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Suor Claudia racconta ad Agensir il dramma del Kazakistan: “Proviamo a sostenere come possiamo la gente del posto”.

 

Missionaria della Consolata colombiana, con esperienza di missione in Tanzania, Suor Claudia va dritta al cuore del problema: Noi abitiamo – dice la religiosa – a unora circa di macchina da Almaty. Ci hanno tagliato internet e le comunicazioni sono molto deboli. Il governo ha dichiarato lo stato demergenza per due settimane e ha chiesto a tutti gli abitanti, sia delle città che dei villaggi, di rimanere a casa”.

 

Amerigo Vecchiarelli

 

“Siamo chiusi in casa anche se qui nel villaggio la situazione è tranquilla, sappiamo quello che sta succedendo nelle città e per questo innalziamo a Dio una preghiera incessante affinché torni presto la pace”. Suor Claudia, missionaria della Consolata colombiana, con esperienza di missione in Tanzania, racconta quanto sta accadendo in Kazakistan. “Noi – dice la religiosa – abitiamo in un villaggio a circa 40 chilometri da Almaty, un’ora circa di macchina dalla città. Dall’altro ieri ci hanno tagliato internet e le comunicazioni sono molto deboli. Sappiamo che tutto è chiuso, che la città è chiusa e che per entrarvi è necessario un pass speciale. Inoltre, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza per due settimane e ha chiesto a tutti gli abitanti, sia delle città che dei villaggi, di rimanere a casa. Qui nel nostro villaggio non c’è movimento nelle strade e sono pochissimi i negozi aperti”.

 

Avete conferma di quanto sta accadendo in città?
Sì, sappiamo quello che sta succedendo ad Almaty ed in altre città del sud. Sappiamo che la situazione è molto delicata.

Abbiamo visto anche noi le immagini degli incendi e delle repressioni. Inoltre le notizie su quanto sta accadendo ad Almaty ci sono state confermate anche da tanti nostri amici.

 

Averte subito ritorsioni anche voi?
No, noi siamo in una situazione più tranquilla rispetto a quella delle città. Il clima è più pacifico ma sappiamo che si sta consumando un dramma. Al momento sappiamo poi che l’Aeroporto è stato chiuso, che non si può partire né arrivare almeno fino alla sera di domenica.

 

Come pensate di essere presenti e utili in questa situazione in cui tanta gente sta perdendo la vita?
Innanzitutto con la preghiera. Ieri siamo stati tutto il pomeriggio in adorazione davanti al santissimo chiedendo pace per il popolo del Kazakistan. Questa è la prima cosa. E poi proviamo ad essere presenti nella vita di chi ci vive accanto.

Andiamo a trovare i nostri vicini facendoci compagni, ascoltiamo le loro difficoltà e cerchiamo di essere con loro e per loro. È chiaro poi che questa situazione incide sul lavoro che diminuisce e quindi proviamo anche a sostenere come possiamo la gente locale.

 

Da quello che sapete come è la situazione nel Paese?
Abbiamo da poco passato le feste per l’anno nuovo, feste che qui sono sempre molto sentite dalla popolazione. Qualcuno aveva comprato un po’ di cibo in più ma ora le scorte stanno terminando e se non riaprono presto i negozi si rischia la fame. Mancano i prodotti. Sappiamo che questa è comunque una situazione che accomuna tante famiglie che vivono in povertà e patiscono questa la situazione. Sappiamo che i lavoratori di Almaty e delle città sono in seria difficoltà. Difficoltà che ora si uniscono a quella generata dal Covid che ha provocato seri problemi in tutto il Paese. Tutto questo ha inciso sull’economia e le conseguenze ricadono inevitabilmente sulle famiglie e sugli anziani.

 

[AgenSIR – 7 gennaio 2022]

Il business dell’uranio africano. Sull’Osservatore Romano l’analisi di Padre Albanese.

 

Attualmente lAfrica riveste un ruolo non irrilevante nelle attività estrattive di uranio a livello planetario.

Secondo i dati pubblicati nel settembre scorso dalla World Nuclear Association e riferiti al 2020, sono 3 i Paesi africani inclusi nella classifica dei primi venti produttori mondiali: Namibia al terzo posto con 5.413 tonnellate, il Niger che si attesta al sesto posto con 2.991 tonnellate, segue poi in undicesima posizione il Sud Africa con 250 tonnellate.

L’articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano del 7 gennaio.

 

Giulio Albanese

 

Il bombardamento nucleare di Hiroshima e quello successivo di Nagasaki, avvenuti nell’agosto del 1945, sono ricordati come gli eventi bellici più catastrofici e spaventosi della storia umana. Si trattò di due devastazioni che non ebbero nulla a che fare con le armi tradizionali e che causarono complessivamente oltre 200.000 morti e 150.000 feriti.

 

Ebbene, uno dei due ordigni atomici (denominato “Little Boy”, sganciato su Hiroshima) venne realizzato utilizzando l’uranio estratto nella miniera congolese di Shinkolobwe, nella regione del Katanga.

 

Da rilevare che dalla fine della seconda guerra mondiale l’utilizzo dell’uranio è stato direttamente connesso allo sviluppo dei processi di fissazione nucleare e al loro uso a fini bellici (bombe atomiche, propulsione navale) e civili (centrali nucleari). Sebbene l’uranio sia stato soggetto a straordinarie oscillazioni di prezzo sui mercati mondiali, legate all’altalenante destino dell’energia nucleare, esso continua a suscitare l’interesse di molti Paesi. Nei primi anni Duemila il costo di questo metallo pesante salì alle stelle a seguito di un’ondata di fiducia internazionale verso il nucleare, mentre si è poi fortemente contratto dopo il disastro di Fukushima del 2011 in Giappone.

 

Attualmente l’Africa riveste un ruolo non irrilevante nelle attività estrattive di uranio a livello planetario. Secondo i dati pubblicati nel settembre scorso dalla World Nuclear Association e riferiti al 2020, sono 3 i Paesi africani inclusi nella classifica dei primi venti produttori mondiali: Namibia al terzo posto con 5.413 tonnellate, il Niger che si attesta al sesto posto con 2.991 tonnellate, segue poi in undicesima posizione il Sud Africa con 250 tonnellate.

 

Ma andiamo per ordine. La Namibia, che attualmente rappresenta il 7 per cento della produzione mondiale, dispone di due grandi miniere attualmente operative — Rössin e Husab — gestite dalla China National Uranium Corp (Cnuc), una sussidiaria della China National Nuclear Corp (Cnnc), e dal China General Nuclear Power Group (Cgnpg). Il Niger, invece, vanta una lunga tradizione estrattiva e per anni è stato il leader africano nella produzione di uranio, ma dal 2016 è stato superato dalla Namibia.

 

In questo Paese saheliano la multinazionale francese Orano (ex Areva) è azionista di maggioranza di Somaïr (Societé minière de l’Aïr con il 66 per cento delle quote) e Cominak (Compagnie Minière d’Akouta con il 59 per cento), gestendo rispettivamente le miniere di Arlit e Akouta, cittadine della regione nordorientale di Agadez, a cui è stata attribuita fino al 2020 tutta la produzione nigerina. Sebbene in questo Paese sia avvenuta, nel marzo scorso, la chiusura per esaurimento della miniera di Akouta, la Orano si è impegnata presso il governo di Niamey a sviluppare un nuovo sito, quello di Imouraren.

 

Per quanto concerne il Sud Africa, invece, gran parte del terreno produttivo e potenziale per l’estrazione di uranio, come sottoprodotto dell’oro, è localizzato nel bacino del Witwatersrand, un’area di circa 330 chilometri x 150 a sudovest di Johannesburg. Sebbene il tasso di produttività nel Paese Arcobaleno sia stato basso, anche a seguito delle limitazioni imposte dalla pandemia, esso dispone di una riserva stimata attorno alle 113.000 tonnellate, pari al 5 per cento del totale a livello planetario.

 

Ma l’uranio è presente anche in molti altri Paesi africani. In alcuni casi, come ad esempio in Malawi, in passato vi sono state attività estrattive, attualmente in fase di ripresa, mentre in altri le ricerche e gli studi dei terreni sono ancora in corso e stanno calamitando gli interessi di investitori stranieri.

 

Per quanto alcuni Paesi industrializzati come il Giappone e la Germania abbiano avviato una politica di smantellamento delle loro centrali nucleari per motivi di sicurezza e ambientali, altri, come India, Cina, Russia e Arabia Saudita, hanno aperto al contrario nuovi reattori nucleari per soddisfare le loro esigenze energetiche. Emblematico è l’impegno assunto dal colosso nucleare pubblico russo Rosatom che ha deciso di portare avanti il progetto di sfruttamento dell’uranio nella zona di Mkuju River, situata nel settore meridionale della Tanzania, non lontano dal confine con la provincia mozambicana di Cabo Delgado. In effetti, già nel decennio scorso era stata avviata una proficua collaborazione tra il governo di Mosca e quello tanzaniano attraverso la società Uranium One, divisione mineraria internazionale della Rosatom.

 

Tra gli Stati africani che aspirano a sfruttare le proprie risorse di uranio c’è anche il Botswana nella macro regione dell’Africa australe. Qui va segnalata in particolare la presenza dell’australiana A-Cap Energy alla quale nel 2016 sono stati concessi per 22 anni i diritti minerari del sito di Letlhakane nel nordest del Paese. Da rilevare, comunque, che la maggioranza del pacchetto azionario della A-Cap è cinese con le società Jiangsu Shengan Resources Group Co Ltd che detiene il 41,04 per cento e l’Ansheng Investment Co Ltd con il 19,78 per cento.

 

Dal punto di vista estrattivo, potrebbe essere imminente una ripresa della produzione nella Repubblica Centrafricana e più precisamente nel sito di Bakouma. Prima del 2012, le attività estrattive erano condotte dalla multinazionale francese Areva, poi vennero sospese a seguito del deterioramento della situazione generale del Paese e di altre controversie. Areva, che oggi si chiama Orano, sebbene possieda ancora la sua controllata centroafricana, non è intenzionata a riprendere le attività estrattive e il sito è sul mercato al miglior offerente. Non è da escludere che possano entrare in gioco altri player come il colosso nucleare russo Rosatom.

 

Non sono pochi i Paesi africani che dispongono di giacimenti o che in passato erano produttori e stanno cercando di riavviare le loro miniere di uranio inattive: dall’Algeria alla Repubblica Democratica del Congo; dal Gabon alla Guinea Equatoriale; dalla Nigeria alla Guinea; dal Mali alla Mauritania. A dispetto di una produzione continentale attuale del 15 per cento, in Africa sarebbero localizzate oltre il 20-23 per cento delle riserve di uranio riconosciute del pianeta. Il problema principale è legato all’impatto delle miniere di uranio sull’ambiente e sulle popolazioni autoctone che vengono coinvolte nelle attività estrattive. Si tratta di una manodopera a basso costo che raramente ha consapevolezza delle reali implicazioni del business minerario sulla qualità della vita.

 

Le miniere di uranio richiedono grandi sbancamenti di terreno e l’impatto sull’ecosistema e in particolare sulle acque sotterranee è spesso devastante. Nonostante le denunce di alcune organizzazioni internazionali e della società civile, l’estrazione e la ricerca mineraria continuano speditamente, senza che le enormi ricchezze del sottosuolo si traducano in reali benefici per le popolazioni locali.

 

Purtroppo, come peraltro avviene per molte altre materie prime, fonti energetiche in primis, a beneficiare dei vantaggi economici sono i Paesi ad alto reddito, mentre a pagare le conseguenze (ambientali, sanitarie e sociali) risultano essere i paesi a basso reddito. Sta di fatto che mentre in Europa si dibatte sul caro bollette, oltre la metà della popolazione subsahariana — circa 600 milioni di persone — vive nell’oscurità senza avere accesso all’energia elettrica.

 

A riprova che il mercato energetico ha bisogno di una radicale conversione a qualsiasi latitudine, nel pieno rispetto dell’uomo e dell’ambiente. Prima che sia troppo tardi.

Progetto Insulae: raccontare in modo nuovo il patrimonio culturale italiano. Un’iniziativa per Expo Dubai di Treccani e Magister Art.

 

Si tratta di una sfida importante, che ha lambizione di diventare un percorso culturale denso di sviluppi e diramazioni. Il progetto e i suoi prodotti avranno un ulteriore spazio di visibilità sul portale Treccani e, a partire dal 10 marzo, in un evento istituzionale a EXPO Dubai presso lAuditorium del padiglione italiano,

Redazione

Il progetto Insulae, ideato e realizzato da Treccani e Magister Art, renderà pubblici i risultati della prima tappa del suo percorso a EXPO Dubai con la proiezione, nelle giornate dal 9 al 15 gennaio 2022, di quattro cortometraggi all’interno della Galleria e della Sala Studio del Padiglione Italia. Le prime quattro opere sono dedicate a Murano, Pienza, Procida e Castro (Lecce) e rappresentano un’innovativa sintesi fra strumenti tradizionali e modalità digitali. I contenuti enciclopedici certificati della banca dati Treccani si coniugano infatti con immagini e infografiche per raccontare queste piccole e nondimeno importanti realtà, valorizzandone l’eredità storico-archeologica, il paesaggio, il patrimonio artistico e soprattutto dando voce alle persone che quei luoghi abitano e rendono vivi.

 

 

Il progetto Insulae parte dunque dalle storie straordinarie di due piccoli comuni come Castro e Pienza, isole concettuali, e di due isole geografiche reali, come Procida e Murano; i cortometraggi mostrano il viaggio di avvicinamento, l’immersione nella fisicità dei luoghi e attraverso questi la vita quotidiana e il lavoro delle persone, la storia e i suoi lasciti preziosi. Sviluppando il tema dell’insularità, della specificità, Insulae, con questo primo tassello e con gli sviluppi futuri, vuole contribuire a creare una nuova mappa culturale dell’Italia e così essere un innovativo strumento per promuovere all’estero i piccoli Comuni e le isole con il loro specifico valore.

 

La dimensione insulare viene inserita in un contesto apparentemente connotato in modo diverso come EXPO Dubai, il cui tema generale è il collegamento, la connessione (Connecting minds, creating the future). Anche il Padiglione Italia, che si presenta con un volto estremamente innovativo, mette in risalto l’importanza dei legami con il tema La bellezza unisce le persone. Naturalmente, approfondendo lo sguardo, appare feconda proprio la relazione tra identità e connessione, tra diversità e legame, tra particolare e universale, che aiutano a capire la specificità del patrimonio culturale italiano, armonioso e complesso mosaico di ‘isole’ che pur nella loro unicità non vivono come monadi non comunicanti.

 

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Progetto_Insulae.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Dopo il Covid, il cambiamento arriverà. Su “Vita” le ricerche dell’Associazione delle Cooperative di Consumatori.

 

Nell’annuale Rapporto dell’Associazione Nazionale Cooperative Consumatori (con Nomisma), le speranze e i timori degli italiani. Una spinta a cambiare se stessi ma anche la società, sempre con un occhio all’emergenza pandemica.

 

Giampaolo Cerri

 

Cambiare non stanca. L’appuntamento coi survey di fine anno dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori – ANCC, fra voglia di ripresa, sentimenti di speranza e, ovviamente, con qualche timore, riconduce ancora una volta, per una notevole fetta degli interpellati, alla parola “cambiamento”. Il 19% per cento degli intervistati la indica infatti come la parola dell’anno che verrà, dietro a “speranza”, che compare nel 35% delle risposte, e poco sotto “ripresa”, indicata da 16 interlocutori su 100.

 

Certo, un cambiamento, che risente anche delle incertezze legate all’emergenza, come osservano alla stessa ANCC che, in una nota, parla di italiani “in bilico sul trampolino, pronti al grande salto verso il nuovo futuro a cui la pandemia sembra aver dato inizio, ma allo stesso tempo su quello stesso trampolino ancora trattenuti dalle incognite del momento”.

 

Dalle due ricerche, curate dell’Ufficio studi Coop, condotte in dicembre e quindi già nel pieno delle nuova ondata pandemica, una in collaborazione Nomisma, “2022, Coming Soon – Consumer” su un campione rappresentativo della popolazione italiana e la seconda, “2022, Coming Soon – Manager”, sulla community di esperti del sito italiani.coop, dalle due ricerche, dicevamo, emerge una foto interessante su come gli anni del Covid hanno comunque generato, in molti, la voglia di cambiare, a cominciare da se stessi.

 

Indicando gli obiettivi, le aspirazioni, i desideri per il nuovo anno, i rispondenti evidenziano sempre, anche se a diverso titolo, la necessità di una mossa personale: il cambiare, per esempio, l’attitudine verso il proprio benessere e la propria salute, riconducibile a quel “prendersi cura di sé”, indicato dal 57% degli intervistati; o il mutare rapporto fra la vita professionale e la vita di relazione, citato da 56 su 100, alla voce “cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata”.

 

O, ancora, “rivedere le proprie priorità” che, il 55% associa come passo necessario per il post-Covid; un “dopo” a cui 21 interlocutori su 100 annettono anche la possibilità “di costruirsi una nuova vita”, mentre quasi uno su tre, pari al 29% del campione, “pensa di cambiare lavoro”, praticamente il rimbalzo italiano della Great Resignation, il fenomeno delle dimissioni massive, che ormai sta caratterizzando molti Paesi, Stati Uniti in primis.

 

Certo, tutto appare coniugato al futuro, nella consapevolezza di dover uscire ancora dall’emergenza sanitaria, ma che non si possa restare più quelli di prima, lo si vede anche dall’area dei valori e dell’impegno.

 

Il “cambiamento climatico” registra, per esempio, una percentuale elevatissima di risposte (78%) nella convinzione che “gli Stati di tutto il mondo devono porvi rimedio con la massima urgenza” (82%).

 

Un cambiamento che non è però solo rimesso alle determinazioni dei Paesi e delle organizzazioni sovrannazionali perché, spiega la ricerca di ANCC, “il 97% si dice disposto a cambiare almeno alcune delle proprie abitudini”, mettendoci cioè del proprio. Certo, indicando soluzioni le più diverse, e talvolta mettendo dei paletti a difesa del proprio stile di vita: “Disposti a acquistare lampadine a basso consumo (pensa di farlo l’80% del campione), gli intervistati eviterebbero gli sprechi alimentari (61%), ma solo il 18% rinuncerebbe alla lavastoviglie, il 15% sceglierebbe l’usato e appena il 14% ridurrebbe l’uso della lavatrice”.

 

È forse la medesima voglia di cambiamento di fondo che può spiegare la forte fiducia nella tecnologia e nei suoi sviluppi: “Quasi 9 italiani su 10 si vedono nello spazio entro il 2050”, prosegue ANCC, “e 6 su 10, se potessero, manderebbero già oggi cartoline dalla luna. Entro il 2030 la realtà virtuale farà parte della quotidianità per il 57% degli intervistati, nello stesso periodo per 4 italiani su 10 la carne sintetica sarà consuetudine sulle nostre tavole e sulle nostre strade circoleranno auto a guida autonoma per un intervistato su tre (37%)”.

 

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http://www.vita.it/it/article/2022/01/06/dopo-il-covid-il-cambiamento-arrivera/161495/

E se nel collegio dì Roma I Berlusconi decidesse dì lanciare la sfida nel segno della sua candidatura al Quirinale?

 

Una campagna elettorale smorta potrebbe dì colpo infiammarsi, con esiti imprevedibili. Un’ipotesi assurda, la trasformazione della battaglia in un referendum per il Quirinale? Forse, sebbene al Cavaliere non dispiaccia il colpo dì teatro.

 

Cristian Coriolano

 

Non molta attenzione è stata finora prestata alla imminente prova elettorale nel collegio di Roma 1, proprio nel cuore della città, per assegnare il seggio lasciato vacante dal sindaco Gualtieri. Lo notava ieri “Il Foglio” in un articolo (“Voto fantasma”) dal tono sconsolato e polemico per l’inconsistenza del confronto politico tra i candidati in lizza: Cecilia D’Elia (Partito democratico), Simonetta Matone (centro-destra), Valerio Casini (Renzi-Calenda). Non per colpa loro, a dire il vero, perché la deprecata sottomissione della politica alla logica della teatralità, per la quale il leaderismo costituisce al tempo stesso la premessa e l’epilogo, finisce per mettere in crisi lo sviluppo sul territorio di una dialettica autentica tra i partiti, ovvero tra chi ne incarna localmente le sorti.

 

L’analisi del giornale, benché stringata, colpisce nel segno perché “quella che doveva essere una campagna in grande […] è a dir poco sommersa e  schiacciata dalle notizie pandemiche e da quelle pre-quirinalizie”. Per “Il Foglio” sono dunque elezioni che “rischiano di trasformarsi in formalità burocratica […] E pensare  che poco meno di un mese fa su Roma 1 si consumava apparentemente (solo apparentemente) una sorta di battaglia epocale tra populismo e antipopulismo […] il tutto come canovaccio di prossime future lotte (prima il Quirinale, poi le Politiche)”. In effetti, lo scarto è macroscopico e nasconde a mala pena l’incombere di un astensionismo a livello record.

 

Viene da chiedersi, tuttavia, se questo scenario sia destinato a restare immobile, ovvero se non vi sia all’orizzonte l’eventualità del classico colpo di scena, per il quale improvvisamente si scombina il quadro vecchio e se ne apre uno nuovo, anche in maniera clamorosa. Impossibile? Fino a un certo punto. Non sarebbe certo implausibile che un Berlusconi determinato a forzare la mano a ridosso della partita del Quirinale possa chiedere alla candidata di centrodestra, la schiva Matone, di lanciare lo slogan in grado di rompere ogni indugio sulla questione del Quirinale: insomma…Berlusconi for President.

 

Ebbene, si tratta di un collegio che vede la prevalenza del centrosinistra, ma si dà il caso che il centrosinistra ipotizzato sulla carta  – da Conte a Calenda, passando per Letta e Renzi – si presenti invece diviso, con due distinte candidature, senza che nemmeno abbia una delle due, vale a dire quella del Pd, il sostegno esplicito del M5S. Per questo una mobilitazione dell’elettorato che pure conserva un certo legame, anche emotivo, con Berlusconi potrebbe risultare particolarmente insidiosa. E un risultato a sorpresa, in questa prefigurazione astratta e tuttavia realistica, avrebbe un effetto dirompente sulla successiva partita che i Grandi elettori dovranno affrontare. Tanto vale pensarci.

Occorre rifondare i partiti perché altrimenti s’impoverisce la democrazia. Decisiva l’elezione del Presidente della Repubblica.

 

Serve una rifondazione che non può che passare attraverso tre canali, antichi ma che conservano una bruciante attualità. Ovvero, una cultura politica definita e riconoscibile; una classe dirigente qualificata e altrettanto riconoscibile e, in ultimo, un radicamento territoriale frutto di un insediamento sociale e culturale nè effimero e nè volatile.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un aspetto, tra i molti che si potrebbero citare, che evidenzia in modo persin troppo plastico la debolezza cronica e strutturale dei partiti contemporanei. E l’esempio è offerto quotidianamente su tutti gli organi di informazione e si riferisce alla sostanziale impossibilità dei capi partito di controllare le “truppe” parlamentari in vista dell’elezione del futuro Presidente della Repubblica. Li definisco “truppe” perchè sono stati nominati attraverso il metodo della fedeltà e dell’obbedienza cieca al capo politico di turno e quindi senza alcuna valenza politica legata al merito, al radicamento territoriale o alla espressività sociale. Ma, come sempre capita quando si arriva in un luogo di potere per casualità o per fortuna, appena si intravede l’impossibilità di ripetere l’esperimento per le motivazioni più varie, scatta immediatamente un’altra logica. Nel caso specifico, la ricerca esclusiva del proprio interesse personale. Con tanti saluti alla fedeltà e alla sottomissione al capo.

 

Ecco, è appena sufficiente registrare questo fatto – cioè il non controllo dei gruppi parlamentari da parte dei rispettivi vertici di partito – per arrivare ad una conclusione politica già nota ma abbastanza cruda nella sua essenza. E cioè, i partiti di fatto non esistono più. Oggi si può parlare solo di cartelli elettorali, di gruppi estemporanei, di aggregazioni casuali che rispondono a logiche personali e del tutto avulse da logiche e costanti politiche, valoriali culturali o vagamente programmatiche. Nulla a che vedere con i partiti del passato ma anche lontani dai partiti che hanno caratterizzato la cosiddetta seconda repubblica. E non solo perchè erano strumenti con una cultura politica, una classe dirigente più o meno qualificata e con un una ramificazione organizzativa disseminata in tutto il paese. Quando tutto ciò viene a mancare, prevalgono esclusivamente gli interessi personali, le convenienze singole e i calcoli sul proprio destino. Ovvero, l’esatto contrario dei criteri che ispirano e disciplinano una buona e costruttiva politica.

 

Riflessioni che, comunque sia, portano ad una conclusione squisitamente politica. E cioè, proprio di fronte allo spettacolo abbastanza squallido che viene evidenziato dal non controllo dei rispettivi gruppi parlamentari, emerge la necessità di una profonda rivisitazione e rifondazione dei partiti politici nel nostro paese. Una rifondazione che non può che passare attraverso tre canali, antichi ma che conservano una bruciante attualità. Ovvero, una cultura politica definita e riconoscibile; una classe dirigente qualificata e altrettanto riconoscibile e, in ultimo, un radicamento territoriale frutto di un insediamento sociale e culturale nè effimero e nè volatile. Senza questi tre requisiti di fondo si rischia di consolidare una situazione effimera e liquida dove la stessa qualità della democrazia si riduce e si impoverisce irreversibilmente.

 

Ecco perchè anche dalla vicenda delicata ed importante della elezione del Presidente della Repubblica può arrivare una lezione decisiva per il futuro e per il ruolo dei partiti politici nel nostro paese.

Il futuro dei territori devastati dal sisma nel Centro Italia. La Corte dei Conti suggerisce un cambio di passo.

 

La ricostruzione, dicono i giudici contabili, procede troppo a rilento. Le norme sono fonte di complicazioni, a danno dei cittadini in attesa di giusti ristori. Ormai pronto il “Codice della Ricostruzione”: approvarlo in fretta è atto di serietà e concretezza politica.

 

Augusto Gregori

 

La Corte dei Conti ha concluso la sua indagine sul post-sisma nel Centro Italia certificando un dato che è sotto gli occhi di tutti: la ricostruzione procede troppo a rilento, in alcuni casi non è ancora partita.

 

In veritas i magistrati contabili vanno anche oltre e suggeriscono alla politica qualcosa che merita di essere approfondito: la creazione, cioè, di nuovi interventi legislativi per velocizzare le procedure in casi come questo, tenendo conto dell’alta sismicità del territorio Italiano.

 

Le cause delle pur inaccettabili lungaggini sono varie e riguardano soprattutto i tempi della burocrazia e le fasi di instabilità politica. In poche parole, i soldi sono stati stanziati ma non spesi, con un’inversione di tendenza da questo punto di vista solo a partire dalla seconda metà del 2020.

 

Tuttavia, dietro ai numeri e alla burocrazia ci sono storie di famiglie che attendono ormai da cinque anni e mezzo i lavori di ricostruzione delle loro case; storie pertanto di sofferenza che non vanno solo ascoltate, ma alle quali, piuttosto, occorre fornire risposte concrete. E tocca alle Istituzioni adempiere a questo compito di giustizia.

Il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha invitato a pensare caldamente – ed è corretta la sua intuizione – a quella che passa nel linguaggio più appropriato come “l’Italia fra i due mari” (il Tirreno e l’Adriatico). Ora, la vera scommessa consiste appunto nell’utilizzare bene i fondi del PNRR, per fare del Centro la locomotiva del Paese, partendo proprio dal rilancio delle zone terremotate e sviluppando piani di rigenerazione urbana, del tessuto sociale, economico, produttivo e imprenditoriale. Ed ovviamente di ricostruzione.

 

Vale la pena ricordare, senza spirito di partigianeria, che il Pd ha recentemente affrontato questo impegnativo dibattito in un’Agorà Democratica Interregionale, con un incontro fra i segretari regionali di Lazio, Abruzzo, Marche, Umbria, gli amministratori locali, le associazioni di categoria e dei cittadini. Si è stilata un’agenda per la ricostruzione e la rigenerazione dei territori interessati, con l’impiego coordinato dei fondi del PNRR e della ricostruzione nella prospettiva, in più, di una normativa-cornice che farà seguito all’attuale legge delega.

 

Esiste già la proposta di “Codice della Ricostruzione”, che per fine di dotare la Penisola di strumenti, tecnici, logistici e legislativi rapidi ed efficaci rispetto ad eventuali situazioni emergenziali future. Proprio per evitare quelle lungaggini burocratiche, quelle norme affastellate l’una accanto all’altra, con ciò determinando quel rebus inestricabile che la Corte dei Conti ha giustamente censurato.

 

Accelerare la ricostruzione significa dunque ridare vita a quei territori. È arrivato il momento di chiudere un capitolo triste della nostra storia recente e iniziarne uno nuovo fatto di dignità, riscatto e rinascita.

La Politica si faccia trovare pronta, davvero.

 

Augusto Gregori

Presidente Pd Lazio

Oggi l’argilla grida al suo Creatore. Sull’Osservatore Romano la solennità dell’Epifania nella tradizione bizantina.

 

Dai testi liturgici sgorga il tema, presente in ambedue le feste, sia il Natale sia lEpifania, cioè quello della nuova creazione che avviene per lumanità intera dallincarnazione del Verbo di Dio. Alcune preghiere, attribuite al grande teologo e poeta Romano il Melodo (+556), propongono la figura di Adamo peccatore rimasto cieco, nel buio e senza vestiti, illuminato e rivestito dalla nuova creazione in Cristo.«Ad Adamo, accecato nellEden, è apparso a Betlemme il sole, e gli ha aperto le pupille, lavandole con le acque del Giordano».

 

Manuel Nin

 

La tradizione bizantina, nel periodo Natale-Epifania, celebra due grandi feste o se si vuole celebra due dei misteri centrali della nostra fede cristiana: la nascita nella carne del Verbo di Dio incarnato il giorno 25 dicembre e il suo battesimo nel Giordano il giorno 6 gennaio. Mentre le pericopi evangeliche lette nel Natale sono quelle della nascita di Cristo e della sua manifestazione ai pastori e ai magi, quelle lette nella festa dell’Epifania sono quelle del battesimo di Cristo. Vorrei soffermarmi in alcuni temi che troviamo nei tropari dei giorni della pre-festa, dell’Epifania stessa e del giorno immediatamente dopo. Sono degli aspetti che fanno parte della nostra professione di fede cristiana e che i testi della liturgia cantano in modo poetico e con una profondità teologica unica.

 

Un primo aspetto che troviamo nei testi liturgici del periodo dell’Epifania è il parallelo o il vincolo stretto tra Natale ed Epifania. Uno dei tropari mette in evidenza i segni che accompagnano l’una e l’altra delle manifestazioni del Signore: «Splendida la festa appena passata, ma ancor più splendida, o Salvatore, quella che sta per venire. La prima ha avuto un angelo come araldo della buona novella; questa ha avuto il precursore per prepararla. Nella prima è stato versato sangue, sicché Betlemme gemeva, privata dei figli; in questa, con la benedizione delle acque, si fa conoscere il fecondo fonte battesimale. Allora una stella ti ha indicato ai magi; ora il Padre ti mostra al mondo». Bel parallelo tra l’angelo di Betlemme e Giovanni Battista, tra la stella che indica Betlemme e la voce del Padre che indica il Figlio beneamato.

 

I testi liturgici, inoltre, si servono di quello che potremmo chiamare una cristologia per via di contrasto per mettere in evidenza il mistero della filantropia di Dio: il fiume che riceve colui che è sorgente, la nudità di colui che riveste tutte le cose con la sua bellezza. Anche Giovanni Battista presentato con l’immagine dell’argilla, di colui che ha le mani di fango, e che si rivolge a chi l’ha modellata: «Come potranno i flutti del fiume ricevere te, Signore, che sei fiume di pace e torrente di delizie, come sta scritto, o onnipotente, mentre in essi entri nudo, tu che rivesti i cieli di nubi, per mettere a nudo tutta la malizia del nemico e rivestire di incorruttibilità i figli della terra? I flutti del Giordano hanno accolto te, la sorgente, e il Paraclito è sceso in forma di colomba; china il capo colui che ha inclinato i cieli; grida l’argilla a chi l’ha plasmato, ed esclama: Perché mi comandi ciò che mi oltrepassa? Sono io ad aver bisogno del tuo battesimo».

 

Dai testi liturgici ne sgorga un altro tema, presente in ambedue le feste, sia il Natale sia l’Epifania, cioè quello della nuova creazione che avviene per l’umanità intera dall’incarnazione del Verbo di Dio: «Facciamo piamente risuonare i canti vigilari dell’augusto battesimo del nostro Dio: poiché ecco, come uomo, nella carne, egli sta per venire dal suo precursore a chiedere il battesimo salvifico per riplasmare tutti quelli che, nella fede, vengono santamente illuminati e partecipano dello Spirito. Esulta, Adamo, insieme alla progenitrice: non nascondetevi come un tempo nel paradiso, poiché, avendovi visti nudi, egli è apparso per rivestirvi della prima veste. Cristo si è manifestato, perché vuole rinnovare tutto il creato». Specialmente uno dei tropari attribuiti a sant’Andrea di Creta (660-740) collega il battesimo di Cristo alla redenzione di tutta l’umanità, da Adamo in poi, e propone già il tema pasquale della riapertura del paradiso: «Il mio Gesù alla sua volta nel Giordano si purifica o, meglio, purifica noi dai nostri peccati. Viene infatti veramente al battesimo, volendo cancellare con l’acqua il documento scritto che accusa Adamo, e dice a Giovanni: Vieni, o battista, presta il servizio supremo allo straordinario mistero; vieni, stendi presto la tua mano, e tocca il capo di colui che spezza la testa del drago e apre il paradiso che la trasgressione aveva chiuso, per l’inganno del serpente, quando un tempo fu assaggiato il frutto dell’albero».

 

Alcuni dei testi liturgici danno voce a Giovanni Battista e al Giordano stesso in un bel dialogo che ricorda i testi delle dispute che troviamo spesso nei testi liturgici siriaci e anche bizantini: «Venite, fedeli tutti, lasciamo la Giudea e passiamo al deserto del Giordano: là […] colui che, apparso per noi nella carne, chiede il battesimo nei flutti del Giordano, mentre il battista si rifiuta […]: non oso stendere le mani sul fuoco con palme di fango. Il Giordano e il mare sono fuggiti, o Salvatore e si sono volti indietro; e come imporrò io la mano sul tuo capo che fa tremare i serafini? […] e come non affonderà nel caos e nell’abisso, vedendo te nudo tra i suoi flutti? Come non mi brucerà, tutto incendiato da te? Ma grida il Giordano a Giovanni: Perché tardi, o battista, a battezzare il mio Signore? Perché impedisci la purificazione di tanti? Tutta la creazione egli ha santificato; lascia che santifichi anche me e la natura delle acque, perché per questo si è manifestato».

 

Infine, alcuni brani di due tropari, attribuiti a Romano il Melodo (+556), grande teologo e poeta nella scia dei grandi teologi che hanno saputo trasformare la teologia in poesia, che collegano la figura di Adamo peccatore rimasto cieco, nel buio e senza vestiti, illuminato e rivestito dalla nuova creazione in Cristo: «Ad Adamo, accecato nell’Eden, è apparso a Betlemme il sole, e gli ha aperto le pupille, lavandole con le acque del Giordano. Per colui che era divenuto scuro e ottenebrato, è sorta la luce inestinguibile; non ci sarà più notte per lui, ma tutto sarà giorno […]. Al tramonto, infatti, egli si era nascosto, come sta scritto, ma ha trovato un raggio che lo ha ridestato, lui che verso sera era caduto: è stato liberato dal buio ed è giunto a quell’alba, che col suo apparire ha illuminato l’universo […]. Quando Adamo per sua volontà perse la vista per aver assaggiato il frutto che rende ciechi, subito contro la sua volontà fu denudato […]. Egli era dunque nudo e accecato, e a tentoni cercava di afferrare il diavolo che lo aveva spogliato. Ma quello sogghignava vedendolo brancolare qua e là e cercare il vestito che aveva perduto. A tale vista, Colui che per natura è compassionevole si avvicinò a lui dicendo: “Nudo e accecato io ti accolgo: avvicinati a me, che sono apparso e ho illuminato ogni cosa”».

 

Romano il Melodo mette in relazione il peccato di Adamo e la salvezza di Cristo per mezzo della sua incarnazione e la sua nascita. Parallelo anche tra l’Eden e Betlemme: il primo luogo del peccato e della cecità, il secondo luogo della nuova luce. Adamo viene “guarito” dalla sua cecità quasi come nei miracoli in cui Gesù guarisce i ciechi con l’acqua o col fango. Nel nostro testo l’acqua che guarisce è quella del Giordano. Il tropario sottolinea quindi il battesimo come guarigione, come illuminazione: La notte passa, fugge e appare il giorno senza tramonto. L’alba diventa subito mattino e giorno pieno. Ancora il parallelo tra il tramonto e l’alba: Adamo pecca al tramonto, con il buio del peccato diventa anche cieco, e anche si nasconde da Dio e dalla luce. Il tropario ha anche degli accenti pasquali: un raggio ridesta Adamo, come Cristo scendendo nell’Ade lo ridesterà nel sabato santo. Adamo salvato dal buio e portato alla salvezza che illumina tutto l’universo: «Quell’alba, che col suo apparire ha illuminato l’universo […]».

 

Manuel Nin
Esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino residenti in Grecia

Interrogazione al governo di Dario Parrini per il volantino Br messo all’asta. Anche Fioroni stigmatizza l’episodio.

 

Riportiamo il testo integrale della interrogazione a risposta orale che il deputato del Pd ha rivolto al Ministro della cultura, Dario Franceschini, in relazione all’iniziativa della casa d’aste Bertolami Fine Arts di bandire la vendita dì una delle riproduzioni del volantino che le Brigate Rosse diffusero all’indomani dell’eccidio dì Via Fani e il rapimento dì Aldo Moro. A tale riguardo Giuseppe Fioroni, Presidente nella passata legislatura della Commissione parlamentare dì indagine sul “Caso Moro”, ha stigmatizzato l’episodio richiamando tutti al “perenne rispetto” per le vittime, perché – ha detto –  “il loro martirio laico non può essere oggetto dì speculazione in nessun modo”.

 

Redazione

 

Interrogazione a risposta orale

 

Al Ministro della Cultura

 

Premesso che:

 

in data 5 gennaio 2022 è stato reso noto che la casa d’aste Bertolami Fine Arts ha bandito la vendita – con prezzo base di euro 600 – di una delle riproduzioni originali, ciclostilate, del volantino recante il Comunicato n. 1 con il quale le Brigate Rosse, nelle ore immediatamente successive all’eccidio di Via Mario Fani del 18 marzo 1978, rivendicarono l’avvenuto sequestro di Aldo Moro e il barbaro omicidio dei cinque agenti della sua scorta;

 

la notizia ha suscitato vasta e comprensibile riprovazione, sia da parte dei parenti e dei discendenti delle vittime, sia da parte dell’Associazione nazionale funzionari di Polizia;

 

la commercializzazione di documenti così profondamente legati a snodi dolorosissimi della storia della Repubblica desta preoccupazione sotto molteplici profili: da un lato, il valore storico e simbolico di simili documenti dovrebbe escludere che da essi possa trarsi profitto economico; d’altro canto, su un piano più generale, la messa in commercio del volantino denota il rischio di una diffusa banalizzazione di eventi della cui gravità non possono essere disperse la memoria e la consapevolezza, laddove decenza e umanità imporrebbero invece di preservare i documenti, così come i luoghi, che di quella memoria sono veicolo;

 

Considerato che:

 

il d. lgs. n. 42/2004 (cd. Codice dei beni culturali) e in particolare i suoi articoli 59 e seguenti dettano precise condizioni per la commerciabilità di beni e documenti di interesse o rilievo culturale, protetti dal medesimo codice;

 

il Ministro in indirizzo, nell’imminenza del diffondersi della notizia, ha già comunicato che svolgerà accertamenti sulla vicenda, specie al fine di valutare l’effettivo interesse storico-culturale del documento messo all’asta;

 

la vicenda impone altresì di avviare una riflessione sulla conservazione della memoria della gravità degli eventi e delle vicende legati alla violenza e all’eversione terroristica nella storia della Repubblica;

 

si chiede di sapere

 

– quali ulteriori iniziative intenda intraprendere il Ministro in indirizzo per verificare l’effettivo rispetto, nel caso di cui in narrativa, delle prescrizioni contenute nel d. lgs. n. 42/2004;

– quali iniziative intenda altresì intraprendere il Ministro in indirizzo per valorizzare la conservazione della memoria degli eventi e delle vicende legati alla violenza e all’eversione terroristica, anche attraverso l’irrobustimento dei vincoli relativi a luoghi e documenti a tali vicende collegati, specie in relazione alla possibilità di trarre da essi profitto economico.

Elezioni libiche, un errore aver forzato i tempi. Ora l’augurio è che la situazione non torni a radicalizzarsi.

 

Il dopo Gheddafi ha comportato lo sfaldamento dello Stato, poi la guerra civile e infine la spartizione di fatto del paese fra turchi e russi, i primi in Tripolitania e i secondi in Cirenaica. L’Europa, grazie soprattutto all’asse franco-italiano, punta alla stabilizzazione. Naturalmente Ankara e Mosca remano in senso contrario.

 

Enrico Farinone

 

Non era francamente difficile prevedere che in Libia le annunciate elezioni, previste per lo scorso 24 dicembre, non si sarebbero tenute. Troppo stretti i tempi per garantire lo svolgimento di una vera campagna elettorale, e dunque di sensibilizzazione di tutta la popolazione. Troppo precaria la tregua fra le opposte fazioni e troppo labili gli impegni presi dalle medesime. Troppe le tensioni all’interno dell’apparato pubblico per non dire di quelle nelle stesse forze di sicurezza interna, per garantire un corretto andamento delle operazioni elettorali.

E a conferma della pulviscolare frammentazione della società libica, se ancora la si può definire tale, si erano candidati alla presidenza ben 98 persone, praticamente l’intero gotha istituzionale incluso personaggi molto controversi, a cominciare da Saif al Islam Gheddafi, figlio dell’ex dittatore. Quale fosse il clima è facilmente intuibile dalle dichiarazioni di “stupore” fatte dai suoi avversari quando il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, annunciò la propria candidatura in nome dell’unità, della sovranità e dell’indipendenza del Paese: stupore in effetti comprensibile di fronte all’uomo che aveva un anno prima dichiarato guerra al Governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale, spaccando così definitivamente la Libia e intrappolandola in un duro conflitto civile fra Tripolitania e Cirenaica e favorendo così l’intrusione di mercenari e militari stranieri al servizio di turchi da una parte e russi dall’altra.

Insomma, la profonda divisione interna unita alla sostanziale assenza di un riconosciuto involucro statale unitario non consente una rapida convocazione dei comizi elettorali. Occorre tempo, oltre che volontà politica reale, peraltro tutta da dimostrare. E’ stato dunque un errore forzare i tempi, col risultato che ora il rinvio sine-die potrebbe re-innescare tensioni che potrebbero sfociare in nuove violenze: le armi in Libia sono ovunque, le milizie difficilmente controllabili pure e quindi il rinvio potrebbe venire utilizzato quale pretesto da qualche cellula interessata a fomentare un clima di rinnovato scontro. Un errore nel quale è incorsa la comunità internazionale e nel quale soprattutto sono incorse Francia e Italia, che ancora solo a metà novembre con Macron e Draghi avevano non solo sponsorizzato ma anche date per scontate le elezioni.

I corni della questione sono due. Da un lato c’è la positività dell’alleanza franco-italiana, sancita dal Trattato del Quirinale, ora attiva anche sul fronte libico. Non bisogna dimenticare infatti quanto gli interessi dei transalpini siano stati nel tempo conflittuali con quelli italiani, sino all’azione che condusse alla caduta del rais. Dall’altro però c’è la questione geopolitica. Il dopo Gheddafi non venne adeguatamente preparato, ed il risultato fu dapprima lo sfaldamento dello Stato, poi la guerra civile e infine la spartizione di fatto del paese fra turchi e russi, i primi in Tripolitania e i secondi in Cirenaica. Con il sostegno dei rispettivi referenti arabi. E con la sostanziale estromissione proprio degli europei, in primis proprio francesi e italiani.

L’obiettivo delle elezioni per gli europei, e per gli americani (pure essi ora relativamente marginali), era dunque – ed in prospettiva è – avere un interlocutore unico legittimato dalle medesime con il quale poter discutere e trattare interessi e problemi comuni, da quelli relativi agli approvvigionamenti energetici a quelli dei flussi migratori.

Ciò naturalmente renderebbe meno rilevante il ruolo di turchi e russi, e così la presenza sul territorio delle milizie in loro supporto, dislocate a poche miglia marine dalle nostre coste meridionali. Non è pertanto difficile immaginare il ruolo svolto da Ankara e Mosca nel rendere impossibile il voto del 24 dicembre…

Ed ora c’è da sperare che la situazione non si radicalizzi di nuovo. Non bastano, quindi, le buone intenzioni. Nel caos libico occorre prevedere tutto nei dettagli. La tempistica, del resto, non è mai un dettaglio.

Capitol Hill, un anno dopo. Il daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

A un anno dallassalto di Capitol Hill, la commissione dinchiesta sembra incastrare lex presidente Trump. Nel frattempo, anche le sue attività private sono sotto accusa per frode al fisco. Che ne sarà del partito repubblicano?

 

Mario Del Pero

 

Il 6 gennaio del 2021 la democrazia a stelle e strisce venne messa in pericolo da un’orda estremista che, rifiutando il risultato delle elezioni, attaccò violentemente la sede del Congresso degli Stati Uniti. Un anno dopo, gli USA sono cambiati, Joe Biden è il nuovo presidente e la pandemia torna a preoccupare: un milione i nuovi casi registrati in 24 ore. Sui fatti di Capitol Hill, la commissione preposta ad indagare il coinvolgimento dell’ex presidente Donald Trump comincia a certificarne le responsabilità. La figlia Ivanka chiese ben due volte al padre di mettere fine alle violenze in corso. Insomma, Trump sapeva cosa stava accadendo al Campidoglio ma non fece niente per impedirlo.

 

Per l’anniversario dell’assalto – in cui morirono cinque persone e oltre 700 sono state indagate – l’ex presidente aveva inizialmente convocato una conferenza stampa dalla sua residenza invernale, salvo poi cancellarla, e rimandare al comizio che terrà in Arizona il 15 gennaio. “Alla luce della faziosità e della disonestà della commissione d’inchiesta sul 6 gennaio, cancello la conferenza stampa in programma a Mar-a-Lago”, ha detto Trump, che continua a sostenere la tesi delle frodi elettorali, cioè la “grande bugia”. Nel frattempo, però, il tycoon è sotto accusa anche per le sue attività economiche: la procura generale di New York ha convocato Trump e due dei suoi figli per interrogarli nell’ambito dell’indagine sulle manipolazioni del valore delle sue proprietà. Nell’anno del midterm, le accuse contro Trump hanno un peso enorme non solo per i residui del trumpismo ma anche per il futuro del partito repubblicano.

 

Fu colpo di stato”?

I fatti di Capitol Hill non hanno precedenti nella storia statunitense, ma giornali, opinionisti e politici sono divisi sulla natura di quegli eventi: alcuni sostengono che fu un colpo di stato a tutti gli effetti, altri una semplice insurrezione. Pochi giorni dopo, il presidente uscente – che non ha mai direttamente riconosciuto la vittoria di Joe Biden – venne messo in stato d’accusa. Trump è infatti l’unico presidente che ha affrontato due volte la procedura di impeachment. La seconda fu proprio per incitamento all’insurrezione, ma come la prima volta il Senato lo assolse, lasciando quindi aperta la possibilità che Trump si ricandidi nel 2024. La commissione d’inchiesta presieduta dal democratico Bennie Thompson e dalla repubblicana Liz Cheney presenterà un primo rapporto preliminare entro la prossima estate, e uno definitivo entro l’autunno. Thompson e Cheney hanno però rivelato ad alcuni giornali che ci sono “testimonianze di prima mano” secondo cui mentre era in corso l’attacco a Capitol Hill venne chiesto alla Casa Bianca di intervenire. In particolare, viene detto che Ivanka Trump chiese almeno due volte a suo padre, di cui all’epoca era anche consigliera, di metter fine alle violenze. Le richieste di intervento rimasero inascoltate.

Secondo le ricostruzioni, furono almeno 2mila i sostenitori di Trump che, spinti dalla “grande bugia” delle frodi di Biden, assaltarono il Congresso. Tra gli altri obiettivi, anche la testa del vicepresidente Mike Pence, reo di aver concesso la transizione dei poteri. La folla, stando alle accuse, venne istigata dal precedente comizio di Trump “Save America March” in cui chiese ai suoi sostenitori “fight like hell”, cioè di scatenare l’inferno.

 

Frode al fisco?

 

Parallelamente ai lavori della commissione sull’attacco del 6 gennaio, c’è unaltra inchiesta, di carattere civile, che pesa sul futuro di Donald Trump. La procuratrice generale dello stato di New York, Letitia James, ha convocato prima il tycoon e poi i figli Ivanka e Donald Trump Jr per verificare le attività della Trump Organization. In particolare, la procura newyorchese vuole interrogare i Trump per capire se questi abbiano gonfiato i valori dei propri asset per ottenere prestiti dalle banche e se gli stessi siano poi stati ridotti per pagare meno tasse. L’indagine era iniziata nel 2019 dopo la testimonianza al Congresso dell’ex avvocato di Trump, Michael Cohen, che sostenne le manipolazioni sulle proprietà della famiglia, tra cui ci sarebbero anche il grattacielo di Wall Street, un hotel a Chicago e una tenuta nella contea di Westchester. Lunedì scorso, gli avvocati della famiglia Trump hanno chiesto l’annullamento del mandato di comparizione sostenendo che la richiesta di testimonianza della procuratrice James interferirebbe con un altro procedimento, di carattere però penale, sempre contro la Trump Organization.

 

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Il discorso su destra e sinistra è obsoleto. E il centro, come può non esserlo? Altro è difendere i “nostri” valori…

 

Non bisogna inseguire le illusioni ottiche. Se il centro politico cattolico per gli anni 2000 si vuole distinguere capovolgendo la “Fratelli Tutti” in “Fratelli Pochi”, e così identificare i suoi valori e principi politici con quelli inviolabili della Chiesa cattolica, è padronissimo di farlo. Ben sapendo dei pericoli di integralismo tradizionalista e conservatore che corre, mostrandosi ignaro della secolarizzazione galoppante. Salvare i valori del cattolicissimo democratico vuol dire, più che mai, sottomettersi a un notevole sforzo culturale, e solo culturale, per non farli disperderli.

 

Nino Labate

 

Guardando all’anno appena concluso, devo per forza rivolgere il pensiero ad alcuni stimati amici che non hanno perso l’occasione di battere il chiodo del “Centro politico”,  sempre partendo dai nobili valori del cattolicesimo democratico e popolare, se non addirittura dalla storica DC; spesso prendendo le mosse dal centrismo, antropologico e politico, presente di fatto nella dimensione locale e comunale; qualche volta perché incomprensibilmente allarmati dai pericolosi “opposti estremismi”, posizionati nei poli antiliberali, antidemocratici e populisti, presenti in Italia.

 

La dimensione locale

 

La famiglia, lo spazio locale, il nostro piccolo o grande comune di nascita, il nostro vicinato, il rione e il quartiere dove abbiamo giocato da ragazzi, sono quelle dimensioni sociali ed esistenziali di base che lasciano un segno per tutta la vita. Anche se non ce ne rendiamo conto, i mondi locali della nostra infanzia e della nostra fanciullezza, quelli vitali della nostra prima socializzazione, rappresentano le pietre angolari del nostro orizzonte cognitivo. La realtà  intorno a noi però cambia. Cambia col tempo. E cambia con la storia. Dobbiamo allora  avere solo la pazienza (e la sapienza) di ritarare costantemente il nostro modo di pensare, i nostri pregiudizi, il nostro atteggiamento nel  valutare le cose, tenendo la barra sempre dritta verso alcuni valori senza tempo, e ben sapendo che “…quando si è  bambini si parla, si pensa e si ragiona da bambino, e quando si diventa grandi, si elimina tutto”. Dunque, lasciamoci trasformare rinnovando il modo di pensare, ci raccomanda San Paolo.

 

Senza perciò evocare il trito e ritrito  trasformismo,  sempre semplificato e identificato col camaleonte che guarda al proprio tornaconto, la storia di questi cambiamenti di opinioni e delle nostre visioni del mondo, ci suggerisce e ci  insegna anche qualcosa di positivo. La dimensione locale è utile e serve. Sappiamo ormai, però, che le rivoluzioni epocali provocati dal gas serra e dalle trasformazioni climatiche, dal 5G, dalle inevitabili ondate di emigranti bloccati al semaforo rosso, e dalle progressive diseguaglianze in forte movimento al semaforo verde, non li risolve il sindaco di Cefalù o di Casalpusterlengo. E neanche il Comitato di quartiere sotto casa nostra, con le premure e gli affanni per la fontanella in piazza. Sono problemi che si risolvono rimanendo insieme e tutti uniti, a partire dalla dimensione locale, nazionale, sovranazionale, europea, e addirittura di governance mondiale, cedendo autonomia e  sovranità; oppure essi rimangono, con il loro carico di problematicità, senza soluzioni.

 

In questo indispensabile lavoro per il futuro che ci attende,  dobbiamo solo stare attenti a quelle élite neoliberiste che con i loro monopoli mondiali possono pilotare  silenziosamente dall’alto queste “rivoluzioni”, giocando tutto sull’individuo e sulle metodologie del liberismo di vecchia scuola viennese che lo esaltano, quindi sul libero e autonomo mercato, senza avere lo Stato di mezzo. Naturalmente in questo discorso è compreso il mercato finanziario controllato da quell’1% di supericchi che gestisce  le banche  del mondo. Ebbne, lasciamo questo ultraliberismo centralizzato al suo destino. Lo sforzo da compiere riguarda le attenzioni rivolte a quel futuro sconosciuto che ci attende, per altro già iniziato da tempo, guardando lontano dai nostri spazi di vita locali, dai nostri desideri politici, dai nostri convincimenti, ed evitando così quelle divisioni che nascono dalla nostalgia e dal rimpianto di passati gloriosi, senza nessuna possibilità di ritorno.

 

Il paradosso dei nostri giorni

 

Se facciamo questo sforzo, non si fa allora molta fatica a notare un paradosso dell’attuale paesaggio politico italiano. Quello che in piena pandemia “universale” – che nel rispetto della diversità dovrebbe spingere a risposte univoche, e sollecitare coesioni, solidarietà, e interpretazioni unitarie della realtà, scommettendo anche sulla scienza-tecnica – si avvertono invece incomprensiii sollecitazioni e desideri di essere a tutti i costi diversi e di rimanere slegati. Ciò attiene ad alcuni Stati che scelgono l’autonomia antieuropeista, con il filo spinato, sino ad alcuni partiti, nei diversi Stati, che prediligono la strada solitaria. Partiti, questi ultimi, quasi mai originali, ma sempre ripetitivi sui grandi valori dei diritti umani e  della democrazia politica liberale. Con la voglia di distinguersi lo stesso. Disuniti e sovrani sin dal proprio stato, dal proprio partito politico e dalla propria corrente partitica; ma soprattutto nel proprio ideologico spazio politico orizzontale, di centro o destra o sinistra che sia. Categorie, queste, da abbandonare perché non più utili e significative, ma che invece ancora oggi suggeriscono contrapposizioni ideologiche assieme a  bisogni inspiegabili di essere diversi, convinti anche da un certo narcisismo caratteristico di quei tanti leader che poi, grazie ai media vecchi e nuovi, hanno affossato i loro partiti.

 

Il localismo e il locale: il pluralismo finto delle superfici

 

A questa miopia, pervicace e preoccupante, fa compagnia un abbaglio sociologico, ormai diventato un vero vizio; che è quello, poi, di valutare la sfera politica rimanendo sempre in superficie. Partendo cioè  sempre dal  leader, dalla classe dirigente nazionale e locale di un partito, senza nessuna attenzione ai contesti e alla storia, come ci aveva raccomandato don Luigi Sturzo circa 100 anni fa. E, aggiungo, soprassedendo alla domanda politica che sale dal basso, ovvero sulla composizione dell’elettorato e sulle sue scelte. Nelle ultime elezioni il 46% della classe operaia ha votato Lega e M5s, il 10% Fratelli d’Italia. Il 30% degli assidui praticanti la Messa domenicale ha votato M5S, il 22% Pd, il 16% F.I., e il 15% Lega, nonostante il Vangelo e il Crocefisso di Salvini. Tutti dati che pur nella loro non matematica certezza, vengono trascurati.

 

Capita che non si prenda in esame neanche la fluidità del voto, anche quando si viene a sapere che tra il 15 e 20% del vechio voto Pd si trova ora collocato nel M5s, il cui profilo, ci dice il Cattaneo, scuote alcuni consolidati stereotipi: è  (o era?) un elettorato formato per il 56,9% da operai e liberi professionisti (esattamente 29,5 % operai, e 27,4  liberi professionisti); dal 39,7% da credenti non partecipanti e praticanti (anche qui, per l’esattezza, 24,4% sono i credenti non partecipanti, e il  15,3% di  praticanti). E per finire, che  il 34,5% di quel voto proviene da Pd e Idv. La domanda allora è: quando si parla di partito di centro a quale elettorato ci si riferisce e, dove si troverebbe  collocato ora questo elettorato? La solita risposta è consistita nel dire che questo elettorato è rimasto costantemente a casa, in pantofole, e che solo grazie a un sistema elettorale proporzionale può tornare ad uscire di casa.

 

C’è comunque, di là di queste osservazioni finanche banali, una lezione da trarre: il pluralismo autentico non è mai un pluralismo di superficie e di desideri. Non è un pluralismo fotocopia. E va anche da sé che un microsovranismo partitico non è oggi la piu persuasiva risposta al vivere insieme e al sentirci “Fratelli tutti”, imbarcati cioè sulla stessa barca, di fronte agli tsunami che ci attendono. Guardare al granellino di sabbia e chiudere gli occhi sulla montagna di sabbia di cui è parte, non è mai stata una scelta ragionevole e un segno di autentico pluralismo.

 

Conclusioni

 

Le conclusioni di questo appunto sono molto semplici. Almeno per me. Sono convinto che il mondialismo non è ( più e  solo ) una utopia cristiana. E gli obiettivi di eguaglianza e giustizia sociale, scrutando bene con attenzione, non sono più caratteristici unicamente della cosiddetta sinistra. Cosi come la dimensione locale dei nostri mondi vitali giornalieri, quella nazionale e quella sovranazionale europea, come pure quella globale che ci aspetta dietro l’angolo, non sono antitetiche e tra di loro  conflittuali. O, almeno, non lo potranno essere. Sono solo diverse per le dimensioni quantitative, ma non per quelle qualitative.

In sostanza, ho seguito come ho potuto l’interessante dibattito sulla RI-nascita di un “Centro” politico Italiano. Con attenzione e rispetto. Un Centro diverse volte identificato con il radicamento territoriale e l’attenzione per le istanze locali, come ho detto. Spesso, questo dibattito, appare comunque rivolto agli ultrasessantenni, perché immaginato e desiderato come luogo della vecchia Dc: nel migliore dei casi degli alti valori del cattolicesimo democratico. Un qualcosa, nel profondo, quasi sempre da “RI-comporre e Ri-costruire, con quel prefisso teso a duplicare la stessa cosa guardando però al passato, e quasi mai da “Comporre e Costruire ex novo“, guardando al   futuro,  come raccomanda Mattarella .

 

Ecco, forse a motivo del fatto che sono da tempo convinto che le categorie politiche di destra, centro e sinistra non servano più in quanto obsolete, non ho mai confuso questi spazi geometrici di tipo orizzontale con quelli dell’uguaglianza, vale a dire con quelli verticali, tra gli “alti” e i “bassi”, tra i primi e gli ultimi, tra i ricchi e i poveri, che una autentica democrazia liberale sociale e solidale, di stampo keynesiano, con al centro la persona, deve o dovrebbe tutelare. Se il centro politico cattolico che si auspica per gli anni 2000 si vuole distinguere capovolgendo la “Fratelli Tutti” in “Fratelli Pochi”, e così identificare i suoi valori e principi politici con quelli inviolabili della Chiesa cattolica, è padronissimo di farlo. Ben sapendo dei pericoli di integralismo tradizionalista e conservatore che corre,  mostrandosi ignaro della secolarizzazione galoppante. E in più sapendo di un Papa come Bergoglio, che attraverso un Sinodo sollecita i suoi cardinali, i suoi vescovi, i sacerdoti e i laici, a uscire dalle parrocchie e a guardare con attenzione le “metamorfosi” sociali, ambientali e culturali del mondo, affiancando alla irrinunciabile spiritualita della Chiesa il segno dei tempi.

 

Se invece i sostenitori del “Centro” intendono verificare quanti valori della Dottrina sociale della Chiesa si trovano oggi depositati nella nostra Costituzione, e quanti di questi valori sono stati fatti propri dalle socialdemocrazie liberali del mondo, non devono fare altro che immergersi nella realtà, non solo politica, e osservarla attentamente senza pregiudizi. Il cattolicesimo democratico e popolare è ancora testimone di un patrimonio di valori che necessitano di non essere dispersi. È vero, senza dubbio! Quello che però serve è solo un notevole sforzo culturale, e solo culturale, per non farli disperderli. Non altro.

Il 2022 si apre con la speranza di una ripresa ancor più forte del Paese. Draghi, per questo, deve restare a Palazzo Chigi.

 

I cittadini italiani hanno ben compreso, anche meglio delle forze politiche, quanto il binomio Mattarella-Draghi sia stato importante, utile ed efficace, anche sul piano internazionale. Tuttavia lemergenza non ancora superata, per effetto della recrudescenza della pandemia, richiede sommamente che l’attuale Presidente del Consiglio rimanga al suo posto.

 

Mariapia Garavaglia

 

Si suol dire anno nuovo e vita nuova e mi fa piacere ricordare questo adagio, perché il 2022 sarà un anno in cui i sacrifici e le incertezze degli ultimi mesi potranno trovare sollievo a causa della grande dimostrazione di responsabilità e solidarietà che gli Italiani sanno dimostrare.

La scienza ci aiuterà con nuovi rimedi e potremo alimentare la speranza perché insieme ce la faremo: siamo un grande popolo.

 

Un’altra grande prova vinceremo nel nuovo anno: continueremo col governo Draghi ad implementare l’attuazione dei progetti previsti dal PNRR. Penso dobbiamo gratitudine al Presidente del Consiglio che si è dimostrato completamente dedito al compito affidatogli dal Capo dello Stato che per perseguire due obiettivi, ancora attuali, la strategia antiCovid e l’implementazione del Recovery plan, che ci piace definire Next Generation eu.“L’onore va all’Italia. Non per la bravura dei suoi calciatori, che hanno vinto il grande trofeo europeo, né per le sue popstar, che hanno vinto l’Eurovision, ma per la sua politica” (Economist).

 

I cittadini italiani hanno ben compreso, anche meglio delle forze politiche, quanto il binomio Mattarella-Draghi sia stato importante, utile ed efficace anche sul piano internazionale. La competenza, la pazienza e la prudenza del Presidente del Consiglio sono virtù che stanno riconciliando i cittadini con la politica. È un risultato non scontato e che i partiti dovranno evitare di disperdere. Proprio sul fronte della politica una novità certa sarà la elezione del Presidente della Repubblica e, nel caso si tratti di una donna, sarebbe una novità assoluta.

 

Da molti mesi – troppi – ben prima della scadenza naturale si è diluito un dibattito ad ogni livello, giuridico, politico, ‘astrologico’ sulle opportunità che Mattarella potesse essere riconfermato, che Draghi sarebbe il presidente designato, e via una serie di nomi, con poco rispetto delle persone ma per me, soprattutto, delle istituzioni. Anche all’estero viene manifestato interesse alla nostra vicenda perché con la presidenza di Draghi al governo è aumentata la reputazione del nostro Paese sul piano internazionale.

 

Se Draghi salisse il colle del Quirinale avremmo una breve ‘vacatio’ al Governo e quindi un eventuale – non necessariamente – stato di confusione con richiesta di elezioni, ecc.; soprattutto si interromperebbe il percorso per la puntuale e precisa realizzazione di tutti i progetti da approvare entro il 2023. Senza Angela Merkel sulla scena europea, non sarebbe più utile, per tutti, Draghi a Bruxelles? La lettera scritta a quattro mani di Draghi con Macron è un vero innovativo programma verso una Europa che consolida la sua leadership a livello planetario: “una” per radici culturali, per potenza di Pil, per forza di deterrenza militare e soprattutto per la sua concezione umanistica dello sviluppo e del welfare.

 

La politica lungimirante e alta prepara il futuro con pazienza, perspicacia e lavoro diplomatico. Il destino dell’Italia non è confinato a sud delle Alpi ma da protagonista in Europa. Proprio L’emergenza che continua chiede che Draghi stia al suo posto. Al Quirinale ‘ basta’, si fa per dire, un politico di alta levatura morale, che ha esperienza parlamentare e di governo, ami le istituzioni più di se stesso, si faccia guidare dalla Costituzione, rispetti la dialettica parlamentare e le dinamiche dei partiti. Il Governo è il vertice per le decisioni emergenziali. Il Presidente della Repubblica le accompagna.

 

Purtroppo le virtù della buona politica sembra si siano perse per strada se, per calcoli tattici, si sono operate modificazioni della Costituzione senza considerare “le conseguenze delle conseguenze” (Aldo Moro). Non era chiaro che questa legislatura avrebbe dovuto votare il Capo dello Stato? Non si dica che, siccome le prossime assemblee legislative avranno un numero ridotto di parlamentari, la elezione del Presidente della Repubblica è ‘delegittimata’. È già accaduto: si ricordi che questa fu la giustificazione per le elezioni anticipate che ‘dimisero’ il governo Ciampi, nel 1994.

 

Un presidente osannato da tutto il Paese all’inizio della attuale legislatura era stato fatto oggetto di richiesta di ‘Impeachment’. Circa il 74% dei cittadini preferirebbe il presidenzialismo. Pericolosi i sondaggi per decidere…

Siamo un popolo abituato a osannare o a demolire personaggi e istituzioni, facile alla ‘ eroicizzazione’. Credo che abbiamo tutti applaudito in cuor nostro il Preside Mattarella, unendoci alle ovazioni tributategli alla Scala. Il teatro milanese non è nuovo a dare messaggi politici. Ricordiamo il viva V.E.R.D.I risorgimentale? Ma standing ovation, perché censore verso i politici, gli spettatori della prima scaligera tributarono a Francesco Saverio Borrelli ai tempi d’oro dei pool di “Mani pulite”.

 

Perciò sarei cauta sulla elezione diretta. Credo che il sentimento degli Italiani a favore in questo momento a favore del presidenzialismo sia da attribuire alla grande ammirazione e gratitudine verso questo Presidente. Sergio Mattarella ha ‘indossato’ la Costituzione per servire il Paese. Ha saputo ‘costruire’ tre così diversi governi in questa legislatura per rispettare il voto degli Italiani e consentire tuttavia di accompagnare e in qualche modo guidare le soluzioni di volta in volta più coerenti don le necessità del Paese. La sua storia personale che per un lungo tratto di strada ho condiviso nel partito e nelle istituzioni è il fondamento di un agire che ha intercettato i sentimenti del popolo. Ricordo il suo discorso di insediamento quando ha ricordato “i volti della Repubblica”: ci ha proposto una rassegna dei volti degli Italiani che nel suo settennato ha incontrato, guardando nei loro occhi, dei bambini, come dei vecchi, degli sportivi come dei malati…lascia un segno importante nelle istituzioni e una testimonianza per tutti, da non sprecare, dimenticando.

 

Sarà bene quindi che in futuro ogni proposta per modificare la Costituzione venga inquadrata in un disegno complessivo e ben ponderato.

Partono le petizioni delle donne per una candidatura femminile al Quirinale, ma il Paese sonnacchioso non è in ascolto.

 

Il rischio di “grida nel deserto” è molto alto. Conforta il severo monito del Papa a riguardo della violenza contro le donne. Serve gettare un secchio d’acqua gelata addosso a un Paese addormentato.

La redazione de “Il Domani d’Italia” accoglie volentieri questo contributo, anche per i consolidati rapporti d’amicizia con l’autrice, ma desidera confermare l’indirizzo finora espresso a favore della riconferma di Sergio Mattarella.

 

Elisabetta Campus

 

Come era logico supporre quando ormai manca poco alla convocazione dei grandi elettori al voto per il Quirinale, le donne nel Paese provano a far sentire la loro voce. Ma la questione è se la politica fatta dai decisori delle candidature sia in ascolto o quanto meno abbia l’intenzione di farlo: perché il rischio di “grida nel deserto” è molto alto.

 

Un po’ onestamente per cattiva volontà dei decisori ( quei 4/5 capi di partito che decideranno la rosa dei nomi) che nella candidatura femminile vedono ancora e solo la riserva per sparigliare i giochi di potere e non una vera risorsa per il Paese e un po’ per la mancanza di amplificazione nel dibattito pubblico delle istanze delle donne. Alla prima si può tentare di porre rimedio, ma per la seconda ci vuole uno scatto nella cultura del Paese, che al momento non si vede all’orizzonte. Eppure proprio su questo secondo punto bisognerebbe investire per far sì che le petizioni non restino mute.

 

Incoraggia l’assist di Papa Francesco sulla violenza alle donne come violenza diretta a Dio che cerca di scuotere le coscienze e le anime non solo dei cattolici sul concetto di violenza/sopraffazione dell’altro/a, che nessuna differenza di genere o di età può legittimare. Ma cade su un Paese addormentato e sonnacchioso se a meno di 24 ore un uomo uccide il figlio e tenta di ucciderne la madre. Una patologia, certo, ma è destinato ad essere il primo di un elenco di femminicidi di questo 2022, perché non c’è stato lo sdegno collettivo del Paese nel dire a voce alta: “Ora basta!”. Per questo serve una candidatura femminile affinché, come un secchio di acqua gelata versata in faccia all’addormentato Paese, si possa dire quell’«ora basta!» che ci serve in questo momento: per le donne, per i lavoratori, per i giovani, per le imprese, per noi tutti.

Luci e ombre nella periferia romana: Nuova Gordiani, a Natale, si rivela un quartiere in cammino.

 

Sono cambiate molte abitudini per i cittadini, modificata la vita sociale, e per usare un modo comune di espressione “non siamo più quelli di prima della pandemia”. Vale la pena, dunque, raccontare il vissuto del Natale in una delle periferie romane, ormai integrate al nucleo urbano consolidato. L’esperienza di Nuova Gordiani è interessante.

 

Luciano Di Pietrantonio

 

Le feste natalizie ormai sono quasi alla conclusione con l’arrivo dell’Epifania. Questo periodo rappresenta sempre per molte persone una sorta di spartiacque, un inizio e una fine, oltre a farci (qualche volta) tornare fanciulli, per sognare e sperare in situazioni ed  eventi spesso migliori, con meno preoccupazioni e difficoltà. La realtà è sempre insieme a noi, e ci richiama a una quotidianità che condiziona pesantemente, (oltre ai problemi storici della Città Eterna, come trasporti e ambiente) da circa due anni di pandemia con le varianti sempre più insidiose, e incide pesantemente in tutto il mondo sulla vita delle persone.

 

Sono cambiate molte abitudini per i cittadini, modificata la vita sociale, e per usare un modo comune di espressione “non siamo più quelli di prima della pandemia”. Guardando i grandi numeri di quest’ultimo periodo, ci si rende conto della complessità della pandemia, dove circa il 90% degli italiani sono vaccinati, ma ancora 5.5 milioni di persone non conoscono il vaccino e circa un milione di cittadini sono i positivi al covid 19. Anche così si comprende l’insicurezza di una situazione, che è difficile da governare, ed avere una visione di futuro. La ricerca di normalità è sentita giustamente in varie parti del nostro paese: dai grandi comuni ai piccoli borghi, e non a caso anche “le piccole cose diventano importanti e vale la pena raccontarle”.

 

Ecco perché è forse utile, e offre una speranza in più, raccontare quanto accade a Roma.

 

Due eventi, apparentemente “naturali e scontati”, che fanno la differenza: un addobbo luminoso e una rappresentazione sacra, in una quotidianità spesso caotica, preoccupata e rassegnata del quartiere di Nuova Gordiani, una piccola parte della storica periferia romana del Prenestino-Casilino nel V° Municipio. Sono state allestite delle luminarie bianche e bleu per quasi tutte le strade del territorio e d è stato collocato nel marciapiede centrale di viale Partenope (chiamato comunemente “biscottone”) l’Albero di Natale luminoso stilizzato. Gli addobbi luminosi, apprezzati dagli abitanti, sono stati realizzati con il contributo e gli auguri di oltre 90 commercianti delle strade interessate: forse è il segno non solo della ripresa delle attività commerciali, ma anche del rilancio dell’Associazione di categoria degli operatori economici, e conseguentemente per lo sviluppo e la riqualificazione del territorio.

 

Per altro assistiamo al ritorno, dopo la sospensione dello scorso anno, per i vincoli imposti dalle norme anti-covid 19, del “Presepe di strada”, organizzato dal Gruppo Scout di Roma 92, con il coinvolgimento delle famiglie e della Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia. Invece, la rappresentazione della Natività è stata collocata sul tradizionale spazio all’incrocio di viale Partenope con via Marcianise.

 

Nelle motivazioni scritte su un “foglio” affisso al fianco del Presepe si legge: “Quest’anno abbiamo portato una delle creazioni del nostro amico Licio, “artista del Presepe”, recentemente scomparso, colui che da tantissimo tempo faceva il Presepe nella nostra Parrocchia…ma anche in molte altre chiese di Roma, donando la sua pazienza, la ricerca della perfezione, la bellezza, quello che lui poteva donare al Gesù che rappresentava”.  Il  “Presepe di strada” è stato visitato da tanti giovani e meno giovani, donne e uomini, credenti e non, persone di altre fedi religiose, e questo è un segno di integrazione fra uomini di buona volontà.

 

Aver richiamato questi due accadimenti, definiti “naturali e scontati”, in questa fase ove il futuro sembra che non abbia luce, sono state fatte cose che lo scorso anno sono state impossibili fare.

Dai piccoli eventi, organizzati da più persone, nasce la speranza che partendo dal territorio, anche come a Nuova Gordiani, si può immaginare un nuovo cammino malgrado le difficoltà pandemiche.

Mattarella, punto di equilibrio tra il sistema e il sentire popolare. Il bis sarebbe essenziale anche per Draghi.

 

La riconferma di Mattarella non sarebbe stata (e non sarebbe) motivata dalla sostanziale incapacità di convergere su un nome diverso, come accadde nel 2013 con Napolitano. Sarebbe stata (e sarebbe) piuttosto il frutto di una consapevolezza: la sua missione è – oggettivamente – a metà del guado. Dellai ragiona sul filo della speranza e del realismo, mentre i senatori dei 5 Stelle, ieri sera, si scoprivano a sorpresa “mattarelliani”.

 

Lorenzo Dellai

 

L’interesse del Paese avrebbe richiesto la riconferma di Mattarella al Quirinale. So bene che il Presidente non ne vuole sapere: lo ha detto in mille modi. Ma proprio il suo ultimo sobrio e forte discorso di fine anno dimostra che questa sarebbe stata per il Parlamento la scelta più giusta. L’ipotesi è ormai archiviata? Probabilmente si. Ma, come si dice, “spes, ultima dea”.

 

Il fatto è che la riconferma di Mattarella non sarebbe stata (e non sarebbe) motivata dalla sostanziale incapacità di convergere su un nome diverso, come accadde nel 2013 con Napolitano. Sarebbe stata (e sarebbe) piuttosto il frutto di una consapevolezza: la sua missione è – oggettivamente – a metà del guado. E ciò conta molto di più della prassi (peraltro, come sappiamo, non prevista espressamente dalla Costituzione) in tema di non rieleggibilitá dei Presidenti della Repubblica. Mi riferisco alla missione di “garantire” l’uscita dalla lunga e travagliata crisi della Repubblica (prima e seconda, per usare termini gettonati) a fronte delle trasformazioni radicali, inedite e repentine degli assetti sociali, politici ed economici che il Covid ha solo accelerato.

 

Le ultime tre Legislature – con i diversi Governi, quasi mai espressione di maggioranze politiche decise dal voto degli elettori – hanno reso palese una crisi strutturale delle nostre Istituzioni e del nostro sistema politico che ha radici antiche. La continuità della Presidenza Mattarella era (è) forse l’unica strada per aiutare il sistema a chiudere questa incompiuta transizione. Allo stesso modo, a metà del guado è anche la missione del Premier Draghi. Lo sarà alla fine di questa Legislatura; lo è a maggior ragione adesso. Le scommesse economiche, sociali ed amministrative che il Governo e il Parlamento hanno lanciato in chiave interna ed europea sono vitali, ambiziose e tutt’altro che scontate. Anzi.

 

Il PNNR da troppi viene inteso come una mera opportunità di risorse finanziarie aggiuntive (invero in larga parte da restituire, essendo prestiti) e non invece come vincolo irreversibile per una vera modernizzazione del Paese e per il recupero di un suo sentiero di responsabilità civica e fin anche morale. Scommesse che, nei prossimi anni, saranno tutte ancora “calde” e richiederanno concentrazione, volontà riformatrice, leadership e convinto consenso popolare. La continuità necessaria, a mio parere, dei due Presidenti si intreccia dunque con una questione di fondo, quasi preliminare: la rigenerazione della Politica: delle sue culture, della sua capacità di rappresentanza; delle sue regole (anche elettorali).

 

Mattarella è oggi un punto di equilibrio tra il sistema e il sentire popolare. E Draghi non interpreta affatto una istanza “anti politica”. Semmai, è una sorta di antibiotico che il sistema ha accettato per curare l’infezione populista che l’aveva da anni colpito. Ma, come sappiamo, interrompere la cura antibiotica prima del tempo comporta effetti tutt’altro che salutari. Serve tempo alla Politica italiana per ritrovare se stessa e le sue ragioni fondative. È il tempo che serve alla nostra Democrazia per rigenerare le sue virtù, dopo la follia di questi tempi, vissuti come se merito, competenza, responsabilità diffusa, senso del dovere, capacità di visione, vocazione al servizio del Bene Comune fossero ormai orpelli di un passato da abiurare. Ed invece proprio le sfide della modernità richiedono questi talenti come basi da coltivare e valorizzare. Nella politica e nella vita sociale.

 

Una interruzione di questo percorso sarebbe esiziale per gli interessi del Paese e per la stessa Europa, che ha bisogno di una Italia forte e rinnovata. E sarebbe esiziale per la politica italiana, che rischierebbe di essere fagocitata nel vortice delle proprie fragili, consumate dinamiche. Purtroppo è mancato fin qui il coraggio di accompagnare l’Agenda Draghi con un’Agenda di riforme del sistema politico ed elettorale. Sarebbe stato (sarebbe) questo il vero, plausibile viatico per un Mattarella Bis da parte di un Parlamento che ha votato una banale e sciocca riduzione del numero dei propri componenti (obolo offerto al Dio della semplificazione demagogica) con l’impegno ad una riforma elettorale, poi svanito nella nebbia.

 

Una quarta Legislatura di seguito costretta a cambiare governi ogni anno e mezzo e a ricercare poi l’ennesima “soluzione di salvezza nazionale” non sarebbe tollerabile per la nostra Democrazia e per gli interessi del Paese nel nuovo contesto globale. Molto meglio adottare un sistema proporzionale con alta soglia di sbarramento, che responsabilizzi le varie componenti politiche (ognuna chiamata a rigenerare il proprio riferimento culturale ed ideale ed il proprio rapporto con il popolo) e che ponga le basi per un patto parlamentare a favore di un Governo Draghi anche per la prossima Legislatura. La quale sarà decisiva – come tutti dovrebbero sapere – per intraprendere in modo irreversibile il sentiero della ripresa del Paese. Solo così l’Agenda Draghi potrà diventare la vera Agenda Italia, oltre ogni percezione solamente “tecnica” e potrà fondarsi su quella rinnovata alleanza tra tutte le aree democratiche, popolari, riformatrici ed europeiste che l’attuale sistema politico- elettorale – di fatto – non consente.

 

Tra l’ormai improbabile “governo di schieramento” figlio del vecchio sistema maggioritario e l’irrituale ed emergenziale “Governo di salute pubblica”, esiste la terza via di un Governo parlamentare di coalizione tra le forze che vogliono veramente cambiare in profondità il Paese senza abiurarne le radici europeiste ed i valori di coesione e solidarietà. Un sussulto di consapevolezza e di coraggio dei partiti – iniziando dal PD, per finire agli ambienti più responsabili del centro destra e passando per la oggi dispersa galassia del centro – sarebbe un atto di vero servizio al futuro possibile – ma non scontato – dell’Italia.

 

I segnali non sono affatto buoni, ma – come detto – la speranza è l’ultima a morire.

D’Alema nel Pd? È cosa buona e giusta…dice Merlo.

 

Che il leader storico della sinistra italiana ritorni nel più grande partito della sinistra italiana è scontato; che un leader della sinistra chieda al suo campo di unirsi in una sola grande famiglia di sinistra è altrettanto scontato; e, infine, che un leader di sinistra non ami granchè chi, all’interno di quella famiglia, declini anche una “politica di centro” non è affatto blasfemo o calunnioso. Tocca a a coloro che si pongono l’obiettivo di ricostruire un “partito di centro” gettare le fondamenta per un’altra casa politica.

 

Giorgio Merlo

 

Non capisco, francamente, la gazzarra che si è aperta nel Partito democratico dopo la volontà del principale leader storico della sinistra italiana, cioè Massimo D’Alema, di rientrare prossimamente nel partito che aveva contribuito a fondare e poi abbandonato nel recente passato per dare vita alla piccola esperienza di Liberi e Uguali. Certo, il linguaggio di D’Alema è sempre colorito e sferzante ma, al di là di questi dettagli, è indubbio che le sue recenti dichiarazioni fanno discutere. E questo per due semplici ragioni, direi persin banali.

 

Innanzitutto D’Alema è un leader politico. Sì, forse è anche un capo come si chiamano oggi i politici, ma è anche e soprattuto un vero leader politico. Merce abbastanza rara nell’attuale panorama politico italiano. È di tutta evidenza che quando i leader parlano cerano dibattito e confronto e anche scontro. Sono, cioè, divisivi. E D’Alema, su questo versante, è quasi un campione assoluto. Ossia, le sue dichiarazioni non passano quasi mai inosservate perchè non sono ascrivibili alle regole della comunicazione dell’attuale crisi politica. Cioè non si possono ridurre ad un banale tweet o ad un insignificante post su FB. No, sono di norma riflessioni – condivisibili o meno che siano – che richiedono inesorabilmente riflessioni, approfondimenti e ovviamente repliche. Anche piccate. Come è puntualmente avvenuto anche questa volta. E come da copione. Il resto sono solo chiacchiere inutili.

 

La seconda riflessione non è di metodo ma di merito. D’Alema ha detto, in sostanza, che si deve ricostruire una grande forza di sinistra, progressista e di governo. Dopo la parentesi di Renzi e il tentativo, a suo modo di vedere, di dare una sterzata moderata e centrista al Partito democratico. E quindi, di conseguenza, destinato a mutare il profilo di sinistra e progressista di quel partito.

 

Verrebbe da chiedersi, al riguardo, ma dove consiste la novità? Ma da quando il Partito democratico non vuol più essere un partito di sinistra e progressista nello scenario politico italiano? C’è qualcuno, per caso, che mette in discussione – al di là delle insignificanti riflessioni sul metodo e sulle variabili linguistiche – nel Partito Democratico che quel soggetto politico non può più definirsi il grande “campo della sinistra italiana”? È del tutto scontato, quindi, che Articolo 1 confluisca nel Partito democratico. E chi si stupisce o è un ipocrita o è un ingenuo. Delle due l’una, non si scappa da questa tenaglia.

Semmai, se vogliamo dirci la verità sino in fondo, c’è un elemento che imbarazza l’eventuale e potenziale ritorno di Massimo D’Alema tra le fila del Partito democratico. E questo elemento ha un solo problema: la leadership politica che D’Alema ancora conserva intatta. Certo, brutto carattere, il che poi non è affatto vero; l’essere forse divisivo, come tutti i veri leader politici; la capacità di non ridurre la politica a sola bega personale; e, in ultimo, il timore, forse, che ritorni un confronto politico di qualità che esce dall’ordinaria amministrazione e dalla pura gestione dell’esistente.

 

Ecco perchè, in conclusione, si tratta di un dibattito e di una polemica abbastanza curiosa nonchè singolare. Che il leader storico della sinistra italiana ritorni nel più grande partito della sinistra italiana è scontato; che un leader della sinistra chieda al suo campo di unirsi in una sola grande famiglia di sinistra è altrettanto scontato; e, infine, che un leader di sinistra non ami granchè chi, all’interno di quella famiglia, declini anche una “politica di centro” non lo trovo affatto blasfemo o calunnioso. Ma, al contrario, del tutto normale e scontato.

 

Invece, tocca a tutti coloro che si pongono l’obiettivo di ricostruire un “partito di centro”, democratico e riformista, e che sappia declinare una vera ed autentica “politica di centro” gettare le fondamenta per un’altra casa politica, culturale e programmatica. Come, del testo, molti di noi stanno già facendo.

Il primo reset da fare? Quello su certi programmi televisivi.

Nessuno vuole che la TV faccia opera di pedagogia sociale e nessuno deve scandalizzarsi più del necessario . Ma la televisione è qualcosa di ben diverso, si tratta a suo modo pur sempre di un servizio pubblico. Buttarla in caciara non è il massimo in tema di libertà della comunicazione e neppure dell’informazione.

Quando si considera il tema del condizionamento esercitato sui nostri stili di vita dalle nuove tecnologie ci si indirizza verso il mondo sommerso del web, verso internet, i social, le chat dove i grandi network esercitano un potere di penetrazione massiva e nell’habitus mentale di ogni individuo talmente imprevedibile negli esiti fino a perderne, nella peggiore ipotesi, il controllo. L’accesso facilitato e la globalizzazione no-limit creano una molteplicità di piste fruibili, mentre sovente è difficile individuare le tracce dei passaggi e arduo compiere il percorso a ritroso.

Queste forme di condizionamento occulto e di attrazione virale, quasi di sostituzione del mondo virtuale rispetto a quello reale, al punto che si crea una sorta di dipendenza e di immedesimazione, hanno target variegati per offerte informative, intrattenimenti, modelli comportamentali senza base etica: attingono da queste fonti le loro ispirazioni i fenomeni del cyberbullismo, delle emulazioni pericolose, della pedopornografia, del revenge porn, solo per citare esempi sempre più frequenti spesso debordanti in veri e propri reati, mentre attraverso questi mezzi sofisticati cadono le vittime e i carnefici degli adescamenti, delle sostituzioni di identità, delle truffe e dei raggiri.

Se pensiamo che i frequentatori più assidui e i fruitori più vulnerabili di questi social distorsivi sono gli adolescenti (con una fascia sempre più estesa e debordante per età, verso il basso e verso l’alto) possiamo facilmente immaginare quanto sia arduo per le famiglie e la scuola arginare queste derive che stanno creando un universo simbolico alternativo sul piano dell’informazione, della formazione e dell’educazione. Da quando la fruizione di programmi, giochi, siti ecc. “on-demand” ha preso il sopravvento ci siamo disabituati a considerare gli influssi e gli esempi che passano attraverso i normali canali televisivi.

La TV è anzi collocata stabilmente al centro delle nostre più o meno rassicuranti abitudini domestiche, fa parte ormai della famiglia come oggetto di uso comune e condiviso. Eppure basta accendere e fare zapping sui vari canali per rendersi conto del fatto che essa conserva una molteplicità di offerte e una forza di penetrazione pervasiva e per certi aspetti dominante.

Innanzitutto sul piano di una implicita credibilità: si tratta di uno strumento legittimato da provider e fornitori di servizi palesi e ufficiali, non occultati nei meandri reconditi della fruizione nascosta e individuale. La Tv, in altre parole, la guardano tutti e ciò determina una sorta di posizione dominante nell’offerta informativa, di spettacoli, film, documentari, talk show ecc., si rivolge agli anziani, ai genitori, ai ragazzi, ai bambini (fatta salva l’attivazione del parental control, in italiano “filtro famiglia”), al punto che pare quasi retorico parlarne, in fondo ci fa incontrare il mondo stando seduti sul divano, occupa lo spazio dello svago e del tempo libero, è persino compagna fedele e sempre presente, non si nega mai pur di riempire le ore tristi e vuote di tante diffuse solitudini.

Non sempre tuttavia l’offerta dei programmi – inframezzati dagli annunci pubblicitari utili per il fatturato – riesce a soddisfare le aspettative degli utenti che cercano creatività, intrattenimento, informazioni attendibili, trattazione documentata di temi di attualità, approfondimenti culturali.

Specialmente in questo periodo di crisi pandemica ci si sarebbe aspettati un palinsesto non dico calibrato in  funzione di una compensazione terapeutica – rispetto ad un contesto esistenziale sempre problematico ove non drammatico (ordini, contrordini, veti, divieti, limitazioni, scadenze, zone , colori, viaggi, trasferimenti, lavoro, chiusure, mascherine, tamponi, contagi, ricoveri, intubati, deceduti e chi più ne ha più ne metta) -ma almeno un diversivo che portasse la mente altrove per un paio di ore, la sera. O servizi mirati ad una corretta e non opinabile ma competente e responsabile informazione scientifica. Invece la fascia oraria più densa e trafficata di programmi si è rivelata la più ansiogena: è vero che si può anche spegnere l’apparecchio – visto che cambiare canale procura la sensazione di una sorta di labirinto senza via d’uscita, un monopolio tematico asfissiante – ma carichi di patemi e preoccupazioni non sempre si dispone dell’alternativa – che so – di una lettura rilassante o di un passatempo scacciapensieri.

In questi due anni la TV è stata lo specchio delle vicende drammatiche della pandemia, sovente confondendo però la comunicazione con l’informazione. I talk show serali sono state corride per affabulatori seriali, tra negazionismi e allarmismi, prevalentemente rappresentati da persone prive della minima competenza scientifica, per alterchi, offese, accuse incrociate ma anche della buona creanza visto che dialogo pacato ce n’è stato poco, in compenso si sono sprecate le interruzioni dei discorsi altrui, i toni urlati e incomprensibili, le invettive, le offese: una indegna gazzarra che si è riverberata tra la gente comune. Nulla di cui avessimo realmente bisogno per capire e orientarsi, mentre la stessa presenza di immunologi e virologi esprimeva divergenze di valutazione che provocavano sconcerto e confusione.

 

Molti sono arrivati, a furia di parlare, a smentire se stessi e l’arroganza ha superato persino le poche, buone ragioni da esporre, le opinioni hanno sostituito le idee mentre la citazione di dati e documenti è stata pilotata e addomesticata dalla contrapposizione politica o dalle pregiudiziali negazioniste. Nessuno vuole che la TV faccia opera di pedagogia sociale, nessuno deve scandalizzarsi più del necessario, sappiamo bene che nei bar, per la strada, sui luoghi di lavoro o nel condominio non si parla d’altro. Ma la televisione è qualcosa di ben diverso, si tratta a suo modo pur sempre di un servizio pubblico. Buttarla in caciara non è il massimo in tema di libertà della comunicazione e neppure dell’informazione, che sono – come scritto due cose diverse. Lo spettacolo andato in scena è stato in larga misura indecoroso. Qualcuno ha parlato di “reset”: sarebbe opportuno incominciare ricalibrando in stile e contenuti certi talk show.

Lode a Francesco Forte nel ricordo di Eufemi.

FRANCESCO FORTE DOCENTE

 

il suo atteggiamento era sempre costruttivo, mai impositivo. Faceva prevalere il valore profondo delle idee alla forza dei numeri.

 

Maurizio Eufemi

 

Ci ha lasciati in questo fine d’anno Francesco Forte, docente universitario, ordinario di Scienza delle Finanze a Torino nella cattedra che fu di Luigi Einaudi, economista insigne, parlamentare, Ministro. Quando giungono notizie così tristi pensi ai momenti di incontro, alle occasione che nella vita ti hanno portato a contatto con personaggi così straordinari e poi ti portano a seguirlo nel tempo attraverso i suoi scritti, le interviste che propagano un pensiero mai banale così come è avvenuto fino ai giorni scorsi sul “Sussidiario” con prese di posizione sui temi di attualità economica e politica, dove forse più liberamente riusciva ad esprimersi senza remore con una visione globale.

 

Mi aveva colpito la sua attenzione alla economia sociale di mercato e la sua disponibilità a collaborare con filosofi ed economisti (tra questi voglio ricordare i lavori con Flavio Felice) di più giovane generazione come a rinvigorire la ricerca economica attraverso un confronto intergenerazionale mai chiuso in se stesso. C’era l’impronta degli anni di insegnamento trascorsi alla Cattolica nella cattedra di Ezio Vanoni e alla collana editoriale di Vita e Pensiero. Poi certo l’influenza di James Buchanan con le teorie delle scelte pubbliche, ma anche attenzione a Roepke. Anche nelle riunioni politiche di maggioranza nelle quali partecipava in rappresentanza del Psi il suo atteggiamento era sempre costruttivo, mai impositivo. Faceva prevalere il valore profondo delle idee alla forza dei numeri.

 

Voglio però ricordarlo con un pregevole lavoro che fece nel 1981 per una riflessione sul convegno economico di Perugia del 1972. Fu mia la cura del volume inserito nella collana Studi e Documenti del Gruppo Dc per le edizioni Cinque Lune: lo definì, per parte sua, di spessore molto grande. Era titolato “Verso una economia intermedia avanzata”. In quel contesto, pose attenzione sulla deresponsabilizzazione della spesa degli enti locali, la lotta alla evasione fiscale, il superamento della cassa integrazione e la configurazione delle Agenzie del Lavoro, il rapporto tra imprese pubbliche e private, il drenaggio di risorse finanziarie da parte delle imprese pubbliche, la troppa attenzione culturale alla macroeconomia e alle macrostrutture anziché alle microeconomia e alle microstrutture, la consapevolezza che il riformismo illuminato è una strada facile da perseguire in teoria e difficile da praticare nella realtà. Rifiutava, in sostanza, la teoria secondo la quale il nostro meccanismo di sviluppo si sarebbe inceppato sostenendo  invece la validità costruttiva e dinamica del modello di società intermedia di cui l’Italia fin dagli  anni settanta aveva assunto i tratti. Voleva dire non solo presenza di piccole e medie imprese, ma un dosaggio con le grandi senza trascurare le tecnologie intermedie. Cioè avere il compito di diventare una economia intermedia avanzata riformando “Stato sociale” e “Stato fiscale”.

2022, un nuovo patto di cittadinanza.

 

Con l’elezione del Presidente della Repubblica emergerà il nuovo assetto politico-istituzionale che il nostro Paese assumerà nelle prossime settimane. Le forze politiche sono chiamate a fare la loro parte, individuando una figura davvero “istituzionale” e una scelta davvero condivisa. Nel pieno della quarta ondata, il Paese non potrà permettersi i 23 scrutini che occorsero per eleggere Giovanni Leone (o i 20 di Pertini).

 

Gabriele Papini

 

Mettiamola così: nel 2022 avremo tutti inevitabilmente un anno in meno. Come nelle gare ciclistiche, talvolta il tempo può essere neutralizzato. Perché non può accadere anche nella vita civile? Ciò non vuol dire, naturalmente, che l’anno appena trascorso (come il precedente) debba essere dimenticato per una particolare quanto improbabile terapia dell’oblio. In tempi pre Covid avremmo senz’altro azzardato bilanci prevedibili dell’anno uscente e timidi pronostici su quello entrante. Oggi ci domandiamo: a che punto è la notte della pandemia? Nel 2022 un po’ più d’umiltà anche nelle previsioni potrebbe non essere inutile, assieme a una dose “booster” di solidarietà nei confronti di chi è stato colpito dalle conseguenze economiche e sociali di lungo termine causate della pandemia. In altre parole, occorre pensare a un rinnovato patto di cittadinanza.

 

Ognuno di noi ha una responsabilità maggiore nei confronti degli altri. Sia perché, nell’osservanza delle regole, deve continuare a tutelarli. Sia perché non si può pensare seriamente che la salute non abbia un costo (che qualcuno dovrà pur pagare) né ritenere che ci si possa indebitare senza limiti con uno Stato sociale che continua a proteggere e sussidiare tutti.

 

Se il 2022 si fosse aperto senza la prospettiva di una vaccinazione “integrale” saremmo stati senz’altro più tristi e indifesi. Invece è stata una vittoria della scienza e del progresso, oltre che dell’organizzazione della macchina statale. Il completamento della “terza dose” del ciclo vaccinale – assieme ad una auspicabile mitigazione della variante Omicron in primavera – sarà il sigillo del nuovo patto di cittadinanza. L’altro grande “sigillo” è il nuovo assetto politico-istituzionale che il nostro Paese assumerà nelle prossime settimane. Nell’ultimo discorso di fine anno del suo settennato, il Presidente Sergio Mattarella ha tracciato un ideale identikit delle necessarie caratteristiche del suo successore: dovrà “spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico solo del bene comune”. Il Capo dello Stato ha anche sottolineato la certezza che “l’Italia crescerà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo e dei popoli europei”.

 

Le forze politiche sono dunque chiamate a fare la loro parte, con responsabilità, individuando una figura davvero “istituzionale” e una scelta davvero condivisa. Nel pieno della quarta ondata, il Paese non potrà permettersi i 23 scrutini che occorsero per eleggere Giovanni Leone (o i 20 di Pertini). Si dice che la fretta è nemica del bene, ma in questo caso bisognerà fare “presto e bene”.

 

Buon anno a tutti.

La grande levatura politica e intellettuale di Ermanno Gorrieri. Un esempio, il suo, per i cattolici democratici d’oggi.

 

Urge una sorta di valutazione critica su tutto ciò che ha rappresentato la più recente esperienza del cattolicesimo democratico, specie in rapporto con le idee e l’azione pratica che proprio Gorrieri ha saputo esprimere in maniera critica e costruttiva.

 

Paolo Frascatore

 

È una situazione politica strana quella che stiamo vivendo, ma che non è certamente nuova in questa seconda Repubblica che ha archiviato l’esperienza politica dei Partiti del Novecento per abbracciare più che la deideologizzazione, il rifiuto della politica fondata sui valori. Si torna a parlare in continuazione di centro politico rispetto ad una realtà che paralizza, o meglio radicalizza, le posizioni politiche sull’uno o sull’altro versante.

 

I risultati al centro, stando alle ultime iniziative, mettono in evidenza soltanto una personalizzazione dell’intervento politico (privo di qualsiasi respiro futuro) che non trova riferimento, né tanto meno esempi alti di cultura legata all’esperienza dei cattolici democratici. Eppure gli esempi non mancano! Non manca l’esperienza del cattolicesimo democratico di frontiera rispetto alla decadenza della politica, alle alleanze equivoche ed interessate, al suo modo di saper interpretare gli avvenimenti politico-sociali di questo tempo difficile da vivere, ma, proprio per questo, più significativo e foriero di nuove idee originali ed incisive nella storia politica italiana, ormai ridotta ad una semplice contesa di potere.

 

Figure come quella di Ermanno Gorrieri andrebbero studiate e riattualizzate in questo scenario politico inconcludente e arido, soprattutto se riferito agli attuali “partiti” politici. Urge infatti una sorta di valutazione critica su tutto ciò che ha rappresentato, almeno da quattro lustri, l’esperienza politica del cattolicesimo democratico, specie se confrontata con le idee e l’azione pratica che proprio Gorrieri ha saputo esprimere in maniera critica e costruttiva non solo negli ultimi anni della sua vita terrena. Non è certamente un caso se il suo interesse si concentrava sempre sulla realtà sociale, sull’uguaglianza delle condizioni di vita, materiali ed immateriali, di tutti i cittadini al fine di costruire uno Stato veramente sociale, ossia capace di realizzare le condizioni di vita dignitose per tutti.

 

La forza delle sue proposte rimandava in maniera decisa ed indissolubile alle idee dossettiane (anche quando Dossetti decise l’abbandono della politica attiva per sposare la causa del servizio religioso) nella consapevolezza che non solo si poteva far politica anche al di fuori delle istituzioni (Parlamento), ma soprattutto che occorreva mettere mano ad uno Stato sociale che non garantiva (e non garantisce) quella uguaglianza tra cittadini, che per Gorrieri non era mai stata quella meccanica e semplicistica rivendicazione ideologica della sinistra marxista, ma azione concreta e sostanziale nel portare tutti i cittadini su uno stesso piano di vita civile e materiale.

 

Oggi sembra di rileggere le idee di Gorrieri nelle affermazioni di Papa Francesco: le guerre viste come fallimento della civiltà laicista e radicale, materialista. Le prese di posizione contrarie all’accoglienza come stato essenziale di quanti sono sempre più legati all’egoismo, all’individualismo, all’utilitarismo. Certo, la guerra mondiale è vista dal partigiano Gorrieri non solo come motivo di decadenza culturale, morale e civile, ma anche come catarsi della storia, come bagno purificatore per costruire una società fondata sui valori della fratellanza, della solidarietà e della uguaglianza. Su Gorrieri si può e si deve tornare nella consapevolezza che il suo magistero politico (insieme agli uomini migliori del cattolicesimo democratico) costituisce oggi il faro per qualsiasi iniziativa seria in funzione di una nuova presenza dei cattolici in politica.

Il 2021 di Francesco tra viaggi, riforme e le sfide di Covid e salute. Un piccolo compendio su Radio Vaticana.

 

Un anno intenso quello del Papa che lo ha visto impegnato in tre viaggi apostolici internazionali e in importanti eventi, dentro e fuori Roma. Otto i Motu proprio pubblicati per riforme in ambito pastorale, giudiziario, finanziario. Poi lavvio del percorso sinodale nel mondo e gli appelli su vaccini, clima, pace, disarmo. A luglio loperazione al colon al Policlinico Gemelli.

 

Salvatore Cernuzio

 

Tre viaggi apostolici internazionali, dalle rovine dell’Iraq alle periferie della Slovacchia fino al crocevia di sofferenze che è l’isola di Lesbo. Otto Motu proprio, tra ministeri per le donne, modifiche del sistema giudiziario, Messe antiche. L’avvio di un inedito percorso sinodale che coinvolgerà le diocesi del mondo. Poi incontri, udienze, eventi internazionali fuori e dentro Roma. E, in mezzo, l’operazione al colon al Gemelli.

Merita realmente di essere ripercorso per intero il 2021 di Papa Francesco, considerando la mole di appuntamenti e impegni che hanno visto protagonista il Papa. Un dato non scontato in un anno di incertezze e restrizioni causate dall’emergenza Covid e tenendo anche conto delle condizioni di salute dell’85enne Pontefice che ha iniziato l’anno con problemi alla sciatica che gli hanno impedito di presiedere il Te Deum del 31 dicembre e la Messa del primo gennaio.

 

Vaccino per il corpo, vaccino per il cuore.

 

Un anno, questo che sta per concludersi, che si è aperto con il Papa ancora “ingabbiato” (mutuando una sua stessa espressione) nella Biblioteca apostolica per gli Angelus domenicali e le udienze generali, al fine di evitare assembramenti e contagi. Dal Palazzo Apostolico vaticano, in diretta streaming mondiale, mentre il mondo si affacciava al 2021 con addosso le ferite della pandemia, Francesco esordiva:

“Quest’anno, mentre speriamo in una rinascita e in nuove cure, non tralasciamo la cura. Oltre al vaccino per il corpo, serve il vaccino per il cuore: è la cura. Sarà un buon anno se ci prenderemo cura degli altri…”.

Pellegrino in Iraq

 

E la “cura” per il Papa argentino si è concretizzata nei tre viaggi internazionali, in porzioni di mondo ferite da guerre, povertà, migrazioni. Prima fra tutte, e non solo per ordine cronologico, la visita del 5-8 marzo in Iraq: “il” viaggio del pontificato, il primo di un Papa nella cerniera mediorientale devastata da violenze estremiste e profanazioni jihadiste. Una decisione, annunciata nel dicembre 2020, definita azzardata e rischiosa da più parti per il rischio contagi ma anche per questioni di sicurezza. Il Papa ha però voluto andare fino in fondo e non lasciare deluso il popolo che, vent’anni prima, non era riuscito ad abbracciare Giovanni Paolo II. Tra gente sofferente che lo ha accolto per i quartieri polverosi di Baghdad o le strade sterrate di Qaraqosh, Francesco si è fatto presente come “pellegrino”, incontrando anche il grande ayatollah Ali al-Sistani, figura cardine dell’islam sciita. E da Mosul, scenario in passato di torture ed esecuzioni, ha elevato al cielo un grido contro ogni forma di violenza compiuta in nome di Dio.

 

Tra i poveri della Slovacchia e i migranti di Lesbo 

 

Grido riemerso nel viaggio in Slovacchia (12-15 settembre): dal memoriale della Shoah di Bratislava, Francesco ha parlato di “blasfemia” quando il nome di Dio viene usato per distruggere la dignità umana o quando, nel ghetto rom di Luník IX, ha stigmatizzato razzismo e discriminazioni. Grido che si è fatto appello e poi condanna di quel “naufragio di civiltà” che prende la forma dei fili spinati e dei container afosi d’estate e gelidi d’inverno dove vivono in condizioni disumane migliaia di migranti nel Reception and Identification Centre di Lesbo, visitato al termine del viaggio a Cipro e in Grecia (2-6 dicembre). Da questo limbo alle porte dell’Europa, dopo aver “guardato negli occhi” la carne ferita di uomini, donne e bambini, la voce di Francesco è risuonata vigorosa

 

Non lasciamo che il Mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum”.

 

Riforme

 

In giro per il mondo, ma con lo sguardo fisso alle riforme che prenderanno corpo nella prossima costituzione apostolica Praedicate Evangelium, Francesco ha pubblicato da gennaio a novembre otto Motu proprio per introdurre modifiche e novità in ambito pastorale, finanziario, giudiziario. Il primo, lo Spiritus Domini (11 gennaio) col quale ha stabilito che i ministeri laicali di lettorato e accolitato possono essere affidati alle donne. Poi il Motu proprio del 16 febbraio che ha aggiornato il settore della giustizia penale, a cui è seguita la Costituzione Apostolica Pascite gregem Dei, firmata il 23 maggio, con cui è stato promulgato il nuovo Libro VI del Codice di Diritto Canonico, contenente la normativa sulle sanzioni penali nella Chiesa. Il 24 marzo, considerando il disavanzo che da anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede e l’aggravamento per la pandemia, il Papa ha deciso di tagliare le retribuzioni di cardinali, superiori e religiosi e, sulla stessa scia, il 29 aprile ha introdotto una stretta anti-corruzione stabilendo che i dirigenti dovranno sottoscrivere una dichiarazione in cui attestano di non avere condanne o indagini per terrorismo, riciclaggio, evasione fiscale, e che non potranno avere beni nei paradisi fiscali. Il giorno dopo, 30 aprile, la decisione che il Tribunale vaticano di primo grado sarà competente anche per i processi penali riguardanti cardinali e vescovi. Ancora, l’11 maggio Francesco ha pubblicato Antiquum Ministerium per istituire il ministero di catechista. In piena estate, il 16 luglio, è stato promulgato invece Traditionis Custodes per ridefinire le modalità di utilizzo del Messale antico. Il documento ha suscitato reazioni generalmente positive, ma anche diversi dubia che hanno ricevuto risposta dal Culto divino il 18 dicembre. Ultimo Motu proprio, infine, il 26 novembre, per istituire una Commissione pontificia di verifica e applicazione nella Chiesa italiana del Mitis Iudex Dominus Iesus (in vigore da sei anni) sui processi di nullità matrimoniale.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-12/il-2021-di-papa-francesco-viaggi-riforme-salute-pandemia.html

L’anno che verrà: l’Asia nel 2022.

 

L’anno appena iniziato sarà cruciale per il continente asiatico. Anche se il contrasto alla pandemia continuerà a essere la preoccupazione principale per molti governi, sul piano politico diversi eventi sono già in programma. Alcune delle date principali da tenere sott’occhio.

 

(AsiaNews)

 

Politca, sport, ricorrenze ed eventi ecclesiali: di seguito tutti gli appuntamenti che attendono il continente asiatico nel nuovo anno.

 

Politica

 

A gennaio la presidenza dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean) passerà alla Cambogia. Il primo ministro Hun Sen ha già annunciato che i primi giorni dell’anno farà visita al generale Ming Aung Mlaing, capo della giunta birmana del Myanmar, ribaltando la politica di non interferenza dell’organizzazione mantenuta fino ad ora e facendo preoccupare Washington, che teme un riposizionamento della regione verso Pechino. Restiamo nel sud-est asiatico: a ottobre si dovrebbe tenere il G20 a Bali, in Indonesia (nuove varianti di coronavirus permettendo). Un mese dopo si terrà la COP27, ma a Sharm El-Sheik, in Egitto.

A marzo sono previste le elezioni presidenziali in Corea del Sud e a maggio quelle delle Filippine, dove Marcos junior, figlio dell’ex dittatore del Paese continua a essere in testa ai sondaggi. Sempre a marzo si dovrebbero tenere le elezioni generali in Libano e quelle del chief executive di Hong Kong, dopo le elezioni parlamentari tenutesi il 19 dicembre scorso che hanno registrato un’affluenza ai minimi storici.

Occhi puntati sulla Cina: a marzo si aprirà l’Assemblea nazionale del popolo, dove inizieranno i preparativi per l’evento più importante dell’anno, il 20esimo Congresso del partito comunista cinese previsto per i primi giorni di novembre. Nel 2018 la Cina ha rimosso il limite di due mandati presidenziali: molti analisti si aspettano quindi un terzo mandato quinquennale di Xi Jinping, ma molto dipenderà dalle dinamiche interne del partito. Sicuramente ampio spazio sarà dato a riforme sociali interne. Verso la fine dell’anno si terrà inoltre il 14esimo vertice dei Paesi BRICS (Brasile, Russia India, Cina, Sudafrica) la cui presidenza nel 2022 passerà a Pechino.

Una notizia passata in sordina riguarda invece la dichiarazione di Biden di voler terminare le operazioni militari di combattimento in Iraq entro la fine dell’anno: un ritiro che verrà osservato con attenzione dopo quello dall’Afghanistan, il cui futuro appare molto incerto.

 

Anniversari

 

Molte anche le ricorrenze storiche importanti: i primi mesi dell’anno l’Egitto festeggerà il centenario dell’indipendenza dall’Inghilterra e i 70 anni dal colpo di Stato del 1952. Un altro centenario sarà quello dell’arresto di Mahatma Gandhi in India, Paese che insieme al Pakistan celebrerà i 75 anni di indipendenza ad agosto.

A luglio saranno passati 25 anni dall’handover di Hong Kong dall’Inghilterra alla Cina. In Medio Oriente a settembre si ricorderà il 50esimo anniversario del massacro delle Olimpiadi di Monaco e a novembre un altro centenario, quella della fine dell’impero ottomano.

 

Eventi sportivi

 

Il 2022 si aprirà con le famigerate Olimpiadi invernali di Pechino, che diversi Paesi anglosassoni hanno dichiarato di voler boicottare a livello diplomatico. Ad aprile si disputerà l’Asia Cup in Sri Lanka, mentre i Giochi asiatici si terranno a Hangzhou, in Cina, a settembre. Alla fine dell’anno prossimo, tra novembre e dicembre, si terranno i mondiali di calcio in Qatar, già ampiamente criticati per il disumano utilizzo di manodopera immigrata.

 

Ecclesia

 

Per le Chiese dell’Asia il 2022 sarà caratterizzato dalle fasi locali del percorso sinodale che vedrà la sua concluisone a Roma nel 2023. Tra gli altri appuntamenti calendarizzati finora dal Vaticano: a maggio verrà proclamato santo da papa Francesco Lazzaro Devasahayam (1712-1752), l’ex ministro di corte che convertitosi al cristianesimo predicò l’uguaglianza dei dalit. Sarà il primo laico indiano a esse canonizzato. In una recente intervista il pontefice ha inoltre espresso il desiderio di compiere nel 2022 il viaggio apostolico in Timor Est e Papua Nuova Guinea, inizialmente programmato per il 2020 e poi rinviato a causa della pandemia.

Meloni non vuole il bis di Mattarella. Dunque, è proprio indispensabile il voto dell’opposizione di destra?

 

Un conto è lavorare alla costruzione dì un consenso che vada oltre le logiche della maggioranza dì governo, altro è trasformare una forza di opposizione, animata da revanscismo nazional-popolare, nel dominus della elezione presidenziale.   

 

Cristian Coriolano

 

Con una dichiarazione che traligna dal generale sentimento di riconoscenza e apprezzamento, cui fa da riscontro il dato dei tredici milioni di italiani che hanno seguito in diretta il discorso di Mattarella, la leader di Fratelli d’Italia alza la voce contro l’ipotesi della sua rielezione. Giorgia Meloni si pone pertanto in posizione di rigida contrarietà rispetto allo scenario da tutti considerato fuori portata, visto l’atteggiamento dì Mattarella, ma non per questo impossibile a riproporsi tra qualche settimana.

 

“Un grazie sincero – ha così esordito – al Presidente Mattarella per le sue parole di commiato, alte e di grande valore istituzionale. Il suo discorso di commossa vicinanza agli italiani di ogni ceto, lo stimolo per proseguire a rialzare la testa e il ringraziamento alle categorie e agli uomini delle Istituzioni, fanno di questo messaggio di fine anno la degna alta e nobile conclusione di un difficile settennato. Il suo è il miglior augurio che alla più alta tra le Istituzioni salga persona capace di svolgere l’alto magistero con lo spirito patriottico che serve alla nostra Italia. Nel ringraziarlo ancora ci uniamo al suo auspicio. Se qualcuno volesse nuovamente utilizzare l’allarme Covid, per indurre il presidente a modificare il suo pensiero e riproporne strumentalmente la rielezione, sappia che Fratelli d’Italia sarebbe contraria. Con rispetto ma con altrettanta fermezza”.

 

Ora, se pur resta valido il tentativo di ampliare il consenso attorno alla scelta da compiere per la più alta carica dello Stato, non può essere vincolante l’appoggio dì un partito che mira a rafforzare a tutti i costi, anche a prescindere dai problemi che la recrudescenza della crisi pandemica determina, il suo ruolo di “ferma” opposizione. Dialogare va bene, a patto però che non sia il pretesto per rendere vincolante il voto di una destra così impegnata a coltivare il suo “particulare”.

 

Contestare con veemenza il bis di Mattarella significa ignorare la fiducia che raccoglie la sua specchiata figura di Presidente. Nessuno nega che un accordo ampio su un nome di prestigio possa rappresentare di per sé una garanzia certa per la continuità di questa meritata fiducia: le istituzioni democratiche non s’identificano mai in una persona. Ciò nondimeno, qualora il confronto in corso tra le forze politiche sfociasse nella consapevolezza circa la complessità della situazione a causa del virus, non dovrebbe essere impedita la giusta riflessione sulla opportunità di un ulteriore mandato. Eleggere di nuovo Mattarella sarebbe, in ogni caso, un atto di sincera premura per l’avvenire prossimo del Paese.

Politica, tempi nuovi si annunciano? La sfida coinvolge la galassia del cattolicesimo democratico e popolare.

 

Non si tratta di evocare le celebri parole di Aldo Moro pronunciate nel lontano 21 novembre 1968: Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai”. È inutile fare paragoni storici, politici e culturali con il passato. Tuttavia, dopo la sbornia populista si apre una fase politica nuova e diversa. Dunque, quale sarà la futura ricomposizione della geografia politica italiana?

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, siamo alla vigilia di quella che molti opinionisti definiscono la “scomposizione per una nuova ricomposizione” del quadro politico. Un cambiamento che, appena eletto il nuovo Presidente della Repubblica”, prenderà il largo. E questo non solo perchè è un dato di fatto abbastanza oggettivo in questo particolare momento storico, ma per il semplice motivo che nuovi protagonisti e nuovi soggetti politici saranno in campo in vista delle prossime elezioni generali. Che, come quasi tutti pensano, saranno nel 2023. Il tutto per poter garantire ancora un anno di stipendio e relativa maturazione del vitalizio ad un esercito di parlamentari che o non hanno un lavoro fisso o hanno la certezza matematica di non rientrare più nei palazzi del potere per ovvie motivazioni: la massiccia riduzione dei deputati e dei senatori da un lato e il secco ridimensionamento elettorale di alcuni partiti dall’altro. A cominciare, soprattutto, dal partito dei 5 stelle.

 

Ma, al di là di questa considerazione – che ormai non fa neanche più notizia – quello che conta rilevare è che tutti i sondaggi che vengono attualmente sfornati, oltre ad essere del tutto precari, sono anche privi di significato perchè fanno i conti con un panorama politico che quasi sicuramente non sarà quello che si presenterà di fronte agli elettori all’inizio del 2023. Ce lo ha confermato nei giorni scorsi lo stesso simpatico Pagnoncelli – l’unico sondaggista che continua a dare con indefessa certezza l’aumento costante del Pd rispetto a tutti gli altri partiti – che ci ha sostanzialmente detto che, al di là della solita primogenitura del Pd, manca all’appello il ruolo politico e il peso elettorale del futuro “centro” per poter avere un sondaggio credibile ed affidabile. O “lista” di centro o “partito di centro” che sia. Cioè, la presenza di una aggregazione di “centro” cambierà, di molto o di poco lo verificheremo solo a urne scrutinate, la geografia politica italiana. Di qui la precarietà e la fragilità degli attuali sondaggi.

 

Ora, però, è proprio su questa “scomposizione/ricomposizione” del quadro politico con cui occorrerà fare i conti. Certo, non si tratta di evocare le celebri parole di Aldo Moro pronunciate alla vigilia di un altro grande cambiamento che ha caratterizzato il nostro paese nella sua lunga storia democratica e repubblicana. Mi riferisco ad un passaggio dell’intervento di Moro ad un Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana nel lontano novembre 1968 quando diceva che “tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai”. Come ovvio, non possiamo fare paragoni storici, politici e culturali con le grandi fasi politiche del passato e i leader che le incarnavano con la pochezza dell’attuale classe dirigente e la politica ridotta a mercanteggiamento continuo condita da trasformismo parlamentare e opportunismo politico. Ma è evidente che dopo la sbornia populista, demagogica, anti politica e giustizialista rappresentata quasi esclusivamente dai 5 stelle, si apre una fase politica nuova e diversa. Nessuno, ad oggi, riesce ad individuare come e con quali modalità concrete si incanalerà la futura ricomposizione della geografia politica italiana. Ma forse, e questa è la proposta modesta, umile ma non priva di significato, si tratta di contribuire attivamente a scrivere una pagina che potrà risultare importante, se non addirittura decisiva, in vista della prospettiva del nostro sistema politico. E, forse, anche della qualità della nostra democrazia. Nonchè della nostra cultura cattolico popolare e sociale.

 

Ecco perché, forse per la prima volta, anche Pagnoncelli ha azzeccato una previsione. Tanto vale percorrerla sino in fondo.

La società dei due terzi. Nel 1989, sull’Unità, ne parlava il suo inventore: Peter Glotz, intellettuale e politico della Spd.

 

Pierluigi Castagnetti, nel sul recente colloquio con Gianni Cuperlo sul Domani (29 dicembre 2021), ha recuperato la questione della “società dei due terzi”. Chi ne teorizzò l’avvento, con tutto il carico di suggestioni e insidie, fu Peter Glotz (scomparso nel 2005).

In una intervista a Giancarlo Bosetti, pubblicata sull’Unità dell’8 luglio 1989, egli ne definiva la cornice ideale e politica, individuando i nodi problematici relativamente allo sviluppo di una nuova strategia delle forze progressiste, in primis del Partito socialdemocratico tedesco. Dell’intervista proponiamo di seguito ampi stralci, estrapolando i passaggi più significativi dalle risposte da lui fornite.

In fondo alla pagina è indicato il link per accedere alla pagina dell’Unità.

 

Redazione

 

[…] parlare di fine del secolo socialdemocratico, come ha fatto Ralph Dahrendorf, è un errore. […] Noi dobbiamo mantenere e difendere l’immagine, l’idea dello Stato sociale europeo, ma dobbiamo rafforzare il concetto della sicurezza comune e quello della modernizzazione ecologica delle nostre società, insieme a quella del femminismo, per ricordare alcune delle idee-chiavi del socialismo democratico. Non sono pessimista.

 

[…] Noi abbiamo cambiamenti strutturali nelle nostre società, abbiamo popoli più istruiti, più gente occupata nei servizi, meno occupati nell’Industria. Così abbiamo cambiamenti nella classe operaia e nella sua coscienza. Penso che mai nella storia è stata cosi differenziata come è oggi. L’interesse concreto dei lavoratori, dei colletti blu dell’industria pesante e quelli del lavoratori dei servizi informatici sono molto diversi, ma sia gli uni che gli altri appartengono, in un cero senso, alla classe dei lavoratori. Questa è la nuova situazione, dobbiamo lottare per diversi «milieu», non si può parlare di due classi, nel senso marxiano, la classe operaia degli sfruttati da una parte e quella degli sfruttatori dall’altra. Abbiamo schemi diversi, diversi «milieu».

 

La struttura della società cambia e personalmente penso che il grande pericolo di queste società è quello di diventare quelle che io ho definito «società dei due terzi» e che dobbiamo raggiungere un nuovo tipo di legame di solidarietà tra le classi economiche dirigenti, i lavoratori qualificati, i lavoratori con posto di lavoro sicuro e quel terzo della società fatto di redditi bassi, di pensionati al minimo, disoccupati, giovani che non trovano lavoro, gente schiacciata sul fondo della classifica nella nostra società. Questo mi porta allo slogan, se vogliamo, alla speranza che dobbiamo riuscire a essere «forti tra i forti», con i lavoratori qualificati, con i tecnici e ricercatori, con quei settori della società che sono opinion leaders. Questo è il cambiamento di strategia che occorre al sindacato e ai partiti dei lavoratori.

 

[…] Io penso che per costruire questi ponti tra la debolezza e una parte della forza economica non è sufficiente parlare di politiche economiche e di interesse economico. Se ci occupiamo solo di interessi personali diretti della intellettualità tecnica, della classe manageriale, di tutti coloro di cui abbiamo bisogno perché sono determinanti per l’opinione pubblica, allora non possiamo costruire quei ponti perché i loro interessi sono molto diversi da quelli dei disoccupati. dei poveri, dei pensionati a basso livello ecc. Allora dobbiamo guardare ad altri temi, a cominciare da quelli della modernizzazione ecologica delle società industriali e del Sud del mondo. Dirigenti d’azienda e disoccupati sono ugualmente soggetti al pericolo di una catastrofe ambientale. Ugualmente cresce la sensibilità sul tema delle relazioni tra Primo a Terzo mondo, per il fatto che questo può mettere in pericolo la libertà personale, la situazione di ciascuno.

 

Sempre di più si percepisce che è impossibile una situazione in cui miliardi di uomini muoiono di fame nel Sud, che 5 miliardi di uomini vivono in condizioni terribili e 1 miliardo di uomini nello splendore delle città del Nord, con le loro ricche strutture sociali. Questi temi, ecologia, terzo mondo, problemi della pace – la sicurezza comune, il pericolo di un disastro nucleare – sono interessi comuni non di una sola classe, non direttamente personali. Ma sono interessi comuni che affratellano. Penso che la strategìa delta sinistra si deve riferire anche a questi elementi, non solo ai problemi economici. Dobbiamo fare programmi che consistono in diversi punti e mettere in rilievo quelli che sono comuni a gente di diversa condizione economica.

 

[…] Non pensò che possiamo affidarci alla speranza che la gente sia buona e spontaneamente si preoccupi degli altri. Non mi affido a un simile moralismo. Credo davvero che in un mondo cambiato dalle comunicazioni le persone intelligenti vengono accorgendosi che non è più sostenibile questo contrasto tra Sud e Nord. […] Io non sottoscrivo la certezza che domani avremo un sistema migliore, che domani la sinistra ce la farà a risolvere la questione.

 

[…] Liberalismo e socialdemocrazia sono formule molto generali. Abbiamo già parlato di quello che bisogna intendere per liberalismo, lo sono sicuro che Dahrendorf ha ragione quando dice che le moderne socialdemocrazie devono includere certi elementi di liberalismo, per esempio la flessibilità del tempo di lavoro. Questo, si può dire, è un tipo di approccio liberale, ma non è possibile avere successo nel futuro senza accettare criteri dì questo genere. Personalmente penso che il partito socialdemocratico e il socialismo democratico in generale devono cambiare in certi campi; bisogna riformare le scelte dì programma, dobbiamo discutere, anche voi in Italia nel Partito comunista italiano, questa ricollocazione. Nelle nuove piattaforme elementi liberali sono necessari, ma per- sonalmente credo che, sì, i principi fondamentali della socialdemocrazìa, molti, moltissimi dei suoi principi, saranno necessari nel futuro. Dobbiamo saper cambiare alcune posizioni e mantenerne altre. Un movimento socialdemocratico capace di essere flessibile in questo modo, potrà avere successo […].

 

Per leggere l’intervista completa

https://archivio.unita.news/assets/main/1989/07/08/page_004.pdf

Inizia la presidenza francese. Polemica a Parigi: sui luoghi simbolo solo la bandiera europea (RaiNews).

 

Il gigantesco vessillo dell’Unione sulla tomba del milite ignoto, sotto l’Arco di Trionfo, senza una bandiera francese: insorgono i candidati di destra. Si apre così un anno segnato dalle elezioni presidenziali.

 

RaiNews

 

La Francia celebra l’inizio della presidenza di turno dell’Ue con bandiere europee nei principali simboli nazionali a Parigi nella notte di Capodanno. Ma il gigantesco vessillo europeo sulla tomba del milite ignoto, sotto l’Arco di Trionfo, senza una bandiera francese, ha provocato immediate polemiche da parte dei candidati della destra, aprendo un anno che nella sua prima parte sarà segnato dalle elezioni presidenziali francesi di aprile e la contemporanea presidenza di turno europea.

 

Fervente europeista, Macron ha voluto ornare i luoghi celebri della capitale con i colori dell’Europa. A mezzanotte la Tour Eiffel e il palazzo dell’Eliseo si sono illuminati di blu. E il tema dell’Europa non potrà che essere al centro della campagna elettorale del presidente. Non a caso la presenza della sola bandiera europea sulla tomba del milite ignoto ha immediatamente sollevato le proteste dei candidati della destra, riferisce il quotidiano conservatore Le Figaro. Marine Le Pen ha palato di “provocazione” che “offende chi si è battuto per la Francia”, mentre l’altro candidato di estrema destra, Eric Zemmour, si è scagliato contro quello che ha definito “un oltraggio”. La candidata dei conservatori Les Republicains, Valerie Precresse, ha chiesto di rimettere immediatamente anche la bandiera francese. “Presiedere l’Europa sì, cancellare l’identità francese no”, ha dichiarato.

 

La Francia manterrà la presidenza del Consiglio dell’Unione europea per un periodo di sei mesi. “Avrà un ruolo centrale da svolgere con i suoi partner europei nel portare avanti i negoziati a favore di un’Europa più sovrana, un nuovo modello europeo di crescita e un’Europa umana”, si legge sul sito web dedicato alla presidenza di turno, la prima per il Paese dal 2008. Il passaggio formale dalla Slovenia, che ricopriva l’incarico dal 1 luglio, è avvenuto alla mezzanotte; in seguito toccherà alla Repubblica Ceca. “La Francia”, si legge ancora sul sito web, “sarà in particolare responsabile dell’organizzazione delle riunioni del Consiglio dell’Unione europea, della cooperazione tra gli Stati membri e delle relazioni del Consiglio con la Commissione e il Parlamento europeo”.

 

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https://www.rainews.it/photogallery/2022/01/Inizia-la-presidenza-francese-la-bandiera-europea-sui-luoghi-simbolo-a-Parigi-e-polemica-0e7e4aea-8aa3-4439-ab0b-369bb3c9fea4.html

Che cosa chiedi o Madre?

“Che cosa chiedi o Madre?”.
“La salvezza dei viventi”.
“Mi provocano a sdegno”.
“Compatiscili, Figlio mio”.
“Ma non si convertono”.
“E tu salvali per Grazia”.

“Santissima Icona della Vergine Maria nel Duomo di Spoleto, che Federico Barbarossa donò alla città nel 1185 in segno di “pace e riconciliazione”. Il cartiglio che la Vergine Maria tiene in mano riporta un dialogo pieno di consolazione tra il Figlio e la Madre. Possiamo entrare con fiducia in questo nuovo anno, in ogni suo giorno così come ci accoglierà, protetti dal santo manto di Maria nostra Madre. Lei prega per noi in ogni istante con le parole di questo dialogo con il suo Figlio. Per noi e per ogni uomo, anche per il più lontano e corrotto. E lo abbiamo sperimentato, come quel giorno a Cana, ogni preghiera della Madre è una legge d’amore per il Figlio. Non abbiamo nulla da temere, nemmeno noi stessi e la nostra debolezza. Perfino quando avremo difficoltà e non vorremo convertirci Maria pregherà per noi, e otterrà la compassione e la salvezza per Grazia dei suoi figli. E dentro questo dialogo vivremo un anno colmo di amore nel quale imparare da Maria Madre di Dio a vivere, obbedienti e abbandonati, da figli di Dio. Buon anno con Maria. E sarà un anno fantastico. Come lo è stato questo che sta terminando.

Messaggio di Fine Anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Palazzo del Quirinale, 31 dicembre 2021

 

Care concittadine, cari concittadini,

ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione.

Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni, come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente.

L’augurio che sento di rivolgervi si fa, quindi, più intenso perché, alla necessità di guardare insieme con fiducia e speranza al nuovo anno, si aggiunge il bisogno di esprimere il mio grazie a ciascuno di voi per aver mostrato, a più riprese, il volto autentico dell’Italia: quello laborioso, creativo, solidale.

Sono stati sette anni impegnativi, complessi, densi di emozioni: mi tornano in mente i momenti più felici ma anche i giorni drammatici, quelli in cui sembravano prevalere le difficoltà e le sofferenze.

Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi.

In questi giorni ho ripercorso nel pensiero quello che insieme abbiamo vissuto in questi ultimi due anni: il tempo della pandemia che ha sconvolto il mondo e le nostre vite.

Ci stringiamo ancora una volta attorno alle famiglie delle tante vittime: il loro lutto è stato, ed è, il lutto di tutta Italia.

Dobbiamo ricordare, come patrimonio inestimabile di umanità, l’abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compiti nonostante il pericolo.

I meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalità degli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati.

In queste ore in cui i contagi tornano a preoccupare e i livelli di guardia si alzano a causa delle varianti del virus – imprevedibili nelle mutevoli configurazioni – si avverte talvolta un senso di frustrazione.

Non dobbiamo scoraggiarci. Si è fatto molto.

I vaccini sono stati, e sono, uno strumento prezioso, non perché garantiscano l’invulnerabilità ma perché rappresentano la difesa che consente di ridurre in misura decisiva danni e rischi, per sé e per gli altri.

Ricordo la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso.

Cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino?

La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla.

I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto – ripeto – la pericolosità della malattia.

Basta pensare a come l’anno passato abbiamo trascorso le festività natalizie e come invece è stato possibile farlo in questi giorni, sia pure con prudenza e limitazioni.

La pandemia ha inferto ferite profonde: sociali, economiche, morali. Ha provocato disagi per i giovani, solitudine per gli anziani, sofferenze per le persone con disabilità. La crisi su scala globale ha causato povertà, esclusioni e perdite di lavoro. Sovente chi già era svantaggiato è stato costretto a patire ulteriori duri contraccolpi.

Eppure ci siamo rialzati. Grazie al comportamento responsabile degli italiani – anche se tra perduranti difficoltà che richiedono di mantenere adeguati livelli di sicurezza – ci siamo avviati sulla strada della ripartenza; con politiche di sostegno a chi era stato colpito dalla frenata dell’economia e della società e grazie al quadro di fiducia suscitato dai nuovi strumenti europei.

Una risposta solidale, all’altezza della gravità della situazione, che l’Europa è stata capace di dare e a cui l’Italia ha fornito un contributo decisivo.

Abbiamo anche trovato dentro di noi le risorse per reagire, per ricostruire. Questo cammino è iniziato. Sarà ancora lungo e non privo di difficoltà. Ma le condizioni economiche del Paese hanno visto un recupero oltre le aspettative e le speranze di un anno addietro. Un recupero che è stato accompagnato da una ripresa della vita sociale.

Nel corso di questi anni la nostra Italia ha vissuto e subito altre gravi sofferenze. La minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha dolorosamente mietuto molte vittime tra i nostri connazionali all’estero. I gravi disastri per responsabilità umane, i terremoti, le alluvioni. I caduti, militari e civili, per il dovere. I tanti morti sul lavoro. Le donne vittime di violenza.

Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone.

Il volto reale di una Repubblica unita e solidale.

È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica.

 

La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale.

Questo compito – che ho cercato di assolvere con impegno – è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale.

Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile, dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini.

Spesso le cronache si incentrano sui punti di tensione e sulle fratture. Che esistono e non vanno nascoste. Ma soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino.

Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica.

Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore.

Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale.

È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini.

 

E a questo riguardo, anche in questa occasione, sento di dover esprimere riconoscenza per la leale collaborazione con le altre istituzioni della Repubblica.

Innanzitutto con il Parlamento, che esprime la sovranità popolare.

Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai Presidenti del Consiglio e ai Governi che si sono succeduti in questi anni.

La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio.

Ci troviamo dentro processi di cambiamento che si fanno sempre più accelerati.

Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Alle antiche diseguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove. Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico. Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro. La forte diminuzione delle nascite rappresenta oggi uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società.

Le transizioni ecologica e digitale sono necessità ineludibili, e possono diventare anche un’occasione per migliorare il nostro modello sociale.

L’Italia dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide dei tempi nuovi.

Pensando al futuro della nostra società, mi torna alla mente lo sguardo di tanti giovani che ho incontrato in questi anni. Giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro, giovani che – come è necessario – si impegnano nella vita delle istituzioni, giovani che vogliono apprendere e conoscere, giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova.

I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani.

Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società.

Vorrei ricordare la commovente lettera del professor Pietro Carmina, vittima del recente, drammatico crollo di Ravanusa. Professore di filosofia e storia, andando in pensione due anni fa, aveva scritto ai suoi studenti: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…”.

Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci, che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo.

Desidero rivolgere un augurio affettuoso e un ringraziamento sincero a Papa Francesco per la forza del suo magistero, e per l’amore che esprime all’Italia e all’Europa, sottolineando come questo Continente possa svolgere un’importante funzione di pace, di equilibrio, di difesa dei diritti umani nel mondo che cambia.

Care concittadine e cari concittadini, siamo pronti ad accogliere il nuovo anno, ed è un momento di speranza. Guardiamo avanti, sapendo che il destino dell’Italia dipende anche da ciascuno di noi.

Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria.

Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia.

L’Italia crescerà. E lo farà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo, e dei popoli europei.

Buon anno a tutti voi!

E alla nostra Italia!

Culture politiche e partiti: non possiamo rassegnarci. Alcune osservazioni nel merito dell’intervista di Pierluigi Castagnetti.

Prendere atto che le culture politiche sono esaurite è importante ma, al contempo, noi abbiamo anche il dovere di indicare quali sono le strade concrete che si debbono percorrere per ricreare un confronto politico serio e credibile tra i vari soggetti in campo. 

In una interessante, e lunga, intervista rilasciata da Pier Luigi Castagnetti al quotidiano “Domani” viene riproposta e affrontata la questione del “superamento delle culture politiche del novecento”. Una osservazione nota, e da tempo dibattuta, ma che richiede un supplemento di riflessione perchè semplicemente ne vale la pena. Del resto, che le culture politiche non alimentino più i partiti contemporanei è cosa nota. Almeno da quando i partiti italiani non sono più espressione di filoni ideali e di tradizioni culturali ma, molto più banalmente, il diretto prolungamento delle fortune e della popolarità del “capo” partito. Tutto, cioè, dipende dal tasso di simpatia e di empatia del capo. Con tanti saluti alla concezione del partito che affonda le sue radici in una cultura politica, al partito comunità e, soprattutto, ad un confronto tra visioni politiche ancorate ad un universo valoriale definito. 

Di qui il trionfo del trasformismo parlamentare e dell’opportunismo politico. L’esempio classico di questo malcostume politico, di questa decadenza culturale e di questo smarrimento etico lo offre quasi quotidianamente quello strano e singolare partito che risponde al nome dei 5 stelle. E questo perchè nell’arco di appena 3 anni questo partito ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ha detto tutto e il contrario di tutto. E lo dico senza alcun accenno polemico ma per la semplice ragione che un partito senza identità e senza cultura politica – elementi da sempre teorizzati e praticati da quella formazione politica – riduce la politica ad un mercanteggiamento continuo privo di qualsiasi riferimento ideale e di qualunque coerenza politica.

Ora, prendere atto che le culture politiche sono esaurite è importante ma, al contempo, noi abbiamo anche il dovere di indicare quali sono le strade concrete che si debbono percorrere per ricreare un confronto politico serio e credibile tra i vari soggetti in campo. Se i partiti identitari non sono più riproponibili – e lo abbiamo sperimentato in questi ultimi anni dopo i ripetuti fallimenti di chi, seppur in buona fede, ha cercato di mettere in campo esperienze politiche riconducibili ad un impianto identitario – abbiamo, però, la necessità di individuare anche le strade attorno alle quali si qualifica e si articola un confronto politico. Perchè altrimenti il tutto si riduce inesorabilmente ad un gioco delle parti dove prevalgono il trasformismo, l’opportunismo e la ricerca del potere fine a se stesso. E dove perderebbero di significato le stesse categorie di destra, di sinistra e di centro. E questo perchè quando tramontano le culture politiche difficilmente regge lo scontro e la stessa polemica tra i vari schieramenti. Se non per ragioni di puro potere e di mera convenienza momentanea.

Ecco perchè la bella ed interessante riflessione di Pier Luigi Castagnetti merita di essere ripresa ed approfondita. Non solo perchè tocca un tasto cruciale del nostro tempo ma anche, e soprattutto, perchè ci obbliga a ripensare la nostra cultura e i nostri storici riferimenti ideali. Parlo, nello specifico, della nobile e ricca tradizione del cattolicesimo sociale e del cattolicesimo politico che difficilmente daranno vita ad esperienze partitiche dirette ma che, sicuramente, continuano ad alimentare ricette politiche e progetti politici. Si tratta, quindi, di saper ridare cittadinanza politica a questo giacimento ideale, culturale, etico e sociale. È un compito difficile, certamente. Ma occorre provarci. L’alternativa è il modello 5 stelle. Cio, per dirla con Mino Martinazzoli, “il nulla della politica

 

Addio a Edward O. Wilson, l’uomo che parlava alle formiche.

Uno degli obiettivi primari del grande studioso è stato per tutta la vita quello di fondare un campo di indagine a metà strada tra le scienze della natura e le discipline sociali: ad esso diede il nome sociobiologia.

Edward Osborne Wilson se n’è andato nel sonno a 92 anni: ci lascia uno dei più grandi scienziati del nostro tempo, una mente metodica ma intuitiva e innovativa tanto da essere considerato l’erede di Darwin per i suoi studi sulle evoluzioni delle specie e perché intuì come il comportamento degli animali (quindi anche dell’uomo) fosse il prodotto dell’interazione tra l’ereditarietà genetica e gli stimoli ambientali. Noto soprattutto per gli studi in mirmecologia (la branca dell’entomologia che studia le formiche e nella quale non aveva eguali tra gli scienziati), si interessò a lungo di biodiversità. È considerato il padre della formulazione della teoria della sociobiologia e dei programmi di ricerca ad essa correlati. Dalla formica al pianeta, la sua curiosità non aveva confini e la sua visione del mondo esprimeva un approccio olistico dentro il quale stava l’interesse per la vita in tutte le sue mutevoli cangianze. 

“L’uomo che sussurrava alle formiche”, così lo ha definito simpaticamente Telmo Pievani nel suo ricordo pubblicato il 28 dicembre dal “Corriere della Sera”. È una metafora che spiega una incredibile attitudine all’osservazione – sembrerebbe inverosimile immaginare che lo abbia accompagnato per tutta la vita –  radicata fin da ragazzino. Aveva 13 anni e cominciò a coltivare questa grande passione che gli avrebbe aperto orizzonti di esplorazione infiniti, come la biologia e lo studio delle correlazioni tra vita e ambiente. È per questo che non deve sembrare riduttivo il suo impegno ad approfondire la vita delle formiche. Dopo aver letto “In un volo di storni” del Premio Nobel Giorgio Parisi potremmo affermare che egli cercava nella biologia quella “complessità” che il Prof. Parisi ha cercato per lunghi anni nella Fisica. Menti geniali che vanno oltre le apparenze e cercano una spiegazione ad ogni fenomeno, anche il più apparentemente casuale o banale, persino insignificante.

Grazie alla citazione del Prof. Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, di lui mi aveva colpito un ammonimento che si è rivelato tanto fondato quanto lungimirante fino a diventare di drammatica attualità, poiché legato all’eziopatogenesi pandemica e che riguardava il tema della sostenibilità ambientale e della presenza dell’uomo sulla Terra: “Una volta superati i 6 miliardi di persone, affermò Edward 0sborne Wilson, l’umanità è prossima all’incompatibilità con l’ambiente. La popolazione è di 7 miliardi e mezzo e cresce di 70 e più milioni l’anno. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie. Andando avanti con questi ritmi di crescita demografica arriveremo ad 11 miliardi di esseri umani a fine secolo”. 

Osservando e riflettendo ciò che ad altri pare sviluppo ed espansione, positività e dominio del mondo, il suo punto di vista ha dato un contributo determinante  per comprendere il concetto di tolleranza ecosistemica, per certi aspetti assimilabile alle intuizioni di David Quammen – l’autore di “Spillover” – per significare come le alterazioni ambientali favoriscano le mutazioni genetiche, il passaggio virale per zoogenesi al genoma umano, proprio studiando in parallelo il nostro contesto di vita e quello degli animali. Uno degli obiettivi primari del grande studioso è stato per tutta la vita quello di fondare un campo di indagine a metà strada tra le scienze della natura e le discipline sociali: ad esso diede il nome sociobiologia. Dentro questa intuizione di sintesi tra comportamenti e biologia fu interessato dagli aspetti sociali del comportamento umano concludendo che essi si possono spiegare attraverso la biologia, e in particolare quella evolutiva. Definì la natura umana come un insieme di regole epigenetiche, un modello genetico dello sviluppo mentale, profetizzando che l’etica sarebbe stata presto rifondata su basi neurobiologiche, tanto da auspicare la convergenza di idee in discipline diverse quali filosofia, biologia e evoluzione che chiamò “consilienza”. 

La sua produzione di opere scientifiche è sterminata, vinse due volte il premio Pulitzer per i suoi libri di saggistica: The Ants (1990, con Bert Hölldobler) e On Human Nature (1978). Il Prof. Benini mi ha cortesemente inviato una sua recensione del 13 dicembre u.s. – pubblicata sul “Corriere del Ticino” – dell’ultimo libro scritto da Wilson per Cortina editore, uscito in Italia nell’ottobre del 2021: “Storie dal mondo delle formiche”. Da questa recensione emerge tutta l’ammirazione per questo grande scienziato che il Prof. Benini esprime con naturalezza e con altrettanta efficacia, il sottotitolo spiega perché: “Uno dei più autorevoli entomologi del mondo ci guida tra insospettabili meccanismi”. Ciò che distingue uno scienziato è infatti la capacità di conoscere e penetrare i misteri della vita, invisibili ai più. Riuscendo a farlo anche con argomentazioni inoppugnabili nella loro apparente semplicità, transitando persino dalla materia alla trascendenza. 

La rivista “Greenreport.it” ricorda questo grande pioniere della scienza con un passo di un suo libro: «Ogni specie è un piccolo universo in se stesso, diverso da tutti gli altri a causa dei suoi geni, anatomia, comportamento, ciclo vitale, ruolo nell’ecosistema; un sistema indipendente, creato nel corso di una storia evolutiva, complesso oltre la nostra immaginazione. Ogni specie merita che i ricercatori le dedichino la loro carriere e che poeti e storici la celebrino. Nulla di minimamente simile può essere detto su un protone o un atomo di idrogeno. In poche parole, reverendo, questo è il più forte e il più trascendente argomento morale, fornito dalla scienza per sostenere il bisogno urgente di salvare la Creazione».

 

Edward Osborne Wilson 

Sociobiologo statunitense (Birmingham 1929 – Burlington 2021); insegnante di zoologia alla Harvard University (1955), poi lecturer presso il Kings College di Cambridge, dal 2007 prof. di entomologia alla Harvard University. In Sociobiology: the new synthesis (1975; trad. it. 1979) estende il darwinismo allo studio del comportamento sociale e delle società animali affermando, nel contempo, la possibilità di studiare la specie umana anche attraverso l’analisi sociobiologica, oltre che attraverso l’analisi genetica o endocrinologica. Rilevante, se pure controverso, il suo contributo alle scienze sociali, aperto all’impiego dei metodi e dei principî della biologia delle popolazioni e della sociobiologia. Altre opere: A primer of population biology (con W. H. Bossert 1971; trad. it. 1974); The insect societies (1971; trad. it. 1976); On human nature (1978; trad. it. 1980); The ants (con B. Hölldobler, 1991), che gli è valso il premio Pulitzer; Journey to the ants: a story of scientific exploration (1994; trad. it. 1997); In search of nature (1996; trad. it. 2003); Consilience: the unity of knowledge (1998; trad. it. 1999); Biological diversity: the oldest human heritage (1999); The future life (2002; trad. it. 2004); Silent spring (2002); The creation: an appeal to save life on Earth (2006; trad. it. 2008); Nature revealed: selected writings 1949-2006 (2006); The superorganism: the beauty, elegance, and strangeness of insect societies (2009); The leafcutter ants. Civilization by instinct (2011); The social conquest of Earth (2012; trad. it. 2013); Letters to a young scientist (2013; trad. it. 2013); The meaning of human existence (2014; trad. it. 2015); Half-Earth. Our planet’s fight for life (2016; trad. it. Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, 2016); The origins of creativity (2017; trad. it. 2018); Genesis: the deep origin of societies (2019; trad. it. 2020) e Tales from the ant world (2020; trad. it. 2021). Nel 2010 ha esordito nella narrativa con il romanzo autobiografico Anthill (trad. it. 2010). Vincitore di due Premi Pulitzer. [Fonte Treccani]

 

Natale 1920, Benedetto XV e l’enciclica della speranza.

Dopo le macerie della Grande Guerra 1914-18, si levò forte il grido del pontefice perché venissero aiutati tutti i bambini coinvolti dal conflitto.

Fu eletto Papa  il 3 settembre 1914, esattamente due mesi dopo lo scoppio della guerra, la prima del XX secolo, la più devastante di sempre, almeno sino a quel momento. In realtà, al contrario di come la storiografia più convenzionale lo ha sempre descritto, ovvero “il Papa degli anni di guerra”, egli fu il primo e più ardente oppositore all’uso delle armi. 

Giacomo Della Chiesa non fu un semplice spettatore passivo del conflitto, ma costituì una rara voce di pace levatasi in una vasta landa di scontri, insofferenze, odio: l’Europa di inizio Novecento. Nel maggio 1919 venne firmato il Trattato di Versailles; a Londra, negli stessi giorni fu fondata Save the Children; il 1° dicembre del 1920, quando i paesi ex belligeranti stavano tentando una disperata ripresa per risollevarsi dalle macerie lasciate poco più di un anno prima, Benedetto XV promulgò Annus Iam Plenus, nona enciclica del suo pontificato. A pochi giorni dal Natale, si trattò di un appello inequivocabile alle nazioni più ricche perché soccorressero con qualsiasi tipo di aiuto i bambini rimasti senza una casa, quelli diventati orfani e quelli feriti (loro malgrado). 

Il Papa  sapeva molto bene che gli effetti della guerra non si sarebbero esauriti con la semplice distruzione di vite umane, e il timore per la nascita di nuove tensioni era molto forte, soprattutto a causa del persistere del «disprezzo per l’autorità, per i beni materiali fatti unico obiettivo dell’attività dell’uomo, quasi non ci fossero altri beni, e molto migliori da raggiungere». 

Circa 60 milioni di uomini erano stati strappati dalla loro vita abituale e coinvolti in un’esperienza senza precedenti nella storia dell’umanità; viceversa, milioni di donne ne avevano preso il posto nelle più disparate attività lavorative (prima fra tutte nel lavoro nei campi). Non solo. La guerra funse anche da fortissimo acceleratore sociale, laddove, oltre alla avvenuta ridefinizione dei confini nazionali, la vita associata di tantissime popolazioni subì dei mutamenti epocali. L’industria bellica aveva trascinato dalla campagna ai grandi centri urbani tanti giovanissimi lavoratori non qualificati, e tante ragazze erano subentrate ai fratelli e ai mariti nelle mansioni familiari quotidiane. C’era inoltre il difficilissimo, drammatico tentativo di reinserimento dei reduci, i quali trovarono una società profondamente cambiata che avrebbe, negli anni a seguire, provocato nuovi e violenti conflitti politici e sociali. 

Gli stessi cattolici si divisero fra quanti sostenevano i vecchi temi cari all’intransigentismo legato alla difesa dell’Austria come “baluardo all’irrompere dei nemici di Dio contro l’Europa cristiana”, e quanti si mantenevano fedeli alla politica della Santa Sede, che si era pronunciata a favore della neutralità e della pace. Tuttavia, all’insegna del regit et tuetur, la personalità e la politica di dialogo di Benedetto XV stavano dando i loro frutti: grazie a lui, la Chiesa di Roma stabilì rapporti di reciproca stima e collaborazione con i paesi usciti dalla dissoluzione dell’Impero asburgico e furono gettate le basi per la normalizzazione delle relazioni con le autorità italiane dopo la lunga crisi scaturita a seguito della “questione romana”.        

Armonie di Pace. A Torino il Concerto interreligioso dì Capodanno a fianco della popolo afgano.

Come tutti gli anni il Coordinamento interconfessionale del Piemonte organizzano il 1° gennaio 2022, dalle 18.00 alle  19.30, un concerto con un’orchestra multietnica per la pace nel mondo. Data la situazione sanitaria l’evento sarà in streaming.

Come Coordinamento interconfessionale del Piemonte “Noi siamo con voi” abbiamo  deciso di tornare a celebrare la “Giornata Mondiale della Pace”. Purtroppo, però, a cagione della delicatissima situazione sanitaria, si è reso opportuno garantire la partecipazione solo in streaming cercando comunque di offrire il meglio, abbiamo pensato che sarebbe stato bello farlo innanzitutto tramite un variegato concerto, realizzato dalla nostra orchestra interconfessionale (hanno provato e suoneranno insieme giovani di diverse fedi religiose).

Siccome il nostro obbiettivo pervicacemente perseguito è quello della pace, la serata sarà intitolata “Armonie di Pace”.  

Inoltre la scelta della musica ha un duplice valore: il primo, quello di sottolineare che l’impegno per la pace e per i diritti umani deve essere – pur nell’estrema tragicità della situazione attuale in molti paesi del mondo – mosso dalla speranza e in un clima di confortante fraternità. Il secondo, quello di denunciare l’assurda brutalità di quei regimi e di quei poteri che addirittura vogliono proibire la musica, che è espressione universale di libertà e di gioia.

Il concerto sarà accompagnato dalla  proiezione di frasi e motti in tema, patrimonio delle religioni del mondo, e sarà preceduto da brevi interventi.

Oltre alla introduzione da parte del portavoce del Coordinamento, sono previsti i saluti delle principali autorità civili e religiose della nostra Città e della nostra Regione, a partire dell’Arcivescovo Mons Cesare Nosiglia. A dare il senso pieno della nostra iniziativa, ci sarà una testimonianza particolarmente attesa, da parte della dott.ssa Amiri Farzana, ginecologa già responsabile della Clinica dell’amicizia italo afghana di Kabul, che è stata recentemente premiata per il suo valore, il suo coraggio e la sua coerenza, dal Comitato per i diritti umani del Consiglio regionale del Piemonte (insieme ad una donna esponente dell’opposizione democratica venezuelana, ed a un’altra che rappresenta una delle più importanti organizzazioni solidariste delle donne africane, oltre alla nostra suor Angela Pozzoli).

Dunque un concerto e una serata affinchè, come appassionatamente ci chiedono le tante persone – a partire dalle donne – che lottano per la libertà, la giustizia e i diritti fondamentali, noi non ci dimentichiamo – e non permettiamo che ci si dimentichi – di loro. Al contrario, vogliamo e dobbiamo far sì che tutte/i loro si possano sentire realmente nostre sorelle e fratelli, non solo nelle occasioni “di moda”, ma in ogni giorno della vita.

 

Link a cui collegarsi: https://live.sermig.org/armoniedipace

 

Misure urgenti per il contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria (decreto-legge)

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi e del Ministro della salute Roberto Speranza, ha approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti per il contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria.

Il testo prevede nuove misure in merito all’estensione del Green Pass rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Green Pass rafforzato

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass rafforzato alle seguenti attività:

alberghi e strutture ricettive;
feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;
sagre e fiere;
centri congressi;
servizi di ristorazione all’aperto;
impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;
piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;
centro culturali, centro sociali e ricreativi per le attività all’aperto.
Inoltre il Green Pass rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.

Quarantene

Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.

Capienze

Il decreto prevede che le capienze saranno consentite al massimo al 50% per gli impianti all’aperto e al 35% per gli impianti al chiuso.

Si sono esaurite le culture della Novecento. Borghi ricorre a Dossetti per archiviare Berlusconi. Un assist a Draghi?

Nell’intervista a “formiche.net”, il deputato ossolano, oggi tra i più stretti collaboratori di Enrico Letta, si aggrappa alla lezione di Dossetti (già citato ieri da Castagnetti, per ragioni più ampie, nella densa intervista al “Domani”), sulla consunzione delle ideologie novecentesche e stronca apertamente, in virtù di questo richiamo, l’ipotesi della candidatura di Berlusconi a Presidente della Repubblica. 

Su tali basi appare controverso l’apporto del Pd alla soluzione Draghi, non solo per il peso relativo dei Dem – 150 grandi elettori su 1008 – quanto, soprattutto, per l’imprinting di una soluzione che si presenta in antitesi a un partito della maggioranza. Perché Forza Italia, una volta registrato il veto del Pd, dovrebbe aderire alla controproposta che proprio il Nazareno lascia intravedere con le allusive e tuttavia impegnative dichiarazioni dei suoi vertici? 

Da ciò sembra dedursi un sottile gioco che porta altresì al declassamento della stessa candidatura di Draghi, quasi tirato in ballo in funzione meramente antiberlusconiana. 

Di seguito riportiamo uno stralcio dell’intervista di Enrico Borghi. 

 

Il Quirinale e i tre “infarti” della politica secondo Borghi. Intervista a cura dì Federico Dì Bisceglie.

[…] quale sarebbe secondo lei il profilo ideale per il successore di Mattarella?

Una persona di alto profilo che sappia lavorare, al pari di Mattarella, nella direzione della coesione sociale e della politica del confronto alternativa a quella dell’urlo, e che sia apprezzato e rispettato anche oltre i confini italiani. Quantomeno dal punto di vista dello stile, mi immagino un prossimo presidente che si muova nel solco di quello attuale.

Il centrodestra sembra convergere sulla figura di Silvio Berlusconi. 

Quella è una candidatura che, per antonomasia, è inopportuna. E mi pare che in realtà, il centrodestra non si poi così compatto nel sostenere il nome di Berlusconi per la partita quirinalizia. Anzi, spero che la coalizione prima di intavolare il dialogo faccia chiarezza al suo interno.  Fermo rimanendo che il leader di Forza Italia sta facendo in queste ultime settimane una campagna acquisti che si commenta da sé. Ma al di là di questo, il fatto stesso di proporre la candidatura del leader di Forza Italia, rappresenta in qualche modo una delle concause del fallimento della politica.

Cosa intende dire?

Mi pare che si stia realizzando una teoria di Dossetti: siamo di fronte a uno scenario nel quale, mentre si sono esaurite le culture del Novecento, la politica tenta in tutti i modi di replicare se stessa mentre tutto il mondo attorno sta cambiando anziché sforzarsi di innovare e rinnovare se stessa. Non a caso la politica italiana, negli ultimi anni, ha avuto tre ‘infarti’. Prima con Ciampi, poi con Monti e ora con Draghi (sebbene questo ultimo esecutivo abbia in seno una grande valenza politica). Per questo non ci sono parentesi da chiudere per tornare a mitologiche stagioni dell’oro, ma c’è da andare avanti.

 

Per leggere l’intervista completa

https://formiche.net/2021/12/quirinale-berlusconi-sciarra-borghi/

Sulla Rai il “lessico familiare” di Scalfari. Nel dialogo con le figlie si dipana il racconto del principe della carta stampata.  

Il docufilm sul fondatore di Repubblica è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e vuole essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante. 

Qualche sera fa la televisione pubblica ha mandato in onda un documentario dal titolo “Scalfari: a sentimental journey”. Non è questa la sede per riflettere sulla moda dell’anglicismo imperante, non solo nei media ma ormai quasi ovunque. Il prodotto è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e vuole essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante. I luoghi e ancor più le stanze di casa diventano la cornice attraverso cui vengono veicolati, con un ritmo lento e costante, i ricordi personali e professionali. 

Nel film vengono rievocati i tratti fondamentali della biografia (quasi centenaria) di Scalfari: per cominciare, il liceo classico a Sanremo con Italo Calvino come compagno di banco. Dopo l’ipnosi del fascismo, Scalfari resta legato – e lo sarà per tutta la vita – al 14 luglio francese: “Il laicismo di Voltaire e Diderot, il socialismo riformista di Babeuf e le barricate in strada dei Miserabili”. Nel dopoguerra, l’esperienza irripetibile del “Mondo” di Mario Pannunzio, raccontata nel bellissimo libro La sera andavamo in via Veneto (recentemente ristampato da Einaudi). Negli anni ’60 la direzione del settimanale “L’Espresso” e nel decennio successivo l’avventura (umana, politica e giornalistica) del quotidiano La Repubblica. L’utopia – rivendicata dal fondatore nel 1976 – di essere “con la sinistra, oltre la sinistra”. Il successo editoriale (a cui contribuì – come è noto – il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che lo porta a essere, nei favolosi anni Ottanta, direttore del primo giornale italiano (con 800 mila copie vendute, sorpassando il “Corriere della Sera”) e, sul finire del decennio, uno degli uomini più ricchi d’Italia (dopo aver venduto le quote del giornale all’Ingegner Carlo De Benedetti). A tale riguardo, la lettura del saggio di Giampaolo Pansa “La Repubblica di Barbapapà” è stata fondamentale nell’apprezzare meglio alcuni passaggi del racconto pubblico che le figlie di Scalfari davano fin troppo per scontati.

La parte forse meno nota del docufilm è quella dell’uomo privato Eugenio, della sua pedagogia martellante (e a tratti umiliante) e della sua ricerca laica sul senso della vita. La sorprendente intesa con Papa Francesco, una conversione “sentimentale” che resta per Scalfari il grande dubbio al centro delle loro conversazioni a Casa Santa Marta. Un’amicizia senile tra due persone che accettano le loro differenze intellettuali, unendosi nella sintonia umana. “Non ti commuove tutto questo?” domanda Enrica al padre, ricevendo come risposta soltanto un orgoglioso “Beh, mi tocca”. A 97 anni compiuti Eugenio scrive ancora i suoi editoriali (più spesso li detta a braccio) sorretto da lampi di memoria accecanti. Anzi lui crea, come precisa alle figlie, con modi degni di Picasso (“Io non cerco, trovo”). 

La memoria delle figlie ha invece conti più prosaici da regolare, qualcosa ancora da capire: “Ti abbiamo vissuto come un padre diviso”. Quando lo cercavano, spesso non lo trovavano. Stava in due famiglie, diviso tra due donne, la moglie Simonetta e Serena, sposata dopo la morte della madre di Enrica e Donata. Alla fine le sorelle si sono arrese: “Abbiamo condiviso questa dualità”. Eugenio, candidamente, ritiene – ancora oggi – di aver fatto la scelta migliore: un accordo. Simonetta e Serena erano a conoscenza l’una dell’altra e lui si impegnava a dare a entrambe “lo stesso affetto e le medesime attenzioni”. Proteggere e ricomporre il “lessico familiare” è stata la sua missione, un fuoco da seguire la cui torcia rimaneva saldamente nelle sue mani. Le figlie rivelano che gli è sempre piaciuto paragonarsi a Noè dentro l’arca, felice del ruolo che gli attribuiva da fuori quella “tempesta necessaria”.

Passano rapidamente in rassegna nel docufilm la prima abitazione sulla Nomentana, il “buen retiro” di Velletri, che ha rappresentato a lungo il rifugio delle vacanze estive. L’ultima casa al Pantheon, dalla quale il quasi centenario Eugenio contempla i tetti di Roma e il bilancio di una lunga esistenza, forse irripetibile.

Sui lavoratori fragili occorre far chiarezza. Provinciali scrive al governo: serve un’informazione certa e comprensibile.

Riportiamo la lettera aperta al Presidente del Consiglio e ai Ministri della Salute, del Lavoro, delle Disabilità, della Pubblica Amministrazione, con la quale Francesco Provinciali rafforza la richiesta di un chiarimento normativo sulla condizione dei lavoratori fragili.  

 

Lettera aperta 

 

Ill.mo Sig. Presidemte, ill.mi Sigg. Ministri, 

riporto a margine l’art. 17 del Decreto Legge 221 del 24 dicembre 2021 pubblicato in pari data sulla  GU del 24/12/2021 n. 305 .

Il 1° comma dell’art 17 citato proroga le disposizioni di cui all’art. 26 comma 2-bis del Decreto legge 17 marzo 2020 , n° 18 ….. comunque non oltre la data del 28 febbraio 2022..

Quanto sopra sulla base del disposto dell’art 2 del decreto 221/2021 medesimo che prevede l’emanazione di un ulteriore decreto del Ministro della Salute (di concerto con il Ministro del Lavoro e con quello della Pubblica Amministrazione) entro trenta gg .dalla pubblicazione in GU.

Non è un periodo “lungo” per trattare una fattispecie così delicata? Dopo due anni di pandemia si avverte solo ora il bisogno di definire le patologie fragili?

In considerazione del fatto che alcune Agenzie di stampa hanno riportato la notizia in termini di semplificazione giornalistica, ad esempio riferendo solo la proroga del “lavoro agile” e non anche quella dell’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero (come sempre avvenuto dall’inizio della pandemia ad oggi) pare necessaria una informativa ufficiale, completa e possibilmente chiara e comprensibile ai cittadini, specie ai lavoratori fragili, affetti da situazioni patologiche anche gravi.

1) Si chiede se il testo dell’art 1 DL 221/2021 va inteso dunque nel senso che le tutele a favore dei lavoratori fragili sono prorogate fino al 28 febbraio 2022 e non fino al termine dello stato di emergenza.

Ricordo a questo proposito che le certificazioni di inidoneità temporanea rilasciate da medico competente o dalla autorità sanitarie delle ATS si riferiscono – in un’ottica di continuità diagnostica e prognostica –  fino al termine dello stato di emergenza.

2) Con riguardo alle tutele per i lavoratori fragili il citato comma 2 dell’art. 26 del Decreto Legge 17 marzo 2020 n.18 prevedeva la modalità di lavoro agile e l’equiparazione dell’assenza per malattia al ricovero ospedaliero, senza computo nel cosiddetto periodo di comporto.

Quindi, prorogando integralmente le citate previsioni normative del DL 18/2020, il nuovo decreto 221/2021 dovrebbe contemplare entrambe le fattispecie. Al fine di dare una corretta informazione ai nostri lettori, si chiede dunque conferma del fatto che questa previsione normativa – peraltro richiamata e prorogata integralmente – contempli dunque le due fattispecie sopra evidenziate.

Ringrazio anticipatamente per la Vostra umana considerazione. Penso di interpretare il bisogno di una informazione certa e comprensibile da parte dei lavoratori fragili.

 

 

Art. 17 DL 24/12/2021 n.° 221 pubblicato sulla G.U. 305 del 24/12/2021

   Prestazione lavorativa dei soggetti fragili e congedi parentali

  1. Sono prorogate le disposizioni di  cui  all'articolo  26,  comma
2-bis, del decreto-legge  17  marzo  2020,  n.  18,  convertito,  con
modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla  data  di
adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque  non  oltre  il  28
febbraio 2022. Al fine di garantire  la  sostituzione  del  personale
docente,  educativo,  amministrativo,  tecnico  ed  ausiliario  delle
istituzioni scolastiche che usufruisce dei benefici di cui  al  primo
periodo e' autorizzata la spesa di 39,4 milioni di  euro  per  l'anno
2022.
  2. Con decreto  del  Ministro  della  salute,  di  concerto  con  i
Ministri del lavoro e delle  politiche  sociali  e  per  la  pubblica
amministrazione, da  adottare  entro  trenta  giorni  dalla  data  di
entrata in vigore del presente decreto, sono individuate le patologie
croniche con scarso compenso clinico e con  particolare  connotazione
di gravita', in presenza delle quali, fino al 28  febbraio  2022,  la
prestazione lavorativa e' normalmente svolta, secondo  la  disciplina
definita nei Contratti collettivi, ove presente, in modalita'  agile,
anche attraverso l'adibizione a  diversa  mansione  ricompresa  nella
medesima  categoria  o  area  di  inquadramento,  come  definite  dai
contratti vigenti, e specifiche attivita' di formazione professionale
sono svolte da remoto.
  3. Le misure di cui all'articolo 9  del  decreto-legge  21  ottobre
2021, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla legge 17  dicembre
2021, n. 215, si applicano fino al 31 marzo 2022. I benefici  di  cui
al primo periodo del presente comma sono riconosciuti nel  limite  di
spesa di 29,7 milioni di euro  per  l'anno  2022.  Sulla  base  delle
domande pervenute, l'INPS provvede al monitoraggio del  rispetto  del
limite  di  spesa  di  cui  al  primo  periodo  del  presente   comma
comunicandone le risultanze al Ministero del lavoro e delle politiche
sociali e al Ministero dell'economia e  delle  finanze.  Qualora  dal
predetto  monitoraggio  emerga  il  raggiungimento,  anche   in   via
prospettica, del predetto limite  di  spesa,  l'INPS  non  prende  in
considerazione  ulteriori  domande.   Al   fine   di   garantire   la
sostituzione  del  personale  docente,   educativo,   amministrativo,
tecnico ed ausiliario delle istituzioni  scolastiche  che  usufruisce
dei  benefici  di  cui  al  primo  periodo  del  presente  comma,  e'
autorizzata la spesa di 7,6 milioni di euro per l'anno 2022.
  4. Agli oneri derivanti dai commi 1 e 3, pari  a  76,7  milioni  di
euro per l'anno 2022, si provvede mediante  corrispondente  riduzione
del Fondo per interventi strutturali di  politica  economica  di  cui
all'articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282,
convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 3

 

Così l’Italia è di nuovo al centro. L’Osservatore Romano recensisce il libro di Maurizio Molinari, direttore di Repubblica.

Molinari individua sette grandi sfide che si pongono nello scenario internazionale, in ognuna delle quali l’Italia può inserirsi come parte attiva, piuttosto che subirne passivamente le ricadute. Pubblichiamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione odierna del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

Marco Bellizi

Quando si parla di campo di battaglia, l’espressione può essere intesa in due modi: come indicazione di semplice luogo fisico di scontri o come spazio ideale di confronti decisivi.

L’Italia si trova a scegliere fra queste due dimensioni. E Maurizio Molinari, direttore de «La Repubblica», scrittore, a lungo corrispondente da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme-Ramallah, già inviato in Medio Oriente, Africa e Turchia, nel suo ultimo libro, intitolato appunto «Il campo di battaglia. Perché il Grande Gioco passa per l’Italia» (La nave di Teseo editore, Milano 2021, pagine 261, euro 18), descrive le contingenze in virtù delle quali oggi il Belpaese è di fronte, oltre che a delle oggettive insidie, a opportunità imperdibili per riacquistare una centralità strategica persa ormai da decenni.

Molinari individua sette grandi sfide che si pongono nello scenario internazionale, in ognuna delle quali l’Italia può inserirsi come parte attiva, piuttosto che subirne passivamente le ricadute.

È anzi chiamata a farlo, prima di tutto perché Roma è un crocevia fondamentale per la ricostruzione dell’Europa post covid. La pandemia, ancora in corso, ha segnato infatti in maniera profonda il vecchio continente, in primo luogo sotto l’aspetto emotivo della tragedia consumatasi ai danni dei più fragili. «Migliaia di famiglie hanno avuto gli affetti più cari aggrediti, stravolti, stracciati, accumulando ferite profonde, che è responsabilità di tutti affrontare con serietà e rispetto», ricorda Molinari.

Lutti e sofferenze che appunto richiedono di essere onorati volgendo al positivo l’esperienza vissuta. Il Recovey Fund è una grande opportunità ma per realizzarla sarà necessario un salto, uno scatto di nervi della politica italiana che deve diventare più «competente» e «snella», scrive Molinari, perché resistenze e opportunismi sono sempre dietro l’angolo.

Prima di tutto, però, occorre sconfiggere definitivamente il virus. E le prossime pandemie, che molti esperti danno per molto probabili. Per il direttore di «Repubblica» serve un «New Deal sanitario», perché occorre prendere atto che la salute dei cittadini è ormai un tassello della sicurezza collettiva. Il tema si intreccia quello dei populismi, che in questi ultimi mesi hanno alimentato anche le proteste antisistema del variegato popolo dei no vax.

Ma soprattutto si intreccia con il tema delle migrazioni, che risulta politicamente divisivo tanto per l’Europa quanto per l’Italia, spesso lasciata sola dalle istituzioni comunitarie. Sul tema degli immigrati si giocano infatti partite politiche e strategiche importanti, che coinvolgono gli equilibri dell’intero Mediterraneo e i rapporti per esempio all’interno del variegato mondo dell’islam sunnita. «Se a prevalere sarà il seme dell’odio — è l’avvertenza di Molinari — perderemo l’occasione dell’Italia multietnica e resteremo una provincia insulare, ai margini delle sfide globali, mentre se ad imporsi sarà il seme della coesione l’incontro fra italiani per nascita e italiani per scelta promette di renderci competitivi su ogni fronte». È anche sulla nuova frontiera dei diritti che l’Italia gioca la sua partita: i diritti dei migranti come quelli dei lavoratori nell’era del lavoro 4.0, dello smartworking, dell’occupazione digitale, con i rischi legati al controllo delle comunicazioni, il 5 G in testa.

Secondo Molinari l’Italia deve scegliere, ma a suo parere la via più virtuosa e utile è già tracciata con evidenza dal convergere delle posizioni del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con quelle del presidente del Consiglio dei ministri italiano Mario Draghi e di Keir Starmer, leader del partito laburista britannico. Una politica che punta sulla difesa dei valori tradizionali, dell’ambiente e della salute in grado di limitare le posizioni più estremiste, sfociate spesso in populismi e autocrazie.

Due missioni, in sintesi, per l’Italia vista da Molinari: essere protagonista della ricostruzione economico-sociale dell’Occidente all’interno dell’Ue e della difesa della Alleanza atlantica.

 

In dialogo con la solitudine. Eugenio Borgna, decano degli psichiatri italiani, riepiloga e illumina i temi della sua ricerca.

La solitudine è l’anima nascosta e segreta della vita, ma come non avere la sensazione che oggi, nel mondo della modernità esasperata e della comunicazione digitale, sia grande il rischio di naufragare nell’isolamento?

In questo delicato e scorrevole libro che il Prof. Borgna ha dedicato al tema della solitudine come condizione esistenziale presente nelle alterne vicende della vita, si riannodano molti fili della narrazione sviluppata nella sterminata produzione editoriale precedente, che si tratti di studi e ricerche prettamente scientifiche o di testi di saggistica con un taglio più divulgativo. Ciò che alimenta la narrazione dell’autore – decano degli psichiatri italiani e assai noto in campo internazionale –  non è solo un dovere di etica professionale ma anche e soprattutto il convincimento, maturato in anni e anni di cura e di ascolto dei pazienti, che occorre un approccio terapeutico più ampio di quello strettamente clinico che va dunque accompagnato da una spiccata sensibilità umana, una spontanea propensione all’introspezione per conoscere, capire, aiutare. Scienza ed umana comprensione non sono dunque poli separati e antitetici ma approcci compresenti , incentrati sul dialogo reciproco e nell’ascolto empatico del paziente psichiatrico, una nuova maniera di accostarsi alla malattia più rispettosa dello stato di sofferenza della persona.

Borgna si  conferma tenace sostenitore di una “psichiatria dell’interiorità”, capace di scorgere quella dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico, attraverso una prospettiva interdisciplinare che coinvolge discipline e campi eterogenei, quali la letteratura, la filosofia e l’arte, nel tentativo di evidenziarne la dimensione plurima e complessa restituendo così un significato condiviso alla dimensione esistenziale della sofferenza e alle sue forme di manifestazione, che possono essere intercettate e approfondite solo se è il terapeuta che compie un passo verso il malato e gli tende la mano.

Nell’ esordio del libro l’autore  si sofferma sulla distinzione tra solitudine ed isolamento: si tratta di due stati d’animo differenti. Citando le Confessioni di Sant’Agostino ed evocando la categoria del ‘tempo’, distingue tra “solitudine creatrice”, cercata, voluta e “solitudine ferita”, quasi autistica, dove viene spezzata la circolarità tra presente, passato e futuro, dove muore la speranza. Nel caleidoscopio della precarietà esistenziale si riscontra una molteplicità di solitudini, a volte subìte, altre desiderate o accettate ma pur sempre diverse rispetto all’isolamento, soprattutto in rapporto ai cangianti contesti di vita e alle relazioni con gli altri nonché ai processi che possono evitare uno stato di irreversibilità difficile da spezzare. 

Nella sua prolifica produzione di saggistica e certamente anche qui, dove Borgna cerca il dialogo con la persona sola,  la riflessione si sofferma spesso sui sentimenti, sulle emozioni, sugli stati d’animo che per un professionista della “umana comprensione con valenza terapeutica” sono una categoria di conoscenza imprescindibile ma anche una scelta di metodo: a chi legge capita di essere colpito e affascinato dal ricorrente uso della parola “cuore” e dall’ ascolto delle sue “intermittenze”.

Si coglie dunque un approccio olistico alla condizione umana, l’alfabeto dei sentimenti diventa quasi prevalente (come fonte di indagine e di cura) su quello strettamente clinico. Tutti sappiamo che il “cuore” è una metafora letteraria usata per descrivere emozioni e sentimenti, non certo la sede fisiologica dei comportamenti cognitivi o affettivi. Non sfugge tuttavia l’intenso richiamo che Borgna propone delle liriche di Leopardi, delle poesie di Emily Dickinson e di Katherine Mansfield, o delle lettere di Rainer Maria Rilke dimostrando quanto sia importante questa scelta umanistica per la comprensione delle fragilità interiori.

Borgna non dimentica di evocare il periodo pandemico che stiamo attraversando, con la paura del contagio, della malattia, della morte, una lunga fase critica dalla quale fatichiamo ad uscire ci ha radicati nel timore del contatto, considerando il prossimo come una fonte di pericolo, quasi un nemico da evitare. Questo “noli me tangere” ha lasciato tracce forse indelebili e ci ha cambiati. La solitudine è stata una condizione imposta dall’isolamento e dal distanziamento come scelte terapeutiche e di profilassi: viene da chiedersi se e come riusciremo a metabolizzare questa esperienza rendendola reversibile per il futuro.

Assai interessante la trattazione del tema della solitudine in relazione ai contesti di vita: capita di sentirsi soli immersi in una folla vociante e di non sentirsi soli in un deserto, se l’ascolto di sé e il desiderio di interiorità ci porta ad aprirci agli altri o ci aiuta nella ricerca di un dialogo con Dio. Non conta tanto infatti la presenza fisica quanto la ‘sapientia cordis’, la disponibilità dell’animo. Anche se Borgna predilige i ricordi e le retrospettive intimiste poiché sovente anche la pratica della solitudine, come occasione di riflessione, ci custodisce, specie se ricca – come nel libro – di commoventi riferimenti autobiografici. Ogni solitudine ha poi una stagione, con peculiarità sue proprie: tra l’adolescenza e la vecchiaia le età della vita esprimono condizioni di solitudine diverse.

Ci sono solitudini nell’infanzia e nell’adolescenza quasi impenetrabili: a volte si trascinano per l’intera vita, lasciano ferite e cicatrici non sempre rimarginabili. Ci sono ragazzini che “sballano” per queste soccombenze, altri che pensano al suicidio come via d’uscita. Sono vittime, non carnefici. Nella tarda età la solitudine comincia quando si vive più di ricordi che di speranze. Ad esempio gli anziani non sono considerati per la ricchezza di esperienza e saggezza che recano con sé: inutili, quasi espunti dai flussi vitali delle comunicazioni sociali, delle relazioni umane. La burocrazia e la corsa verso le tecnologie e la digitalizzazione marginalizzano le persone anziane in una condizione di inevitabile e quasi spietata soccombenza, frappongono al loro bisogno di serenità ostacoli di codici alfanumerici complessi, di moduli indecifrabili, di assilli e incombenze insostenibili.

La solitudine nella condizione di malattia e di sofferenza: un capitolo doloroso del libro ma assai ricorrente nella vita quotidiana. Parliamo di patologie incurabili, di case di riposo, di RSA, di lunghe degenze ospedaliere, di forme invalidanti, di internamento nei manicomi (di cui a lungo Borgna si è occupato) ora strutture psichiatriche. Per chi è in grado di riflettere sulle proprie condizioni di salute e di capacitarsi della loro gravità, nelle forme incurabili, la solitudine non è sempre buona consigliera. Molto possono aiutare l’umana comprensione, l’affetto, la vicinanza, l’empatia degli altri. Spesso la solitudine diventa consustanziale alla malattia e alla sofferenza, silente compagno di viaggio verso il declino.

Ma lo stesso silenzio che a volte ‘spaventa’ può diventare il bene immateriale più prezioso e raro perché ci fa dono dell’ascolto di sé stessi, ci scava dentro e nel profondo può essere persino rivelatore di verità nascoste. Bisogna essere capaci di fargli spazio nella nostra vita. La solitudine e il silenzio possono essere buoni compagni di viaggio nella riflessione poiché prendendo distanza dalle cose finiamo per essere più vicini alla nostra esistenza di quanto consapevolmente ci capiti di fare “vivendola”. Siamo immersi in un universo linguistico carico di molteplici significati semantici e simbolici, disponiamo di una dotazione straordinaria di mezzi di comunicazione, siamo assorbiti dalle nuove tecnologie, invaghiti dai beni materiali, omologati dall’affabulazione digitale. Eppure capita di non riuscire a capirci. È forse questa la vera solitudine che si impone e ci incupisce oltre un nostro atto di volontà? Lo psichiatra umanista Prof. Borgna ci prende per mano e ci accompagna a scoprire quanto sia importante distinguere tra il silenzio che nasce da una depressione, dalla fatica di vivere, dalle angosce da cui non si riesce a liberarsi e il silenzio “come ricerca di una solitudine che consenta di meditare sul senso del vivere e del morire”.

La solitudine può avere dunque una funzione maieutica, perché ci mette in contatto con il passato, ci fa rivisitare il presente, può persino essere fonte generativa di una speranza, aiuto nella ricerca di ciò che è davvero essenziale. Trovo molto significativa la metafora che l’autore evoca nella chiusa della Sua riflessione, laddove paragona la solitudine ad una “oasi nel deserto”. Importante perché l’oasi significa approdo e molto spesso salvezza – siamo tutti naufraghi alla deriva di una inevitabile precarietà esistenziale – ma anche per il deserto che sta intorno a noi, nonostante le apparenze di un ecumenismo virtuale, dove sovente la solidarietà e il perseguimento del bene comune non si materializzano nell’immaginario collettivo come un dovere che ci pertiene.

Questo inciso – a cui il Prof. Borgna attribuisce un senso riassuntivo e quasi conclusivo del suo discorso – dovrebbe forse aiutarci a rispettare le solitudini altrui, a raccogliere l’invito di Prospero, quando cala il sipario ne ‘La tempesta’ di Shakespeare, ad essere “più indulgenti nelle cose della vita”.

 

Eugenio Borgna è uno psichiatra, saggista e accademico.Come primario di servizi psichiatrici ospedalieri, fin dai primi anni ’60 ha adottato metodi di cura che, esorbitando dalla comune prassi clinica, si sono incentrati sul dialogo reciproco e l’ascolto empatico del paziente psichiatrico, non soggetto ad alcuna forma di coercizione, contenzione o imposizione, sperimentando così, per la prima volta in Italia una nuova maniera di accostarsi alla malattia psichiatrica, più umana, rispettosa e comprensiva del dolore del paziente, Strenuo sostenitore di una “psichiatria dell’interiorità”, capace di individuare o cercare di scorgere quella dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico, attraverso una prospettiva interdisciplinare che coinvolge discipline e campi eterogenei, quali la letteratura la filosofia e l’arte, ha altresì condotto interessanti e innovativi studi sulla malinconia, la depressione e la schizofrenia nonché sui fondamenti epistemologici e metodologici della psichiatria. Nel 2018, è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Autore di numerosissimi saggi e libri, per Einaudi ha pubblicato: Elogio della depressione (2011), La fragilità che è in noi (2014), Parlarsi (2015), Responsabilità e speranza (2018), Le parole che ci salvano (2017), L’ascolto gentile (2017 e 2018),
La nostalgia ferita (2018), La follia che è anche in noi (2019), Speranza e disperazione (2020), In dialogo con la solitudine (2021). 

 

I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini. Di Bert “legge” la mostra organizzata presso la Ex Cavallerizza di Lucca.

Fino all’ottobre del prossimo anno, si tiene nella città tosca na questa ammirevole esposizione nella quale si colgono ovunque personaggi colmi di verità, di vita e di ardore. 

Fino al 2 ottobre 2022 nelle sale della Cavallerizza di Lucca si può visitare la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini: più di cento opere provenienti da musei italiani e esteri, dalle Diocesi, oltre che da prestigiose collezioni private e internazionali.

Una ricca ed approfondita selezione di pittori che hanno “ruotato” intorno alla mitica figura di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Alcuni di loro “lo hanno incontrato, qualcuno forse superato, o addirittura per certi aspetti anticipato”. Sono i luministi, chiamati qui “i Pittori della Luce”, perché in tutte le loro opere è la luce la vera protagonista. Viva, imprescindibile, innovativa.

“La mostra parte dalla rivoluzione di Caravaggio, indiziaria, con la presenza di un’opera assai notevole come il Cavadenti, sulla quale, per taglio e genere, sicuramente Paolini dovette riflettere, testimoniando la più integrale coerenza tra i pittori di luce”, osserva Vittorio Sgarbi, curatore dell’esposizione, che in merito all’iniziativa commenta: “dopo tutto questo buio a Lucca ritorna la luce”.

La rassegna si apre con un dipinto di Caravaggio, l’artista rivoluzionario della luce che si oppose ad ogni forma di idealizzazione e che rappresenta la natura ed il reale, costringendo i vari colori a convivere sulla tela con l’oscurità. Si tratta del “nero caravaggesco” che, similmente alle zone oscure della psiche, non manifesta pienamente le proprie pulsioni ed i profondi pensieri, ma riesce ad attirare l’attenzione ed a catapultarci in una sorte di vortice emozionale in cui cogliamo un’intensa trasformazione materica (energie cosmiche). Così i rossi si stagliano dallo scuro dello sfondo, luce ed ombra, vita e morte: la caducità della vita è al proscenio. 

Le narrazioni di Caravaggio spesso evocano il comportamento dell’uomo oscillante tra il bene ed il male, il tangibile e l’ignoto. La sua pittura, ammirata, studiata ed amata dagli artisti in esposizione, propone l’attimo “bloccato” di un’azione in corso e, come “frame” di un film, ci fa attraversare il tempo che sembra annullarsi con lo spazio, creando una dimensione diversa (sublime preannuncio alla quarta dimensione). 

Caravaggio ha sapientemente ed emozionalmente “giocato” con la luce che in una prima fase è naturale e, successivamente, “artificiale”, fissa o in movimento, usata per comporre visioni in cui gli oggetti si delineano grazie al modo di disporre volutamente fasci luminosi oltre la realtà delle cose. Il Canestro di frutta (c.1596) ad esempio, riflette una luce naturale ed è una delle prime nature morte dipinte in Italia. Alla seconda fase della sua sperimentazione appartengono opere come: Vocazione di San Matteo (1599), Crocefissione di San Pietro (1600), Morte della Vergine (1605-1606). Gli autori esposti, primo tra tutti Paolini, sono affascinati dal naturalismo sfrenato e possente dell’impeto caravaggesco, di quel Maestro “bravo egualmente a maneggiare il pennello e la spada”. Così, nei lavori di questa ammirevole esposizione, si colgono ovunque personaggi colmi di verità, di vita e di ardore. 

L’attenzione espositiva si sofferma su Pietro Paolini «pittore di gran bizzarria, e di nobile invenzione», protagonista lucchese della nuova scuola naturalistica al quale viene, giustamente, restituita “…la reputazione e la estrema centralità, nel novero dei caravaggisti, che gli era stata riconosciuta dalle fonti storiche, dai collezionisti e dagli antiquari, con una debole reazione degli storici e degli studiosi. Ma a questa non è seguita una rinnovata prospettiva storica, come è toccata, nella stessa stagione degli studi, a personalità come Serodine, Tanzio da Varallo, Guercino, Guido Cagnacci, Mattia Preti, Battistello Caracciolo. Forse anche per ragioni geografiche”.

Paolini a Roma scopre, intorno al 1620, le opere di Caravaggio e ritorna a Lucca, portando una serie di novità pittoriche. Si veda, ad esempio, Il cantore (c.1625) in cui il realismo e la presenza scenica del personaggio ci rimandano a scenografie cinematografiche alla Merisi con la luce proveniente da destra ed una bocca spalancata: chiudendo gli occhi (per non venir distratti dallo sfondo scuro) riecheggia un canto lontano. Sempre di Paolini: Le età della vita (c.1628-1629), in cui si coglie il superamento completo di un Cinquecento giorgionesco verso la ricerca di momenti realistici affini ad osservazioni “fotografiche” –  proposte in diverse sue opere come La bottega dell’artista (Ritratto di famiglia) del 1650c. –  che fanno trasparire riferimenti anche ad autori romani del periodo.

Altri pittori toscani selezionati si distinguono per l’utilizzo della luce in cupi notturni: Baccio Ciarpi, Paolo Biancucci, Orazio Riminaldi, Rutilio Manetti, Francesco Rustici detto il Rustichino, Simone del Tintore, Giovanni Coli e Filippo Gherardi, Girolamo Scaglia, Pietro Sigismondi, Paolo Guidotti detto il Cavalier Borghese, Antiveduto Gramatica, Giovan Domenico Lombardi e infine Pietro Ricchi detto il Lucchese. Tra gli autori presenti troviamo anche Orazio Gentileschi, considerato tra i più importanti caravaggeschi toscani, in mostra con una inedita e raffinata Madonna con bambino ai primi passi. E poi, tra tutti: Giovanni Baglione, Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino, Bartolomeo Manfredi e Giovanni Francesco Guerrieri. Insomma, una “gamma” di pittori che permette al fruitore di riflettere sulla contaminazione caravaggesca sin dai tempi passati e sulla continuazione di un lavoro già iniziato da altri (alla maniera di…). “Non conta dove prendete l’ispirazione ma dove la portate” afferma il regista Jean-Luc Godard secoli dopo. Grande verità!

La luce, ovviamente protagonista indiscussa della rassegna, porta ad immaginare gli autori alle prese con candele (luminosità vibrante e soffusa) o con torce (dalle fiamme intense e prepotenti nell’oscurità) nel perenne contrasto tra luce ed ombra… Un tema inizialmente suggerito da un Caravaggio irrequieto ed oltremodo geniale con l’opera Il seppellimento di Santa Lucia (1608). 

Lungo il percorso, ci imbattiamo in ambientazioni notturne come quelle di Pieter Paul Rubens, quando a Roma, nel 1609, dipinge l’Adorazione dei Pastori per la Chiesa dei Filippini di Fermo. Ed ancora: quadri dello spagnolo Jusepe de Ribera e del francese Valentin de Boulogne. In ognuno di essi il colore è ardito, a tratti fermo, le luci sono “rapide e rare”, (Caravaggio-Rembrandt) e celano un vago senso di angoscia. 

Tra i dipinti citiamo, tra gli altri: Amore vincente (c.1620) di Orazio Riminaldi (che riecheggia l’Amor vincit omnia di Caravaggio, sicuramente meno statico nella posa ma con simili effetti di luce, una sorta di faretto unidirezionale).

Da considerare con attenzione Pietro Ricchi “un fenomeno curioso di approfondimento teatrale e virtuosistico dei dipinti di genere – osserva Sgarbi – con l’insistente riferimento al lume artificiale come unica fonte di luce, in cupi notturni…Anche nel caso di Ricchi la lezione di Paolini, virata in effetti speciali, deriva da uno spunto caravaggesco riconosciuto dal Baldinucci, tutto giocato sulla luce di candele, a partire dalla fiaccola delle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio, attraverso il modello di Trophime Bigot e appoggiandosi, infine, al maestro lucchese, come si vede nella Giuditta con la testa di Oloferne del Castello del Buonconsiglio di Trento. Con Ricchi, già verso il 1660, la pittura di luce si spegne, e la lunga notte densa, intensa e misteriosa di Paolini finisce nei fuochi d’artifici”.

In definitiva, può dirsi che gli artisti presentati hanno saputo seguire le tracce di Michelangelo Merisi, mantenendo un proprio stile, rendendo omaggio alla “nobilissima e compitissima virtù della pittura” senza sfociare in un manierismo esasperato e creando opere di intrinseco valore e contenuto estetico.

Nasce “Noi CORViale Tv”, progetto crossmediale per raccontare il quartiere romano con il controverso Serpentone.

Il serpentone di Corviale

Presentazione oggi pomeriggio della NOI CORviale, TV ideata e diretta da Monica Melani. Documentario a cura di Andrea D’Andrea. Video Stalker Osservatorio Nomade: Corviale Network – 2004.Video Corviale Domani Forum Mibact “La forza nel segno” – 2012. Performances degli Artisti Festa delle 7 arti fondata da Francesca Chialà. Mercoledì 29 dicembre 2021 ore 16,00, Mitreo Arte Contemporanea, Via Marino Mazzacurati 61/63:

La NOI CorViale Tv è un progetto crossmediale che nasce dall’esperienza di tanti professionisti in vari settori dell’arte e della comunicazione ma anche da normali cittadini che grazie alle nuove tecnologie, in maniera di produzione audiovisiva, hanno deciso di raccontare e far raccontare le tante realtà che compongono il “Quadrante Corviale”, un’area delimitata dai 1350 ettari della Valle dei Casali e della Tenuta dei Massimi, che ha come centro il “palazzo” più grande e controverso d’Italia.

Un universo, che dal grigio passa al verde dei suoi parchi, ai mille colori dei murales, e alle diverse energie di chi lo abita ed anima, da raccontare per incidere positivamente nel tempo verso una rinnovata e più consapevole identità culturale.  

Informazione, Arte, Cultura, Musica, Confronti, Documentari, Filmati storici: sono alcune delle rubriche che andranno a comporre il palinsesto digitale della NOI CORvialeTv, che sarà disponibile sulla piattaforma NCG Television.

Il Contesto sociale, politico e Culturale

Ogni cosa che appare nel mondo ha radici nella struttura stessa del pensiero di chi l’ha concepita. Il complesso di Corviale è la sua storia: attraverso fasi, metamorfosi e stati di coscienza, sta trasmutando per “darsi nuova forma“. 

Grazie all’operato di una comunità formata da operatori culturali appassionati e visionari, che hanno coinvolto  fra gli altri, dal 2008 ad oggi, il Ministero dei Beni Culturali, quattro Università,  Municipi, Assessorati e Dipartimenti di Regione Lazio e Roma Capitale, Corviale sta mettendosi in gioco in modo nuovo e più creativo, ribaltando e colorando di inaspettati punti di vista, un ambiente divenuto specchio della sua ricchezza: parchi naturali, arte diffusa, beni relazionali e buone pratiche.

La NOI CORviale TV, che ben si inserisce in questo contesto, con l’ambizione di divenire il luogo virtuale, fisico, immaginativo e delle memorie, nasce, in questo delicato momento storico, per contribuire a ricreare quella dimensione di vicinanza e prossimità che i corpi faticano a riconquistare.

Ideazione ed ambizione del progetto

Ideata dall’artista Monica Melani*, vincitore dell’Avviso per il sostegno alla ripartenza delle attività di promozione culturale ed animazione territoriale – Regione Lazio, partendo dall’esperimento virtuoso della street tv Corviale Network del 2004 (Stalker/Osservatorio Nomade – collettivo di artisti ed architetti fondato a Roma nel 1995), ha avviato un percorso di animazione territoriale per narrare e promuovere una nuova immagine condivisa del quartiere, con l’obiettivo di incidere positivamente nel tempo verso una rinnovata e più consapevole identità culturale

Attraverso il lavoro di professionisti ed artisti si indagheranno criticità e ricchezze, mettendo in relazione l’immaginario del luogo, ovvero desideri e proiezioni degli abitanti, con le realtà culturali attive e le ipotesi della sua rigenerazione: conoscere il territorio per elaborare strategie condivise di riqualificazione.

Una sperimentazione che coniuga pratiche di progettazione partecipata e di produzione artistica e multimediale. Un percorso di conoscenza e valorizzazione del vissuto ed operato umano, in armonia e sinergia con la forza del genius loci del territorio in cui vive.

La NOI CORviale TV e’ per chi vuol continuare a sperare, per chi desidera mettere in campo tempo, risorse o talenti e raccontare come si crea un futuro ed una qualità di vita migliore per tutti i cittadini del mondo.

 

L’ingresso è gratuito e regolamentato con Green Pass. È gradita la prenotazione al fine di contenere il numero delle presenze. Per info, prenotazioni e dettagli: info@mitreoiside.com – 3939593773

 

Trailer con Leonardo Bocci  

https://fb.watch/aaRWrJoxpG/

https://www.instagram.com/noicorvialetv/tv/CYBanHdhzjm/?utm_medium=copy_link

 

Afghanistan: ritorno all’Ancien Regime. La nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Estera (ISPI).

Talebani vietano i viaggi alle donne non accompagnate da uomini. Il regime sta tornando a prendere la forma del vecchio Emirato, mentre la crisi umanitaria diventa sempre più drammatica.

Le donne afghane non potranno viaggiare da sole per distanze che superano i 72 chilometri. È questo il contenuto principale del decreto di domenica scorsa del ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. “Alle donne che compiono viaggi di oltre 72 chilometri non dovrebbe essere offerto un passaggio se non sono accompagnate da un parente stretto”, ha detto il portavoce del ministero Sadeq Akif Muhajir, specificando che il parente deve essere un uomo

All’interno dello stesso decreto, viene anche vietato ai tassisti di far salire a bordo donne che non indossino il velo. Inoltre, sarà proibito ascoltare musica mentre si è in macchina. Il decreto è solo l’ultimo di una serie di atti con cui i Talebani stanno de facto ripristinando il vecchio Emirato e attraverso il quale stanno erodendo le poche libertà delle donne. Dalla fuga dei contingenti USA, il nuovo governo di Kabul ha rapidamente limitato lo studio e il lavoro per le donne, così come le loro apparizioni in tv e in ambito culturale. 

Mentre i Talebani concentrano i propri sforzi sulla negazione dei diritti della popolazione femminile, il paese è ormai in piena crisi umanitaria e nel 2022 la carestia potrebbe riguardare oltre 22 milioni di persone.

Cancellare le donne?

Nonostante a pochi giorni dalla presa di Kabul lo scorso 15 agosto i Talebani avessero promesso di essere inclusivi, l’esecutivo nato a inizio settembre non lo è affatto e in questi primi quattro mesi di governo hanno demolito pezzo dopo pezzo quel poco di libertà di cui le ragazze e le donne afghane avevano goduto negli ultimi vent’anni. Prima dell’ultimo decreto contro la libertà di movimento, gli studenti coranici avevano già vietato la trasmissione di pubblicità o telenovele in cui compaiono donne, mentre le giornaliste e le presentatrici hanno l’obbligo di avere il capo coperto. Inoltre, i cartelloni pubblicitari riportanti immagini di donne sono stati rimossi dagli spazi pubblici. Anche il diritto allo studio è stato fortemente compromesso

Nonostante le promesse iniziali, solo per gli studenti maschi è stato possibile tornare alle scuole secondarie, limitando di fatto l’istruzione delle ragazze afghane all’età di 12 anni. Infine, sebbene i Talebani non abbiano formalmente vietato l’accesso all’università alle donne, è stato predisposto che i corsi universitari siano separati per maschi e femmine, ma questi devono ancora ricominciare.

In generale, come riportato dalle Nazioni Unite, il deterioramento dei diritti umani dei cittadini e delle cittadine dell’Afghanistan è strettamente collegato alla grave crisi economica e umanitaria del paese.

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https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050cccffe3dd&sd=166050cccfe6b23&n=11699e4c0ac9113&mrd=166050cccfe6b0d&m=1

 

 

Intelligenza artificiale in finanza: responsabilità e relazione. Dal Dizionario della Dottrina sociale della Chiesa.

L’autrice si sofferma sul ruolo dell’uomo-macchina alla luce dell’importante sviluppo dell’intelligenza artificiale. Dunque, ella scrive, ”lo snodo centrale della questione riguarda la modalità di attribuzione della responsabilità”.

La crescente diffusione dell’intelligenza artificiale impone di considerare la questione centrale della responsabilità uomo-macchina. Un tema caro a Papa Francesco che, in occasione del convegno della Pontificia Accademia per la Vita del febbraio 2020, ha detto: «Il rapporto tra l’apporto umano e il calcolo automatico va studiato bene perché non sempre è facile prevederne gli effetti e definirne le responsabilità».

Intuitivamente sembra inevitabile assegnare la responsabilità agli esseri umani, anche quando gli algoritmi sviluppano capacità di apprendimento. Ma quando parliamo di esseri umani intendiamo gli utenti finali o gli sviluppatori di algoritmi (data scientists)? In alcuni contesti, come ad esempio nei sistemi di guida automatica assistita da un copilota umano, l’attribuzione di responsabilità può avvenire coinvolgendo l’utente finale con una sua partecipazione attiva e consapevole alle decisioni e azioni dell’algoritmo. A volte però, come nel caso delle strategie di investimento basate sull’intelligenza artificiale, gli algoritmi sono imperscrutabili al punto da rendere impossibile o inefficiente una ricostruzione analitica del processo decisionale e una partecipazione dell’utente finale. In tali casi la responsabilità non può che essere fatta risalire fino agli sviluppatori degli algoritmi, anche per scelte non direttamente effettuate da loro.

Lo snodo centrale della questione riguarda la modalità di attribuzione della responsabilità. In contesti complessi con elevata innovazione, l’archetipo dell’attribuzione gerarchica basata su pratiche di controllo mostra i suoi limiti a vantaggio di un processo di attribuzione della responsabilità di natura sociale e relazionale. Per essere efficaci le attività lavorative sono organizzate su gruppi di lavoro che incoraggiano l’interazione e la collaborazione al fine di realizzare un allineamento continuo tra gli sviluppatori e i loro responsabili. Allineamento che è garantito da fiducia, collaborazione e autonomia, con gli sviluppatori che emergono come agenti responsabili.

Perfino in contesti basati sulle più sofisticate tecnologie dell’informazione come l’intelligenza artificiale, contesti dove gli aspetti economici e tecnologici potrebbero far passare in secondo piano gli aspetti etici, vi sono esperienze in cui emerge la “fondamentale indole relazionale dell’uomo”, perno del documento “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

*Preside della Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-12/intelligenza-artificiale-finanza-responsabilita-relazione.html

Ma il centro non è più solo politologia. Merlo risponde a Provinciali.

Finalmente al “centro” qualcosa si muove. Il progetto di dar vita ad una sorta di “Margherita 2.0” cerca di colmare un vuoto politico che anche i sondaggisti più accreditati e non quelli compiacenti con i vari partiti committenti, indicano in una forbice elettorale che viaggia tra l’8 e il 12% dei consensi.

La bella riflessione di Francesco Provinciali su queste colonne in merito alla difficoltà a “riaggregare il centro” esige e forse richiede un supplemento di riflessione. Che un “partito di centro” e una “politica di centro” ormai si impongano nel dibattito e nella dialettica politica italiana è, ormai, un dato di fatto. E questo non solo perchè ci troviamo di fronte ad un sostanziale esaurimento della spinta e della sub cultura populista di marca grillina e tutto ciò che quella deriva si è trascinato dietro. Ma anche e soprattutto per la necessità di rideclinare nella politica italiana una cultura, una politica, una prassi e un metodo che sono stati determinanti e decisivi nel nostro sistema politico nelle diverse fasi storiche e che, purtroppo, proprio in questi ultimi sono stati sacrificati sull’altare dei dogmi del populismo da un lato e da un bipolarismo muscolare e spietato dall’altro. Un bipolarismo che è stato più funzionale alla cultura e alla logica degli “opposti estremismi” che non ad una reale e fisiologica democrazia dell’alternanza. 

Non a caso, le parole d’ordine e soprattutto i comportamenti concreti sono stati più ispirati alla logica dell’annientamento e della distruzione del “nemico” che non a quello del dialogo e del normale confronto tra la maggioranza e l’opposizione di turno. Oltre, com’è evidente a tutti coloro che non amano la politica dello struzzo, a quella delegittimazione morale ed etica che resta una prassi molto gettonata nella cultura della sinistra italiana dal secondo dopoguerra in poi e che non si è mai dispersa od attenuata. Anzi. È più viva che mai.

Ma, al di là di queste considerazioni talmente oggettive da non fare neanche più notizia, non possiamo non rilevare che finalmente al “centro” qualcosa si muove. Non a livello testimoniale o puramente virtuale, come purtroppo è capitato per troppo tempo, ma nel concreto della dialettica politica italiana. Il progetto di dar vita ad una sorta di “Margherita 2.0” risponde a questo obiettivo e cerca di colmare un vuoto politico che anche i sondaggisti più accreditati e non quelli compiacenti con i vari partiti committenti, indicano in una forbice elettorale che viaggia tra l’8 e il 12% dei consensi. Un’area che difficilmente è intercettata dagli attuali schieramenti politici. Cioè, da un lato da una sinistra a tratti massimalista saldamente alleata con il tardo populismo dei 5 stelle e, dall’altro, da un eccessivo sovranismo della destra che, al di là della indubbia capacità della Meloni, non riesce ancora a schiodarsi dal marchio politico originario. Una “Margherita 2.0”, appunto, che sappia riunificare in un solo soggetto politico culture ed esperienze diverse che, al di là del sistema elettorale che ci sarà per le elezioni del 2023, potrà essere un punto di riferimento per tutti coloro che non si riconoscono nell’attuale sinistra massimalista o nella destra ancora largamente sovranista. Dopodichè, come ovvio, se si renderanno necessarie le alleanze si faranno le alleanze, ma non in condizioni di subalternità e di puro gregariato.

Il processo costituente di questo progetto politico è già decollato. Tocca a tutti coloro che ci credono e che non si limitano a gridare nel deserto portare un contributo fattivo e concreto. Il resto, purtroppo, si limita sempre, e ancora una volta, alla sola testimonianza sterile ed impotente e alla attesa di tempi migliori…

Un semestre europeo molto importante.

La Francia guiderà la UE assegnandosi un compito vasto e ambizioso, anticipato nei suoi termini generali dal presidente Macron. L’argomento principe, quello che caratterizzerà il semestre è ovviamente il superamento dei famosi parametri di Maastricht. Tuttavia, non vi sono solo i parametri di bilancio. L’Europa delineata dal Presidente francese deve affrontare i macro-temi del futuro, dalla sostenibilità ambientale alle energie alternative.

Quella che inizierà il 1° gennaio promette d’essere una presidenza semestrale europea fra le più significative di sempre. In mezzo alla nuova ondata pandemica, affrontata stavolta con l’arma vaccinale, la Francia guiderà la UE assegnandosi un compito vasto e ambizioso, anticipato nei suoi termini generali dal presidente Macron. Il quale ultimo, per di più, affronterà contemporaneamente un ulteriore e non facile impegno, ovvero la campagna elettorale per la riconferma insidiato a destra dalla solita Marine Le Pen e dalla novità Valérie Pécresse.

Anche questa volta, dunque, Macron giocherà sul fronte interno la carta europea. E anche stavolta una sua vittoria avrebbe un significato inequivocabile sotto questo punto di vista. La differenza è che oggi quello che era lo spirito europeista della campagna di quattro anni fa deve tradursi in qualche decisione concreta, conferma della possibile incarnazione di quell’afflato. Quando si è al potere bisogna dimostrare di saperlo utilizzare nel senso indicato quando si combatteva per conquistarlo. 

I temi da affrontare sono di straordinaria importanza e coincidono temporalmente – non per caso – con le attese conclusioni della “Conferenza sul futuro dell’Europa” avviata lo scorso 9 maggio che proprio il presidente francese propose ma che sino ad ora è stata solo una pallida rappresentazione priva di qualsiasi appeal per i non addetti ai lavori. Non è sbagliato immaginare che l’inquilino dell’Eliseo proverà sin dalle prossime settimane a farle cambiare verso, cercando di renderla utile ai fini della realizzazione di quella “Europa più sovrana” che egli ha voluto quale titolo di presentazione del suo manifesto programmatico della sua presidenza semestrale dell’Unione.

L’argomento principe, quello che certamente caratterizzerà il semestre è ovviamente il superamento dei famosi parametri di Maastricht, ormai datati e superati dagli eventi. La pandemia e il conseguente piano comune Next Generation UE hanno condotto l’Unione già oltre lo spauracchio del vincolo a non superare il 3% del rapporto deficit/PIL e il 60% di quello debito/PIL (un tetto peraltro in qualche modo già aggirato dal Fiscal Compact di qualche anno fa). E anche se sul punto i paesi del settentrione continentale paiono voler puntare i piedi, il nuovo asse franco-italiano e quello consolidato franco-tedesco dovrebbero avere la forza, sapendo coinvolgere altri paesi a cominciare dalla Spagna, per avanzare proposte innovative capaci sia di confermare l’idea generale per la quale occorre in ogni caso avere regole di bilancio comuni sia di proseguire senza brusche inversioni a U la cooperazione avviata per rispondere alla crisi economica generata dal Covid-19 con la messa in comune  di debito europeo. Le soluzioni da individuare possono essere varie, e certamente non tutte di pari impatto sui meccanismi che regolano la complicata costruzione comunitaria, ma non è possibile né immaginabile “fare come se non fosse accaduto nulla”, ha detto giustamente il presidente francese. 

È evidente che il citato “asse franco-tedesco” potrà indirizzare l’intero percorso di cambiamento e quindi di revisione del Patto di Stabilità solo se il nuovo governo di Berlino vorrà e saprà farlo. Sulla volontà gli impegni scritti nel programma della neonata “coalizione semaforo” non lasciano dubbi. Semmai questi possono sorgere sulle capacità, e dunque sul secondo dei verbi qui appena declinati al futuro. Le resistenze interne, a cominciare da quelle della Bundesbank, non saranno poche e bisognerà vedere se il Cancelliere Scholz dimostrerà la medesima abilità a suo tempo esibita da Angela Merkel quando sostenne Mario Draghi e la BCE nonostante la forte opposizione interna della Bundesbank e non solo. Aggiungendo che la Kanzerlin guidava una Grosse Koalition fra i due principali partiti mentre ora Scholz dovrà tenere insieme tre partiti aventi posizioni anche assai distanti: si pensi a quelle fra i Verdi e i Liberali o a quelle fra questi ultimi e l’ala più a sinistra della socialdemocrazia. Un punto che meriterà un’analisi a parte.

Non vi sono solo i parametri di bilancio, naturalmente. L’Europa delineata da Macron deve affrontare i macro-temi del futuro, o meglio di un futuro prossimo sempre più incastonato nel presente: dalla sostenibilità ambientale alle energie alternative. Litio, semiconduttori, idrogeno, cloud…un mondo nuovo che l’Unione non può lasciare nelle sole possibilità di asiatici e americani, con i quali pertanto si troverà a competere, o anche a collaborare in quanto in grado di competere. Divenire protagonisti in questi settori significherà sviluppare un “nuovo modello di crescita” che ponga l’occupazione – a cominciare da quella delle giovani generazioni – al centro dei propri obiettivi: “impieghi di qualità, qualificati e ben remunerati”. Del resto, se non si indirizzerà in questa direzione, l’inverno demografico del quale ha parlato Papa Francesco sarà una definitiva realtà nel nostro continente sin dal prossimo decennio, con la conseguente sua decadenza a livello mondiale.

La via è obbligata, si dovrebbe concludere. Vedremo cosa ne penseranno i Ventisette riuniti, al summit appositamente convocato dalla presidenza francese i prossimi 10 e 11 marzo a Parigi. Dove non mancherà anche lo scenario geopolitico, con i problemi da affrontare nel complicato rapporto con la Russia, nella complicata alleanza con gli Stati Uniti, nella complicata situazione del Mediterraneo, sia orientale sia occidentale, nella sempre complicata e intricata realtà balcanica… e quindi difesa e politica estera comuni non potranno mancare nell’agenda. Molto fitta. Ma è ora che l’Unione si chiarisca le idee sui vari temi. La realtà circostante non attende. E non fa sconti.

Solitudine di massa. Il commento su “SuccedeOggi.it” al libro di Noreena Hertz “Il secolo della solitudine”.

La sociologa inglese Noreena Hertz analizza uno dei fenomeni più inquietanti tra quelli connessi al covid: la perdita di rapporti sociali. Una menomazione che ha origini economiche e psicologiche (precedenti alla pandemia) ma destinata a influire sui corpi più di quanto si pensi

Pier Mario Fasanotti 

«Questo è il secolo della solitudine». Affermazione perentoria, alla quale sarebbe arduo, se non impossibile, opporsi. La tesi – sorretta da una nostra personale percezione nonché da una documentazione scientifica molto ampia – è di Noreena Hertz, di Cambridge, che si occupa di sociologia ed è consulente di management. Il suo poderoso saggio (Il secolo della solitudine, 441 pagine, 25 Euro) è stato appena pubblicato dal Saggiatore.

Innegabili i dati di fatto. Confessa una moglie: «Accoccolata contro di lui, il mio petto che preme sulla sua schiena, i nostri respiri sincronizzati, i piedi intrecciati. Ecco come abbiamo dormito per oltre 5000 notti. Di giorno zigzaghiamo a due metri di distanza. Abbracci, carezze: il nostro codice quotidiano è ora proibito. “Stai lontano da me” è il nostro appellativo affettuoso.». La dichiarazione risale al 2020 (quando un terzo della popolazione mondiale è stata presa in contropiede), ma sono in tantissimi a prevedere che dovremo convivere, sotto varie forme (e chissà per quanto tempo), con quel mostro planetario che si chiama Covid. Per fortuna, a quanto ne sappiamo, pochissimi credono che la pandemia sia una atroce punizione divina (ci sarebbero altrimenti cortei di autoflagellanti, come nella peste nera del 1300, al confronto dei quali le manifestazioni no-vax sarebbero da considerare del tutto pacifiche).

Certo, si parla sempre più sovente di vaccini (quante saranno le dosi, quante le varianti, più veloci e subdole di serpenti), della loro efficacia temporale, dell’influenza sui bambini. Il lessico anomalo si diffonde: «distanza sociale», «quarantena», «zone bianche, zone gialle, zone rosse» e via dicendo. È una paurosa arlecchinata. Un uomo scrive al suo migliore amico: «L’isolamento mi fa impazzire». Certo, non siamo più agli esordi dell’aggressione infettiva, con la Cina che continua a rifiutare una seria indagine sul campo, là dove i pipistrelli si sono sentiti minacciati e si sono ribellati alla depredazione del loro habitat (no comment sull’abitudine di porli sulle bancarelle per essere comprati e mangiati): è scattato lo «spill-overı», trasmissione dell’infezione dall’animale all’uomo, meccanismo criminale tollerato da anni e anni da un paese dittatoriale.

Non è successo d’improvviso, se si considera l’effetto psicologico del Covid: già nel 2014 due quinti degli anziani dissero che la loro principale fonte di compagnia era la televisione. Difficile scovare dati certi, ma è verosimile che il piccolo schermo sia ora acceso per un enorme numero di ore, con programmi inzeppati di pubblicità inneggianti al consumo, frutto inesorabile di un intaccabile neo-liberismo: l’odioso e martellante black-friday ha avuto il suo apice, una sorta di climax sociale.

Smartphone e social network ci hanno, in un certo senso «preparati» all’auto-isolamento, a alla riduzione del dialogo vero tra umani, e quindi anche a quell’eccezionale propensione all’empatia. I topi da laboratorio insegnano: se, dopo alcune settimane di isolamento, si inserisce nella gabbietta, il «padrone di casa» lo respinge con forte violenza. Nello studio edito dal Saggiatore, si accenna a reazioni simili, o quasi, tra gli umani. Dicevamo che l’esplosione della solitudine non ha per nulla un inizio certo. Ricordiamo che con la crisi finanziaria del 2008 le politiche dell’austerity coatte hanno demolito biblioteche, parchi pubblici, circoli giovanili. Attenzione: quel che è stato spazzato via sono luoghi in cui esercitiamo la civiltà e la democrazia, «nella sua forma inclusiva, imparando a coesistere pacificamente con persone diverse da noi e a gestire punti di vista diversi». Scrive l’autrice: «Senza questi spazi che ci permettono di riunirci è inevitabile che ci allontaneremo sempre di più». Aggiungiamo noi: i bambini sono esseri naturalmente aggreganti. Ma come la mettiamo oggi, quando i dati ci avvertono che essi sono portatori di Covid? Avremo bambini sempre più soli? Non è da escludere.

Dal punto vi vista sociologico, al volgere dello scorso decennio, un numero record di persone di tutto il mondo credeva che il capitalismo attuale facesse più male che bene. Di fronte ai grandi interventi fatti dai governi – dice la studiosa inglese – circa la metà della popolazione pensava che fosse davvero così, ossia che lo stato fosse così asservito al mercato da non prendersi più cura di loro da non preoccuparsi dei loro bisogni. Risultato: sentirsi trascurati, invisibili e impotenti in questo modo ci fa sentire soli. E ancora: «Se vogliamo fermare il percorso distruttivo della solitudine e recuperare il senso della comunità e coesione che abbiamo perso, dovremmo prendere atto che ci sono passi da compiere, come anche compromessi a cui dovremo scendere – tra individualismo e collettivismo, tra interesse personale, tra anonimato e familiari, tra comodità e cura degli altri, tra ciò che è giusto per se stessi e ciò che è meglio per la comunità, tra libertà e fratellanza».

 

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https://www.succedeoggi.it/2021/12/solitudine-di-massa/

 

Quanto è difficile riaggregare il centro

Il centro parlamentare e i suoi piccoli satelliti vivono uno stato di ‘sospensione’ dove i numeri contano più delle idee. Oltre a questo centro tattico c’è poi il centro che fermenta nella società civile dove a rifulgere è il radicamento territoriale, la visione moderata della politica, l’espressione delle istanze popolari del “paese reale”. Di esso il cattolicesimo sociale e liberale ne fa parte, da sempre, in modo determinante.

Il discorso di Draghi Presidente del Consiglio del 22 dicembre u.s. è stato interpretato da stampa e politica come una lampante e cogente autoinvestitura alla Presidenza della Repubblica: fare il nonno è un’alternativa che non va presa in considerazione se non per stigmatizzare come congetture insostenibili tutte le altre ipotesi sul toto-nomi. Se sarà così la salita al Colle diventerà, per parafrasare un film di Tornatore, ‘una pura formalità’. E la votazione un plebiscito per ovazione.

In caso contrario il centro politico parlamentare diventerebbe  determinante per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, pur nella condizione di sfarinamento in gruppi diversi che si compongono e scompongono: regola non scritta  da quando il corpaccione della Dc è stato sfaldato e dissolto dalle vicende di tangentopoli, al pari degli altri partiti della Prima Repubblica. Tuttavia lo zoccolo duro è rimasto, pur nelle rappresentanze che avevo evidenziato in una precedente riflessione (https://ildomaniditalia.eu/ha-deluso-lattuale-bipolarismo-al-centro-convergono-in-molti-anche-troppi-chi-tirera-le-fila-lopinione-di-provinciali/), basandomi sulle attuali aggregazioni parlamentari. Si aggiunga la notevole consistenza bicamerale del Gruppo Misto, pur nel limbo indeterminato e fluttuante di una incerta collocazione e di una connotazione ”politica” nei due emicicli. 

Il fermo immagine del centro alla Camera e al Senato fotografa una frantumazione dei vari soggetti in esso compresenti pur nelle diverse sfumature identitarie: la stabilità di questa rappresentanza argina la forza di attrazione esercitata dalla polarizzazione bipolare da ambo i lati, anche se non tutti le sanno resistere. Con questo sistema elettorale bastano alcuni transfughi per determinare nuove maggioranze. Può darsi che l’ideologo Bettini, nel tentativo di creare un polo più consistente immagini per la sinistra un progetto duale Pd-Cinque stelle: viene però da chiedersi con quali retaggi, vincoli e intorbidamenti di visione politica ciò possa avvenire.

Quando i calcoli prevalgono sui riferimenti ideali e sulle tradizioni ereditate la promiscuità che ne deriva cede molte ragioni al populismo, il melting pot che si materializza non gioca a favore della stabilità. Non tutte le conversioni sono autentiche come accadde sulla via di Damasco, quelle successive sono state sovente imparentate con le convenienze del momento. Lo stesso dicasi a destra dove la lotta sottesa per la primazia partitica e le leadership personali disegnano una coalizione autodefinitasi ‘compatta’ ma più sommativa che ideologica, considerati tra l’altro anche i diversi riferimenti nel Parlamento europeo.

Il centro parlamentare e i suoi piccoli satelliti vivono uno stato di ‘sospensione’ dove i numeri contano più delle idee, al pari della consapevolezza di poter essere determinanti in un bipolarismo equivalente.

Oltre a questo centro tattico c’è poi il centro che fermenta nella società civile e vive di molteplici iniziative che nascono dal basso, un mosto che ribolle nelle decine di tinozze che qua e là per il Paese esprimono un pull di motivazioni forti: il radicamento territoriale, la visione moderata della politica, l’espressione delle istanze popolari del “paese reale”, da sempre il cattolicesimo sociale e liberale ne fa parte in modo determinante. Potrebbe essere questo il laboratorio politico necessario per definire una connotazione identitaria e una strategia per riaggregare il centro e in esso la presenza dei cattolici impegnati a testimoniare – in primis con l’esempio – quei valori radicati nella nostra Storia e fatti propri dalla stessa Costituzione. Coscienza morale e consapevolezza di operare per il bene comune possono essere motivazioni forti e aggreganti per ricondurre a sintesi i cantieri sempre aperti delle idee e dei contributi al fine di perseguire un’unità di intenti che possa dar corpo ad una presenza fattiva utile, forse necessaria per Paese.

 

I 90 anni di Famiglia Cristiana. Don Rizzolo (direttore), “schierati dalla parte del bene comune” (AgenSIR).

Il direttore del settimanale di ispirazione cattolica indica le caratteristiche dell’impegno editoriale della rivista, ieri e oggi: “Siamo sempre stati dalla parte della gente. Guardiamo i fatti, alla luce dei valori cristiani”.

 

Filippo Passantino

Nei 90 anni di pubblicazione in che modo Famiglia Cristiana ha inciso sulla storia del Paese?

Faamiglia Cristiana ha accompagnato la storia italiana cercando di dare un’impronta di apertura, di speranza, di fiducia alle persone e, in particolare, alle famiglie. Il 25 dicembre 1931 il primo numero della rivisita usciva in un contesto storico-sociale piuttosto difficile. Solo due anni prima c’era stato il crollo di Wall Street con tutte le ripercussioni economiche e sociali di livello mondiale. In Italia dominava il Fascismo. In Germania Hitler stava cominciando a prendere potere. Eppure in un contesto così difficile, nasce una rivista dedicata inizialmente alle donne, alle figlie e alle ragazze – una rivista femminile tutto sommato – per poi allargarsi sempre più nel dopoguerra, con l’arrivo di don Giuseppe Zilli alla direzione, ad affrontare la società, la cultura e l’attualità in tutte le sue forme. Da lì una serie di attenzioni alle realtà di cui non si parla spesso nei grandi media. Da questo punto di vista, Famiglia Cristiana è stata importante e lo è tuttora per questa attenzione a tutti e soprattutto a quelli che hanno meno voce. E per quest’apertura di fiducia e speranza che ha cercato di infondere nei suoi lettori.

Una delle caratteristiche di Famiglia Cristiana è l’impegno nel segno della Dottrina sociale della Chiesa e del bene comune. In quest’ottica quale contributo ha offerto?

Questa è stata una delle idee guida della rivista. Al di là delle accusa di una parte o dell’altra, non siamo mai stati un giornale schierato dal punto di vista politico, ma dalla parte delle famiglie e della gente.

Quando è capitato di criticare chi stava governando, a prescindere dal colore politico, l’intento era sempre quello di guardare al bene comune e stare attenti alla realtà delle famiglie che è alla base della rete che sta tenendo il tessuto sociale ed economico del Paese.

Come la realtà della solidarietà, del bene che è sempre molto diffuso nonostante il male sembri prevalere.

Alcune rubriche di Famiglia Cristiana sono molto note, come i Colloqui col padre. Quanto sono state importanti per la rivista?

 

Sono state fondamentali perché mettono in rilievo un aspetto caratteristico della rivista, cioè il rapporto con i lettori. Il nostro giornale è fatto per loro e con loro in realtà abbiamo un legame molto stretto. E questo appare evidente proprio nella rubrica i Colloqui col padre. Che non è la classica rubrica delle risposte del direttore. Ma una sorta di “confessionale pubblico”. Ci si rivolge al direttore chiamandolo “padre”. 

Quindi, considerando anche il suo ruolo di prete, di sacerdote. E aspetta anche risposte di questo genere. Persone nel corso degli anni hanno scritto e scrivono anche oggi per confidare la loro situazione di vita. Ma anche le cose belle che capitano. Un’impronta significativa l’ha data don Giuseppe Zilli, rendendola un dialogo molto schietto con i lettori. Ricordo un episodio in cui mandò una lettera una ragazza che voleva abortire, raccontando la sua solitudine e i suoi problemi. 

La risposta di don Zilli fu lapidaria: “Lo faccia questo bambini e me lo porti qui”. Poi in effetti il bambino è nato e la ragazza è venuta con la carrozzina qui a farglielo vedere. Lui aveva la capita di entrare in sintonia con chi scriveva. E, con risposte dirette, riusciva a interagire in maniera straordinaria con i lettori.

 

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https://www.agensir.it/italia/2021/12/26/i-90-anni-di-famiglia-cristiana-don-rizzolo-direttore-schierati-dalla-parte-del-bene-comune/

Nel 2022 il Pil mondiale supererà i 100 trilioni di dollari. È la prima volta (AGI).

È la stima dell’ultimo report del Centre for Economics and Business Research, secondo cui la crescita dell’economia mondiale è sostenuta dalla ripresa dalla pandemia.

 

Gaia Vendettuoli

 

Il Pil mondiale supererà per la prima volta i 100 trilioni di dollari nel 2022, con due anni di anticipo rispetto alle previsioni. È la stima dell’ultimo report del Centre for Economics and Business Research, secondo cui la crescita dell’economia mondiale è sostenuta dalla ripresa dalla pandemia, anche se l’inflazione resta una minaccia e potrebbe far scivolare le economie in recessione nel 2023 o 2024.

Inoltre la Cina diventerà la prima economia al mondo nel 2030 togliendo il primato agli Usa con 24 mesi di ritardo sui calcoli precedenti. E nel 2022 l’India supererà la Francia mentre nel 2023 batterà la Germania per diventare la terza economia al mondo nel 2031, un anno dopo le stime. L’Italia da parte sua manterrà l’ottava posizione in classifica nel 2022, ma nei prossimi 15 anni la sua situazione conomica peggiorerà ed entro il 2036 scivolerà al 13esimo posto.

“L’ex presidente della Bce Mario Draghi – si legge nel capitolo sull’Italia – ha guidato con successo il paese negli ultimi mesi dopo essere divenuto premier nel febbraio 2021. Tuttavia, non è chiaro quanto durerà questo periodo di relativa stabilità politica: i governi italiani cadono il più delle volte prima della loro naturale scadenza e comunque le nuove elezioni sono previste per l’inizio del 2023. Ci sono anche voci che Mr Draghi possa essere un candidato per la presidenza della Repubblica” visto che “l’attuale capo di Stato Sergio Mattarella lascerà il suo ufficio nel febbraio 2022”.

Tornando alla situazione globale, per il Centre for Economics and Business Research la crescita dell’economia è dovuta principalmente agli stimoli dei governi messi in campo per contrastare la crisi innescata dalla pandemia. Una ripresa – si sottolinea – che però è stata accompagnata da un’impennata dell’inflazione che, se sarà persistente, rischia di causare una recessione nel 2023 o nel 2024. Il caro prezzi, accentuato dalle strozzature alle catene di approvvigionamento, è oramai diffuso a livello globale e sta accelerando in tutto il mondo. Un fattore che sembra aumentare l’inflazione salariale mondiale – sottolineano gli esperti – è una contrazione dell’offerta di lavoro durante la pandemia, poiché molti lavoratori più anziani hanno deciso di andare in pensione. 

Un contesto generale che sta spingendo le banche centrali ad accantonare il concetto di “inflazione temporanea” e accelerare il ritiro degli stimoli. 

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-12-26/pil-globale-supera-100-trilioni-di-dollari-per-la-prima-volta-15035117/

 

In libreria“La rivoluzione sessuale americana”. La profezia di Sorokin sulle conseguenze della svolta dei costumi.

Uno dei massimi esponenti della sociologia del XX secolo, il russo Sorokin ricavava dalla critica alla “rivoluzione sessuale”, infine apportatrice di disgregazione sociale, l’alternativa fondata sul concetto di “amore creativo altruistico”.

«Non è segnata da eventi drammatici su larga scala, non è accompagnata da una guerra civile, da lotta di classe e spargimento di sangue. Non possiede un esercito rivoluzionario per attaccare i suoi nemici. Essa non tenta di rovesciare governi. Non ha grandi leader, nessun eroe la pianifica, nessun “politburo” la guida. Senza un piano né una organizzazione, essa è condotta da milioni di individui, ciascuno agendo per conto suo. Non è stata annunciata in quanto rivoluzione, sulle prime pagine della stampa, o per radio o televisione. Il suo nome è rivoluzione sessuale». 

Pitirim A. Sorokin è uno dei massimi esponenti della sociologia culturale del XX secolo. Per la prima volta tradotto in italiano, La rivoluzione sessuale americana s’inserisce nel quadro di un’autentica riscoperta della sua ampia produzione. La vastità e la concretezza della sua analisi storico-sociologica e, in pari tempo, la portata critica, filosofico-antropologica della sua riflessione fondata sul concetto di “amore creativo altruistico” sono alla base di questo nuovo interesse. 

Accade oggi, di nuovo, quello che avvenne nel 1969, l’anno dopo la sua morte, quando i giovani sociologi, al Congresso dell’American Sociological Association, esponevano sul bavero della giacca una spilla con la scritta: Sorokin Lives!

(Dalla sinossi del libro di Alexandrovitch Sorokin Pitirim, La rivoluzione sessuale americana, Cantagalli, 2021) 

 

Chi era Alexandrovitch Sorokin Pitirim

(Treccani)

Sociologo russo (Tur´ja, gov. di Vologda, 1889 – Winchester, Massachusetts, 1968), naturalizzato statunitense nel 1930. Studiò all’università di Pietroburgo, dove ebbe come maestri, fra gli altri, V. M. Bechterev e I. P. Pavlov; in possesso di una cultura estremamente vasta, estesa a campi disparati come filosofia, psicologia, storia, diritto, ecc., si concentrò da ultimo sugli studî sociologici. Membro dell’Assemblea costituente dopo la rivoluzione sovietica e segretario di Kerenskij, fu poi costretto (1922) a lasciare l’Unione Sovietica per la sua opposizione al bolscevismo. Trasferitosi negli Stati Uniti, insegnò all’università del Minnesota (1924), e poi alla Harvard University (1930). Fu presidente (nel 1964) dell’American sociological association. La sua opera più importante si può considerare Social and cultural dynamics (4 voll., 1937-41), in cui sono affrontati i problemi della dinamica socio-culturale alla luce di una vera e propria filosofia della storia. S. ha peraltro contribuito alla ricerca sociologica specifica in diverse aree, come quelle della sociologia rurale e urbana, della sociologia politica, della sociologia dell’arte, ecc. Si è occupato inoltre di teoria e storia della sociologia, impegnandosi in una critica serrata nei confronti dell’uso dei metodi quantitativi in sociologia.

 

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https://www.treccani.it/enciclopedia/pitirim-aleksandrovic-sorokin/