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La Costa d’Avorio ha un nuovo Primo Ministro. Patrick Achi

Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha nominato Patrick Jerome Achi primo ministro:
Achi era già  diventato primo ministro ad interim da quando Hamed Bakayoko era stato ricoverato durante il mese di marzo del 2021 in Germania per un cancro.

Negli ultimi mesi la Costa d’Avorio ha perso due primi ministri. Bakayoko aveva sostituito Amadou Gon Coulibaly, morto lo scorso luglio per un attacco di cuore.

Il nuovo governo sarà formato da governo di 37 ministri contro i 41 della squadra precedente.

Patrick Achi ha 65 anni ed è nato a Parigi da padre ivoriano e madre francese; prima di essere nominato ministro è stato membro del PDCI di Henri Konan Bedie  ministro delle Infrastrutture economiche dal 2000 al 2017 e presidente del Consiglio regionale di Mé dal 2013.

È poi diventato un sostenitore di Alassane Ouattara , che lo ha nominato Segretario generale della Presidenza nel 2017 e Ministro di Stato nel 2020.

Furto di dati da Facebook: il Garante chiede al social di adottare misure per limitare i rischi

Con riferimento ai dati di circa 36 milioni italiani, compresi in molti casi numeri telefonici e indirizzi mail, disponibili online a seguito di una violazione dei sistemi di Facebook, il Garante per la protezione dei dati personali ha chiesto al social network di rendere immediatamente disponibile un servizio che consenta a tutti gli utenti italiani di verificare se la propria numerazione telefonica o il proprio indirizzo mail siano stati interessati dalla violazione.

In caso affermativo, infatti, il numero di telefono potrebbe essere utilizzato per una serie di condotte illecite, che vanno da chiamate e messaggi indesiderati sino a serie minacce come il cosiddetto “SIM swapping”, una tecnica di attacco che consente di avere accesso al numero di telefono del legittimo proprietario e violare determinate tipologie di servizi online che usano proprio il numero di telefono come sistema di autenticazione.

Il Garante avverte chiunque sia entrato in possesso dei dati personali provenienti dalla violazione, che il loro eventuale utilizzo, anche per fini positivi, è vietato dalla normativa in materia di privacy, essendo tali informazioni frutto di un trattamento illecito.

L’Autorità richiama inoltre tutti gli utenti interessati dalla violazione alla necessità di prestare, nelle prossime settimane, particolare attenzione a eventuali anomalie connesse alla propria utenza telefonica: come, ad esempio, l’improvvisa assenza di campo in luoghi dove normalmente il cellulare ha una buona ricezione. Un tale evento potrebbe essere il segnale che un criminale si è impossessato del nostro numero di telefono per usarlo a scopo fraudolento.

In questo caso è importante contattare immediatamente il call center del proprio operatore telefonico per verificare le ragioni del problema e, in particolare, per verificare che terzi, fingendosi noi, non abbiano chiesto e ottenuto un trasferimento della nostra numerazione su un’altra SIM.

Il Garante richiama infine l’attenzione di tutti gli utenti sull’importanza di diffidare di eventuali messaggi di testo provenienti dal numero di telefono di persone che conosciamo, con i quali vengano chiesti soldi, aiuto o dati personali, perché potrebbe trattarsi di una truffa azionata da malintenzionati che si sono impossessati della nostra numerazione.

Covid. Firmato protocollo per le vaccinazioni sui luoghi di lavoro.

È stato sottoscritto il Protoccolo d’intesa tra Governo, aziende e sindacati. Nel documento si prevede che i costi per la realizzazione e la gestione dei piani aziendali, ivi inclusi i costi per la somministrazione, sono interamente a carico del datore di lavoro, mentre la fornitura dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe/aghi) e la messa a disposizione degli strumenti formativi previsti e degli strumenti per la registrazione delle vaccinazioni eseguite è a carico dei Servizi Sanitari Regionali territorialmente competenti.

Al momento sono oltre 7.000 realtà imprenditoriali che hanno aderito.

protocollo per le vaccinazioni sui luoghi di lavoro

Il Primo Maggio dei Vescovi italiani: “Abitare una nuova stagione economico-sociale”.

Il libro di Neemia, nella Bibbia, racconta l’impegno del popolo d’Israele intento a ricostruire le mura di Gerusalemme. Al lavoro generativo della gente, però, si oppongono le derisioni e le critiche dei popoli nemici: «Che vogliono fare questi miserabili Giudei?» […] «Edifichino pure! Se una volpe vi salta sopra, farà crollare il loro muro di pietra!» (Ne 3,34-35). Neemia, invece, ricorda l’unità e la caparbietà del popolo nel portare a termine l’opera intrapresa, commentando che «al popolo stava a cuore il lavoro» (Ne 3,38). Il brano biblico presenta la forte opposizione tra chi sta a guardare criticando e chi invece mette tutto l’impegno possibile perché nasca qualcosa di nuovo. È la contrapposizione tra il lavoro parlato e il lavoro realizzato concretamente, tra modelli vecchi di lavoro e nuove opportunità che si affacciano. In un contesto molto diverso, oggi scopriamo l’importanza della generatività, che si fonda sull’«amore pieno di verità» (CV 79). Il generare richiede la responsabilità e la capacità di uscire da se stessi per aprirsi all’altro nel segno di una vita segnata dall’amore, unica realtà in grado di rendere la vita piena e feconda. Ciò comporta un conflitto tra il vecchio che resiste e il nuovo che s’impone con la sua forza di cambiamento. A chi affronta questa dinamica è richiesto di abitare una sana tensione tra la paura di perdere quello che si era, o si deteneva come certezza nell’agire, e un rinnovato impegno verso nuovi stili di vita. D’altronde chi ha incontrato il Signore Gesù, chi lo ha sperimentato come Signore della propria vita, «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

La terribile prova della pandemia ha messo a nudo i limiti del nostro sistema socio-economico. Nel mondo del lavoro si sono aggravate le diseguaglianze esistenti e create nuove povertà. Già prima di essa il Paese appariva diviso in tre grandi categorie. Una composta da lavoratori di alta qualifica o comunque tutelati e privilegiati che non hanno visto la loro posizione a rischio. Essi hanno potuto continuare a svolgere il loro lavoro a distanza e hanno perfino realizzato dei risparmi avendo ridotto gli spostamenti durante il periodo di restrizioni alla mobilità. Una seconda categoria di lavoratori in settori o attività a forte rischio o comunque con possibilità di azione ridotta è entrata in crisi: commercio, spettacoli, ristorazione, artigiani, servizi vari. L’intervento pubblico sul fronte della cassa integrazione, delle agevolazioni al prestito, dei ristori e della sospensione di pagamenti di rate e obblighi fiscali ha alleviato in parte, ma non del tutto, i problemi di questa categoria. Un terzo gruppo è rappresentato dai disoccupati, dagli inattivi o dai lavoratori irregolari e coinvolti nel lavoro nero che accentua una condizione disumana di sfruttamento. Sono gli ultimi, in particolare, ad aver vissuto la situazione più difficile perché fuori dalle reti di protezione ufficiali del welfare. Va anche considerato il fatto che il Governo ha bloccato i licenziamenti, ma quando il blocco verrà tolto la situazione diventerà realmente drammatica.

Un piccolo segno di speranza è la forte ripresa delle attività sociali ed economiche nell’estate 2020. Ha dimostrato come, appena il giogo della pandemia si allenterà, la voglia di ripartire dovrebbe generare una forte ripresa e vitalità della nostra società contribuendo ad alleviare i gravi problemi vissuti durante l’emergenza. È fondamentale, pertanto, che tutte le reti di protezione siano attivate. Il «vaccino sociale» della pandemia, infatti, è rappresentato dalla rete di legami di solidarietà, dalla forza delle iniziative della società civile e degli enti intermedi che realizzano nel concreto il principio di sussidiarietà anche in momenti così difficili. Un aspetto fondamentale di questo tempo per i credenti è la gratitudine di aver incontrato il Vangelo della vita, l’annuncio del Salvatore. La pandemia, infatti, ci ha permesso di sperimentare quanto siamo tutti legati ed interdipendenti. Siamo chiamati ad impegnarci per il bene comune: esso è indissolubilmente legato con la salvezza, cioè il nostro stesso destino personale.

«Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» ci ha avvertiti papa Francesco. I periodi di prova sono anche momenti preziosi che ci insegnano molto. La crisi ci ha spinto a scoprire e percorrere sentieri inediti nelle politiche economiche. Viviamo una maggiore integrazione tra Paesi europei grazie alla solidarietà tra stati nazionali e all’adozione di strategie di finanziamento comuni più orientate all’importanza della spesa pubblica in materia di istruzione e sanità. L’insostenibilità dei ritmi di lavoro, l’inconciliabilità della vita professionale ed economica con quella personale, affettiva e famigliare, i costi psicologici e spirituali di una competizione che si basa sull’unico principio della performance, vanno contrastati nella prospettiva della generatività sociale. L’esercitazione forzata di lavoro a distanza a cui siamo stati costretti ci ha fatto esplorare possibilità di conciliazione tra tempo del lavoro e tempo delle relazioni e degli affetti che prima non conoscevamo. Da questa terribile prova sta nascendo una nuova era nella quale impareremo a diventare «imprenditori del nostro tempo» e più capaci di ripartirlo in modo armonico tra esigenze di lavoro, di formazione, di cura delle relazioni e della vita spirituale e di tempo libero. Se le relazioni faccia a faccia in presenza restano quelle più ricche e privilegiate, abbiamo compreso che in molte circostanze nei rapporti di lavoro è possibile risparmiare tempi di spostamento mantenendo o persino aumentando la nostra operosità e combinandola con la cura di relazioni e affetti.

Come Chiesa italiana abbiamo due bussole da seguire nel cammino pastorale e nel servizio al mondo del lavoro. La prima è costituita dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti: la fraternità illumina anche i luoghi di lavoro, che sono esperienze di comunità e di condivisione. In tempo di crisi la fraternità è tanto più necessaria perché si trasforma in solidarietà con chi rischia di rimanere fuori dalla società. «Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (FT 162). Per questo, il mondo del lavoro dopo la pandemia ha bisogno di trovare strade di conversione e riconversione, anche per superare la questione della produzione di armi. Conversione alla transizione ecologica e riconversione alla centralità dell’uomo, che spesso rischia di essere considerato come numero e non come volto nella sua unicità. Ci inseriamo nella seconda bussola che è il cammino verso la Settimana Sociale di Taranto (21-24 ottobre 2021) sul tema del rapporto tra l’ambiente e il lavoro. Lo ricorda molto bene l’Instrumentum laboris che afferma: «La conversione che ci è chiesta è quella di passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – a quella della generazione – dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni» (n. 25).

Il 1° maggio, festa di San Giuseppe lavoratore, che Papa Francesco ha voluto celebrare con un anno a lui dedicato, ci spinga a vivere questa difficile fase senza disimpegno e senza rassegnazione. Abitiamo i nostri territori diocesani con le loro potenzialità di innovazione ma anche nelle ferite che emergono e che si rendono visibili sui volti di molte famiglie e persone. Sappiamo che ogni novità va abitata con una capacità generativa e creativa frutto dello Spirito di Dio. Nulla ci distolga dall’attenzione verso i lavoratori. Parafrasando un celebre brano di Gaudium et spes, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo del lavoro, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono i sentimenti dei discepoli di Cristo Signore. Condividiamo le preoccupazioni, ma ci facciamo carico di sostenere nuove forme di imprenditorialità e di cura. Se «tutto è connesso» (LS 117), lo è anche la Chiesa italiana con la sorte dei propri figli che lavorano o soffrono la mancanza di lavoro. Ci stanno a cuore.

 

Il mercato finanziario riaprirà “a babbo morto”.

Non abbiamo fatto in tempo a riprenderci dell’ultima crisi economica nel 2008, aggravata dal terrorismo internazionale, che la pandemia di Covid-19 ha attaccato le nostre società. Anziché porre un obbligo universale ad attenersi a misure di protezione, negli spazi chiusi e in quelli aperti (igiene, mascherine, distanza personale, obbligo per le categorie sensibili a restare a casa) si è pensato di chiudere tutti in casa indistintamente, chiudendo gli esercizi commerciali, interrompendo il ciclo economico retto da poche ma esose elargizioni economiche statali.

L’elemosina di Stato non ha protetto gli imprenditori e non ha eliminato gli effetti lesivi della malattia. I dettami medici, anziché essere contestualizzati all’interno del contesto politico, sono stati attuati senza tener conto che se un medico “ordina” a un paziente di stare una settimana a casa il paziente guarisce, mentre se lo ordina a un’intera nazione il corpo sociale muore. Andiamo verso il secondo anno di chiusure, più o meno continue, ed i segni di insofferenza sono stati inferiori rispetto a quelli paventati. Nessuna sommossa, nessuna rivoluzione.

Le persone ormai si attengono, per stanchezza più che per convinzione, ai dettami del regime terapeutico di Stato. Se oltre ai medici ed ai politici incapaci avessimo ascoltato anche gli storici, avremmo appreso che le pandemie sono parte del mondo umano e non emergenze di eccezionale gravità. Circa 11.000 anni fa, con il passaggio dell’uomo dalla caccia e raccolta ad uno stile di vita sedentario, le città sono cresciute e l’allevamento è diventato uno stile di vita. La coabitazione con gli animali domestici e le alte densità abitative nelle città hanno causato l’insorgere delle prime pandemie. Da un lato, dobbiamo prendere atto che, in genere, dalla peste nera al Covid-19, tutte le grandi pandemie della storia si sono originate in Asia, passando in Occidente per mezzo delle navi mercantili prima e degli aeroporti ora. Segno che l’igiene, nel nostro continente, nonostante i difetti locali, ha discreti standard. Non solo.

Altro dato rilevante è quello demografico. Si è scritto che le pandemie del passato hanno permesso un incremento del benessere successivo, grazie alla crescita demografica ed a nuove possibilità di lavoro per chi è sopravvissuto alla peste o alla spagnola. Tuttavia bisogna rilevare alcuni fattori che distinguono questa da altre pandemie: la prima è che l’umanità ha raggiunto livelli demografici senza precedenti e non saranno certo i morti per Covid a scalfirne la curva, ancora in crescita. Circa 70.000 anni fa la popolazione mondiale, secondo gli esperti, si stabilizzò per lungo tempo sul milione di individui. Nell’antichità romana la popolazione del mondo civilizzato si attestò, con fasi alterne, sui 100 milioni di abitanti. Nel lungo periodo del Medioevo la popolazione mondiale si è assestata in un numero medio presumibile di 300 milioni di abitanti, fino alla scoperta delle Americhe, che ha permesso la colonizzazione di nuovi territori.

La vera rivoluzione demografica è giunta a causa della rivoluzione industriale. Nell’Ottocento si ritiene che la popolazione mondiale aveva ormai superato il mezzo miliardo di individui. Tuttavia, soltanto col postmodernismo la demografia raggiunge livelli considerevoli, permettendo un’impennata della curva, dai 4 miliardi degli anni Settanta ai quasi 8 miliardi di abitanti del 2021. E’ quindi molto difficile che i 3 milioni di morti per Covid-19 tragicamente previsti abbiano ripercussioni sulla curva demografica, rispetto ai 50 milioni di morti causati dall’influenza spagnola e dai 20 milioni di morti causati dalla peste nel Trecento. Inoltre, il mercato del lavoro e la filiera economica erano completamente diverse rispetto a quelle di oggi.

I mercati finanziari nell’asset post-industriale avranno ripercussioni negative maggiori, rispetto a quelli del passato, perché abbiamo fermato un indotto basato sul sistema del debito-credito. In questo sistema di vasi comunicanti in cui non sono le braccia, ma il denaro, a fare la differenza, le banche in deficit si troveranno a chiedere aiuto allo Stato, in deficit anch’esso. Gli ammortizzatori sociali elargiti alle famiglie e agli imprenditori dovranno essere restituiti, verosimilmente attraverso l’aumento delle tasse e misure patrimoniali obbligate. La popolazione, una volta tornata a lavoro, sarà costretta a lavorare di più per recuperare non soltanto il tempo perduto ma anche per saldare i debiti verso il vertice. Saranno quindi necessarie nuove politiche del lavoro, da cui il “ridimensionamento” dei diritti dei lavoratori e la liquefazione di una parte delle tutele sindacali. Insomma, il Covid è stata umanamente una tragedia, ed apparentemente una catastrofe per l’economia presente; ma sarà anche una manna per le grandi aziende private che, nel futuro prossimo, si troveranno a poter godere di lavoratori a basso costo, poco tutelati e senza più un orgoglio da rivendere, né diritti rilevanti da rivendicare.

Allora, ci chiediamo: quanto queste prospettive hanno inciso sulle decisioni restrittive attuate dai governi? Quanto le decisioni di governi lontani e diversissimi tra loro sono state ispirate da esperti (economisti, medici) votati al mercato privato? Non vogliamo considerare queste domande, perché generebbero nefaste e poco verosimili conclusioni: la prima, che vi sia un oscuro suggeritore, comune per tutti, che abbia suggerito misure restrittive per il benessere della salute pubblica, ben conscio tuttavia del significato che, in termini finanziari, tali misure avrebbero portato nel riassetto del mercato finanziario capitalista mondiale. Viene alla mente l’antica frase “a babbo morto”, con cui si intendeva l’incasso di un credito con molto ritardo, senza una scadenza predefinita, fino all’avvento del trapasso del genitore. Una morte che, in alcuni casi, non fu accidentale.

Il sentimento anti-asiatico negli Usa

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Matteo Pretelli

Lo scorso 17 marzo il ventunenne Robert Aaron Long ha ucciso ad Atlanta ben otto persone, sei delle quali erano donne asiatiche. Sebbene la motivazione razziale non sembra essere stata la ragione scatenante dell’ennesimo mass shooting accaduto negli Stati Uniti, l’eccidio ha posto nell’occhio del ciclone la crescita esponenziale nel Paese di un forte sentimento anti-asiatico.

Intenta a monitorare i crimini d’odio commessi proprio a danno delle persone di origine asiatica, la coalizione no profit Stop Aapi Hate in un anno di pandemia ha registrato ben 3.800 incidenti. Solo nel 2021 ne sono stati contati 503 e hanno riguardato in particolare violenze verbali (circa il 68%), oppure la deliberata non considerazione delle persone; a questi si aggiungono veri e propri assalti fisici, ma anche la violazione dei diritti civili, che riguarda spesso discriminazioni sul posto di lavoro oppure il rifiuto di prestazione di un servizio come, ad esempio, l’accesso a un mezzo di trasporto. Comuni sono poi ovviamente i reati commessi in rete.

Fra gli asiatici americani che hanno subito una qualche forma di vessazione vi sono soprattutto cinesi (42% del totale), seguiti da coreani, vietnamiti e filippini. Questi incidenti si sono verificati in tutto il Paese, anche se spiccano la California e New York, Stato dove la polizia nel 2020 ha registrato un aumento dei casi di hate crimes contro gli asiatici del 1900 %. Alle ingiurie si sono poi talvolta associati crimini violenti, come la morte nel febbraio 2021 a San Francisco di un ottantaquattrenne di origini thailandesi avvenuta in seguito all’aggressione di un giovane. Destinatarie delle discriminazioni sono soprattutto le donne asiatiche, stante – a parere di vari osservatori – il perpetuarsi di pregiudizi che le etichettano come «remissive» e «docili», oppure «ipersessualizzate». Si tratta di stereotipi di lunga durata se si pensa che già nel 1875 la Page Law aveva bloccato l’ingresso negli Stati Uniti alle immigrate cinesi con l’accusa che queste fossero potenziali prostitute che avrebbero attentato alla «moralità» della società bianca anglosassone.

Come si spiegano oggi queste correnti d’odio contro questo gruppo etnico? Secondo lo studio di un gruppo di ricercatori della University of California (pubblicato sulla rivista «Health Education & Behavior») dopo un decennio di sostanziale calo degli hate crimes commessi a danno degli asiatici americani, nel corso della pandemia il massiccio utilizzo dell’ex presidente Donald J. Trump e dei media conservatori di espressioni quali China virusWuhan virus e persino Kung Flu hanno avuto un peso rilevante nel surriscaldare gli animi. Per alcuni attivisti per la difesa dei diritti civili i tweet di Trump in particolare avrebbero contributo a cristallizzare l’idea che gli asiatici negli Stati Uniti sono «perennemente stranieri», incentivando così gli atti di violenza nei loro confronti.

Qui l’articolo completo

Garante infanzia: “Facciamo tornare presto i giovani a fare attività fisica”

Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, in occasione della Giornata internazionale dello sport, ha dichiarato che: “Lo sport e il movimento fisico sono fondamentali per la ripartenza. Le limitazioni e l’inattività fanno preoccupare per le ripercussioni sul benessere fisico e psicologico dei minorenni italiani. Auspico che i tecnici del Comitato tecnico scientifico possano trovare presto soluzioni per la ripresa delle attività sportive in piena sicurezza. Nell’attesa che ciò sia possibile, con l’estate alle porte potrebbero essere riaperti i parchi, le dimore storiche e le ville pubbliche per consentire l’attività fisica e sportiva a bambini e ragazzi. Con il supporto del terzo settore, delle associazioni sportive, di educatori e di esperti in scienze motorie si potrebbero coniugare attività educative, di socializzazione e sportive”.

“La riduzione o la cessazione delle attività sportive ha colpito tutti. I ragazzi in alcuni casi si sono costruiti micropalestre in casa, ma ne hanno perso in socialità. La pandemia ha reso più visibili le diseguaglianze. Anche le opportunità che forniva la scuola con le ore di educazione motoria si sono ridotte a causa della pandemia” prosegue Garlatti. “Si tratta di una questione particolarmente sentita anche a livello europeo: il Parlamento lo scorso 10 febbraio ha chiesto alla Commissione e agli stati membri un maggiore sostegno alle famiglie a basso reddito al fine di consentire ai loro figli di partecipare alle attività sportive e ad altre attività ricreative”.

“Lo sport è divertimento e gioco – conclude l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – una dimensione e un diritto che appartengono al mondo dei più piccoli e che sono fondamentali per il loro sviluppo, anche sul piano delle competenze. L’attività sportiva promuove e insegna valori che in una fase di crisi diventano fondamentali: il rispetto, la solidarietà, la cooperazione, la condivisione e l’impegno. Lo sport di base rafforza l’inclusione sociale e l’integrazione dei bambini e ragazzi con minori opportunità. Per questo cerchiamo di far tornare presto i più giovani a fare sport”.

Comune di Roma: nasce MY RHOME, la Casa Digitale del Cittadino

Al via MY RHOME,  il ‘cruscotto digitale’ che il cittadino può personalizzare rispetto alle proprie esigenze e che gli consente di consultare o di integrare in piena autonomia, dal proprio dispositivo preferito e in piena mobilità, lo stato di lavorazione delle segnalazioni, a prescindere dal canale di contatto utilizzato (telefono, mail, web, sportello).

È inoltre consentito l’accesso ai servizi digitali (sia dispositivi sia informativi), con una particolare semplificazione per quelli scolastici resi ancor più accessibili, per soddisfare l’esigenza delle famiglie. Un nuovo canale adottato dall’Amministrazione per incentivare la modalità self service, che sarà progressivamente affiancata da strumenti innovativi di contatto (social, chat, bot), al fine di limitare l’accesso fisico allo sportello.

Ma non è tutto: nei giorni successivi, MY RHOME si arricchirà di nuove funzionalità. Grazie all’integrazione con l’Ambiente Unico del Contribuente, il cittadino potrà conoscere in tempo reale la sua posizione di credito e/o debito nei confronti dell’Ente e ricevere notifiche ad hoc sulle scadenze di pagamento.

L’avvio di MY RHOME costituisce un’ulteriore tappa del percorso di smart citizenship, inaugurato da Roma Capitale già con il lancio del nuovo portale istituzionale. L’Amministrazione prende per mano il cittadino, ne previene i fabbisogni e adotta un nuovo modello di accoglienza che consente di offrire un servizio personalizzato.

La Casa Digitale del Cittadino (progetto realizzato con il sostegno dell’Unione Europea – Fondi Strutturali e di Investimento Europei, nell’ambito del Programma Operativo Città Metropolitane 2014-2020) si inserisce all’interno di un progetto più ampio che investe la trasformazione digitale dell’Ente. Progetto reso possibile anche dall’avvio contestuale del “Citizen Relationship Management”, l’innovativa soluzione tecnologica (pienamente compliant ai principi del Piano Triennale ICT 2020-2022) attraverso la quale gli addetti del back office potranno gestire in modo centralizzato e multicanale il rapporto con i cittadini, così da semplificare i processi e migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi offerti.

Con il go live dei sistemi CRM/CDC (Citizen Relationship Management/Casa Digitale del Cittadino), che hanno visto il coinvolgimento del Dipartimento Trasformazione Digitale di Roma Capitale e del Dipartimento Partecipazione, Comunicazione e Pari Opportunità, entra nel vivo l’attuazione del programma Agenda Digitale 2017-2021 (D.G.C. 20/2017). Il fine è quello di migliorare l’accessibilità dei servizi dell’Amministrazione Capitolina in chiave digitale, secondo un modello di interoperabilità dei servizi pubblici che contraddistinguerà la futura smart city (Piano approvato con D.G.C. 45/2021).

La Casa Digitale del Cittadino è accessibile dalla welcome page e dall’area riservata del portale istituzionale, previa autenticazione con le credenziali del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), con la Carta d’Identità Elettronica (CIE) o tramite la Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

Vai alla Casa Digitale del Cittadino.

Cisl Medici Lazio: richiesta di urgenti chiarimenti sulla distribuzione di mascherine non idonee

La Cisl Medici Lazio, ha chiesto urgenti chiarimenti sulla distribuzione al personale sanitario di DPI-mascherine recanti sulla confezione le dicitura “For Medical Use Prohibited” – “Non Medical Usage” – “Non medical” ed altro analogo significato.

Infatti nonostante sia passato ormai moltissimo tempo da quando nei primi mesi del 2020 la carenza di mascherine era drammatica, ancora oggi a distanza di oltre un anno dalla prima fase della pandemia perdura la distribuzione di DPI recanti in confezione tali dichiarazioni.

La Cisl Medici, a tutela della salute e sicurezza dei propri iscritti e degli operatori sanitari, ha pertanto chiesto una specificazione di appropriatezza di tali DPI nel contrasto alla diffusione del contagio della infezione da Sars CoV2 ed ha chiesto alla Regione Lazio di indicare se tali DPI sono conformi ed appropriati all’uso negli ospedali e nelle altre strutture sanitarie.

Agricoltura: Istat, in un decennio diminuita la superficie destinata a seminativi.

Nel 2019 la superficie agricola destinata alla coltivazione di seminativi è diminuita, rispetto al 2010, sia in Italia (-2,9%) che nell’Unione europea (-2,7%), a vantaggio delle colture legnose, dei prati permanenti e dei pascoli.

Tra il 2010 e il 2020, sul complesso delle superfici coltivate a cereali cresce l’importanza relativa del frumento duro (dal 36,9% al 40,3%) e del frumento tenero (dal 15,8% al 16,7%), scende quella del mais (dal 26,7% al 20,1%).

Il 31,4% delle aziende agricole che coltivano cereali ha dichiarato di non aver subito alcun impatto dall’emergenza sanitaria da Covid-19.

La fondazione de “La Civiltà Cattolica”

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista La Civiltà Cattolica a firma di  Giovanni Sale

Il 6 aprile 1850 veniva pubblicato a Napoli, in una tipografia ubicata nel cortile di via S. Sebastiano, il primo numero de La Civiltà Cattolica: «pubblicazione periodica per tutta l’Italia», si leggeva nel frontespizio della stessa. Il quaderno, con copertina celeste, recava il motto latino Beatus populus cuius Dominus Deus eius. Esso però, a differenza dei «giornali ecclesiastici» allora in voga, era scritto in italiano, cioè nella lingua che in quel periodo «affratellava» tutti i popoli della penisola — da Nord a Sud, da Torino fino a Palermo, passando per la Roma papalina — nello stesso ideale unitario, e ciò prima ancora che si concepisse l’Italia una e indivisa sul piano politico.

La rivista voleva entrare nel vivo delle questioni più dibattute sia politiche e religiose, sia letterarie e scientifiche, e intendeva farlo con uno stile piano, comprensibile e rispettoso delle altre posizioni ideologiche. «Se i compilatori nello scrivere — annotava il p. Taparelli d’Azeglio — dettano con autorità sono facilmente tenuti per arroganti, né potranno insinuarsi [oggi diremmo “dialogare”] specialmente se inveiscono ardenti contro chi mal crede».

A 167 anni dalla fondazione della rivista, e in occasione della ricorrenza del quaderno numero 4.000, sembra opportuno ripercorrere le vicende che ne hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo nei burrascosi eventi italiani di quegli anni.

Qui l’articolo completo 

Istat: a febbraio 945mila occupati in meno in un anno

A febbraio gli occupati sono sostanzialmente stabili rispetto a gennaio, mentre scendono lievemente i disoccupati e gli inattivi.

L’occupazione è stabile sia tra le donne sia tra gli uomini, cresce tra i dipendenti permanenti e gli under 35, mentre scende tra i dipendenti a termine, gli autonomi e chi ha almeno 35 anni. Stabile anche il tasso di occupazione, pari al 56,5% .

A febbraio il calo del numero di persone in cerca di lavoro (-0,3% rispetto a gennaio, pari a -9mila unità) riguarda gli uomini e gli under50, tra le donne e le persone con 50 anni o più si osserva un leggero aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 10,2% (-0,1 punti) e tra i giovani al 31,6% (-1,2 punti).

Diminuisce lievemente anche il numero di inattivi (-0,1% rispetto a gennaio, pari a -10mila unità) per effetto, da un lato, della diminuzione tra le donne e chi ha almeno 25 anni e dall’altro della crescita tra gli uomini e i 15-24enni. Il tasso di inattività è stabile al 37,0%.

Il livello dell’occupazione nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021 è inferiore dell’1,2% rispetto a quello del trimestre precedente (settembre-novembre 2020), con un calo di 277mila unità.

Nel trimestre aumentano sia le persone in cerca di occupazione (+1,0%, pari a +25mila), sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,3%, pari a +183mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione – registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021 – hanno determinato un crollo dell’occupazione rispetto a febbraio 2020 (-4,1% pari a -945mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti ( 590mila) e autonomi ( 355mila) e tutte le classi d’età. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 2,2 punti percentuali.

Nell’arco dei dodici mesi, crescono le persone in cerca di lavoro (+0,9%, pari a +21mila unità), ma soprattutto gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,4%, pari a +717mila).

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Street poetry: il “Mal di mare” di Er Pinto.

Nell’attuale periodo storico caratterizzato da autentici bombardamenti di messaggi anche subliminali – talvolta manipolati o contaminati da motivazioni speciose – che sembrano voler distogliere l’attenzione dell’uomo dalla ricerca interiore, dalla osservazione dei problemi della società nonché dallo sviluppo filosofico dell’anima e dello spirito, la Poesia diventa oggetto di attenzione collettiva, autentico spettacolo di per sé. Essa scende in piazza e si fa sentire, al punto che, lo scorso 20 gennaio una poetessa di 22 anni, Amanda Gorman, è stata ospite di rilievo alla cerimonia del giuramento a Washington di Joe Biden, neo Presidente degli Stati Uniti.

Finalmente, la Poesia rinasce e si diffonde tra la gente, nelle strade. Esiste, infatti, la “Street poetry”, un fenomeno che negli ultimi anni si è diffuso a livello mondiale. Tra i gruppi di particolare spicco si fa notare il messicano “Acción Poética” (nato a Monterrey nel 1996, su spinta di Armando Alanis Pulido), un movimento che ha proiettato questa tendenza anche oltre i confini nazionali, in America del Sud e, successivamente, in Europa. Notevole l’israeliana Nitzan Mintz con versi scritti in ebraico o in inglese su muri bianchi a caratteri neri (simili a quelli diffusi dal menzionato gruppo messicano) e autrice, talvolta, di fantasiose installazioni.

In varie parti del mondo assistiamo alle “performance” (“poetry bombing”) del collettivo cileno Casagrande, che da un elicottero o da un aereo usa lanciare migliaia di fogli con poesie proprie o di altri autori locali.
Molto seguito è lo scozzese Robert Montgomery, fondatore della “Guerrilla poetry”, la poesia che agisce e fa riflettere sulla politica, la società consumistica ed i mass-media. L’artista inventa parole infuocate (scritte su supporti che vengono incendiati creando i “Fire Poems”) oppure imprime le sue odi su spazi pubblicitari o led luminosi. In Gran Bretagna, oltre al già noto Montgomery merita attenzione il poeta David Marley. I suoi versi sono solitamente incisi su legno o su tele ubicate su cavalletti di legno. Una sorta di nuova arte ecologica (io amo definirla “new arte povera”, ricordando il grande critico ed amico, da poco scomparso, Germano Celant) in cui si crea sinergia simbolica tra i versi (provenienti dal nostro essere profondo) e la natura che, come quella di stampo romantico, si proietta verso un infinito energetico nel quale l’uomo trova una dimensione totalizzante e la risposta ai misteri della vita.

Tra gli autori contemporanei di questo genere troviamo la francese Nathalie Man, che relaziona la comunicazione con la poesia, stampando i suoi versi su poster di grande formato ed “inondando” le città di pensieri ed emozioni, considerazioni e sensazioni.
In Italia non può sfuggire alla nostra attenzione Brugnaro, venuto alla ribalta nel 1990 con una poesia diffusa nella sua “zona” (Mestre e Venezia) dopo essere stato autore di “azioni poetiche” fin dagli anni ’60 e ’70 insieme al collega d’avventura Carlo Torighelli, che diffondeva la sua vena poetica imprimendo versi sui marciapiedi. Negli anni ’90, sempre nel panorama nazionale, si faceva notare anche “Opiemme”, autore di poesie appese a fili di lana per poi creare dei “Vortex”, parole sparse in un ipotetico universo colmo di forza energetica. A Firenze, il Movimento per l’emancipazione della poesia (MeP), a Udine i “Poeti Della Sera”, a Milano Francesca Pels. Ed ancora: Gio Evan, Ste-Marta, Davide Casavola, Alfonso Pierro. A Milano, tra gli altri, Ivan Tresoldi ed i suoi “manifesti d’assalto”. Tra le sue iniziative, ricordo la performance praghese del 2007“Storm of poetry”, in occasione del Festival di arte contemporanea “Tina B”, consistente in mille barchette di carta con poesie, tradotte in lingua locale, liberate sul fiume Moldova.

A Roma spiccano i “Poeti der Trullo” (il nome deriva dall’omonimo quartiere in cui molti di loro risiedono ed operano). Costoro scrivono a mano su fogli o su muri con pennarelli indelebili. Il gruppo nasce intorno al 2010 ad opera di Er Bestia, Er Quercia, Er Pinto, Inumi Laconico, ‘A Gatta Morta, Marta der III lotto, Er Farco. Si sono sempre definiti “metroromantici” ed usano una metrica popolare, spesso con accenti ottocenteschi.

Una sorta di “nuovo romantico è Er Pinto che (uscito dal predetto gruppo nel 2016) si concentra nella ricerca della “street poetry” proposta in spazi urbani o on line sotto un anonimato, da lui motivato come: “una scelta di libertà grazie alla quale mi svincolo dall’immagine e dal nome reale”. Ed è così che egli riesce ad esprimere sé stesso per parlare dei problemi della sua generazione e della società, diffondere speranze, divulgare sentimenti, spargere ideologie ed inquietudini. È uso condividere spazi con esponenti della “street art” prettamente visiva e con essi da anni si confronta con progetti nazionali ed internazionali. Tra quest’ultimi ricordo l’evento “Sulle ali della libertà” svoltosi a Praga due anni fa in occasione dell’anniversario della morte di Jan Palach. Alcuni autori cechi assieme a quattro italiani (Diamond, Solo, Yest ed Er Pinto) ricoprirono le mura di una scalinata situata nell’antico quartiere cittadino con inni alla libertà. Per l’occasione Er Pinto scriveva “La libertà è la poesia più bella / la stella più lontana / il tuo miglior sorriso”. E successivamente: “In nome del disprezzo / Per i poteri forti / Per chi ha pagato il prezzo / Per i numerosi morti / Perché ci sia un pensiero / Inciso sulla pelle / Del figlio più ubbidiente / Di quello più ribelle / Un pensiero per chi è libero / E sempre lo sarà / Ti odio prigionia / Ti amo libertà”.

Da poche settimane questo originale autore ha pubblicato un libro di poesie con illustrazioni realizzate da un altro esponente dell’arte street: Yest (con il quale ha formato il duo “Point Eyes”). La raccolta s’intitola “Mal di mare” e fa seguito al volume il “Peso delle cose” del 2017, nel quale egli aveva iniziato un percorso di ricerca di una simbiosi con il cielo, luogo in cui ricercare ispirazione, ma anche captare segnali per affrontare meglio la vita nelle sfumature più intime. In tal modo, egli intende andare oltre i social, superando schermi di apparente serenità e sorrisi di quelle fugaci e, molte volte, false espressioni di personalità sedotte da modi di essere e di apparire.

Sono versi che narrano la vita, in cui il mare assume una valenza onirica: un ritmo scandito da tempo e spazio in cui poter immaginare ed annotare sensazioni. Amori, pescatori, sirene, notti stellate…. Sono elementi di quelle “onde” emotive che ognuno possiede, nella profondità del cuore e della mente. Unicità e collettività alla ricerca di un senso dell’esistenza e del divenire. Ed ecco che Er Pinto percorre le strade “Le strade de Roma / so vene de’n corpo / ce vivono a mente / e l’anima mia / i muri la pelle / segnata dar tempo / tatuata dai versi / de ogni poesia” e ne osserva la precarietà: “…Accarezzando gatti credendoli pantere / dando la colpa al fato, al cielo ed allo Stato…”. E quanta fragilità di giovani apparentemente forti “…E forse sono l’unico / A vivere un pensiero / Come se fosse panico / Come se fosse vero ….”.

Un momento di particolare riflessione è ispirato dalla notte, nella quale Er Pinto sembra cullarsi in una persistente vena malinconica. Di forte valenza sensoriale “… Cancelliamo il bello / per crederci di nuovo / ma in fondo il bello / sta nel non sapere cos’è un uomo / per ritrovarlo vivo in un abbraccio / di chi non vogliamo e ci vuole / e ci lucida la pelle con uno straccio / senza lasciare nemmeno uno spazio …”. Sono frammenti d’esistenza, trasparenze di un’acqua che rimescola sentimenti “C’ho rime nella testa / Ner core ‘na tempesta”. Ed ecco il mal di mare citato nel titolo, quella sensazione in cui “…Mi prende dalle spalle e stringe al collo / La scaccio e scrivo per esorcizzare / La depressione è debole al midollo / Non riconosco cosa è giusto fare…”. Il malessere di stampo romantico non trova sostegno neppure nella natura ma, come sempre nella sua vena poetica, l’ideale e l’amore per la vita prevalgono sull’annientamento, la forza creatrice della Poesia supera la visione nichilistica. Il vissuto diviene preponderante ed il buio non è mai totale.

Costante il richiamo alla poesia dialettale romanesca. Tra tutti il mitico Trilussa. Una sorta di tradizione del passato che l’autore rielabora in toni contemporanei. E la situazione di giovani coetanei dell’autore si coglie nell’intera raccolta, in cui illusioni e certezze si alternano in balia delle paure, che molti ragazzi fagocitano in sensi di benessere esteriori, nascondendo la paura … di avere paura. La Poesia permette di “aprire il cuore” e mettere a nudo la propria interiorità. È questo che costantemente fa Er Pinto con trasparenza, con la forza che le rime offrono come arma per lottare, anche se spesso invano, contro le ingiustizie senza il timore “… di cadere dalla scala sociale e di continuare a salire una scala mobile al contrario”.

Scuola: la riapertura graduale di aprile

Nonostante il perdurare della pandemia – ad oltre un anno dal suo esordio – e anticipando il completamento del piano vaccinale il Presidente Draghi scommette sulla riapertura delle scuole dopo le vacanze pasquali: asili nido, scuole dell’infanzia , primarie fino al 1° anno della scuola secondaria di primo grado, sono gli ordini interessati (D.L.44 del 1°aprile 2021). Si tratta di una scelta già compiuta in alcuni Paesi, mentre in altri si tiene chiuso tutto o viceversa si riaprono anche le attività commerciali: una situazione a macchia di leopardo che deriva da valutazioni politiche diverse rispetto ad orientamenti scientifici anch’essi fluttuanti.

Lo scompaginamento della vita quotidiana è la conseguenza più evidente a livello planetario ma anche le differenze degli esiti derivanti dai provvedimenti adottati sono rimarchevoli, fermo restando un inciso non da poco: che ne è e che ne sarà delle zone del mondo che solitamente ignoriamo nella nostra considerazione comparativa tra gli Stati, anche in ordine alle vaccinazioni. Ci sono aree a rischio, dove i servizi sanitari se esistenti, non garantiscono una profilassi per l’intera popolazione: se fino ad oggi l’incognita prevalente è stata e permane la mutazione genetica del virus, un domani saranno forse determinanti gli spostamenti, le migrazioni, le condizioni di povertà e sottosviluppo. Blindare e vaccinare una Nazione non la esime da un futuro contagio di varianti provenienti da flussi migratori che diventano stanziali e possono riaprire il fronte dei rischi e ciò dovrà essere considerato a livello demografico, in senso oggettivo, al fine di programmare interventi mirati per non farci trovare ancora una volta, secondo una espressione di David Quammen, “impreparati” . Ma limitiamoci a considerare intanto che “puntare sulle scuole” è una scelta prevalente, per motivi generazionali , per le ricadute economiche che a “istruzione ferma” incidono sui PIL nazionali (una stima della Banca Mondiale ha calcolato che cinque mesi di chiusura forzata delle scuole costeranno agli alunni di oggi minori entrate economiche nella vita adulta per una cifra complessiva pari al 7% del PIL planetario), per le conseguenze psicologiche individuali e collettive che una socializzazione secondaria fondata solo sulla DAD produce sul piano della motivazione allo studio, delle sicurezze emotive e della qualità dei saperi appresi, per la stagnazione o la crescita del livello culturale di ogni Paese .

Ad oggi la situazione del nostro sistema scolastico può essere riassunta in questi dati contenuti nel documento della Commissione tecnica operante c/o la Presidenza del Consiglio: ci sono 8094 istituzioni scolastiche statali, che comprendono 40749 sedi distaccate o plessi che a loro volta ospitano 901.052 bambini di scuola dell’infanzia suddivisi in 42258 sezioni, 2.443.092 scolari di scuola primaria ‘spalmati’ su 128.143 classi, 1.628.889 alunni della secondaria di primo grado in 77.976 classi di scuola media e  2.626.226 alunni della secondaria di secondo grado in 121.392 classi di scuole superiore. In totale una popolazione scolastica di 7.559.259 alunni di cui 259.757 affetti da una disabilità certificata, ospitati in 369.769 classi.

La disponibilità organica dei docenti è di 684.880 impegnati su posti comuni e 150.609 su posti di sostegno. Senza contare gli 866.805 alunni che frequentano le scuole paritarie, troppo spesso dimenticate nelle statistiche e nei conteggi, che fanno invece parte a pieno titolo del sistema pubblico di istruzione. L’ipotesi di riapertura graduale sopra citata, secondo il piano Draghi riguarda dunque una fetta consistente dell’utenza scolastica. Il permanere della DAD per le secondarie superiori non è una scelta didattica ma ‘necessitata’, considerato il quadro epidemiologico attuale in particolare rapporto al problema del trasporto degli studenti e dei conseguenti assembramenti che ne derivano. Un sistema scolastico “corposo” come quello numericamente descritto richiede una pianificazione razionale e programmata delle riaperture.  Mascherine, distanziamenti e lavaggio delle mani, sanificazione degli ambienti, piano vaccinale dei docenti e del personale sono prassi già metabolizzate dal sistema.

L’ipotesi di un tracciamento a mezzo tamponi degli alunni ammessi al rientro a scuola comporta una valutazione rigorosa del contesto, degli operatori incaricati ad effettuarlo, dell’età dei minori coinvolti che comporta cautele particolari e procedure non invasive anche sul piano emotivo, del tempo necessario nell’economia della didattica in presenza, degli spazi disponibili. Non dimentichiamo che la  scuola è un contesto di apprendimento non un ambulatorio sanitario e neppure un luogo di mera assistenza custodiale.

C’è molta attesa nelle famiglie, nei docenti, nei Dirigenti Scolastici e anche presso gli alunni dei gradi di istruzione interessati alla ripartenza, già dai “piccoli” della scuola dell’infanzia a cui farà piacere rivedere le loro maestre. Per età e condizioni oggettive sul piano organizzativo, per la frequentazione di ambienti extrascolastici, dal secondo anno della secondaria inferiore fino all’ultimo di quella superiore, il progetto prevede la prosecuzione per ora della DAD: scelta che ha già posto la questione degli esami di fine anno, delle modalità di svolgimento, della qualità didattica delle prove e dei loro esiti in ordine alla considerazione docimologica dei periodi di assenza fisica dalle aule.

I bambini e i ragazzi- che pure hanno vissuto con buona volontà la fase della didattica a distanza vanno tuttavia esprimendo la consapevolezza  della insostituibilità del rapporto umano diretto, non mediato dalle tecnologie. Isolati davanti allo schermo metabolizzano una condizione di solitudine e di disagio.

Forse questa è la grande lezione che la DaD ha offerto: apparati, mezzi tecnici, strumentazioni digitali devono integrare con la didattica cd. tradizionale ma non possono sostituire l’empatia di una relazione vissuta de visu, in presenza. Per coloro che rientrano e per chi resta a casa collegato a mezzo PC c’è il pericolo che ai protocolli di profilassi sanitaria si aggiunga una presenza ipertrofica della burocrazia amministrativa: ciò vale per le regole che arriveranno dal “centro” (il Ministero) alle quali si aggiungeranno le minuziose e dettagliate indicazioni delle circolari e delle disposizioni delle scuole dell’autonomia, forse necessarie ma che inevitabilmente possono condizionare in senso negativo il “clima scolastico” che rischia di diventare irreggimentato per tutti (alunni, docenti, famiglie). La semplificazione delle procedure burocratiche non impoverisce la scuola ma libera il suo potenziale creativo.

La soluzione è sui banchi della scuola di oggi: le generazioni future hanno il diritto ad una formazione aggiornata agli sviluppi della scienza e a tale sviluppo potranno concorrere, con l’istruzione, la cultura, la ricerca. I vaccini del futuro saranno prodotti dagli studenti di oggi: non dimentichiamolo.

Dobbiamo investire sulla scuola perché contiene “in nuce” il nostro futuro: il fiume carsico della vita passa da qui.

 

Dalla democrazia all’elitocrazia

In una recente pubblicazione (Libertà Inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana. Edizioni UTET, 2021), Gianfranco Pasquino con le sue riflessioni sempre puntuali, attente e ragionate sostiene che la democrazia nasce con i partiti e risente logicamente in negativo del declino di questi ultimi.

Un’affermazione vera e cruda se si analizza la situazione politica italiana (ma non solo). E pur tuttavia, occorre andare anche oltre questa constatazione per arrivare alle radici della crisi politica, economica e sociale (oltre che sanitaria) che avvolge l’Italia da oltre tre lustri.
Ha ragione il Prof. Pasquino quando sostiene che è “Illusorio credere che la democrazia italiana variamente intesa e praticata dai protagonisti potesse essere rinnovata attraverso cambiamenti particolaristici e episodici nelle regole, nei meccanismi, nelle strutture costituzionali. Attraverso una serie di riflessioni e considerazioni tutt’altro che lineari e assolutamente prive di riscontri comparati, furono alcuni politici e alcuni studiosi collocati nel centro-sinistra a segnalarsi nella ricerca alquanto confusa delle modalità per giungere alla democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza, ritenuta semplicisticamente la democrazia migliore.”

Ed invece, nel corso di questi ultimi lunghi anni non solo si è sperimentato che questo tipo di democrazia (quella maggioritaria) ha fallito non soltanto in termini di governabilità, ma anche (cosa più grave) in termini di rappresentatività della classe politica a tutti i livelli.
Nell’ormai lontano 1989, al convegno nazionale di Chianciano Terme dell’Area Zac, Guido Bodrato mise in guardia l’allora sinistra democristiana, ma tutti i cattolici democratici, dal rischio di perseguire un sistema politico maggioritario che di fatto annullava o, meglio, forzava le diverse sensibilità politiche in funzione della costituzione di cartelli elettorali per la semplice conquista del potere.

Infatti, la democrazia maggioritaria (ormai è sperimentato senza possibilità di smentita) favorisce le élites, gli apparati di partito, le decisioni prese al di sopra del corpo elettorale.
Ma tutto questo ha un senso logico in questa visione della democrazia: l’abbraccio mortale dei partiti con il sistema economico liberista. Quest’ultimo infatti, per continuare a perpetuarsi secondo la legge del profitto, ha bisogno di creare piccoli gruppi politici che prendano decisioni al di sopra della volontà popolare; ha bisogno della cultura dell’individualismo politico (leaderismo) contro organismi sociali intermedi che si associano per incidere sulle scelte politiche fondamentali; ha bisogno, in sostanza, di instillare nell’individuo il suo egocentrismo come motore di una condizione privatistica proiettata verso l’utile personale e non sociale.

A questa pseudo cultura liberista si sono associati tutti: il centrodestra per ovvie ragioni di convenienza, ma anche buona parte della sinistra storica e del cattolicesimo democratico.
Tutto questo ha portato ad una realtà secondo la quale le idee ed i valori non contano più in politica: quello che conta sono i tatticismi, gli escamotage per mettere in difficoltà l’avversario, il perseguire continuamente l’uso del potere come leva per acquisire ancora la maggior parte di quel residuo popolo che va ancora a votare.

Ma non durerà tanto a lungo: dopo l’ebbrezza dei 5S, dopo la crisi di questo sistema dei partiti e dopo questa crisi sanitaria, non è chiromantico immaginare un nuovo ordine democratico che partirà dal basso, ossia da quella società che Aldo Moro immaginava farsi Stato per poi ritornare alla società in funzione dei nuovi bisogni.

Milano: una nuova fase per i quartieri di Lorenteggio e Giambellino

mportanti risorse economiche, fino a 100 milioni di euro, a favore di interventi di rigenerazione del tessuto abitativo, sociale e ambientale nei quartieri Lorenteggio e Giambellino potrebbero arrivare dal Governo grazie alla partecipazione del Comune di Milano al Bando del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nell’ambito del “Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare (PINQua).

Con questa finalità la Giunta ha approvato la proposta relativa al progetto pilota “Milano, metropoli di quartieri. Infrastruttura per l’abitabilità nei quartieri della città pubblica” che mette in stretta connessione una serie di progetti già previsti nei due quartieri del quadrante sud-ovest della città.

Le finalità del progetto che concorrerà al Bando ministeriale riguardano la rigenerazione del tessuto abitativo di quartieri connotati da profili di disagio abitativo e socioeconomico, la riqualificazione e la riorganizzazione del patrimonio edilizio esistente destinato all’edilizia residenziale sociale, una capillare trasformazione della rete di spazi pubblici che muove dalla prossima entrata in esercizio della nuova linea della metropolitana M4 che attraversa ed innerva l’ambito interessato, l’incremento della qualità dell’ambiente naturale.

“Milano ha in questi anni consolidato una strategia chiara sui finanziamenti ministeriali – dichiara l’assessore all’Urbanistica e Verde Pierfrancesco Maran – concentrandoli in alcune zone, come appunto Giambellino e Lorenteggio. Sommandosi possono fare la differenza e cambiare radicalmente alcuni quartieri così importanti della nostra città. È una doppia sfida: di qualità dell’abitare a favore dei residenti e di sostenibilità ambientale per tutta la comunità milanese”.

Nel dettaglio la proposta riguarda dieci progetti. Per i primi sette si richiede il finanziamento governativo e riguardano:

  • demolizione e ricostruzione integrale degli edifici di edilizia residenziale pubblica di via dei Giaggioli 7/9/11 ed opere connesse (48 milioni);
  • sistemazioni superficiali Linea M4 tratta Ovest (20 milioni);
  • sistemazioni superficiali Linea M4 tratta Centro (23,5 milioni);
  • sistemazioni superficiali Linea M4 zona San Cristoforo, area sbarco passerella e collegamento ciclopedonale (2,8 milioni);
  • masterplan MUST: riqualificazione di via Olona e della pista ciclabile Olona-Modestino-Solari (850.000 euro);
  • piano dei Trasporti Linea Circolare 90-91 – Sede riservata da piazza Zavattari a piazza Stuparich (3,5 milioni);
  • nuova Biblioteca Lorenteggio (1,35 milioni). Il progetto è il risultato del Concorso Internazionale di Progettazione indetto nel novembre 2017 nell’ambito del Piano Periferie e darà vita a una biblioteca di nuova concezione in grado di coniugare le tradizionali funzioni di supporto allo studio e alla lettura con una grande apertura al territorio, mettendo a disposizione laboratori e spazi di partecipazione attiva per tutto il quartiere.

Per le case popolari di via dei Giaggioli 7/9/11 – 210 ‘case minime’ costruite nel Dopoguerra per i senzatetto – il progetto prevede una ristrutturazione completa. I sei edifici (raggruppati su tre stecche gemelle) verranno abbattuti e ricostruiti con una soluzione tecnologicamente avanzata di prefabbricazione per sei piani fuori terra più uno interrato: in particolare pilastri, solai, travi, facciate e pareti verticali verranno realizzati ‘off-site’, cioè altrove, e in seguito assemblati e montati in cantiere. Il modulo di progetto previsto è un bilocale, che può facilmente, attraverso lo spostamento di pochi elementi costruttivi e quindi la combinazione del modulo base, diventare monolocale o al contrario tri o quadrilocale, a seconda delle esigenze abitative. Una soluzione vantaggiosa in termini sia economici sia prestazionali, che garantisce, oltre all’efficienza energetica, sicurezza, facilità di manutenzione e suo mantenimento nel tempo.

“È l’occasione – spiega l’assessore alle Politiche sociali e abitative Gabriele Rabaiotti – per realizzare le case popolari di domani. Edifici semplici ma di qualità, efficienti dal punto di vista energetico, accessibili e facilmente riconfigurabili nella loro composizione, grazie all’adozione del modulo di progetto: i locali possono diventare il doppio o la metà a seconda delle necessità delle famiglie. Il progetto prevede una tecnologia ‘off-site’, ovvero una prefabbricazione intelligente, in cui il cantiere viene dedicato solo all’assemblaggio e al montaggio: un’attività rapida, in sicurezza, a basso impatto ambientale, con disagi ridotti al minimo. Questa proposta, infine, amplifica l’operazione già in essere di riqualificazione dell’area Giambellino-Lorenteggio, aggiungendo risorse e opportunità di sviluppo in questo quartiere popolare”.

La qualità dell’abitare passa necessariamente anche da interventi sullo spazio pubblico. Per questo i progetti di edilizia residenziale pubblica sono stati abbinati a quelli di riqualificazione di strade, piazze, marciapiedi, ciclabili e spazi verdi, con l’obiettivo di aumentare lo spazio fruibile e più accessibile per tutti, più sicuro per gli utenti della strada a partire da pedoni, famiglie e ciclisti.

“La strategia è quella di connettere tra loro i quartieri della parte ovest di Milano valorizzando gli spazi di strade e piazze interessate dalla linea M4 – continua l’assessore alla Mobilità Marco Granelli – realizzando così un percorso di qualità dove lo spazio pubblico aiuta a migliorare la qualità dei quartieri e di chi ci abita. Un percorso che unisce questi luoghi anche con il centro della città, a partire da piazza San Babila, lungo la Cerchia dei Navigli, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, le vie Solari, Foppa, Lorenteggio, le piazze Frattini e Gelsomini, fino a piazza Tirana e Ronchetto sul Naviglio. Se la M4 permetterà di spostarsi più velocemente dal centro della città ai quartieri viaggiando sottoterra, in superficie lo spazio diventa più vivibile realizzando uno spazio rigenerato e di qualità per tutti”.

Altri tre interventi formano un quadro sinergico complessivo del Progetto, pur non essendo oggetto di richiesta di finanziamento ministeriale perché già finanziati integralmente con risorse proprie o altre fonti statali o europee:

  • riqualificazione ambientale del quartiere Lorenteggio: nuovo verde attrezzato in via Giambellino 129.  Si tratta di un’area di 27mila mq, per lungo tempo abbandonata che, dopo un intervento di bonifica, verrà trasformata in un parco culturale incentrato sulla relazione tra uomo e natura nell’ambito del progetto europeo Clever Cities;
  • itinerario ciclabile piazza Napoli-Giambellino;
  • Scuola media di via Strozzi 11 (Zona 6): ricostruzione dell’edificio scolastico.

La proposta verrà presentata al Ministero, per essere successivamente sottoposta alla valutazione di finanziamento, entro il 15 aprile.

Tutte le nomination agli Oscar 2021. Domina Netflix con 35 candidature

La e la 93esima edizione si terrà il 25 aprile, con un ritardo di circa di due mesi rispetto alle usuali date di fine febbraio.

Ottime notizie per il cinema italiano, considerando come il nostro Paese sia riuscito a portare a casa ben tre nomination. In gara per gli Oscar 2021 Laura Pausini e “Pinocchio” di Matteo Garrone con due nomination.

E’ Netflix a dominare le nomination con 35 candidature dei suoi prodotti originali per la corsa alla statuetta d’oro dell’Academy Award.

Il film ad aver ottenuto il maggior numero di nomination in questa edizione è “Mank”, che ne ha conquistate ben 10. Per la prima volta nella storia degli Academy Awards si registra inoltre la doppia nomination in contemporanea di due registe. Si tratta di Chloe Zhao ed Emerald Fennell. Le due sono in concorso per “Nomadland” e “Promising Young Woman”.

Queste tutte le candidature

Miglior film “The Father” “Judas and the Black Messiah” “Minari” “Nomadland” “Promising Young Woman” “Sound of Metal” “The Trial of the Chicago 7” “Mank”

Miglior regia Chloe Zhao, “Nomadland” David Fincher, “Mank” Lee Isaac Chung, “Minari” Emerald Fennell, “Promising Young Woman” Thomas Vinterberg, “Another Round”

Miglior attore protagonista Riz Ahmed, “Sound of Metal” Chadwick Boseman, “Ma Rainey’s Black Bottom” Anthony Hopkins, “The Father” Gary Oldman, “Mank” Steven Yeun, “Minari”

Miglior attrice protagonista Viola Davis, “Ma Rainey’s Black Bottom” Andra Day in “The United States vs Billie Holiday” Vanessa Kirby, “Pieces of a Woman” Frances McDormand, “Nomadland” Carey Mulligan, “Promising Young Woman”

Miglior attrice non protagonista: Maria Bakalova, “Borat 2” Glenn Close, “Hillbilly Elegy” Olivia Colman, “The Father” Amanda Seyfried, “Mank” Yuh-Jung Youn, “Minari”

Miglior attore non protagonista Sacha Baron Cohen, The Trial of the Chicago 7 Daniel Kaluuya, “Judas and the Black Messiah” Leslie Odom, Jr., “One Night in Miami” Paul Raci, “Sound of Metal” LaKeith Stanfield, “Judas and the Black Messiah”

Miglior film straniero “Drunk” (Danimarca, Paesi Bassi, Svezia) “Shao Nian De Ni” (Hong Kong) “Collective” (Romania) “The Man Who Sold His Skin” (Tunisia) “Quo Vadis, Aida?” (Bosnia)

Miglior film d’animazione Onward Over the Moon A Shaun Sheep Movie: Farmageddon Soul Wolfwalkers

Miglior corto d’animazione Burrow Genius Loci If Anything Happens I Love You Opera Yes-People

Miglior sceneggiatura originale Judas and the Black Messiah Minari Una donna promettente Sound of Metal Il processo ai Chicago 7

Miglior sceneggiatura non originale Borat Subsequent Moviefilm The Father Nomadland One Night in Miami The White Tiger

Miglior colonna sonora originale Da 5 Bloods Mank Minari Notizie dal mondo Soul

Miglior canzone originale Fight for You (Judas and the Black Messiah) Hear My Voice (Il processo ai Chicago 7) Húsavík (Eurovision Song Contest) Io Sì (Seen) (La vita davanti a sé) Speak Now (One Night in Miami)

Miglior montaggio The Father Nomadland Promising Young Woman Sound of Metal Il processo ai Chicago 7

Miglior fotografia Judas and the Black Messiah Mank Notizie dal mondo Nomadland Il processo ai Chicago 7

Miglior scenografia The Father Ma Rainey’s Black Bottom Mank Notizie dal mondo Tenet

Miglior costumi Emma Mank Ma Rainey’s Black Bottom Mulan Pinocchio Migliori effetti speciali Love and Monsters The Midnight Sky Mulan The One and Only Ivan Tenet

Miglior trucco Emma Elegia americana Ma Rainey’s Black Bottom Mank Pinocchio

Miglior sonoro Greyhound Mank Notizie dal mondo Sound of Metal Soul

Miglior cortometraggio Feeling Through The Letter Room The Present Two Distant Strangers White Eye

Miglior corto documentario Colette A Concierto is a Conversation Do Not Split Hunger Ward A Love Song for Latasha

Miglior documentario Collective Crip Camp The Mole Agent MY Octopus Teacher Time Chi guida le nomination 10 nominations – Mank 6 – The Father 6 – Judas and the Black Messiah 6 – Minari 6 – Nomadland 6 – Sound of Metal 6 – The Trial of the Chicago 7

Il Covid può ancora colpire 50 milioni di persone

Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, ospite di ‘Buongiorno’ a Sky Tg 24 ha detto che: “Il virus può ancora circolare, ci sono ancora 50 milioni di persone che il virus può colpire. E lo vediamo con le varianti che possono colpire anche i soggetti più giovani. L’unica opzione è la vaccinazione da fare in più fretta possibile per tenere a bada le varianti”.

“Stiamo abbassando la curva dei contagi, c’è una riduzione della pressione sul servizio sanitario in tutte le regioni, purtroppo è ancora troppo alto il numero dei decessi. Ma abbiamo imparato dalle altre due ondate che il primo parametro che migliora è quello dei contagi e poi a seguire gli aspetti più tristi conseguenti alla malattia”.

Ora è importante proseguire con i vaccini, infatti secondo il virologo: “I vaccini evitano la malattia, soprattutto quella grave, ma studi ad hoc dimostrano che i vaccini hanno anche la capacità possibilità di sterilizzare la persona che si vaccina e impedire in gran parte di contagiare gli altri. E’ un elemento importante che ci aspettavamo, mancava l’oggettività del dato scientifico che si sta acquisendo grazie agli studi e all’applicazione su grande scala di queste vaccinazioni”.

Pd, le correnti non si sciolgono per decreto.

È antico, se non addirittura vecchio, il dibattito sul rapporto tra le correnti e il partito. O meglio, il  ruolo, sempre difficile e complesso, delle correnti nei rispettivi partiti di riferimento. Certo, non si  può fare di ogni erba un fascio. Le correnti sono organizzate diversamente a seconda di come è  modellato il partito nelle diverse fasi storiche. E, soprattuto, riflette il modello, la natura e il profilo  del partito. Al riguardo, ci sono due modelli profondamente diversi del rapporto tra le correnti e il  rispettivo partito, frutto di due stagioni storiche e politiche molto diverse tra di loro.

Il modello  della Dc e quello del Pd. Se nella Dc, salvo le eccezioni che esistevano – eccome se esistevano –  le correnti erano espressione di pezzi di società ed erano, di norma, guidate da autorevoli leader  politici e riconosciuti statisti, nella esperienza del Pd si tratta prevalentemente di gruppi, sotto  gruppi, correnti e bande varie che rispondono a logiche di mera redistribuzione del potere interno  al partito e nelle istituzioni. A livello nazionale come a livello locale. Due modelli profondamente  diversi che rispondono, appunto, a concezioni alternative su come praticare il pluralismo politico e  culturale nei rispettivi partiti. È persin ovvio ricordare che nella Dc – perchè la storia della Dc è  anche e soprattutto la storia delle sue correnti – il confronto interno era politicamente e  culturalmente molto ricco e profondo. E le scelte politiche di fondo, se non addirittura il progetto  politico del partito, erano il frutto e la conseguenza del dibattito tra le diverse correnti e discusse  negli appositi organismi di partito. Insomma, le correnti erano “correnti di idee” e non solo  “correnti di potere”. Al netto, come ovvio, delle eccezioni che prosperavano alla vigilia dei vari  congressi: nazionali e locali.  

Radicalmente diversa la geografia politica nel Pd, sempre per fermarsi a questi due grandi partiti.  È inutile, al riguardo, affrontare il capitolo dei partiti “personali” o del “capo” dove, di fatto, il  dibattito è semplicemente azzerato perchè tutto è riconducibile, appunto, al verbo del capo. Ma,  per ritornare al Pd – e pur senza farsi incantare dalle dichiarazioni ormai stranote di Zingaretti sulle  correnti, erede della tradizione del “centralismo democratico” di stretta osservanza comunista – è  del tutto evidente che si tratta di correnti che esulano da qualunque valenza politica e culturale e  sono lo strumento, come del resto sanno quasi tutti, decisivo per la conta e la redistribuzione del  potere. E ciò per due semplici motivi: si tratta di correnti prive di una identità politica e culturale  definita da un lato e, soprattutto, non rappresentano pezzi di società e non sono espressione di  mondi vitali e di aree sociali dall’altro. E questo perchè il modello politico ed organizzativo del  partito è un altro. E cioè, il frutto di criteri basati esclusivamente sulle tessere o sul peso registrato  durante le fantomatiche “primarie”. 

Ma, al di là dei confronti storici, quello che mi preme sottolineare è che la guerra lanciata alle  correnti da parte del segretario del Pd Letta se non si vuole ridurre ad una mera esortazione  propagandistica per poi ridursi a giocare un ruolo puramente notarile delle correnti esistenti, deve  essere in grado di innescare una iniziativa che sia in grado di modificare profondamente e  radicalmente il modello organizzativo e il profilo politico del partito stesso. Prova ne sia che in  questi pochi giorni dopo l’arrivo del nuovo segretario si sono già annunciate pubblicamente la  formazione di altre due correnti – pardon, “aree politiche e culturali” – che si vanno ad aggiungere  alle altre, di cui si è perso ormai il conto. E cioè, quella di Marcucci e quella di Bettini.  

Siamo certi che la nuova segreteria, sempre che mantenga fede a ciò che ha proclamato, saprà  arginare la proliferazione di nuove ed infinite “correnti di potere” a vantaggio, semmai, delle  tradizionali “correnti di pensiero” per garantire, comunque sia, il necessario ed indispensabile  pluralismo politico e culturale interno. E questo dovrà essere il frutto di precise e definite scelte  politiche. Anche perchè, come ovvio e forse persin scontato, le correnti non si possono, di norma,  sciogliere per solo decreto. 

Urbi et Orbi, il Papa: “frenare la corsa a nuovi armamenti”

Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua! Buona, Santa e serena Pasqua!

Oggi riecheggia in ogni parte del mondo l’annuncio della Chiesa: “Gesù, il crocifisso, è risorto, come aveva detto. Alleluia”.

L’annuncio di Pasqua non mostra un miraggio, non rivela una formula magica, non indica una via di fuga di fronte alla difficile situazione che stiamo attraversando. La pandemia è ancora in pieno corso; la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri; malgrado questo – ed è scandaloso – non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E questo è lo scandalo di oggi.

Di fronte, o meglio, in mezzo a questa realtà complessa, l’annuncio di Pasqua racchiude in poche parole un avvenimento che dona la speranza che non delude: “Gesù, il crocifisso, è risorto”. Non ci parla di angeli o di fantasmi, ma di un uomo, un uomo in carne e ossa, con un volto e un nome: Gesù. Il Vangelo attesta che questo Gesù, crocifisso sotto Ponzio Pilato per aver detto di essere il Cristo, il Figlio di Dio, il terzo giorno è risorto, secondo le Scritture e come Egli stesso aveva predetto ai suoi discepoli.

Il crocifisso, non un altro, è risorto. Dio Padre ha risuscitato il suo Figlio Gesù perché ha compiuto fino in fondo la sua volontà di salvezza: ha preso su di sé la nostra debolezza, le nostre infermità, la nostra stessa morte; ha patito i nostri dolori, ha portato il peso delle nostre iniquità. Per questo Dio Padre lo ha esaltato e ora Gesù Cristo vive per sempre, e Lui è il Signore.

I testimoni riferiscono un particolare importante: Gesù risorto porta impresse le piaghe delle mani, dei piedi e del costato. Queste piaghe sono il sigillo perenne del suo amore per noi. Chiunque soffre una dura prova, nel corpo e nello spirito, può trovare rifugio in queste piaghe, ricevere attraverso di esse la grazia della speranza che non delude.

Cristo risorto è speranza per quanti soffrono ancora a causa della pandemia, per i malati e per chi ha perso una persona cara. Il Signore dia loro conforto e sostenga le fatiche di medici e infermieri. Tutti, soprattutto le persone più fragili, hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie. Ciò è ancora più evidente in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia e i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta. Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, esorto pertanto l’intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri.

Il Crocifisso Risorto è conforto per quanti hanno perso il lavoro o attraversano gravi difficoltà economiche e sono privi di adeguate tutele sociali. Il Signore ispiri l’agire delle autorità pubbliche perché a tutti, specialmente alle famiglie più bisognose, siano offerti gli aiuti necessari a un adeguato sostentamento. La pandemia ha purtroppo aumentato drammaticamente il numero dei poveri e la disperazione di migliaia di persone.

«Occorre che i poveri di tutti i tipi riprendano a sperare», diceva san Giovanni Paolo II nel suo viaggio ad Haiti. E proprio al caro popolo haitiano va in questo giorno il mio pensiero e il mio incoraggiamento, perché non sia sopraffatto dalle difficoltà, ma guardi al futuro con fiducia e speranza. E io direi che va specialmente il mio pensiero a voi, carissime sorelle e fratelli haitiani: vi sono vicino, sono vicino a voi e vorrei che i problemi si risolvessero definitivamente per voi. Prego per questo, cari fratelli e sorelle haitiani.

Gesù risorto è speranza pure per tanti giovani che sono stati costretti a trascorrere lunghi periodi senza frequentare la scuola o l’università e condividere il tempo con gli amici. Tutti abbiamo bisogno di vivere relazioni umane reali e non solamente virtuali, specialmente nell’età in cui si forma il carattere e la personalità. Lo abbiamo sentito venerdì scorso nella Via crucis dei bambini. Sono vicino ai giovani di tutto il mondo e, in quest’ora, specialmente a quelli del Myanmar, che si impegnano per la democrazia, facendo sentire pacificamente la propria voce, consapevoli che l’odio può essere dissipato solo dall’amore.

La luce del Risorto sia fonte di rinascita per i migranti, in fuga da guerra e miseria. Nei loro volti riconosciamo il volto sfigurato e sofferente del Signore che sale al Calvario. Non manchino loro segni concreti di solidarietà e di fraternità umana, pegno della vittoria della vita sulla morte che celebriamo in questo giorno. Ringrazio i Paesi che accolgono con generosità i sofferenti che cercano rifugio, specialmente il Libano e la Giordania, che ospitano moltissimi profughi fuggiti dal conflitto siriano.

Il popolo libanese, che sta attraversando un periodo di difficoltà e incertezze, sperimenti la consolazione del Signore risorto e sia sostenuto dalla Comunità internazionale nella propria vocazione ad essere una terra di incontro, convivenza e pluralismo.

Cristo nostra pace faccia finalmente cessare il fragore delle armi nell’amata e martoriata Siria, dove milioni di persone vivono ormai in condizioni disumane, come pure in Yemen, le cui vicende sono circondate da un silenzio assordante e scandaloso, e in Libia, dove si intravvede finalmente la via di uscita da un decennio di contese e di scontri cruenti. Tutte le parti coinvolte si impegnino effettivamente per far cessare i conflitti e consentire a popoli stremati dalla guerra di vivere in pace e di avviare la ricostruzione dei rispettivi Paesi.

La Risurrezione ci porta naturalmente a Gerusalemme. Per essa imploriamo dal Signore pace e sicurezza (cfr Sal 122), perché risponda alla chiamata ad essere luogo di incontro dove tutti possano sentirsi fratelli, e dove Israeliani e Palestinesi ritrovino la forza del dialogo per raggiungere una soluzione stabile, che veda due Stati vivere fianco a fianco in pace e prosperità.

In questo giorno di festa, il mio pensiero torna pure all’Iraq, che ho avuto la gioia di visitare il mese scorso, e che prego possa continuare il cammino di pacificazione intrapreso, perché si realizzi il sogno di Dio di una famiglia umana ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli.

La forza del Risorto sostenga le popolazioni africane che vedono il proprio avvenire compromesso da violenze interne e dal terrorismo internazionale, specialmente nel Sahel e in Nigeria, come pure nella regione del Tigray e di Cabo Delgado. Continuino gli sforzi per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, nel rispetto dei diritti umani e della sacralità della vita, con un dialogo fraterno e costruttivo in spirito di riconciliazione e di solidarietà fattiva.

Troppe guerre e troppe violenze ci sono ancora nel mondo! Il Signore, che è la nostra pace, ci aiuti a vincere la mentalità della guerra. Conceda a quanti sono prigionieri nei conflitti, specialmente nell’Ucraina orientale e nel Nagorno-Karabakh, di ritornare sani e salvi alle proprie famiglie, e ispiri i governanti di tutto il mondo a frenare la corsa a nuovi armamenti. Oggi, 4 aprile, ricorre la Giornata mondiale contro le mine antiuomo, subdoli e orribili ordigni che uccidono o mutilano ogni anno molte persone innocenti e impediscono all’umanità di «camminare assieme sui sentieri della vita, senza temere le insidie di distruzione e di morte». Come sarebbe meglio un mondo senza questi strumenti di morte!

Cari fratelli e sorelle, anche quest’anno, in diversi luoghi, molti cristiani hanno celebrato la Pasqua con forti limitazioni e, talvolta, senza nemmeno poter accedere alle celebrazioni liturgiche. Preghiamo che tali limitazioni, come ogni limitazione alla libertà di culto e di religione nel mondo, possano essere rimosse e a ciascuno sia consentito di pregare e lodare Dio liberamente.

Tra le molteplici difficoltà che stiamo attraversando, non dimentichiamo mai che noi siamo sanati dalle piaghe di Cristo (cfr 1 Pt 2,24). Alla luce del Risorto le nostre sofferenze sono trasfigurate. Dove c’era morte ora c’è vita, dove c’era lutto, ora c’è consolazione. Nell’abbracciare la Croce Gesù ha dato senso alle nostre sofferenze e ora preghiamo che gli effetti benefici di questa guarigione si espandano in tutto il mondo. Buona, Santa e serena Pasqua!

Decreto Sostegni e contributi a fondo perduto

Il decreto Sostegni riconosce un contributo a fondo perduto per alcuni particolari categorie colpite dalle restrizioni decise durante l’emergenza Covid.

Il nuovo contributo a fondo perduto può essere richiesto dai soggetti esercenti attività d’impresa, arte e professione e di reddito agrario, titolari di partita Iva residenti o stabiliti nel Territorio dello Stato.

I requisiti per avere il bonus del decreto Sostegni sono due. Il primo consiste nell’aver conseguito nel 2019 ricavi o compensi non superiori a 10 milioni di euro.

La seconda condizione è che l’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 sia inferiore almeno del 30% rispetto all’ammontare medio mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2019. Sono esclusi dunque tutti coloro che non posseggono questo requisito.

Il contributo non spetta ai soggetti che hanno aperto la partita IVA dopo il 23 marzo 2021.

Il bonus non è previsto nemmeno per i soggetti la cui attività risulti cessata alla data del 23 marzo 2021.

Il nuovo bonus a fondo perduto potrà essere richiesto compilando online un modulo da presentare non oltre il 28 maggio 2021, sempre via web.

 

Covid: “oltre 10 milioni di italiani a rischio povertà”

Sono oltre 10,4 milioni gli italiani a rischio povertà: tra i 4 milioni di disoccupati e i 6,3 milioni di occupati ma in situazioni instabili o economicamente deboli, il numero degli italiani che non ce la fa, in piena emergenza Covid, è assai vasto e in crescita. Il dato, calcolato dal Centro studi di Unimpresa, si riferisce a fine 2020 e conta oltre 1,2 milioni di soggetti in più rispetto a un’analoga rilevazione relativa al 2015, con una crescita significativa del 13%.

La crisi economica innescata dall’emergenza sanitaria ha contribuito, dunque, a estendere il perimetro delle persone in difficoltà con l’area di disagio ancora più ampia: ai 4,1 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (776mila persone) sia quelli a orario pieno (1,9 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (711mila), i collaboratori (225mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,7 milioni).

Questo gruppo di persone occupate – ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute – ammonta complessivamente a 6,3 milioni di unità: in condizioni precarie o economicamente deboli, contribuiscono a estendere la platea degli italiani in crisi, che vivono sull’orlo del baratro, sempre più vicini alla povertà. </p><p>”Per evitare che questa area di disagio sociale cresca ancora di più, bisogna andare ben oltre quei 32 miliardi di euro stanziati col decreto Sostegni, che non bastano, e questo il governo di Mario Draghi deve capirlo rapidamente: la nostra sensazione è che, nonostante l’indiscussa competenza delle figure chiamate a ricoprire gli incarichi più alti in questo esecutivo, non ci sia il necessario contatto con la realtà”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Salvo Politino.

“C’è un fattore tempo che è fondamentale: lo scostamento di bilancio era stato approvato a dicembre, il decreto che stanzia quei fondi è del 19 marzo e i primi bonifici, assicura il governo, dovrebbero arrivare intorno alla metà di aprile. Vuol dire oltre 100 giorni per un pacchetto di aiuti che, in ogni caso, risponde solo parzialmente alle drammatiche esigenze che stiamo affrontando”, aggiunge il vicepresidente di Unimpresa, secondo il quale “occorre mettere le imprese in condizione di trattenere i lavoratori e di tornare a crescere per assumere, solo così non avremo più poveri nel nostro Paese”.

Secondo il Centro studi dell’associazione, che ha elaborato dati dell’Istat relativi al 2020, l’area di disagio sociale in Italia comprende 10 milioni e 406mila persone. Il dato è superiore al quello di un’analoga rivelazione del 2015, quando il totale degli italiani in difficoltà si era attestato a quota 9,2 milioni. Più nel dettaglio, si tratta di 4 milioni e 8mila disoccupati a cui vanno aggiunti 6 milioni e 398mila occupati in situazioni critiche.

Per quanto riguarda 4 milioni e 8mila disoccupati, gli ex occupati sono 1 milione e 127mila, gli ex inattivi 571mila, i soggetti senza esperienza di lavoro 2 milioni e 310mila. Quanto ai 6 milioni e 398mila occupati considerati in condizione precarie o economicamente deboli, si tratta di 776mila soggetti con contratti di lavoro a termine part-time, 1 milione e 955mila persone con contratti a tempo determinato full-time, 2 milioni e 731mila addetti con contratti a tempo indeterminato part-time involontario, 225mila soggetti con semplici contratti di collaborazione e 711mila autonomi part-time.

Buona Pasqua 2021

È risorto: il capo santo
più non posa nel sudario
è risorto: dall’un canto
dell’ avello solitario
sta il coperchio rovesciato:
come un forte inebbriato,
il Signor si risvegliò.
Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
fean lamento in su l’Ucciso;
ecco tutta di Sionne
si commosse la pendice
e la scolta insultatrice
di spavento tramortì.
Un estranio giovinetto
si posò sul monumento:
era folgore l’aspetto
era neve il vestimento:
alla mesta che ‘l richiese
dié risposta quel cortese:
è risorto; non è qui.

Resurrezione (Alessandro Manzoni)

Come quelli che hanno speranza

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

In che cosa possiamo sperare? Se la Pasqua è la festa della gioia perché la speranza si è avverata, qual è, oggi, la nostra speranza? Su che cosa è fondata? Il cristiano sa che la domanda va corretta, passando dal “cosa” al “chi”: Cristo è la nostra speranza. È difficile sperare, sempre. Oggi è ancora più difficile dopo oltre un anno di pandemia planetaria. Lo ha riconosciuto il Papa all’Angelus del 28 marzo: «L’anno scorso eravamo più scioccati, quest’anno siamo più provati». Questa grande “prova” ha fatto emergere, come ogni crisi, la verità della fragilità umana, come Francesco aveva già intuito nella Statio Orbis del 27 marzo 2020. E come Kierkegaard già affermava oltre 170 anni fa nel suo saggio La malattia mortale: «Se talvolta l’esistenza aiuta con orrori che eccedono la saggezza pappagallesca dell’esperienza triviale, il conformismo dispera, cioè, diventa allora manifesto che era disperazione».

Di fronte all’eccedenza dell’orrore, della paura causata dall’imprevisto che sconvolge l’ordine consuetudinario, il conformista crolla, dispera e ammutolisce. Non così per i cristiani che sono nel mondo ma non del mondo e vivono pronti a rispondere della speranza che è in loro (1Pt 3, 15) e quindi, scrive Paolo, non possono continuare ad affliggersi «come gli altri che non hanno speranza» (1Ts 4, 13). E allora oggi, rispetto ai morti che contiamo ogni giorno a migliaia nel mondo, qual è questa speranza? Essa si trova, come sempre, nella parola di Gesù che così risponde alla notizia della malattia dell’amico Lazzaro: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio» (Gv 11, 4). La parola “gloria”, gli esegeti potrebbero spiegarlo dettagliatamente, non va letta in termini trionfalistici, non vuol dire che Dio magicamente farà sparire la pandemia, perché, ricorda con acuta profondità Dietrich Bonhoeffer: «Dio non ci salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza; non ci protegge dalla morte, ma nella morte. Non libera dalla croce ma nella croce». Se siamo con Cristo sulla croce, siamo anche con Lui nell’uscire dal sepolcro; è questa la nostra speranza.

Mattarella: “Alcide De Gasperi ebbe il coraggio di scelte difficili”

«Ricorrono 140 anni dalla nascita di Alcide De Gasperi. La Repubblica ne ricorda la figura di Padre fondatore e il Paese è riconoscente per la sua opera di artefice della ricostruzione morale, civile, economica, democratica, dopo la tragedia della guerra voluta dal fascismo.

Ricostruzione, ripartenza, rinascita sono parole di allora che ricorrono in questi nostri giorni, in cui siamo duramente impegnati nel contrasto alla pandemia, con lo sguardo rivolto al futuro.

De Gasperi ebbe il coraggio di scelte difficili. Assunse la carica di Capo dello Stato in seguito ai risultati del referendum del giugno 1946, ponendo fine a ambigue esitazioni di parte monarchica e ponendo fine così a ogni incertezza insidiosa per la sopravvivenza stessa dello Stato italiano. La sua capacità di visione contribuì a sviluppare il capitale di libertà conquistato con la Resistenza in un ordinamento pienamente democratico, in una politica orientata alla lotta alla miseria, all’analfabetismo, al superamento di fratture sociali impedimento alla crescita del Paese.

Riuscì a dare un nuovo fondamento all’idea di Patria, lontana dai nazionalismi regressivi che avevano gettato il Continente nella barbarie e lo fece anche aprendo le porte al risorgere dell’idea di Europa. La necessaria ricomposizione dell’unità nazionale, dilaniata negli anni dell’alleanza nazi-fascista, trovava per De Gasperi una garanzia nella scelta occidentale e in quel progetto di unità europea, allora un ideale e oggi una straordinaria opportunità oltre che una responsabilità storica.

“Non abbiamo il diritto di disperare!” disse lo statista trentino in un celebre discorso a Bruxelles. Nessuno può togliere ai giovani la speranza del futuro perché oscurerebbe il futuro dell’intera comunità. È questo un compito che accomuna quanti rivestono responsabilità pubbliche e tutti i cittadini. Compito che nei momenti di crisi più acuta diviene ancora più esigente perché pone il bene comune nel massimo rilievo».  

 

Perché la sintesi degasperiana ha avuto ragione. A colloquio con Pietro Scoppola

Nel 1981, nel centenario della nascita, il giornale della Dc (Il Popolo) dedicava uno speciale a De Gasperi. Tra gli altri interveniva lo storico Pietro Scoppola che nel colloquio con Paolo Giuntella – qui riprodotto integralmente – coglieva l’occasione per sottolineare, ai fini del dibattito allora in corso sulle riforme istituzionali, l’eredità degasperiana a riguardo della funzione centrale, e dunque propulsiva, della Presidenza del Consiglio. Scoppola, contro un Baget Bozzo all’epoca «di sinistra», contesta con sottigliezza e determinazione la tesi di un De Gasperi Restauratore. E ne difende le ragioni anche nella disputa, rivisitata senza pregiudizi, con Dossetti. 

(Redazione)

Professore, lei ha scritto un libro su De Gasperi alcuni anni fa. libro che ha suscitato delle polemiche. Come vede, a distanza di alcuni anni, quelle polemiche e. nel complesso. a che punto sono giunti oggi gli studi su Alcide De Gasperi?

— Certo, quel libro comparso alcuni anni fa, aveva i suoi limiti, ma forse non si è tenuto conto, soprattutto da parte cattolica, del contesto culturale in cui quel libro è uscito. Eravamo più o meno alla metà degli anni ’70, e il clima culturale, per quanto concerne gli studi sul secondo dopoguerra, erano dominati da alcune idee che non è inutile richiamare. La storiografia marxista era orientata sulla tesi della continuità, soprattutto la strategia della nuova sinistra. In sostanza una continuità fra prefascismo, fascismo e post-fascismo. De Gasperi diventava il simbolo, in qualche modo, di questa continuità. La storiografia di matrice azionista si era espressa nel bel lavoro di Antonio Gambino sul dopoguerra. nel quale veniva confermata la tesi di De Gasperi restauratore. Infine, era uscito da poco il libro di Baget Bozzo sul partito cristiano al potere, che esasperava la polemica De Gasperi-Dossetti, e da questo punto di vista riconduceva il ruolo di De Gasperi nella categoria della restaurazione. Qualche segno di movimento si ebbe nel 1976, in un convegno che si tenne a Firenze, sull’«Italia dalla liberazione alla repubblica», organizzato dall’istituto nazionale della storia del movimento di liberazione, e lì, Piero Barucci con una comunicazione sulla ricostruzione economica, ed io stesso con una relazione sull’avvento di De Gasperi. cominciammo a mettere un po’ in crisi questo quadro interpretativo. Il mio libro è nato in un contesto e ha tentato una risposta. 

Gianni Baget, in occasione di una recente presentazione di un epistolario di Buonaiuti a un suo giovane amico, Missir (cfr. Ambrogio Donini. La vita allo sbaraglio, ed. La Nuova Italia, Firenze 1980), ha formulato un giudizio molto drastico. molto polemico nei confronti di De Gasperi. Ha definito Buonaiuti una sorta di riserva religiosa negli anni di transizione, tra fascismo e post-fascismo, e viceversa De Gasperi “corruttore» della Chiesa italiana. Cosa pensa di questo giudizio?

— Non posso essere d’accordo, è un giudizio del tutto astratto, fuori della realtà storica. La Chiesa era una forza sociale di grandissimo rilievo, era portatrice di grandi valori umani, morali anche oltre che religiosi, naturalmente di fede, che sono stati essenziali per la ricostruzione democratica: ma la Chiesa avrebbe comunque giocato un ruolo politico. Non si può immaginare una Chiesa che senza l’operazione degasperiana rimane nel limbo di un ruolo puramente, esclusivamente religioso. di testimonianza profetica, e che in quell’Italia distrutta, con tutti i problemi che c’erano allora, non assume una funzione sociale. di supplenza rispetto a una società in crisi, a uno Stato ridotto nelle condizioni in cui era lo Stato italiano dopo la caduta del fascismo. Ora De Gasperi ha contribuito a far sì che questa forza sociale, questa funzione sociale della Chiesa avesse una piena valenza democratica, in favore della ricostruzione democratica. 

Professore. De Gasperi e Dossetti: una polemica che continua a fare «epopea». a far discutere nella DC. Lei naturalmente continua a dare ragione a De Gasperi e torto a Dossetti?

— Ma non la metterei in questi termini. De Gasperi aveva una visione più realistica della realtà cattolica di allora, e in questo senso darei ragione a De Gasperi (pensiamo alla polemica sul centrismo che, come è noto, Dossetti non voleva; avrebbe voluto l’assunzione da parte della Democrazia Cristiana della eredità del tripartito; dell’eredità, diciamo, dell’antifascismo in maniera autonoma, sulla base di un monocolore. De Gasperi volle il centrismo perché aveva minore fiducia nella capacità della Dc di fare da sola). In questo senso, io continuo a dare ragione a De Gasperi. Questo non significa affatto che Dossetti non avesse la sua parte di ragione. Anzi, a mio giudizio, si deve uscire da questa contrapposizione. Dossetti ha avuto un ruolo essenziale negli anni della ricostruzione, che si è espresso soprattutto nel lavoro all’Assemblea costituente. De Gasperi piuttosto ha svolto un ruolo fondamentale, per quanto concerne il quadro politico generale di quel periodo. I due apporti sono complementari. Il giudizio storico, a distanza di decenni, non attenua i dissensi fra questi due personaggi, anzi, semmai, li mette in luce, ma al tempo stesso riconosce ed esalta, per così dire, la complementarità dei ruoli. La storia è fatta da tutti questi uomini, in un rapporto dialettico talvolta anche aspro, ma certamente è stata fatta insieme. 

Ma. in definitiva, rispetto appunto alla «alternativa» dossettiana, la scelta di De Gasperi fu una «scolta» sostanzialmente liberista?

— Certo, già nell’aprile del 1947, prima ancora della crisi di maggio, come Piero Barucci nel suo libro «Ricostruzione e pianificazione nel Mezzogiorno» ha messo in evidenza con molta chiarezza, ci fu questa svolta liberista. Ma proprio Barucci ha chiarito, con argomenti che mi sembravano ormai probanti, convincenti, che la svolta liberista era nelle cose, era una necessità, perché la cultura liberista era più forte, perché dall’altra c’era la cultura delle riforme guidate, piuttosto che una cultura organica costruttiva, capace di affrontare in positivo i problemi della ricostruzione. Dalla ricerca che è stata fatta. però, risulta un fatto inoppugnabile: che fino all’ultimo – pensiamo al Piano Vanoni – De Gasperi conservò in qualche modo, come dire, il senso di un disagio, di un tormento che lo spinge a riproporre via via un qualche cosa di diverso per far fronte ai problemi sociali del Paese.

Veniamo al rapporto con gli Stati Uniti. L’impressione, anche interna all’area democristiana, in quel periodo, e rinascente oggi, come giudizio soprattutto giovanile è che De Gasperi abbia accettato una sorta di sudditanza rispetto agli Stati Uniti, rinunciando ad una «originarietà» italiana in politica estera.

— Certo sono scelte che si possono discutere. E alla luce di oggi si vedono tante cose che allora non si conoscevano. Nel complesso, però, mi sembra che la documentazione, la ricerca che si è fatta negli ultimi anni, non confortano questo giudizio così negativo. Perché? Perché in definitiva noi eravamo Paese vinto, Paese soggetto, assai più nella realtà di quanto l’opinione pubblica non percepisse. E la presenza, per esempio, della Commissione alleata di controllo, prima ancora dell’avvento di De Gasperi, ossia già nel 1945, nei sei mesi dal giugno alla fine dell’anno, è incisiva su tutti i problemi italiani, e De Gasperi fa lo sforzo di gestire questo necessario rapporto di dipendenza, almeno in termini politici unitari. Nasce proprio nei primi mesi del 1946 questa esigenza di una centralità presidenziale, di un ruolo della Presidenza del Consiglio che incentra in sé lutti i rapporti con gli alleati, con gli americani, in maniera da dare complessivamente a questi rapporti un significato politico autonomo, adeguato agli interessi del Paese E questo atteggiamento di prendere atto di una dipendenza, ma al tempo stesso di gestirla secondo una visione organica degli interessi italiani, è quello che caratterizzò la politica di Di Gasperi, e si esprime in questa centralità presidenziale che, in fondo, se vogliamo, ha anticipato esigenze che oggi riemergono. È significativo che anche da parte comunista – ricordo una intervista rilasciata dal presidente della Camera. Nilde lotti, tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo anno, al Corriere della Sera, dove è sottolineato l’apporto che De Gasperi concretamente ha dato a una corretta definizione dei poteri dell’esecutivo – Per altro verso è innegabile che in De Gasperi c’era la scelta dell’occidente. La scelta dell’occidente è voluta, non è subìta: è liberamente voluta ed è una scelta che ha anche garantito all’Italia quello sviluppo che essa ha avuto e che ha consentito quel grande indiscusso grado di libertà nel quale il nostro Paese si è sviluppato.

In definitiva, dunque. lei è un «degasperiano» convinto…

— Ma. la storia non è un tribunale: non assolve e non condanna. Il problema è di capire: ora, quando si capisce il processo storico reale, o ci si sforza di capirlo, per lo meno le cose appaiono in una luce un po’ diversa. 

Una conoscenza storica che è fondata, che è legata ad un senso dell’uomo, ad una visione della vita, in cui contano valori di responsabilità, di libertà, di solidarietà umana, non giustifica, ma ci permette di capire il processo storico dal suo interno, cogliendo anche i limiti. E certamente limiti ci sono stati nella vicenda complessiva di quegli anni. 

I limiti certo vanno riconosciuti. Ma se l’Italia è rinata alla democrazia, si è sviluppata, è cresciuta enormemente, molto lo dobbiamo proprio a quei primi anni che sono stati delineati dalla grande figura di De Gasperi.

Il grande merito storico di De Gasperi è quello di aver valutato con rigore intellettuale morale e politico il quadro storico in cui muoveva i primi passi la democrazia italiana e il forte peso, per alcuni aspetti anche drammatico, che aveva sulla società italiana l’eredità del fascismo. Peso cui vanno unite le diffidenze clerico-moderate, ed anche clerico-fasciste, da un lato, e le eredità leniniste dei comunisti (cui dovrà fare fronte lo stesso Togliatti) nei confronti della democrazia parlamentare occidentale. 

De Gasperi ha saputo unificare, questa complessa società italiana post-fascista e più in particolare ha saputo portare l’articolato mondo cattolico, segnato da non poche contraddizioni e arretratezze culturali, unito alla scelta democratica, con una sintesi politica vincente, pazientemente tessuta non senza difficoltà e incomprensioni, fino a conquistarlo definitivamente al consenso pieno e convinto alla democrazia e alle sue regole. 

Certo noi oggi, a 36 anni di distanza. ci ritroviamo su posizioni molto lontane dalle speranze di allora. Il nostro Paese si e laicizzato: mai si è laicizzato tanto come dopo 36 anni di governo della Democrazia Cristiana. Sarebbe sbagliato però dire che si è laicizzato perché la DC è stata al potere: ma certo questi 36 anni segnano l’emergenza di problemi nuovi, gravissimi. di fronte ai quali la coscienza dei cristiani e le nuove generazioni devono prendere le loro responsabilità. E questo si farà tanto meglio, vorrei dire, sulle spalle del passato, non semplicemente scaricando su altri le colpe di problemi, di difficoltà che oggi ci troviamo ad affrontare. 

 

Intervista a cura di Paolo Giuntella

Serve uno Stato unitario europeo per ridare forza al futuro

Nella politica italiana si celebra giornalmente la dissociazione tra realtà che viviamo e scelte che si fanno. Nella scala gerarchica dei temi cruciali per la vita dei cittadini, delle comunità, delle Nazioni, difficilmente vengono posti all’attenzione i nodi aggrovigliati della economia e del sociale, i temi riguardanti il funzionamento della democrazia, le questioni profonde che attengono l’eguaglianza e le pari opportunità per ogni persona. La stessa identità che si alimenta dalla custodia delle proprie tradizioni, storia, cultura, credo religioso, per essi sembrano poco interessanti nello svolgimento del ruolo politico. Eppure gli interessi delle comunità nazionali e le identità più intime di persone e popoli non sono mai stati sotto attacco come in questi ultimi anni, almeno dalla fine della II guerra mondiale.

La concentrazione del denaro nelle mani di pochi padroni della finanza mondiale e nuove multinazionali della comunicazione e della informazione-disinformazione fortificati enormemente dalle tecnologie digitali, ed il mutevole rapporto di potere nella competizione tra gli Stati, stanno generando un cambiamento così profondo e diverso dal passato che vede soccombenti e comunque impreparate le istituzioni economiche, giuridiche e politiche.

La estrema rapidità con cui si manifestano questi fenomeni e la incommensurabile potenza che sprigionano, rende vana e comunque problematica ogni resistenza dei poteri istituzionali, politici, sociali tradizionali. Insomma gli europei devono prestissimo dotarsi di uno Stato unitario per non essere completamente fuori gioco da ogni dinamica vitale per il futuro del proprio popolo, i democratici di ogni parte del mondo devono saper riprogettare nuove garanzie su scala mondiale per supplire alle vecchie ormai abbondantemente messe fuori gioco, attraverso nuove piattaforme convenzionali pattuite tra Stati per ridare forza ai popoli per conquistare Sovranità su scala mondiale. La guerra sotterranea di disorientamento condotta da paesi non democratici con la raffinata e subdola disinformazione ai danni dei cittadini dei paesi democratici, purtroppo rappresenta una pericolosa realtà.

Il dominio che esercita la finanza nel mondo praticamente con proprie autoregolazioni, unitamente alle nuove multinazionali del commercio, comunicazione e informazione, sta edificando un nuovo feudalesimo con tanto di stratificazioni di poteri ognuno sottoposto all’altro e perfino con una loro moneta operante mondialmente grazie alle loro reti digitali di relazione e servizi offerti al loro pubblico senza frontiere. Ma questo agglomerato incontrastato di potere non si limita a guadagni mai visti nella esperienza moderna dell’uomo, ma intende usare la loro sconfinata potenza anche per possedere ‘l’anima’ di ciascuno. Dunque un potere “tecno-nichilista” che attraverso la tecnicizzazione e la mediatizzazione non si pone limite alcuno per orientare consumi, modi di pensare, desideri da coltivare. Proprio del desiderio, queste entità , fanno il motore economico, la leva per inaugurare un “nuovo materialismo” che spinga le persone a rifiutare la propria identità, tradizione, cultura. Ma questa preoccupazione è già realtà, ed ha bisogno di una straordinaria revisione di modi procedere, linguaggio, e strumenti per ricostruire basi democratiche e istituzionali diverse.

I Cristiani soprattutto, per l’attitudine ed il pensiero controcorrente che viene loro assicurato dalla Dottrina Sociale della Chiesa, hanno il compito di allestire le condizioni di una nuova battaglia che garantisca la Democrazia, l’uso della economia per la promozione e responsabilizzazione delle persone, la cultura per salvaguardare tradizioni e principi senza le quali non possono esistere libertà e dignità della persona. Si notano anche tanti cristiani agitarsi in politica, ma si vuole sperare che abbiano consapevolezza delle vere sfide che questa epoca impone ai ‘liberi e forti’.

Faccia a faccia col futuro: le transizioni del nostro Paese

Pubblichiamo un estratto dell’editoriale che apre il numero di Aprile di “Aggiornamenti Sociali”, la rivista mensile dei Padri Gesuiti della Comunità di San Fedele (Milano}.

Nell’arco di poche settimane, il panorama politico del nostro Paese è cambiato in modo profondo e per alcuni versi inatteso. Ci ritroviamo a vivere una fase efficacemente sintetizzabile ricorrendo al concetto di “transizione”, che evoca un passaggio, voluto o subito, da una realtà nota a un avvenire prossimo, che non sempre si riesce a definire con precisione, ma di cui si individuano alcuni tratti fondamentali.

In questo scenario, la nascita del Governo Draghi – per le vicende che ne sono all’origine e le modalità in cui si è realizzata – costituisce senza dubbio la novità principale, senza rappresentare però un approdo. Si tratta piuttosto di un evento catalizzatore: è il frutto di una serie di dinamiche già in atto e il fattore che può facilitare ulteriori evoluzioni. Questa nuova fase è senza dubbio legata alla pandemia, ma sarebbe ingenuo pensare che nulla sarebbe cambiato senza la crisi sanitaria, con tutti i suoi risvolti socioeconomici. D’altra parte, i travagli di questa legislatura non sono recenti: basta pensare alle iniziali difficoltà a formare una maggioranza dopo le elezioni del 2018; o all’improvviso e repentino cambio di coalizione con il passaggio dal primo al secondo Governo Conte nell’agosto 2019. In questo caso, come in molti altri, la COVID-19 non ha fatto altro che rendere più visibili fenomeni già presenti e accelerarne gli sviluppi.

Ricorrere al concetto di transizione per leggere questo frangente storico implica assumere una precisa opzione di fondo. Al cuore di ogni transizione, in particolare quando si tratta di un processo assunto in modo pieno e non solo subito, vi è un mix prezioso tra la progettualità, ancorata in un sano realismo e attenta alla complessità del presente, e la capacità di sognare a occhi aperti, che rilancia verso mete desiderate, esplorando tutte le possibilità esistenti per spingersi fino ai limiti. Vivere una transizione significa fare una scommessa sul futuro: per questo genera passione ed entusiasmo, ma anche un inevitabile senso di vertigine e di paura, perché ci si spinge in un terreno ignoto, senza certezze sull’esito finale, sul percorso da compiere o sui mezzi migliori da impiegare.

Qui l’articolo completo

Lockdown e crimine. Come il Covid produce violenza.

Il 2020 sarà ricordato per il drastico calo dei reati. Anche quelli più gravi, come l’omicidio, sono stati in netto ribasso. Lo stesso non si è potuto dire per le violenze domestiche ed i femminicidi, in netto aumento. La segregazione domestica ha dunque facilitato litigi e tensioni che, in molti casi, hanno portato a molto di più che una semplice litigata tra conviventi. Numeri inferiori comunque rispetto al 2019.

Sono dati su cui riflettere ma che non smentiscono un dato fondamentale: l’Italia è ancora uno dei Paesi nel mondo con il minor numero di omicidi volontari annuali. Le condizioni che determinano questo dato sono legate alla scarsa diffusione di armi, alla prossimità abitativa dei nuclei familiari (dunque un maggior controllo sociale), la bassa diffusione dell’alcolismo e l’istituzione del numero di emergenza antiviolenza 1522; tutto ciò durante il lockdown ha contribuito a moderare la violenza, nonostante le restrizioni in ambito domestico. Rispetto ad altri Paesi, tuttavia, il nostro ha ancora una bassa cultura sulla prevenzione e lo studio dei fenomeni criminali. Molto considerata in ambito anglosassone, la criminologia nel nostro contesto è ancora una scienza che aiuta altre discipline (giurisprudenza, psicologia, sociologia, antropologia forense, criminalistica) senza tuttavia avere ancora un’identità piena e strutturata a livello professionale.

Quando si pensa al criminologo vengono in mente alcune serie TV, nonché alcuni personaggi televisivi legati più al mondo dello spettacolo che a quello scientifico. Nonostante queste premesse, negli ultimi anni gli sviluppi professionalizzanti della criminologa hanno fatto passi avanti. Si pensi alla fondazione, in Calabria, di un centro d’eccellenza per la formazione di linguisti e criminologi. E’ il caso dell’Istituto Italiano di Criminologia, con sede a Vibo Valentia (criminologia.it) e che nasce nel 2017 come scuola superiore per mediatori linguistici.

Un decreto ministeriale consente all’Istituto di rilasciare il “Diploma triennale equipollente in scienze della mediazione linguistica con l’indirizzo criminologia e intelligence”. A presiedere questo prestigioso istituto c’è il professor Saverio Fortunato, rettore e docente, specializzato in Criminologia Clinica e che ha “lanciato” la scuola attraverso numerose collaborazioni, in Italia e all’estero.

Un percorso nuovo, dunque, che aspira a preparare gli studenti, futuri membri del tessuto sociale italiano, rendendoli edotti su quella disciplina, la criminologia, candidata ad essere una protagonista per i prossimi decenni. Pur augurandoci la forte diminuzione, anzi l’azzeramento, di tutti gli omicidi, è pur vero che la nascita di nuovi reati come quelli informatici abbisogna di persone preparate professionalmente e che possano aiutare le forze dell’ordine e le università, contribuendo allo studio e alla prevenzione di ogni fenomeno criminoso.

Atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali, online il report 2020

E’ disponibile il report 2020 sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali elaborato, sulla base dei dati forniti trimestralmente dalle prefetture, dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza.

I dati mostrano per l’anno 2020 una lieve diminuzione del numero degli atti intimidatori rispetto al 2019 (-4.7%) continuando, comunque, il fenomeno a manifestarsi in maniera indistinta da nord a sud, dalle grandi città ai piccoli centri.

Nel complesso, gli atti intimidatori sono stati 623 (nel 2019 erano stati 644), 328 sono di matrice ignota (52,6%), 90 per tensioni sociali (14,4%), 70 di natura privata (11,2%), 68 per tensione politica (10,9%), 62 di criminalità comune (9,9%), 3 per terrorismo (0,5%), legati ad intimidazioni delle “Nuove Brigate Rosse” segnalate dalla regione Emilia Romagna, e 2 di criminalità organizzata (0,3%).

L’andamento delle matrici si discosta di poco dai dati dell’anno 2019, in cui si erano registrati 654 atti intimidatori di cui 347 di matrice ignota (53%), 109 per tensione politica (16,6%), 94 per tensioni sociali (14,3%), 54 di natura privata (8,2%), 48 di criminalità comune (7,3%) e 2 di criminalità organizzata (0,3%).

In linea con quanto riscontrato nel 2019, gli amministratori locali più colpiti durante il 2020 sono stati: sindaci anche metropolitani (312 casi) pari al 50% del numero complessivo, consiglieri comunali anche metropolitani (139 casi) e componenti della giunta comunale/metropolitana/provinciale (89 casi) che costituiscono rispettivamente il 22,3% e il 14,3% del totale.

Nel dettaglio, la regione che ha registrato il maggior numero di atti intimidatori nel 2020 è la Sicilia con 73 eventi (erano stati 84 nell’anno precedente), seguita dalla Campania con 68 eventi (nel 2019 erano stati 57) e dalla Lombardia 65 (nel 2019 erano stati 74).

Le province più interessate dal fenomeno: Napoli con 33 eventi (rispetto ai 24 del 2019), Cosenza con 26 eventi (rispetto ai 17 dell’anno precedente), Torino con 24 eventi (rispetto ai 35 nel 2019).

Le prime 3 categorie di amministratori locali più colpiti sono state: i sindaci anche metropolitani (312 casi), che rappresentano il 50% del numero complessivo degli atti intimidatori, i consiglieri comunali anche metropolitani (139 casi), pari al 22,3%, i componenti della giunta comunale/metropolitana/provinciale (89 casi), corrispondenti al 14,3%.

Le intimidazioni sono avvenute mediante danneggiamenti di beni privati o pubblici, seguiti da minacce verbali o scritte, missive anonime, e, infine, con minacce/offese attraverso i social network.

E’ proprio questa ultima modalità a rendere più semplice e veloce l’intimidazione che, a portata di click, consente a chiunque di porre in essere una condotta minatoria, offensiva o diffamatoria nei confronti di un amministratore locale. Ciò considerando che la responsabilità degli amministratori locali è accresciuta nella percezione dell’opinione pubblica.

Il ministero dell’Interno tiene alta l’attenzione sul fenomeno, considerata l’attuale situazione del Paese in cui il disagio economico e sociale può esporre, ancora di più, gli amministratori locali ad episodi di intimidazione.

In tale direzione, dallo scorso giugno, sono stati inviati ai prefetti dei capoluoghi di regione anche due vademecum destinati agli amministratori locali, alle prefetture e alle Forze di polizia, elaborati dall’organismo tecnico di supporto all’Osservatorio nazionale presso il Viminale, con l’invito a raccogliere eventuali proposte di implementazione.

Prevenire investendo sulla formazione e sulla sensibilizzazione nelle scuole è una delle linee d’azione comuni allo scopo di creare terreno fertile per consolidare la cultura della legalità, del rispetto delle istituzioni e dei loro rappresentanti.

Nel vademecum destinato a prefetture e Forze di polizia si richiamano, tra l’altro, la necessità di mantenere rapporti costanti con i rappresentanti delle amministrazioni locali, intercettando i segnali di insoddisfazione sul territorio, per poter prevenire precocemente eventuali intimidazioni velate, prestare particolare attenzione ai periodi di maggiore sovraesposizione mediatica, come in occasione delle campagne elettorali, e, infine, elaborare strategie di intervento ritagliate sui diversi contesti territoriali.

Sviluppare un dialogo continuo con le Forze di polizia, prestare attenzione nell’utilizzo dei social network, curare le iniziative per la riqualificazione di ambienti territoriali degradati ed elevare la percezione della sicurezza, anche attraverso iniziative di sicurezza partecipata, sono invece le indicazioni contenute nel vademecum rivolto agli amministratori locali.

Per la prima volta l’export di cibo supera l’import

Con le esportazioni agroalimentari italiane che per la prima volta nella storia recente superano le importazioni ci sono le condizioni per far crescere il Made in Italy e ridurre la dipendenza dall’estero, da dove arriva ancora un prodotto agroalimentare su quattro consumato sulle tavole degli italiani. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Istat in occasione del Summit della Coldiretti con il Governo “Recovery ‘Food’, l’Italia riparte dal cibo” organizzato con Filiera Italia a Palazzo Rospigliosi a Roma.

Le esportazioni agroalimentari nel 2020 – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto il valore record di 46,1 miliardi con un aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente che ha consentito lo storico sorpasso sulle importazioni che sono invece scese a 43 miliardi. Una svolta che offre grandi opportunità al Made in Italy dopo che a causa di decenni di sottovalutazione – continua la Coldiretti – l’Italia ha accumulato un deficit produttivo di autoapprovvigionamento pari al 25% dei consumi a tavola, dalla carne al latte fino ai cereali e fatta eccezione solo per vino, frutta e carni avicole.

Con la pandemia da Covid – precisa la Coldiretti – si è aperto uno scenario di riduzione degli scambi commerciali, accaparramenti, speculazioni e incertezza che spinge la corsa dei singoli Stati ai beni essenziali per garantire l’alimentazione delle popolazione. Una situazione che ha fatto salire i prezzi dei prodotti alimentari a livello mondiale ai massimi da quasi sette anni trainati dalle quotazioni di zucchero, oli vegetali e cereali secondo l’indice Fao. I timori sugli approvvigionamenti di cibo hanno convinto la stessa Unione Europea a lanciare una consultazione pubblica fra operatori, autorità e cittadini per realizzare un piano finalizzato a conquistare l’autosufficienza in diversi settori chiave.

A difesa della sovranità alimentare dell’Unione l’Italia – sottolinea la Coldiretti – può schierare una forza composta da quasi 740 mila imprese agricole che insieme a 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio generano 538 miliardi di valore lungo la filiera e garantiscono 3,6 milioni di posti di lavoro.

“L’Italia conta su un tesoro da primato mondiale ma per difendere la sovranità alimentare e ridurre la dipendenza dall’estero deve considerare il settore agroalimentare come vera e propria risorsa strategica al pari di telecomunicazioni ed energia” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza di “tagliare la burocrazia che frena le imprese e investire su progetti di ampio respiro in grado di mettere le ali al Paese fuori dall’emergenza Covid”.

La burocrazia – afferma la Coldiretti – ruba fino a 100 giorni all’anno al lavoro in azienda ma frena anche l’ingresso di giovani nell’attività di impresa di cui l’Italia ha enorme bisogno per tornare a crescere. Siamo di fronte – sottolinea la Coldiretti – ad un vero spread per la competitività delle imprese che va recuperato con lo snellimento delle procedure, la semplificazione, il dialogo tra le amministrazioni.

Per sostenere la ripartenza dell’Italia dopo l’emergenza Covid con il Recovery Plan sono strategici i progetti sull’agroalimentare Made in Italy presentati da Coldiretti in grado di creare un milione di posti di lavoro green entro i prossimi 10 anni.

“Digitalizzazione delle campagne, innovazione tecnologica, foreste urbane per mitigare l’inquinamento e smog in città, invasi nelle aree interne per risparmiare l’acqua, chimica verde e bioenergie per contrastare i cambiamenti climatici ed interventi specifici nei settori deficitari ed in difficoltà dai cereali all’allevamento fino all’olio di oliva sono alcuni dei progetti strategici cantierabili elaborati dalla Coldiretti per la crescita sostenibile del Paese” ricorda il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “il Recovery plan può e deve rappresentare un’opportunità per tutti i comparti chiave del Made in Italy agroalimentare per la crescita duratura sostenibile del Paese”.

L’agricoltura 4.0, che ha generato in Italia un fatturato intorno ai 540 milioni di euro nel 2020, con una crescita di circa il 20% rispetto all’anno precedente, rappresenta – sottolinea la Coldiretti – il futuro dei campi con lo sviluppo di applicazioni sempre più adatte alle produzioni nazionali su diversi fronti: dall’ottimizzazione produttiva e qualitativa alla riduzione dei costi aziendali, dalla minimizzazione degli impatti ambientali con sementi, fertilizzanti, agrofarmaci fino al taglio dell’uso di acqua e del consumo di carburanti. Una evoluzione del lavoro nei campi che sul Portale del Socio della Coldiretti ha portato alla creazione di Demetra il primo sistema integrato per la gestione on line dell’azienda agricola con lettura in tempo reale dello stato di salute delle coltivazioni, dati su previsioni meteo e temperature, fertilità dei terreni e stress idrico.

Ma per cogliere le innovazioni tecnologiche offerte dall’agricoltura 4.0 occorre però colmare i ritardi nell’espansione della banda larga nelle zone interne e montane visto che solo il 76% delle famiglie italiane dispone di un accesso internet e appena il 75 % ha una connessione a banda larga ma la situazione peggiora notevolmente nelle aree rurali con appena il 68% dei cittadini che dispone di connessione a banda larga nei comuni con meno di duemila abitanti, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat. Proprio per superare il digital divide tra città e campagne portando la banda ultralarga nelle aziende e sostenere la ripresa economica del Paese, ColdirettiTIM e Bonifiche Ferraresi hanno firmato un accordo per accompagnare la transizione economica e digitale dell’agroalimentare Made in Italy.

I fondi europei – sottolinea la Coldiretti – vanno utilizzati per finanziare progetti strategici superando i limiti alla capacità di investimento nel comparto agricolo ed alimentare per portare benefici all’intero Sistema Paese con un impegno strategico di lungo periodo. Per far crescere il Made in Italy – afferma la Coldiretti – sono fondamentali i contratti di filiera in grado di garantire una equa distribuzione di valore fra tutti i componenti. Il radicamento territoriale delle filiere è la vera impronta del Made in Italy agroalimentare che – conclude la Coldiretti – si trasforma in valori economici sul mercato, ma anche in valori sociali e ambientali per le comunità locali e l’intera collettività.

Terzo Settore: 13 mln per il 2019 e 23 per il 2020

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, ha firmato il Decreto Ministeriale di riparto per la gestione degli Uffici del Registro Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) per le annualità 2019-2020 che individua le risorse necessarie all’avvio, alla gestione e al controllo da parte degli uffici RUNTS istituiti presso le Regioni e le Province autonome. Il decreto ripartisce tra le Regioni e Province autonome le risorse in bilancio per le annualità 2019 e 2020, che ammontano a 13.000.000 di euro per il 2019 e 23.000.000 di euro per il 2020.

I criteri di riparto – già utilizzati con riferimento alle risorse dell’annualità 2018, previa condivisione in sede di Commissione Politiche sociali delle Regioni e Province autonome – prevedono l’attribuzione di una quota in misura fissa, pari a € 300.000 per ciascuna Regione e Provincia autonoma, e di una quota variabile determinata in proporzione del numero di enti “non profit” operante su ciascun territorio di riferimento, risultante dalla versione aggiornata dell’apposita rilevazione ISTAT. Ciò al fine di tenere nel dovuto conto la differente distribuzione degli enti del Terzo settore nelle varie aree del Paese.

Riguardo alla quota fissa, si è ritenuto di non modificare, per gli anni 2019 e 2020 l’importo assegnato sin dalla prima annualità, per non penalizzare eccessivamente gli uffici che, pur in presenza di un ridotto numero di enti, necessitano comunque di una quota stabile nel corso degli anni, a fronte di eventuali riduzioni di spesa o di diminuzioni nel numero degli enti di riferimento. La quota di fondi minima, 300.000 euro, appare compatibile con lo svolgimento delle attività di gestione del RUNTS e di controllo sugli enti, in modo tale da rendere efficace e sistematicamente coerente l’intervento nel suo complesso nel rispetto delle diverse situazioni territoriali.

Le Regioni e le Province autonome, nel rispetto dei rispettivi modelli organizzativi, sono chiamate ad impiegare le risorse trasferite per lo svolgimento delle attività e hanno il compito di monitorare le attività e di rendicontare l’utilizzo delle risorse finanziarie, comunicando i relativi dati ed elementi informativi al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in forme e modi previamente concordati.

Il sistema muscolo scheletrico del bambino spiegato dall’ortopedico pediatrico Nicola Portinaro

“Mia figlia ha i piedi piatti, devo fare una visita di controllo?

Mio figlio cammina in maniera strana, ma proprio male, mi devo preoccupare?

Queste sono le domande e le preoccupazioni che in tanti anni di professione i genitori dei miei piccoli pazienti mi hanno posto più di frequente, e ogni volta rispondo: prima di tutto meglio non azzardare diagnosi da soli ma affidarsi a una visita specialistica, che non è affatto invasiva e fa stare tranquille le mamme. Si valuterà in seguito se il quadro rientra nel fisiologico, e quindi non serve fare assolutamente nulla, oppure se è necessario procedere con eventuali accorgimenti terapeutici”.

Così racconta il prof. Nicola Portinaro, chirurgo ortopedico pediatrico riconosciuto come uno dei massimi esperti per la cura di problemi ortopedici di anche, piedi e per le patologie neuro ortopediche nei bambini, che sarà protagonista di un webinar gratuito in diretta streaming giovedì 8 aprile alle ore 19.30 dedicato a tutti i genitori interessati al tema “Il sistema muscolo scheletrico del bambino dal neonato all’adolescente”.

Gli argomenti trattati riguardano le principali patologie dei piedi e i possibili trattamenti, ma anche come si sviluppa lo scheletro del bambino e quali sono le principali alterazioni nel neonato, quando ci si deve preoccupare di una patologia dell’anca, come si svolge una visita ortopedica e che ruolo ha l’ortopedia pediatrica nel trattamento delle patologie neurologiche.

Portinaro risponderà anche alle domande dei genitori in ascolto, dialogando con Alessandro Basso, fondatore e ad di SosPediatra, piattaforma ideata per aiutare le famiglie a trovare un pediatra H24 per una visita domicilio o un video consulto specialistico, con la sicurezza di professionalità e tariffe fisse senza sorprese.

Il webinar sarà trasmesso sulle pagine Facebook di SosPediatra e Fondazione Ariel, ente non profit di cui Portinaro è ideatore e direttore scientifico, che da 18 anni si occupa di sostegno e orientamento alle famiglie con bambini affetti da Paralisi Cerebrale Infantile e altre disabilità neuromotorie, seguendo inoltre progetti di ricerca per sviluppare la conoscenza, il trattamento e la cura delle patologie neuromotorie infantili.

L’iscrizione all’evento dal sito di Fondazione Ariel e dalle pagine Facebook dà diritto a ricevere gratuitamente una speciale edizione digitale dell’Atlante Pediatrico di SosPediatra (un dossier che va alla scoperta del corpo umano con linguaggio semplice dedicato ai bambini) e un buono sconto di 5 euro sul servizio di video consulto pediatrico prenotabile direttamente dal sito di SosPediatra. Per partecipare, basta compilare il form d’iscrizione presente in uno di questi canali:

fondazioneariel.it

facebook.com/Arielnonprofit

facebook.com/SOSPediatraAPP

Chi rappresenta oggi l’anti sistema?

Uno gli elementi politici – anche se era e rimane un autentico disvalore – maggiormente gettonato  nella storia democratica del nostro paese è sempre stata l’ideologia dell’anti sistema. Una deriva  che nella politica italiana è sempre esistita ed ha sempre avuto grandi estimatori e un seguito di  massa. Un consenso trasversale che alligna tanto nelle masse popolari con una antica, atavica e  radicata diffidenza nei confronti dello Stato e di tutto ciò che è riconducibile al pubblico e alle  istituzioni e, soprattutto, in settori massicci della borghesia illuminata che, in virtù di un incrollabile  moralismo e una strisciante ed ostentata “superiorità morale” ha sempre manifestato una forte e  massiccia ostilità nei confronti della politica e delle sue articolazioni, a cominciare dai partiti per  estendersi anche al Parlamento e ad altre istituzioni.  

Ma, per fermarsi alla realtà contemporanea, è indubbio che c’è stato un partito che sull’onda di  una spietata cultura anti sistema in questi anni ha fatto fortuna. Politica ed elettorale. Una deriva  che si è trascinata dietro altri disvalori e altri elementi corrosivi della vita democratica e  costituzionale. Dal populismo alla demagogia, dal qualunquismo alla impronta anti parlamentare.  Elementi che hanno incrociato il disagio crescente di molti settori della pubblica opinione e che  sono alla base del profondo scollamento tra i cittadini e le istituzioni e del sostanziale discredito  dei partiti e dei politici. I 5 stelle, appunto, grazie a questi disvalori sono entrati nel Palazzo e se ne  sono impossessati. Ma, come quasi sempre capita, una volta entrati nel palazzo semplicemente  non si vuole più uscirne. E tutta la carica qualunquista, anti sistema, qualunquista e populista ha  ceduto il passo ad altri temi. Uno su tutti, come ci ricordano quasi tutti i giorni le cronache  politiche giornalistiche. E cioè, come fare per non uscire dal palazzo e, di conseguenza, dai  benefit e dai privilegi che tutto ciò comporta? Una battaglia su tutte: rimuovere quel “doppio  mandato” che era la regola scolpita nella pietra di quel partito per giustificare la profonda diversità  se non addirittura l’alternativa rispetto a tutti gli altri partiti esistenti – cioè alla fatidica “casta” –  che avrebbe “spadroneggiato e sgovernato” l’Italia per vari decenni. E, accanto a questo, la  simpatica trasformazione di quel partito da movimento populista, anti parlamentare e anti politico  a movimento addirittura “liberal moderato”. 

Ora, al di là dei comportamenti e della prassi concreti di quel partito – che a tutt’oggi nessuno sa  che cosa realmente sarà nel futuro – resta una domanda a cui prima o poi occorrerà dare una  risposta seria e convincente. Ovvero, chi interpreterà, d’ora in poi, quella voglia di anti sistema  che, purtroppo, continua ad attraversare larghi settori della nostra vita pubblica? Oppure  pensiamo che con la mutazione genetica dei 5 stella sia stata definitivamente rimossa quella  deriva? Io credo, al riguardo, che proprio in questa stagione i partiti democratici – e non i partiti  personali o del capo o del guru o i banali cartelli elettorali – hanno il compito politico e culturale di  saper rinobilitare la politica e, di conseguenza, ridare credibilità ed autorevolezza alle stesse  istituzioni democratiche. Una responsabilità politica che non si può delegare a nessuno ma che  richiede, invece, da parte dei partiti una risposta precisa, chiara e netta. Qualsiasi tentazione di  assecondare, ancora una volta, la spirale populista e demagogica – presente tanto a destra  quanto, soprattutto, a sinistra – deve essere d’ora in poi battuta alla radice senza alcun  tentennamento. Sarebbe curioso se, dopo il lento tramonto del partito populista per eccellenza,  adesso toccasse agli storici partiti democratici, e di potere, assumere atteggiamenti populisti,  demagogici, anti politici e anti parlamentari pur di assecondare la spirale anti sistema. Sarebbe  non solo la fine della politica ma innescherebbe, ed è quel che più conta, anche la crisi  irreversibile della nostra democrazia.  

Una virtu’ oggi dimenticata: la temperanza

Uno, due, tre passi indietro: un esercizio mentale che non ci è più consueto.

E’ il senso della misura il vero convitato di pietra al banchetto della vita politica e delle relazioni sociali del nostro tempo.

I toni aggressivi prevalgono sulla comunicazione moderata e interlocutoria così come le esternazioni prevaricatrici hanno il sopravvento sulla capacità di controllo delle turbolenze dell’anima.

Sembra questa la percezione più avvertita nel sentire comune, come se fosse diventato un atteggiamento tendenzialmente prevalente nel modo di porsi e di cui ci accorgiamo soprattutto nel momento in cui lo subiamo, al punto di incuterci ansie e timori.

Non è solo questione di oggi quanto piuttosto modalità espressiva ricorrente nella natura umana, quasi elemento costitutivo e ontologico della sua complessità strutturale, fatta di pulsioni e di razionalità, di sentimenti e stati d’animo contrastanti.

Non per niente il suo opposto, come ci ricorda S.Tommaso, è considerata una virtù.

Parliamo di quella temperanza che Cicerone definiva come dominio fermo e moderato della ragione, controllo delle passioni e giusta misura di ogni cosa.  

E’ un atteggiamento che possiamo ereditare da una buona educazione o che maturiamo attraverso scelte e convincimenti interiori?

Sicuramente sono vere entrambe le cose.

Resta da chiedersi se questa capacità di esercitare il controllo e la moderazione ma anche di possedere il senso della misura del sé e della proporzione degli esiti delle nostre azioni e dei nostri sentimenti in rapporto alle circostanze della vita sia utile, possibile e attuale.

Non dobbiamo eludere e non possiamo nasconderci infatti il valore positivo e appagante delle emozioni e quanto sia ricca e sorprendente la gamma dei sentimenti.

Una vita priva di emozioni è una vita senza senso, piatta, insignificante.

Ma un’esistenza dominata esclusivamente dalle emozioni e dai sussulti, dagli eccessi e dalle intemperanze ci allontanerebbe da quella condizione di equilibrio, di pacatezza e di razionalità che ci permette invece di accreditarci con una stabile e rassicurante identità positiva nell’universo dei rapporti interpersonali.

Avvertiamo infatti la necessità e per certi aspetti anche il dovere di mitigare modi, forme e circostanze delle nostre esternazioni e – prima ancora – di praticare la buona regola del rispetto di sé, per evitare quegli “spaesamenti” interiori che producono disorientamenti, tensioni, sdoppiamenti ma anche frustrazioni e sensi di colpa.

Controllare in modo appropriato le pulsioni conservando possibilmente la tranquillità dell’animo e riservando agli altri il rispetto che si richiederebbe per sé: questo potrebbe essere un proposito onesto e sensato.

Come anche cercare l’armonia spirituale e l’equilibrio interiore, convivere con i sentimenti e le emozioni “stemperando” – appunto – quel mix di tensioni, toni sopra le righe, alterazioni, istinti smodati, o viceversa di modalità eccessive nella ricerca dell’autocontrollo e della sobrietà.

Il biglietto da visita di una persona temperante consiste nella discrezione come immagine di sé e modo di porsi, icona di uno stile di vita personale centrato sulla moderazione e sul senso della misura.

Chi perde di vista questo valore aggiunto dimostra di non possedere quella capacità di regia, ora forte e risoluta ora mite e discreta, che governa il dentro e il fuori di sé, il pathos e l’immagine, l’essere e l’apparire.

La virtù della temperanza consiste dunque nell’abilità di modulare e dosare chiaro-scuri, alti e bassi, timbri, toni e registri di quel flusso di emozioni, sentimenti, comportamenti, stati d’animo con cui incessantemente ci rapportiamo con il mondo delle persone e con le loro intrinseche relazioni, cercando dentro e fuori di noi la giusta misura di una sostenibile armonia.

La signora della giungla

Quella di Enrico Letta si era annunciata come la nuova stagione del PD, improntata al rinnovamento anche della classe dirigente.

Ma lungi dall’essere un reale rinnovamento, Letta sembra prediligere il vecchio: dopo aver abiurato ad una legge elettorale proporzionale, si è prodigato affinché venissero elette due donne come presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari al Senato ed alla Camera dei deputati.

Così, ha rispolverato la sempre in auge Debora Serracchiani quale capogruppo alla Camera.

Un ritorno al vecchio, non tanto per l’età dell’esponente piddina romana ma friulana di adozione, quanto per la sua escalation politica e per la sua storia personale all’interno del Partito.

Compie il primo passo della sua notorietà politica quando nel 2009 contesta i vertici del suo Partito (PD) alla cui guida c’è il reggente Dario Franceschini, per poi accordarsi con quest’ultimo al fine di ottenere la candidatura alle Elezioni Europee.

Eletta a Strasburgo nel giugno 2009, passata sotto l’ala protettrice franceschiniana, la Serracchiani si mette in luce per la scarsa frequenza delle sedi parlamentari europee: infatti nella lista complessiva dei deputati europei risulta essere seicentonovantacinquesima su settecentotrentadue membri; mentre sui settantadue parlamentari italiani eletti è appena sessantacinquesima per presenza in aula. Non c’è che dire un bel biglietto da visita quanto ad impegno nelle istituzioni.

Nell’autunno dello stesso anno, alle primarie del PD si schiera con Franceschini contro Bersani, ma appena eletto quest’ultimo non perde un minuto per schierarsi al suo fianco.

Nel frattempo continua a distinguersi per assenze all’interno dell’assise di Strasburgo sino a quando, nel 2013, fiutando l’aria elettorale che spira per il rinnovo del Parlamento europeo, decide di candidarsi alla presidenza della Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia. Si impone per una manciata di voti sul presidente uscente Tondo.

La sua presidenza si caratterizza per il cosiddetto quieto vivere, ma soprattutto per il taglio nel settore della sanità regionale e per il suo passare armi e bagagli con il nuovo capo del PD, Matteo Renzi.

Quest’ultimo, come regalino, la nomina al Nazareno come vice segretario del Partito mentre ha in mente, insieme alla Boschi, quella grossa bravata della riforma  costituzionale tesa ad abolire il Senato eletto a suffragio universale con un piccolo esercito di nominati (2016).

La Serracchiani si distingue in questo periodo per la tracotanza con la quale appare quotidianamente in televisione a sostegno della riforma costituzionale.

Nel suo Partito, che è ormai una giungla (peggio di quella democristiana delle correnti), Debora salta da una liana all’altra con disinvoltura, senza curarsi minimamente che ogni tanto un po’ di dignità politica non guasterebbe.

La woman tarzan friulana, nel frattempo, intuisce anche che continua a perdere consensi nella sua Regione, per cui meglio cambiare aria e candidarsi al Parlamento nazionale fin tanto che Renzi è segretario del PD.

Così il suo lanciarsi da una liana all’altra la porta a candidarsi nel collegio uninominale di Trieste della Camera dei deputati, ma sentendo anche qui aria bruciacchiata, si fa candidare anche nella lista proporzionale.

Ed infatti, nella lista maggioritaria subisce una débacle  sonora (appena il 26,14 per cento dei suffragi). Si salva per il rotto della cuffia nella lista proporzionale posizionandosi al secondo posto.

Qualche giorno fa la signora della giungla è stata eletta capogruppo alla Camera dei deputati del Partito Democratico. Non c’è che dire, un altro salto politico da professionista. Ma come la giostra gira, così anche il gioco prima o poi finisce.

Sullo sfondo resta il nuovo Partito immaginato da Letta privo di credibilità e di sensibilità politiche, con una classe dirigente che ha dimostrato ormai ampiamente di saper scaldare solo i muscoli per lotte interne tese all’acquisizione di nuove poltrone.

Online il nuovo Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Settimane Sociali

È online il Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo, un portale open access che si propone come strumento per approfondire le grandi questioni del nostro tempo alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa. Curato dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il nuovo Dizionario è in costante aggiornamento e ogni tre mesi si arricchirà di nuovi contributi che confluiranno nei fascicoli della rivista online trimestrale ad accesso libero che porta lo stesso nome.

I contributi sono suddivisi in 12 Aree tematiche e sono raggiungibili cliccando sulle foglie dell’albero che campeggia in homepage.

“Si tratta di un processo in divenire, non cristallizzato, che studia le pieghe della realtà, dove viviamo e usiamo le nostre risorse intellettuali attraverso discipline scientifiche e umanistiche per compiere scelte giuste”, spiega Simona Beretta, direttore del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa, sottolineando che “la grande tradizione millenaria della Chiesa parla al presente e offre tanta ricchezza nella continuità del magistero dei pontefici e delle conferenze episcopali”. “Il filo rosso – osserva – è l’essere umili e tenaci nel ricercare, facendo esperienza del fatto che la fede illumina la ricerca e manifesta l’umano e il sociale, il senso dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica”.

Grandi navi a Venezia: entro due mesi lancio del concorso di idee per attracchi fuori la laguna

“Il rispetto del patrimonio artistico e culturale rappresentato da Venezia e dalla sua laguna impone massima attenzione e le norme contenute nel decreto approvato oggi dal Consiglio dei Ministri sono solo un primo passo verso una soluzione definitiva e strutturale del problema del transito delle grandi navi”. Lo sottolinea il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini in occasione dell’approvazione del decreto-legge da parte del Governo, che prevede entro 60 giorni dalla sua entrata in vigore che l’Autorità portuale del Mare Adriatico Settentrionale lanci un bando per un concorso di idee al fine di individuare le soluzioni più idonee per contemperare le esigenze di tutela del patrimonio artistico, culturale e ambientale di Venezia e della sua laguna con quelle legate allo svolgimento dell’attività crocieristica e alle esigenze del traffico delle merci.

“La prossima settimana – ha aggiunto il Ministro – proporrò un incontro con il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco Luigi Brugnaro per valutare insieme le questioni emerse nell’ultima riunione del cosiddetto ‘Comitatone’, che riguardano il riequilibrio idrogeologico dei territori lagunari, il recupero dei beni pubblici e la manutenzione dei sistemi di sicurezza”.

Il concorso raccoglierà proposte ideative e progetti di fattibilità tecnica ed economica per la realizzazione di punti di attracco al di fuori della laguna di Venezia, utilizzabili dalle navi adibite al trasporto di passeggeri superiori a 40.000 tonnellate di stazza lorda e dalle navi portacontenitori adibite a trasporti transoceanici.

Priorità del vaccino Covid-19 nei pazienti con patologie cardiovascolari

Numerosi sono gli studi multinazionali che hanno dimostrato come i pazienti affetti da patologie cardiovascolari siano maggiormente a rischio di sviluppare complicanze potenzialmente letali, in caso di infezione da SARS-CoV-2 e in tale contesto,
lo scompenso cardiaco è risultato essere la condizione maggiormente in grado di condizionare una prognosi sfavorevole12.

Indipendentemente dall’eziologia, lo scompenso cardiaco determina infatti uno status di vulnerabilità individuale cui contribuiscono numerosi fattori, quali un peggiore stato
funzionale, una tendenza alla ridotta ossigenazione tessutale, una ridotta capacità dell’organismo di rispondere in maniera adeguata agli insulti esterni, oltre alla predisposizione ad una instabilità emodinamica che facilita le riacutizzazioni
dello scompenso, in presenza di una condizione infiammatorio-infettiva.

Il rischio di complicanze, in caso di scompenso cardiaco cronico, risulta più elevato non solamente a causa dell’età spesso avanzata del paziente o per la presenza di comorbilità, ma anche per le specifiche caratteristiche cliniche e fisiopatologiche dell’infezione da SARS-CoV-213. Infatti, è stato evidenziato come tale condizione possa provocare danno miocardico e riacutizzazione di scompenso cardiaco in conseguenza dello sviluppo di una sindrome iper-infiammatoria correlata ad una tempesta citochinica.

Vi è dunque ad oggi una chiara evidenza del fatto che in un paziente affetto da
COVID-19 la presenza di una forma di scompenso cardiaco cronico si associ ad una prognosi peggiore.

In particolare, in uno studio effettuato a Wuhan (Cina), su 799 pazienti ospedalizzati per COVID-19 con scompenso cardiaco preesistente, è stato osservato che il 49% dei pazienti era andato incontro a morte, mentre solo il 3% aveva superato l’infezione. Tale dato è stato confermato anche in una casistica relativa a pazienti ricoverati per COVID-19 in un centro del Nord Italia, dei quali il 21% era affetto da scompenso cardiaco e di questi il 63.2% era deceduto durante il ricovero.

Lo riporta un documento della Società Italiana di Cardiologia (Sic), che chiede la priorità del vaccino Covid-19 nei pazienti con patologie cardiovascolari.

Dante…tra Togliatti e De Gasperi

Si è rivelato stimolante il dibattito, ora in archivio sulla pagina YouTube del “Domani d’Italia”, con un intellettuale di rango come Filippo La Porta sul pensiero politico di Dante. Nel frattempo mi sono imbattuto, dopo che Marco Follini aveva aperto una finestra sul qualunquismo nell’ottica della severa critica democristiana, in un discorso di grande spessore che De Gasperi pronunciò nel convegno dell’Alta Italia della DC, tenutosi il 1 luglio del 1945 a Milano, e precisamente a Palazzo Clerici.  

In quella circostanza, lo statista trentino affrontava la questione relativa alle nuove basi dello Stato democratico nel contesto della battaglia politica in corso. Erano i giorni che segnavano l’avvio del governo, per altro destinato a vita breve, di Ferruccio Parri, ma già si guardava alle elezioni per la Costituente dell’anno successivo. Nel sottolineare un aspetto della crisi che aveva determinato la formazione del nuovo esecutivo, nella quale si erano depositate le delusioni dei giovani e dei partigiani cristiani  (v. Il domani della politica italiana, “Il Popolo”, 3 luglio 1945), De Gasperi evidenziava la “indissolubile, la indiscussa solidarietà tattica e sostanziale tra socialisti e comunisti”.  Egli notava che di fronte alla “candidatura di Nenni  [erano] tutt’uno [mentre] quando si discuteva sulla assegnazione dei dicasteri socialisti e comunisti si presentavano come due  [tanto che] bisognava dividere e assegnare i mandati, tre ai socialisti, tre ai comunisti“.

De Gasperi allora, rivolto a Togliatti, riteneva giusto obiettare: “Ma siete due o uno?”. E il leader comunista, che non era digiuno di studi letterari, se ne usciva con il verso dantesco “ed eran due in uno e uno in due”. Incuriosito, da buon conoscitore della Divina Commedia, De Gasperi si affrettava a controllare il passo. E trova, appunto, che la citazione ruota attorno a quel Bertrando De Born che appare a Dante col “capo tronco”, capo che egli stesso tiene per le chiome, portandolo innanzi “a guisa di lanterna”.  Leggiamo insieme:

[…]

e ’l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna;

e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».                           

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due:

com’esser può, quei sa che sì governa.

(Inferno, XXVIII) 

A quel punto De Gasperi prosegue chiosando da par suo: “(…) «com’esser può» anche oggi lo sa solo il Cielo; ma sarebbe decisivo anche sapere: la lucerna a chi fa la luce? A Nenni o a Togliatti?”. Insomma, un duello letterario e insieme un duello politico, talché attraverso Dante scopriamo De Gasperi, ovvero la sua chiarezza di giudizio rispetto alla doppiezza togliattiana, nonché la sua religiosità e quindi l’affidarsi alla Divina Provvidenza. 

Dunque, verrebbe da dire che anche De Gasperi meriterebbe, sia pure incidentalmente, di essere associato alle celebrazioni del settimo centenario della morte del Poeta. Sono andato fuori tema? Forse. Tuttavia mi sembrava giusto ricordare questo “frammento di civiltà” nel quadro della contesa per il potere tra Dc e Pci nel secondo dopoguerra; contesa aspra ma elegante, espressione certamente di un linguaggio profondo che ai giorni nostri andrebbe in qualche modo recuperato.  

 

Cattolici e Comunisti negli anni settanta. Per capire i rapporti di felice contaminazione non è così centrale la figura di Dom Franzoni.

Ho letto l’ultimo tweet del direttore D’Ubaldo. Ne riporto integralmente il testo: “,,,@RaiStoria ha ricordato la figura di Dom Franzoni. Forse @paolomieli avrebbe potuto raccogliere più testimonianze. Va detto che la sezione Dc di Ostiense, in mano alla Sinistra di Base, inizialmente appoggiò l’Abate di San Paolo”. 

Qual era il clima dei rapporti tra cattolici e comunisti? Credo si debba ricordare come nella prima metà degli anni settanta fosse piuttosto normale che i cattolici di sinistra e quelli della sinistra Dc si trovassero spesso assieme in iniziative comuni e in un comune sentire. La lezione del Concilio era accolta da entrambi allo stesso modo. 

Ora, la ricezione del grande evento ecclesiastico si  basava su tre punti essenziali:

1) Il ruolo del laicato, ormai protagonista nella Chiesa e nella società.

2) Il sorgere delle comunità, certo in parrocchia, ma anche in altre dimensioni, come, a esempio, il quartiere. Ricordo il mio matrimonio nel 1973.. Fu una cerimonia partecipata dai miei amici aclisti e fucini. Nessuno rimase solo in ascolto.

3) Le comuni letture. Io e mio fratello Roberto, ad esempio, eravamo abbonati a “Testimonianze”, la rivista di Padre Balducci. 

Leggevamo i testi del Concilio e le encicliche dei Papi, dalla Pacem in terris alla Populorum progressio…e poi don Mazzolari, don Milani e così via. Il convegno di Ancona del 1973 dedicato a Jacques Maritain nacque proprio da questo comune sentire. Certamente la Populorum progressio di Paolo VI fu fondamentale per Roberto – a lui si deve lo sforzo maggiore per la costituzione dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain – il quale, del resto, era già in sintonia con le problematiche internazionali.

Nel gruppo raccolto attorno al Alfredo Trifogli, all’epoca Sindaco di Ancona, Piergiorgio Mariotti ed io ci consideravamo vicini al Pci, gli altri erano democristiani  (precisamente o morotei o della corrente di Base). In ogni caso, io scrivevo su “Civitas”, prima, e poi sul ”Domani d’Italia” (già allora!!!), il mensile di Piero Pratesi e Giovanni Galloni,  che sembrava in effetti un supplemento di  “Rinascita” (la rivista teorica del Pci).

Nel 1976 si lavorò tutti assieme (A.C. e Fuci e…altri) sul fondamentale convegno “Evangelizzazione e promozione umana” organizzato dalla Conferenza Episcopale. Insomma non si marcavano differenze significative.

Vorrei aggiungere che personalmente non amavo Franzoni. Mi sembrava un po’ troppo radicale e finanche insofferente al dialogo. Ricordo tuttavia che quando venne ad Ancona non fu sufficiente il cinema più grande della città a contenere il pubblico desideroso di partecipare.

In conclusione, ho trovato Paolo Mieli molto estraneo al clima del tempo. L’unica cosa che in trasmissione pareva interessargli era domandare come nel Pci fu accolta l’iscrizione di dom Franzoni. La qualcosa, nei miei ricordi, fu davvero…un non evento. Ecco, per capire l’atmosfera degli anni settanta, non avrei fatto una puntata sull’inquieto abate di San Paolo, quanto piuttosto su don Mazzolari o don Milani o Padre Balducci. E, perché no, su Maritain.

In cammino sulle vie del mondo Verso la Pasqua di Risurrezione. Con la logica del Maestro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Cutaia

«È la sera dei miracoli fate attenzione». Parafrasando l’incipit della famosa canzone La sera dei miracoli di Lucio Dalla entriamo nella sera delle sere, quella del Giovedì santo, dell’ultima Cena, della lavanda dei piedi e dell’istituzione dell’eucaristia. Ecco il dinamismo del sacro triduo pasquale, l’evento principale della morte e risurrezione di Gesù di Nazaret, il cuore dell’anno liturgico. Certo, anche se i vicoli non sono quelli di Roma bensì quelli di Gerusalemme, quelli acciottolati del Monte Sion, che portano attraverso una scala esterna al Cenacolo (dal latino Coenaculum, luogo dove si cena). E proprio al piano rialzato di quella stanza, prima del banchetto pasquale Gesù compie la scandalosa lavanda dei piedi: «Ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Giovanni, 13, 14). È qui che il Figlio di Dio, «nell’ora del suo passaggio da questo mondo al Padre» (ibidem, 13, 1), ricorda ai suoi discepoli e ancor più agli uomini e alle donne di oggi — schiacciati dai propri egoismi e privi di un orizzonte di vita superiore — l’impegno a non dimenticare che, come dice Gesù, «vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (ibidem, 13, 15).

Lo “scandaloso” Giovedì santo di Papa Francesco (anche quest’anno i riti del triduo pasquale subiranno cambiamenti per il rispetto delle norme anti-covid), è segnato da gesti significativi, vere e proprie lezioni di generosità, prodigalità e di donazione a imitazione del Maestro. Da arcivescovo di Buenos Aires di frequente si recava nei penitenziari. È così che, fin dall’inizio del pontificato nel 2013, Francesco incontra gli ospiti delle case circondariali — in quell’occasione toccò al carcere minorile di Casal del Marmo a Roma — per lavare i piedi a ragazzi e ragazze di nazionalità diverse. «Aiutarci l’un l’altro: questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio. Un dovere che mi viene dal cuore, amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato», sottolineò il Papa. Tant’è che ai nostri giorni, condizionati dalla pandemia, persino nel nostro mondo incredulo, quel memorabile servizio compiuto dal Signore nella sera del più grande dono d’amore è rivissuto e vivificato dall’encomiabile impegno della Chiesa in primis e con l’ausilio di migliaia di volontari che per le strade dell’intero mondo soccorrono, lavano, rifocillano e riscaldano i più bisognosi a tutte le latitudini, senza nessuna distinzione.

«Avendo amato tutti i propri compagni, che erano sempre presenti, fin dal principio, li amò anche sino alla fine. E mentre si svolgeva il pasto serale dell’amorevole mensa, intessé e compì per i propri compagni opera di servitore» (Nonno di Panopoli, Parafrasi del Vangelo di san Giovanni, Città Nuova, 2020, pagina 285). Nella bimillenaria storia del cristianesimo, il gesto emblematico della lavanda dei piedi è stato preso in considerazione fin dalla tradizione dei padri e dottori della Chiesa e tuttora non diminuisce l’interessamento di biblisti, esegeti, teologi, filosofi e non solo. «Quando batte l’ora della solitudine — e tutti a un certo punto hanno l’impressione di essere collocati in disparte dalla vita, di essere relegati ai margini dell’esistenza e soprattutto di essere soli — richiamiamo il pensiero del Giovedì santo: non è mai solo chi è stato ed è così desiderato e ricercato dal Signore dell’universo, della storia, dei cuori» (Giacomo Biffi, Le cose di lassù, Cantagalli, 2007, pagina 100). L’abluzione dei piedi diventa in concreto il gesto rivelativo, il dono di sé da parte di Gesù. «Che equivale a dire: poiché dal tuo insegnamento comprendo che, lavando i miei piedi, mi fai capire che purifichi i miei peccati, ti presento da lavare non solo i piedi, ma anche le mani e il capo, perché so bene di commettere molti peccati che tu devi rimettere, non solo col muovermi ma anche coll’agire, col vedere, anche col sentire, gustare, toccare» (Beda il Venerabile, Omelie sul Vangelo, Città Nuova, 1990, pagina 311). L’atto del Nazareno è stato sublimato anche da san Benedetto da Norcia: «L’abate versi l’acqua agli ospiti sulle mani, sia l’abate che l’intera comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti» (Regola, L111 ); e persino da Origene: «Come può essere arrogante chi dopo cena, avendo deposta la veste in mezzo ai suoi discepoli, cintosi di un asciugatoio e versata l’acqua in un catino, lavò i piedi di ciascuno di essi, e rimproverò quello che non voleva porgergli i piedi?» (Contro Celso, Utet, 1989, pagina 134). Un gesto, quello del Maestro, che sfocia con umiltà nell’unità: «Io bramo seguire in ogni cosa la Chiesa di Roma […]. Io non faccio che seguire l’apostolo Pietro quando disse: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e la testa!”. Vedi quale fede! Se prima oppose un rifiuto, fu per umiltà, ma che in seguito abbia offerto se stesso, fu per devozione e per fede» (Sant’Ambrogio, Opere, Utet, 1996, pagine 730-731).

Qui l’articolo completo

Vicinanza, compassione e tenerezza sono lo stile di Dio

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«I problemi attuali esigono da noi, sacerdoti, che ci configuriamo al Signore e allo sguardo d’amore con cui Lui ci contempla».
Lo ha detto papa Francesco alla comunità del Pontificio Collegio Messicano, ricevuta in udienza nel Palazzo Apostolico Vaticano il 29 marzo.
Conformando lo sguardo con Dio – ha spiegato Francesco – «il nostro sguardo si trasforma in uno sguardo di tenerezza, riconciliazione e fratellanza, e solo contemplando il Signore possiamo avere questo».
Il Pontefice ha sottolineato che, per essere sacerdote, occorre avere lo sguardo di tenerezza con cui Dio vede i problemi che affliggono la società: violenza, disuguaglianze sociali ed economiche, polarizzazione, corruzione e mancanza di speranza, soprattutto tra i più giovani.
Per capire il senso profondo dello sguardo del Signore, il Papa ha invitato a seguire l’esempio della Vergine Maria, che «con la tenerezza di una madre riflette l’affettuoso amore di Dio che accoglie tutti, indistintamente».
Essere un buon pastore suscita in ogni sacerdote una vera compassione, sia per le pecore che gli sono affidate, sia per quelle che si sono smarrite.
«Vicinanza, compassione e tenerezza sono lo stile di Dio», ha detto il Santo Padre. E questo è anche «lo stile di un prete che si sforza di essere fedele».
Francesco ha esortato, a voce alta, a «non dimenticare che il clericalismo è una perversione», ed ha spiegato che è solo lasciandosi modellare dalla tenerezza di Dio che i sacerdoti possono praticare la carità pastorale, dove nessuno è escluso dalla sollecitudine e dalla preghiera. Questo impedisce ai preti di isolarsi e li incoraggia ad uscire per incontrare persone, a non stare fermi.
Con riferimento alla situazione socio-religiosa del Messico, il Papa ha sostenuto che, per superare le difficoltà sociali, le enormi differenze e la corruzione, bisogna guardare alla riconciliazione, prestando attenzione soprattutto alle persone scartate a causa delle loro radici autoctone o della loro particolare religiosità popolare.
«Noi Pastori – ha ribadito – siamo chiamati ad aiutare a ricomporre rapporti rispettosi e costruttivi tra persone, gruppi umani e culture all’interno della società, proponendo a tutti di “lasciarsi riconciliare da Dio”, a impegnarci nel ripristino della giustizia».
Secondo il Papa, le sfide del tempo attuale sono di tale ampiezza da spingere ad avere «uno sguardo di fratellanza».
Per questo motivo – ha aggiunto – «insieme a Cristo Servo e Pastore, dobbiamo poter avere una visione dell’insieme e dell’unità che ci spinga a creare fraternità, che ci permetta di evidenziare i punti di connessione e interazione all’interno delle culture e all’interno del mondo ecclesiale».
Per giungere a questi risultati, servono la luce della fede e della saggezza di chi sa “togliersi i sandali” per contemplare il mistero di Dio, e cioè «armonizzare la dimensione accademica, spirituale, umana e pastorale nella formazione permanente».
Rivolgendosi in modo diretto ai giovani sacerdoti che frequentano il Pontificio Collegio Messicano, il Papa ha detto: «Se parti da qui con un dottorato, perché hai studiato solo una cosa, hai perso tempo. Hai sprecato il tuo tempo e il tuo cuore».
Più importante – ha affermato Francesco – è la «tua dimensione spirituale, la tua dimensione umana, la dimensione comunitaria e la tua dimensione apostolica».
A questo punto il Santo Padre ha invitato i presenti a prendere coscienza delle negligenze e dei difetti che devono essere corretti nella vita personale, comunitaria, scolastica, nel presbiterio, e nelle diocesi. Ed in particolare ha chiesto di non sottovalutare le tentazioni mondane che possono portare ad atteggiamenti autoreferenziali, consumismo e molteplici forme di sottrazione alle responsabilità di essere sacerdote.
A questo proposito, ha ricordato ciò che ha scritto Henri-Marie de Lubac nel suo libro “Meditazione sulla Chiesa”, e cioè che «la mondanità spirituale è il male peggiore che possa capitare alla Chiesa. Peggio ancora del tempo dei Papi concubini».
«Attenti alla mondanità. È la porta della corruzione», ha ribadito papa Francesco.
Dopo aver ricordato di non distogliere lo sguardo da Cristo, il Papa ha chiesto di rivolgersi con fiducia alla Madonna di Guadalupe, Madre di Dio e Madre nostra, chiedendo tutto ciò di cui si ha bisogno, sapendo che Lei ci tiene sotto la sua ombra e rifugio.
E rivolgendosi ad ognuno dei presenti, ha concluso: vivi una vita buona, trasparente, quella dei «peccatori che sanno alzarsi in tempo, che sanno chiedere aiuto e che continuano a camminare anche se su una sedia a rotelle».

Vacciniamoci

La scienza ha permesso all’uomo di conoscere e di poter applicare tale conoscenza nella tecnica per aiutare se stesso a superare i problemi che la vita pone.

La scienza medica, a differenza della fisica o se volete della matematica, viene giustificata come una scienza empirica; vale a dire, le sue leggi non possono essere considerate assolute, come quelle delle scienze “dure” riferite a un particolare contesto di pensiero.

Il medico quando applica le sue conoscenze sul paziente, ha un’alta probabilità che l’intervento vada a buon fine, ma non ha certezza che così sia.

Oggi, dentro questo infausto contesto virale, la scienza medica è l’unica che può concretamente aiutarci. Un’ammalato di Covid-19, dovrà essere aiutato con apparecchi respiratori e con farmaci che riescano ad attenuare gli effetti che quei veleni producono nel corpo contaminato. Si può però, prevenire la malattia, con un farmaco in grado di indurre la produzione di anticorpi contro il germe patogeno.

Questo farmaco si chiama vaccino.

È nella condizione di dare totale sicurezza? No. Si può solo stimare il raggio di copertura in termini statistici. Infatti, le diverse case farmaceutiche segnalano il grado di copertura in termini percentuali: 90%; 95%; 70% e così via. Ciò significa che nella sperimentazione si sono evidenziati questi dati.

Controindicazioni? Sempre, anche quando s’inforca una bicicletta, si può cadere, qualcuno può colpirci, si può sbattere su qualche ostacolo. Non c’è azione umana che non presenti controindicazioni.

Ma, non per questo le persone non vanno in bicicletta e non compiono azioni.

Fare il vaccino ha un enorme effetto positivo su chi lo riceve e altrettanto sulla comunità di appartenenza del vaccinato. È un atto screanzato nei confronti dell’intelletto, respingere tale opportunità. È come se cancellassimo, di punto in bianco, tutta la storia da Galileo ad oggi.

L’esempio, che più di ogni altro testimonia il senso di questo mio invito, è offerto da Israele e dall’Inghilterra. In questi due Paesi, una vaccinazione a largo spettro, ha permesso di bloccare l’infezione, impedire le morti e di consentire le riaperture delle attività che per diversi mesi erano state completamente bloccate.

Vaccinarsi pertanto, è un atto di libertà per sé, per gli altri ed una imperiosa barriera contro chi ci ha messo in ginocchio dal marzo dell’anno scorso.

Le nomine sul tavolo di Draghi

Inizierà tra poco un maxi round di nomine nelle controllate/partecipate con oltre 500 poltrone da rinnovare.

In tutto, le assemblee di bilancio dovranno rinnovare 115 organi sociali, di cui 74 consigli d’amministrazione e 41 collegi sindacali in 90 società controllate dal ministero dell’Economia. La partita riguarda in tutto 518 persone, di cui 342 consiglieri e 176 sindaci.

La prima scelta decisiva riguarda la Cassa depositi e prestiti; la seconda riguarderà il futuro delle Ferrovie, oggi presidiato dall’amministratore delegato Gianfranco Battisti.

Inoltre per l’Anas potrebbe mantenere l’ufficio solo l’attuale presidente, Claudio Andrea Gemme, considerato in area Lega. Mentre è certo l’avvicendamento in Rai.

Google Maps si espande con l’intelligenza artificiale

Oltre 100 novità sono in arrivo su Google Maps, la popolare applicazione pensata per supportare l’utente negli spostamenti alla scoperta di nuove località: tali innovazioni provengono del massiccio  impiego dell’intelligenza artificiale.

Fra queste vi è la funzione live view che già attualmente permette di impiegare la realtà aumentata per simulare la navigazione delle strade a piedi e che consentirà di ottenere indicazioni anche nei luoghi interni come, per esempio, i centri commerciali e gli aeroporti.

La possibilità di navigare anche negli interni è già operativa negli Stati Uniti in modo da aiutare i visitatori a non perdersi negli enormi magazzini americani: un’estensione è in programma a partire da Tokyo e Zurigo per poi allargarsi ad altre città entro la fine dell’anno.

Inoltre è prevista l’introduzione della navigazione che permetta di selezionare i percorsi green: si tratta di percorsi alternativi, in affiancamento a quelli tradizionali, considerati ecosostenibili e reputati tali in virtù del minore consumo di risorse indotto dalla loro percorrenza.

Il lancio avverrà negli Stati Uniti per poi raggiungere gli altri Paesi.

Google permetterà infine di visualizzare i dati sulla qualità dell’aria ed eventuali avvisi su restrizioni legate al tipo di auto che si sta guidando e sul meteo previsto nelle destinazioni da raggiungere.

In Basilicata la più anziana vaccinata: ha 108 anni

Si è vaccinata contro il Covid a 108 anni, diventando la donna più anziana ad aver ricevuto il vaccino finora in Italia.

A Picerno, in provincia di Potenza, è stata vaccinata a domicilio la signora Natalina Adele Ferraro, nata nel Comune lucano il 25 dicembre del 1912. La somministrazione della dose del vaccino Pfizer è stata effettuata dall’unità dell’azienda sanitaria provinciale Asp. Secondo fonti Asp, in Italia è la donna più anziana vaccinata finora. La signora Natalina, che vive a casa con una figlia, ha avuto 7 figli di cui quattro ancora in vita.

L’attività di vaccinazione rientra nel piano vaccinale dell’Asp Basilicata sugli ultra ottantenni della provincia ed è in corso pure a Melfi, Pietragalla, Lauria, Rivello, Sant’Arcangelo, Sant’Angelo Le Fratte e Chiaromonte.

Roma, si può fare a meno di Calenda? Serve una maggioranza libera dal duello tra Guelfi e Ghibellini.

Enrico Letta, in vista ormai della battaglia per il Campidoglio, ha pensato bene di rilanciare le primarie. Rotti gli indugi, la scelta del candidato sindaco chiama in causa gli aficionados del Pd e dei suoi alleati potenziali. Il condizionale è d’obbligo, essendo questa una soluzione che i Dem auspicano volentieri, anche in ossequio alle norme statutarie, ma che non appare facile da realizzare. Vige anzitutto l’obiezione su come e quando organizzarle, queste primarie: farle in fretta non è consigliabile, vista la perdurante gravità della situazione sanitaria; né lo è l’ipotesi di farle in un lasso di tempo più ampio, con il rischio di andare troppo a ridosso del momento pre-elettorale. In aggiunta, poi, la Raggi non ha modificato minimamente la sua posizione e ha persino ricevuto, nel giro di poche ore, l’ennesimo incoraggiamento di Grillo a proseguire nel suo intento battagliero: vuole ricandidarsi a tutti i costi. Infine, se ce n’era bisogno, anche Calenda ha fatto capire come la proposta di Letta non incontri il suo entusiasmo, se non altro per le suddette difficoltà legate alle restrizioni anti-covid.

E non basta. Mentre avveduti opinionisti fanno presente che Roma avrebbe bisogno di uno sforzo unitario eccezionale, l’atteggiamento delle forze politiche sconta una conflittualità di segno tradizionale. In particolare Paolo Conti, in un editoriale del 21 marzo sulla pagina romana del Corriere della Sera, ricordando il “volémose bene” del primo sindaco dopo la Liberazione, il Principe Filippo Andrea VI Doria Pamphilj, ha preso spunto dal passato per ammonire, in maniera certamente garbata, le contrapposte formazioni: “Il mondo politico e amministrativo – ha precisato – forse non percepisce questo bisogno di sentimenti condivisi (…) In tanti hanno proposto il parallelo tra Dopoguerra e dopo Covid. Ritrovare l’orgoglio e la forza di essere romani significa anche volersi bene. Dunque, cari romani, volémose bene”.

Questa, dunque, la sollecitazione. Ora, nel riconfezionare l’immutabilità dei due blocchi, quello di centrosinistra e quello di centrodestra, i partiti dimostrano di preferire una vita all’ombra degli idola tribus del passato. Questa torsione conservatrice è un ulteriore segno di debolezza dell’attuale classe politica. Nel Pd soltanto Patrizia Prestipino, prima dell’avvento di Letta alla segreteria, ha buttato il sasso nello stagno provando in qualche modo a tratteggiare uno scenario “alla Draghi”. Non ha trovato alleati. Ciò nondimeno, se la Città Eterna ha bisogno di una sferzata di fraterna operosità, ne farebbe positivamente esperienza, in effetti, ove si manifestasse una larga convergenza proprio alla stregua di quella realizzata attorno al nuovo Governo. Palazzo Chigi e Palazzo Senatorio potrebbero condividere il medesimo spettacolo di unità.

Invece non è così. Ci si rifugia nel programma, come se cento idee giuste possano supplire alla mancanza di un’idea direttiva – e perciò, in ultimo, anche giusta. Ci si adagia su ricette doviziose, scrivendo libri al tempo stesso rutilanti e vacui – l’ultimo quello di Francesco Delzio (Liberare Roma) – senza darsi carico di un programma capace di autentica forza aggregativa, quale compete alla politica. Ci si limita, in fin dei conti, a spolverare le armi della propaganda nella convinzione che i romani ne vivano il fascino con ardore infantile, perché in campagna elettorale a farla da padrona sull’anima senziente dei votanti sarebbe pur sempre il clangore delle spingarde virtuali, la mimesi della guerra per insulti, lo sciupio di annunci fantasiosi. Chissà se tutto questo è vero.

In definitiva Letta vuole le primarie, ma non chiarisce quale debba essere il loro tracciato. In parole povere, si pensa di raccogliere la domanda di unità e coesione, per il bene di Roma? Pare di no. E tuttavia, se venisse alla luce una simile suggestione, servirebbe evidentemente una dose molto alta di realismo, immaginando poi di gestire le conseguenze con finezza. È chiaro che la “formula Draghi” non può significare una replica pedissequa in ambito locale; semmai, nel caso di candidatura idonea, può evocare una volontà di apertura nei confronti dell’elettorato più diffidente e refrattario, in larga parte astensionista. E difficilmente l’avventura a “vocazione unitaria”, tesa ad aggregare una maggioranza non più vittima del duello tra guelfi e ghibellini, guadagna a Roma la possibilità di imporsi se non attraverso la figura del “centrista progressista” Calenda. Ma si tratta, insomma, di una prospettiva che passa per le primarie o per un’opera di sapiente cucitura, lasciando al candidato un ampio margine di iniziativa e mediazione? Uno sforzo di fantasia è necessario.

Bisogna uscire dal ciclo perverso del populismo

Ad un acuto e incontrovertibile articolo di Marco Follini sul populismo ha replicato Michele Prospero sul “Riformista” invitandolo a smettere di sognare lo scudo crociato, per consolarsi con il triste epilogo degli eredi di Gramsci in una logica di mal comune mezzo gaudio!

Purtroppo i problemi non si risolvono solo indagando sui precursori dei populisti e del movimento del VDay. La lista sarebbe infinita. Sono cambiati gli interpreti, ma lo spartito era sempre l’antiparlamentarismo, esasperato da uno scandalismo senza limiti, fino all’uso di strumenti più sofisticati come quelli referendari e fino al sistema elettorale maggioritario, con sullo sfondo il presidenzialismo.

Poi in questi due lustri abbiamo visto colpito a morte il Parlamento nelle sue funzioni primarie – quelle legislative – dominate dall’Esecutivo, insieme ad una progressiva disarticolazione dei corpi intermedi compresi i Partiti che ne rappresentano la funzione più rilevante.

In nome dell’antiparlamentarismo veniva portata a compimento la demolizione di ogni memoria, utilizzando gli argomenti sulla Casta e della lotta ai privilegi. Sono stati i detonatori per un bombardamento progressivo e conventrizzare Montecitorio e Palazzo Madama. Cosicché oggi la Politica è nuda e chi ha responsabilità di governo o istituzionale non può essere né vaccinato nè tutelato per il furore giacobino imperante. Deve attendere il turno dell’età! È un grave errore, frutto di chi ha assecondato queste pulsioni senza avere il coraggio di fermarle per tempo.

Avverrà per i Cinque Stelle ciò che si registrò con l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini nell’immediato secondo dopoguerra quando la incapacità di darsi una qualsiasi struttura organizzativa ne provocò il declino. Purtroppo questa volta non sarà rapido come allora. Non c’è più la Dc! Restano i ricorsi della storia. Siamo passati da un commediografo Giannini ad un comico Grillo. Del resto, la Dc di De Gasperi usò la fermezza delle idee e la forza del Partito.

Ci soccorrono le parole del giovane Aldo Moro che nel settembre del 1945 sull’Osservatorio di Studium, affermava: ”Vorremmo essere benevoli per la politica dell’Uomo Qualunque, la quale non è poi una tattica contingente, ma una forma mentale e un abito di vita decadente (…) L’Uomo Qualunque, per non essere se stesso, è pronto a tutto, così ad accettare qualsiasi dittatura che nasce fatalmente dove al posto della ansiosa libertà dello spirito c’è il vuoto”.

Dunque prima di ogni altra cosa, prima ad esempio della parità di genere, c’è bisogno di riprendere il cacciavite per rimettere a posto gli ingranaggi del sistema, partendo dalla difesa delle Istituzioni e soprattutto dal Parlamento, sede della rappresentanza non solo di genere ma dei valori costituzionali. Il Governo Draghi può essere una utile occasione per ciò che rimane dei partiti e per guardarsi allo specchio, ripensando agli errori compiuti così da affrontare bene le sfide nuove.