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Biden, Francesco e quell’incontro nel segno di Kennedy. Il punto su “formiche.net”.

 

Oggi l’incontro tra papa Francesco e Joe Biden. Un faccia a faccia che arriva in un momento difficile per la Chiesa cattolica di fronte a cui il presidente Usa cerca un riscatto. Ma l’ostruzione della gerarchia (e non solo) rischia di vanificare la mediazione del pontefice. Tornano attuali le idee del gesuita Murray, di cui Morcelliana ha ripubblicato il libro-chiave, presentato al Centro Studi Americani.

 

Francesco Bechis

 

Il presidente americano, a Roma per partecipare al G20 guidato dall’Italia di Mario Draghi, non naviga in acque tranquille. Atterra nella capitale affannato dalle riforme per la ripresa che continuano a trovare al Congresso il freno dei repubblicani, nonché di una schiera del suo stesso partito.

La posta in gioco è alta, le aspettative anche. Questo venerdì, in Vaticano, si incontreranno i due cattolici più famosi al mondo. Papa Francesco riceverà in udienza Joe Biden insieme alla First Lady Jill. Un incontro che arriva in una fase delicata, per entrambi.

 

L’incontro con Francesco ha una tripla valenza. Personale: Biden è un cattolico praticante, il secondo presidente della storia dopo John Kennedy. Diplomatica: le tensioni emerse anche con irruenza fra Stati Uniti e Santa Sede durante la presidenza Trump, dal criticato accordo sui vescovi con la Cina di Xi Jinping alle frizioni sulla libertà religiosa, sono ancora tutte lì. Politica: Biden ha bisogno di riconquistare la fiducia di un elettorato cattolico che, da quando ha messo piede nello Studio Ovale, si è allontanato sempre più.

 

All’intersezione fra queste tre dimensioni si colloca la visita da un papa che nei suoi otto anni di pontificato ha riorientato non di poco la bussola internazionale della Santa Sede. Viene quasi naturale il paragone con Kennedy, che sessant’anni fa lanciava la prima corsa alla Casa Bianca di un candidato cattolico dopo l’esperienza infelilce di Al Smith. Eppure il contesto è cambiato, se non invertito. Allora Kennedy doveva dimostrare all’opinione pubblica americana, impregnata della cultura protestante, che un presidente cattolico sarebbe stato in grado di onorare la Costituzione americana.

 

Oggi avviene il contrario: Biden deve giustificarsi di fronte all’opinione pubblica cattolica, che per buona parte non lo ritiene rappresentativo della sua fede. Complice un’ostruzione aperta, senza veli della gerarchia ecclesiastica statunitense, con una Conferenza episcopale che fra solo due settimane, a Baltimora, sarà chiamata a votare una carta preparata dalla commissione dottrinale sul rapporto tra eucarestia e vita pubblica (dunque: politica) dei fedeli.

 

Non è un semplice simposio: in ballo c’è la possibilità per un presidente degli Stati Uniti che ha avallato e continua ad avallare politiche pro-aborto (pur essendo personalmente contrario) di accedere ai sacramenti. Un’eventualità senza precedenti, che forse neanche i continui interventi pacificatori di Francesco e della curia – su tutti la lettera di maggio scorso inviata ai vescovi americani dal cardinale Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – basteranno a scongiurare.

 

Fede e politica, sacro e profano sono un intreccio difficile da sciogliere nel costituzionalismo americano, in un Paese dove la Costituzione affida a Dio il popolo. Su questi temi tornano attuali oggi più che mai le riflessioni di un teologo gesuita, John Courtney Murray, che ha lasciato un segno indelebile sui lavori del Concilio Vaticano II, fin dalla nuova dottrina sulla libertà religiosa approvata dal Vaticano nel 1965, e ricorre di continuo nel pontificato di Francesco, a partire dall’enciclica Fratelli Tutti.

 

Non è casuale allora il tempismo con cui la casa editrice Morcelliana, sotto la guida di Francesca Bazoli, ha riportato in vita e ripubblicato il capolavoro di Murray, “Noi crediamo in queste verità”, uscito nel 1960 in America, dove ha ispirato un celebre discorso di Kennedy a Houston, e nel 1965 in Italia. Un anno chiave, ha spiegato mercoledì durante una presentazione del volume al Centro Studi Americani Roberto Regoli, direttore del Dipartimento di Storia dell’Università Gregoriana. Il ’65 è infatti “l’anno in cui si chiude il Concilio Vaticano II, in cui viene pubblicata e votata la dichiarazione Dignitatis Humanae, uno dei documenti più significativi per i cambiamenti concettuali che apporta”.

 

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Biden, Francesco e quell’incontro nel segno di Kennedy

Lo spray anti -droga (Nota Design)

 

Una società inglese, la Millwood, ha lanciato uno spray anti-droga capace di scoraggiare fortemente l’utilizzo dei tavoli e delle altre superfici nei locali per preparare le strisce di coca.

 

James Douglas Hansen

 

Londra ama la cocaina – al punto che, secondo alcuni ricercatori, le anguille che popolano il fiume Tamigi starebbero diventando “iperattive” a causa dei residui della sostanza che finiscono nelle sue acque. Altri studiosi sono scettici sulla questione e fanno notare come ci sia molta più caffeina nel fiume che non cocaina, ma la loro ragionevolezza è meno interessante…

 

Resta comunque il fatto che la coca è particolarmente apprezzata in Inghilterra – si stima che i soli londinesi pippino” oltre ottantamila piste al giorno – al punto che il suo consumo pubblico starebbe diventando un problema per i gestori dei pub” e degli altri locali dove “il popolo della notte” si raccoglie. Non è che gli operatori siano dei poliziotti, ma dal punto di vista dell’immagine non è il massimo, e anche la riottosità dei consumatori sembrerebbe creare non poche difficoltà.

 

“Che lo facciano pure se vogliono, ma non qui” è l’atteggiamento che emerge – e che ha creato un’importante opportunità commerciale per una società inglese, la Millwood. L’azienda ha lanciato uno spray anti-droga capace di scoraggiare fortemente – la Millwood dice “fino al 90 percento” – l’utilizzo dei tavoli e delle altre superfici nei locali per preparare le strisce di coca e, in generale, di tutte le altre droghe in polvere che richiedono la “modalità inalatoria” per essere consumate.

 

Lo spray, BLOKit, agisce attraverso due vie: da una parte contiene una resina che “cattura” la droga e la fa aderire alla superficie sottostante di modo che non si possa inalare, dall’altra impartisce alla sostanza stupefacente un gusto amarognolo schifoso che dura delle ore e scoraggia anche chi tenta di grattarla via per il consumo in altra sede. In più, la presenza dello spray sulla superficie trattata non è visibile.

 

Dal punto di vista dei gestori, oltre all’aspetto immediatamente “comportamentale” della clientela, il prodotto offre un altro significativo vantaggio: il suo utilizzo regolare – attraverso lo scoraggiamento della frequentazione da parte dei drogati – permetterebbe di ottenere degli sconti sui premi assicurativi del locale…

 

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Contempliamo l’infinità del cosmo. Intervista esclusiva a Roberto Pesce

«Secondo me la società odierna – dice l’autorevole astronomo – dapoco valore al silenzio. Parlando di osservazione del cielo, è sicuramente bello farla in compagnia, ma contemplare linfinità del cosmo in silenzio è qualcosa di assolutamente unico».

 

Prof. Pesce, proviamo tutti stupore osservando il cielo stellato ma occuparsi per professione o per passione di astronomia necessita di attrezzature adeguate. Qual è tecnicamente la dotazione indispensabile per iniziare e fino a che punto di potenzialità esplorativa possiamo disporre per esplorare luniverso? Quali sono i Centri di osservazione astronomica più attrezzati a livello mondiale? Considerando I nuovi telescopi posizionati direttamente nello Spazio possiamo dedurne vantaggi o svantaggi rispetto a quelli ubicati sulla Terra?

Per avvicinarci alle meraviglie celesti in realtà non servono grandi strumentazioni, basta un semplice paio di binocoli o anche la sola visione ad occhio nudo a spalancarci le porte del cosmo. Il grosso problema è l’inquinamento luminoso che rende sempre più difficile l’osservazione astronomica dalla Terra, oltre ad avere gravi conseguenze in termini ambientali ed economici. Attualmente i più avanzati osservatori astronomici si trovano in luoghi abbastanza sperduti, come le montagne del Cile (Very Large Telescope) o dell’Arizona (Large Binocular Telescope), le Canarie (Gran Telescopio Canarias) e molti altri. Questi enormi complessi utilizzano molti strumenti di piccole dimensioni oppure ottiche “segmentate”, per consentire un adattamento in tempo reale alle condizioni della trasparenza atmosferica, consentendo di ottenere immagini eccezionali. Un’alternativa, che evita i problemi legati alla trasmissione atmosferica, è quella di osservare dallo spazio, ma qui il limite è nelle dimensioni degli strumenti che possono essere messi in orbita; l’esempio più celebre è quello del telescopio Hubble, ma a breve dovrebbe essere lanciato il “James Webb Telescope”, che avrà prestazioni ancora migliori. Da diversi anni sono operativi, sia a terra che in orbita, anche strumenti per osservare il cosmo a tutte le frequenze elettromagnetiche, dalle onde radio ai raggi X, e per monitorare non solo i segnali luminosi ma anche a livello di “particelle elementari” (come i neutrini, i raggi cosmici o l’antimateria). In questo ambito non posso non ricordare l’Osservatorio Pierre Auger in Argentina, in cui ho lavorato, con rivelatori di raggi cosmici distribuiti nella pampa su un’area di 3000 km quadrati, e l’esperimento IceCube per rilevare i neutrini che arrivano dallo spazio nei ghiacci del Polo Sud.

Che si osservi la volta celeste ad occhio nudo o che ci si avvalga dei più potenti strumenti di penetrazione visiva delluniverso non riusciamo a dare un senso allidea che il nulla esista o possa essere descritto, e insieme ad esso il concetto di infinito. Secondo me in questa infinità consiste il vero fascino della ricerca perché, come ho detto, mette in crisi i concetti di tempo, di spazio, di limite, di presenza o diassenza. Che idea personale ha al riguardo?

Guardando il cielo stellato per me si apre veramente una finestra sull’infinito. La cosa bella è che c’è sempre qualcosa di nuovo da osservare e da scoprire, ma dall’altro lato è anche triste pensare che in una vita intera non si potrà conoscere veramente tutte le bellezze racchiuse nel nostro Universo. Un altro aspetto divertente della ricerca è che non si sa mai dove si andrà a parare. La storia della Fisica dei primi del ‘900, con l’avvento della Teoria della Relatività e della Meccanica Quantistica, insegna proprio come la ricerca sia riuscita a mettere in crisi i concetti di spazio e tempo, ma anche quello di determinismo, rendendo necessaria l’elaborazione di nuove teorie scientifiche, che hanno portato a rivoluzioni non solo in ambito accademico (basti pensare ad esempio alla teoria cosmologica del Big Bang) ma anche nella vita di tutti i giorni (senza queste teorie oggi non avremmo gli smartphone o il GPS, tanto per fare alcuni esempi). Cosa scopriremo domani? Non lo possiamo sapere, e questo è quello che a mio parere rende avvincente la ricerca scientifica.

Tempo” è la parola più ricorrente in tutte le opere di Shakespeare. Il Prof. Arnaldo Benini – emerito allUniversità di Zurigo- con cui avevo realizzato unintervista sulle neuroscienze pone laccento sui meccanismi cerebrali che regolano la percezione del Tempo: la neurobiologia del tempo, nonostante i molti aspetti ancora non chiariti, ha dimostrato oltre ogni dubbio che il senso del Tempo è prodotto da meccanismi nervosi sparsi in tutto il cervello. (il cervello è la macchina del Tempo)”, in polemica con i Fisici che non si sono mai interessati alla neuroscienza del tempo (cita ad es. il Fisico quantistico Lee Smolin, che sostiene che il Tempo deve ritornare nella Fisica). La teoria della Relatività Generale ci dice che il Tempo da solo non esiste. Esiste invece lo Spaziotempoe lo descrive con formule matematiche precise. Come si sposa questo concetto con le recenti teorie sulleternalismo, che vedono il Tempo come dimensione relativa e non assoluta? È davvero unidirezionale? Il concetto di dimensionalità apre a sua volta al Multiverso e alla Teoria delle stringhe. Come si colloca in tal senso il concetto di Tempo?

L’argomento “tempo” è uno dei più complessi e trasversali, in quanto lega fisica, filosofia, neuroscienze, etc. Se posso dare un suggerimento, consiglio la lettura de “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli. Einstein, con la Teoria della Relatività, elaborata tra il 1905 e il 1915, ha mostrato come il tempo è un’altra dimensione che non può essere separata dalle (almeno) tre dimensioni spaziali. L’unidirezionalità del tempo è legata al secondo principio della termodinamica, tanto per capirci quello che impedisce che mettendo a contatto un oggetto caldo e uno freddo, quello freddo diventi più freddo e quello caldo più caldo, ma che avvenga il contrario. L’esistenza di ulteriori dimensioni spaziali e temporali è oggetto di dibattito tra varie teorie, anche non del tutto scientifiche. Tra tutti gli approcci “seri” al problema, a me affascina la teoria del Multiverso di Hugh Everett: banalizzando, ogni volta che l’Universo si trova davanti ad una scelta, si suddivide in universi paralleli in ciascuno dei quali si verifica una delle possibili alternative. Pensiamo al celebre esempio del Gatto di Schrodinger: un ipotetico gatto è chiuso in una scatola ed ha una certa probabilità che un dispositivo lo uccida; nel momento in cui apro la scatola si crea un universo in cui il gatto è vivo e un altro in cui il gatto è morto. Della Teoria delle Stringhe, che prevede l’esistenza di altre dimensioni “arrotolate” intorno alle altre, in numero variabile a seconda della teoria specifica, sono un po’ meno entusiasta ma rimane un campo di ricerca interessante. Tutte queste sono sicuramente tutte idee affascinanti ma anche impossibili da verificare sperimentalmente, almeno per il momento. Se posso altri consigli di lettura, suggerisco “L’universo matematico” di Max Tegmark e “Il paesaggio cosmico” di Leonard Susskind. Parlare di questi argomenti in poche righe è impossibile, ma i libri che ho citato possono dare una buona idea a livello divulgativo, anche se non sono proprio letture facilissime.

In questi giorni si ha notizia (riporto testualmente) di un brillantamento solare di classe 1.6 prodotto da una macchia solare denominata AR 2882”. A conferma di ciò vi sono le immagini del Solar and Heliospheric Observatory recentemente diffuse che mostrano lemissione nota come alone” o aureola”. La nota di agenzia riferisce di tempeste magnetiche: sono frequenti questi eventi? In che cosa consistono e perché si verificano? Può in un futuro, vicino o ragionevolmente lontano, questo fenomeno diventare sempre maggiore a motivo del ciclo vitale della Stella, al punto da mettere in difficoltà lo scudo dellatmosfera/magnetosfera terrestre?”

L’attività del Sole segue un ciclo di circa 11 anni, di cui le macchie sono l’evidenza più marcata. Queste macchie sono create dal campo magnetico del Sole, ma ad oggi non sono ancora del tutto chiari i vari aspetti che regolano questa attività, che a volte riserva sorprese. Ad esempio è significativo il minimo dell’attività solare iniziato a metà del ‘600 in cui per quasi 70 anni non si osservò quasi nessuna macchia: ad esso pare essere associata la “piccola era glaciale” di quegli anni. Ogni tanto si verificano invece fenomeni di enorme intensità, anche se di breve durata, come il brillamento solare del 1859, che ha portato alla generazione di aurore polari visibili in tutto il mondo, anche nelle zone equatoriali. La previsione di fenomeni di questo tipo con largo preavviso non è ancora possibile, ma in futuro brillamenti molto potenti potrebbero mettere in crisi tutte le nostre apparecchiature elettroniche, che nell’800 non esistevano. Si stanno comunque facendo molti studi in proposito, proprio perché un eventuale “black out magnetico” potrebbe avere ripercussioni molto gravi. Sicuramente, con l’avanzare dell’età della nostra stella, non sarà più possibile la vita sulla Terra a causa dell’aumento di radiazioni solari, ma questo non si dovrebbe verificare per almeno un miliardo di anni.

LEntropia dellUniverso non diminuisce mai: come si sposa questo concetto con lOrizzonte degli Eventi? Il Secondo Principio della Termodinamica afferma che lEntropia di un Sistema chiuso non può mai diminuire. Se ho ben compreso Hawking, considerando come Sistema chiuso un Buco nero, per non violare tale Principio, la somma della sua Entropia e di quella ordinaria deve essere in continuo aumento. Di conseguenza, laumento dellEntropia del buco nero corrisponde ad un aumento dellarea dellorizzonte degli eventi. Il concetto stesso di buco nero però esaspera ciò che sta oltre lorizzonte degli eventi, facendolo tendere idealmente a quello di densità massima a volume zero”. LEntropia una volta superato lOrizzonte degli eventi dunque come si sposa con questo concetto?

Lo scenario descritto nella domanda è corretto: in pratica più il buco nero “ingurgita” materia, più aumenta l’area del suo orizzonte degli eventi ed aumenta la sua entropia. Quello che succede una volta superato l’orizzonte degli eventi è incognito. L’idea, elaborata da Hawking, è che il buco nero sia una “singolarità” dello spazio tempo (tanto per rendere l’idea, un punto in cui la densità di materia tenderebbe all’infinito), e l’orizzonte degli eventi un limite in pratica irraggiungibile. Esistono molte teorie, anche qui non sempre del tutto serie, su cosa possa accadere riuscendo ad entrare nell’orizzonte degli eventi (ma ricordiamoci che non è possibile!). Un ottimo spunto di riflessione in merito è il celebre film “Interstellar” (sicuramente curato dal punto di vista scientifico, ma rimane comunque un film). Anche in questo campo la ricerca continua a fare passi in avanti: penso che tutti ricorderanno a tal proposito la celebre “fotografia” di un buco nero supermassiccio realizzata nel 2019.

Il pianeta Marte sembra essere il prossimo obiettivo per una missione spaziale con astronauti: quali potrebbero essere i tempi di attuazione? Da Marte ci sono giunte foto nitide che non mostrano segnali visibili di vita. Il Pianeta Rosso ospita sia la montagna più alta che la valle più profonda e lunga del sistema solare. Il Monte Olimpo è alto circa 27 chilometri, ovvero tre volte più alto del Monte Everest, ed è un massiccio vulcano con un diametro di circa 600 km. Il 18 febbraio 2021 il Rover Perseverance della NASA è atterrato con successo sul suolo marziano. Tra i vari obiettivi della missione vi è quello di analizzare frammenti di roccia e terreno alla ricerca di indizi riguardo ad una possibile vita microbica nel passato del pianeta rosso. Che cosa può dunque interessarci di questa missione nello spazio certamente più impegnativa dello sbarco sulla Luna? Marte non ha un campo magnetico forte per via delle ridotte dimensioni e per via di un sottilissimo strato di atmosfera quasi inesistente: in che modo progetti come quello di Elon Musk prevedono di poter produrre” acqua su Marte?

Da sempre il pianeta Marte affascina l’uomo: è uno dei mondi a noi più vicino e potrebbe ospitare o aver ospitato delle forme di vita, che potrebbero addirittura aver portato la vita sulla Terra stessa. Lo abbiamo visitato con molte missioni spaziali, ma l’essere umano non ha ancora posato piede sulla sua superficie. L’ambiente marziano è altamente inospitale: ha un’escursione termica di oltre 100 gradi tra giorno e notte, una bassissima pressione atmosferica che impedisce la presenza di acqua allo stato liquido, ma solo gassoso o solido, e non possiede un campo magnetico in grado di schermare dalla radiazione solare e cosmica, solo per citare alcuni “problemi”. Non escludo tuttavia di poter vedere, nel giro di pochi decenni, degli esseri umani sbarcare sul pianeta rosso. Musk propone di estrarre l’acqua facendo esplodere degli ordigni nucleari, ma questo contribuirebbe a peggiorare ancora l’ambiente marziano. Qualcuno ha proposto di creare un campo magnetico artificiale e quindi un’atmosfera di anidride carbonica facendo sublimare il ghiaccio secco presente nelle calotte polari. Grazie all’effetto serra si riuscirebbe ad ottenere abbastanza pressione e per far sciogliere il ghiaccio normale. Credo che questo secondo approccio sia più sensato.

Secondo una recente ipotesi potrebbe essere messa in discussione la genesi dellUniverso per effetto del famoso fenomeno denominato Big-bang”. Un Fisico dellUniversità di Liverpool, Bruno Bento, spiega, in uno studio (basato su una nuova teoria della gravità quantistica, denominata teoria degli insiemi causali”) che, in effetti, un Universo eterno” potrebbe esistere. Questa teoria è stata ripresa da Paul M. Sutter, professore di Astrofisica della Stony Brook University e del Flatiron Institute, recentemente in un articolo su Live Science. Bento e Sutter ci riferiscono di un Universo in cui linsieme causale risulterebbe infinito al passato, e quindi c’è sempre qualcosa prima”, in pratica luniverso sarebbe sempre esistito. Lespansione che vediamo oggi potrebbe essere stata provocata da un singolo evento, chiamiamolo pure Big Bang”, che però rappresenterebbe solo un momento nellevoluzione eterna degli insiemi causali, non un vero inizio. Come può sposarsi questultima teoria con lespansione metrica espressa matematicamente da Friedmann – Lemaître – Robertson – Walker?

Anche nell’ambito delle teorie cosmologiche, abbiamo moltissime opinioni. L’evidenza sperimentale a favore di quello che si definisce comunemente “Big Bang” è schiacciante, ma dal punto di vista teorico non abbiamo ancora tutti i pezzi del puzzle: da un lato abbiamo la Teoria Generale della Relatività, dall’altro la Meccanica Quantistica, ma queste due importantissime teorie non si parlano tra di loro. E la genesi dell’universo è un campo di applicazione in cui servirebbe proprio una “teoria quantistica della gravità”, argomento sul quale tra i fisici non vi è ancora una visione unitaria. La Fisica procede per “approssimazioni successive”: le vecchie teorie non sono sbagliate ma solo approssimazioni meno precise delle nuove teorie. Speriamo di arrivare al più presto ad una teoria che unifichi la gravitazione e la meccanica quantistica, non è assolutamente banale, tant’è vero che Einstein provò a trovarne una ma non c’è mai riuscito.

Mi capita di ripensare al 1° gennaio 2019 quando, alle 6.33 la sonda spaziale della NASA New Horizons aveva raggiunto in fly by Ultima Thule” , cioè lultimo corpo celeste n° 486958 – 2014 MU69, appartenente alla fascia di Kuiper”, ai confini del sistema solare e a 6,5 miliardi di km dalla Terra, inviandoci foto a 10.000 pixel che arrivavano insieme a segnali tecnici attesi dalla missione al Centro Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University, viaggiando alla velocità della luce, in 6 ore e 25 minuti. Una vicenda che mi aveva coinvolto e affascinato. Eassai probabile che terminata la sua missione, New Horizons seguirà le sorti delle sonde Voyager 1 e 2, esplorando leliosfera esterna, lelioguaina e leliopausa, che potrebbe raggiungere nel 2047. Poco importa che di Ultima Thule nel sorvolo più ravvicinato di New Horizons sia giunta alla NASA limmagine inusitata di un corpo celeste a forma e colore di tartufo: sono moltissime le informazioni ricevute che gli scienziati studieranno nei prossimi anni per ricostruire la storia delluniverso. Prof. Pesce come immagina che sia luniverso oltre” Ultima Thule? Queste astronavi progettate per inviare immagini alla Terra si perderanno nello Spazio?

Purtroppo queste astronavi si perderanno inevitabilmente nello spazio. Non abbiamo ancora sviluppato una eventuale tecnologia che consenta di far muovere questi veicoli a velocità vicine a quelle della luce. Anche in questo caso ci vorrebbero comunque almeno cinque anni per raggiungere la stella a noi più vicina dopo il Sole. Aver raggiunto Ultima Thule è stato meraviglioso, ma, per fare un paragone, se pensassimo all’Universo come alla nostra Terra, è come se ci fossimo semplicemente alzati dal letto. C’è molto da scoprire, là fuori, non ho proprio idea di tutto quello che potremmo trovare.

Se osserviamo la volta celeste di notte in montagna o in un posto dallaria rarefatta notiamo il brillare delle stelle e questo è dovuto allenergia che emettono. Agli antichi servivano come orientamento. Tuttavia nulla nelluniverso è immutabile: come si possono rilevare spostamenti, misurare distanze e osservare le stelle nella loro veste meno poetica di corpi planetari o pianeti? Con gli strumenti in dotazione ai centri di ricerca spaziale e agli osservatori astronomici riusciamo ad avere una sorta di geometria del cielo? Come possiamo mantenere questa geometria spaziale”, a distanze enormi? Se il 68% della massa-energia dellUniverso sfugge agli attuali metodi di rilevazione e se sale addirittura al 95% considerando anche la MateriaOscura, lUniverso che vediamo” (non solo visivamente), può raggiungere dimensioni al di là di ogni immaginazione?

Nessuno sa con precisione quanto sia grande l’universo. La velocità della luce è finita e pertanto oggetti molto distanti non possono essere osservati in quanto la loro luce non ha fatto ancora in tempo a raggiungerci. Se consideriamo l’espansione cosmologica e il fatto che il nostro universo ha un’età di circa 14 miliardi di anni, si ottiene per l’universo visibile un raggio di circa 46 miliardi di anni luce, un numero spaventoso, ma che non è detto sia la reale dimensione del cosmo. Se aggiungiamo a questo il fatto che solo circa il 5% del contenuto energetico dell’universo sia costituito da materia “ordinaria” (il 27% circa da materia oscura e il 68% dalla misteriosissima energia oscura), è chiaro che quello che vediamo in una notte stellata rappresenta solo un granello di una spiaggia immensa. Si spera che il telescopio spaziale Webb, che dovrebbe essere lanciato a fine 2021, contribuisca a far parzialmente luce su questi misteri. La cosa che mi sorprende, se ci penso, è che fino a meno di un secolo fa pensavamo che l’universo fosse limitato alla sola Via Lattea; è infatti del 1924 l’osservazione cruciale di una stella variabile nella “nebulosa di Andromeda” che ha consentito ad Hubble di misurarne la distanza e capire che in realtà si trattava di un’altra galassia, scardinando ancora una volta il dogma aristotelico che ci vorrebbe al centro dell’universo, già demolito nel 1600 da Galileo e Newton.

Credo che losservazione e lo studio dello Spazio, oltre che essere Scienza e quindi Astronomia, siano anche una delle occupazioni più affascinanti che esistano. Che sensazioni prova ad immergersi con il cannocchiale in questa infinità incommensurabile? Non crede che dovrebbe essere materia di studio anche per gli studenti delle scuole superiori, oltre il dato strettamente scientifico, come fonte di insegnamento utile per attribuire la giusta misura a tutte le cose, per misurare e commisurarsi, specie in questa epoca buia di complottismi, negazionismi e disinformazione? Sulla Terra vivono 7,5 miliardi di esseri umani, a fine secolo saranno 11 miliardi: il futuro è dunque nella esplorazione dello Spazio?

L’osservazione del cielo è indescrivibile, chi non ha provato la visione di una volta celeste incontaminata dalle luci artificiali non può capire. Tutto quello che possiamo vedere con un telescopio è stato catalogato ed ha un nome (o una sigla). A me piace non solo cercare qualche oggetto specifico, ma anche vagare a caso, tra le migliaia di stelle che si incontrano. Purtroppo non esiste un corso di Astronomia per le scuole. Io tengo qualche lezione, conferenza, etc. per gli studenti e mi piacerebbe anche organizzare qualche evento osservativo, ma ritengo che dovrebbe essere dato più spazio a queste tematiche. Sui complottisti, negazionisti e vari, dallo sbarco sulla Luna al cambiamento climatico al Covid, non spendo parole, dico solo che dovrebbero guardare meglio il mondo, provare stupore ed apprezzarne la bellezza, invece di cercare cospirazioni che non esistono. L’esplorazione spaziale è fondamentale non solo per garantire un futuro ad un’umanità sempre più in crescita in un mondo sempre più stretto. Essa ha anche delle ripercussioni più immediate sulla tecnologia che usiamo tutti i giorni, dal telefonino a materiali in grado di resistere al caldo e al freddo estremi.

Una delle ragioni, forse la principale, della ricerca spaziale consiste nel trovare altre forme di vita o ambienti dove la vita possa esistere. Dalla mitologia agli avvistamenti dei marziani, luomo guarda al cielo come fonte di soluzione a molti problemi che ci riguardano. Ha una personale opinione circa la sussistenza di altre forme di vita nello spazio infinito che sta intorno a noi?

Sono fermamente convinto che esistano altre forme di vita nell’universo, ma che siano quasi impossibili da scoprire. In questa immensità di cui abbiamo parlato prima è impossibile che le condizioni che hanno portato alla nascita della vita si siano verificate solo sulla Terra. Sarebbe anche un po’ troppo presuntuoso crederlo, visto anche l’altissimo numero di pianeti extra-solari che vengono scoperti, parecchi anche con caratteristiche simili alla nostra Terra. Tuttavia le enormi distanze in gioco, il fatto che non si può superare la velocità della luce e la relativamente breve durata che si può stimare per una civiltà intelligente, tendono ad azzerare la probabilità che due civiltà differenti riescano ad incontrarsi o a comunicare in qualche modo.

Chiedo spesso ai miei intervistati quale valore abbia il silenzio nella loro vita: credo si tratti di un concetto importante nella considerazione e nello studio dello Spazio. Qual è il suo punto di vista e la sua esperienza?

Secondo me la società odierna da’ poco valore al silenzio. Parlando di osservazione del cielo, è sicuramente bello farla in compagnia, ma contemplare l’infinità del cosmo in silenzio è qualcosa di assolutamente unico. Ricordo che, quando lavoravo in Argentina, nelle notti in cui non ero di turno all’osservatorio (di fatto dietro un computer a manovrare gli strumenti) a volte mi incamminavo da solo lungo la strada cercando qualche angolo buio da cui contemplare il cielo, a occhio nudo o con il mio binocolo: semplicemente meraviglioso!

 

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CV Prof. Roberto Pesce:

Da sempre appassionato di astronomia, è Dottore di Ricerca in Fisica, con specializzazione nella fisica astroparticellare. Dal 2003 al 2012 ha svolto ricerche sui raggi cosmici di altissima energia, collaborando con l’Università di Genova, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il “Pierre Auger Observatory” con sede in Argentina. Ha insegnato Matematica e Fisica in diversi licei genovesi, dal 2016 è docente di ruolo e dal 2018 svolge la sua attività didattica presso il Liceo “Luigi Lanfranconi” di Genova-Voltri. Dal 2012 è docente di astronomia presso il Centro Universitario del Ponente.

Ddl Zan, la sconfitta di due speculari forzature.

L’errore travalica le tattiche degli uni e degli altri. La verità è che una materia delicata, come quella dell’omofobia, consiglia un approccio diverso: non quello del voto a maggioranze risicate bensì quello di intese ampie. Dove tutti devono tener conto dei passi avanti compiuti rispetto alle posizioni di partenza.

 

Giuseppe Davicino

 

L’esultanza, fuori luogo, della Lega e di Fratelli d’Italia sull’esito del voto al Senato sul ddl Zan, a ben vedere, ricalca lo stesso errore compiuto da chi, sul fronte opposto, ha provato a dirimere con un incerto voto di maggioranza una materia che riguarda l’ethos dell’intera comunità nazionale e dai profondi ed inediti risvolti antropologici e cultural-filosofici. Si tratta in entrambi i casi di un “approccio-forzatura”, come lo ha efficacemente definito l’amico Nicola Caprioli, inadeguato a trovare una sintesi e quel giusto equilibrio che servono per legiferare su una materia tanto delicata, quanto caratterizzata da visioni su cui appare molto impegnativo, seppur non impossibile, trovare un comune denominatore.

 

Tale materia consiglia un approccio diverso: non quello del voto a maggioranze risicate bensì quello di intese ampie. Dove tutti devono tener conto dei passi avanti compiuti rispetto alle posizioni di partenza. Un percorso di dialogo che non è mai mancato nel mondo cattolico e nella stessa gerarchia ecclesiastica. Un atteggiamento ribadito, dopo questo voto, dal presidente della Cei, cardinal Bassetti insieme alla richiesta di vedere rispecchiate nella sintesi finale anche le preoccupazioni e le proposte a vario modo riferibili ai cattolici.

 

Sui due punti più controversi, quello del concetto di identità di genere e quello dell’affermazione della lotta alla violenza e alla discriminazione per orientamento sessuale, affermazione che va fatta in modo che non rischi, a sua volta, di assumere i connotati dell’intolleranza, serve un ulteriore approfondimento, un dibattito vero, animato dall’obiettivo di trovare una sintesi fra le sensibilità di tutti e non quello di farne occasione per uno sterile scontro ideologico o addirittura per sperimentare nuovi, effimeri equilibri politici.

János Kornai: studioso del socialismo, testimone del Novecento. Un ricordo su «lavoce.info».

 

È scomparso l’economista ungherese János Kornai. Si deve a lui l’analisi più profonda di ciò che fu il socialismo reale, di come funzionò concretamente da un punto di vista economico. Ma è stato anche un testimone delle tragedie del Novecento.

 

Emilio Carnevali

 

Gli economisti hanno cominciato a fare uso della matematica nell’ambizione di emulare la precisione e il rigore analitico delle scienze dure come la fisica. E forse nell’illusione di poter raggiungere la stessa capacità predittiva rispetto ai fenomeni osservati.

 

Per l’economista ungherese János Kornai, scomparso il 18 ottobre all’età di 93 anni, l’uso della matematica paveva un vantaggio ulteriore: “Il linguaggio matematico era incomprensibile ai burocrati di partito e a tutti coloro che erano incaricati di sorvegliare editori, giornali e istituti di ricerca. Alla vista di una manciata di equazioni su un manoscritto, mettevano subito giù il foglio attraversati da un brivido”.

 

Erano gli anni immediatamente successivi alla fallita rivoluzione del 1956 e nell’Ungheria comunista guidata da Kadar la censura era ancora molto stretta (l’epoca relativamente più liberale del cosiddetto “socialismo del Goulash” era ancora di là da venire). Kornai aveva da tempo cominciato lo studio dei meccanismi di funzionamento di una economia pianificata che lo avrebbe portato a diventare una fra le più riconosciute autorità in materia a livello mondiale. È per quegli studi che sarà chiamato all’università di Harvard, negli Stati Uniti, dove dalla metà degli anni Ottanta teneva il corso “The Political Economy of the Socialist System” (crollato il muro di Berlino, il corso cambiò titolo in “The Political Economy of Socialism and the Post-Socialist Transition”).

 

Kornai aveva studiato matematica praticamente da autodidatta (i suoi studi universitari erano stati principalmente di filosofia). Dalla sua collaborazione con il matematico Tamás Lipták è nato il cosiddetto modello “Two-level planning”, decritto in un articolo pubblicato nel 1965 sulla prestigiosa rivista (occidentale) Econometrica. Nel 1971, Kenneth Arrow ha inserito quell’articolo fra i ventidue più influenti studi teorici mai pubblicati da Econometrica.

 

Il modello walrasiano di equilibrio economico generale mostra le caratteristiche di un sistema dove sono rispettate tutte le ideali condizioni della concorrenza perfetta, ovvero mostra il funzionamento ideale di un sistema decentralizzato. Il modello Kornai-Lipták utilizza la programmazione lineare per fare più o meno la stessa cosa con la pianificazione centralizzata: mostrare come funziona, o dovrebbe funzionare, la pianificazione “perfetta”.

 

L’incolmabile scarto fra il piano ideale dei modelli matematici e la cruda realtà dell’economia – tanto di quella capitalista che di quella socialista – porteranno Kornai a prendere sempre più le distanze dall’apparato teorico neoclassico. Nel 1971 pubblica il libro Anti-Equilibrium, che sottopone a critica la teoria dell’equilibrio economico generale e che anticipa molti temi sviluppati da altri studiosi in anni successivi, dalle implicazioni delle asimmetrie informative a quelle dei contratti incompleti.

 

Nel volume che rappresenta la summa dei suoi studi sul socialismo – The Socialist System – Kornai scrive che il metodo del suo pensiero più maturo è ispirato all’opera di quattro personalità molto distanti fra loro: Marx, Schumpeter, Keynes e Hayek. Un segno dell’originalità della sua riflessione e della sua abilità nell’attingere da un ventaglio estremamente ampio di conoscenze teoriche ed esperienze di vita.

 

Kornai, di famiglia ebrea, ha vissuto prima sotto l’occupazione nazista dell’Ungheria: suo padre è morto ad Auschwitz e lui stesso, giovanissimo, è riuscito a scappare da un campo di prigionia a Budapest. Successivamente, ha vissuto nell’Ungheria comunista: prima da iscritto al partito comunista e corrispondente economico del giornale del partito, poi da comunista “riformatore”, poi da dissidente sempre più pessimista sulle capacità di autoriforma del sistema, nonostante la sua collaborazione con le agenzie ungheresi per la pianificazione economica. Infine, ha vissuto nell’Ungheria della transizione e del populismo autoritario di Victor Orban (di cui Kornai è stato un feroce critico). Nel 1985 ha fatto parte del gruppo di economisti stranieri invitati in Cina dall’allora premier Zhao Ziyang per discutere della riforma dell’economia cinese (fra gli altri, c’era anche il premio Nobel James Tobin). Le principali opere di Kornai sono state tradotte in cinese l’anno successivo.

 

The Socialist System (sottotitolo: “The Political Economy of Communism”) viene pubblicato nel 1992, all’indomani del crollo dei regimi del socialismo reale dell’Est Europa. Il libro contiene una sintesi di quella che Olivier Blanchard ha definito la “più informata” analisi disponibile fino a oggi di ciò che fu il socialismo reale, di come funzionò concretamente da un punto di vista economico. Anche qui Kornai usa un modello. Ma non un formale modello matematico. La sua generalizzazione delle caratteristiche del “Classical System” intende isolare gli elementi comuni a quella formazione politico-economica sviluppatasi essenzialmente sotto Stalin in Urss e Mao in Cina, per poi studiarne approfonditamente la fisiologia e i legami di dipendenza reciproca: 1) il “potere indiviso” del Partito comunista; 2) l’assoluta predominanza delle aziende statali nel settore industriale e delle aziende cooperative nel settore agricolo; 3) la “coordinazione burocratica” (la pianificazione centralizzata) come metodo alternativo al mercato nell’allocazione delle risorse.

 

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https://www.lavoce.info/archives/90487/janos-kornai-studioso-del-socialismo-testimone-del-novecento/

A proposito dei “Sepolcri”. L’Occidente è tutto. Un commento di “SuccedeOggi”.

A proposito dei “Sepolcri”. L’Occidente è tutto. Un commento di “SuccedeOggi”.

Una nuova edizione del capolavoro di Ugo Foscolo, arricchita dalle illustrazioni di Marco Cazzato), fa scaturire una serie di riflessioni sull’abbandono in cui giace – nella nostra cultura evanescente – l’Ottocento italiano. Perché la sua etica, il suo rigore e la sua lingua non vanno di moda?

 

Domenico Calcaterra

 

Un giovane critico romano, qualche anno fa, a commento di alcune dichiarazioni di sedicenti talentuosi scrittori suoi coetanei sul vanto della loro scarsa o pressoché nulla frequentazione dei classici, dalle colonne di un giornale così sentenziava: «La mia generazione non esiste». Ecco: senza voler raggiungere analoghe vette di pessimismo, sono sempre più dell’avviso che la mia generazione, improvvidamente, perseveri nel non darsi un preciso e condiviso «progetto culturale» che principi dal necessario volgersi indietro, discendendo a quelle radici (culturali e letterarie) a torto rimosse. No, nel dire questo non penso affatto a Tolstoj o Dostoevskij, a Kafka o Proust, a Joyce o Musil, o qualsiasi altro astro maggiore del firmamento otto-novecentesco che fa capolino sovente nei post dotti dell’utente medio-istruito di Facebook o dello scrittore-grancassa che usa i social come azzerante megafono di vacua e ostentata celebrazione d’un indistinto mare di memorabili relitti. Assai più modestamente penso al nostrano Ottocento, che in noi talvolta sembra abbia prodotto come più eclatante risultato nulla più che un inossidabile complesso d’inferiorità, soprattutto se comparato con gli esiti coevi delle altre grandi letterature occidentali. Ché dal conclamato stato di minorità al dimenticatoio, si sa, il passo è breve.

 

A parte il sempreverde Leopardi (peraltro ridotto a figurina neopop dal Giovane favoloso di Martone), a cui è toccata medesima sorte di estenuante volgarizzazione che adesso sta investendo il padre Dante, in occasione delle euforiche celebrazioni per i settecento anni dalla morte, o la omeopatica somministrazione nelle aule di scuola delle pagine di un Manzoni ingiustamente spacciato per romanziere al cloroformio, non mi pare si guardi granché all’Ottocento italiano. Chi, per dirne una, indugia più sulle pagine di un libro di straordinario candore come Le mie prigioni (1832) di Silvio Pellico? O chi legge più romanzi come Giacinta (1879) di Capuana o Fosca (1869) di Tarchetti? Certo non mancano eccezioni, come i recentissimi testi di Agamben e Fois dimostrano, entrambi pronti a mettere in avviso i lettori circa la fuorviante antinomia di due classici imprescindibili dell’Ottocento come il Pinocchio (1881-83) di Collodi e Cuore (1886) di De Amicis; il primo, offrendo un commento che vede nel personaggio collodiano l’ibrida ipostasi dello stare in mezzo nella vita, del navigare a vista, a spanne e «a occhiate», nel mare magno del disvelarsi della verità; il secondo, invece, tornando sulle pagine di Cuore, quintessenza dell’italianità, mettendo a fuoco il giganteggiare, da quel momento in poi, del mito bacato e autoassolutorio degli italiani brava gente.

Eppure, basta dare un’occhiata al dato anagrafico degli autori in questione per comprendere che ciò invero rafforza la preoccupazione generazionale da cui ha preso avvio il mio discorso. Come se il problema dell’identità culturale d’un tratto abbia smesso di riguardare proprio i nati negli anni Settanta, epperò gli stessi, nel frattempo, diventati rampante classe dirigente culturale e politica del nostro bel Paese.

 

Queste ed altre elucubrazioni – che per il benpensante progressista di turno potrebbero suonare come sonore bestemmie, ombelicale retrocessione a lamento passatista di un critico di provincia –, mi sono state suggerite dalla recentissima speciale riproposizione (con tanto di illustrazioni a corredo realizzate da Marco Cazzato) del carme dei Sepolcri (1807) di Ugo Foscolo. Il lontanissimo, il maltrattato, l’inattuale Foscolo, che ha sofferto e soffre tutt’ora di un’ingiustificata tepidezza verso la sua lezione da parte di molti; per non dire poi delle livorose banalizzazioni, da Tommaseo a Gadda. Sorte che non gli viene risparmiata nemmeno oggi, se solo qualche anno fa è apparso Forsennatamente Mr. Foscolo (2018) di Luigi Guarnieri, un romanzo biografico dedicato agli ultimi anni di vita del poeta di Zacinto a Londra, in cui viene descritto al pari d’uno «squilibrato», ostaggio delle proprie nevrosi. Sul ritratto del Guarnieri sembra pesare, insomma, la stessa condanna del Pecchio, suo primo biografo, che vide addirittura negli scrittori come l’autore dell’Ortis degli «avvelenatori della vita».

 

Foscolo, al contrario, a cavallo tra il secolo dei Lumi e i munifici semi di un precorso Romanticismo, pone al centro il dato autobiografico come unico plausibile ponte tra vita e scrittura; affida alla responsabilità di dire io, con funambolico passo, l’equilibrismo di far vibrare assieme (entro un medesimo comune orizzonte) la corda privata e quella civile (alfiere dell’io, al pari d’uno Chateaubriand o di Stendhal); consegna a chi verrà dopo di lui un sillabario valoriale, per quanto si vuole impostato, ma il cui trait d’union risiede nella virtù prima della compassione. E non a caso, in quel non-romanzo referto d’una disfatta generazionale, che tuttavia può benissimo essere letto come storia tragica del travaglio d’una mente, che è Le ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), sarà questa l’alta e inequivocabile sentenza messa in bocca all’alter-ego della sua giovinezza infranta: «Tu compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraje». Una volta riconosciuto il primato d’essa, in quanto segno più elevato di una civiltà, a Foscolo non rimaneva che condurre innanzi la sua riflessione per rintracciare nel miraggio della tomba il segno perfetto del concretarsi del più sublime dei sentimenti.

Illustrazione di Marco Cazzato

La tomba che diviene perciò la soglia di corrispondenze («celeste dote»), oltre la quale s’innesca un ventaglio di possibili sopravvivenze che possono e devono essere per primo celebrate dal poeta. Dal limite inoppugnabile della presa di coscienza della finitudine della materia e della morte come nulla, sottoforma di epistola poetica inviata all’amico Ippolito Pindemonte, sgorga la quintessenziale poesia filosofica e civile del carme dei Sepolcri. Il folle prevalere degli ardori umani e delle illusioni, là più e ancora dianzi alla certezza che il tempo ogni cosa «involve». L’erompere del tumulto avversativo che sale in risposta alle pure (per il nostro) ineludibili domande che danno avvio al carme e alla meditazione del poeta sulle sepolture. È il radioso e folle accettare quel colloquio con i morti che perdura e consola i vivi. Non c’è per Foscolo scandalo più grande del giacere per l’estinto senza tomba, privarlo – come accadde allo sventurato Parini – del doveroso tributo «d’umane lodi» e «d’amoroso pianto». Le tombe, lo spazio delle sepolture, come i cimiteri inglesi, diventano un segno, il luogo da cui si diparte la memoria, origina – come fresca sorgente – il lenitivo nutrimento del racconto: «e chi sedea a libar latte o a raccontar sue pene/ai cari estinti» (vv. 126-128). La parola sorgiva del poeta («l’armonia/vince di mille secoli il silenzio», vv. 233-234), ciò vuol dirci Foscolo, è parola di miracolosa persistenza: il diniego più concreto che l’uomo possa realizzare davanti allo scacco della morte; lo strumento più grande per promuovere il faticoso perpetuarsi d’una civiltà e dei suoi valori (si rammentino le incompiute Grazie). Ché fuori da questa luce non si comprenderebbe affatto il naturale accenno all’esemplarità delle «urne dei forti» in Santa Croce a Firenze o il reiterare (novello Omero) il mito dei vinti del bellum troiano che culmina nella figura del soccombente eroe mortale per antonomasia, Ettore, il cui astro brilla ancor più nella sconfitta, nel transito dall’angosciosa paura alla virile accettazione della pugna e del destino di morte. Ed è appunto ciò a giustificare lo stratificato tessuto di rimandi che sottende all’ordito di tutto il componimento.

 

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L’Ottocento è tutto

Un padre nella tormenta. In un volume di Giorgio Aimetti le lettere di Carlo Donat-Cattin (L’Osservatore Romano)

 

Riproponiamo l’articolo apparso ieri sul giornale ufficioso della Santa Sede, con riferimento al volume edito da Rubettini sul leader storico della sinistra sociale della Dc.

 

(Redazione)

 

Due lettere, inviate a suor Teresilla, una suora impegnata nell’assistenza ai detenuti, e al presidente della Repubblica Cossiga, sono un segno del rapporto tra fede e politica di Carlo Donat-Cattin. I documenti sono riportati in diversi capitoli del volume «Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo» di Giorgio Aimetti (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021, pagine 540, euro 29) che sarà presentato il 26 ottobre (è stato presentato ieri, per chi legge – ndr) presso l’Istituto Luigi Sturzo a Roma.

 

Nel volume si ricorda che «nel maggio del 1980 la storia politica di Carlo Donat-Cattin, a quel tempo vicesegretario della Dc e uomo forte del partito, si fermava perché si era scoperto che il quarto dei suoi figli, Marco, faceva parte del gruppo terroristico “Prima linea”. Lo rivelava agli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il pentito Patrizio Peci, esponente tra i maggiori delle Br». «Le accuse — continua la ricostruzione — erano di aver partecipato all’attività criminale del gruppo terroristico. Partecipazione diretta e tutt’altro che secondaria. Con Savasta e Gallinari era stato nel commando che aveva ucciso il giudice Alessandrini, verso la fine del 1979. Anni pieni di piombo».

 

Di quella vicenda l’Archivio Donat-Cattin conserva molte tracce, tra le quali due lettere. La prima è inviata a suor Teresilla, che si dedicava all’assistenza dei carcerati. Era la risposta a una missiva di cui non resta traccia, ma nella quale non devono essere mancati rimproveri da parte della religiosa. La seconda, in basso, fu indirizzata al presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, dopo la morte del figlio Marco. L’ex brigatista fu travolto da un’auto in un giorno di foschia (il 19 giugno 1988) sull’autostrada nei pressi di Verona. Affidato ai servizi sociali, dopo aver già scontato parte della condanna, si era fermato a soccorrere gli infortunati a bordo delle auto coinvolte in un incidente.

 

 

*****

 

Lettera a Suor Teresilla

 

Cara sorella,

 

devo prima di tutto farmi perdonare per il ritardo col quale le rispondo, causato dalla mia vita randagia e dalla minima capacità di lavoro che mi rimane dopo l’infarto. Ma voglio soprattutto ringraziarLa per l’azione che svolge, con passione, per dare aiuto e riportare alla speranza giovani carcerati per terrorismo e in particolare per l’ultimo dei miei figli, Marco. Mi rendo conto di un’opera sacrificata, esposta alla conoscenza degli abissi del male, non soltanto contro la vita, ma anche e continuamente contro la dignità degli uomini in un sistema di reclusione antiquato e tendente a peggiorare anziché recuperare i condannati. Ma la nostra storia di comunità cristiana nasce ai piedi di un patibolo ed ha le sue radici alimentate dal sangue dei martiri, di infinite testimonianze nella carcerazione, nelle torture e nelle esecuzioni capitali finali. Che Dio l’assista e la Madre di ogni misericordia Le sia sempre vicina. La prego non soltanto per Marco, se pure l’egoismo parentale me lo richiama davanti a tutti nell’immaginazione e nel cuore, ma per tutti quelli che Lei riesce ad avvicinare, e per quelli che non sono avvicinati in alcun modo o non lo vogliono.

 

Nella mia vita ho cercato di pensare al prossimo, di operare per il prossimo, quello che il linguaggio cristiano chiama con questo nome, ma, me ne rendo conto, in forme più generali ed astratte: la giustizia per tutti, il miglioramento delle condizioni di vita, la promozione delle classi subalterne (…). Cosa diversa è l’incontro col prossimo, uomo per uomo, quel sofferente, quel carcerato, quel disperato; è in più di un caso peso lasciato ad altri, alla costituzione di corpi specializzati come quelli delle suore, per la ripugnanza o il fastidio istintivo ed edonistico provocato dalla nostra natura chiusa, e ad un tempo che ha eliminato ogni trascendenza e riduce la vita alla soddisfazione personale (…).

 

Questi sono alcuni dei ragionati motivi, cara sorella, per i quali non sono sordo alla sua passione e non mi irrito per la sua conseguente aggressività; e per i quali la mia gratitudine non sarà mai sufficiente.

 

Quando parla dei partiti, se ho bene inteso, lei parla del potere pubblico. Ed allora consideri che — rispetto a quanti hanno avuto coinvolgimento attivo nella lotta terroristica — l’azione dei pubblici poteri, con non pochi contrasti, è stata indirizzata alla clemenza verso chi abbia mostrato di dissociarsi dal suo passato, mentre è diventata pesantissima (…) verso chi non voglia sconfessarsi. Oggi l’attenzione è concentrata sul tema cosiddetto dei “pesci piccoli” per ottenere l’affrancamento. Credo che in un domani non lontanissimo e forse non lontano si giungerà a forme di remissione non dissimili da quelle stabilite già nel 1947 a beneficio dei fascisti di Salò ed anche dei partigiani che compirono reati nel corso della Resistenza, tenendo conto, tra l’altro, che quel periodo abbondò — come ogni guerra civile e politica — di nefandezze efferate.

 

Il compito essenziale del potere politico, alimentato dai partiti, ognuno con la propria concezione della vita, è, nel caso, in questo campo. Devo dire che si è stentato a far passare criteri di clemenza, specie rispetto alla mentalità media di una fascia notevole del mondo cattolico. Mia moglie ed io abbiamo anche sentito il gelo della ripulsa e dell’emarginazione. Molto più accentuate dal mondo comunista, che — per altre ragioni — mi ritiene un nemico e, secondo i suoi sistemi, persona perciò da eliminare, almeno moralmente. Ma, al di là del contatto umano dei singoli, mentre tra i comunisti è prevalsa l’idea di una clemenza utilitaria — quella verso il “pentito” in quanto delatore —, nel nostro mondo, in parte legato alla mentalità inquisitoria, al rogo per la salvezza dell’anima, alla giustezza della pena anticipata degli uomini, alla salutarietà dei tormenti, è stato ed è ancora difficile entrare nell’anima del perdono. Agiscono in contrasto con quest’atteggiamento donne e uomini come Lei, padre Bachelet, padre Riboldi, molti amici di C.L. e, in generale, la mentalità più attenta della maggior parte dei sacerdoti (…).

 

Sul piano dei sentimenti non Le dirò molte parole. Marco sa di avere non soltanto il perdono, ma l’amore di sua madre, dei suoi fratelli e mio. Sappiamo com’è difficile la vita carceraria e ci siamo resi conto, perciò, anche di alcuni errori successivi. (…)

 

E mentre compio ogni tanto l’esame delle mie responsabilità per le vicende di Marco, prego il Signore perché gli sia vicino anche attraverso la presenza Sua, suor Teresilla, e degli altri che, nel nome di Gesù di Nazareth, sentono con più forza l’amore. Con un cordiale saluto, Carlo Donat-Cattin.

 

*****

 

Lettera a Cossiga

 

Caro Cossiga,

 

mi vorrai perdonare del ritardo col quale, anche a nome di mia moglie, ti ringrazio del biglietto che hai voluto con tanta premura e tanto affetto farmi giungere a Torino subito dopo la morte di Marco. Sono rimasto in condizioni di non saper far nulla altro che le cose meccanicamente conseguenti. La fede è faticosa per la mia logorata umanità; eppure “tutto è grazia”. La prova più problematica è quella di mia moglie: un figlio, giovane, ma il figlio che vivo lacera il cuore, viene ripreso giorno per giorno, per anni di carcere (tutti quelli stabiliti, senza privilegi e neppure consentite condizionali), recuperato da un amore senza confini. Ti ringrazia, in particolare, per il pensiero che le hai dedicato. Cerchiamo di pregare. Ti abbraccio.

Attenti alla realtà effettuale…quando si parla di rinascita della Dc.

 

Una cosa è il sogno e un’altra la realtà della politica italiana. Ragionare in termini esclusivi di ricostruzione della Dc può essere una condizione necessaria ma, certamente, non sufficiente per dare risposte concrete all’esigenza di un centro politico di cui il Paese ha necessità.

 

Ettore Bonalberti

 

Perseguo il sogno della rinascita politica della Dc dal 1994, anno della sua fine mai consumatasi sul piano giuridico come da sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, e ripreso con alcuni amici dal 2012, sin qui con molti ostacoli. Comprendo le ragioni che Guido Bodrato ha sintetizzato con un’immagine: “La Dc era come un cristallo che si è frantumato e non è più ricomponibile”, tanto più che molti dei frammenti di quel cristallo sono animati da pulsioni egoistiche o, peggio, da colpevoli responsabilità che si tenta di occultare anche manovrando taluni sabotatori seriali.

 

Non a caso ho partecipato all’ultimo XIX congresso nazionale (ottobre 2018) nel quale ho contribuito all’elezione dell’amico Renato Grassi alla segreteria del partito. La Dc è il partito di cui continuo a far parte, convinto come sono che, anch’esso possa e debba concorrere alla ricomposizione dell’area più vasta cattolico democratica e cristiano sociale. Ecco perché non raccolgo le provocazioni di qualche amico che vorrebbe dimostrarsi più democristiano di quanti come me lo sono da una vita e lo saranno per sempre. Una cosa, però. è il sogno e un’altra la realtà effettuale della politica italiana. Ragionare in termini esclusivi di ricostruzione della Dc può essere una condizione necessaria ma, certamente, non sufficiente per dare risposte concrete all’esigenza di un centro politico di cui il Paese ha necessità.

 

Basta analizzare, come faccio da diverso tempo, il tipo di legge elettorale che sarà scelta per le prossime elezioni politiche. Se restasse l’attuale “rosatellum” o analoga legge maggioritaria, una Dc, ancorché riunificata  (operazione sin qui risultata impossibile) potrebbe forse garantire qualche candidatura a qualche amico in uno dei due poli in cui si ripartirebbe la scelta politica, mentre il nostro residuo elettorato, come già sperimentato, si tripartirebbe tra destra, sinistra e non voto. In tal caso, insomma, la battaglia per la semplice e pur importante riunificazione dei democristiani, sarebbe quanto mai velleitaria. Se, invece, fosse adottata una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento, è evidente che una Dc da sola non andrebbe da nessuna parte, rischiando risultati con percentuali tali da non superare il 3 o 4 per cento richiesto. Anche e a maggior ragione in questo caso, servirebbe un’ampia unione di componenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Dopo la formazione dell’attuale governo Draghi, si sta verificando un processo di seria scomposizione-ricomposizione delle forze politiche all’interno del quale assume realistica possibilità, come annunciato da più parti,  quella di una Federazione di centro di cui ho scritto nella mia ultima nota politica. In sostanza, restando la legge maggioritaria, il progetto della rinascita politica della Dc, ancorché meritevole sarebbe inefficace se non per le ambizioni di qualcuno, come lo è stata la rendita di posizione garantita a destra dall’utilizzo per grazia ricevuta del simbolo dello scudo crociato, dal trio dell’Udc: Cesa, De Poli, Saccone insieme alla sen. Binetti. Con la legge di tipo proporzionale, essenziale sarebbe l’unità più vasta dell’area. Se consideriamo ciò che si sta muovendo nello scenario politico italiano, l’idea della Federazione di un centro come più volte da me connotato, penso sia la proposta politico-organizzativa più valida, efficiente ed efficace per garantire una soluzione laica, democratica, popolare, riformista, ispirata ai valori dell’europeismo e dell’atlantismo, della difesa della costituzione repubblicana, nella quale una forte componente di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale sarebbe oltremodo utile e opportuna.

La guerra del gas. Una nuova arma strategica?

 

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata, ma tale generosità ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore.

 

Danilo Campanella

 

Ai tempi della guerra fredda c’erano trame, intrighi, misteri. C’erano agenti segreti, col volto coperto dal bavero dell’impermeabile; uomini loschi che si scambiavano informazioni negli angoli bui, in quei quartieri adatti solo alla vita dei ladri, degli assassini e dei cospiratori. Oggi non è più così. Con internet tutto è cambiato. Nel villaggio globale ogni account è una finestra nella vita dell’altro; ognuno di noi è una potenziale spia e le informazioni, vere o false, sono alla portata di tutti, senza bisogno di intermediari. Il KGB faceva spesso uso delle “trappole al miele”: a volte erano sesso, altre volte erano informazioni.

 

Oggi si usa l’energia. “L’inverno sta arrivando” ripete allarmisticamente la narrazione nella celebre serie televisiva de Il trono di spade. E l’inverno giunge anche per noi, col suo vento freddo che stavolta sembra avere l’odore del gas. Il maggior produttore di questo combustibile sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Russia e dall’Iran. La Russia, grazie alla sua vicinanza con i Paesi europei, svolge un ruolo importante nell’approvvigionamento di gas naturale. Alla vigilia dell’anno 2022, in un momento in cui il costo dell’energia sale, a causa della crisi economica post-Covid19, la Russia si offre come salvatrice dell’Europa. Putin aumenterà le forniture di gas, provvedimento che farà comodo a tutte le nazioni e in particolare alla Germania: grazie al progetto russo Nord Stream 2, il nuovo gasdotto che aggira il territorio ucraino, i tedeschi potranno godere in maniera diretta del prezioso gas russo.

 

Nella nostra attuale economia, ancora così energivora, ossia dipendente da fonti quali gas naturale, petrolio, energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari, persino dal sorpassato carbon fossile, un’economia verde, a zero emissioni, appare ancora un miraggio, giustificando il “bla bla bla” dei governi secondo le recriminazioni dell’attivista-bambina Greta Thunberg, governi che ancora non riuscirebbero ad aggirare la dipendenza delle nostre società dalle antiche ed inquinanti forme di energia.

A ottobre 2021 in Italia la bolletta del gas è aumentata del 14,4% rispetto al prezzo di settembre. La richiesta di gas cresce e alcuni Paesi pur di non aumentarne il costo ai propri cittadini, già umiliati dalla recessione e dalla pandemia, preferiscono riaprire le centrali a carbone. Il solare e l’eolico, su cui tanti avevano riposto la loro fiducia, hanno tradito le aspettative di chi, come l’Inghilterra, vi aveva investito tanto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, potrebbero esportare più gas in Europa ma, attualmente, non hanno i mezzi per aumentare la fornitura.

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata. Una tale generosità, tuttavia, ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore. Il gas sarà una nuova arma strategica? Chiaramente, come la Russia oggi è disponibile ad aumentare la fornitura di energia, sotto forma di gas naturale, è altrettanto verosimile che un’eccessiva dipendenza dalla sua generosità causerà forti problemi all’Occidente, nel caso in cui Putin o il suo successore, per ragioni politiche, un giorno, decideranno, di colpo, di chiudere quei rubinetti con la stessa velocità con cui li avevano aperti.

Scongelare il risparmio? Ma è già tutto scongelato! Bisogna congelare la “non finanza” (Servire l’Italia)

 

Fiat  Lux disse Dio nel creare il mondo. Fiat money hanno detto le due Banche Centrali più grandi del mondo. Questa è la condizione della economia odierna. In realtà, andrebbe congelato o proibito il capitalismo stile Las Vegas

 

Giovanni Palladino

 

Ormai il ritornello è generale, nonché assurdo. Ad ogni “celebrazione” delle tante virtù del risparmio delle famiglie, alcuni rappresentanti del mondo bancario, politico ed economico dicono: “È tempo di scongelare il tanto risparmio che giace nei conti correnti bancari delle famiglie. Bisogna dare fiducia ai risparmiatori per convincerli ad investire buona parte del loro enorme risparmio liquido (ma ‘congelato’, ossia fermo e inoperoso) depositato in banca. L’importo è arrivato a ben 1.700 miliardi di euro!”. Se questa affermazione fosse vera, le banche sarebbero già fallite o “condannate” come quel servo al quale il padrone affidò – prima di un lungo viaggio – un talento d’oro per farlo fruttare e che invece il servo decise di sotterrare per timore di perderlo e di essere poi punito dal padrone.

 

Ma le banche non hanno affatto messo nel “freezer” o sotterrato i 1.700 miliardi loro affidati dai risparmiatori. Li hanno in gran parte utilizzati per fare prestiti alle imprese e mutui alle famiglie, nonché per aiutare lo Stato con l’acquisto dei titoli del cosiddetto “Tesoro”, che in realtà è il pesante fardello del debito pubblico. Quindi non esiste alcun risparmio congelato che andrebbe scongelato…

Tutto questo sta avvenendo dopo che già da molti anni la Banca Centrale Europea (Bce) – seguendo l’esempio della FED (la Federal Reserve Bank di Washington) – ha inondato il mercato finanziario con il QE (“Quantitative Easing”) acquistando migliaia di miliardi di titoli pubblici dell’UE (e degli U.S.A. da parte della Fed), senza alcuna stampa di banconote, ma con accrediti digitali erogati ai diversi Stati “out of thin air”, cioè creandoli dalla “invisibile aria”. Fiat  Lux disse Dio nel creare il mondo. Fiat money hanno detto le due Banche Centrali più grandi del mondo.

Con questa semplice “tecnica” hanno così aiutato anche le banche commerciali, che hanno potuto cedere alla Bce una parte dei titoli del Tesoro da loro posseduti per avere maggiore liquidità da utilizzare per i prestiti alle imprese, prestiti certamente più remunerativi dei titoli pubblici e di maggiore beneficio per l’economia produttiva.

Pertanto non c’è nulla da scongelare nelle banche. Piuttosto andrebbe congelato o proibito il capitalismo stile Las Vegas, oggi rappresentato soprattutto dalla follia delle criptovalute, sotto le quali non c’è nulla di produttivo per l’economia reale, ma solo “fiches” non colorate per un pericoloso gioco d’azzardo, che non si fa sul tavolo verde di un Casinò, ma “on-line” senza alcun controllo delle autorità monetarie e fiscali.

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https://www.servirelitalia.it/flash/flash590.pdf

Il “momento zero” della politica italiana

 

Esiste il rischio di commissariamento della politica italiana? È un’ipotesi azzardata. Avrebbe invece un suo particolare significato una sorta di patto pre-elettorale tra le principali forze politiche sulla condivisione delle regole del gioco, a cominciare dalla nuova legge elettorale, sulla conferma del percorso di risanamento e delle riforme richieste dal PNRR.

Gabriele Papini

In poco più di otto mesi, il governo Draghi ha dimostrato una particolare vitalità, operando “presto e bene” per il rilancio del Paese. Molti indicatori sono oggettivamente migliorati. Ma rimane assai arduo dimostrare a un ipotetico osservatore straniero quale sia il vero volto dell’Italia: la serietà e la trasparenza oppure lo sperpero e la corruzione? Noi siamo convinti che il primo aspetto sia prevalente sul secondo, residuo di abitudini datate, purtroppo trasversali e non solo nel mondo della politica. Tuttavia il nostro amico straniero non capirebbe perché, ad esempio, una seria legge contro l’evasione e l’elusione fiscale (prevista anche dal PNRR) tardi ad essere approvata, rafforzando il sospetto che passata la fase più critica della pandemia possano tornare alla ribalta vecchie e inconfessabili abitudini. Inoltre, il nostro amico straniero ci ricorderebbe che non abbiamo ancora una normativa moderna per la trasparenza degli affari e, in tal senso, l’Ocse ci ha recentemente richiamato a intervenire al più presto.

Eppure la tela delle riforme intessuta con pazienza dal Governo Draghi, rischia di essere rallentata dall’irresistibile demagogia di ogni campagna elettorale che si rispetti. In questo caso, è alle porte la corsa per il Colle. I principali leader politici continuano a ripetere pubblicamente che “di Quirinale si parlerà dopo Natale”. Ma sarà vero? Intanto il “momento zero” della politica italiana non è la migliore risposta che si possa dare adesso, a noi stessi e ai mercati. Perché dà l’impressione che l’enorme sforzo di risanamento fin qui compiuto sia frutto di estemporanee ed episodiche virtù. Dà anche l’impressione che l’eccezionale crescita del Pil prevista nel 2021 (+6%) sia più il frutto di una situazione congiunturale favorevole che un punto di partenza stabile per la ripresa duratura dell’economia (e la riduzione del debito pubblico).

E avvalora – soprattutto – la convinzione che dopo le elezioni politiche (quando saranno) tutto possa tornare magicamente come prima. È comprensibile che i partiti rivendichino con forza il proprio ruolo di indirizzo politico, essenziale in una democrazia compiuta, e si ribellino a un’ipotesi di commissariamento. Lo spazio per evitare lo scenario del “commissariamento” della politica, considerato inevitabile da molti, che svilirebbe ancor più il voto popolare e darebbe nuova linfa al qualunquismo, è assai limitato. Avrebbe invece un suo particolare significato – specie in caso di disponibilità da parte dei principali leader – una sorta di patto pre-elettorale tra le principali forze politiche (che non significa precostituire alcuna “Grande coalizione”), sulla condivisione delle regole del gioco, a cominciare dalla nuova legge elettorale, sulla conferma del percorso di risanamento e delle riforme richieste dal PNRR, sulla transizione ecologica, sulla semplificazione e riduzione dei costi della burocrazia.

Tutte questioni che – stiamone pur certi – riempiranno l’agenda politica e mediatica nei prossimi mesi. Di qui la necessità, a nostro modo di vedere urgente, di un Patto politico. A condizione che non resti, come altri solenni impegni del passato, una desolante lettera morta.

Verso un mondo post-globale. Osservazioni a margine di una riflessione di Giuseppe De Rita.

 

Il Presidente del Censis teme che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca, racchiudendo in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato.

 

Francesco Provinciali

 

In attesa della pubblicazione ormai prossima del 55° Rapporto Censis, Giuseppe De Rita ci fa dono di una riflessione – pubblicata sul Corriere della Sera –  che certamente ne anticipa temi e contenuti.

 

Non da ieri il grande sociologo argomenta intorno all’autoreferenzialità del presente, tanto dibattuto da rendersi “asfissiante”: una politica di corto respiro che  non va oltre il rimuginamento sull’esistente, la blandizie verso la cronaca e il chiacchiericcio inconcludente, quando non si lancia invece nel tratteggiare disegni incompleti e astratti, avvinghiati a prospettive incerte e di maniera. La dimensione di un futuro immaginabile e gestibile attraverso la proposta di modelli sociali ed economici capaci di innescare e padroneggiare lo sviluppo sembra non le appartenga: per questo De Rita, riflettendo – forse con inguaribile ottimismo – su una rapida uscita dalla crisi pandemica che ci ha costretti ad una “casalinghità” di piccolo cabotaggio, argomenta sulla necessità di riprendere il cammino con piglio e vigore, attraverso idee e decisioni che esprimano la consapevolezza di un “profondo passaggio di fase o di ciclo di tutta l’economia… verso la costruzione di un mondo post-globale”.

 

Una caratteristica di questo mondo nuovo dovrebbe consistere- mi permetto di osservare – nel recupero del concetto di identità: la globalizzazione è stata un mare magnum indistinto e omologato verso il basso che ha finito per tutelare e far prevalere logiche su larga scala e poteri forti, nella finanza, nell’informazione, nelle imprese multinazionali per effetto di una “dilatazione universale delle innovazioni”.

 

Secondo De Rita occorre riconsiderare una dimensione economica spazio-temporale di “corto raggio”, che tenga conto delle filiere preesistenti all’impazzimento della globalizzazione e alle spinte espansive a livello geoeconomico. In questa linea di indirizzo vanno viste le tematiche “della sostenibilità, della riconversione ecologica, della qualità dei servizi di vita collettiva, del fisco come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali, fino alla esaltazione della economia circolare. Insomma il genius loci – che è valorizzazione del “qui ed ora”, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse – troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva nei modelli di sviluppo che vanno “dalla presenza del termine resilienza in ogni ambizione programmatica dell’Europa di oggi al build back better di Biden , interprete del sentire collettivo degli americani”… dopo le recenti esperienze negative di presenza in diversi angoli del pianeta.

 

 

Insomma il genius loci – che è valorizzazione del ‘qui ed ora’, la riscoperta del territorio, la peculiarità delle risorse- troppo frettolosamente espunto dai processi di mondializzazione, ritrova senso e prospettiva nei modelli di sviluppo che vanno “dalla presenza del termine resilienza in ogni ambizione programmatica dell’Europa di oggi al build back better di Biden , interprete del sentire collettivo degli americani”… dopo le recenti esperienze negative di presenza in diversi angoli del pianeta.

 

Ma anche per l’Italia la stagione delle filiere lunghe (“il made in Italy, quella enogastronomica, quella del primato nella produzione dei macchinari, quella del turismo”) necessita di una riconversione sul “corto raggio” gestibile e riprogrammato. Il Presidente del Censis teme al riguardo che una rimodulazione dei modelli di sviluppo economico e sociale resti prigioniera del quotidiano dibattito d’opinione, del ‘cortissimo’ raggio della cronaca che si focalizza sul presente e non preme il tasto dell’ascensore sempre fermo da tempo al piano terra, racchiuda in un perimetro autoreferenziale ogni progetto di crescita che peraltro va cercato e sollecitato.

 

Ciò spinge ad una verticalizzazione dei processi decisionali anziché verso una presa di coscienza ed una condivisione collettiva verso il basso. Il vincolo della delega “a  qualcuno che ci deve pensare” finisce per dilatare il gap tra paese legale paese reale. Una ‘guida’ il Paese l’ha finalmente trovata ed è autorevole , esperta e rispettata nel contesto internazionale: si chiama Mario Draghi e non ha alternative, intorno c’è un vuoto desolante. Non basterà ridurre il numero dei parlamentari per impostare strategie di corto-medio termine, non si tratta di un problema di quantità ma di qualità. L’aver attribuito a questa decisione una portata risolutiva e palingenetica rivela proprio quanta miopia e scarsa lungimiranza renda incerto il cammino.

 

De Rita non lo dice ma la conclusione sembra ineludibile: si può rimodulare la politica come servizio in un’ottica di post-globalizzazione solo se oltre all’oggetto (che il Presidente Censis ha ben tratteggiato) si considera anche il soggetto. Per dirla in breve, usciremo dalle secche del ristagno solo attraverso un radicale e coraggioso ricambio della classe dirigente del Paese. La storia insegna che non basta un generale se gli ufficiali e la truppa non lo seguono.

Il populismo e le culture politiche. Ora si volti pagina.

Il fallimento radicale del progetto populista grillino e il tramonto irreversibile del sovranismo di marca salviniana ripropongono l’esigenza di un rilancio delle culture politiche tradizionali. Cresce, pertanto, la domanda di una cultura di centro” o dipolitiche di centro”, con ipotesi operative che vanno da un partito/movimento di centro ad una formula aderente alla prospettiva, più ampia ma pur sempre coerente, di un governo riformista e democratico.

 

Giorgio Merlo

 

Si è aperta una nuova fase politica nel nostro paese. Dal “nulla della politica” che ha caratterizzato lo scenario pubblico italiano in questi ultimi anni, non possiamo che rallegrarci del lento, ma inesorabile, tramonto del populismo anti politico, giustizialista e manettaro dei 5 stelle da un lato e del sovranismo a trazione salviniana dall’altro. Due sub culture e due derive antidemocratiche che, purtroppo, hanno dominato il panorama politico italiano per troppi anni. Con la compiacenza, come ovvio e scontato, della stragrande maggioranza dei media. Televisivi e della carta stampata, per non parlare di tutti coloro che, grazie all’avvento del populismo e della lotta spietata ai partiti e ai politici, hanno fatto la loro fortuna professionale ed economica.

 

Ma è inutile soffermarsi sul passato. Adesso si deve voltare pagina e i populisti di ieri sono diventati i trasformisti di oggi per cui tutte le cose dette, giurate, urlate, promesse e sbandierate in tutte le piazze italiane e in tutti i vari talk televisivi sono stati semplicemente dimenticati. O meglio, rinnegati ed espulsi dal lessico quotidiano. Questo è, purtroppo, il contesto con cui dobbiamo fare i conti. Politici, culturali ed organizzativi. Tuttavia,  proprio in una fase come questa va messa in campo una iniziativa politica, culturale e, di conseguenza, organizzativa che sia in grado di cogliere le opportunità che emergono da questa travagliata ma, comunque sia, interessante fase politica italiana.

 

E, al riguardo, c’è un compito preciso a cui va data una risposta altrettanto precisa e puntuale. E cioè, chi pensa – e noi cattolici popolari e sociali siamo tra questi – che le culture politiche tradizionali, che il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei grandi “maestri” del passato continuino ad avere un valore e soprattutto un significato anche nella stagione politica contemporanea, ha il dovere di riproporle. Seppur con un linguaggio aggiornato e con formule organizzative e politiche del tutto diverse da quelle del passato che abbiamo conosciuto e sperimentato. E la ricorrente e persistente richiesta di avere un “centro politico” riformista e democratico nel nostro paese, se non vuole essere la riedizione di una versione trasformistica e puramente opportunistica, è la concreta dimostrazione che a quelle culture occorre rifarsi. Per quanto ci riguarda si parla di quel cattolicesimo popolare e di quel cattolicesimo sociale che, grazie anche al magistero innovativo e moderno di Papa Francesco, può oggi trovare una rinnovata e attiva cittadinanza nella politica italiana.

 

Al di là delle formule – partito, alleanza o movimento – con cui quella domanda troverà una concreta applicazione. E la conferma di questa considerazione è anche e soprattutto il frutto e il prodotto di una profonda inversione di rotta a livello politico e di sistema. Il fallimento radicale del progetto populista grillino da un lato e il tramonto irreversibile del sovranismo di marca salviniana dall’altro – checchè ne dicano i rispettivi protagonisti – ripropone quelle costanti che hanno caratterizzato per molti decenni la politica italiana. Dalla “cultura di centro” alle “politiche di centro”, da un partito/movimento di centro ad una cultura di governo riformista e democratica che esca definitivamente dal populismo e dal sovranismo. Che saranno destinati a giocare inesorabilmente un ruolo del tutto marginale e periferico nello scenario politico italiano del futuro.

 

Ecco perchè il magistero politico e culturale di uomini come Carlo Donat-Cattin o di Franco Marini, di Tina Anselmi o di Mino Martinazzoli e di molti altri, adesso è il momento di recuperarli e di tradurli nella concreta azione politica italiana. I tatticismi e i meri posizionamenti legati alla contingenza, sono destinati a lasciare il campo alla politica, alla cultura politica e al pensiero politico. Senza ulteriori indugi e reticenze. Si è aperta una nuova fase politica. Tocca ai politici adesso, e non ai populisti di ieri e di oggi o ai sovranisti ad intermittenza, fare un passo in avanti. Se non lo si capisce è perchè anche noi siamo diventati figli e vittime di una stagione populista e demagogica che ha distrutto le basi e il nostro tessuto democratico.

Personalismi, opportunismi e nuova politica. Risposta a Frascatore e Bonalberti.

 

 

L’autore, chiedendo ospitalità al nostro giornale, contesta le tesi – per altro divergenti – di Paolo Frascatore (contrario alla nuova Dc) ed Ettore Bonalberti (contrariato per la mancata costruzione di un nuovo partito di centro), presentate ieri su queste pagine. Dal punto di vista di Rapisarda la riorganizzazione della Dc è in corso, sta avendo i suoi riscontri positivi e per questo merita rispetto ed attenzione. Ora, pur nello spirito di apertura a un confronto anche esigente e complesso, la redazione de “Il Domani d’Italia” considera – per chiarezza – la posizione di Frascatore come la più realistica, benché essa stessa bisognosa di maggiori e più concreti sviluppi per non essere risucchiata nel vagheggiamento di aspettative incongrue.

 

Luigi Rapisarda

 

È da tempo che discutiamo su come riproporre in politica quel florilegio di valori e di ideali che ispirarono l’azione politica della Democrazia Cristiana e che seppero dare impulso ad un’esperienza di governo lunga cinquant’anni. Una sfida ambiziosa che ha visto, in questi quasi trent’anni, dall’uscita di scena del partito, con la scelta di Mino Martinazzoli di dargli nuova identità, una classe dirigente vagare alla mercé di forze politiche che non sono riusciti ad offrire una sintesi accettabile con parte di quel patrimonio di valori di cui la Dc seppe essere espressione. Fu certamente una scelta affrettata, voler chiudere un’esperienza di così grande spessore, al di là di tutte le concause che in quei tormentati primi anni novanta agirono su questa decisione. Ovviamente non poté dissolvere quel prezioso radicamento, nel corpo vivo di tante coscienze, espressione di un progetto di paese che aveva al centro la persona e la sua dignità, funzione diretta e vicendevole al benessere comune, in una visione di piena attuazione del principio di solidarietà.

 

È bastato il tenore di una statuizione giudiziale, con pronuncia definitiva della Cassazione nel 2010, con cui si riconobbe che “la Dc non si è mai ritualmente sciolta”, perché quel fermento di ideali, non sopiti, potessero affiorare con tutta la loro forza. Certo il cammino non è stato agevole, proprio perché c’era da salvaguardare una conformità piena ai dettami statutari, mettendo al riparo l’azione riorganizzatrice dai tanti tentativi personalistici che si sono affiancati al processo ricostruttivo, tutt’ora in atto. Un processo che ha consentito una prima rilevante presenza nelle istituzioni locali in queste recenti elezioni amministrative. Con una risposta assai incoraggiante, soprattutto in quella terra dove furono delineati i contorni identitari con il prezioso apporto di Don Sturzo, De Gasperi e Giuseppe Alessi, con cui si seppe dare, ad un territorio martoriato da una guerra che aveva lasciato in tutta la penisola, devastazione, nei territori e nelle coscienze, una efficace risposta nella poderosa opera ricostruttiva del paese.

 

È in questa luce che non può che apparire semplicistica e poco rispettosa di una sfida certamente assai difficile, la considerazione di Paolo Frascatore su “Il Domani d’Italia” di ieri, che dopo aver esordito con l’impietoso titolo: “Rifare la Dc è fuori dalla storia”, prosegue affermando: “…Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche seggio nelle competizioni amministrative. Bisogna uscire allo scoperto. Zaccagnini direbbe in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica”. Una posizione che non convince perché trova poi nel prosieguo del suo ragionamento una palese incoerenza.

 

Se da una parte può anche apparire fondata la considerazione che ogni storia politica difficilmente può riproporsi perché espressione di una contestualità che il progredire sociale e civile di una comunità non consente di riprodurre allo stesso modo, è la considerazione che Egli ritenga ineludibile che ci si prodighi nel rilancio di una forza di centro, che rende il ragionamento poco credibile. Sia nei termini di una compatibilità di questo tipo di iniziativa politica con l’attuale scenario delle forze politiche in campo. Sia nei termini in cui, nell’ipotesi dell’autore, un tale auspicato processo aggregativo non fa che presupporre, come requisito credibile, un partito che abbia un dna di centro, che esprima valori cattolici e democratici.

 

Ora se escludiamo quelle forze politiche che in questo momento gravitano in un orbita assai ondivaga tra centro e sinistra, tutte espressione di una cultura riformista, pur se all’interno non mancano esponenti formatisi nei ranghi delle scuole di partito della Democrazia Cristiana, gli europeisti radicali che fanno scuola a sé, e Forza Italia che si è oramai avvitata su un percorso velleitario tra utopia del Quirinale e subalternità ai sovranisti, quale altra forza di centro credibile può esserci rappresentativa di valori e ideali cattolici e popolari? D’altronde l’Udc, oramai in piena desertificazione, mentre da una parte boicotta il processo di Federazione dei democristiani e popolari, in fase di stallo da quasi due anni, si è titolata a fare da caudataria alle posizioni sovraniste, escludendosi da sola da ogni coprotagonismo credibile nel segno di un’idea di centro autonomo, relegandosi in un marginalismo personalista ed inconcludente che Frascatore tanto addebita alla nuova Dc.

 

Ecco perché quel cammino intrapreso da un gruppo di coraggiosi promotori di dare riedizione all’unico partito che seppe mirabilmente mediare tra le tre matrici di pensiero senza traumi e derive populiste e sovraniste, facendo argine ad un blocco comunista assai temibile, anziché essere bollato di opportunismo andrebbe incoraggiato e sostenuto da tutta quell’area che oggi è dispersa in una costellazione di associazioni e movimenti. Un partito che si richiami al pensiero di Sturzo e si faccia portavoce delle forti disuguaglianze sociali che si sono sempre più incardinate e di una transizione ecologica nel segno di un reale Umanesimo integrale, non si può inventare di sana pianta, perché cadrebbe, sì, in quella trappola di “personalismo ed opportunismo” che Frascatore invece paventa come vizio congenito al processo in atto di ricostruzione di una nuova Dc.

 

Mentre non si coglie che quel processo ricostruttivo risponde ad una coscienza popolare che non ha mai abbandonato quegli  ideali che trovarono espressione nella Dc. Una realtà che le consultazioni elettorali, soprattutto in Sicilia, grazie ad una risposta politica seria e coerente, hanno fatto riemergere. Ora se forza di centro vuol dire progetto politico che riaffermi con determinazione i valori fondamentali che la Carta costituzionale ha sancito, nella virtuosa sintesi tra le culture cattoliche, liberali e riformiste, vuol dire allora che si debba saper elaborare e proporre un progetto politico che riporti coesione sociale superando l’aspra contrapposizione tra i ceti che ha caratterizzato, anche per effetto di una politica sempre più estremizzata negli obiettivi, questi due decenni di governance del paese.

 

Ed è impressionante come già negli anni venti del secolo scorso, in un articolo pubblicato sul “Popolo nuovo” il 26 agosto del 1923, dal titolo: “Il nostro centrismo”, don Luigi Sturzo disegnasse la sua magistrale idea di centro: “..Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro”.

 

Vien da chiedersi allora quale solidità può avere la tesi di Frascatore che, a fronte di un idea di centro, tanto enfatizzata, quanto poco chiara, per l’estrema genericità dei suoi contorni, ci propone il paradosso che: ”..Anzi, proprio la fine della Dc è foriera di posizioni politiche più articolate, anche se meno consistenti dal punto di vista elettorale, che possono continuare non una tradizione (che non interessa a nessuno), ma una proposta politica seria ed alternativa rispetto agli attuali attori in campo.mRipartire, cioè, dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, dai programmi come base sia di consenso, sia di alleanze politiche”.”..Occorre, però, il coraggio, il sapersi organizzare, la diffusione ideale, il saper interpretare i nuovi bisogni della società contemporanea”. Parole vuote senza un sostrato concreto.

 

Vien da chiedersi se questo quadro prospettico sia solo un gioco di cogitazione accademica o se si sia perso il senso delle dinamiche politiche che sono alla base della nascita dei movimenti e delle realtà di partito. Una forza politica non si inventa e non può nascere così e semplicemente dalla testa di Giove. Un partito è il frutto di un processo reale e concreto che parte da un lavoro nel territorio, dalla giusta risposta che si propone, da un’idea di paese alle dinamiche sociali e civili avvertite da un corpo sociale. Ed è proprio la domanda che viene dal paese, con il forte astensionismo e la scarsa credibilità di queste forze politiche,  che rende doverosamente ineludibile recuperare la coerenza e la lungimiranza di quel patrimonio di ideali e di valori, che non temono nessuna obsolescenza, anzi, in grado, invece, di dare valore aggiunto alle risposte che il contesto socio-economico e politico-istituzionale richiede da tempo.

 

Pur senza rifuggire dall’idea di convergenze con le altre forze politiche, a cominciare da quelle che esprimono maggiori sensibilità centriste, sulla comunanza di tante tematiche che trovano risposte inadeguate, difficilmente può rivelarsi praticabile, il percorso cui sembra affiancarsi anche l’amico Bonalberti sulle stesse pagine (di ieri, ndr) de “Il Domani d’Italia”, quando afferma: “…indispensabile concorrere alla costruzione di un centro ampio che…potrebbe assumere i connotati di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale… Senza la pretesa di salvifici federatori sedicenti a priori, ma lasciando al campo aperto della politica e del confronto democratico la decisione su chi potrà assumersi lonere e lonore di guidare il progetto, credo che insieme a Mastella e a Calenda, anche gli amici di Rotondi e dei Verdi disponibili, così come agli amici di Forza Italia delusi dal mantenere un ruolo subordinato alla destra della Meloni e di Salvini: Carfagna, Gelmini, Brunetta, con quelli di Matteo Renzi, si potrebbe concorrere con tutti gli amici dellarea DC e popolare alla costruzione di una grande centro”.

 

Ma inerpicarsi in un percorso di alleanze organiche e federative, con forze così eterogenee, nei metodi, nei contenuti e negli obiettivi di medio e lungo periodo, senza aver acquisito una forza rappresentativa consistente, vuol dire: frequenti conflitti interni, spinte e controspinte che finirebbero per far deflagrare tutto, come è successo con la Margherita e poi con l’esperienza governativa dell’Ulivo, ed avrebbe il sapore di una presa in giro degli elettori e poi di quanti si rendono protagonisti di questo disegno incauto. Un panorama simile si sta consumando nella coalizione di centrodestra, dove il ribaltamento, in termini di peso elettorale di Berlusconi, ha finito per mettere il suo partito al traino dei populisti e dei sovranisti. Come a sinistra dove, pur con la recente vittoria in diverse parti dei territori comunali del Pd, non sembra trovare la giusta strada la vagheggiata alleanza con i 5 stelle. Il fatto è che le condizioni in cui si dibatte il paese non consentono simili avventure. Meglio guardare avanti nella prospettiva di costruire una forza politica che, ripartendo dalle sue radici, riaccenda una speranza di futuro, nel segno di uno sviluppo equo e sostenibile

Scuola, si va verso la riduzione dei posti di docenti di sostegno?

 

Fare economie sulla scuola significa disinvestire sul capitale umano, impoverire le risorse disponibili e deprivare di potenzialità un servizio pubblico essenziale in una società aperta e inclusiva. I soggetti più deboli debbano dunque contribuire al pareggio di bilancio dello Stato?

 

Francesco Provinciali

 

Per comprendere la domanda posta nel titolo è utile fare riferimento ad un documento elaborato e diffuso dalla Uil-Scuola, che riassume in una scheda alcuni quesiti e interrogativi posti a seguito della attivazione di corsi di formazione in servizio per il personale docente da parte del Ministero dell’Istruzione, segnatamente quello sul tema della ‘sicurezza’ e quello relativo  al ‘sostegno educativo-didattico”.

 

Nel primo caso si tratta di un corso già svolto in larga parte delle scuole, nel secondo di una iniziativa di formazione in atto nel corrente anno scolastico che prevede 25 ore di impegno obbligatorio. In entrambe le fattispecie il Sindacato scuola Uil ribadisce e ricorda che la partecipazione deve intendersi compresa nelle 40 ore annuali di aggiornamento/formazione previste dal vigente contratto nazionale di lavoro. Sulla adesione la UIL ricorda inoltre che il piano della attività di cui trattasi deve essere deliberato dal collegio dei docenti, nell’ottica dell’autonomia scolastica, tenendo conto che il Contratto del 19 novembre 2019 assegna agli istituti scol.ci il 60 % delle risorse disponibili mente il restante 40% viene gestito direttamente dall’Amministrazione della P.I.

 

La UIL argomenta intorno al concetto di obbligatorietà dei due corsi sopra descritti: nel primo caso si tratta di una iniziativa che riguarda la formazione sul tema della sicurezza, per adeguare le competenze alla normativa più recente, anche a livello europeo, della quale occorre tener doverosamente conto.

 

Circa il corso di formazione sul tema del “sostegno” per gli alunni con disabilità o comunque con bisogni educativi speciali, il sindacato scuola UIL adombra neanche tanto velatamente alcune riserve e alcuni dubbi: per capire di cosa si tratti pare corretto leggere testualmente quanto il citato documento riporta.

 

Con il decreto n.188 del 21 giugno 2021 il Ministero attua quanto previsto dalla legge di Bilancio 2021 relativamente alla introduzione di 25 ore di formazione obbligatoria per tutto il personale docente non specializzato impegnato nelle classi con alunni con disabilità.

La norma inserita in Legge di Bilancio e alla quale ora si darà attuazione attraverso il decreto, nasconde un trucco che tanto celato non è: si determinerà infatti una riduzione in organico di diritto da subito di 1.800 posti e in futuro una riduzione di ulteriori 5.000 posti l’anno sul sostegno. In sostanza con questa formazione si compenserebbero le riduzioni di organico che ricadrebbero su tutto il personale, configurando un carico di lavoro aggiuntivo, quantomeno in termini di intensificazione.

È, infatti, una norma che prefigura la possibile limitazione-eliminazione del docente di sostegno e che ha un’unica direzione: la riduzione dei posti di sostegno, in particolare per quelli in deroga, per cui si tagliano i docenti di sostegno scaricando tutto sugli altri docenti della classe che non sono specializzati sul sostegno.

Per cui, attraverso una formazione obbligatoria di poche ore, si dà attuazione alla riduzione dell’organico di sostegno di almeno 5 mila posti l’anno, secondo quanto indicato nella relazione tecnica allegata alla legge di Bilancio”.

 

Alla luce delle suesposte osservazioni pare legittimo porsi un interrogativo di fondo: la formazione obbligatoria in servizio avviata dal Ministero risponde alla necessità di adeguare le competenze dei docenti di classe o sezione ai bisogni formativi postulati dagli alunni disabili, in modo che essi possano farsene carico condividendo la corresponsabilità educativa con i colleghi di sostegno?

 

Ciò corrisponderebbe alle linee di indirizzo pedagogico-didattico sempre sostenute dalla legge 517/1977 in poi: il docente di sostegno è assegnato ad una classe o sezione frequentata dall’alunno disabile o con bisogni educativi speciali e non per occuparsi da solo di queste specifiche problematiche che vanno condivise con gli insegnanti titolari di classe o sezione. “Il sostegno è alla classe non al solo alunno”.

 

Ma la UIL adombra invece il dubbio che questa “campagna massiccia” di formazione obbligatoria venga avviata al fine di gradualmente sopprimere la figura del docente di sostegno, formando i titolari di classe sulle competenze specifiche di cui il sostegno fino ad oggi si è fatto carico.

Un chiarimento ufficiale del Ministro dell’Istruzione sarebbe quanto mai opportuno.

 

Tutta la normativa degli ultimi decenni è stata orientata ad implementare la presenza dei docenti di sostegno in affiancamento alle classi o sezioni, per garantire – come dice la parola – un supporto didattico alle difficoltà legate ai temi dell’inserimento, dell’integrazione e dell’inclusione degli alunni disabili.

 

Una retromarcia su questa linea sempre adottata a partire almeno dalla citata legge 517 – e sono trascorsi 44 anni – sarebbe un vulnus difficile da metabolizzare. La riduzione dei posti di insegnante di sostegno costituirebbe un notevole aggravio per i docenti di classe che hanno alunni disabili o con difficoltà e per costoro rappresenterebbe una vistosa smentita di tutte le teorie finora sostenute su diritto allo studio e l’uguaglianza delle opportunità educative.

 

Fare economie sulla scuola significa senza mezzi termini disinvestire sul capitale umano, impoverire le risorse disponibili e deprivare di potenzialità un servizio pubblico essenziale in una società aperta e inclusiva. Pare che i soggetti più deboli debbano dunque contribuire al pareggio di bilancio dello Stato?

Prima i lavoratori fragili e la loro lunga battaglia durante la pandemia, poi l’assegno di invalidità percepibile solo in caso di inattività lavorativa (287,09 euro) , ora la graduale riduzione dei posti sostegno per i disabili. Un sindacato ha posto il problema: sarebbe interessante sapere cosa ne pensano insegnanti e famiglie.

Rifare la Dc è fuori dalla storia, ma ciò non preclude l’impegno per il rilancio di una forza politica di centro.

 

Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche seggio nelle competizioni amministrative. Bisogna uscire allo scoperto. Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica.

 

Paolo Frascatore

 

Siamo arrivati al punto che ormai ogni azione umana quotidiana merita di essere considerata se fa audience, se fa spettacolo. A tale nuova “regola” non può sfuggire nemmeno la politica e quello che resta di un impegno politico ispirato dall’umanesimo. Ormai si conta se si appare in TV, sui social; tutto il resto non conta nulla e va classificato come i rifiuti riciclabili, buoni ad uso e consumo per gli interessati.

 

Eppure, il dato politico delle ultime elezioni amministrative, sia al primo che al secondo turno, dovrebbe far preoccupare tutti coloro che si professano politici o classe dirigente, ma che nella buona sostanza sembrano voler vivere quasi alla giornata; ossia secondo l’antico dilemma del “meglio un uovo oggi che la gallina domani”. Fino a quando reggerà? Reggerà fino a quando non si prende coscienza che questa classe dirigente (di entrambi gli schieramenti) è solo minoranza e che può fregiarsi di questo titolo sol perché il 60 per cento degli elettori non si reca più alle urne per esprimere il proprio voto.

 

Tutto questo dovrebbe non solo ridare considerazione alla maggioranza del corpo elettorale che attualmente preferisce non andare a votare, ma anche a proposte politiche e a formazioni diverse e distanti dagli attuali partiti politici elitari. Ma, come al solito, quando si arriva a questo nodo dolente la nostalgia di alcuni prende il sopravvento e si richiama la ormai fu Dc per tentare di riattualizzarla nel contesto politico contemporaneo. È quest’ultima un’operazione fuori dalla storia politica contemporanea e andrebbe archiviata dalle menti più intelligenti del cattolicesimo democratico, anche in considerazione del fatto che la Dc ha rappresentato (al di là dei vari aspetti politico-culturali di rilievo riferibili soprattutto alle esperienze politiche delle sinistre interne) una sorta di baluardo anticomunista in un’epoca dominata dai due blocchi.

 

Oggi, francamente, sarebbe improponibile; ma certo questo non vuol dire chiusura verso posizioni riferibili al cattolicesimo politico democratico. Anzi, proprio la fine della Dc è foriera di posizioni politiche più articolate, anche se meno consistenti dal punto di vista elettorale, chepossono continuare non una tradizione (che non interessa a nessuno), ma una proposta politica seria ed alternativa rispetto agli attuali attori in campo. Ripartire, cioè, dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, dai programmi come base sia di consenso, sia di alleanze politiche.

 

Occorre, però, il coraggio, il sapersi organizzare, la diffusione ideale, il saper interpretare i nuovi bisogni della società contemporanea. Ma occorre anche quel senso di unità che nell’attuale congiuntura politica sembra che venga meno ogniqualvolta si tenta la costituzione di un nuovo soggetto politico di centro: finendo sempre con la personalizzazione e con quell’utilitarismo elettoralistico che non hanno né respiro, né sguardo profondi per il futuro politico. Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche piccolo seggio nelle competizioni amministrative. Ѐ, invece, il tempo di uscire allo scoperto; Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica nel segno degli ideali del popolarismo sturziano.

Verso una Federazione del Centro? Bisogna provarci a tutti i costi.

 

 

Occorre fare un salto di qualità – dice l’amico Bonalberti – senza attendere l’arrivo di sedicenti federatori. A suo dire, i democratici di matrice popolare hanno il dovere di organizzare un centro che sappia offrire risposte politiche e programmatiche ai bisogni insoddisfatti dei renitenti al voto.

 

 

Ettore Bonalberti

 

Da diverso tempo si susseguono interventi tesi a promuovere l’avvio di un rinnovato centro della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Lo stiamo facendo da molti anni noi della Dc, legittima erede del partito storico, come la stessa Federazione Popolare dei Dc insieme a numerose associazioni, movimenti, gruppi facenti parte della vasta e articolata area dei cattolici democratici e cristiano sociali.

 

È mancata sino a oggi la capacità di collegare queste esperienze con quelle assai interessanti degli amici di Rete Bianca, di Insieme, del Centro democratico, persistendo le divisioni che ci hanno visto correre frammentati e, dunque, irrilevanti, anche nelle recenti elezioni amministrative. Uniche interessanti eccezioni: quella dei Dc siciliani con Cuffaro, aperti alla collaborazione con Forza Italia e quella di Mastella a Benevento, con una lista sostenuta da un’ampia aggregazione di consenso dal centro a parti importanti della sinistra.

 

La sconfitta della destra-centro nel voto ottobrino, ha favorito, sollecitato dalla Meloni, l’incontro di Mercoledì scorso a Roma, a Villa Zeffirelli di proprietà del Cavaliere, alla fine del quale sono state raggiunte alcune conclusioni evidenziate nella nota resa pubblica. Da essa si evince l’impegno a procedere uniti verso l’elezione del Presidente della Repubblica e un netto rifiuto del sistema proporzionale. Quanto al primo obiettivo, considerato come il piano A della destra-centro, concesso al Cavaliere come un miraggio nel quale solo Berlusconi crede, esso potrebbe essere il prezzo pagato per l’eventuale premiership della Meloni, così come indicato dalle regole sin qui condivise nel destra-centro: guida chi prende più voti. Insomma due obiettivi che, allo stato degli atti, sembrano premesse di due sicure sconfitte.

 

L’idea di conservare unito il destra-centro si tiene con quella del mantenimento di un forzato bipolarismo che, dal mattarellum in poi, ha saputo sfornare governi instabili a ripetizione finendo col far prevalere l’epistocrazia (governo dei competenti, alla fine, dei tecnici) sulla democrazia. Immediata la reazione negativa di Carlo Calenda all’idea della legge maggioritaria dato che, come tutti noi democristiani, è interessato a un sistema elettorale di tipo proporzionale. È proprio dalle posizioni espresse dall’amico Mastella a Benevento, con l’orizzonte aperto all’impegno più ampio di un centro democratico nazionale e da quelle di Calenda che si potrebbe ripartire. Per non cadere nella trappola che sarebbe mortale per il nostro potenziale elettorato di area Dc e popolare, il quale, con una legge di tipo maggioritario si tripartirebbe tra destra, sinistra e astensione dal voto, è indispensabile concorrere alla costruzione di un centro ampio che, come scrivo da molto tempo, potrebbe assumere i connotati di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista., trans nazionale, alternativo alla destra nazionalista populista e anti europea e alla sinistra sin qui senza identità.

 

Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Ecco perché guardiamo con interesse al progetto di una Federazione di partiti e movimenti che credono in tale progetto, nel quale la partecipazione di una vasta componente ispirata dai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociale sarebbe oltremodo utile e necessaria. Senza la pretesa di salvifici federatori sedicenti a priori, ma lasciando al campo aperto della politica e del confronto democratico la decisione su chi potrà assumersi l’onere e l’onore di guidare il progetto, credo che insieme a Mastella e a Calenda, anche gli amici di Rotondi e dei Verdi disponibili, così come agli amici di Forza Italia delusi dal mantenere un ruolo subordinato alla destra della Meloni e di Salvini: Carfagna, Gelmini, Brunetta, con quelli di Matteo Renzi, si potrebbe concorrere con tutti gli amici dell’area DC e popolare alla costruzione di una grande centro così come ipotizzato. Un centro che sappia offrire risposte politiche e programmatiche ai bisogni insoddisfatti dei renitenti al voto del 17 e 18 Ottobre scorsi.

Oltraggio a Carlo Donat Cattin

 

Il recente convegno di Saint Vincent ha rappresentato un momento di mistificazione della memoria e della figura del leader storico della sinistra sociale dc. Bisogna sradicare la mala pianta dell’opportunismo. I valori del popolarismo devono essere ripresi e valorizzati, aggiornandoli, per un nuovo progetto politico di centro.

Domenico Cutrona

Si è svolto a Saint Vincent, un convegno organizzato da Gianfranco Rotondi, sotto la dizione “transizione, secondo la enciclica di Papa Francesco, con una miscellanea di persone di diversa estrazione politica, in una sede che era propria dei convegni della corrente di Carlo Donat Cattin, della sinistra democristiana.  Nessun legame al pensiero di Donat Cattin, ma solamente un profondo opportunismo, al solo fine di garantirsi un posto in lista e mistificando la storia della Democrazia Cristiana.

Donat Cattin, era sostenitore della politica della terza fase, tracciata da Moro, con un riferimento esplicito ai ceti popolari del paese. Oggi queste posizioni sono tutte disattese, perché la politica è impostata sul trasformismo e sull’opportunismo. Abbiamo ribadito in altre circostanze che la riedizione della Dc non è più ripetibile, perché il glorioso partito ha finito il suo compito storico, per cui è impossibile ripetere e infangare un grande partito come la Dc.

Si assiste giorno dopo giorno ad una presa di posizioni che sono solo opportunistiche di volere creare una nuova Dc.  Addirittura qualcuno parla di nuova Dc di Cuffaro, mai nessuno si era sognato di dire la Dc di Alcide De Gasperi, perché il partito era di tutti. Tutto ciò è molto opinabile, addirittura falsato, nel proporre la Dc solo per un fatto opportunistico e senza alcuna novità o nuova proposta politica.

Nel corso degli ultimi trent’anni della vita politica del Paese, sono sorte alcune formazioni politiche, che si sono rifatte alle idee della Dc, ma sono stati dei piccoli partiti denominati cespugli, perché condotti a titolo personale e senza nessun intendo ad aggregare  una nuova politica, anche per il fatto che non erano uomini di grande spessore politico, con il risultato che oggi conosciamo. Adesso si vuole infangare addirittura la Dc, con una sceneggiata poco signorile, ma piena di furbizia per consegnare la storia di un grande partito a chi non ha storia e cultura democristiana, solo per puro posizionamento personale senza alcun interesse per la vita comune del paese.

Il convegno sotto l’aspetto della proposta politica è stato un fallimento, poiché ha creato solo confusione che si aggiunge a quella già conosciuta, a dimostrazione che oggi in questo paese, non ci sono idee chiare sul futuro politico. Abbiamo visto come la riforma costituzionale del taglio del numero dei parlamentari è stata affrontata  da tutte le parti politiche, in definitiva sono stati tutti d’accordo nel fare votare si alla riforma costituzionale, con un grave danno ai cittadini per la mancanza di rappresentanza in parlamento.

Tutto ciò costituisce solo opportunismo per difendere solo la propria persona, una classe politica che non ha la visione del bene comune e delle prospettive del futuro è una classe politica inadeguata a condurre il futuro del paese, a maggior ragione se quelli che cercano spazio sono quelli che hanno fallito e che si rifanno alla storia per acquisire consensi. Questa è una strada errata e piena di pericoli, tortuosa, turlupinatoria e senza alcuna prospettiva politica, è fatta solo da personale politico inadeguato che cerca di restare in evidenza per sopravvivere, senza alcuna prospettiva politica e senza nessuna proposta.

Il Paese ha toccato il fondo, anche per la pandemia, ma non si vede una prospettiva politica seria, che possa risolvere la questione del lavoro e dello sviluppo. La storia non si ripete, serve solo alla conoscenza del passato, il bravo politico si serve della storia per non ripetere gli errori del passato, ma deve guardare al futuro in base alle esperienza del passato, dunque, questi guardano solo al proprio posizionamento, per avere un posto in parlamento.

A tal uopo, serve un nuovo soggetto politico, distinto dalla destra e dalla sinistra, che non sia un centro geometrico, ma che sia espressione di una politica naturale risalente all’ingresso dei cattolici in politica, dopo la pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII. È fortemente auspicabile questo nuovo soggetto politico, che dovrà essere ben distinto da tutti questi amici che sono diventati inadeguati per un serio sviluppo del Paese. Noi siamo tra i promotori di questo nuovo soggetto politico, per proporre al Paese una politica di maggiore giustizia sociale e di sviluppo in tutti i settori della società.

Quando il silenzio sa parlare. «Hammarskjold: etica e politica» di Roger Lipsey. La recensione de «L’Osservatore Romano»

Il diplomatico svedese fu definito da John Kennedy «il più grande uomo politico del Ventesimo secolo». L’articolo è pubblicato per gentile concessione del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

 

Lorenzo Fazzini

 

Cosa c’è nel retrobottega culturale di un grande uomo politico? Quali le sue letture ispiratrici? Quali i legami intellettuali che ne irrigano l’azione? Quando si ha a che fare con un personaggio come Dag Hammarskjöld, il diplomatico svedese di confessione luterana, profondamente credente, che fu per due mandati segretario generale dell’Onu (dal 1953 al 1961, vittima di un incidente aereo di natura dubbia nel Congo dilaniato dalla guerra civile), scandagliare il suo retroterra di pensiero diventa l’occasione per imbattersi nel meglio della cultura umanistica del Novecento.

 

Perché Hammarskjöld sapeva intrattenere relazioni e contatti di altissimo livello, dialogando e argomentando con scrittori, filosofi e pensatori sulla propria posizione diplomatica di delicata statura (siamo del resto negli anni della Guerra fredda). Roger Lipsey, biografo del diplomatico delle Nazioni Unite, ci offre questa possibilità nel suo nuovo libro Hammarskjöld: etica e politica (Qiqajon, Biella 2021. pagine 156, euro 16), dal quale si evincono moltissime notizie. Come, ad esempio, il fatto che il politico svedese era amico e confidente del grande scrittore americano John Steinbeck, l’autore dell’indimenticato Uomini e topi.

 

Con Steinbeck sono numerosi i dialoghi epistolari; come quando a lui confida il principio cardine del proprio agire diplomatico: «Sedersi per terra e parlare con la gente, ecco la cosa più importante». Oppure, è proprio allo scrittore che affida una fatica d’animo con queste parole: «Tutti quei compromessi che, ingannando noi stessi, preferiamo ignorare fino a chiamarli piccoli». E, ancora, un’ammissione di radicale candore: «Potrei desiderare raccontarti alcune cose che vedo accadere e che davvero rendono la perseveranza nella fede tanto necessaria quanto ardua».

 

Hammarskjöld, considerato da John Kennedy nientemeno che «il più grande uomo politico del XX secolo», era capace di unire azione politica e coltivazione dello spirito interiore con una ricerca sempre tesa alla fecondità reciproca (infatti il suo diario Tracce di cammino resta una delle opere più alte della mistica novecentesca). In questo processo decisivi sono stati, per esempio, i rapporti con un gigante del pensiero come Martin Buber, di cui era amico personale: Lipsey ricorda come, quando arrivò in Congo per mediare nel conflitto, Hammarskjöld avesse tradotto in aereo in svedese il fondamentale Io e tu del pensatore esperto di chassidismo. Citando alcune espressioni di Buber in una lettera a Eyvind Johnson, Hammarskjöld scrive: «Il vecchio mistico classifico ha dato nella sua vecchiaia alcune delle espressioni più pure e toccanti per la “conversione”, in cui, come uno dei vecchi profeti, vede l’unica salvezza. “La sola risposta alla diffidenza è nella sincerità” […] Come professionista del campo rischioso della politica internazionale, non posso che confermare quanto abbia ragione».

 

Lipsey, nelle sue pagine, rintraccia anche un debito personale intellettuale di Hammarskjöld verso Albert Camus, sebbene non suffragato da prove certe, ma individuato nella forte sottolineatura che l’autore francese dava al dialogo, alla capacità di argomentare ed entrare nel confronto con l’altro senza perdere la propria identità.

 

Lettore di Henri Bergson da giovane, amico personale dello scrittore e compatriota Premio Nobel Pär Lagerkvist (l’autore del celebre Barabba), Hammarskjöld coltivava, da buon scandinavo, un rapporto viscerale e primordiale con la natura: Lipsey ricorda come facesse lunghe camminate e periodi di esplorazione alpinistica che lo tenevano immerso nel contatto con il creato. Accanto alle letture di Tommaso da Kempis e Maister Eckhart, di cui sono intrise le pagine di Tracce di cammino, questo elemento naturalistico ha forgiato lo sguardo contemplativo del diplomatico di vaglia: «Queste letture trovarono il loro posto accanto alla sua esperienza di silenzio, di quiete, e di qualcosa come l’eterno presente nell’estremo nord scandinavo, dove da giovane amava fare trekking e praticare la montagna. Le esperienze fatte nella natura selvaggia furono per lui così toccanti che egli ne portò per sempre le tracce, e anche qualcosa di più, dentro di sé».

 

Con queste pagine di Lipsey, dunque, si può viaggiare intellettualmente dentro il pensiero e la costruzione della visione intellettuale di un uomo che ha vissuto la politica internazionale del secondo Novecento da grande protagonista, cercando costantemente di perseguire il bene comune, di difendere la dignità della persona, di ottenere la pace ed evitare la guerra, attraverso una costante e indomita propensione al dialogo e alla negoziazione. Letture simili possono essere di stimolo per quegli uomini e donne che, impegnati nella res pubblica, spesso rischiano di restare invischiati nel “respiro corto” che la vita politica attuale ha. Sapendo che attingendo alla dimensione dello spirito, anche la pratica amministrativa o diplomatica può trarne benefici miglioramenti.

Il manuale Cencelli e il ritorno del proporzionale.

 

Qual è il paradosso? Senza il ritorno al proporzionale si arriva allassurdità di ripartire gli incarichi e i ruoli politici e istituzionali con il vecchio manuale Cencelli e poi di indicare proprio nel proporzionale il male assoluto.

 

Giorgio Merlo

 

Del cosiddetto “manuale Cencelli” un po’ tutti ne hanno sentito parlare. Da svariati lustri. Chi fa politica lo conosce perfettamente. È un sistema, in sintesi, che prevede la ripartizione rigorosamente proporzionale degli incarichi di governo, di sottogoverno e di partito sulla base del peso delle varie correnti all’interno dei partiti stessi. Certo, questo vale nei partiti che conservano ancora uno straccio di democrazia interna perchè nei partiti personali, come ben si sa, non esiste nulla di tutto ciò. Lì l’unico criterio che conta è la radicale fedeltà al padrone, al capo indiscusso o al guru dove esiste. Ma anche nei cosiddetti partiti personali non mancano le faide interne, le rivalità personali e la lotte spietate di potere. E anche lì, pur mancando le differenze politiche che caratterizzavano le tradizionali correnti democristiane, socialiste o laiche – correnti di potere o correnti di pensiero poco conta – il manuale Cencelli diventa la carta decisiva per distribuire il potere. Nel partito e nelle istituzioni.

 

Ora, quello che stupisce e che amareggia è ascoltare quasi tutti i leader e i capi dei vari partiti, a livello nazionale come a livello locale, sentenziare che il manuale Cencelli è il male assoluto ed una prassi da condannare senza appello. Quando tutti sanno, ma proprio tutti, che quello resta il criterio decisivo ed esclusivo che viene praticato per selezionare la classe dirigente. Prima del voto e, soprattutto, dopo il voto. Allora, forse, è giunto il momento per chiarire definitivamente questo equivoco e sciogliere questa insopportabile ipocrisia. È appena sufficiente osservare, senza commentare, la formazione dei governi come delle giunte comunali o circoscrizionali per rendersene conto. Una rigorosa e spietata applicazione del metodo proporzionale.

 

Ecco, ho voluto ricordare questo piccolo particolare che affonda le radici in un passato ormai remoto, per arrivare ad una semplice e persin banale conclusione politica: e cioè, senza il ritorno di un sistema elettorale proporzionale noi arriviamo all’assurdità di ripartire gli incarichi e i ruoli politici e istituzionali con il vecchio manuale Cencelli e poi di indicare proprio nel proporzionale il male assoluto quando si tratta di sceglierlo come regola istituzionale per disciplinare il nostro sistema politico. Un controsenso non solo sotto il profilo formale ma anche e soprattutto su quello sostanziale.

 

Per questi semplici motivi è necessario, adesso, avviare una riflessione seria e non strumentale e nè ipocrita sulla futura legge elettorale. E cioè, senza un nuovo e rinnovato sistema elettorale proporzionale sarà la stessa qualità della democrazia a pagarne maggiormente le conseguenze. Meglio pensarci prima che sia troppo tardi.

Ipotesi di “lavoro”

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

 

Qual è il modello scelto per procedere all’abbassamento dell’Irpef? Quello scelto dal governo non appare convincente.

 

Gianfranco Moretton

 

Ci sono diversi modi per affrontare il tema. Non c’è un unico modello. Probabilmente chi l’ha pensato, Mario Draghi e il suo Governo, avrà soppesato ogni variante e, se ha scelto il modello che abbiamo letto sui quotidiani, non escludo che abbiano discusso a sufficienza per mettere nero su bianco le norme che riguardano l’abbassamento dell’Irpef.

 

A conti fatti, per quello che ho cercato di capire, analizzando le notizie sommarie che mi sono giunte, mi sarei atteso un’altra impostazione.

 

Preciso subito che siamo di fronte a una proposta, la quale dovrà essere esaminata in Parlamento e magari potrà subire modifiche, visto che si tratta di un capitolo importantissimo della prossima legge di bilancio italiana. Che cos’è che avrei accolto con maggior soddisfazione? Che l’abbassamento delle tasse riguardasse soprattutto i lavoratori a più basso reddito e che la misura potesse essere così volta a offrire più denaro in busta paga a questi e liberasse anche risorse per le imprese, cosa che comunque è prevista, al fine di potenziare lo sviluppo di quest’ultime.

 

Potrei sbagliarmi, ma dai veloci calcoli che ho fatto, verrebbero esclusi, dal beneficio, i lavoratori con reddito annuale inferiore ai 26 mila euro. E questo mi suona stonato. Sempre con un sommario calcolo fatto da uno che non è un ragioniere, beneficiati sarebbero quelli che, grosso modo, percepirebbero al netto, mille trecento euro al mese. Detto ciò, c’è una bella quantità di persone che chiude il mese con busta paga più asciutta e che sarebbe in questo caso, esclusa dalla manovra.

 

Ribadisco, può essere che abbia interpretato e letto male, che abbia fatto i calcoli in modo del tutto sbagliato e che invece, le cose non stiano così. Voi capite che sto semplicemente ipotizzando una via, ma che magari, qualcuno più abile di me, mi smentirebbe e io ne sarei con ciò felicissimo. Ecco, il motivo per il quale sono stato spinto a scrivere questa breve nota, e proprio quest’ultima, il desiderio che qualcuno ribalti la frittata e dica esattamente l’opposto; ossia, che i beneficiati della norma siano anche quelli che io ho ipotizzato essere stati messi fuori porta.

 

Infine, potessi dare un suggerimento a chi sta lassù in alto, direi di seguire la seguente indicazione: sia la proporzione inversa matrice della scelta e non la proporzione diretta e cioè dare di più a chi a meno e dare di meno a chi ha più.

Americani e britannici corrono a comprare immobili in Italia. I dati di Bloomberg ripresi e commentati da Formiche.net.

 

 Incentivi fiscali, prezzi più bassi rispetto al panorama europeo e la possibilità di muoversi grazie allo smart working hanno fatto decollare un settore che ha resistito allurto del Covid-19. E i prossimi anni appaiono floridi.

Lorenzo Santucci

 

Se c’è un dato positivo dovuto (anche) alla pandemia, questo arriva dal settore immobiliare. L’esser stati costretti a vivere di più la propria casa è stata una rivoluzione significativa che non poteva non avere conseguenze. Seppur sconvolto in un primo momento, il mercato del mattone è stato uno dei pochi a sapersi riadattare alle nuove esigenze. La conferma arriva dalla richiesta sempre maggiore di stranieri che vogliono investire nelle case italiane. Nordamericani e britannici sono tra i più interessati dato che il momento sembrerebbe favorevole agli investimenti, tra incentivi fiscali, calo dei prezzi e smart-working.

La notizia viene riportata da Bloomberg, ma già a gennaio Savills aveva osservato come a livello mondiale in media i prezzi delle maggiori città fossero aumentati rispetto ai livelli pre pandemici, con un aumento significativo anche degli affitti nei primi sei mesi del 2021, se paragonato allo stesso periodo dello scorso anno. Knight Frank, nota agenzia immobiliare internazionale che opera in Italia, ha registrato un notevole cambiamento positivo della domanda, essendo quello in corso il loro “anno migliore mai avuto negli ultimi dieci anni”.

Proprio l’agenzia ha dedotto da un sondaggio che il nostro Paese sia la meta preferita per statunitensi e britannici con il desiderio di una seconda casa al di fuori dei propri confini nazionali. L’intento è quello di avere una base in Europa e ad attirarli sono i prezzi degli immobili italiani, più bassi rispetto ad altre città europee come Francia e Spagna. Per essere più precisi, una casa a Pavia che dista appena 30 km da Milano costa 123mila euro, contro gli oltre 147mila euro di Guadalajara (a 60 km da Madrid). Lo stesso vale per Rieti, a 80 km da Roma, dove un immobile si aggira intorno ai 96mila euro rispetto ai 147mila di Santarem, ugualmente distante dalla capitale Lisbona.

Come spesso accade quando uno straniero mette gli occhi sull’Italia, quello che si ricerca è uno spazio al di fuori dai grandi centri urbani – che siano in Umbria, in Toscana o in un’altra regione sembra fare poca differenza, seppur le prime due sono notoriamente più conosciute per i loro paesaggi. La tendenza, però, sembrerebbe smentire in parte tale affermazione. Ad alcuni, infatti, non dispiace affatto trovare una buona occasione in città.

Tuttavia, i gusti sono personali e possono cambiare radicalmente senza una giustificazione logica. Quella che appare significativa sottolineare, invece, è la crescita nelle vendite durante il 2021. Nei primi otto mesi dell’anno, sia Savills che Sotheby’s – che lavora nel mercato delle case di lusso – hanno confermato un aumento notevolmente superiore rispetto all’era pre Covid. Da gennaio a settembre, infatti, Savills ha portato a buon fine tanti contratti quanto tutti quelli che aveva stipulato nel 2019. Sempre nello stesso periodo, Sotheby’s ha registrato un aumento delle vendite del 74% se confrontato con gennaio-settembre del 2019. Anche Knight Frank può sorridere: +19% delle case vendute tra aprile 2020 e marzo 2021 rispetto a due anni prima, addirittura +108% rispetto al 2020, quando tuttavia i lockdown hanno pesato e non poco.

I vantaggi di venire in Italia sono tanti e non si limitano solo all’arte, la natura o il cibo. Nel momento in cui si affronta una spesa del genere, la prima cosa che si guarda è il regime fiscale. Il superbonus 110% ha svolto un ruolo fondamentale nell’invogliare statunitensi e britannici a comprare, così come l’assenza di imposte sulle plusvalenze per i non residenti che rivendono l’immobile dopo cinque anni. L’analisi costi benefici in Italia, dunque, supererebbe di gran lunga quella degli altri Paesi europei, seppur rispetto alla Francia le spese di transizioni siano superiori. Ma, a paragone, il costo della vita è completamente differente e senza dubbio gioca a favore dell’Italia.

 

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Tutto è connesso. Gli interventi della prima giornata del convegno di Taranto (Settimana Sociale dei cattolici).

Riportiamo la cronaca dei lavori così come raccontata dall’Osservatore Romano. L’importanza di questa “convention ecclesiale” porta a riflettere sulle prospettive che inevitabilmente potranno delinearsi anche sul piano dell’impegno pubblico. È difficile escludere, infatti, l’impatto sulla vita politica italiana di un lavoro tanto ampio e approfondito.

 

Charles de Pechpeyrou

 

L’interdipendenza — tra uomini, tra generazioni ma anche tra protezione dell’ambiente e sviluppo —, la dignità umana, nonché la giustizia civile e sociale: sono stati questi i temi principali affrontati nella prima giornata della 49ª Settimana sociale dei cattolici italiani a Taranto. Una città «di contraddizioni, di stanchezza, di disincanto, ma non di disperazione», un «sito emblematico in cui si gioca una partita che, fatte le dovute proporzioni, si gioca tutto il pianeta», come ha detto l’arcivescovo Filippo Santoro in apertura dei lavori, incentrati sul tema «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso».

 

In un messaggio inviato in occasione della Settimana sociale, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sottolineato quanto la pandemia abbia «evidenziato i nostri limiti e le contraddizioni del modello di società che abbiamo costruito» ma anche «il senso profondo di una comunità di destino come la nostra, restituendo valore alle cose che hanno valore». L’egocentrismo — ha osservato il capo dello Stato — «è uscito sconfitto da una vicenda in cui la solidarietà si è affermata come chiave per affrontare e risolvere i problemi, per sostenere lo sviluppo pieno della personalità umana, a partire dalla difesa della vita». Per Mattarella «non è più accettabile immaginare una crescita legata alla distribuzione di beni, al consumo delle risorse naturali, allo sfruttamento di componenti della società umana». Lo sviluppo deve invece «comprendere un contrasto effettivo a ogni forma di povertà, una riconciliazione con l’ambiente, una innovazione orientata al benessere umano e al rafforzamento del capitale sociale».

 

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha dedicato gran parte della sua prolusione alla necessità di promuovere la giustizia civile e sociale, il che significa innanzitutto «difendere e valorizzare, in ogni latitudine e in ogni circostanza, il valore incalpestabile della dignità umana». Nessuna ragione economica «può legittimare qualsiasi forma di schiavitù fisica o morale di un uomo, di una donna o di un bambino», ha ribadito il porporato, «profondamente amareggiato e deluso per i troppi incidenti che avvengono nell’ambito del lavoro». In secondo luogo, promuovere la giustizia civile e sociale «assume oggi un significato ulteriore, quello proposto nella Laudato si’ e che ci esorta a sviluppare e a promuovere “un’ecologia integrale”». Non soltanto un richiamo alla difesa dell’ambiente, ha spiegato il presidente della Cei, «ma soprattutto un’esortazione a vivere un’esistenza interdipendente». Infine, consapevole che «c’è un malessere sociale che cova nelle viscere» del Paese e che riemerge ogni volta si presenta una crisi umanitaria — sia essa costituita dai migranti o dalla pandemia — Bassetti ha auspicato “una profezia sull’Italia”, «una voce alta e autorevole che sappia leggere i segni dei tempi».

 

Guardando anch’egli al futuro, monsignor Santoro ha affermato che la Chiesa italiana «ha la responsabilità di tracciare una parabola che non fronteggi l’emergenza della salute, dell’ambiente, del lavoro, con rattoppi dell’ultima ora come siamo abituati a subire da decenni, ma che sia lungimirante, che ponga le basi di una crescita per le nuove generazioni, che esprima la cura dell’educare e della gratuità». Deplorando che «spesso non consideriamo tutta la gravità della situazione e sottovalutiamo il rischio legato al cambiamento climatico e alla sopravvivenza del pianeta», il presule ha chiesto l’impegno di tutti «nella costruzione di un futuro diverso, più sostenibile per il pianeta» e che capovolga la visione: un passaggio fondamentale “dall’io al noi”. Secondo l’arcivescovo di Taranto, «dobbiamo avere il coraggio anche di vincere il nostro impacciato imbarazzo nel ripartire dai volti delle persone morte e ferite per causa dell’inquinamento ambientale, dal volto ferito di tutta la Casa comune, e dalle vittime del lavoro», e di «ricominciare dai giovani».

 

Questa mattina, nel corso della messa che presiedeva nella concattedrale di Taranto, monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha lanciato a tutti un appello a «imparare a prenderci cura delle città, delle nostre strade, a guardare con occhi diversi i problemi e le bellezze di tutto quanto ci circonda. Abbiamo bisogno — ha affermato Russo — di nutrirci di quell’orientamento e quella sincerità in Cristo che ci rendono cittadini del mondo pienamente inseriti nelle città in cui viviamo».

Cercasi popolo. I populisti che ammaliano la società, i clericali che soffocano la Chiesa. Analisi e visioni di un gesuita sociologo, «influencer» a 90 anni.

 

 

Il nuovo libro di p. Domenico Pizzuti, gesuita, emerito di sociologia alla Pontificia Facoltà Teologica dellItalia Meridionale, a cura di Giacomo D’Alessandro, giornalista e animatore sociale, con la prefazione di p. Giacomo Costa. I temi centrali del libro: il populismo nella politica italiana ed europea”; la riforma della chiesa nella palude” del clericalismo e del formalismo; il bisogno di un popolo all’altezza delle sfide spirituali, sociali, economiche e politiche che ci attendono.

 

Redazione

 

“Il libro punta i riflettori sugli sviluppi del “populismo” nella politica italiana ed europea”, le sue dinamiche tra eletti ed elettori, tra racconto mediatico ed intervento politico-economico; e sulla riforma della chiesa “nella palude” del clericalismo, riavviata bene o male dall’arrivo del papa argentino, ma anche in più processi arenata tra le sabbie di una cultura del potere, del formalismo e del monopolio, che ai richiami dello Spirito preferisce senza dubbio la difesa dei “puri”.

 

Se molti sono i “fili rossi” che tengono insieme questo volume, il centro è il bisogno di un popolo, con plurima accezione: il bisogno insano e continuo di un consenso vorace e superficiale, nella retorica politica e digitale; il bisogno di un popolo cosciente che disinneschi gli inganni degli “arruffa-popoli” e imprima svolte incisive alla società; il bisogno di un popolo ecclesiale, a tratti invocato dall’alto ma spesso disatteso nella capacità decisionale collettiva; il bisogno del Popolo di Dio in cammino, che si faccia “chiesa” per aprire prospettive evangeliche non più rimandabili.”

 

(Dallintroduzione di Giacomo DAlessandro, curatore).

Circolo S. Pietro: «Il successo si misura con la carità» (RomaSette).

 

Lassemblea del sodalizio si è svolta nella rinnovata casa famiglia Paolo VI. Il segretario Piero Fusco: «Uno dei nostri peculiari carismi è dare da mangiare».

 

Marco Chiani

 

«Al Circolo S. Pietro il successo non si misura con il profitto ma con la carità, non con l’utile di esercizio ma con il bene donato»: lo ha dichiarato il presidente Niccolò Sacchetti salutando i soci del sodalizio romano nella serata di ieri, giovedì 21 ottobre, all’interno della rinnovata casa famiglia Paolo VI.

 

«È proprio per questo – ha continuato il presidente – che abbiamo pensato di celebrare la Messa e la nostra 152ª assemblea ordinaria proprio qui, perché tutti possiate toccare con mano i risultati dello sforzo, dell’impegno, ma soprattutto della passione e del grande entusiasmo che è stato messo in questo luogo». L’importante restauro della struttura di via di San Giovanni in Laterano, avviato dalla presidenza Torlonia per il 150° di fondazione e iniziato all’indomani del lockdown stretto, sta proseguendo spedito grazie all’aiuto dei benefattori del sodalizio. «C’è ancora da fare – ha spiegato Sacchetti – ma sono certo che anche voi saprete immaginare la casa finita, piena di piccoli ospiti con le loro famiglie bisognose del nostro conforto e del nostro sostegno, soprattutto del nostro essere “famiglia” per loro che sono in difficoltà e così lontani da casa».

 

Il segretario Piero Fusco ha proposto ai soci una riflessione sul carisma del Circolo, con una panoramica delle attività svolte nel corso di un anno che ha cambiato il volto del mondo del lavoro e necessariamente anche del volontariato.

 

«Come sapete uno dei nostri peculiari carismi è dare da mangiare – ha detto Fusco – e quest’anno segnato dalla pandemia si è caratterizzato per un deciso quanto entusiasmante ritorno al passato: i soci e i volontari del Circolo preparano i pasti e li distribuiscono direttamente». Dopo aver effettuato un corso specializzato, infatti, molti di loro hanno manifestato la volontà di mettersi a disposizione la domenica e il lunedì. Risultati già incoraggianti: dei 42mila pasti donati complessivamente dalle cucine economiche, ha sottolineato Fusco, più di 2mila sono stati erogati attraverso questa nuova modalità.

 

Nel complesso tessuto socio-economico cittadino, l’impatto dell’emergenza da Covid-19 ha accelerato l’affiorare di specifici bisogni e l’acuirsi di endemiche necessità, a partire dall’incremento della disoccupazione che ha coinvolto numerose famiglie, private improvvisamente delle proprie fonti di reddito e sostentamento.

 

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Circolo S. Pietro: «Il successo si misura con la carità»

Gli eunuchi (Nota Diplomatica)

Il dibattito sul “gender” elude o ignora la lunga vicenda che ha interessati una sorta di “terzo sesso”, quello appunto degli eunuchi.

 

James Douglas Hansen

 

L’attuale momento politico-culturale-sociologico è – specialmente nell’Occidente anglosassone – segnato da una lotta per il potere tra uomini e donne che si esprime anche attraverso l’interessante controversia sul “gender”, ovvero su come vengono determinate le varie identità sessuali. È un dibattito che, curiosamente, ignora una sorta di “terzo sesso”, gli eunuchi, che in alcune fasi storiche hanno esercitato un potere enorme.

 

La storia celebra un certo numero di grandi castrati, come l’ammiraglio cinese Zheng He, “l’eunuco dai tre gioielli”, che all’inizio del Quattrocento guidò una flotta esplorativa di oltre 300 navi e 27mila uomini alla scoperta dell’Oceano Indiano e del Mar Rosso, raggiungendo le coste orientali dell’Africa e riportando in Cina una giraffa per l’Imperatore. Fu però sotto l’Impero Ottomano che gli eunuchi arrivarono ai vertici del potere – e ci restarono per quattro secoli.

 

Dopo la presa di Costantinopoli nel 1453, i Sultani ebbero necessità di reperire del personale affidabile per la gestione centrale dell’Impero che si andava consolidando. Inizialmente, gli eunuchi del Palazzo di Topkapi erano europei, catturati in guerra o arruolati nei Balcani e nel Caucaso. “Arruolati” perché allora non era necessariamente irrazionale per i poveri avviare un figlio alla “carriera” da castrato – si mangiava ogni giorno e si dormiva al caldo anziché morire presto di stenti.

 

Ai primi del Cinquecento gli eunuchi palatini erano solo una quarantina, perlopiù destinati a fare i guardiani all’harem del Sultano – ma entro la fine del secolo il loro numero crebbe a oltre mille. Molti erano arrivati a occupare i più cruciali gangli dell’amministrazione imperiale. Intanto, la zona di reclutamento preferita si spostò al Corno d’Africa e una larga parte dei “nuovi” erano di colore.

 

Il perché dello spostamento è dibattuto, ma favorire l’accesso al potere degli eunuchi neri – di origini umili, senza lignaggio e per definizione incapaci di generare una propria discendenza – era coerente con gli interessi dei Sultani. Almeno in teoria dovevano essere fuori dai giochi dinastici e fedeli solo al loro Sovrano. Gli africani erano ancora più “sradicati” e senza legami dei bianchi europei…

 

Accade però, forse prevedibilmente, che gli eunuchi imperiali si divisero – a seconda del colore della pelle – in due correnti in forte contrasto tra loro: gli “eunuchi bianchi” e gli “eunuchi neri”, capeggiati dal Kapi Agha (i bianchi) e dal Kizlar Agha (i neri). Vinsero, clamorosamente e con il supporto decisivo dell’harem, i neri. Il Kizlar Agha – “Agha delle Fanciulle” o, formalmente, “Agha della Casa della Felicità” (l’harem, comunque) – diventò a tutti gli effetti una sorta di Direttore Generale dell’amministrazione imperiale con una netta supremazia sugli eunuchi bianchi.

 

Il rapporto che si stabilì tra le parti emerge nettamente in una stampa antica che ritrae il Capo degli eunuchi neri mentre, seduto comodamente su una sorta di trono, riceve il Kapi Agha insieme a un nano di Corte, entrambi in piedi… L’incarico passò di eunuco nero in eunuco nero fino al collasso dell’Impero Ottomano all’inizio del XX Secolo.

 

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Una segnaletica della speranza. Il messaggio di Papa Francesco per la 49a Settimana sociale dei cattolici italiani.

Per gentile concessione riportiamo la presentazione al messaggio papale pubblicata nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano. A fondo pagina è inserito il link per accedere al testo integrale.

 

Redazione

 

Un aiuto per «camminare con audacia sulla strada della speranza» attraverso il linguaggio dei “cartelli” segnaletici: è l’originale scelta di Papa Francesco per rivolgersi ai cattolici italiani in occasione della 49a Settimana sociale apertasi oggi, 21 ottobre, a Taranto. «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso» il tema dei lavori, in corso fino a domenica 24 nella città pugliese, che lo stesso Pontefice definisce «simbolo delle speranze e delle contraddizioni del nostro tempo».

 

E ricorrendo appunto al linguaggio per immagini della segnaletica stradale, il vescovo di Roma indica anzitutto l’attenzione agli attraversamenti. «Troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione», scrive Francesco elencandone le categorie — giovani costretti a emigrare, disoccupati, precari, donne obbligate a scegliere tra maternità e professione, poveri e migranti non accolti, anziani abbandonati, vittime dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione, imprenditori soggetti ai soprusi delle mafie e comunità distrutte dai roghi — ed esortando a «non rimanere nell’indifferenza» e «a non lasciare nulla di intentato».

 

In secondo luogo il riferimento è al divieto di sosta. «Quando assistiamo a diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, stanchi e sfiduciati, rassegnati… vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi», spiega il Papa rimarcando come «al contrario, l’amore di Dio» non sia «mai statico e rinunciatario», ma «ci sospinge e ci vieta di fermarci. Ci mette in moto». Dunque, è l’invito, «non sostiamo nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano. Sarebbe bello nei territori maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado» — auspica il Pontefice — se i cristiani non si limitassero a denunciare, ma assumessero «la responsabilità di creare reti di riscatto» laddove «prevalgono paura e silenzio», che favoriscono i «lupi del malaffare».

 

Infine l’obbligo di svolta, per illustrare il quale Francesco sceglie parole del vescovo Tonino Bello, “profeta in terra di Puglia”: «Non possiamo limitarci a sperare. Dobbiamo organizzare la speranza!». Come? Formando «le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni».

 

Per leggere il testo integrale di Papa Francesco

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-10/quo-240/una-segnaletica-della-speranza.html

Sassoli: ” Democrazia, Libertà, Stato di Diritto non sono negoziabili”

Discorso del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al Consiglio europeo del 21 ottobre 2021. Pubblichiamo di seguito il testo integrale.

 

David Sassoli

 

Signore e signori,

 

Un anno fa eravamo in questa sala a ripetere che tutte le difficoltà, i dolori, i ritardi, le ansie degli europei non sarebbero stati inutili, perché la pandemia ci avrebbe reso migliori, più solidali, più amici e con i nostri Trattati avremmo dimostrato che la democrazia è più forte dei sistemi autoritari.

 

Un anno fa molti commentatori sostenevano anche che le difficoltà, come nel secondo dopoguerra, ci avrebbero fatti diventare migliori.

 

Oggi invece siamo in un momento cruciale, e tutti attorno a questo tavolo siamo       ben consapevoli della gravità della situazione. L’Unione Europea è in un momento in cui ha bisogno di verità. E non stiamo diventando migliori.

 

Pochi giorni fa, l’ordinamento giuridico della nostra Unione è stato sfidato. Non sarà di certo la prima o l’ultima volta.

Ma l’Unione non è mai stata messa in discussione in modo così radicale.

 

Credo che su questo punto spetti a voi e a tutti noi di svolgere una riflessione franca e aperta sulla direzione che vogliamo dare alla nostra Unione.

 

Il Parlamento europeo ne ha discusso in aula, come sapete. Abbiamo ascoltato il Primo Ministro Morawiecki con molta attenzione, ma vogliamo ribadire che le leggi europee in vigore sono state scritte dalla Polonia insieme a tutti noi, le abbiamo fatte insieme e quindi in nessun modo si può parlare di regole imposte dall’Unione europea. L’Unione europea è fondata sul rispetto da parte di tutti di valori fondamentali e di regole condivise, che tutti abbiamo volontariamente accettato di condividere.

 

I cittadini si aspettano che noi difendiamo questi principi e i cittadini polacchi hanno sfilato in tanti a Varsavia per ricordarcelo.

 

Abbiamo approvato insieme una legge europea che stabilisce un legame molto stretto tra la protezione del bilancio dell’Unione europea e il rispetto dello stato di diritto. Questa legislazione è attualmente in vigore e noi crediamo che sia necessario utilizzare la procedura prevista in quel quadro per proteggere il nostro bilancio e tutelare lo stato di diritto. Per questo motivo, come sapete, sulla base di una raccomandazione della commissione parlamentare per gli affari giuridici, ho chiesto al servizio giuridico del Parlamento di preparare un ricorso alla Corte di giustizia in modo da assicurare che la legislazione in vigore venga applicata. Noi non intendiamo venir meno al nostro ruolo istituzionale in difesa dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Unione europea.

 

L’esperienza della democrazia implica la pratica continua del dialogo. Lo abbiamo fatto molte volte e io sono convinto che abbiamo le capacità e le risorse per uscire da questa crisi, per ritrovare la strada dell’unità. Ma dobbiamo essere molto chiari: Sebbene la nostra unità sia giustamente rafforzata dalla nostra diversità, vi è una parte non negoziabile del nostro contratto europeo: i nostri valori di democrazia, libertà, Stato di diritto. Questi valori fanno parte del progetto europeo, tutti noi abbiamo scelto di onorarli aderendo all’Unione europea. Il Parlamento europeo sarà molto fermo su questo punto e pronto ad agire per garantirne il rispetto nel quadro delle sue prerogative.

*

 

In anni difficili per la nostra Unione, i nostri Trattati ci hanno permesso di fare il necessario, di fare molto e di farlo insieme.

 

Possiamo essere orgogliosi del lavoro svolto per far fronte alla pandemia. Sul versante sanitario siamo ormai il continente più avanzato nella campagna di vaccinazione, con oltre il 75% degli adulti vaccinati. Sappiamo però che vi è una importante disparità tra gli Stati membri dietro questa cifra. Una disparità che rischia di minare la ripresa e il buon funzionamento del nostro mercato interno e sulla quale dobbiamo quindi ancora agire. E se guardiamo al mondo, questa disparità diventa immensa. Sappiamo bene che non saremo fuori dalla pandemia finché la vaccinazione non sarà accessibile a tutti i Paesi del mondo, soprattutto ai più poveri. Solo il 4% dei cittadini africani è vaccinato e Covax ha ricevuto soltanto 85 milioni di dosi, malgrado le promesse dell’Unione europea e degli Stati Uniti di fornirne oltre un miliardo. Dobbiamo oggi impegnarci a mantenere quella promessa, a condividere dosi di vaccino attraverso Covax o usando il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea, perché sappiamo che nessuno sarà al sicuro se non lo saranno tutti.

 

Signori e Signore,

 

Siamo ad un momento decisivo anche sul versante della ripresa economica. Tutti i nostri Paesi stanno dando attuazione ai piani di ripresa e resilienza e insieme stiamo decidendo le grandi riforme e le grandi trasformazioni che dovranno cambiare il volto delle nostre economie e delle nostre società.

 

Abbiamo insieme deciso che questa trasformazione dovrà seguire tre direttrici essenziali: la sostenibilità ambientale, la digitalizzazione e la giustizia sociale. Fra alcuni giorni comincerà a Glasgow la COP26. Il Parlamento si aspetta che in questa occasione l’Unione europea confermi la sua leadership e lavori per portare tutti i partner globali a definire obiettivi precisi e stringenti, se necessario al rialzo, per restare al passo con l’accordo di Parigi.

 

Sappiamo bene che se saremo i migliori da soli, non riusciremo mai a produrre il cambiamento necessario ad invertire la rotta del cambiamento climatico. Solo insieme potremo farlo e spetta all’Unione europea guidare questa grande trasformazione epocale. Questo vuol dire anche dare piena coerenza alle nostre parole e alle nostre promesse, in particolare garantendo ai Paesi in via di sviluppo il sostegno necessario di 100Md $ per poter essere al centro di questa trasformazione.

 

*

 

Sappiamo che, nel pieno di queste grandi trasformazioni ambientali e digitali, non possiamo permetterci di lasciare nessuno indietro. Non possiamo permetterci di scegliere tra giustizia sociale e transizione ambientale. L’aumento dei prezzi dell’energia ha cause diverse, alcune legate a dinamiche geopolitiche, altre a fattori connessi al mercato dell’energia. Come abbiamo sempre affermato, dobbiamo affrontare da subito l’impatto sociale potenziale della trasformazione verde e digitale che stiamo avviando e attuare senza indugio i meccanismi di solidarietà che abbiamo previsto per far fronte alle crisi, in particolare attraverso la creazione di un Fondo sociale per il clima, che vada ad integrare il Fondo per una transizione giusta che abbiamo già varato, per garantire che nessuno sia lasciato indietro.

 

Signore e signori,

 

Nel corso di questa crisi, l’Unione europea, noi tutti insieme abbiamo saputo adattare il quadro di governance economica e fiscale per accompagnare l’emergenza e sostenere la ripresa. E sappiamo che la ripresa necessiterà ancora di investimenti molto importanti per garantire la trasformazione di cui abbiamo bisogno, in particolare la transizione verde e digitale – investimenti che solo in parte potranno essere sostenuti dal nuovo quadro finanziario pluriennale e da Next Generation EU.

 

Ritengo che sia necessario procedere, secondo gli impegni e il calendario previsti, alla adozione di nuove risorse proprie dell’Unione, compreso il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), o l’ampliamento del sistema di autorizzazione delle emissioni (ETS).

 

Ma la fase che stiamo attraversando richiede a tutti noi una riflessione sulla necessità di aggiornare le nostre regole per adattarle a questo nuovo contesto. Desidero salutare la comunicazione della Commissione sul futuro della   governance economica dopo la pandemia di Covid-19. Credo che sia giusto avviare insieme un dibattito intorno alle questioni che questo documento individua.

 

In particolare, dovremmo ragionare in parallelo su una migliore considerazione della sostenibilità della spesa pubblica e su una valorizzazione degli investimenti a favore della transizione ecologica (investimenti «verdi») in modo da consentire agli Stati membri di poter effettuare le spese necessarie al Patto verde e alla transizione ecologica.

 

*

 

 

Infine, vorrei concludere affrontando il tema, al centro della vostra discussione, di una politica europea di immigrazione e asilo. Sappiamo bene quanto sia complessa questa discussione tra noi, però credo spetti proprio all’Unione europea un salto di responsabilità e coraggio.

 

La nostra incapacità di decidere su una politica comune mostra ai nostri avversari tutta la nostra debolezza. Di fronte a chi usa i migranti come arma ibrida, non è un segnale di forza pensare di costruire un muro alle frontiere esterne. Davanti alla tragedia afghana e alla sfida geopolitica che si apre in quel teatro del mondo, non è un segno di forza scaricare tutta la responsabilità dell’accoglienza sui Paesi della regione, senza assumersene almeno una parte, come una grande potenza dovrebbe fare. Gestire i movimenti migratori con unità, in modo controllato e ordinato, in cooperazione con i nostri partner, sarebbe invece un segno della nostra forza e della nostra capacità politica. Il patto sulla migrazione e l’asilo è lo strumento che dobbiamo usare per essere uniti e più forti.

 

Signore e signori, cari amici, ho ritenuto utile condividere con voi i nostri motivi di i inquietudine e le ragioni per il rilancio e la ripresa della nostra Unione.

 

Buon lavoro!

Il centro e il populismo: non c’è alleanza possibile.

Un progetto politico di centro, atteso anche e soprattutto dopo questa importante tornata amministrativa, quasi si impone. Ora, esso difficilmente potrà convivere con forze dichiaratamente ed esplicitamente populiste, qualunquiste e anti politiche. Questa è la sfida da qui al 2023.

Giorgio Merlo

In Italia conta, da quasi sempre, un principio abbastanza consolidato. Ovvero, “si vince al centro”. O, meglio ancora, “si governa dal centro”. Due modi di pensare che fanno del fantomatico “centro” sempre un elemento di equilibrio, di buon senso e di buon governo. Certo, il tutto è anche e soprattutto il frutto della lunga stagione democristiana e delle politiche che hanno caratterizzato quella fase storica, ma anche nella cosiddetta seconda repubblica con la disputa e il confronto tra le coalizioni di Prodi e di Berlusconi si è ruotato attorno alla capacità di declinare “politiche di centro” nella concreta azione di governo.

Una lunga stagione che si è bruscamente interrotta con l’irruzione del populismo di marca grillina e con tutta la deriva antidemocratica, populista, qualunquista, giustizialista, manettara e anti politica che si è trascinata dietro. Una stagione che ha contaminato la stessa Lega a trazione salviniana e che ha contribuito a ridurre la capacità di governo e, soprattutto, che ha allontanato sempre di più i cittadini dalla politica e dalle istituzioni. Non a caso, sono bastati alcuni anni di governo di queste forze – in particolare del populismo grillino – per arrivare ad una semplice e persin banale conclusione. Ovvero, se si vuole ritornare alla politica, al buon governo, alla qualità della classe dirigente e ad una stagione di progettualità politica, di rilancio concreto e riformista del nostro paese e soprattutto di difesa della qualità della democrazia, è indispensabile abbandonare definitivamente il populismo in tutte le sue versioni. I danni provocati da questa sub cultura e da questa deriva qualunquista e antidemocratica sono sotto gli occhi tutti. E i recenti risultati delle elezioni amministrative lo hanno persin platealmente confermato.

Ma, per poter ritornare ad una stagione di normalità democratica e di “politica dei partiti”, non basta abbandonare nominalmente il populismo per come si manifesta in tutte le sue versioni. Quello che conta è di impedire che ci siano alleanze politiche e di governo con queste forze. Perchè se ci si allea con forze di chiara impronta populista e anti politica diventa estremamente difficile poi declinare una cultura di governo che rifugga concretamente da quelle tentazioni. Certo, noi siamo ormai abituati ad assistere alle torsioni trasformistiche ed opportunistiche in campo politico e parlamentare. L’esempio concreto viene proprio dal partito di Grillo e di Conte che misteriosamente e collettivamente ha rinnegato, nello spazio di un mattino, tutto ciò che ha predicato, teorizzato e urlato nelle piazze per oltre 15 anni.

 

Si tratta di una conversione, appunto, collettiva, improvvisa e alquanto misteriosa. Sino a quanto dura? Credo sia impossibile saperlo perchè quando il profilo e l’identità di un partito è ben definito, e quando lo si rinnega così radicalmente, delle due l’una: o si ripropone in tutta la sua integrità appena è possibile oppure si abdica definitivamente ma si corre il rischio che quel partito tramonti elettoralmente del tutto. Ecco perchè l’equivoco di una alleanza strategica, organica e politica con un partito populista indebolisce inesorabilmente una coalizione che ambisce a declinare una politica di governo riformista e autenticamente democratica.

Ed è proprio all’interno di un contesto del genere che un progetto politico di centro – ormai fortemente gettonato anche e soprattutto dopo questa importante tornata amministrativa – quasi si impone. Ma, al di là di come concretamente si declinerà – sarà inesorabile una sorta di “federazione” tra i vari soggetti in campo – è indubbio che difficilmente potrà convivere con forze dichiaratamente ed esplicitamente populiste, qualunquiste e anti politiche che negherebbero alla radice qualsiasi possibilità di poter praticare una reale e credibile “politica di centro”.

Anche su questo versante, dunque, si giocherà una sfida politica non indifferente ai fini della definizione dei prossimi equilibri politici e in vista delle elezioni politiche del 2023. Fuorchè, come dicevamo all’inizio, vinca nuovamente il trasformismo politico e parlamentare. Ma sarebbe una sconfitta sonora della qualità della nostra democrazia e della stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Il Vangelo secondo Jack Kerouac

Pubblichiamo la recensione che appare sul numero 14 di “Abitare nella possibilità”, una newsletter de “La Civiltà Cattolica”, a riguardo del recente saggio di Luca Miele (Edizioni Claudiana). La postfazione è di Antonio Spadaro S.I., direttore della prestigiosa rivista quindicinale dei gesuiti.

 

Claudio Zonta S.I.

 

Il Vangelo secondo Jack Kerouac di Luca Miele è un’attenta lettura dell’opera del celebre padre della beat generation. Ma se Kerouac è famoso soprattutto per l’ideale di libertà dalle strette convenzioni sociali americane, la ribellione al sistema, soprattutto nel suo romanzo più celebre On The Road, Luca Miele si sofferma sulle tracce della presenza di Dio nei suoi scritti.

 

Dalla parola scritta risulta un Kerouac alla ricerca di una profonda relazione con un Dio che, tuttavia, risulta sempre in continua definizione, in una febbrile e tenace dinamica fatta di lotte, di contrasti, di domande che non possiedono mai una risposta definitiva. Dirà l’autore: «La battaglia con e contro la parola, la sua incapacità di scrivere Dio. Tutta la vita dello scrittore è assorbita da questo combattimento, ritmata dai suoi slanci e dai suoi fallimenti, vulnerata dalla sua impossibilità».

 

Per lo scrittore americano due sono i poli entro cui cercare la presenza di Dio: la parola e il silenzio. La presenza di Dio può divenire apofatica, per negazione, oppure talmente diafana da essere abbagliante: «Dio è sospeso perennemente tra rivelazione e nascondimento» e il volto di Dio può risplendere «in un angolo di strada o di un albero o in qualsiasi altra cosa».

 

È un Dio che sembra nascondersi nelle pieghe e nelle piaghe delle esistenze dei personaggi on the road descritti da Kerouac, che spesso cadono sotto il peso delle proprie scelte, dei propri errori, in questo procedere spesso a tentoni tra il buio delle notti dell’animo. E di fronte al dolore Kerouac innalza una preghiera: «Tutte le notti continuo a chiedere al Signore, “Perché?” e ancora non ho avuto una risposta decente». Ma la risposta resta anch’essa on the road, lungo quella strada dove sacro e dannazione s’incontrano e si contendono l’animo dell’essere umano.

 

E allora, scorrendo le pagine di questa lettura alternativa che Luca Miele fa dell’opera dello scrittore americano, ci accorgiamo quanto la parola sia performativa di una ricerca incessante, che si continua a scontrare con i dubbi e le questioni più profonde dell’essere umano. Dagli scritti di Kerouac si intravvede una tentennante e balbuziente risposta, ma soprattutto si intuisce come Dio percorra le stesse strade dell’uomo, benedicendo l’esistenza, anche quella più compromessa, forse perché beat è un modo di essere che appartiene a Dio stesso… perché: «beat non significa stanco o abbattuto quanto piuttosto beato… come San Francesco, cercando di amare tutte le forme di vita… praticando la tolleranza, la gentilezza, coltivando la gioia nel cuore».

 

Per saperne di più

https://mailchi.mp/laciviltacattolica.it/anp142021?e=1b51217268

Urne eloquenti. L’opinione della Presidente dei Partigiani Cristiani.

 

Due anni di emergenza sanitaria hanno inciso sulla vita individuale e collettiva. Siamo di fronte a una trasformazione epocale. Pertanto le relazioni sociali, il pensiero politico, la organizzazione economica hanno il compito di indagare i cambiamenti più radicali per governarli verso innovazioni di sistema e di comportamenti.

 

Mariapia Garavaglia

 

Gli elettori si sono espressi. Troppo pochi. Dei 12 milioni del primo turno sono diventati 6 milioni. L’astensionismo è aumentato e non è colpa loro. Ci sono stati vincitori e vinti, molto chiaramente, certificati da numeri preoccupanti. Incomincia adesso la fatica dei partiti e, soprattutto, degli eletti. Ricordo, lateralmente, che su 109 sindaci eletti solo 19 sono donne. Il dato non riguarda una patetica rivendicazione di femminismo paritario, ma la sostanza democratica. Costituiscono metà della popolazione e quindi metà dell’elettorato. Qualcuno, con grande superficialità, ha chiosato che alle donne non interessa la politica. Invertirei l’affermazione: ai partiti non interessa che le donne facciano politica. Eppure nella storia recente, anche a causa delle quote introdotte per legge, le donne elette o nominate in enti, hanno dato eccellenti prove e non solo paragonabili a quelle degli uomini!

 

Gran parte dei Paesi europei è governata da donne. Esce di scena, si fa per dire, Merkel ma ci sono donne capi di stato e primi ministri in quasi tutti i Paesi del nord. All’Italia tocca affrontare questa sfida. Anche sull’astensionismo, si sono sprecati commenti superficiali, del tenore che anche in altre democrazie si verifica lo stesso fenomeno. Si tratta, però, di sistemi elettorali che hanno percorso strade diverse dalle nostre e che hanno consolidato diverse abitudini. Il nostro astensionismo va indagato: dove si annida di più e quali sono stati gli elementi compulsivi? Ci sono state forze politiche che hanno suscitato, negli anni, una grande avversione verso la politica ed ora perdono il loro consenso proprio perché stanno comportandosi in modo contrario alla propaganda delle piazze “grilline”.

 

Al centrodestra, come afferma Salvini, è mancata una coesione che consentisse di preparare candidature solide e condivise, per tempo. Il centrosinistra non ha sofferto di questo dato, perché i candidati erano riconosciuti come persone con esperienza e competenza, adatte al clima che attraversa il Paese. Il successo è stato preparato anche dalla tranquilla navigazione del presidente Draghi che, pur tra qualche maroso, tiene la rotta ottenendo risultati. Perciò non si azzardino i partiti a credere che si possano affrontare elezioni anticipate, spostando Draghi al Quirinale. I numeri delle amministrative non hanno in Parlamento un corrispettivo e, per quanto siano labili i sondaggi, le percentuali che si riscontrano non sono da trascurare del tutto. Stiamo attivando i primi passi del PNRR, che riguarda anche le amministrazioni locali. Sarebbe una stoltezza politica interrompere la legislatura prima del 2023, perché potrebbero interrompersi i progressi nella attuazione di cui dobbiamo rispondere all’Europa. E rispondere ai cittadini, che vogliono fatti e non liti. Amaro il commento del Presidente Mattarella in merito ai disordini di Trieste “La violenza sorprende e addolora, ostacola la ripresa del Paese”.

 

Tra le giustificazioni addotte per il mancato consenso al centrodestra si sono ricordate le gravi polemiche e il fango gettato negli ultimi giorni di campagna elettorale. Mi vien da pensare che chi di spada ferisce…Evidentemente si dimenticano gli attacchi ai rappresentanti della maggioranza (vedi Renzi, per esempio), pure carichi di violenza. Purtroppo da tempo si è insinuato nel confronto non la contrapposizione di idee ma la propagazione di paure e di odio. Quanto diversi sono stati i sabati 9 e 16 ottobre: il primo con l’assalto violento e squadrista alla CGIL e il tentativo di attaccare altre istituzioni e il secondo pacifico, pur a ridosso di un turno elettorale.

 

I quasi due anni di emergenza sanitaria hanno cambiato il mondo e anche in Italia sono cambiate molte cose. Oramai siamo in un cambio di epoca, come afferma Papa Francesco. Le relazioni sociali, il pensiero politico, la organizzazione economica hanno il compito di indagare i cambiamenti più radicali per governarli verso innovazioni di sistema e di comportamenti che consentano uno sviluppo accelerato, ma armonico del Paese. I voti mancanti sono facilmente da attribuire a quei ceti sui quali si è infranta la tempesta e non sono stati abbastanza protetti. Il rapporto Caritas sulla povertà è da leggere e rileggere perchè sono molti e importanti i fenomeni sottintesi e i numeri sono, comunque, spaventevoli. 12 milioni di persone soffrono di povertà e di povertà assoluta per cui quando si affrontano i temi di quota 100 e reddito di cittadinanza lo sguardo deve considerare le molte risorse finanziarie che si mettono in campo per finalizzarle agli scopi più opportuni e meno di bandiera.

 

Ci si può intestare anche il successo di fare scelte secondo questa rotta. Si potrebbe dedurre che le elezioni amministrative abbiano fortemente indicato un ritorno del bipolarismo e che quindi le forze politiche vogliano accantonare la riforma in senso proporzionale. Tuttavia il tipo di consenso espresso per le elezioni dei sindaci è piuttosto labile, perché scegliere le persone conosciute è ben diverso che esprimere un voto per liste precompilate, di cui non si conosce quasi nemmeno il capolista. Anche questa riflessione riguarda l’astensionismo, perché quello per le elezioni politiche non è paragonabile a quello recente (70/80% contro il 39%).

 

Si annunciano scadenze istituzionali e date di grandi eventi. L’anno prossimo, dopo la scelta del Capo dello Stato, torneranno gli impegni per le elezioni amministrative. Inoltre Roma sarà interessata a conquistare Expo, ma tutto il Paese, con ricadute sugli enti locali dovrà affrontare le scadenze al 2023 dei progetti PNRR e prepararsi al 2033, Giubileo per la nascita di Cristo. Inframezzati molti eventi di rilievo economico, rinviati a causa di Covid, in diverse città. L’invito è a provvedere per tempo perché la programmazione non è propriamente una virtù delle classi politiche italiane. La coesione per il successo delle nostre città potrebbe recuperare la reputazione delle forze politiche che guardino, tutte, “prima l’Italia” nel contesto europeo.

Un GreenPass  per arrivare a domani

 

Non è uno strumento punitivo creato a danno di chi non vuole vaccinarsi, ma il contrario: in virtù del GreenPass, infatti, chi non si vaccina può liberamente mantenere la sua opzione e avere una vita sociale. L’autore ribadisce la fiducia nella scelta pro-vaccini: in pratica è una risposta, la sua, anche alla recente Dichiarazione dellOsservatorio Card. Van Thuân (“I fatti di Trieste e il sistema GreenPass”).

 

Giorgio Provinciali

 

Quello di Trieste non è stato uno sciopero e non ha seguito le regole e le modalità in cui uno sciopero viene annunciato, messo in atto e in cui si conclude. Non ha riguardato neppure una categoria di persone, non ha avuto rappresentanze sindacali: è stata una protesta, solo di alcune persone, che si è sentita “libera” in questo modo di provocare gravi danni al lavoro degli altri e potenzialmente anche alla Salute Pubblica.

 

Il GreenPass, bisogna metterselo nella testa tutti quanti, non è uno strumento punitivo creato a danno di chi non vuole vaccinarsi ma il contrario: è lo strumento (che altri Paesi non hanno saputo darsi e i risultati si vedono) con cui proprio chi non si vaccina può liberamente mantenere la sua scelta e avere una vita sociale limitando al minimo la probabilità danneggiare il prossimo a causa delle sue “scelte”.

 

Io sono da sempre abituato a ragionare con i numeri: statisticamente un vaccinato ha probabilità quasi zero di finire in intensiva. Un non vaccinato ha invece statisticamente probabilità molto ma molto alte non solo di finirci ma anche di farci finire qualcun altro (che invece della sua “scelta” non condivideva magari nulla).

 

Con il GreenPass si può tenere monitorata questa statistica creando le basi probabilistiche per una casistica d’incidenza di rischio molto, molto bassa.

 

Non è affatto poco.

 

È il motivo per cui noi fondamentalmente stiamo vivendo una situazione di quasi normalità, mentre laddove si è adottato il “liberi tutti” ora le terapie intensive sono intasate.

 

Mi rendo conto che, da che mondo è mondo, certe scelte siano impopolari ma la Storia insegna che chi ha avuto il coraggio di saper guardare oltre e intraprenderle, alla fine dei conti è sempre stato premiato.

 

Su questo genere di proteste il Governo a mio giudizio fa molto bene a toccare immediatamente il tempo, segnando una linea di demarcazione netta tra ciò che è lecito e consentito fare e ciò che invece deborda e sconfina in altri tipi di forme di protesta.

 

Mi trova molto d’accordo la linea Draghi, e cioè la difesa costante di una prospettiva di rigore.

 

Non è da tutti intraprendere scelte impopolari ma lungimiranti e farle anche rispettare: un valore aggiunto che fa la differenza e che abbiamo il dovere di apprezzare.

Le dimissioni di Weidmann, il “falco” della Bundesbank. Buone notizie per l’Italia?

Con luscita di scena di uno dei maggiori oppositori delle politiche monetarie espansive, si rafforza il fronte dei fautori della riforma o del sostanziale accantonamento del Patto di stabilità.

 

Giuseppe Davicino

 

Le dimissioni del presidente della Bundesbank – la banca centrale tedesca – Jens Weidmann, considerato un falco dell’austerità, fanno ben sperare. Bisognerà aspettare di conoscere il nome del suo successore per veder confermata questa impressione anche se le dichiarazioni di Weidmann, riportate dalla stampa tedesca, non sembrano lasciare dubbi sulle ragioni politiche di questa sua decisione. Che sono ragioni di dissenso con la linea di Berlino, dimostratasi intransigente a parole, ma molto meno nei fatti, circa il ruolo assunto dalla Banca Centrale Europea – con la presidenza Draghi e proseguito dalla Lagarde – come prestatore di ultima istanza della zona Euro. Una positiva evoluzione, dal nostro punto di vista, già riscontrabile nella storica sentenza del 5 agosto dello scorso anno con la quale la Corte di Karlsruhe bocciò i ricorsi contro i programmi di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce.

 

Con l’uscita di scena al prossimo 31 dicembre di uno dei maggiori oppositori delle politiche monetarie espansive, si rafforza il fronte dei fautori della riforma o del sostanziale accantonamento, del Patto di stabilità, che ha nel nostro attuale premier uno dei massimi riferimenti a livello europeo.

 

Proprio Mario Draghi, ieri mattina, poco prima dell’annuncio delle dimissioni del capo della Bundesbank, riferendo al Senato per il Consiglio europeo di questa settimana, aveva posto l’accento sull’intervento dello stato, definito senza alternative, per attuare la transizione ecologica e digitale in modo adeguato ed equo. Ed aveva indicato un traguardo per riportare l’Europa ai vertici dell’innovazione: quello di portare dal 9 al 20% la quota europea nella produzione mondiale dei semiconduttori. Obiettivi che presuppongono un cambio strutturale delle politiche monetarie, oltre le emergenze.

 

L’austerità ha infatti, significato, oltre a una riduzione delle risorse per le politiche sociali, anche scarsità di quelle per la ricerca, l’innovazione, determinando un’arretratezza delle infrastrutture di cui soffre l’Europa nei confronti delle aree più dinamiche del mondo, e di cui soffre la stessa Germania, che pure ha tratto i maggiori benefici dalle politiche ordoliberiste. Basti pensare che il numero dei brevetti registrati negli Stati Uniti ha visto nell’arco di un decennio i brevetti presentati dalla Corea del Sud (che non ha immolato le risorse per la ricerca sull’altare del pareggio di bilancio) eguagliare e poi quasi doppiare quelli tedeschi.

 

Anche il migliore degli scenari che potrebbe aprirsi dalle dimissioni di Weidmann, quello di un whatever it takes senza più limiti temporali, non appare privo di incognite. Se da un lato il ruolo della Bce sembra destinato ulteriormente a crescere nel delicato equilibrio fra i poteri europei, occorrerà vedere come questa centralità sarà usata non solo nella gestione dei programmi europei per la ripresa ma anche rispetto all’avanzare di innovazioni come la moneta digitale delle banche centrali, che aprono orizzonti inediti e tutti da valutare.

 

Nel contempo anche la critica del banchiere centrale tedesco dimissionario, quella di una sola attenzione ai rischi di deflazione a scapito di quelli di inflazione, ha le sue ragioni. Infatti, se la continuazione della linea del rigore è un problema per l’Europa, anche far convivere la Germania con l’inflazione non sarà, perchè mai lo è stato, operazione priva di rischi.

 

In tutto ciò spiace dover osservare che mentre il dibattito sulla costruzione dell’Europa è entrato in una delle sue fasi più delicate, quasi a dover procedere allo sminamento del percorso per poi poter accelerare, e con un premier che pur non essendo onnipotente, dimostra di avere ben chiaro come intervenire, risulta poco adeguata al momento la capacità dei partiti, o di ciò che ne rimane, di presentare non solo sui media, ma capillarmente sul territorio questo dibattito nei termini appropriati e concreti che certamente susciterebbero le domande e l’attenzione dei cittadini. Un compito a cui i cattolici democratici e popolari non mancheranno certo di adempiere.

La Libia 10 anni dopo la fine di Gheddafi. L’esame critico dell’ISPI.

A 10 anni esatti dalla morte, il fantasma di Muammar Gheddafi continua ad aleggiare sulla Libia. Che si avvia al voto del 24 dicembre, per lasciarsi alle spalle un decennio perso.

 

Federica Saini Fasanotti

 

Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi veniva catturato a Sirte, sua città natale, e trucidato da combattenti delle forze ribelli. Dalla città costiera la notizia della morte del ‘Qaid’, guida, capo e leader incontrastato della Libia per più di 40 anni, si propagava in poche ore nel resto del paese e del mondo. “Le manifestazioni di gioia della popolazione, finalmente libera da una dittatura durata 42 anni, raggiunsero ogni piazza del paese, inserendosi nell’ondata d’euforia diffusa che le Primavere arabe stavano producendo nel Maghreb così come in Medio Oriente”, ricorda Federica Saini Fasanotti. In realtà, la fine di colui che Ronald Reagan definì “un cane rabbioso”, che per alcuni era uno sponsor del terrorismo e per altri ancora un ‘campione’ del panafricanismo, avrebbe segnato l’inizio di un decennio di turbolenze che hanno portato la Libia sullorlo del baratro, alimentando crepe che tuttora ostacolano l’unità del paese. Di fatto il paese nordafricano è ancora in guerra, attraversato da eserciti stranieri e privo di istituzioni forti, diviso e controllato da una nebulosa di gruppi armati, tribù e fazioni l’un contro l’altra armati, incapaci di ridare vita a un vero e proprio stato unitario. Oggi, a 10 anni dalla sua morte, il fantasma del dittatore continua ad aleggiare su un paese tradito due volte: nelle aspettative create dalla rivoluzione e dalle potenze straniere intervenute per ‘liberarlo’.

 

Una morte e molti misteri?

 

Sulla morte dell’ex dittatore libico, sono ancora molte le domande rimaste in sospeso. Tra chi uccise Gheddafi cerano degli infiltrati? È verosimile che nell’esecuzione a bruciapelo del raìs fossero coinvolti governi stranieri che avevano interesse a mettere a tacere una voce, la sua, che avrebbe potuto rivelarsi scomoda? Intorno al nome di Muammar Gheddafi, infatti, ruota l’inchiesta sui presunti finanziamenti libici nella campagna per le presidenziali francesi del 2007 che portò all’Eliseo l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy. Una clamorosa vicenda politico-giudiziaria rivelata dal sito d’informazione indipendente Mediapart, per cui Sarkozy è indagato dal marzo del 2018. In sette anni di indagini, i giudici di Parigi hanno fatto emergere un vero e proprio “sistema Sarkozy”, una rete di personalità francesi e libiche coinvolte in un caso complesso che racchiude interessi politici, diplomatici ed economici, con numerose zone d’ombra. “Una vicenda che – scrive Mediapart – potrebbe aver giocato un ruolo, coi suoi inconfessabili segreti, anche nell’interventismo militare francese in Libia, che precipitò la caduta e la morte di un dittatore che era stato ricevuto in pompa magna a Parigi”. Nell’ottobre 2017 una quindicina di associazioni della società civile di diversi paesi africani hanno denunciato l’ex presidente francese alla Corte penale internazionale dell’Aia, accusandolo di essere responsabile dell’uccisione di Gheddafi nel 2011. Fatto sta che, dopo un decennio, quanto accaduto a Sirte è ancora molto attuale.

 

Un vuoto di potere durato 10 anni?

 

Il giorno in cui l’ex dittatore libico è stato ucciso c’erano molti libici che festeggiavano, ma anche molti costernati dalle circostanze della sua morte. “La gente voleva che Gheddafi fosse portato davanti alla giustizia”, racconta Mary Fitzgerald, del Middle East Institute di Washington, “per molti libici l’esecuzione in stile mafioso di Gheddafi ha ‘disonorato’ una rivolta di cui andavano orgogliosi”. Ma non è solo per questo che l’anniversario di oggi in Libia, è accompagnato da un misto di sentimenti contrastanti su cui prevale la delusione seguita al tradimento delle aspettative sorte all’indomani della sua fine. La caduta di Gheddafi non è riuscita a portare democrazia e stabilità e, meno di tre anni dopo la sua morte, la Libia si ritrovava divisa in due campi rivali. La decisione dell’amministrazione post-rivoluzionaria di vietare agli ex-gheddafiani di ricoprire cariche pubbliche “ha svuotato di ogni competenza le istituzioni statali”, osserva Fitzgerald. E quando il vuoto di potere è diventato evidente, il paese si è fratturato lungo linee etniche, tribali e ideologiche, precipitando in una spirale di guerra civile in cui ogni milizia ha trovato sponsor stranieri pronti a sostenere una fazione e contendersi il controllo sulle risorse petrolifere del paese. Se a spingere per l’intervento armato e la rimozione di Gheddafi nel 2011 erano stati principalmente Stati Uniti, Regno Unito e Francia, oggi – dopo il lungo conflitto tra istituzioni della Cirenaica e Tripolitania – sono Turchia e Russia ad emergere come principali forze di influenza presenti in Libia.

 

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La Libia 10 anni dopo la fine di Gheddafi

Dopo i ballottaggi parte il “Centro”.

A Benevento s’è registrato l’exploit di Clemente Mastella, vittorioso contro il blocco di centrosinistra e quello di centrodestra. Qualcosa si muove al centro. Certo, è indispensabile individuare la figura di un “federatore” capace di unire le varie sensibilità culturali, politiche ed ideali che non si riconoscono più negli “opposti estremismi”.

Dopo i ballottaggi, come ben sapevamo già sin dalla vigilia, si apre una nuova stagione per la politica italiana. Una fase che, inevitabilmente, sarà caratterizzata dal ritorno di una forza – o meglio di una “federazione” – di “centro”. L’ha spiegato, con semplicità ma con chiarezza il neo Sindaco di Benevento Clemente Mastella, uno dei pochi leader politici italiani a vincere il ballottaggio in una grande città con uno schieramento composto da liste al di fuori del centro destra e del centro sinistra. 

Un progetto politico, quello del “centro”, che non poteva decollare prima del voto amministrativo e dei conseguenti ballottaggi ma che, appena finito questo doppio appuntamento, non può che farsi largo. E questo anche alla luce di ciò che è realmente emerso dalle urne. E cioè, una sinistra che tiene e si rafforza soprattutto dopo aver ritrovato la sua identità tradizionale “dell’antifascismo militante” – decisiva, al riguardo, anche la manifestazione indetta dai sindacati il giorno prima delle elezioni – e un centro destra letteralmente in crisi e potenzialmente distrutto da questa competizione amministrativa. Candidati sbagliati nelle grandi città, guerra per la leadership in piena campagna elettorale, perdita secca di voti nelle tradizionali aree di consenso – dalle mitiche e decantate periferie al voto di protesta agli stessi insediamenti tradizionali come ad esempio la città di Varese, tanto per citare un solo comune – che fanno del centro destra una alleanza alquanto debole, frammentata e disomogenea.

Ora, è del tutto evidente che in quadro del genere entrambe le coalizioni necessitano di una presenza di “centro” che sia in grado di spezzare una sorta di “opposti estremismi” che ormai caratterizza la politica italiana da troppo tempo. Certo, a sinistra non è ancora ben definita la presenza del populismo giustizialista e manettaro dei 5 stelle ma, credo, è del tutto evidente che il futuro di quel partito è destinato ad essere incardinato – al netto del trasformismo sul piano delle alleanze che lo contraddistingue – all’interno della coalizione di sinistra e progressista.

Un “centro”, comunque sia, in grado di porsi come un’area politica, sociale e culturale che batta alla radice quella radicalizzazione della lotta politica che resta uno degli elementi decisivi che rallenta la stessa azione di governo. O per motivi ideologici e del tutto al di fuori della reale contesa politica contemporanea – basti pensare alla solita e puntuale polemica fascismo/ antifascismo alla vigilia di ogni consultazione elettorale importante – o per la semplice volontà di annientare definitivamente il nemico politico. Che non è mai una parte con cui confrontarsi ma sempre e solo un campo da delegittimare moralmente prima e da eliminare politicamente dopo.

Ecco, oltre ad una classe dirigente qualificata, ad una vera cultura di governo, ad un rispetto rigoroso e puntuale delle istituzioni democratiche e dello Stato, al rispetto di una autentica cultura della mediazione e ad una rinnovata qualità della democrazia, anche e soprattutto si deve lavorare per un profondo rispetto dell’avversario che resta la vera cifra distintiva per una vera “politica di centro”. Perchè se dovesse prevalere la solita logica della contrapposizione frontale e dello scontro infinito e strutturale, prima o poi sarebbe lo stesso paese a cadere nella spirale del non governo se non addirittura della polemica perenne e frontale. Con conseguenti, e del tutto prevedibili, scontri di piazza a cui abbiamo assistito in queste ultime settimane per le tematiche più svariate. E, non a caso, una formazione – o federazione – di “centro” quasi si impone per la stessa garanzia di avere una vera cultura di governo.

Certo, è indispensabile individuare la figura di un “federatore” che sappia unire le varie sensibilità culturali, politiche ed ideali che non si riconoscono più negli “opposti estremismi” e che sappia declinare un progetto capace di superare quella dicotomia a cui abbiamo fatto riferimento poc’anzi. Ma, come ovvio e persin scontato, la figura di un “federatore” risponde più ad una preoccupazione tecnico/operativa che non ad una vera e propria priorità politica. Quella è persino troppo chiara per essere ancora richiamata e descritta.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, conosciamo tutti quali sono le forze attuali, e potenziali, che possono riconoscersi in questo progetto e che oggi, stancamente, si collocano ancora nei due campi contrapposti. Un progetto politico che si attrezza e si prepara in vista delle prossime elezioni generali e che, sin d’ora, può risultare come un elemento determinante e decisivo per la vittoria finale di uno dei due schieramenti principali in campo.

Riflessioni dopo il voto di un democratico cristiano

Quale sarà il futuro di Draghi, da tutti considerato la garanzia migliore dell’Italia sul piano internazionale e per l’attuazione del PNRR? Con l’elezione del Presidente della Repubblica, decisiva sarà anche la scelta della legge elettorale. L’obiettivo come democratici cristiani è concorrere alla costruzione di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale,

Quasi il 60% di renitenti al voto alle elezioni comunali. Da lì bisogna ripartire per comprendere il grado di crisi della nostra democrazia. La disaffezione della politica, il disagio sociale e le manifestazioni di piazza, la crisi morale, culturale e sociale, in una parola l’anomia che pervade la società italiana, sono state le ragioni della mancata partecipazione al voto. Tutte concorrenti a rappresentare la crisi dei partiti che sta alla base della crisi del sistema.

In questa mancata partecipazione al voto, pesantissima  è stata la nostra assenza, ossia quella del nostro partito e di altri movimenti e gruppi che insieme a noi sono interessati al processo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Tranne alcuni amici coraggiosi come i DC siciliani, i DC e popolari di Rionero, i DC piemontesi, è pressoché raro trovare liste di democratici cristiani, salvo qualche candidato inserito in liste di partiti più o meno affini e dei quali non conosciamo gli esiti.

Ha vinto il PD di Letta e hanno perso le destre nazionaliste e populiste della Meloni e di Salvini. Gli elettori, ancorché solo il 25% votanti, hanno deciso che queste destre non sono adeguate a guidare le città, e, permanendo le loro posizioni estreme di contestazione al governo, come quelle della Meloni, e collegate con partiti antieuropei, come anche la Lega, difficilmente potranno aspirare alla guida del governo nazionale.

Anche la sinistra dovrà fare i conti con la crisi del M5S e con le difficoltà che, il progetto di “campo largo” annunciato da Enrico Letta, incontrerà passando dai propositi alla concreta realizzazione. Dopo questo voto si annuncia un processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche italiane. Primo banco di prova, la prossime elezione del Presidente della Repubblica, nella quale il Parlamento allargato alle rappresentanze regionali, dovrà decidere quale ruolo assegnare a Draghi, da tutti considerato la garanzia migliore dell’Italia sul piano internazionale e per l’attuazione del PNRR. E con l’elezione del Presidente della Repubblica, decisiva sarà anche la scelta della legge elettorale da parte di un Parlamento nel quale, molti deputati e senatori sono assai incerti del loro futuro.

Quanto a noi DC dobbiamo renderci conto che se permanesse una legge maggioritaria, il progetto politico avviato nel 2012, ossia di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione 25999 del 23.12.2010 ( “ La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”) è praticamente impossibile. Com’è già accaduto in diversi comuni, il nostro residuo potenziale elettorato si tripartirebbe tra destra, sinistra e astensione e anche al nostro interno si proporrebbe la stessa inevitabile divisione.

Solo con una legge proporzionale con sbarramento il progetto più ampio di ricomposizione politica dell’area  cattolico democratica e cristiano sociale potrebbe avere ancora, non solo una possibilità, ma sarebbe quanto mai utile per il nostro Paese. Tale progetto, però, richiede di riprendere da subito una forte iniziativa con quanti della nostra area culturale e  politica sono interessati a questo obiettivo. Va superata la rincorsa inutile sin qui tentata verso l’UDC, ferma nel subalterno ruolo alla destra sovranista e nazionalista, e a cui dovrà essere definitivamente  contestata la rendita derivante dall’utilizzo del nostro storico scudo crociato, mentre si dovranno ricercare tutte le possibilità di dialogo con gli amici della Federazione Popolare, di Rete bianca, di Insieme, e dei tanti gruppi, movimenti e associazioni che sentono come noi l’esigenza di un ritorno in campo della nostra cultura politica. L’obiettivo è concorrere alla costruzione di un centro laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, transnazionale, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra senza identità, ispirato dai principi della dottrina sociale della Chiesa, disponibile alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare la Costituzione repubblicana.

Falliti sin qui i tentativi a livello centrale, dovremo ripartire dai territori: regione per regione, comune per comune, attivando comitati civico popolari di amici, elettrici ed elettori, che si ritrovano sui valori del popolarismo sturziano e degasperiano.  Per una nuova partecipazione politica dalla base sui temi prevalenti glocali, ispirati dai valori della dottrina sociale cristiana. A quel 60% di renitenti al voto va offerta una nuova speranza e, come altre volte nella storia dell’Italia, spetterà ancora ai cattolici democratici e ai cristiano sociali concorrere a tale necessità.

Ettore Bonalberti – Vice segretario nazionale DC

Il ruolo degli intellettuali contro la pandemia dell’ignoranza. Breve recensione del libro “Intellettuali” di Sabino Cassese. 

Chi è l’intellettuale? Non l’aristocratico che si erge sugli altri, non il seguace di Epicuro che vive nascosto, non lo “specialista” disciplinare, né l’erudito per somma di cognizioni, non il narcisista che detta lezioni. In primo luogo, a giudizio di Cassese, è un esploratore.

Il libro di Sabino Cassese, eminente giurista, già Ministro e Giudice Emerito della Corte Costituzionale, non poteva forse trovare collocazione migliore di quella che la casa editrice Il Mulino gli ha riservato nella collana “parole controtempo”. E nell’incipit della sua opera l’autore riassume una formula che spiega perché egli abbia dedicato la sua riflessione al tema degli “intellettuali”, una tipologia metastorica di pensatori, che origina dagli esordi delle prime civiltà e conserva vivi ed attuali il suo ruolo e la sua missione: “se uno vale uno, l’uno vale l’altro, non c’è differenza tra il sapiente e l’ignorante”. Ed è proprio nei “tempi bui” che si avverte l’assenza e insieme la necessità degli intellettuali, oltre a quella dei mezzi di cui possano avvalersi per farsi ascoltare”. Non è necessario un tomo ponderoso al prof. Cassese per esplicitare la sua argomentazione sul tema, gli sono sufficienti un centinaio di pagine ed una appendice ricca di citazioni bibliografiche che esprimono una cultura metabolizzata che apre ad una visione ampia della realtà.

Perché un vero intellettuale è innanzitutto una persona colta e desiderosa di conoscere e di sapere, requisiti necessari e prodromici per chi vuole spiegare, “disvelando” e illuminando. In ciò si distingue dal ciarlatano che discetta di tuttologia senza radicati fondamenti e convincenti spiegazioni: una congerie che si è andata diffondendo nel corpo sociale per una molteplicità di fattori. La semplificazione culturale, la perdita della memoria storica, la globalizzazione digitale che ha favorito un accesso indiscriminato a residuati pseudoculturali fondati su luoghi comuni e dicerie impulsive dilaganti nel web, l’omologazione del ‘pensiero pensato’ che circola e viene metabolizzato senza il discernimento del ‘pensiero pensante’ e critico, in parte il fallimento del ruolo della scuola e poi la pluralità delle agenzie formative, l’avvento di una generazione di sedicenti esperti che dispensano saperi fast food, l’obsolescenza della tradizione come fonte ineguagliabile cui attingere: perché la cultura è sempre un mix di ratio e traditio, di cambiamento e di conservazione. 

Le epoche di crisi e di smarrimento, e noi viviamo quella ereditata dalla deriva di inesorabile dissoluzione dell’identità che ha percorso tutto il ‘900, sono – come lamentava lo storico Johan Huizinga nel 1935 – caratterizzate da un ‘generale indebolimento del raziocinio’. L’intellettuale rischia oggi – come sempre nella storia – una marginalizzazione rispetto agli orientamenti culturali pervasivamente diffusi ed acriticamente assunti: quanto in ciò possa influire una politica miope e priva di lungimiranti ispirazioni Cassese non lo dice in modo esplicito ma lo lascia certamente intendere. Una società senza guida brancola nel limbo dell’indeterminato e lo spaesamento che da qualche decennio viviamo, sia esso determinato da una fluidità inafferrabile come descritto da Zygmunt Bauman o privo di approdi rassicuranti come iconicamente evocato nella rappresentazione del naufragio, riconsiderata da Hans Blumenberg come paradigma di una metafora dell’esistenza, esprime sempre una condizione di precarietà.

Sabino Cassese, persona colta ed esso stesso fine intellettuale, ricco di esperienza e di sapientia cordis, ritiene necessaria una caratterizzazione epistemologica del ruolo, della funzione, dei compiti e della stessa ragion d’essere della figura dell’intellettuale, partendo da una dissimulazione di ciò che “non è “. Non l’aristocratico che si erge sugli altri, non il seguace di Epicuro che vive nascosto, non lo “specialista” disciplinare, né l’erudito per somma di cognizioni, non il narcisista che detta lezioni.

Quali sono dunque secondo Cassese i requisiti pertinenti ed utili a connotare questa figura umana? La prima dote è l’istinto esploratore, la seconda il sicuro possesso del passato (“camminiamo su orme” e la vita è riempire di presente le forme mitiche originarie” – Thomas Mann), poi una funzione cosmopolita (il saper far dialogare “gli hommes d’esprit” come intuì Paul Valery), infine “l’intima dedizione al proprio compito e una grande probità”, potremmo chiamarla ‘rettitudine’ poiché è requisito che si avvalora nei propri comportamenti e nel loro riconoscimento da parte degli altri. Potremmo riunire queste precipue doti con una capacità che le riassume: quella di saper argomentare e di dialogare con tutti, favorendo in ciò la crescita culturale del singolo e della società.

Un fermo immagine concettuale che ricorda l’idea di educazione in Emile Durkheim, una capacità maieutica e una abilità ordinativa, di indirizzo, apertura, confronto, orientamento. Nulla a che vedere con la platea degli opinionisti o degli influencer oggi prevalenti (e in ciò si giustifica il disagio degli intellettuali nel sentirsi spesso incompresi o sottostimati) : se ne deduce che il loro valore si misura ‘dopo’, nel tempo e nella lungimiranza dei temi e della loro trattazione. Uno scenario riscontrabile e tangibile nella pochezza culturale dei talk show televisivi, per non parlare del linguaggio e dei social, generalmente usati come contenitori dove svuotare le proprie irrazionali e irragionevoli pulsioni, un universo indeterminato e cangiante di apparenze effimere e virtuali, dove è più facile perdersi che ritrovarsi.

Come disse Mozart… “tutto è stato composto ma non ancora trascritto”: compete dunque agli intellettuali – che hanno una formazione accademica e alta e sono spinti dal desiderio di apprendere, misurare e commisurarsi, il compito di “saper leggere” le profondità nascoste, per farle emergere come beni comuni, sentieri culturali aperti che tutti potrebbero percorrere. Il compito degli intellettuali è dunque quello di assumere il sapere e la conoscenza come doveri per “far trasparire” la visione più ampia delle cose: Sabino Cassese approfondisce questo concetto e lo arricchisce di ulteriorità. Un intellettuale deve innanzitutto “definire il significato dei concetti e delle parole”, per stabilire una grammatica condivisibile, deve poi valorizzare il passato come fonte di conoscenza consapevole e ciò vale tanto per la filogenesi quanto per l’ontogenesi, suo compito è generare il gusto, l’illuminazione del sapere più che il fornire nozioni (“non riempire il secchio ma accendere il fuoco”, secondo la metafora di Plutarco ripresa da Rabelais) , indi fornire spiegazioni e chiavi di lettura, favorire l’uso pubblico della ragione, deve infine agevolare la coesistenza di pensiero e azione, teoria e pratica, “innovando con modi nuovi gli ordini antiqui” (Machiavelli) , in ultimo favorire i processi di universalizzazione della cultura mediante una visione cosmopolita della realtà.

Senza dimenticare che essere intellettuali per vocazione o per scelta è un dono che deve essere messo al servizio dell’umanità per insegnare soprattutto il metodo della riflessione e l’uso del pensiero critico come strumenti di nobilitazione della condizione umana: questo implica in nuce il possesso della necessaria umiltà, per evitare che il tutto sia colto come l’intenzione di impartire una lezione.

Viene in mente un’espressione usata da Sant’Agostino nel descrivere gli uomini di fede, cui competono responsabilità e doveri nei confronti del popolo dei credenti: usandola qui, in senso laico,  essa vale per costoro ma a maggior ragione oggi ancor di più per i miscredenti, i negazionisti, i nichilisti in questa epoca di rimescolamento di valori, di intorbidamento della realtà e di preclusioni dogmatiche.

Potremmo dire con Sant’Agostino, dunque, che gli intellettuali  sono come i “montes”, le montagne che sono le prime ad indicare e godere l’apparire, il sorgere del sole.

Cogliere per primi la luce e il calore assegna agli intellettuali un compito che contiene dunque una potenzialità espressiva straordinaria.

Natale pandemico (secondo Nota Design)

La fortuna di una bambola americana, Lulu Achoo, che allinea le sue performance alle sensibilità (anche) dei bambini in questa fase post Covid

A volte c’è qualcosa di confortante nella rapacità commerciale americana. La “variante delta” e gli altri contorni della pandemia Covid hanno finora ucciso 725 mila cittadini Usa – continuando a mietere circa duecento vittime al giorno – ma l’opportunità ludica (e di guadagno) non è passata inosservata. La vita continua e dimostra che: “non tutto il male vien per nuocere (ai conti)”…

La bambola che appare qui sopra – Lulu Achoo, (dove “achoo” esprime in inglese il suono di uno starnuto, come l’eccì italiano) – è, negli States, in assoluto tra i giochi più ricercati da mettere sotto l’albero per il prossimo Natale. Lulu è una vittima interattiva. Quando non sta bene, il nasino e la fronte si illuminano di rosso per far vedere che ha la febbre. Starnutisce, tossisce e cerca di coprirsi la faccia con le manine. È anche possibile farle soffiare il naso, con tutti gli effetti sonori del caso, come illustra uno stomachevole filmino su YouTube (qui).

Il cuoricino di Lulu batte e può essere “auscultato” con lo stetoscopio giocattolo in dotazione, fornito ovviamente insieme al termometro per misurare la temperatura. C’è il fazzoletto per pulirle il nasino e un “tablet medico” con delle schede diagnostiche che permettono alla sua “mammina” di identificare il malanno e di curare la bambola a dovere. C’è anche il cucchiaino per darle la medicina (finta). Lulu, secondo la consuetudine Usa, è disponibile in diverse tonalità di pelle.

La bambola è sui listini di tutti i principali giocattolai americani a un prezzo che si aggira intorno ai $53 – circa €48. Amazon la offre in sconto a $40, ma con i costi di spedizione si torna comodamente in linea con i prezzi degli altri dettaglianti. Per farla arrivare in Italia costerebbe comunque altri $30. Potrebbe, nel caso, anche essere un’idea investire in una scorta di pile per evitare una tragedia domestica il giorno in cui il cuore di Lulu dovesse smettere di battere…

Nota Design esce ogni settimana con la collaborazione di Intesa San Paolo

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Vince il Pd, ma pesa il macigno dell’astensionismo.

Che fare da qui alle elezioni politiche? Una nuova proposta dei riformisti non può venire dal partito dei sindaci. In giro, causa la mancanza di “maggioranze reali”, ci sono tante “anatre zoppe”. Bisogna definire a monte, perciò, il disegno di una nuova coalizione di centro sinistra in grado di vincere nel 2023.

Il dato dell’affluenza al termine dei ballottaggi ha confermato la scarsa partecipazione in questa tornata elettorale che riguardava numerose amministrazioni locali. Ciò è tanto più grave quanto più evidenzia un malessere in evidente espansione, anche nel contesto delle autonomie locali. Di regola l’astensionismo colpisce la politica nazionale, non la dimensione comunitaria di grandi e piccoli centri. Invece, soprattutto nelle principali città chiamate al voto, stavolta ha tradotto in formula plastica l’apatia di massa, come se il cittadino medio abbia momentaneamente staccato la spina volendo denunciare la perdita di valore della politica, o meglio di “questa” politica.

Si cerca di capire, ma intanto appare chiaro il messaggio di un elettorato che patisce la dissoluzione di parametri finora intangibili. Chi ne ha pagato il prezzo più consistente? Senza dubbio il centrodestra, visti i risultati di ieri che vedono sul podio del vincitore il Pd e i suoi alleati. Non è solo l’effetto di un contraccolpo tecnico, ovvero il precipitato della demotivazione così conclamata nell’ambito di quel segmento elettorale un tempo egemonizzato da Berlusconi; è anche, in termini seri e concreti, la tendenziale ripresa di tono del riformismo, oggi corroborato dall’azione di Draghi e quindi assorbito, non senza vantaggio, nella manovra laboriosa di Letta.

È necessario allora valutare bene le possibili evoluzioni. Questa spinta sotterranea alla trasformazione del “fattore Draghi” in scelta elettorale consapevole, può essere intercettatata con successo dal Pd o si rende piuttosto obbligato un percorso più largo, con la ricostruzione di un’alleanza più equilibrata tra il centro e la sinistra? L’interrogativo chiama in causa la responsabilità dei cattolici democratici. Essi, in parole povere, possono rafforzare il loro impegno nel Pd o lanciare una prospettiva diversa, quella di un centro democratico e progressista in grado di garantire un assetto più maturo della coalizione riformatrice. 

Nella grande scatola dell’astensionismo ci sono elementi vari – interessi, bisogni, volontà – che non hanno una loro nitida conformazione. Siamo in presenza di un magma che solo l’abilità della politica può adattare a una figura precisa. Se questa abilità manca, la figura non prende forma: perché dovrebbe emergere, dunque, un profilo più forte del riformismo a fronte di una fragilità di proposta complessiva? Non basta affidarsi al buon esito delle amministrative. Tutto è plausibile, infatti, meno l’affaticarsi attorno alla ritessitura di un partito dei sindaci. In giro ci sono tante “anatre zoppe”, appunto per colpa della scarsa rappresentatività di sindaci senza maggioranza reale, alle quali non si può chiedere ausilio per rilanciare dal basso la proposta del centro sinistra. Il problema, si sarebbe detto nel ‘68, è a monte.

Gualtieri, il rapporto tra etica e politica e tra religione e politica: ecco la “visione strategica” del nuovo sindaco di Roma.

Il 6-7 ottobre 2006 si svolse a Orvieto un seminario dal titolo “Per il Partito democratico”. Una delle relazioni principali, in occasione di quell’incontro propedeutico alla formazione del nuovo soggetto unitario dei riformisti, fu affidata a Roberto Gualtieri. Di seguito riportiamo la parte conclusiva del testo in questione, con la possibilità di accedere, attraverso il link a fondo pagina, alla sua lettura integrale.

Il punto da cui partire è la consapevolezza che il grande rinnovamento intellettuale di cui il paese ha bisogno non potrà essere disgiunto da quello morale. Se non vuole ridursi a semplice procedura o rappresentanza di interessi, la democrazia deve essere infatti innervata da forti motivazioni etiche, e ciò impone di misurarsi con il tema di un orizzonte etico condiviso e con la questione della laicità della politica. È necessaria però una premessa metodologica, che riguarda l’esigenza di considerare l’etica e la politica come attività distinte, ossia reciprocamente autonome anche se in rapporto tra loro. È una distinzione importante, perché la tendenza attualmente così diffusa a politicizzare le questioni etiche o ad affrontare i problemi politici con gli strumenti dell’etica costituisce un indicatore allarmante di una duplice crisi, che investe sia la sfera della politica che quella dell’etica. Evitare commistioni improprie tra etica e politica è quindi la prima condizione per misurarsi con il problema vivissimo della decadenza morale del paese e della necessità di un orizzonte etico condiviso.

Per farlo, credo sia importante partire da un duplice presupposto. Da un lato, il riconoscimento che le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa costituiscono un alimento vitale per la democrazia soprattutto di fronte alle nuove sfide che essa è chiamata ad affrontare; dall’altro, la consapevolezza che, per svolgere questo ruolo, la religione non può che accettare pienamente la dimensione della laicità, che è il terreno che ha reso viva la sua presenza nel mondo contemporaneo. Ciò significa evitare, da parte di tutti, il piano dell’etica normativa e dei principi non negoziabili, che costituiscono un patrimonio inviolabile degli individui, e muoversi sul piano dell’etica condivisa. Un’etica del lavoro e della responsabilità, che si concentra sulle opere e sui progetti, un’etica della persona e del dialogo, aperta al confronto fra tutte le posizioni presenti nella comunità.

Tale approccio non riguarda solo la laicità dello Stato (che peraltro è già regolata in modo esemplare dalla Costituzione repubblicana), ma consente di affrontare anche il problema della laicità della politica, cioè del modo concreto di definire il sistema di valori con cui un partito politico affronta, nel suo agire, i problemi nuovi che sorgono dagli sviluppi delle scienze e delle tecnologie, dall’espandersi della convivenza multietnica e multireligiosa, dagli sviluppi della sovranazionalità. Di fronte a questioni di tale portata, l’etica condivisa può consentire di realizzare non solo un reciproco riconoscimento di principi, ma anche di affrontare la sfida dell’elaborazione di una “tavola di valori” comuni a cattolici e socialisti, credenti e non credenti, intorno ai quali orientare la ricerca di soluzioni nuove ai problemi della nostra epoca.

Anche per questo, la costruzione del Partito democratico costituisce un’impresa appassionante e un laboratorio prezioso, che può contribuire in modo originale all’apertura di una nuova stagione della democrazia e della libertà.

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La guerra del gas

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata. Una tale generosità, tuttavia, ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore. Il gas sarà una nuova arma strategica?

Ai tempi della guerra fredda c’erano trame, intrighi, misteri. C’erano agenti segreti, col volto coperto dal bavero dell’impermeabile; uomini loschi che si scambiavano informazioni negli angoli bui, in quei quartieri adatti solo alla vita dei ladri, degli assassini e dei cospiratori. Oggi non è più così. Con internet tutto è cambiato. Nel villaggio globale ogni account è una finestra nella vita dell’altro; ognuno di noi è una potenziale spia e le informazioni, vere o false, sono alla portata di tutti, senza bisogno di intermediari. Il KGB faceva spesso uso delle “trappole al miele”: a volte erano sesso, altre volte erano informazioni. 

Oggi si usa l’energia. “L’inverno sta arrivando” ripete allarmisticamente la narrazione nella celebre serie televisiva de Il trono di spade. E l’inverno giunge anche per noi, col suo vento freddo che stavolta sembra avere l’odore del gas. Il maggior produttore di questo combustibile sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Russia e dall’Iran. La Russia, grazie alla sua vicinanza con i Paesi europei, svolge un ruolo importante nell’approvvigionamento di gas naturale. Alla vigilia dell’anno 2022, in un momento in cui il costo dell’energia sale, a causa della crisi economica post-Covid19, la Russia si offre come salvatrice dell’Europa. Putin aumenterà le forniture di gas, provvedimento che farà comodo a tutte la nazioni e in particolare alla Germania: grazie al progetto russo Nord Stream 2, il nuovo gasdotto che aggira il territorio ucraino, i tedeschi potranno godere in maniera diretta del prezioso gas russo. 

Nella nostra attuale economia, ancora così energivora, ossia dipendente da fonti quali gas naturale, petrolio, energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari, persino dal sorpassato carbon fossile, un’economia verde, a zero emissioni, appare ancora un miraggio, giustificando il “bla bla bla” dei governi secondo le recriminazioni dell’attivista-bambina Greta Thunberg, governi che ancora non riuscirebbero ad aggirare la dipendenza delle nostre società dalle antiche ed inquinanti forme di energia. 

A ottobre 2021 in Italia la bolletta del gas è aumentata del 14,4% rispetto al prezzo di settembre. La richiesta di gas cresce e alcuni Paesi pur di non aumentarne il costo ai propri cittadini, già umiliati dalla recessione e dalla pandemia, preferiscono riaprire le centrali a carbone. Il solare e l’eolico, su cui tanti avevano riposto la loro fiducia, hanno tradito le aspettative di chi, come l’Inghilterra, vi aveva investito tanto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, potrebbero esportare più gas in Europa ma, attualmente, non hanno i mezzi per aumentare la fornitura

L’inverno sta arrivando, così come la maggiore richiesta di gas per i riscaldamenti. La Russia offre una risposta concreta e immediata. Una tale generosità, tuttavia, ha il sapore di una “manipolazione di mercato”, quella di un Paese che potrebbe utilizzare le necessità altrui a suo favore. Il gas sarà una nuova arma strategica? E’ chiaro che, come la Russia oggi è disponibile ad aumentare la fornitura di energia, sotto forma di gas naturale, è altrettanto chiaro che un’eccessiva dipendenza dalla sua generosità causerà forti problemi all’Occidente, nel caso in cui Putin o il suo successore, per ragioni politiche, un giorno, decideranno, di colpo, di chiudere quei rubinetti con la stessa velocità con cui li avevano aperti.

Un problema largamente avvertito: l’assegno di invalidità civile solo in caso di inattività lavorativa.

La realtà porta ad osservare la “crudezza” della norma.  È necessario ricordare, insomma, che se si percepisce l’assegno di invalidità non si può svolgere alcuna attività lavorativa: eppure si sa che ci sono invalidi che con la migliore volontà non possono alzarsi dalla sedia a rotelle.

Si riporta, innanzi tutto, il testo del comunicato comparso sul sito dell’INPS in data 15 ottobre 2021.

“Con il messaggio 14 ottobre 2021, n. 3495 si forniscono chiarimenti in merito al requisito dell’inattività lavorativa per la liquidazione dell’assegno mensile di invalidità civile.

La Corte di Cassazione ha stabilito che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa è, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale. Lo svolgimento dell’attività lavorativa, a prescindere dalla misura del reddito ricavato, preclude quindi il diritto al beneficio.

Di conseguenza, l’assegno mensile di assistenza sarà liquidato, fermi restando tutti i requisiti previsti dalla legge, solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario”.

Il messaggio è decisamente conciso e laconico ma altrettanto perentorio ed eloquente: la cd. “pensione di invalidità” spetta solo nel caso in cui il beneficiario non espleti alcuna attività lavorativa (remunerata, pare il caso di aggiungere). Vale infatti la pena di  precisare che la condizione di inattività lavorativa per accedere all’assegno e alle prestazioni di cui gli invalidi civili possono usufruire, è considerata obbligatoria in ogni caso, a prescindere da quale sia l’ammontare o la misura legata al proprio reddito. 

Il pronunciamento della Corte di Cassazione mette dunque una pietra tombale sui requisiti di inattività che integrano la fattispecie della condizione sanitaria di chi può ricevere l’assegno di invalidità, come  previsto dalla legge numero 118 del 30 marzo 1971, successivamente modificata nella legge numero 247 del 24 dicembre 2007. Si tratta di due requisiti paritetici e prodromici all’accesso del beneficio. La logica del chiarimento è decisamente ineccepibile: se si espleta un’attività lavorativa si perdono i requisiti all’assegno. 

Nell’ambito dei processi di semplificazione per l’accesso ai servizi della Pubblica Amministrazione, peraltro, vengono contemporaneamente introdotte nuove procedure semplificate per consentire agli aventi diritto di essere sottoposti alla verifica dell’accertamento delle condizioni sanitarie necessarie al fine di ottenere l’assegno di invalidità civile (la prima delle quali è il riconoscimento dell’invalidità nella misura pari o superiore al 74%): l’istanza può essere inoltrata, infatti, esclusivamente per via telematica, avvalendosi dell’ausilio di associazioni ed istituti abilitati, quali sono i CAF, i patronati, i sindacati, le associazioni di categoria. il sistema informativo produrrà in maniera automatica una ricevuta con il protocollo assegnato alla domanda, che sarà quindi inviata anche alla Commissione dell’Azienda sanitaria territoriale (ATS) , per il necessario adempimento dell’accertamento medico collegiale. Al termine della visita di accertamento, poi, sarà redatto da parte della Commissione un verbale elettronico in cui sarà riportato l’esito della richiesta e il grado percentuale di invalidità eventualmente riconosciuta.

Fin qui il discorso è chiaro e – direi – anche altrettanto noto a chi percepisce la pensione di invalidità, restando nell’ambito tematico delle procedure e dei requisiti. Se entriamo invece nel merito del ‘quantum’ e consideriamo l’importo attuale dell’assegno di invalidità notiamo che esso ammonta ad oggi  a 287,09 euro mensili: una cifra che si commenta da sola, senza applicare diagrammi, algoritmi o logiche computazionali. Osservare che la giurisprudenza fino alla Cassazione (che ad onor del vero si occupa di aspetti formali e non di merito), gli istituti previdenziali, la burocrazia in generale, la sanità e gli uffici centrali e decentrati della P.A. si sono occupati con tanto zelo di mettere puntelli e paletti ad eventuali beneficiari dell’assegno, rende speculare il disinteresse della politica parlamentare e il silenzio delle OO.SS. rispetto all’ammontare dell’assegno.

Negli anni si sono fatte molte parole ma 287,09 euro per vivere, anzi sopravvivere sono una miseria francamente vergognosa per un Paese che vuole dirsi civile. Non ne aggiungiamo altre – di parole – ma ci immedesimiamo in coloro che devono campare con un vitalizio del genere. Molta preoccupazione per ricordare che se si percepisce l’assegno di invalidità non si può svolgere alcuna attività lavorativa: eppure si sa che ci sono invalidi che con la migliore volontà non possono alzarsi dalla sedia a rotelle. Nel frattempo il Governo proroga la copertura finanziaria per il reddito di cittadinanza che molti percepiscono rifiutando un lavoro: una misura prevalentemente assistenziale che ha già messo in luce abusi, truffe e clientelismi vari. Se le procedure per accertare la condizione di invalidità sono corrette – se quindi, non si può parlare di “falsi invalidi” (nelle statistiche purtroppo ci sono anche loro) – riconoscere un importo così miserevole significa escludere questa categoria di persone sfortunate dalla vita civile, relegando gli invalidi ad una situazione di sussistenza che francamente mette i brividi.         

Le componenti ematiche che si possono donare

In Italia è possibile donare:

  • sangue intero: una donazione dura circa 10 minuti. Oggi il sangue intero viene utilizzato quasi esclusivamente per la produzione degli emocomponenti (globuli rossi, plasma, buffy coat -contenuto ricco di piastrine e globuli bianchi) usati singolarmente per la terapia trasfusionale.
  • Plasma (plasmaferesi): una donazione dura circa 30-45 minuti. Vengono prelevati tra 600-700 mL di plasma ed il tempo di donazione dipende dal flusso di sangue del singolo individuo. Il recupero del volume ematico donato è molto rapido. I globuli rossi e i globuli bianchi vengono reinfusi al donatore.
  • Piastrine (piastrinoaferesi): una donazione dura all’incirca 60 minuti. Il procedimento è simile a quello della plasmaferesi: un’apparecchiatura separa la parte corpuscolata dal plasma ed estrae da questa le piastrine che vengono raccolte in un’apposita sacca. Il plasma, i globuli rossi e i globuli bianchi vengono reinfusi al donatore.
  • Donazioni multicomponente: in questo caso, nel processo di aferesi, si raccoglie più di un emocomponente, sempre entro volumi complessivi di assoluta sicurezza per la salute del donatore. Ne sono esempi: donazione di plasma e globuli rossi (eritro-plasmaferesi), donazione di globuli rossi e piastrine (eritro-piastrinoaferesi), donazione di piastrine raccolta in due sacche, donazione di plasma e piastrine (plasma-piastrinoaferesi).

Caritas, Rapporto 2021 su povertà ed esclusione sociale.

Allargando lo sguardo al 2021 – ha detto il Presidente della Caritas, Mons. Carlo Roberto Maria Radaelli – vediamo che diminuiscono i nuovi poveri, tornando quasi ai livelli prepandemia, ma aumentano le forme di povertà cronica e di povertà intermittente, cioè persone in balia degli eventi economici, occupazionali, familiari e sanitari, che cadono facilmente in situazioni di povertà e di bisogno.

Il Rapporto 2021 su povertà ed esclusione sociale dal titolo “Oltre l’ostacolo”, prende in esame: le statistiche ufficiali sulla povertà, i dati di fonte Caritas, il tema dell’usura e del sovra-indebitamento, la crisi del settore turistico, lo scenario economico-finanziario, le politiche di contrasto alla povertà. Come sottolinea il titolo, l’obiettivo è di cogliere e di evidenziare, a partire dalle situazioni e dalle storie incontrate sul territorio, elementi di prospettiva e di speranza. Esempi di risposta e resilienza, da parte di tanti attori, pubblici e private e in particolare delle comunità locali, capaci di farsi carico delle situazioni di marginalità e vulnerabilità affiorate nel corso della pandemia. Tale capacità spesso si è incrociata con le risposte istituzionali offerte a livello nazionale ed europeo, dando luogo ad una serie di triangolazioni positive, che hanno evidenziato l’importanza di lavorare in rete, assumendo responsabilità diverse ma condivise.

Caritas e pandemia

In linea con le statistiche ufficiali i dati rilevati dalle 218 Caritas diocesane sul territorio, espressione delle rispettive Chiese locali. In dodici mesi (nel 2020) la rete Caritas, potendo contare su 6.780 servizi a livello diocesano e parrocchiale, e oltre 93mila volontari a cui si aggiungono circa 1.300 volontari religiosi e 833 giovani in servizio civile,  ha sostenuto più di 1,9 milioni di persone. Di questi il 44% sono “nuovi poveri”, persone che si sono rivolte al circuito Caritas per la prima volta per effetto, diretto o indiretto, della pandemia. Disaggregando i dati per regione civile si scorgono alcune importanti differenze territoriali che svelano quote di povertà “inedite” molto più elevate; tra le regioni con più alta incidenza di “nuovi poveri” si distingue la Valle d’Aosta (61,1%,) la Campania (57,0), il Lazio (52,9), la Sardegna (51,5%) e il Trentino Alto Adige (50,8%). 

Ma la crisi socio-sanitaria ha acuito anche le povertà pre-esistenti: cresce anche la quota di poveri cronici, in carico al circuito delle Caritas da 5 anni e più (anche in modo intermittente) che dal 2019 al 2020 passa dal 25,6% al 27,5%; oltre la metà delle persone che si sono rivolte alla Caritas (il 57,1%) aveva al massimo la licenza di scuola media inferiore, percentuale che tra gli italiani sale al 65,3% e che nel Mezzogiorno arriva addirittura al 77,6%. Siamo quindi di fronte a delle situazioni in cui appare evidente una forte vulnerabilità culturale e sociale, che impedisce sul nascere la possibilità di fare il salto necessario per superare l’ostacolo.  Il 64,9% degli assistiti dichiara di avere figli; tra loro quasi un terzo vive con figli minori. Il dato non è affatto irrisorio se si immagina che dietro quei numeri si contano altrettante, o forse più, storie di povertà minorile che ci sollecitano e allarmano. Rispetto alle condizioni abitative, oltre il sessanta per cento delle persone incontrate (63%) vive in abitazioni in affitto, Il 5,8% dichiara di essere privo di un’abitazione, il 2,7% è ospitato in centri di accoglienza. Percentuali queste ultime che si legano chiaramente alla condizione degli “homeless”, i cui numeri anche per il 2020 risultano tutt’altro che trascurabili. Le persone senza dimora incontrate dalle Caritas sono state 22.527 (pari al 16,3% del totale), per lo più di genere maschile (69,4%), stranieri (64,3%), celibi (42,4%), con un’età media di 44 anni e incontrati soprattutto nelle strutture del Nord.

Delle persone sostenute dal circuito Caritas, oltre un terzo (il 37,8%) è supportato anche da alcuni servizi pubblici con i quali a volte le Caritas sui territori svolgono un lavoro sinergico e coordinato soprattutto in questo tempo di criticità. Una persona su cinque (19,9%) di quelle accompagnate nel 2020, dichiara di percepire il Reddito di Cittadinanza (RdC).

Usura e sovraindebitamento

Il capitolo su usura e sovra-indebitamento, curato dalla Consulta nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II”, dimostra che già prima della pandemia almeno due milioni di famiglie sopportassero debiti non rifondibili a condizioni ordinarie. La vulnerabilità all’indebitamento patologico e all’usura si proietta sullo sfondo della recessione economica e della povertà assoluta, che hanno conosciuto un netto incremento a causa della pandemia. Basti pensare che nelle province dichiarate “zona rossa” per tempi più prolungati, il reddito si è ridotto di oltre il 50 per cento per un nucleo familiare ogni 20, mentre solo un piccolo gruppo di privilegiati (2,6%) ha visto aumentare il proprio reddito. 

Il settore turistico

Il Rapporto contiene anche uno studio sugli effetti della pandemia su 4 aree di interesse turistico: Assisi, Ischia, Riva del Garda e Venezia. Bastano alcuni dati per ognuna di queste realtà a far comprendere il quadro della situazione. Solo ad Assisi città e frazioni, tra giovani laici e religiosi, la Chiesa locale ha messo a disposizione da giugno 2020 a inizio 2021 circa 7200 ore di volontariato per servizi assistenziali, empori e attività di distribuzione. A Ischia il 70% degli operatori del turismo non lavora. Nel 2019 la Caritas sfamava 500 famiglie, oggi sono 2500 famiglie e sono in aumento perché su circa 15000 lavoratori stagionali almeno il 50% non ha ricevuto nessun tipo di supporto economico. A Riva del Garda la crisi del turismo ha prodotto una fuga della manodopera, in gran parte straniera, ripartita verso i paesi di origine e mai più ritornata. Viene confermato un trend di crescita delle persone incontrate e aiutate da Caritas, con 302 nuclei familiari seguiti e un migliaio di persone coinvolte nel 2020, su una comunità di riferimento di circa 20.000 abitanti (dati in linea anche per il primo trimestre 2021. A Venezia lo scoppio dell’emergenza ha prodotto un crollo dei flussi turistici con in un calo di entrate di 2miliardi di euro. Per sostenere le famiglie, la diocesi ha istituito il Fondo San Nicolò, distribuendo circa 250.000 euro.

Le Politiche di contrasto alla povertà

Il focus sulle politiche di contrasto alla povertà riguarda in particolare sul reddito di cittadinanza (RdC), che ha complessivamente supportato 3,7 milioni di persone nel corso del 2020 a livello nazionale, ha interessato uno su cinque fra coloro che si sono rivolti ai centri e servizi Caritas nel 2020 e più della metà (55%) dei beneficiari di una indagine longitudinale sui beneficiari Caritas monitorati dal 2019 (pre-pandemia) al 2021. 

Viene presentata l’”Agenda Caritas per il riordino del RdC” che prevede un pacchetto complessivo di interventi con un mix di ampliamento e riduzione dei criteri di accesso e che ponga attenzione al processo di miglioramento/rafforzamento di servizi e azioni per l’inserimento lavorativo e per l’inclusione sociale, al fine di intervcettare al meglio la povertà assoluta.

Oltre l’ostacolo

Allargando lo sguardo al 2021 la fotografia che emerge dai primi otto mesi dell’anno (gennaio-agosto) è la seguente:

– rispetto al 2020 crescono del 7,6% le persone assistite;

– le persone che per la prima volta nel 2020 si erano rivolte ai servizi Caritas e  si trovano ancora in uno stato di bisogno rappresentano il 16,1% del totale;

– rimane alta la quota di chi vive forme di povertà croniche (27,7%); più di una persona su quattro è accompagnata da lungo tempo e con regolarità dal circuito delle Caritas diocesane e parrocchiali;

  • preoccupa anche la situazione dei poveri “intermittenti” (che pesano per 19,2%), che oscillano tra il “dentro- fuori” la condizione di bisogno, collocandosi a volte appena al di sopra della soglia di povertà e che appaiono in qualche modo in balia degli eventi, economici/occupazionali (perdita del lavoro, precariato, lavoratori nell’economia informale) e/o familiari (separazioni, divorzi, isolamento relazionale, ecc.). 

 

Dati questi che – come ha sottolineato il Presidente della Conferenza episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti, lo scorso 27 settembre aprendo i lavori del Consiglio Permanente –  si prestano a una lettura ambivalente. Da una parte, possono essere indice dei primi effetti positivi della ripresa; dall’altra, mostrano che ancora troppe persone continuano a “non farcela” e rischiano di vedere in qualche modo “cristallizzata” la propria condizione di bisogno. È dunque indispensabile che i benefici della crescita economica siano distribuiti in modo da ridurre quanto più possibile le disuguaglianze che si sono approfondite a causa della pandemia. Senza lasciare nessuno indietro.

Per saperne di più

https://www.caritas.it/pls/caritasitaliana/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=9651&rifi=guest&rifp=guest

Per leggere il Rapporto

http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Rapporto_Caritas_2021/Rapporto_Caritas_poverta_2021_oltre_ostacolo.pdf

Rete Bianca: serve un impegno attivo e non delegato. L’esperienza di Bologna.

Riportiamo il testo integrale della nota di Nicola Caprioli, che “Il Resto del Carlino” ha pubblicato ieri sulle pagine di Bologna. Il titolo scelto dal giornale è stato: ”Elezioni e astensione. Persa l’occasione di far sentire la propria voce”.

Come noto, le elezioni amministrative hanno mostrato una altissima percentuale di astensione perfino in una città come Bologna, storicamente contraddistinta da una alta partecipazione elettorale. Altrettanto noto è il fatto, rilevato analiticamente anche da vari istituti di ricerca, che tale fenomeno abbia contraddistinto in modo particolare non solo l’elettorato di centrodestra, ma anche quell’area di ispirazione cattolica, moderata e popolare che da molti anni non converge stabilmente su uno specifico approdo elettorale o, per l’appunto, si rifugia nell’astensione.

Anche in questa tornata elettorale la responsabilità, come ovvio, ricade non certo sull’elettorato, ma su coloro che non sono stati in grado di esprimere una proposta sufficientemente solida, credibile e, in un certo senso, inclusiva per raccogliere domande di rappresentanza sì eterogenee, ma accomunate da una visione del mondo, della storia e del futuro della società ispirata a valori ben precisi.

Nonostante, quindi, non si tratti di una novità, ha destato purtroppo stupore che sul territorio bolognese tra le numerose ed importanti realtà organizzate che per storia, cultura e valori cattolici e moderati si collocano nell’alveo sopraccitato, nessuna abbia non solo manifestato un posizionamento chiaro su una qualsiasi tra le (non molte, a dire il vero) opzioni elettorali cattolico moderate, ma nemmeno abbia partecipato (anche indirettamente) alla costruzione congiunta di una iniziativa politica locale concreta e visibile.

Ci pare evidente che questo atteggiamento di distacco e di estraniazione dalla politica attiva esercitata all’interno delle istituzioni locali, finisca inevitabilmente per colpire, penalizzare e sottorappresentare proprio quelle istanze che dovrebbero essere la priorità delle organizzazioni.

In questo senso è chiara la percezione di aver perduto l’ennesima occasione per far sentire nella sede amministrativa comunale e metropolitana, con la forza che meriterebbe, la voce di un mondo ricchissimo di valori morali, di attenzione alla persona umana e di proposte per il bene comune.

Rete Bianca – con una candidatura indipendente ospitata all’interno della lista del Partito Democratico – ha portato avanti con convinzione un tentativo di coinvolgimento di tali sensibilità sul territorio. Lo ha fatto pur essendo ben consapevole delle condizioni proibitive dettate da una campagna elettorale talmente ristretta nelle tempistiche da rendere inevitabilmente insufficiente la diffusione dei contenuti e della “novità” della propria proposta di rappresentanza politica.

Oggi, all’indomani degli esiti elettorali e delle analisi degli stessi, si presenta però un’opportunità, altrettanto importante, che il nostro mondo ha il compito di cogliere al meglio delle proprie possibilità: l’opportunità di “sfidare” costruttivamente il nuovo Sindaco Matteo Lepore e la nuova amministrazione sui piani e sulle istanze che ci contraddistinguono.

In questa sfida Rete Bianca è e sarà presente assieme a tutti i soggetti, singoli o plurali, che vorranno impegnarsi per il bene comune condividendo un percorso di individuazione degli strumenti operativi e di coordinamento delle azioni politiche che scaturiranno dalla medesima volontà di partecipazione alla comunità cittadina.

 

Nicola Caprioli è il Coordinatore regionale Rete Bianca Emilia-Romagna

5 domande a… Sergio Gatti: “Il pluralismo bancario per uno sviluppo inclusivo, partecipato, distribuito” (Comunità di connessioni).

Riproduciamo un’ampia parte dell’intervista di P. Francesco Occhetta al Direttore generale di Federcasse apparsa sul sito dell’associazione “Comunità di connessioni”. In fondo riportiamo il link per accedere al testo integrale della conversazione.

Sergio Gatti è sposato con tre figlie. Direttore generale di Federcasse, è consigliere ABI, vice presidente Fondosviluppo, vice presidente Comitato Scientifico-organizzatore Settimane Sociali Cattolici, co-fondatore Scuola Economia Civile e Docente a contratto Università Cattolica. È anche membro del CdA OPBG dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

Lei è Direttore generale di Federcasse, l’Associazione delle 250 banche di credito cooperativo. Dal suo punto di osservazione, quello delle banche di comunità e in generale dell’economia civile, che lettura fa dello scenario postpandemico?

Ci sono, direi, due elementi che chiedono attenzione. Come sappiamo, questa pandemia ha allargato le differenze, anche tra i continenti. È quindi fondamentale non dimenticare che la macro-leva per ridurre le diseguaglianze è il lavoro. Per essere creato, il lavoro – sia autonomo che dipendente – ha bisogno di investimenti e gli investimenti si fanno ancora oggi al 90% con il credito bancario. Esistono, certo, forme anche più innovative che speriamo possano prendere piede, ma il credito bancario resta fondamentale. Il primo elemento è che non bisogna dimenticarsi della centralità del dell’industria bancaria come infrastruttura fondamentale delle economie, e non solo nelle emergenze. Nei momenti più grigi della pandemia, durante le chiusure totali, la componente del sistema finanziario che si dà per scontato, quello dei pagamenti, è andata avanti. Senza denaro contante e, ancora di più, senza moneta elettronica, il sistema ospedaliero e quello della distribuzione, ad esempio, si sarebbero bloccati. È un fatto che non possiamo osservare restando in superficie. Non possiamo dare per scontate le regole che disciplinano questa infrastruttura complessa e molto ramificata né ignorare chi sono i proprietari, perché è a seconda delle regole e dei proprietari che possiamo capire il grado di libertà reale dei cittadini o di concentrazione del potere. Noi vediamo che tutto ciò che è big (big tech, big pharma, big oil, ecc.) tende a restringere la cerchia dei decisori: questo non deve avvenire nel settore del credito, proprio perché non si può “essere costretti” a delegare la gestione del proprio risparmio a qualcuno che ha sicuramente le carte in regola per gestirlo bene, ma che ha anche interessi variabili, che è lontano geograficamente, che non può avere a cuore il destino dei territori. Lo dimostra la chiusura di filiali e di sportelli bancari nelle aree interne – e ormai non solo – del nostro Paese, dove non è più ritenuto conveniente tenere una filiale.

L’altro elemento è l’attenzione al pluralismo. Non dimenticare, cioè, che per affrontare le transizioni energetica, digitale, demografica servono investimenti, che non sono solo quelli del PNRR. Che sia per acquistare un’auto elettrica o per affrontare la spesa di un cappotto termico, dovremo rivolgerci ad una banca, che nel decidere se concedere o meno un credito applicherà una serie di parametri. La banca mutualistica di comunità e la grande banca che deve remunerare il capitale dei propri azionisti potranno applicare – oltre a quello della meritevolezza del credito – ulteriori criteri. Ecco: poiché per dare pieno successo al PNRR servono anche investimenti dal basso, c’è bisogno di banche di varia natura giuridica e di diversa finalità imprenditoriale. Il pluralismo bancario è una delle condizioni della democrazia economica.

Secondo lei la pandemia ha portato nel mondo bancario una consapevolezza diversa o comunque un’azione di reindirizzamento verso un modello nuovo di sviluppo? Se sì, verso quale direzione?

L’idea di sviluppo come noi lo vediamo – inclusivo, partecipato, distribuito, con il protagonismo dei territori – non può che avere un pluralismo bancario che lo consente. È una consapevolezza ormai anche dei grandi economisti del mainstream. Due anni fa Raghuram Rajan, ex presidente della Banca Centrale Indiana, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ha scritto qualcosa di sorprendente sulla “centralità delle comunità”, quella che lui chiama il “terzo pilastro”, accanto ai pilastri dello Stato e del mercato. Senza un fortissimo pilastro comunitario, lo Stato e il mercato non reggono. Raghuram intende le comunità in maniera dinamica, capaci di una vivacità imprenditoriale e sociale, una qualità della vita diffusa: non “piccolo è bello”, dunque, ma piccolo è bello se è vitale, se è generativo. La vitalità e la generatività (che è la combinazione di creatività e della capacità/volontà di incidere positivamente sulla vita altrui) la fanno le imprese. Che creano il lavoro, ovvero – come ci siamo detti – la macro-leva che muove quasi tutto: dignità, reddito, fiducia verso il futuro, voglia di progettare, di costruire una famiglia, di dedicare tempo ed energie ad altri. Una parte del pensiero economico classico sta quindi riconoscendo una centralità dell’homo reciprocans (homo homini natura amicus) a fronte dell’homo oeconomicus (homo homini lupus). Quest’ultimo, è noto, non esiste, ma gran parte dell’economia che oggi si insegna nelle università e nelle business school fa riferimento a quell’approccio: tutto è diretto freddamente al proprio tornaconto, tutti coloro che gli sono attorno gli sono indifferenti. L’approccio dell’economia civile (Antonio Genovesi, ‘700 italiano) punta invece sull’homo reciprocans, che è considerato al centro di relazioni, capace di emozioni, consapevole che “è legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri”.  

In questa visione, il fatto che parte degli eredi della scuola neoclassica (Adam Smith, ‘700 scozzese) oggi rimettano in discussione quell’approccio no-values, è importante.

Veniamo all’oggi. L’Unione Europea, soprattutto in questo ultimo anno, ha fatto rilevanti passi avanti su alcuni temi – sospensione del patto di stabilità e crescita, emissione di debito comune – ma non “riesce” invece a innovare la propria filosofia regolamentare bancaria, preferendo restare ancorata all’approccio noto come “one size fits all”, ovvero regole identiche valide per tutte le tipologie di banche. Questo approccio annulla le diversità, indebolisce il pluralismo, spinge all’omologazione. Banche diverse non possono essere regolate da norme identiche: quelle speculative e quelle mutualistiche, quelle molto grandi, transnazionali e quotate in borsa e quelle di proprietà esclusivamente dei territori e delle comunità. Quella della UE è una scelta. La contestiamo con argomenti solidi, proponiamo un approccio diverso basato sulla proporzionalità e l’adeguatezza della normativa. E non siamo gli unici in Europa a invocare un diritto alla proporzionalità nell’interesse di cittadini che sono anche soci della propria banca. È come se si intendesse regolare allo stesso modo il pannello solare e la centrale nucleare per il semplice fatto che producono entrambi energia…

Il pragmatico legislatore statunitense, canadese, australiano o svizzero hanno fatto la scelta opposta a quella europea: hanno introdotto da tempo una legislazione tagliata su misura per diverse categorie di banche, dalle grandissime “sistemiche” globali fino alle community banks. In quei Paesi le norme sono studiate per favorire lo sviluppo corretto e sano di ciascuno di quei gruppi, che hanno finalità imprenditoriali, assetti proprietari, livelli di rischiosità molto differenti.

Questo pragmatismo ce lo aspetteremmo anche in Europa, che è il continente delle diversità, con storie profondissime dal Medioevo dei Comuni in poi, e invece oggi da noi è purtroppo totalmente assente. C’è quindi da fare una battaglia culturale e politica: non perché le piccole banche o le banche di prossimità siano più forti o meno regolate ma perché siano messe nelle condizioni di fare il loro lavoro e di svolgere la loro “funzione obiettivo”. Solo un dato: a fine estate il Financial Times rilevava che le community banks statunitensi, pur avendo il 15% del mercato del credito, nella pandemia hanno erogato alle imprese il 40% delle risorse pubbliche messe a disposizione. Se non ci fosse stata questa capillarità, l’America profonda – quella che sappiamo attraversata da tensioni anche molto forti e contraddittorie – sarebbe stata più sola. Naturalmente, in Europa le community banks non godono di un trattamento analogo. Non a caso, le Autorità britanniche, pochi mesi dopo la Brexit, hanno deciso di abbandonare per le proprie banche la logica one size fits all e di abbracciare quella statunitense, secondo la logica kiss (keep it safe and simple): fai delle regole che diano sicurezza ma anche semplicità.

Arriviamo così al grande nodo dei territori, in cui la pandemia ha messo ancora più in luce una grande esigenza di prossimità. E questo, dentro un processo più lungo in cui le aree interne si sono svuotate e anche le filiali dei grandi gruppi chiudono, come lei stesso ha ricordato. Facendo un focus sul nostro Paese e guardando alla ricchezza ma anche alle difficoltà dei territori, quali sono le strade possibili?

Io ne vedo due. Una è la necessità di dotare tutti i territori italiani abitati delle stesse opportunità, perché oltre alla disuguaglianza dei redditi, dovuta al lavoro precario o che non c’è o è di cattiva qualità, c’è la disuguaglianza di opportunità. Le strade, le ferrovie regionali e ad alta velocità, la rete digitale ad elevata efficienza dovrebbero andare incontro a questa prima grande esigenza. Abbiamo visto che con la nuova esperienza “forzata” del lavoro agile, che diventerà sicuramente strutturale con assetti diversi, c’è la possibilità di tornare a popolare e rivitalizzare qualche borgo interno. Purché vi siano le condizioni per arrivarci e connettersi facilmente. 

Questa è la prima esigenza: reti grandi, che solo la mano pubblica può costruire. Abbiamo una straordinaria occasione nei prossimi cinque anni. Ma non basta portare la rete digitale se non si porta vivacità, che è data soprattutto dalle imprese e dalle famiglie che decidono di non abbandonare i luoghi interni e direi anche le periferie, ma anzi imboccano il percorso inverso. Serve quindi uno stimolo strutturale al protagonismo dei territori. Uno studio OCSE del febbraio dell’anno scorso, poco prima della pandemia, diceva che dei 17 Obiettivi dello sviluppo sostenibile delle Nazioni unite e dei suoi 127 sub-obiettivi, il 62% si può realizzare soltanto tramite il protagonismo dei territori. Per questo protagonismo devono esserci condizioni infrastrutturali e condizioni immateriali: scelte educative di lungo periodo, innovative capacità amministrative locali, promozione di una logica dell’intrapresa e non dell’attesa. Con un esempio: non posso solo aspettare l’alta velocità con l’idea che questa cambi miracolosamente la vita della mia comunità, serve anche che ci sia una mobilitazione. 

La strada da percorrere è l’insieme di queste due cose: un’educazione a prendere in mano la propria vita – e questo richiede un grande slancio, una grande “saldezza interiore”, se vogliamo – e l’intervento pubblico. Non a caso le imprese di comunità, le imprese cooperative, le nostre banche mutualistiche, sono nate in una fase di crisi epocale sulla spinta davvero straordinaria di un’Enciclica, che fu altrettanto feconda come la Laudato si’, la Rerum Novarum, la prima enciclica sociale promulgata da Leone XIII. È dai “preti leoniani” che furono fondate leghe, sindacati, cooperative, casse rurali, piccole banche di comunità. La maggior parte di queste sono ancora in vita, e parliamo di 130 anni fa. Oggi la Laudato si’, insieme alla straordinaria occasione del PNRR, ci offre un’altra possibilità che può riportare al centro il protagonismo delle persone e fa tornare a vivere la sussidiarietà, il municipalismo sturziano, il pensiero di La Pira, uno sguardo globale legato alla pace, che tu costruisci anche partendo dal piccolo centro. E allo stesso modo il benessere e la felicità, personale e degli altri, si costruiscono dal basso.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/sergio-gatti-pluralismo-bancario/

Fragilità e responsabilità della Rete. Intervista a Luciano Floridi (L’Osservatore Romano)

Pubblichiamo per gentile concessione questa intervista al filosofo Floridi apparsa il 16 ottobre sulle pagine dell’organo ufficioso della Santa Sede.

Luca M. Possati

Intelligenza artificiale, ruolo dei social network, giustizia sociale e responsabilità individuale, equilibri geopolitici in mutamento. Tutti nodi cruciali, intrinsecamente connessi in un mondo sempre più complesso. Il digitale ha cambiato e cambierà il nostro modo di vivere e la nostra società come nessun’altra rivoluzione industriale nella storia dell’uomo aveva mai fatto prima. Ne abbiamo parlato con Luciano Floridi, professore di filosofia all’Università di Oxford, esperto internazionale di etica dell’informazione, recentemente intervenuto a Milano alle “Martini Lectures” organizzate dall’Università Bicocca sul tema “Intelligenza artificiale: l’uso delle nuove macchine”

Facebook è sempre più nell’occhio del ciclone dopo le accuse della ex-manager.

Mi sorprende la sorpresa. È risaputo che Facebook e altri operino in questo modo. Mi ricordo il dibattito con Facebook quando voleva convincere che la responsabilità che bambini sotto 13 anni non stessero su social network ricadesse sui genitori. Tanto che l’azienda affermava di volere dare maggiore potere ai genitori per controllare. Una posizione assurda: il negozio che vende alcol a dei bambini chiude. I genitori saranno responsabili, ma il negozio chiude perché è illegale.

Internet è un gigante con i piedi di argilla? È qualcosa che garantisce ancora una trasparenza, una libertà di parola?

Da sempre la rete soffre di una fragilità di contenuti: le cose spariscono, i link non si trovano più, i siti web vengono riscritti completamente. È un costante oggi, non c’è mai ieri. La riscrittura, l’obsolescenza della tecnologia e il disinteresse per i contenuti sono problemi che ci sono da sempre. Un altro problema che abbiamo sempre avuto, ed è in crescita, è quello della forbice tra contenuti prodotti e spazio di memoria dove metterli. Non c’è abbastanza spazio, e lo spazio che c’è costa. Di conseguenza molti dati vengono semplicemente cancellati; se non sono legalmente vincolati vengono buttati via. Tutto questo mondo di contenuti è fragilissimo e lo è sempre stato. La rete in sé invece, in quanto struttura di comunicazione, è stata fatta per resistere a un bombardamento atomico. È estremamente solida. Dobbiamo tenere ben presente questa distinzione tra contenuti e struttura. Facebook si è fermato come servizio, cioè come contenuti, non come struttura. Un altro capitolo invece sono gli attacchi, ovvero come la rete può essere usata per altri scopi. Proprio perché la struttura è forte e siamo tutti collegati, gli attacchi sono pericolosi e sempre più potenti. Chi entra in casa mia entra in casa di tutti.

Questo però non implica un altro problema, ancor maggiore, ovvero il rischio che i grandi gruppi come Google, Facebook e altri possano sfruttare la solidità della rete e l’intelligenza artificiale a loro vantaggio e arrivare fino a controllare anche le istituzioni, i governi e gli stati?

Questo è un rischio che abbiamo corso, ma adesso stiamo correndo di meno. Prima non c’erano difese, oggi sì. Negli Stati Uniti la nuova amministrazione Biden è molto attenta a questi problemi e ha messo nei posti chiave persone competenti e esperte di anti-trust. In Europa si stanno approntando strumenti efficaci per arginare i monopoli. Stiamo facendo una legislazione molto costruttiva in termini di protezione delle istituzioni e della loro sovranità digitale. Dunque, il problema fondamentale è il controllo degli operatori e la legislazione gioca in questo un ruolo di primo piano. La vera sfida, anche sul piano geopolitico, cioè nei rapporti tra gli Stati, è quella di creare difese all’altezza delle sfide e dei rischi. In particolare, con l’intelligenza artificiale non possiamo lasciare ad altri l’iniziativa. È in corso una nuova guerra fredda che si combatte col digitale, non col nucleare.

In questa nuova guerra fredda del digitale l’Europa è ancora indietro?

Sì, è ancora indietro. La causa principale è la mancanza di mentalità politica, perché poi il resto segue. Solo se hai la mentalità politica, puoi trovare soluzioni infrastrutturali e finanziarie. Si pensi soltanto alla vicinanza della Germania con la Russia per questioni energetiche. È stata una scelta miope perché per una soluzione di oggi si rischia di compromettere il futuro abbassando le difese. Tra le altre cose, la Russia è infatti un punto di partenza di attacchi digitali, oltre che di oppressive ingerenze nell’Europa dell’Est. È una guerra feroce, fatta di commercio, supremazia tecnologia, attacchi e contrattacchi. E non bisogna mai abbassare la guardia. In tal senso, ho visto di buon occhio il lancio del EU-US Trade and Technology Council. L’intelligenza artificiale è anche una questione di difesa nazionale. Occorre capire fino a che punto si spingerà questa nuova guerra fredda, che non è fatta col nucleare ma col digitale. In Europa, ad esempio, stiamo lavorando al cosiddetto AI Act, la proposta di legge sull’AI della Commissione. In essa, la persona o le persone – non la macchina – sono completamente responsabilizzate. Possiamo controllare e monitorare questi processi.

Non è un fatto legato anche all’istruzione, cioè al modo in cui l’intelligenza artificiale e il digitale vengono trattati nelle università e a scuola, cioè come cose ancora tutto sommato marginali? Non c’è un netto divario qui tra l’Europa e altri Paesi?

Certo, assolutamente. Il digitale è ancora visto troppo spesso come un qualcosa di marginale e un di più, cioè un qualcosa che si fa appoggiandosi a servizi già esistenti. Il caso dell’Italia è emblematico: le grandi aziende che operano nel digitale e nell’intelligenza artificiale sono straniere. Il Paese è completamente dipendente da queste aziende. Il problema nasce quando bisogna creare un polo tecnologico per la difesa nazionale e la cybersecurity. Avere un’azienda nazionale interamente dedicata a questo tipo di missione non sarebbe male. Non per un nazionalismo sciocco, ma solo per avere più equilibrio. Solo così un governo può permettersi scelte autonome.

 

Sbarra (CISL): “Democrazia, libertà, lavoro, i pilastri della democrazia che nessun estremismo riuscirà a scalfire”.

Pubblichiamo il discorso tenuto ieri a Piazza San Giovanni, nella manifestazione organizzata dai sindacati confederali per rispondere all’attacco portato sabato scorso dagli estremisti di destra alla sede della CGIL, dal Segretario generale della CISL Luigi Sbarra.

“La nostra storia ci dovrebbe insegnare – diceva Tina Anselmi – che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, attraverso la responsabilità di tutto un popolo”.

È per questo che la guardia non l’abbassiamo e che abbiamo voluto chiamare in piazza il popolo del lavoro. Perché da qui oggi, e da domani nelle fabbriche, nei campi, in ogni luogo di lavoro, nelle scuole e nelle università, parte un messaggio che è l’esatto contrario, e molto più potente, di quello che prova a lanciare chi professa odio ed egoismo, discriminazione e violenza. La democrazia sarà sempre più forte dei sui nemici“.Tante volte le nostre bandiere, le bandiere di Cgil, Cisl e Uil, si sono ritrovate a sventolare insieme a Piazza San Giovanni. È successo in momenti difficili e drammatici della nostra storia. Come quel terribile 16 marzo del 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta da parte delle Brigate Rosse.  

Quando il Sindacato si pose immediatamente come insormontabile baluardo di fronte all’attacco del terrorismo al cuore delle istituzioni democratiche. Quel tempo buio, gli anni di piombo e quelli della tensione, sono lontani e per fortuna ogni paragone sarebbe improprio.  

Ma questo non vuol certo dire che la guardia possa essere abbassata. Quel che è accaduto sabato scorso, l’attacco di stampo squadristico alla sede della Cgil, il fatto che il ritorno pianificato e cercato della violenza abbia voluto colpire proprio il Sindacato e il mondo del lavoro, imponeva una sola scelta. Essere qui. Uniti. Contro tutti i fascismi. Qui. Insieme. Con le nostre idee e le nostre proposte.

Spiace per chi dissente, ce ne faremo una ragione. Perché il sindacato confederale è questo: valori e progetto. Perché difesa della democrazia, lavoro e crescita sono facce della stessa medaglia.  Siamo qui per questo. Per respingere con fermezza ogni tentativo di intimidazione e incalzare Governo e Imprese su proposte concrete. Per togliere qualsiasi illusione a chi ha in mente disegni di natura eversiva. Strumentalizzare e incendiare le paure. Questo stanno cercando di fare movimenti di chiaro stampo neofascista.  Che hanno come loro bersaglio ideologico e politico la democrazia. Né più né meno. La democrazia liberale, “occidentale” ed “europea”. Con i suoi valori di apertura e tolleranza, di solidarietà, inclusione, integrazione multiculturale.  Valori intollerabili per chi professa l’incultura dei totalitarismi, dell’autocrazia, della xenofobia. 

Solo ieri gli ultimi attacchi vergognosi a Liliana Segre. Oggi, qui, nel giorno in cui ricorre la ferita inguaribile del rastrellamento del ghetto di Roma, inviamo alla senatrice la più forte e profonda vicinanza e solidarietà. Sono forze eversive, che si pongono al di fuori del consesso democratico, della Costituzione e della legge.

Il segno è passato nel momento in cui, nel modo più eclatante e vergognoso, come è successo sabato scorso, la violenza è stata eretta a metodo politico. È per questo che noi ribadiamo la nostra richiesta: le Istituzioni, il Governo, intervengano. Si proceda al loro scioglimento. L’arco parlamentare e costituzionale sia unito in questo. Un passo doveroso, anche se sappiamo che potrà non essere definitivo. Altri continueranno e cercheranno di portare avanti idee e posizioni simili. E però sappiano, loro e tutti gli estremisti e i professionisti della destabilizzazione, che andranno a sbattere contro un muro.  Quello del Sindacato. Quello dei milioni di lavoratrici e di lavoratori, di pensionate e di pensionati, che il Sindacato rappresenta. È l’unico muro che ci piace. Perché serve ad unire e non a separare.  Perché è presidio di democrazia e di libertà. La libertà vera. Che non significa poter fare ciò che si vuole, senza curarsi degli altri. Che si accompagna invece al principio di responsabilità e permette di realizzarsi come persona all’interno della comunità in cui si vive e si lavora, attraverso la partecipazione e la solidarietà.

Questa è la libertà per cui ci siamo sempre battuti Sindacato e lavoratori. Questa è la libertà che ci hanno lasciato in eredita i nostri anziani. E oggi vaccinarsi è un atto di riconoscenza, per salvaguardare le vite soprattutto di chi è nato quando la libertà non c’era e ci ha consegnato un Paese in cui la libertà c’è, perfino quella di non vaccinarsi.

Questa è la libertà contro cui già gli ‘antenati’ degli squadristi di oggi, che all’inizio degli anni Venti del secolo scorso assaltavano sedi sindacali, circoli operai e leghe contadine, prima che il regime completasse l’opera, togliendo la libertà agli italiani. Allora sì, che tutto era deciso e imposto dall’alto, dalla dittatura: a quale partito aderire, quali sindacati potessero esistere, quali giornali e quali libri si potessero stampare e leggere.

Ma deve essere chiaro: i conti con il fascismo sono stati chiusi, una volta per tutte, il 25 aprile del 1945. La Resistenza e le tante anime dell’antifascismo sono un valore, un patrimonio irrinunciabile, etico ed “esistenziale” per la Repubblica. Sono il luogo e il momento in cui le nostre istituzioni, la nostra unità nazionale, affondano le loro radici.

La democrazia sarà sempre più forte dei suoi nemici. Ha pilastri formidabili che nessun estremismo riuscirà a scalfire. Libertà. Diritti. Pluralismo. Libera informazione. E lavoro, soprattutto lavoro. Perché il lavoro è partecipazione. Il lavoro è emancipazione, è coscienza di sé, è cittadinanza. Il lavoro, in questo lunghissimo e difficile anno e mezzo, per l’Italia ha rappresentato la cura, ha alleviato il male.  

Ora, e nell’immediato futuro, il lavoro può e deve significare la guarigione. L’Italia ripartirà solo così. Solo con il lavoro. Tornerà a crescere solo seguendo un modello di sviluppo nuovo, solo mettendo al centro la persona e creando lavoro di dignitoso e di qualità. È in questo modo che si potrà spezzare la pericolosa saldatura tra il disagio sociale e l’eversione che lo strumentalizza. Perché disagio e malessere ci sono, guai a dimenticarlo. E vanno ascoltati, non ignorati o strumentalizzati. Covano sotto la cenere del 6% di Pil atteso, del ‘rimbalzo’ e di una ripartenza che però, se tutto andrà bene, ci farà tornare alla situazione pre-crisi solo alla fine del 2022.

Non sarà una corrente impetuosa, a riportarci in acque più tranquille. Servirà invece un’azione tenace e determinata, serviranno riforme e investimenti concertati. Un campo largo di responsabilità che produca risultati concreti e prosciughi gli stagni in cui si abbeverano le “bestie” degli estremismi. Se minacciano i sindacalisti, e si attaccano i luoghi e le case del lavoro è perché sanno di colpire il motore fondamentale del dialogo sociale. È perché sanno che il Sindacato costruisce cultura della partecipazione. È perché hanno capito che la via d’uscita dalla crisi passa dal mondo del lavoro. Dalla la sua capacità di costruire ogni giorno coesione e pace sociale.  Non ci facciamo intimidire. Non indietreggeremo di un metro. Se lo pensano, sbagliano di grosso. Continueremo con decisione nel cammino che abbiamo percorso in questi mesi. Continueremo a cucire gli strappi, a rinsaldare il clima di cooperazione, a promuovere e praticare il ‘coraggio della responsabilità’.

Avanti, allora! Allargando in modo capillare la campagna di vaccinazione, che ci porterà fuori dal tunnel. Cosa si aspetta a mettere in campo un provvedimento che estenda a tutti il dovere di immunizzarsi? Grave che Governo e Parlamento non l’abbiano ancora fatto per mera convenienza politica. Per nascondere evidenti contraddizioni nella maggioranza. Grave che per non affrontare queste contraddizioni si siano scaricate per intero tensioni, conflitti, divisioni sul mondo del lavoro. Così si rischia di trasformare i luoghi di lavoro in trincee! Serve un sussulto di responsabilità da parte de potere pubblico. Quella responsabilità che il mondo del lavoro ha espresso ogni giorno. Lo abbiamo visto ancora ieri, nella prima giornata del Green pass esteso nei luoghi di lavoro. Più di qualcuno ha cercato di soffiare sul fuoco. Lavoratrici e lavoratori hanno risposto dando l’ennesima prova di senso civico. Il vaccino è un atto civile e morale.  È ora che diventi anche un dovere legale. Come è stato tante volte in passato. Come prevede la nostra Costituzione. 

La salute pubblica è la base da cui rilanceremo il benessere economico e sociale del Paese. Possiamo e dobbiamo farlo costruendo una governance partecipata del Pnrr, con l’avvio del confronto sulla prossima manovra.  Dando agli investimenti forti condizionalità sociali e occupazionali, per creare lavoro di qualità, ben formato, retribuito e contrattualizzato, specie giovanile e femminile. Definendo una rete di tutele che protegga tutti e quindi ammortizzatori universali, mutualistici, solidali e inclusivi. Contrastando delocalizzazioni selvagge e precariato, lavoro nero e ogni forma di illegalità e sfruttamento. Ponendo fine alla drammatica sequenza delle morti sul lavoro.  Più di 1.500 le morti nel 2020, il 30% in più rispetto all’anno prima, in mesi in cui si è lavorato pochissimo. Servono sanzioni più severe, più ispezioni, più coordinamento, applicazione piena dei contratti. Ieri con l’approvazione del Decreto Fiscale un primo passo.  Ma il cammino è ancora lungo.

E poi ancora dobbiamo combattere le disparità di genere, sociali e territoriali. Riscattare allo sviluppo il Mezzogiorno. Rilanciare le politiche sociali, quelle per la famiglia e per la non autosufficienza. Redistribuire il carico fiscale alleggerendo i più deboli,  non penalizzare  sempre i ‘soliti noti’, lavoratori dipendenti e pensionati. Combattendo lo scandalo di un evasione fiscale che ogni anno costa al Paese metà del Pnrr, ne impedisce la crescita, ne sacrifica i servizi  e diffonde sfiducia, scoramento, diffidenza. Più  di 100 miliardi ogni anno, non possiamo più consentirlo. 

Investire su sanità e scuola. Su formazione e riqualificazione, su un grande piano nazionale per le competenze. Sbloccare le risorse in innovazione e ricerca. Infrastrutture materiali, digitali e sociali. Transizione ecologica e green economy. Dare alla previdenza un volto più sostenibile, garantendo un’anzianità dignitosa e il turnover nei luoghi di lavoro. Tutto questo sapendo che ogni passo in avanti che faremo, ogni riforma che andrà in porto, anche a questo servirà: a ricacciare nella soffitta della Storia idee e metodi che non possono trovare spazio nel futuro di un Paese democratico.

Per uscire dalla crisi manca ancora un tratto di strada, il più difficile, il più importante, quello in cui non sono permessi errori. Riusciremo se lo percorreremo insieme. Caro Governo: insieme! Senza fasi alterne. Senza stop and go. Con un nuovo metodo, autenticamente partecipativo. Con un dialogo sociale strutturato, che non si limiti a incontri puramente informativi. Con investimenti e progetti qualificati da vera e responsabile concertazione sociale. Con una politica industriale forte, non solo difensiva, che rilanci i nostri settori strategici, risponda alle tante crisi aziendali, salvaguardi e rilanci produzioni e occupazione. Con nuove reti integrate di tutela che non lascino nessuno senza reddito e formazione.  Assicurando una prospettiva ai giovani e una terza età dignitosa a chi ha dato il proprio contributo al mondo del lavoro. Insieme! Lo diciamo con forza anche al mondo delle imprese.

Dobbiamo costruire nuovi e forti affidamenti sociali, rimettere al centro le relazioni industriali, rinnovare tutti i contratti pubblici e privati, innalzare i salari, costruire nuovi diritti e una nuova organizzazione del lavoro, spingere sul pedale della partecipazione. Quella partecipazione che è oggi la vera sfida del nostro tempo. È arrivato il momento di dare vita a una grande riforma che dia spessore e prospettiva alla democrazia economica nel nostro Paese.  È il tempo di una svolta che dia attuazione all’articolo 46 della costituzione e protagonismo alle lavoratrici e ai lavoratori nelle scelte delle aziende pubbliche e private. Un nuovo modello, sì, che faccia scorrere la linfa vitale della società e del lavoro nelle strategie economiche del Paese. 

Investimenti. Lavoro. Coesione. Partecipazione. Se non ora, quando? Questo è il momento. Qui sta il Patto che vogliamo. Un grande accordo tra Sindacato, Istituzioni e Impresa. Il ritrovarsi in un campo di concordia che sappia riallacciare i fili della coesione, portare avanti innovazioni, realizzare gli investimenti dando al processo di cambiamento equità e stabilità.  Proprio nel momento in cui la barbarie e l’estremismo mostrano in modo plateale il loro volto intollerante, dobbiamo lanciare un messaggio di fiducia nella forza e nella solidità della nostra società civile.  Governo e imprese raccolgano questa sfida. Senza tentennamenti e tatticismi. Diano una scossa positiva al domani e costruiscano con noi un orizzonte nuovo di crescita condivisa.  

E’ così che si coltiva il futuro.  Procediamo, dunque. Senza paura.  Avendo a cuore, su tutto, il bene comune del Paese. Verso un nuovo Patto sociale inclusivo e sostenibile che restituisca sguardo lungo alla speranza. Viva Cgil Cisl e Uil.  Viva il sindacato italiano!

XIII Settimana di studi sulle autonomie locali: “I controlli: partner o minaccia dell’autonomia?”.

Si svolgerà ad Alessandria, dal 18 al 22 ottobre, anche qquest’anno il corso di studi organizzato da una rete di istituzioni e associazioni con il sostegno del Centro di cultura dell’Università Cattolica e, in particolare, del prof. Renato Balduzzi quale referente scientifico.

Ricorre quest’anno il ventennale della revisione del Titolo V, parte seconda, della Costituzione operata con la legge cost. n. 3/2001, che viene di solito ricordata con esclusivo riferimento alle trasformazioni impresse al regionalismo italiano. La riforma del 2001, invero, era il frutto di un disegno più ampio che interessava nel suo complesso l’impianto autonomistico della Repubblica e introdusse innovazioni rilevanti anche nei confronti degli enti locali. Tra queste, figura la soppressione dei Comitati regionali di controllo previsti nell’abrogato art. 130 Cost., fulcro del sistema dei controlli fino ad allora vigente.

La novità fu allora incoraggiata come un passo in avanti storico per l’autonomia degli enti locali e, in particolare, dei Comuni, “liberati” da un sistema di controlli prevalentemente esterni all’ente e proiettati verso un esercizio più responsabile della propria autonomia in forza, soprattutto, dei controlli interni.

La legislazione e l’esperienza amministrativa degli ultimi vent’anni pongono di fronte ad un quadro più articolato, nel quale il sistema dei controlli è mutato profondamente, trovando altre forme e protagonisti, ed è stato progressivamente rafforzato.

Tanto che si ripropone oggi, in un contesto assai diverso, una domanda che animava già il dibattito di fine anni Novanta, quando ci si interrogava se i controlli rappresentassero specialmente un “partner” oppure una “minaccia” nei confronti dell’autonomia locale.

Sarà questo il tema della XIII Settimana di studi sulle autonomie locali (SAL), che si terrà ad Alessandria dal 18 al 22 ottobre 2021.

La promuove una rete di collaborazione ormai consolidata, che fa capo per il secondo anno consecutivo al Centro di cultura dell’Università Cattolica, associazione alessandrina che ha celebrato da poco il cinquantenario della propria attività in città, e che include numerosi altri soggetti: la Prefettura di Alessandria, ANCI-Ifel, la Società italiana di diritti sanitario, il Centro documentazione e studi dei Comuni italiani, la rivista “Il Piemonte delle Autonomie”, il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali e il Dottorato di ricerca su “Ecologia dei sistemi culturali e istituzionali” dell’Università del Piemonte Orientale, con il sostegno della Fondazione CRAL e del Gruppo Guala.

Sotto la direzione scientifica del prof. Renato Balduzzi, la Settimana di studi prenderà avvio lunedì 18 ottobre, alle ore 15, in Prefettura, con i saluti introduttivi di Francesco Zito, prefetto di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, sindaco di Alessandria, Alessandro Canelli, sindaco di Novara e presidente ANCI-Ifel, Gianfranco Baldi, presidente della Provincia di Alessandria, Lucio D’Ubaldo, direttore del Centro di documentazione e studi dei Comuni italiani, Serena Quattrocolo, direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali del’UPO, Chiara Tripodina, coordinatrice del Dottorato di ricerca su “Ecologia dei sistemi culturali e istituzionali”, Gian Paolo Zanetta, presidente della Società italiana di Diritto sanitario, Luciano Mariano, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Ad aprire i lavori sarà la prolusione di Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione.

La Settimana proseguirà attraverso un ricco programma, che prevede cinque convegni di studi, di cui uno italo-francese, un concerto presso il Conservatorio Vivaldi, un incontro conclusivo rivolto alla cittadinanza ospitato nel Museo civico di Casale Monferrato.

Ancor più che nelle edizioni precedenti, sarà dato spazio alla voce degli amministratori locali, che saranno i protagonisti del pomeriggio di mercoledì 20 ottobre (ore 15, Prefettura). Nei giorni scorsi, infatti, è stato distribuito a tutti e 187 sindaci dei Comuni della nostra provincia un questionario elaborato dagli organizzatori della SAL avente ad oggetto informazioni e valutazioni sul funzionamento dell’attuale sistema dei controlli interni ed esterni. L’adesione di numerosi Comuni della provincia consentirà di comporre un quadro completo e interessante circa il punto di vista degli amministratori sul tema, che sarà discusso dai diretti interessati.

Da segnalare altresì il ricordo del prof. Joerg Luther, fine studioso delle autonomie, prematuramente scomparso lo scorso anno (martedì 19 ottobre, ore 15, Palazzo Borsalino).

Una menzione particolare, oltre che il concerto che il Conservatorio Vivaldi terrà in onore della Settimana di studi nella serata di giovedì 21 ottobre, merita poi l’incontro conclusivo che si svolgerà a Casale Monferrato, nella bella cornice del Salone Vitoli del Museo Civico. Ad animare la serata di venerdì 22 ottobre sarà un dialogo tra Gianfranco Astori, consigliere per l’informazione della Presidenza della Repubblica, e Renato Balduzzi, costituzionalista dell’Università Cattolica e ideatore della Settimana di studi. Moderati da Sergio Favretto, storico e avvocato, i due relatori si confronteranno sul tema de “La buona amministrazione locale”, con un’attenzione speciale all’esperienza casalese del Novecento.

Gli incontri della Settimana di studi, fatta eccezione per quelli serali poc’anzi ricordati, saranno trasmessi in streaming sul canale YouTube del Centro di cultura.

 

Programma-XII-Settimana-autonomie-locali

Popolari, una presenza politica da ricostruire.

Tornare alla cultura del popolarismo sturziano costituisce un dovere per chi non vuol rinunciare all’essere cattolico-democratico;  per chi crede ancora che l’impegno politico costituisce “la forma più alta di carità”; per chi è consapevole che una politica cristianamente ispirata non rappresenti in questo terzo Millennio una idea vecchia e fuori da questa storia

Molti, soprattutto quelli che vengono ancora definiti come componente cattolica all’interno del PD, ritengono che ormai sia i risultati del Concilio Vaticano Secondo, sia la fine dei sistemi del socialismo reale costituiscano fatti giustificativi per non avere più un partito di ispirazione cristiana.

Ѐ una querelle che si trascina stancamente da diversi lustri, ossia da quando con una buone dose di superficialità e di approssimazione si è deciso di annientare il Partito Popolare Italiano nella Margherita.

Un’operazione, quest’ultima, che di fatto annullava la presenza politica autonoma dei cattolici democratici progressisti proseguendo, quindi, con l’indicazione prodiana di un unico partito che raccoglie l’eredità dei post marxisti e dei post democristiani.

Una sorta di “fusione a freddo” (come l’ha definita Gianfranco Pasquino) che nel mettere insieme due culture si proietta esclusivamente come partito di governo (di potere).

Al di là delle visioni politiche anche personali sul bipartitismo e sul maggioritario o proporzionale, il Partito Democratico così concepito, di fatto, ha prodotto solo guasti anche in termini di quadro democratico di riferimento, contribuendo a radicalizzare le posizioni e favorendo quella scalata delle destre che rappresentano una spina nel fianco per la tenuta dello stesso sistema democratico (gli ultimi eventi di Roma ne sono la testimonianza lampante).

Si tratta di una situazione politica abbastanza evidente,  quella che vede la mancanza e, nel contempo, la necessità di una posizione politica di centro che sappia incarnare non soltanto i valori più alti della mediazione politica (intesa nel senso moroteo), ma che possa restituire finalmente a milioni e milioni di cittadini italiani (oggi collocati nell’astensionismo) una rappresentanza politica e ideale.

Il termine popolare (politicamente inteso) è oggi inflazionato e lo ritroviamo addirittura nel centrodestra in diverse formazioni (anche a carattere regionale); ma si tratta di una sorta di azione politica trasformista a proprio uso e consumo elettorale.

Il Partito Popolare di don Luigi Sturzo nacque, non soltanto per legittimare i cattolici all’impegno politico attivo, ma anche come contrapposizione allo Stato liberale e poi al fascismo. In altri termini, i cattolici conservatori non facevano parte del PPI sturziano, difatti preferirono storicamente l’abbraccio politico con il fascismo.

Ripensare oggi al popolarismo sturziano costituisce un dovere per chi non vuol rinunciare all’essere cattolico-democratico;  per chi crede ancora che l’impegno politico costituisce “la forma più alta di carità”; per chi è consapevole che una politica cristianamente ispirata non rappresenti in questo terzo Millennio una idea vecchia e fuori da questa storia, ma la pietra miliare e l’abbrivio di un’azione civile morale e competente.

Padre Giuseppe Ciutti di Roma, nel farmi notare come “la Gaudium et Spes parlava liberamente di temi sociali, a livello di interesse nazionale, europeo ed internazionale”, ha fermato la mia attenzione sulla seconda parte di questa Costituzione pastorale, ossia laddove “parla di collaborazione con la politica e stabilisce, facendo appello alla libera coscienza degli operatori laici cristiani presenti sulla scena, di principi generali, dettati per orientare e agevolare il riferimento all’ispirazione cristiana, ritenendo così di poter evitare l’uso strumentale della religione a stretto di consenso politico.”

Partire (o ri-partire) da queste riflessioni non è più soltanto un dovere civile per ridare moralità a questa politica ormai vuota e fine a sé stessa, ma è anche un diritto di restituire ad una parte della società una rappresentanza politica degna di questo nome.