvero, la capacità di visione e di prospettiva di una società. Elementi che in un clima di politica liquida, con l’assenza di partiti che si possano ritenere tali, con culture politiche sempre più diradate e frammentate e con una classe dirigente alquanto sbiadita ed insignificante, le coalizioni rischiano di essere sempre di più puri cartelli elettorali privi di valenza politica e strategica.

 

Per questi motivi la guerra, questa drammatica guerra, inesorabilmente è destinata a cambiare anche le coordinate della politica italiana. E il campo delle tradizionali coalizioni politiche subirà profonde rivisitazioni e ristrutturazioni. Purchè, dopo questo evento drammatico, e semprechè non diventi un fatto strutturale con cui fare i conti nei prossimi anni, ritorni la politica. Ed è per questo semplice ma importante motivo che è il momento che tornino in campo l’esperienza, la competenza, i partiti, le culture politiche e la serietà dei comportamenti politici. Contro l’improvvisazione, la casualità, la demagogia, l’anti politica, il qualunquismo e soprattutto il populismo. Cioè contro tutto ciò che ha caratterizzato la politica italiana dopo il voto del 4 marzo 2018. Ovvero, il peggio della politica e il “nulla della politica”, come diceva l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

A cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, il più grande poeta civile italiano dai tempi di Giosuè Carducci.

 

Sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e  dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio [Pier Paolo Pasolini, Le lettere].

Genny Di Bert

 

Per ricordare i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922) ho scelto di condividere con i lettori un brano dalla raccolta di versi friulani Dov’è la mia patria, edita nel 1949.

 

Il Friuli, regione materna di Pasolini che la rese propria, assorbendone cultura e tradizione, esplorando la metrica e la poetica di un’antica lingua.

 

Una poesia che fa riflettere sui conflitti, la libertà, la pace e l’amore tra le genti.

 

«Si clamaràia italia? Ciantaràni tal so grin miliòns di muàrs tal so grin, i ciantaràiu tal so grin? – italia, nòn lusìnt? No, fantàt! La gnoransa, la pasiensa, li passiòns, li passiòns sensa amoùr. No, fantàt! La gnoransa, la pasiensa, li passiòns. Sinc àins di lementàrs, mil àins di lavòur bestemis e ombrena di pensadis rudis, patria! Scuela, bestemis e ombrena, e cròus dal lavòur dut pierdùt ta la gnoransa, la pasiensa, l’italia e i mil àins di lavòur. No, fantàt! La patria a è par me na sèit Sierada ta un sen àrsit dal sec. Nissùn a no ama i me mil àins di lavòur, la me patria a è ta la me sèit di amòur. No, fantàt!».

 

«Si chiamerà italia? Canteranno nel suo grembo milioni di morti, nel suo grembo? Canterò nel suo grembo? – italia, nome lucente? No, giovane!  L’ignoranza, la pazienza, gli scontenti, gli scontenti  senza  amore.  No, giovane! L’ignoranza, la pazienza, gli scontenti. Cinque anni di elementari, mille anni di lavoro, bestemmie e ombra di pensieri grezzi, patria! Scuola, bestemmie e ombra, e la croce del lavoro, tutto perso nell’ignoranza, la pazienza, l’italia e i mille anni di lavoro. No, giovane!  La patria è per me una sete chiusa in un petto bruciato dall’arsura. Nessuno ama i miei mille anni di lavoro, la mia patria è nella mia sete di amore. No, giovane!».

Rita Padovano (ANDC): “Appoggiamo il gesto del direttore dell’Aiea per un sopralluogo a Chernobyl”.

Riportiamo integralmente la dichiarazione di Rita Padovano, Segretaria generale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

Bisogna moltiplicare gli sforzi per mettere sotto controllo gli effetti più drammatici della guerra. Stiamo a un passo dalla crisi umanitaria: i colloqui devono riprendere subito, la pace passa innanzi tutto dalla capacità di Russi ed Ucraini di ripristinare le condizioni minime, ancorché compromesse alla radice, di apertura e fiducia.

La comunità internazionale ha la responsabilità di distinguere tra le parti in guerra, sapendo che l’aggressione è partita da Mosca. La nazione ucraina ha dunque al suo fianco, come s’è manifestato nel voto dell’Assemblea generale all’Onu, i governi e i popoli di buona parte del pianeta. Tuttavia la dinamica bellica richiede misure che spostino anche di poco la linea fisica e morale del confronto sul terreno, mettendo a tacere le armi.

Abbiamo pertanto apprezzato le parole di Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica: “Ho indicato alla Federazione Russa e all’Ucraina – così egli si è pronunciato – la mia disponibilità a recarmi a Chernobyl il prima possibile”. Lo ha detto durante una conferenza stampa organizzata stamane a Vienna dopo i bombardamenti delle forze russe contro la centrale nucleare di Zaporizhzhya.

Questa disponibilità esce dal perimetro del conflitto armato, si misura con le preoccupazioni crescenti del mondo intero per un possibile incidente nelle centrali nucleari site nel teatro di guerra, vengono incontro alla necessità di garantire un orizzonte di sicurezza per civili e militari, lungo una frontiera che supera ogni frontiera nazionale, anche quella tra Russia ed Ucraina. Questo intervento dell’Aiea può aiutare a vedere oltre la barriera di fuoco di una crisi quanto mai bisognosa di un ripristino di intelligenza politica.

Noi auspichiamo vivamente che si accolga con favore, in primo luogo dal versante russo, la disponibilità così preziosa e significativa del direttore dell’Agenzia. E ci auguriamo in definitiva, come Associazione ispirata ai valori democratici e cristiani, che venga da subito un segnale positivo a riguardo.

Come la Germania tornò unita: il ruolo di Andreotti e Kohl. Lezioni per l’oggi? L’ambasciatore Vattani propone la sua analisi.

Si è svolto a Urbino il 28-29 ottobre dello scorso anno un convegno su “Giulio Andreotti ed Helmut Kohl: la riunificazione della Germania, lezioni per l’oggi”. Le considerazioni svolte in quella sede costituiscono, in generale, materia di riflessione per le forze politiche e la pubblica opinione, specialmente in questa dura circostanza di guerra tra Ucraina e Russia. Umberto Vattani, ambasciatore di grande esperienza e prestigio, impegnato al fianco prima di De Mita e poi di Andreotti a Palazzo Chigi,  attualmente Presidente della Venice International University (VIU), suggerisce di leggere le vicende dell’oggi con le lenti di ieri, per capire cosa significhi il governo di eventi che in pace e, purtroppo, anche in guerra non si manifestano mai per caso. Di seguito riportiamo – per gentile concessione – un ampio stralcio della parte introduttiva della relazione da lui svolta ad Urbino, dando comunque modo ai lettori di leggere il testo per intero mediante il link posto in fondo alla  pagina.

 

 

Umberto Vattani

 

 

[…] la visuale dalla quale intendiamo partire [è] quella dell’amicizia tra i due statisti, Giulio Andreotti e Helmut Kohl. Appartenevano entrambi a partiti che affondavano le loro radici nei valori cristiani. Alla fine della seconda guerra mondiale avevano fatto le medesime scelte per l’Europa e per la collocazione internazionale dei loro Paesi accanto alle grandi democrazie occidentali. Avevano anche vissuto esperienze drammatiche: Kohl non aveva dimenticato la disperazione e la sofferenza patite dalla popolazione, aveva un ricordo vivido delle macerie, delle città distrutte; disse a Andreotti di essere stato arruolato in un campo di addestramento militare a 14 anni.

 

Andreotti, nato nel 1919, era stato testimone della crisi economica e sociale dell’Europa, dell’assurdità delle ideologie degli stati totalitari e delle politiche autarchiche. Entrambi condividevano il sogno di un’Europa senza guerre, da realizzare attraverso lo sviluppo e la crescita basati sui principi della democrazia, sul riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti della persona umana, su una economia di mercato capace di assicurare l’equità sociale.

 

Avevano la profonda convinzione che la progressiva integrazione europea e il graduale rafforzamento della NATO avrebbero assicurato ai loro Paesi l’auspicata stabilità e sicurezza. La NATO non doveva però essere una minaccia per nessuno, ma un elemento di dissuasione, e a tal fine occorreva mantenere il dialogo e i contatti con l’Unione Sovietica e i paesi del Patto di Varsavia per giungere a una vera distensione e agevolare i negoziati per la riduzione degli armamenti tra i due blocchi in cui era divisa l’Europa.

 

A tutto questo aggiungerei una nota. Alla condivisione di una visione politica si sommava, tra Andreotti e Kohl, un forte rapporto umano. Il Cancelliere non ha mai dimenticato la premura e l’aiuto straordinario prestato da Andreotti al figlio Peter, vittima di un gravissimo incidente nei pressi di Verona, per assicurarne il ricovero in un ospedale specializzato dove fu salvato dai medici.

 

[…]

 

Per Andreotti, come per un’intera generazione di politici democristiani, l’impegno per l’Unione europea era una missione. Il punto d’arrivo doveva essere la progressiva integrazione tra Stati per giungere poi all’unità federale dell’Europa. Questa concezione era strettamente connessa all’atlantismo: la permanenza degli Stati Uniti in Europa non avrebbe dovuto soltanto assicurare la stabilità del continente ma anche rafforzare la cooperazione in altri campi: l’alleanza atlantica era perciò ben più di un patto militare. Nell’azione del leader democristiano sono evidenti questi due principi di fondo che avrebbero orientato la politica estera italiana alla ricerca di un ordine europeo diverso.

 

Il Cancelliere aveva nel suo programma un obiettivo specifico – la missione della sua vita dirà poi – : la riunificazione tedesca. Era consapevole che sarebbe stata raggiungibile, da un lato, dopo l’avvio di nuova fase di distensione con l’Unione Sovietica, dall’altro, dopo aver rassicurato i partner sulla sincerità dell’impegno tedesco per l’integrazione europea.

 

Una diversità, nell’azione condotta a livello internazionale dai due statisti era evidente nel modo di procedere: più impetuoso e dirompente Kohl, più prudente e riflessivo Andreotti. La rapidità con cui si realizzò il processo della riunificazione rivelò una virtù politica essenziale del Cancelliere: il suo tempismo e la sua capacità di curare con la medesima attenzione i rapporti con interlocutori diversissimi, dal presidente degli Stati Uniti a quello Sovietico. In un incontro con Andreotti, il Cancelliere citò Bismarck, perché non trovava immagine migliore per illustrare la situazione in cui venne a trovarsi in quegli anni: “Quando senti i passi di Dio rimbombare attraverso gli eventi, devi saltare su e afferrare il lembo del suo mantello”.

 

Andreotti, anche se più felpato nello stile e sempre attento al contesto internazionale, diede prova anche lui di possedere altrettanta capacità politica. Un esempio per tutti: usando con acume nel 1990 la presidenza di turno della Comunità europea seppe creare in pochi mesi occasioni favorevoli per la conclusione in tempi brevissimi del grande progetto della moneta unica.

 

Relazione dell’Ambasciatore Umberto Vattani 28-29 ottobre 2021

 

 

 

Dopo questa guerra, comunque finisca, nulla sarà come prima in Europa e nel Mondo.

 

Nessuna efficace sanzione contro questa” Russia è priva di pesanti conseguenze per leconomia occidentale ed europea in particolare. In ogni caso, fuori dai principi della democrazia occidentale non esiste futuro per la libertà e la sicurezza. Occorre discutere, riflettere, fare coscienza personale e collettiva su questi scenari che riguardano il futuro di tutti noi e dei nostri figli e nipoti.

Lorenzo Dellai

 

Comunque vadano le cose (speriamo con tutto il cuore che si arrivi presto al cessate il fuoco), stavolta non può finire “a tarallucci e vodka”. Putin ha cinicamente sovvertito ogni regola internazionale, senza giustificazione alcuna. Come si può immaginare di ritenerlo ancora interlocutore credibile. Ha invaso un paese sovrano; bombardato città e villaggi; provocato una drammatica crisi umanitaria; esortato l’esercito ucraino al golpe contro un governo democraticamente eletto; minacciato chiunque avesse osato difendere gli aggrediti. Aveva già impartito gli ordini di invasione prima di ricevere i molti leader europei in pellegrinaggio a Mosca.

 

Ha evocato perfino lo spettro della guerra nucleare. Esattamente come Hitler con i Sudeti nel 1938 ha preso a pretesto la condizione della minoranza russa del Donbass per dare corso al sogno di ricostruzione di un nuovo impero. Ha evocato una presunta minaccia alla sicurezza della Russia: menzogna facilmente smascherabile se solo si osserva l’equilibrio delle forze militari – convenzionali e nucleari – nella regione. Il vero obiettivo di Putin, invece, è demolire pezzo per pezzo le democrazie di ispirazione occidentale costituite (pur tra molte contraddizioni) ai confini occidentali della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica. E l’Ucraina è solo il primo passo.

 

Putin si gioca – e si giocherà – il tutto per tutto, anche per mantenere il dominio di un regime illiberale non certo coeso attorno a lui e a questa avventura, come dimostrano il coraggio dei giovani russi in piazza e l’imbarazzo ipocrita degli oligarchi che fin qui lo hanno sostenuto, essendone lautamente beneficiati. Mentre i vertici della Chiesa Ortodossa Russa – diversamente da molti preti di base – non hanno aperto bocca sulla guerra. Anzi, benedicono le truppe inviate al fronte. Vedremo fino a quando il regime, così, reggerà. La storia insegna che la sopraffazione, la droga nazionalistica e sovranista e la corruzione non sono garanzie perenni.

 

L’Occidente democratico non poteva e non potrà che reagire con lucidità, coraggio, autorevolezza e tempestività.

Lo ha fatto nella misura richiesta dalla gravità degli eventi? La risposta non è facile. Tocca certo all’Occidente la responsabilità di reagire senza pavidità. È ridicolo – e sappiamo anche perché – Salvini: plaude ai privati cittadini italiani che sparano ai ladri entrati in casa loro e contesta l’invio, ad un Paese amico, degli aiuti militari necessari per la “resistenza” contro un brutale invasore.

 

Ma l’Occidente ha – nel contempo e diversamente da Putin – la responsabilità di non concorrere alla tragica prospettiva di una guerra globale. Fatto sta che lo spiraglio dei colloqui avviati tra Russia e Ucraina (mentre Mosca prosegue le operazioni militari con inaudita violenza) diventa ogni giorno più labile. A meno che, per “accordo” non si intenda una resa incondizionata alle pretese di Putin. Cosa che avrebbe conseguenze inimmaginabili per l’Ucraina e per i tanti altri paesi della regione che hanno sperato trovare – ad occidente – una prospettiva di sicurezza e di libertà. Resa alla violenza, alla spregiudicatezza, alla arroganza, all’imperialismo nazionalista del regime russo.

 

Dopo questa guerra, comunque finisca, nulla sarà come prima in Europa e nel Mondo. La vera domanda è: quanto è disposto a pagare oggi l’Occidente democratico per far valere la forza e l’universalità dei principi di umanità e libertà? Nessuna vera, efficace sanzione contro “questa” Russia è priva – almeno nel breve periodo – di pesanti conseguenze per l’economia occidentale ed europea in particolare. E, infatti, Gazprombank è per ora esclusa dall’elenco delle banche oggetto delle sanzioni. Si può capire, ma la difesa della Libertà e della Democrazia ha sempre un costo. E siamo in una situazione tutt’altro che di forza.

 

L’Europa è ancora priva di vere strutture unitarie di Sicurezza Energetica, di Intelligence, di politica Estera e di Difesa; gli Stati Uniti sono in grave crisi di leadership mondiale; la Cina segue sorniona l’evolversi delle cose (strizza l’occhio a Putin – pensando a Taiwan – ma di fatto si candida a mediatrice e garante di un nuovo patto con l’Occidente basato sul suo ruolo di nuovo, vero leader globale). La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico con la poco onorevole “fuga” da Kabul e misurabile, sul fronte interno, nella caduta del “carisma della democrazia” tra molti suoi cittadini – rischia di vivere, in questa vicenda, un nuovo grave capitolo nel quadro del “disordine mondiale”. Dobbiamo esserne tutti consapevoli, evitando il rischio di posizioni opportunistiche o “di equidistanza”.

 

La locuzione “né con Putin, né con la Nato” assomiglia sinistramente a quella “né con lo Stato, né con le BR” in uso alla fine degli anni settanta. Sappiamo bene che anche l’Occidente democratico porta con se grandi contraddizioni. E che tocca anche alle democrazie occidentali coniugare i propri valori in termini aperti e nuovi, difronte alle sfide del nostro tempo. E tuttavia, fuori dai principi della democrazia occidentale non esiste futuro per la libertà e la sicurezza. Putin da tempo teorizza che “gli interessi della Russia non sono negoziabili” (ma la Pace è invece proprio il frutto faticoso della negoziazione degli interessi nazionali) e da tempo sostiene e finanzia tutti i movimenti – anche, si dice, europei ed italiani – che puntano a mettere in discussione il senso stesso della democrazia liberale.

 

Qualche mese fa ha dichiarato che essa è ormai morta e sepolta: la cosa è passata quasi inosservata, ma oggi forse la si capisce meglio. Il tema riguarda in primo piano l’Europa e la sua capacita di rianimare vocazione e valori; attivare rapidamente comuni strutture militari; elaborare una “visione” credibile verso Est e verso l’Africa oggi colonizzata dalla Cina e penetrata dal fondamentalismo islamico. E tocca ancora a Bruxelles rispondere senza eccessivi formalismi di procedura alla richiesta di Kiev di entrare a far parte dell’UE, sperabilmente prima che l’esercito russo la demolisca totalmente sul piano fisico ed istituzionale.

 

Oggi capiamo forse meglio il senso di due scommesse che molti avevano all’epoca contestato: l’Euro e l’allargamento ad Est dell’Unione Europea. Certo, sono state scommesse difficili e non prive di contraddizioni: ma come saremmo oggi senza di esse? Quale sarebbe lo stato della nostra libertà e della nostra sicurezza? Al di là delle emozioni e della commozione di questi giorni – che hanno scosso le opinioni pubbliche – occorre discutere, riflettere, fare coscienza personale e collettiva su questi scenari che riguardano il futuro di tutti noi e dei nostri figli e nipoti.

Il nuovo imperialismo.

 

Il vero problema per Putin è costituito da quel vento di democrazia che investe tutta la popolazione dell’Ucraina. La guerra è giustificata con pretesti falsi. Tutto poteva essere accettato meno un contagio tanto pericoloso: una vera minaccia per la Russia degli oligarchi e dell’autocrate del Cremlino.

 

 

 

Paolo Frascatore

 

Giuseppe Dossetti amava dire che “il cristiano è un testimone della parola, anche in politica deve essere un testimone della parola”. Guardando alla drammaticità degli accadimenti degli ultimi giorni, forse per molti questa affermazione è fuori luogo, ma a ben guardare essa racchiude in sé la profondità di un pensiero legato alle idee e dunque all’azione. La parola come prodotto finale di ideali non è qualcosa di staccato dai comportamenti e dagli atteggiamenti pratici; anzi, essa è la premessa di azioni coerenti e giuste che riguardano interessi complessi e non individuali, ossia interessi popolari.

 

Il comportamento e le dichiarazioni di Vladimir Putin nei giorni precedenti l’invasione dell’Ucraina erano tutte in funzione di una sorta di negazione di quello che poi è successo soltanto pochi giorni dopo. Tutto ciò per dire che spesso in alcuni ambienti politici l’uomo usa la parola in funzione ingannatoria, discostandosi dalla verità di quella che costituisce la politica reale (realpolitik). A questa regola non sfugge un uomo come Putin. Del resto, basta guardare la sua ascesa al potere, la sua politica di riforme costituzionali tesa ad assicurarsi la rielezione anche dopo i famosi due mandati.

 

Basta guardare alle finte elezioni che si svolgono in Russia (così come avveniva nella ex URSS), dove brogli ed interessi forti primeggiano sulla coscienza e sul pensiero dei cittadini comuni. Molti commentatori politici negli ultimi tempi hanno sostenuto, in piena sintonia con quanto sta sostenendo proprio Putin, che l’iniziativa guerrafondaia del Cremlino in Ucraina è dettata dalla volontà della Nato di espandersi ad Est minacciando a livello nucleare la Russia.

 

Si tratta, a ben riflettere, di un falso problema: la Russia ha già testate nucleari puntate contro negli ex Paesi sovietici. Semmai questa è solo la scusa per l’autocrate russo nella sua azione armata contro l’Ucraina. Il vero problema per Putin è costituito, invece, da quel vento di democrazia che investe tutta la popolazione dell’Ucraina. E l’Ucraina non è paragonabile alle ex Repubbliche sovietiche. Per giunta si tratta di un popolo fratello, con le stesse caratteristiche di quello russo, spesso con legami anche di parentela.

 

Il problema per questa Russia putiniana è costituito dall’espandersi della democrazia. Come in passato nel sistema comunista dell’URSS, la politica dei magnati e dei burocrati di quel falso comunismo, di cui nessuno ha avuto il coraggio di ammettere, si basava sul ripudio della democrazia e dei sistemi politici pluralisti in quanto (a loro dire) corruttori del sistema sociale, anche oggi gli autocrati che costeggiano Putin in funzione degli affari economici guardano alle restrizioni delle libertà politiche e civili.

 

Un esempio appare ancora oggi illuminante a distanza di tanti anni: la primavera di Praga e l’iniziativa politica di Alexander Dubcek. Anche allora i carri armati di Mosca invasero la capitale della Cecoslovacchia (Praga) per mettere fine alla politica che Dubcek stava portando avanti nel solco di un’autentica realizzazione della società socialista, fondata sul pluralismo, sulla reale partecipazione agli utili dell’impresa da parte dei lavoratori e su quello che possiamo definire comunismo dal volto umano, distante e distinto da quello moscovita di Breznev.

Il caso Schroeder e i molti legami dell’ex cancelliere tedesco con Mosca (AGI).

 

L’esponente dell’Spd è nella bufera: da più parti gli viene chiesto di lasciare subito tutti gli incarichi nei colossi russi dellenergia Rosneft e Nord Stream.

 

Roberto Brunelleschi

I vertici dell’Spd hanno inviato una lettera aperta all’ex cancelliere Gerhard Schroeder per chiedergli di lasciare subito tutti gli incarichi nei colossi russi dell’energia Rosneft e Nord Stream. È stato uno dei due leader socialdemocratici tedeschi, Lars Klingbeil, a renderlo noto, aggiungendo che in merito vi è una “maggioranza schiacciante” nella presidenza del partito. “Non è conciliabile con la posizione della socialdemocrazia che Schroeder mantenga incarichi in aziende di Stato della Russia”, ha rincarato la dose il capo dell’Spd.

 

Il predecessore di Angela Merkel è da tempo al centro di furibonde polemiche in Germania, in quanto presidente di Rosneft, colosso russo operante nel settore petrolifero e del gas naturale, nonché capo del consiglio di sorveglianza delle pipeline Nord Stream 1 e 2, mentre nel frattempo è pure candidato in un incarico di vertice alla Gazprom. Le critiche sono aumentate quando aveva definito un “tintinnar di sciabole” la richiesta dell’Ucraina di forniture di armamenti da parte della Germania, ma soprattutto per il mancato ed esplicito distanziamento da Vladimir Putin dopo l’attacco della Russia all’Ucraina: molti ricordano in questi giorni come in diverse occasioni Schroeder si fosse definito “amico personale” del capo del Cremlino.

La settimana scorsa – pur chiedendo alla Russia di “mettere fine al conflitto” – l’ex cancelliere aveva scritto sulla sua pagina LinkedIn che sarebbe “un errore interrompere del tutto i legami dell’Europa con Mosca”, in nome di un “un dialogo su pace e sicurezza nel nostro continente”, mentre ci sarebbero stati “molti errori, da ambo le parti”. La polemica non si è placata, anzi: due giorni fa ha fatto il giro del mondo la notizia delle dimissioni in massa di tutti i collaboratori dell’ex cancelliere nel suo ufficio al Bundestag, proprio per le sue prese di posizione dopo l’invasione dell’Ucraina e per le (finora) mancate dimissioni dai board di Rosneft e Nord Stream.

Un crescendo, insomma. Con l’effeto che nell’Spd (partito a cui appartengono sia Olaf Scholz che Schroeder) ci sia molta tensione (nonché imbarazzo) per le posizioni pro-russe dell’ex cancelliere, che in passato ha avuto modo di definire Putin “un democratico purissimo”.  L’ex cancelliere “è completamente isolato” nel partito, ribadisce oggi Klingbeil, ai vertici dell’Spd “non c’è nessuno” che giustifichi neanche “alla lontana” l’atteggiamento dell’ex cancelliere. Mercoledì anche l’altra co-leader dei socialdemocratici, Saskia Esken, aveva chiesto a Schroeder di abbandonare le posizioni ai vertici di Rosneft e Nord Stream (il secondo gasdotto russo-tedesco è stato ‘congelato’ pochi giorni fa dal governo tedesco), ma finora la risposta dell’ex cancelliere si è fatta attendere. Peraltro, è lo stesso Klingbeil a ricordare che diverse realtà dell’Spd hanno avviato procedure disciplinari contro Schroeder, una di queste è arrivata alla commissione arbitrale di Hannover: si tratta di procedure interne che possono comportare varie sanzioni, compresa l’espulsione.

Nel frattempo si stanno facendo più rumorose le voci di chi chiede se sia opportuno che l’ufficio al Bundestag dell’ex cancelliere venga ancora pagato con i soldi dei contribuenti: nell’anno scorso il costo è stato di oltre 400 mila euro, come emerge da un’interrogazione presentata dalla Linke. Ma forse la tegola più dolorosa finita sulla testa dell’uomo che governò la Germania fino al 2005 è arrivata dal Borussia Dortmund, la sua squadra del cuore: la società ha revocato la sua tessera di membro onorario. Con effetto immediato.

Dopo la guerra, un’Europa diversa. Forse.

 

La guerra non è ancora finita e neppure immaginiamo quanto durerà. Il dramma ucraino forse genererà una Unione più compatta e solidale. E questo sarà senz’altro un bene. Il “forse” però è d’obbligo, perché occorrerà vedere nei momenti più duri, che ci saranno, quanto gli spiriti nazionalistici torneranno a inquinare le società

Enrico Farinone

 

La cautela è d’obbligo. Ma forse la guerra in Ucraina determinerà un ulteriore passo in avanti del progetto unionista europeo. Così come è già accaduto con le misure economiche di contrasto alle difficoltà generate dalla pandemia.

La crisi – solo pochi giorni fa, a pensarci bene – ha presentato ai suoi inizi e nei suoi vagiti finali immediatamente precedenti la terribile decisione bellica del Cremlino, il volto debole e ininfluente della UE. Prima Macron, poi Scholz sono andati da Putin e da quest’ultimo ascoltati a distanza – quel lungo tavolo, simbolica rappresentazione fisica di una distanza tale da generare incomunicabilità – e con distacco: esponenti di un’Europa debole politicamente perché divisa (ed infatti ognuno dei due leader era lì anche e forse soprattutto in quanto capo dell’Esecutivo del proprio Paese); inesistente militarmente e quindi dipendente in toto dalla NATO e dunque dagli americani; ricattabile economicamente a causa del deficit energetico, colmato in grande misura proprio dalla Russia. Tanto è vero che l’autocrate di Mosca li ha presi entrambi in giro, fingendo di ascoltarli nel loro assicurare la certa non adesione – neppure futura – dell’Ucraina alla NATO. L’avvio della guerra ha risparmiato analogo trattamento al nostro Presidente del Consiglio, previsto nella capitale russa qualche giorno dopo.

Con la sua arrogante e truculenta decisione Putin intendeva, fra le altre cose, dimostrare l’assoluta marginalità dell’Unione Europea. La sua vera interlocuzione, sulle questioni geopolitiche e su quelle militari, rimaneva ai suoi occhi solo quella con gli Stati Uniti, per quanto riguarda l’occidente. Nella sua logica – come ormai è accertato – il tempo del dopo guerra fredda è concluso: il mondo torna ad essere multipolare, con la presenza forte anche della Russia, e l’Europa torna ad essere divisa in due sfere di influenza, a ovest americana, a est russa, per l’appunto. L’obiettivo immediato – da trattare con gli USA – è il veto all’ingresso dell’Ucraina nella NATO, oltre che il suo smembramento; quello di più lungo periodo è il ritiro dell’Alleanza Atlantica dai paesi che facevano parte del sistema sovietico (o almeno di alcuni fra questi, i baltici, la Polonia, la Romania…).  Idee ovviamente respinte, ma senza chiudere al dialogo. Un dialogo che però l’Europa abbozzava con il peso della propria debolezza, come detto. E che Putin pensava di gestire da una posizione di forza, a cominciare da quella derivante dal ricatto energetico.

Poi, il tragico errore dell’autocrate. Si sentiva forte, anche di fronte ad un Presidente americano che dopo la scelta fatta a Kabul appariva debole, transitorio. Ma la guerra portata nelle città dell’Ucraina ha cambiato tutto. Anche l’atteggiamento europeo.

Bruxelles ha compreso che questa volta avevano ragione gli americani, che da settimane avvertivano circa i reali intenti di Putin. E ha compreso, altresì, che questa volta erano, e sono, in gioco i valori fondanti dell’Europa sorta dalle macerie del secondo conflitto mondiale. Aiutata, in questo, dall’eroica resistenza del Presidente Zelensky e del suo popolo così come dalle imponenti manifestazioni pacifiste che in tutto il continente hanno contraddistinto lo scorso fine settimana.

Il livello di intensità e incisività delle sanzioni previste nei confronti dell’aggressore russo si è alzato, sino a prevederne alcune assai pesanti nel settore finanziario quale ad esempio l’esclusione di alcune banche russe dalla rete interbancaria mondiale; l’Alleanza Atlantica, come scrivevamo in un precedente articolo, si è rinvigorita e addirittura Svezia e Finlandia hanno mostrato interesse per una loro futura partecipazione; l’Unione Europea con una decisione storica (ancorché triste, perché quando si parla di armamenti la storia è sempre triste e tragica) ha deciso di inviare all’Ucraina armi difensive per 500 milioni di euro e non solo derrate alimentari e indumenti; ha inoltre chiuso lo spazio aereo europeo ai velivoli russi; ha, ancora, bandìto la rete televisiva Russia Today e il sito informativo Sputnik; la Germania – e questa è una notizia che meriterà, a mente fredda, qualche riflessione supplementare – aumenterà del 2% del suo PIL (il maggiore d’Europa) le proprie spese militari.

Infine c’è la decisione forse più rilevante, almeno la più significativa dal punto di vista umanitario: per consentire l’accoglienza dei profughi ucraini viene riesumata una direttiva del 2001 mai applicata, nemmeno durante la crisi migratoria del 2015, nata ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia e definita di “protezione temporanea”. Serve ad aiutare i paesi di “prima accoglienza” dei profughi, secondo i dettami dei non ancora abbandonati accordi di Dublino. Stiamo parlando soprattutto della Polonia, come stiamo vedendo dalle immagini dei telegiornali. Polonia che poi  chiederà una loro riallocazione su scala continentale. Sarà giusto. Ma sarà bene che il governo polacco, e quelli degli altri paesi del famigerato Gruppo di Visegrad se ne ricordino anche quando, magari già la prossima estate, vi saranno nuove ondate di migranti africani nel Mar Mediterraneo, sostituendo con la generosità il loro egoistico atteggiamento di chiusura tenuto sin qui ai danni soprattutto di Italia, Grecia, Spagna. Chissà che questa drammatica crisi possa far riconsiderare l’idea d’Europa anche a questi Paesi. Sarebbe un bel passo in avanti, per i Ventisette.

Insomma, la guerra non è ancora finita e neppure immaginiamo quanto durerà. Il dramma ucraino forse genererà una Unione più compatta e solidale. E questo sarà senz’altro un bene. Il “forse” però è d’obbligo, perché occorrerà vedere nei momenti più duri, che ci saranno, quanto gli spiriti nazionalistici torneranno a inquinare le società e di conseguenza le posizioni delle varie forze politiche nei diversi Paesi europei.

Una nota d’ottimismo in un momento di buio della ragione che non deve farci trascurare il fatto che quanto sta accadendo produrrà anche uno sviluppo e una crescita dei sistemi d’arma e degli investimenti economici in essi. E questo è senz’altro un male. Necessario, per difendersi da dittatori che stanno dalla parte sbagliata della Storia. Dalla quale però, purtroppo, il genere umano continua a non voler imparare alcunché.

Ogni guerra è guerra contro il proprio fratello

 

Riportiamo, per gentile concessione, il seguente articolo che è apparso sull’Osservatore Romano di ieri 2 marzo 2022. “Si chiama guerra – scrive Scandurra -, oppure mantenimento dellordine liberale mondiale; nessuno vince e tutti perdono. No, mi sbaglio, qualcuno vince, magari fa soldi con i cadaveri dei morti, con la vendita di armi; i nostri costruttori di armi e i loro complici governanti”.


Enzo Scandurra

 

Si può dire basta, senza se e senza ma, alla guerra, a tutte le guerre e non passare per “anime belle”? Come facciamo a sopportare questo dolore dell’umano? Puoi immaginare di sederti, a cena, davanti la tv e mangiare e bere vino davanti a questo spettacolo di distruzione? Tu mangi, loro patiscono la fame, tu bevi vino, loro non hanno acqua. E i cani, i gatti, perfino gli uccellini chiusi nella loro gabbia che fine faranno?

 

Corpi distesi nella strada come un mucchio di cenci, cadaveri sotto le macerie, bambini che urlano a ogni scoppio di bombe. E i Grandi della Terra, con le loro cravatte e i colletti inamidati, che dissertano su come stanno andando le cose. Quali cose? Le morti; dovrebbero parlare dei morti; perché sono morti? Di quali colpe si sono macchiati per meritare questa sorte? Hanno combattuto contro fratelli e hanno ucciso i fratelli, le loro mogli e i loro bambini. Non avrebbero voluto farlo; ce li hanno costretti i loro mandanti assassini, chiusi nelle loro case dorate, al caldo; vanno a dormire con pigiami di seta. Magari hanno paura di prendere il raffreddore; la mattina si alzano e chiedono quanti sono stati i morti nella notte e fanno macabri bilanci: quanti armi servono ancora? Quanti altri morti ci vorranno per finire questa disgraziata guerra? Profitti che, a ogni morto, salgono per i distruttori di pace.

 

Alla fine qualcuno griderà: abbiamo vinto! Vinto che cosa? Lo diciamo ai morti che sono rimasti sul campo? Quale vittoria e contro chi? E coloro che perderanno avranno per anni da pensare ai loro morti, morti per niente, per i capricci dei loro governanti e dei fabbricanti di armi.

 

Si chiama guerra, oppure mantenimento dell’ordine liberale mondiale; nessuno vince e tutti perdono. No, mi sbaglio, qualcuno vince, magari fa soldi con i cadaveri dei morti, con la vendita di armi; i nostri costruttori di armi e i loro complici governanti.

 

Muovono le persone come fossero birilli pronti a cadere: andate e combattete per la Patria, è il grido. La Patria di chi? La loro Patria non la nostra, quella dei poveri, dei miserabili, di coloro che erano già stati scartati dal mondo. Bisognerebbe disubbidire agli ordini dei nostri governanti, non prendere il fucile davanti il proprio fratello; semmai guardarlo negli occhi e scorgervi la nostra paura. Paura giusta, questa sì, perché la guerra è solo distruzione, sovvertimento del senso comune, libertà di uccidere il fratello senza provare senso di colpa alcuno.

 

E dei morti che ne facciamo? Cosa diciamo loro? Possiamo solo ringraziarli per essere a loro sopravvissuti, noi al loro posto. Non potremo neppure piangere sulle loro tombe, forse non ne avranno, sono solo dispersi in qualche pozzanghera, sotto qualche carro, in terre non loro, come è sempre successo ai soldati. Faremo manifestazioni per la pace, diranno che siamo anime belle, che non capiamo, che non abbiamo mai capito niente; noi, il popolo, carne da macello, inviato al fronte per difendere i nostri governanti e per ingrassare i venditori di armi.

 

Basta con le guerre, almeno digiuniamo per un giorno come ha chiesto il Papa, appendiamo le nostre bandiere arcobaleno ai balconi di casa, per sentirci più vicini a loro che patiscono la fame e altri tormenti, dimostriamo noi di essere i più forti, senza armi, indifesi ma convinti che ogni guerra è guerra civile, guerra contro il proprio fratello.

Giovani cinesi muoiono per superlavoro: le colpe dei giganti del web (AsiaNews)

 


I decessi hanno sollevato preoccupazioni sulla censura di internet e sulla protezione dei diritti dei lavoratori. I colossi hi-tech in Cina si trovano di fronte alla doppia sfida della rigida regolamentazione del governo e della crescita stagnante dell
economia. 

 

 

 

 

John Ai

 

La morte per superlavoro di due giovani cinesi che lavoravano per due giganti cinesi di internet ha attirato l’attenzione pubblica sulla protezione dei diritti del lavoratori di fronte al potere delle grandi compagnie e dello Stato. Nonostante la censura di Stato, i due casi hanno infiammato la blogosfera.

A inizio febbraio il responsabile dell’unità di censura a Wuhan (Hubei) del colosso di video sharing Bilibili è morto per una emorragia cerebrale. Guan (il suo soprannome) è deceduto nella sua abitazione dopo diversi giorni di lavoro straordinario durante le vacanze Capodanno lunare. Un post sul web racconta che Guan ha lavorato 12 ore al giorno per cinque giorni consecutivi, per di più coprendo di solito i turni notturni.

Con post pubblicati in forma anonima, i lavoratori di Bilibili lamentano che gli addetti al controllo della censura sono costretti a lavorare fino a 12 ore giornaliere, con turni di giorno e di notte per garantire che ci siano controlli 24 ore al giorno. I commenti accusano l’azienda di aver censurato le informazioni sulla morte di Guan: Bilibili vieta al proprio personale di pubblicare informazioni che la mettono in cattiva luce.

La società ha negato che Guan lavorasse più di otto ore al giorno. I familiari del lavoratore hanno rivelato che Bilibili non ha fatto neanche le condoglianze. In risposta alle critiche, la compagnia ha presentato poi le proprie scuse e annunciato di voler assumere altri 1.000 addetti alla censura per alleviare la pressione del lavoro.

In Cina, i servizi di condivisione video sul web sono tenuti dalle autorità a controllare i contenuti prima che siano visibili online. I colossi cinesi di internet stanno sviluppando una tecnologia di intelligenza artificiale per filtrare in modo automatico i contenuti politicamente sensibili, così come la violenza e la pornografia. Per evitare errori di valutazione e omissioni dell’intelligenza artificiale, la maggior parte dei compiti di censura sono fatti però da lavoratori in carne e ossa.

Di solito, ogni addetto alla censura deve guardare migliaia di video o post al giorno. Il mancato riconoscimento di contenuti sensibili può portare al licenziamento. I controllori appena assunti sono sottoposti a una formazione rigorosa. Sono anche obbligati a firmare un contratto di non divulgazione. A causa dello stipendio relativamente basso e dei severi requisiti per il lavoro, il tasso di ricambio dei dipendenti è alto.

La maggior parte delle grandi compagnie cinesi del web è concentrata a Pechino. Per reclutare esaminatori e abbassare i costi, esse di solito esternalizzano l’attività di censura o collocano il team di controllori in città come Jinan (Shandong) e Wuhan, dove gli stipendi sono più bassi e ci sono università.

L’altra morte per eccesso di lavoro ha riguardato un ingegnere informatico di ByteDance, la compagnia che possiede il popolare socialTikTok. Il 28enne è deceduto dopo oltre 40 ore di soccorso in ospedale, lasciando una moglie incinta di due mesi. Wu è crollato nella palestra della società il 21 febbraio. La moglie ha detto che lui faceva molti straordinari e ha incolpato l’azienda di non aver aiutato il suo salvataggio. La vedova non ha reddito e lavoro, ma un mutuo per la casa da pagare; vuole restituire l’abitazione per ottenere un rimborso.

In un primo momento, la rapida espansione dell’industria di internet ha attirato i giovani laureati dalle migliori università del Paese. Cercavano un buon reddito, vedendo i pesanti turni di lavoro e l’intensa pressione come accettabili. Una regola non scritta è che i dipendenti sono licenziati prima dei 35 anni. Le aziende hi-tech cinesi si vantano della giovane età media dei propri lavoratori, spesso sotto i 30 anni.

Il Partito comunista cinese sta rafforzando però il controllo e la sorveglianza sui giganti del web. Società controllate dallo Stato o agenzie governative detengono azioni di questi gruppi e prendono decisioni. Ad esempio, dato che TikTok sta diventando virale a livello globale, le autorità cinesi svantaggiano le aziende estere che intendono lanciare offerte pubbliche per il suo acquisto. Il regime vuole garantirsi il controllo dei dati degli utenti e soprattutto l’obbedienza delle elite hi-tech.

Di fronte alla crescente regolamentazione statale e alla contrazione dei consumi interni per la pandemia, le compagnie del web licenziano in massa i dipendenti per risparmiare sui costi.

D’altro canto, con un livello di istruzione più alto, le proteste dei giovani che lavorano per le aziende tecnologiche hanno un maggiore ascolto, e l’orario di lavoro “996” (dalle 9 alle 21, sei giorni alla settimana) viene boicottato. Le autorità e i media ufficiali dicono che il turno 996 sia illegale; però le aziende sono punite di rado e molti giovani scelgono ancora di sopportare questa situazione di sfruttamento.

I nuovi bisogni di salute. L’analisi de “Il Mulino”

 

Il Covid ha mostrato l’urgenza di potenziare il ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. Un modello, tuttavia, che oggi deve fare i conti con una visione ospedalocentrica della sanità e con una sempre maggiore specializzazione della medicina.

Alessandra Ferretti

«La disponibilità di una buona assistenza medica tende a variare inversamente al bisogno della popolazione servita»: questo concetto venne illustrato su «The Lancet» nel 1971 da Julian T. Hart, medico di base che per trent’anni curò 2.100 persone di Glyncorrwg, villaggio di miniere di carbone nel Galles meridionale.

 

Hart elaborò la teoria dell’inverse care law (legge dell’assistenza inversa), che anni dopo si tradusse nella pratica nell’Anticipatory Health Care (sanità d’iniziativa), un modello assistenziale per la gestione delle cronicità che consisteva nell’identificare precocemente i problemi di salute trattabili nei pazienti in un sistema gestito dai medici di medicina generale, con ausilio di infermieri preventivamente formati, in un tempo minimo prestabilito di visita/ascolto, includendo l’assistenza a quei pazienti che di prassi non si sottoponevano ai controlli e grazie all’organizzazione di gruppi di persone con patologie croniche comuni.

 

Lo studio, che arruolò 1.800 pazienti e che venne effettuato nel pieno delle riforme liberiste del governo Thatcher, dimostrò una riduzione della mortalità (30%), un abbassamento della pressione media dei pazienti ipertesi e un calo della percentuale dei fumatori (dal 56 al 20%).

Il modello di Hart si basava sul potenziamento del ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. L’esperienza del Covid-19 ha infuso forza a questo modello, che tuttavia oggi deve fare i conti con una visione ospedalocentrica della sanità e con una sempre maggiore specializzazione della medicina.

 

Se è vero che non dovremmo «mai sprecare una buona crisi», come sentenziò una volta Winston Churchill, allora dovremmo guardare alla pandemia come a un’opportunità: quella di aver acutizzato la forbice tra i nuovi bisogni di salute della popolazione e la risposta che il nostro modello assistenziale può offrire a tali bisogni.

 

Secondo il Rapporto Osservasalute 2019, in Italia gli ultra 65enni passeranno dai 14 milioni di oggi a oltre 19 milioni nel 2040. Egualmente, nel 2030 i malati cronici (diabete, ipertensione, obesità…) diventeranno 26,5 milioni e i multipatologici saranno 14,6. Sono questi ultimi a destare maggiore preoccupazione, essendo la plurimorbosità associata, oltre a prognosi peggiore, a un elevato incremento dei ricoveri. Per affrontare il problema, diverse realtà del territorio italiano stanno implementando il modello made in Usa del Chronic care model, basato sul passaggio dalla «medicina d’attesa» alla «sanità d’iniziativa», processo che per la sua complessità non sarà così immediato.

 

Legata all’aumento del numero di anziani, ma anche ai progressi diagnostico-terapeutici è l’incidenza dei tumori, che ogni anno in Italia vedono 377 mila nuove diagnosi e che richiedono assistenza continua, pena un impatto negativo sull’adeguatezza delle cure, sulla compliance del paziente e sulla sua sopravvivenza.

 

Oltre ciò si pone poi l’annosa questione del long term care, nonché dell’assistenza dopo la dimissione e della necessità di una forte integrazione tra componente sanitaria e sociale, soprattutto se i pazienti sono anziani soli, persone fragili o con disabilità.

 

A peggiorare la situazione giunge inoltre il cospicuo pensionamento di medici di medicina generale, quest’anno circa 3.900, secondo le stime della Federazione medici di medicina generale e del Sindacato dei medici dirigenti, che non saranno bilanciati da altrettante nuove assunzioni. A restare spesso prive di copertura medica sono le zone montane, dove il problema si acutizza proporzionalmente all’aumentare della distanza dalla città e dove i posti vacanti sono notoriamente meno appetibili per i professionisti della sanità.

 

Diversi studi scientifici hanno dimostrato come, laddove le cure primarie siano più forti, è garantita una più equa distribuzione della salute nella popolazione e i costi a carico del Servizio sanitario nazionale tendono a diminuire.

 

Secondo l’Ocse, l’Italia si colloca al quindicesimo posto fra i 30 Paesi più sviluppati al mondo per spesa in cure e medicinali, su cui investe il 9% del Pil. Se poi guardiamo ai posti letto prima del Covid, che ne ha aggravato la scarsità, l’Italia ne contava 3,2 ogni 1.000 abitanti, quando la media Ue era di 5 ogni 1.000 abitanti.

 

Grazie alla condizione di emergenza, tuttavia, nonostante la non sufficienza dei fondi, abbiamo potuto mettere in pratica alcuni strumenti e processi che hanno dato prova di efficacia.

 

In termini di integrazione tra ospedale e territorio, l’organizzazione delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), costituite da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e altri professionisti, ha creato un importante presupposto, (ri-)portando alla luce una visione proattiva della prestazione medica. A controbilanciare la prospettiva di una maggiore territorialità rimangono tuttavia i problemi relativi al reperimento di professionisti dedicati, alla loro imprescindibile formazione, nonché alla loro equa distribuzione sul territorio.

 

Le necessità di isolamento durante il lockdown hanno spinto i centri di cura a praticare la telemedicina. Secondo il Rapporto Osservasalute 2020, tra il 1° marzo e il 30 giugno 2020 sono state avviate in Italia oltre 170 iniziative digitali per facilitare la gestione dei pazienti: oltre la metà era basata sull’uso del web (38%) e del telefono (20%), per il resto l’offerta avveniva su piattaforme (29%) o app (13%). Oltre il 60% delle televisite era dedicato a pazienti non-Covid.

 

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